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UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI PALERMO

F A C O L T A’ DI ECONOMIA

CORSO DI LAUREA IN
SVILUPPO ECONOMICO E COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

LA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO E LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA


NEL SUD DEL MONDO

____________________________________________________________________

Relatore: Chiar.ma Prof.ssa

Alessandra Dino

Tesi di laurea di:

Vincenzo Monaco

A.A. 2008/2009
0
1
Indice

Introduzione .......................................................................................... 04

CAPITOLO 1
SUD DEL MONDO: CENNI STORICI DALLA COLONIZZAZIONE
AD OGGI .............................................................................................. 06

1.1 Africa ............................................................................................ 08


1.2 America Latina e Caraibi .............................................................. 12
1.3 Asia e Oceania ............................................................................ 16
1.4 Dati sulla povertà nel mondo ........................................................ 21

CAPITOLO 2
COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO ............................................... 25

2.1 Origini e motivazioni .................................................................... 26


2.2 Attori della cooperazione .............................................................. 29
2.3 I flussi e le modalità ..................................................................... 31
2.4 Evoluzione delle politiche ............................................................. 33

CAPITOLO 3
SISTEMA ITALIA NELLA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO .. 41

3.1 Base giuridica e Dgcs ................................................................ 43


3.2 Obiettivi generali e linee guida .................................................... 44
3.3 Settori prioritari d’intervento ........................................................ 47
3.4 Partner ........................................................................................... 49
3.5 Strumenti d’intervento .................................................................. 52
3.6 Iniziative ....................................................................................... 55
2
CAPITOLO 4
ERRORI ED ILLUSIONI DI UN MITO .............................................. 59

4.1 Rivedere la Dgcs ........................................................................... 61


4.2 Pochi soldi e tante parole .............................................................. 63
4.3 Lo Structural Adjustment Program ............................................... 66
4.4 L’institution building nei Balcani ................................................. 67
4.5 Gli aiuti umanitari ........................................................................ 68
4.6 Gli interventi umanitari delle Ong italiane in Africa ..................... 70
4.7 La crisi alimentare globale ............................................................. 71
4.8 La cooperazione allo sviluppo… delle imprese ........................... 74
4.9 La cooperazione di facciata .......................................................... 77

CAPITOLO 5
“STATI-MAFIA” ................................................................................. 82

5.1 Teoria e definizione ...................................................................... 84


5.2 Quali sono gli Stati-mafia ............................................................. 86
5.3 Effetti perversi: la cooperazione allo sviluppo negli Stati-mafia .. 99
5.4 Stato colluso in sostegno di Stati-mafia: l’Italia ......................... 101

CAPITOLO 6
LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA NEL SUD DEL MONDO .. 104

6.1 America Latina e Caraibi ........................................................... 106


6.2 Africa ........................................................................................... 114

Conclusioni ......................................................................................... 127

Bibliografia ........................................................................................ 130


Sitografia ............................................................................................ 137

Ringraziamenti .................................................................................. 146

3
Introduzione

Questo lavoro mira ad analizzare il contesto socioeconomico e politico


nel quale opera la criminalità organizzata, presso i Paesi del Sud del
mondo, cercando di mostrare, da un lato, come sia necessaria una vera
lotta alla criminalità organizzata ed alla corruzione, per registrare dei
risultati concreti di sviluppo ed eliminare l’accrescimento di potere delle
élite politico-criminali, che rappresentano un grande ostacolo alle reali
prospettive di sviluppo delle popolazioni locali; dall’altro, mediante
l’ausilio di inchieste giornalistiche, si produce una dura critica nei
confronti della Cooperazione Italiana allo Sviluppo: errori, falsità,
scandali e responsabilità di un mondo nato per generare sviluppo, ma che
può facilmente cadere, com’è già accaduto in passato, nelle mani di
pochi altri soggetti, con interessi differenti. Le conclusioni cui si è
arrivati sono, più che altro, considerazioni e proposte di riforme che
riguardano la Cooperazione Italiana allo Sviluppo. Le prospettive,
dell’intero lavoro, non sono di certo rosee.
La ricerca inizia con una sintetica panoramica sulle vicende storiche dei
Paesi del Sud del mondo, dalla decolonizzazione ad oggi. Le differenti
fasi storiche dell’indipendenza formale, dalla colonizzazione europea, in
Africa, in America Latina e nei Caraibi, ed in molti altri paesi dell’Asia e
dell’Oceania, per poi giungere ai nostri giorni. Un excursus storico per
comprendere, partendo da un recente passato, le attuali realtà del Sud del
mondo. Il secondo capitolo analizza la nascita, l’affermazione e
l’evoluzione delle Politiche di Cooperazione allo Sviluppo a livello
generale. L’insieme di politiche attuate da un governo, o da
un’istituzione multilaterale, che mirano a creare le condizioni necessarie
per lo sviluppo economico e sociale, duraturo e sostenibile, in un altro
paese, mediante il lavoro di organizzazioni governative, nazionali o
internazionali, o di organizzazioni non governative.
4
Il terzo capitolo si concentra sulla Cooperazione allo Sviluppo del
Sistema Italia. L’analisi della struttura e del funzionamento della
Cooperazione italiana allo Sviluppo, attraverso fonti e dati governativi.
Gli errori e le illusioni della Cooperazione italiana allo Sviluppo, invece,
sono oggetto del quarto capitolo. In esso viene illustrata la cooperazione
italiana allo sviluppo, con problemi sulla gestione della propria struttura;
finanze sempre più ridotte e mal gestite, a dispetto di promesse
enunciate; inadeguatezze legate alla gestione di programmi ed aiuti;
responsabilità nei confronti della crisi alimentare globale; ed infine, non
certo per importanza, un passato per nulla edificante.
Nel quinto capitolo si passa all’analisi degli “Stati-mafia”: Stati dotati di
propri ordinamenti giuridici e politici, dove il controllo reale del
territorio, tramite il monopolio della forza e l’imposizione di determinate
norme, non è condotto dagli organi e dalle istituzioni legittime, ma è in
mano a potenti organizzazioni criminali (o network) capaci di coordinare
e coinvolgere altri soggetti e/o gruppi (politici, governativi, comuni
cittadini) nel loro vasto intreccio di azioni. Un fenomeno che, forse,
desta poco interesse tra i decisori politici preposti alla formulazione delle
politiche di aiuto e cooperazione in favore delle popolazioni di tali Paesi.
Si conclude con l’analisi della criminalità organizzata nel Sud del
mondo, nel sesto capitolo. Il contesto ed i traffici nei quali operano le
organizzazioni o gruppi criminali dei suddetti paesi; un fenomeno che
attraversa tutti i continenti, da Nord a Sud, perpetrando violenza e
criminalità, senza risparmiare nessuno. I Paesi del sud del mondo, se pur
economicamente poveri in termini monetari, non sono per nulla fuori
dalla portata dei tentacoli criminali, perché le condizioni sociali,
politiche, culturali ed ambientali, creano un habitat confortevole alle
organizzazioni ed ai gruppi criminali (locali ed esteri).

5
CAPITOLO I

6
Sud del Mondo: cenni storici dalla colonizzazione ad oggi

Le Nazioni Unite 1 (Onu) considerano come facenti parte del Sud del
mondo, l’intera l’Africa, l’America Latina e i Caraibi, e molti paesi
dell’Asia ed Oceania. La maggior parte dei paesi appartenenti a tali aree
geografiche hanno subìto l’enorme peso della colonizzazione europea.
Dopo la seconda guerra mondiale le potenze europee, che avevano
costituito i loro imperi coloniali in Africa e Asia, non furono più in grado
di mantenerne il controllo. Cominciarono a prendere forza i primi
movimenti o partiti indipendenti, che favorirono la diffusione del
sentimento nazionale e del desiderio di indipendenza. In America Latina,
a differenza di quanto accadeva in Africa ed Asia, la decolonizzazione 2
fu compiuta in tempi precedenti (nel XIX secolo) al termine del secondo
conflitto mondiale; nello stesso periodo storico, l’America Latina subì
feroci governi dittatoriali.
Di seguito un brevissimo riassunto, senza la presunzione dell’esaustività,
sulle vicende storiche del sud del mondo dalla decolonizzazione ad oggi.

1
Organizzazione delle Nazioni Unite, Onu (24 ottobre 1945), è la più importante organizzazione
internazionale, con 192 Stati membri, che si occupa di cooperazione internazionale in ambito di
sviluppo economico, progresso socioculturale, diritti umani e sicurezza internazionale.
2
Decolonizzazione, processo, quasi mai pacifico, attraverso il quale un paese occupato stabilmente da
un altro ed espropriato delle proprie risorse e della propria cultura, si sottrae al dominio dell’occupante
e riconquista autonomia e libertà, oppure processo attraverso cui il paese occupante procede per un più
o meno breve ritiro dall’occupazione stessa.
7
1.1 Africa

"I popoli dell'Africa sono come un mendicante


seduto su una montagna d'oro"

3
Jean Ziegler

Sebbene alcuni territori africani fossero stati occupati dagli europei da


tempi più antichi, è dalla seconda metà dell’Ottocento che possiamo
parlare di una vera e propria “Spartizione dell’Africa”.4 I paesi che
ebbero il ruolo di gran lunga più importante nella conquista dell’Africa
furono Gran Bretagna e Francia. Con esse cercò di competere per un
breve periodo la Germania, mentre il Portogallo si sforzava di mantenere
i suoi antichi possedimenti e l’Italia cercava di creare il proprio impero
coloniale con scarso successo. Una vicenda storica complessa portò
anche il Belgio a entrare in possesso di un vasto territorio africano. Le
nazioni europee giustificarono le loro pretese sul continente africano in
nome di una presunta “missione civilizzatrice”.
In definitiva, tuttavia, l’effetto maggiore della dominazione europea fu
quello di destabilizzare il continente. L’azione degli europei si limitò al
saccheggio delle risorse naturali e non vennero create strutture utili ad
un’economia moderna. Nei paesi in cui si stabilirono comunità di origine
europea si crearono tensioni con la popolazione locale, discriminata
politicamente ed economicamente.5

3
Jean Ziegler (19 aprile 1934), è un sociologo e politico svizzero. È autore di numerosi saggi sui temi
della povertà e sugli abusi e le storture dei sistemi finanziari internazionali. Oggi ricopre la carica di
Relatore speciale sul diritto all’alimentazione per la Commissione sui diritti dell’uomo delle Nazioni
Unite. Cesareo V., Magatti M. (2000), La dimensione della globalizzazione, Milano, FrancoAngeli, p.
95.
4
Spartizione dell’Africa (1880 - 1914), meglio nota in inglese come Scramble for Africa, traducibile
in “lo sgomitare per l’Africa”; fu il proliferare delle rivendicazioni europee sui territori africani tra il
1880 e l’inizio della prima guerra mondiale nel 1914. La Conferenza di Berlino (1884 - 1885), a cui
parteciparono le maggiori potenze europee, fu uno dei tentativi di mediare la situazione in Congo e
contestualmente fu l’occasione per regolare tale corsa all’Africa.
5
Fage J. (1995), Storia dell’Africa, Torino, SEI.
8
La fine del colonialismo europeo in Africa fu un processo relativamente
rapido che, fra la fine della seconda guerra mondiale (1945) e l’inizio
degli anni ‘60, condusse all’indipendenza gran parte del continente,
dando vita a Stati per lo più coincidenti con i territori delle precedenti
colonie. Le istanze di liberazione legate alla lotta contro il nazifascismo,
cui molti africani parteciparono come membri delle armate delle
rispettive potenze coloniali, e in seguito, i principi della Carta atlantica,6
ebbero un forte impatto sul nazionalismo anticoloniale e spesso
fornirono lo sfondo ideale a insurrezioni e movimenti di protesta come
quelli dell’Algeria (1945), del Madagascar (1947-49), della Costa d’oro
odierno Ghana (1948).7
Inoltre, l’apparire sulla scena politica mondiale delle due nuove
superpotenze (Usa e Urss), estranee reciprocamente per storia e per
ideologia alle forme del colonialismo europeo, favorì l’instaurarsi di un
nuovo tipo di supremazia basato sull’influenza nella politica interna dei
nuovi stati e sulla loro sudditanza economica, in cambio dell’appoggio
finanziario e militare ai nuovi capi per il mantenimento dei delicati
equilibri interni. Negli anni ‘50 maturò un movimento anticoloniale
ormai orientato verso l’autogoverno o l’indipendenza vera e propria,
condotto da una nuova generazione di intellettuali e politici sovente
formatisi in Europa o negli Stati uniti e fortemente influenzati dalle
dottrine di liberazione e autodeterminazione emerse specialmente nelle
lotte antimperialistiche dell’India e dell’Asia orientale.8

6
Carta atlantica (14 agosto 1941), dichiarazione d’intenti congiunta di W. Churchill e F. D.
Roosevelt che rappresentò il programma su cui raccogliere il consenso internazionale nella guerra
contro il nazifascismo: rinuncia a guadagni territoriali, modifica dei confini solo d’intesa con i paesi
interessati, diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli e rinuncia alla forza per la regolazione dei
rapporti tra gli stati.
7
Il Movimento per il Trionfo della Libertà e della Democrazia, Mtld (1946), fondato da Messali Hadj
in Algeria. Cfr. Rizzi Franco (2004), Un mediterraneo di conflitti. Storia di un dialogo mancato,
Roma, Meltemi, p. 184. Il Movimento Democratico e Rivoluzionario del Madagascar, Mdrm (1947),
organizza una rivolta che viene violentemente soffocata: si conteranno più di 80.000 vittime. Micillo
Loredana (1998), Un fenomeno poco conosciuto: il Tromba del Madascar, Appendice I, Tesi di
laurea: Facoltà di scienze politiche, Istituto Universitario Orientale di Napoli. Il Convention People’s
Party, Cpp (1949), fondato da Kwame Nkrumah in Costa d’oro (oggi Ghana), divenne la forza
politica predominante nel paese, guidandolo verso l’indipendenza: il loro motto era “Self Government
Now” (Autogoverno adesso). GhanaWeb.com.
(http://www.ghanaweb.com/GhanaHomePage/republic/cpp.php).
8
Tra gli intellettuali europei di quel tempo, particolare importanza assunse l’operato di Frantz Fanon
(psichiatra, scrittore e filosofo francese). La sua opera più conosciuta è I dannati della terra, venne
concepita come un manifesto per la lotta anticoloniale ed un classico degli anni della indipendenza
9
L’indipendenza di vari paesi dell’Africa settentrionale (Libia, Sudan,
Marocco e Tunisia) fra il 1952 e il 1956 aprì la via all’emancipazione
dell’Africa nera.
Nel 1960 ottennero la piena indipendenza i seguenti territori: Burkina
Faso, Camerun, Centrafrica, Ciad, Congo, Costa d’avorio, Benin, Gabon,
Madagascar, Mauritania, Niger, Senegal, Mali, Togo. Nello stesso anno
raggiunsero l’indipendenza anche la Rep. Democratica del Congo, la
Somalia e la Nigeria; seguite dalle altre colonie britanniche: Sierra
Leone e Tanzania nel 1961, Uganda nel 1962, Zanzibar (poi federatosi
alla Tanzania) e Kenya nel 1963, Malawi e Zambia nel 1964, lo
Zimbabwe nel 1965 (sotto il controllo della locale minoranza bianca),
Gambia, Botswana e Lesotho nel 1965-1966. Ruanda e Burundi, già
belgi, divennero indipendenti nel 1962 e nel 1968 fu la volta della
Guinea equatoriale (spagnola), Mauritius e Swaziland (britannici).
Verso la metà degli anni ‘70 si ebbe la conclusione della lotta di
liberazione nelle colonie portoghesi: la Guinea Bissau nel 1974, Angola
e Mozambico nel 1975. Nel 1977 la Francia concesse l’indipendenza a
Gibuti. L’ultimo paese africano, nel 1990, ad acquistare la propria
indipendenza fu la Namibia. L’istituzione di nuovi stati africani sulla
base dei confini dei vecchi domini coloniali, conteneva in sé
innumerevoli contraddizioni, legate fra l’altro alla mancata
corrispondenza tra formazioni storiche ed etno-linguistiche e i confini
delle nuove entità statali. Questo fattore con più generali problemi di
dipendenza e vulnerabilità politica ed economica dei nuovi stati, fu fra le
cause principali di numerose crisi interne e internazionali.9
Secondo Jean Léonard Touadi, giornalista del Congo Brazaville
(collaboratore della redazione esteri del Tg3 e redattore della rivista
Nigrizia), le cause principali dell’attuale situazione africana sono
attribuibili a:
- uno smarrimento culturale, dovuto ad una modernità imposta che gli
africani hanno adottato senza assumerla e senza la volontà o la capacità
di imprimerle una fisionomia conforme alle aspirazioni dei suoi popoli;

africana; l’influenza dell’opera di Fanon si estese ai movimenti di liberazione palestinese, ai tamil,


agli irlandesi, alle Pantere Nere e ad altri movimenti che lottavano per la autodeterminazione.
Cfr. Fanon Frantz (2007), I dannati della terra, Torino, Einaudi.
9
Valsecchi Pierluigi, “Decolonizzazione dell’Africa”, Dizionario di storia.
(http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/a/a016.htm).
10
- l’appartenenza etnica, utilizzata come uno strumento di potere politico
aizzato contro altri gruppi etnici rivali nella corsa per la conquista
violenta del potere e della ricchezza;
- la geopolitica del petrolio, dei diamanti ed il controllo di aree
economicamente strategiche che le potenze occidentali sono pronte a
difendere attraverso il mantenimento di governi corrotti, repressivi o di
poteri basati sull’egemonia etnica.10
Per quel che riguarda le guerre del continente africano, per capirne
meglio le cause, possiamo distinguerle in: Conflitti inter-statali,
scoppiati per lo più sino alla fine degli anni ‘80, che si limitavano a
rivendicazioni di rettifica delle frontiere;11 Conflitti di natura
secessionista, dove le frontiere coloniali sono contestate dall’interno di
una stessa nazione oppure ribellioni interne;12 Conflitti intra-nazionali,
aggravati con la fine della guerra fredda e guidati da gruppi etnici, non di
rado marginalizzati dai poteri politici, che si ribellano in nome di una
identità etnica a torto o a ragione giudicata minacciata.13
Si assiste sempre di più ad una miscela esplosiva di tutti questi fattori
che non agiscono più singolarmente, ma che si concatenano e si
alimentano reciprocamente. Non di rado, un conflitto iniziato con una
motivazione politica (per esempio la contestazione di un risultato
elettorale) può degenerare in conflitto etnico con risvolti economici.

10
Touadi Jean Léonard (1999), “Dossier: Guerre d’Africa”, www.arpnet.it.
(http://www.arpnet.it/volosvi/1999_2/99_2_04.htm).
11
Benin-Niger per la frontiera lungo il fiume; Egitto-Sudan con il primo che reclama il cuneo di Wadi
Halfa e il triangolo Jabel-Bartaziga-Korosko; Somalia-Etiopia per la regione di Hawd e dell’Ogaden;
Mozambico-Malawi, che si contendono la riva paludosa est del lago Chilwa e moltissimi altri. Ibidem.
12
Katanga nell’ex CongoBelga; Biafra in Nigeria; Casamance in Senegal, ribellione dei tuareg nel
Mali e nel Niger, Comore in Anjouan; la regione del Kivu nel conflitto congolese. Ibidem.
13
Ruanda e Burundi con il conflitto tra tutsi e hutu; la guerra nell’Est del Congo-Democratico; la
Liberia e la Sierra Leone. Ibidem.
11
1.2 America Latina e Caraibi

"L’America Latina è l’esempio più lampante


del fallimento del capitalismo.
Che in America Latina ha fatto più vittime
che lo stalinismo nei paesi comunisti"

14
Gianni Minà

La colonizzazione dell’America Latina fu compiuta, a partire dal 1492,


da parte di Spagna e Portogallo; marginalmente vi furono anche le
dominazioni di Francia (su Haiti), Regno Unito (su Belize, Guyana e
Giamaica) ed Olanda (su Suriname).
La divisione del “Nuovo Mondo” è riconducibile alla bolla pontificia
Inter Caetera,15 in un primo momento, e al Trattato di Tordesillas16 in
seguito. Anche se le motivazioni, di facciata, erano quelle di
“civilizzare” e propagare la fede cattolica, questi territori furono ben
presto mete di avventurieri europei alla ricerca di oro o di facili
occasioni di arricchimento, attraverso il deliberato furto e l’asservimento
delle popolazioni indigene. Visto però che i caraibici si adattavano male
al lavoro servile delle miniere e delle piantagioni morendo in gran
numero, a partire dal 1500 fu praticata la tratta degli schiavi neri
dall’Africa.17
14
Minà Gianni (17 maggio 1938), è uno dei giornalisti italiani più conosciuti all’estero per i suoi
reportages e documentari spesso realizzati in collaborazione con network internazionali; Bekar
Maurizio (1998), Gianni Minà: Storie di un’informazione critica, www.bekar.net.
(www.bekar.net/bekar/docs/bekar_mina.rtf).
15
Inter Coetera (4 maggio 1493), bolla papale emessa da Papa Alessandro VI per regolare la contesa
di Spagna e Portogallo in merito ai territori del Nuovo Mondo. Il documento fissò che il meridiano
passante 100 leghe ad Est dell’isola di Capo Verde costituisse la separazione tra le terre appartenenti
alla Spagna, ad Ovest del meridiano, e quelle appartenenti al Portogallo, ad Est del meridiano;
Galavotti Enrico, Inter Coetera di Alessandro VI, Homolaicus.com.
(http://www.homolaicus.com/storia/moderna/colombo/inter_coetera.htm).
16
Trattato di Tordesillas (7 giugno 1494), divise le terre dell’America Latina in un duopolio esclusivo
tra l’Impero spagnolo e l’Impero portoghese lungo un meridiano nord-sud (46° 37' O). Le terre ad Est
di questa linea sarebbero appartenute al Portogallo e quelle ad Ovest alla Spagna. Pbmstoria.it,Trattato
di Tordesillas, Dizionario di Storia. (http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/t/t063.htm).
17
Tratta degli schiavi (1500 - 1888), è stata una delle più grandi migrazioni della storia e certamente
la più grande migrazione forzata; circa 12 milioni di schiavi furono deportati in Sudamerica; Cfr.
David Eltis (1987), Economic Growth and the Ending of the Transatlantic Slave Trade, New York,
Oxford University Press, pp. 164-184.
12
Dopo circa trecento anni, le due classi sociali che spinsero fortemente
per l’indipendenza in America Latina furono i creoli e gli indios. I creoli
erano i discendenti dei colonizzatori europei, che avevano assunto nel
tempo un ruolo dominante nella società ed erano determinati a porre fine
allo sfruttamento da parte della madrepatria, per poter usufruire in prima
persona di guadagni e potere.
Gli indios erano gli eredi dei popoli autoctoni, relegati al gradino più
basso nella scala sociale; costituirono il motore e la principale risorsa per
l’emancipazione del Sudamerica. L’occasione per liberarsi dalla
dominazione europea sì presentò quando le truppe napoleoniche
s’impossessarono nel 1808 della Spagna; così, in America latina, si
crearono i primi governi locali, ma esclusivamente per ovviare ad un
vuoto di potere lasciato dall’amministrazione spagnola.
La grande ondata di liberazione dal colonialismo partì in Cile nel 1810, a
cui seguirono Paraguay e Venezuela nel 1811, Argentina nel 1816. Un
caso a parte fu Haiti, che nel 1804 ottenne l’indipendenza dalla Francia.
Dal 1819 al 1827, ottennero l’indipendenza: Colombia (1819);
Guatemala, El Salvador, Honduras, Costa Rica, Perù, Brasile (1821);
Ecuador nel 1822; Bolivia e Uruguay nel 1825; Messico nel 1827.
Seguono, in differenti date, le conquiste d’indipendenza di: Rep.
Dominicana nel 1844, Nicaragua nel 1850, Cuba nel 1902, Panama
1903, Giamaica nel 1962, Guyana nel 1966, Suriname nel 1975 ed infine
Belize nel 1981.18

Nel corso del ventesimo secolo, nell’America del Sud si insediarono


diverse dittature e salirono al potere molti uomini forti. Verso la fine del
secolo, la maggior parte del continente di fatto era retto da governi eletti
democraticamente, anche se non in tutti i casi si vennero a stabilire
istituzioni di carattere duraturo. La guerra fredda ebbe conseguenze
significative sul suolo americano. Nel 1960 la rivoluzione comunista a
Cuba, guidata da Fidel Castro e Che Guevara diresse la politica del paese
verso l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS),

18
Graham Richard (1994), Independence in Latin America: A Comparative Approach, Columbus,
McGraw-Hill College.
13
divenendo un alleato incondizionato a scapito degli interessi geopolitici
degli Stati Uniti. Si pose un ferreo blocco economico all’isola.
Fra gli anni sessanta e settanta, alcuni governi furono allontanati o
rovesciati da una serie di dittature non allineate.

In Argentina, dopo una serie di presidenti appoggiati dall’esercito, nel


1973 si tennero le elezioni e vinse Juan D. Peròn. L’anno successivo, con
la morte di Peròn, la moglie gli successe al potere, ma una dittatura
militare destituì il suo governo.
Dal 1976 al 1983, governò il Processo di Riorganizzazione Generale:
nome con cui si definì la dittatura delle quattro giunte militari che si
susseguirono negli anni. Trentamila persone (tra i quali operai, studenti,
professori universitari, sindacalisti, giornalisti, attivisti politici, operatori
umanitari, religiosi e madri alla ricerca dei figli scomparsi) furono rapiti,
torturati ed assassinati dopo sommari processi (molti furono gettati vivi
nell’oceano durante i cosiddetti voli della morte e la maggior parte di
essi sono tutt’ora scomparsi e conosciuti col nome di desaparecidos);
mentre altri 50.000 trascorsero anni nei centri di detenzione illegale della
dittatura, subendo torture, sevizie ed umiliazioni.19

In Brasile il regime militare, del golpe del 1964, durò vent’anni. Tutti i
partiti politici allora esistenti furono sciolti, ad eccezione di due: la
divisione tra i due partiti non era ideologica, ma era basata sugli
antagonismi delle oligarchie locali. Furono stabilite elezioni indirette per
il Presidente; nel 1968, attraverso l’Atto Istituzionale n. 5 del 13
dicembre, venne chiuso il parlamento, negati i diritti politici e soppresso
il diritto di Habeas corpus.20

In Cile, otto mesi dopo il colpo di stato dell’11 settembre 1973, Augusto
Pinochet fu nominato Capo Supremo della Nazione: così iniziò una
dittatura, che vide la propria fine nell’anno 1990. Secondo il Rapporto
19
Guarini Giovanni (2001), Dossier: I desaparecidos argentini, Pubblicazioni Centro italiano Studi
per la pace. (http://files.studiperlapace.it/spp_zfiles/docs/desaparecidos.pdf).
20
Habeas corpus (traduzione latina: “che tu abbia il corpo”), fa riferimento all’atto legale o al diritto,
in base al quale una persona può ricorrere per difendersi dal proprio arresto illegittimo o da quello di
un’altra persona. Cfr. Couto Ronaldo Costa (1999), Historia indiscreta da ditadura e da abertura.
Brasil 1964-1984, Rio de Janeiro, Editora Record, pp. 16-35.
14
Rettig 21 ed il Rapporto Valech 22 le persone uccise, giustiziate o “fatte
sparire” furono 2.279 e almeno 29.000 quelle arrestate e torturate, vi
sono tuttavia stime più elevate. È solo a partire dal 1976 che i crimini
commessi dal regime sono ben documentati, questa è una delle cause
delle difficoltà nel quantificare in maniera precisa le vittime del regime;
ai morti si aggiungo circa 20.000 persone fuggite all’estero solo nel
1973. Complessivamente, nel periodo della dittatura, circa 1 milione di
cileni abbandonarono il paese.23

In Uruguay, nel 1973, Juan Maria Bordaberry guidò un colpo di stato


militare. Sciolto il parlamento e ottenuto il supporto di una giunta
militare, il dittatore represse le proteste, fomentate soprattutto da
sindacati e studenti, e mise fuori legge i partiti di sinistra. Nel 1976
Bordaberry fu destituito a sua volta da un golpe dei militari, che presero
il potere occupando incarichi politici e conservando il regime. Egli fu
sostituito da Alberto Demicheli prima e Aparicio Méndez poi,
quest’ultimo scelto dalla giunta militare al potere. Ma il clima interno
non cambiò. Nel 1985 vinse le elezioni nazionali Julio María
Sanguinetti, il presidente fece approvare l’amnistia per le violazioni dei
diritti umani perpetrate dai militari durante la dittatura.24

Con la fine della Guerra Fredda, e con la caduta del muro di Berlino, il
continente vide affacciarsi il neoliberismo, un insieme di proposte
politiche ed economiche con l’accento sulla libera circolazione dei
capitali e la privatizzazione delle imprese pubbliche. A questi processi
hanno contribuito la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del
Commercio (Wto) e il Fondo Monetario Internazionale (Fmi).

21
Rapporto Rettig (25 aprile 1990), ufficialmente Rapporto della Commissione Nazionale per la
Verità e la Riconciliazione (Informe de la Comisión Nacional de Verdad y Reconciliación), è il
rapporto redatto dalla Commissione allo scopo di investigare sugli abusi dei diritti umani risultanti
nella morte o sparizione delle vittime, commessi in Cile durante gli anni della dittatura militare di
Augusto Pinochet.
22
Il rapporto Valech (29 novembre 2004), ufficialmente Rapporto della Commissione Nazionale sulla
Prigionia Politica e la Tortura (Comisión Nacional sobre Prisión Política y Tortura), è il rapporto
redatto dalla Commissione nel quale sono contenute le testimonianze di 35.000 persone che subirono
tortura durante la dittatura militare di Augusto Pinochet.
23
Cfr. Collier Simon, Sater William F. (1996), A History of Chile: 1808-1994, Cambridge, Cambridge
University Press, pp. 359-390.
24
Meditz Sandra W., Hudson Rex A. (1990), Uruguay: A Country Study, ed. Washington, D.C.: Dept.
of the Army. (http://countrystudies.us/uruguay/22.htm; http://countrystudies.us/uruguay/25.htm).
15
1.3 Asia e Oceania

"In India, l’approvvigionamento alimentare


è tornato a essere il nostro problema
numero uno, le scorte a disposizione
non sono mai state così basse"

25
Kamal Nath

L’Asia è un territorio vastissimo che, con i suoi 50 Stati, viene


generalmente suddiviso in sette regioni: Asia Mediterranea, Asia
Arabica, Asia Iranica, Asia Indiana, Asia Centrale, Sud-Est asiatico ed
Estremo Oriente. La ripartizione tradizionale dell’Oceania, utilizzata
anche dalle Nazioni Unite per individuare le macroregioni, divide il
continente in: Australia e Nuova Zelanda, Micronesia, Melanesia e
Polinesia, per un totale di 25 Stati. Non tutti i paesi appartenenti a questa
area geografica sono stati toccati dalla colonizzazione dei principali Stati
europei. Le ragioni di tale fenomeno furono molteplici: innanzitutto,
l’organizzazione militare di molti stati asiatici era debole rispetto a
quella delle potenze europee; i governi locali erano dispotici e poco
rappresentativi; la sopravvivenza di odi interetnici, intertribali e il
diffuso analfabetismo rendevano impossibile creare società locali coese
che fossero supportate da un buon sistema amministrativo; infine, la
presenza di molte materie prime e di manodopera a basso costo
rendevano queste terre particolarmente appetibili. Le Nazioni che si
spartirono l’Asia e l’Oceania, sebbene in tempi e situazioni differenti,
furono Gran Bretagna (India, Sri Lanka, Malesia, Australia, Nuova
Zelanda, Papua Nuova Guinea, Brunei, Arcipelaghi Polinesiani, Hong
Kong), Francia (India, Nuova Caledonia, Tahiti, Indocina: Laos,
Cambogia, Vietnam), Portogallo (India, Timor, Macao), Paesi Bassi
(Indonesia), Spagna (Filippine).26
25
Nath Kamal (18 novembre 1946), politico e membro del Congresso Nazionale Indiano. Rampini
Federico (2008), “Il cibo è la nuova emergenza”, Mentelocale.it, 27 giugno 2008.
(http://www.mentelocale.it/societa/contenuti/index_html/id_contenuti_varint_21198).
26
Balzani R., “Colonialismo in Asia”, Dizionario di storia.
(http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/c/c202.htm).
16
Il processo di decolonizzazione in Asia, come nel resto del mondo, fu
molto violento e doloroso. Nonostante la lotta non violenta di Gandhi,
molti paesi entrano in conflitto, e continuano a farlo anche oggi,
provocando morti su morti. Riporto in breve, gli eventi che hanno colpito
alcuni tra i maggiori Stati asiatici, dopo la loro proclamata indipendenza.

Nel 1947 il parlamento inglese, attraverso una legge (n. 546 del 16
maggio 1947), decise di trasmettere il potere alle autorità indiane e
l’India proclamò la propria indipendenza. Si costituirono due stati:
l’Unione Indiana, sede della maggioranza della popolazione indù, e il
Pakistan, formato da due regioni lontane tra loro, a maggioranza
mussulmana. Alla fine del 1947, scoppiò la prima guerra tra India e
Pakistan per l’annessione del Kashmir. Le forze politiche che si
alternarono nel corso degli anni, cercarono di promuovere lo sviluppo
agricolo e industriale, ma l’enorme aumento demografico e le divisioni
etniche all’interno dell’India rimasero problemi irrisolti. L’India, nel
1971, si avvicinò all’Urss per avere un sostegno nella guerra per il
controllo del Pakistan Orientale; alla fine della guerra, il Pakistan
Orientale si trasformò in uno Stato indipendente col nome di
Bangladesh, un luogo di fame e miseria indicibile. Le tensioni tra India e
Pakistan continuano ancora oggi.27

Dopo la dominazione olandese e britannica, nel 1948, lo Sri Lanka


ricevette lo status di dominion britannico. Nel 1957 le basi militari
britanniche vennero smantellate e il paese diventò ufficialmente
indipendente e non-allineato. Nel 1983 iniziò una violentissima guerra
civile, che vide contrapposti i Tamil (18 per cento della popolazione), ai
Singalesi. La storia degli anni seguenti fu una sequela di agguati,
spedizioni punitive, attentati ed azioni suicide che provocarono, nel
complesso, la morte di 70 mila persone. Cui bisogna aggiungere i 30
mila uccisi dallo tsunami del 26 dicembre 2004: tragedia nella tragedia.28

27
Corriere Asia, Storia dell’India. (http://www.corriereasia.com/india/storia_india.shtml).
28
Salom Paolo (2009), “Sri Lanka, la guerra dimenticata”, Corrieredellasera.it, 3 febbraio 2009.
(http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_03/Sri_Lanka_la_guerra_dimenticata%20_paolo_salom_e7
2926f4-f1c1-11dd-9d2c-00144f02aabc.shtml).
17
Le Filippine combatterono la loro Rivoluzione contro la Spagna per due
anni, e nel 1898 proclamarono l’indipendenza. Tuttavia con il Trattato di
Parigi,29 dello stesso anno, il controllo delle Filippine passò agli Usa.
L’accordo non venne riconosciuto dal governo filippino che, il 2 giugno
1899, dichiarò guerra contro gli Stati Uniti.
La Guerra causò ingenti perdite umane ai filippini; le ostilità
continuarono fino al 1913, e soltanto nel 1946 venne concessa
l’indipendenza. Sul finire degli anni Sessanta e l’inizio degli anni
Settanta, aumentò l’attivismo studentesco e i disordini civili contro la
dittatura. La rivoluzione del 1986 riportò la democrazia nel paese.30

Timor Est, colonia portoghese, dichiarò l’indipendenza nel 1975. Pochi


giorni dopo l’esercito indonesiano assunse il controllo del paese; stragi
civili si susseguirono per mano dell’esercito indonesiano e delle squadre
della morte (gruppi anti-indipendentisti). Il Massacro di Dili 31 (1991),
compiuto dalle truppe indonesiane, portò al referendum per
l’indipendenza (1999); il 78,5% della popolazione chiese l’indipendenza,
ma nel paese si scatenò un’ondata di violenza che richiese l’intervento di
peacekeeping coordinato dall’Onu. Solo nel 2002 Timor Est divenne uno
Stato indipendente a tutti gli effetti. Nel 2006, con l’assunzione del
comando dell’esercito da parte dei soldati ribelli, si scatenò la guerra
civile. L’ultimo tentativo di golpe, per mano dei soldati ribelli, fu dell’11
febbraio 2008.32

L’Indonesia, colonia olandese, con l’appoggio del Giappone costituì il


Comitato Nazionale e dichiarò l’indipendenza nel 1945. Per quattro anni

29
Il Trattato di Parigi (10 dicembre 1898), fu l’accordo che pose fine alla guerra ispano-americana;
esso fu ratificato dal Senato degli Stati Uniti il 6 febbraio 1899, ed entrò in vigore l’11 aprile dello
stesso anno. Gli effetti del trattato furono principalmente due: l’indipendenza di Cuba e la cessione, da
parte della Spagna, delle Filippine, di Guam e Porto Rico agli Stati Uniti d’America per la somma di
20 milioni di dollari. Alle trattative parteciparono i cubani, in qualità di osservatori.
30
Cfr. Dolan Ronald E. (1991), Philippines: A Country Study, ed. Washington, D.C.: Dept. of the
Army. (http://countrystudies.us/philippines/13.htm; http://countrystudies.us/philippines/29.htm).
31
Il Massacro di Dili (12 novembre 1991), noto anche come massacro di Santa Cruz, fu la repressione
violenta delle dimostrazioni indipendentiste di Timor Est che avvenne nel cimitero di Santa Cruz
dell’odierna capitale, Dili, durante l’occupazione indonesiana di Timor-Est. Le truppe indonesiane
erano state presenti durante tutta la manifestazione, successivamente comparve un nuovo gruppo di
200 soldati indonesiani che aprì il fuoco sulla folla.
32
Lusomondo-Italia.it, Timor Est: Cammino verso l’indipendenza. (http://www.lusomondo-
italia.it/TIMOREST/STORIA.htm).
18
gli olandesi cercarono di rioccupare militarmente l’Indonesia, ma di
fronte alle pressioni internazionali furono costretti a riconoscere il paese
nel 1949. Tra il 1965-67 si verificarono un colpo di stato ed un contro-
colpo di stato che provocarono centinai di migliaia di morti.
Il 1999 fu segnato dalle rivolte a Timor Est. L’Indonesia, ancora oggi,
continua ad essere vittima di numerose ribellioni nella provincia di Aceh,
una zona ricca di gas e petrolio, che reclama una propria indipendenza.33

