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Introduzione ai

METODI MATEMATICI DELLA


FISICA

Maria B. Barbaro, Marialuisa Frau e Stefano Sciuto

Dipartimento di Fisica Teorica


Università di Torino

A.A. 2003/2004
Indice

I Funzioni Analitiche ed Equazioni Differenziali


in Campo Complesso 4
1 Analisi Complessa 5
1.1 Il Campo Complesso . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
1.1.1 Richiami sui numeri complessi . . . . . . . . . . . . . . 5
1.1.2 Funzioni reali di variabile complessa . . . . . . . . . . . 8
1.2 Funzioni Complesse . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12
1.2.1 Derivata di una funzione complessa di variabile complessa 13
1.2.2 Condizioni di Cauchy-Riemann . . . . . . . . . . . . . 13
1.2.3 Funzioni analitiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
1.2.4 Esempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
1.3 Integrazione in Campo Complesso . . . . . . . . . . . . . . . . 22
1.3.1 Curve (richiami) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22
1.3.2 Integrali in campo complesso . . . . . . . . . . . . . . . 23
1.3.3 Teorema di Cauchy . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27
1.3.4 Rappresentazione integrale di Cauchy . . . . . . . . . . 34
1.4 Serie in campo complesso . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
1.4.1 Serie di potenze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
1.4.2 Serie di Taylor . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39
1.4.3 Zeri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41
1.4.4 Serie di Laurent . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43
1.4.5 Singolarità isolate: poli e singolarità essenziali . . . . . 44
1.5 Residui . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47
1.5.1 Teorema dei residui . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 48
1.5.2 Calcolo dei residui . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49
1.6 Calcolo di integrali definiti mediante il teorema dei residui . . 51
1.6.1 Integrali trigonometrici . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51
1.6.2 Esempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51
1.6.3 Lemma di Jordan . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 54
1.6.4 Esempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57

1
1.7 Definizione delle funzioni ln z e z α nel piano complesso . . . . 65

2 Equazioni Differenziali in Campo Complesso 66


2.1 Equazioni differenziali ordinarie del second’ordine . . . . . . . 66
2.1.1 Soluzione nell’intorno di un punto regolare . . . . . . . 69
2.2 Soluzione nell’intorno di un punto fuchsiano . . . . . . . . . . 75
2.2.1 Esempio: l’equazione di Bessel . . . . . . . . . . . . . . 77

II Introduzione all’Analisi Armonica 79


3 Serie di Fourier 80
3.1 Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 80
3.2 Funzioni periodiche e sviluppi in Serie di Fourier . . . . . . . . 86
3.2.1 Convergenza puntuale delle serie trigonometriche di
Fourier . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 87
3.2.2 Importanti commenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 91
3.2.3 Altri esempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 96

4 Trasformate Integrali 98
4.1 Trasformata di Fourier . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 98
4.1.1 Esempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 99
4.1.2 Proprietà della trasformata di Fourier . . . . . . . . . . 102
4.1.3 Soluzione di equazioni differenziali mediante la trasfor-
mata di Fourier . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 106
4.2 Trasformata di Laplace . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 110
4.2.1 Esempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 111
4.2.2 Proprietà della trasformata di Laplace . . . . . . . . 113
4.2.3 Trasformate di Laplace ed equazioni differenziali lineari
a coefficienti costanti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 116

5 Spazi L2 e Distribuzioni 121


5.1 Spazi L2 e serie di Fourier . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 121
5.1.1 Trasformata di Fourier in L2 . . . . . . . . . . . . . . . 129
5.2 Sistemi ONC in L2 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 132
5.2.1 Operatori autoaggiunti e sistemi ortogonali . . . . . . . 136
5.3 La δ di Dirac e le distribuzioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . 138

A Funzioni armoniche 145

B Corollari della rappresentazione integrale di Cauchy 149

2
C Il punto all’infinito 155
C.1 Studio del punto all’infinito . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 155
C.1.1 Esempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 156
C.2 Calcolo del residuo nel punto all’infinito . . . . . . . . . . . . 158
C.3 Studio del punto all’infinito nelle equazioni differenziali . . . . 163
C.3.1 Esempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 165

D Equazioni differenziali del second’ordine 168

E L’integrale di Lebesgue 174

3
Parte I

Funzioni Analitiche ed
Equazioni Differenziali
in Campo Complesso

4
Capitolo 1

Analisi Complessa

1.1 Il Campo Complesso

1.1.1 Richiami sui numeri complessi

Un numero complesso z è una coppia ordinata di numeri reali

z = a + ib = (a, b) a, b ∈ R

dove i è l’unità immaginaria

i2 = −1 .

a = Re z , b = Im z .

L’insieme dei numeri complessi è un campo, indicato con C, dato dal


N
prodotto cartesiano del campo reale R con se stesso (C = R R), dotato di
due leggi di composizione interna, l’addizione e la moltiplicazione, che godono
delle seguenti proprietà:
1) Addizione (+)
Definizione:

z1 = a1 + ib1 , z2 = a2 + ib2 −→ z1 + z2 = (a1 + a2 ) + i(b1 + b2 ) .

5
Proprietà:
Associativa:

z1 + (z2 + z3 ) = (z1 + z2 ) + z3 z1 , z2 , z3 ∈ C .

Commutativa:

z1 + z2 = z2 + z1 .

Esiste l’elemento neutro 0 ∈ C, tale che

z+0=0+z =z ∀z ∈ C .

Per ogni z ∈ C esiste l’elemento inverso −z ∈ C, tale che

z + (−z) = (−z) + z = 0 .

Quindi C è un gruppo abeliano rispetto all’addizione, con elemento


neutro 0.

2) Moltiplicazione (·)
Definizione:

z1 · z2 = (a1 + ib1 ) · (a2 + ib2 )


= (a1 a2 − b1 b2 ) + i(a1 b2 + b1 a2 ) .

