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Operazione Fritz

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Operazione Fritz
Il racconto del rapimento di Aldo Moro. I luoghi, il clima politico, le doppiezze e la tragedia nonch unanalisi di alcune lettere in relazione alla vicenda. di Rosso Malpelo

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Palermo, intorno al 2006

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Questa l'Operazione Fritz, nome in codice che per le bierre significava il rapimento di Aldo Moro, in quell'angolo buio di storia il pi alto esponente della Democrazia cristiana, partito che rappresentava la maggioranza relativa con il 38% dei voti, mentre il PCI era al 34% e l'inflazione al 20%. Due milioni di voti era la misura che distanziava, alle elezioni politiche del 1976, i due maggiori partiti italiani. Nel 1978 il paese era una nave ferma alla rada, una nebbia sottile avvolgeva uomini e cose. Il movimento del '77 era assediato dalla grettezza della c.d. Autonomia Operaia, l'ala creativa rifluiva verso le spiagge di Goa o di Tetouan, la Dc, come detto in precedenza, teneva il PCI in mezzo al guado, le bierre, nel frattempo, stilavano risoluzioni strategiche, le Renault 4 percorrevano le strade e le contrade italiane, ragazzi facevano su e gi dal Marocco portandosele in giro imbottite di shit (come allora si chiamava in gergo l'hashish, dall'inglese = merda) e ragazzi delle periferie cominciavano ad usarle per spararsi in vena i chili di eroina che la mafia raffinava in Sicilia, nel palermitano e nel trapanese. In un bagagliaio di una di quelle R4 venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro, dopo 55 giorni di prigionia, lettere, comunicati, foto, bugie, spie, piombo, morti. E' stato detto di tutto, e quindi ci limiteremo, di quella vicenda, a delineare solo una mappa. Cercheremo di disegnarla intrecciando luoghi, nomi, numeri e lettere. Roma, 16 marzo 1978, VIA FANI: Aldo Moro, il presidente della Democrazia cristiana stato rapito questa mattina alle 9.15. Il commando che ha sequestrato l'onorevole ha ucciso anche a colpi di mitra i cinque uomini della scorta. . Questo l'incipit dell'articolo che Carlo Rivolta, giornalista e uomo delle cronache del 'movimento' (morto di overdose), scrisse su Repubblica. Quella mattina Moro stava per recarsi alla Camera. I deputati avrebbero dovuto votare la fiducia al nuovo governo, il quarto a guida Andreotti ma, novit assoluta, sostenuto da un accordo programmatico con il PCI. La formula quella che Moro defin della non sfiducia, cos come viene illustrata in una laboriosa paratassi1, esempio illuminante del linguaggio di Aldo Moro, oggetto di analisi e studi postumi a iosa, cos come riportata in uno di questi studi da Enzo Golino : Ed in questo quadro di un confronto cos intenso che abbiamo potuto inserire ripeto, con qualche iniziale disagio, ma poi con un riconoscimento positivo, sia per le realizzazioni, sia per lo stesso modo di essere della formula la non sfiducia, una sorta di accostamento obiettivo di atteggiamenti non negativi dei partiti. Questo atteggiamento dei partiti includeva anche il partito comunista. Ci era una novit , non che noi, cari amici, non ce ne siamo accorti, ce ne siamo accorti.2 Quel governo ebbe varie altre definizioni: appoggio esterno, unit nazionale, governo delle astensioni. Di certo era un evento che assumeva una caratterizzazione epocale, per quanto poi, nei fatti, fosse
Paratassi: una frase (o un periodo) complessa costruita da varie frasi coordinate tra loro (non il massimo della spiegazione ma pu andare). 2 Aldo Moro, intervento all'assemblea parlamentare Dc, 28 febbraio 1978 in ENZO GOLINO, La tela retorica del Dottor Divago, Reset n.106, Marzo-Aprile, 2008
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minimo lo spostamento dell'asse politico. Moretti, capo riconosciuto dell'esecutivo Br in quel frangente, sostiene che la coincidenza della data del sequestro Moro con quella della presentazione del governo Andreotti alla Camera, fosse casuale : ...del varo dell'unit nazionale si era discusso da molto tempo . Ma per deludente che sia, la coincidenza delle date casuale. Dipende esclusivamente dalla messa a punto dell'azione. D'altro canto, quindici giorni prima o quindici giorni dopo non ne cambierebbe i significati : i tempi politici sono il passaggio di fase, non certo un giorno. 3 La tecnica usata dai brigatisti per bloccare l'auto su cui viaggiava Moro detta del cancelletto, una modalit messa in opera anche dalla tedesca Raf (Rote Armee Fraktion), un'organizzazione altrimenti nota come Banda Baader Meinhof (dai nomi dei fondatori), per il sequestro Scheyler (presidente di Confindustria tedesca). Il cancelletto serve a bloccare il convoglio (l'Alfetta di scorta e la Fiat 130 che trasporta Moro): ...si era interposto un improvviso ostacolo alla marcia dei due veicoli bersaglio dell'azione, creando cos le condizioni pi favorevoli al gruppo di fuoco che doveva annientare la scorta, protetto da chi doveva bloccare il traffico. Decisiva la presenza del tiratore scelto in grado di sparare con precisione, quindi si era prelevato l'ostaggio... 4 I colpi esplosi sono 93 (di cui 49 da una sola arma), 4 le pistole mitragliatrici che si incepperanno e che verranno sostituite fulmineamente da revolver; i colpi crepiteranno nel silenzio irreale della scena dell'agguato, cinque saranno i cadaveri caduti nella battaglia : i due carabinieri a bordo dell'auto di Moro (Domenico Ricci e Oreste Leonardi) e i tre poliziotti sull'auto di scorta (Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi). Prospero Gallinari, uno dei protagonisti dell'azione delittuosa, ricorda cos l'episodio: E' un attimo, un tempo non valutabile, e partono le raffiche. Quello che temevo accade: a met della raffica il mitra si inceppa, estraggo istintivamente la pistola che porto alla cintura continuando a sparare come se non fosse cambiato nulla. Quelle povere persone, il nemico che mi trovo di fronte, lo vedo ma in realt non lo vedo, il movimento automatico.5 Niente come viene raccontato, oppure si ? Neanche su chi fosse veramente presente sul luogo dell'azione e sulle modalit ci sono certezze: ...nonostante i processi, i pentiti, i testimoni, la dinamica di quell'attentato verr ricostruita solo parzialmente. Non mai stata effettuata una perizia complessiva sullo svolgimento dell'azione, elaborata in base a tutti i dati oggettivi e agli elementi testimoniali; non si conosce l'esatto numero degli attentatori, n dunque la loro identit. N verr mai individuato il tiratore scelto che ha esploso con la sua arma ben 49 dei 93 proiettili sparati durante l'attentato.6 Su quest'ultimo episodio si registra l'assoluta smentita di Moretti secondo il quale la loro preparazione militare avrebbe fatto ridere un caporale dell'esercito, ma Sergio Flamigni (gi parlamentare del Pci e membro delle Commissioni parlamentari d'inchiesta sul Caso Moro) asserisce che ve ne siano prove testimoniali. Mentre sul numero dei brigatisti presenti in via Fani la sentenza di
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M. Moretti, op. cit. pg. 119 - 120 Sergio Flamigni, La tela del ragno, il delitto Moro, Kaos edizioni, Milano, 2003, pg. 124 P. Gallinari, op. cit. pg. 184 S. Flamigni, op. cit. pg. 41
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primo grado del processo Moro stabilir la presenza di 14 brigatisti armati , Adriana Faranda (postina, insieme a Morucci, durante il sequestro Moro) sostiene invece : Le unit del commando erano dieci. Rita Algranati stava all'incrocio con la via Trionfale per segnalare l'arrivo di Moro e della sua scorta a Moretti che era sulla 128. Casimirri e Loiacono erano di copertura sulla parte alta di via Fani, la Balzerani, invece, era di copertura nella parte bassa all'incrocio con via Stresa, Morucci, Gallinari Bonisoli e Fiore stavano sul marciapiede di fronte al fioraio: loro erano il gruppo di fuoco. Poi c'era Seghetti in via Stresa, nella 132 che doveva servire a portare via l'ostaggio". 7 C'era o non c'era una moto Honda ? Il gruppo di fuoco spar solo da sinistra, come sostiene Moretti, oppure anche da destra come sostengono le perizie ? L'auto su cui viaggiava Moretti si blocc per farsi tamponare dalla 130 come sostiene Morucci oppure no, come sostiene Moretti ? C'erano altre persone oltre ai brigatisti sul luogo dell'attentato ? Alcune tra le pallottole rinvenute avevano caratteristiche simili a quelle in dotazione di Gladio, era un caso, era un depistaggio ? Sono solo alcuni degli interrogativi sorti da quei pochi maledetti minuti da cui inizia il solco che segna l'inizio della fine di un'era. L'era della Dc, e non solo. L'era del tentativo, abortito definitivamente, di costruire un'Italia repubblicana e democratica, tra le nebbie dei misteri, in mezzo al fumo delle bombe, tra gli schizzi di sangue e di fango.Via Fani soltanto la prima tappa. Roma, VIA MONTALCINI. 8. Si trova nel quartiere della Magliana Nuova, ed una via ancora molto isolata e poco illuminata. Quasi fuori dal mondo. Le costruzioni occupano solo un lato della strada, perch di fronte, tanto per darvi un'idea di un paesaggio che nell'Italia cittadina non credevo esistesse pi, ci sono solo una Chiesa, e delle sterpaglie di prato. Il palazzo, tuttavia, quanto di pi lontano dalla prigiona si possa immaginare. E' una tipica costruzione anni Settanta, che oggi non si direbbe affatto "vecchia", ma di "design". Visto dal di fuori, e anche dall'entrata - una volta superato il cancello - la costruzione quasi signorile. L'ingresso ben tenuto, con piante fluenti a fianco del largo camminatoio, e, appena entrati nell'atrio si pu constatare un'attenta salvaguardia di luci e rivestimenti dell'epoca. Tremavo. Era impressionante pensare che tutto, anche gli infissi, fosse stato preservato dagli anni Settanta, e quindi anche a quel terribile '78. E invece era proprio cos. Ed ancora proprio cos.
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Ci arrivano di sicuro Moretti e Gallinari. Ma come ci arrivano un altro mistero su cui si smarriranno vie topografiche e processuali in un dedalo di supposizioni e di verit che cambiano. Sul percorso e sulle modalit del trasporto e del trasbordo del 'prigioniero' Moro ci imbastiranno pure un processo : il c.d. processo Metropoli. Che cos' processo Metropoli? Nel giugno del 1979 esce, sul primo numero della rivista Metropoli, un periodico delle area dell'Autonomia Operaia, il fumetto intitolato 16 marzo, il racconto grafico del rapimento Moro. Il sequestro della rivista immediato. Il motivo nella descrizione delle circostanze dello spostamento del sequestrato, da via Fani al luogo della detenzione. In particolare la sosta in un garage del quartiere Prati. Questo particolare non era emerso dalle indagini. Moretti non ne
Br, chi Rita Algranati ? (articolo senza firma), La Repubblica, 14 gennaio 2004 CRISTINA SIVIERI TAGLIABUE, 1978-2008. Via Montalcini,8 e il palazzo della prigionia di Aldo Moro, Non chiederci la parola - www.ilsole24ore.com - Nva100
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parla. Gallinari nel suo racconto riferisce para para la versione di Moretti. Ossia trasbordo dall'auto ad un furgone, con il prigioniero dentro un cassone di legno, e un auto staffetta (una Dyane) lungo strade che sulle carte topografiche non sono neppure considerate percorribili9; un altro trasbordo nel parcheggio sotterraneo della Standa, quindi via Montalcini, 8. Uno dei redattori di Metropoli, Paolo Virno, dir in un'intervista rilasciata a vent'anni dal sequestro che ...occorreva per cos dire un supplemento di immaginazione per colmare le lacune conoscitive. 10 La vicenda comunque assunse rilievo perch dopo il sequestro Moro si era sviluppato un filone di indagine che tendeva a interconnettere, forzatamente, almeno per quanto riguarda lo specifico del sequestro Moro, l'area dell'Autonomia operaia con le Bierre. Una correlazione che si inquadrava nel contesto pi ampio di un altro processo denominato 7 aprile 11che prende il nome dal giorno dellavvio dellinchiesta: il 7 aprile del 1979 (in quella occasione vennero effettuati una marea di arresti, in una Padova assediata militarmente). Virno aggiunge, a tale proposito, in riferimento al sequestro della rivista : Naturalmente questo era dovuto ad un insieme di cause, non solo al fumetto. Era dovuto al fatto che su Metropoli scrivevano alcuni degli imputati del processo 7 aprile. Due mesi prima era scattata la gigantesca operazione di annientamento in senso proprio dell'area antagonista dell'Autonomia operaia.12 Ed inoltre, sottolineando uno spunto grottesco, : Per quanto riguarda il disegnatore del fumetto ha vissuto episodi che, allora drammatici, a distanza di tanto tempo fanno anche sorridere e mostrano lo straordinario grado di ridicolo di cui non esitarono a coprirsi le istituzioni. Il giudice chiese a Madaudo, il disegnatore del fumetto Moro, in un interrogatorio: <Ci dica dunque dovera il garage che lei col disegno ha rappresentato come il posto dove era stato portato Moro dopo il
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M. Moretti, op. cit. pg. 133 16 marzo, Intervista a Paolo Virno, sul sito www.ecn.org