Il Vietnam proclamò la propria indipendenza nel 1945; il tentativo


francese di riprendere il controllo sui territori fallì. Il Vietnam venne
diviso in due repubbliche lungo il 17° parallelo: Vietnam del Nord,
comunista, con sede ad Hanoi; Vietnam del Sud, guidato da una feroce
dittatura cattolica e filo-occidentale, con capitale a Saigon. Nel 1964
iniziò una guerra che si prolungò fino al 1975, e che vide vincitrice il
Vietnam del Nord ed unificato l’intero territorio. Rimasto isolato dalla
comunità internazionale per quasi quindici anni, con la caduta
dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda il Vietnam e le
nazioni occidentali cercarono di trovare una via per riavvicinarsi. Nel
1990 si aprì agli investimenti stranieri. Negli anni recenti il paese è
riuscito a sviluppare il settore del commercio, ad attirare investimenti
esteri ed a guadagnarsi l’entrata nel Wto.34

Nel 1953 la Cambogia ottenne la propria indipendenza. Nel 1970 venne


abolita la monarchia ed istituita la Repubblica dei Khmer.35 Nel 1976, il
primo ministro Pol Pot, tentò di riportare la società cambogiana ad un
egualitarismo rurale attraverso: deportazioni di massa ed eliminazione
sistematica di ogni opposizione. Nel 1979 venne destituito il regime dei
Khmer Rossi. Nel 2003 le prime elezioni amministrative fecero
registrare la vittoria del Partito del Popolo Cambogiano in gran parte

33
Corriere Asia, Storia dell’Indonesia.
(http://www.corriereasia.com/indonesia/storia_indonesia.shtml).
34
Corriere Asia, Storia del Vietnam. (http://www.corriereasia.com/vietnam/storia_vietnam.shtml).
35
Khmer Rossi, dall’originale in lingua francese Khmer Rouge, fu coniato dal sovrano Norodom
Sihanouk. Il loro nome ufficiale fu Partito Comunista della Cambogia, più tardi Partito della
Kampuchea Democratica. Furono anche conosciuti come Partito Comunista di Kmapuchea, Partito
Comunista Khmer e Armata Nazionale della Kampuchea democratica. Il regime dei Khmer Rossi è
stato ricordato soprattutto per aver causato la morte di 1,7 milioni di persone attraverso carestia,
lavoro forzato ed esecuzioni.
19
delle province del martoriato paese. Nello stesso anno la Cambogia entrò
nel Wto; le condizioni per l’ingresso furono tuttavia pesantissime: tagli
delle tariffe doganali, apertura totale del loro mercato interno, rinuncia
immediata all’utilizzo dei farmaci generici prodotti nel paese.36

36
Cfr. Ross Russell R. (1987), Cambodia: A Country Study, ed. Washington, D.C.: Dept. of the Army.
(http://countrystudies.us/cambodia/14.htm; http://countrystudies.us/cambodia/23.htm;
http://countrystudies.us/cambodia/25.htm). Peace Reporter (2009), Cambogia, festeggiamenti per i
trent’anni dalla caduta del regime degli Khmer Rossi, 7 gennaio 2009.
(http://it.peacereporter.net/articolo/13526/Cambogia,+festeggiamenti+per+i+trent%27anni+dalla+cad
uta+del+regime+degli+Khmer+Rossi). Onori Andrea (2009), “Sgomberi forzati in Cambogia in nome
del commercio mondiale”, Periodico Italiano Web Megazine, 3 giugno 2009.
(http://periodicoitaliano.info/2009/06/03/sgomberi-forzati-in-cambogia-in-nome-del-commercio-
mondiale/).
20
1.4 Dati sulla povertà nel mondo

“Nulla è scandaloso quanto gli stracci


e nessun crimine è vergognoso
quanto la povertà”

37
George Farquhar

Secondo le Nazioni Unite, che esprimono il loro parere attraverso gli


Obiettivi di Sviluppo del Millennio, le principali problematiche che
affliggono i paesi poveri del nostro mondo sono:

La povertà estrema

Un terzo dei morti è dovuto a cause collegate alla povertà: si tratta di


50.000 persone al giorno e 18 milioni di persone all’anno. Dal 1990 la
povertà ha ucciso 270 milioni di persone, per lo più donne e bambini:
approssimativamente un numero uguale alla popolazione degli Usa. Ogni
anno più di 10 milioni di bambini muoiono di fame o di malattie che si
possono prevenire e curare; sono più di 30.000 al giorno e uno ogni tre
secondi.38

L’educazione scolastica

Secondo il Rapporto curato dall’Unesco (Education for All Global


Monitoring Report 2008), che monitorizza la situazione mondiale e
incentiva politiche di scolarizzazione nei paesi più colpiti
dall’analfabetismo, i problemi sono ancora numerosi per garantire
l’educazione primaria universale entro il 2015. Sono sempre di più i
bambini di età inferiore ai 3 anni che non ricevono alcun tipo di
educazione: molti Stati dell’Africa sub Sahariana e arabi sottovalutano,
ancora, l’importanza di un’istruzione pre-primaria, spesso inesistente.
L’accesso alla scuola primaria è praticamente impossibile negli Stati più
poveri e svantaggiati, nonostante questi paesi, devastati dalle guerre e
37
George Farquhar (1677 – 29 aprile 1707) drammatista Irlandese.
38
Campagna del Millennio, No Excuse 2015.
(http://www.campagnadelmillennio.it/mc_08/ob_1_sapeviche.php).
21
dalla fame, siano maggiormente bisognosi di sviluppo. La disparità di
genere è ancora molto forte, specie nelle scuole secondarie; secondo le
stime del Rapporto solo 18 paesi su 113 potranno arrivare a raggiungere
nel 2015 la parità di genere in termini di frequenza scolastica. In più, la
crescita del tasso di alfabetizzazione non va sempre di pari passo con la
qualità dell’istruzione. Dal 1999 al 2004 il livello è migliorato solo in
alcune scuole, ma rimane basso in molti paesi africani e asiatici.
L’abbandono scolastico è un fenomeno in allarmante crescita: dal 1999
al 2005 il numero di bambini che ha smesso di andare a scuola è
aumentato, passando da 24 a 72 milioni.39
Altri dati evidenziano che: un adulto su quattro nel mondo (872 milioni
di persone) è analfabeta; più di 100 milioni di bambini sono esclusi dalle
istituzioni scolastiche; il 46% delle bambine nei paesi più poveri del
mondo non ha accesso all’educazione primaria; più di un adulto su
quattro non sa né leggere né scrivere, di questi più della metà sono
donne; un’educazione primaria universale costerebbe 10 miliardi di
dollari l’anno, la metà di quanto gli americani spendono in gelati; i
giovani che hanno portato a termine i corsi di educazione primaria hanno
meno della metà di probabilità di contrarre l’HIV, rispetto a quelli che
non hanno ricevuto un’istruzione; l’universalizzazione dell’educazione
primaria avrebbe evitato 700.000 casi di HIV ogni anno, circa il 30%
delle nuove infezioni contratte in questo gruppo di età.40

La disparità tra uomo e donna

Degli 1,3 miliardi di persone che vivono in povertà nel mondo, il 70% è
costituito da donne. Nei paesi poveri del mondo quasi il doppio delle
donne, rispetto agli uomini, di età superiore ai 15 anni è analfabeta. Due
terzi dei bambini a cui è negata l’istruzione primaria sono femmine, e il
75% degli 872 milioni di adulti analfabeti nel mondo è costituito da
donne. Le donne lavorano i due terzi delle ore lavorative totali,
producono metà del cibo, guadagnano appena il 10% dei ricavi totali e
possiedono meno dell’1% delle proprietà globali.41

39
Unesco (2007), Education for all by 2015:Will we make it? - EFA global monitoring report 2008.
Paris, Unesco, pp. 4-7.
40
Campagna del Millennio, No Excuse 2015.
(http://www.campagnadelmillennio.it/mc_08/ob_2_sapeviche.php).
41
Campagna del Millennio, No Excuse 2015.
(http://www.campagnadelmillennio.it/mc_08/ob_3_sapeviche.php).
22
La mortalità infantile

Degli oltre 10 milioni di decessi infantili che avvengono ogni anno nel
mondo, la maggior parte è dovuta a infezioni respiratorie acute,
dissenteria, morbillo e malaria. Tutte malattie che possono essere
prevenute tramite vaccini, zanzariere, misure igieniche e altre semplici
forme di profilassi, che però spesso rimangono ignote o troppo costose,
nei paesi economicamente arretrati, per larghi strati della popolazione.
Lo stesso può dirsi per le medicine che possono curare queste malattie,
comodamente accessibili per qualsiasi cittadino occidentale, ma
inarrivabili per quei 3 miliardi di abitanti del pianeta che vivono con
meno di 2 dollari al giorno.42

La salute materna

Ogni anno più di mezzo milione di donne muore durante la gravidanza o


proprio nel momento del parto: circa una donna ogni minuto. Di queste
morti, il 99% accadono nei paesi in via di sviluppo. In alcune zone
dell’Africa, la percentuale di mortalità maternale è di 1 su 16. Nei paesi a
basso sviluppo solo 28 donne su 100 in attesa del parto sono assistite da
personale medico competente.43

L’Hiv/Aids e le altre Malattie

La malaria, insieme all’Hiv/Aids e alla tubercolosi, è una delle maggiori


sfide della salute pubblica che mina lo sviluppo nei paesi più poveri del
mondo. La malaria uccide un bambino africano ogni 30 secondi. Molti
bambini, che sopravvivono ad un caso di malaria grave, possono
riportare indebolimento nell’apprendimento o danni cerebrali. Inoltre, le
donne incinte ed i nascituri sono particolarmente vulnerabili alla malaria,
che è una delle maggiori cause della mortalità prenatale, del sottopeso e
dell’anemia materna.44 Senza dimenticare che: attualmente più di 11
milioni di bambini in Africa hanno perso almeno un genitore a causa
dell’Hiv/Aids; si stima che questo numero arriverà a 20 milioni entro il

42
Unicef (2007), “Mortalità infantile: cause banali, effetti letali”, 13 settembre 2007.
(http://www.unicef.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1068).
43
Campagna del Millennio. No Excuse 2015.
(http://www.campagnadelmillennio.it/mc_08/ob_5_sapeviche.php).
44
Campagna del Millennio. No Excuse 2015.
(http://www.campagnadelmillennio.it/mc_08/obiettivi_6.php).
23
2010. Sono 42 milioni le persone che vivono con Hiv e AIDS nel
mondo. Si tratta di un’emergenza globale che colpisce
approssimativamente circa 8 mila vite ogni anno in alcune delle nazioni
più povere. Nel mondo, una persona su 100 è Hiv positiva; un terzo di
queste persone hanno tra i 15 e i 24 anni. Circa il 40% della popolazione
mondiale (quasi tutta concentrata nei paesi più poveri) è a rischio di
contrarre la malaria. La malaria genera più di 300 milioni di malattie
gravi e alla fine 1 milione di morti.45

L’accesso all’acqua

Secondo il Rapporto 2006 dell’Undp, Global partnership for


development, oggi nel mondo 1,1 miliardi di persone non hanno la
possibilità di accedere, in modo regolare, ad acqua pulita e 2,6 miliardi
non hanno accesso a servizi igienico-sanitari adeguati. Il risultato è che
ogni anno muoiono di diarrea 1,8 milioni di bambini, una cifra che fa di
questa malattia la seconda maggiore causa di mortalità infantile a livello
globale: nel 2004 la diarrea ha fatto sei volte più vittime di tutte le guerre
e i conflitti in atto nel mondo. Inoltre, la raccolta dell’acqua da pozzi
spesso lontani dai villaggi toglie 4 ore alle giornate delle donne africane.
Quasi il 50% di tutte le persone che vivono nei paesi in via di sviluppo
soffre di un problema sanitario causato da carenze idriche e igienico-
sanitarie. Oltre ai drammatici costi umani, la crisi idrica e igienico-
sanitaria frena la crescita economica: l’Africa sub Sahariana perde ogni
anno il 5% del Prodotto interno lordo, cifra di gran lunga superiore a
quello che la regione riceve in aiuti.46

45
Campagna del Millennio: No Excuse 2015.
(http://www.campagnadelmillennio.it/mc_08/ob_6_sapeviche.php).
46
Undp (2006), Annual Report 2006: Global partnership for development, Denmark, Undp, pp. 1-35.
24
CAPITOLO II

25
Cooperazione allo sviluppo

"Il nostro sogno è un mondo senza povertà"

Frase posta all’ingresso


della Banca Mondiale

2.1 Origini e motivazioni

La politica di cooperazione allo sviluppo (Pcs) 47 è l’insieme di politiche


attuate da un governo, o da un’istituzione multilaterale, che mira a creare
le condizioni necessarie per lo sviluppo economico e sociale, duraturo e
sostenibile, in un altro paese. L’attuazione di tali politiche può essere
realizzata da organizzazioni governative, nazionali o internazionali, o da
organizzazioni non governative (Ong). Un elemento fondamentale della
politica di cooperazione allo sviluppo è il trasferimento di risorse verso i
paesi bisognosi: l’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps). In base alla
definizione adottata dal Comitato di assistenza allo sviluppo
(Development assistance committee, Dac), il foro di discussione che
coordina i principali paesi donatori, l’Aps è costituito da risorse
finanziarie pubbliche, sotto forma di doni o prestiti a tasso agevolato e da
assistenza tecnica; non sono considerati tali i prestiti o l’assistenza a
carattere militare. L’Aps non è la sola fonte finanziaria per lo sviluppo.
La necessità di sopperire alla scarsità di risorse finanziarie nei paesi
meno sviluppati è stata la principale giustificazione per la creazione della
Pcs. Se è vero che già all’inizio del XX secolo alcuni paesi elargivano
aiuti finanziari alle rispettive colonie, e che durante gli stessi anni si
assisteva a un aumento sensibile delle donazioni private a fini umanitari,
l’origine della Pcs viene generalmente fatta coincidere con i piani di

47
La politica di cooperazione allo sviluppo (Pcs), è un insieme di azioni ed obiettivi economico-
sociali che gli Stati, attraverso la propria volontà politica, intendono realizzare. Gli obiettivi di tali
politiche sono vari: lo sviluppo economico e lo sradicamento della povertà nei Paesi in Via di
Sviluppo (Pvs); l’integrazione dei Pvs nell’economia globale; il rafforzamento della Democrazia e
dello Stato di Diritto; il Rispetto dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali. È evidente come gli
obiettivi della Pcs non siano unicamente “umanitari”. Bonaglia F., De Luca V. (2006), La
cooperazione internazionale allo sviluppo, Bologna, Il Mulino.
26
ricostruzione postbellica e la creazione del sistema delle Nazioni Unite.
Gran parte delle istituzioni e degli strumenti che caratterizzano il
panorama odierno della cooperazione allo sviluppo sono stati creati negli
anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, in
particolare: la Banca per la ricostruzione e lo sviluppo (parte del gruppo
della Banca Mondiale), il Fondo monetario internazionale (Fmi) e
l’Organizzazione per la cooperazione economica europea: responsabile
della gestione del Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa.
Quest’ultima è stata trasformata nel 1961 nell’Organizzazione per la
cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), cui fa capo il Dac.
Il Piano Marshall è stato il modello su cui è nata l’assistenza bilaterale da
paese a paese. La cooperazione allo sviluppo è parte integrante della
politica estera di un paese, come dimostra il fatto che spesso, è il caso
dell’Italia ad esempio, essa fa capo al Ministero degli Affari Esteri
(Mae). Ci si domanda allora perché i paesi industrializzati abbiano creato
un sistema che, benché rappresenti in termini di risorse solo una minima
parte dei loro redditi nazionali, costituisce per alcuni paesi beneficiari
più del 10% dell’intero reddito nazionale e dà lavoro a migliaia di
persone nel mondo. Altruismo? Tutela degli interessi nazionali?
Giustificazione economica?
Secondo alcuni, esisterebbe un obbligo morale per i paesi ricchi di
aiutare i paesi poveri.48 Tale obbligo nascerebbe da considerazioni di
solidarietà umana. Secondo il politologo David Lumsdaine, la creazione
dei programmi di cooperazione allo sviluppo sarebbe la naturale
proiezione verso l’esterno del meccanismo di ridistribuzione del reddito
esistente all’interno dei paesi sviluppati.49 C’è anche chi sostiene che non
solo non esiste alcun obbligo morale per l’Aps, ma elargirlo sarebbe
moralmente sbagliato in quanto ciò favorirebbe una cultura di

48
In occasione di un mini-vertice informale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto)
tenutosi nel 2002 a Sidney (Australia), il tema centrale fu l’autorizzazione, dei paesi ricchi a quelli
poveri, a produrre medicinali generici e non, ad un prezzo inferiore, per esportarli in altri paesi che ne
avevano di bisogno. Mark Valle, ministro australiano del commercio, alla domanda “quali paesi
potranno importare?” rispondeva: “Non è un problema economico, è un obbligo morale che va
realizzato dal mondo sviluppato”. Swissinfo.ch (2002), “Medicamenti generici per i paesi poveri”, 15
novembre 2002.
(http://www.swissinfo.ch/ger/startseite/Medicamenti_generici_per_i_paesi_poveri.html?siteSect=105
&sid=1458823&cKey=1037391000000&ty=st).
49
Cfr. Bonaglia F., De Luca V. (2006), op. cit., p. 12.
27
dipendenza del recettore.50 Secondo altri, la giustificazione dell’Aps
starebbe nella volontà del paese donatore di promuovere i propri
interessi nazionali,51 siano questi ideologici (ad esempio favorire o
contrastare il comunismo durante gli anni della guerra fredda), di politica
estera (sostenere le ex colonie o mantenere la stabilità in aree
geografiche vicine), o commerciali (promuovere le esportazioni
attraverso il c.d. “aiuto legato”).
Gli economisti tendono a concordare che, a prescindere da
considerazioni umanitarie, è economicamente sensato trasferire risorse ai
paesi meno sviluppati e promuovere lo sviluppo. Lo sviluppo di questi
paesi contribuirebbe a far crescere la domanda mondiale, con effetti
benefici anche per le economie dei paesi donatori. Infine, in virtù della
crescente interdipendenza mondiale, sarebbe nell’interesse dei donatori
aiutare i paesi meno sviluppati a prevenire, o risolvere, conflitti armati e
crisi, siano esse finanziarie, sanitarie o ambientali, che potrebbero
diffondersi e avere ripercussioni su scala globale. La Pcs viene
generalmente confusa con l’assistenza umanitaria, che è una parte
importante, ma pur sempre solo una parte degli aiuti. Mentre l’assistenza
umanitaria si prefigge di rispondere a situazioni di emergenza e di
alleviare le sofferenze di popolazioni colpite da catastrofi naturali o da
guerre, lo scopo della Pcs è di favorire lo sviluppo duraturo di un paese
dunque la fuoriuscita della popolazione dalle condizioni di povertà.

50
Paul Kagame, Presidente del Rwanda, sottolinea l’importanza per il suo Paese e per il continente di
sollevarsi da una generale cultura della mediocrità, che individua negli “aiuti allo sviluppo” l’unica
possibilità di promozione umanitaria. In breve, basta con la dipendenza dall’estero; le parole del
presidente sono state riportate in un editoriale del quotidiano locale “New Vision” (2009), che ha
anche ribadito , a chiare lettere, che sarebbe ora d’interrogarsi invece sul costo reale di questa
dipendenza, che genera assuefazione e produce paralisi. Il contrario esatto degli effetti sperati.
51
Marianne Gronemeyer, sociologa tedesca, scrive: “La metamorfosi da un colonialismo che
“prende” ad uno che almeno all’apparenza “dà” si è completata sotto la protezione di questa parola
melodiosa, l’“aiuto””. Cfr. Sachs Wolfgang et al. (2004), Dizionario dello sviluppo, Torino, Ega, p.
16.
28
2.2 Attori della cooperazione

Numerosi sono gli attori che partecipano alla discussione delle politiche
di cooperazione, al loro finanziamento e realizzazione. A grandi linee
possiamo distinguere gli attori pubblici dai privati. I primi includono i
governi e le istituzioni internazionali. I secondi includono le imprese e il
cosiddetto no-profit.

Donatori bilaterali. Tutti i governi dei paesi sviluppati, e un numero


crescente di paesi emergenti, attuano in qualche misura una politica di
cooperazione allo sviluppo. I principali paesi donatori sono i 22 membri
del Dac, che rappresentano complessivamente il 98% (circa 119 mld e
759 mln di dollari) di tutti i flussi di Aps. I principali paesi non-Dac sono
i paesi arabi, in particolare l’Arabia Saudita.
A seconda del paese, la responsabilità dell’attuazione della Pcs può
essere attribuita a un ministero della Cooperazione (è il caso del
Department for International Development, Dfid, Regno Unito), ad una
agenzia specializzata, più o meno autonoma dal governo (è il caso della
Gesellschaft für Technische Zusammenarbeit, Gtz, in Germania,
organizzata come un’impresa privata, ma facente capo al governo, o
dell’Agence Française du Developpement, in Francia), oppure a un
dipartimento all’interno del Ministero Affari Esteri, Mae (come la
Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo, Dgcs, in Italia).
La Pcs di ciascun paese membro viene periodicamente esaminata ad
opera di altri due paesi (peer review).

Donatori multilaterali. Accanto ai governi, numerosi organismi


multilaterali operano nell’ambito della cooperazione allo sviluppo.
Questi includono le istituzioni finanziarie internazionali, le agenzie delle
Nazioni Unite e la Commissione Europea. Tra le istituzioni finanziarie
internazionali, le Banche regionali di sviluppo 52 e le Istituzioni di
Bretton Woods 53 sono sicuramente gli attori principali. In particolare, la

52
Le banche multilaterali di sviluppo regionale, oggi, sono: la Banca Asiatica di Sviluppo, la Banca
Interamericana di Sviluppo, la Banca Africana di Sviluppo, la Banca Europea degli Investimenti.
53
La conferenza di Bretton Woods, che si tenne dal 1° al 22 luglio 1944 nell’omonima cittadina
appartenente alla giurisdizione della città di Carroll (New Hampshire, USA), stabilì regole per le
relazioni commerciali e finanziarie tra i principali paesi industrializzati del mondo. Il piano istituì sia
il Fondo monetario internazionale (Fmi) che la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo
29
Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Ibrd) e
l’Associazione internazionale per lo sviluppo (Ida), entrambe facenti
parte del gruppo della Banca Mondiale, sono tra i maggiori donatori.
L’Ida è un fondo che eroga prestiti a interessi zero ai paesi più poveri,
che non hanno la capacità finanziaria di contrarre prestiti a termini di
mercato; la Ibrd estende invece prestiti ai governi dei paesi con redditi
pro-capite relativamente elevati.
Il Programma per lo sviluppo (Undp), una delle principali agenzie Onu,
ha come missione la condivisione delle conoscenze, delle esperienze e il
rafforzamento delle capacità dei Pvs, per contribuire all’affermazione di
governi democratici, alla lotta contro la povertà, alla prevenzione e
ricostruzione delle crisi umanitarie.

Attori non governativi: la società civile e il settore privato. Le Ong


rappresentano la realtà più importante e variegata fra gli attori della
società civile coinvolti nella cooperazione allo sviluppo. L’universo Ong
copre un’ampia gamma di attività, che vanno dall’intervento umanitario
in zone di crisi alla promozione del commercio equo e solidale, passando
per l’educazione e la sensibilizzazione ai problemi dello sviluppo.
Semplificando, possiamo distinguere due tipi di organizzazioni: quelle di
opinione, che promuovono a vari livelli una determinata causa o
movimento di opinione, e quelle operative, il cui scopo primario è la
progettazione ed esecuzione di progetti di cooperazione. Sebbene la
dimensione esatta dell’universo Ong sia sconosciuta, la Banca Mondiale
ha stimato che vi sarebbero fino a 30.000 Ong nei Pvs. Nel 2002 le Ong
ufficialmente riconosciute dal Comitato sulle Ong delle Nazioni Unite
erano 2.236, di cui 131 di grandi dimensioni e attive su più temi.

(detta anche Banca mondiale). Queste istituzioni sarebbero diventate operative solo quando un
numero sufficiente di paesi avesse ratificato l’accordo. Ciò avvenne nel 1946.
30
2.3 I flussi e le modalità

La cooperazione può essere: finanziaria, realizzata essenzialmente con


doni e crediti d’aiuto; materiale, con l’invio di beni (ad esempio aiuti
alimentari); tecnica, con il trasferimento di capacità operative per mezzo
di esperti ed attrezzature. È opportuno notare che i donatori riportano
due tipi di grandezze: gli impegni e gli esborsi.
Nel primo caso un donatore si impegna a trasferire a un beneficiario una
certa prestazione. L’esborso, invece, rappresenta la somma
effettivamente trasferita dal donatore al beneficiario. Tra la registrazione
dell’impegno e l’attuale esborso dei fondi può intercorrere un lasso di
tempo più o meno lungo. In molti casi, le somme effettivamente sborsate
sono inferiori a quelle impegnate.
Per essere classificato Aps (in inglese Official development assistance,
Oda), un trasferimento (in moneta o in natura) deve soddisfare quattro
requisiti: il donatore deve essere pubblico, il destinatario deve essere un
Pvs, la finalità principale del trasferimento deve essere la promozione
dello sviluppo, il finanziamento deve essere un dono o un prestito
erogato a condizione privilegiate. È escluso dall’Aps qualsiasi dono o
credito teso a finanziare spese militare. I crediti di aiuto inclusi nell’Aps
sono prestiti a condizioni agevolate, ossia contengono un “elemento
dono”, che li differenzia dai finanziamenti di carattere commerciale.
Accanto ai flussi finanziari, l’Aps include anche la fornitura di
cooperazione tecnica. Questa si prefigge di rafforzare le capacità umane
ed istituzionali nei Pvs, includendo tutti i doni ai cittadini perché
ricevano una educazione o formazione, nonché i pagamenti a consulenti,
esperti, amministratori e insegnanti, che prestino servizio nel Pvs
beneficiario degli aiuti. Nel calcolo degli aiuti sono inclusi anche i costi
accessori di trasferimento di macchinari ed equipaggiamento. La
cooperazione tecnica rappresenta oltre un terzo del totale degli aiuti
erogati ogni anno. Un’ulteriore distinzione riguarda il canale attraverso
cui la cooperazione è effettuata.
Distinguiamo la cooperazione bilaterale (dal paese donatore direttamente
al paese beneficiario), da quella multilaterale (dal paese donatore a un
organismo multilaterale che decide come utilizzare le risorse in uno o più
paesi beneficiari) e multibilaterale (l’intervento è deciso e finanziato a
31
livello bilaterale, ma l’esecuzione è affidata ad un’agenzia specializzata).
Per quanto riguarda le modalità di erogazione degli aiuti, queste sono
numerose e presentano diverse caratteristiche gestionali e condizionalità.
Una distinzione importante è tra “aiuto progetto” e “aiuto programma”.
L’aiuto progetto è finalizzato alla realizzazione di un particolare
intervento e prevede pertanto una specificazione assai dettagliata delle
spese e delle attività finanziarie.
L’aiuto programma, invece, prevede il trasferimento di risorse
finanziarie al paese beneficiario per sostenere il funzionamento delle
attività di governo, e non specifiche attività. Tra i vari strumenti
dell’aiuto programma, è opportuno ricordare i programmi di sostegno
alla bilancia dei pagamenti, quelli di sostegno al bilancio, quelli settoriali
e quelli di riduzione del debito. Il sostegno alla bilancia dei pagamenti
implica il trasferimento di risorse al paese, affinché questo possa
importare i beni e servizi di cui ha bisogno o fare fronte a problemi di
debito estero. I programmi di sostegno al bilancio servono a finanziare il
bilancio pubblico. Il sostegno settoriale è un tipo di sostegno al bilancio,
che serve a finanziare specifici programmi settoriali.
I programmi di cancellazione del debito sono utilizzati per cancellare in
parte o totalmente il debito, che il governo del paese beneficiario ha nei
confronti del governo del paese donatore. Nell’ambito dell’iniziativa
principale di cancellazione del debito, quella per i paesi poveri
fortemente indebitati (Heavily indebted poor countries, Hipc), il paese
beneficiario si impegna ad utilizzare le risorse liberate in spese tese a
ridurre la povertà.

32
2.4 Evoluzione delle politiche

Si possono distinguere cinque fasi nella storia della cooperazione allo


sviluppo, coincidenti più o meno con i decenni che hanno portato al
nuovo secolo.

Gli anni 1950-60

In questa prima fase, l’obiettivo di sviluppo coincide con la crescita del


reddito.
Il modello economico prevalente, elaborato dagli economisti americani
Roy Harrod e Evsey Domar, prevede che la crescita del reddito sia
proporzionale all’investimento (e quindi al risparmio). Con una
concezione quasi automatica, ci si attende che l’aumento
dell’investimento alimenti la crescita del reddito dei paesi arretrati e
conseguentemente abbia risvolti positivi sulla popolazione. La strategia,
per raggiungere questo obiettivo, consiste nel promuovere
l’industrializzazione.
Il processo di sviluppo e modernizzazione procede in modo lineare,
secondo fasi o “stadi dello sviluppo” come li definisce l’economista
Walt Rostow.54 Questo processo, per poter funzionare ed autosostenersi,
necessita una massa critica di risorse (soprattutto di infrastrutture) e di
una quota costante di investimenti che mancano nei Pvs.
Il trasferimento di risorse da parte dei donatori dà ai Pvs quella spinta
che permetta loro, nell’arco di 10-15 anni, di recuperare il ritardo di
sviluppo e di non avere più bisogno di aiuti.55
Negli anni Sessanta, da un modello in cui lo sviluppo è trainato da un
solo settore (l’industria) e il principale vincolo è la carenza di risparmio,
si passa a un modello in cui si riconosce l’importanza dei legami
intersettoriali e dell’accesso ai mercati internazionali. L’economista
54
Walt Whitman Rostow (7 ottobre 1916 – 13 febbraio 2003), è stato un economista e sociologo
statunitense. La teoria degli stadi è una teoria socio-economica concepita nel corso degli Anni ‘60;
secondo questa teoria, i processi di sviluppo economico e modernizzazione di una società si verificano
in ogni Paese attraverso diversi stadi di sviluppo: società tradizionali, le premesse del decollo, il
decollo, la maturazione e l’età dei consumi di massa. Cfr. Rostow W.W. (1960), The stages of
economic growth: A Non-Communist Manifesto, Cambridge, Cambridge University Press, pp. 4-16.
55
Cfr. Volpi Franco (1994), Introduzione all’economia dello sviluppo, Milano, FrancoAngeli, pp.
183-188.
33
Hollis Chenery dimostra come, anche laddove la carenza di risorse
umane e finanziarie (il c.d. vincolo interno) viene alleviata, la crescita
può ancora essere ostacolata dal mancato accesso a mercati, beni e
tecnologie non disponibili internamente (il c.d. vincolo esterno). Il
settore agricolo viene rivalutato. L’aumento della produttività e della
produzione agricola è necessario per creare un surplus che finanzi il
settore moderno e sostenga lo sviluppo. Il fenomeno della
decolonizzazione favorisce la nascita e il rafforzamento dei programmi
di aiuto bilaterali. Le potenze coloniali sostituiscono i programmi di
assistenza economica verso le ex colonie ai precedenti rapporti di
sfruttamento (in particolare in Africa). Nel 1961 nasce il Dac per
coordinare e monitorare i donatori bilaterali. Programmi di cooperazione
sono avviati anche da istituzioni internazionali (donatori multilaterali). Il
sistema delle Nazioni Unite dà voce ai nuovi Stati indipendenti che
reclamano indipendenza politica e aiuti per conseguire lo sviluppo.
L’Onu dichiara gli anni Sessanta la “Decade dello sviluppo”. L’obiettivo
è di raggiungere al più presto possibile un livello di aiuti globale pari a
circa l’1% del reddito combinato dei paesi avanzati. Nel 1960 nasce
anche l’Associazione Internazionale per lo Sviluppo (International
Development Association, Ida), affiliata alla Banca Mondiale. La sua
finalità è di finanziare, attraverso prestiti a lungo termine ed erogati a
condizioni particolarmente vantaggiose, lo sviluppo dei paesi meno
sviluppati tra i Pvs. A tal proposito vengono create le Banche regionali di
sviluppo in Africa, America Latina e Asia. Se la motivazione economica
degli aiuti è chiara (favorire l’accumulazione capitalistica nei Pvs e
l’industrializzazione attraverso la protezione e il sovvenzionamento dei
settori nascenti), l’obiettivo politico-ideologico è altrettanto evidente.
In questa fase gli Usa rappresentano, da soli, circa i due terzi del totale
degli aiuti che, in gran parte sotto forma di aiuti alimentari e militari,
sono esplicitamente considerati come uno strumento per contenere il
diffondersi del comunismo.
Ingenti flussi di Aps vengono ininterrottamente erogati, principalmente
dalle due superpotenze (Usa e Urss), ai paesi “amici”, a prescindere
dall’effettivo stato di bisogno e, soprattutto, dall’uso cui i loro
governanti, non sempre esempi di buon governo, destinano tali fondi.

34
Gli anni ‘70

La fine degli anni Sessanta vide il progressivo affermarsi di un nuovo


paradigma: il cosiddetto approccio dei bisogni essenziali (basic human
needs).56 La dimensione umana era stata generalmente trascurata negli
anni precedenti, perché si riteneva che sarebbe stata automaticamente
migliorata attraverso la crescita del reddito nazionale, il cosiddetto
effetto di trascinamento.
Dopo quasi venti anni, il sistema internazionale della cooperazione allo
sviluppo si interrogò sui risultati conseguiti. La riflessione venne
alimentata dal Rapporto Pearson (Partners in development, 1969),57
commissionato dalla Banca Mondiale, che conteneva un’analisi
impietosa della politica di cooperazione allo sviluppo e ne proponeva
una trasformazione improntata su principi ancora oggi largamente
condivisibili. Gli studi dell’Ilo (Organizzazione Internazionale del
Lavoro) mettono in risalto la necessità di porre l’obiettivo dell’aumento
dell’occupazione nei Pvs al centro delle strategie di sviluppo.58 Si
riconobbe, inoltre, il fatto che la crescita del reddito non era sufficiente a
ridurre la povertà. Gli aiuti dovevano allora focalizzarsi su azioni e
risultati concreti, di cui avrebbero beneficiato direttamente i poveri:
vaccinazioni, accesso all’acqua, costruzione di scuole, case e
infrastrutture rurali, fornitura di assistenza tecnica e così via.
Si riconobbe che l’impatto degli aiuti dipendeva anche dall’efficienza
con cui il paese recettore utilizzava le sue stesse risorse oltre alla sua
politica economica e sociale.
Nuovi attori rappresentanti della società civile, quali le Ong, emersero o
si affermarono sulla scena della cooperazione internazionale.
Tradizionalmente impegnate in un ruolo di difesa degli interessi dei Pvs
e in azioni di soccorso in caso di emergenze umanitarie, queste

56
L’approccio dei bisogni essenziali, identifica la povertà con la mancata soddisfazione di alcuni
bisogni essenziali: nutrizione, istruzione, salute, abitazione, sicurezza, eccetera.
57
Nel 1969 venne pubblicato il Rapporto Pearson (Partners in development) che, sulla base dei
risultati del primo decennio dello sviluppo, indicava tra gli obiettivi da perseguire nel futuro,
l’aumento del volume di assistenza. Pearson Lester B. (1969), Partners in development: Report, New
York, Praeger.
58
International Labour Organization (2001), The World Employment Report 2001: Life at work in the
information economy, Geneva, ILO.
35
organizzazioni cominciarono a finanziare e ad assumere responsabilità
dirette nell’attuazione di programmi di aiuto allo sviluppo.
Il decennio 1970-80 fu però caratterizzato dal deterioramento delle
condizioni economiche di molti Pvs. La crisi petrolifera del 1973,
sebbene favorisse le nazioni produttrici, era un fardello per i paesi
importatori. I prezzi delle materie prime e di molti beni esportati dai Pvs
continuavano a calare, contribuendo allo squilibrio della bilancia dei
pagamenti. Molti Pvs si trovarono a dover ricorrere in misura sempre più
massiccia all’indebitamento, ponendo le basi per la crisi del debito dei
primi anni Ottanta. All’interno della comunità dei donatori, si iniziò a
riflettere su come fosse possibile che una regione ricevente aiuti da
decenni, ritenuta avviata sulla strada dello sviluppo, non riuscisse a
risollevarsi dalla crisi.

