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. Edizione elettronica a cura di Alessandra Carassiti.

RUMORI DI FONDO
Intrighi a margine dei misteri d'Italia e dintorni

"Questa la storia der passato Ch'era finito ed ricominciato Questa la storia der presente Che se ce guardi nun capisci gnente Ma puro la storia der futuro Chi la capisce ce p ann sicuro."

Franco Antonicelli ("Canzonetta") Regina Coeli, 10 gennaio 1944

PREMESSA
Forse non ci sarebbe bisogno di spendere altre parole: bastano quelle racchiuse nella canzonetta romanesca di Antonicelli qui collocata a distico per commentare il significato di queste pagine. Ma intanto necessario almeno un chiarimento sulla loro genesi. Gli scritti qui riuniti sono doccasione. Si tratta di articoli sparsi e apparsi mimetizzati, quasi alla macchia per la loro natura, in larga parte databili fra il 1995 ed il 1998. Credo si possa dire che siano nati per puntiglio, sollecitati dagli eventi che fino ad allora si erano verificati, a partire dal '93. Quello stato infatti un anno particolare, con uno scenario a dir poco mistificante. Al crollo dun regime costruito sulle mazzette fanno eco in quei giorni il bastone delle autobombe e la carota della maggioritaria, una sintesi degna della peggiore stagione(ce ne sono state tante)della politica italiana. Lo scenario che per si presentava in quel momento, fra arresti e suicidi eccellenti, con la liquidazione -nemmeno totale- di una classe di potere diventata ormai impresentabile e gli ulteriori colpi di coda dei suoi manutengoli, poneva pi d'ogni altro una questione essenziale: quella del passato e del suo riesame. Non un passato remoto ma prossimo, con tutti i suoi intrighi e con tutte le sue similitudini. Se si pu anzi trarre un buon insegnamento dalla storia che in essa somiglianze e analogie non sono mai casuali. La stessa opzione stragista inaugurata da Cosa nostra con il probabile fiancheggiamento di altre entit e perseguita a Roma, Firenze e Milano nell'anno delle valanghe, aveva gi radici consolidate -parimenti indecifrabili, per taluni aspetti- nelle stragi di Ciaculli e Villabate di trent'anni prima. Da qui, l'opportunit di rievocarle entrambi per un raffronto che possa fornire al lettore alcuni dati sui quali riflettere. Un altro dato, stavolta solo apparente, deriva da ci che sembra una mancanza di collegamento "organico" fra questi capitoli. Appare quasi un passaggio di palo in frasca il proporre un delitto da dolce vita accostandolo a Piazza Fontana o ad altri episodi che qui si raccontano. In realt, nella macrostoria dei misteri italiani, vi sono tante microstorie che s'incrociano con gli accadimenti principali, risvolti e persone a margine di quei fatti eclatanti sul cui ruolo non si mai potuto o voluto far chiarezza. Se c' anzi un tratto comune che lega le vicende rievocate con la vena madre dei grandi misteri nazionali questo il tratto stesso dell'ambiguit. Si prenda il caso Wanninger, fattaccio di cronaca capitolina, del quale gli indizi d'intrigo -e di ricatto- li abbiamo visti baluginare come fuochi di Sant'Elmo per oltre vent'anni. Ebbene l'uso e il ripescaggio strumentale di quel fattaccio, con il permanere dell'enigma sul vero movente del delitto, fanno il paio con tutte le altre storie attraverso cui certi poteri forti si sono scornati e compattati a vicenda, secondo le proprie convenienze. 3

Vi inoltre una persistenza di nomi, oltre che di ambiguit, negli eventi qui riesumati. Per scrivere il capitolo sull'omicidio di Christa Wanninger mi sono avvalso, tra le fonti reperite, di un singolare fascicolo di un'altrettanto singolare editrice -battezzata con una graziosa quanto eloquente "testatina" o emblema tipografico a forma di pistola sotto la quale campeggia la sigla S.P.Edit- registrata forse come agenzia stampa nel 1986 presso il tribunale di Roma. Il fascicolo, per, non reca indirizzo n altro recapito dell'editrice, ma solo un numero di casella postale. L'esemplare fa parte di un'apposita collana il cui direttore responsabile risulta essere Giulio Savelli, cio lo stesso editore presente in queste pagine e non nuovo a curiose sortite che qui si raccontano. La continuit di nomi e situazioni viene confermata anche nel caso dello spionaggio telefonico che moviment le cronache nella prima met degli anni '70, una dimostrazione casomai ce ne fosse stata la necessit- che certi pasticci trovano sovente gli stessi manipolatori. E poich l'affare delle intercettazioni, cos come risulta in realt, fu qualcosa di serio e non una commediaccia, vale la pena di aggiungere qualche parola sulle responsabilit occulte di quella e di altre strategie, senza dimenticare la pi nota di tutte e detta appunto strategia della tensione. Quest'ultima, piaccia o no, ha visto una saldatura nettissima tra un blocco di forze, moderate ed estremiste, in una sorta di cartello dell'ansia che aveva come scopo il congelamento della democrazia italiana, la revisione dei primati sociali(casa, scuola, salute, lavoro)raggiunti e soprattutto un disegno d'ingegneria costituzionale, per di pi portato avanti fino ai nostri giorni: il presidenzialismo. A farsene sostenitori in quegli anni troviamo tanto una parte cospicua del capitalismo nero che una nebulosa di formazioni politiche nate per la bisogna e non di rado finite nelle inchieste della magistratura. Dunque il passato non muore mai e mi sembrato perci giusto riproporne in tal senso particolari illuminanti, circostanze nelle quali si sono ritrovati pi d'una volta nomi e figure che hanno oggi i loro degni eredi ed epigoni. Altre pagine ancora sono invece dedicate a frangenti del tutto obnubilati come l'omicidio del piccolo albergatore siciliano Candido Ciuni, delitto dai risvolti misconosciuti avvenuto in una Palermo torbida e golpista. Il torbido non manca neppure nell'alone che circonda le gesta di un ex legionario con spiccate tendenze nostalgiche coinvolto nelle indagini sulla strage del 12 dicembre 1969, cos come ne troviamo traccia in quelle di un narcotrafficante informatore dei servizi segreti. Grazie al loro contributo possibile comprendere quanto sia stato raffinato il gioco di un'altra strategia, quella del depistaggio, costante che ha insidiato e compromesso in tutti i modi l'accertamento della verit sui crimini compiuti contro il popolo sovrano. Su questo genere d'intrighi era molto ben informato un giornalista come Mino Pecorelli, tolto dalla circolazione in una sera di marzo del 1979. La sua morte rimasta un altro mistero, ma ancora pi misteriosa la storia della pistola che lo ha ucciso e che io ho cercato di ricostruire basandomi sui pochi dati emersi in (o di?) proposito. Pecorelli era un giornalista non ortodosso, quando fu ammazzato si disse e si scrisse che era un ricattatore salvo poi molti anni dopo e in virt delle disgrazie andreottiane- trasformarlo quasi in un santino, martire dell'informazione. Comunque sia, era un uomo al corrente di tante verit inconfessabili, quelle verit che anche la stampa perbene o perbenista conosce ma non pu raccontare. Proprio alla stampa dedicata l'ultima parte di questo volumetto che con i suoi rumori di fondo mi sembra ironicamente suggellare il contenuto della presente raccolta. E adesso smetto di scrivere perch sento altri rumori, quelli alla porta d'ingresso. Qualcuno sta cercando di entrare e non credo sia un ammiratore.

LA RAGAZZA DI MAGGIO

Storia giudiziaria che si apre il 2 maggio 1963 e si conclude pi di vent'anni dopo con un colpevole che per rimane a piede libero, il caso Christa Wanninger presenta tutti gli ingredienti di un vero e proprio "affaire" italiano, una vicenda in cui la barbara uccisione di una bruna ed avvenente ragazza tedesca massacrata sul pianerottolo di un palazzo romano sembra evocare i toni di una guerra sommersa. Una guerra non del tutto percettibile nei clamori delle cronache, negli scoop improvvisi in cui si avverte la mano o la regia d'inquietanti presenze. Una guerra dove l'uso della notizia diventa un'arma, il tramite d'indecifrabili avvertimenti molto vicini al ricatto. Che quella storia possa nascondere risvolti ben diversi dal semplice omicidio ne ha immediato sentore Domenico Migliorini -capo della Squadra mobile della questura di Roma- non appena mette piede nel palazzo dove avvenuto il fattaccio, al numero 81 di via Emilia. Quella una zona "calda", tutto il perimetro che comprende via Veneto fino al Tritone nevralgico. Al numero 59 di via Sicilia, ad esempio, cio poco pi avanti della pensione dove Christa Wanninger risiedeva, neanche a farlo apposta c' la sede sotto copertura di una delle tante polizie parallele create da Umberto Federico D'Amato, il gran gourmet del Viminale. Lo sanno bene, i funzionari della mobile. Come sanno della lotta senza quartiere che si svolta fra gli amici dello chef e il questore Carmelo Marzano, una faida che ha pure avuto dei momenti grotteschi(1). La conferma ai sospetti di Migliorini arriva per con l'interrogatorio di Gerda Hoddapp. Il capo della mobile un segugio esperto, di buon fiuto, e intuisce subito che la versione della donna, amica della vittima e inquilina dell'appartamento davanti al quale la Wanninger stata ammazzata a coltellate, non si regge in piedi neppure con la colla. "Dormivo -dichiarer la Hoddapp ai poliziotti- e non ho sentito niente. Mi sono svegliata soltanto quando ho sentito la sirena dell'ambulanza; pensavo quasi di sognare, poi ho sentito un frastuono provenire dalle scale e dopo qualche minuto mi sono resa conto che bussavano alla mia porta"(2). A bussare sono proprio i poliziotti quando vedono quella porta chiusa, l'unica di tutto il palazzo rimasta sbarrata anche dopo l'arrivo di curiosi, giornalisti e paparazzi. Gerda appare in vestaglia, occhi socchiusi e capelli scarmigliati come se si fosse appena alzata dal letto: eppure sono le due del pomeriggio passate. Davanti alla folla sbalordita dalla sua apparizione, dopo aver gettato un grido nel vedere a terra il corpo massacrato dell'amica, singhiozza d'aver preso un sonnifero la sera prima, per questo non ha sentito nulla. Migliorini non le crede, la incalza di domande fino a farle sfuggire che Christa le ha telefonato quella mattina annunciandole che sarebbe passata a trovarla per quell'ora. Ed cos che Migliorini si convince che la donna sta mentendo: com' possibile, infatti, che i rumori dell'aggressione fuori la porta, le urla della Wanninger, l'arrivo dei primi soccorritori, il battere con insistenza sull'uscio -prima della custode del palazzo, Francesca Barbonetti, e poi degli altri condmini- non sono riusciti a svegliarla quando bastato un trillo del telefono? I giornali si occuperanno del delitto per giorni e giorni, senza sosta, ripercorrendo al centimetro la vita della vittima e della sua enigmatica conoscente. Viene addirittura lanciato un concorso invitando i lettori a suggerire la soluzione del giallo mentre si cerca di dare un volto all'aggressore, un misterioso "uomo in blu" visto scendere tranquillamente le scale dopo l'omicidio. I primi indiziati sono gli amanti, gli amici ed accompagnatori occasionali delle due donne, ma tutti sembrano avere un alibi di ferro. Migliorini, pur non abbandonando l'ipotesi che Gerda Hoddapp sappia bene chi e perch ha ucciso Christa, al momento non ha indizi 5

per poterla inchiodare. Questo per non significa che il capo della mobile sia deciso a mollarla. Dalla borsetta della sua amica trovata sul pianerottolo sono venute fuori due agendine, altre tre saranno rinvenute nella pensione dove la ragazza alloggiava. Tutte sono zeppe di nomi, nomi che anche Gerda conosce, nomi che non saranno mai resi noti e che scatenano la fantasia dei cronisti in un tema univoco: chi era, in realt, Christa Wanninger? Il ritratto della vittima controverso, spesso a met strada fra la puttana e la santa, una brava ragazza -ma non troppo- calata a Roma per fare fortuna, come tante. E dove pu mai far fortuna una bella straniera di ventitre anni a Roma, nella Roma della "Dolce Vita", se non nel mondo del cinema? Sar proprio il cinema, per, a riservare qualche sorpresa quando si accerta che, prima di arrivare in Italia, Christa "era stata impiegata a Monaco in una societ di riprese cinematografiche, la <Telefilm>, di cui era direttore Anton Kirchdorfer, il marito della sorella Gertrud"(3). Il nome di Anton Kirchdorfer, cognato di Christa, balza fuori in un occasione quantomeno fortuita. E' amico di un giornalista un certo Obermaier- che durante il carnevale 1963 ha presentato alla ragazza Raimondo Riffeser. Questi il fratello di Bruno Riffeser, genero e "factotum"(4) del cavalier Attilio Monti, industriale dello zucchero, petroliere ed editore nonch ras della cosiddetta finanza nera italiana. Si apprender anni dopo che nel corso d'indagini su finanziamenti industriali alle trame eversive di destra, un altro giornalista -Lando Dell'Amico- viene trovato in possesso di una velina dei servizi segreti in cui si fa riferimento proprio al caso Wanninger e alla direttiva di tener fuori da quell'intrigo il buon nome dei Riffeser. Per la cronaca, Bruno Riffeser finir poi suicida nella villa del suocero a Cap d'Antibes, in Francia. L'attivit cinematografica di Anton Kirchdorfer presente senza che costui sia nominato anche nel ricordo di Edgardo Pellegrini, uno dei coautori del bestseller "La Strage di Stato". Pellegrini, ai tempi del delitto Wanninger, lavorava come cronista seguendone gli sviluppi e racconta di come fu "sbattuto fuori a calci e spintoni da uno strano ufficio di uno strano produttore tedesco che film non ne produceva"(5). Aggiunge poi di aver fatto in tempo a notare sulla scrivania di questi una lettera recante l'intestazione "Permindex", una societ il cui proprietario era nientemeno che Clay Shaw, petroliere americano implicato -secondo il procuratore Jim Garrison- nel complotto dell'assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy. Pellegrini sostiene inoltre che la "Permindex" finanziasse "i neofascisti in Italia e in Sud Tirolo"(6) grazie anche al suo fiduciario che di l a poco diventer celebre: Michele Sindona. Il primo interrogatorio di Gerda Hoddapp comincia poche ore dopo il delitto e si protrae fino alle cinque del mattino successivo. La porta del suo appartamento "era rimasta chiusa per circa venti minuti"(7) prima che si aprisse agli uomini della mobile e soltanto dopo che la donna gi in questura da parecchio Migliorini pu disporre la perquisizione dei locali da parte della "scientifica". Un ritardo che ha una spiegazione nella mancanza di un mandato non sottoscritto subito dal giudice, ma micidiale per l'esito delle indagini. L'appartamento di Gerda ha un doppio ingresso. Su una delle due porte viene riscontrata un'impronta palmare, come il segno di una spinta: forse quella dell'assassino, l'uomo in blu visto scendere le scale. Per non detto che sia stato proprio lui ad uccidere Christa. Quell'uomo, anzi, potrebbe essere una figura diversiva, la lepre finta che attira l'attenzione dei testimoni mentre il vero killer trova riparo nello stesso palazzo, forse proprio nell'appartamento di Gerda. Perch no? In fondo, se l'omicidio premeditato come sospetta Migliorini, perch non pensare ad un'ipotesi del genere? Venti minuti sono un'eternit per eclissarsi in un nascondiglio predisposto, un nascondiglio dal quale uscire appena le acque si sono calmate. E prima del mandato nessuno ha potuto spingersi oltre l'ingresso di quell'appartamento, perquisirlo da cima a fondo spostando mobili, aprendo ripostigli o frugando negli armadi. 6

Migliorini si danna per questa trascuratezza forzata, convinto che la chiave del delitto sia in quel palazzo, lui avrebbe frugato casa per casa se gli fosse stato possibile. S, ci sono troppe circostanze strane su quell'appartamento: dal doppio ingresso che immette in un ufficio, all'impronta sulla porta, fino al comportamento sconcertante di Gerda Hoddapp. Quest'ultima ha un amante quasi stabile, Giorgio Brunelli, commerciante di liquori con interessi in altri campi. E' di fronte all'atteggiamento dell'uomo -tutt'altro che benevolo verso di lei negli interrogatori- che Gerda comincia a parlare dei suoi affari citando "misteriosi incontri con un certo Holtzmann, di Buenos Aires; con un avvocato che diceva di lavorare presso il ministero degli Esteri e soprattutto con un americano, Hough"(8). I rapporti di Brunelli, nel racconto della Hoddapp, raggiungono anche la base Nato di Napoli, attraverso il direttore delle esportazioni di un gruppo che si occupa delle forniture ai militari di quell'insediamento. Ma ad intrattenere rapporti con quella base c' anche il cavalier Attilio Monti, parte del carburante che esce dalle sue raffinerie destinato alle navi della Sesta Flotta di stanza nel Mediterraneo. Direttore generale e azionista della Sarom (societ azionaria raffinazione olii minerali)nonch di altre imprese e stabilimenti il genero, Bruno Riffeser, che ha un fratello -come si visto- un po' troppo incauto nelle frequentazioni, almeno durante le festivit. Raimondo Riffeser, infatti, nel giorno di Pasqua, pochi giorni prima del delitto, ha ospitato nella sua casa romana Kirchdorfer, Gerda e Christa. I tre sono andati a trovarlo dopo che la Wanninger ha litigato con il suo fidanzato italiano, Angelo Galassi, che pare conoscere Riffeser come questi, plausibilmente, conosce Brunelli. Kirchdorfer sar ancora ospite di Riffeser il 3 maggio quando, da Monaco, torna in Italia per seguire le indagini sull'omicidio: naturalmente i due si sentono prima che il tedesco metta piede in questura. In questo giro di legami che s'intrecciano in amicizie pi o meno affettuose con gli affari di Brunelli -che ha anche provato a mollare Gerda per Christa- i poliziotti non possono nascondere la loro perplessit allorch l'amante della Hoddapp dichiara di non sapere che "la sua attivit e quella di Gerda fossero oggetto di controllo da parte dei Carabinieri del Sifar"(9), il servizio informazioni militari ancora sotto il dominio nemmeno tanto occulto di Sua Eccellenza Giovanni De Lorenzo. Malgrado abbia lasciato la poltrona di direttore del servizio per andare a sedersi su quella di Comandante supremo della Benemerita, nel 1963 la massiccia operazione di schedatura voluta da De Lorenzo prosegue tranquillamente. Al Sifar c' Egidio Viggiani, suo fidatissimo che durer poco, in tutti i sensi. La fascicolazione del mondo politico, sindacale ed imprenditoriale, anzi, avr persino un'impennata in quel periodo, forse in vista di un piano -detto "Solo"- che il generale col monocolo tiene pronto in caso di necessit. Ovvio, poi, che a De Lorenzo interessino per prima cosa le notizie piccanti e gli argomenti scabrosi sulla vita di quei personaggi messi sotto traccia. Il Sifar conta un'infinit di collaboratori esterni, tra questi proprio Lando Dell'Amico, il giornalista trovato con la velina Riffeser. Ma anche vero che certe informazioni vanno cercate negli ambienti giusti, magari infiltrandoli proprio laddove le umane debolezze trovano meglio il loro sfogo. E mentre Brunelli ignora o dice di ignorare le attenzioni del Sifar, Migliorini pensa a quelle cinque agendine possedute da Christa e piene di nominativi come quelle della "ragazza Rosemarie", il personaggio creato dallo scrittore Eric Kuby e reso celebre da un film con Nadja Tiller. Nella storia di una squillo d'alto bordo che viene a conoscenza di particolari scottanti sui suoi facoltosi amici e che perci finisce ammazzata, forse ci sono analogie con il destino della Wanninger. Solo che il capo della mobile ignora a sua volta un particolare importante: non sa ancora che il Sifar, fra poco, si far vivo per davvero spostando le indagini su una strada lontana da via Emilia e dal civico n81. Gerda Hoddapp soggiorna a Rebibbia giusto due 7

mesi, uscendone con l'accusa di favoreggiamento in omicidio e il rinvio a giudizio in libert vigilata. Migliorini -che l'avrebbe lasciata volentieri dietro le sbarre- le ha fatto ritirare il passaporto disponendo ogni misura per tenerla d'occhio, i controlli dureranno "oltre due anni"(10), poi l'austriaca di Achern lascer l'Italia con uno strano provvedimento di espulsione dopo essere stata prosciolta per insufficienza di prove. E' in questo intervallo che si verifica il fatto imprevisto dal capo della Squadra mobile. Nel pomeriggio del 6 marzo 1964 una telefonata raggiunge il quotidiano "Momento Sera". Il caso Wanninger, sulla stampa, prosegue con alterne fortune, l'ultimo scoop lo ha agguantato il settimanale tedesco "Quick" pubblicando le lettere autografe di Christa, ma ben poco rispetto a quello che sta per succedere. Quando Maurizio Mengoni, cronista di turno al "Momento Sera", solleva il ricevitore e ascolta l'uomo che ha chiamato, pensa in un primo momento che si tratti del solito mitomane. Lo sconosciuto, inoltre, intende offrire al suo giornale -"il pi povero di Roma"(11)- la verit sull'omicidio per la modica cifra di cinque milioni. Mengoni temporeggia, dice di richiamarlo fra un paio d'ore perch ne deve parlare al direttore. Poi, chiusa la comunicazione, avverte i carabinieri. Ma perch proprio i carabinieri quando la questura a seguire le indagini? Due ore pi tardi, prodigi dell'efficienza, gi tutto predisposto per intercettare la telefonata e stabilirne la zona di provenienza. L'apparecchio squilla puntuale, Mengoni trattiene lo sconosciuto per il tempo necessario alla Benemerita onde precipitarsi in Piazza San Silvestro e bloccarlo nella cabina telefonica da dove sta ancora parlando col cronista. E' cos che entra in scena Guido Pierri, scapolo, impiegato presso un istituto scolastico di via Somalia e residente in una stanza d'albergo da cui vengono fuori alcuni quaderni "pieni di note introspettive che delineano progressivamente i tratti di una personalit psicopatica"(12). Pierri trovato in possesso di un coltello da caccia, dichiara di aver tentato, con quella telefonata, una truffa per cavarci un po' di danaro e di avere scritto le sue note deliranti suggestionato dagli articoli sul delitto. I quaderni narrano dei suoi appostamenti e pedinamenti femminili, in particolare quelli di tre donne senza nome su cui si sono accentrati i suoi morbosi desideri, desideri di morte. I carabinieri non faticano molto ad individuare due dei soggetti presi di mira dall'autore, si tratta di un'affittacamere e la sua ospite. Le due donne, rintracciate e poste a confronto con Pierri, lo riconoscono come l'uomo che qualche mese prima, tramite un'inserzione, le aveva avvicinate in cerca di una camera per la sorella. La descrizione della terza donna, invece, sembra corrispondere perfettamente con quella di Christa Wanninger. Senza un alibi preciso per il giorno del delitto, Pierri viene messo a confronto anche con le persone che nel palazzo di via Emilia hanno visto l'uomo in blu, ma il risultato contrastante. Francesca Barbonetti, la custode, pur avendo scambiato il 2 maggio qualche battuta faccia a faccia con quella persona, non la riconosce nelle fattezze di Pierri. Non molto meglio va con gli altri testimoni che ne ravvedono una qualche rassomiglianza con l'uomo che hanno notato, ma niente di pi. Ci malgrado, il tenente colonnello Margiotta inoltra alla Procura della Repubblica richiesta di rinvio a giudizio contro l'indiziato, una richiesta sonoramente bocciata dalla magistratura. Tuttavia quel polverone almeno un risultato riuscito a raggiungerlo: lo smontaggio del paziente -e forse troppo pericoloso- lavoro d'indagine di Migliorini e della sua Squadra. Il capo della mobile sar poi promosso questore e inviato a Palermo. Nel 1971 il delitto di via Emilia uno dei tanti crimini dimenticati di una Roma divenuta nel frattempo sempre pi torbida e feroce, ma a riportarne la memoria ai lettori intervengono due fatti nuovi. Il primo riguarda l'istanza presentata alla magistratura italiana dai legali della famiglia Wanninger per la riapertura dell'inchiesta; il secondo costituito dall'ampio reportage di una rivista tedesca -al solito, la sempre ben informata "Quick"- che riuscita ad assicurarsi 8