Il 7 aprile 1979, a Padova, il sostituto procuratore della repubblica Pietro Calogero ordina l'arresto di un gruppo di dirigenti dellarea dellAutonomia Operaia e ex Potere Operaio: tra di essi Toni Negri, Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo, Franco Piperno. Sia Negri (accusato in primis di essere il telefonista delle Br) che gli altri venivano accusati di essere membri della direzione strategica delle Br. Scrive lo stesso Emilio Vesce (Processo 7 aprile: il prototipo dellemergenza, 10/01/1987, www.radioradicale.it): Unaccusa molto grande, che richiedeva poco tempo per accertarne la fondatezza e la consistenza. Un anno dopo, con le confessioni di Peci, si pot smentire e smascherare la delirante accusa; e tutto poteva essere risolto in quella sede e si poteva chiudere una pagina non certo brillante della nostra storia giudiziaria. Ma la giustizia non volle emendarsi dei propri errori con grave danno per s e per gli imputati.La vera natura delloperazione 7 aprile era di altro genere, non stava nellaccusa nei confronti degli imputati circa la vicenda Moro, ma nel rapporto che si ipotizzava tra quella accusa e il ruolo di intellettuali e militanti della sinistra extra parlamentare; ()Insomma, quegli uomini erano colpevoli di opinioni ()Di fatto, il teorema cosiddetto di Calogero (dal nome del sostituto procuratore incaricato dellaccusa. Nda) fatto di queste cose: ipotesi di reato scelte nel ricchissimo repertorio che la realt di quei tempi offriva, appioppate su uomini apertamente ed esplicitamente dichiarati di sinistra e sovversivi. In altri termini il teorema Calogero si basava sullequivalenza movimento (nella sua storia, nella sua diversit, nei suoi sviluppi) = propaganda della lotta armata = Br. Insomma la documentazione giornalistica sequestrata in cui si pubblicano prese di posizione o supposte rivendicazioni, ritenute materiale sovversivo, vengono assunte come indizi di colpevolezza. I rapporti tra gli indiziati, la comune militanza politica, viene ritenuta prova dellassociazione sovversiva, etc. Resta il fatto che in sede processuale le accuse pi eclatanti cadono una ad una come birilli; in sintesi: Negri (l'ideologo padovano dell'Autonomia) non centra con le Br, non sussiste alcun collegamento organico tra gli imputati e le Br.

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Ibidem
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rapimento di via Fani>. Naturalmente quello non pot che tirare fuori un suo vecchio fumetto di tuttaltra natura - di tipo commerciale - in cui era disegnato il garage che gli aveva dato lo spunto pratico per disegnare la vignetta su Moro. Il disegnatore non fu incriminato, ma certo interrogato con grinta per estorcere dalle tavole del fumetto quella verit falsa di cui loro cercavano conferma, il fatto che Autonomia e Metropoli, rivista dentro lautonomia, fosse in realt la direzione di tutta la lotta armata nazionale. Al di l del clima da caccia alle streghe, che negli anni a seguire si scatener incessantemente, c una domanda che caratterizza il luogo via Montalcini (una tra le tante) - e non che se trovassimo la risposta cambierebbe la storia o chissach - ma le ipotesi, le ricostruzioni, le illazioni e le smentite ci fanno girare la testa, ed un po come a mosca cieca, quando non solo ti bendano ma ti fanno fare gira e rigira, per confonderti. Allora fermiamoci al volo su una domanda: via Montalcini fu effettivamente la prigione di Moro per tutto il tempo, solo per un periodo, o mai ? Moretti assoluto : Si, te l'ho detto: <Moro rimarr sempre l. L'avevamo comprato e adattato proprio per questo [lappartamento nda]>. Flamigni (lex parlamentare nonch studioso della vicenda) ritiene dubbia laffermazione e che la discordanza delle versioni fornite dai bierre lasci troppe lacune nella ricostruzione : Sia Moretti, sia la Braghetti, sia Maccari, hanno sostenuto in coro che lappartamento covo di via Montalcini 8 fu lunico luogo nel quale Moro venne rinchiuso e tenuto prigioniero per tutti i 55 giorni del sequestro. Una circostanza molto dubbia, tanto pi che ciascuno degli ex brigatisti ha fornito una diversa versione in merito al trasporto e allarrivo della cassa contenente il sequestrato nel covo di via Montalcini.13 Insomma, forse, non fu portato subito in via Montalcini, e ci deriverebbe in parte dalle contraddizioni tra le varie versioni dei brigatisti e in parte per la questione della base di via Gradoli . Dunque, la stranezza sarebbe questa: il 18 aprile i pompieri accorrono in via Gradoli e scoprono lappartamento ossia il luogo dove Moretti e la Balzerai avrebbero abitato e da dove Moretti si sarebbe mosso per andare alla prigione di via Montalcini al di l della circostanza dello scoprimento del covo, la prudenza brigatista, che un po stucchevolmente, viene tirata fuori in queste circostanze, avrebbe dovuto suggerire lo spostamento immediato del prigioniero da via Montalcini. Ci perch se via Gradoli fosse stata tenuta sotto osservazione (ovvero lirruzione dei pompieri non fosse stata un caso) Moretti poteva essere stato seguito fino a via Montalcini, visto che vi si recava (ipse dixit) quasi giornalmente per interrogare il prigioniero. Allora via Montalcini sarebbe arrivata dopo via Gradoli e Moro sarebbe stato tenuto, in precedenza, in un'altra prigione (Vescovio, quartiere romano in zona Salaria, o Piani Vescovio, localit vicino Rieti ? ). Inoltre, sembra che lo spazio ricavato nellappartamento di via Montalcini (un'intercapedine) fosse del tutto incompatibile con una lunga detenzione e anche con le condizioni generali in cui venne
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S. Flamigni, op. cit. pg. 217