Gli anni ‘80

Il concomitante scoppio della crisi del debito in molti Pvs, il persistente


divario tra Nord e Sud del mondo, la crescente disillusione circa
l’efficacia degli aiuti e l’arrivo al vertice della Banca Mondiale e del Fmi
(le c.d. istituzioni finanziarie internazionali) di una nuova generazione di
economisti liberisti, aprirono la strada all’era dell’aggiustamento
strutturale.59
Economisti, quali Anne Krueger e Jagdish Bhagwati,60 rispondevano
mostrando come i fallimenti dello Stato potevano essere assai più gravi
delle carenze cui volevano sopperire. Le contraddizioni delle strategie
liberiste e i suoi effetti perversi (la creazione di rendite e l’incitamento
della corruzione) vennero messi a nudo da due studi pubblicati nel 1981
sull’esperienza post-coloniale africana: il Rapporto Berg (sulle politiche

59
Le politiche di aggiustamento strutturale sono interventi sui bilanci e sulle economie dei paesi
fortemente indebitati allo scopo di ridurre il peso del deficit. Sono politiche imposte a tali paesi dal
Fondo Monetario Internazionale come conditio sine qua non per avere accesso ai prestiti elargiti da
tale istituzione; esse consistono essenzialmente: in forti tagli alla spesa pubblica, nell'abolizione delle
barriere doganali, nella privatizzazione dei settori produttivi e dei servizi, nell'eliminazione dei sussidi
e delle sovvenzioni statali allo scopo di favorire la liberalizzazione dei mercati locali di lavoro e
capitale.
60
Cfr. Krueger Anne Osborn (1990), “Government Failures in Development”, Journal of economic
perspective, Vol. 4, n. 3, pp. 9-23. Jagdish Bhagwati (1978), Foreign Trade Regimes and Economic
Development: Anatomy and Consequences of Exchange Control Regimes, Cambridge, Ballinger.
36
di industrializzazione) e il Rapporto Bates (sulle politiche agrarie), dal
nome dei due curatori.61 Quest’ultimo offriva un esempio illuminante
degli effetti perversi del sistema di vendita dei prodotti agricoli, istituito
in molti paesi per stabilizzare i redditi dei contadini contro le fluttuazioni
dei prezzi mondiali. In pratica, si fissano prezzi di acquisto dei beni al di
sotto dei prezzi a cui questi vengono poi venduti sul mercato
internazionale, sottraendo quindi reddito alla popolazione rurale per
sussidiare le élites urbane. Lo scoppio della crisi del debito, con
l’annuncio il 20 agosto 1982 dell’impossibilità da parte del governo
messicano di fare fronte al pagamento degli interessi sul debito contratto,
generò il panico. In risposta, i paesi creditori proposero a quelli debitori
un piano per la ristrutturazione del debito, accompagnato da maggiori
aiuti, dietro l’adesione del paese debitore a un Programma di
aggiustamento strutturale (Sap). Questo programma si prefiggeva di
favorire la stabilizzazione macroeconomica (riducendo la spesa
pubblica) e una serie di riforme strutturali (riduzione dell’intervento
pubblico e rafforzamento del funzionamento dei mercati). Il menu di
riforme, che il paese doveva accettare per accedere ai fondi di
aggiustamento strutturale forniti dal Fmi, dalla Banca Mondiale e dai
donatori bilaterali, è riassumibile in: rigore macroeconomico, apertura al
commercio e all’investimento estero, svalutazione del tasso di cambio e
privatizzazioni.
I programmi di aggiustamento strutturale erano dolorosi, ma
promettevano ai paesi un futuro più roseo. Alla fine degli anni Ottanta,
l’aggiustamento strutturale, oggetto fino ad allora alquanto oscuro,
riservato a discussioni tra addetti ai lavori, diventava il bersaglio di una
campagna di protesta globale contro il modello neoliberista adottato
dalla comunità dei donatori. Con la pubblicazione del rapporto Our
common future o Rapporto Brundtland 62 (1987), il tema della
sostenibilità ambientale e sociale dei processi di sviluppo entrò a pieno

61
Il rapporto di Elliot Berg identifica le cause del declino che iniziò in Africa con le politiche di
industrializzazione, in particolare con il ruolo del meccanismo dei prezzi e degli incentivi. Berg Elliot
(1981), Accelerated Development in Sub-Saharan Africa: an agenda for action, Washington, World
Bank. Bates Robert H. (1981), Markets and States in Tropical Africa: The Political Basis of
Agricultural Policies, Berkeley, University of California Press.
62
Il rapporto Brundtland (Our Common Future) è un documento rilasciato nel 1987 dalla
Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (WCED) dove per la prima volta, viene introdotto
il concetto di sviluppo sostenibile.
37
titolo nel dibattito sulla cooperazione. L’innovazione di questo rapporto,
rispetto alle riflessioni precedenti, che spesso teorizzavano la necessità di
rallentare la crescita (“decrescita”), fu quello di individuare un nesso
specifico tra ambiente e sviluppo. La sostenibilità ecologica non può
essere garantita senza una sostanziale riduzione della povertà, poiché la
povertà e l’iniqua distribuzione delle risorse sono tra le principali cause
di degrado ambientale. Da qui la necessità di integrare gli approcci di
tutela ambientale e la lotta alla povertà, per promuovere uno sviluppo
sostenibile. La stessa Banca Mondiale fece parzialmente marcia indietro
e, con il World development report del 1990, riportò la riduzione della
povertà al centro del dibattito e della politica della cooperazione allo
sviluppo. La comunità dei donatori pose la promozione dello sviluppo
sostenibile al centro delle strategie di sviluppo nel summit di Rio de
Janeiro del 1992. In questa sede venne adottata l’Agenda 21,63 un
documento programmatico che delineava una partnership globale per lo
sviluppo sostenibile e fissava obiettivi ambiziosi in termini di tutela
dell’ambiente ed eliminazione della povertà.

Gli anni ‘90

Gli anni Novanta sono densi di avvenimenti politici ed economici, che


hanno grandemente influenzato la politica di cooperazione allo sviluppo.
Il decennio si apre con la caduta del Muro di Berlino e il collasso
dell’Unione Sovietica, ma si chiude con una crisi finanziaria
internazionale di enormi proporzioni. La comunità internazionale deve
confrontarsi con la difficile transizione al mercato delle economie
pianificate, oltre che col perdurante e crescente ritardo di sviluppo
dell’America Latina e, soprattutto, dell’Africa. L’esperienza
dell’aggiustamento strutturale, la trasformazione delle economie
socialiste e le crisi finanziarie hanno dolorosamente messo in evidenza
un fattore imprescindibile nell’elaborazione delle strategie di sviluppo: la
qualità delle istituzioni e della governace. Un corollario a questa
63
Agenda 21 è un programma delle Nazioni Unite dedicato allo sviluppo sostenibile: consiste in una
pianificazione completa delle azioni da intraprendere, a livello mondiale, nazionale e locale dalle
organizzazioni delle Nazioni Unite, dai governi e dalle amministrazioni in ogni area in cui la presenza
umana ha impatti sull’ambiente.
38
“riscoperta delle istituzioni” è la consapevolezza che anche riforme
tecnicamente ineccepibili e in grado di beneficiare la maggioranza dei
cittadini non vengono spesso realizzate. L’economia politica delle
riforme dimostra precisamente come una minoranza interessata al
mantenimento dello status quo riesca a mobilitarsi per difendere il
proprio interesse particolare e bloccare la riforma. La realizzazione e la
sostenibilità delle riforme richiedono allora di essere discusse
preventivamente con coloro che le devono sopportare: occorre
individuarne i costi e, nel caso, compensare i gruppi che li subiscono.
Riconoscendo queste necessità, la parola chiave della politica di
cooperazione allo sviluppo negli anni Novanta diventa ownership, a
indicare l’appropriazione del processo decisionale da parte degli attori
locali, da realizzarsi attraverso il coinvolgimento in questo processo di
tutti coloro che hanno un interesse nel processo di sviluppo, i c.d.
stakeholders.
In seno alle Nazioni Unite si avvia un nuovo dibattito sulle prospettive
economiche e sociali del pianeta attraverso numerosi eventi
internazionali, dalla Conferenza di Pechino sulla condizione delle donne,
a quella di Copenaghen sullo sviluppo sociale, svoltesi nel 1995, fino
alla Dichiarazione del Millennio approvata dall’Assemblea generale
delle Nazioni Unite nel 2000.

Il nuovo millennio

Le mutate condizioni geopolitiche, il persistere di grandi divari


economici, ma anche la consapevolezza che l’aiuto può fare la
differenza, quando fornito in maniera appropriata e accompagnato da
uno sforzo congiunto dei donatori e dei paesi recettori ad attuare
politiche virtuose, aprono nuove impegnative sfide per la comunità
internazionale. L’obiettivo condiviso di donatori e paesi beneficiari è la
promozione di una crescita economica sostenibile e lo sradicamento
della povertà; il quadro di riferimento è rappresentato dagli Obiettivi di
Sviluppo del Millennio e dal Consenso di Monterrey (2002). A partire da
questa conferenza, donatori e Pvs hanno sottoscritto un impegno
reciproco alla coerenza delle politiche per la riduzione della povertà.
39
Questo impegno implica per i donatori non solo l’aumento delle risorse
destinate alla cooperazione, ma anche un loro impiego più efficace e il
contemporaneo allineamento delle altre politiche agli obiettivi dello
sviluppo.

40
CAPITOLO III

41
Il Sistema Italia nella cooperazione allo sviluppo

"Come Italia intendiamo promuovere una strategia globale


che svuoti gli arsenali, combattendo davvero la povertà"

64
Franco Frattini

Nel sito web della Cooperazione italiana allo sviluppo, del Ministero
degli Affari Esteri, si legge che la linea direttrice della Cooperazione
italiana è quella dell’intensificazione, della collaborazione e delle
sinergie con il Sistema Italia, con riferimento a quattro pilastri
fondamentali:
la cooperazione orizzontale (il ruolo delle Ong);
la cooperazione decentrata (il ruolo delle Regioni e degli Enti Locali);
le associazioni economiche di categoria;65
il sistema formativo (il ruolo delle Università e dei centri di
eccellenza).66
Di seguito analizzeremo la struttura e il funzionamento della
Cooperazione italiana allo sviluppo.

64
Franco Frattini, è un politico italiano. Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Italiana dall’8
maggio 2008. Chiara Alberto, Disarmo e sviluppo, ecco il nostro G8, Famiglia Cristiana, n. 02, 11
gennaio 2009.
65
La Cooperazione italiana attribuisce particolare importanza ai programmi di sviluppo delle piccole e
medie imprese (Pmi) e delle micro-imprese, al fine d’intensificare i contatti e la collaborazione con le
associazioni di categoria della piccola industria, del commercio e dell’artigianato. Altrettanto rilevanti
sono i contatti con la Confindustria e con il settore bancario e finanziario, che risultano determinanti
per il trasferimento di know-how e per il successo, ad esempio, delle iniziative congiunte tra i settori
pubblico e privato. La Cooperazione italiana può deliberare, in attuazione dell’Art. 7 della legge n.
49/87, il finanziamento parziale del capitale di rischio delle imprese miste; per il finanziamento di
questi progetti sono disponibili fondi a valere sul Fondo Rotativo costituito presso Artigiancassa
S.p.A. La stabile collaborazione con le associazioni di categoria è importante per affinare questo
strumento di cooperazione presso le aziende, specie le Pmi, potenzialmente interessate ad intervenire
nei Pvs.
66
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, Il sistema Italia nella cooperazione allo sviluppo.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/cooperazione/SistemaItalia.html).
42
3.1 Base giuridica e la Dgcs

L’articolo n. 1 (comma 1) della legge n. 49/1987, che regolamenta la


disciplina e la natura della cooperazione italiana allo sviluppo, recita:
“La cooperazione allo sviluppo è parte integrante della politica estera
dell’Italia e persegue obiettivi di solidarietà tra i popoli e di piena
realizzazione dei diritti fondamentali dell’uomo, ispirandosi ai princìpi
sanciti dalle Nazioni Unite e dalle convenzioni Cee - Acp”.
Nell’ambito del Ministero degli Affari Esteri (Mae), la legge del 26
febbraio 1987 (n. 49/1987), istituisce il Comitato Direzionale per la
Cooperazione allo Sviluppo e la Direzione Generale per la Cooperazione
e lo Sviluppo (Dgcs).
Il Comitato direzionale è presieduto dal Ministro o dal Sottosegretario
per gli affari esteri ed è composto da: i Direttori generali del Mae, il
Segretario generale per la programmazione economica del Ministero del
Bilancio, il Direttore generale del tesoro, il Direttore generale delle
valute del Ministero del Commercio estero e quello del Mediocredito
centrale.
La Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo è articolata in
13 Uffici, una Unità Tecnica Centrale (Utc) e una Unità di Valutazione
(Nvt).
Sinteticamente, gli uffici si occupano di: curare le linee della
cooperazione e delle politiche di settore, le statistiche, gli studi, la banca-
dati, formare il bilancio e la programmazione finanziaria, regolamentare
la cooperazione decentrata (ufficio I); curare i rapporti con le
organizzazioni internazionali non finanziarie (ufficio II); elaborare le
iniziative nei paesi e per le popolazioni in via di sviluppo in accordo con
le competenti Direzioni generali geografiche (uffici III, IV e V); gestire
gli interventi umanitari di emergenza e gli aiuti alimentari (ufficio VI);
verificare l’idoneità e concedere i contributi a favore delle
organizzazioni non governative (ufficio VII); curare la cooperazione
finanziaria e il sostegno all’imprenditoria privata e alla bilancia dei
pagamenti dei paesi in via di sviluppo, ivi compresi i crediti d’aiuto ai
fini dell’alleggerimento del debito, e la cooperazione allo sviluppo
nell’ambito dell’Unione europea (ufficio VIII); curare la formazione in
Italia ed all’estero mediante corsi e concessioni di borse di studio, gestire
i rapporti con gli enti di formazione, ivi compresi i centri di ricerca e le
università italiane e straniere (ufficio IX); dare consulenza giuridica
(ufficio X); controllare gli acquisti e le spese di funzionamento della
Direzione generale, la manutenzione degli immobili, delle attrezzature
ed il loro inventario (ufficio XI); verificare il fabbisogno e
43
l’accreditamento dei fondi alle rappresentanze all’estero per il
funzionamento delle Unità tecniche locali, verificare la rendicontazione;
pagare i rimborsi, le indennità e gli straordinari del personale in servizio
presso la Direzione generale (ufficio XII); elaborare studi e proposte per
la promozione del ruolo della donna nei paesi in via di sviluppo, e della
tutela dei minori e dei portatori di handicap (ufficio XIII).
L’Unità tecnica centrale cura il supporto tecnico alle attività della
Direzione generale nelle fasi di individuazione, istruttoria, formulazione,
gestione e controllo dei programmi, ed esegue attività di studio e ricerca
nel campo della cooperazione allo sviluppo. Infine, l’Unità di
valutazione esegue le valutazioni in itinere ed ex post delle iniziative di
cooperazione e la retroazione dei risultati).67

3.2 Obiettivi generali e linee guida

Gli obiettivi generali della cooperazione italiana allo sviluppo e i principi


guida, a cui essa si ispira, sono quelli fissati nel quadro di accordi,
decisioni e dichiarazioni assunte a livello internazionale e comunitario.
La Dichiarazione del Millennio, approvata nel 2000 a New York da 186
Capi di Stato e di Governo nel corso della Sessione Speciale
dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è il principale documento
d’ispirazione ed azione che esplicita il ruolo dei paesi economicamente
sviluppati nei confronti dei paesi più poveri; nella dichiarazione è
stabilito, come obiettivo centrale, il dimezzamento della povertà assoluta
entro il 2015.
Per la prima volta, la finalità dello sviluppo è stata tradotta in obiettivi
quantitativi; la dichiarazione si articola in 8 obiettivi (i c.d. Obiettivi del
Millennio) ed in 18 sotto-obiettivi (traguardi), concatenati fra loro ed
ordinati secondo criterio. Gli obiettivi (ed i rispettivi traguardi) sono:
1) eliminare la povertà estrema e la fame (dimezzando, tra il 1990 e il
2015, il numero di persone che vivono con meno di 1 dollaro al giorno e
il numero di persone che soffrono la fame); 2) assicurare l’istruzione
elementare universale (garantendo, entro il 2015, che le bambine ed i
bambini di tutto il mondo abbiano accesso alle scuole elementari);

67
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, Ggcs: Uffici.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/DGCS/uffici/intro.html).
44
3) promuovere l’uguaglianza delle donne e la loro posizione sociale
(eliminando le disuguaglianze tra sessi nell’accesso all’istruzione
elementare e media, entro il 2005 e per tutti i livelli d’istruzione entro il
2015); 4) ridurre la mortalità infantile (riducendo di 2/3, tra il 1990 e il
2015, il tasso di mortalità dei bimbi al di sotto dei 5 anni); 5) migliorare
la salute materna (riducendo di 3/4, tra il 1990 e il 2015, il tasso di
mortalità materna); 6) combattere l’Hiv/Aids e le altre malattie maggiori
(fermando ed invertendo, entro il 2015, la diffusione del virus Hiv/Aids e
di altre malattie diffuse come la malaria e la tubercolosi);
7) assicurare la sostenibilità ambientale (integrando i principi di
sviluppo sostenibile nei programmi e nelle politiche di ciascuno Stato;
dimezzando, entro il 2015, la quota di persone che non ha accesso
all’acqua potabile e raggiungendo, entro il 2020, un miglioramento
significativo delle condizioni di vita degli abitanti dei quartieri poveri);
8) sviluppare un’alleanza globale per lo sviluppo (sviluppando: un
sistema commerciale e finanziario al servizio dello sviluppo, strategie
per l’occupazione giovanile, affrontando i problemi dei Pvs, i problemi
speciali dei Pvs che non hanno accesso al mare, rendendo il debito dei
Pvs più sostenibile, l’accesso ai medicinali essenziali nei Pvs e
garantendo la disponibilità delle nuove tecnologie a tutti).68
Altri importanti principi guida per la cooperazione italiana allo sviluppo,
sono quelli descritti nell’Accordo di Cotonou sul partenariato con i Paesi
in Via di Sviluppo (Pvs); siglato tra l’Unione Europea ed i Paesi Acp
(Africa, Caraibi, Pacifico) nel 2000, tale accordo mira: al rafforzamento
dell’appropriazione (“ownership”) dell’aiuto da parte dei Pvs; alla
promozione della partecipazione degli enti non-statali (Ong, società
civile); al coordinamento e alla complementarietà delle attività della
Commissione e degli Stati membri; al miglioramento della coerenza
delle politiche (di sviluppo, agricole, commerciali, dell’immigrazione);
al miglioramento della qualità degli aiuti (il decentramento, la
concentrazione da parte di ciascun donatore dei suoi aiuti in un limitato
numero di settori per Paese, la semplificazione delle procedure,

68
Cfr. Bonaglia F., De Luca V. (2006), La cooperazione internazionale allo sviluppo, Bologna, Il
Mulino, pp. 92–93.
45
l’utilizzazione di indicatori che consentano di valutare meglio i
risultati).69
Le altre decisioni, dichiarazioni ed impegni, che meritano di essere
ricordati in questa sede sono, in ordine cronologico, specificate in
seguito.
Nel 2002, le Decisioni del Consiglio Europeo di Barcellona, hanno
impegnato i paesi membri in un progressivo aumento dell’Aiuto
pubblico allo sviluppo (Aps), sia a livello comunitario che di paese. Per
ciò che attiene ai paesi, l’obiettivo fissato è di un rapporto tra Aps e Pil
pari allo 0,7%, con l’obiettivo intermedio dello 0,33% che doveva essere
raggiunto entro il 2006.70
Le dichiarazioni di principio e gli impegni assunti nell’ambito del
“World summit on the information society”(Wsis), tenutosi a Ginevra
nel 2003 ed a Tunisi nel 2005, con particolare riferimento alle linee
d’azione, delineano: il ruolo delle autorità pubbliche al governo e degli
altri soggetti interessati nella promozione di Tecnologie per la
Comunicazione e l’Informazione (Information and Communication
Technology, Ict); le infrastrutture per la comunicazione e l’informazione;
l’accesso all’informazione ed alla conoscenza; la formazione, la
confidenza e la sicurezza nell’uso dell’Ict; il ruolo dei media e la
dimensione etica dell’informazione; la cooperazione regionale ed
internazionale. La Information and communication technology trova le
sue applicazione: nell’e-government, nell’e-business, nell’e-learning,
nell’e-health, nell’e-employment, nell’e-environment, nell’e-agriculture
e nell’e-science.71
Ed infine, l’Agenda for Action di Accra, approvata nel 2008 nella
capitale del Ghana (al terzo Forum di alto livello), riguarda l’efficacia
degli aiuti allo sviluppo e riflette l’impegno internazionale nel supportare
le riforme che servono per accelerare un uso effettivo dell’assistenza e

69
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, Il contesto internazionale della cooperazione.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/cooperazione/Contesto.html).
70
Ibidem.
71
Il prefisso “e” sta per “electronic” e viene utilizzato per designare determinate attività, quando si
svolgono tramite Internet. World summit on the information society (Wsis) (2005), Tunis Agenda for
Information Society, 18 novembre 2005. (http://www.itu.int/wsis/docs2/tunis/off/6rev1.html).
46
degli aiuti allo sviluppo, assicurando il raggiungimento degli Obiettivi
del Millennio entro il 2015.72

3.3 Settori prioritari d’intervento73

La cooperazione italiana, nel prossimo triennio (2009-2011), continuerà


ad impegnarsi su alcune tematiche trasversali con iniziative integrate e
multisettoriali, come ad esempio l’empowerment delle donne e dei
gruppi vulnerabili (minori, diversamente abili). La programmazione
futura sarà rivolta, soprattutto nei confronti dell’Africa sub Sahariana e
della regione orientale del continente, verso i seguenti obiettivi:
programmi specifici per l’empowerment delle donne, il capacity
building,74 ed azioni di mainstreaming (integrazione) in tema di
sicurezza alimentare ed ambientale. Particolare attenzione sarà data ai
programmi che prevedono l’accesso delle donne al mondo del lavoro e
all’imprenditorialità, anche attraverso programmi di microcredito e
formazione professionale. Attraverso il rafforzamento della
collaborazione con le agenzie multilaterali, verranno affrontate le
tematiche della salute riproduttiva e della lotta a ogni tipo di violenza
contro le donne e le bambine.
Di prioritaria importanza, sempre secondo le linee guida e gli indirizzi di
programmazione del triennio 2009 - 2011, saranno gli impegni che la
cooperazione italiana rivolgerà ai minori. Verranno realizzate iniziative
di tutela e promozione dei diritti fondamentali dei bambini, degli
adolescenti e dei giovani, per favorire lo sviluppo sostenibile delle
comunità di appartenenza e per rafforzare il cruciale ruolo delle nuove
generazioni nello sviluppo della pace e della democrazia.
72
Accra High Level Forum.
(http://www.accrahlf.net/WBSITE/EXTERNAL/ACCRAEXT/0,,menuPK:64861886~pagePK:470538
4~piPK:4705403~theSitePK:4700791,00.html).
73
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, Le priorità della cooperazione italiana allo sviluppo.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/cooperazione/PrioritaCoopItaliana.html)
.
74
L’Undp, nel 1991, definisce il capacity building come la creazione di un ambiente che favorisce,
attraverso opportune strutture politiche e giuridiche, lo sviluppo istituzionale; ciò comprende la
partecipazione della società, lo sviluppo delle risorse umane e il rafforzamento dei sistemi di gestione.
Per l’Undp si tratta di un processo continuo e a lungo termine, al quale partecipano tutti gli
stakeholder (amministrazioni centrali, autonomie locali, parti economiche e sociali, ong, università,
eccetera).
47
Nello specifico, saranno realizzate iniziative finalizzate a ridurre lo
sfruttamento del lavoro minorile, le violenze sessuali (anche a scopo
commerciale) e le mutilazioni genitali delle bambine e delle adolescenti.
Non mancheranno attività a sostegno di sistemi di giustizia minorile, che
tengano conto delle particolari esigenze dei minori e che siano volti al
loro reinserimento sociale, nonché per la tutela di bambini e adolescenti
soldato e vittime dei conflitti armati. Infine, alta priorità d’intervento
verrà data alle azioni che riguarderanno i diversamente abili, in
ottemperanza alla Convenzione di New York sui Diritti delle Persone con
Disabilità (13 dicembre 2006).75
Concludendo, la cooperazione italiana allo sviluppo resta comunque
parte attiva nella messa a punto e nel rafforzamento di strumenti
finanziari innovativi, in particolar modo nell’ambito sanitario, dove già
esercita un ruolo di primo piano; servono da esempio, il supporto
dell’Italia all’International Finance Facility for Immunisation (Iffim) 76
e la carica di consigliere di amministrazione nel Fondo globale per la
lotta all’Aids, alla malaria e alla tubercolosi.77

75
United Nations (2008), Convention on the Rights of Persons with Disabilities.
(http://www.un.org/disabilities/documents/convention/convoptprot-e.pdf).
76
International Finance Facility for Immunisation (2006), è un’associazione di beneficienza e
compagnia finanziaria, nata su iniziativa del governo del Regno Unito, che attraverso l’emissione di
bond sul mercato dei capitali, finanzia le attività dell’organizzazione GAVI (Global Alliance for
Vaccines and Immunisation). L’Iffim è anche supportato da Francia, Italia, Spagna, Svezia e
Sudafrica.
77
Fondo Globale per la Lotta all’Aids, Tubercolosi e Malaria (GFATM), lanciato in occasione del G8
di Genova nel 2001, il Fondo svolge un ruolo decisivo nella risposta internazionale all’emergenza
dell’Hiv/Aids. L’Italia fa parte del Consiglio di Amministrazione del Fondo Globale ma, ad oggi,
l’efficacia di tale strumento è stata limitata proprio dai paesi del G8 che, al momento dell’istituzione,
si sono opposti al meccanismo del finanziamento obbligatorio optando per un sistema basato su
donazioni volontarie biennali. Da allora, complice una volontà politica altalenante, il Fondo si è
trovato continuamente a corto di finanziamenti e la modifica del sistema di finanziamento continua ad
essere una questione prioritaria.
48
3.4 Partner

I principali partner della Cooperazione italiana allo sviluppo sono i


Ministeri, in particolare il Ministero degli Affari Esteri (Mae) ed il
Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef). Questi sono i maggiori
soggetti erogatori dell’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps), con circa 1/3
per ciascun ministero. L’ultimo terzo dell’Aps italiano 78 è costituito dai
trasferimenti all’Unione Europea. La Cooperazione italiana, inoltre,
sostiene i programmi realizzati da diverse Organizzazioni
Internazionali.79
Il coordinamento tra Mae e Mef si è consolidato nel tempo per
assicurare, da un lato, la piena coerenza degli interventi italiani di
cooperazione allo sviluppo, e dall’altro, per coordinare e
responsabilizzare entrambi i protagonisti nelle procedure di
finanziamento, come nel caso dei crediti d’aiuto, che sono negoziati dal
Mae ed erogati dal Mef per il tramite di Artigiancassa S.p.a..80
Altro quadro di riferimento essenziale, per la cooperazione italiana, è
quello europeo. L’Aps italiano è canalizzato, tramite la Commissione
Europea, per due distinte finalità: una quota-parte nazionale, dovuta al
Fondo Europeo di Sviluppo 81 (Fes/Fed), per finanziare le attività
previste dall’Accordo Acp-Ue (pari al 12,54 % del IX Fes 2002/2007);
l’altra parte, come contributo dell’Italia (circa il 13%), per le attività
ordinarie sul bilancio comunitario a titolo di aiuto allo sviluppo. Inoltre,
è importante ricordare l’ufficio di cooperazione EuropeAid, istituito nel
2001 con decisione della Commissione Europea. EuropeAid è
responsabile di tutte le fasi del ciclo di operazioni (identificazione e

78
Secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’Aps
italiano nel 2008 ammonta a 4.443,59 milioni di dollari.
79
Le Agenzie dell’Onu, la Banca Mondiale e gli organismi di integrazione regionale in Africa (Igad,
Sadc, Cilss) ed in America Latina (Cepal), il polo agricolo romano (Pam, Ifad), gli Organismi
Internazionali operanti in Italia, come il Centro Ilo e l’Unicri a Torino, gli Uffici Unido a Milano e
Bologna, il Centro Unicef a Firenze, l’Ufficio Iom a Roma, lo Iam a Bari, il deposito delle Nazioni
Unite di Bari per gli interventi umanitari d’emergenza.
80
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, Partner.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/Partner/intro.html).
81
Fondo Europeo di Sviluppo (Fes), rappresenta lo strumento principale degli aiuti comunitari per la
cooperazione allo sviluppo con gli Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (Acp), nonché con i
paesi e territori d’oltremare (Ptom). Il decimo fondo, che copre il periodo 2008-2013, dispone di una
dotazione finanziaria di 22.682 milioni di euro. Di questo importo, 21.966 milioni di euro sono
stanziati per i paesi Acp, 286 milioni di euro per i Ptom e 430 milioni di euro per la Commissione a
titolo delle spese di sostegno legate alla programmazione e all’attuazione del Fes.
49
istruzione dei progetti e programmi, preparazione delle decisioni di
finanziamento, attuazione e monitoraggio, valutazione dei progetti e
programmi) che assicurano la realizzazione degli obiettivi definiti,
tramite programmi, dalla Direzione generale relazioni esterne e dalla
Direzione generale sviluppo.82
La legge n. 49/1987 definisce idonee le Organizzazioni che, dopo
un’istruttoria molto selettiva, ottengono dal Ministero degli Esteri un
riconoscimento di idoneità per la gestione di progetti di cooperazione. Le
Ong sono i principali partner della cooperazione non governativa. I
campi d’intervento delle Ong sono molto vasti e di vario livello: la
politica estera, l’economia, la difesa dei diritti umani, la globalizzazione,
la questione del debito estero, le relazioni tra Nord e Sud del mondo e la
pace. A partire dagli anni ‘70, un numero cospicuo di Ong italiane ha
deciso di aderire a tre grandi federazioni di coordinamento: la Focsiv
(Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontariato),
che conta 61 membri; il Cocis (Coordinamento delle Organizzazioni non
governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo), che
raggruppa 28 Ong; il Cipsi (Coordinamento di iniziative popolari di
solidarietà internazionale), con 46 Ong. Alcune Ong, tra cui le
componenti italiane di ActionAid International, Amref, Save the
Children, Terre des hommes, Vis e Wwf, hanno da poco dato vita al
Coordinamento Italiano Network Internazionali (Cini) per rispondere
all’esigenza di coordinare al meglio le loro attività di sensibilizzazione,
informazione ed advocacy.83 Le Ong costituiscono una realtà molto
diversa dal volontariato comunemente inteso, perché la loro struttura
operativa è professionalmente finalizzata allo svolgimento delle attività
di cooperazione e composta da cooperanti integrati professionalmente
nell’organizzazione di cui fanno parte.84
Differenti partner, cui la cooperazione italiana allo sviluppo dedica
sempre maggiori attenzioni e risorse, è la “cooperazione decentrata”:
attività di cooperazione (partenariato territoriale, transfrontaliero, di
prossimità ecc.) realizzata dalle Autonomie locali italiane (Regioni,
Province, Comuni), in partenariato con enti analoghi nei Pvs e con il
coinvolgimento della società civile dei rispettivi territori.
82
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, Unione Europea.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/Partner/UnioneEuropea/intro.html).
83
ActionAid International, AMREF, Save the Children, Terre des hommes, VIS e WWF sono sei
delle più importanti organizzazioni non governative italiane attive sullo scenario internazionale con
centinaia di progetti di cooperazione allo sviluppo, oltre un milione di sostenitori privati e progetti in
più di 50 paesi e 5 continenti.
84
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, Ong.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/Partner/ONG/intro.html).
50
Il coinvolgimento delle Autonomie locali, nella cooperazione
governativa, è in continua crescita ed assume forme molteplici:
dall’affidamento diretto di specifiche iniziative mediante apposite
convenzioni, al cofinanziamento indiretto attraverso programmi quadro
in gestione diretta o affidati a terzi (organismi internazionali).85
Ed infine, negli ultimi anni, la cooperazione alla pace e allo sviluppo è
riuscita a diffondersi nei diversi contesti accademici, incentivando
l’educazione delle nuove generazioni alla responsabilità sociale e alla
comprensione delle problematiche internazionali. In tale quadro si
colloca la collaborazione della Crui (Conferenza dei Rettori delle
Università Italiane) con il Ministero degli Affari Esteri - Direzione
Generale Cooperazione allo Sviluppo, volta all’identificazione di un
rinnovato modello accademico di cooperazione allo sviluppo e alla pace,
che valorizzi il ruolo dell’Università nella formazione delle risorse
umane.86

85
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, Regioni ed enti locali: la cooperazione decentrata.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/Partner/CoopDecentrata/intro.html).
86
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, Università.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/Partner/CoopUniversitaria/intro.html).
51
3.5 Strumenti d’intervento 87

Gli strumenti che la legge italiana (n.49/1987) mette a disposizione delle


proprie imprese per la realizzazione di progetti nei Pvs, al fine di
alleviare il livello di povertà, sono i seguenti: crediti di aiuto in favore
dei paesi in via di sviluppo; crediti agevolati alle imprese italiane, con
parziale finanziamento della loro quota di capitale di rischio in imprese
miste da realizzarsi in Pvs; doni in favore dei Pvs; doni a organizzazioni
internazionali (Trust Funds).

Crediti di aiuto 88

I crediti di aiuto sono crediti agevolati concessi a paesi in via di sviluppo


che generalmente devono soddisfare due condizioni principali: il reddito
pro-capite del Paese beneficiario non deve superare un determinato
livello, in accordo ai dati forniti dalla Banca Mondiale; come seconda
condizione, i progetti finanziati non devono essere commercialmente
viabili. Ai soggetti beneficiari (Stati, Banche Centrali, Enti Statali)
possono essere finanziati singoli progetti (una diga, un tratto
autostradale, una ferrovia, un ospedale); oppure programmi specifici
(varie forniture di prodotti, sviluppo di un settore particolare o delle
piccole e medie imprese locali).
I termini e le condizioni di tali finanziamenti (tasso d’interesse, durata,
periodo di grazia) 89 sono connessi al livello di concessionalità attribuito
al Paese, in funzione del suo reddito pro-capite. Per quanto riguarda le
procedure, la richiesta di un credito di aiuto viene avanzata dal Pvs
tramite l’Ambasciata agli uffici competenti del Mae-Dgcs; questi, ne
valutano l’eleggibilità in funzione delle caratteristiche d’intervento e
degli indirizzi politici sul paese. Il progetto, se ritenuto eleggibile, viene
presentato al Comitato Direzionale per l’emissione di un parere e, nel
caso di parere positivo, viene elaborato un “accordo tra Governi” (nel
quale sono indicati la destinazione del finanziamento, la procedura di
gara, l’aggiudicazione dei contratti e le modalità di erogazione e
87
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, Strumenti d’intervanto.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/LeggiProcedure/Strumenti/intro.html#cr
editi).
88
I crediti di aiuto concessi dal Governo italiano, ai sensi dell’interpretazione data alla normativa
attualmente vigente (L. n. 49/1987), si riferiscono ad acquisizioni di beni e servizi di origine italiana
(i c.d. “crediti di aiuto legati”) con l’eccezione di una percentuale massima del 50% ammessa per il
finanziamento delle spese locali.
89
Per periodo di grazia s’intende l’arco temporale in cui non viene richiesto il pagamento delle rate,
ma in cui maturano gli interessi.
52
controllo). L’erogazione, ai soggetti beneficiari, viene effettuata
dall’Ente Gestore del Fondo Rotativo (attualmente Artigiancassa S.p.A.),
a seguito di un decreto emesso dal Ministero dell’Economia e dietro
presentazione di stati avanzamenti lavori o fatture amministrative.

Crediti per imprese miste nei Pvs

Questo strumento consiste in un finanziamento agevolato alle aziende


italiane che realizzano imprese miste nei paesi in via di sviluppo.
Rispetto alla tradizionale esportazione di beni e servizi, i crediti
rappresentano una costruttiva collaborazione diretta allo sviluppo del
Paese, favorendo la valorizzazione delle risorse locali, il trasferimento
delle tecnologie e del know-how, la formazione e l’occupazione della
manodopera locale. I soggetti beneficiari (le imprese italiane)
acquisiscono quote di capitale di rischio in nuove imprese miste, o in
quelle già esistenti nei Pvs, con la partecipazione di investitori pubblici o
privati locali.90 I Pvs, in cui si opera, devono avere un reddito annuo
procapite inferiore a 3.465 US$. I settori prioritari sono: il
manifatturiero, l’energetico, le infrastrutture, le telecomunicazioni e
l’agroindustriale. La procedura, per richiedere tali crediti, prevede che
l’impresa italiana sottoponga una richiesta di agevolazione finanziaria al
Mae-Dgcs, il quale effettuerà una valutazione tecnica-economica sul
progetto da realizzare nel Pvs. Il Gestore del Fondo Rotativo
(Artigiancassa S.p.a.), dopo aver effettuato una valutazione finanziaria
sull’impresa italiana richiedente, sottopone la propria valutazione al
Comitato Direzionale della Cooperazione per un parere. In caso di parere
positivo, il Gestore del Fondo rotativo stipula un contratto di
finanziamento con l’impresa italiana, a seguito di un’autorizzazione del
Ministero dell’Economia, sulla base del quale vengono poi erogati i
fondi.

90
La partecipazione dell’impresa italiana nel capitale della società mista deve essere considerevole,
mentre la partecipazione del partner locale non deve essere inferiore al 25%. La percentuale massima
dell’agevolazione concessa all’impresa italiana è del 70% dei contributi al capitale sottoscritto
dall’impresa, nel capitale della società mista, e non va oltre il tetto massimo di Euro 10.329.138.
53
Doni in favore dei Pvs

I doni si differenziano dai crediti di aiuto, in quanto l’ammontare erogato


al Pvs non va restituito. I doni vengono generalmente concessi a paesi a
basso reddito.91
I soggetti beneficiari (Stati, Banche Centrali, Enti di Stato dei Pvs)
godono di progetti e/o settori finanziabili identici ai crediti di aiuto (vedi
sopra). La Procedura, come per i crediti di aiuto, termina con un accordo
tra Governi. La Dgcs provvede, tramite gli uffici competenti, ad
accreditare l’importo del finanziamento, secondo le modalità previste
nell’accordo, sul “conto speciale” presso una “Banca Agente” scelta dal
Governo del paese beneficiario. Nel caso di doni destinati al
finanziamento di merci, viene nominata una società di
approvvigionamento che assiste il Paese beneficiario nell’attività.

Doni a organizzazioni internazionali (Trust Funds)

Consistono in un trasferimento di risorse finanziarie da un donatore a


un’organizzazione multilaterale, da usare per un obiettivo, area, paese o
settore nel quale il donatore desidera operare, avvalendosi
dell’“expertise” dell’organizzazione scelta. I fondi fiduciari possono
essere sia “single donor”, in cui il finanziamento proviene da un unico
donatore; sia “multi donor”, in cui più donatori apportano contributi
finanziari.

91
I Low income countries, sono quei paesi con un reddito pro-capite annuale inferiore a 875 dollari.
54
3.6 Iniziative

La Cooperazione italiana assegna importanza prioritaria a interventi volti


ad assicurare la stabilità politica e il miglioramento delle condizioni di
vita della popolazione nei Paesi in via di sviluppo. Le iniziative in atto, e
quelle terminate, sono raggruppate per Paese e per Area tematica, come
di seguito.