Proprietà:
Associativa:

z1 · (z2 · z3 ) = (z1 · z2 ) · z3 .

Commutativa:

z1 · z2 = z2 · z1 .

Esiste l’elemento neutro 1 ∈ C, tale che

z·1=1·z =z ∀z ∈ C .

Per ogni z ∈ C, z 6= 0 esiste l’elemento inverso z −1 ∈ C, tale che

z · z −1 = z −1 · z = 1

1 a b
z = a + ib −→ z −1 = = 2 − i .
a + ib a + b2 a2 + b 2

6
Quindi C − {0} è un gruppo abeliano rispetto alla moltiplicazione, con
elemento neutro 1.
Vale inoltre la proprietà distributiva della moltiplicazione rispetto al-
l’addizione

z1 · (z2 + z3 ) = z1 · z2 + z1 · z3 .

• Rappresentazione geometrica dei numeri complessi

Un numero complesso z si può rappresentare graficamente come un punto


nel piano complesso di z (o piano di Argand), sulle cui ascisse e ordinate si
pongono rispettivamente la parte reale e immaginaria di z.
La rappresentazione cartesiana di zè

z = x + iy

(Fig 1.1).

Figura 1.1: Rappresentazione cartesiana del numero complesso z

Una rappresentazione equivalente è quella polare (Fig 1.2)

z = reiθ = r cos θ + ir sin θ

con
q
r = |z| = x2 + y 2 modulo o valore assoluto di z

7
Figura 1.2: Rappresentazione polare del numero complesso z

e
y
θ = arg z = tan−1 argomento o fase di z .
x
Graficamente r è il modulo del vettore ~r congiungente l’origine con il
punto z, e θ è l’angolo che questo vettore forma con l’asse delle ascisse.
Le relazioni fra componenti cartesiane e polari di z sono:

x = r cos θ
y = r sin θ

Il complesso coniugato di un numero complesso z è un numero complesso



z ∈ C cosı̀ definito:

z = x + iy = reiθ −→ z ∗ = x − iy = re−iθ .

(si veda Fig 1.3)

1.1.2 Funzioni reali di variabile complessa

Una funzione reale di variabile complessa

f : E −→ R , E⊆C

8
Figura 1.3: Rappresentazione polare del numero complesso z e del suo
complesso coniugato z ∗

è un’applicazione che associa un numero reale f (z) ad ogni z ∈ E, con E


sottoinsieme del campo C.
Definizione di funzione continua.
La funzione f (z) si dice continua nel punto z = z0 se

lim f (z) = f (z0 )


z→z0

ossia, ricordando la definizione di limite, se

∀ > 0 ∃δ > 0 / |f (z) − f (z0 )| <  , ∀z ∈ Iδ (z0 ) ,

dove Iδ (z0 ) è un intorno di raggio δ del punto z0 :

Iδ (z0 ) = {z ∈ C/|z − z0 | < δ} .

Esempi

1) La funzione modulo

f (z) = |z|

è una funzione reale di variabile complessa, continua in tutto il piano


complesso.

9
2) Le funzioni

f (z) = Rez e g(z) = Imz

sono funzioni reali di variabile complessa, continue in tutto il piano


complesso.

3) La funzione argomento

ϕ(z) = arg z

è una funzione reale di variabile complessa:

ϕ: C − {0} −→ I2π ⊂ R ,

dove I2π è un intervallo semiaperto di lunghezza 2π. Tale intervallo non


è univocamente definito e può essere scelto in infiniti modi diversi, ma
in ogni caso la funzione ϕ(z) è discontinua su una semiretta uscente
dall’origine del piano complesso. Si considerino per esempio i due casi
rappresentati in Fig. 1.4:

a) I2π = (−π, π]
b) I2π = [0, 2π)

Nel caso a) ϕ(z) è discontinua sul semiasse reale negativo. Infatti

ϕ(−x) = π x ∈ R+

ma il limite limz→−x ϕ(z) non è definito, perché i limiti destro e sinistro


sono diversi:

lim ϕ(−x + i) = π


→0+
lim ϕ(−x − i) = −π .
→0+

Nel caso b) invece ϕ(z) è discontinua sul semiasse reale positivo.

10
Figura 1.4: Discontinuità dell’argomento di z

11
1.2 Funzioni Complesse

Una funzione complessa di variabile complessa


f : E −→ C , E⊆C
è un’applicazione che associa un numero complesso f (z) ad ogni z ∈ E, con
E sottoinsieme del campo C. Useremo la seguente notazione:
f: z 7→ w = f (z) z ∈ E , E ⊆ C , w ∈ C ,

z = x + iy

w(z) = u(x, y) + iv(x, y) .


Quindi dare la f è equivalente a specificare due funzioni reali di due variabili
reali:
u = u(x, y) e v = v(x, y) .
Analogamente a quanto accade nel caso di funzioni reali, una funzione
complessa di variabile complessa f (z) è detta continua se
lim f (z) = f (z0 )
z→z0

ovvero se
∀ > 0 ∃δ > 0 / |f (z) − f (z0 )| <  , ∀z ∈ Iδ (z0 ) ,
dove Iδ (z0 ) è un intorno di raggio δ del punto z0 e |f (z) − f (z0 )| è il modulo
del numero complesso f (z) − f (z0 ).
Esempi
1)
f (z) = z 2 = (x + iy)2 = x2 − y 2 + 2ixy

u(x, y) = x2 − y 2
v(x, y) = 2xy .
In coordinate polari
z = reiϕ
w = r2 e2iϕ .

12
2)

f (z) = z ∗ = x − iy

u(x, y) = x
v(x, y) = −y .

In coordinate polari

z = reiϕ
w = re−iϕ .