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ritrovato il cadavere di Aldo Moro. Il fratello magistrato di Moro afferma a tale proposito: Una detenzione in un ambiente cos ristretto avrebbe dovuto a rigor di logica lasciare dei segni evidenti sul prigioniero. Una cos lunga privazione daria il ventilatore un po rudimentale () non poteva non avere effetti evidenti sul fisico del prigioniero, mentre nellautopsia si ritenuto che Moro fosse in buone condizioni fisiche. 14 Lo stesso vale per la pressoch totale immobilit a cui quello spazio angusto avrebbe costretto il prigioniero e la conseguente atrofia muscolare che si sarebbe dovuta riscontrare dallesame autoptico. Si consideri, inoltre, la mole notevole dei suoi scritti (le lettere e il memoriale) e la grafia con cui sono stati redatti con quel perfetto allineamento delle righe e quella nitidezza di caratteri che si riscontra in quasi tutti gli scritti della prigionia (cfr. sempre lanalisi condotta da Flamigni nel testo citato in nota). Poi c lipotesi di una prigione nel litorale tirrenico (Focene), vicino Roma; sabbia, bitume, e altri resti vegetali ritrovati sugli indumenti di Moro. Dir Adriana Faranda , la brigatista che si occupava delle comunicazioni insieme a Morucci, che erano state lei e la Balzerani (altra brigatista coinvolta nel sequestro) a prelevare sabbia a Ostia per depistare le indagini. Ma sembra che i periti abbiano trovato tracce analoghe nei pneumatici della R4 rossa dentro la quale fu ritrovato il cadavere di Moro e su altro materiale non compatibile con la versione fornita dalla Faranda. Un personaggio, uno dei tanti che abbiano avuto a che fare con il sequestro Moro e che ha fatto una brutta fine, il tenente colonnello Varisco, prima di essere ammazzato dalle bierre15 (nel luglio del 1979) sosteneva, sulla base di rivelazioni confidenziali, che Moro fosse stato prigioniero proprio a Focene. In diretta connessione, quindi, con gli sviluppi della occulta trama del sequestro Moro c' un altro indirizzo da tenere a mente, e ne abbiamo gi parlato: VIA GRADOLI, 96, Roma. Un indirizzo tornato prepotentemente alla ribalta (singolare coincidenza) per un'altra vicenda torbida dei giorni nostri: nella stessa palazzina stato sorpreso Marrazzo, ex presidente della regione Lazio, in compagnia di un paio di trans; irruzione sospetta con relativo video girato all'uopo. Successive dimissioni del Marrazzo. Torniamo al nostro appartamento: un bilocale con cucina e bagno, posto al secondo piano di quella che una via che si sviluppa alle spalle della via Cassia. E' una via stretta, via Gradoli, che, a tratti disegna delle curve e a tratti si allunga in rettilinei. In uno di questi c' la palazzina dove l'ing. Mario
Op. cit. pg. 220 Alcuni trovano inusuali le modalit di quell'omicidio : ...del secondo omicidio (quello di Antonio Varisco nda) non si sa granch: l'omicidio fu rivendicato dalle Brigate rosse, ma aveva modalit strane. Sul luogo dell'agguato, il lungotevere alle spalle di piazza del Popolo dove ora svetta una bella stele in memoria del colonnello, furono lanciate bombe fumogene di tipo Energa che servirono a coprire la fuga dei killer. Il brigatista Antonio Savasta, che pure era il capo della colonna romana (probabile refuso: Savasta era membro dell'Esecutivo Br della colonna veneta nda), fu molto evasivo sulle modalit dell'attentato. (...) RITA DI GIOVACCHINO, Il libro nero della prima repubblica, Fazi Editore, Roma, 2003, pg. 169. Questa ipotesi si inquadra nel contesto dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, ucciso a sua volta dopo aver incontrato il col. Varisco nel suo studio, a Roma, in Piazza delle Cinque lune (marzo, 1979). Per l'omicidio del giornalista, affiliato alla loggia massonica P2, furono accusati membri della Banda della Magliana vicini ai Nar (formazione del terrorismo neofascista), in seguito prosciolti e poi Giulio Andreotti, nel ruolo di mandante, anch'egli assolto in Cassazione (2003) dopo essere stato condannato a 24 anni insieme al capo mafia di Cinisi Gaetano Badalamenti. L'omicidio di Pecorelli, dunque, non ha colpevoli. La notte della repubblica non sembra risolversi in nessuna alba, fino ai giorni nostri.
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Borghi, alias Mario Moretti, prende in affitto l'appartamento che servir da base operativa alla colonna romana delle Br. In particolare a lui e alla Balzerani per gli spostamenti verso la prigione di Moro. Nella mappa che stiamo disegnando per cercare di rendere l'idea dei giochi, doppi e tripli, in cui la macabra vicenda del sequestro Moro si avviluppa, la via Gradoli svolge un ruolo preminente. Le coordinate per spostarsi da un luogo all'altro sono le date che segnano gli accadimenti, gli scritti, lettere, i comunicati, quelli veri e quelli falsi. Prendiamo dunque una data, quella della scoperta del covo di via Gradoli: il 18 aprile 1978. Siamo ad un mese - trentatre giorni, per la precisione - dal sequestro, ci sono gi stati 6 comunicati delle bierre (di cui il 6 con sentenza di condanna capitale) e una seduta spiritica. Si, una seduta spiritica. Procediamo con ordine, e vediamo, di sorvolo, i comunicati bierre, tutti scritti con una macchina IBM, a testina rotante, che rappresentava una specie di marchio di fabbrica. Il comunicato n.1 viene recapitato il 18 marzo 1978 e annuncia la cattura dello statista democristiano. La prova che Moro sia vivo una polaroid, l'ultima foto scattatagli mentre era in vita. E' visibile un drappo rosso con la stella a cinque punte delle bierre alle spalle di Moro e lui con una camicia bianca e un sorriso tristissimo che regge una copia di Repubblica con il titolo, a caratteri cubitali, Moro assassinato?. Il comunicato n. 2, 25 marzo 1978, annuncia l'avvio del processo. Sembra che Moretti abbia condotto gli interrogatori da solo, registrando il contenuto delle risposte e che il contenuto sia stato trascritto da altri. Il materiale di quegli interrogatori former il contenuto di quello che sar definito il Memoriale di Moro. E ci, forse, vero per una parte. Per un'altra parte sembra, invece, che alle domande Moro avesse risposto per iscritto16. Il comunicato n.3 datato 29 marzo. Scrivono le bierre che L'interrogatorio, sui cui contenuti abbiamo gi detto, prosegue con la completa collaborazione del prigioniero. Le risposte che fornisce chiariscono sempre pi le linee controrivoluzionarie che le centrali imperialiste stanno attuando; delineano con chiarezza i contorni e il corpo del "nuovo" regime che, nella ristrutturazione dello Stato Imperialista delle Multinazionali, si sta instaurando nel nostro paese e che ha come perno la Democrazia Cristiana (...) In allegato tre lettere di cui una alla moglie Noretta e una a Cossiga, allora ministro degli Interni, in cui si definisce prigioniero politico e chiede l'avvio di una trattativa. Il comunicato n.4 (04 aprile 1978) come sempre impregnato di ideologismi e di proclami, sul contenuto strategico della clandestinit come sull'attacco concentrico sferrato al nucleo centrale del potere democristiano.
Il compito di interrogare Moro prigioniero <<spettava di certo solo a Moretti, che era l'unico incaricato del Comitato esecutivo a interrogare Moro >>; e solo Gallinari era autorizzato a entrare nella cella-prigione per portargli il cibo e provvedere alla custodia fisica del prigioniero. Sia Maccari, sia la Braghetti, hanno affermato di non avere mai parlato con il prigioniero e di averlo soltanto osservato attraverso uno spioncino della porta. S.Flamigni, La tela del ragno, op. cit. pg.222. Sulle modalit dell'interrogatorio e sul Memoriale, inoltre, Moretti alla domanda Che fine hanno fatto le registrazioni ? risponde: Sono state distrutte, successivamente. I tre compagni nell'appartamento cominciano a trascriverle, ma una gran fatica e hanno poco tempo: Altobelli (alias Germano Maccari) e Lauretta (alias Anna Laura Braghetti) vanno a lavorare, c' da occuparsi della casa, del prigioniero, di tutto. E per noi non essenziale trascrivere quel che dice perch lo stesso di quel che scrive. Oltre le lettere, sta stendendo un Memoriale: per noi quello che conta tutto l. A un certo punto smettiamo perfino di registrare. M. Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, op. cit. pg. 160161. Bisogna per aggiungere, giusto per la cronaca, che, come riferisce Flamigni (op. cit. pg. 225) ...Maccari ha riferito alla Commissione stragi che sia le bobine, sia i manoscritti originali, furono portati fuori dalla prigione da Moretti, e nessuno dei brigatisti ha potuto vedere quando e come vennero distrutti.
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Ma ci che salta agli occhi l'ambigua chiusura sulla eventualit di una trattativa che abbia come merce di scambio la liberazione dei prigionieri comunisti. Ambigua perch pur rifiutandone la eventualit si difendono i contenuti della lettera di Moro a Cossiga che, invece, chiede un'apertura verso lo scambio di prigionieri, nella logica di una guerra tra una formazione armata rivoluzionaria e uno Stato posto in una situazione che non presenta vie d'uscita, se non quella di sacrificare vite umane. Condizione, quest'ultima, eticamente insostenibile per uno Stato democratico improntato a valori cristiani. Qui di seguito un pezzo della lettera di Moro a Cossiga : () Inoltre la dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile gi nei casi comuni, dove il danno del rapito estremamente probabile, non regge in circostanze politiche, dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato. Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalit, mentre un indiscutibile stato di necessit dovrebbe indurre a salvarli, inammissibile. (...)17 Le nubi si addensano ancora pi oscure sopra il ciuffo bianco di Aldo Moro. Egli ne consapevole. Mortalmente consapevole. I suoi lo stanno lasciando solo seduto davanti ad una scacchiera i cui i pezzi sono mossi da altri giocatori che hanno l'intento di non vincerla quella partita , anzi sembrano intenzionati a subire uno scacco matto inesorabile. Al giocatore passivo non resta che lanciare, su quella scacchiera, una maledizione che di l a qualche anno sembrer avverarsi con il disfacimento di quello che era il principale partito della scena politica italiana: ...E Zaccagnini? Come pu rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadr su di loro. (...) 18 Il 10 aprile le bierre fanno trovare il comunicato n.5 e una lettera in cui Moro si scaglia contro Paolo Emilio Taviani (esponente di spicco della Dc, ex membro del CLN, ex segretario del partito, pi volte ministro nonch teorico degli opposti estremismi19) perch quando lo stesso Moro lo chiam a testimoniare (in una lettera precedente) una sua posizione trattativista nel corso del rapimento Sossi, Taviani la neg smentendo, in quella circostanza drammatica, il suo vecchio compagno di partito. Il comunicato n.6 datato 15 aprile 1978. Contiene l'annuncio della fine dell'interrogatorio di Moro e la sentenza: condanna a morte. In mezzo a quella tragedia di uomini di potere - di un potere tragico, come tratteggiato da Sciascia, nell'Affaire Moro o in Todo modo - che si si avvinghiano ai morti viventi delle bierre, sembra di vivere in mezzo alle scene di un dramma del teatro elisabettiano in cui convivono cospirazioni, regicidi, retorica, falsa morale, violenza cieca, vendetta, pozioni e streghe. Oppure sedute spiritiche che suggeriscono nomi come Gradoli ad una compagnia di intellettuali bolognesi in gita:

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Fonte: www.archivio900.it Le lettere dal carcere del popolo

Lettera alla moglie Eleonora recapitata l'8 aprile. Fonte : www.archivio900.it Le lettere dal carcere del popolo Formula molto abusata in quell'epoca, ma anche molto criticata, che tendeva a metteva sullo stesso piano destra e sinistra dimenticando il contributo di sangue della sinistra alla liberazione del paese dai nazifascisti.
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In data 02 aprile 1978, in localit Zappolino, sita in provincia di Bologna, fummo invitati dal prof. Alberto Cl a trascorrere una giornata nella sua casa di campagna, insieme alle nostre famiglie. Nel pomeriggio, dopo avere pranzato, ed a causa del sopravvenuto maltempo, lo stesso Cl sugger di fare il cosiddetto gioco del piattino, a cui partecipammo tutti a puro titolo di curiosit e di passatempo. L'idea conseguiva all'interesse che in quei giorni - da pi parti fu alimentato intorno a fenomeni di tale natura, senza peraltro che nessuno dei presenti avesse predisposizione alcuna di tipo parapsicologico o comunque pratica di queste cose. Teniamo a precisare, quindi, che il gioco del piattino si svolse in un'atmosfera assolutamente ludica, continuamente interrotto dalla presenza di diversi bambini nella stanza. Tra le diverse indicazioni che emersero dal gioco, accanto ad alcune del tutto prive di significato, ve ne furono altre di senso compiuto che si riferivano a localit geografiche come Viterbo e Bolsena. Verso la fine del gioco emerse anche l'indicazione Gradoli, che tuttavia risultava a tutti ignota sia come localit geografica che come altro significato. Da un successivo riscontro su una cartina geografica, individuammo la effettiva esistenza di tale localit proprio nei pressi di Viterbo. Questa coincidenza non pot che colpire i presenti. All'indomani fu quindi normale che della cosa si sia venuti a parlare con amici o conoscenti. Essendone stato informato, per il tramite del prof. Prodi, anche il dr. Umberto Cavina, allora segretario dell'On. Zaccagnini, egli ritenne utile rivolgere la indicazione Gradoli agli organi impegnati nelle indagini sul sequestro Moro. 20 Questa dichiarazione, firmata tra gli altri da Prodi e sua moglie oltre che da Mario Baldassarri, vice ministro dell'Economia in un paio di governi Berlusconi e presenza assidua nei talk show televisivi, fu inviata nell'anno 1981 alla Commissione parlamentare che indagava sulla strage di via Fani e sul sequestro e l'omicidio di Moro (la stessa Commissione di cui faceva parte Sciascia). Quella bizzarra circostanza fu oggetto di svariate audizioni parlamentari della Commissione Pellegrino (1998). Furono sentiti, tra gli altri, il professore Alberto Cl, amico di Prodi, e padrone di casa. (E' necessario specificare che l'audizione avviene a distanza di venti anni dall'evento). Il professore conferma le circostanze: una domenica in campagna tra amici, mogli e figli piccoli intenti a giocare, mentre il tempo non favoriva passeggiate e qualcuno a suggerire di improvvisare una seduta spiritica. Quel che stona che in quelle circostanze, in un ambiente di democristiani di sinistra, vicini a Moro, si decide di evocare La Pira, eminente figura di cristiano di sinistra, gi sindaco di Firenze, morto nel 1977 in fama di santit, per chiedere dove fosse tenuto prigioniero Moro ! Da quella strana seduta viene fuori il nome Gradoli, immediatamente associato ad un paesino nelle vicinanze di Viterbo. Su questo vale la pena di riportare la replica, incredula nonch improntata ad estremo scetticismo, del Presidente Pellegrino, al prof. Cl; vale la pena per la duplice ragione che tenta di fare luce sul coacervo di panzane che ruotano attorno a Gradoli, via Gradoli, etc. e ne rende un'utile sintesi:

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PRESIDENTE. Professor Cl, a lei potr sembrare una versione malevola, per io le debbo dire con franchezza che allinterno della Commissione si fa unipotesi che sarebbe molto pi grave, perch il 18 marzo del 1978 la polizia fall una perquisizione nel covo di Via Gradoli (nessuno apr la porta, e i poliziotti, che dovevano perquisire quellappartamento, se ne andarono), il 2 aprile vi fu la seduta spiritica, il 6 aprile lirruzione nel paese di Gradoli; poi il 18 aprile il covo di Via Gradoli viene abbandonato con modalit estremamente singolari. Il covo venne apparentemente scoperto perch una doccia lasciata aperta determin lallagamento di un appartamento sottostante. Per, proprio ieri sera, ho parlato con un giornalista che a lungo si occupato di questo problema, e mi ha detto che i brigatisti non la raccontano per intero. Nei colloqui privati, infatti, dicono che lo fecero perch trattandosi di un covo frequentato anche da molti brigatisti che venivano da fuori, da persone vicine (la Faranda ci ha detto che prima ancora che dalle BR lappartamento era stato utilizzato anche da irregolari, da persone dellAutonomia), e avendo capito che il covo ormai scottava volevano dare un segnale netto, affinch nessuno, passando da Roma, fosse punto dalla vaghezza di andare a fare una visita ai compagni combattenti. Allora, secondo questa versione pi severa, aver fatto uscire il nome di Gradoli paese, aver determinato lirruzione militare nello stesso, con il clamore che ci poteva suscitare, poteva anche essere un modo per segnalare ai brigatisti che le forze di sicurezza si stavano avvicinando a quel covo. Lei un intellettuale, un professore universitario, questo aspetto non la fa riflettere? 21 Diciamo che la versione un po' macchinosa ma appare decisamente pi credibile della storia della seduta spiritica. Il professor Cl non convinto ed accorato nel difendere una posizione che, anche se fosse soggettivamente difendibile in quanto corrispondente ad un ricordo vivido conservato nell'arco di decenni, risulta insostenibile data l'oggettiva irragionevolezza della stessa posizione, sostenuta contro ogni dato razionale riconosciuto : CL. Le confesso, signor Presidente, e confesso alla Commissione che la reazione che provo rispetto ad una ricostruzione che posso dire, anzi ribadisco con tutta, profonda onest, corrisponde al vero (per quanto nemmeno io sappia spiegare ci che irrazionale, quindi perch il piattino si muovesse) amara. Voglio dire che sul piano della profonda coscienza una congettura che ci dipinge come un assieme di persone che hanno costruito una verit falsa su questa vicenda sinceramente una congettura che mi ferisce profondamente. Dico ci con tutto il rispetto per la Commissione e per chi legittimamente condivide questa congettura che io respingo con forza, con costernazione, per quanto mi renda conto che la vicenda che abbiamo vissuto e che abbiamo narrato abbia degli aspetti di irrazionalit che io stesso non so comprendere.22 Fatto sta che le indagini assumono una direzione veramente grottesca quando le forze dell'ordine irrompono nella quiete del paesino di Gradoli per cercare quello che non avevano nessuna intenzione di trovare: () la televisione trasmise le immagini dellirruzione militare nel paese di Gradoli: serbo un ricordo molto preciso, ricordo ancora le tute mimetiche e questo paesetto con le sue casette dove si vedevano gli uomini che entravano con il mitra e facevano una perquisizione; un intero paese fu perquisito. 23(E' un ricordo del presidente
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XIII legislatura.Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. 36 resoconto stenografico della seduta del 23/06/1998. Pag. 1532 22 Ibidem, pg. 1533 23 Ibidem
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della Commissione, G.Pellegrino) . L'altra faccia di questa farsa il ritrovamento del vero riferimento al nome Gradoli, ossia l'omonima via, e la base Br ubicata al nr. Civico 96, episodio che abbiamo accennato in precedenza e che riguarda l'irruzione e la relativa, probabile, messinscena allestita nel 'covo' e ordita da un'ineffabile regia occulta che manovra senza sosta. E' stato fatto cenno che i pompieri, chiamati da un'inquilina dell'appartamento sottostante a quello delle Br, si recano in via Gradoli perch c' una infiltrazione d'acqua proveniente proprio da quell'appartamento. Ma che strano, che distratti questi brigatisti, avranno dimenticato un rubinetto aperto... Non proprio cos. Sergio Flamigni, riporta la testimonianza di un maresciallo dei pompieri che sostenne di avere trovato il rubinetto della doccia aperto a getto forte...appoggiato ad una scopa all'interno della vasca e il getto si dirigeva sulla parete...in quel punto si notava una piccola fessura nella quale con ogni probabilit l'acqua penetrava.24 Ma Moretti, alla domanda insistente di C.Mosca/R.Rossanda su quella bizzarra circostanza, risponde incavolato : ...ma...possibile che si riduca questa storia, che per molti versi una tragedia, a una faccenda di tubi di scarico, di docce, di cessi insomma? () Cos dovr rispondere per il resto dei miei giorni alla domanda: perch sgocciolava proprio quel 18 aprile? Non lo so, lo giuro, avr lasciato un rubinetto aperto, oppure l'ha fatto Barbara (Balzerani), che una donna straordinaria ma di mattina sempre insonnolita. 25 Fatto che in un battibaleno la via e l'intero quartiere pullula di volanti della polizia, agenti in divisa e in borghese a decine, artificieri dell'esercito, sirene e telecamere. Insomma un gran baccano. Perch? E' lo stesso Flamigni a dare la risposta : La messinscena era finalizzata alla scoperta della base Br preservando per la libert dei brigatisti che la abitavano, i quali dovevano portare a compimento l'atto finale il pi importante dell'operazione Moro, cio l'uccisione del prigioniero. Dunque il 'covo' era stato bruciato e l'annuncio viene dato in diretta televisiva, ovvio che i Br non si avvicineranno pi a quel singolare appartamento. Ma la cosa ancor pi strana che gi il 6 aprile, con l'invasione del paesino di Gradoli, quei distrattoni dei Br avrebbero dovuto mangiare la foglia, invece bisogner arrivare all'avviso pi consistente, ovvero alla scoperta della base, per convincerli a sloggiare, visto che qualcuno aveva indirettamente tentato di avvisare le forze dell'ordine, con la maldestra iniziativa della seduta spiritica, per fare sapere loro (cio a quelli che non lo volevano sapere!) come arrivare a Moro e alla sua prigione. Ma i tessitori della trama non si fermano, anzi attuano una doppia manovra. Lo stesso giorno dell'irruzione in via Gradoli, il 18 aprile, viene diffuso un falso comunicato n.7 in cui si annunciava l'avvenuta esecuzione di Aldo Moro mediante suicidio e che il cadavere si trovava impantanato nei fondali limacciosi del Lago della Duchessa a 1800 mt. di altezza, al confine tra il Lazio e l'Abruzzo, oggi rinomata meta per gli amanti del trekking. Perch ? Riferisce Flamigni che l'idea di

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Cfr. S. Flamigni, op. cit. pg. 281 C.Mosca/R.Rossanda, op.cit. pg. 164
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diramare un falso comunicato era gi stata avanzata dal sostituto procuratore Claudio Vitalone26 (uomo di Andreotti) allo scopo di creare disturbo all'interno delle Br e magari problemi interni ed eventuali fughe o spaccature. Ma risulterebbe, in via ufficiosa, che l'idea venne accantonata. Ci che grave, e che rende ancora pi profondo il segno della manovra occulta in atto, il fatto che quel comunicato venne ritenuto attendibile dal Viminale, ovvero da Cossiga. Si naviga in acque ancor pi limacciose di quelle del Lago della Duchessa: chi avrebbe dovuto valutare l'eventuale ricorso ad un'azione di guerra psicologica, come la diffusione di un falso comunicato, era proprio all'interno di quelle Unit di crisi istituite all'interno del Viminale e manovrate da Cossiga che avevano avallato, in un primo momento l'autenticit del documento. Dunque, nei fatti, sembra che la brillante idea dello specchiato senatore democristiano non fosse stata scartata: (...) i massoni piduisti che controllavano i Servizi strutturati nel doppio livello (quello ufficiale istituzionale e quello clandestino e illegale di matrice atlantica) con il falso comunicato Br n.7 attuarono un'operazione di guerra psicologica finalizzata a stringere i tempi per l'uccisione del presidente della Dc.27 Qualche anno dopo si sapr anche chi fosse che materialmente si era occupato della falsificazione : Quel documento non lo avevano scritto le bierre, ma tale Antonio Chichiarelli, detto Toni, falsario e rapinatore che gravitava nell'area della banda della Magliana, uno dai mille legami equivoci () Anni pi tardi, avrebbe avuto mano in una rapina da 35 miliardi alla Brink's Securmark, rivendicata con un documento pure quello firmato Br e anche quello falso (...) .Dieci proiettili l'avrebbero ammazzato la notte fra il 27 e il 28 settembre 1984. Il mandante dell'omicidio, si disse forse il committente del falso Comunicato n.7 e che rimase anonimo (...)28 Il 20 aprile i brigatisti negarono, diffondendo il vero comunicato n.7, l'autenticit del ciclostilato - dato alla stampa per una particolare casa editrice denominata Banda della Magliana - e denunciarono l'infiltrazione dello stato nella gestione del sequestro. Le interconnessioni tra la banda della Magliana e i Servizi costituiranno vasta materia processuale, in modo particolare, nel procedimento contro Andreotti, Vitalone e C. per l'omicidio di Mino Pecorelli 29. Sconcertante che il primo a collegare la messinscena di via Gradoli con l'altra insensata spedizione al Lago della Duchessa, interamente ghiacciato, fosse stato proprio Pecorelli, in un articolo dal titolo Diario sull'irreale assoluto, sul suo settimanale OP e questo il 25 aprile a pochi giorni dallo svolgimento dei fatti.
Claudio Vitalone, (1936-2008), magistrato, sostituto procuratore della repubblica presso il Tribunale di Roma, poi eletto senatore democristiano e quindi nominato sottosegretario. Figura di spicco della corrente andreottiana. Esercit la pubblica accusa al processo per il golpe Borghese, vicenda ancora pi oscura se, guardata in controluce, si scorge l'inquietante presenza del defunto senatore. Secondo una definizione di Eugenio Scalfari: "Claudio Vitalone da anni, lo sa qualunque cronista giudiziario che eserciti a Roma la sua professione, il portavoce a palazzo di Giustizia del presidente del Consiglio(la Repubblica, 21 aprile 1979). Verr processato per l'omicidio di Mino Pecorelli, insieme al suo 'nume tutelare': (...)il processo Pecorelli anche il processo a Claudio Vitalone, consigliere alla corte d'Appello di Firenze e in corsa per la Cassazione. La motivazione della sentenza di assoluzione per Andreotti, Vitalone e altri quattro imputati per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, dedica proprio al magistrato pagine pesanti. Emerge, dicono i giudici, "la prova di rapporti tra Claudio Vitalone e la banda della Magliana in persona di Enrico De Pedis". Ma aggiungono: "Gli elementi probatori non sono univoci e non permettono di ritenere riscontrata la chiamata in correit fatta nei suoi confronti". Insomma, Vitalone aveva rapporti con l'organizzazione criminale ma non ci sono prove abbastanza evidenti dal punto di vista penale. (la Repubblica, 01 agosto 2000).
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S. Flamigni, op. cit. pg. 289 V. Tessandori, Qui Brigate Rosse: il racconto, le voci, Baldini Castoldi Dalai Ed., 2009, Milano, pg.145 V. nota 437 e nota 448
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Questo Pecorelli ne sapeva una pi del diavolo oppure con il diavolo era stretto da un intimo rapporto di parentela. Propendiamo per quest'ultima ipotesi. Pecorelli era stato affiliato alla Loggia massonica P2 di Licio Gelli e, a quanto sembra, solo in una fase immediatamente precedente, aveva deciso di tirarsi fuori : In diversi anni grazie al giro di relazioni e rapporti nell'ambito della Loggia P2 Pecorelli aveva pubblicato numerosi scottanti servizi: su una presunta Loggia massonica in Vaticano, sul passato di Gelli, sui rapporti di Andreotti con Sindona, sul contrabbando di petroli (), sulle carte segrete di Moro....Ma nei mesi precedenti alla sua tragica morte, i bersagli preferiti erano diventati Andreotti e il suo entourage 30 Nel vero comunicato n.7, inoltre, allegata una foto di Aldo Moro ritratto con una copia di Repubblica del 19 aprile e la macabra rassicurazione che la condanna a morte sar eseguita. Si poneva, quindi, la questione della liberazione di prigionieri comunisti. Una questione su cui Moretti dir che si trattava del tentativo di lanciare un segnale di apertura e che una qualunque risposta, da parte dei vertici dello stato e della Dc, che suonasse come un riconoscimento politico all'azione delle Br, sarebbe potuto essere decisivo. Ma dalle parole di Moretti traspare che il primo a non crederci, ovvero a non credere che la cosiddetta linea della fermezza potesse incrinarsi, era proprio lui stesso. Nel frattempo si agitano le correnti sotterranee del partito della trattativa: in testa il PSI di Bettino Craxi, coadiuvato da Claudio Signorile (membro della Direzione del PSI ed esponente, non degno, della sinistra lombardiana31 del partito socialista), pezzi dell'Autonomia Operaia, Daniele Pifano e Lanfranco Pace, operarono per conto di quell'ala della politica italiana che, in quell'occasione ag (a prescindere da ogni valutazione postuma di eventuali tornaconti politici finalizzati a rompere l'asse Dc/Pci, imperniato sulla linea della fermezza), per cercare di salvare la vita ad Aldo Moro. Correnti che si infrangono debolmente sulla barriera frangiflutti costituita da Cossiga e i comitati piduisti insediati al Viminale, dalla banda della Magliana in combutta con i Servizi, e poi Roma e il suo dedalo di luoghi che si intrecciano; Andreotti, un pesce che nuota nella sua acqua torbida, e i brigatisti dentro un disegno, come figure di carta, e infine Moro, che combatte la sua battaglia usando la carta e il lapis appuntito per incidere, lettera su lettera, le mura di una prigione da cui uscir cadavere,

30 M. Guarino Fedora Raugei, Gli anni del disonore: dal 1965 il potere occulto di Licio Gelli e della Loggia massonica P2(...), Ed. Dedalo, Bari, 2006, pg. 163 31 Riccardo Lombardi nacque in Sicilia nel 1901, a Regalbuto in provincia di Enna, se ne and giovanissimo a Milano per completare i suoi studi di ingegneria al Politecnico. La sua radice era cattolica ma, ben presto, si avvicin al pensiero marxista. Fu un antifascista della prima ora, irriducibile; negli anni venti, a seguito di un volantinaggio in fabbrica, conobbe la ferocia del regime sulla sua pelle: le percosse dei fascisti gli causarono lesioni polmonari. Ader prima al partito comunista e poi al partito d'azione. Fu membro autorevolissimo del CLNAI (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia) e ministro del primo governo De Gasperi, nel 1945. Successivamente si impegn con intelligenza e passione (rare in questi nostri giorni di squallido opportunismo) nella costruzione di una nuova Italia. La sua vicenda politica, a seguito dello scioglimento del Pd'A, fu vissuta tutta dentro il PSI con la missione, tenace e potentemente idealistica, di non fare smarrire a quel partito la sua rotta originaria: la scelta partigiana e di classe dell'ideale socialista. Per tale coerenza cozz, inevitabilmente, con la deriva che quel partito aveva assunto sotto la direzione politica di Craxi (1979), da cui lo divideva, non solo la storia ma l'intero orizzonte politico. Nel 1980, eletto presidente del PSI, si dimise dopo soli due mesi. Nel 1983 la sua chiara opposizione al craxismo gli cost la rielezione al Senato. Mor nel 1984 e con lui si spense l'unica vera voce di sinistra rimasta in quel partito, partito che aveva perso la sua natura e il suo senso originario.

