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DOMENICA - 23 FEBBRAIO 2014

Il Sole 24 Ore

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Venerd a Perugia il Manuale dei Diritti con il ministro Giannini


Venerd 28, alle ore 18 a Perugia (Sala dei Notari -Palazzo dei Priori), sar presentato il Manuale dei Diritti Fondamentali e Desiderabili a cura di Paola Severini e Chiara Di Stefano (Mondadori). Intervengono il ministro allIstruzione Stefania Giannini (foto ), Maria Pia Ammirati, Wladimiro Boccali, Ilaria Borletti Buitoni, Fabrizio Bracco, Brunello Cucinelli, Anna Procaccini Fo. Modera Armando Massarenti

Scienza e filosofia
ricordo di marcello siniscalco (1924-2013)

neuroetica

Non colpa di nessuno


Illustrazione di Guido Scarabottolo

Il genetista della malaria


di Mauro Capocci
essuno in Italia si accorto che alle fine di novembre 2013 se ne andato, allet di quasi novantanni il genetista Marcello Siniscalco, uno dei protagonisti internazionali degli studi di genetica umana, in particolare degli adattamenti genetici alla malaria, nella seconda met del Novecento. dal 1948 che gli adattamenti genetici umani alla malaria sono oggetto di studio, da quando cio il genetista inglese John Burdon Sanderson Hal- india | Siniscalco (in piedi) e J.B.S. Haldane dane propose la cosiddetta malaria nella giungla dellAndra Pradesh nel 1964 hypothesis, cio che questa grave infezione, potenzialmente letale nella forma detta terzana maligna, costituisca un tiva della malaria.Nel 1963, anche in seguiforte fattore di selezione e sia la causa del- to alla vicenda dello scandaloso concorso la diffusione di mutazioni genetiche che che port in cattedra Luigi Gedda, lasci conferiscono protezione contro la malat- lItalia per prendere la cattedra allunivertia. Poche settimane fa stato pubblicato sit di Leyden, in Olanda. A testimoniansu Blood uno studio di grande importan- za, gi allora, da un lato il valore della scuoza che evidenzia linterazione tra due trat- la italiana, dallaltro dellincapacit di ofti del genoma (lalfa-talassemia e le va- frire sbocchi ai talenti su cui tanto era gi rianti dellaptoglobina, una proteina del stato investito. DallOlanda Siniscalco si sangue) proprio in termini di protezione trasfer allinizio degli anni Settanta negli e suscettibilit alla malaria. In Italia que- Usa, a New York, prima allAlbert Einstein ste ricerche hanno radici profonde: sin College e poi al Memorial Sloan Kettering dagli anni Quaranta la microcitemia sta- Cancer Center, lavorando su pi aspetti ta studiata dal punto di vista genetico, e della trasmissione genetica delle patolonei decenni successivi molte energie so- gie (in particolare quelle legate al cromono state dedicate allo studio delle emoglo- soma X). Negli USA consolid i suoi legabinopatie e di altre patologie legate allen- mi con llite della genetica mondiale (negli archivi di James Watson, uno degli scodemia malarica. Marcello Siniscalco faceva parte della pritori della doppia elica, conservata prima generazione di ricercatori che han- molta corrispondenza con Siniscalco), e no appreso la genetica in Italia, e non sfrutt anche questo prestigio per unimallestero. La sua carriera scientifica ini- presa ambiziosa: rientrare in Italia creanziata in uno dei centri principali di studio do un centro di ricerca e formazione in delleredit,a Napoli, sotto la guida del pri- Sardegna, a Porto Conte. Purtroppo, nonomo professore universitario di genetica, stante liniziale supporto del ministro AnGiuseppe Montalenti. Sin dagli anni Cin- tonio Ruberti, a poco a poco i finanziamenquanta Siniscalco si dedic alla genetica ti promessi dal Cnr e dal ministero scomumana, collaborando a diversi studi sulla parvero, e il centro non decollato come genetica delle popolazioni, che in quegli Siniscalco sperava: doveva essere un luoanni in Italia stava raggiungendo risultati go di respiro internazionale, che permetimportanti grazie agli sforzi di Ezio Silve- tesse il rientro di molti ricercatori italiani, stroni e Ida Bianco, i quali insieme a Mon- ma rapidamente Siniscalco si rese conto talenti avevano definito lorigine genetica che ci non sarebbe stato possibile. Di della microcitemia o anemia mediterra- fronte ai soliti vizi italiani (come racconnea o beta-talassemia, e avevano tentato t in unintervista al Times), rinunci alla di avviare un vasto programma di scree- direzione e torn negli Usa, dove ha conning e prevenzione della malattia nelle cluso la sua lunga carriera alla Rockefeller aree pi a rischio. Proprio nellambito di University: nonostante gravi problemi di questi studi Siniscalco inizi a lavorare in salute, ha pubblicato lultimo articolo nel Sardegna, dove le emoglobinopatie e altri 2012. Sicuramente uno dei pi talentuosi caratteri legati alla storica presenza genetisti italiani della sua generazione, tedellinfezione malarica, avevano frequen- stimone di alcuni dei pi fecondi filoni di za pi alta. Il relativo isolamento dei picco- ricerca biomedica fondamentale, la storia li paesi sardi, di fatto, facilitava il lavoro di Siniscalco paradigmatica: un cervelgenetico per lassenza di rimescolamento lo in fuga, capace di competere a livello ereditario. A partire dagli studi genetici internazionale e al tempo stesso allontasulla microcitemia e altri tratti (condotti nato dal suo paese di origine. Una triste inizialmente anche con colleghi italiani storia, esemplificativa delle vicende italiacome Ruggero Ceppellini),Siniscalco pub- ne della genetica passata attraverso un blic una serie di articoli tra gli anni Cin- boom nel dopoguerra per poi incontrare quanta e Sessanta sullemoglobina e altre uno stallo che ne ha diminuito il prestigio proteine del sangue che lo proiettarono a nazionale e internazionale e della scienun livello internazionale. In particolare, za, sistematicamente svilita da una classe grazie alle indagini sulle popolazioni sar- politica miope e incapace di capire come de dimostr il legame del favismo (la defi- la valorizzazione della cultura scientifica cienza dellenzima G6PD, glucosio-6-fo- sia una chiave di sviluppo nazionale. sfato deidrogenasi) con la pressione selet RIPRODUZIONE RISERVATA