1.2.1 Derivata di una funzione complessa di variabile


complessa

Definizione: una funzione f (z) si dice derivabile nel punto z se esiste il


limite per h → 0 (h ∈ C) del rapporto incrementale
f (z + h) − f (z)
h
considerato come funzione della variabile complessa h. Tale limite deve essere
quindi indipendente dal modo in cui h → 0. Esistono infatti infinite direzioni
lungo le quali h può tendere a 0 (si veda Fig 1.5)
La funzione f è derivabile se tutte queste direzioni danno lo stesso risul-
tato per il limite del rapporto incrementale. In questo caso il limite si chiama
derivata di f rispetto a z:
df (z) f (z + h) − f (z)
= f 0 (z) = lim .
dz h→0 h

1.2.2 Condizioni di Cauchy-Riemann

Consideriamo una funzione

f (z) = u(x, y) + iv(x, y)

13
Figura 1.5: Direzioni del rapporto incrementale

tale che nel punto z = x + iy sia la sua parte reale u(x, y) che la sua parte
immaginaria v(x, y) siano di classe C 1 , cioè continue con le loro derivate
prime:

∂u(x, y) ∂u(x, y) ∂v(x, y) ∂v(x, y)


= u0x , = u0y , = vx0 , = vy0 .
∂x ∂y ∂x ∂y

∆ Teorema 1: le condizioni di Cauchy e Riemann (CR)

∂u(x, y) ∂v(x, y)
=
∂x ∂y
∂u(x, y) ∂v(x, y)
= − (1.1)
∂y ∂x

sono condizioni necessarie e sufficienti affinché la funzione f (z) sia derivabile


nel punto z.
Dimostrazione
Dimostriamo dapprima che le condizioni di (CR) sono necessarie, ossia

14
che

f (z) derivabile ⇒ (CR) .

Per ipotesi la derivata di f (z)

f (z + h) − f (z)
f 0 (z) = lim
h→0 h
esiste ed è indipendente dalla direzione di h = hx +ihy . In particolare si potrà
scegliere h puramente reale (h = hx ) o puramente immaginario (h = ihy ).
Se h = hx
f (z + hx ) − f (z)
f 0 (z) = lim
hx →0 hx
u(x + hx , y) + iv(x + hx , y) − u(x, y) − iv(x, y)
= lim
hx →0 hx
u(x + hx , y) − u(x, y) v(x + hx , y) − v(x, y)
= lim + i lim
hx →0 hx hx →0 hx
∂u(x, y) ∂v(x, y)
= +i . (1.2)
∂x ∂x
Se h = ihy

f (z + ihy ) − f (z)
f 0 (z) = lim
hy →0 ihy
u(x, y + hy ) + iv(x, y + hy ) − u(x, y) − iv(x, y)
= lim
hy →0 ihy
u(x, y + hy ) − u(x, y) v(x, y + hy ) − v(x, y)
= lim + i lim
hy →0 ihy hy →0 ihy
∂u(x, y) ∂v(x, y)
= −i + . (1.3)
∂y ∂y
Uguagliando ora le parti reali e immaginarie delle espressioni (1.2) e (1.3)
per la derivata f 0 (z) otteniamo le condizioni di Cauchy-Riemann:

u0x = vy0
u0y = −vx0 .

Dimostriamo ora che le condizioni di CR sono sufficienti per la derivabilità


di f (z), ossia

(CR) ⇒ f (z) derivabile .

15
Consideriamo a questo scopo il rapporto incrementale
f (z + h) − f (z) u(x + hx , y + hy ) + iv(x + hx , y + hy ) − u(x, y) − iv(x, y)
= .
h hx + ihy
(1.4)
Poiché le funzioni u e v sono per ipotesi continue con le loro derivate prime
in z, esse sono differenziabili e si può quindi scrivere nell’intorno del punto
(x, y):
u(x + hx , y + hy ) = u(x, y) + hx u0x (x, y) + hy u0y (x, y) + o(|h|)
v(x + hx , y + hy ) = v(x, y) + hx vx0 (x, y) + hy vy0 (x, y) + o(|h|) .
Sostituendo questi sviluppi nel rapporto incrementale (1.4) si ottiene
f (z + h) − f (z) hx u0x (x, y) + ihx vx0 (x, y) + hy u0y (x, y) + ihy vy0 (x, y) + o(|h|)
= .
h hx + ihy
Utilizzando ora le condizioni di Cauchy-Riemann (1.1) e prendendo il limite
per hx , hy → 0 si ha
f (z + h) − f (z)
lim =
hx ,hy →0 h
hx u0x (x, y) + ihx vx0 (x, y) − hy vx0 (x, y) + ihy u0x (x, y) + o(|h|)
lim =
hx ,hy →0 hx + ihy
(hx + ihy )[u0x (x, y) + ivx0 (x, y)]
lim = u0x (x, y) + ivx0 (x, y) = f 0 (z) .
hx ,hy →0 hx + ihy
(1.5)
La derivata di f (z) è quindi definita univocamente indipendentemente dalla
direzione di h: la funzione è pertanto derivabile e la sua derivata è
f 0 (z) = u0x (x, y) + ivx0 (x, y) .
[q.e.d.]
Utilizzando le condizioni di Cauchy-Riemann è possibile dare quattro
espressioni equivalenti della derivata di una funzione in termini delle sue
parti reale e immaginaria:

f 0 (z) = u0x (x, y) + ivx0 (x, y)


= vy0 (x, y) − iu0y (x, y)
= u0x (x, y) − iu0y (x, y)
= vy0 (x, y) + ivx0 (x, y) .
N.B. Dalle ultime due espressioni si deduce che per calcolare la derivata di
f (z) è sufficiente conoscerne o la parte reale u o la parte immaginaria v.