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sono i personaggi di una tragedia dei nostri tempi, che si svolge dietro le quinte, come un teatro delle ombre.

Caratteri di piombo e lettere di accompagnamento. L'uomo che era stato rinchiuso nella prigione del popolo stava vivendo un dramma profondo, qualcosa che difficilmente si riesce ad immaginare nel suo reale abisso di angoscia. Un uomo nelle mani di altri uomini, come avviene durante un rapimento, ma anche durante un arresto o un fermo di polizia. Un uomo diventa un prigioniero, la sua umanit, ovvero la condizione che lo accomuna agli altri appartenenti alla specie, subisce una metamorfosi. Ci avviene ad opera di altri uomini o per mezzo di un'istituzione. Pensate a quelli che sono stati sepolti vivi a Guantanamo. Il prigioniero Aldo Moro privo della voce, ossia di quel mezzo espressivo che nell'immediatezza media il rapporto con l'esterno, con quella parte del mondo con cui si stabiliscono ragnatele di relazioni, confronti su vari livelli, familiari, di lavoro, di affetto, di amicizia, con altri esseri umani. E' un mondo in cui possibile prendere un caff al bar, fare una passeggiata al mare, bussare ai vicini per chiedere una busta di latte. Il mondo delle piccole cose di cui intessuta una vita umana. La detenzione una sospensione di questa umanit, una condizione che si pone anzitutto fisicamente. E' prima di tutto il nostro corpo che subisce una costrizione fisica, i cui livelli di severit si estendono in gradazioni e sfumature che variano a seconda delle latitudini, ma anche del tempo e dei tempi e che richiederebbero volumi di storia e di geografia carceraria per coglierne l'essenza. Di contro potremmo dire semplicemente che la questione nel nocciolo e quel nocciolo la privazione del proprio corpo ad agire e reagire nel mondo: che tu abbia il corpo, habeas corpus. In questa sospensione il nostro essere uomini che muta di segno. Sciascia (lo abbiamo descritto in precedenza) sosterr che quella condizione, ossia la condizione di Aldo Moro durante i 55 giorni di prigionia, produrr una mutazione delle modalit espressive, evidenzier il nesso tra la carne viva, l'esigenza primaria della sopravvivenza e la lingua. E' in questa correlazione che il medium espressivo, ovvero la scrittura, tenta di farsi strumento fisico, chiave, grimaldello, per la ricerca della liberazione prima e poi, con macabra consapevolezza, per la salvezza della sua stessa vita. E, infine, testamento, come lascito ma anche come testimonianza di una negazione che resta sospesa nel tempo come una maledizione. Il percorso di questa disperata ricerca, dipanatasi attraverso un labirinto di lettere, segni grafici, caratteri di piombo, sotto forma di argomenti, spiegazioni, richieste esplicite di aiuto, affettuosi richiami familiari, ma anche invettive, profezie e visioni, compongono il mosaico finale di un epoca, come un susseguirsi di scene di un ciclo unico di eventi ma di diverso soggetto, come le rappresentazioni musive di una cattedrale bizantina.

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L'Archivio '900 (www.archivio900.it), alla voce le lettere dal carcere del popolo raccoglie ottanta32 di quelle lettere che inevitabilmente restano annodate, l'una nell'altra, costituendosi in cordone ombelicale di un'epoca dalla quale sembra non ci si riesca a staccare, rivelando, per chi, in questa di epoca, abbia voglia di riceverlo, il senso nascosto di una biopolitica, ovvero di ci che riguarda quell'area della vita in cui le dinamiche del potere diventano estrinseche alla condizione umana, nel senso che la governano sin nell'intimit (il corpo, la psiche, i sentimenti) segnandone per il distacco e collocandone il nucleo in un corpus di regole sovraordinate rispetto all'uomo e quindi disumanizzate. E' evidente che quei nodi (la trama di quelle lettere) - il tema dello scambio dei prigionieri e le correlazioni etiche e giuridiche, ma anche religiose e politiche, di quella transazione; la consapevolezza nuova, nella sua estrema nudit, della consistenza disumana dei suoi gi ex compagni di partito; il suo contrappunto, ovvero la tenerezza verso il nucleo originario della vita focalizzatosi nella famiglia, la moglie, i figli, il nipote e, infine, la lucidit profetica dei moribondi sul futuro infausto della nostra democrazia costituiscono il viluppo attorno al quale la vicenda di Aldo Moro diventa modello storico vivente di un'agonia umana e politica. Gi a partire dal comunicato n.4 del 04 aprile 1978 il gioco della trattativa sembra intavolato, ancorch formalmente negato, dai bierre : Moro afferma nelle sue lettere che si trova in una situazione "eccezionale" privo della "consolazione" dei suoi compari, e perfettamente consapevole di cosa lo aspetti. In questo una volta tanto siamo d'accordo con lui. Che uno dei pi alti dirigenti della DC si trovi sottoposto ad un processo popolare, che debba rispondere ad un Tribunale del Popolo di trent'anni di regime democristiano, che il giudizio popolare nella sua prevedibile durezza avr certamente il suo corso, una situazione che fino ad ora stata "eccezionale". (...) Fin qui l'introduzione, intessuta dalla consueta prosa brigatista. Ma nel prosieguo sembra evidente che, pur sottolineando che il contenuto delle missive dirette a Cossiga e Zaccagnini (di cui pi avanti vedremo un estratto) - in cui li invita a considerare la sua posizione di prigioniero politico in relazione a quella dei combattenti comunisti prigionieri delle carceri del regime, - si osserva che tale posizione non manca di realismo politico nel vedere le contraddizioni di classe oggi in Italia. E, rinforzando la sensazione secondo la quale un'apertura verso uno scambio del prigioniero Moro con altri prigionieri politici sia praticabile, si coglie dal mucchio la frase: Abbiamo pi volte affermato che uno dei punti fondamentali del programma della nostra Organizzazione la liberazione di tutti i prigionieri comunisti ...(...) La conclusione denuncia per una cautela, di chi sembra mettere le mani avanti contro eventuali manovre (quelle
32 M. Gotor che ha curato un testo che raccoglie ed analizza le lettere di Aldo Moro (Lettere dalla prigionia, Einaudi, 2008), conta complessivamente 97 testi: (78) lettere, sette testamenti, cinque biglietti e sei versioni differenti di cinque missive (v.pg. 223). La differenza nel computo delle lettere tra quelle pubblicate dal sito Archivio'900.it e il testo di Gotor dovuto alla diversa classificazione tra lettere e biglietti.

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che poi ci saranno effettivamente e che bloccheranno ogni azione umanitaria spostando la trattativa non sulla vita di Moro ma sulle sue carte, ovvero sulle sue eventuali rivelazioni e sui misteri legati al suo Memoriale) : Certo perseguiremo ogni strada che porti alla liberazione dei comunisti tenuti in ostaggio dalla Stato Imperialista, ma denunciamo come manovre propagandistiche e strumentali i tentativi del regime di far credere nostro ci che invece cerca di imporre: trattative segrete, misteriosi intermediari, mascheramento dei fatti. 33 Siamo solo al comunicato nr.4, il seguito sar costituito dalle vicende legate al falso comunicato nr.7 e alla vicenda di via Gradoli di cui abbiamo gi detto. Ma torniamo alle lettere. Non ci perdiamo nell'indagine filologica (seppure notevole) che svolge ad esempio lo storico Miguel Gotor, rileviamone per alcuni dati e cio: Nel corso dei 55 giorni del suo rapimento Moro scrisse almeno 97 messaggi tra lettere, testamenti e biglietti. Questi testi sono giunti a noi in tre differenti momenti, nell'arco di dodici anno di tempo.34 Tra questi scritti si annoverano originali (ossia le lettere che vennero recapitate durante i 55 giorni della prigionia), e poi ci sono copie fotostatiche e dattiloscritti. Questi ultimi furono rinvenuti in due fasi nella base bierre di via Monte Nevoso, a Milano. Il primo ritrovamento avvenne durante l'irruzione del nucleo speciale antiterrorismo comandato dal generale Dalla Chiesa il 1 ottobre 1978 (in quell'occasione venne ritrovata anche una parte del Memoriale, ossia la trascrizione delle risposte alle domande dell'interrogatorio brigatista, ma anche note ed analisi sui primi trent'anni di storia repubblicana redatti da Aldo Moro); il secondo ritrovamento avvenne, sorprendentemente nello stesso luogo, e, stando alla versione ufficiale, in modo casuale da un operaio che lavorava alla ristrutturazione dell'immobile, addirittura dietro un pannello di gesso, inopinatamente trascurato dal tetragono nucleo antiterrorismo di Dalla Chiesa. In ogni caso, ci che stato ufficialmente ritrovato in via Monte Nevoso, non materiale originale, si trattava, come detto, di copie o di trascrizioni battute a macchina; gli originali sinora riconosciuti sarebbero dunque soltanto quelli recapitati durante il periodo della prigionia di Aldo Moro. Se ne deduce che o i brigatisti operarono una censura strategica sugli scritti di Aldo Moro, e ci, almeno in parte, sembra rispondere al vero, oppure quelle missive furono soltanto in parte rese pubbliche dai destinatari ovvero intercettate ed occultate dagli apparati di polizia e dei servizi. Ma a chi scrisse le sue missive Aldo Moro? E, in quali condizioni? Rispondiamo all'ultima domanda. Almeno proviamoci. Perch il luogo della scrittura, o meglio il luogo da dove si presume abbia scritto dovrebbe essere quello della sua detenzione, ovvero la prigione di via Montalcini,8 a Roma: Un cubicolo lungo tre metri e largo meno di uno, quanto una comune porta di appartamento, stipiti compresi. All'interno solo una branda, un water fisiologico e un
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Comunicato n.4 in http://www.brigaterosse.org/brigaterosse/documenti/archivio/doc0022.htm ALDO MORO, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, 2008, Einaudi, pgg. XIX-XX della premessa.
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condizionatore per il ricambio dell'aria.