Leffetto combinato di genetica e ambiente determina le nostre azioni al punto da stravolgere il concetto di colpa e punizione
di Mario De Caro
ndovinello della domenica: sapreste dire qual la scienza delle soluzioniimmaginarie,cheaccorda simbolicamente ai lineamenti le proprietdeglioggetti descritti per laloro virtualit? Nel caso brancolaste nel buio, ecco la risposta: la Patafisica, che il geniale Alfred Jarry fond perch, diceva, se ne avvertiva veramente il bisogno. In realtlunico bisognoche la Patafisicasoddisfaceva era di farsi beffe delle presunte nuove branche della filosofia che vengono presentateallorbetutto acolpidigrancassa,salvo spirare ben presto per la mancanza del famoso quid. Oggi, in effetti, chi si ricorda pi della prasseologia o della faneroscopia? Generalizzare, per, sarebbe un errore. Non tutte le nuove discipline filosofiche sono velleitarie e ineluttabilmente destinate alloblio: ve ne sono di fiorenti come lestetica, la metaetica o la logica simbolica che hanno atti di nascita relativamente recenti rispetto alle plurimillenarie vicende della filosofia. E da pochissimo sorta unaltra disciplina filosofica cui ragionevole prospettare un futuro radioso. Si tratta della neuroetica, disciplina battezzata ufficialmente nel 2002 dal giornalista del New York Times William Safire. Per capire perch questa disciplina sia destinata a durare consigliabile leggere Tutta colpa del cervello. Unintroduzione alla neuroetica , informatissimo e molto leggibile volume scritto da Gilberto Corbellini, studioso di storia della medicina e collaboratore del Domenicale , ed Elisabetta Sirgiovanni, filosofa delle scienze cognitive di stanza al Cnr. Ma cos la neuroetica? Secondo lormai classica definizione della filosofa e neuroscienzata Adina Roskies, si tratta di una disciplina filosofica bipartita: da una parte, si occupa delletica delle neuroscienze; dallaltra, delle neuroscienze delletica. In entrambi i casi sono in gioco questioni di grande rilevanza teorica e pratica e questo volume lo mostra benissimo, discutendo con chiarezza e originalit della neuroetica clinica e del ruolo conoscitivo delle neuroimmagini, del potenziamento cognitivo e delle radici evolutive della morale. Sullo sfondo di queste discussioni si staglia poi una questione pi generale: quanto contano le neuroscienze nella comprensione del pensiero e dellagire umani? Secondo alcuni, i cosiddetti neuromaniaci, contano moltissimo e stanno ormai soppiantando la filosofia, la psicologia e le altre scienze umane. Secondo altri, i cosiddetti neurofobici, le neuroscienze sono invece costitutivamente incapaci di comprendere molte delle caratteristiche fondamentali del mondo umano. Tra neuromania e neurofobia,