16
1.2.3 Funzioni analitiche

• Definizione

Una funzione f (z)

f : F −→ C F ⊂C

si dice analitica (o regolare, o olomorfa) in una regione aperta E ⊂ F


se essa è derivabile, con derivata continua, in ogni punto z ∈ E. È quindi
necessario e sufficiente affinché f (z) sia analitica in E che siano soddisfatte
le seguenti condizioni in tutti i punti di E:
1) parte reale u(x, y) e parte immaginaria v(x, y) siano di classe C 1 ;
2) siano soddisfatte le condizioni di Cauchy-Riemann (1.1).
Una funzione f (z) si dice analitica in un punto z0 se esiste un intorno
I(z0 ) in cui f (z) è analitica, ovvero se z0 è interno ad un insieme aperto E
in cui f (z) è analitica. (N.B. non è sufficiente che le condizioni di CR siano
soddisfatte solo nel punto z = z0 .)
I punti in cui f (z) è analitica si dicono punti di analiticità o punti regolari
della funzione.
I punti in cui f (z) non è analitica si dicono punti singolari o singolarità
della funzione.

1.2.4 Esempi

Esempio 1

f (z) = costante = c = cx + icy c ∈ C, cx , cy ∈ R

u(x, y) = cx , v(x, y) = cy

u0x = u0y = vx0 = vy0 = 0

La funzione f (z) è continua in tutto il piano complesso C, le funzioni u e v


sono continue e derivabili e le condizioni di Cauchy-Riemann sono verificate
∀z ∈ C. Quindi una funzione costante è analitica in tutto il piano complesso
e la sua derivata è zero:

f 0 (z) = u0x + ivx0 = 0

17
Esempio 2

f (z) = z ∗ = x − iy

u(x, y) = x , v(x, y) = −y

u0x = 1 , vy0 = −1

La funzione f (z) = z ∗ non è analitica. Si può infatti mostrare che il rappor-


to incrementale dipende dalla direzione dell’incremento h. Sia h = ρeiθ in
rappresentazione polare. Allora il rapporto incrementale

f (z + h) − f (z) (z + h)∗ − z ∗ h∗ ρe−iθ


= = = = e−2iθ
h h h ρeiθ
dipende dall’angolo θ. La derivata di z ∗ non esiste in alcun punto di C.

Esempio 3
1 1 x − iy
f (z) = = = 2
z x + iy x + y2

x y
u(x, y) = , v(x, y) = −
x2 + y 2 x2 + y 2
Le funzioni u e v sono continue e derivabili in C − {0}. Le condizioni di CR

y 2 − x2 y 2 − x2
u0x = , vy0 = = u0x
(x2 + y 2 )2 (x2 + y 2 )2

−2xy 2xy
u0y = , vx0 = = −u0y
(x2 + y 2 )2 (x2 + y 2 )2
sono soddisfatte. La funzione f (z) è quindi analitica in C − {0}. La sua
derivata è
y 2 − x2 + 2ixy (y + ix)2 1
f 0 (z) = u0x + ivx0 = 2 2 2
= 2 2
=− 2 .
(x + y ) (y + ix) (y − ix) z
Vale pertanto la stessa regola di derivazione valida in campo reale
 0
1 1
=− .
z z2

18
Si dimostra, esattamente come nel campo reale, che vale
dz n
= nz n−1
dz
per n intero qualsiasi 1 .
Le funzioni analitiche in tutto il piano complesso, come, per esempio, i
polinomi, la funzione esponenziale e le funzioni seno e coseno, si chiamano
funzioni intere.

∆ Teorema 2: se f1 (z) e f2 (z) sono due funzioni analitiche nel punto z,


allora le funzioni

1) f1 (z) + f2 (z)

2) f1 (z) · f2 (z)

3) f1 (z)/f2 (z) se f2 (z) 6= 0

4) f1 (f2 (z))

sono analitiche in z e valgono le seguenti regole di derivazione

a) [f1 (z) + f2 (z)]0 = f10 (z) + f20 (z)

b) [f1 (z) · f2 (z)]0 = f10 (z)f2 (z) + f1 (z)f20 (z)

c) [f1 (z)/f2 (z)]0 = [f10 (z)f2 (z) − f1 (z)f20 (z)]/[f2 (z)]2


d df1 df2
d) [f (f (z))]
dz 1 2
= df2 dz
.

La dimostrazione segue banalmente dalla definizione di derivata.

∆ Corollario: le funzioni razionali di z sono analitiche in tutto il piano


complesso esclusi gli zeri del denominatore.
Dimostrazione: Poiché le funzioni f1 (z) = 1 e f2 (z) = z sono analitiche
in C, segue dalla proprietà 2) che tutte le potenze di z sono analitiche in C,
e quindi per la proprietà 1) i polinomi di z
n
ck z k = c0 + c1 z + c2 z 2 + ...cn z n
X
Pn (z) =
k=0

1
La stessa formula vale per ogni esponente, reale o complesso, ma non ne parliamo qui
perché non abbiamo ancora definito z α per α non intero.

19
sono funzioni ovunque analitiche. Per la proprietà 3) le funzioni razionali
(rapporto di due polinomi Pn e Qm )

Pn (z)
R(z) =
Qm (z)

sono funzioni analitiche in tutto il piano complesso esclusi i punti zi tali che
Qm (zi ) = 0.
[q.e.d.]

∆ Teorema 3 : se la parte reale (immaginaria) di una funzione analitica è


costante, anche la sua parte immaginaria (reale) è necessariamente costante.
Infatti da u(x, y) = costante segue u0x = u0y = 0 e quindi dalle condizioni di
CR segue che:

vy0 = vx0 = 0 ⇒ v(x, y) = K 0 = costante .

Pertanto

f (z) = costante .

Nel caso particolare in cui v(x, y) = 0, oppure u(x, y) = 0, ne segue


banalmente che una funzione analitica a valori reali (o immaginari puri) è
necessariamente costante.
[q.e.d.]

∆ Teorema 4: una funzione analitica di modulo costante è costante (cioè


le sue parti reale e immaginaria sono separatamente costanti):

f (z) analitica e |f (z)| = cost. ⇒ f (z) = cost.