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Una specie di box ricavato tra una stanza e un'altra,

occultato da una parete di gesso. Non c' un tavolo per la scrittura. Alla domanda di C. Mosca : Moro scrive molto, moltissimo, come fa l dentro? Moretti risponde: Fa eccome. Si alza pochissimo dalla branda. Sta sempre sdraiato o seduto. Legge e scrive con i cuscini dietro la schiena.36. Sulla grafia di Moro si eserciteranno esperti e specialisti in quantit, e il risultato sembra sia stato che la condizione del detenuto non faceva denotare una condizione di particolare sofferenza fisica oppure specifici aloni, insopprimibili dal segno grafico, derivanti da un trattamento psicologico particolarmente violento, sembra risalti, invece, la realt della scrittura ad evidenziare la fallacia di chi volle presumere, da parte del presidente della Dc, uno stato di costrizione morale e psichica che lo avrebbe indotto a scrivere quanto non avrebbe voluto. Scrive sul punto Miguel Gotor : E poi c' la realt della scrittura, la sua evidenza materiale, decine e decine di lettere dalla grafia il pi delle volte rotonda, regolare, simmetricamente distribuita sui fogli, tratti da un bloc notes a quadretti, in formato A4.37 Le condizioni di scrittura per solleveranno un altro dubbio e sar il fratello del prigioniero a rilevarlo, il magistrato Alfredo Carlo Moro : Una detenzione in un ambiente cos ristretto avrebbe dovuto () lasciare segni evidenti sul prigioniero. Una cos lunga privazione d'aria () non poteva non avere effetti evidenti sul fisico del prigioniero, mentre nell'autopsia si ritenuto che Moro fosse in buone condizioni fisiche. () il cadavere si presenta curato nell'igiene personale ()etc. . Tuttavia, noter il fratello di Moro, che non era stata disposta una perizia per accertare se i risultati dell'autopsia fossero compatibili con la descrizione dell'ambiente e delle modalit di vita del sequestrato durante la sua prigionia. La perizia giudiziaria avrebbe potuto chiarire anche come Moro avesse potuto scrivere in bella grafia tutte le carte trovate in fotocopia in via Monte Nevoso, senza avere a disposizione un tavolino ma come sostengono i brigatisti stando sdraiato sul letto, appoggiato a dei cuscini.38 Dunque, anche da questa angolazione, emergono dubbi circa il fatto che l'effettivo luogo di detenzione potesse essere stato, per tutti i 55 giorni del sequestro, il cubicolo di via Montalcini. Ma, sebbene con una certa sommariet in questo contesto, si pu anche ribadire che le teorie strumentali, imperversanti durante il sequestro, e riguardanti l'uso di psicofarmaci somministrati al sequestrato per fiaccarne la volont ed orientarne il modo di pensare, oppure forme raffinate di brain washing, o anche la Sindrome di Stoccolma39, avevano lo scopo preciso di screditare i contenuti conosciuti ed occulti delle carte di Moro.
35 36

Ibidem, pg. 185 C.Mosca/R.Rossanda, op.cit. pg. 137 37 M. Gotor, op. cit. pg. 188 38 S.FLAMIGNI, op. cit. pg. 221 rif. Alfredo C.Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori riuniti 1998, pgg. 62-63 39 La sindrome deve il suo nome al furto alla "Kreditbanken" di Stoccolma del 1973 durante il quale alcuni dipendenti della banca furono tenuti in ostaggio dai rapinatori per sei giorni. Le vittime provarono una forma di attaccamento emotivo verso i banditi fino a giungere al punto, una volta liberati, di prenderne le difese e richiedere per loro la clemenza alle autorit. [fonte: http://it.wikipedia.org]
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Tutto questo per non importante, almeno per chi decida di leggerle quelle lettere e provare un senso di empatia, del tutto naturale con chi le ha scritte, immergendosi o abbandonandosi, altrettanto naturalmente, a delle riflessioni che potrebbero anche essere rappresentazioni testamentarie di un epoca, portandoci in un luogo, dopo il lungo peregrinare che ci siamo imposti, un luogo da cui si intravede il nostro trentennale deserto popolato da jene, predoni sbandati, signori della guerra avidi e omicidi, mercanti bugiardi, governanti spergiuri, servi traditori e concubine. La mappa dei destinatari di quelle missive ricostruisce un'intelaiatura di potere, la cui forza ma l'altrettanta debolezza, viene messa a nudo da Moro stesso, come anche lui 'nudo', nei suoi sentimenti essenziali, nella sua ricerca di non essere sottratto ai suoi affetti, prima ancora che alla vita. Ma non si pu fare a meno di riconoscere, da quella scrittura, come sia sobria quella nudit. A Francesco Cossiga (lettera recapitata il 29/03/1978). Caro Francesco,40 mentre t'indirizzo un caro saluto, sono indotto dalle difficili circostanze a svolgere dinanzi a te, avendo presenti le tue responsabilit (che io ovviamente rispetto) alcune lucide e realistiche considerazioni. Prescindo volutamente da ogni aspetto emotivo e mi attengo ai fatti. Bench non sappia nulla n del modo n di quanto accaduto dopo il mio prelevamento, fuori discussione - mi stato detto con tutta chiarezza - che sono considerato un prigioniero politico, sottoposto, come Presidente della D.C., ad un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilit (processo contenuto in termini politici, ma che diventa sempre pi stringente). In tali circostanze ti scrivo in modo molto riservato, perch tu e gli amici con alla testa il Presidente del Consiglio (informato ovviamente il Presidente della Repubblica) possiate riflettere opportunamente sul da farsi, per evitare guai peggiori. Pensare quindi fino in fondo, prima che si crei una situazione emotiva e irrazionale. Devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto, si rivolge a me in
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Il destinatario il ministro degli interni pro tempore, Francesco Cossiga, allora quarantottenne, figura ambigua, sorniona e violenta, a tratti paranoica, che riusc anche a diventare anche Presidente della Repubblica
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quanto esponente qualificato della DC nel suo insieme nella gestione della sua linea politica. In verit siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed il nostro operato collettivo che sotto accusa e di cui devo rispondere. Nella circostanza sopra descritta entra in gioco, al di l di ogni considerazione umanitaria che pure non si pu ignorare, la ragione di Stato. Soprattutto questa ragione di Stato nel caso mio significa, riprendendo lo spunto accennato innanzi sulla mia attuale condizione, che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che pu essere opportunamente graduato, che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilit che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni. Inoltre la dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile gi nei casi comuni, dove il danno del rapito estremamente probabile, non regge in circostanze politiche, dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato. Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalit, mentre un indiscutibile stato di necessit dovrebbe indurre a salvarli, inammissibile. (...) Capisco che un fatto di questo genere, quando si delinea, pesi, ma si deve anche guardare lucidamente al peggio che pu venire. Queste sono le alterne vicende di una guerriglia, che bisogna valutare con freddezza, bloccando l'emotivit e riflettendo sui fatti politici. Penso che un preventivo passo della S. Sede (o anche di altri? di chi?) potrebbe essere utile. Converr che tenga d'intesa con il Presidente del Consiglio riservatissimi contatti con pochi qualificati capi politici, convincendo gli eventuali riluttanti. Un atteggiamento di ostilit sarebbe una astrattezza ed un errore. Che Iddio vi illumini per il meglio,
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evitando che siate impantanati in un doloroso episodio, dal quale potrebbero dipendere molte cose. I pi affettuosi saluti. Aldo Moro E', in tutta evidenza, il tentativo di intrecciare un lenzuolo, un lenzuolo che lo facesse uscire dalla prigione, fatto di parole serie e nette, senza ombra di tergiversazioni: prigioniero politico; processo; responsabilit trentennali collettive; ragion di stato; guerriglia; emotivit; freddezza; riservatissimi contatti. . Eppure quella lettera, cos chiara, lucida e consapevole l'emblema di come, in quella vicenda, la verit dei fatti, al solo evocarla, portava anzich ad una soluzione, ad una dannazione che si ritorceva sia contro chi l'aveva pronunciata che contro chi l'aveva udita. No, non poteva essere accettata la condizione di 'prigioniero politico', in Italia non c'era nessuna guerriglia, nessuna trattativa era concepibile, s, la 'ragion di stato' avrebbe dovuto prevalere, i 'riservatissimi contatti' potevano andare a farsi benedire, anzi nemmeno questo, vista l'impossibilit di dare uno sbocco ai tentativi che, sembra ci furono, da parte del Vaticano di pagare segretamente un riscatto in denaro. D'altronde mentre lo Stato (in quel momento rappresentato dal 'fronte della fermezza', ovvero Dc e Pci) riteneva improponibile una trattativa con i terroristi che avvenisse alla luce del sole, i brigatisti avevano, almeno nelle primissime battute del sequestro, come unico obiettivo che ci fosse una trattativa sulla liberazione di Moro, e che questa presupponesse l'implicito riconoscimento di un'altra forza in campo, ovvero quella del Partito comunista combattente, e che questa trattativa avvenisse il pi possibile allo scoperto, almeno per quanto fosse possibile nei suoi termini politici pubblici. Per questo decisero di pubblicare la lettera di Moro, contro la sua volont. E, di contro, lo Stato avvi quella campagna di 'antiguerriglia psicologica' tendente a dimostrare che Moro non era lucido, forse era sotto l'effetto di psicofarmaci, sicuramente sottoposto a costante brain storming, e ci a partire da quella frase in cui lo stesso Presidente della Dc diceva di essere sotto un dominio pieno ed incontrollato.