Area del Nord Africa e del Vicino e Medio Oriente

La politica e gli interventi di cooperazione italiana allo sviluppo, in Nord


Africa (Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco) e nel Vicino e Medio Oriente
(Territori Palestinesi, Giordania, Libano, Siria, Iran, Iraq, Yemen), sono
volti ad assicurare la stabilità politica e il miglioramento delle condizioni
di vita delle popolazioni locali. L’aiuto allo sviluppo rappresenta, inoltre,
un elemento importante ai fini di un’efficace gestione dei flussi
migratori, che da tali regioni partono in direzione dell’Europa. Gli
interventi, in queste aree geografiche, si sono concentrati nello sviluppo
della piccola e media impresa, delle infrastrutture, della sanità,
dell’agricoltura, dell’energia, della tutela ambientale e della
valorizzazione del patrimonio culturale.92

Area dell’Africa sub Sahariana

Povertà e denutrizione sono fenomeni radicati in quest’area. Circa il 34%


della popolazione è denutrita. La fame uccide, da sola, più di tutte le
epidemie africane messe assieme e gli effetti della sottoalimentazione
infantile hanno conseguenze irreversibili, non solo sulla salute, ma anche
in termini di sviluppo sociale ed economico. Nel 2005, la Dgcs ha
erogato oltre 106 milioni di euro a dono e circa 250 milioni di euro a
credito, concentrati prevalentemente in tre regioni considerate prioritarie:
il Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Gibuti e Somalia); la regione dei
Grandi Laghi (Burundi, Kenya, Rep. Democratica del Congo, Tanzania e
Uganda); i grandi paesi dell’Africa australe (Mozambico, Angola e
Sudafrica). I maggiori beneficiari degli interventi a dono sono stati:
Mozambico (19 milioni di euro), Somalia (18 milioni), Sudan (16
92
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, Nord Africa e Vicino e Medio Oriente.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/iniziative/Africa.asp).
55
milioni), Etiopia (8 milioni) ed infine Eritrea, Sudafrica e Tanzania. Gli
interventi riflettono i contenuti dei programmi nazionali di riduzione
della povertà (Prsp)93; delle strategie di sviluppo globali (Nepad 94 e
Obiettivi del Millennio) e sono integrati con i documenti strategici
dell’Unione Europea. La Cooperazione italiana è attiva, in Africa, nei
settori dell’educazione, delle infrastrutture, della lotta alla
desertificazione (e in generale della tutela dell’ambiente) e della sanità.
In particolare, l’emergenza sanitaria delle grandi malattie (AIDS,
tubercolosi e malaria) è fra i bisogni più pressanti.95

Area dell’America Latina e dei Caraibi

Gli interventi della Cooperazione italiana in quest’area sono modulate in


base alle differenze che presentano le grandi sub-regioni del continente:
l’America centrale e caraibica, l’America andina e il Cono sud.
Quest’ultimo è caratterizzato da livelli di reddito e contesti istituzionali
più avanzati, ma da una distribuzione disomogenea della ricchezza e
persistenti fasce di povertà.
In seguito alla grave crisi economica che nel 2001 ha colpito l’Argentina
sono state approvate due linee di credito: nel settore sanitario (25 milioni
di euro) e delle Pmi (75 milioni di euro). Per l’Uruguay sono stati
approvati a fine 2003, e sono tuttora in corso, interventi analoghi ma di
importo inferiore (20 milioni di euro per le Pmi e 15 milioni di euro per
il settore sanitario). Nonostante gli alti indicatori macroeconomici
raggiunti non lo rendano eleggibile all’erogazione di crediti d’aiuto, il
Brasile è un Paese in cui i gravissimi problemi socio-economici derivanti
da una squilibrata distribuzione della ricchezza rimangono tuttora
irrisolti. Per tali ragioni, gli obiettivi principali che la Dgcs si è posta
riguardano fondamentalmente il sostegno alle politiche pubbliche mirate
a una più equa ripartizione della ricchezza nazionale, nonché alla tutela
dell’ambiente.
93
Poverty Reduction Strategy Paper (Prsp), è un documento preparato dai governi dei paesi a basso
reddito, attraverso la partecipazione di stakeholders locali e di partner esterni, inclusi Fmi e la Banca
Mondiale. Un Prsp descrive la macroeconomia, la struttura e le politiche sociali di un paese, e
programma la crescita generale e la riduzione della povertà, nonché i finanziamenti esterni che
necessitano.
94
The New Partnership for Africa’s Development (Nepad), è un documento strategico strutturato, nato
attraverso il mandato dato a cinque Stati (Algeria, Egitto, Nigeria, Senegal e Sudafrica)
dall’Organizzazione dell’Africa Unita (Oau). Adottato nel 37° Summit dell’Oua, luglio 2001, il Nepad
si propone di: sradicare la povertà; indirizzare i paesi africani alla strada dello sviluppo e della crescita
sostenibile; fermare la marginalizzazione dell’Africa nei processi di globalizzazione ed accrescere la
sua piena e vantaggiosa integrazione nell’economia globale; accelerare l’empowerment delle donne.
95
Ibidem.
56
In El Salvador, è stata approvata, nel 2005, un’iniziativa in gestione
diretta finalizzata alla trasformazione di un complesso educativo (il
Centro Scolastico Repubblica de Haiti nel Dipartimento di Sonsonate) da
“scuola tradizionale” a “scuola inclusiva”, con attività dedicate ai
portatori di handicap. In Honduras è in fase di completamento il
programma “Costruzione dell’acquedotto regionale della Valle del
Nacaome”, finanziato, a credito d’aiuto, con oltre 18 milioni di euro.
Inoltre, è in via di ultimazione il programma di costruzione e
miglioramento del sistema di acqua potabile e fognature di Tegucigalpa
(credito d’aiuto di circa 19 milioni di euro).
Nel marzo 2005, è stato firmato l’Accordo bilaterale di cancellazione
debitoria per un ammontare di 40,17 milioni di euro.
Nei paesi andini (Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù) la Cooperazione
italiana è impegnata attivamente con iniziative volte alla riduzione della
povertà, come strumento per favorire l’attenuazione delle tensioni sociali
e militari, e per combattere il narcotraffico. In Colombia, ad esempio, le
attività si sono concentrate principalmente nella realizzazione di
iniziative a sostegno della pace e in favore dei processi di
democratizzazione del Paese.96

Area dell’Asia e del Pacifico

La Cooperazione italiana è presente, in modo significativo in numerosi


paesi asiatici, attraverso sforzi finanziari volti a coprire, per quanto
possibile, l’intero continente.
In Asia le politiche di sostegno economico sono volte al miglioramento
delle condizioni generali di vita delle popolazioni locali, con interventi a
favore delle aree e delle fasce sociali più bisognose, mentre altre mirano
allo sviluppo dell’imprenditoria privata. Molte iniziative sono realizzate
attraverso il cofinanziamento di programmi regionali lanciati dalle
Organizzazioni Internazionali, in materia di protezione dell’ambiente e
tutela dei minori. In Cina, il cui sviluppo economico è tale da non potere
più essere considerato propriamente come paese beneficiario di
cooperazione allo sviluppo, le iniziative italiane sono principalmente
volte a sostenere lo sviluppo delle Province centro-occidentali, il cui
reddito pro capite è sensibilmente inferiore alla media nazionale.
L’Afghanistan, comunque, rimane il maggior beneficiario degli
interventi e degli impegni sul canale dei doni.
96
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, America Latina e Caraibi.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/iniziative/America.asp).
57
Nell’area del sud-est asiatico, il Vietnam è il maggior destinatario degli
interventi di cooperazione, che si concretizzano (principalmente
attraverso l’erogazione di crediti d’aiuto) nel settore ambientale e nel
sostegno al processo di riforme intraprese negli ultimi anni. Nel 2005, si
è conclusa l’iniziativa regionale denominata “Programmi Paese
dell’Unicef a favore della protezione dei minori nell’Asia Orientale”,
che ha visto interessati Cambogia, Indonesia, Laos, Filippine, Thailandia
e Vietnam, con un importo a dono pari a circa 5,1 milioni di euro.97

Quadro dell’area Europa

La politica estera del nostro Paese nei confronti dei Balcani, ha seguito
gli orientamenti tradizionali, ossia il perseguimento della stabilizzazione
politica ed economica attraverso il consolidamento delle istituzioni
democratiche, in un’ottica di integrazione nelle strutture europee e di
inserimento nell’economia mondiale. L’attenzione della Cooperazione
italiana si è concentrata in particolare su: processi di privatizzazione;
mercato del lavoro; creazione o rafforzamento delle istituzioni esistenti;
riforme legislative; problematiche sociali; istruzione; tutela del
patrimonio culturale; occupazione lavorativa. In campo economico, le
strategie si sono focalizzate sulla crescita e lo sviluppo sostenibile, sulla
prevenzione delle nuove forme di povertà (derivanti dai processi di
ristrutturazione e modernizzazione) e sul sostegno ai gruppi sociali
maggiormente a rischio di povertà.98

97
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, Asia e Pacifico.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/iniziative/Asia.asp).
98
Cooperazioneallosviluppo.esteri.it, Europa Orientale e Mediterranea.
(http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/italiano/iniziative/Europa.asp).
58
CAPITOLO IV

59
Errori ed illusioni di un mito

"Per la ragione è intollerabile che un uomo


nasca colmo di beni e che un altro veda la
luce in un letamaio"

Léon Bloy99

La cooperazione italiana allo sviluppo è stata autrice, in un recente


passato, di numerosi scandali e di parecchi episodi di cattiva gestione. Le
malefatte passate si colgono nei frutti di oggi; frutti, a volte, troppo
guasti per essere esaminati oggettivamente e che si preferisce mettere al
macero. Interventi di cooperazione errata, illusorie di buon risultato, che
continuano a danneggiare la vita di molti popoli poveri e costretti alla
miseria. Di seguito vedremo come la cooperazione italiana allo sviluppo
abbia: problemi sulla gestione della propria struttura; finanze sempre più
ridotte e mal gestite, ma grandi promesse enunciate; inadeguatezze
legate alla gestione di programmi ed aiuti; responsabilità nei confronti
della crisi alimentare globale; ed infine, non certo per importanza, un
passato per nulla edificante, che porta ai suoi risultati odierni.

99
Léon Bloy (Périgueux, 11 luglio 1846 – Bourg-la-Reine, 3 novembre 1917) è stato uno scrittore,
saggista e poeta francese. Bloy Léon (1905), Le sang du pauvre, Paris, Diffusion Le Seuil.
60
4.1 Rivedere la Dgcs

I problemi della Dgcs, secondo il parere delle Ong, dell’Ocse, ma anche


degli stessi funzionari dell’amministrazione, sono molteplici, di natura
sia esterna che interna: sovrapposizioni istituzionali; scarso
coordinamento; assenza di una direzione politica unitaria; strutturale
sottodimensionamento delle risorse materiali e umane; assenza di
un’effettiva valutazione degli interventi.
Primo fra tutti, il problema delle sovrapposizioni delle competenze
istituzionali; in Italia i soggetti che partecipano alla definizione e
all’attuazione delle politiche di cooperazione allo sviluppo sono svariati,
cosa che inevitabilmente incide sui risultati. Numerosi conflitti di
competenze emergono anche tra il Mae e i Ministeri di Ambiente,
Agricoltura, Attività produttive, Salute e Interni in sede, ad esempio, di
negoziazione con le agenzie multilaterali. Il problema principale riguarda
però il coordinamento tra Mae e Mef (Ministero economia e finanze).
Circa due terzi delle risorse destinate alla cooperazione, infatti, sono
gestite dal Mef e conseguentemente una serie di attività, spese e priorità
vengono ad oggi subordinate ad un centro decisionale diverso dal
Ministero degli Affari Esteri.
Questa sovrapposizione di competenze istituzionali, e l’assenza di un
reale coordinamento tra loro, spesso compromette il rendimento e
l’efficacia delle azioni di cooperazione italiana creando confusione ed
una difficile unitarietà nelle politiche.
Il problema che compromette l’efficacia e la credibilità della
cooperazione italiana, contribuendo ai cronici ritardi nell’approvazione
dei progetti e dei relativi rendiconti, è la carenza di personale addetto alla
cooperazione allo sviluppo. L’insufficienza di risorse umane e materiali
a disposizione, contribuisce a rallentare notevolmente il lavoro della
Dgcs e, quindi, i progetti di cooperazione portati avanti dalle Ong e gli
impegni bilaterali assunti. Un documento presentato, nel Marzo 2006,
dalla Cgil Coordinamento Esteri denuncia come un elevato numero di
persone siano state in realtà reclutate, con procedure discutibili, per
raggiungere la cifra di personale previsto per legge.100
100
Cgil - Coordinamento Esteri (2006), La Crisi e l’attuale emergenza della cooperazione allo
sviluppo italiana: la necessità di una denuncia, Roma, Non pubblicato. Dettagliato dossier di
denuncia sull’operato della Dgcs, negli anni 2000-2005, curato dal Coordinamento Esteri della Cgil e
sottoposto alla Magistratura il 30 marzo 2006. La prima parte è dedicata all’analisi della legge 49/87 e
a tutti gli atti che ne hanno minato la collegialità, la trasparenza dei processi decisionali, la progressiva
sostituzione delle figure professionali; nelle parti successive vengono analizzate alcune iniziative di
cooperazione e capitoli di bilancio al fine di evidenziare l’improprio utilizzo dei fondi con enormi
sperperi attuati attraverso l’aumento delle spese di funzionamento, convenzioni inutili, contributi
volontari.
61
Al fine di sviluppare adeguatamente la funzione di valutazione, il
Ministero ha adottato, nel 2004, il “Manuale operativo di monitoraggio e
valutazione delle iniziative di Cooperazione allo Sviluppo”, quale guida
di approfondimento metodologico. Il termine “valutazione” è stato
interpretato, per molti anni, in relazione all’analisi delle proposte di
finanziamento (valutazione ex-ante) e la dizione “gestione e controllo” è
stata collegata all’attività di monitoraggio. L’attenzione si è quindi
concentrata eccessivamente sull’impiego delle risorse finanziarie,
trascurando l’impatto dell’azione di cooperazione (valutazione ex-post).
Questa è la conseguenza di un periodo storico caratterizzato dalle
vicende di tangentopoli e dagli scandali della cooperazione italiana, che
ha portato a una crescente sfiducia verso la gestione del denaro pubblico
ed a un eccessivo appesantimento dei controlli formali. Si può quindi
affermare che una reale valutazione tecnica degli interventi, ad eccezione
degli aspetti relativi all’analisi della documentazione progettuale e del
monitoraggio realizzato internamente alla gestione, è stata fino ad ora
quasi totalmente assente.101

101
Cfr. Limiti Emanuela et al. (2007), Libro bianco sulle politiche pubbliche di cooperazione allo
sviluppo, Campagna Sbilanciamoci!, Non pubblicato, pp. 47-48.
(http://www.sbilanciamoci.org/index.php?option=com_remository&func=fileinfo&id=112).
62
4.2 Pochi soldi e tante parole

Negli anni i governi italiani si sono sprecati nelle promesse non


mantenute.
Il 15-16 marzo 2002 a Barcellona, con i patti sottoscritti dal Consiglio
dei Ministri dell’Unione Europea, l’Italia s’impegna a raggiungere un
rapporto Aps/Pil dello 0,33% entro il 2006. L’11 aprile 2002, a Palermo,
chiudendo con il suo intervento la Conferenza Onu sull’e-government,
Berlusconi critica come “non sufficiente” l’impegno appena assunto e
dichiara: “per quanto mi riguarda, a nome del mio Paese, mi impegno a
mettere progressivamente a disposizione dei paesi che ne hanno bisogno
maggiori risorse fino ad arrivare all’1% del Prodotto Interno Lordo”.102
Il 10 maggio 2002, nel discorso d’apertura al vertice della Fao,
Berlusconi torna a far riferimento all’1% del PIL come traguardo da
raggiungere, convinto che “bisogna fare di più” e dichiara: “il tempo
delle prove è finito, è il tempo di agire, di fare quello che vogliamo fare:
eliminare la fame dalla faccia della terra”.103 Nel 2008, il rapporto
Aps/Pil sta allo 0,2%. Il 25-26 aprile 2001, durante l’Annual High Level
Meeting del Dac, viene adottata la raccomandazione per lo slegamento
degli aiuti ai paesi meno avanzati, entrata in vigore il primo gennaio
2002. L’Italia, in quanto paese membro del Dac e firmatario della
raccomandazione, si è impegnata ad aderire ai principi di tale
documento. In quell’anno la percentuale degli aiuti legati sta al 93%.
Negli anni successivi i dati sull’aiuto legato riguardanti l’Italia non sono
più resi disponibili.
Il 4-5 settembre 2005, durante la conferenza di rifinanziamento del
Fondo Globale per la Lotta all’Aids, la Malaria, la Tubercolosi, l’Italia
s’impegna a versare 130 milioni di euro l’anno al Fondo Globale; invece,
la Finanziaria 2006 non prevede da nessuna parte lo stanziamento di
questi nuovi fondi, e neppure lo stanziamento dei 24 milioni che ancora
servono per saldare la quota per il 2005.104 Nel 2009 non sono ancora
stati versati i 130 milioni di euro al Fondo Globale; l’attuale Ministro
degli Esteri, Franco Frattini, con una nota della Farnesina ha ricordato
che: “questi fondi possono essere versati entro la fine dell’anno solare e

102
Apcom.net (2009), “G8/74% Italiani chiede rispetto impegno sui paesi poveri”, 18 giugno 2009.
(http://www.apcom.net/africa_news/20090618_153400_5624f3b_5268.shtml).
103
Meroni Gabriella (2002), “Fao: Berlusconi, 1% del Pil per aiuti è “traguardo lontano””, Vita.it, 10
giugno 2002. (http://www.vitagiving.org/news/viewprint/14065).
104
Nel dicembre 2007, il Governo Prodi aveva portato l’Italia ad essere il primo paese a versare il
contributo annuale di 130 milioni di euro per il 2008.
63
che non è in discussione l’estromissione dell’Italia dal Consiglio del
Fondo”.105
Il contributo della cooperazione italiana in Aiuto Pubblico allo Sviluppo
(Aps) è stato ed è uno dei più bassi tra i membri del Dac (Development
Assistance Committee), il comitato di coordinamento della cooperazione
internazionale dell’Ocse che riunisce tutti i paesi donatori. Nel 2002 la
percentuale dell’Aps sul Pil è stata dello 0,20%, nel 2004 addirittura, si è
ridotta allo 0,15%, uno sforzo estremamente basso se confrontato con gli
altri paesi donatori.106 Solo gli Stati Uniti presentano uno sforzo minore
(0,13% nel 2002) ma esso rappresenta comunque un aumento e va letto
considerando che gli Stati Uniti sono, con ampio margine, i maggiori
donatori mondiali.107 I livelli di Aps italiani sono lontanissimi dallo
0,7%, impegno preso dai donatori alla Conferenza di Rio (1992).
Il Ministero degli Affari Esteri richiama l’attenzione sul fatto che l’Italia
è il settimo donatore internazionale per volume. Ma il dato non è
significativo di per sé, il paragone va fatto rispetto al Pil.108
Ad esempio, si può notare che tra i paesi del G7 siamo i sesti sopra il
Canada, paese che compie uno sforzo relativo doppio rispetto a quello
italiano.
Altri Paesi della Ue, hanno significativamente incrementato, nel tempo,
le risorse per la cooperazione internazionale. La Spagna li raddoppia
(0,43%); la Francia è allo 0,39%; la Gran Bretagna è passata dallo 0,35%
del 2007 allo 0,43% nel 2008; i Paesi del Nord Europa (Olanda,
Danimarca, Svezia, Norvegia e Lussemburgo) confermano quote
superiori allo 0,7% da diversi anni.109
Nonostante l’Aps totale dei membri del Dac presenta una crescita
costante fino al 1992, e una tendenza a ridursi durante gli anni Novanta,
la caduta dell’Aps italiana è certamente più accentuata che quella media
dei donatori. Le cifre ufficiali di Aps riportate dall’Ocse a livello
105
Unimondo (2009), “ActionAid: “L’Italia non può rilanciare la cooperazione tagliando i fondi””,
Unimondo.org, 14 febbraio 2009. (http://www.unimondo.org/Guide/Salute/Tubercolosi/ActionAid-l-
Italia-non-puo-rilanciare-la-cooperazione-tagliando-i-fondi).
106
Nella storia della cooperazione italiana dal 1950 ad oggi, si osserva una spesa più o meno costante
fino al 1977, periodo in cui la Aps netta varia tra i 60 e i 200 milioni di dollari. In seguito c’è una forte
crescita, sia in termini assoluti che relativi, fino al 1989 (4.122 milioni di dollari, 0,42% del Pil; quarto
donatore in termini assoluti e ottavo per sforzo relativo) seguita da una caduta costante fino allo
0,11% del 1997 e del 0,17% del 2003. Dal 1995 l’Aps ha oscillato attorno al 0,15% del Pil e dei 2000
milioni di dollari. Cfr. Nanni Diego et al. (2005), Rapporto 2005 sulla cooperazione allo sviluppo in
Italia, Campagna Sbilanciamoci!, Non pubblicato, p. 7. (http://www.sbilanciamoci.org/index.php?
option=com_remository&Itemid=53&func=fileinfo&id=81).
107
Organisation for economic cooperation and development (Oecd), Stat Extracts. Oda by donor.
(http://stats.oecd.org/index.aspx).
108
Trend Aps/Pil italiano, dal 2001 al 2008: 0,15% _ 2001; 0,2% _ 2002; 0,17% _ 2003; 0,15% _
2004; 0,29% _ 2005; 0,2 _ 2006; 0,19% _ 2007; 0,2% _ 2008. Ibidem.
109
Ibidem.
64
nazionale dimostrano, nel caso italiano, che l’Aps del 2005 si attesta su
una percentuale dello 0,29% del Pil. In realtà l’Aps effettivo non supera
lo 0,19%, se si escludono l’1,4 miliardi di dollari di debito cancellato
all’Iraq, rimanendo così molto al di sotto degli obiettivi previsti per il
2006 (0,33%). Ciò significa una mancanza quasi totale di “risorse
fresche” destinate ai programmi di sviluppo. Si pensi, infatti, che circa
tre quarti dell’aiuto bilaterale italiano, nel 2005, può essere attribuito alla
cancellazione del debito e solo un quarto risulta in nuovi impegni di
aiuto allo sviluppo. Un artificio contabile che oltre a falsare la realtà
confonde le idee sul concetto stesso di cooperazione allo sviluppo.110
Ulteriore questione riguardante l’aiuto allo sviluppo del nostro Paese è la
qualità dell’aiuto pubblico, di cui una percentuale ancora troppo
rilevante è da considerarsi aiuto pubblico “legato” a beni e servizi
italiani. È difficile, d’altra parte, stimare quali siano le cifre esatte
dell’Aps che vengono impiegate per i sussidi alle imprese italiane,
perché il Governo del nostro Paese si rifiuta dal 2001 di pubblicare tali
cifre.111
La difficoltà, nell’analizzare la spesa dell’Italia per l’Aps, deriva anche
dal fatto che non esiste una gestione coerente ed unitaria dei fondi Aps,
ma che tale gestione è frammentata presso i vari ministeri.112

110
La politica di cancellazione del debito, certamente positiva in sé, ha permesso ai Paesi donatori di
nascondere una sostanziale diminuzione delle attività e dello stanziamento di fondi. Di fatto non è
altro che una semplice operazione contabile: non vengono messe a disposizione nuove risorse ma si
rinuncia semplicemente a contabilizzare in bilancio dei crediti, tra l’altro in gran parte inesigibili. Nel
documento finale della conferenza delle Nazioni Unite per finanziare lo sviluppo, a Monterrey (18-22
marzo 2002), si è sottolineato come la cancellazione del debito non debba essere calcolata nella quota
dei finanziamenti per lo sviluppo, pratica erroneamente accettata dall’Ocse, essendo invece da
considerarsi addizionale a questa. Ignorando queste raccomandazioni, l’Italia, come altri, continua ad
imputare al bilancio della cooperazione bilaterale i programmi di cancellazione del debito.
111
Cfr. Rondinella Tommaso et al. (2006), Libro Bianco 2006 sulle politiche pubbliche di
cooperazione allo sviluppo in Italia, Campagna Sbilanciamoci!, Non pubblicato, p. 32.
(http://www.sbilanciamoci.org/index.php?option=com_remository&Itemid=53&func=fileinfo&id=10
2).
112
Cfr. Nanni Diego et al. (2005), op. cit., p. 17.
65
4.3 Lo Structural Adjustment Program

Negli anni Ottanta, le Istituzioni internazionali (in particolare Banca


Mondiale e Fmi) iniziano a condizionare gli aiuti allo sviluppo, con
particolare riferimento all’Africa sub sahariana, a determinate politiche
economiche preventivamente concordate.113
Le condizioni imposte sono mirate alla riduzione del deficit esterno dei
Pvs. In realtà, la condizionalità politica (nella sua accezione negativa:
riduzione o cessazione in caso di non adempimento; e nella sua
accezione positiva: maggiori aiuti in caso contrario) appare
ufficialmente, nei programmi di cooperazione, soltanto un decennio
dopo. I Sap si dimostrano un fallimento clamoroso.114
Negli anni Novanta assistiamo a un progressivo allontanamento dei
donatori occidentale dall’area sub sahariana; questo è dovuto sia ai tagli
della spesa pubblica registrata nei paesi occidentali, sia alla diminuita
importanza strategica dell’Africa a seguito del mutato sistema
internazionale (il crollo dell’Unione Sovietica). Le risorse sono ora
orientate prevalentemente verso le regioni dell’Europa centro-orientale
che offrono maggiori garanzie di ritorno economico e che sono di più
immediato interesse per gli stati donatori. Ciò rende maggiormente
vincolati i leader dei paesi sub sahariani, che accettano tutte le
condizioni richieste pur di mantenere il potere. Tali governi,
generalmente antidemocratici e caratterizzati da inefficienze, corruzione
e scarsa legittimazione, e pur tuttavia interlocutori dei programmi
multilaterali e bilaterali di sviluppo, imparano ben presto a muoversi in
queste acque: organizzano elezioni farsa (Kenya, Nigeria, Malawi) ed
eludono il controllo sulle loro scelte politiche e militari.115
L’atteggiamento, non coordinato, dei donatori è pure condizionato; gli
interessi economici, politici e strategici portano alcuni paesi a mantenere
i programmi di cooperazione per non perdere il contatto, o per meglio
dire il controllo, con i governi in carica dei paesi beneficiari.116 I paesi
maggiormente penalizzati dagli aspetti punitivi della condizionalità sono
quelli in cui si registrano le più gravi emergenze umanitarie e che
versano in una situazione di anarchia e violenza (Eritrea, Sierra Leone,
Somalia, Sudan).117 In generale, la situazione in Africa, per quanto

113
Le politiche di aggiustamento strutturale, vedi nota a piè di pagina numero 13, paragrafo 2.4.
114
Cfr. Gori Umberto (2003), La cooperazione allo sviluppo. Errori e illusioni di un mito,
FrancoAngeli, Milano, p. 55.
115
Cfr. ivi, pp. 56-57.
116
Si veda, ad esempio, il caso della Gran Bretagna con la Nigeria ed il Kenia, o quella della Francia
con il Senegal, il Niger ed il Gabon.
117
Cfr. Gori Umberto (2003), Ibidem.
66
riguarda i processi di democratizzazione nel corso degli anni Novanta,
peggiora.118

4.4 L’institution building nei Balcani

Subito dopo la caduta del muro di Berlino e la disintegrazione della


Jugoslavia, l’Occidente si trova di fronte ad una serie enorme di
problemi di instabilità e conflittualità nei Balcani (Albania e Kosovo). Si
tenta di risolvere tali situazioni, attraverso una serie di operazioni di
aiuto e cooperazione; le strategie di aiuto dell’Occidente sono finalizzate
a promuovere lo sviluppo e l’istitution-building;119 questi interventi si
fondano su analisi e valutazioni inadeguate e superficiali, prive di una
comprensione profonda della storia e della realtà attuale dei Paesi della
regione. L’inadeguatezza analitica dei programmi di aiuto e
cooperazione contribuiscono spesso a mantenere al potere e rafforzare
regimi corrotti di matrice ultranazionalistica, strettamente legati al
mondo criminale. Attraverso meccanismi di corruzione interna, una parte
consistente dei finanziamenti destinati alla cooperazione finisce per
arricchire le élite politico-mafiose nazionaliste.
Caso emblematico dell’inadeguata comprensione della realtà storico-
politica dei Balcani è l’Albania; nel decennio 1991-2001, l’Italia realizza
operazioni d’assistenza.120 L’efficacia di tali operazioni è compromessa
dall’ingerenza dei clan politico-criminali albanesi; bisogna ricordare, a
tal proposito, due casi: lo scandalo dell’appropriazione illecita su vasta
scala di fondi italiani operata nel 1991 da autorità albanesi, con la
complicità di società italiane; il saccheggio del campo profughi di
Valona, durante l’operazione “Arcobaleno” nel 1997, organizzato dalla
malavita di Valona con l’appoggio di settori della dirigenza politica.121
Altro tipo di assistenza fornita e finanziata all’Albania sono i programmi
di formazione di funzionari nei più importanti settori della pubblica

118
I dati dell’istituto di ricerca Freedom House degli anni Novanta, così come oggi, mostrano
l’esclusione di parecchi paesi dell’area sub sahariana, dal punto di vista dei diritti politici e delle
libertà civili, dalla lista dei paesi considerati liberi. L’Italia nel 2009, secondo gli ultimi studi
dell’istituto Freedom House, è scesa al 73° posto (da paese libero a paese semi-libero) nella classifica
mondiale che determina la Libertà di Stampa. Freedom House (2009), Freedom Press 2009. Table of
global press freedom rankings.
(http://www.freedomhouse.org/uploads/fop/2009/FreedomofthePress2009_tables.pdf).
119
L’istitution-building, è il rafforzamento di strutture, sistemi, risorse umane e professionalità,
tramite lo sviluppo di specifiche competenze amministrative e tecniche.
120
L’operazione “Pellicano” (1991-1993), l’operazione “Alba” (1997-1998), la missione
“Arcobaleno”(1999). Cfr. Gori Umberto (2003), op. cit., p. 91.
121
Ibidem.
67
amministrazione albanese: Ministero degli Interni; Ministero della
Difesa; Finanze; Giustizia; Pubblica Istruzione; eccetera.
Nel quadro di questi programmi di formazione vengono addestrati
funzionari di polizia, fedelissimi ai clan politico-militari, coinvolti nel
narcotraffico, nel traffico di esseri umani ed in gran parte collusi con la
criminalità organizzata.
Per quanto riguarda i finanziamenti (italiani, comunitari ed
internazionali) per progetti di cooperazione e sviluppo, si può affermare
con sicurezza che essi in buona parte finiscono nelle tasche dei
governanti e dei membri dei loro clan.122
Parenti ed amici degli esponenti di governo costituiscono appositamente
società, fondazioni ed Ong allo scopo di accaparrarsi questi fondi;
tramite queste Ong vengono “sistemati” con buoni stipendi mogli e
parenti di esponenti di governo.123

4.5 Gli aiuti umanitari

L’aiuto umanitario124 ha avuto un’ascesa importante a partire dagli anni


Novanta ed ha attratto verso di sé attenzione mediatica125 e politica,
nonché molte risorse delle organizzazioni internazionali. L’aiuto
umanitario non è cresciuto di importanza solamente perché, in questi
anni, sono aumentati i conflitti internazionali e le situazioni di
emergenza, ma anche perché è stato sempre di più utilizzato come
strumento di consenso per le operazioni belliche e strettamente legato a
queste. L’aiuto umanitario è utilizzato, cioè, per creare un clima di

122
È noto, ad esempio, che i membri del governo albanese acquistano ciascuno più macchine (blindate
e fuoristrada) con i fondi degli aiuti internazionali. Cfr. Gori Umberto (2003), op. cit., p. 92.
123
Ibidem.
124
L’aiuto umanitario (o complesso di azioni inerente il soccorso urgente o d’emergenza) discende
dai principi etici espressi dalla dichiarazione universale dei diritti umani, firmata a Parigi il 10
dicembre 1948, ed ha come obiettivi il soccorso, l’assistenza e la protezione delle popolazioni (in
particolare di quelle più vulnerabili), vittime di eventi catastrofici, siano tali eventi di origine naturale
(uragani, terremoti) o umana (guerre, conflitti politici, crisi economiche o alterazioni dell’ambiente).
Compito dell’aiuto umanitario è la prevenzione e l’attenuazione della sofferenza umana, senza alcuna
discriminazione razziale, etnica, religiosa, di sesso, di età, di nazionalità o di appartenenza politica.
125
Alcune crisi hanno beneficiato di una particolare attenzione da parte degli aiuti rispetto ad altre,
indipendentemente dalla gravità della crisi stessa e dal numero di persone coinvolte. Il confronto tra
gli aiuti d’emergenza destinati alla crisi irachena e afghana, e quelli destinati ad altre crisi poco
mediatiche come quella, ad esempio, della Repubblica Democratica del Congo, sono eloquenti; il tutto
è relativo all’ignobile condizionamento da parte della “dittatura auditel”. Un esempio sta nello
“Tsunami dimenticato”; nell’ambito dello stesso mediatico Tsunami, nella zona della Somalia colpita
dall’onda, un’intera città costiera, Hafun, è stata distrutta e nella regione del Puntland si contavano
60.000 profughi; lì gli aiuti arrivarono dopo due mesi. Cfr. Rondinella Tommaso et al. (2006), op. cit.,
pp. 71-72.
68
fiducia e di apprezzamento verso l’operazione militare (a cui è legato),
dal carattere bellico.
È questo anche il caso dell’Italia con la “missione Arcobaleno”,
contestuale al sostegno italiano all’intervento della Nato, in Kosovo
(1999) o con la “missione Antica Babilonia” in Iraq, presentata
dall’allora Ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini (2003) come una
missione umanitaria. Va ricordato anche il caso dell’intervento in
Afghanistan, dove la mescolanza tra intervento militare ed intervento
umanitario è molto forte. È questo il caso della sperimentazione dei Prt
(Provincial Reconstruction Team),126 dove vengono commiste presenza
umanitaria e presenza militare e dove gli operatori umanitari sono
scambiati per un’appendice della presenza militare. Non è un caso,
purtroppo, che oltre venti operatori umanitari siano stati uccisi in
Afghanistan dall’inizio del 2008.127
L’inchiesta dell’Espresso sull’operazione “Antica Babilonia”, mette in
evidenza l’incoerenza di una “missione di pace”, definita come
umanitaria, dal Ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, dove il
rapporto tra spese in aiuti e costi militari è di 1 a 100.128 È evidente che
l’“umanitario” è una copertura, una foglia di fico per mescolare le carte e
nascondere il vero obiettivo, politico/militare, della missione italiana.
Nell’annunciare la missione “Antica Babilonia”, a suo tempo, il Ministro
Frattini precisa che l’azione promossa dal governo è volta sia ad
assicurare alla popolazione irachena gli aiuti necessari, quanto alla
realizzazione delle infrastrutture e servizi al fine di garantire agli
iracheni le migliori condizioni di vita possibili nel quotidiano.
È chiara, in questo passaggio, la confusione dei ruoli e dei termini, la
commistione tra umanitario e militare. Si tratta di un ambiguo circolo
vizioso “guerra – aiuti – ricostruzione”, funzionale a far passare alcune
decisioni politiche che hanno ben poco di umanitario.
Sempre di più l’intervento militare viene presentato, irrealmente, come
una forma di intervento di cooperazione e di aiuto umanitario. È una
tendenza non solo italiana, ma anche internazionale; proprio nel 2005
l’Ocse discute sul come conteggiare le spese militari per missioni
all’estero (definite come mantenimento della pace e della sicurezza)
nelle spese dell’Aps. A grandi falcate, oggi, si rischia di arrivare ad un
126
Provincial Reconstruction Team (PRT), è una unità, introdotta dal governo degli Stati Uniti per la
prima volta in Afghanistan nel 2001, composta da ufficiali militari, diplomatici e soggetti esperti in
materia di ricostruzione; tale team lavora per supportare la ricostruzione in uno Stato instabile (in
guerra).
127
Agi mondo Ong (2008), “La trappola Afghanistan”, 24 ottobre 2008.
(http://www.ong.agimondo.it/repository/la-trappola-afghanistan).
128
Di Feo Gianluca (2006), “Spreco Nassiriya”, L’Espresso, 4 maggio 2006.
(http://espresso.repubblica.it/dettaglio-archivio/1505304&m2s=a).
69
doppio risultato convergente: la contabilizzazione delle spese militari per
missioni all’estero nelle spese per la cooperazione allo sviluppo e la
subordinazione delle attività di cooperazione e di aiuto umanitario alle
missioni militari, spacciate come missioni di pace o di peacekeeping.129
Infine, bisogna sempre sottolineare come gli aiuti urgenti siano spesso
riversati su paesi le cui strutture sociali, politiche ed economiche sono
guaste, ingiuste o dominate dalla corruzione. Con tale metodo i donatori
rafforzano il potere dei ricchi, cementano strutture sociali ingiuste e
rispediscono i poveri alla loro miseria e a uno sfruttamento ormai
secolare.130

4.6 Gli interventi umanitari delle Ong italiane in Africa

Una scomoda eredità del passato, non proprio tanto passato, vede la
cooperazione italiana segnata da interessi privati o di parte. Negli anni
che vanno dal 1987 al 1994, in Africa si combinano le iniziative di tutte
le componenti della cooperazione italiana. La Dgcs concentra i propri
sforzi (9 mila miliardi di lire, nel periodo considerato) nel continente
africano, anche se parte dei finanziamenti vanno dritti in tasca ad
imprese collaterali ai partiti della Prima Repubblica. In ugual modo
agiscono le numerose Ong (laiche, cattoliche e sindacali) che, con i
sostegni dello Stato Italiano, si catapultano nell’Africa Nera. Quasi
indistintamente, poi, partiti di governo e di opposizione usano i fondi
della cooperazione per alimentare, con opportune commesse, la
macchina delle clientele che sorregge il sistema politico.131
Altra questione, meritevole di attenzione, è la destinazione degli
interventi di cooperazione; l’impulso umanitario, che dovrebbe muovere
l’azione del volontariato di cooperazione, non è neutrale. A dimostrare
ciò è la distribuzione delle Ong nel mondo, che non seguono un criterio
in base al quale ci si concentri di più sui paesi più poveri e con
emergenze umanitarie. La priorità delle Ong italiane, si può differenziare
129
Col termine peacekeeping (dall’inglese, “mantenimento della pace”) si identifica lo strumento
creato dalle Nazioni Unite a sostegno dei Paesi o della Aree del mondo in stato di conflitto,
perseguendo uno scopo principale: la pace tra i popoli. Il concetto di peacekeeping ha comunque
subìto un’evoluzione, abbandonando l’iniziale prevalenza militare e il congelamento di fatto di
situazioni di conflitto degenerate. Sono sorti quindi ufficiali delle Nazioni Unite che monitorano
elezioni, osservatori internazionali a difesa dei Diritti Umani e forze di Polizia internazionali di vario
tipo.
130
Cfr. Ziegler Jean (2002), La fame nel mondo spiegata a mio figlio, Milano, Net, pp. 45-75.
131
Sul punto si vedano le considerazioni della Corte dei Conti che descrive, nella sua voluminosa
relazione sulla gestione dei fondi assegnati alla cooperazione, il meccanismo che legava imprese,
politici ed appalti. Corte dei Conti (1995), Relazione sulla gestione del fondo speciale per la
cooperazione allo sviluppo (1° marzo 1987 – 31 dicembre 1994), Roma.
70
in base alla federazione-coordinamento di appartenenza: Focsiv e Cipsi
(d’ispirazione Cattolica), che concentrano i loro interventi in aree ben
definite, e il Cocis (Laica), che distribuisce le proprie Ong in modo più
omogeneo.
In particolare, i 144 interventi che le Ong Focsiv svolsero in Africa
(1994), si localizzarono quasi tutte nella parte non musulmana del
Continente Nero.132
Anche il Vaticano, secondo una relazione ministeriale del 1995,133 ha
particolari interessi in Africa: buona parte delle controparti delle Ong
italiane sono diocesi e arcidiocesi.134