Corbellini e Sirgiovanni ricercano ragionevolmente una terza via. Ma in casi del genere difficile porsi esattamente nel mezzo tra due punti di vista opposti: e limpressione che si ricava dal libro che, se proprio dovessero scegliere di buttare gi dalla torre il partito dei neuromaniaci o quello dei neurofobici, i nostri autori preferirebbero senza eccessive esitazioni il secondo. Corbellini e Sirgiovanni riconoscono che lecomuni convinzioni riguardo alla responsabilitmorale,lalibert,ladignitelarazionalit sono essenziali per la capacit umanadi realizzareunmaggior benessere,ridurre la sofferenza e mettere sotto controllo i pregiudizi che costantemente minacciano

Per Corbellini e Sirgiovanni va ridefinita la capacit di intendere e di volere e abbandonato il classico ideale retributivistico della pena
la qualit delle relazioni umane. A loro parere, per, gli studi neuroscientifici mostrano chetali convinzionisono soltanto ben radicate illusioni. Per comprendere il senso di questa posizione utileguardare allintersezione tra neuroscienze, etica e diritto. Il volume mostra in modo convincente chela ricerca neuroscientifica e quellagenetica stanno modificando profondamente il modo in cui concepiamo lacondizione principale della punibilit delle azioni criminose, cio la capacit di intendere e di volere dellimputato. Detto altrimenti: una gran messe di dati scientifici prova che i fattori che determinano i nostri comportamenti, senza che ne siamo coscienti, sono molto pi rilevanti di quanto comunemente si immagini. Anzi, per Corbellini e Sirgiovanni

siamo ormai legittimati ad affermare che nessuno di noi mai moralmente responsabile, almeno nel senso classico del termine: ovvero nessuno in grado di compiere azioni autodeterminandosi consapevolmente. E ci perch in un senso molto credibile "siamo tutti burattini": gli effetti combinati di geni e ambiente determinano tutte le nostre azioni. Coerentemente con queste premesse, i nostri autori perorano con circostanziati argomenti labbandono del classico ideale retributivistico della pena, secondo cui giusto punire tutti e solo gli individui che lo meritano, ossia quanti hanno compiuto reati intenzionalmente e senza essere in ci determinati. Ma questa condizione, secondo i nostri autori, non si verifica mai: dunque nessuno merita mai di essere punito. La via da seguire, dunque, quella del cosiddetto conseguenzialismo, per il quale vanno comminate solo le pene che incrementano lutilit sociale. Sono qui evidentemente ingioco i concetti cardine della visione del mondo ordinaria, come responsabilit, colpa, retribuzione, merito, libero arbitrio. C allora da sperare che questo ottimo volume dia lavvio a undibattito non viziato da toni antiscientifici e ideologici, come troppo spesso accade da noi. Punti di vista alternativi su questi temi ovviamente non mancano. Alcuni (ispirati da Roger Penrose e John Searle) sostengono per esempio che la concezione deterministica dellagire umano non possa essere data per scontata, perch lindeterminismo quantistico potrebbe riverberarsi a livello macroscopico. Altri, da una prospettiva neokantiana, sostengono che la visione scientifica del mondo e quella ordinaria sono incompatibili,ma valgono su piani diversi. Altri ancora, dallottica di un naturalismo non riduzionistico, affermano che entrambe le visioni del mondo sono irrinun-

ciabili ma non sono incompatibili tra loro. Inquestultimaprospettiva, si pu riprendere il giudizio del grande giurista H.L.A. Hart,secondocui lidealeretributivisticodellapena non pu essere deltutto abbandonato. Lidea che una visione corretta della pena debba coniugare il conseguenzialismo con la componente negativa del retributivismo, per la quale lecito punire soltanto chi lo merita. E ci perch si possono concepire casiin cui il calcolodellutilitsociale,secondo i dettami del consequenzialismo puro, ci porterebbe a punire un innocente, facendone un capro espiatorio (n a questa obiezione basta rispondere che punire gli innocenti pratica socialmente dannosa e dunque inaccettabile per il conseguenzialismo: anche questa risposta si espone infatti a convincenti controesempi). Insomma, forse non possiamo rinunciare del tutto allideale retributivo della pena. E tuttavia questo ideale indissolubilmente legato ai concetti di colpa,merito, responsabilit e libero arbitrio. Il problema diventa allora quello di reintepretare tali concetti, senza tradirne la natura e mostrandone la compatibilit con la visione scientifica del mondo. Un compito non da poco, ma che forse vale la pena intraprendere. Ma quale che sia la posizione che si assume rispetto a questi temi, il volume di Corbellini e Sirgiovanni mostra che linterazione tra filosofia, scienza, diritto interazione che la neuroetica incarna nel modo migliore genera alcune delle pi importanti e feconde discussioni del nostro tempo. Checch ne pensino i patafisici di tutte le risme.
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Gilberto Corbellini, Elisabetta Sirgiovanni, Tutta colpa del cervello. Unintroduzione alla neuroetica, Mondadori Universit, Milano, pagg. 240, 28,00