Lettera a Zaccagnini (recapitata il 04 aprile 1978). Caro Zaccagnini, scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilit, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della D.C. alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze
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che non difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri partiti; ma un cos tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la D.C., la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell'immediato, gli altri. () Si discute qui, non in astratto diritto (bench vi siano le norme sullo stato di necessit), ma sul piano dell'opportunit umana e politica, se non sia possibile dare con realismo alla mia questione l'unica soluzione positiva possibile, prospettando la liberazione di prigionieri di ambo le parti, attenuando la tensione nel contesto proprio di un fenomeno politico. Tener duro pu apparire pi appropriato, ma una qualche concessione non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la D.C. che, nella sua sensibilit ha il pregio di indovinare come muoversi nelle situazioni pi difficili. Se cos non sar, l'avrete voluto e, lo dico senza animosit, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincer un altro ciclo pi terribile e parimenti senza sbocco. Tengo a precisare di dire queste cose in piena lucidit senza avere subto alcuna coercizione della persona; tanta lucidit almeno, quanta pu averne chi da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non pu avere nessuno che lo consoli, che sa che cosa lo aspetti. Ed in verit mi sento anche un po' abbandonato da voi. Del resto queste idee gi espressi a Taviani per il caso Sossi ed a Gui a proposito di una contestata legge contro i rapimenti. () Aldo Moro Moro, anche in questo caso, dimostra con argomenti, privi di retorica e costantemente lucidi, rivolgendosi a tutto il gruppo dirigente del suo partito, non solo quale potesse essere la sua convenienza (se di convenienza, in un caso come il suo, si pu parlare) ma l'interesse generale e quindi l'opportunit umana e politica di attuare uno scambio di prigionieri. Ne si sottrae dal porsi dal punto di vista di chi sta fuori e si trova nella scomoda posizione di dover prendere una decisione gravosa (Tener duro pu apparire pi appropriato (...). Ma chi, se non la Dc, avrebbe potuto mettere in campo un'iniziativa politicamente sostenibile ? Moro ne ovviamente consapevole e mette in campo precedenti che avrebbero potuto sostenere le sue tesi, tra questi il legittimo argomento secondo il quale la sua posizione non era dettata solo dalla sua condizione attuale di prigioniero ma che corrispondeva ad una precisa convinzione umana e politica : Del resto queste idee gi espressi a Taviani per il caso Sossi ed a Gui a proposito di una contestata legge contro i rapimenti. Si ricorder che il caso Sossi (il precedente e clamoroso caso di sequestro del magistrato Mario Sossi, effettuato dalle Br e che si concluse con la liberazione dell'ostaggio, a seguito di una trattativa). Ma l'argomento usato da Moro innesc una polemica del tutto superflua a seguito della meschina smentita di Taviani (Gui invece conferm le affermazioni di Moro, e
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sarebbe stato ancora pi osceno se non l'avesse fatto vista l'appassionata difesa condotta da Moro in Parlamento, in occasione dello scandalo delle tangenti Lokheed, nel quale il suo compagno di partito era rimasto impelagato. Cfr cap.6.3.8.2 Processo alla Dc: backstage. ); Moro si trov costretto a rispondere delineando con fermezza un ritratto tutt'altro che lusinghiero del suddetto Taviani (un accenno alla questione gi presente. (Cfr. cap. 6.3.9 Operazione Fritz, [pg. 56 in questo testo] ). Lettera su Paolo Taviani (Recapitata tra il 9 e il 10 aprile, allegata al comunicato Br n 5). Filtra fin qui la notizia di una smentita opposta dall'On. Taviani alla mia affermazione, del resto incidentale, contenuta nel mio secondo messaggio e cio che delle mie idee in materia di scambio di prigionieri (nelle circostanze delle quali ora si tratta) e di modo di disciplinare i rapimenti avrei fatto parola, rispettivamente, all'On. Taviani ed all'On. Gui (oggi entrambi Senatori). L'On. Gui ha correttamente confermato; l'On. Taviani ha smentito, senza evidentemente provare disagio nel contestare la parola di un collega lontano, in condizioni difficili e con scarse e saltuarie comunicazioni. Perch poi la smentita? Non c' che una spiegazione, per eccesso di zelo cio, per il rischio di non essere in questa circostanza in prima fila nel difendere lo Stato. Intanto quello che ho detto vero e posso precisare allo smemorato Taviani (smemorato non solo per questo)() Ed io invece ho detto sin d'allora riservatamente al Ministro ed ho ora ripetuto ed ampliato una valutazione per la quale in fatti come questi, che sono di autentica guerriglia (almeno cio guerriglia)41, non ci si pu comportare come ci si comporta con la delinquenza comune, per la quale del resto all'unanimit il Parlamento ha introdotto correttivi che riteneva indifferibili per ragioni di umanit. Nel caso che ora ci occupa si trattava d'immaginare, con opportune garanzie, di porre il tema di uno scambio di prigionieri politici (terminologia ostica, ma corrispondente alla realt) con l'effetto di salvare altre vite umane innocenti, di dare umanamente un respiro a dei combattenti, anche se sono al di l della barricata, di realizzare un minimo di sosta, di evitare che la tensione si accresca e lo Stato perda credito e forza, se sempre impegnato in un duello processuale defatigante, pesante per chi lo subisce, ma anche non utile alla funzionalit dello Stato. C' insomma un complesso di ragioni politiche da apprezzare ed alle quali dar seguito, senza fare all'istante un blocco impermeabile, nel quale non entrino nemmeno in parte quelle ragioni di umanit e di saggezza, che popoli civilissimi del mondo hanno sentito in circostanze dolorosamente analoghe e che li hanno indotti a quel tanto di ragionevole flessibilit, cui l'Italia si rifiuta, dimenticando di non essere
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Come si rileva dalla nota tratta da A. MORO, Lettere dalla prigionia, a cura di M. Gotor (op.cit.), pg.44, nota (5): Sfugge il significato di questo inciso ().
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certo lo Stato pi ferreo del mondo, attrezzato, materialmente e psicologicamente, a guidare la fila di Paesi come Usa, Israele, Germania (non quella per di Lorenz), ben altrimenti preparati a rifiutare un momento di riflessione e di umanit. Si noti la pacatezza dellargomentare e, se si vuole, lo stile attraverso il quale largomento principe, riguardante lo scambio e/o la trattativa, che qui ricorre come anche nelle altre lettere - nella loro stragrande maggioranza - ma anche il richiamo inoppugnabile all'avvio di una opportunit di ragionamento sul senso della civilt democratica, (di che civilt si parla se non si tiene in considerazione, oltre a tutto il resto, anche la vita dei suoi cittadini, specie di chi si assunto ampie e gravose responsabilit nella conduzione dello stato?), nonch l'accenno concreto, ed ironico, circa il fatto che la fermezza non possa essere annoverata tra le virt italiche come la pi iridescente. Tornando all'oggetto della lettera e cio a Taviani: L'inopinata uscita del Sen. Taviani, ancora in questo momento per me incomprensibile e comunque da me giudicata, nelle condizioni in cui mi trovo, irrispettosa e provocatoria, m'induce a valutare un momento questo personaggio di pi che trentennale appartenenza alla D.C. Nei miei rilievi non c' niente di personale, ma sono sospinto dallo stato di necessit. Quel che rilevo, espressione di un malcostume democristiano che dovrebbe essere corretto tutto nell'avviato rinnovamento del partito, e la rigorosa catalogazione di corrente. Di questa Appartenenza Taviani stato una vivente dimostrazione con virate cos brusche ed immotivate da lasciare stupefatti. (---) A questo proposito si pu ricordare che l'Amm. Henke 42, divenuto Capo del Sid e poi Capo di Stato Maggiore della Difesa, era un suo uomo che aveva a lungo collaborato con lui. L'importanza e la delicatezza dei molteplici uffici ricoperti pu spiegare il peso che egli ha avuto nel partito e nella politica italiana, fino a quando sembrato uscire di scena. In entrambi i delicati posti ricoperti ha avuto contatti diretti e fiduciari con il mondo americano. Vi forse, nel tener duro contro di me, un'indicazione americana e tedesca? Aldo Moro Moro conosce bene il suo ambiente e l'epoca che lo attraversa, intuisce alla perfezione che dietro il fronte della fermezza c' una regia che non , non pu essere solo italiana, basterebbe solo
Quello dell'ammiraglio Eugenio Henke, nome dalle lontane ascendenze austriache, sino al 1975 Capo di Stato Maggiore della Difesa, un nome che ricorre spesso negli annali dei Servizi segreti italiani e, ancor di pi dei 'misteri italiani'. Legato a Taviani ma anche ai socialdemocratici, testa di ponte ferrea degli atlantisti nostrani, fu ai vertici del SID (denominazione che assunsero i Servizi nostrani nella seconda met degli anni '60) quando prendeva forma la 'strategia della tensione'. Il periodo coincide anche con l'espansione della Loggia piduista e con l'influenza di Gelli... (Cfr. M.Guarino/F.Raugei, Gli anni del disonore, Ed. Dedalo, pg.97). Noto per i suoi legami con i servizi della Grecia dei colonnelli golpisti, sembra fosse tra gli sponsor di una famigerata 'crociera di studi', svoltasi intorno al 1968, promossa per favorire i contatti tra le avanguardie criminali del neofascismo italiano e i fascisti greci, ben saldi al potere nella penisola ellenica.
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consultare l'organigramma dei comitati di gestione della crisi, relativi al 'caso Moro', istituiti da Cossiga al ministero degli Interni: Durante il sequestro Moro furono attivi, presso il ministero dell'Interno, tre gruppi di lavoro o comitati per la gestione della crisi (). Risulter impossibile ricostruirne con precisione l'attivit durante i 55 giorni della crisi, in quanto dagli archivi del Viminale scompariranno verbali delle riunioni e vari documenti (mentre altra importante documentazione rester occultata negli archivi dell'Arma dei carabinieri e dei servizi di sicurezza). Di certo c' che durante l'emergenza del sequestro, al Viminale la faceva da padrone l'esperto americano Steve Pieczenik, consigliere speciale del ministro dell'Interno Cossiga.
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Per tale ragione, per la schiacciante preponderanza delle logiche discendenti dalla storica contrapposizione est/ovest, Moro consapevole che l'unica via d'uscita pu provenire dal Vaticano. Ma quali ostacoli si contrapposero a quell'unica via, Moro dovette averne ben presto dolorosa consapevolezza. Egli stesso ne valuter le sfumature di ordine politico ed etico con gli strumenti culturali che gli erano affini; strumenti della logica e del pensiero coerenti con un credo religioso che riteneva potesse essere comune ai suoi interlocutori, di matrice cristiano cattolica, come lui stesso era, per educazione, per vocazione, per convinzione. Vediamo, quindi, come nella lettera indirizzata al direttore dell'Osservatore Romano, organo di stampa ufficiale della Santa Sede, Don Virgilio Levi : (Lettera scritta tra il 7 e l'8 aprile ma che non risulta recapitata44) Signor Vice Direttore dell'Osservatore Romano, (...) Mi parso di cogliere in questi giorni, a quanto mi stato riferito, una certa diversit di accenti nell'Osservatore Romano su un tema cos complesso, con un indurimento finale per che sarebbe stato registrato con compiacimento da quelli che potremmo chiamare i fautori della linea dura, quelli, in una parola, che accettano il sacrificio di vite innocenti, purch si sfugga, come si dice, ad ogni ricatto. Con riserva di avere almeno approssimativamente capito, vorrei rispondere con alcune pacate osservazioni. E' certo naturale che la Chiesa si preoccupi della stabilit dell'ordine sociale e dell'ordine giuridico in ispecie. Essa infatti in qualche modo partecipe della sorte dell'umanit e quindi del retto funzionamento degli istituti che la societ si dati, per raggiungere le proprie finalit. Ma il fatto che vi sono circostanze eccezionali, nelle quali il raggiungimento degli obiettivi normali risulta altamente costoso e va in particolare a detrimento di altri beni e valori, che, di per s, meritano di essere tutelati. Sapendo con certezza che, per giungere ad un certo risultato, devono essere compiuti sacrifici gravi o gravissimi e travolte cose che hanno un pregio in s, sapendo che per raggiungere un fine di giustizia vite innocenti devono essere sacrificate, io credo che sia doveroso fermarsi un momento a valutare e comparare. Credo che questa attenzione, questa
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S. Flamigni, op. cit. pg. 127 M.Gotor, op. cit. pg. pg. 36, Nota (1).
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trepidazione, questa delicatezza siano doverose per tutti, quale che sia la loro fede, per semplici doveri di umanit. E non si spiega cos il fatto che Stati di diversa cultura, di fronte al fenomeno crescente del terrorismo, il pi delle volte si siano fermati attoniti e poi abbiano deciso non in favore della regola astratta, ma della ragione di vita concreta? Cos avviene il pi delle volte in questo mondo cos civile e cos incivile insieme, ma dove degli strappi sono ritenuti necessari per evitare guai peggiori. Io non posso certo dire nulla in un caso che mi riguarda, ma sono purtroppo sicuro che il prevalere di una regola di durezza, accada quel che accada, malgrado l'ottimismo di tanti, porterebbe nel nostro Paese, gi cos provato, giorni di estrema durezza e carichi d'incognite. () Considerazioni di questo tipo, a prescindere dalle mie condizioni ben pesanti e dalle gravi preoccupazioni per la famiglia, mi son permesso di sottoporle, sapendo che la Chiesa non sar mai ultima a capire le ragioni dell'umanit. Chi lo pensa, non conosce la Chiesa. Con fiducia e deferenza. Aldo Moro In una missiva, probabilmente contemporanea, si rivolge direttamente al Papa Paolo VI - con il quale cera stato un rapporto di conoscenza pregressa oltre ai rapporti ovvi di rappresentante di maggior rilievo del principale partito italiano espressamente confessionale -; la richiesta netta : gli chiede di aprire la trattativa, di dare lavvio allo scambio di prigionieri politici. Si sottolinea, inoltre, che le ansie governative pur essendo comprensibili possono trovare rasserenamento nel fatto che pratiche umanitarie analoghe sono in uso presso moltissimi governi, i quali danno priorit alla salvezza delle vite umane e trovano accorgimenti di allontanamento dal territorio nazionale per i prigionieri politici. Al fulcro del messaggio si aggiunge un richiamo dai toni fraterni ma aspri : quale altra voce, che non sia quella della Chiesa, pu rompere le cristallizzazioni che si sono formate e quale umanesimo pi alto vi di quello cristiano? Una domanda che, nei fatti, non trover il riscontro auspicato45 . Segue un'altra lettera indirizzata al Pontefice di cui M. Gotor dice che stata Recapitata nel tardo pomeriggio del 20 aprile tramite Don Antonio Mennini46, per il tramite del padre spirituale di Aldo Moro: A Papa Paolo VI (Recapitata tramite Don Mennini alla S.ra Moro).
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Cfr. In http://www.archivio900.it la lettera n. 11 A Papa Paolo VI della quale M.Gotor dice :Si ritiene recapitata ma non divulgata. Scritta intorno all8/04/1978. V.op.cit. pg. 38, .nota (1). 46 M.Gotor, op. cit. pg. pg. 69, Nota (1).
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Alla stampa, da parte di Aldo Moro, con preghiera di cortese urgente trasmissione all'augusto Destinatario e molte grazie A S.S. Paolo VI Citt del Vaticano In quest'ora tanto difficile mi permetto di rivolgermi con vivo rispetto e profonda speranza alla Santit vostra, affinch con altissima autorit morale e cristiano spirito umanitario voglia intercedere presso le competenti autorit governative italiane per un'equa soluzione del problema dello scambio dei prigionieri politici e la mia restituzione alla famiglia, per le cui necessit assai gravi sono indispensabili la mia presenza ed assistenza. Solo la Santit Vostra pu porre di fronte alle esigenze dello Stato, comprensibili nel loro ordine, le ragioni morali e il diritto alla vita. Con profonda gratitudine, speranza e devoto ossequio dev.mo Aldo Moro 19 giorni dopo (il 9 maggio del 1978) Moro cadr per mano dei suoi assassini nonostante lestremo tentativo di Paolo VI, messo in atto con unaltra lettera, divenuta immediatamente famosa, con cui il Papa, rivolgendosi agli uomini delle Brigate Rosse cercher di ottenere la liberazione di Moro senza condizioni . Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libert, alla sua famiglia, alla vita civile l'onorevole Aldo Moro. Io non vi conosco, e non ho modo d'avere alcun contatto con voi. Per questo vi scrivo pubblicamente, profittando del margine di tempo, che rimane alla scadenza della minaccia di morte, che voi avete annunciata contro di lui, Uomo buono ed onesto, che nessuno pu incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile. Io non ho alcun mandato nei suoi confronti, n sono legato da alcun interesse privato verso di lui. Ma lo amo come membro della grande famiglia umana, come amico di studi, e a titolo del tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della Chiesa di Cristo. Ed in questo nome supremo di Cristo, che io mi rivolgo a voi, che certamente non lo ignorate, a voi, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno e innocente; e vi prego in ginocchio, liberate l'onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virt della sua dignit di comune fratello in umanit, e per causa, che io voglio sperare avere forza nella vostra coscienza, d'un vero progresso sociale, che non deve essere macchiato di sangue innocente, n tormentato da superfluo dolore. Gi troppe vittime dobbiamo piangere e deprecare per la morte di persone impegnate nel compimento d'un proprio dovere. Tutti noi dobbiamo avere timore dell'odio che degenera in vendetta, o si piega a sentimenti di avvilita disperazione. E tutti dobbiamo temere Iddio vindice dei morti senza causa e senza colpa. Uomini delle Brigate Rosse, lasciate a me, interprete di tanti vostri concittadini, la speranza che ancora nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanit. Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova. Dal Vaticano, 21 aprile 197847