Dimostrazione
Per ipotesi

u2 (x, y) + v 2 (x, y) = K .

Se K = 0 la dimostrazione è banale perché ciò implica f (z) = 0; assumiamo


quindi nel seguito K 6= 0.
Derivando rispetto a x e a y si ottiene

2u∂x u + 2v∂x v = 0
2u∂y u + 2v∂y v = 0 .

20
Moltiplicando la prima equazione per u, la seconda per v, sommando
membro a membro e utilizzando le condizioni di CR, si ottiene

(u2 + v 2 )∂x u = 0

da cui segue che, poiché u2 + v 2 è per ipotesi costante e diverso da zero,


∂x u = 0. Analogamente, moltiplicando la prima equazione per −v e la
seconda per u, si ottiene

(u2 + v 2 )∂y u = 0.

Questa implica che anche ∂y u = 0 e quindi u(x, y) = costante. Dalle CR


segue immediatamente che se le derivate parziali di u sono nulle, anche le de-
rivate parziali di v sono nulle, e pertanto f (z) = costante, come nel teorema
precedente.
[q.e.d.]

21
1.3 Integrazione in Campo Complesso

1.3.1 Curve (richiami)

Una curva γ nel piano complesso è una applicazione continua

γ : J −→ C J = [a, b] ∈ R
dove J è un intervallo reale limitato e chiuso:
γ : t −→ z(t) = x(t) + iy(t) a≤t≤b.
L’applicazione γ associa ad ogni valore del parametro t due funzioni reali x(t)
e y(t). Spesso si considera la curva γ non solo come l’applicazione appena
definita, ma come l’immagine (o sostegno) di tale applicazione, cioè come
l’insieme di punti
γ = {z ∈ C/z = z(t), t ∈ [a, b]} .
Una curva si dice regolare nell’intervallo [a, b] se le funzioni x(t) e y(t)
hanno derivate prime continue e non entrambe nulle ∀t ∈ [a, b].
Una curva si dice regolare a tratti nell’intervallo [a, b] se l’intervallo può
essere suddiviso in un numero finito di sottointervalli chiusi in cui la curva
sia regolare.
Una curva si dice chiusa se z(a) = z(b). Un caso particolare di curva
chiusa è un punto, cioè una curva di equazione z(t) = costante ∀t ∈ [a, b].
Una curva si dice semplice se z(t1 ) 6= z(t2 ) ∀t1 6= t2 , con t1 , t2 ∈ [a, b).
(N.B. L’intervallo [a, b) è semi-aperto per includere le curve chiuse nella de-
finizione di curve semplici.) In pratica una curva semplice è una curva che
non si interseca con se stessa.
Una curva chiusa e semplice si dice curva di Jordan.
Enunciamo, senza dimostrarlo, il seguente teorema:

∆ Teorema 5: ogni curva di Jordan γ divide il piano in due regioni, una


interna e una esterna a γ.
Ad ogni curva chiusa si assegna un verso di percorrenza. Convenzional-
mente si considera come positivo il verso antiorario. Si definisce convenzio-
nalmente interna ad una curva chiusa la zona lasciata a sinistra se si percorre
la curva nel suo verso di percorrenza (ed esterna quella lasciata a destra).

22
Due curve di Jordan γ1 e γ2 si dicono omotopicamente equivalenti
(O.E.) in una regione D se possono essere deformate con continuità l’una
nell’altra senza uscire da D. N.B. È essenziale specificare la regione D in cui
le due curve sono O.E.
Esempio: se D = C ogni curva di Jordan è O.E. a un punto, ma questo
non è più vero se da C si sottraggono uno o più punti.
Una regione D ⊆ C si dice connessa per archi se, ∀z1 , z2 ∈ D, esiste una
curva γ tutta interna a D, che congiunge z1 e z2 .
Una regione S ⊆ C si dice semplicemente connessa (s.c.) se ogni
curva chiusa contenuta is S è O.E. a un punto. (Definizione alternativa: una
regione S è s.c. se per ogni curva di Jordan γ contenuta in S la regione
interna a γ è sottoinsieme di S). Intuitivamente una regione s.c. è una
regione senza buchi.

Lemma di Gauss (o teorema di Green): siano P (x, y), Q(x, y) ∈ C 1


due funzioni reali e continue con derivate prime continue in un dominio E
semplicemente connesso. Allora per ogni curva γ chiusa regolare a tratti
contenuta in E

ZZ " #
I
∂Q(x, y) ∂P (x, y)
[P (x, y)dx + Q(x, y)dy] = − dxdy , (1.6)
γ S ∂x ∂y
dove S è la regione interna a γ.

1.3.2 Integrali in campo complesso

Integrale di una funzione di variabile reale a valori complessi

Consideriamo una funzione complessa di una variabile reale w(t) = u(t)+


iv(t):

w : [a, b] −→ C [a, b] ⊂ R

t ∈ [a, b] , w(t) ∈ C .
Definiamo l’integrale di w(t) in t
Z b Z b Z b
w(t)dt = u(t)dt + i v(t)dt .
a a a

23
L’integrale esiste se la funzione w(t) è continua o se ha un numero finito di
discontinuità di prima specie.
L’integrale (alla Riemann) si può interpretare come limite di somme
integrali:
Z b
w(t)dt = lim In
a n→∞

dove
n
X
In = w(τl )(tl − tl−1 )
l=1
Xn n
X
= u(τl )(tl − tl−1 ) + i v(τl )(tl − tl−1 ) .
l=1 l=1

Si divide cioè l’intervallo [a, b] in n sottointervalli a = t0 < t1 < t2 < ... <
tn = b e si valuta la funzione w(t) nei punti τl interni a ciascun sottointervallo
(tl−1 < τl < tl ).
Dalla disuguaglianza triangolare (|a1 +a2 +...+an | ≤ |a1 |+|a2 |+...+|an |):
n
X
|In | ≤ |w(τl )|(tl − tl−1 )
l=1

segue, prendendo il limite per n → ∞, la relazione


Z
b Z b
w(t)dt ≤ |w(t)|dt . (1.7)


a a

Integrale di una funzione complessa di variabile complessa

Sia f (z) una funzione:

f : D ⊆ C −→ C

f : z = (x + iy) ∈ D 7→ w = f (z) = u(x, y) + iv(x, y) ∈ C .

