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SPECIALE VIA CRISPI

- Luglio 2009 -
a cura di Ciro De Roma

Il “PRINCIPE DI PIEMONTE”
(chi è “costui“ ?)

Qualche mese fa ho ascoltato, nella trasmissione televisiva “L’arena” il vincitore della gara
di “Ballando con le stelle”: Emanuele Reza Ciro Renè Maria Filiberto, “Principe di
Venezia”, figlio di Vittorio Emanuele IV di Savoia, rientrato in Italia con la sua famiglia nel
2002, dopo l’abrogazione, da parte del Parlamento italiano, della norma transitoria della
Costituzione che prevedeva l’esilio per gli eredi maschi della monarchia sabauda.
Questo giovane principe, nato a Ginevra 36 anni fa, di gentile aspetto e di disinvolto
comportamento, lo stiamo vedendo sempre più spesso in televisione, sui giornali e sui
rotocalchi con dovizia di sue foto con bellissime giovani donne da lui amate nella “dorata e
frivola”. giovinezza in giro per il mondo.
I giornalisti intervenuti in quella trasmissione, tutta per lui, gli chiesero se e quanto la
vittoria di primo ballerino era dovuta alla sua bravura oppure a quell’orpello di “principe”,
tenendo ben presente che in sala la giuria tecnica si era già espressa in favore di un altro ben
più bravo ballerino, e che solo ”un certo voto esterno” gli aveva consentito vincere quella
gara. Il signor Emanuele Filiberto a quella domanda svicolò, avvalorando il sospetto che
quella vittoria da “superstar televisiva” era un test per dimostrare la simpatia del pubblico
per la sua persona al fine di ricuperare consenso alla sua real casa, caduta nella peggiore
disistima internazionale. All’altra domanda sulle sue idee politiche in Italia si schernì
affermando che “per ora mi piace solo ballare, poi ci penserò...”; nel frattempo il collage
televisivo mandato in onda complicò le sue taciute aspirazioni e mostrò l’aspra contesa tra i
due tronconi dinastici della Casa Savoia per l’eredità del titolo nobiliare di “Principe di
Piemonte”, che vuol dire Principe ereditario del “trono del regno d’Italia”(tutto virtuale).
Udimmo il battibecco a distanza tra Vittorio Emanuele IV (del ramo principale dei Savoia)
ed il cugino Amedeo, duca d’Aosta (del ramo cadetto), perchè quest’ultimo aveva nominato
Umberto, suo nipote appena nato, “Principe di Piemonte”. Infatti contro questa nomina
Vittorio Emanuele aveva reagito vivacemente, dichiarandosi unico figlio maschio di re
Umberto II e quindi erede legittimo di quel Titolo, e che pertanto i cugino Amedeo era un
“usurpatore”. Il duca Amedeo gli rispose subito ricordandogli che già dal 1983 suo padre,
re Umberto II, lo aveva diseredato perché “non vedeva il lui una personalità rispondente
alla tradizione di rigore e di rispetto delle norme a cominciare da quelle dinastiche” (Aldo
Mola, storico di Casa Savoia); cioè lo aveva diseredato perché egli aveva sposato, contro la
sua volontà, Marina Doria (non nobile, ma appartenete alla famiglia degli industriali dei
biscotti “Doria”); tanto è vero che Umberto II nominò il nipote Emanuele Filiberto
“Principe di Venezia” e non “Principe di Piemonte”.
Ohibò! Questa aspra contesa di alto valore dinastico andrà innanzi a furia di carte bollate e
chi sa quando noi, poveri orfani, sapremo chi erediterà questo titolo nobiliare: il vispo bebè
Umberto III oppure il prode ballerino Emanuele Filiberto.
Nel frattempo, per chiarirci le idee e sapere veramente di chi e di che cosa stiamo parlando,
concediamoci qualche divagazione storica ed un richiamo alla nostra Carta costituzionale.