4.7 La crisi alimentare globale

Secondo la Fao, le previsioni sulla produzione dei cereali mostrano un


quadro estremamente preoccupante: per 36 Paesi c’è già emergenza
alimentare, legata sì alle condizioni di insicurezza alimentare intrinseca,
ma alla quale si è aggiunto pesantemente il problema dell’inflazione
generata dai prezzi delle derrate agricole. Di questi Stati 21 sono in
Africa, 9 in Asia, 4 in America Latina e 2 in Europa. La situazione del
continente africano è ancor più grave; sempre secondo la Fao, i prezzi
delle materie prime agricole, come grano, mais e riso, sono raddoppiati o
triplicati rispetto al 2007.135
Possiamo però dire che questa crescita, così come la volatilità attuale, è
il risultato dei meccanismi finanziari legati alle forme odierne di
contrattazione, attraverso strumenti tipici delle speculazioni finanziarie,
unite alla drastica riduzione delle scorte, in particolare di cereali;

132
Confronto interventi, tra Focsiv e Cocis, in Africa (anno 1995-1996): in Kenya, la Focsiv opera
con 13 progetti contro gli 8 del Cocis; in Zaire, 12 progetti per la Focsiv e 1 per il Cocis; in Camerun,
Tanzania, Uganda, Focsiv 10 per ogni Stato contro 1 per Stato del Cocis. Confronto interventi, tra
Cipsi e Cocis, in Africa (anno 1995): in Mozambico, il Cipsi opera con 7 progetti contro i 4 del Cocis;
in Camerun e Kenya, 6 progetti a Stato per il Cipsi e 1 per il Cocis; in Eritrea, Etiopia, Senegal e
Zaire, Cipsi 4 per ogni Stato contro 3, 1, 4 e 1 del Cocis.
133
Dini Lamberto, Ministro degli Esteri, al Parlamento (2005), “Relazione sull’attuazione della
politica di cooperazione allo sviluppo”, comunicata alla Presidenza il 24 ottobre 1996.
134
Cfr. Dottori Germano (1997), “Italia – Usa – Vaticano: le sinergie della cooperazione”, Limes.
Rivista italiana di geopolitica, n. 3, pp. 235-248.
135
Ad esempio, in Costa d’Avorio il prezzo del riso è raddoppiato tra il marzo 2007 e il 2008, così
come il prezzo del grano in Senegal. Per quanto riguarda i Paesi dell’Africa Orientale, in Somalia la
farina di grano ha visto triplicare il prezzo in un anno, mentre il grano in Sudan è aumentato di oltre il
90%, in Uganda il prezzo del mais è aumentato del 65%, in Mozambico del 43% e in Etiopia è
addirittura raddoppiato, mentre quello del grano è salito del 42% rispetto al 2007. Cfr. Baranes Andrea
et al. (2008), Libro bianco 2008 sulle politiche pubbliche di cooperazione allo sviluppo in Italia,
Campagna Sbilanciamoci!, Non pubblicato, pp. 102-103.
(http://www.sbilanciamoci.org/index.php?option=com_remository&func=fileinfo&id=121).
71
riduzione che va considerata come una conseguenza diretta delle
politiche di liberalizzazione dei mercati agroalimentari globali. Il sistema
in base al quale si determinano i prezzi dei beni alimentari sul mercato
mondiale consiste in un meccanismo molto complesso; il volume dei
raccolti, il prezzo del trasporto, le manipolazioni speculative (il
dumping, effettuato attraverso l’immissione di enormi quantità di cereali
al fine di far crollare i prezzi; lo stoccaggio nei depositi, per creare una
penuria artificiale e far salire i prezzi) dei finanzieri e la domanda
mondiale svolgono il ruolo principale. Altre pratiche, che determinano il
prezzo dei beni alimentari, sono: la distruzione massiccia di alimenti e la
limitazione per legge dei quantitativi da produrre.136 Particolarmente
drammatica è poi la condizione dei meno agiati nei paesi del sud del
mondo, dove il consistente deficit alimentare viene colmato con le
importazioni o, in casi particolari, con l’aiuto alimentare o con la
conversione dello stesso in sostegno al bilancio dello Stato. Infatti,
l’aumento dei prezzi agricoli colpisce interi Stati, soprattutto quelli
importatori netti di alimenti.137
“Costi d’importazione in crescita” significa, come diretta conseguenza,
una diminuzione delle importazioni e quindi del consumo, in particolare
in quei Paesi dove gli stock risultano già bassi. Il progressivo aumento
dei prezzi delle materie prime agricole è inoltre legato alle nuove
politiche energetiche basate sui biocarburanti e sull’aumento dei
consumi in alcuni Paesi emergenti e non solo.138
I biocarburanti, anche se provengono da risorse alternative per cui ci si
aspetta che contribuiscano in misura minore all’effetto serra, presentano
enormi svantaggi: tolgono terreno agricolo utilizzato per la produzione di
cibo per alimentazione umana, riducendo la disponibilità di derrate
alimentari e aumentando, di fatto, la fame nel mondo; occorrono 4000
litri di acqua per l’irrigazione delle colture e durante il processo chimico
di trasformazione, a fronte di un litro di biodiesel prodotto.
L’utilizzo delle risorse agricole per la produzione di biocarburanti
comporta la salita dei prezzi dei terreni coltivabili a cereali e altre
materie prime per la sintesi di biocombustibili, inducendo l’uscita di una
parte enorme della popolazione mondiale dal mercato alimentare: meno
cibo per tutti. Inutile ribadire che la coltivazione di cereali destinati alla
sintesi di bioetanolo, anziché alla produzione di generi alimentari, è una

136
L’Unione europea, impone periodicamente l’incenerimento o la distruzione, con mezzi chimici, di
montagne di carne e migliaia di tonnellate di prodotti agricoli di ogni sorta; per produrre meno (così
facendo si mantiene alto il livello dei prezzi), vengono distribuiti milioni di euro ad allevatori e
orticoltori. Cfr. Ziegler Jean (2002), op. cit., pp. 53-56.
137
Cfr. Baranes Andrea et al. (2008), op. cit., pp. 105-106.
138
Ibidem.
72
delle cause del rincaro dei cereali e dei relativi derivati. Complici sono i
sussidi federali (Usa) e comunitari (Ue) per la produzione di bioetanolo;
sussidi che sono maggiori di quelli della produzione di cereali per scopi
alimentari, meno remunerativi di quelli per biocarburanti. Non si deve
dimenticare l’espansione della monocultura a soia e palma da olio che
provoca la necessità di deforestare vaste aree della foresta amazzonica.139
Una curiosità, che dovrebbe far riflettere, è che in Italia il consumo
annuo di carburanti per autotrazione è circa 40 miliardi di litri e un
grammo di olio ha circa 9 calorie; con un bisogno energetico a persona
di 2500 calorie al giorno, si ricava che il consumo di biodiesel dei veicoli
italiani è la controparte per sfamare, invece, circa 300 milioni di persone.
Infine, non bisogna sorvolare sulle “ovvie buone abitudini” dei paesi
occidentali, come ad esempio il consumo della carne; ogni anno un
quarto di tutta la raccolta cerealicola del mondo viene utilizzata per
nutrire i buoi dei paesi ricchi. Nei paesi del Nord le malattie
cardiovascolari, causate dalla sovralimentazione, mietono sempre più
vittime, mentre ai quattro angoli della terra gli uomini muoiono per
denutrizione.140

139
Greenpeace (2007), Rapporto olio di palma: come ti friggo il clima [con l’olio di palma], Non
pubblicato. (http://dueotrecosenondipiu.myblog.it/media/01/02/1128408016.pdf).
140
Secondo David Pimental, specialista di risorse idriche della Cornell University di New York, per
produrre un chilo di carne bovina è necessario un quantitativo d’acqua che va da 25.000 a 100.000
litri. Cafulli Loredana, “Un chilo di riso costa 1900 litri d’acqua”, Corriere della Sera, 2 marzo 1997,
p. 27.
(http://archiviostorico.corriere.it/1997/marzo/02/chilo_riso_costa_1900_litri_co_0_97030211912.sht
ml).
73
4.8 La cooperazione allo sviluppo… delle imprese

Oggi, come altre volte in passato, l’aiuto allo sviluppo fornito dall’Italia
ai paesi poveri viene legato al fatto che i progetti utilizzino
apparecchiature italiane o che i servizi vengano forniti da imprese
italiane, talvolta incorrendo in quello che viene definito “aiuto legato”
(tied aid), una pratica che secondo numerosi accordi internazionali,
andrebbe progressivamente eliminata. In questo modo la differenza tra
aiuto alla cooperazione e sussidi alle imprese appare quanto mai labile. È
forte il dubbio che, come è già accaduto diverse volte in passato, i soldi
per la cooperazione vengano impiegati in molti casi per sostenere le
imprese nostrane affidando loro appalti all’estero che spesso non hanno
nessuna utilità per le popolazioni del Sud del mondo in termini di lotta
alla povertà. La maggior parte dei soldi destinati dall’Italia per l’aiuto
alla cooperazione tornano così nel nostro stesso paese sotto forma di
fatturato e di profitti per le imprese che realizzano le opere e prestano i
servizi oggetto di questo aiuto internazionale.141
Caso emblematico, sul finanziamento ad imprese italiane e sull’utilità
dei progetti per la popolazione, è la faccenda Gilgel Gibe. Nel marzo del
2006 la Procura di Roma apre un procedimento penale (n. 16050/06) a
carico della Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo del
Ministero Affari Esteri, relativo alla concessione del più grande credito
d’aiuto erogato attraverso il fondo rotativo: 220 milioni di euro per la
costruzione dell’impianto idroelettrico di Gilgel Gibe II, in Etiopia. Si
tratta di un tunnel di 26 Km che intende sfruttare, per produrre energia
elettrica, la differenza di livello fra il bacino della diga Gilgel Gibe ed il
fiume Omo. 500 km più a sud è anche attualmente in costruzione la
megadiga Gilgel Gibe III, una barriera di oltre 240 metri iniziata nel
2006, una delle più grandi opere idroelettriche mai realizzate in Africa.
142

Oltre al nome, i tre impianti hanno in comune due elementi


fondamentali: insistono sullo stesso bacino del fiume Omo, una regione
di estrema importanza ambientale e culturale nel sud dell’Etiopia, e sono
stati affidati dal Governo alla stessa impresa italiana, la Salini Costruttori
S.p.A.143 I tre progetti mostrano un singolare caso di partnership
141
Cfr. Nanni Diego et al. (2005), op. cit., p. 29.
142
Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (2008), L’Affare Gilgel Gibe. Tutto quello che la
cooperazione non dovrebbe fare, Non pubblicato, pp. 1-16.
(http://www.crbm.org/modules.php?name=download&f=visit&lid=215).
143
Salini costruttori S.p.A., società di costruzioni (strade, autostrade, ferrovie, dighe, impianti
idroelettrici, gallerie, acquedotti, costruzioni civili e industriali) italiana, con filiali a: Dubai, Etiopia,
Giordania, Guinea, Libia, Malawi, Marocco, Sierra Leone, Sudan, Uganda, Zimbabwe. Salini.it,
Salini costruttori S.p.A. (http://www.salini.it/new/index.php/italian/content/intheworld).
74
pubblico-privato, dove il pubblico è rappresentato dall’Eepco, la società
di gestione dell’energia elettrica, interamente controllata dal Governo
etiope, ed il privato dalla Salini, un’influente impresa italiana con
importanti interessi in diversi Paesi africani.
Il primo episodio della saga Gilgel Gibe, viene finanziato dalla Banca
Mondiale e dalla Banca Europea per gli Investimenti e la costruzione
della diga di 184 MW di potenza, viene affidata alla Salini tramite gara
pubblica che la completa nel 2003.
La diga causa lo spostamento forzato di 10.000 persone che subiscono
un significativo peggioramento delle condizioni di vita.144
A maggio del 2004, pochi mesi dopo l’inaugurazione della diga di Gilgel
Gibe, l’Eepco e la Salini firmano un nuovo contratto per la costruzione
dell’impianto idroelettrico Gilgel Gibe II. Costo previsto dell’impianto:
400 milioni di euro. L’accordo viene firmato a trattativa diretta, in
assenza di gara d’appalto internazionale, come invece prevedono le
procedure del Ministero delle Finanze e dello Sviluppo Economico.
“L’eccezione” viene giustificata dal Governo etiope e ripresa dai media
locali affermando: “la profonda conoscenza del progetto della Salini e
la dimostrata capacità di attirare donatori internazionali”, nonché
dall’urgenza di colmare il deficit energetico. Il progetto viene
commissionato attraverso una tipologia di contratto “chiavi in mano” con
il quale l’impresa esecutrice si assume pienamente il rischio tecnico del
progetto e la consegna è fissata per dicembre 2007.145
Nonostante l’Italia sia stata più volte ammonita dall’Ocse per la cattiva
abitudine dei cosiddetti “aiuti legati”, tale architettura si spinge ben oltre,
rappresentando un vero e proprio aiuto commerciale camuffato da aiuto
allo sviluppo contro la povertà. È da notare che nell’ambito
dell’iniziativa Hipc,146 l’Italia, al momento dell’approvazione del nuovo
prestito, è in procinto di cancellare all’Etiopia circa 332 milioni di euro
di debito bilaterale. La cancellazione è ratificata nel gennaio 2005, tre
mesi dopo aver re-indebitato il Paese per una cifra di poco inferiore. Tra
il 2005 e il 2006 vengono avanzate due interrogazioni parlamentari, una

144
A distanza di cinque anni le comunità spostate non hanno accesso all’energia elettrica e agli altri
servizi di base, il bacino di 63 Km2 di estensione ha causato un sensibile aumento dell’incidenza della
malaria e di altre patologie trasmesse dagli insetti, le compensazioni non sono state adeguate alla
perdita di terra coltivabile e da pascolo. La terra è anche oggetto di conflitto con le comunità ospitanti.
Cfr. Baranes Andrea et al. (2008), op. cit., p. 116.
145
Cfr. Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (2008), op. cit., p. 5.
146
L’iniziativa Heavily Indebted Poor Countries, Hipc, (nazioni povere pesantemente indebitate) ha lo
scopo di aiutare i paesi più poveri del mondo portando il loro debito pubblico a un livello sostenibile,
sotto la condizione che i loro governi dimostrino di raggiungere determinati livelli di efficienza nella
lotta alla povertà. Il programma fu iniziato nel 1996, congiuntamente dal Fondo Monetario
Internazionale (Fmi) e della Banca Mondiale.
75
alla Camera e una al Senato, sul finanziamento italiano per il progetto di
Gilgel Gibe II e nel 2006 la magistratura apre un’inchiesta su diverse
operazioni finanziate dalla Dgcs nel periodo 2004-2005.
Il filone dell’indagine relativo a Gilgel Gibe II viene archiviato nel
febbraio del 2008 senza lasciare traccia. A luglio del 2006 la Salini e
l’Eepco (Ethiopian Electric Power Corporation) firmano un nuovo
contratto per la costruzione della diga Gilgel Gibe III, il più grande
progetto idroelettrico mai realizzato in Etiopia, con un salto di 240 metri
ed una potenza di 1870 MW, per un costo complessivo di 1,4 miliardi di
euro. Lo scopo dichiarato del Governo etiope è quello di esportare
l’elettricità in Kenya, considerato che attualmente solo il 6% della
popolazione è allacciato alla rete elettrica e con l’entrata in funzione
dell’impianto Gibe II il fabbisogno nazionale di energia sarà ampiamente
soddisfatto. Purtroppo però l’impianto è ancora lontano dall’essere
completato e a causa di problemi geologici incontrati durante lo scavo
del tunnel, non è possibile produrre energia prima della fine del 2009.147
Nonostante la Salini abbia firmato un contratto “chiavi in mano” che le
conferisce totale responsabilità nella realizzazione e funzionamento
dell’opera, essa non è tenuta a pagare nessuna penale per il ritardo
accumulato. Infatti, di comune accordo, le due parti hanno iniziato i
lavori in assenza di studi geologici adeguati includendo una clausola di
eccezionalità per eventuali ritardi dovuti alla conformazione del terreno.
Nonostante ciò, anche il contratto di Gilgel Gibe III viene stipulato a
trattativa diretta senza alcuna gara d’appalto internazionale. I lavori
vengono avviati immediatamente, in assenza del permesso ambientale
dell’agenzia nazionale preposta, esattamente come accaduto per
l’impianto di Gibe II. La diga è localizzata in una zona particolarmente
sensibile dal punto di vista sociale ed ambientale. L’Omo nasce dalla
confluenza dei fiumi Gibe e Gojeb formando un lungo canyon per poi
attraversare l’omonimo Parco Nazionale e sfociare nel lago Turkana, al
confine con il Kenya. Lungo le sue sponde risiedono diverse comunità
tribali, la cui sicurezza alimentare dipende strettamente dalle risorse
naturali e dal delicato equilibrio dell’ecosistema locale. Il fiume offre,
inoltre, un habitat unico per l’incredibile varietà faunistica. Nel 1980 la
bassa valle dell’Omo è stata riconosciuta, dall’Unesco, patrimonio
dell’umanità per i numerosi ritrovamenti di scheletri appartenenti al
genere australopithecus e homo, insieme ad utensili di quarzite risalenti a
diversi milioni di anni fa. La diga, come da progetto, sbarra
completamente il corso del fiume, e provoca la completa inondazione del
canyon e la creazione di un bacino lungo più di 150 Km, alterando
147
Cfr. Baranes Andrea et al. (2008), op. cit., p. 117-118.
76
profondamente i cicli del fiume sui quali si basa l’agricoltura delle
comunità locali. La costruzione della diga è iniziata in assenza di un
credibile piano finanziario e sta incontrando difficoltà nella ricerca del
sostegno economico necessario. I potenziali finanziatori pubblici in
gioco sono la Banca Africana di Sviluppo, la Banca Europea per gli
Investimenti ed il Governo italiano; consultato dalle autorità etiopi,
nell’estate del 2007, il ministro degli Esteri ha dato una risposta
sostanzialmente attendista: Gibe III è subordinata alla chiusura del
cantiere di Gibe II.
Staremo a vedere come si comporterà l’Italia e se, anche questa volta, la
Dgcs riuscirà a camuffare in aiuto allo sviluppo un regalo ad una nota
impresa italiana, consentendo l’ennesimo scempio in terra d’Africa, il
tutto contabilizzato nella voce Aps.148

4.9 La cooperazione di facciata

Nel 1985 viene approvata la legge 73, che istituisce un fondo


straordinario di 1.900 miliardi di lire (da usare in 18 mesi), a
disposizione di un sottosegretario degli esteri al fine di realizzare
programmi plurisettoriali in una o più aree sottosviluppate. L’area
prescelta è quella dell’Africa sub sahariana colpita da carestie e malattie.
Quando viene creato il Fai (Fondo Aiuti Italiani), anche se esiste già una
struttura ministeriale preposta ad interventi di sviluppo: il Dipartimento
per la Cooperazione e lo sviluppo può far fronte anche alle emergenze.
Tra il 1981 e il 1988, la percentuale destinata alla cooperazione allo
sviluppo viene coinvolta anche nelle inchieste di tangentopoli. Nel 1985
Francesco Forte (il Sottosegretario) e Bettino Craxi (Presidente del
Consiglio) fanno una visita in Somalia, allora uno dei principali Stati
acquirenti di armi dell’Italia. I fondi destinati alla Somalia aumentano
improvvisamente. Nel 1990 i fondi utilizzati per queste opere vengono
dichiarati persi. Nel 1994 la Società Italiana di Monitoraggio (Sim)
valuta i progetti completati e funzionanti solo per il 12%. Dopo gli aiuti
italiani la situazione in Somalia degenera. La Corte dei Conti si è
occupata del Fondo Aiuti Italiani con 41 indagini. Una delle accuse
ricorrenti rivolte al Governo italiano è quella di aver mantenuto, se non
incrementato, il sostegno economico e politico a Siad Barre,149 anche
148
Cfr. Baranes Andrea et al. (2008), op. cit., p. 118-119.
149
Siad Barre, Maxamed Siyaad Barre (Scilave, Etiopia, 1919 – Lagos, Nigeria, 2 gennaio 1995),
ricoprì il ruolo di Presidente della Somalia dal 1969 al 1991. Nel 1941 entrò nel corpo di polizia
territoriale, e dopo aver frequentato un corso in Italia per diventare Ufficiale, fece carriera nell'esercito
del suo paese quando divenne indipendente, ma prese il potere con un colpo di stato. Nel 1976 fondò
77
quando questo appare screditato agli occhi dell’opinione pubblica
internazionale e del popolo somalo. Le parole di Mariangela Gritta
Grainer, membro della Commissione d’inchiesta sulla cooperazione,
sono chiarissime: “Sono finiti 5.000 miliardi di lire, ma soltanto in
quegli anni lì, dal 1984 al 1991. Possiamo dire sperperati, ma anche
qualcosa di più, […] praticamente il costo di un progetto era sempre
gonfiato di almeno il 40% e questo 40% poi veniva suddiviso in tangenti,
chiamiamole così, tra somali e italiani”.150
Il progetto di pesca oceanica della cooperazione italiana, iniziato nel
1979, passa attraverso insuccessi clamorosi. L’impianto non viene
portato a termine, ma viene creata la compagnia Shifco.151 Dopo la
caduta di Siad Barre la Shifco passa stranamente nelle mani di un
privato. Nel 1998 la Somalia Unit (speciale delegazione Ue, che opera a
Nairobi) fornisce a Bruxelles informazioni sulla Shifco: afferma che
sulla Shifco esistono voci persistenti sul coinvolgimento della
compagnia in traffico di armi e attività illegali. La Shifco però, ottiene il
riconoscimento di essere in regola, con le norme italiane, sia dall’Italia
che dall’Europa.
In note riservate dei Servizi segreti del Sismi del 1993 si legge: “si è
appreso che dal Porto di Livorno avrebbe fatto scalo, per lunghi periodi,
un peschereccio battente bandiera somala di colore bianco, della Shifco,
che sarebbe stato in realtà utilizzato per un traffico internazionale di
armi”.152 Nell’agosto 1992, Mustafà Tolba, segretario dell’Unep,
l’agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente, lancia l’allarme più
clamoroso: “Ditte italiane scaricano rifiuti tossici in Somalia. Non posso
fare nomi perché abbiamo a che fare con la mafia, metterei a
repentaglio la vita di molte persone”. Il 10 marzo 1998, il sostituto
procuratore ad Asti, Luciano Tarditi, intervenendo in un convegno a
Roma organizzato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo

il Partito socialista rivoluzionario, ma la perdita di consensi lo portò ad una politica autoritaria a tal
punto da trasformarsi in dittatura. Nel 1991 Siad Barre viene destituito.
150
Sabrina Giannini (2003), Nient’altro che la verità. Il caso Ilaria Alpi, nel programma televisivo
Report in onda su Rai 3, 21 marzo 2003.
(http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E90185,00.html).
151
Tra il 1994 e il 1996, viene costituita una Commissione bicamerale di inchiesta che lavora
puntando l’attenzione, per quel che riguarda la Somalia, soprattutto sulla flotta di pescherecci della
Shifco: sei navi, un dono dell'ordine di oltre 70 miliardi di lire fatto dalla Cooperazione italiana alla
Somalia; il sospetto è che le imbarcazioni siano servite a trasportare armi.
152
Articolo pubblicato sul portale Babylonbus (2008), “Somalia, c’era una volta… Fai – Fondo aiuti
italiani”.
(http://www.babylonbus.org/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=382578).
78
dei rifiuti,153 e sulle attività illecite ad esso connesse, afferma: “Ci sono
imprenditori italiani che hanno risolto così il problema dello
smaltimento dei loro rifiuti”; poi precisa: “Si tratta di rifiuti tossico-
nocivi e anche, all’occorrenza, di rifiuti radioattivi”. Questo business
“nero” fruttava, all’epoca, tra i 2 e i 6 mila miliardi di lire.154
Nel 1994 Ilaria Alpi, giornalista d’inchiesta Rai, è al suo settimo viaggio
in Somalia; conosce bene quel paese e conosce bene la lingua araba. Da
tempo sta indagando sulla malacooperazione, questa mega tangentopoli
rimasta inesplorata: è questa la strada che porta Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin, fotografo e cineoperatore italiano, ad essere uccisi il 20 marzo
1994 a Mogadiscio. Non è mai stata fatta chiarezza sulla loro morte;
sono invece spariti alcuni documenti video ed agende di Ilaria Alpi, sulle
quali annotava frasi del tipo: “Bosaso, Mugne, Shifco, 1.400 miliardi
(fondi Fai) di lire...dove è finita questa impressionante mole di
denaro?”.

Nella puntata televisiva del programma Report (Rai 3, 21 marzo 2003),


la giornalista Sabrina Giannini intervista un ex appartenente al centro
Gladio del Nord Est155 in merito ai traffici illeciti di armi e rifiuti verso la
Somalia. Dalla seguente intervista, si può cogliere come la cooperazione
italiana allo sviluppo, si trovi coinvolta all’interno dei traffici illegali e
sia parallelamente un elemento cardine per tali traffici.

Giornalista: “Perché questa struttura (la Gladio, nda) supportava questi


traffici (armi, rifiuti, nda)?”
Ex appartenente ad un centro Gladio del Nord Est: “Supportava questo
genere di traffici perché era incaricata, da chi di dovere, a supportare
questo traffico. Era una struttura al servizio dei potenti del momento.
Avendo una struttura capillare, efficiente, poteva operare anche
all’estero con il bene placito degli statunitensi. Riuscivamo ad avere un
controllo totale della Somalia e non solo della Somalia.

153
La Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha scritto: “Si è accertata l’esistenza
di attività di trivellazione e inabissamento in mare di container, al largo della costa nord-orientale
della Somalia”.
154
Carazzolo Barbara, Chiara Alberto, Scalettari Luciano (1998), “E la nave va”, Famiglia Cristiana,
n. 13, 8 aprile 1998.
155
Era il 1956 quando, grazie ad un patto segreto stipulato tra la Cia e il capo del Servizio
informazioni forze armate (Sifar), nasceva l’organizzazione “Stay Behind”: “Gladio”. Organizzazione
promossa per contrastare un’eventuale invasione sovietica dell’Europa occidentale. La struttura, alle
dipendenze dell’Ufficio R del Sifar, era articolata in 40 nuclei, dei quali sei informativi, dieci di
sabotaggio, sei di propaganda, sei di evasione e fuga, dodici di guerriglia. Inoltre erano state costituite
cinque unità di guerriglia di pronto impiego in regione di particolare interesse. Canisciolti.info (2008),
“Colpo di Stato?”, 2 novembre 2008. (http://www.canisciolti.info/stampa.php?id=16229).
79
Si riusciva ad avere un controllo totale dell’area e potere effettuare
qualsiasi tipo di traffico illecito. Ripeto che per traffici illeciti si parla di
contrabbando di armi, ma soprattutto di scorie nucleari e di rifiuti
tossici nocivi. È una pattumiera, è una grossa pattumiera di questa
robaccia. Statunitensi, italiani, tedeschi, francesi, paesi dell’est; gli Stati
Uniti, forse, in un modo ancor più feroce del nostro”.

Giornalista: “Poteva esserci una facciata legata alla cooperazione?”


Ex appartenente ad un centro Gladio del Nord Est: “C’era una facciata
legata alla cooperazione per forza, altrimenti non si sarebbe potuto fare
niente. Ilaria Alpi, oltre ad aver visto scorie, rifiuti e traffici di armi,
senz’altro aveva visto documentazioni particolari”.

Giornalista: “Mi sta dicendo che Ilaria Alpi aveva un informatore?”


Ex appartenente ad un centro Gladio del Nord Est: “Senz’altro e
sicuramente era un uomo del Sismi. Quest’uomo del Sismi è morto anche
lui, in Somalia, di morte violenta prima della Alpi. Era il maresciallo
Vincenzo Li Causi. Non credo alla versione che hanno dato per la morte
di Li Causi (ucciso in una rapina, secondo le fonti ufficiali, nda). Pensi
che il giorno dopo doveva rientrare in Italia per essere sottoposto ad
interrogatorio da parte dei giudici che s’interessavano del caso Gladio,
del centro Scorpione ed altro. Conosceva benissimo la Alpi e
probabilmente proprio per avere parlato con lei di tante cose e di tanti
argomenti, che a volte sono intoccabili e non bisogna neppure pensarli,
allora qualcuno a pensato bene di toglierlo di mezzo con un colpo di
dragunov (fucile di precisione, chiamato anche SVD, nda)”.

Giornalista: “Come fa a dire che si conoscessero?”


Ex appartenente ad un centro Gladio del Nord Est: “Perché lo conoscevo
anche io molto bene”.156

Così, ci siamo trovati di fronte ad una macchina diabolica: nata per


creare sviluppo, ma gestita, con tutte le sue difficoltà, da personalità ed
organizzazioni criminali. Fatti accaduti non molti anni fa, che oggi
restano un tasto dolente sul quale non è conveniente fare chiarezza e
giustizia, in perfetto stile italiano. “Errori” che sembrano ripetersi, come
vedremo nel capitolo successivo, o forse mai arrestati. Al di là dei
summit mondiali, nei quali le promesse e i buoni propositi traboccano,
cosa possiamo preannunciare ai poveri del sud del mondo? Forse altri
rifiuti tossico nocivi e scorie nucleari, visto che in Italia si ipotizza un
156
Sabrina Giannini (2003), Nient’altro che la verità. Il caso Ilaria Alpi, op. cit.
80
ritorno al nucleare, in controtendenza rispetto alle scelte dei paesi più
ricchi. Si dovrà aspettare ancora un poco, prima di poter esportare il
Made in Italy nel Sud del mondo.

81
CAPITOLO V

82
“Stati-mafia”

"Come può, il Governo italiano, offrire la


propria collaborazione allo sviluppo dei
paesi africani, quando non è capace
di risolvere in patria i problemi
del terrorismo e della mafia?"

157
Hassan Gouled Aptidon

Le politiche di cooperazione allo sviluppo, in buona parte dei Pvs, non


tengono in dovuta considerazione la perfetta sintonia dei rapporti nati tra
la criminalità organizzata e il potere politico. In molti Paesi in via di
sviluppo e non solo, come vedremo nel dettaglio in seguito, si vanno
configurando sempre più “Stati collusi” o “Stati-mafia”: un fenomeno
che forse desta poco interesse ai decisori politici preposti alla
formulazione delle politiche di aiuto e cooperazione in favore delle
popolazioni di tali Paesi. Di conseguenza, gli obiettivi che tali politiche
si prefiggono non vengono raggiunti e spesso producono “effetti
perversi”, alimentando la conflittualità e l’instabilità nei Paesi beneficiari
degli aiuti.

157
Hassan Gouled Aptidon, Presidente dello Stato africano del Gibuti per oltre 22 anni (1977-1999).
Parole rivolte a funzionari del Ministero degli Affari Esteri inviati a Gibuti, nel 1982, per concordare
un programma di aiuto. Cfr. Gori Umberto (2003), La cooperazione allo sviluppo. Errori e illusioni di
un mito, Milano, FrancoAngeli, p. 11.
83
5.1 Teoria e definizione

Non esiste una vera e propria teoria sugli “Stati-mafia”. Sebbene sul
rapporto che intercorre tra la criminalità organizzata e lo Stato (o Stati),
in cui essa opera, esistono parecchi testi scritti, studi e differenti opinioni
sul ruolo e l’azione dei soggetti, la definizione di “Stato-mafia” non
esiste. Ciò che esiste, e partendo da qui si può arrivare ad un concetto più
chiaro, è il termine usato da parecchi studiosi ed analisti vicini alla
rivista italiana Limes (rivista italiana di geopolitica) per descrivere le
realtà statali e criminali presenti nei Balcani.
Phil Williams, studioso di problemi di sicurezza internazionale,
nell’analizzare il fenomeno di Stati contemporanei che consentono alla
criminalità organizzata di crescere e operare in un quadro di sostanziale
impunità, distingue quattro tipi di Stati: “Stati deboli”, privi delle risorse
e delle capacità per contrastare i poteri criminali; “Stati acquiescenti”,
che lasciano operare tali poteri come precisa scelta politica; “Stati
corrotti”, da cui esponenti dell’élite politica traggono in prima persona
benefici dalle attività svolte dalla criminalità organizzata per volerla
contrastare sul serio; “Stati collusi”, in cui il potere politico viene
coinvolto direttamente nelle attività della criminalità organizzata.158
Fabio Mini, Tenente Generale al comando delle operazioni di pace in
Kosovo a guida Nato (Kfor) il 4 ottobre 2002 descrive il contesto
kosovaro ed esprime le sue preoccupazioni in proposito della criminalità
e del futuro di questo paese. Dalle sue parole si evincono gli aspetti
caratteristici di ciò che può essere definito “Stato-mafia”. Uno Stato in
cui l’appropriazione del territorio e delle risorse è largamente illegittima,
l’unità nazionale è assente, l’economia è insussistente, le forze di polizia
locali ai livelli d’ininfluenti strumenti istituzionali, un vasto intreccio di
azioni (tra loro non sempre coordinate) in mano a “intoccabili”, partiti
politici, organizzazioni di governo, clan familiari, reti di traffici illeciti,
mafie, organizzazioni armate e criminalità comune.159
Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes, sempre in merito agli
“Stati-mafia” nei Balcani, dipinge uno scenario in cui “la barriera fra
istituzioni e organizzazioni criminali, padroni del territorio e dei traffici,
è estremamente labile se non inesistente”.
Per Xavier Raufer, autorevole sociologo e specialista dell’Albania, la
mafia albanese è “uno Stato nello Stato, con territori soggetti, leggi e
158
Williams P., Florez C. (1994), “Transnational Criminal Organizations and Drug Trafficking”,
Bulletin on Narcotic, n. 2, Non pubblicato.
(http://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/bulletin/bulletin_1994-01-01_2_page004.html).
159
Cfr. Mini Fabio (2006), “Buco nero, Stato mafia e/o Stato canaglia”, Quaderno Speciale di Limes,
Rivista Italiana di Geopolitica, n. 3, pp. 25-44.
84
forze armate”. Questa criminalità è penetrata in profondità nel territorio
nazionale, occupandosi di: traffico di clandestini, sfruttamento (dei
bambini e prostituzione), commercio illegale di stupefacenti, furti e
ricettazione.160
In definitiva, lo “Stato-mafia” può essere definito come: uno Stato dotato
di proprio ordinamento giuridico politico, dove il controllo reale del
territorio, tramite il monopolio della forza e l’imposizione di determinate
norme, non è condotto dagli organi e dalle istituzioni legittime, ma è in
mano a potenti organizzazioni criminali (o network) capaci di coordinare
e coinvolgere altri soggetti e/o gruppi (politici, governativi, comuni
cittadini) nel loro vasto intreccio di azioni.
Sebbene questo concetto sia stato applicato nel contesto balcanico,
tenendo in analisi le caratteristiche sopra enunciate, vedremo come lo si
può estendere, senza grandi difficoltà, in tante altre realtà esistenti nei
Paesi del Sud del mondo.

160
Cfr. Raufer Xavier (2000), “Come funziona la mafia albanese”, Quaderno Speciale di Limes.
Rivista italiana di geopolitica, pp. 65-72.
85
5.2 Quali sono gli Stati-mafia

Partendo dal contesto kosovaro, principale campo di analisi degli


studiosi degli “Stati-mafia”, e scendendo verso sud alla scoperta di realtà
statali molto simili tra loro per determinate caratteristiche (povertà,
criminalità organizzata, corruzione, eccetera), seppur ad ogni modo ci
troviamo a confrontare società e culture parecchio differenti, si può
osservare come il fenomeno dello “Stato-mafia” sembri esistere ed
essere piuttosto diffuso.
Con la forte convinzione di chi crede che molte realtà vengano tenute
nascoste, per coprire i grandi interessi di poche persone (o di paesi
ricchi), e che di conseguenza il fenomeno potrebbe ampliarsi e
riguardare altre realtà, cerchiamo di analizzare, attraverso alcuni paesi, e
rispondere alla domanda: “Quali sono gli Stati-mafia nel mondo?”.