evoluzionaria

Utili e inutili speranze


di Luca Pani
a speranza sempre lultima a morire ed persino logico che sia cosi. Pochi stati danimo sono tanto strettamenteconnessiallastessavita come la speranza (e il suo contrario: la disperazione) da meritarsi un legame immediato e diretto con la sua fine. Se il nostro tono dellumore conferisce la prospettiva da cui osservare il mondo (Die Weltanschauung ) sono lasperanzao lasuaassenzache muovono il nostro cuore, la mente e il corpo per fare in modo che gli sforzi conducano al risultato, appunto, sperato. forse interessantenotare che non nutriamo alcuna speranza allinizio o alla fine di una qualunque opera madurante ilpercorsoche necessariointraprendere per portarla a termine. Appena il cervello capisce che ci sono delleragionevoli probabilit di successo o di fallimentoinizia ad elaborare una serie di valutazioni su piani paralleli che tengono conto di precise informazioni, passate esperienze, sensazioni emotive attuali e memorizzate, reazioni somatiche e interazioni ambientali, da quelle basate su relazioni diadiche

(uno a uno) a quelle con gruppi sociali complessi. Il nostro cervello riesce a fare tutto questo in modo pressoch automatico e del tuttoinconsapevole, almenoper la stragrandemaggioranza delle persone, sino ad emettere un responso che diviene cosciente in un tempo molto breve considerando le informazioni elaborate. Ci avviene grazie allimpiego di algoritmi decisionali molto com-

Nutrire aspettative su eventi irrealizzabili spesso causa di patologie depressive. Sperare deve implicare la ragionevole certezza di farcela
plessi selezionati in decine di migliaia di anni di tentativi ed errori da parte di milioni di uomini. Solo per questo dovremo avere gran cura del contenuto della nostra scatola cranica. Non esiste un diritto individuale alla speranza e la speranza non fa parte della salute umana in quanto tale, mentre vero chealimentare la speranzae ridurre la disperazione delle popolazioni ha importanti implicazioni politiche e religiose. San Tommaso definisce la speranza come attesa sicura

(certa) della beatitudine futura. La speranza dunque certezza di un risultatoattesoe nonpubasarsi solosulleillusioni. La speranza pur non possedendo ancora il bene desiderato si fonda tuttavia sul presupposto certo di possederlo. Senza alcuna certezza,nessunasperanzaed questo ilmomentobiologicoin cuilasensazione diriuscire emerge o sinabissa: quando la certezza dapossibiledivienealtamenteprobabile einfineragionevolmentesicura, inquelmomentoe solo inquel momento, tutto cambia.Alloragli sforzi sidecuplicano, lastrategia diventa chiara, lumore e la volont divengono come dicono gli psichiatri ego-sintonici ed il successo assicurato. Gravi patologie dellumoree del comportamento, purtroppo ormai sempre pi frequenti derivano invece dallego-distoniatra il volere, lideare e leseguire, quei cosiddetti stati misti in cui si vuole ci che non si pu eseguire, o si pensa quanto non possibile neppure volere. In questi casi la continuit tra la speranza e la disperazione si fanno pi evidenti non come una lopposto dellaltra, perch in effetti non lo sono, ma piuttosto quali sensori contemporanei della reale probabilit che un evento favorevole si realizzi.Uneccesso incontrollato di speranzaoltre il senso di realt rappresentato nelle forme di euforia patologica,