Senza nulla togliere alla saga della Casa Savoia, la cui storia si è intrecciata negli ultimi
tempi con il nostro Risorgimento, ma anche senza sentirci in colpa per aver votato per la
Repubblica nel referendum del 1946, diciamo subito che eravamo convinti sin d’allora che
la Monarchia dei Savoia aveva già esaurito il suo ciclo storico e che ormai essa, come la
carota, teneva la parte migliore di sé sotto terra (Montanelli). E per non prenderla molto da
lontano, rileggiamo questa storia dal primo re d’Italia: Vittorio Emanuele II, uomo semplice
e rozzo (Sergio Romano). La sua fortuna fu quella di appoggiarsi a Cavour, infatti l’Unità
d’Italia fu realizzata più dall’abilità diplomatica di Cavour, che dai Savoia, che nessuno in
Europa degnava di considerazione (Francesco Cossiga). Egli sposò una sua cugina M.
Adelaide di Asburgo-Lorena (figlia della sorella di Carlo Alberto). Il loro primo figlio
maschio Umberto I sposò la cugina Margherita di Savoia (figlia del fratello di Vittorio
Emanuele II). Il fratello di Umberto I: Amedeo, duca d’Aosta (1845), darà inizio al ramo
cadetto, il quale potrà entrare nella successione dinastica solo per difetto di figli maschi o
indegni del ramo principale.
Dal matrimonio di Umberto I nacque un solo figlio: Vittorio Emanuele III (1869). Questi fu
appositamente partorito a Napoli per conquistare la simpatia dei partenopei, già sudditi della
monarchia borbonica prima dell’unità d’Italia, e gli furono imposti anche i nomi di
Gennaro, per assimilarlo alla fede popolana verso quel santo Patrono, e di Maria per inviare
un certo messaggio allo Stato Pontificio. Forse la consanguineità tra cugini dei genitori e dei
nonni produsse nel ragazzo delle malformazioni ossee, specie a carico degli arti inferiori,
per cui la sua “altezza“ fisica per l’arruolamento militare era piuttosto “bassa” (un metro e
54) e, per non farlo scartare, diminuirono per tutti i limiti minimi di altezza. Quando diventò
ufficiale gli adattarono la “sciabulella”con ironia dissero i napoletani. Il giovane principe
non si uniformò allo stile piemontese della sua casata e preferì vivere a Napoli, dove non
perse tempo e, oltre l’amante di facciata la baronessa Barracco, cercò le sciantose
goderecce, di facili costumi e senza troppe pretese. Superati i trentanni, senza nessuna
voglia di accasarsi, i genitori pensarono di procurargli una sposa adeguata, specialmente
sana e robusta, per rinvigorire l’augusto lignaggio ed assicurare un erede alla dinastia. Di
questo se ne occupò il primo ministro Crispi, che diplomaticamente interessò lo Zar di
Russia, il quale ospitava presso di sé per amicizia la numerosa prole del principe del
Montenegro: Nicola Petrovich ed assicurava istruzione ai tre maschi e buoni matrimoni alle
sei femmine. Donne senza dote ma di sana e robusta costituzione. Una di queste: Yela,
rispondeva ai requisiti richiesti e si era resa disponibile e Vittorio Emanuele, che odiava i
matrimoni combinati, era convintissimo di aver scelto autonomamente la sua sposa: Yela.
La futura regina Elena si convertì subito al cattolicesimo per ingraziarsi il Pontefice ed
arricchì la famiglia reale con cinque figli: quattro donne ed un solo maschio: Umberto II,
che fu l’ultimo re d’Italia, per un solo mese nel 1946 (il “re di maggio”). Vittorio Emanuele
III, invece, tenne il trono per ben quarantasette anni e non volle mollarlo neppure dopo la
disastrosa sconfitta della seconda guerra mondiale, voluta dal fascismo e da lui
controfirmata. Dichiarò sempre che egli non aveva cercato il trono, ma di averlo dovuto
accettare, dopo l’assassinio del padre, per non essere tacciato di viltà, e che si comportò
sempre da re costituzionale, cioè rispettoso del parlamento e del governo, per cui dovette -
supinamente – accettare il fascismo, firmare le leggi razziali e la dichiarazione di guerra.