Si consideri una curva γ regolare a tratti nell’intervallo [a, b]

γ : t 7→ z(t) a≤t≤b

e siano A = z(a) e B = z(b) gli estremi di tale curva (Fig. 1.6)

24
Figura 1.6: Curva aperta che unisce i punti A e B nel piano complesso

Se f (z) è continua ∀z ∈ γ, si definisce l’integrale curvilineo di f (z) tra A


e B lungo γ

Z B Z b dz
f (z)dz = f (z(t)) dt . (1.8)
A(γ) a dt
N.B. Il secondo membro della (1.8) esiste perché γ è regolare a tratti
(quindi dz/dt ha un numero finito di discontinuità).

∆ Teorema 6: l’integrale di una funzione continua f (z) = u(x, y)+iv(x, y)


lungo una curva γ regolare a tratti è dato da

Z B Z B Z B
f (z)dz = [u(x, y)dx − v(x, y)dy] + i [v(x, y)dx + u(x, y)dy] .
A(γ) A(γ) A(γ)
(1.9)

Dimostrazione
Dalla definizione (1.8) segue che

" #
Z B Z bdz(t) Z b
dx(t) dy(t)
f (z)dz = f (z(t)) dt = [u(x, y) + iv(x, y)] +i dt
A(γ) a dt a dt dt
Z b" #
dx(t) dy(t)
= u(x, y) − v(x, y) dt
a dt dt

25
" #
Z b dx(t) dy(t)
+ i v(x, y) + u(x, y) dt
a dt dt
Z B Z B
= [u(x, y)dx − v(x, y)dy] + i [v(x, y)dx + u(x, y)dy] .
A(γ) A(γ)

[q.e.d]
N.B. In generale l’integrale dipende dalla curva γ e non solo dagli estremi
di integrazione.
Valgono per l’integrale (1.9) le proprietà degli integrali curvilinei. In
particolare, se C è un punto sulla curva γ,
Z B Z C Z B
f (z)dz = f (z)dz + f (z)dz
A(γ) A(γ) C(γ)

e
Z B Z A
f (z)dz = − f (z)dz .
A(γ) B(γ)

∆ Teorema 7: Disuguaglianza di Darboux Sia M il valore massimo


assunto dal modulo della funzione f (z) lungo la curva γ:

M = max |f (z)|
z∈γ

e l la lunghezza di γ tra A e B:
v
u dx 2
u ! !2
Z b ds Z b dy
l= dt ≡ t
+ dt .
a dt a dt dt

Allora vale la disuguaglianza di Darboux:


Z
B

f (z)dz ≤ M l . (1.10)
A(γ)

Dimostrazione
Applicando la disuguaglianza (1.7) alla definizione (1.8) si ottiene
Z
B Z b dz
f (z)dz ≤ |f (z(t))| dt


A(γ) a dt
Z b
dz
≤ M dt .
a dt

26
Ora,
v
u dx 2
u ! !2
dz dy ds
= + ≡ ;
t
dt dt dt dt
pertanto

Z b dz
dt = l

a dt

e quindi:
Z
B
f (z)dz ≤ Ml .


A(γ)

[q.e.d.]

1.3.3 Teorema di Cauchy

∆ Teorema 8: sia f (z) una funzione regolare all’interno di un dominio


aperto E semplicemente connesso. Il teorema di Cauchy asserisce che, per
ogni curva γ chiusa, regolare a tratti, tutta contenuta in E,

I
f (z)dz = 0 . (1.11)
γ

L’integrale di una funzione analitica è nullo lungo una qualsiasi curva


chiusa omotopicamente equivalente a un punto nel dominio di analiticità
della funzione.
Dimostrazione
Dal teorema (1.9) si ha che
I I I
f (z)dz = [u(x, y)dx − v(x, y)dy] + i [v(x, y)dx + u(x, y)dy]
γ γ γ

e, per il lemma di Gauss (1.6) (si ponga P = u, Q = −v nel primo integrale


e Q = u, P = v nel secondo)
ZZ " #
I
∂v(x, y) ∂u(x, y)
f (z)dz = − − dxdy
γ S ∂x ∂y

27
ZZ " #
∂u(x, y) ∂v(x, y)
+ i − dxdy ,
S ∂x ∂y

dove S ⊂ E è la regione interna a γ. Poiché f (z) è analitica valgono le


condizioni di Cauchy-Riemann u0x = vy0 e u0y = −vx0 . Pertanto
I
f (z)dz = 0 .
γ

H
[q.e.d.]
In altre parole, γ f (z)dz = 0 se γ è contenuta nel dominio E di analiticità
di f (z) ed è deformabile con continuità in un punto senza uscire da E.
In modo più conciso si può anche dire che la forma differenziale f (z)dz =
u(x, y)dx − v(x, y)dy + i[v(x, y)dx + u(x, y)dy] è chiusa in un aperto E:
d(f (z)dz) = 0, se valgono le condizioni di CR; essa diventa esatta se il
dominio è semplicemente connesso.

Corollario al teorema di Cauchy

∆ Teorema 9: siano γ1 e γ2 due curve semplici e regolari a tratti che


congiungono i punti A e B e γ = γ1 ⊕ (−γ2 ) sia tutta contenuta nel dominio
semplicemente connesso di analiticità di f (z) (Fig. 1.7).