le copie dei quaderni di Pierri i cui originali sembravano essere stati distrutti(13) per mano dell'autore, una volta prosciolto. Quelle fotocopie, si mormora, forse sono uscite dal vecchio Sifar ora diventato Sid:ma in che modo? Spunta fuori un nome, Renzo Mambrini. Chi costui? Per alcuni uno dei militi che la sera di quel marzo '64 avrebbero arrestato Pierri a Piazza San Silvestro(14), anche se, per ammissione sua, sembra invece "nonessersi mai occupato ufficialmente delle indagini e di non aver mai conosciuto Pierri"(15). Sia come sia, Renzo Mambrini qualcosa di pi di un ex maresciallo della Benemerita, lo dimostrano i lunghi periodi passati all'estero -soprattutto a Londra- oltre alla sua perfetta conoscenza delle lingue straniere. Ma a maggior merito c' anche il lavoro svolto come addetto stampa del generalissimo De Lorenzo. Congedato dall'Arma, Mabrini si avvicina al giornalismo e a Cefis, venendo assunto per un certo periodo alla SNAM di Monterotondo come capo dei servizi di vigilanza. In quello stesso 1971 Eugenio Cefis ha completato la sua scalata all'impero Montedison(16), il faraone della chimica italiana gi in ottimi rapporti con Carlo Pesenti, cementiere ed azionista di uno dei feudi dell'immensa holding nata dalla fusione EdisonMontecatini. I rapporti con Attilio Monti, invece, sono pi complessi. I due hanno entrambi la stessa idea che la politica debba essere asservita al loro tornaconto, la convivenza possibile, ma il cavaliere non meno tosto di carattere n meno spregiudicato negli affari: forse va ammonito. E il caso Christa Wanninger si presta bene come segnale. Tutto fa brodo, anche le vecchie storie che sembrano dormire negli archivi, ma in quel risveglio c' ben poco di accidentale se vero che Mambrini, "proclamandosi certo che Pierri fosse implicato nel delitto"(17), ha fatto del suo meglio perch venissero pubblicate le parti fotocopiate dai carabinieri. N si concede soste, l'ex maresciallo. Nel 1973 pubblica e diffonde a "proprie" spese un romanzo che ha scritto ispirandosi alla sorte della sventurata ragazza di via Emilia. In esso, rievoca l'omicidio ritoccando nomi, luoghi ed epoca affinch non vi siano "nel racconto, personaggio n fatto alcuno che abbia rispondenza con persone esistenti"(18), ma si tratta di una precauzione del tutto gratuita. Visto che il successo del libro non dev'essere cos entusiasmante o forse per ragioni meno decifrabili, Mambrini si decide a portare le sue convinzioni fino alle estreme conseguenze e nel 1974 presenta un esposto-denuncia contro Guido Pierri. Probabilmente esagera, perch nello stesso anno -il 26 novembre- muore in un incidente stradale andando a sbattere contro un autotreno sulla via Cassia: una fine che forse suggella il ruolo e l'utilit da lui ricoperti fino a quel momento. Gli sforzi dell'ex maresciallo non andranno comunque persi del tutto. Il giudice Nicol Amato dispone una nuova perizia psichiatrica sugli scritti di Pierri affidandola a due consulenti, uno dei quali il professor Aldo Semerari che -anni dopo- trover una morte orrenda. La perizia, tutto sommato, indulgente: Pierri viene definito una natura schizofrenica ma non pi pericolosa, in sintesi la motivazione che mander a piede libero l'imputato nei successivi dibattimenti. Un primo verdetto lo assolve per insufficienza di prove, il secondo lo riconosce colpevole di omicidio aggravato ma incapace d'intendere e di volere al momento del reato, il terzo conferma la sua non punibilit. Sotto il profilo penale la storia finisce qui, scompare l'ombra del Sifar come le agendine con gli oltre centoquaranta nomi annotati dalla vittima. Per il mistero irrisolto di Christa Wanninger, ragazza di un maggio ormai lontano, cala un sipario pieno di buchi. Un sipario di panni sporchi.

NOTE
(1) Alessandro Silj, "Malpaese", Donzelli, Roma (pagina 48); Giuseppe De Lutiis, "Storia dei Servizi segreti in Italia", Editori Riuniti, Roma (pagina 51) (2) Felice Borsato, "Siena Monza chiama Doppia Vela 21", Ciarrapico Editore, Roma, (pagina 15) (3) Paolo E. Messeliere, "Il mistero di Christa Wanninger", S.P.EDIT, Roma, (pagina 23) (4) Ibidem, pagina 69 (5) AA.VV., "La Strage di Stato", B.I.M-Leoncavallo-Odradek, (nuova edizione, pagina 163) (6) Ibidem, pagina 164 (7) Borsato, op. cit.,( pagina 7) (8) Messeliere, op. cit.,(pagina 39) (9) Ibidem, pagina 40 (10) Borsato, op. cit.,(pagina 94) (11) Messeliere, op. cit.,(pagina 50) (12) Ibidem, pagina 51 (13) Ibidem, pagina 64 (14) Borsato, op. cit.,(pagina 109 e seg.) (15) Messeliere, op. cit.,(pagina 68) (16) Angiolo Silvio Ori, "L'Affare Montedison", Settedidenari, s.l., 1971 (17) Messeliere, op. cit.,(pagina 67) (18) Renzo Mambrini, "Christa", Edizioni dell'Acquario, Roma, 1973

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LA STRAGE AMBIGUA

Brancati, siciliano, in uno dei suoi libri pi intimi afferma che senza memoria "il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra priva di spessore"(1). Ma c' qualcosa di peggio del perdere la memoria: il non considerare le circostanze di un evento quando questo si chiude definitivamente con una versione che le stesse circostanze sembrano contraddire. Tra Ciaculli e Villabate, nei dintorni di Palermo, il 30 giugno 1963 esplodono a distanza di poche ore l'una dall'altra due autovetture Alfa Romeo modello Giulietta imbottite di tritolo causando la morte di nove persone. Una tragica fatalit -si dice- non essendo quei nove innocenti i veri obiettivi degli attentati. Le premesse sembrano smentirlo perch quello solo l'ultimo atto di una guerra feroce, una guerra di mafia che nella sua escalation ha visto contrapporsi le onorate famiglie dei fratelli Angelo e Salvatore La Barbera a quella dei cugini Greco, appunto di Ciaculli, una contrada a quattro chilometri dal capoluogo palermitano. Da oltre tre anni questa guerra insanguina il territorio e senza che nessuno muova un dito per fermarla, si nega addirittura la matrice di quei delitti definiti s opera di criminali, ma tutt'altro che affiliati ad un'organizzazione composita. A pensarla diversamente sono i rapporti di carabinieri e polizia che restano ad impolverirsi negli archivi delle caserme, in quelli della questura o nei cassetti del Palazzo di Giustizia dove appena andato ad insediarsi il dottor Pietro Scaglione. Lo scenario politico vede invece uomini come i rampanti Lima e Ciancimino o i gi affermati Giovanni Gioia e Bernardo Mattarella quale migliore espressione di una classe di potere per la quale la mafia continua a non esistere. L'evidenza negata culmina nella notte fra il 29 e il 30 di un giugno caldissimo, quando in corso Vittorio Emanuele, a Villabate, due giovani panettieri -Giuseppe Tesauro e Giuseppe Castello- escono dal locale dove lavorano per godersi un po' di fresco. Proprio di fronte al forno c' un'autorimessa il cui proprietario Giovanni Di Peri che abita ai piani superiori dello stabile dove questa ubicata. Di Peri legato solo da una mezza parentela ai Greco, ma ci basta a trasformarlo in vittima designata o, quantomeno, in soggetto da ammonire pesantemente. Non c' anima viva neanche Pietro Cannizzaro, il guardiano dell'autorimessa- ad aver notato la Giulietta parcheggiata proprio l davanti. Ad accorgersene sono i due fornai perch dalla vettura esce del fumo, Tesauro si avvicina alla macchina quando un bagliore e un boato tremendo lo investono in pieno, disintegrandolo. Lo scoppio distrugge anche l'autorimessa uccidendo Cannizzaro e ferendo gravemente Castello. Il secondo attentato si verifica quindici ore pi tardi, non senza quegli elementi dindecifrabilit che permarranno a dispetto dei resoconti particolareggiati sulla strage: Verso le undici di quella stessa mattina, a Ciaculli, nel fondo <Sirena> dei fratelli Salvatore e Giovanni Prestifilippo, c una Giulietta con una gomma a terra, gli sportelli aperti e una bombola di gas sul sedile posteriore(2). Quando la vettura viene avvistata, dunque, la notizia dellautobomba esplosa durante la notte nella vicina Villabate corre gi sulla bocca di molti, ma intorno allindicazione della macchina nel fondo dei Prestifilippo graver -senza mai essere smentita- una voce. La voce di una segnalazione anonima, una telefonata che avverte i carabinieri spingendoli sul luogo del ritrovamento. Forse la voce al telefono precisa anche la presenza di una bomba a bordo del veicolo o forse vuole soltanto accertarsi che siano proprio loro, i carabinieri, ad arrivare alla vettura. Quel che certo che a guidarli ci sar un giovane e brillante ufficiale dellArma.

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Per quanto giovane, il tenente Mario Malausa tuttaltro che sprovveduto in materia di mafia. Proviene da Cuneo, dove ha prestato servizio, e ha una qualche affinit di carattere con il maggiore Carlo Alberto Dalla Chiesa, nativo di Saluzzo, che gi stato in Sicilia negli anni caldi del banditismo e di l ad un lustro vi torner col grado di colonnello. Ma a differenza di questi, Malausa molto meno pragmatico: non sa o non vuole adeguarsi a quei frangenti che talvolta impongono una prudenza calcolata, quel tanto almeno dal non far trasparire mai neppure con i superiori- idee personali ed iniziative poco ortodosse. Appena cinque mesi prima di quel 30 giugno Malausa ha firmato un rapporto dettagliato, pieno di nomi e di amicizie imbarazzanti sugli uomini donore da lui indagati. Quel documento rimane senza alcun riscontro, eppure parla chiaro: racconta usi, costumi e relazioni dei pezzi da novanta che, a conferma del peso che avevano nella gerarchia mafiosa(3), finiranno quasi tutti nel primo storico maxiprocesso presso la Corte di Catanzaro. Ma se ci sia un nesso o no tra il rapporto da lui firmato e il destino che lo aspetta, in ogni caso il tenente a trovarsi quel giorno nel fondo dei Prestifilippo: che gli competa o meno la zona, abbia ricevuto lordine di spostarsi laggi o ci sia andato su propria iniziativa importa poco dal momento che lufficiale avverte subito qualcosa di strano. La Giulietta scoppiata a Villabate, ad esempio, aveva un sistema dinnesco diverso, forse una miccia a tempo che ha provocato il fumo notato dai due fornai. Questa, invece, presenta una bombola di gas collegata con dei fili ad una carica di esplosivo bene in vista. E plausibile che la bucatura della ruota abbia impedito ai passeggeri di raggiungere il loro obiettivo, ma lo altrettanto labbandonare cos una macchina per un banale contrattempo? La faccenda non quadra e Malausa, a scanso di rischi, intima al drappello di non toccare niente e di aspettare larrivo degli artificieri. Alle quattro del pomeriggio si presentano il maresciallo dellesercito Pasquale Nuccio ed il soldato Giorgio Ciacci. Con loro c anche il maresciallo di polizia Silvio Corrao, venuto a dare unocchiata. Nellintervallo fra il piantonamento ed il loro arrivo non accertato se Malausa abbia potuto esprimere le sue perplessit ai superiori per quella strana anomalia, ma Nuccio -si afferma- uno che conosce il mestiere, ha esperienza. Il guaio che Nuccio ha esperienza in disinneschi tradizionali, non in quelli civetta. Ignora del tutto la possibilit di un sistema a doppia carica installato a bordo della Giulietta -proprio nel portabagagli dove, di solito, alloggiata la ruota di scorta- e si limita ad ispezionare solo scocca e abitacolo della vettura prima di rendere inoffensivo lordigno di richiamo. Quando tutto sembra finito e la bombola rimossa, un pi rincuorato Malausa apre il portello del bagagliaio saltando in aria con i carabinieri Calogero Vaccaro, Eugenio Altomare e Marino Fardelli. Nellesplosione perdono la vita anche Nuccio, Corrao e Ciacci. Uno scempio, il resto dei corpi e delle lamiere si spargeranno in un raggio di 200 metri(4). La retorica indignazione degli editoriali pubblicati sui principali quotidiani del giorno dopo non serve a fugare gli inquietanti interrogativi legati alla strage, in essi vi rabbia, dolore, sgomento e persino lo spazio per lesternazione del generale Aldo De Marco, comandante della regione militare siciliana, che arriva a dire:Prendete tutti i pregiudicati della zona, metteteli dentro per ordine mio. Li passiamo sotto torchio e vediamo cosa ne esce. Oppure sparate a vista sui delinquenti. Andr in galera ma non si pu, non si pu pi andare avanti cos(5). Per fortuna sparare nel mucchio o ricorrere alla tortura non sar necessario e ci che non sono riusciti a fare informative e rapporti come quello steso da Malausa lo produce adesso la strage con una eccezionale serie di retate e, soprattutto, con il varo atteso da anni della Commissione parlamentare dinchiesta sulla mafia. Fin dal primo momento la Commissione parlamentare non ha vita facile. Tra le mille difficolt in cui simbatte e il prevedibile disaccordo fra i suoi stessi componenti, c anche 12

lostruzionismo di coloro che dovrebbero agevolarne i lavori. Esemplare in tal senso lacquisizione del rapporto Malausa, acquisizione boicottata a lungo dal Comando Carabinieri presso cui il documento conservato. Nella seduta del 28 marzo 1969, giorno della deposizione del colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante della Legione di Palermo, il senatore Girolamo Li Causi rammenta che nel gennaio 1964, in occasione della sua prima visita in Sicilia, la Commissione aveva fatto prelevare presso il comando i rapporti Malausa(6). Si badi bene, Li Causi parla di rapporti -non di uno- segno che ne esiste almeno un altro meno depurato nelle sue parti pi scabrose. E infatti il senatore aggiunge: In primo luogo, il rapporto presentava indicazioni difformi nelle due versioni; questo rapporto non ebbe nessuna efficacia finch non avvennero i fatti di Ciaculli; terzo, ci fu un momento di grave tensione tra il comandante di allora -mi sembra si chiamasse Fazio- e la Commissione perch(costui)si rifiutava di dare allAntimafia questi elenchi(7). Alla domanda sul perch di quelle contrariet e sui motivi per i quali ci che Malausa aveva raccontato nel suo rapporto fosse rimasto privo di attenzione, il colonnello Dalla Chiesa dichiara di non saper rispondere in quanto, allepoca dei fatti, lui non era ancora tornato in Sicilia. La sua una risposta elusiva solo in apparenza. In realt, il nuovo comandante non solo conosce la natura di quelle omissioni ma sta anche aggiornando e integrando lindagine compiuta sei anni prima da Malausa. Il colonnello sa inoltre che occhi indiscreti potrebbero posarsi sui verbali della sua audizione e lui non ancora pronto a scoprire le carte. Lo sar un anno dopo -il 4 novembre 1970- quando, riascoltato dallAntimafia, dimostrer di conoscere perfettamente i meccanismi di contiguit tra potere politico e criminale, tanto che a suo avviso basterebbe prendere in blocco le 1200 varianti che ci sono state al piano regolatore(8) approvato dal comune di Palermo per cominciare a fare sul serio. Quelle varianti, sembra intendere, sono gi state analizzate dal suo staff ed hanno tutte un minimo comune denominatore in Vito Ciancimino, ossia nello stesso uomo politico il cui nome era gi noto quando il tenente stendeva il suo rapporto. Non per nulla due mesi pi tardi, il 15 gennaio del 1971, la Legione carabinieri di Palermo trasmette alla Commissione, per cura e per conto di Dalla Chiesa, uno studio rigoroso sulla carriera di Ciancimino, integrandola con tutti i particolari sui legami disinvolti del personaggio. Mentre le relazioni fra i carabinieri di Palermo e lAntimafia subiscono un netto miglioramento, ancora nel 1972 la cortina di censure sulle notizie raccolte da Malausa in tema di collusioni seguita a persistere. I dati contenuti nel rapporto sono resi pubblici col contagocce e sempre in termini limitati e ultraprudenti(9). Se ne apprende perci soltanto la parte che riguarda alcuni boss di borgata, con la riserva -beninteso- che il documento(nelle entrambi due versioni commentate da Li Causi)non sia stato gi oggetto di modifiche e aggiustamenti nel suo contenuto originale. Tra i soggetti che vi sono segnalati ce n uno che vanta aderenze e amicizie alla regione siciliana, alla prefettura, alla questura e in molti altri enti statali(10). Di un altro, lo si descrive come padrone di casa(11) della stessa questura essendo costui proprietario dellimmobile adibito a garage per gli automezzi della polizia. Non mancano i profili di Leonardo Vitale, primo pentito storico di Cosa nostra, e quello di Pietro Torretta, capo-mandamento dellUditore e uomo di massimo rispetto(12). Torretta -appena pochi giorni prima di Ciaculli, il 19 giugno- si reso organizzatore dellomicidio di Girolamo Conigliaro e di Pietro Garofalo, due mafiosi della fazione Greco attirati in casa sua col pretesto di una trattativa. Ad aiutare il boss nelleliminazione dei due avversari c un uomo donore chiamato Tommaso Buscetta che parteggia per i La Barbera, alleati di don Pietro. Molti anni dopo, da collaboratore di giustizia, Buscetta racconter che la guerra tra i La Barbera e i Greco stata provocata con linganno da Michele Cavataio -un 13

sanguinario killer della famiglia Torretta- che nel calcolo di unascesa pi rapida ai vertici di Cosa nostra ha deliberatamente soppresso un corriere di droga legato alla cosca di Ciaculli, scatenando cos la rabbiosa vendetta dei Greco. Cavataio sar anche sospettato -sempre nel racconto buscettiano- di avere ordito il macello delle due autobombe che mette in crisi, con londata di arresti che ne consegue, lintera organizzazione di Cosa nostra. I conti con lui, comunque, si chiuderanno sei anni dopo, il 10 dicembre 1969, in una furibonda sparatoria negli uffici in via Lazio, a Palermo, del costruttore Girolamo Moncada. Notevole anche il tranello cui fanno ricorso i suoi assassini: travestiti da poliziotti si presentano alla porta come per un normale controllo e non appena luscio si apre fanno irruzione sparando a raffica. Cavataio muore con le armi in pugno, come si conviene ad un boss diventato leggenda fra i picciotti delle onorate famiglie. Con lui restano a terra i suoi guardaspalle -Francesco Tumminello e Salvatore Bevilacqua- ma anche uno del commando e il custode dei Moncada ci lasciano la pelle. Leco della strage di via Lazio, per, viene smorzata in meno di quarantotto ore da un massacro ben pi grave ed oscuro: quello di Piazza Fontana, a Milano. Se la fuga dalla clinica in cui ricoverato segna -appena il mese prima, 19 novembrela nuova latitanza di Luciano Liggio ed direttamente collegata alla fine di Michele Cavataio, c anche chi arriva ad intravedere fra i due episodi un richiamo sinistro con lattentato alla Banca Nazionale dellAgricoltura(13) e, dunque, con unevoluzione sconvolgente e torbida dei rapporti tra mafia e politica. Lipotesi davvero tremenda, ma sfiora anche le valutazioni conclusive della relazione di minoranza della Commissione Antimafia(14). Non mancheranno, in effetti, occasioni realmente consociative tra Cosa nostra ed altre indecifrabili entit in progetti eversivi(golpe Borghese)e nemmeno una certa singolarit in alcuni omicidi (Mattarella, La Torre, lo stesso Dalla Chiesa) ad essa accreditati. Tuttavia proprio la persistenza ormai storica di queste oscurit a rafforzare il dubbio di una convergenza dinteressi altrettanto inconfessabili nella sfortunata morte del tenente Malausa. A qualcuno i pochi dati emersi dal memoriale reso pubblico, e qui ripercorsi, potranno apparire frammentari, generici, troppo isolati -magari- per tirare una conclusione che conforti la drastica necessit di Ciaculli. Non dimentichiamo, per, che nella feroce contingenza della guerra tra i La Barbera e i Greco -scenario sul quale Malausa prepara il suo rapportoleliminazione di un segugio attento a quei temi e quindi molesto tanto per i mafiosi che per i loro amici coperti, diventa meglio mimetizzabile e ancor meglio realizzata se il bersaglio viene a trovarsi nel posto e al momento giusto. In altre parole, nelle circostanze di una tragica quanto opportuna fatalit.