Eppure questo fantoccio incoronato, durante la prima guerra mondiale fu sempre presente,
sia pure nelle retrovie, sul fronte e fu detto “re soldato”. Fu regnante attento e sospettoso.
Sapeva ascoltare e scegliere le persone utili alla nazione ed alla monarchia e seppe tenere
sempre sotto controllo il ramo cadetto dei Savoia, che insidiava il trono. Favorì il fascismo,
pensando di poterlo tenere al guinzaglio, ma lentamente perdette la presa e capitolò quando
Mussolini istituzionalizzò il Gran Consiglio del Fascismo, il quale doveva esprimere una
valutazione politica sulla successione dinastica, tenendo così la Corona sotto scacco e
facendo l’occhiolino al ramo cadetto della monarchia, sempre disponibile ad assumere la
reggenza nel caso il re avesse bloccato il regime. Inoltre Mussolini creò la Milizia
Volontaria fascista, a lui fedele, che rappresentava il contro-altare delle forze armate fedeli
al re. Dopo queste bastonate venne la carota. Il re diventò Imperatore d’Etiopia e poi Re
dell’Albania e, per riconoscenza, il re voleva dare al Duce un titolo di “Principe” (e farlo
diventare cugino del re), ma questi rifiutò per farsi accettare come “Primo Maresciallo
dell’Impero” (titolo che spettava solo al re, capo supremo delle forze armate) ed il re dovette
delegare al duce le sue prerogative. Poi venne Hitler in Italia e questi non riusciva a capire
perché Mussolini non si fosse ancora liberato di un re così insignificante. Le antipatie erano
reciproche, perchè il re al contrario non capiva perché Mussolini, un uomo così intelligente,
si fosse messo, con le leggi razziali, a rimorchio di un pazzo come Hitler.
Mentre costoro preparavano la seconda guerra mondiale Sua Maestà distribuiva al proprio
casato le corone acquisite. Innanzi tutto tenne per sé la corona di Re dell’Albania, che
invece doveva andare ad un Duca di Savoia, poi, per compiacere la sposa Regina Elena,
cercò di allargare il territorio del Montenegro e di porre sul trono il Principe Michele, ma
nell’alternativa pose quella corona sul capo della sua Elena. Per tenere buono il ramo
cadetto avrebbe voluto porre sul trono della Croazia suo cugino Duca Amedeo (1898), che
rifiutò, e quindi ripiegò sul fratello Aimone (1900), il quale accettò il titolo di Tomislav I,
ma non raggiunse mai Zagabria, e rimase a Roma a godersi la vita. Anche nel ramo cadetto
non mancavano le ombre.
Poi venne la tremenda seconda guerra mondiale scatenata dalla Germania, a cui l’Italia,
impreparata ed incosciente, si accodò.
Ricordo come ieri quando, alle ore 18 del 10 giugno 1940, in tutte le affollate piazze d’Italia
si attendeva il discorso del Duce via radio ed io ero lì ad ascoltarlo. Mussolini scandiva le
parole come colpi di martello su lastre di marmo e sollevavano onde di applausi oceanici.
La guerra contro la Francia e la Gran Bretagna era dichiarata e la consegna era per tutti:
Vincere! Noi, allora giovani di collegio a Taranto, ignari e confusi, tornammo a studiare
nelle nostre camerate e, per fortuna, sei mesi dopo ci trasferimmo a Martina Franca e
sfuggimmo ai bombardamenti e a quella tremenda notte dell’11 novembre 1940 dell’attacco
aereo inglese alla flotta della Marina Italiana, alla fonda nel Mar Grande. La guerra non era
più combattuta su un fronte lontano, come allora noi leggevamo sui libri di storia, ma
pendeva sulle nostre case come una diuturna minaccia aerea. Furono anni lunghi e pieni di
miseria e di angoscia che fiaccarono ogni nostra resistenza e spalancarono gli occhi al
popolo italiano, che salutò la caduta del fascismo e la fine della guerra come liberazione dal
grande incubo. L’Italia uscì dalla guerra pagando un immenso sacrificio di vite umane e di
immani rovine. Nonostante tutto ciò, non ci fu da parte del nostro popolo una immediata
intima riflessione ed una condanna esemplare dei principali responsabili della guerra. Non ci
fu una Norimberga italiana (A. Lepre). Mussolini fu fucilato dai partigiani rossi senza
processo e Vittorio Emanuele III salvò la pelle fuggendo da Roma e abbandonando la
capitale alla mercè dei tedeschi; inoltre se“Vittorio Emanuele III avesse abdicato nel 1943,
come nel 1849 aveva fatto Carlo Alberto, la monarchia avrebbe potuto sopravvivere” (M.