Nei Balcani

Il Kosovo, nonostante sia una provincia auto-dichiaratasi indipendente (il


17 febbraio 2008) dalla Serbia e riconosciuta tale da 62 paesi membri
dell’Onu più Taiwan, è in realtà un territorio diviso, economicamente
insussistente e con una unità nazionale distante, quanto può essere
l’identità tribale, dall’organizzazione di uno Stato moderno. Le forze di
polizia locali, ininfluenti come strumenti istituzionali, sono politicizzate,
clientelari, legate ai clan e agli interessi familiari; seguono gli ordini dei
referenti e non dei loro superiori. La parte vitale del potere si snoda in
reti multiple sviluppate in orizzontale, ma sovrapposte. Chi sta in alto
potrebbe non sapere di ciò che accade in basso e trarre vantaggi senza
sporcarsi le mani. La gestione del territorio, attraverso legami familiari,
coincide spesso con interessi criminali; l’avversario può diventare
partner d’affari momentaneo (le c.d. instant multinationals) senza alcun
problema per la differenza di etnia, affiliazione ed ideologia.
L’intreccio di azioni, tra loro non sempre coordinate, è nelle mani dei
partiti politici, delle organizzazioni di governo, del potentato economico,
dei clan familiari, della rete di traffici illeciti, della mafia, delle
organizzazioni armate, della criminalità comune e degli “Intoccabili”,
personaggi presenti in ogni ganglio sociale che detengono il potere reale
e che godono di totale impunità.161 Questi gruppi, possono essere
direttamente dipendenti dalle autorità oppure hanno con esse un rapporto
di scambio, basato su reciproci favori. Ad esempio, io capomafia aiuto te
161
Cfr. Mini Fabio (2006), op. cit., pp. 25-44.
86
capo del governo a controllare una porzione di territorio o metto a tua
disposizione delle milizie per la “lotta patriottica”, e tu in compenso
chiudi entrambi gli occhi sui miei affari o ne diventi socio. Al di là della
letteratura accademica, sul tema esistono tonnellate di rapporti di agenzie
come Fbi, Scotland Yard, la nostra Dia, eccetera, oltre a una copiosa
produzione di indagini e sentenze delle magistrature italiana, svizzera,
olandese, eccetera.162
“Il protettorato delle mafie”, in Kosovo, vede distribuiti sul territorio dei
centri logistici del traffico di droga e armi, in cui gravitano gli interessi
dei clan mafiosi. Nei centri urbani di Pec, Decani, Djakovica e Klina
(paesi, amministrati dall’Onu, sotto comando italiano), girano gli affari
(armi e droga) di parecchi clan mafiosi: Lluka, Rugova, Elshani, Balaj,
Kitaj, Haradinaj e Musaj; inoltre, i clan Haradinaj e Musaj operano
anche a Prizren (paese sotto comando turco). Mitrovica (sotto comando
francese) vede operare sul suo suolo i clan mafiosi di Kitaj, Thaçi e
Haliti, questi ultimi due clan, insieme al clan Shabani, operano anche su
una parte del territorio sotto comando irlandese. Infine, abbiamo i clan
mafiosi di Suma, Shaqiri e Sejdiu che gestiscono i loro traffici nei centri
di Urosevac, Vitina, Kacanik e Gnjilane (sotto comando statunitense).163
Come già detto, il Kosovo si è auto-proclamato indipendente nel 2008,
però, nonostante abbia manifestato questa sua voglia d’indipendenza, ha
ancora in casa propria l’amministrazione Onu dell’Unmik (United
Nations Mission in Kosovo), che vede come rappresentante speciale
della missione l’italiano Lamberto Zannier. Albin Kurti, leader politico
Kosovaro, nell’intervista con Paolo Quercia (della rivista Limes), in cui
quest’ultimo parla dei legami tra indipendenza e criminalità organizzata
e dice che, nel dibattito europeo, secondo alcuni l’indipendenza del
Kosovo ridurrà progressivamente le attività criminali, mentre secondo
altri la sovranità sarà sfruttata dalle mafie per ottenere ancora più potere,
alla domanda del giornalista: “Qual é la sua opinione in proposito?”,
risponde: “solo la vera indipendenza unita alla sovranità daranno al
Kosovo l’opportunità di combattere contro il crimine organizzato e
sconfiggere la corruzione. Ma non dimentichiamo alcune cose: quando
la corruzione in Kosovo si misurava con cifre a 6 zeri, essa era
162
Caracciolo Lucio (2000), “Ingerenza Umanitaria e Stati mafia”, 30giorni.it.
(http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=12660).
163
Cfr. Limes (2008), “Cartina Kosovo a colori: “Il protettorato delle mafie””, Limes. Rivista italiana
di geopolitica, n.2/2008, pp. 16-17.
87
corruzione locale; quando divenne a 7 zeri essa era il frutto di una
collaborazione tra politici locali e burocrati internazionali; ora che è
arrivata a 8 zeri essa è soprattutto internazionale”.164

In Africa

La Somalia, sebbene venga definita da alcuni analisti come uno “Stato


fallito”, può essere in realtà considerato un altro caso di “Stato-mafia”.
Si tratta di uno Stato molto grande, con un’estensione territoriale pari a
637.000 Kmq (due volte l’Italia) e una popolazione di 9.000.000 di
abitanti, che non possiede l’effettivo governo della nazione dal 1991,
anno in cui è collassato il regime di Siad Barre. Uno Stato che non
possiede un adeguato sistema di welfare, per garantire un livello minimo
di sussistenza alla popolazione locale; popolazione formata da entità
tribali o claniche (al 95% arabe), che integrano, o sostituiscono, lo Stato
nel governo del territorio. In pratica, in Somalia, l’accettazione sociale
della criminalità organizzata si traduce nella delegittimazione delle
autorità statali costituitesi. I pirati somali vengono percepiti dalla
popolazione come benefattori, perché garanti di un flusso di liquidità
monetaria (sotto forma di valuta forte) che rimette in moto il sistema
produttivo e creditizio, e perché fungono da sostituti dell’autorità
legittima nell’affermazione della sovranità nazionale sul mare territoriale
(fondamentale risorsa naturale per la pesca: principale fonte di reddito
della popolazione somala).165
Mohamed Abshir Waldo, analista somalo che lavora in Kenya, in un suo
articolo ed anche in una sua intervista rilasciata ad un notiziario
statunitense, parla della pirateria somala e dice: “In Somalia esistono due
piraterie. Una è quella che sta all’origine del problema di oggi, e che è
la pesca illegale da parte di imbarcazioni straniere, che oltre tutto
mentre pescano assolvono a un altro compito illegale, cioè la discarica
di scorie tossiche industriali e persino nucleari nelle nostre acque, tutte
provenienti dal mondo ricco. L’altra pirateria è quella che vi raccontano
i vostri media. Ma essa si è scatenata in reazione a quei crimini, quando
le nostre acque furono avvelenate, quando fu saccheggiato il nostro
pesce, e in un Paese poverissimo i pescatori capirono che non avevano
164
Cfr. Quercia Paolo (2008), “Voci dal Kosovo tra gioie e timori”, Limes. Rivista italiana di
geopolitica, n.2, pp. 51-54.
165
BBC News (2009), Country profile: Somalia, 2 luglio 2009.
(http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/country_profiles/1072592.stm). Puddu Luca (2009), “Guerra e
pirateria nel Corno d’Africa (seconda parte)”, Limes. Rivista italiana di geopolitica, 19 febbraio 2009.
(http://temi.repubblica.it/limes/guerra-e-pirateria-nel-corno-dafrica-seconda-parte/2818).
88
altra possibilità se non quella di reagire con la violenza contro le navi e
le proprietà dei Paesi potenti che sponsorizzano la vostra pirateria e la
discarica tossica qui. Le nazioni maggiormente coinvolte nella prima
pirateria sono la Francia, la Norvegia, la Spagna, l’Italia, la Grecia, la
Gran Bretagna, ma anche la Russia e i Paesi asiatici come la Korea,
Taiwan, le Filippine, la Cina. Tutto è cominciato, per ciò che riguarda
la pesca illegale, nel 1991. Le comunità dei pescatori somali hanno per
anni protestato presso l’Onu e la Ue, ma sono stati del tutto ignorati. I
pescherecci occidentali arrivano qui e pescano senza licenza, addirittura
reagiscono con la forza quando le nostre barche li contrastano, ci tirano
addosso acqua bollente, ci sparano, ci mirano contro con i vascelli.
Queste cose sono accadute per anni, finché i pescatori somali si sono
organizzati in un corpo di Guardia Costiera di Volontari Nazionali, che
voi ora chiamate “i pirati”. Oggi le marine militari di questi Paesi
pirateschi sono qui a proteggerli. I nostri pescatori hanno paura ad
uscire in mare perché spesso vengono fermati dagli incrociatori
occidentali e arrestati solo perché sospettati di essere “pirati”.
Si tratta di una terribile ingiustizia, con la comunità internazionale che
fa solo i propri interessi e ci ignora. I nostri “pirati” di oggi sono ex
lavoratori in preda alla disperazione, null’altro. E poi c’è nel sottofondo
il problema della discarica di sostanze industriali tossiche dai Paesi
ricchi nelle nostre acque, che è iniziato negli anni ‘70 ed è continuato
sempre, in risposta soprattutto alla nascita in Occidente di leggi
ambientali molto più severe di prima. E così i vostri governi hanno
pensato di scaricarle in nazioni povere o in guerra, che non potevano
reagire, o i cui governi potevano essere corrotti. Al Jazeera lo ha
documentato, ma anche la CNN credo. È stato detto e più volte scritto
che la Mafia italiana è pesantemente coinvolta qui in Somalia nella
discarica di sostanze proibite”.166
Secondo il giornale britannico Indipendent, le organizzazioni criminali
praticano la pirateria, ottengono parecchi soldi con i riscatti, e riciclano il
denaro a Dubai e in altri Stati del Golfo. Investigatori, assunti dalle
compagnie navali, hanno dichiarato che circa 80 milioni di dollari sono
stati guadagnati dai riscatti nell’ultimo anno; mentre una parte del denaro
è andata agli esecutori materiali, il resto dei milioni è stato riciclato
attraverso conti correnti bancari, nell’Unione degli Emirati Arabi ed in

166
Waldo Mohamed Abshir (2009), “The two piracies in Somalia: why the world ignores the other?”,
Wardheernews.com, 8 Gennaio 2009.
(http://wardheernews.com/Articles_09/Jan/Waldo/08_The_two_piracies_in_Somalia.html). Goodman
Amy (2009), Analysis: Somalia Piracy Began in Response to Illegal Fishing and Toxic Dumping by
Western Ships off Somali Coast, Democracynow.org, 14 Aprile 2009.
(http://www.democracynow.org/2009/4/14/analysis_somalia_piracy_began_in_response).
89
altre parti del Medio Oriente. I cosiddetti “padrini” delle operazioni
illecite includono uomini d’affari della Somalia e del Medio Oriente,
così come in altre nazionalità appartenenti al subcontinente indiano.
Andrew Mwangura, un esperto sui pirati del porto keniano di Mombasa,
dice che i somali armati che combattono e muoiono nei sequestri sono
solamente uomini di facciata della grande organizzazione;
Mwangura dice: “Sono solamente pesci piccoli. I grandi squali operano
fuori, in posti come Dubai, Nairobi e Mombasa”.167
“Noi possiamo pagare ognuno di loro (riferito ai pirati) in Mombasa.
Costano 200 dollari. Tutti i pirati percepiscono questa somma” dice un
membro dell’equipaggio della nave statunitense, Maersk Alabama,
vittima di un’aggressione.168
Ritornando, invece, allo sversamento di rifiuti tossico-nocivi e
presumibilmente radioattivi nelle acque somale, l’Italia ne sa qualcosa.
Oltre ai traffici tra l’Italia e la Somalia, ricordati nel precedente capitolo,
che hanno portato alla morte i giornalisti Ilaria Alpi, Miran Hrovatin
(1994) e il maresciallo dei servizi segreti Vincenzo Li Causi (1993), pare
che il nostro paese continui a praticare traffici illeciti, o magari accordi
in segreto (dipende da chi li tratta), senza alcuno imbarazzo.
È del 19 Aprile 2009, l’ultima notizia in cui un rimorchiatore di proprietà
italiana (l’imbarcazione Buccaneer della ditta Micoperi) viene
denunciato dalle autorità della regione semi-autonoma del Puntland, nel
nord-est della Somalia. Le autorità somale trattenevano l’imbarcazione e,
nonostante l’Italia parlasse di pirati, sostenevano che la nave italiana
doveva sversare rifiuti tossici al largo delle coste del Paese africano; di
attività illegali erano inoltre accusati e trattenuti anche due pescherecci
egiziani (per pesca illegale). Il governatore della zona di Sanag,
Mohamoud Said Nur, raggiunto telefonicamente dall’agenzia France
Presse, disse: “Dobbiamo dire chiaramente che il rimorchiatore italiano
e i due pescherecci egiziani sono stati sequestrati dalle forze di sicurezza
locali e la ragione per cui sono stati messi sotto sequestro non ha nulla a
che vedere con la pirateria. Abbiamo avuto la conferma che il
rimorchiatore italiano trasporta due contenitori di rifiuti tossici e che
(l’equipaggio) voleva gettarli nelle nostre acque. Dobbiamo fare

167
Sengupta Kim, Howden Daniel (2009), “Pirates: the $80m Gulf connection”, Indipendent, 21
Aprile 2009. (http://www.independent.co.uk/news/world/africa/pirates-the-80m-gulf-connection-
1671657.html).
168
Howden Daniel (2009), “Piracy: “I don’t even tell my company what route I’m taking””,
Indipendent, 21 Aprile 2009. (http://www.independent.co.uk/news/world/africa/piracy-i-dont-even-
tell-my-company-what-route-im-taking-1671659.html).
90
giustizia e non chiediamo riscatti per la loro liberazione”. La ditta
Micoperi, invece, smentiva tutto e ribadiva “la Buccaneer era vuota”.169
Non sappiamo dove sta la verità sul caso, però sappiamo con maggiore
certezza che la discarica di materiale tossico in Somalia non è
un’invenzione, infatti “La Banca Mondiale, alcuni anni fa, fece
trapelare un memorandum confidenziale dove Larry Summers, che
allora era il suo capo economista (oggi consigliere economico di
Obama, nda), diceva: “Penso che la logica economica dietro alla
discarica di sostanze tossiche nelle nazioni più povere sia impeccabile e
dovremmo affrontare questo fatto. Ho sempre pensato che i Paesi sotto-
popolati in Africa siano molto sotto inquinati”. Poi ritrattò e disse che
era sarcasmo”.170

In America Latina e nei Caraibi

Il Guatemala rispecchia le caratteristiche di uno Stato-mafia.


Già nel 2003 la violenza politica legata alla campagna elettorale che
dilagava nel paese metteva seriamente a rischio la validità del voto.
Il paese ha dovuto sopportare un’escalation di torture, stupri, minacce,
abusi ed esecuzioni extragiudiziali, a causa della crescente corruzione e
della criminalità organizzata. Questo clima di violenza, nel periodo pre-
elettorale (2003), era alimentato senza dubbio dall’FRG (Fronte
Repubblicano Guatemalteco), il partito al governo, per favorire il proprio
candidato Rios Mont, l’ex dittatore genocida. Dopo la fine della
dittatura, durata 30 anni (1954-1983), Mont cercava di arrivare al potere,
ma la Corte Costituzionale bloccava la sua candidatura; solo nei mesi
precedenti alla campagna elettorale, grazie ad azioni di violenza e di
corruzione, l’ex dittatore riuscì ad ottenere il via libera per le elezioni
alla presidenza del Congresso.171
Il 19 febbraio del 2007 l’assassinio di tre deputati salvadoregni in
Guatemala, membri del Parlamento Centroamericano (PARLACEN,
unione degli Stati del Centro America: El Salvador, Guatemala,
Honduras, Nicaragua, Panama e Rep. Dominicana), è la chiara
dimostrazione del fatto che in questo Paese la criminalità organizzata è

169
Repubblica.it (2009), “Il Putland contro il Buccaneer: “Doveva sversare rifiuti tossici””,
Repubblica.it, 19 Aprile 2009. (http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/esteri/somalia-pirati/accuse-
puntland/accuse-puntland.html).
170
Goodman Amy (2009), op. cit.
171
Contattoradio.it, “Elezioni in Guatemala. Intervista a Rigoberta Menchù. Il paese si avvia alle
elezioni del 9 novembre 2003 in un clima di violenze e soprusi alimentato dall’FRG e da Rios Mont,
l’ex dittatore genocida”, 7 Novembre 2003. (http://www.contattoradio.it/dettaglio_news.asp?Id=40#).
91
annidata nelle istituzioni pubbliche. Secondo organizzazioni che lottano
per il rispetto dei diritti umani e che fanno parte del Gruppo Regionale di
Osservazione e Analisi formato da Guatemala, El Salvador, Honduras,
Nicaragua, Costa Rica e Panama, l’uccisione dei tre deputati
salvadoregni al Parlamento Centroamericano e del loro autista, viene
ritenuta: “la prova più evidente degli ultimi anni del fatto che la
criminalità organizzata si è annidata nelle nostre istituzioni”.
Tale concetto è inoltre ribadito anche nel titolo del rapporto stilato da
queste organizzazioni: Crimen organizado enquistado en el poder
público (criminalità organizzata annidata nel potere pubblico).
Le organizzazioni per la promozione dei diritti umani avanzano
considerazioni estremamente gravi in merito ai fatti avvenuti dopo
l’uccisione dei tre deputati del Parlamento Centroamericano: “Ora è
evidente che all’interno del Ministero degli Interni e della Polizia
guatemalteca è attiva una struttura parallela responsabile degli atti di
pulizia sociale, connessa alle strutture del crimine organizzato”. In una
lettera resa nota qualche settimana dopo gli assassinii, uno degli accusati,
oggi profugo della giustizia, segnalava persino la partecipazione del
Presidente Oscar Berger a tali strutture. Gli stessi membri delle strutture
coinvolte nell’assassinio avevano condotto le indagini e avevano fatto
tutto il possibile per ostacolare, nascondere o distruggere informazioni e
prove, rilasciando false o inesatte versioni dei fatti e mettendo in
evidenza il loro coinvolgimento nella morte dei quattro poliziotti
accusati di essere stati gli esecutori materiali; questi ultimi furono uccisi
in una prigione appena 24 ore dopo l’arresto. Le indagini, ad oggi, non
hanno ancora permesso di stabilire chi siano i mandanti, né di sciogliere i
dubbi relativi ad altri esponenti coinvolti; pertanto, si ritiene che data
l’influenza dei gruppi illegali all’interno delle istituzioni, questo caso
rimanga irrisolto e impunito, come molti altri.
Non ci sono guerre in corso in Guatemala, ma la criminalità organizzata
impedisce la pace. L’esistenza di strutture parallele che funzionano al
margine della legge è sempre stata una costante nella storia dei Paesi del
Centro America, seppur con forme differenti: gli “squadroni della morte”
o i vari gruppi di “sterminio” o di “pulizia etnica”. Caso tristemente
famoso nel Salvador negli anni ‘90 è quello di Víctor Rivera, alias
Zacarías, che era consulente del Ministero degli Interni in Guatemala e
gestiva un gruppo dedito ad attività criminali con il beneplacito
dell’allora ministro della Sicurezza salvadoregno. In pratica, questi
gruppi criminali che agiscono al margine della legge sono attivi in tutta
la regione e, se in passato erano parte delle stesse strutture militari, oggi
si sono convertite in complesse reti criminali, che si esprimono non solo
92
nella repressione politica, ma anche nel narcotraffico, nel riciclaggio di
denaro e in altre forme di crimine organizzato. Anche se non si conosce
con esattezza il grado di ingerenza nella politica, si ritiene che tali gruppi
si siano infiltrati in tutti i gangli delle istituzioni, visto il numero dei
funzionari pubblici processati o arrestati per i loro legami con la
criminalità organizzata negli ultimi anni.172
Tra gli ultimi casi di violenza, intrecciati al malaffare, vi è l’assassinio
dell’avvocato Rodrigo Rosenberg, trucidato in una via di Città del
Guatemala il 10 maggio 2009. Pochi minuti dopo la morte, il sito
internet del quotidiano locale, El periodico, trasmetteva un video in cui
l’avvocato stesso annunciava la sua morte: “Se state guardando questo
video, significa che sono stato assassinato dal presidente”.
Dopo una settimana, dall’assassinio di Rodrigo Rosenberg Marzano,
continuavano a delinearsi diverse ipotesi riguardo ai mandanti
dell’omicidio. I contorni giudiziari di questa vicenda non compaiono per
nulla chiari, e la capitale guatemalteca ha assistito a due opposte
manifestazioni: chi sosteneva il presidente Alvaro Colom e chi invece
voleva le sue dimissioni. Colom, da parte sua, sostiene fermamente la
sua innocenza. Nel clip Rosenberg parla di loschi intrighi finanziari che
coinvolgerebbero direttamente la first lady Sandra de Colom: “La
ragione per la quale sono morto è che fino all’ultimo sono stato
l’avvocato dell’imprenditore Khalil Mussa e di sua figlia Marjorie
Mussa, entrambi uccisi lo scorso 14 aprile, perché si sono rifiutati di
coprire gli affari illegali e milionari che si orchestrano ogni giorno nel
Banrural (Banca dello sviluppo rurale a capitale misto) e che va dal
lavaggio di denaro sporco alla deviazione di fondi pubblici verso
programmi inesistenti facenti capo alla signora Sandra de Colom,
passando dal finanziamento di cartiere utilizzate dal narcotraffico”.
Sull’accaduto, Daniele Pompeiano, professore di Storia e istituzioni
dell’America del Sud all’università di Messina, afferma: “Il ritorno alla
democrazia ha comportato una diffusissima criminalità organizzata e
singola davanti a un Paese che non ha mai dato riconoscimento alla
pressione popolare democratica e alla negoziazione tra le diverse classi
sociali. In assenza di un tessuto democratico e di fronte a una economia
sempre più dollarizzata, è enormemente accresciuto non soltanto il
potere dei militari, ma anche la micro e macro criminalità”.173

172
Hernández Pico Juan (2007), “El crimen organizado está enquistado en el poder público”, Revista
Envìo, n. 303/2007. (http://www.envio.org.ni/articulo/3568).
173
Marzia Coronati, “Guatemala: chi ha ucciso l’avvocato Rosenberg?”, Amisnet, 18 Maggio 2009.
(http://amisnet.org/agenzia/2009/05/18/guatemala-chi-ha-ucciso-lavvocato-rosenberg/).
93
Guatemala, Salvador e Honduras sono il triangolo nord del Centro
America con una forte emergenza criminalità. Delinquenza comune,
crimine organizzato, narcotraffico, squadroni della morte e soprattutto
maras, le bande giovanili armate e pronte a tutto, hanno costituito un
vero e proprio clima di terrore.
Le maras, termine nato nel Salvador (deriva dalle formiche amazzoniche
Marabundas, che devastano ogni coltivazione che invadono), sono
gruppi nati nei quartieri poveri delle grandi città e arrivati a un livello di
organizzazione tale da controllare il narcotraffico e i flussi migratori
dell’intera regione. Definita da chi l’ha vissuta “un labirinto senza
uscita”, le maras sono per i giovani figli della miseria uno stile di vita,
una strada per raggiungere uno status di appartenenza. In Centro
America sono circa novanta le bande organizzate, ma due in particolare
fanno il bello e il cattivo tempo: la M-18 e la Salvatrucha o Ms. Si tratta
di due gang nate negli anni Ottanta negli Stati Uniti da ragazzi
salvadoregni fuggiti durante la guerra civile e poi rispediti nel paese
d’origine. Sono aggregazioni con tanto di riti di iniziazione e segni di
riconoscimento, perlopiù tatuaggi, che si formarono nelle periferie della
California, dove divenne vitale unirsi in bande solidali e ben armate. Un
modus operandi che venne, quindi, riprodotto tale e quale per le strade
salvadoregne, con risultati ora sorprendenti: la Salvatrucha (Salva da El
Salvador e trucha, trota, per la capacità di sgusciare via come un pesce
dalle mani delle forze dell’ordine) conta oltre 180mila affiliati distribuiti
fra il Salvador, l’Honduras e il Guatemala, più qualche cellula in
Nicaragua, e controlla il 70% delle vie migratorie verso il Messico, con
quelle che loro chiamano “imposte di circolazione”.
“Si tratta di una rete criminale di stampo mafioso fra le più coordinate
al mondo”, spiega Héctor Sánchez Beltrán, investigatore messicano che
collabora con la Università di Guadalajara. Copione simile per la banda
rivale, la Mara-18, il cui nome deriva dal numero del quartiere in cui
prese origine. La loro occupazione principale è ammazzare, rubare, fare
soldi e infrangere la legge di uno stato che non riconoscono e che non ha
escogitato altro modo per combatterle se non con la forza.
Janeth Aguilar, sociologa facente parte della Coalizione centroamericana
per la prevenzione della violenza giovanile di San Salvador, dice: “Sono
molto più organizzati di un tempo, capaci di agire in clandestinità,
possiedono grande capacità di movimento, sono molto rigorosi e
selettivi con i nuovi adepti e severi con chi abbandona la mara. Sono
sempre più violenti e disposti a uccidere”. Paradossalmente sono proprio
le nuove leggi ad aver aggravato il fenomeno e i suoi legami con la

94
criminalità organizzata. Per denaro, oggi i membri delle maras fanno di
tutto: assassinii e stupri su commissione, assalti a banche, furti di auto.
E dalle prigioni dove vengono rinchiusi, i leader dirigono il traffico di
droga e le scorribande. I giustizieri, molto spesso, non sono criminali
comuni, bensì ex poliziotti o ex militari sostenuti sotto banco dal potere
esecutivo o dalla criminalità organizzata.174

In Asia

In India, in particolar modo in alcuni Stati indiani nel Nord e nel Nord
Est (Jammu e Kashmir, Uttar Pradesh, Bihar, Jharkhand, Himachal
Pradesh ed al Sud Karnataka), il controllo e la forza della criminalità
organizzata sul territorio ha un suo preciso termine: Mafia Raj
(in Hindi: माफ़या राज, che letteralmente significa: mafia regime).
La Mafia Raj si configura come una situazione economica e politica
dove beni pubblici, proprietà e fondi sono controllati e sottratti
indebitamente allo Stato, dalla criminalità organizzata, la quale
intrattiene rapporti con: governi ufficiali, politici eletti, uomini d’affari
ed altre entità come le autorità della legge, le organizzazioni non
governative, i sindacati o altre organizzazioni criminali.175 Il termine
viene usato la prima volta in India, e può essere riferito a città, Stati,
dipartimenti governativi, settori degli affari pubblici o ad interi settori
dell’economia, soggetti a queste condizioni. Tutto ciò è dovuto all’abilità
e al metodo con cui queste mafie operano nelle loro attività illegali, delle
volte apertamente e con l’uso della violenza intimidatoria. Termini come
Goonda Raj (regola del picchiatore), Jungle Raj (legge della giungla) e
Anarchy sono usati per riferirsi allo stesso fenomeno.176 Nei media
Indiani e Pakistani, le mafie sono usualmente menzionate con il nome
del settore economico nelle quali sono coinvolte. Termini come Coal
Mafia (mafia del carbone), Timber Mafia (mafia del legname), a volte,
Forest Mafia (mafia della foresta), Contractor Mafia (mafia
appaltatrice), così come, a volte, Road Construction Mafia o Road
Contract Mafia (mafia costruttrice di strade) e Land Mafia (terra di
mafia), sono comunemente usati.

174
Peace Reporter (2006), “Guatemala, Salvador e Honduras: nel triangolo nord del Centro America è
emergenza criminalità”, 23 Novembre 2006. (http://it.peacereporter.net/articolo/6712/).
175
Indian Anthropological Society (1993), “Developmental policy of the state, globalization and
prawn aquaculture”, Journal of the Indian Anthropological Society, Vol. 23, Calcutta.
176
Cfr. Mahendra Prasad Singh and Rekha Saxena (2003), “India at the Polls: Parliamentary
Elections in the Federal Phase”, New Delhi, Orient Blackswan, p.78.
95
Sulla mafia del carbone, si può dire che le miniere di carbone nello Stato
di Bihar (adesso Jharkhand, dopo la divisione, nel 2002, dello Stato di
Bihar) di proprietà statale, furono tra le prime aree in India a conoscere
ed osservare l’emergere della mafia, inizialmente con l’industria nella
città di Dhanbad.177 Si presuppone che la dirigenza del sindacato
dell’industria del carbone, costituisca la parte più alta della gerarchia
criminale e che diriga particolari accordi, attraverso l’assunzione di
lavoratori di caste fedeli, al fine di mantenere il proprio potere.178 Il furto
e la vendita del carbone nel mercato nero, le spese di forniture gonfiate o
fittizie, i falsi contratti di lavoro, l’espropriazione e il leasing-out di terre
governative sono diventate, a quanto si suppone, azioni di routine.179
Si è anche sviluppata un’economia parallela in cui la mafia impiega una
significativa percentuale di popolazione locale per il trasporto manuale
del carbone rubato; uomini carichi di carbone che camminano per lunghe
distanze, su strade non pavimentate, per raggiungere i magazzini della
mafia e i punti di vendita.180
Le foreste, collocate in parecchie aree protette dell’India, come Jammu e
Kashmir, Himachal Pradesh, Karnataka e Jharkhand, sono vulnerabili
alle illegalità della mafia del legname che ha cooptato o intimidito
funzionari forestali, politici locali, uomini d’affari e la cittadinanza.181
Anche alcuni gruppi terroristici si sono uniti, facendo rete, alle militanze
delle aree affette dal fenomeno, un esempio è il Kashmir.182
Molti studi indicano una grande perdita di foresta dovuta all’uso
indiscriminato della mafia del legname; oltre un milione di ettari, nei
pressi dell’altopiano di Chota Nagpur, sono stati trasferiti illegalmente
dal dipartimento forestale presso industrie, società minerarie e società di
legname.183 Al degrado ambientale, si aggiungono le perdite della

177
Indu Bharti (1989), “Usurpation of the State: Coal Mafia in Bihar”, Economic and Political
Weekly, Vol. 24, n. 42.
178
S. Venugopala Rao (1983), Crime in Our Society: A Political Perspective, New Delhi, Vikas
Publishing House.
179
Ajeet N. Mathur (1991), Industrial Restructuring and Union Power: Micro-economic Dimensions
of Economic Restructuring and Industrial Relations in India, International Labour Organization,
Asian Regional Team for Promotion, Employment World Employment Programme.
180
Frontline Magazine (2005), “Coal theft and vote”, The Hindu Newspaper Group, 26 febbraio 2005.
(http://www.hinduonnet.com/fline/fl2205/stories/20050311001703700.htm).
181
Marcus Colchester and Christian Erni (1999), Indigenous Peoples and Protected Areas in South
and Southeast Asia: From Principles to Practice, Copenhagen, IWGIA. Cfr. Ajay Singh Rawat
(1999), Forest Management in Kumaon Himalaya: Struggle of the Marginalised People, New Delhi,
Indus Publishing Company, pp. 58-75.
182
Cfr. Ajay Singh Rawat (1993), Man and Forests: The Khatta and Gujjar Settlements of Sub-
Himalayan Tarai, New Delhi, Indus Publishing Company, pp. 86-104.
183
Prem Xalxo (2007), Complementarity of Human Life and Other Life Forms in Nature, Roma,
Editrice Pontificia Università Gregoriana.
96
finanza pubblica; nel 1994 una stima sul legname rubato, nello Stato di
Karnataka, ammontava a circa 230 milioni di dollari.184
L’India, come l’Italia, conosce bene la mafia appaltatrice; molti fondi
statali vengono investiti in attività di costruzione, come ad esempio la
costruzione di strade, e questi sono dominati dalla mafia: gruppi di
funzionari pubblici corrotti, fornitori di materiale, politici e ditte
appaltatrici.185 Oltre al danno puramente economico, inflitto alle
popolazioni povere del Paese, ciò che viene meno all’occhio è
l’edificazione di costruzioni scadenti e la sostituzione di materiali (la
sabbia miscelata al cemento mentre, tra le voci di spesa, risulta solo
cemento). Queste risultano pericolose, riferendoci alle strade o ad altre
costruzioni, perché basta una semplice pioggia per danneggiare le
strutture; per comprendere appieno la gravità di tale situazione, basta
tenere in considerazione la sola stagione delle piogge monsoniche in
India.186
Praticamente, un gran numero di casi criminali rimangono coperti;
Satyendra Dubey, il direttore progettuale della National Highways
Authority in India, fu assassinato nel 2003, molto probabilmente, perché
aveva scritto una lettera specificando chi erano i mafiosi tra gli
appaltatori coinvolti nella costruzione di una sezione del prestigioso
progetto del Golden Quadrilateral (una fitta rete di strade pubbliche che
collega le principali città dell’India: Delhi, Mumbai, Kolkata e
Chennai).187 Sebbene un rapporto investigativo del Central Bureau of
Investigation, dopo l’assassinio, dichiarava che non ci fossero appaltatori
mafiosi coinvolti nell’assassinio di Dubey,188 la famiglia della vittima ed
altra gente sostenevano che era stato fatto un attento e meticoloso lavoro
per insabbiare i fatti.189
In città e villaggi di tutta l’India, la mafia si manifesta attraverso
funzionari municipali e governativi, politici eletti, ufficiali giudiziari e
impresari, che valorizzano e vendono terra in modo illegale per il loro
184
Indian Institute of Public Administration (1994), The Indian Journal of Public Administration, Vol.
40, Delhi.
185
India Today (2006), “Mulayam Hits Mafia Hard”, 16 Ottobre 2006.
(http://archives.digitaltoday.in/indiatoday/20061016/state-up.html).
186
LiveMint.com (2008), “Killer roads in India and rethinking the death penalty”, The Wall Street
Journal, 01 Settembre 2008.
(http://blogs.livemint.com/blogs/romanticrealist/archive/2008/09/01/killer-roads-in-india-and-
rethinking-the-death-penalty.aspx).
187
Anand Mohan Sahay (2006), “Satyendra Dubey: A forgotten hero?”, Rediff News, 27 Novembre
2006. (http://www.rediff.co.in/news/2006/nov/27dubey.htm).
188
Indian Express (2006), “Contractor mafia not involved in Dubey’s murder: CBI report”, 12 Agosto
2006. (http://www.indianexpress.com/news/contractor-mafia-not-involved-in-dubeys-murder-cbi-
report/10407/).
189
Anand Mohan Sahay (2006), “Satyendra Dubey case: CBI trying to save culprits”, Rediff News, 16
Dicembre 2006. (http://www.rediff.com/news/2006/dec/16dubey.htm).
97
personale tornaconto.190 Delle volte, la terra governativa o la terra
apparentemente acquistata per dei propositi governativi legittimi, dopo,
rimane sotto il controllo di impresari che costruiscono proprietà
commerciali e residenziali e le vendono sul libero mercato, con la
connivenza di amministratori ed ufficiali di polizia.191
Per concludere, basta ricordare come la scena elettorale del 2009 in Uttar
Pradesh (uno Stato dell’India settentrionale, quinto Stato per estensione
territoriale e primo per popolazione) ha visto l’entrata di parecchi leader
politici con precedenti criminali. I tre maggiori partiti politici (Bahujan
Samaj Party (BSP), Samajwadi Party (SP), Bharatiya Janata Party (BJP))
e il Congresso hanno visto candidarsi personalità con un background
criminale notevole.
Il Capo dei Ministri in Uttar Pradesh, Mayawati del BSP, partito che ha
stravinto con più del 50% delle preferenze, e che solo due anni prima
aveva promesso con parecchia impetuosità di sbarazzarsi della Mafia
Raj, è stato “costretto” a cercare aiuto presso qualche soggetto mafioso
per portare a compimento il suo progetto di potere.192
Ci sono stati, secondo osservatori politici, più di 24 candidati con una
controversa immagine nelle liste del BSP. Alcuni esempi sono:
D. P. Yadav (BSP), tornato con il BPS dopo aver flirtato con quasi tutti i
partiti politici; suo figlio, Vikas Yadav, ha sparato nel notorio caso
dell’assassinio di Jessica Lal e Nitish Katara; Mukhtar Ansari e Arun
Shankar Shukla, aka Anna Shukla (BSP), con parecchi casi criminali
pendenti su loro conto; Dhananjay Singh (BSP), su di lui la polizia ha un
libro aperto, presso la stazione di polizia di Sikrara, con 25 casi criminali
che citano il suo nome; Rizwan Zahir (BSP ), partecipe in atti
gangsteristici; Mukesh Pandit (BSP ), anche lui con parecchi precedenti
criminali; suo fratello, Guddu Pandit, è molto noto perché coinvolto in
uno stupro ed in un omicidio presso due college differenti.193

190
Cfr. Gupta K. R., Gupta J. R. (2008), Indian Economy, Vol. 2, New Delhi, Atlantic Publishers &
Distributors, pp. 710-733.
191
India Daily (2005), “India after busting land mafia organized crime involving former government
officials and apartment developers”, 01 Agosto 2005. (http://www.indiadaily.com/editorial/3897.asp).
192
Carvalho Nirmala (2007), “Uttar Pradesh: vince la dalit Mayawati, spodestato Mulayam”,
AsiaNews.it, 11 maggio 2007. (http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9241).
193
The Economic Times (2009), “BSP, SP, BJP and Congress, all guilty of spreading mafia raj in
UP”, 16 aprile 2009. (http://economictimes.indiatimes.com/PoliticsNation/BJPCong-guilty-of-
spreading-mafia-raj/articleshow/4407883.cms).
98
5.3 Effetti perversi: la cooperazione allo sviluppo negli Stati-mafia

Le politiche e gli interventi di cooperazione allo sviluppo nei Paesi che,


in base alle analisi precedentemente riportate, si configurano come Stati-
mafia, generano dei veri e propri “effetti perversi” che non permettono,
ma anzi ostacolano, il reale sviluppo economico ed umano dei popoli
interessati. Tali “effetti perversi”, secondo Umberto Gori, vanno
ricondotti ai meccanismi di corruzione interna attraverso i quali una
parte consistente dei finanziamenti destinati alla cooperazione finisce per
arricchire le élite politico-mafiose nazionaliste, oggi al potere, in diversi
paesi dell’area (si fa riferimento ai Balcani): tali élite rappresentano il
principale fattore d’instabilità e violenza interetnica.194
Per esempio, in Kosovo, le istituzioni finanziarie internazionali (Banca
Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Banca Europea) fanno parte
del sistema da mungere senza scrupoli. Una dimostrazione pratica, dello
“sviluppo perverso”, sta nella costruzione di una “nuova” centrale
elettrica a carbone, nata a fianco di altre due centrali già esistenti.
Centrali elettriche totalmente inutili, se si considera il fatto che le due
strutture già esistenti esportavano la loro energia al di fuori del loro
territorio. Un modo come un altro per spendere, e infatti sono stati spesi,
miliardi di dollari in consulenze e progetti. I soldi pompati alla comunità
internazionale, e in buona parte introdotti dalla criminalità locale (ai fini
del riciclaggio), vengono indirizzati verso una violenta logica di
privatizzazione: nel 2003, 7 imprese, dal valore stimato di 9,2 milioni di
dollari, vengono svendute per 4,6 milioni, ma questo è ben poco se
paragonato alla svendita, effettuata nello stesso anno per un totale di 24,7
milioni di dollari, delle 20 imprese il cui reale valore corrispondeva a
136,6 milioni. Gli attori determinanti del “circolo vizioso” sono la
miriade di Consiglieri che, all’interno dello stesso Kosovo, alimentano e
creano problemi alle aspettative di sviluppo; una burocrazia mercenaria
costituita da soggetti inseriti nei partiti politici, nelle istituzioni, nelle
case dei capoclan e nelle ville dei gerarchi. Questi gestiscono canali
privilegiati con servizi segreti di altri Stati, con compagnie militari
private, trafficanti di armi, eccetera. In alcuni casi fungono da garanti per
la lotta alla criminalità, alla corruzione e si fanno avanti come promotori
della legalità.195 Dal 1999 al 2006, sotto l’amministrazione Onu, sono
state coinvolte 14 agenzie specializzate: Fao, Iom, Ilo, Unchs, Ohchr,
Unfpa, Unhcr, Imf, Unicef, Inifem, Unops, Who, Undp, World Bank.