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NOTE
Vitaliano Brancati, I Piaceri, Bompiani Editore, Milano, 1980, pag. 5 Giuseppe Di Lello, Giudici, Sellerio Editore, Palermo, 1994, pag. 92 (3) Nicola Tranfaglia, Mafia, politica e affari. 1943-91, Laterza Editori, Bari, 1992, pag. 65 (4) G. Di Lello, op. cit., pag. 92 (5) Rosario Poma, Enzo Perrone, La mafia. Nonni e nipoti, Vallecchi Editore, Firenze, 1973, pag. 65 (6) N. Tranfaglia, op. cit., pag. 65 (7) Ibidem, pp. 65-66 (8) AA.VV. Morte di un generale, Mondadori Editore, collezione Gli Oscar, 1983, pag. 31 (9) Emanuele Macaluso, La mafia e lo Stato, Editori Riuniti, Roma, 1972, pag. 109 (10) Ibidem, pag.110 (11) Ibidem, pag.110 (12) Salvatore Lupo, Storia della mafia, Donzelli Editore, Roma, 1993, pag. 186 (13) La tesi contenuta in: Giorgio Galli, La rega occulta, Marco Tropea Editore, Milano, 1995. Dello stesso autore vedi anche i capitoli conclusivi di: La sfida perduta. Biografia politica di Enrico Mattei, Bompiani Editore, Milano, 1976. (14) Commissione parlamentare dinchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, VI legislatura. Relazione conclusiva di minoranza dei parlamentari La Torre, Benedetti, Malagugini, Adamoli, Chiaromonte, Lugnano, Maffioletti, Terranova. 4 febbraio 1976. Vedi anche: La Repubblica, 14 gennaio 1976
(2) (1)

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MASCHERE E PUGNALI

Era il 7 gennaio 1973 quando apparvero per la prima volta, sul rinnovato Corriere della Sera, le invettive del Pasolini corsaro. Fino a quel momento il giornale di via Solferino non aveva debordato molto dalla linea editoriale apprezzata per decenni dalla buona borghesia italiana. Ci pens Pasolini ad apportarvi un po' di sana eversione con i suoi scritti di cui il primo intervento -quello contro i capelli lunghi- rimasto forse il pi celebre. C' un passaggio, in quel pezzo, ancora pregnante: "Una sottocultura di destra pu benissimo essere confusa con una sottocultura di sinistra"(1). Oggi che non si sa bene cosa sia la destra e cosa la sinistra quelle parole sembrano scritte apposta, ma allora il riferimento era molto pi allusivo. L'omologazione dei capelli lunghi, secondo Pasolini, poteva anche diventare complice di una mimesi inquietante, tanto da rendere addirittura impossibile il "distinguere dalla presenza fisica un rivoluzionario da un provocatore". Non a caso, anzi, che proprio in quell'articolo venga citato a mo' di esempio il nome di un personaggio, tristemente noto per le sue imprese, quando l'autore afferma che "ormai migliaia e centinaia di migliaia di facce di giovani italiani, assomigliano sempre di pi alla faccia di Merlino"(2). Mario Merlino, detto mago mag per i suoi trasformismi, era infatti divenuto sinonimo d'infiltrazione e provocazione per il ruolo da lui sostenuto nella vicenda di Piazza Fontana. Troppo conosciuta tuttavia la storia che lo riguarda, mentre pi sfumata e sfuggente appare quella di un'altra figura, soltanto lambita dalle indagini sulla strage del 12 dicembre. Se il retroscena dell'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura torbido, non sono da meno gli elementi a carico del soggetto in questione. Un rapporto della questura milanese ne stabilisce carattere ed attitudini, queste ultime tutt'altro che lusinghiere: "Invertito, sbandato, vagabondo, sfrontato, assolutamente amorale, figlio a quanto afferma di martire fascista, fuggito da casa minorenne"(3). E' curioso che della serie di definizioni usate in quel rapporto, il giudice Antonio Amati -ex ufficiale dei carabinieri e consigliere al Palazzo di Giustizia di Milano- ne ripeta buona parte nella sua istruttoria sui fatti del 12 dicembre: "Personaggio ambiguo, vagabondo e sfrontato, assolutamente amorale, nostalgico e simpatizzante, stranamente, nello stesso tempo, di elementi di estrema sinistra"(4). Se ne ricava che il giudice si sia fidato del rapporto steso dalla questura reiterando la scarsa affidabilit e l'ambivalenza equivoca del personaggio che, malgrado i suoi requisiti, potr uscire da ogni altro accertamento in mancanza di dolo. Tale mancanza, peraltro, rimarr finanche sospesa nella sentenza della Corte di Assise di Catanzaro che il 23 febbraio 1979 chiude il primo processo per la strage di Milano. Di lui restano tracce negli atti ormai polverosi di una storia mai conclusa del tutto e che ha in Giuseppe Pinelli, ferroviere di fede anarchica, uno degli aspetti pi tragici. Quando Antonio o Antonino Sottosanti, pi conosciuto negli ambienti che frequenta con l'appellativo di Nino il fascista, resta impigliato nelle prime indagini sulla strage, ha quarantadue anni e una vita -se non avventurosa- pi che movimentata alle spalle. E' un uomo che ha fatto mille mestieri, spostandosi tra Italia, Germania e Olanda, con una puntata triennale nella Legione Straniera dov'era fuggito nel '59 dopo un matrimonio e una figlia. Ondivago ma non troppo nelle sue simpatie politiche, Sottosanti un uomo d'ordine, "passa di volta in volta dall'Msi al gruppo delle <camicie verdi>, poi alle SAM (squadre d'azione Mussolini) quindi alla CNR(costituente nazionale rivoluzionaria, capeggiata dal trafugatore della salma di Mussolini)e infine approda alla Nuova Repubblica di Pacciardi"(5). Del duce 16

un fanatico ammiratore, tanto dal tenerne un'immaginetta nel portafogli, ma tra l'estate e l'autunno del 1969 si converte all'anarchia, una conversione forse non del tutto inopportuna. L'aria della provocazione tira forte su Milano, in quei giorni. Sottosanti "si presenta agli anarchici con una sola carta da visita: un periodo tra i provos di Amsterdam, per imparare a fabbricare e usare le bombe fumogene"(6). E' cos che conosce Pino Pinelli, animatore del circolo del Ponte della Ghisolfa, uomo mite e portato a fidarsi del prossimo con molta facilit, tanto da affidare al nuovo arrivato la consegna di pacchi e danaro per i compagni incarcerati a San Vittore. Ce ne sono diversi in galera, di loro, in quel momento: il 25 aprile, alla Fiera di Milano, sono scoppiate due bombe e gli "indizi" raccolti hanno portato al fermo di una quindicina di anarchici. Fra di essi c' anche Tito Pulsinelli, arrestato per aver abbandonato un pacco dinamitardo davanti una caserma di Pubblica Sicurezza in corso Magenta. Quando Sottosanti avvicina Pinelli, ha da poco lasciato il posto di custode della sede di Nuova Repubblica, in via San Maurilio, per trasferirsi in Sicilia. Ci non gli impedisce di fare frequenti trasferte a Milano, avendo dei parenti che risiedono a Pero dove va a pernottare. I rapporti con Pinelli sono abbastanza buoni anche se la moglie del ferroviere non li digerisce per niente -e ha ragione- perch Sottosanti non ha affatto cambiato idea, crede in Pacciardi ed convinto che con lui "si arriva prima a Roma"(7). Inoltre, la sua disinvoltura nel bazzicare tanto i neofascisti che gli anarchici puzza di provocazione, soprattutto la sua amicizia con Serafino Di Luia e Giorgio Chiesa -due ultr di destra- sospetta, i tre sono stati anche vicini di camera nella pensione dove Sottosanti alloggiava. La situazione dell'amico di Pinelli in carcere, intanto, non si sblocca e Sottosanti propone di testimoniare in suo favore, una falsa testimonianza, per scagionarlo procurandogli un alibi che lo discolpi dall'affare di corso Magenta. Pinelli ci pensa, perplesso, ma Nino il fascista l'unico che pu tirar fuori di galera Pulsinelli, proprio la sua estraneit al mondo anarchico una garanzia di buonafede per i giudici, e purtroppo accetta. Il mattino del 12 dicembre Sottosanti si presenta a casa Pinelli per pranzare e incassare le quindicimila lire di rimborso per la sua prestazione a favore di Pulsinelli. Sono le 11,30. Pino dorme ancora quando lui arriva, ha fatto il turno di notte alla stazione ed rientrato alle sette, ma si alza e prepara da mangiare mentre la moglie, stizzita per quell'intruso, esce a far la spesa. Il pranzo, poi, si svolge tra i silenzi di Licia Pinelli e la domestica conversazione di Sottosanti con il capofamiglia, non si parla comunque di politica. Alle 14,30 Pinelli e il suo ospite scendono al Bar Fabiani, in via Morgantini, per un caff. Pino scambia qualche battuta con gli amici che notano quella faccia nuova, una faccia che rammenta qualcuno, quindi i due escono dal locale diretti alla vicina Banca del Monte per cambiare un assegno firmato dal ferroviere. L'operazione dura pochi minuti, Sottosanti intasca il contributo-spese e saluta Pinelli, ha una corriera per Pero che parte da piazzale Cadorna alle quattro. Le lancette dell'orologio segnano le tre appena passate. Trenta o quaranta minuti pi tardi, il tassista Cornelio Rolandi accoglie sulla sua Fiat "600" multipla uno strano passeggero. L'uomo ha un che di scostante, sbatte con forza lo sportello e, perentorio, dice all'autista di dirigersi da Piazza Beccaria verso Piazza Fontana che distante poche decine di metri. L'uomo ha una borsa di pelle nera, Rolandi la sbircia quando il passeggero gli ordina di fermarsi e di aspettarlo, quindi costui scende di vettura. Passano pochi minuti ed eccolo di ritorno, per quella borsa sparita. L'uomo rimonta e si fa scaricare all'angolo di via Albricci. Alle 16,37 Piazza Fontana sconvolta da una spaventosa esplosione. Alla fine del 1969 uno dei giornali pi informati sulla situazione italiana il settimanale inglese The Observer. Questi non solo ha prodigiosamente previsto con giorni d'anticipo (7 dicembre) la strage individuandone, peraltro, la matrice neofascista, ma anche al corrente che il maggior beneficiario della strategia della tensione varata con Piazza Fontana la 17

destra moderata, non quella estremista: "L'obiettivo di preparare le condizioni di una riforma costituzionale paragonabile a quella introdotta da De Gaulle nel 1958"(8), per favorire appunto il sorgere di una repubblica presidenziale di cui, in Italia, proprio il movimento di Randolfo Pacciardi tra i principali sostenitori. La curiosa circostanza del periodico inglese cos ben informato trascritta anche nell'istruttoria del giudice Guido Salvini che per rinviare a giudizio, dopo trent'anni, esecutori ed organizzatori dell'attentato, ha dovuto ricostruire un'epoca. Scrive il magistrato che due testimoni, Edgardo Bonazzi e Giampaolo Stimamiglio, gi appartenenti alle cellule neofasciste coinvolte nella strage, "hanno accennato ad un militante di destra, sosia di Pietro Valpreda, che doveva entrare in azione a Milano per chiudere il cerchio intorno alla vittima predestinata, funzionando da controfigura certamente idonea ad essere riconosciuta nella persona di Valpreda dall'ignaro tassista"(9). Vittima predestinata non il solo Valpreda ma anche, e principalmente, Giuseppe Pinelli perch quando il ferroviere si ritrova in questura la sera stessa del fattaccio, dopo aver seguito di sua spontanea volont il commissario Luigi Calabresi, non immagina neppure in quale diabolico disegno caduto. Costretto a tacere del suo incontro con Sottosanti per via dell'alibi di Pulsinelli, senza perci molte frecce nel suo arco quando i poliziotti gli contestano i movimenti che ha avuto nel pomeriggio, Pinelli comincia a capire. Presto il gioco si fa duro e scoppia la tragedia, il ferroviere precipita dalla finestra della stanza al quarto piano di via Fatebenefratelli durante un interrogatorio serratissimo nella notte del 15 dicembre. La versione del suicidio non convince nessuno, "la chiave della tragedia resta affidata alle sei parole pronunciate da un funzionario della polizia: <Quando gli abbiamo detto quella frase...>"(10). Quale frase? Non si sapr mai con certezza, forse un nome, un riferimento, meglio ancora, un'illuminazione. Antonio Sottosanti uno che ha fatto mille mestieri, come gi detto. Non mancano, al suo attivo, alcune sortite nel mondo dello spettacolo: comparsa per il cinema e generico per alcuni fotoromanzi. La sua faccia apparsa anche in un fotofumetto dal titolo "Il cavaliere del fiume" pubblicato sul periodico Bolero Film. Nulla di male, se i lineamenti dell'attore improvvisato non ricordassero molto da vicino quelli di un altro. Ad un giornalista che gli mostra una foto di scena con il volto di Sottosanti, il tassista che ha caricato il misterioso passeggero sulla sua vettura esclama: "Ma via, quella una foto del Valpreda ritoccata...". E' questa la prima reazione di Cornelio Rolandi, il supertestimone d'accusa di Pietro Valpreda, nell'osservare quelle fattezze(11). C' davvero questa somiglianza? C' e come, le foto di Nino il fascista fanno il giro delle redazioni senza che per riescano a comprovare uno scambio di persona. Eppure, di sosia del Valpreda, in quel periodo ce n' almeno un altro che gira per Milano, si chiama Gino e frequenta il Bar "Gabriele" di via Mercato. Forse, di queste somiglianze, dev'essersene ricordato anche il povero Pinelli, prima di cadere da quella finestra. Quel che certo che il ferroviere conosceva bene Valpreda, tanto da averci pure litigato, e alla contestazione del suo nome per la strage non pu non aver messo insieme i pezzi: l'apparizione di Sottosanti, il suo offrirsi come testimone d Pulsinelli, l'assegno di quindicimila lire che da solo bastava ad incastrarlo, sono tracce che portano ad una sola conclusione. Le somiglianze non si fermano qui. Ve n' un'altra che riguarda la cassetta metallica che conteneva la bomba collocata nella sede della Banca Commerciale di Piazza della Scala, fortunatamente inesplosa. A farla brillare ci penseranno gli stessi inquirenti, distruggendo cos una prova preziosissima. In un primo momento non si capisce se insieme alla bomba sia brillata anche la cassetta, poich sembra che il modello faccia parte anche dell'arredamento della sede in via San Maurilio di Nuova Repubblica, dove Sottosanti prestava servizio come custode e che avrebbe trattenuto in conto stipendio, "ma poi la cassetta originale salta fuori e 18

i sospetti si allontanano"(12). La faccenda della cassetta, ad ogni modo, resta irrisolta almeno per un aspetto: il numero di serie. Un rapporto della questura di Milano del 17 dicembre 1969 afferma trattarsi di esemplare recante sigla 13/4 A. Altra cifra invece indicata nella perizia eseguita dall'ingegner Teonesto Cerri, esperto in esplosivi. La sua relazione stabilisce che la cassetta della Comit " senz'altro del tipo 14/4"(13). In questa discrepanza s'inserisce l'episodio di Amos Lassis, un tizio -"forse" di origine greca- il quale all'inizio di luglio del 1970 si presenta alla polizia per denunciare un commerciante di Rossano, tale Enrico Karanastassis, che confezionerebbe ordigni esplosivi su commissione e nel cui negozio di ferramenta ha in deposito cassette dello stesso tipo di quella repertata nella Banca Commerciale. Casa e negozio del titolare vengono cos perquisiti e si scopre che, accanto alla giacenza di tre cassette metalliche "Juwell" e un timer dal quadrante simile a quello fatto brillare dagli improvvidi artificieri, ci sono anche numerose pallottole e cartucce da guerra non denunciate. Le cassette fanno parte di un'ordinazione all'importatrice "Parma" e sono il residuo di uno stock di otto esemplari commissionati da Karanastassis. Questi esibisce copia di ordinazione e fattura dicendo che le cinque cassette mancanti sono state vendute a clienti occasionali, non identificabili. Viene perci steso un verbale di perquisizione da cui risulta che le tre cassette trovate in deposito sono dei tipi 13/3, 13/3 A e 13/4. Tutto il materiale non viene sottoposto a sequestro, in quanto "non si hanno ragioni per ritenere che il soggetto svolga attivit terroristiche n che sia in contatto con gruppi o persone dediti al terrorismo"(14). Fotocopia di ordinazione e fattura esibite da Karanastassis allegata al verbale, complicando ancora di pi la storia. L'ordinazione, infatti, parla di ben venti cassette commissionate, mentre in fattura sono riportati dieci esemplari. Tenuta per buona la fattura, esistono comunque due cassette in pi di quelle dichiarate dal commerciante. Non finita. C' un modello, il 13/4 giacente in deposito e non citato nei documenti contabili, che del tutto simile a quello adoperato per Piazza della Scala. Come se poi tutto questo non dovesse bastare, anche l'articolo 14/4 citato dall'ingegner Cerri nella sua perizia ricorda molto da vicino una delle cassette di Karanastassis. Succede perci che l'articolo 13/4, gi assente su ordinazione e fattura ma in dotazione al titolare del negozio, viene trasformato in 23/4 nel rapporto della questura milanese del 7 luglio 1970: "il rapporto firmato dal commissario Calabresi"(15). Anche Karanastassis e Lassis(o Lassi, italianizzato da alcuni)vengono lasciati perdere, mentre l'indecenza del balletto delle cifre non spiega come sia finita nella sede di via San Maurilio quella cassetta presa in acconto dall'ex custode di Nuova Repubblica. L'ipotesi che Sottosanti, una volta lasciato Pinelli, sia arrivato a Piazza Beccaria per montare sul taxi di Rolandi allo scopo di farsi "riconoscere" come Valpreda, non tanto peregrina ma i giudici non potranno dimostrarla. Per, se non c' prova che sia stato lui a salire su quella vettura, non vi neanche la "matematica certezza"(16) del contrario. Ci basta a far uscire per sempre Nino il fascista dai successivi gradi di giudizio. Il gioco degli inganni, tra maschere e pugnali, si conclude cos. Non ne mancheranno altri nella nuova stagione politica italiana segnando il momento pi tragico della nostra storia.

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NOTE
Pier Paolo Pasolini, "Contro i capelli lunghi", Corriere della Sera, 7 gennaio 1973. Articolo contenuto anche in "Scritti corsari", Garzanti-Einaudi, Milano-Torino. (2) Ibidem. (3) Marcello Del Bosco, "Da Pinelli a Valpreda", Editori Riuniti, Roma(pagina 64) (4) Ibidem (5) Ibidem (6) AA.VV., "Le bombe di Milano", Ugo Guanda Editore, Parma (pagina 199) (7) Ibidem (8) Fabrizio Calvi-Frederic Laurent, "Piazza Fontana", Mondadori, Milano(pagina 125) (9) Ibidem(pagina 99) (10) AA.VV., "Le bombe..."op. cit.(pagina 150) (11) Ibidem(pagine 127 e 230) (12) Ibidem(pagina 199) (13) Marco Sassano, "Pinelli: un suicidio di stato", Marsilio Editori, Padova(pagina 128) (14) Ibidem (15) Ibidem (16) Sentenza della Corte di Assise di Catanzaro, 23 Febbraio 1979. Citato anche in: Giorgio Boatti, "Piazza Fontana", Feltrinelli, Milano(pagina 68)
(1)

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UN CANDIDO MASSACRO

Via Maqueda, ore 20. E' il 22 ottobre1970. La secentesca strada palermitana, ora un ghetto di attivit ai limiti del lecito, una strada malfamata quanto basta per assistervi, quasi ogni sera, allo scoppio improvviso di baruffe e schiamazzi. E' qui che ha sede un alberghetto il "Sicilia"- gestito da Candido Ciuni, 44 anni, di Ravanusa. Il suo, per la verit, ha pi l'aspetto di una locanda che di un albergo, ricavato com' da un appartamento di dieci stanze con annesso salone. Un riparo alla buona, per coppiette irregolari, ma forse anche per chi il riparo lo cerca per altri motivi. Proprio a quell'ora Ciuni sta rincasando, fa appena in tempo a varcare l'androne quando l'intero quartiere piomba nel buio. E' mancata la luce -mancher per pi di quindici minuti- "presumibilmente" per un guasto, il tempo necessario per accoltellare pi volte il gestore del "Sicilia". Ciuni cade a terra in un lago di sangue, ferito tanto gravemente che i suoi aggressori -due o forse tre persone- lo credono morto e si dileguano. L'uomo per respira ancora, soccorso dai familiari viene portato di corsa al Civico, l'ospedale di zona, e sottoposto ad un lungo e delicato intervento al quale riesce a sopravvivere. Per il momento, almeno. L'agguato di via Maqueda sembrerebbe quasi un banale regolamento di conti, proprio da ghetto di pensioncine compiacenti, eppure c' quel black-out durato un quarto d'ora a rendere nell'immaginario palermitano e nel pigro lavoro d'indagine della Squadra mobile l'idea di un'anomalia. La stessa circostanza si verificata la sera del 16 settembre, quando il giornalista Mauro De Mauro stato prelevato sotto casa ed scomparso nel nulla. Candido Ciuni si ristabilizza in pochi giorni, non apre bocca sull'aggressione rifiutando di vedere i cronisti ed eludendo le domande dei poliziotti. Costoro non ci pensano neanche a tenerlo d'occhio, la stanza d'ospedale dove Ciuni e sua moglie sono allogati rimane senza protezione. Si dir poi che mancando contro di lui "accusa di reato", il piantonamento sarebbe stato non solo inutile ma ingiustificato: una motivazione che ha del paradossale perch Ciuni, sia pure con la bocca cucita, qualche segnale lo emette. Ed un segnale di paura, di malcelato terrore che si manifesta ogni sera nella precauzione di far chiudere a sua moglie Antonina Orlando- la porta della stanza che li ospita al Civico a doppia mandata. Si arriva cos al 28 ottobre. Ciuni dovrebbe essere dimesso l'indomani, ma quella sera stessa, alle 22,30, quattro persone in camice bianco si presentano al portone dell'ospedale. Il custode, scambiandoli per quattro sanitari, li fa entrare e si ritrova con la canna di una pistola puntata alla faccia. Uno dei quattro gli ordina di stendersi a terra mentre gli altri si avviano alle scale, sanno gi dove dirigersi -alla stanza numero 6- per non basta. Afferrano l'infermiere di turno intimandogli di bussare alla porta dei Ciuni: "Di' che c' il medico per una visita di controllo"(1). La scusa potrebbe anche non funzionare, ma gi pronto il rimedio. Un'ascia da pompiere spunta da sotto il camice di uno dei killers pronta per abbattere la porta. Col cuore in gola l'infermiere bussa e Antonina Orlando, riconoscendone la voce, gira la chiave nella serratura. La porta si spalanca con un calcio, il commando irrompe nella stanza fra le urla della donna gettata a terra e spara un'infinit di colpi contro Ciuni, massacrandolo. Poi, a passo di corsa, i tre rifanno il percorso, raggiungono il compare e spariscono nel buio. L'assalto all'ospedale civico, vera e propria azione militare, ha un effetto dirompente. Angelo Vicari, capo della Polizia, vola nella notte a Palermo mentre posti di blocco sono allestiti in tutta la zona occidentale dell'isola. Furioso con i suoi uomini per la micidiale trascuratezza verso la vittima, Vicari soprattutto inquieto per i significati nascosti del delitto 21