che inevitabilmente poi si perdono nella pi tetradisperazione e nel maleoscuro delladepressioneclinica. Due condizioni che non sono isolate quanto continue e spesso cicliche tra loro. Non un caso se gravi forme di malinconia sono spesso prodotte dallincapacit di lasciar andare una speranza inutile, il chesarebbeinvece unatteggiamento conservativo e vantaggioso. Si capisce quindi come ancheladisperazionepossa avere grande valore evolutivo, basti pensare a quanti individui si sono salvati ed hanno salvato il loro gruppodi appartenenzaper aver lasciato andare giusto in tempo un progetto che non mostrava alcuna speranza di riuscire. Per far questo per necessaria una buona dose di umilte di accettazione dei propri limiti, una mercesemprepi raraalgiornodoggi considerato quanto il mondo occidentale orientato al successo comunque e ad ogni costo. Sono passati cinquantanni dalle quattro domande di Tinbergen a cui dobbiamo cercare di rispondere, in modo complementare e separato, per capire evolutivamente se le tendenze biologiche ed etologiche a sperare o disperare possano avere cause prossimali oppure se siano solo funzioni adattative che giustifichinola permanenzanellanostraspecie di tratti del carattere tanto importanti per la sopravvivenza. Il primo punto riguarda lassetto biologico e genetico: vi sono individui pi predisposti a sperare e avere un buon umore come caratteristica temperamentale rispetto ad altri; il secondo chiedersi come un simile tratto emerga durante lontogenesi e che cosa si possa fare per favorirlo (un buon attaccamentoallefigure genitorialiper esempio aiu-

ta); il terzo riguarda la filogenesi di quel tratto e richiede inun caso come questo ricerche multidisciplinari sulletologia dei mammiferi e non solo piuttosto complesse e, infine,dobbiamo chiederciqualivantaggi conferisca possedere simili caratteri per ricavarne un possibile guadagno evolutivo e quando invece no. Abbiamo visto che la speranza si traduce in sopravvivenza (sia fisica che sociale) quando pu contare sulla ragionevole probabilit che levento sperato si realizzi, quando cio le possibilit che qualcosa si verifichi divengono significativamente maggiori di quelle per cui potrebbe non accadere. Nella situazione opposta infatti pi vantaggioso disperare che un progetto si realizzi per ottenere un vantaggio evolutivo sovrapponibile anche se di polarit opposta rispetto allinsistere ad ogni costo. Perch tutto questo accada, perch linizio del cammino della speranza venga intrapreso e il cervelloinizi ad elaborare i suoi sofisticati calcoli che oscillano tra beneficio e rischio per assolutamente necessario che i dati elaborati non si basino su false premesse o su informazioni sbagliate. A questo scopo dedicata una porzione completamente diversa del cervello umano chehailcompito di operare i riscontridi realte inqualche modo di opporsi alle continue simulazioni del possibile successo che vengono portate avanti dalla nostra corteccia pre-frontale. Quando per la simulazione viene progressivamente confermata dai riscontri di realt le chances di riuscire aumentano. Una caratteristica dei falliti cronici, spesso per questo disperati, la tendenza ad ignorare i riscontri di realt cercando di

costringere i fatti reali ai loro desideri pi o meno deliranti. Se, finalmente, la speranza ottiene dei risultatitangibili,il primoprodotto una grande carica di sano ottimismo che attrae gli altri come mosche al miele ed predittivo di nuovie maggiori successi; laddovei pessimisti sfogano la loro aggressivit sulle colpe altrui e non imparano mai dagli errori commessi disperandosi sempre di pi e facendo terra bruciata intorno a loro, gli ottimisti divengono a ragione sempre pi ottimisti. Il risultato che immancabilmente ne consegue molto contagioso. Cos come preferiamo situazioni o sostanze che conferiscano piaceree riducano lansia tendiamo ad evitare quanto produce angoscia e dolore. Sebbene possa sembrare banale queste scelte si riflettono anche sul piano sociale nel cercare, in modo spasmodico a volte, di stare vicino allepersone di buon umore, che hanno energia e sono ottimiste, lasciando al loro destino miserabilequelliche si disperanoe contribuendo, in tal modo, al loro malessere. Vi sembra tutto troppo crudele? Certamente lo , ma levoluzione, come abbiamo avuto gi modo di riportare su queste pagine, non si curadi valoricome bene o male,giusto o sbagliato, se non in unottica puramente strumentaleallasopravvivenza dei piadatti.Ricordandochela faticachesicompie pergenerareun pensiero negativo oppureuno positivo assolutamente identica, non va dubbio che chi spera sia pi adatto a sopravvivere e certamente a far sopravvivere una famiglia o un gruppo sociale, di chi invece non spera mai in un domani migliore.
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