Figura 1.7: Curve aperte che uniscono i punti A e B in un dominio


semplicemente connesso

Allora

28
Z B Z B
f (z)dz = f (z)dz
A(γ1 ) A(γ2 )

ovvero: l’integrale di una funzione analitica non dipende dal cammino di in-
tegrazione purché i cammini siano deformabili con continuità l’uno nell’altro
senza incontrare singolarità.

Dimostrazione

!
Z B Z B Z B Z A I
f (z)dz − f (z)dz = + f (z)dz = f (z)dz = 0
A(γ1 ) A(γ2 ) A(γ1 ) B(γ2 ) γ

per il teorema di Cauchy (1.11).


[q.e.d.]

Esempio:
consideriamo l’integrale

I
dz
I= .
γ z
La funzione 1/z è analitica in C − {0}. Se la regione interna alla curva γ non
contiene l’origine (Fig. 1.8) l’integrale è nullo per il teorema di Cauchy.
Se invece l’origine è interna a γ, per esempio γ è una circonferenza C di
raggio R centrata in O (Fig. 1.9) l’integrale è diverso da zero.
Calcoliamone il valore. L’equazione della curva C in coordinate polari è
z = z(ϕ) = Reiϕ = R(cos ϕ + i sin ϕ)

dz
= R(− sin ϕ + i cos ϕ) = iz 0 ≤ ϕ ≤ 2π

I
dz Z 2π 1 0 Z 2π
iReiϕ
I= = z (ϕ)dϕ = dϕ = 2πi
C z 0 z(ϕ) 0 Reiϕ
N.B. L’integrale non dipende da R.
Ne segue che, se γ1 e γ2 sono due semicirconferenze centrate nell’origine
(Fig. 1.10) gli integrali
Z B dz
I1 =
A(γ1 ) z

29
Figura 1.8: Curva chiusa che non contiene l’origine

e
Z B dz
I2 =
A(γ2 ) z
non devono necessariamente essere uguali poiché non si può applicare il
Corollario del teorema di Cauchy. Infatti essi valgono
Z π Z −π
I1 = i dϕ = iπ , I2 = i dϕ = −iπ .
0 0

N.B. I1 6= I2 perché deformando γ1 in γ2 si attraversa una singolarità (z = 0).


In modo analogo si può calcolare il seguente integrale

I
dz
I= a∈C (1.12)
C z−a
dove la curva C è la circonferenza di raggio R centrata in a (Fig. 1.11).
Infatti, ponendo

z = z(ϕ) = a + Reiϕ

si ha

z 0 (ϕ) = iReiϕ = i(z − a)

30
Figura 1.9: Curva chiusa che contiene l’origine

e quindi
Z 2π 1 0
Z 2π
iReiϕ
I= z (ϕ)dϕ = dϕ = 2πi .
0 z(ϕ) − a 0 Reiϕ

∆ Teorema 10: Teorema di Cauchy generalizzato Sia f (z) una fun-


zione analitica in un dominio D qualsiasi e siano γ1 e γ2 due curve chiuse
omotopicamente equivalenti in D. In queste ipotesi:
I I
f (z)dz = f (z)dz .
γ1 γ2

Dimostrazione
Per dimostrare il teorema consideriamo 3 casi:
a) D semplicemente connesso
b) D generico, γ1 e γ2 non si intersechino
c) D generico, γ1 e γ2 si intersechino
a) In questo caso la dimostrazione è banale perché, per il teorema di
Cauchy,
I I
f (z)dz = f (z)dz = 0 .
γ1 γ2

31
Figura 1.10: Semicirconferenze centrate nell’origine

b)
Effettuiamo due tagli AB e CD (Fig. 1.12). Poiché γ1 e γ2 sono O.E. in
D, la regione compresa tra le due curve appartiene tutta a D. Si ha allora
(per il corollario al teorema di Cauchy):

Z D Z B Z C Z D
= + +
A(E) A B(F ) C
Z A Z C Z B Z A
= + + .
D(G) D C(H) B

Sommando membro a membro si ottiene


I I
f (z)dz = f (z)dz
γ1 γ2

poiché
Z B Z A Z C Z D
=− e =− .
A B D C

c) In questo caso si ha (vedi Fig. 1.13):

Z B Z B
=
A(E) A(F )

32
Figura 1.11: Circonferenza centrata nel punto a

Z A Z A
= .
B(G) B(H)

Sommando membro a membro si ottiene


I I
f (z)dz = f (z)dz .
γ1 γ2

N.B. Non è detto che la regione (AGBF A) appartenga a D (γ1 e γ2 sono


O.E. in D).
[q.e.d.]

• Corollario: l’integrale (1.12) vale 2πi per ogni curva chiusa γ che
circondi il punto a:
I
dz
I= = 2πi, a∈C (1.13)
γ z−a

Inoltre, sempre per ogni curva chiusa γ che circondi il punto a,

I
dz
= 2πiδn,1 , n∈Z (1.14)
γ (z − a)n

33
Figura 1.12: Curve γ1 e γ2 che non si intersecano in un dominio D

dove δnl è la delta di Krönecker definita da


(
1 se n = l
δnl = n, l ∈ Z .
0 6 l
se n =

La (1.14) come si dimostra osservando che il cammino γ può essere deformato


in una circonferenza C di raggio R e centro a e ponendo

z − a ≡ Reiθ ⇒ dz = iReiθ dθ ; (1.15)


ne segue immediatamente, per n 6= 1:

I
dz Z 2π
iReiθ i Z 2π i(1−n)θ i ei(1−n)θ
= dθ = n−1 e dθ = n−1 = 0,
γ (z − a)n 0 Rn einθ R 0 R i(1 − n) 0

mentre per n = 1 vale la eq.(1.13)