Ciuni. Forse, da buon siciliano, avverte il segno intangibile di un collegamento fra quella uccisione e il sequestro di Mauro De Mauro. Ma ne avrebbe di ragioni, il capo della polizia, per inquietarsi davvero se sapesse ci che si va addensando per dicembre, addirittura un golpe. Un golpe che vede coinvolti pezzi dello stato, neofascisti e uomini d'onore, questi ultimi pure con il compito di farlo fuori senza complimenti. I principali quotidiani di Palermo riportano il giorno dopo, gioved 29 ottobre 1970, tutti lo stesso commento: "Se Candido Ciuni fosse morto sette giorni fa, il caso sarebbe stato archiviato come un delitto qualunque, di quelli che possono capitare in qualsiasi citt(...)Eppure Ciuni sapeva di essere stato condannato a morte. Perch non ha voluto fare i nomi degli assalitori di mercoled dell'altra settimana? Accusandoli, avrebbe coinvolto anche se stesso? C' da supporlo. Secondo lo staff degli investigatori, Ciuni doveva essere legato ai suoi primi assalitori e, poi, agli assassini da un grosso segreto. Forse qualche fatto di sangue, forse qualche cosa di pi grosso"(2). Candido Ciuni vivo, comunque, non era di sicuro un sant'uomo. Ad attestarlo sono i suoi precedenti penali: processato nel marzo 1959 presso il tribunale di Caltanissetta per truffa; diffidato dalla questura di Agrigento nel giugno 1961; processato, ancora ad Agrigento, per appropriazione indebita e falso in cambiali; denunciato a Palermo, nel 1963, per ingiurie e lesioni a sua sorella; denunciato di nuovo, nel 1967, per lesioni personali, ingiurie e minacce. Piccoli reati, certo, ma proprio la loro bassa entit indica nella sua uccisione qualcosa d'incongruo. Il ferimento in albergo, ad esempio, paventato da Antonina Orlando come assai improbabile contrasto d'interessi sorto fra suo marito e alcuni concorrenti in affari, irrapportabile alla mortale sanzione del Civico. E difatti, quando Ciuni viene ammazzato, l'atteggiamento della donna cambia. Ad ascoltarla con attenzione ci sar un giudice istruttore particolarmente sveglio e preparato in materia di mafia: Cesare Terranova. Mentre i cronisti persistono nel sostenere che lo scopo in entrambi le aggressioni era quello di uccidere proprio "per evitare che prendesse corpo un pericolo, sino a quel momento latente, per le persone di cui l'albergatore conosceva i segreti"(3), Palermo si diverte col suo cinismo abituale sul movente del delitto, appunto il grosso segreto. L'analogia con il sequestro De Mauro, per, tutta qui, in quell'aggettivo -"grosso"- che racchiude la scomparsa del giornalista vicino a qualcosa d'importante prima d'essere rapito. Sarebbe istruttivo seguire la genesi di un'illazione, ma in Sicilia -e soprattutto a Palermo- difficile se non impossibile stabilirne la provenienza. Le illazioni, si sa, alimentano a loro volta chiacchiere, dicerie, malignit. Non ne mancano sul conto di De Mauro, forse non del tutto disinteressate, ma sono altrettanto assenti sul conto di Candido Ciuni. Quest'assenza non si spiega solo con la marginalit del piccolo pregiudicato rispetto al giornalista di punta, fa parte di uno stesso copione. Nessuno, tanto per dirlo, si sforza di rilevare che lo stesso mestiere di Ciuni, titolare di un infimo albergo in una zona di Palermo tutt'altro che tranquilla, anche uno dei mestieri pi adatti per osservare(e riferire)quel che succede nel sottobosco cittadino. Nulla di scandaloso, quindi, se accanto all'attivit di albergatore l'uomo possa averne abbinata un'altra, forse occasionale ma non rara in quel contesto, vendendo o cedendo qualche informazione per non incorrere, magari, in certe noie per i suoi trascorsi penali. Ma di questo non si parla. Si parla invece, a proposito di De Mauro, di una strana circostanza in cui il giornalista si sarebbe trovato poche sere prima di scomparire. Di ritorno da una cena sul lungomare, egli avrebbe assistito in macchina ad un violento alterco fra due protettori, sarebbe perci sceso dalla vettura per mettere pace fra i litiganti senza alcun timore di finire accoltellato. E' nel carattere dell'uomo -si dice- questo tipo di bravate, per l'episodio confermerebbe anche il coraggio professionale che De Mauro aveva pi d'una volta dimostrato accostandosi a quel mondo che pure Ciuni conosceva, talvolta proprio per trarvi confidenze per i suoi articoli. La 22

notizia esplosiva costata tanto cara al cronista, dopotutto, potrebbe essere scaturita da l, dai bassifondi. I primi indizi, almeno. A conforto di un possibile collegamento fra l'uccisione di Ciuni e il sequestro di via delle Magnolie c' anche un nome, quello di Giuseppe Di Cristina. E' Antonina Orlando ad accusarlo quale mandante del delitto. La donna non soltanto ne riferisce il nome al magistrato, ma altres consegna a questi un effetto molto personale, un paio di pantaloni: "Questi calzoni sono la prova che il Di Cristina frequentava l'albergo "Sicilia", non per alloggiare ma per prendere parte a riunioni con <quelli> di Ravanusa. Questi calzoni me li diede un giorno perch io glieli lavassi e stirassi"(4). Dunque in quell'albergo si svolgevano riunioni -di che genere, non lo sappiamo- con Di Cristina partecipe. Teniamo per conto del periodo: estate-autunno 1970. Ma chi , intanto, Giuseppe Di Cristina? Per le anime belle un galantuomo, funzionario della tesoreria di una holding dell'Ems, l'ente minerario siciliano presieduto dall'ex senatore Graziano Verzotto. Per i bene informati invece un uomo "di panza", di primissima panza, capocosca di Riesi e nel direttivo di Cosa nostra. A guardare bene, anzi, Di Cristina rappresenta qualcosa di pi del mafioso tradizionale, un colletto bianco, uno che ha cercato la rispettabilit oltre che il rispetto nel decoro professionale e nei titoli accademici. Come lui Stefano Bontade, laureato in giurisprudenza, colto, massone e poco incline a simpatie verso gli zappaterra di Corleone: i Liggio, i Riina e i Provenzano. E' assodato, inoltre, che Di Cristina -compare danello di Graziano Verzotto, suo testimone alle nozze- ben conosciuto anche da Mauro De Mauro che di lui ha scritto su una rivista in questi termini: "Si prenda il caso del dottor Di Cristina, figlio del defunto boss di Riesi e lui stesso considerato elemento di massimo prestigio nel giro, assegnato per due anni al confino. Tornato a casa ha trovato bella e pronta l'assunzione alla societ mineraria siciliana"(5). Al ritratto qui accennato, il giornalista aggiunge i particolari legati alla lettera di assunzione firmata dal segretario della Sofis, Aristide Gunnella, ma ci non gli impedisce di coltivare rapporti con il presidente dell'Ems fino al 14 settembre 1970. Verzotto, infatti, una delle ultime persone che De Mauro incontra. Qualche anno dopo, l'ex senatore scivoler su una storia di fondi neri subendo pure uno strano attentato per poi eclissarsi in Libano e quindi in Francia. Torner quando le acque per lui -quelle mafiose prima che giudiziarie- si saranno finalmente chetate. L'articolo di De Mauro del 1968 e Di Cristina ha buona memoria, ma al principio di quel settembre 1970 ci sono altre cose che gli stanno a cuore. Cosa nostra, all'inizio dell'estate, ha avviato contatti con strane figure, emissari del principe Junio Valerio Borghese, ex comandante della X. Ma Mas di cui, guarda un po', De Mauro ha in giovent fatto parte. Quelle persone hanno offerto all'onorata societ la partecipazione ad un golpe, un colpo di stato che dovrebbe mandare a piede libero parecchi picciotti e Di Cristina ne entusiasta, uno dei boss pi attivi nel perorarne il progetto. Di avviso diverso Luciano Liggio che ha buone ragioni per diffidare di quel piano, prima fra tutte la certezza che -in caso di riuscita- il prestigio del capofamiglia di Riesi e dei suoi alleati avrebbe finito con lo schiacciare lui e i corleonesi. L'operazione prevista per la notte dell'Immacolata, 8 dicembre, e uno degli obiettivi affidati agli uomini d'onore Angelo Vicari, il capo della Polizia. Le trattative vanno avanti fra luglio e settembre, ma ancora oggi -a dispetto delle testimonianze dei collaboratori di giustizia- i luoghi dove queste avvengono non sono del tutto chiari. Nel luglio 1970 la polizia stradale, in zona confinante, ferma "un'auto di grossa cilindrata proveniente dalla Svizzera e diretta a Milano"(6). A bordo ci sono cinque persone: Gerlando Alberti, Tommaso Buscetta, Salvatore Greco, Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calderone. Un rapporto dell'FBI parla di un presunto vertice tenuto a Zurigo al quale i cinque avrebbero preso parte per la decisione di "importanti azioni criminose"(7). E' ben strano, dunque, che nelle versioni rese quattordici anni dopo dallo stesso Buscetta -nel frattempo 23

divenuto il principale teste d'accusa contro Cosa nostra- la Svizzera sia quasi del tutto estromessa, al pi un luogo di passaggio suo e del solo Salvatore Greco che, dal Per, lo ha chiamato negli Stati Uniti per la faccenda del golpe: "Greco mi disse che occorreva che entrambi ci recassimo subito in Italia per un fatto molto importante. Fissammo un appuntamento per Zurigo e io accettai l'invito, nonostante che in Italia fossi latitante. A Zurigo, nello stesso aeroporto, prendemmo a noleggio un'autovettura Volvo e ci recammo direttamente a Catania"(8). Spariscono da questa versione i nomi degli altri per ricomparire -e nemmeno tutti- nel viaggio inverso, quello che dalla Sicilia li fa spostare prima a Roma e poi a Milano. Lo spostamento a Roma riguarda Calderone e Di Cristina che, insieme ad un gruppo di massoni catanesi e palermitani, devono incontrare Borghese. Non si capisce perch con loro non ci siano anche Buscetta e Greco, i quali ripartono(sempre in macchina)da Catania per raggiungerli nella capitale e proseguire insieme il viaggio verso Milano, allo scopo d'incontrare Badalamenti, "allora al soggiorno obbligato in un paese dell'Italia settentrionale"(9). Fra il verbale della polizia stradale, il rapporto FBI e il racconto di Buscetta i conti non tornano, il quadro sicuramente confuso, gli spostamenti non del tutto comprensibili e la presenza di alcuni incerta. Ma almeno su un dato non c' discrepanza: in Sicilia, fra Catania e Palermo, si sono comunque svolti incontri e consultazioni per l'operazione prevista in dicembre. E' giusto allora domandarsi perch mai Di Cristina tenesse riunioni nell'albergo di Candido Ciuni, proprio in quel periodo e dimenticandovi persino i pantaloni, anche se questa domanda, con lo scenario appena descritto, potrebbe apparire oziosa. Non affatto oziosa, invece, l'anomalia del delitto Ciuni sotto il profilo esclusivamente criminale: dal black-out in via Maqueda, al mancato controllo in ospedale, fino alla "consapevolezza" degli assassini muniti di scure- che gi sanno verso quale porta dirigersi. E c' di pi. Un altro dettaglio, anch'esso sibillino, nel ritrovamento in quella stanza d'ospedale di un bossolo calibro 9 inesploso. La stranezza nel fatto che i killers si sono serviti di armi a tamburo per far fuori l'albergatore: tutte le ferite prodotte sul suo corpo appartengono a pistole non automatiche, probabilmente usate proprio per evitare l'espulsione di bossoli e pi accurate perizie balistiche. Come si spiega, perci, quel proiettile di calibro diverso e adatto solo per modelli d'automatica? Gli inquirenti dicono che il reperto pu essere caduto dalla tasca di uno degli aggressori e che questi, nella baraonda, non se ne sia accorto. La spiegazione semplice e non occorrerebbe nemmeno ribattere che strano portarsi dietro munizioni inservibili, per armi diverse da quelle che si devono usare. Ma, stranezza nella stranezza, sul bossolo repertato sono anche riscontrabili tracce di polvere protettiva non conforme alla normale produzione. E' soltanto un accenno, chi pu mai badarci in quell'autunno 1970? Forse orecchie allenate ai messaggi, nessun altro. Di armi e munizioni non convenzionali usciti da depositi clandestini se ne parler soltanto vent'anni dopo e per una storia altrettanto irrisolta: "Gladio". Ma questa gi un'altra storia. Forse.

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NOTE
(1) (2)

Giuliana Saladino, "De Mauro. Una cronaca palermitana", Feltrinelli, Milano, pagina 78. Estratto dai quotidiani "Il Giornale di Sicilia" e "L'Ora", 29 Ottobre, 1970 e gg. segg. (3) Ibidem (4) Rosario Poma-Enzo Perrone, "La Mafia. Nonni e nipoti", Vallecchi, Firenze, pagine 285-286 (5) Riccardo De Sanctis, "Delitto al potere", Samon e Savelli, Roma, pagina 82 (6) Silvestro Prestifilippo, "Mafia:quarta ondata", Guida, Napoli, pagina 57 (7) Ibidem, pagina 57 (8) Silvestro Montanaro- Sandro Ruotolo, "La vera storia d'Italia", Pironti, Napoli, pagina 668 (9) Ibidem, pagina 669

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QUALCUNO IN ASCOLTO
"In questa Italia fallimentare anno '74 in cui manchiamo veramente di tutto, dal credito all'acqua del lavandino, costretti a invidiare alla Francia(tanto per guardare ai pi vicini di casa)perfino Giscard d'Estaing, scopriamo con soddisfazione che finalmente abbiamo anche noi il nostro Maigret. E in vantaggio sui francesi, visto che ne abbiamo due"(1). Con l'ironia e l'eleganza che sempre distinguevano i suoi corsivi su Paese Sera, cos Berenice -al secolo, Jolena Baldini- presentava ai lettori del quotidiano la coppia di giallisti Massimo Felisatti e Fabio Pittorru, ideatori del poliziesco di costume con pi d'una venatura satirica. L'anno, il 1974, neanche a dirlo sarebbe stato peggiore rispetto le carenze denunciate dalla giornalista, specie sotto il profilo degli accadimenti politici. In quel momento, Pittorru e Felisatti hanno appena pubblicato presso Garzanti i due primi romanzi della serie "Qui squadra mobile", gi trasmessa con fortuna da mamma Rai. E uno dei due romanzi ha un titolo ed una trama entrambi ispirati alla realt del momento: "Telefoni sotto controllo"(2). La storia prende dichiaratamente origine dalla cronaca di quel periodo, si parla cio d'intercettazioni a scopo di ricatto operate da inquietanti figuri che, nel libro, ricordano molto da vicino quelli reali. Uno, in particolare, addirittura un investigatore privato con tanto di attrezzature sofisticatissime -almeno per quel tempo- beccato in flagranza di reato e con tanto di tesserino dei "servizi speciali". Ovvio che il godimento di quelle pagine sia stato ben altra cosa per i lettori del 1974 che avevano fin l seguito il vero scandalo descritto con clamore da tutta la stampa italiana, eppure chi vuol farsi un'idea -oggi- del clima (o del tanfo)che si respirava allora faticherebbe a trovare le fonti adatte perch quella storia sembr ai molti un intrigo quasi parodistico, un mistero buffo da commedia all'italiana, ma solo in apparenza dal momento che in Italia gli scandali non nascono mai per caso: c' sempre qualcuno che li provoca. La genesi dell'intera vicenda infatti ancora oggi controversa. C'era gi stato, per la verit, un primo segnale di bufera nel mese di febbraio del 1972, quando il leader socialista Giacomo Mancini -preso di mira in una campagna denigratoria dell'estrema destra- aveva alzato la voce in una riunione(3) del quadripartito di maggioranza, presente Giulio Andreotti, denunciando il fenomeno delle intercettazioni. Ma, al solito, non era servito a nulla. Solo nell'autunno successivo la Procura di Roma si decide ad avviare un'inchiesta promossa dal dottor Luciano Infelisi su espressa denuncia di un cittadino dabbene, un probo cittadino che per rester senza nome, al punto che il presidente del Consiglio -sempre Andreotti- creder pi tardi "di poter dire che le indagini del pretore Infelisi sono nate da un'iniziativa del suo capo-gabinetto"(4). Il riferimento andreottiano a Carmelo Spagnuolo, procuratore generale presso la Corte d'Appello di Roma, noto pi in l per i suoi affidavi sindoniani e liaisons piduiste, poi estromesso dalla magistratura. Anche il telefono di Spagnuolo, secondo Mancini, stato messo sotto controllo e questa una buona ragione per incazzarsi ed aprire il fuoco. Infelisi nomina perci dei periti di fiducia e gi sembra partir male perch fra essi c' il bolognese Antonio Randaccio che l'estremista di destra Luigi Meneghin, coinvolto in un'indagine sulle trame eversive, descriver come "provocatore e fascista noto a magistratura, polizia e carabinieri"(5). L'equipe di esperti messa in piedi da Infelisi non tarda comunque ad accertare che l'intera rete telefonica capitolina "una ragnatela di radiospie"(6), cosa del resto gi presunta per i troppi apparati istituzionali che hanno provveduto, ciascuno per suo conto, a seminare 26

Roma di microfoni. L'aspetto grave, per, per la presenza dei privati. C' un tale, Marcello Micozzi, che presta servizio presso la Sip e nel tempo libero, per arrotondare, offre il suo talento a chi ne ha bisogno, insomma conosciuto negli ambienti come installatore di cimici e di altri marchingegni indiscreti. Micozzi l'ultima ruota del carro, un manovale, ma anche il trait d'union fra gli organizzatori della rete d'intercettazioni e i loro commissionari. Lui quelle radiospie individuate da Infelisi e dal suo staff le ha installate per conto terzi e uno di questi si chiama Bruno Mattioli, altro tecnico elettronico con il quale ha lavorato a lungo. Mattioli a sua volta legato a filo doppio con un personaggio che il grosso dell'opinione pubblica conosce gi, in quanto si fatto apprezzare in una performance televisiva come gustoso interprete di un commissario meridionale in uno sceneggiato tratto da un libro di Piero Chiara. E' il detective Tom Ponzi. Corpulento, stempiato, guance e occhi da mastino napoletano, Ponzi il pi noto poliziotto privato d'Italia. Ma anche qualcos'altro. Non sono un mistero per nessuno le sue simpatie politiche, tanto che dalla fine degli anni '60 pubblica un giornaletto(7) col suo nome -"Tom"- che si occupa principalmente di denunciare le infiltrazioni comuniste nei settori pi delicati del paese. Tra le amicizie consolidate del detective ci sono quelle con Giorgio Pisan -direttore del Candido, il settimanale fascista che ha avviato la campagna diffamatoria contro Mancini- e di Gastone Nencioni, senatore missino e grandissimo amico di Eugenio Cefis. L'ombra di quest'ultimo, ritenuto il vero artefice dell'intrigo telefonico, spunter con insistenza nel corso della storia, ma per il momento fermiamoci qui. Micozzi, intanto, sotto interrogatorio non si limitato ai nomi di Mattioli e di Ponzi ma, con molta titubanza, ne ha chiamato un altro in causa pur cercando di sminuirne il ruolo. Verso questultimo, il tecnico della Sip usa tutta la cautela possibile non per una forma di riguardo ma perch sa bene che costui il tramite diretto con quel mondo parallelo che meglio tener fuori dagli schiamazzi. Si tratta di Walter Beneforti, gi commissario di polizia e collaboratore di Guido De Nozza, ex direttore degli Affari riservati del Viminale. I due, alla fine degli anni 50, erano nel clan in guerra contro il questore di Roma Carmelo Marzano che non aveva mai visto di buon occhio le imprese di De Nozza e soci, mal tollerava lesistenza di una polizia segreta e meno che mai lingerenza della combriccola nei confronti della questura. Marzano aveva perci cercato di contrastare quella gente in tutti i modi e ne era nata una faida, una delle tante fra i corpi dapparato, che riusc a sconfinare nel piccante allorch qualcuno ebbe lidea di fotografare di nascosto il questore(sposato con prole)alluscita dalla sua garconniere in compagnia dellamante. La foto, poi, arriv ad un giornale di opposizione Paese Sera- che, naturalmente, non esit a pubblicarla. Marzano non fece una piega, incass il colpo e si prepar a cogliere il momento buono per togliersi gli schiaffi dalla faccia. Con il pretesto di un controllo, il questore invi i suoi uomini a fare irruzione in un ufficio di copertura del gruppo. E qui, dal piccante, si pass alla farsa perch uno della cricca -il commissario Angelo Mangano- cercando una via di scampo, alto e grosso comera, si nascose sotto un letto dal quale spuntavano le sue poderose estremit. Tutti i presenti furono impacchettati e portati in questura. La vendetta di Marzano pone fine allattivit di spionaggio del clan De Nozza. Esso viene sciolto senza che per le carriere dei suoi componenti ne risentano, Beneforti trasferito a Frosinone ma qualche anno dopo diventa capo della Criminalpol di Milano. Nella capitale mancata ci rester fino al 1971, anno in cui rassegna le dimissioni dalla polizia: quella riconosciuta, perch il suo ha tutta laria di un passaggio definitivo al settore delle barbe finte. E infatti i rapporti con gli Affari riservati continueranno -almeno sotto il profilo clientelare- per via duna partita di radiospie che Beneforti ha venduto al ministero degli 27