47

Fonte: http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/letters/1978/
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In una biografia di Paolo VI si riscontra a tale proposito : Quando Paolo VI lesse la prima missiva si turb alquanto e decise di inviare a casa di Giulio Andreotti il Cardinale Agostino Casaroli. Andreotti risposte per scritto al sommo pontefice: I rapitori hanno posto il preciso tema del cosiddetto scambio di prigionieri. La inaccettabilit di tale disegno palese. Paolo VI alla fine della sua vita, si spegner il 6 agosto del 1978, probabile che le sue condizioni di salute abbiano influenzato la debole acquiescenza con cui si piegher ad accettare, senza opporvisi, la volont del governo guidato da Andreotti, strumento, in quella delicata fase, di un blocco inamovibile formato dallo stesso partito cui appartenevano sia Moro che Andreotti, ossia la Dc, nonch dal Pci, principale avversario storico della Dc, divorato, in quegli anni da una febbre securitaria ai limiti dellirrazionale, che aveva una sua origine nellansia di combattere non solo le Brigate rosse ma tutta la Sinistra non allineata nelle posizioni del Pci e di cui era il pi fiero avversario. A tale blocco politico si affiancavano le grandi ed oscure manovre del ministero degli Interni di Francesco Cossiga, influenzato ed inquinato, come si visto, da esperti dei servizi americani e da parecchie figure appartenenti alle alte gerarchie militari e che rispondevano al giuramento doppio della P2. Moro era comunque consapevole che una eventuale iniziativa del Vaticano doveva comunque avere non solo il benestare ma una piena, convinta e condivisa adesione di tutta la Dc. Nei suoi vertici, nella sue polimorfe espressioni correntizie e di potere. Numerose sono le lettere che Moro scriver a esponenti politici della Dc (e non solo) ma di lettere indirizzate a Benigno Zaccagnini, nella triplice raffigurazione di segretario del partito, del suo partito, nonch di amico personale e di compagno di corrente se ne riscontrano otto (si rilevi che di alcune Moro ne stender pi di una versione). La prima stata gi mostrata ma osserviamone in modo pi ravvicinato l'incipit: :Caro Zaccagnini, scrivo a te intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti, Cossiga ()48 In pratica tutta la nomenclatura di vaglio della Dc: Zaccagnini, Segretario; Piccoli, capogruppo Dc alla Camera; Bartolomei, capogruppo al Senato; Galloni e Gaspari vicesegretari nazionali della Dc; Andreotti, presidente del Consiglio; Cossiga, ministro dellInterno.49 Lobiettivo di Moro quello di fare intendere che la sua condizione di prigioniero non casuale ma causale, origina cio in modo peculiare dalla sua carica e dal suo ruolo svolto come mandatario del partito. () E' peraltro doveroso che, nel delineare la disgraziata situazione, io ricordi la mia estrema, reiterata e motivata riluttanza ad assumere la carica di Presidente che tu mi offrivi e che ora mi strappa alla famiglia, mentre essa ha il pi grande bisogno di me. Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente sono io.()
Cfr. In http://www.archivio900.it la lettera n. 05 di cui si riscontra in M. Gotor, op.cit. pg. 15 nota (1) che stata recapitata il 4 aprile.
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Cfr. M. Gotor, op.cit. pg. 15 nota (2)


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Torniamo quindi al 20 di aprile e ad un'altra lettera a Zaccagnini, recapitata anche questa tramite Don Mennini, contemporaneamente alla lettera a Paolo VI, quasi a conferma di quanto detto, ossia che la agognata 'via vaticana' alla trattativa passava necessariamente dalle decisioni del gruppo dirigente della Dc. Caro Zaccagnini, mi rivolgo a te ed intendo con ci rivolgermi nel modo pi formale e, in certo modo, solenne all'intera Democrazia cristiana, alla quale mi permetto di indirizzarmi ancora nella mia qualit di Presidente del Partito. E' un'ora drammatica. Vi sono certamente problemi per il Paese () Di questi problemi, terribili ed angosciosi, non credo vi possiate liberare, anche di fronte alla storia, con la facilit, con l'indifferenza, con il cinismo che avete manifestato sinora nel corso di questi quaranta giorni di mie terribili sofferenze. Con profonda amarezza e stupore ho visto in pochi minuti, senza nessuna valutazione umana e politica, assumere un atteggiamento di rigida chiusura. (...) Possibile che siate tutti d'accordo nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi del Paese? Altro che soluzione dei problemi. Se questo crimine fosse perpetrato, si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. Ne sareste travolti. Si aprirebbe una spaccatura con le forze umanitarie che ancora esistono in questo Paese, si aprirebbe, insanabile, (...) Io lo dico chiaro: per parte mia non assolver e non giustificher nessuno. (...) Ma soprattutto alla D.C. che si rivolge il Paese per le sue responsabilit, per il modo come ha saputo contemperare sempre sapientemente ragioni di Stato e ragioni umane e morali. Se fallisse ora, sarebbe per la prima volta. Essa sarebbe travolta dal vortice e sarebbe la sua fine. Che non avvenga, ve ne scongiuro, il fatto terribile di una decisione di morte presa su direttiva di qualche dirigente ossessionato da problemi di sicurezza, come se non vi fosse l'esilio a soddisfarli, senza che ciascuno abbia valutato tutto fino in fondo, abbia interrogato veramente e fatto veramente parlare la sua coscienza. (...)Dite subito che non accettate di dare una risposta immediata e semplice, una risposta di morte. Dissipate subito l'impressione di un partito unito per una decisione di morte. Ricordate, e lo ricordino tutte le forze politiche, che la Costituzione Repubblicana, come primo segno di novit, ha annullato la pena di morte. (...) Ecco nell'Italia democratica del 1978, nell'Italia del Beccaria, come nei secoli passati, io sono condannato a morte. Che la condanna sia eseguita, dipende da voi. A voi chiedo almeno che la grazia mi sia concessa; (...) Mi rivolgo individualmente a ciascuno degli amici che sono al vertice del partito e con i quali si lavorato insieme per anni nell'interesse della D.C. (...) Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d'Italia. Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul Paese. Pensateci bene cari amici. Siate indipendenti.
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Non guardate al domani, ma al dopo domani. Pensaci soprattutto tu, Zaccagnini, massimo responsabile. (...) Ed eccomi qui, sul punto di morire, per averti detto di s ed aver detto di s alla D.C. Tu hai dunque una responsabilit personalissima. Il tuo s o il tuo no sono decisivi. Ma sai pure che, se mi togli alla famiglia, l'hai voluto due volte. Questo peso non te lo scrollerai di dosso pi. Che Dio ti illumini, caro Zaccagnini, ed illumini gli amici ai quali rivolgo un disperato messaggio. Non pensare ai pochi casi nei quali si andati avanti diritti, ma ai molti risolti secondo le regole dell'umanit e perci, pur nella difficolt della situazione, in modo costruttivo. Se la piet prevale, il Paese non finito. Grazie e cordialmente tuo Aldo Moro C' poco da aggiungere a quanto scrive Aldo Moro, probabilmente non necessaria alcuna lettura in filigrana, le conclusioni sono evidenti: se non prevale il principio, non retorico, ma dolorosamente concreto, che una vita umana vale enormemente di pi dell'astratta ragion di stato, la democrazia si avvia verso un invisibile declino. Non pensate al domani dice Moro, pensate al dopodomani. Un'ipoteca sul futuro tanto scabra quanto gravosa. This is the end This is the end, beautiful friend This is the end, my only friend, the end Of our elaborate plans, the end Of everything that stands, the end No safety or surprise, the end I'll never look into your eyes again Can you picture what will be So limitless and free Desperately in need Of some stranger's hand In a desperate land Lost in a Roman wilderness of pain () Questa la fine, mio stupendo amico, Questa la fine, mio unico amico, la fine dei nostri piani elaborati, la fine di tutto,
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n salvezza, n sorpresa, non vedr pi i tuoi occhi, prova ad immaginare come sar, senza limiti, libero, disperatamente bisognoso, di una mano straniera, in una terra disperata, perso in una romana dolorosa brutalit () The killer awoke before dawn He put his boots on He took a face from the ancient gallery And he walked on down the hall () L'assassino si svegli prima dell'alba indoss gli stivali, prese una maschera dall'antica galleria, e scese gi nella stanza () E' un estratto di una vecchia canzone dei Doors e sembra riprodurre la scena di quegli uomini, che, sfilatisi i passamontagna, in una mattina di maggio, scendevano lungo le scale fino ad un garage, con un uomo con indosso i suoi abiti di marzo, ancora invernali, infilato in una cesta di vimini, due uomini persi nel loro sogno nietzschiano :Al mattino alle sei Mario entr da Moro. Lo svegli e gli disse che bisognava andar via. Non c'era tempo di sbarbarsi, n di fare colazione. () Vidi Mario e Germano uscire dallo studio trasportando cautamente la cesta. Si erano tolti i cappucci. Ora non restava che arrivare in garage. Il nostro box, come quello di ogni inquilino, affacciava su un unico grande vano sotterraneo che dava direttamente sulla strada. () Corsi ad aprire il box. Mi raggiunsero in pochi secondi, ed entrarono. () I colpi silenziati facevano un rumore strano, di tonfi soffocati. Ancora qualche minuto, poi Mario, dall'interno, mi chiese di sollevare la porta del box. L'auto si mosse lenta. Dissi freneticamente che dovevano cambiare macchina, perch la signora dell'ultimo piano ci aveva visti. Ma loro non mi ascoltarono. Erano pallidi e stravolti. Partirono.
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Li seguiva il loro sogno gi spento dalla trama fitta di

nebbia gelida, intessuta da Moretti nel dedalo di una romana dolorosa brutalit, affollata di figure con le facce prese from the ancient gallery, Anna Laura Braghetti e Prospero Gallinari, i carcerieri, Germano Maccari che impugnava insieme a Moretti le armi che uccisero Moro, Francesco Cossiga assediato dai demoni di una cospirazione all'ultimo respiro, Zaccagnini avvinghiato all'ennesima sigaretta aspirata con
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Anna Laura Braghetti/Paola Tavella, Il prigioniero, Feltrinelli, Milano, 2005


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una smorfia di rancore impotente, Paolo VI seduto sul soglio di Pietro, anche lui sordo al triplice canto di un gallo, generali e spioni, gladiatori e banditi, un'intera classe politica vetrificata dentro il cristallo di una tv che di l poco sarebbe andato in frantumi, giornalisti e tipografi, estensori di risoluzioni politiche e falsari, massoni con il cappuccio e in abito talare, una folla assiepata a fissare il bagagliaio di una Renault 4 amaranto, con un uomo, un prigioniero, riverso su una coperta, abbandonato in una via del centro di Roma, via Caetani, equidistante si disse tra via delle Botteghe Oscure, sede del Pci, e Piazza del Ges, sede della Democrazia Cristiana. Un destino incompiuto, questa la fine.

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