Smith). Il coriaceo vecchio re, non solo sopravvisse a sé stesso, ma respinse ipocritamente
le sue responsabilità sul fascismo, rovesciandole sul consenso popolare, e rifiutò
“ingenerosamente i consigli di Croce, De Nicola, Paratore di abdicare in favore del figlio
Umberto, perché lo riteneva inadatto alla successione” (Andreotti). Altri, più interessati al
potere, sostenevano che anche Umberto fosse corresponsabile del regime fascista e che
pertanto il re doveva abdicare ed Umberto doveva rinunciare in favore di suo figlio Vittorio
Emanuele, ancora minorenne, onde assicurare la reggenza a Badoglio ed il governo al conte
Sforza. Benedetto Croce, che sosteneva l’istituzione monarchica e non Vittorio Emanuele,
sperava nella sua spontanea abdicazione per coscienza e sensibilità morale, e di fronte alle
resistenze del re, propose una reggenza Maria Josè, l’unica che aveva mantenuto una
relazione con gli antifascisti. Ma il vecchio re non si rendeva contro della situazione politica
circostante e teneva duro. Solo Enrico De Nicola riuscì, con la sua “sapienza giuridica e la
voluttuosa ricerca dei sublimi cavilli”, a far accettare al re il suo progetto di Luogotenenza,
con la quale egli perdeva le prerogative di re senza abdicare. Così il 9 maggio 1946 Vittorio
Emanuele III s’imbarcò a Napoli verso l’esilio in Egitto ed un mese dopo, il 13 giugno
1946, anche il figlio, Umberto II, l’ultimo re d’Italia, volò da Roma per l’esilio in
Portogallo.
Finalmente il 1 gennaio 1948 l’Italia chiudeva definitivamente il ciclo storico della
Monarchia ed iniziava l’era della Repubblica. Restava però un contenzioso sull’immenso
patrimonio immobiliare sul territorio italiano della Casa Savoia. Già da tempo il cinico re,
con lungimiranza, aveva messo a riparo nelle banche svizzere denaro ed il tesoro della
corona (quaranta carri-merci contenenti quadri, sculture, vasi preziosi, gioielli e quant’altro)
valutato allora oltre due milioni di dollari, ed aveva “ legato” allo Stato italiano soltanto la
sua preziosa raccolta numismatica. Per queste proprietà immobiliari, il terzo comma della
XIII norma transitoria della Costituzione, prevedeva la totale confisca da parte dello Stato.
Questa norma però, approvata il 22 dicembre 1947 dalla Costituente, diventò esecutiva il 1
gennaio 1948. Tra queste due date ravvicinate si inserì il 28 dicembre 1947 la morte di
Vittorio Emanale III. Non crediamo, né vogliamo dare la stura al giallo insinuato da
qualcuno su questa morte “provvidenziale” che salvò i quattro-quinti del patrimonio paterno
(subito ereditato dalle quattro figlie principesse), per cui lo Stato potè confiscare solo quella
quinta parte ereditato dal figlio re Umberto II. Infatti “se Vittorio Emanuele III fosse morto
quattro giorni dopo, entrava in vigore la Costituzione e lo Stato avrebbe avocato anche gli
altri quattro quinti ereditati dalle principesse reali”(Andreotti).