Interni, ma solo per scopi didattici(8), come premurosamente sostiene un comunicato del Viminale quando lex commissario finisce in carcere. Tom Ponzi, invece, trascorre pi giorni in clinica che in galera: lui uno tosto, non ci sta a farsi incastrare e non perde tempo a scaricare su Beneforti e Mario Nardone le loro responsabilit. E un anticipo su quello che potrebbe ancora dire -e dir- il nome di Nardone, anchegli ex capo della Criminalpol milanese e ora questore a Como. Furente per averlo coinvolto, Nardone segnala ad Infelisi che Ponzi nasconde nei suoi uffici di Lugano materiale molto interessante, i carabinieri vi trovano dodici casse piene di bobine e di apparecchiature. I nastri con le intercettazioni comprovano quale sia stata lattivit dellinvestigatore, molte di quelle bobine sono servite a sostegno delle campagne scandalistiche di Candido e de Il Borghese e raccontano, tra laltro, i retroscena dellaffare Pisan e i legami con Cefis(9). La perquisizione si estende a Santa Margherita Ligure dov ormeggiata limbarcazione di Ponzi. A bordo, i militi della Benemerita sorprendono due collaboratori del proprietario mentre sono in procinto di sbarcare altre casse di materiale compromettente. Allinterno del panfilo c anche una sala-radio che ha del fantascientifico. Nella foga del rilancio, per, Ponzi commette lerrore di nominare in unintervista un personaggio sconosciuto ai pi in quel momento, ma che far precipitare la situazione. Giorgio Fabbri, questo il nome, un avvocato che risulta notaio nella Repubblica di San Marino ma che svolge anche altre attivit a latere, non ultima quella di confidente -sia pure occasionale- della Guardia di Finanza. Certo che i quattrini, dice Ponzi, lavvocato li avrebbe fatti non con le sue consulenze legali bens con lausilio di Beneforti e di Mattioli. Il segugio non aggiunge altro ma ci basta a provocare una reazione a catena che scoperchia uno scenario indecoroso. Prima il turno di Nicola Di Pietrantonio, un collaboratore di Fabbri, poi lo stesso Mattioli a descrivere le imprese dellavvocato. Nei primi mesi del 1970, Fabbri gli avrebbe commissionato una radiospia chiedendogli delucidazioni sul suo impiego. Quel giocattolo servito a spiare le conversazioni di Nicola Chiatante, direttore generale dellAnas -lazienda nazionale autostrade- allo scopo dintercettare in anticipo i numeri delle aste e rivenderli alle ditte concorrenti. Gustoso anche il modo in cui la cimice sarebbe stata piazzata sotto la scrivania di Chiatante: uno dei due, Fabbri o Mattioli, si sarebbe chiuso nei gabinetti dellAnas aspettando lorario di uscita del personale per quindi agire con tranquillit. Le audizioni occulte durano ben nove mesi poi succede qualcosa di strano, Fabbri -usando lo pseudonimo di Pontedera- si rivolge in forma anonima alla Finanza invitandola a prendere con le mani nel sacco il direttore dellAnas che lui avrebbe intrappolato con un finto ricatto. Non si capisce per quale motivo lavvocato decida di compiere un passo del genere, dal momento che lui stesso coinvolto nellintrallazzo. Viene fuori perci il sospetto che sia stata proprio la polizia tributaria -spinta dal ministro alle Finanze Luigi Preti, socialdemocratico di destra- a mettere preventivamente le mani su Fabbri prima che costui fosse roso dallonest. Comunque sia, altri sospetti si addensano intorno alla versione della radiospia collocata nellufficio di Chiatante senza che vi fossero anche delle complicit interne allazienda. Qualcuno, infatti, avrebbe dovuto tenere in funzione quellapparecchiatura e inoltre provvedere in extremis a manipolare i numeri delle aste per favorire le offerte delle ditte compiacenti. E una storia, insomma, che non sta in piedi e meglio quadrerebbe se gli imbrogli e le pastette dellAnas fossero serviti come fondi neri, canali di alimentazione ad un certo partito o ad una certa corrente politica invisa pure allonorevole Preti. Da qui facile risalire al come e al perch degli attacchi di Giorgio Pisan nei confronti di Giacomo Mancini, ministro dei Lavori pubblici. Il direttore del Candido, che prima ha ricattato Cefis con una vecchia faccenda sul passato partigiano del presidente Montedison(10), ha poi da questi ottenuto contributi sostanziosi per la sua rivista. Di conseguenza, dopo aver 28

attaccato Cefis, passa ad un altro obiettivo e comincia a chiamar ladro Mancini ribadendo linsulto persino su manifesti a caratteri cubitali che ha fatto stampare e affiggere sulle mura di mezza Italia. La manovra dovuta al fatto che il socialista Mancini uno dei pochi leaders politici che si opposto e si oppone con vigore alla scalata irresistibile di Cefis, da lui definito come uno degli uomini pi pericolosi per la democrazia italiana(11). Che il signor Eugenio Cefis sia un uomo pericoloso non il solo Mancini a pensarlo. Molti anni dopo, in unintervista postuma, Aldo Ravelli -uno dei maghi della Borsa italianafar delle allusioni pesantissime sul conto dellex faraone della chimica fuggito in Canada nel 1977: Conosco con precisione quello che avvenuto. Stavano per arrestarlo. E non per storie di tangenti ante litteram. I motivi erano molto pi gravi, importanti. Deve ritenersi fortunato che non labbiano fatto. Secondo me, in quella primavera del 1977, stavano per arrestare anche lui, Fanfani. Proprio nei mesi precedenti a quando Cefis annunci luscita dalla Montedison(12). Ravelli allude, su insistenza del suo intervistatore, a disegni autoritari in cui sarebbero stati coinvolti ufficiali e generali dellesercito e poi una parte dei carabinieri(13). Se con Amintore Fanfani i rapporti sono buoni, quelli con i carabinieri dei corpi speciali sono addirittura eccellenti per Cefis, basti pensare a Carlo Massimiliano Gritti, ex ufficiale, prima capo del servizio di sicurezza del Sifar per Enrico Mattei quando era presidente dellEni(14) e poi per il faraone che seguir alla Montedison. Il caso delle intercettazioni telefoniche rischia di diventare la punta di un iceberg dintrighi che potrebbero portare molto in alto, magari nella direzione indicata da Ravelli, e non sorprende affatto che la vicenda sar infine insabbiata dalla stessa Procura. Questa provvede a bloccare la trasferta dInfelisi a Lugano, dove sono state repertate le casse di Ponzi, in seguito alla visita di Gastone Nencioni(legale di Cefis)al dottor Spagnuolo. Dopo quel colloquio, il procuratore mander a Lugano -al posto dInfelisi- il giudice Romolo Pietroni, gi allontanato dalla Commissione parlamentare antimafia di cui era consulente per sospetti legami con ambienti non evangelici. Sar forse casuale, ma pochi giorni dopo il viaggio di Pietroni, salta fuori la notizia che le casse sono state manomesse, quelli che non si trovano pi sono proprio i documenti pi scottanti(15). Non ancora sufficiente. Negli uffici di Milano dellagenzia investigativa Ponzi sono state smagnetizzate numerose bobine mentre unaltra, lunica che conteneva prove consistenti a carico dellinvestigatore(16), si dissolve sotto il naso dInfelisi dai locali della Procura. Tra i nomi presi di mira dagli spioni spunta pure quello del cavalier Attilio Monti, magnate dellindustria zuccheriera e dei petroli nonch proprietario di numerosi quotidiani. Nella carta stampata, anzi, il cavaliere ha cercato di creare -senza riuscirvi, ma erano altri tempi e altri cavalieri- la prima grande concentrazione informativa del Belpaese. Alla fine del 1969, Monti possiede il pacchetto di maggioranza di ben cinque quotidiani e connesse edizioni di supplemento: un impero giornalistico che vende(sono cifre accertate)600.000 copie al giorno(17). Corre anche voce che il magnate stia trattando la partecipazione o lacquisto de Il Tempo di Angiolillo e che finanzi il Momento Sera di Roma. Questo foglio, appena pochi anni prima, si preso cura di rilanciare il caso Wanninger trasformandolo nel caso Pierri e forse quel finanziamento non del tutto disinteressato. Ad ogni modo, la storia del delitto di via Emilia riemerger improvvisamente, non prima per di far avere al cavaliere un segnale premonitore, stavolta telefonico. A mandarlo qualcuno che mette sotto controllo la linea dellappartamento bolognese di Monti. Questi si rivolge perci ad un altro detective privato, Alessandro Micheli, titolare dellagenzia Mike Investigazioni di Padova che a sua volta collegata con Walter Beneforti. Micheli, unito da qualche legame di parentela al petroliere amico di Cefis(18), presta il suo aiuto a Monti non si capisce bene come. Il dato 29

certo che anche lui proviene dalle barbe finte, un ex maresciallo che ha prestato servizio presso il centro controspionaggio di Padova agli ordini del colonnello Giorgio Slataper. Curiosamente, quindi, ha contatti tanto con il Sid che con gli Affari riservati e quando Beneforti sta per finire in gattabuia vola a Roma presentandosi ad Infelisi per essere ascoltato. Il pretore rinvia lincontro al giorno dopo perch deve finire dinterrogare Beneforti che quella notte stessa verr associato alle patrie galere. Lindomani Micheli arriva alla porta dellufficio dInfelisi, ma non ci resta per molto: vista la fine del suo amico si rende uccel di bosco. Ci rimarr per quattro anni e nemmeno un ordine di cattura servir a fargli cambiare idea. Orba di prove e monca di testimoni linchiesta romana ha fagocitato nel frattempo quella milanese che laveva preceduta di poco ma con criteri molto pi rigorosi. La Procura meneghina stava per emettere trentasei mandati di arresto che vengono annullati con il provvedimento della Cassazione, solerte nell'unificare le due inchieste e affidarne le competenze alla Capitale. Del resto, se quella benedetta indagine deve andare in porto, meglio che vada in un porto sicuro: pieno di nebbie, magari, per collaudato. Infatti bisogner aspettare il 1979 per la conclusione giudiziaria. Due anni prima, nel 1977, quando Cefis scappato, il Pubblico ministero Domenico Sica ha chiesto il rinvio a giudizio per cinquantaquattro imputati. Ne vengono concessi quarantacinque per un totale di ventiquattro condanne e ventuno assoluzioni. Le condanne pi severe sono per Ponzi e Beneforti -che rimangono pur sempre dei comprimari nella vicenda- ma che resteranno, come gli altri, a piede libero. Una fine gi annunciata e, tutto sommato, esemplare. Allitaliana, appunto.

NOTE
Berenice, Presi a volo, I grandi servizi di Paese Sera, Editrice il Rinnovamento, Roma (pag. 91) Massimo Felisatti-Fabio Pittorru, Qui Squadra Mobile, Garzanti-Vallardi, Milano (pp. 112 e segg.) (3) Panorama, 16/1/1975. Contenuto anche in: Gianni Flamini, Il partito del golpe, volume terzo, tomo primo, Bovolenta Editore (pag. 233) (4) AA.VV. Trentanni di trame, supplemento de LEspresso n14 del 7 aprile 1985. Larticolo di Giuseppe Catalano(pag. 47) (5) Flamini, op. cit.(pag. 233 e 240) (6) Catalano, op. cit. (pag. 47) (7) Daniele Barbieri, Agenda Nera, Coines Edizioni, Milano (pp. 159-160) (8) Catalano, op. cit. (pag. 50) (9) Ibidem (pag. 51) (10) Lepisodio riferito da diverse fonti. Esso riguarderebbe il periodo in cui Cefis era vicecomandante in Val dOssola delle brigate partigiane allordine di Alfredo Di Dio, morto in un agguato tesogli dai fascisti repubblicani. Sembra che Pisan fosse al corrente di particolari molto imbarazzanti su quella storia. Cfr: Giorgio Galli, La rega occulta, Marco Tropea Editore, Milano(pp. 117-118). Vedi anche: Eugenio Scalfari-Giuseppe Turani, Razza Padrona, Feltrinelli, Milano (pp. 206-207), ora ristampato da Baldini&Castoldi. (11) Flamini, op. cit. (pag. 51) (12) Fabio Tamburini(a cura di), Misteri dItalia, Longanesi & C., Milano (pag. 143) (13) Ibidem (14) Flamini, op. cit. (pag. 50). Su Gritti interessante laccenno di Ravelli in Misteri dItalia (pag. 142) e quello di Galli in La rega occulta (pp. 101-102) (15) Catalano, op. cit. (pag. 53) (16) Ibidem (pag. 52) (17) Paolo Murialdi, La stampa italiana del dopoguerra Laterza, Bari (pp. 563-567) (18) Flamini, op. cit.(pag. 51)
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MANI ROSSE, OMBRE NERE

In un romanzo di Joseph Roth ispirato alla figura di Lev Davidovic Trotzkj c' un personaggio che adombra quello di Stalin e che l'autore ribattezza curiosamente con un nome italiano: Savelli. Questi descritto nel libro come un uomo gelido, privo di sentimenti e tanto ieratico da definire se stesso un semplice strumento al servizio di una grande idea, la rivoluzione. Ad essa, Roth dedica la parabola del protagonista -Kargan- che finir esiliato da Savelli, una volta conquistato con lui il potere, proprio perch il "mondo nuovo" solo una variante pi orrenda di quello vecchio. Resta comunque il sogno, al povero Kargan, l'utopia che neppure l'amarezza della disillusione riesce a cancellare del tutto: "La gioia di avere un tempo sofferto per una grande idea e per l'umanit continua a determinare le nostre decisioni anche dopo molto tempo che il dubbio ci ha reso chiaroveggenti, consapevoli e senza speranza"(1). Non sappiamo se il dubbio renda davvero chiaroveggenti, ma certo che per alcuni il passaggio al disincanto non sembra affatto un problema e tantomeno un trauma. Un altro Savelli -stavolta non immaginario- fu editore dall'inizio degli anni '70 di numerose opere ispirate alla sinistra di classe ed extraparlamentare per approdare pi tardi a sponde opposte, vituperate e censurate dagli stessi libelli usciti un tempo dalle sue collane. E ce n'erano di titoli, in quelle collane, entrati poi nella memoria. Basti pensare alla "Strage di Stato" pubblicata in binomio con Samon, suo sodale che lo abbandon presto per ragioni non note, oppure quel "Porci con le ali" che tanto scalpore dest alla sua uscita per linguaggio e contenuti. Fermiamoci per al momento del distacco dei due fondatori della casa editrice "Nuova Sinistra". Rimasto da solo al comando, Savelli miete altri successi, spesso all'insegna di ci che allora si chiama controinformazione, genere tutto di parte su fatti pi o meno clamorosi. Uno di questi il caso del rogo di Primavalle, avvenuto a Roma nel 1973. In quell'anno, la notte del 15 aprile, l'intero quartiere svegliato da una tragedia: sono bruciati vivi due fratelli -Stefano e Virgilio Mattei, di otto e ventidue anni- nell'incendio del loro appartamento. Non una disgrazia, qualcuno ha appiccato il fuoco attraverso l'ingresso versando benzina e le fiamme si sono sviluppate subito in modo violento. Per i due ragazzi, intrappolati nella loro stanza, non c' stato niente da fare; Mario Mattei, il capofamiglia, invece riuscito fortunosamente a salvarsi insieme alla moglie e alle due figlie. Perch un atto tanto scellerato? Perch Mattei padre il segretario della locale sezione dell'Msi, partito di estrema destra, e per di pi in una borgata dove il basso reddito pro capite (ventimila lire mensili) sopperito da tensioni e scontri politici elevatissimi. Ne sarebbe riprova il messaggio sottratto alle fiamme da Anna Maria Mattei, madre dei due sventurati, un cartello lasciato sul pianerottolo dagli attentatori che parla di "giustizia proletaria": un'indicazione generica pi che una rivendicazione, ma basta e avanza. Le indagini portano all'arresto di due aderenti a Potere operaio, Achille Lollo e Marino Sorrentino, al loro fermo segue quello di altri due militanti: Marino Clavo e Manlio Grillo. Costui, per, non solo un militante della stessa organizzazione, ma anche membro del Direttivo nazionale della CGIL per il pubblico impiego. Scoppia cos l'affare Primavalle, le sinistre -Potere operaio in testa- sostengono che le circostanze legate all'attentato non sono chiare per niente, forse la tragedia il risultato di una faida interna alla sezione "Giarabub" dove sussisteva un forte contrasto fra una parte degli iscritti e il segretario. Mattei, infatti, un moderato malvisto dai rautiani, l'ala pi dura del partito, e alla "Giarabub" non sono mancate risse ed aggressioni contro di lui. E' una traccia 31

che non viene approfondita dagli inquirenti n dalla stampa moderata, ci pensa perci il collettivo di Potere operaio ad organizzare una controinchiesta che Savelli pubblica con un titolo pi che allusivo: Primavalle, incendio a porte chiuse(2). La formula del libro ripete quella della pi nota edizione stampata con Samon sulla strage di Piazza Fontana, ma le informazioni raccolte sembrano molto meno convincenti, tanto che Savelli prende opportunamente le distanze dal documento politico allegato al volume. Questi, ribadendo l'innocenza degli arrestati, non lesina critiche alla sinistra borghese -e in allusione al partito comunista italiano- formata da "gente che si permette di chiamare provocatori e incappucciati gli operai che alla Fiat bullonano i capi"(3), o attaccano e colpiscono in altre aziende i dirigenti, secondo Potere operaio a giusta ragione. A queste farneticanti argomentazioni che pure hanno trovato terreno, gli estensori del documento aggiungono il sistematico lavoro di demolizione del progetto di alternativa che il maggior partito di opposizione, leader di quella sinistra sprezzantemente chiamata "borghese", sta cercando di attuare. In questo senso, la funzione anti Pci di Potere operaio si riveler davvero esemplare nella sua coerenza. All'esemplarit in negativo non corrisponde invece l'indirizzo originario dell'editrice che pur ospitando voci non omologate aveva, fino a quel momento, proposto opere pi rigorose e comunque meno ambigue: un segnale, forse, non necessariamente legato alla rinnovata linea editoriale bens allo stesso arcipelago della "nuova" sinistra che sta cambiando e che proprio dall'ambiguit, a volte, pare infettata non a caso. Ecco perci uscire a pochi mesi di distanza dal pamphlet su Primavalle un nuovo libretto savelliano, curato da Lotta continua, che ha una genesi molto particolare. Si tratta della ristampa di un opuscolo scritto nove anni prima da Pino Rauti, Edgardo Beltrametti e Guido Giannettini per conto del generale Giuseppe Aloja, il titolo "Le mani rosse sulle Forze armate". Nel 1966, quando Aloja ne commissiona la stesura ai tre giornalisti di estrema destra, in corso una delle tante guerre invisibili fra le alte sfere del potere, pi precisamente nello Stato maggiore militare di Esercito e Difesa. Meglio ancora, fra Aloja e il generale sifarita Giovanni De Lorenzo. Quale, il motivo della discordia? Pare una diversa concezione strategica per arginare l'avanzata delle sinistre. Aloja vuole un esercito ideologizzato nell'anticomunismo e quindi organizza appositi corsi per le truppe, detti d'ardimento, che "tendono a creare un particolare clima psicologico ed etico che si stabilisce tra i frequentatori"(4); De Lorenzo, invece, ritiene che per tenere a bada le sinistre "sufficiente disporre di un valido servizio segreto appoggiato da una ridotta forza militare"(5). In realt, lo scontro fra i due generali cela motivazioni pi prosaiche, l'uno teme che l'altro lo scavalchi e lo estrometta dal controllo che entrambi perseguono sulle Forze armate. La guerra va avanti a colpi di fascicoli riservati e avvicendamenti dei loro fedelissimi nei posti nevralgici finch Aloja, proprio per rintuzzare le orchestrate rivelazioni fatte circolare da De Lorenzo sulla stampa, ricorre all'autoapologia con il contributo di Rauti, Giannettini e Beltrametti. Nasce cos l'opuscolo in sua lode e gloria, ma il generalissimo si accorge ben presto d'aver fatto uno sbaglio -e grosso- con la pubblicazione e diffusione di quelle paginette, pi nocive che benefiche alla sua immagine. Sar l'ammiraglio Eugenio Henke, capo del Sid, il "rinnovato" servizio segreto militare, ad occuparsi del ritiro e della distruzione di tutte le copie reperibili de "Le mani rosse", con buona pace dei corsi d'ardimento. Nel 1975 sono in pochissimi a conoscere la storia del libercolo commissionato da Aloja, ma i nomi di Rauti e Giannettini sono pi che noti. Quest'ultimo, soprattutto, diventato celebre come l'agente Z del Sid, lo spione coinvolto nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana. Nel giugno 1974 Giulio Andreotti a rivelare pubblicamente che Giannettini lavora per i servizi di sicurezza e il clamore enorme. Nello stesso anno, il 4 dicembre 1974, il 32

giornalista Edgardo Beltrametti viene interrogato dalla magistratura milanese in merito alle connessioni di Giannettini con le cellule nere coinvolte nella strage. Al giudice, Beltrametti racconta anche le vicissitudini legate alla pubblicazione de "Le mani rosse", dicendo tra l'altro: "Dopo alcuni giorni dalla pubblicazione, mi chiam l'ammiraglio Henke. Mi disse che la diffusione del libro avrebbe potuto danneggiare le Forze armate e che era pertanto opportuno che io intervenissi perch ne fosse bloccata la diffusione. Ebbi l'impressione che Henke non sapesse che la pubblicazione fosse stata voluta da Aloja...Ricordo per che l'ammiraglio mi chiese quanto era stato speso per la pubblicazione e io risposi circa due milioni. In effetti erano state tirate circa diecimila copie. Parecchi di questi libretti, circa 700-800, rimasero a casa mia in garage. Li ho indicati anche alla polizia quando venuta a fare la perquisizione"(6). Copia del verbale d'interrogatorio di Beltrametti con le dichiarazioni qui riportate, sar rinvenuto nella documentazione sequestrata dai giudici romani al generale Gian Adelio Maletti -ex direttore dell'ufficio D del Sid- l'11 novembre del 1980. Dunque Beltrametti ancora padrone di numerosi esemplari del libro in quel 1974, li indica chiss perch alla polizia e il Sid ne viene a conoscenza. Sono dei dati che fanno riflettere perch trascorre poco pi d'un mese dall'interrogatorio del giornalista e l'editore Giulio Savelli ripubblica prodigiosamente l'opera con un lungo saggio introduttivo, avvertendo in una premessa: "Ai primi di gennaio siamo venuti in possesso, in modo fortunoso, di una fotocopia dell'edizione originale delle Mani rosse. L'esigenza politica di pubblicare il libro il pi rapidamente possibile ci ha spinto a stamparlo fotografando direttamente le fotocopie, senza ricomporre il testo"(7). Com' arrivato, sia pure in fotocopia, quel testo all'editore? E' la commissione PID(presumibilmente, per l'informazione democratica)di Lotta continua a vagheggiare una risposta in apertura della nuova edizione: "Questo libro stato reso possibile dal movimento che si sviluppato nelle caserme, costruendo i primi nuclei di un'organizzazione di massa dei soldati di leva...Il movimento dei soldati rivendica il diritto proprio, e della classe operaia, di conoscere cose come quelle che abbiamo raccolto in queste pagine, mettendo insieme frammenti di notizie e recuperando faticosamente testi introvabili"(8). Si deve perci supporre che il recupero dell'edizione originale sia da attribuirsi a qualche proletario in divisa, un simpatizzante che in caserma si imbattuto in quell'opuscolo, lo ha fotocopiato, facendolo poi pervenire al movimento. Ma plausibile che nelle caserme circolassero ancora copie de "Le mani rosse"? Certo, va riconosciuto a Lotta continua il merito di essere stata, tra le formazioni extraparlamentari di quegli anni, una delle pi agguerrite in materia d'informazione antagonista e, dunque, estremamente abile nel ribattere colpo per colpo tutte le provocazioni ai suoi danni. Buon esempio il caso Marco Pisetta, un provocatore infiltrato nelle Brigate rosse di Curcio e Franceschini, che in un falso memoriale reso agli agenti del Sid accusa nel 1972 il movimento di Sofri, Pietrostefani e Bompressi quale responsabile dell'assassinio del commissario Luigi Calabresi. Pisetta non nuovo alle delazioni, ha gi collaborato in maggio con i carabinieri e la magistratura per poi trasferirsi in Austria. Raggiunto ancora dalla Benemerita, il 27 giugno rende una nuova confessione nella caserma del Comando di Trento. Alla fine dell'interrogatorio rispedito oltre frontiera, ma non sar lasciato in pace per molto: il Sid lo recupera alla met di settembre prelevandolo e rinchiudendolo in una villa nei dintorni di Salorno, in Alto Adige. Si noti che il recupero avviene quasi in concomitanza con l'arresto, proprio al confine italiano, del neofascista Gianni Nardi, indiziato per un certo tempo come il killer di Calabresi. Nardi arrestato il 20 settembre, il Sid lascia libero Pisetta al principio di ottobre dopo aver ottenuto da lui il memoriale che arriva alla stampa di destra. Ma ecco il colpo di scena. Pisetta, tornato libero, ha scritto un contromemoriale ritrattando tutto ci che 33