194
Cfr. Gori Umberto (2003), op. cit., pp. 69-70.
195
Cfr. Mini Fabio (2006), op. cit., pp. 32-35.
99
In Kosovo c’è spazio per tutti: organizzazioni internazionali,
organizzazioni governative ed Ong, con generosi finanziamenti e
progetti, spesso incontrollati. Nel 1999, in pochi mesi, nasce una
macchina di migliaia di funzionari internazionali, ben pagati; nel giro di
sette anni arriva in Kosovo una montagna di soldi, un cifra che va dai 10
ai 15 miliardi di euro, “ma la stima dei costi delle iniziative portate a
termine, in maniera duratura e visibile, non supera gli 800 milioni di
euro”.196 In un turbinio di acronimi, agenzie, duplicazioni di ruoli e
competenze, sotto una valanga di finanziamenti internazionali e
nazionali, pubblici e privati, il Kosovo (una provincia grande quanto il
nostro Abruzzo) sarebbe dovuta diventare l’Eldorado della democrazia,
la Best Practises della pacifica convivenza interetnica garantita dal
ritorno dei profughi Serbi e Albanesi, ed infine, il miglior risultato in
termini di sviluppo economico. Invece, i fatti ci descrivono la realtà dei
giovani, affamati e disperati, che si ritrovano nelle mani della nuova
classe dirigente del paese: i clan locali. Per poche decine di euro
conducono affari criminali e regolano i conti degli avversari politici e di
mercato.197
Così, gli attori preposti alla realizzazione di progetti di cooperazione allo
sviluppo, si trovano a fare i conti con realtà sempre più difficili: le
difficoltà della lotta alla povertà accompagnata dalla criminalità
organizzata che sottrae denari e risorse allo sviluppo, da un lato, e dallo
sfruttamento dei Paesi ricchi, a braccetto con Istituzioni acquistabili,
dall’altro. La Somalia, l’India, il Guatemala e molti altri paesi nel sud del
mondo, sono realtà criminali che difficilmente si potranno fermare senza
il supporto d’interventi mirati ad una reale lotta al crimine organizzato.
Ciò significa che l’azione di lotta alla criminalità dovrebbe essere un
punto sostanziale nelle agende degli attori di cooperazione allo sviluppo
e non un cruccio delle organizzazioni di difesa internazionale che, nella
stragrande maggioranza dei casi, si traduce in armi ed eserciti esteri in
paesi che conoscono solo armi ed abusi di potere militari: in altre parole,
un fallimento.

196
Cfr. Mini Fabio (2003), La guerra dopo la guerra. Soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della
pace virtuale, Torino, Einaudi, p. 239.
197
Cfr. Caliari Gian Pietro (2006), “Re Onu è nudo”, Quaderno Speciale di Limes, Rivista Italiana di
Geopolitica, n. 3, pp. 74-77.
100
5.4 Stato colluso in sostegno di Stati-mafia: l’Italia

La domanda provocatoria che, riportata ad inizio capitolo, il Presidente


del Gibuti (Hassan Gouled Aptidon) poneva, nel 1982, ai funzionari del
Ministero degli Affari Esteri, risulta ancora oggi attuale ed interessante
per cercare di conoscere e capire in che modo si muovono i molteplici
soggetti politici e non, responsabili delle politiche di cooperazione allo
sviluppo, in casa propria ed in casa di altri paesi. È interessante, dopo
aver parlato di Stati-mafia, analizzare la nostra odierna realtà statale e
constatare se l’azione politica interna risulti coerente con quanto ci si
propone di realizzare in politica estera attraverso “l’elemento integrante
della politica estera”: la cooperazione allo sviluppo.
Il summit degli 8 Grandi (G8) si è concluso il 10 luglio 2009 a L’Aquila
con un impegno per una crescita equilibrata e sostenibile, che tenga
conto della dimensione sociale in tutti i suoi aspetti. La dichiarazione dei
leader su economia, sviluppo e clima “Leadership responsabile per un
futuro sostenibile” esprime la volontà di rinnovare: “tutti i nostri
impegni nei confronti dei poveri, soprattutto in Africa” e afferma che
“Siamo determinati a prendere le misure necessarie per mitigare
l’impatto della crisi sui paesi in via di sviluppo, continuando ad aiutarli
nello sforzo di raggiungere gli obiettivi di Sviluppo del Millennio”.198
La dichiarazione riconosce che si tratta di sfide che richiedono azioni
immediate e una visione di lungo periodo. Tuttavia, secondo l’Atto di
Sindacato Ispettivo n. 1-00159 del Senato della Repubblica italiana:
“occorre vigilare e stimolare una traduzione in azioni concrete di tali
impegni, consapevoli che le politiche di aiuto allo sviluppo perseguite
fino ad oggi non hanno raggiunto i risultati sperati e che il dibattito tra i
Paesi donatori come tra quelli beneficiari, ridotto ad una mera
quantificazione monetaria del quantum da destinare alla cooperazione,
ha celato sotto una patina di buoni propositi la mancanza di una
riflessione seria sul “come” e su “a quale fine” erano destinate le azioni
di aiuto, e la carenza di verifiche sull’efficacia delle azioni intraprese”.
“Il risultato – continua l’Atto del Senato – è che, a fronte di milioni di
dollari stanziati negli anni per la cooperazione, pochissimi sono gli
esempi di azioni di aiuto che abbiano avviato un vero sviluppo, mentre
troppi sono stati gli interventi sterili, mirati ad una distribuzione una
tantum di risorse senza arricchire di prospettive le popolazioni ed i
territori, troppi gli esempi di corruzione, di mal impiego, di mala
gestione degli aiuti internazionali da parte dei governanti dei Paesi
198
Summit G8 l’Aquila (2009), “Responsible leadership for a sustainable future”, 8 luglio 2009.
(http://www.g8italia2009.it/static/G8_Allegato/G8_Declaration_08_07_09_final,0.pdf).
101
beneficiari, per arricchire se stessi, le proprie famiglie ed i propri
affiliati e perpetuare il proprio potere, lasciando il popolo nella fame e
nell’arretratezza”.199
Parole che suonano più come un mea no culpa, per i cattivi risultati
ottenuti fino ad oggi, al fine di addossare le responsabilità ai funzionari
degli Stati-mafia e non. La cosa che forse sfugge, ed è importante
sottolineare, è che la responsabilità in accordi, progetti e programmi di
cooperazione allo sviluppo deve essere equamente ripartita, anzi gli Stati
che si reputano sviluppati (cosa certa, dal punto di vista economico,
rispetto ai paesi del sud del mondo) dovrebbero prestare maggiore
attenzione affinché si realizzino i lavori e si approdi a risultati
soddisfacenti, ma evidentemente è colpa dei poveri se sono poveri e
schiavi della criminalità organizzata.
I paesi ricchi, in questo caso l’Italia, non hanno colpa se i soldi
“generosamente concessi” (cifre sempre più basse, rispetto alle reali
necessità, ed erogate attraverso condizioni vincolanti) vengono utilizzati
da organizzazioni criminali con il bene placito dei politici locali.
Eppure l’Italia dovrebbe conoscere bene le organizzazioni criminali.
Combatterle ed estirparle in casa propria è un altro paio di maniche, visto
che in Italia esistono solamente quattro organizzazioni criminali
(Camorra, Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita), che operano
in tutto il territorio nazionale e all’estero, e che secondo alcune menti
malate, che oggigiorno prendono il nome di onorevoli: “La mafia non
esiste” e per dimostrarlo scientificamente continuano dicendo: “C’è un
posto dove lei va a bussare e dice: Permette?... Qui c’è la mafia?... Chi è
il direttore generale?... Non esiste”, mentre secondo altri (che
evidentemente qualcosa hanno saputo), appartenenti sempre alla stessa
categoria, se non si riesce a combattere la malavita, allora forse: “Con
mafia [Cosa Nostra, nda] e camorra bisogna convivere e i problemi di
criminalità ognuno li risolva come vuole”.200
Queste sconcertanti dichiarazioni non sono dei casi isolati, abbiamo un
bell’archivio in merito al tema ma, con le citazioni, è meglio fermarsi
qui. Ciò che invece desta preoccupazione, nel nostro paese, è la
connessione degli affari tra criminalità organizzata e politica, in cui il

199
Seduta del Senato della Repubblica n. 238, Atto n. 1-00159, pubblicato il 14 luglio 2009.
(http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=16&id=427425).
200
Cfr. Corriere della sera, “Dell’Utri a Chiambretti: “La mafia? È un modo di pensare e non è il
mio””, 2 ottobre 1997, p. 17.(http://archiviostorico.corriere.it/1997/ottobre/02/Dell_Utri_Chiambretti
_mafia_modo_co_0_9710022934.shtml). Viviano Francesco, Ziniti Alessandra (2001), ““Convivere
con la mafia”. Lunardi nella bufera”, Repubblica, 24 agosto 2001. (http://www.repubblica.it/online/
politica/lunardi/mafia/mafia.html).
102
potere politico viene coinvolto direttamente nelle attività della
criminalità organizzata: ci troviamo di fronte ad uno Stato colluso?
Lucio Caracciolo, nell’editoriale “L’Italia senza Italia” della rivista
Limes, parte dalla convinzione che l’Italia non è uno Stato-mafia, ma uno
Stato debole che ha mafie. Istituzioni pubbliche e organizzazioni
criminali non fanno corpo unico, ma si intrecciano, collaborano, si
scontrano. L’Italia, non rischia per il momento di diventare in un futuro
prossimo o lontano uno Stato-mafia, e ciò perché alle varie mafie ciò non
conviene. Meglio convivere con istituzioni inefficienti che sostituirsi.
L’editoriale a un certo punto fa un’affermazione molto precisa: “Proprio
perché non siamo né uno Stato-mafia, ma neppure uno Stato autorevole,
con le mafie trattiamo. Da sempre. In segreto”. E continua: “Il patto
non scritto fra mafia e Stato, benedetto dalla Chiesa, è tramandato dal
Regno alla Repubblica. Cosa nostra surroga le istituzioni mentre le
soffoca. Una simbiosi micidiale ben resa da Gaspare Pisciotta: “Siamo
un corpo solo, banditi, Polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo
Spirito Santo””.201
Oggi, magari, potremmo sostituire i banditi con buona parte dei politici e
della classe dirigente che ha del potere vero in mano, e che ha
contribuito a portare il nostro paese al 73° posto della classifica
mondiale sulla libertà di stampa nel 2009 redatta da Freedom House,
permettendoci il passaggio da paese libero a paese parzialmente libero,
alle spalle dell’ultimo paese libero che è la Corea del Sud (al 70°
posto).202 In Italia, non si possono più ricondurre i problemi solamente
alla censura, al bavaglio dell’informazione o all’auto-bavaglio dei
giornalisti (tutti nocivi per la Democrazia), di fatti vengono attaccati
giorno per giorno importanti pilastri sui quali si regge la nostra
Democrazia: la Costituzione, il Bilanciamento dei Poteri Istituzionali, la
Legalità. Abbiamo una politica da Pvs, non molto distante dalle realtà
corrotte e criminali dei paesi del sud del mondo; c’è chi definisce la
nostra attuale forma di governo un “Regime Soft”.203
Alla luce dei temi trattati, quanta credibilità ha il nostro paese all’estero?
E soprattutto, esiste una volontà politica per cambiare le cose, in casa
nostra e nei paesi del sud del mondo? Domande che non trovano una
semplice risposta. Forse le parole di Hassan Gouled Aptidon non erano
solamente provocatorie. A distanza di tempo, dietro c’è del vero.

201
Caracciolo Lucio (2005), “L’Italia senza Italia”, Editoriale di Limes. Rivista italiana di geopolitica,
n. 2/2005.
202
Freedom House (2009), Freedom of the press 2009. Table of global press freedom rankings.
(http://www.freedomhouse.org/uploads/fop/2009/FreedomofthePress2009_tables.pdf).
203
Qui News (2009), “Margherita Hach: Italia“regime soft””, Quinews.it, 12 maggio 2009.
(http://www.quinews.it/?p=14981).
103
CAPITOLO VI

104
La criminalità organizzata nel sud del mondo

"La società prepara i crimini;


i criminali sono solo gli strumenti
necessari per eseguirli"

204
Lambert Adolphe Jacques Quetelet

I crimini, le violenze e gli affari della criminalità organizzata hanno


nomi, vittime ed enormi guadagni disseminati in vaste aree del mondo.
Da Nord a Sud, la criminalità organizzata impone le sue regole e vive
sempre più senza confini. L’interconnettività tra i vari paesi del mondo e
l’ipervelocità dell’informazione, con le quali facciamo i conti oggi,
dovrebbero consentirci un’analisi talmente valida ed attendibile da poter
garantire molti più risultati positivi, rispetto al passato, nella lotta alla
criminalità organizzata. Purtroppo, non è così semplice ed automatico.
I fatti ci permettono di cogliere l’evoluzione ed il continuo adattamento
della criminalità ai cambiamenti del contesto sociale, politico,
economico e culturale in cui si trova ad operare; a tutto ciò, deve
aggiungersi la sempre meno facile azione di contrasto al crimine,
provocata dai movimenti nel non-luogo del virtuale: il mercato
finanziario, i paradisi fiscali, gli affari-truffa telematici ed altro ancora,
rendono sempre più complesse le fasi d’identificazione e fermo di
un’organizzazione o gruppo criminale.
Ogni organizzazione o gruppo criminale, attraverso i propri mezzi,
traffici, informazioni, uomini e collegamenti con autorità corrotte,
realizza crimini, violenze ed affari, non solo in casa propria ma anche
all’estero. Proprio perché è vero che la finalità ultima delle
organizzazioni criminali corrisponde all’arricchimento illegale, potrebbe
essere altrettanto logico credere che queste operino solo in contesti
economicamente sviluppati come lo sono i paesi nel Nord del mondo;
purtroppo, non è così. I paesi del Sud del mondo, se pur economicamente
poveri in termini monetari, non sono per nulla fuori dalla portata dei
tentacoli criminali, perché le condizioni sociali, politiche, culturali ed
ambientali di tali paesi creano un habitat confortevole alle organizzazioni
ed ai gruppi criminali (locali ed esteri).

204
Lambert Adolphe Jacques Quételet (1796 – 1874), è stato un astronomo e statistico belga.
105
Di seguito analizzeremo il contesto ed i traffici nei quali operano le
organizzazioni o gruppi criminali. Attraverso l’analisi dei paesi del Sud
del mondo, si può cogliere come il fenomeno attraversi tutti i continenti,
da Nord a Sud, e come la violenza ed il crimine perpetrato non risparmi
nessuno.

6.1 America Latina e Caraibi

Il crimine organizzato in America Latina e nei Caraibi è coinvolto in una


varietà di attività, tra le quali la più diffusa è il traffico di droga. Nel
2005, è stato stimato che circa 10 tonnellate di cocaina sono transitate
attraverso la Giamaica e 20 tonnellate attraverso Haiti o la Repubblica
Dominicana.205 Comunque, il flusso di droga attraverso la regione è
diminuito con il cambiamento del traffico per il corridoio dell’America
Centrale – Messico: è stimato che circa il 55% della cocaina prodotta in
Sud America è trasportata lungo questo corridoio.206
In Giamaica, la produzione della cannabis per l’esportazione, sembra
avere un crollo; mentre, la domanda dall’Europa sembra essere in
crescita e molti di questi traffici transita dai Caraibi. La regione è inoltre
molto colpita dai sequestri di persona e dalla corruzione. Haiti, Trinidad
e Tobago hanno visto recentemente una rapida crescita del fenomeno dei
sequestri d’individui. Secondo la Transparency International (2006),
Haiti è il paese con il livello di corruzione più alto al mondo, mentre
Barbados il meno colpito dal fenomeno.207
La violenza in America Latina e nei Caraibi è maggiormente inasprita
dalla presenza della criminalità organizzata. Non ci sono statistiche
internazionali comparabili sulla criminalità organizzata, ma le loro
attività possono essere identificate tramite le statistiche del crimine
convenzionale, così come attraverso i sequestri della merce di
contrabbando (droga ed armi in primis) eseguiti dalle forze di polizia.
Ci sono più di 80 milioni di armi illegali in America Latina secondo
l’inchiesta di Rachel Stohl e Doug Tuttle, analisti e ricercatori del Center

205
Cfr. Unodc, World Bank (2007), Crime, Violence, and Development: Trends, Costs, and Policy
Options in the Caribbean, Report n. 37820, Vienna, United Nations publication, Non pubblicato, p.
15. (http://www.unodc.org/pdf/research/Cr_and_Vio_Car_E.pdf).
206
Cfr. Unodc (2008), The threat of narco-trafficking in the Americas, Vienna, United Nations
publication, Non pubblicato, p. 11.
(http://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/Studies/OAS_Study_2008.pdf).
207
Transparency International (2006), Corruption Perceptions Index 2006, Transparency.org.
(http://www.transparency.org/news_room/in_focus/2006/cpi_2006/cpi_table).
106
for Defense Information di Washington.208 Qualsiasi criminale,
soprattutto il narcotrafficante ed il membro della criminalità organizzata,
ha facile accesso a una pistola o a un fucile, così come può essere facile
per un italiano acquistare del pane. I dati sono brutali. Il numero degli
omicidi in America Latina (140.000 all’anno, secondo stime della Banca
Mondiale) corrisponde a poco più del doppio della media internazionale.
Vari paesi hanno un indice di criminalità allarmante: per ogni 100.000
abitanti, troviamo 28 criminali in Brasile, 65 in Colombia, 45 in El
Salvador, 50 in Guatemala e 35 in Venezuela.209

Traffico di droga

Nonostante la loro diversità economica e socioculturale, una cosa che


accomuna i paesi dell’America Latina e dei Caraibi è senza dubbio il
traffico internazionale di droga. I flussi di droga, che attraversano più
paesi, aumentano l’operosità criminale in molti modi; così, si accrescono
problemi legati al: consumo locale della droga (giovani gang,
prostituzione), commercio di armi, la corruzione di pubblici ufficiali e di
comuni cittadini, riciclaggio di denaro sporco in attività economiche
lecite. Mentre il consumo di cocaina negli Usa ha registrato un lieve
decremento (tendenza diversa ha l’eroina), l’utilizzo in Europa è
aumentato. La Colombia, il Perù e la Bolivia producono circa 1.000
tonnellate di cocaina annualmente.210 Secondo l’International Narcotics
Control Board, centro di controllo indipendente che implementa il
lavoro dell’Onu, il 40% della cocaina (dati concordi con quelli
dell’Europol) che entra in Europa transita dai Caraibi.211 Anche il
Canada, con il suo alto livello di cocaina consumata, si afferma come
mercato alternativo.212 Nel 2004, un grosso carico di cocaina è stato fatto
entrare in Canada attraverso un certo numero di paesi caraibici, inclusa
la Giamaica, Trinidad e Tobago, le Antille Olandesi, Guaiana, Sant
Vincent e Grenadine, Haiti, Sant Lucia, Grenada, Barbados, Suriname e

208
Cfr. Stohl R., Tuttle D. (2008), “The Small Arms Trade in Latin America”, NACLA Report on the
Americas, vol. 41, n. 2, New York, p. 14. (http://www.cdi.org/pdfs/Small_Arms_Latin_America.pdf).
209
Gualdoni F., Lafuente J.(2009), “Las armas ilegales desangran Latinoamérica”, El Pais, Madrid,
25 maggio 2009.
(http://www.elpais.com/articulo/internacional/armas/ilegales/desangran/Latinoamerica/elpepuint/2009
0525elpepiint_1/Tes#).
210
Cfr. Unodc (2008), op. cit., p. 3.
211
Cfr. Incb (2008), Report of the International Narcotics Control Board for 2008, Vienna, United
Nations publication, p. 77. (http://www.incb.org/pdf/annual-report/2008/en/AR_08_English.pdf)
212
Cfr. Unodc (2006), World Drug Report 2006. Volume 2, Slovakia, United Nation Publication, p.
385. (http://www.unodc.org/pdf/WDR_2006/wdr2006_volume2.pdf).
107
Dominica. Dal 1993, gli Usa hanno aumentato sempre più la loro
dipendenza nei confronti dell’eroina Colombiana; si passa da un 15% a
un 75% di droga sequestrata proveniente dal Sud America. Le droghe
sintetiche sembrano transitare maggiormente, o essere prodotte, nei
Caraibi. Nel 2005, per esempio, sono state trovate 259.338 compresse di
ecstasy in tre bagagli abbandonati, provenienti dall’Olanda e diretti per
gli Usa, e sequestrati all’aeroporto in Puerto Playa.
Ci sono molte ragioni per cui i Caraibi sono un’area chiave per il traffico
di droga: la Colombia è la risorsa di cocaina ed eroina degli Usa, così i
Caraibi rimangono una via per il traffico molto attraente; i Caraibi hanno
legami storici, commerciali e legali con alcuni dei maggiori paesi
consumatori, inclusa l’industria del turismo di massa. Questi legami
includono voli aerei quotidiani e container per il trasporto illegale di
droga; la diaspora dei Caraibi, in particolare quella della Giamaica e
della Repubblica Dominicana, è la chiave della distribuzione della droga
in parti del Nord America ed Europa. Altri, espatriati dall’Europa e dagli
Usa, vivono nei Caraibi ed alimentano questo network; il torrente di
rimesse degli espatriati, oltre ad un grande servizio finanziario, fornisce
la copertura per il riciclaggio di soldi sporchi.213

Sequestri di persona, riciclaggio e corruzione

Le statistiche ufficiali sui sequestri di persona, nei paesi maggiormente


colpiti dell’America Latina, non registrano una crescita del fenomeno. Ci
sono molte ragioni per questo. La definizione di sequestro non è ben
definita; si spazia dallo specifico rapimento di un bambino (con lo scopo
di estorcere del denaro ai genitori), ad altri movimenti di persone (contro
il loro volere). Molte leggi sui sequestri di persona non distinguono il
rapimento di una persona per motivi non collegati al denaro (come
spesso accade per le controversie sulla custodia di un bambino) dai
sequestri organizzati per il riscatto. Altro fattore importante, per cui
molti sequestri non risultano registrati dalla polizia, è il ritorno in buone
condizioni delle persone sequestrate. Infatti, è nei paesi dove i sequestri
di persona sono molto comuni che i dati delle statistiche spesso
peggiorano: si registrano meno sequestri, rispetto ai numeri reali, perché
al ruolo della polizia si sostituiscono negoziatori professionisti.214
Storicamente, l’America Latina e i Caraibi sono suscettibili al riciclaggio
di denaro. Sono stati a lungo il centro principale per la fornitura di
213
Cfr. Unodc, World Bank (2007), op. cit., pp. 15-18.
214
Cfr. ivi, p. 22.
108
servizi finanziari offshore dei mercati negli Usa ed in Europa. Il settore
del turismo genera un gran flusso di liquidità, per cui il denaro sporco
può circolare liberamente senza essere identificato.215
Infine, la regione caraibica è un enorme contenitore di piccole rimesse
provenienti dagli Usa e dall’Europa, che costituiscono il 30% del Pil di
alcuni paesi degli stessi Caraibi. Considerevoli progressi sono stati
raggiunti nella lotta al riciclaggio di capitali sporchi, in parte dovuti a
misure di finanziamento anti-terrorismo. La Financial Action Task Force
(Fatf) sul riciclaggio, strumento Ocse, pubblica dal 2000 una lista di
paesi e territori “non-cooperativi”. Quattro paesi e un territorio
(Bahamas, le Isole Cayman, Dominica, San Kitts e Nevis, San Vincent e
Grenadine) sono stati piazzati nella lista nel 2000, e Grenada è stato
aggiunto nel 2001. Dal 2003, le azioni compiute dalla task force in tutti
questi paesi e nelle Isole Cayman, hanno portato fuori dalla lista tutti
questi paesi non-cooperativi. Anche il Governo Usa pubblica una propria
lista di paesi coinvolti nel riciclaggio di capitali sporchi; un numero di
paesi dei Caraibi è tuttora in lista per il riciclaggio di capitali provenienti
dagli Usa: Antigua e Barbuda, Bahamas, Belize, Isole Cayman, la Rep.
Dominicana, Haiti, e San Kitts e Nevis.
È importante, e doveroso, dire che molti grandi centri finanziari
occidentali sono anche nella stessa lista: Usa, Regno Unito, Canada,
Francia, Germania, Italia e Olanda, così come altri paesi.216
La corruzione è presente attraverso varie attività collegate a pubblici
uffici: le estorsioni di tangenti, le frodi e l’appropriazione indebita di
fondi. Non tutte queste attività sono organizzate sul modello di grandi
network, e vengono commesse da singoli criminali; ma ufficialmente la
corruzione è estremamente preziosa al crimine organizzato. La maggiore
quantità d’informazione sulla corruzione arriva dalla Repubblica
Dominicana, un paese inserito in più inchieste internazionali sul
fenomeno. Secondo il Global Corruption Barometer 2005, il 16% dei
Dominicani intervistati ha pagato una tangente nell’anno precedente per
un ammontare di circa 274 dollari a parità di potere d’acquisto. Più della
metà lamenta la costrizione al pagamento di tangenti per accedere a
pubblici servizi e per evitare problemi con le autorità.217

215
Guevara Rogelio E. (2002), Capo dell’operazione dell’U.S. Drug Enforcement Administration,
deposizione precedente alla House of Representatives Committee on International Relations, 10
Ottobre 2002. (http://www.usdoj.gov/dea/pubs/cngrtest/ct101002a.html).
216
Cfr. Unodc, World Bank (2007), op. cit., pp. 23-24.
217
Cfr. Transparency International (2005), Global Corruption Barometer 2005, Berlin, Transparency
International, Non pubblicato, pp. 11-12.
(http://www.transparency.org/policy_research/surveys_indices/gcb/2005).
109
La Investment Climate Survey (2005), della Banca Mondiale, riporta che
il 72% delle imprese operanti nella Rep. Dominicana sono colpite dalla
corruzione, e il 21% di esse paga tangenti per vincere appalti
governativi. Nel 2005, nell’inchiesta Latinobaròmetro, il 72% dei
Dominicani ha affermato che la corruzione era cresciuta di molto nei
precedenti tre anni, e il 34% si aspettava una forte crescita nei successivi
tre anni.218

La Rep. Dominicana: violenza giovanile nei Caraibi 219

La violenza giovanile è un problema che affligge i Caraibi. Nel 2005, il


46% delle vittime di omicidio corrispondeva a giovani Dominicani di età
compresa tra gli 11-30 anni (il 38% della popolazione generale). In
Giamaica, nel 2000, giovani al di sotto dei 25 anni sono stati i
responsabili del 51% di tutti gli assassinii e del 56% di tutti gli altri
crimini maggiori. Nella Repubblica Dominicana, gli arresti per omicidi
(compiuti da minori di 18 anni) nel periodo 1995-2004 sono stati 113.
Una tendenza simile si registra in San Kitts e Nevis, dove nel 1990
l’1,2% di tutti i crimini è stato commesso da giovani, e nel 1998 la
percentuale è salita al 17%. Una preoccupante conseguenza a queste
tendenze è che il comportamento violento dei giovani continua in età
adulta. I dati globali sugli omicidi giovanili hanno una grande
variazione: per i maschi, si va da un 2,5 per 100.000 in Canada e 5,2 in
Cile, al 94,8 in El Salvador e 156,3 in Colombia (2002). L’America
Latina e la regione Caraibica “vantano” il più alto valore di omicidi al
mondo di uomini compresi tra i 15-29 anni (68,6 per 100.000), dato
corrispondente a più del triplo della media globale (19,4 per 100.000).
Nel 2002, in Rep. Dominicana il dato di omicidi, per i giovani compresi
tra i 15-29 anni, si è modificato: registrando il 19,7 per 100.000, mentre
il 10,2 considerando tutti i dominicani. I giovani maschi sono stati
particolarmente colpiti con una mortalità del 35,3 (per 100.000) nel
2002, che è stato più alto dell’ 80% rispetto la media globale del 19,4
(per i giovani uomini). La violenza contro le giovani donne, nei Caraibi,
si consuma in famiglia e in relazioni con il partner; le donne sono
maggiormente colpite, specialmente se ciò riguarda la violenza sessuale.
Nei Caraibi, la percentuale dei giovani che porta con sé armi è
estremamente alta; in nove paesi dei Caraibi il 20% degli studenti
(maschi) porta a scuola un’arma. Negli Usa, teatro di numerosi massacri
218
Cfr. Unodc, World Bank (2007), op. cit., p. 25.
219
Cfr. ivi, pp. 61-71.
110
presso istituti scolastici, la percentuale equivale al 9%, meno della metà.
Nella Rep. Dominicana, solo tra il Settembre 2003 e il Giugno 2005,
secondo i dati della Polizia Nazionale sono state rilasciate più di 178.000
licenze per il possesso di armi, la maggior parte delle quali erano armi di
piccola taglia (71%), fucili (14%) e pistole (14%). Secondo la Polizia
Nazionale, almeno il 75% degli omicidi, sono stati commessi usando
questo tipo di armi.

Trinidad e Tobago: armi e crimine 220

Nel 2004, Trinidad e Tobago sono stati il palcoscenico di 160 assassinii


per arma da fuoco, 450 ferimenti e 1500 sparatorie senza feriti. Il fattore
che maggiormente coadiuva la relazione tra armi e criminalità è il
traffico di narcotici, mercato che facilità il processo d’appropriazione di
armi. Le armi, che servono per la protezione della merce contrabbandata
durante il trasporto, sono trafficate in cambio di droga. Sono parecchie le
fonti per entrare in possesso di armi; esse possono essere sottratte al
legittimo proprietario, o essere acquistate all’estero (legalmente o
illegalmente) e contrabbandate illegalmente nel paese. In Trinidad e
Tobago, i detentori di armi autorizzati sono spesso vittime di furti e
molte volte vengono uccisi durante una rapina. Il traffico di armi leggere,
e non solo, trova le sue fonti in Sud America ed in America Centrale; ci
sono fornitori in Brasile (che hanno licenze per Beretta, Colt, Taurus), in
Venezuela (Smith & Wesson), in Messico e in Repubblica Dominicana.
Questi paesi producono armi per il mercato interno e per l’export,
apparentemente per i governi ed i possessori di licenza d’armi. Le armi
sono facilmente trafficate in Trinidad e Tobago attraverso il Venezuela,
il Suriname e la Guyana, con navi da pesca o imbarcazioni private;
alcune, prolungano le loro rotte verso gli Usa o in Europa. Altre armi
sono facilmente reperibili dopo la disgregazione di truppe militari,
formatesi per atti di guerriglia, nelle situazioni di post-conflitto. Altra
principale fonte di armi, leader nel mondo per la produzione, sono gli
Usa. La produzione, la vendita e l’esportazione di tutte le armi in Usa,
sono soggette ad una varietà di leggi e regole governative. Queste leggi e
regolamentazioni pongono pochissimi ostacoli, o quasi nulla, a chi è
intenzionato ad acquistare armi; così, in modo irregolare (falsa
documentazione, corruzione dei funzionari governativi), si alimenta
l’esportazione regolare di armi verso l’America Latina e i Caraibi.

220
Cfr. ivi, pp. 128-134.
111
I governi dell’America Latina denunciano che più della metà di tutte le
armi, illecitamente acquistate, provengono dagli Usa. Infine, ci sono i
casi in cui persone acquistano armi e munizioni in un negozio all’estero
e dopo le introducono nel loro paese, senza essere scoperti, attraverso dei
bagagli. In Trinidad e Tobago, più della metà (il 59%) delle vittime di
assalti da arma da fuoco, hanno un’età compresa tra i 15 e 34 anni. Le
comunità dalle quali nascono persone con forti rischi per la loro vita e
con buone probabilità di connessione alla criminalità, sono sempre più
concentrate in luoghi simili. Chiamati ghetti in Nord America, barrios
marginales, villas miseria, barrios callampa, pueblos jovenes o favelas
in America Latina (dipende dal paese) e Comunità di guarnigione nei
Caraibi, esse tendono ad essere zone urbane densamente popolate e
sottoutilizzate, con livelli d’indicatori sociali e standard di vita molto
bassi. Il termine Comunità di guarnigione, originariamente descriveva
l’enclave urbano di violenza come Trench Town in Giamaica. Non
soltanto in Giamaica, ma anche in Guyana (Buxton) e Haiti (Cite Soleil)
così come in Trinidad e Tobago (Laventille), queste comunità, ancora
oggi, sono delle zone di crimine e violenza.

Colombia: violenza, crimine e traffico illegale di armi 221

In Colombia, il ruolo delle armi da fuoco negli omicidi sembra essere


correlato più al crimine organizzato ed ai gruppi sovversivi, che alla
“cultura della violenza”. La violenza omicida, in Colombia, ha tre
dimensioni: il conflitto armato; il crimine ordinario e il crimine
organizzato; i conflitti sociali tra le comunità. Queste tre dimensioni
sono collegate l’una all’altra, così risulta difficile stabilire le differenze
tra le diverse categorie. Comunque, le dinamiche associate con la
delinquenza e il crimine organizzato, sono quelle che producono il più
grande numero di atti violenti. Nella seconda metà degli anni ‘90, i
cartelli della droga, i gruppi del crimine organizzato, e i gruppi dei ribelli
armati sono stati riorganizzati per il controllo del traffico della droga,
così come per le altre attività criminali nel paese. Tutto ciò si riflette nei
dati che riguardano gli omicidi nel paese: tra il 1997 e il 2002 si è
registrata una crescita del fenomeno. Gruppi di guerriglieri sono tornati
ad avere un forte controllo sulla produzione (piantagioni) di coca. A
livello urbano, diversi gruppi paramilitari hanno iniziato a controllare

221
Cfr. Unodc (2006), Violence, crime and illegal arms trafficking in Colombia, Bogotà, United
Nations publication, pp. 16-33.
(http://www.fas.org/asmp/resources/govern/109th/UNODC_Colombia_Dec06_en.pdf).
112
importanti organizzazioni criminali, per esempio: la Cacique Nutibara
Block nella città di Medellin, i Centauros Block a Bogotà, e i Catatumbo
Block a Cùcuta. In alcune città e regioni le dispute sul controllo di
organizzazioni criminali e attività illegali, determinano un alto livello di
omicidi. Secondo l’Unodc, è possibile stabilire una relazione chiara tra la
violenza omicida e il crimine organizzato in Colombia, mentre non è
altrettanto chiaro il legame tra le armi e la violenza, anche se il mercato
interno di armi illegali è parecchio florido. Secondo le informazioni e le
indagini delle agenzie governative, le Forze Armate Rivoluzionarie della
Colombia (Farc), l’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln), e gruppi
paramilitari come il Gruppo Unito di Autodifesa della Colombia (Auc)
hanno storicamente acquistato, illegalmente, la più grossa quantità di
armamenti. È stimato che l’80% delle armi, entrate nel paese
illegalmente, sono destinate a questi gruppi, mentre il 20% va al crimine
comune ed alla criminalità organizzata. Per ragioni di economia di scala,
i gruppi della criminalità comune non sono direttamente coinvolti nel
traffico di armi; molte delle loro armi provengono dal mercato interno
(basato sul traffico illegale dei principali gruppi armati). Sulla vendita e
l’acquisto di armamenti si distinguono tre tipi di mercato: il mercato
bianco, il mercato grigio è il mercato nero. Il mercato bianco corrisponde
alla vendita e all’acquisto di armi da parte di compagnie manifatturiere
private o governative. La destinazione di queste armi è legale. Il mercato
grigio, prevede la vendita e la distribuzione iniziale attraverso canali
legali (compagnie governative o private autorizzate alla vendita), mentre
la destinazione finale può essere un’organizzazione illegittima o illegale.
Infine, il mercato nero è quello nel quale tutte le transazioni sono
effettuate al di fuori del canale legale. Nel caso del traffico illecito di
armi, per i gruppi armati in Colombia, il mercato grigio e specialmente il
mercato nero sono le principali fonti per l’acquisto di armamenti; gli
armamenti illegali che entrano ogni anno nel paese, corrispondono circa
all’80% sul totale. Concludendo, le organizzazioni armate usano due
modalità di pagamento per l’acquisto delle armi. La prima è la forma
tradizionale: i rappresentanti dell’organizzazione, o i membri del loro
network, contattano i trafficanti internazionali all’estero, oppure
organizzano meeting in Colombia, per negoziare le transazioni; le armi
sono pagate attraverso trasferimenti bancari o con una combinazione di
liquidità e trasferimenti di denaro. L’altra modalità, che è tipica delle
organizzazioni armate colombiane, prevede il pagamento di armi con
cocaina ed eroina.

113
6.2 Africa

In Africa, individuare il crimine organizzato sulla base delle statistiche


criminali è difficile, perché le organizzazioni criminali sfruttano
tradizionalmente, nel loro business, attività che non sono facili da
rintracciare senza uno specifico lavoro della polizia e della magistratura.
Il crimine organizzato è particolarmente attivo nelle attività criminali che
godono di un certo consenso: la vendita di droga, la prostituzione,
l’usura, il gioco d’azzardo e la corruzione di ufficiali; così come nel
crimine semi-consensuale: il racket, la vendita di proprietà rubate e altre
forme di corruzione. È quindi difficile stabilire l’esistenza del crimine
organizzato, sulla base dei dati ufficiali, in Africa come in altri paesi del
sud del mondo. Tuttavia, la conoscenza che abbiamo mediante le
indagini e le inchieste effettuate da soggetti di varia natura, oltre a quelle
dell’Intelligence Internazionale, suggerisce che l’Africa è un buon posto
per la criminalità organizzata. La crescita del commercio internazionale
di beni illeciti, come vedremo in seguito, passa dall’Africa. Attraverso la
sua debole capacità di controllo ed i suoi ufficiali sottopagati, questo
immenso continente è un condotto ideale per il transito di droga, armi,
minerali preziosi, petrolio, legname, fauna ed essere umani. La
mancanza di controlli ufficiali, rende il continente vulnerabile al
riciclaggio e alla corruzione, entrambe vitali per l’espansione del crimine
organizzato.

Traffico di essere umani in Benin, Nigeria e Togo222

In Benin esiste un traffico interno di esseri umani, ma i bambini del


Benin vengono trafficati anche in Nigeria, Ghana, Gabon, Costa
d’Avorio, Camerun e Guinea. Sono adescati con false promesse di buon
lavoro e dopo costretti a lavori forzati in case o nei campi agricoli. Il
Benin si presta anche come paese-destinazione per il traffico e lo
sfruttamento lavorativo dei bambini della Nigeria, del Togo e del
Burkina Faso. Le donne adulte trafficate da Niger, Nigeria e Togo sono
costrette, con l’uso della violenza, alla prostituzione in Benin, mentre le
donne del Benin sono trafficate in Belgio, Francia e Germania.
Per la Nigeria, il traffico di bambini rappresenta una risorsa, un transito e
una destinazione; la principale risorsa per il paese, però, è il traffico di

222
Cfr. Unodc (2006), Measures to combat trafficking in human beings in Benin, Nigeria and Togo,
Vienna, United Nations publication, Non pubblicato, pp. 11-12.
(http://www.unodc.org/documents/human-trafficking/ht_research_report_nigeria.pdf).
114
donne. Le vittime del traffico di bambini in Nigeria hanno usualmente
13-15 anni. I bambini stranieri trafficati per la Nigeria arrivano dal
Benin, dal Togo, dalla Costa d’Avorio e dal Niger. Il traffico delle
ragazze porta le loro vittime ai lavori forzati in casa e/o alla prostituzione
in strada; i ragazzi sono generalmente costretti a lavorare nelle
piantagioni, nei lavori di costruzione, nell’estrazione di mine oppure
ingaggiati per la piccola criminalità e per il mercato della droga.
In Nigeria, le donne trafficate all’estero hanno differenti destinazioni:
Europa (Italia, Spagna, Francia); Africa Occidentale (Benin, Costa
d’Avorio); Africa Centrale (Gabon, Cameroon) e Medio Oriente (Arabia
Saudita). Le donne adulte, in Togo, vengono trafficate in Libano e nei
Paesi Europei per lo sfruttamento sessuale.