Ma questa storia non finisce qui, perché l’ultimo rampollo dei Savoia, il ballerino Emanuele
Filiberto, dopo il rientro dall’esilio, ha chiesto allo Stato Italiano, con una bella faccia tosta,
260 milioni di euro, come risarcimento morale per gli anni di esilio comminati a lui ed al
padre.
Qualche sera dopo la suddetta trasmissione TV Rai ho ascoltato da una TV privata una
subdola pantomima: c’era un uomo attempato che andava su e giù avvolto da una grande
bandiera azzurra e declamava con voce profetica: “Miei cari giovani quando negli stadi
gridate: Forza Azzurri! ricordatevi che questa bandiera azzurra è quella di Casa Savoia.
Che “azzurre” sono le nostre radici… Che “azzurra” è la nostra speranza ed il nostro
futuro…” e così di seguito in una lunga sdolcinata sequenza a favore dei Savoia. Stando
così le cose, finalmente, il Principe, non balla più, ma organizza subdolamente la propria
squadra politica e si propone “condottiero” nelle braccia di Casini.
Gli italiani di buona memoria ricordano Vittorio Emanale III, che non voleva fare il re e
poi l’ha fatto per quarantasette anni; che non voleva abdicare a favore del figlio Umberto
II, perché non lo riteneva capace. Poi, questo effimero “re di maggio”, ha diseredato il
figlio Vittorio Emanuele perché non in regola con le norme dinastiche del sangue blu.
Quest’ultimo ha dato dell’usurpatore al cugino Amedeo d’Aosta perché aveva nominato
suo nipote in fasce “Principe di Piemonte”, cioè futuro re d’Italia, e per finire c’è
Emanuele Filiberto, primo ballerino e “Principe di Piemonte”(sub iudice), che pretende
una barca di euro dallo Stato italiano, poi si pente, perché si accorge che l’ha sparata troppo
grossa in un momento non ancora propizio per certe rivendicazioni, e cambia registro. Passa
da un intrattenimento all’altro per pubblicizzare il suo volto nuovo, giovane, bello,
disinvolto, il quale prima dice che per ora vuole soltanto ballare… poi ci penserà (alla
politica). Intanto sorride ed affida ai vari rotocalchi la collezione delle donne conquistate,
amate, lasciate e finalmente dichiara che ha messo la testa apposto con il matrimonio…
speriamo bene per lui.
Il signor Emanuele Filiberto faccia pure quel che vuole, può ballare, vendere tappeti alla
televisione, organizzare un partito, ma non ci parli più di pretese della sua casa reale, perché
il conto che questa dovrebbe pagare è tristemente lungo.
Lo scorso giugno elettorale il principe Emanuele Filiberto (aspirante erede al trono del
regno d’Italia) si è candidato come rappresentante della Repubblica Italiana al Parlamento
Europeo in barba ad un minimo di coerenza. Leggiamo anche che non ce l’ha fatta; ma ha
preso un buon… suffragio! E nel ballottaggio ha invitato i suoi elettori a votare per il
centro-destra. Sempre con coerenza e con la benedizione di Casini.

I cittadini di Grottaglie dichiarano che non è più sostenibile tenere una piazza al
centro del paese intestata ad un “Principe di Piemonte”, cioè ad un titolo nobiliare,
costituzionalmente non riconosciuto (XIV norma costituzionale), e non riferibile ad
alcuna persona fisica ben individuabile. E’ giunto pertanto il momento che quella
piazza appartenga alla nostra storia e prenda il nome di un grande concittadino: il
“SENATORE GASPARE PIGNATELLI”, sindaco di Grottaglie, che amò e rinnovò
la nostra città e fu eletto dal popolo al Parlamento italiano per quattro legislature
consecutive. Per lui votò anche buona parte della sinistra - per il bene del paese - ed al
seguito della sua salma sino al Camposanto vedemmo anche il suo maggiore avversario
politico: il comunista Angelo Fago. Quella stessa onestà intellettuale noi oggi
chiediamo ai nostri Amministratori, che con grande magnanimità, rendano onore a
questo nome, perché questo nome possa rendere onore alla storia di Grottaglie.

Ciro De Roma