ha raccontato nel primo, ottenuto con il ricatto(e la dettatura)del Sid. Il settimanale ABC e il quotidiano Il Giorno lo pubblicano a puntate, ma soprattutto il giornale di Lotta continua a sguazzarci con ricchezza di particolari e ludibrio delle forze dell'ordine. Per il Sid e i carabinieri un vero e proprio smacco che, forse, non sar mai dimenticato. Sedici anni pi tardi, infatti, la stessa accusa di Pisetta contro Lotta continua per l'omicidio Calabresi verr formulata da Leonardo Marino, ma stavolta l'attendibilit del teste -pur messa in discussione da molti- sar presa sul serio. Se si deve pur riconoscere l'abilit da parte del movimento nel difendersi da attacchi e mistificazioni dei suoi avversari, tuttavia remota la possibilit che il libretto di Rauti, Giannettini e Beltrametti sia potuto arrivare alla commissione PID solo con l'ausilio dei compagni che prestavano servizio di leva. Pi plausibile , invece, che qualcuno -interessato alla diffusione- abbia voluto fruire o profittare dell'apporto (volontario o meno)degli attivisti di una formazione politica di prim'ordine nello schieramento extraparlamentare, di sicuro quella che allora riscuoteva largo seguito tra i giovani. A sostenere la tesi d'una possibile contiguit d'interessi provvede, giusto vent'anni dopo la fine del movimento, un episodio di cronaca. Vediamone le premesse. E' l'estate del 1996 e l'omicidio di Mauro Rostagno, ex leader di Lotta continua ucciso a trapani il 26 settembre 1988, viene riaperto dalla Procura siciliana nell'ipotesi di un delitto maturato nella stessa comunit di recupero dove la vittima lavorava. Per anni si era pensato e sostenuto che Rostagno fosse stato ucciso da entit mafiose della zona per il fastidio provocato con le sue denunce televisive presso un'emittente locale, finch diversi brogli e numerose irregolarit amministrative di "Saman" -la comunit fondata da lui e da Francesco Cardella, un personaggio alquanto discusso- non hanno portato i giudici a considerare un'altra pista investigativa. Appunto, il delitto "tra amici"(9). Elisabetta Roveri, ex convivente di Rostagno, arrestata per presunta complicit nell'omicidio mentre Cardella si rende uccel di bosco. Frattanto, la vicenda giudiziaria di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani si sta avviando verso la conclusione pi amara. E' in questo frangente che l'avvocato Luigi Li Gotti, legale della famiglia Calabresi, esterna un'ipotesi inquietante: Mauro Rostagno potrebbe essere stato ucciso per ci che sapeva sulla morte del commissario in quanto, all'epoca, era nel direttivo di Lotta continua. La data della sua uccisione, peraltro, coincide con l'incriminazione dei tre imputati chiamati in causa da Marino e tanto basta all'avvocato Li Gotti per tirare le somme: "Rostagno non morto di lupara. E' stato fatto tacere alla vigilia di un interrogatorio sul caso Calabresi. Le prove? Chiedetele all'onorevole Marco Boato, un altro ex leader di Lotta continua"(10). Nella furia delle polemiche scatenate dall'esternazione di Li Gotti s'insinua la voce di un altro reduce, il giornalista Marco Nozza, che in giovent ha collaborato con il quotidiano del movimento nel periodo in cui questo si stampava in una tipografia di Roma, tipografia che in realt era un paravento dei servizi segreti americani. "Nozza -racconta in proposito il Corriere della Sera- conduce il lettore in una strada nel cuore di Trastevere e alle pendici di Monteverde Vecchio: l, venticinque anni fa, c'era una tipografia che stampava Lc ma anche Notizie Radicali, il Daily American e la Nuova Repubblica, il settimanale di Randolfo Pacciardi e Giano Accame. La propriet, spiega Nozza, era dell'americano Robert Hugh Cunningham, <uno dei capi della CIA di Roma>. E' vero, ammette il giornalista, Lc pagava il lavoro di stampa, <ma ci voleva molto a capire che quello che loro scrivevano faceva molto comodo al signor Cunningham?>"(11). Poich Nozza non pu essere smentito perch la storia della tipografia comprovata, la reazione acida dei suoi detrattori -molti sono degli ex come lui- sfiora il ridicolo quando uno di essi afferma che Cunningham era anche un uomo d'affari e per questo "un conto era la sua 34

attivit di stampatore, un conto l'altra"(12), come se fosse possibile una distinzione fra le due cose. Pi che legittima, perci, rimane la domanda formulata dal giornalista e che si collega alle circostanze rammentate intorno alla ripubblicazione delle "Mani rosse" nonch al lungo saggio introduttivo a quelle pagine. Ma a dispetto di ci che vi afferma la commissione PID su testi e frammenti messi insieme con fatica, il lavoro d'introduzione troppo ben documentato per non ispirare il dubbio che sia stato il frutto di un altro affidamento opportuno, cos come avvenuto -con tutta probabilit- per l'opuscolo fotocopiato. Vi sono cio dei passaggi che hanno vero e proprio carattere di riservatezza e appare davvero strano che atti o documenti di scuole di guerra, anche non ortodossa, siano potuti arrivare sulla scrivania della commissione senza la compiacenza di una matrice estranea al movimento. Si prenda uno dei convegni sulla controguerriglia svoltosi a Roma dal 24 al 26 giugno del 1971 presso l'Istituto di Studi Militari Nicola Marselli, un convegno vieppi "tenuto a porte chiuse"(13) nella sua parte finale che vede come relatori proprio Giannettini e Beltrametti. Nel saggio della commissione PID si afferma che tutto ci che viene enunciato in quella seduta segreta "trover puntuale realizzazione negli anni successivi"(14), a cominciare da un programma strategico riguardante aspetti delicatissimi come telecomunicazioni e fonti d'energia: "Nell'estate del 1972, le ditte della ITT impiantano 2.400 linee telefoniche militari illegali, che sono in grado di escludere le linee civili e tenere i collegamenti solo tra gli impianti militari. Nell'estate del 1974 la societ Telespazio, del gruppo IRI e con partecipazione di altre industrie con capitale USA, fa prove di oscuramento consistenti nell'isolamento dal resto del mondo dei telefoni italiani. Nell'autunno del 1974 una serie di black-out elettrici isola tutti gli impianti civili lasciando in funzione solo quelli militari"(15). Tenuto conto che il programma previsto dai relatori stato illustrato a porte chiuse, c' da capire come hanno fatto i compagni di Lotta continua a documentarsi cos bene sui suoi successivi sviluppi ed applicazioni. Si cita nel saggio, a tal riguardo, il nome di una rivista militaresca, "Fortuna Italiana", che per del 1971 e riporta un lungo articolo di Beltrametti sulle conclusioni del convegno. Forse la citazione di Beltrametti non casuale, come non casuale che alla fine del 1974 egli sia ancora in possesso di numerose copie originali dell'opuscolo scritto con Rauti e Giannettini. Forse non neanche casuale che ne indichi la giacenza alla polizia. Ma se alle casualit, quando sono troppe, non bisogna credere, la conclusione sarebbe davvero imbarazzante. Meno imbarazzante, dopo di allora, sar il percorso editoriale(ed umano) di Giulio Savelli che avr s altre sortite clamorose ma pi accorte. Nella seconda met degli anni '80 il passaggio verso ideologie pi moderate sar per lui quasi uno sbocco naturale. Pazienza, poi, se per alcuni lo stesso passaggio si rivelato altrettanto proficuo da incrementare anche la gi collaudata intolleranza verso chiunque abbia il torto di non pensarla come loro. Almeno in questo, dimostrando una coerenza ammirevole.

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NOTE
Joseph Roth, "Il profeta muto", Adelphi, Milano, 1978, (pagina 210) Nell'edizione savelliana non sono indicati n l'anno n la tipografia dove il volume stato stampato. La sua uscita tuttavia collocabile per la data apposta al documento di Potere operaio che vi allegato: settembre 1974 (3) Ibidem, documento allegato con il titolo: "Un intervento di Potere operaio" (4) Giannettini-Rauti, "Le mani rosse sulle Forze armate", Savelli, Roma, 1975, pagina 88) (5) Giuseppe De Lutiis, "Storia dei servizi segreti in Italia", Editori Riuniti, Roma, 1993, (pagina 75) (6) Giorgio Boatti "Piazza Fontana", Feltrinelli, Milano, 1993, (pagina 219) (7) Giannettini-Rauti, op. cit., (pagina 52) (8) Ibidem, (pagina 5) (9) Per tutta la vicenda Rostagno vedi: Attilio Bolzoni-Giuseppe D'Avanzo, "Rostagno: un delitto tra amici", Mondadori, Milano, 1997. (10) Ibidem, (pagina 117) (11) Corriere della sera, 6 settembre 1996. (12) Ibidem (13) Giannettini-Rauti, op. cit., (pagina 29) (14) Ibidem, (pagina 29) (15) Ibidem, (pagine 29-30)
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LA PISTOLA DI PECORELLI

Di se stesso, in uno dei colloqui raccolti dal tedesco Ludwig e destinato ai posteri, un Mussolini al culmine della potenza dice che nessuno pu sfidare due volte la sorte e ognuno muore della morte che corrisponde al suo carattere(1). Frase compiaciuta, quella del duce. Che non immaginava quanto fosse profetica. Eppure, la frase, sembra condensare anche la vita(e la fine)di un altro italiano, minore, certo, sotto il profilo storico ma crocevia dei grandi misteri della Repubblica. Carmine Pecorelli, detto Mino, la sorte laveva sfidata pi di due volte con i suoi articoli. Ed morto esattamente nel modo che lui stesso ebbe occasione di prevedere. Uno dei suoi pezzi, quello che chiude la breve esperienza dapprendistato del futuro fondatore di OP presso il settimanale Nuovo Mondo dOggi, nomina lucidamente il modello darma da fuoco che undici anni pi tardi -e per molti anni ancora- passer come quello usato la sera del 20 marzo 1979 per farlo fuori. A quel periodico legato ai servizi di sicurezza Pecorelli cera arrivato nel 1967, quasi quarantenne, dopo aver svolto senza entusiasmo la professione forense. Nulla, anzi, gli avrebbe impedito di diventare uno dei pi quotati civilisti di Roma se avesse avuto buonsenso. Quarantanni, poi, sono molti per un debutto: unet pi idonea ai primi bilanci esistenziali che per lesordio in un mestiere poco raccomandabile, collocato in una dimensione parallela che peraltro gli regala anche la fama di ricattatore. S, il suo pi che un passaggio un paradosso, lapprodo da unattivit in cui il segreto professionale sacro a quello dove il segreto diventa almeno qualcosa di opinabile. Ma il caso Pecorelli pieno di paradossi. Il pi macroscopico rilevato in un libretto che la rivista satirica Il Male pubblic come supplemento, oggi introvabile, dove si sosteneva che la pratica del ricatto fosse lunica che potesse garantire nel giornalismo lautonomia delle fonti di finanziamento(2). Paradossi a parte, tutti gli articoli pubblicati da Pecorelli hanno ottenuto dopo la sua morte un esame minuzioso nella ricerca di una possibile verit sulla sua fine. Il risultato stato quello di fissarsi sulla luna, non sul dito che la indica. Un dito che assume appunto la forma di una canna di pistola e che spara per poi dissolversi. Le oscurit su quella morte cominciano proprio intorno allarma, non vi nulla di certo se non il calibro -una 7,65- e la marca di produzione dei proiettili sulla cui provenienza parleremo pi avanti. Meno sicura, intanto, lorigine sfumata sul modello usato dal misterioso killer, una Browning automatica, che una volta messo in circolazione resister a lungo, tanto da confermare segni e prodigi della scrittura pecorelliana e forse qualcosa daltro. E comunque lui, Pecorelli, a parlare per primo di una pistola Browning, certo minacciosa ma non pi efficace di un anello di ametista per raccogliere uninformazione o far tacere un testimone(3). La citazione contenuta nellarticolo apparso nel 1968 su Nuovo Mondo dOggi, dove lautore si occupa per loccasione delluniversit Pro Deo -oggi Luiss- e del suo rettore, il domenicano belga Felix Morlion. Pi che un articolo lannuncio di clamorose rivelazioni(mancate)su un intrigo che investe alti prelati, spioni italiani e stranieri, grossi papaveri della finanza, della politica e ancora la Fiat, la Montecatini, la Michelin(4) in qualcosa anche di piccante, visto che si parla pure di squillo. Insomma, ci va gi cosi pesante che gli Affari riservati del Viminale sincazzano imponendo la chiusura della rivista. Pecorelli, che ne comproprietario, intasca una cinquantina di milioni e firma unimpegnativa dove dichiara di starsene buono per almeno cinque anni: 37

impegno che naturalmente non rispetter. Nel mese di novembre del 1981 la polizia romana scopre in uno scantinato presso lo stabile di via Listz 34, allEur, dove ha sede la direzione generale dei servizi digiene pubblica del ministero della Sanit, una vera e propria santabarbara. Nel locale vengono repertate armi dogni tipo e fra queste diciotto pistole e revolver, un fucile a pompa, una carabina, una machine pistole M12, un mitra Mab 38/42, un fucile mitragliatore Schmeisser Mp40, un altro mitragliatore Sten MkII(5) nonch diversi ordigni esplosivi e -soprattutto- una partita di proiettili marca Jevelot di produzione Nato, questi ultimi abbastanza rari in Italia. Proprio due dei quattro proiettili sparati su Pecorelli provengono da quel quantitativo e nellarsenale scoperto dovrebbe esserci anche la pistola che lo ha fatto secco. Quellira di Dio appartiene alla famigerata banda della Magliana, un gruppo di malavitosi che qualcuno definisce inquietante terminale di servizi segreti, mafia siciliana, estremismo nero e massoneria inquinata. Quando ancora anni dopo alcuni dei suoi componenti -scampati alle sanguinose faide interne della banda- decideranno di collaborare con la giustizia, verr fuori che lomicidio Pecorelli stato appaltato alla Magliana da Cosa nostra per conto dei cugini Nino e Ignazio Salvo, preoccupati del fastidio che il giornalista arrecava con i suoi articoli allonorevole Giulio Andreotti e al suo entourage. Scartando il movente ancora al vaglio della magistratura e prendendo per buona la matrice esecutiva, la storia di quella pistola si complica. Sarebbe cio stata usata la sera del 20 marzo da un terrorista nero fiancheggiato da un mafioso. Questi, dopo lomicidio, avrebbe consegnato larma ad uno dei boss della banda, quasi si trattasse di un trofeo(6). Non chiara, perci, la provenienza dorigine dellarma. Se ne conoscono tuttavia le caratteristiche essenziali attraverso il racconto di Antonio Mancini e Fabiola Moretti, due degli ex affiliati al gruppo che hanno accettato di collaborare con i giudici. Entrambi hanno visto quella pistola e la Moretti avrebbe vieppi speso diverso tempo nella sua manutenzione. Mancini la descrive come unautomatica 7,65()munita di silenziatore()cromata, ossia color acciaio chiaro. In pi aveva dei particolari sul calcio che richiamavano lattenzione, come fossero disegni(7). Bench labbia maneggiata con cura per pulirla e lubrificarla, Fabiola Moretti addirittura incerta sul calibro della pistola servita per liquidare Pecorelli: Ricordo unarma semiautomatica 7,65 o 9. Ad occhio direi che era una calibro 9, perch la ricordo piuttosto grande. Smontai la pistola e la ripulii, avvolgendola in una camera daria da pneumatico(8). Molto pi precisa la circostanza raccontata dalla donna nella quale, dopo la scoperta del deposito di via Listz, il suo convivente di allora -Danilo Abbruciati- le chiede notizia della pistola che ha pulito e se sopra possano esservi rimaste le sue impronte: Io naturalmente gli dissi che certamente cerano e gli chiesi come mai la cosa lo interessasse. Mi spieg che quellarma ritrovata tra le altre al ministero della Sanit era quella usata per uccidere Pecorelli(9). Lapprossimato ricordo sul calibro dellarma che la Moretti -ad occhio- rammenta di potenza pi elevata, sembra confortato da un altro pentito, Maurizio Abbatino, il quale attesta che la banda della Magliana preferiva utilizzare bocche da fuoco superiori al 7,65, usato solo per scopo di difesa personale e mai per operazioni(10). E pur vero che lomicidio non viene compiuto da un elemento organico al gruppo ma da un esterno, una deroga curiosa se si pensa che Abbruciati si prender il disturbo di andare a Milano per sparare su Rosone e rimetterci la pelle, per strano che nessuno ricordi con precisione il modello che, peraltro, transitato fra lo stock di pistole trovate nel deposito. Sullarsenale, poi, rimangono irrisolte diverse domande:da dove proviene il materiale? Chi vi aveva accesso, oltre i malavitosi? In che modo quella partita di proiettili, tuttaltro che comuni, finita in via Listz? La risposta, in parte, la 38

fornisce ancora Abbatino: Non so nulla di preciso circa la provenienza delle munizioni utilizzate per lomicidio Pecorelli. Posso per dire che le munizioni di marca Gavelot (sic) calibro 7,65 rinvenute allinterno del deposito del ministero della Sanit, potevano provenire o da un borsone darmi consegnatoci personalmente da Danilo Abbruciati e l custodito, oppure depositate in quel luogo da Massimo Carminati(11). Questultimo il nome del neofascista che -secondo le testimonianze dei pentiti- si sarebbe reso esecutore materiale del delitto. Assente nelle dichiarazioni rese a verbale in istruttoria dagli ex membri della Magliana, quel nome -Browning- sembra sbiadire e dissolversi come una nuvola luciferina. Ma c un altro nome nella vicenda Pecorelli che i pentiti si astengono dal pronunciare: quello di Antonio Chichiarelli. Costui, falsario di talento e amico di Danilo Abbruciati, ha un ruolo che gli compete tanto nellaffare Moro che nel colpo miliardario alla Brinks romana. Chichiarelli, per, anche luomo che si diverte a trasmettere strani messaggi che hanno tutta laria dessere occulti, seminando a puntate reperti indecifrabili. Uno di essi riguarda proprio il giornalista di OP, una scheda informativa che contiene indirizzi, carattere(molto sospettoso)e spostamenti del soggetto messo sotto traccia. Vi indicata anche la scadenza tassativa entro cui colpirlo a morte, con la precisazione che lomicidio non va rivendicato, occorre anzi depistarlo. Cosa che puntualmente avviene. Ma oltre ad essere falsario e rapinatore, Chichiarelli anche trafficante in armi. Un suo conoscente, Luciano Dal Bello, che bazzica da informatore il Sisde, di lui attesta che le armi piazzate alla malavita Chichiarelli se le procurava in luoghi inaccessibili. Tra questi, la base militare Nato di Napoli(12). Quei proiettili Jevelot sono fabbricati proprio su licenza Nato e forse si comincia a capire meglio perch Abbatino non sa nulla di preciso sulla loro provenienza. Ci che si continua a non capire quale pistola ha sparato su Pecorelli. Fra quelle rinvenute in via Listz, due risultano essere modelli Beretta che possono eventualmente montare un silenziatore. Premesso che una perizia ha stabilito che i bossoli rinvenuti la sera del 20 marzo presentano sul fondello unimpronta del percussore caratteristica del modello Beretta 81(13) e che larma che ha sparato era silenziata, ci non basta ad essere assolutamente certi che sia quella la pistola usata dal killer. Ulteriori perizie balistiche effettuate sulle pistole trovate dalla polizia hanno avuto esiti negativi, e tuttavia la magistratura giudicante non ha escluso che nel deposito del ministero della Sanit sia transitata larma in questione(14). Lipotesi sospesa nasce da due valutazioni. Primo, perch dal momento dellomicidio alla scoperta dellarsenale passano due anni e mezzo. Inoltre, tutte le armi repertate presentano alterazioni -per la presenza di acidi(15)- che ne impediscono un riscontro utile fra il raffronto tecnico dei bossoli trovati vicino al cadavere del giornalista e quelli sparati dalle pistole in comparazione dai periti. Si rimane cio nel vago, nellopaco. E con questi dati possiamo tranquillamente concludere che Pecorelli sia stato ammazzato due volte, nello stile di quei misteri di cui lui stesso stato grande depositario.

