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CONFERENZA STAMPA ALLA CAMERA DEI DEPUTATI IL 16 OTTOBRE 2009 PER

LA PRESENTAZIONE DELL’APPELLO “PER LA CREAZIONE DI UNA COSTELLAZIONE


DEMOCRATICA”

Raniero La Valle:
Dei primi firmatari dell’appello, Ferrajoli e Ferrara sono fuori Roma per impegni
universitari, il prof. Zagrebelsky è a Torino. Tuttavia l’ex Presidente della Corte ha scritto un
articolo ieri su Repubblica in cui sono racchiuse le motivazioni più profonde di questo appello. Esse
dicono perché la difesa delle istituzioni è un bene comune che deve prevalere sia sui beni privati
che sugli interessi politici immediati di parte.
L’appello non è la risposta emotiva alla crisi di questi giorni di fuoco, dopo la sentenza della
Corte costituzionale che ha ovviamente dichiarato l’incostituzionalità della legge Alfano che
rinnegava l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Esso è nato in un Seminario della Sinistra
cristiana tenuto quest’estate a Camaldoli. Parte da un bilancio di 15 anni di riforme dell’assetto
istituzionale e politico italiano. Il risultato non è solo un fallimento, ma il formarsi di un buco nero
in cui tutta la nostra convivenza potrebbe sprofondare.
Il bipolarismo si è rapidamente trasformato nella pratica politica o nel sogno – come è stato
chiamato – di due partiti unici, ciascuno dei quali, da solo, pretende di rappresentare e governare
tutto il Paese, negando o cannibalizzando la parte avversa. Il bipolarismo all’italiana, nella versione
berlusconiana, vuole un’Italia fatta di due sole parti, la destra e la sinistra, ma in cui la sinistra non
ci sia.
Il perseguimento di questo obiettivo ha completamente sequestrato la politica, e anche
l’azione di governo, scatenando la guerra tra istituzioni e impedendo che esse si occupassero del
bene comune e delle necessità del Paese. Si è aperta la caccia alla giustizia, intesa come
magistratura o Corte costituzionale, e si è abbandonata del tutto – del tutto – la giustizia intesa come
giustizia sociale. Dall’Antico Testamento fino alla Costituzione repubblicana giustizia sociale vuol
dire fare giustizia all’orfano, alla vedova, al povero, al precario, al disoccupato, al naufrago, allo
straniero. E proprio perché non si fa questa giustizia, e anzi essa non è nemmeno in agenda, che la
Costituzione è più gravemente violata e anzi distrutta.
Berlusconi non è solo causa, ma anche effetto di questo degrado. Non solo la Corte
costituzionale e il presidente della Repubblica, ma anche il presidente del Consiglio è un organo di
garanzia. Anche lui giura, anche lui deve attuare le finalità della Carta, anche lui deve mantenere
l’unità del corpo politico, a cui “l’unità dell’indirizzo politico e amministrativo” che gli è affidata è
funzionale. Non si può governare contro più della metà del Paese, né si può dire agli industriali: voi
lavorate, alla democrazia ci penso io. Anche il fascismo diceva: qui non si fa politica, si lavora. Ma
se a far politica è uno solo, come avvenne allora, la catastrofe è assicurata.
In ogni caso la situazione ormai è che perfino se Berlusconi avesse ragione, la sua presenza
alla testa del governo è diventata causa di una grave turbativa dell’ordine pubblico e della vita
collettiva, genera ansia, promuove l’anarchia delle classi dirigenti, diffama l’Italia all’estero e
patrocina una cultura dell’odio e del nemico che non solo alla più piccola miccia può scatenare un
incendio, ma soprattutto corrode e corrompe il pensiero e lo stile dei rapporti sociali delle giovani
generazioni.
L’Italia è tarlata da questa cultura rampante che distrugge ogni legame sociale. Non c’è più
l’accoglienza di ciascuno del volto dell’altro. C’è un volto, come viene rappresentato in TV negli
scontri politici, che è un volto torvo, ghignante, sprezzante, minaccioso e senza luce d’intelligenza.
L’appello non mira perciò solo a un riscatto politico passeggero, ma a ricostituire le
condizioni di una cultura e di una civiltà politica diversa.
Con il pane e i circenses si può ballare una sola estate. Dire davanti ai morti dell’alluvione in
Sicilia e davanti al crollo dei redditi delle famiglie, che si farà il ponte sullo Stretto è una
provocazione. Come quella attribuita a Maria Antonietta: se non hanno pane, che mangino brioches.
Perché allora la “costellazione democratica”? Lo racconta la sua figura: ogni stella brilla di
luce propria, e ognuna ha il suo corso nel cielo. Nessuna inghiotte o distrugge l’altra. Ma insieme
formano un disegno, esprimono un progetto, e addirittura (nello Zodiaco) evocano un destino. Le
costellazioni esistono perché ci sono le stelle, e non le vogliono spegnere, ma anzi che brillino. Ma
insieme aggregate entrano nell’immaginario collettivo.
Fuor di metafora: in una Costellazione politica alcune forze tra loro più vicine si uniscono,
senza confondersi, per formare un governo; altre restano in un’orbita più larga, fanno parte di una
maggioranza parlamentare, e insieme si possono presentare in una alleanza elettorale come
alternativa al potere della destra; e prima ancora possono compiere insieme un’azione visibile nel
territorio per il radicamento di una cultura costituzionale e l’esercizio del pluralismo della
comunicazione sociale e della libertà.
Questa è una proposta non solo costruttiva per il centro-sinistra, ma anche liberatoria per la
destra: nessuno deve essere costretto a stare sotto Berlusconi per avere parte nella politica e nel
potere, tutti possono coesistere e cooperare rimanendo autonomi e diversi.
Ma è su questi piani alti di rapporti risanati tra istituzioni, forze politiche e mondi vitali del
Paese, che si può operare per la salvezza e la pace della Repubblica.