Traffico di armi

Le armi importate per la guerra, legali o illegali, possono essere usate


entrambe da criminali. Oltre alle armi, nel commercio internazionale del
crimine, ci sono anche altri beni altamente negoziabili; questi beni,
scambiati per una partita di merce di contrabbando, sono: minerali
preziosi, petrolio, fauna e droga. È quasi impossibile stimare il numero
preciso delle armi di piccola taglia, che circolano in Africa; questo è reso
particolarmente difficile dal fatto che le armi sono riciclate nei conflitti
per tutta la regione.223
Nel 2003, un’inchiesta denominata Small Arms Survey (2003), ha
stimato che circa 30 milioni di armi sono state così distribuite: il 79%
nelle mani dei civili, il 16% è andato ai militari, il 3% alla polizia e il 2%
era di proprietà di gruppi rivoltosi. Sempre nella stessa inchiesta è
stimato che: Kenya, Tanzania e Uganda hanno accumulato, ciascuno,
una scorta nazionale di armi di piccola taglia che si aggira tra i 500.000 e
1 milione di pezzi; nella regione Ovest dell’Africa, circa 77.000 armi, di
piccola taglia, sono in mano a gruppi rivoltosi; il numero totale di armi
illecite da guerra, in tutta l’Africa sub Sahariana, non supera di poco il
milione; buona parte delle armi, che tormentano l’Africa, sono importate
dall’estero, mentre circa 10 Stati dell’Africa sub Sahariana, inclusi
Kenya, Tanzania, Uganda, Ghana e Sudafrica hanno la capacità di
produrre armi e munizioni.224
223
Gamba V., Chachiua M. (1999), “Small Arms Proliferation in Southern Africa: an Overview”,
Monografia num. 38: Arms Management Programme, Pretoria, Institute for Security Studies.
(http://www.iss.co.za/pubs/Monographs/No38/SmallArmsProliferation.html).
224
Cfr. The Graduate Institute of International Studies Geneva (2003), Small Arms Survey:
Development denied, Oxford, Oxford University Press, pp. 80-85.
115
In Africa, non tutte le armi usate dai criminali sono trafficate attraverso i
confini. In molte parti del continente vengono più comunemente usate
armi di piccola taglia rispetto ad armi militari, e gran parte del mercato
criminale è rifornito attraverso rapine e furti di armi con regolare licenza.
Tra il 1995 e il 2003, in Sudafrica, quasi 200.000 armi sono state
registrate come perse o rubate. Per i criminali non c’è differenza
nell’utilizzo di armi legali o illegali.225 Inoltre, in determinate zone del
paese, ci sono aneddoti e voci che raccontano di come i criminali
affittino le loro armi dalla polizia locale. Per esempio, sempre nella
Small Arms Survey (2003), la maggior parte dei crimini armati in
Douala, in Camerun, sono stati commessi con pistole; di questi il 75% ha
visto armi che provenivano dalle stesse forze di polizia. In effetti,
dall’inchiesta si evince che quando il Segretario di Stato per la Difesa ha
richiamato 300 ufficiali gendarmi, in parte assegnati ai Ministeri e in
parte guardie del corpo, più del 50% (169) non ha potuto effettuare un
resoconto sulle armi date loro in dotazione.226

Contrabbando, caccia di frodo e crimini ambientali.

L’Africa è ricca di risorse naturali: petrolio, diamanti, legname ed altri


minerali preziosi e strategici; ironicamente, nel sud del mondo, più un
paese è ricco di risorse naturali più soffre d’instabilità politica e di
povertà economica rispetto ad altre nazioni. Il furto e il contrabbando di
queste risorse è la maggiore attività del crimine organizzato, in paesi in
guerra così come in paesi apparentemente in pace. Per esempio, in
Nigeria, gruppi criminali rubano grosse quantità di greggio dalle
condutture e lo inviano, tramite imbarcazioni via fiume, a delle
imbarcazioni offshore, per rivenderlo in nero: la pratica del bunkering; è
un’enorme industria che fattura dai 4 ai 6 miliardi di dollari l’anno, oltre
il 10% della produzione totale di petrolio del paese.227 Le violenze
accadute tra i gruppi rivali per il bunkering, hanno visto coinvolti nomi,
localmente conosciuti, come: il KKK, i Germans ed i Mafia Lords. Un
tipico caso di bunkering, riportato in un giornale nigeriano del 22 Aprile
2004, è testimoniato dalla cattura di una nave nigeriana carica di 8.000

225
Cfr. Institute for Democracy in South Africa, Idasa (2003), The recovery and destruction of
firearms in South Africa, Non pubblicato, pp. 2-4.
(http://www.smallarmsnet.org/issues/regions/saarmsidasa.pdf).
226
Cfr. The Graduate Institute of International Studies Geneva (2003), op. cit., p. 140.
227
Cfr. WAC Global Services (2003), Peace and Security in the Niger Delta, Working paper for
SPDC, Non pubblicato, p. 6. (http://shellnews.net/2007/shell_wac_report_2004.pdf).
116
tonnellate di greggio senza la documentazione idonea; di questo
equipaggio sono state arrestate solamente 8 persone straniere.228
La caccia di frodo, incluse le specie in pericolo, è un’attività della
criminalità organizzata con impatti diretti sulle prospettive di sviluppo
dell’Africa. Pochi africani acquistano l’avorio, le corna di rinoceronte o
altri costosi prodotti animali, così questo massacro è quasi interamente
guidato dalla domanda estera e coinvolge gruppi criminali locali e gruppi
ben conosciuti come le Triadi Cinesi. La Cina sembra essere stato il
principale destinatario d’avorio, con 13.000 Kg sequestrati in 41
operazioni a Beijing, solo nel 2001.229
I deboli controlli e la corruzione locale fanno squadra con le grandi
imprese multinazionali, che non utilizzano standard di sicurezza
ambientale nei paesi in via di sviluppo e sfruttano la forza lavoro,
attraverso condizioni considerate proibitive nei paesi occidentali. Infine,
le discariche illegali di sostanze tossico nocive e radioattive esportate dai
paesi esteri, che vedono coinvolti gli enormi interessi di moltissime
organizzazioni (organizzazioni criminali, servizi segreti, ecc.),
danneggiano la salute delle popolazioni e dello stesso ambiente africano.

Riciclaggio di denaro

Il crimine organizzato ha bisogno del riciclaggio del denaro sporco e


l’Africa è vulnerabile a questo abuso. L’Africa ha una regolamentazione
bancaria mal funzionante ed è affiancata da una grande economia
informale di contanti; i grandi depositi di contanti sono la norma, non
l’eccezione, così risulta difficile tracciare la provenienza dei fondi. Tutto
ciò permette una contabilità losca da parte di ufficiali corrotti e uomini
d’affari (spesso stranieri), e apre un varco attraverso il quale i guadagni
di fondi illeciti possono essere riciclati.230
Nel 2005, nell’Annual International Narcotics Control Strategy Report
degli Usa, la Nigeria è stato ritenuto l’unico paese africano seriamente
affetto dal riciclaggio di denaro sporco, ma altri 8 paesi sono stati

228
Cfr. Unodc (2005), Crime and Development in Africa, Vienna, United Nations publication, Non
pubblicato, pp. 26-27. (http://www.unodc.org/pdf/African_report.pdf).
229
Cfr. The Born Free Foundation, Species Survival Network Elephant (2007), Inconvenient but true.
The unrelenting global trade in elephant Ivory, The Hague, Report Prepared for the 14th Meeting of
the Conference of the Parties to CITES, 3rd-15th June 2007, p. 19.
(http://www.ssn.org/Meetings/cop/cop14/Other/SSN_CoP14_ivory_report.pdf).
230
Cfr. Unodc (2005), op. cit., p. 37.
117
identificati come “giurisdizioni a rischio”: Costa d’Avorio, Egitto,
Kenya, Marocco, Seychelles, Sierra Leone, Sud Africa e Tanzania.231
È stimato che, tra il 1999 e il 2001, 22 miliardi di dollari siano stati
riciclati attraverso il sistema finanziario della Comunità per lo Sviluppo
del Sud Africa (Sadc).232 Di questi soldi, 15 miliardi di dollari sono stati
generati all’interno dei paesi appartenenti al Sadc, 7 miliardi di dollari,
invece, sono approdati in questi paesi, ma provenivano da altre regioni:
Asia dell’Est (1 miliardo), Nord America (5 miliardi) ed Europa (1
miliardo).233 Facendo un paragone, 22 miliardi di dollari sono poco più
della combinazione del Pil annuale di 8 dei 14 paesi membri del Sadc. I
ricavi dei crimini commessi in Africa sono stati (e tutt’oggi lo sono)
anche riciclati all’estero; molti dei soldi rubati dai noti “Cleptocrati”,
come Mobutu Sese Seko e Sani Abacha, ne sono un esempio. Con
l’aiuto del Governo Tedesco, Svizzero e Britannico, se pure in ritardo, la
Nigeria è stata in grado di recuperare 240 milioni di dollari dalla
famiglia di Abacha, nel 2004. Un’inchiesta della Commissione Europea
ha stimato che le somme di denaro rubate in Africa, e trattenute in
banche straniere, equivalgono a più della metà del debito estero
dell’intero continente.234
Molte nazioni africane hanno firmato, ed alcune ratificato, la
Convenzione contro il Crimine organizzato Transnazionale delle Nazioni
Unite, la quale criminalizza il riciclaggio di denaro, ma ha a disposizione
pochi strumenti per fronteggiare il fenomeno.235 Nel 1994, secondo
Charles Goredema, ricercatore dell’Institute for Security Studies, la metà
dei membri della Comunità per lo Sviluppo del Sud Africa,

231
Cfr. United States Department of State, Bureau for International Narcotics and Law Enforcement
Affairs (2005), “Money Laundering and Financial Crimes”, Annual International Narcotics Control
Strategy Report, Vol. 2, Non pubblicato, p. 53.
(http://www.state.gov/documents/organization/42881.pdf).
232
I 14 paesi membri del Sadc sono: Angola, Botswana, Repubblica Democratica del Congo, Lesotho,
Malawi, Mauritius, Mozambico, Namibia, Seychelles, Sud Africa, Swaziland, Tanzania, Zambia, e
Zimbabwe.
233
Cfr. Unodc (2005), op. cit., p. 37.
234
Ibidem.
235
L’Art. 7 della Convenzione delle Nazioni Unite Contro il Crimine organizzato Transnazionale,
prevede quattro forme d’intervento per combattere il riciclaggio: regolamentazione del sistema
bancario e finanziario; rafforzamento legislativo ed affiancamento di altri soggetti, alle autorità
predisposte, per combattere il fenomeno; introduzione di misure fattibili per investigare e monitorare
il movimento di capitali; sviluppo e promozione di una cooperazione globale, regionale, sub regionale
e bilaterale, tra le autorità giudiziarie, legislative e finanziarie. United Nations (2000), Convention
against Transnational organized crime, United Nations, pp. 5-6.
(http://www.uncjin.org/Documents/Conventions/dcatoc/final_documents_2/convention_eng.pdf).
118
probabilmente le regioni con maggiori risorse del continente, non
avevano ancora criminalizzato il riciclaggio di denaro sporco.236

Il crimine organizzato dell’Africa dell’Ovest 237

Al di fuori del continente africano, i network del crimine organizzato


dell’Africa dell’Ovest hanno creato un marchio globale. Particolarmente
conosciuto per il traffico internazionale della droga, traffico umano,
frode e corruzione, il crimine organizzato nell’Africa dell’Ovest si
consolida negli anni ‘70; contemporaneamente, in quegli anni, si
verificano la salita del prezzo del petrolio, lo sganciamento del dollaro
dall’oro, l’alta inflazione, ed il rapido allargamento del debito nel mondo
sviluppato. Il crimine organizzato, in questa area geografica, non tende
ad organizzarsi in larga scala e in modo gerarchico; piuttosto, il termine
“network” è probabilmente più appropriato. Attori individuali, con le
loro tecniche e capacità, formano coalizioni per le transazioni, che
possono espandersi o dissolversi, in risposta alla domanda del mercato.
Un certo grado gerarchico esiste, per esempio, solo tra il grossista della
droga e lo spacciatore. Tutto ciò è organizzato lungo la tradizionale linea
del capo e dell’apprendista, ma le gerarchie sono generalmente molto
superficiali; questo non significa che tutti gli attori siano uguali e che
non esistano gruppi di vecchia data, bensì un alto grado di autonomia
consente a questi network di essere estremamente flessibili e resistenti,
capaci di indirizzare nicchie di mercato trascurate dalla grande
criminalità organizzata. Tali network non possono abbandonare relazioni
tradizionali, di comando e controllo, perché molte di queste reti sono
radicate in una comune origine etnica.
L’estrema diversità etnica dell’Africa dell’Ovest (oltre 250 gruppi di
lingua solamente in Nigeria) comporta il fatto che i membri possono far
valere la propria identità in una parte relativamente piccola delle
comunità. Tradire i concittadini non si traduce solo nella violazione di
profondi e radicati valori, ma può comportare l’esclusione da questo
vitale appoggio. I network, contenenti differenti etnie, utilizzano le
lingue comprese esclusivamente da loro e da pochissimi estranei; inoltre,
le pratiche culturali possono essere impiegate per assicurare la segretezza
delle transazioni commerciali illegali. Per esempio, nigeriani vittime del
236
Goredema C. (2004), Money laundering in Southern Africa. Incidence, magnitude and prospects
for its control, Institute for Security Studies, Occasional Paper 92, Non pubblicato.
(http://www.iss.co.za/pubs/papers/92/Paper92.htm).
237
Cfr. Unodc (2005), Transnational Organized Crime in the West African Region, Vienna, United
Nation publication, pp. 1-38. (http://www.unodc.org/pdf/transnational_crime_west-africa-05.pdf).
119
traffico di esseri umani hanno riferito di essere stati sottoposti a
tradizionali cerimonie magiche; i traffici possono essere garantiti da
giuramenti consacrati da tradizionali esperti religiosi. Tutto ciò rende
estremamente difficile l’affiliazione a queste organizzazioni. Operando
lungo la stessa logica d’imprese legittime, i network criminali
dell’Africa dell’Ovest abbandonano rapidamente quelle merci o tecniche
che non sono più redditizie in favore di nuovi approcci. Inoltre, sono
riusciti a trovare un posto nei mercati esteri, tradizionalmente controllati
da gruppi locali della criminalità organizzata, per svolgere compiti in
subappalto o per controllare nicchie evitate dai gruppi locali. In questo
modo essi tendono a lavorare insieme, piuttosto che in conflitto, con
gruppi criminali di tutto il mondo e, raramente, sono costretti a ricorrere
alla violenza.

Traffico di droga 238

I network dell’Africa dell’Ovest hanno preso in consegna il mercato al


dettaglio della cannabis, della cocaina e dell’eroina in diverse città
dell’Europa occidentale, oltre ad un forte mercato nei paesi produttori
(Brasile, Tailandia, Pakistan, Sud Africa) e nei paesi di destinazione,
compresi gli Usa. Le forze dell’ordine in Africa sono alla ricerca di
traffici in luoghi imprevisti. I trafficanti di droga del sud della Nigeria
sono forse la più nota manifestazione della criminalità organizzata
dell’Africa dell’Ovest. Mentre gruppi etnici, come le Igbo ed i Yoruba,
viaggiano sotto la copertura di molti passaporti, si inseriscono nelle zone
di produzione e consumo dei mercati in tutto il mondo, esiste un piccolo
traffico all’interno della regione, ma il livello del consumo di
stupefacenti non è considerato alto in Africa occidentale. Una sola
eccezione è la cannabis, che è ampiamente consumata in tutta la regione.
In Senegal, la gendarmeria denuncia l’esportazione di marijuana dalla
zona del Casamance, favorita da condizioni di controllo a bassa intensità,
verso le altre parti della regione. La Nigeria è tra le prime classificate
nella lista dei paesi per sequestri di cannabis nei suoi confini,
annualmente grandi quantità sono coltivate per il consumo locale.
L’Africa occidentale ha un ruolo significativo nel passaggio di carichi di
eroina e cocaina prodotti in Asia del Sud e in Sud America, e
rispettivamente destinati ai mercati europei e nord americani. La
maggior parte dei trafficanti sono originari dell’Africa occidentale, o alle
dipendenze di questi ultimi. Dei corrieri intercettati nel traffico di droga,
238
Cfr. Unodc (2005), Crime and Development in Africa, op. cit., pp. 39-40.
120
attraverso l’Africa occidentale, secondo le statistiche elaborate nel 2000,
il 92% era formato da africani dell’Ovest e non meno del 56% erano
nigeriani. Inoltre, alcuni del restante 8% erano africani dell’Ovest che
avevano acquisito una seconda nazionalità attraverso naturalizzazione.
Attraverso l’Africa occidentale parecchie spedizioni, a giudicare dai
maggiori sequestri effettuati, tendono ad essere controllati da non
africani aventi uno o più complici locali. La maggior parte delle
spedizioni dall’Africa occidentale tendono ad essere più piccole, spesso
effettuate con i corrieri che deglutiscono la droga avvolta nei
preservativi, trasportandola così nel loro corpo. Grandi quantitativi di
cocaina passano attraverso regioni-transito (Capo Verde, Nigeria, Togo
e/o Ghana) per poi approdare in Spagna, Portogallo e Regno Unito. Tra
il 2000 ed il 2004, in media 1,4 tonnellate di cocaina sono state
sequestrate per le strade dell’Africa occidentale, o nel tragitto tra Africa
ed Europa (non comprendendo due insoliti grandi sequestri di 2,29 e 7,5
tonnellate). Nel 2003, per esempio, ci sono stati 15 sequestri di cocaina;
tra questi vi era un collegamento con Capo Verde. Parecchi sequestri,
destinati a Capo Verde, sono stati effettuati all’aeroporto di Fortaleza in
Brasile; le quantità per sequestro oscillano dai 2 ai 6 chili.
Una delle più impressionanti azioni di sequestro, effettuata da autorità
spagnole l’11 ottobre del 2003, vede intercettati più o meno 7,5
tonnellate di cocaina a bordo di una nave in acque internazionali a 128
Km al largo delle coste del Portogallo, in rotta verso la Spagna; questo è
stato il secondo più grande sequestro di droga mai realizzato in Spagna.
La droga era nascosta in un peschereccio spagnolo, dal nome “South
Sea”, ed era stata caricata, probabilmente, in acque internazionali;
successivamente la nave era stata ancorata a Capo Verde. La “South
Sea” aveva trascorso anche qualche giorno ancorata al di fuori del porto
di Dakar. Inoltre, molti individui nigeriani ed altri soggetti appartenenti
ai network lavoravano attraverso Casablanca, usandola come tappa per
carichi di cocaina dal Sud America. Sembra che vi siano due vie
attraverso le quali i corrieri possono minimizzare il rischio di
individuazione. La prima strada è quella che parte dal Sud America,
transita, per esempio, a Londra e sbarca in Casablanca, a Bamako o
Accra. Il secondo tragitto va dal Sud America, attraverso un livello
relativamente basso di rischio, in paesi come il Senegal, per poi arrivare
ad Amsterdam. Il minor rischio è dato dal fatto che, all’arrivo, c’è molta
meno attenzione ai passeggeri che sbarcano dal Senegal rispetto a quelli
provenienti dalle Antille olandesi. L’Ethiopian Airlines è una delle linee
aeree preferite dai corrieri di eroina, probabilmente per la convenienza
delle rotte Africa Occidentale-Asia. Altre rotte aeree, molto note, della
121
compagnia sono: partenza da Bangkok, Mumbai e Karachi, transito via
Addis Ababa, Beirut e Dubai, arrivo in Africa Occidentale.239
Altre compagnie abbastanza utilizzate per il traffico di droga sono: la
Kenya Airways, che vola dall’Asia del sud via Nairobi e Dubai; la
Emitates e la Air Gabon, da Dubai a Cotonou; e la Middle East Airlines
che viaggia dal Medio Oriente fino in Africa Occidentale. Casi tipici del
traffico di droga, tramite voli aerei, vedono protagonisti sia uomini che
donne: una donna nigeriana, di 26 anni, dopo avere acquistato 815
grammi di eroina in Pakistan, aver volato attraverso un volo della Air
Gabon da Karachi, via Dubai e Libreville, è arrivata a Cotonou (Benin)
il 30 dicembre 2003, ed è stata arrestata; oppure, un nigeriano di 28 anni,
è stato arrestato il 25 luglio 2003 ad Addis Ababa (Etiopia) con non
meno di 1 chilo di eroina stipato nello stomaco.240

Corruzione

Il termine corruzione include un’ampia gamma di reati,


dall’appropriazione indebita di fondi pubblici alla vendita di documenti e
licenze. La più comune forma di corruzione è il trasferimento di tangenti
a funzionari pubblici per influenzare le loro azioni. Le parti coinvolte
possono essere di natura transnazionali, come spesso accade quando le
imprese straniere cercano vantaggi competitivi nei loro affari in Africa, o
interamente locali, nel caso in cui, per esempio, la polizia accetta
tangenti per ignorare infrazioni. Le statistiche basate sui casi registrati
dalla polizia forniscono pochi dati per valutare la reale incidenza della
corruzione, perché nessuno di quelli che pagano o ricevono tangenti
denunciano il fenomeno alla polizia. Le inchieste indipendenti
rappresentano gli strumenti migliori per sopperire alle deficienze delle
statistiche ufficiali, ma molte di queste non focalizzano questo tipo di
corruzione. Questo genera parecchia confusione sulle imprese estere,
poiché quando i risultati delle inchieste (sulla percezione della
corruzione) sono comparate alle indagini ordinarie africane, in relazione
a quanto spesso questi siano chiamati a pagare una tangente, i dati non
coincidono. Secondo quanto scritto nel report dell’Unodc, Crime and
development in Africa (2005), il 16,7% degli africani ha affermato di

239
Net News Publisher (2009), “Ethiopian police arrest three foreigners for alleged drug trafficking”,
22 marzo 2009. (http://www.netnewspublisher.com/ethiopian-police-arrest-three-foreigners-for-
alleged-drug-trafficking/).
240
Cfr. Unodc (2005), Crime and Development in Africa, op. cit., p. 40.
122
aver pagato una tangente ad un pubblico ufficiale; in contrasto a tale dato
va una piccola quantità di casi dichiarati dalla polizia (lo 0,002%).
Il dato non deve sorprendere. In molte inchieste in Africa, i poliziotti
sono generalmente considerati come pubblici ufficiali; c’è così una
discrepanza tra le esperienze dei cittadini e la figura degli ufficiali sulla
corruzione, in Africa come altrove. Presumibilmente i paesi poveri non
possono permettersi il controllo della corruzione, per come in teoria
andrebbe effettuata, e la corruzione pubblica in Africa è spesso attribuita
alla bassa paga ricevuta dagli ufficiali. Un altro modo adottato dalla
Banca Mondiale per esaminare il fenomeno, è quello di misurare il
livello di controllo della corruzione e non la percezione della corruzione;
la Banca Mondiale colloca la maggior parte dei paesi Africani nella metà
più bassa della classifica.241 Infine, bisogna fare delle considerazioni sul
sistema della corruzione in Africa; bisogna dire che non ci sarebbero
percettori di tangenti se non ci fossero i pagatori, e le aziende
multinazionali non vanterebbero gli odierni vantaggi senza la debolezza
dei controlli e la bassa retribuzione degli ufficiali. Così a guadagnarci, in
questo articolato sistema, c’è anche la criminalità. Il fondo monetario
internazionale scrive che: “c’è uno stretto legame tra corruzione e bassa
crescita, così come tra corruzione e instabilità politica…”.242 In Kenya,
parlando nello specifico, il Fondo Monetario Internazionale ritiene che:
“la corruzione ostacola la capacità del paese ad attrarre investimenti, a
rendere efficienti le sue istituzioni ed a generare reddito”.243 Tra le
forme di corruzione che hanno un impatto sugli investimenti, una delle
più comuni è la domanda di tangenti da funzionari statali al fine di
ricevere servizi, licenze, o accedere a benefici. La domanda di tangenti
provoca un aumento dei costi di transazione e l’incertezza
nell’economia.244 Nel report della Banca Mondiale si legge che le
tangenti, come una quota sulle vendite, per le piccole imprese sono più
grandi del 50% rispetto alle grandi. Le grandi aziende pagano tangenti
più grandi in termini assoluti, ma il loro impatto è minimo.245 L’Africa
percepisce la corruzione come un serio impedimento per gli affari; il
241
Cfr. ivi, pp. 42 – 43.
242
Cfr. Mauro, P. (2004), “The persistence of corruption and slow economic growth”, International
Monetary Fund Staff Papers, Vol. 51, n. 1, p. 16.
(http://www.imf.org/external/pubs/ft/staffp/2004/01/pdf/mauro.pdf).
243
Cfr. International Monetary Fund (2005), “Kenya: Poverty Reduction Strategy Paper”, IMF
Country Report, n. 05/11, Washington, International Monetary Fund, p. 60.
(http://www.danidadevforum.um.dk/NR/rdonlyres/9951D5B3-FAC1-4E9C-999C-
33192224665A/0/WS_CI_PovertyReduc.pdf).
244
Cfr. Unodc (2005), Crime and Development in Africa, op. cit., p. 81.
245
Cfr. World Bank (2005), World Development Report 2005: A better investment climate for
everyone, Oxford, Oxford University Press, p. 39.
(http://siteresources.worldbank.org/INTWDR2005/Resources/complete_report.pdf).
123
35% delle aziende in Algeria, il 38% delle aziende in Uganda, il 39%
delle aziende in Etiopia, il 40% delle aziende in Senegal, il 46% delle
aziende in Zambia, il 51% delle aziende in Tanzania e il 73% delle
aziende in Kenya afferma che la corruzione è la principale costrizione in
affari. In Africa, molte aziende hanno perso tra il 2% e il 9% sul totale
delle loro vendite per tangenti. Esaminando l’economia criminale
(includendo corruzione, appropriazione indebita ed estorsione),
un’inchiesta di 189 organizzazioni in Kenya, Tanzania e Zambia dice
che, tra di loro, 206 milioni di dollari sono andati persi nel giro di due
anni.246

L’impatto del crimine nella società e nell’economia

La paura del crimine può paralizzare lo sviluppo alla radice. Se lo


sviluppo è il processo che lavora per la costruzione della società, gli atti
di criminalità come un modello di anti-sviluppo, distruggono le relazioni
di fiducia sulle quali la società è basata. Per adoperare il linguaggio dello
sviluppo economico, il crimine erode il capitale sociale e umano. La
paura della criminalità limita la mobilità, la quale modifica le interazioni
sociali ed economiche, così come l’educazione. Volendo estremizzare,
venendo meno le relazioni sociali, la gente potrebbe rifugiarsi nel
proprio nucleo familiare e non avere la consapevolezza della propria
possibile esposizione, se non sono già vittime, alla violenza criminale;
così si andrebbe a generare un circolo vizioso di diffidenza ed
individualismo. La maggior parte dei flussi di capitale che giungono in
Africa sono in forma di aiuto. Il totale di flussi privati nell’Africa sub
Sahariana, come percentuale al Pil, è il più basso rispetto a tutte le altre
regioni in via di sviluppo.247 Negli anni ‘70, l’Africa attraeva la
percentuale più alta di investimenti diretti esteri (Ide) rispetto all’Asia e
all’America Latina. Con l’avvento del nuovo secolo, i flussi
d’investimento in America Latina sono cresciuti di 5,5 volte in più,
mentre quelli in Asia di 9 volte in più, rispetto ai flussi in Africa;
dimostrazione del fatto che l’Africa continua a soffrire di un basso
livello di fiducia negli investitori. Una delle ragioni per cui gli
investimenti diretti esteri (Ide) sono importanti per l’Africa è che pochi
africani possiedono dei risparmi, e tra questi molti scelgono di investire
la loro ricchezza all’estero. L’Africa ha il valore più alto, al mondo, di

246
Cfr. Unodc (2005), Crime and Development in Africa, op. cit., pp. 81-82.
247
Cfr. Iqbal Z. et al. (1997), External Finance for Low-Income Countries, Washington, International
Monetary Fund, p. 207.
124
fuga di capitali all’estero, con il 40% di attività finanziarie private tenute
al di fuori del continente, riducendo il Pil del 16%.248
La gente ha paura d’investire in Africa. L’Economist Intelligence Unit
(Eiu), in un loro lavoro chiamato “Riskwire”, che valuta la sicurezza di
un numero di paesi per il business all’estero, ha valutato solo 6 paesi in
Africa: Sud Africa, Nigeria, Kenya, Egitto, Marocco e Algeria. Solo
questi Stati rappresentano le più grandi economie aperte e la porzione
sostanziale della popolazione nel continente. Il Sud Africa riceve la
valutazione al rischio più favorevole, posizionandosi al 29° gradino (su
59) della classifica, davanti i paesi del Nord Africa. La Nigeria è ritenuta
la zona più rischiosa per gli affari nel mondo (posizione n. 59), e il
Kenya (posizione n. 54) non va certamente meglio.249 Nelle valutazioni
individuali dei paesi, il crimine e la giustizia sono le problematiche
principali che affliggono tutti i paesi del sub Sahara. In Sud Africa la
violenza criminale è il problema maggiore e rimane una grave
preoccupazione per gli affari; molti funzionari della polizia sono
inesperti e corrotti. La Nigeria pone i rischi della sicurezza in tre ambiti
non molto distanti tra loro: violenza criminale (rapine a mano armata);
attacchi diretti alle aziende (ricatti, atti di vandalismo, sequestri di
persone); scarso equipaggiamento delle forze di polizia. In Kenya, come
per gli altri, la violenza criminale e l’estorsioni rappresentano i maggiori
rischi agli affari; le forze di polizia, scarsamente equipaggiate,
inadeguatamente addestrate, sottopagate e corrotte, non riescono ad
assicurare protezione. Quando i governi non hanno abbastanza forza per
difendere la sicurezza delle proprietà, le organizzazioni private offrono
“servizi di protezione” per colmare il vuoto.250
Il Sud Africa, con il triplo di agenti di sicurezza privati (900 per
100.000) rispetto agli ufficiali di polizia (312 per 100.000), è un esempio
eccellente.251 Il settore privato costituisce una grande quota di costi,
rispetto a quelli sostenuti per il mantenimento dell’ordine pubblico nella
società. L’industria della sicurezza, in Sud Africa, è stimata sui 3
miliardi di dollari, l’equivalente di circa il 3% del Pil del paese.
Il rapporto sullo sviluppo (2005) della Banca Mondiale, intitolato A
better investment climate for everyone, scrive: “i costi associati al
crimine, alla corruzione, al controllo ed alla poca affidabilità delle

248
Cfr. Unodc (2005), Crime and Development in Africa, op. cit., pp. 76-77.
249
Cfr. ivi, pp. 78-79.
250
Cfr. World Bank (2005), op.cit., p. 90.
251
Cfr. De Waard J. (1999), The Private Security Industry in International Perspective, European
Journal on Criminal Policy and Research, Vol. 7, n. 2, pp. 143-174.
125
infrastrutture può ammontare [in Africa] al 25% delle vendite o al triplo
di ciò che si paga normalmente in tasse”.252

I costi umani della violenza criminale

La violenza della criminalità ha un impatto ancor più grande in Africa.


La morte e l’invalidità possono privare la famiglia dell’unica persona
che li mantiene, e il supporto del governo è limitato. Fare una
valutazione economica sui costi umani della violenza criminale è
estremamente problematico, poiché esistono vari metodi di calcolo che
variano tra loro in base alla definizione adottata. Un esempio di questo
genere di problemi si riflette nel calcolo dei costi economici di un
omicidio; applicando un tasso del 4% ai futuri guadagni e costi, in
media, per un omicidio a Città del Capo (Sud Africa) si ha un costo di
15.319 dollari; in Nuova Zelanda, lo stesso omicidio, ha un costo di
829.000 dollari.253 Contrariamente al calcolo economico dei costi,
perdere la vita o contrarre un’invalidità permanente, per l’unica persona
che mantiene una famiglia, dovrebbe comportare un maggiore impatto in
Africa rispetto al mondo economicamente sviluppato.

252
Cfr. World Bank (2005), op. cit., p. 4.
253
Cfr. Waters H. et al. (2004), The economic dimensions of interpersonal violence, Department of
Injuries and Violence Prevention, Geneva, World Health Organization, pp. 13-27.
126
Conclusioni

Questa ricerca ha preso l’avvio con una breve analisi su quelle che sono
state le vicende storiche dei Paesi del Sud del mondo attraversando, nello
specifico, la fase di decolonizzazione, per poi approdare ai giorni nostri.
Si è cercato di fornire una visione d’insieme su ciò che hanno subito le
popolazioni colonizzate, sul come e quando abbiano proclamato
formalmente l’indipendenza, ed infine, su come e dove vivono oggi le
stesse popolazioni.
Dopo aver visionato e riportato dati di statistiche elaborate dalle
principali organizzazioni internazionali, ed aver parzialmente risposto
alla domanda “qual è la condizione dei Paesi del Sud del mondo oggi?”,
l’attenzione è stata canalizzata sullo strumento ideato per combattere la
povertà e generare sviluppo nel Sud del mondo: la Cooperazione allo
Sviluppo; così, è stato analizzato il periodo storico e le motivazioni per
cui è nata la cooperazione allo sviluppo; quali sono gli attori coinvolti;
come opera; come sono cambiate, nel tempo, le proprie azioni e le
proprie politiche. Dall’analisi globale, della Cooperazione allo Sviluppo,
siamo passati a quella locale, tema centrale di questo lavoro, esaminando
le due facce del “Sistema Italia”. Uno studio che mette a confronto le
opinioni, i dati e le promesse della “Cooperazione Italiana allo Sviluppo
che funziona”, secondo le valutazioni istituzionali, con quelli che sono i
problemi e le responsabilità delle frottole raccontate e delle malefatte
commesse dalla “Cooperazione Italiana allo Sviluppo di facciata”,
smascherata attraverso le inchieste ed il lavoro di giornalisti, che hanno
sacrificato la loro vita, ed organizzazioni non governative oneste.
Focalizzando l’analisi sulle realtà difficili e criminali di alcuni paesi del
sud del mondo e non, in cui si è trovata ad operare, ed opera, la
Cooperazione italiana allo Sviluppo, si è approdati agli “Stati-mafia”.

127
Il collegamento tra gli “Stati-mafia” e la Cooperazione allo Sviluppo,
italiana e non solo, nasce dalla sottovalutazione e/o dallo scarso
interesse, da parte degli attori preposti alla Cooperazione allo Sviluppo,
per i sistemi di potere criminale in mano alle organizzazioni dei paesi in
analisi; da qui si esaminano le differenti realtà criminali negli “Stati-
mafia” e si sottolinea l’importanza della lotta alla criminalità
organizzata, affinché si eliminino quegli “effetti perversi” che la
Cooperazione allo Sviluppo ha generato e può continuare a generare.
Questo lavoro non approda a delle vere e proprie conclusioni, poiché
forse non esistono delle soluzioni semplici ed immediate per combattere,
attraverso il lavoro della cooperazione allo sviluppo, la criminalità
organizzata e gli “effetti perversi” generati negli “Stati-mafia”.
Le domande che bisognerebbe porsi, per avviare una vera lotta alla
criminalità organizzata e costruire, insieme alle popolazioni locali, lo
sviluppo dei paesi del sud del mondo, forse sono semplici: “Cosa si è
fatto fin’ora? Cosa si potrebbe fare?”. Alla prima domanda rispondono i
fatti ed i dati del lavoro svolto. Sul cosa si potrebbe fare, mi lancio in
delle considerazioni e proposte a mo’ di conclusioni.
Innanzitutto bisognerebbe potenziare gli strumenti di monitoraggio sui
programmi e sui progetti della cooperazione allo sviluppo, per effettuare
un vero controllo sulla gestione dei finanziamenti presso i Paesi del Sud
del mondo e per verificare che gli interventi da realizzare rispecchino i
reali bisogni delle popolazioni coinvolte. Questo potrebbe essere
realizzato mediante il lavoro delle organizzazioni non governative che,
essendo svincolate da particolari interessi governativi, potrebbero
realizzare un lavoro efficace. Al maggiore coinvolgimento delle Ong,
bisognerebbe associare un maggior impegno nello snellire le procedure
ed i tempi di avvio dei progetti/programmi di cooperazione allo sviluppo,
attraverso una migliore organizzazione e gestione della Direzione
Generale; una via, per altro proposta da molte Ong, potrebbe essere
quella di sostituire l’attuale Dgcs con una Agenzia per la Cooperazione
allo Sviluppo, maggiormente autonoma, già esistente presso altri paesi
europei.

128
Per realizzare quanto appena detto servirebbe solamente una condizione
su tutte, forse la più difficile, cioè che la politica rispetti gli impegni
presi nei confronti dei paesi del sud del mondo, dimostrando un vero
interesse per lo sviluppo di questi paesi, anche se, citando le parole di
Pierpaolo Pasolini, dobbiamo fare i conti con una triste realtà: “il
coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose
inconciliabili in Italia”.

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RINGRAZIAMENTI

Desidero innanzitutto ringraziare la Professoressa Alessandra Dino per i


preziosi insegnamenti ricevuti durante gli anni di studio, per la fiducia
concessami e per le numerose ore dedicate alla mia tesi.
Inoltre, ringrazio sentitamente il Professor Umberto Gori ed il Professor
Mario Caligiuri per essere stati molto disponibili e per avermi fornito
testi e consigli indispensabili per la realizzazione della tesi. Intendo poi
ringraziare il Dr Mario Cammarata per i preziosi consigli durante le
ricerche iniziali.
Ringrazio di cuore mia sorella Francesca per il continuo interesse
dimostrato nei confronti del mio lavoro e per essere stata la mia lettrice,
nonché revisionatrice, forzata. Ringrazio con molto piacere Massimo per
ricambiare la stima e l’affetto dimostratomi nel tempo. Non possono,
naturalmente, mancare i dovuti e sentiti ringraziamenti nei confronti di
Roberta, Fabrizio, Luigi, Marco ed i tanti altri Amici per essermi stati
vicini ogni momento durante la stesura del lavoro. Ringrazio An3a, Ben,
Bella Comito, Chiara, Flavia, Flavio, Fr@nko, Giam, Gringra,
Guarashow, Iole, Ivo, Peppe, Roby, Saro, Saverio, Umby, Walter e Wolf
per le belle persone che sono.
Infine, ho desiderio di ringraziare con immenso affetto i miei genitori per
il sostegno ed il grande aiuto che mi hanno dato fino ad oggi e che
difficilmente dimenticherò.

146
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