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NOTE
Paolo Monelli, Mussolini piccolo borghese, Garzanti-Vallardi, Milano, 1983, pag. 299 Piero Zut Lo Sardo, Omicidio Pecorelli: desiderio di stato, in Metropoli, anno 3, numero 6, settembre 1981, pag. 27 (3) Ibidem, pp. 28-29. Larticolo scritto da Pecorelli integralmente riprodotto nel pezzo che appare su Metropoli, periodico legato ad Autonomia operaia. In esso, Piero Lo Sardo sostiene che la morte del giornalista va collocata nel connubio tra classe dirigente e massoneria -ipotesi peraltro non nuova nelle piste dindagine- che Pecorelli avrebbe affrontato in almeno due occasioni: La prima(quella del 1968 su Nuovo Mondo dOggi) comprato, la seconda(nel 1979, su OP) ucciso. Va altres notato che Lo Sardo nomina in chiusura Gianni Baget Bozzo e Giano Accame, entrambi nella rivista Nuova Repubblica del movimento politico guidato da Randolfo Pacciardi, a sua volta legato ad un progetto tecnocratico di una nuova elite modernizzante in cui il problema della struttura della classe dirigente va interpretato nel rapporto che essa pu avere con quei centri di potere sovranazionali fino ad entrare in simbiosi con essi. (4) Ibidem, pp. 28-29 (5) Giovanni Bianconi, Ragazzi di malavita. Fatti e misfatti della banda della Magliana, casa editrice Baldini&Castoldi, Milano, 1995, pag. 188. (6) Ibidem, pag. 161 (7) Silvestro Montanaro, Sandro Ruotolo(a cura di), La vera storia dItalia, Tullio Pironti Editore, Napoli, 1995, pag. 597. (8) Ibidem, pag. 623. (9) Ibidem, pag. 623. A proposito del racconto della Moretti, la donna precisa che Abbruciati adopera unespressione brutale per alludere alla pistola(L ci sta labbacchio di Pecorelli"). Come ben noto, labbacchio una pietanza tipica di Roma che si riferisce tanto allagnello macellato ancora lattante che a quello pi coriaceo, appunto di pecora. Nel 1980 si apprende lepisodio in cui Pecorelli, poco tempo prima della morte, si incontrato con Claudio Vitalone, Carlo Adriano Testi, Walter Bonino e Donato Lo Prete in un ristorante della capitale per discutere il tema di un suo articolo molto velenoso sul conto di Andreotti. La rivista satirica Il Male ne prende spunto e pubblica in prima di copertina una significativa vignetta dove il cadavere del giornalista viene mostrato sotto forma di abbacchio fumante su un piatto da portata che un giulivo cameriere si appresta a servire. Mentre una voce fuori campo si rivolge impaziente al servitore(Allora, arriva o non arriva sto Pecorelli?!), unulteriore didascalia avverte che la cena si svolge in casa Vitalone. Il riferimento del disegnatore allabbacchio -sia pure involontario perch gioca sul nome della vittima- rimane comunque curioso. (10) Ibidem, pag. 630 (11) Ibidem, pag. 630 (12) Peter Willan, I Burattinai, Tullio Pironti Editore, Napoli, 1993, pag. 287 (13) Sentenza della Corte di Assise di Perugia del 24 settembre 1999 (14) Ibidem (15) Ibidem
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LA LEPRE FINTA

Nelle cronache milanesi del 9 dicembre 1995 compare per l'ultima volta un nome, quello del libanese Bou Chebel Ghassan, che al momento della morte nessuno ricordava pi. La notizia, quel giorno, gi vecchia di alcune settimane quando viene pubblicata perch Ghassan se n' andato all'altro mondo sotto silenzio minato dall'Aids, male che come il cancro (e la mafia)non perdona, ma anche pi idoneo nel sottacere le circostanze di una fine. I cronisti che vi accennano distrattamente, se ne fanno quasi partecipi affermando che il soggetto, molto poco raccomandabile, frequentava ormai da anni "pensioni di terz'ordine, ospite di prostitute e travestiti"(1). Lo scenario -forse- sar anche vero, ma un di pi, una forzatura che sembra voler accentuare il comprensibile riserbo non intorno alla malattia bens ai tanti, i troppi segreti che il libanese s' tirato dietro. Il segreto pi grosso di sicuro racchiuso nell'uccisione del giudice Rocco Chinnici, il capo dell'Ufficio istruzione del tribunale di Palermo, saltato in aria con la scorta il 29 luglio 1983. Ed significativo che proprio nelle date comincino le contraddizioni. Se quella della morte di Ghassan non viene specificata, ce n' almeno un'altra che contrastante: riguarda la sua telefonata "anonima" avvenuta giorni prima dell'omicidio di Chinnici per avvertire i funzionari della Squadra mobile palermitana dello scadere di un gravissimo attentato. Qualche giorno prima, si detto, ma sulla data precisa esistono versioni diverse. Quella pi accreditata fissa al 10 di luglio la segnalazione, una segnalazione generica, senza indicazioni ma di certo allarmante. L'annuncio del misterioso telefonista sull'imminenza di una strage che sar compiuta con una vettura carica di tritolo non specifica chi sia l'obiettivo, dice solo che si tratta di qualcuno importante, un pezzo grosso: forse Falcone o De Francesco "o chiunque altro avesse ficcato il naso negli affari dei boss emergenti"(2). Non chiaro perch Ghassan avrebbe dovuto ricorrere all'anonimato se, come si afferma nel suo epitaffio, proprio "all'inizio di luglio viene agganciato dall'Alto Commissariato Antimafia di Bruno Contrada ed Emanuele De Francesco"(3). Ghassan infatti gi noto a parecchie persone degli apparati non solo come trafficante di armi e droga, ma anche come informatore. E' un uomo che "vanta ottimi agganci con la Criminalpol italiana, con la Guardia di Finanza di Milano, con il servizio centrale antidroga del ministero dell'Interno e anche con i servizi segreti"(4). Tutto questo, per, non basta. Alle benemerenze appena citate si dovrebbe aggiungere un requisito ancora pi inquietante. Sembra cio che il libanese non sia estraneo neanche alla struttura pi impenetrabile della storia parallela italiana, Gladio, di cui avrebbe fatto parte in almeno un'operazione: "Nel 1986 viene creato il Gruppo operazioni speciali(GOS), chiamato anche Nucleo K. La nuova struttura dotata di forte autonomia. Entra in azione durante il sequestro della Achille Lauro, nella rivolta al carcere di Trani, nel dirottamento su Malta di un jet egiziano. E nel sequestro Dozier. Nella medesima operazione presente anche Bou Chebel Ghassan, certamente informatore della polizia. E' indicato da un'ufficiale della Finanza come collaboratore del Sismi"(5). Perch, dunque, il ricorso ad una telefonata anonima, ammesso che ci sia stata davvero? All'autorit giudiziaria che raccoglie la deposizione di Ghassan nell'istruttoria per il processo contro Michele e Salvatore Greco quali mandanti della strage di via Pipitone 41

Federico, "non interessa fino a qual punto egli fosse un leale confidente"(6) ed un male, visto che i Greco -pur criminali riconosciuti- non c'entrano con la morte di Chinnici, ma questo si appurer anni dopo. Intanto, per, il libanese gi indossa i panni della lepre finta, la stessa impiegata nelle corse per ingannare i cani condizionati dal loro istinto di segugi, una lepre eccellente nei depistaggi. Certo, la matrice dell'assassinio di Chinnici sicuramente mafiosa, ma nel massacro del 29 luglio ci sono elementi che fanno pensare ad altre entit, quelle che il giudice annotava nei suoi diari. Carattere duro, spigoloso, quello di Rocco Chinnici. I diari che lascia riportano passaggi stringati ma eloquenti dei suoi umori spesso acidi, impietosi. Quella che per sembra un'irriducibile protervia soltanto il riflesso di un'angoscia, Chinnici siede sulla stessa poltrona di Cesare Terranova, amico e collega carissimo da lui sostituito quando questi viene ammazzato il 25 settembre 1979 proprio sotto casa, predestinazione comune ad entrambi. Come Terranova, anche Chinnici convinto che la mafia sia solo uno degli elementi -il primo livello- di un disegno ben pi ampio del semplice scenario criminale e lo dice pubblicamente, commettendo il suo errore pi grosso, forse quello fatale: "C' un filo rosso che lega i grandi delitti, un unico progetto politico"(7). Intuito e passione. Mentre il primo segna un punto a suo favore perch Chinnici ha voluto accanto a s un giovane magistrato, Giovanni Falcone, che si fatto le ossa alla Sezione fallimentare, la sua incapacit di mediare a costargli la vita. Falcone, fintanto che lui vivo, ne condivide le idee bench sia pi accorto nelle esternazioni, sa che il gioco a carte scoperte facilita gli avversari e muter rotta ma solo in apparenza- qualche anno dopo. E' il gioco grande, quello delle menti raffinatissime, ma Chinnici ci si butta a testa bassa lasciando scoperte le spalle, riunisce in una sola inchiesta le indagini sugli omicidi di Mattarella, Costa e La Torre con quello di Carlo Alberto Dalla Chiesa, preparandosi a firmare i mandati di cattura per Nino ed Ignazio Salvo. Ne preannuncia quasi l'arresto quando va a trovare la vedova di Pio La Torre meno di venti giorni prima di saltare in aria. La donna insiste, vuol saperne di pi, e lui la rassicura: "Si tratta solo di aspettare qualche settimana. Finalmente ci siamo"(8). Meno di venti giorni. Una concomitanza da lasciare allibiti se la telefonata di Ghassan avviene davvero il 10 luglio. A raccoglierla Antonio De Luca, commissario della Criminalpol, lo stesso funzionario il cui nome Chinnici trascrive il 27 gennaio 1981 nei diari, a proposito di Pier Santi Mattarella. Parlando dell'omicidio del presidente della Regione siciliana, il giudice annota che Mattarella -al rientro da Roma dopo un colloquio con Virginio Rognoni- ha confidato alla sua segretaria il timore di finire ucciso per quello che ha detto al ministro e "che di ci il commissario De Luca ebbe a fare una relazione; il documento per non stato allegato al rapporto, per il veto dei superiori"(9). Interrogato in merito all'episodio, De Luca conferma che la sua relazione "non fu allegata n trasfusa nel rapporto, trattandosi di notizia confidenziale"(10), escludendo tuttavia che l'omissione fosse dovuta al veto dei superiori. Si trattato, insomma, di una trascuratezza. Non ne mancheranno intorno alla vigilanza sull'incolumit di Chinnici dopo l'avvertimento di Ghassan. Nelle carte istruttorie(11) per il processo sulla strage del 29 luglio, Ghassan spiega per filo e per segno come sono avvenuti i suoi contatti con il clan dei Greco e come questi fossero caparbiamente intenzionati a far fuori Chinnici con un omicidio esemplare. Michele Greco, soprattutto, vuole che l'esecuzione sia spettacolosa, mozzafiato. Sua, secondo Ghassan, l'idea dell'autobomba: "Ricordo che disse quasi testualmente <salter anche a Palermo come si fa nei vostri paesi e cos salteranno tutti e nessuno potr fare testimonianza>"(12). Al dibattimento, per, l'ambiguit del libanese viene fuori con evidenza, tortuose restano le sue versioni sui rapporti che lo legano ad esponenti di Cosa nostra, tanto che "pi volte, in aula, ritratter le accuse a carico di Michele e Salvatore Greco, denunciando minacce e presunti attentati alla sua vita in carcere"(13). 42

Prosciolto dall'accusa di aver fornito esplosivo e detonatore per l'attentato a Chinnici, Ghassan viene condannato per solo traffico di narcotici, nell'autunno del 1987 a piede libero. Forse la pacchia per lui finita perch dai grandi alberghi e donnine di lusso passa a vivere in pensioni a buon mercato pur continuando a registrarsi col suo vero nome e millantando sempre i gravi pericoli per la sua collaborazione. Torna perci a Palermo, "denunciando nuovi complotti ai suoi danni"(14), poi sparisce o viene fatto sparire fino all'estate del 1993. Gli avvenimenti di quell'anno sono vertiginosi(15). Il 1993 si apre con il preannuncio delle collusioni mafiose di Giulio Andreotti, poi seguite dalla sua incriminazione vera e propria. Le inchieste su Tangentopoli innescano una serie di suicidi, alcuni eccellenti. Il 18 febbraio viene trovato il corpo di Sergio Castellari, megamanager delle Partecipazioni statali; il 20 luglio Gabriele Cagliari, gi presidente Eni, si uccide nel carcere di San Vittore; tre giorni dopo Raul Gardini, il timoniere dell'impero Montedison, si spara nella sua abitazione milanese. In questo frangente sembra riprendere in pieno una nuova strategia della tensione: il 14 maggio -a Roma- esplode un'autobomba in via Ruggero Fauro, ai Parioli, strada dove hanno sede misteriose societ di copertura in odore di servizi segreti. Il 27 maggio un'altra vettura carica di esplosivo parcheggiata davanti alla Galleria degli Uffizi, in via dei Georgofili, causa la morte di cinque fiorentini. Infine, nella notte fra il 27 e il 28 luglio, c' un triplo attentato con la stessa tecnica: uno a Milano, in via Palestro(ancora sei vittime), gli altri due a Roma, davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano e alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Questi macelli saranno attribuiti all'ala corleonese di Cosa nostra, estromettendo -al solito- ogni altra entit. La strage di via Palestro e lo scempio di Roma costano la poltrona al prefetto Angelo Finocchiaro, direttore del Sisde, il servizio di sicurezza civile. Ma la sostituzione non avviene soltanto in conseguenza degli attentati, il Sisde gi nella bufera da qualche mese per via di un'inchiesta della Procura romana che ha accertato l'esistenza di fondi neri, cifre miliardarie che alcuni spioni intascavano a proprio uso e consumo. Ad ottobre, quando le barbe finte messe sotto accusa tenteranno di coinvolgere nei loro intrallazzi alte personalit passate e presenti della politica italiana e persino il Quirinale, la bufera diventer tempesta. Nel frattempo, gi screditato dall'affare Contrada e dall'inefficienza nel prevenire gli attentati, il Sisde pensa di correre ai ripari con il redivivo Bou Chebel Ghassan, beccato in una pensioncina del quartiere milanese di Citt studi. Per qualche anima bella, il libanese, ancora una lepre finta ideale. A suo carico c' il fatto che risiede nella citt meneghina da abbastanza tempo per essere coinvolto nella strage di via Palestro, per di pi un esperto in esplosivi gi impelagato nella morte di Rocco Chinnici. Quando per il suo nome viene proposto come artificiere, la stampa non d alcun credito all'ipotesi che sia stato lui a collocare la bomba su quella vettura, Ghassan un rottame, uno che vive ormai di espedienti pi che di traffici. Il ripescaggio, tuttavia, non solo una goffa trovata per scaricare la responsabilit dell'eccidio su di un penoso fantasma bens, ancora una volta, il diversivo per coprire con il suo nome quello di un altro personaggio, molto pi temibile, e il cui avvistamento proprio a Milano avvenuto senza che nessuno -ad eccezione del Corriere della Sera- vi facesse caso. Di chi si tratta? Di un tale che risponde al nome di Eugenio Berrios, un chimico cileno e spia prezzolata, attivo come agente della feroce dittatura di Augusto Pinochet. Il signor Berrios rimasto pesantemente indiziato, tra l'altro, anche dell'assassinio di Orlando Letelier, ex ministro del governo di Salvador Allende, massacrato in esilio guarda guarda- proprio con un'autobomba. Sembra che il chimico sia un vero e proprio mago in materia di esplosivi e la sua segnalazione in Italia lo fa fuggire a gambe levate, tanto pi che stata preceduta dalla visita del direttore della CIA in persona nell'ultima settimana elettorale prima del Referendum per il voto maggioritario. 43

Coincidenze? Forse. O forse aveva ragione Ghassan quando, ai giudici di Palermo che lo interrogavano, diceva di non poter immaginare "che i funzionari di polizia, per prevenire un attentato, avessero bisogno d'informazioni al minuto, come i bambini col biberon. Un bravo poliziotto da una piccola cosa capisce tutto"(16). Gi. Sempre che ci sia la volont di capire.

NOTE
(1) (2)

Corriere della Sera, "L'Aids uccide il libanese dei misteri", 9 dicembre 1995 Benito Li Vigni, "Omicidi eccellenti", Pironti, Napoli, (pagina 326) (3) Corriere della Sera, art. cit. (4) Sandro Provvisionato, "Misteri d'Italia", Laterza, Bari, (pagina 269) (5) Alfredo Galasso, "La mafia politica", Baldini & Castoldi, Milano, (pagina 144) (6) AA.VV. "Mafia. L'Atto di accusa dei giudici di Palermo", Editori Riuniti, Roma, (pagina 294) (7) Li Vigni, op. cit., (pagina 321) (8) Francesco Misiani, "Per fatti di mafia", Sapere 2000, Roma, (pagina 102) (9) Alfredo Galasso, op. cit., (pagina 97) (10) Ibidem. (pagina 98) (11) Contenute in "Mafia. L'Atto di...", cit. (pagg. 294 e seg.) (12) Ibidem (13) Li Vigni, op. cit. (pagina 329) (14) Ibidem (15) Per tutte le vicende legate al 1993 vedi: Fabio Andriola-Massimo Arcidiacono, "L'anno dei complotti", Baldini & Castoldi, Milano. (16) Corriere della Sera, art. cit.

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RUMORI DI FONDO

"Poco m'importa la menzogna ma detesto l'inesattezza" SAMUEL BUTLER (Note-Books)

In quella spaventosa concentrazione di potere rappresentata dall'informazione il peccato d'inesattezza sembrerebbe quasi una banalit, una sorta di pedaggio dovuto alla massa di notizie che ci bombardano. Eppure, proprio perch le imprecisioni eludono spesso i controlli, c' da chiedersi se davvero la natura dell'inesattezza sia ascrivibile sempre e comunque all'involontario e al casuale. Ai fatti raccontati dai media non pu che corrispondere la loro stessa virtualit proprio nei segni contraddittori -rumori di fondo avvertibili e persistenti- che essi tradiscono senza che nessuno se ne faccia interprete. Se anzi dovessimo scegliere un frangente in cui questi rumori sono stati percepiti ma non raccolti, ci basterebbe scorrere la cronistoria dei suicidi correlati a Tangentopoli e, in particolare, quelli di Raul Gardini e di Gabriele Cagliari. Del secondo, citando la riapertura delle indagini sulla morte avvenuta in carcere nell'estate del '93, il Corriere della Sera riferisce due anni dopo che l'ex presidente dell'Eni "scriveva spesso alla famiglia e alla moglie -Bruna Di Lucca- che a San Vittore non mai andata a trovarlo, perch Cagliari non voleva"(1). Il corsivo necessario, dal momento che il lettore delle cronache sulla vicenda di due anni prima si trovava ora, nel 1995, a dover scegliere fra il passare ad altri argomenti o verificare la discrepanza avvertita nelle parole riportate dal pezzo. Dov'era la discrepanza? Nel rifiuto di Cagliari di ricevere visite della propria consorte oppure nell'affermazione che questa non fosse mai andata a trovarlo? All'indomani del 20 luglio 1993, tra i particolari riferiti dalla stampa sulla tragedia di San Vittore, non manca l'accenno alla domanda di scarcerazione ripresentata da Cagliari al giudice di sorveglianza qualche giorno prima, n al colloquio con il suo legale in cui questi, proprio quel mattino, avrebbe dovuto comunicargli l'esito dell'istanza. Nella mancata visita si fa anche il nome della moglie del detenuto: un errore? E' possibile che nei clamori di quel 20 luglio, non essendoci tempo bastante per le verifiche, nessuno abbia pensato all'inesattezza. O almeno, se inesattezza ci fu, nessuno abbia pensato a correggerla. E' altrettanto vero, per, che nel raccontare minuziosamente gli ultimi istanti di vita di Gabriele Cagliari, i cronisti fornirono il ritratto di un uomo che si era alzato, lavato e sbarbato con cura per poi fare colazione, confidando ai compagni di braccio l'imminenza del colloquio. Un colloquio forse inutile ma che quantomeno -confermandogli il rigetto dell'istanza- avrebbe meglio giustificato la sua decisione di farla finita. Poco pi tardi, il corpo viene ritrovato con la testa infilata in un sacchetto di plastica stretto intorno al collo. Alla versione di un Cagliari ritroso nel ricevere visite dei propri familiari, abbinata la strana e poco comprensibile metodica, da parte della signora Di Lucca, nel distruggere la maggior parte delle lettere che il marito le scriveva da San Vittore: "Gabriele me ne avr scritte un centinaio in quattro mesi di carcere. A casa ne avr una decina, forse"(2). Fermiamoci un momento. La presenza epistolare non manca neppure nella morte di Raul Gardini. Anche l'ex stratega del Gruppo Ferruzzi lasci una lettera prima di uccidersi a 45

soli tre giorni di distanza dalla scomparsa di Cagliari. A proposito dell'indagine avviata dal giudice Scagliarini, sul dettaglio della lettera e sui punti essenziali del suicidio si sofferma pi degli altri il settimanale L'Espresso i cui servizi vengono ripresi in questi termini: "Compaiono anche alcune ombre nella ricostruzione della fine di Raul Gardini. La pistola sarebbe stata trovata su uno scrittoio sulla parete opposta rispetto al letto sul quale si sparato. Il magistrato incaricato dell'inchiesta, conferma la posizione dell'arma ma non ritiene che si tratti di un giallo, i soccorritori hanno sconvolto la scena del suicidio. Qualcuno avrebbe quindi tolto l'arma dalle mani dell'imprenditore morente per spostarla. Chi? Il giudice non vuole fare nomi. Ma altri dettagli insinuano nuovi dubbi. C' una lettera al pool Mani pulite in cui viene offerta piena disponibilit. Lettera che, secondo L'Espresso, sarebbe stata completata la notte prima del suicidio. Ma se era pronto per l'interrogatorio, perch Gardini si ucciso? Anche in questo caso gli investigatori non pensano si tratti di un elemento chiave..."(3). Completare non significa necessariamente finire ci che si cominciato ma altres aggiungere ci che manca a qualcosa. Stando all'ambiguit del termine adoperato dal cronista, l'ipotetica aggiunta alla lettera di Gardini potrebbe anche non essere attribuita al morto, impressione confortata peraltro dal fatto che i soccorritori hanno sconvolto la scena del suicidio. Ma quello di togliere l'arma dalle mani di un moribondo che si appena sparato un gesto naturale, un gesto che non sconvolge un bel niente se non si vuol suggerire dell'altro. E cio che Gardini possa essersi sparato a quello stesso scrittoio sul quale era posata la pistola e dove, con tutta probabilit, ha scritto la sua lettera. Che poi sia stata la mano di Gardini a completare lo scritto, la mano di qualcun altro o, peggio ancora, che Gardini sia stato costretto a scrivere ci che ha scritto sotto la minaccia dell'arma, un discorso troppo compromettente persino per i giornalisti. Torniamo a Gabriele Cagliari. Come in Gardini l'incongruenza del suicidio affidata ad una lettera in cui dichiara la sua disponibilit a collaborare con la magistratura, nella morte del detenuto di San Vittore la contraddizione pu essere colta non tanto e non solo in quel colloquio mancato, ma pure nelle lettere premurosamente distrutte dalla vedova. Per di pi, di lui, si scrive che si ucciso "quando si reso conto che i magistrati non avevano alcuna intenzione di concedergli gli arresti domiciliari"(4). E ancora la signora Di Lucca ne ribadisce la fermezza di carattere dichiarando che suo marito "aveva ammesso le sue colpe, ma i giudici volevano che rivelasse i nomi: me lo hanno ammazzato perch non ha voluto fare il delatore"(5). Questo senso dell'onore attribuitogli post mortem ammirevole, ma di ben poca consistenza: Cagliari sapeva bene che a quei nomi i giudici ci sarebbero arrivati comunque, con lui o senza di lui. E un uomo che becca una tangente di quattro miliardi su una fornitura di turbine a gas destinate all'Enel, prima o poi finisce col parlare. Ma il guaio che Cagliari, gi in carcere dal 9 marzo, era stato risucchiato nel vortice Enimont, madre s di tutte le mazzette ma anche pericolosa linea di confine: uno scenario oltre il quale avventurarsi significa entrare in un'altra dimensione. E' in questo senso che la sua fermezza nel non voler parlare potrebbe essere meglio compresa -cos come la distruzione delle sue lettere e le ribadite assenze dei familiari nelle visite in carcere- poich proprio l'eventualit che quell'onore potesse incrinarsi da un momento all'altro, non da scartare negli ingredienti di una morte divenuta forse indispensabile. Scenari paralleli a corruzioni e mazzette nell'orbita Enimont si erano gi proposti all'inizio di quel 1993, il 18 febbraio, con il ritrovamento del corpo di Sergio Castellari, ex dirigente del ministero per le Partecipazioni statali, forse suicida per altrui concorso. La sensazione che dietro la sua fine potesse celarsi qualcosa d'inconfessabile e in cui fossero coinvolti enti ed organismi o importanti poli chimici da questi assorbiti, ne legittimava soprattutto con la morte di Cagliari e di Gardini- la persistenza. Tale sensazione induce in 46

quei giorni finanche un magistrato avaro di sortite come Pier Luigi Dell'Osso ad esporsi in ipotesi davvero inquietanti: "Possiamo pensare a traffici d'armi, a cointeressenze con Paesi stranieri, a qualsiasi cosa da non sottovalutare n trascurare, perch nell'affare Enimont troviamo il ritorno ossessivo di Lussemburgo, Liechtenstein, Nassau, Isole Caiman e, da ultimi, i back to back..." Questi "back to back" altro non sono che speciali depositi bancari ultraprotetti e attraverso i quali si pu disporre di somme che possono essere utilizzate in qualsiasi modo e da chiunque, cio per qualsiasi scopo. Se poi il discorso si estende a certe banche, va allora rammentato che fra i diversi incarichi ricoperti da Sergio Castellari vi era anche quello di consulente per l'Italia della Deutsche Bank sulle privatizzazioni delle imprese pubbliche. Proprio quest'istituto di credito pi volte inciampato in indagini che ruotano intorno al traffico d'armi e a quello di materiale nucleare. Gi nel 1987 la Deutsche era rimasta coinvolta in un'oscura transazione con l'Ansaldo per la costruzione di quattro generatori di vapore da destinare, come celle calde per l'arricchimento di uranio, ad un paese sottoposto ad embargo. Castellari conservava a casa sua(6) le carte di quella transazione, altre sono probabilmente scomparse dopo la sua morte. Come le lettere di Cagliari. I rumori di fondo nel triplice marchio di morte che segna l'affare Enimont verranno percepiti anche per la cremazione affrettata del corpo di Gabriele Cagliari, dopo un'autopsia dai risultati non del tutto convincenti(7). La fretta suscita l'interesse del deputato Antonio Pappalardo -gi ufficiale dei carabinieri che qualche anno dopo si produrr in esternazioni molto pi contestate- il quale, nel ricordo del malore che aveva stroncato il 26 dicembre 1990 proprio l'artefice delle operazioni di fusione fra Eni e Montedison, chiede la riesumazione dei resti di Franco Piga, ex ministro delle Partecipazioni statali, per una nuova perizia. I sospetti di Pappalardo, che vuol sapere se Piga sia davvero morto per infarto, non devono apparire del tutto gratuiti se la Procura di Roma, attraverso il dottor Davide Iori, decide di ascoltarlo. Poi per la faccenda si sgonfia e viene archiviata mentre ci che rimane della Montedison comincia ad entrare nelle mire del Gruppo Agnelli grazie all'operazione Supergemina, benedetta da Mediobanca ma non dalla magistratura. Nel mancato passaggio di propriet, in quel 1995 non stona affatto la dichiarazione della vedova di Cagliari, convinta pi che mai che il marito sia stato costretto psicologicamente ad uccidersi"(8) per il trattamento ricevuto dal pool Mani pulite. Peccato che la riapertura delle indagini, in quel settembre gi prodigo di attacchi verso i giudici di Milano, non riesca poi a chiarire ci che veramente accaduto la mattina del 20 luglio 1993 a San Vittore. Le premesse c'erano. E anche gli stimoli necessari, quelli nominati da Roberto Di Martino, titolare dell'inchiesta, a proposito di "alcuni fatti che non tornano: i risultati dell'autopsia, prima di tutto, ma anche la posizione del cadavere, quando stato ritrovato..."(9).

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NOTE
Alessandra Arachi, "Il pm De Martino cerca nuove piste: <Non credo al suicidio di Cagliari>", Corriere della Sera, 7 settembre 1995 (2) Ibidem (3) I particolari della lettera di Gardini, oltre che da L'Espresso, sono riportati dai principali quotidiani nazionali e diventano il tormentone di agosto del 1993. (4) Corriere della Sera, art. cit. (5) Vedi anche: Alessandro Silj, "Malpaese", Donzelli Editore, Roma, (pagina 422) (6) Michele Gambino-Luigi Grimaldi, "Traffico d'armi. Il crocevia jugoslavo", Editori Riuniti, Roma, (pagine 69-70) (7) Corriere della Sera, art. cit. (8) Ibidem (9) Ibidem
(1)

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COMPUKILLER
L'ultima giornata terrena per Juan Rodolfo Wilcock doveva cadere, per sua sfortuna, il 16 marzo 1978 e non furono in molti a badarne notizia della morte: Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, era stato rapito nello stesso giorno dai terroristi dopo che questi ne avevano massacrato la scorta e il clamore fu enorme, tanto almeno da offuscare la scomparsa di un intellettuale poco conosciuto ma prezioso. Era nato a Buenos Aires quasi sessant'anni prima, Wilcock. Argentino, dunque, come Borges. E come Borges con una predilezione per il fantastico, il surreale. Ma le affinit fra i due non si limitano ai gusti: se a Borges -malgrado la grandezza riconosciuta- non fu mai assegnato il Nobel, a Wilcock spett in sorte il ruolo di eccentrico, scrittore per soli iniziati. Poeta finissimo e critico teatrale, traduttore e narratore di lui rimangono pochi libri dispersi se non introvabili, alcuni ben avrebbero figurato in quella biblioteca di Babele immaginata dal gigante Jorge Luis. Osservatore maniacale dei fenomeni di costume, Wilcock leggeva di tutto e tutto annotava, una delle sue opere meno conosciute -tanto da non essere neppure citata nelle rare biografie- riusc a pubblicarla avvalendosi della lettura costante, si direbbe accanita da parte sua, di quel tipo di notizia che in gergo giornalistico veniva un tempo chiamata "tappabuchi". Erano, i trafiletti che raccoglieva e conservava per poi rielaborarli, succinti riepiloghi di accadimenti strani, curiosi, a volte inspiegabili. Prima che se ne andasse ebbe modo di farne uscire una serie sotto il titolo di Fatti Inquietanti. A scorrere quelle pagine si entra in una galleria di eventi grotteschi, bizzarri come l'apparizione di orrende creature -umane o alienemutazioni, casi inspiegabili di pazzia omicida e di scomparse e ritrovamenti. Non mancano misteriosi delitti avvenuti in ancor pi misteriose circostanze e sembra che l'autore abbia per essi un'attenzione maggiore. E' un peccato, perci, che la fine lo abbia colto in anticipo, prima cio dell'avvento informatico, perch Wilcock -ingegnere elettronico prestato alla letteraturane avrebbe saputo cogliere il lato oscuro, idoneo al suo repertorio, lui che cercava sempre i possibili richiami metafisici con la realt sarebbe stato in grado di prevedere ci che poi il cinema ha raccontato descrivendoci complotti ed intrighi da incubo su ben altra realt, quella pi o meno virtuale in cui oggi ci tocca vivere. Ma il cinema, almeno, ha questo di buono: spiega gli eventi e il pi delle volte conforta lo spettatore con un opportuno lieto fine. La realt vera, invece, spesso non soltanto indecifrabile, quando il finale arriva finanche a negarlo e a lasciarlo sospeso, insoluto come un cruciverba del vecchio Bartezzaghi. A quale origine attribuire questa indecifrabilit, questo finale negato? Forse proprio allo scenario di cui le storie di cronaca pi recenti recano traccia, quella informatica o comunque legata alla presenza in luogo di un computer, non di rado trovato in funzione. E' una costante che incrocia e forse collega, sia pure sotto il profilo suggestivo, casi eclatanti come quelli di due ragazze -Simonetta Cesaroni e Nada Cella- massacrate nei rispettivi uffici dove lavoravano con altre vicende del tutto simili per le circostanze ma diverse per le modalit osservate dagli assassini. Costoro possono far ricorso tanto ad un'arma da taglio che ad un pi banale oggetto contundente, per esempio un portasciugamani metallico. In quest'ultimo caso, come vedremo, si ribadisce meglio l'occasionalit del delitto, la sua estemporaneit. Il tratto comune, intanto, che tutte le vittime sono state colpite nel momento in cui potevano trovarsi sole e impreparate, cio ignare di quel che poteva accadere. Non cos semplice scegliere 49

questo momento, a meno che non si abbia fortuna, se di fortuna si pu parlare. Vediamone meglio, perci, le caratteristiche per le due povere ragazze: un giorno sonnolento d'agosto in una Roma assolata e gi semideserta per Simonetta Cesaroni; un precoce mattino di maggio nella pi tranquilla zona di Chiavari per Nada Cella. Entrambi, dicono le ricostruzioni, hanno aperto la porta del loro ufficio agli aggressori. Entrambi, dicono sempre le ricostruzioni, stavano lavorando al computer prima d'essere aggredite. Ad aprire tranquillamente la porta all'assassino facendolo entrare nel suo bellissimo appartamento che lui stesso ha arredato, provvede anche Alvise de Robilant, gentiluomo e antiquario trapiantato a Firenze. Gli inquirenti ne troveranno il corpo con la testa fracassata e ancora un computer -stavolta un modello portatile- lasciato acceso. Lo schermo dell'apparecchio stato raggiunto da uno dei colpi inferti durante l'aggressione i cui rumori, nello stabile, nessuno riuscito a percepire. Ci che si percepisce subito l'assonanza dei particolari del delitto -soprattutto con quelli di Nada Cella, brutalmente raggiunta da una decina di colpi violenti al capo- assonanza riscontrabile vieppi in un altro crimine consumato a Roma, esattamente a tre giorni di distanza da quello di Chiavari. E' il 9 maggio 1996 e il cadavere dell'ingegner Luciano Petrini, trentasette anni, viene scoperto nella sua abitazione al Portuense. Accanto al corpo rinvenuta l'arma che lo ha ucciso, "un portasciugamani con il piedistallo metallico"(1), strumento che conforta l'ipotesi di un gesto repentino, maturato senza premeditazione da parte del killer. Chi ha ammazzato Petrini, insomma, qualcuno incontrato occasionalmente ed occasionalmente invitato nell'appartamento dal professionista. Scapolo, riservato, l'ingegner Petrini secondo i vicini di casa aveva una vita sessuale diversa: "Negli ultimi tre o quattro giorni -racconta Maurizio Romitelli, l'inquilino del piano di sotto- l'avevo visto uscire in due occasioni con due ragazzetti, mai visti in passato"(2). Dunque da un incontro mercenario che nato il delitto? Quella omosessuale una pista che per pi d'un momento sembra prendere anche l'indagine su Alvise de Robilant ed curioso che la sua presunta diversit sia prima formulata, poi smentita, poi di nuovo accennata allorch viene fuori la voce che il gentiluomo era consulente dei servizi segreti. Ad una teoria, forse ritenuta pi imbarazzante dell'omosessualit, se ne contrappone un'altra, quasi che avere avuto contatti con apparati di sicurezza equivalga ad avere avuto contatti con satanasso. Se un'umana debolezza come l'omofilia va comunque presa in considerazione nel lavoro d'indagine su un morto ammazzato, altrettanto innegabile che essa diventi addirittura preziosa nel sancirne la natura estemporanea. Cos se Petrini poteva avere una vita sessuale disinvolta, non detto che quella professionale fosse meritevole di trascuratezza, dal momento che la vittima era un esperto informatico il quale, tra l'altro, "aveva esaminato il computer di Giovanni Falcone nell'inchiesta della magistratura di Caltanissetta"(3). E se questo non bastasse, di lui ci si accerta pure "che lavorava per una societ che aveva eseguito consulenze sul caso di via Poma"(4), cio sull'omicidio di Simonetta Cesaroni. Superfluo rammentare che nel fattaccio di via Poma sembr ad un punto venir fuori anche l'ombra dei servizi tramite un loro confidente, eppure ci voleva un altro morto per ricordarsi di Petrini. Se costui aveva lavorato al computer di Falcone per conto della magistratura nissena, Michele Landi era stato consulente tecnico per la superprocura di Palermo curandone la riorganizzazione dei sistemi informatici. Landi ritrovato appeso ad una corda legata alla scala che immette al piano superiore della sua abitazione: un suicidio che lascia perplessi parenti ed amici, visto che poi la posizione del corpo dubbia. Pochi giorni prima aveva confidato ad un conoscente di avere scoperto qualcosa di strano, forse qualcosa legato al lavoro svolto in Sicilia o altrove. E' comunque un altro superesperto -come Petrini- che scompare in circostanze da brivido nel giro di pochi anni, ma il ministro agl'Interni 50

in persona si prende cura di avallarne pubblicamente il suicidio e i giornali smettono di parlarne. Questo silenzio potrebbe anche apparire in qualche misura sorprendente se si pensa che il caso Cesaroni e il delitto Cella hanno alimentato per anni le fantasie dei cronisti. Ma quando si sconfina in territori dove non lecito avventurarsi o dove talvolta si verifica persino un intervento ammonitore dall'alto, diviene assai poco conveniente insistere. Ne deriverebbe quasi che alla letteratura -e soltanto alla letteratura- spetti oggi la ricerca della verit, quella verit che Sciascia nel suo libro su Moro descrive dura e tragica nello spazio quotidiano e dunque impossibile da ignorare o travisare. Una verit, appunto, che sembra generata dalla letteratura stessa e che affascinava scrittori come Juan Rodolfo Wilcock.

NOTE
(1) (2)

Corriere della Sera, "Massacrato ingegnere esperto in computer", Venerd 10 maggio 1996. Ibidem. (3) Ibidem. (4) Ibidem.

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TENTACOLI
Controllava i fusibili della luce e dellascensore, temendo che fossero manomessi. Aveva paura di un blocco, magari un incidente che poteva essere scambiato per tale in caso di disgrazia. Una volta giunto davanti alla porta di casa, si soffermava a controllare gli stipiti e le cerniere, guardando se cerano segni di qualche passaggio estraneo(1). Lo scrupolo con il quale Mario Ferraro, 48 anni, colonnello del Sismi, osserva queste misure precauzionali fino alla sera del 16 luglio 1995, non basta a salvargli la vita. Il corpo ritrovato nella stanza da bagno dellappartamento in cui vive con la sua compagna, allultimo piano di via della Grande Muraglia, a Roma. La morte subentrata per strangolamento, tramite la cintura di un accappatoio stretta attorno al collo e legata ad un portasciugamani attaccato alla parete sopra il lato corto della vasca(2). La giornata di quella domenica trascorre tranquilla, Ferraro e la sua donna la spendono sul grande terrazzo dellabitazione separata da una scaletta interna- a prendere il sole e a poltrire fino alle otto di sera, quando lufficiale decide di uscire per comprare del gelato. Maria Antonietta Viali rimane sul terrazzo mentre lui va via: lo rivedr due ore pi tardi quando, preoccupata del ritardo, scende nellappartamento e nota la luce filtrare dalla porta accostata del bagno. Si avvicina e cerca di aprirla, ma qualcosa la ostruisce. Sono le gambe di Ferraro, distese a terra mentre il resto del corpo giace impiccato ad un metro e venti di altezza. Scatta subito lallarme ed i primi a precipitarsi sono i colleghi del Sismi che si preoccuperanno di far sparire il telefonino cellulare e lagenda del colonnello, mentre la notizia della sua strana morte arriver ai giornali soltanto il 24 luglio. Ma chi era Mario Ferraro e perch negli ultimi tempi avrebbe dato segni dinquietudine, se non di timore, tanto da osservare quelle cautele quasi maniacali? Sui compiti dellufficiale viene sparsa una cortina di reticenze e di vaghezze, Ferraro cio avrebbe avuto interessi esclusivamente analistici, al pi studi di strategia militare routinaria, ma ci sono altre voci che definiscono il colonnello come addetto alla polizia interna del Sismi(3). Sembra perci che la sua fosse pi unattivit di controllo sugli spioni che sugli spiati. Voci, comunque. Quel che resta tangibile il sentore del pericolo da lui avvertito fino al punto da lasciare una lettera, uno scritto di sei cartelle in cui parla di una strana missione a Beirut e di un conflitto all' interno del servizio segreto militare che avrebbe avuto come snodo centrale proprio quel viaggio in Libano: un viaggio-trappola per lo scrivente. Poi, come spesso succede nel caso di una sparizione nevralgica, le piste si dilatano, Ferraro sembra diventare il prezzemolo di ogni intrigo sbugiardando cos le versioni che lo avevano dipinto quasi come un passacarte. Ad un mese esatto dalla morte Alessandro Conforti -ex agente del Sismi e amico del suicida- a rivelare che il colonnello stava indagando sullaffare Moro. In particolare, sui depistaggi compiuti intorno al falso comunicato del lago della Duchessa. Il 18 aprile 1978, mentre lo statista tenuto prigioniero dalle Brigate rosse, viene segnalato attraverso un documento apocrifo il luogo dove giace il corpo dellostaggio. Il vero significato di quella sortita indecifrabile e la sua interpretazione rimarr controversa, ma autore del volantino -si scopre tempo dopo- il falsario e trafficante Antonio Chichiarelli, uomo in rapporti con la banda della Magliana e fra gli organizzatori di un supercolpo miliardario ai danni della Brinks Securmark, il cui bottino non sar mai del tutto recuperato. Chichiarelli viene ucciso nel 1984 sotto casa, allEur, portandosi via i suoi segreti, ma c chi ipotizza che la rapina alla Brinks sia stata il compenso per il suo intervento professionale durante il sequestro. Con molta 52

probabilit, anzi, costui stato fatto fuori proprio dai committenti del falso messaggio, gli stessi che hanno deciso di tappargli la bocca. A questo proposito, Luciano Dal Bello -altro pregiudicato e confidente del Sisde- ad aver raccontato che Tony il falsario si incontrava periodicamente con qualcuno dei servizi di spionaggio: luogo abituale dei loro incontri, laeroporto di Fiumicino. Chi era questo fantomatico individuo? Forse un ufficiale conosciuto anche da Mario Ferraro? Nello scritto lasciato dal colonnello si accenna a del marcio allinterno del Sismi, un clima feroce(4) per il quale si consuma uno scontro allombra di scandali che avevano stravolto il servizio segreto militare(5). A tratti si ha limpressione che questombra si dirami come una piovra dai tentacoli che sinsinuano in molte direzioni. Neanche a farlo apposta, una decina di giorni dopo la morte di Ferraro, si verifica un episodio suggestivo: Roberto Pancani, alto funzionario della Banca di Roma, viene rinvenuto cadavere nei giardini pubblici di Vetralla, in provincia di Viterbo. Luomo si sarebbe suicidato con un colpo di pistola alla tempia. Pancani aveva assolto il suo ultimo incarico di dirigente portando a termine le operazioni di joint-venture della Banca Italo-Albanese, una cordata tra la Banca di Roma e la Banca Nazionale Commerciale di Tirana, questultima controllata dal governo di Berisha. Nel 92, quando comincia loperazione, le cose sembrano promettere bene. Finch arriva la truffa delle finanziarie che offrono guadagni del 100% e i risparmiatori abbandonano in massa gli istituti di credito. Allo scoppio della truffa scoppia anche la rabbia dei truffati e a Tirana la rivoluzione, ma il Banco Italo-Albanese si prudentemente tenuto fuori dai pasticci. Cos sembra, almeno, perch proprio Ferraro pare essersi interessato ad un presunto traffico di titoli fra Italia e Albania bench non ci siano conferme, come non ci sono conferme di un rapporto di conoscenza tra lui e il povero Pancani. Se per questa certezza non c, altrettanto vero che gli interessi investigativi del colonnello si rivelano poco per volta molto sensibili agli intrecci fra alta finanza e criminalit internazionale. A confermare questimpressione Francesco Elmo, uno dei primi arrestati nellinchiesta Cheque to cheque partita nellaprile del 94 su iniziativa della Procura di Torre Annunziata, cittadina costiera in provincia di Napoli. Tutto comincia con le apprensioni paterne del signor Acanfora quando questi nota che il figlio Raffaele -un trentenne disoccupato- maneggia soldi e autovetture di lusso con troppa disinvoltura. Acanfora senior si rivolge perci al maresciallo della stazione carabinieri di Vico Equense che non molto distante da Gragnano dove ruota il giro di amicizie del figlio. E non sono belle, quelle amicizie. Si tratta di pregiudicati che bazzicano una pescheria gestita da un tale, Ciro Sorrentino, il cui telefono viene messo sotto controllo dalla Benemerita. Invece di scoprire un traffico di macchine rubate, i carabinieri colgono qualcosa di molto pi grosso in quelle conversazioni: un affare sporco di valute straniere, oro e diamanti, armi e materiale nucleare. I nomi che vi sono coinvolti fanno tremare le vene ai polsi, si parla di re e di governanti, illustri faccendieri e diplomatici, roba da fantascienza. Anche lo scenario sembra uscito da un libro di Ian Fleming, la stessa indagine della Procura -affidata ai magistrati Paolo Fortuna e Giancarlo Novelli- risale al coinvolgimento di paesi come Russia, Slovenia, Iraq e Kuwait, Niger, Zambia e Marocco. Questultimo anche il nome di un faccendiere milanese che, beccato, comincia a collaborare con gli inquirenti portandoli a Francesco Elmo, un siciliano gi nei guai per traffico di Bot e Cct falsi. Costui gli ha detto che i titoli che maneggia li vende e li sconta per i servizi di sicurezza o per qualcuno che in grado di utilizzare i servizi di sicurezza. Finito in manette, Elmo racconta ai giudici di avere allacciato rapporti con Nicolas Alexander Oman, trafficante darmi residente in Slovenia, proprio su incarico del colonnello del Sismi Mario Ferraro(6), forse a caccia dintrallazzi fra barbe finte italiane e i loro 53

collegamenti internazionali. Quel che certo che laffare Cheque to cheque si mostra letale almeno per un reporter francese -Xavier Bernard Gautier- il quale, indagando su Nicolas Oman, viene trovato morto il 17 giugno 1996 a Minorca, nelle Baleari, impiccato con le mani legate. Lo stile, insomma, davvero una costante in certi casi. Si direbbe, anzi, che sia tutto.

NOTE
(1) (2)

La Repubblica, 30/07/1995, Lo 007 si sentiva in pericolo Ibidem, 24/07/1995, Quello strano suicidio dello 007 (3) Ibidem (4) Il Messaggero, 21/08/1995, Ferraro indag sul caso Moro (5) Ibidem (6) Corriere della Sera, 02/06/1996, Traffico darmi, indagato Zhirinovski

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