1.3.4 Rappresentazione integrale di Cauchy


∆ Teorema 11: sia f (z) una funzione analitica in un dominio E aperto
semplicemente connesso e γ una curva di Jordan contenuta in E. Sia S la re-
gione interna a γ. Sotto queste ipotesi vale la rappresentazione integrale
di Cauchy per la funzione f (z):

34
Figura 1.13: Curve γ1 e γ2 che si intersecano in un dominio D

1 I f (z 0 ) 0
f (z) = dz ∀z ∈ S , γ = ∂S . (1.16)
2πi γ z 0 − z

N.B. Perché valga la (1.16) è essenziale che z appartenga a S, cioè sia


interna a γ. Infatti,

1) se z ∈ γ la funzione integranda ha una singolarità sul cammino di


integrazione e quindi l’integrale non esiste;

2) se z è esterno a γ, la funzione integranda f (z 0 )/(z 0 − z) è analitica in


S e l’integrale è nullo per il teorema di Cauchy (1.11) ;

3) se z è interno a γ, la funzione integranda f (z 0 )/(z 0 − z) in generale non


è analitica in S, ma può avere una singolarità in z 0 = z.

Dimostrazione
Consideriamo il seguente integrale
I
f (z 0 ) − f (z) 0
I(z) = dz .
γ z0 − z
Per il teorema generalizzato di Cauchy γ può essere deformata in una circon-
ferenza C centrata in z di raggio arbitrario r, interna a S:
I
f (z 0 ) − f (z) 0
I(z) = dz .
C z0 − z

35
Per la disuguaglianza di Darboux (1.10),
f (z 0 ) − f (z)

|I(z)| ≤ max 2πr = 2π max |f (z 0 ) − f (z)| ,

z0 − z

z 0 ∈C z 0 ∈C

dove si è usato |z 0 − z| = r, ∀z 0 ∈ C. Poiché la funzione f (z) è continua in


S, il secondo membro può essere reso arbitrariamente piccolo. Infatti, dalla
definizione di continuità di una funzione, limz0 →z f (z 0 ) = f (z), segue

∀ > 0 ∃δ / |f (z 0 ) − f (z)| <  ∀z 0 ∈ Iδ (z) .

Basta allora scegliere r < δ per dimostrare che ∀ > 0 si ha

|I(z)| ≤ 2π.

Ma l’unico numero non negativo minore o uguale a un numero positivo


arbitrario è lo zero, quindi

I(z) = 0,

ossia, utilizzando l’integrale (1.13),


I
f (z 0 ) 0 I f (z) 0
dz = dz = f (z) 2πi ,
γ z0 − z γ z0 − z

da cui la (1.16).
[q.e.d.]
La rappresentazione integrale di Cauchy permette quindi di conoscere i
valori di una funzione analitica in tutta la regione interna ad una curva
chiusa γ una volta noti i suoi valori nei punti appartenenti alla curva γ.

Rappresentazione integrale di Cauchy per le derivate

∆ Teorema 12: sia f (z) una funzione analitica in un dominio E aper-


to semplicemente connesso e γ una curva di Jordan contenuta in E. Sia S
la regione interna a γ. In queste ipotesi vale la rappresentazione integra-
le di Cauchy (1.16); derivando ripetutamente sotto il segno di integrale e
utilizzando l’identità:
dn 1 n!
n 0
= 0 ,
dz z − z (z − z)n+1

36
si ottiene la rappresentazione integrale di Cauchy per le derivate della fun-
zione f (z):

dn f (z) n! I f (z 0 )
= dz 0 ∀z ∈ S . (1.17)
dz n 2πi γ (z 0 − z)n+1

Un’importantissima conseguenza della (1.17) è che una funzione ana-


litica è infinitamente derivabile, ovviamente con derivate continue.

37
1.4 Serie in campo complesso

1.4.1 Serie di potenze

Una serie di potenze è una serie del tipo



ak (z − z0 )k .
X

k=0

Per le serie di potenze in campo complesso valgono teoremi analoghi a


quelli validi in campo reale:
• La regione di convergenza di una serie di potenze in C è un cerchio
(centrato in z0 ), il cui raggio si dice raggio di convergenza della serie.
All’interno di tale cerchio la serie è uniformemente e assolutamente
convergente. All’esterno non converge mai. Sulla circonferenza può
convergere o no, a seconda dei casi, e c’è sempre almeno un punto
singolare di f (z).
• Teorema di Weierstrass: una serie di potenze è, per ogni z interno
al cerchio di convergenza, derivabile termine a termine n volte (con n
arbitrario):
∞ ∞
dn f (z) X dn (z − z0 )k
ak (z − z0 )k ⇒
X
f (z) = = a k ,
k=0 dz n k=0 dz n
quindi essa è analitica all’interno del cerchio di convergenza.
• Teorema di Cauchy-Hadamard: il raggio di convergenza ρ della
serie di potenze ∞ k
k=0 ak (z − z0 ) coincide con l’inverso del massimo fra
P

i punti di accumulazione della successione {|ak |1/k }, ovvero, se il limite


esiste, con:
 −1
1/k
ρ= lim |ak | . (1.18)
k→∞

Si può mostrare che la (1.18) è equivalente alla più comoda:



a
n
ρ = lim , (1.19)
n→∞ a
n+1

sempre che il limite, finito o infinito, esista.

38
1.4.2 Serie di Taylor

Lo sviluppo in serie di Taylor è uno sviluppo in serie di potenze di una


funzione nell’intorno di un suo punto di analiticità.
Sia f (z) una funzione analitica in un dominio D e sia C un intorno
circolare, tutto contenuto in D, di un punto regolare z0 (si veda Fig. 1.14).
È facile dimostrare che la funzione f (z), infinitamente derivabile 2 , può
essere rappresentata, per ogni z ∈ C, dalla serie di Taylor:


ak (z − z0 )k
X
f (z) = (1.20)
k=0

con

1 dk f (z)
" #
ak =
k! dz k z=z0
1 I
f (z)
= dz , (1.21)
2πi c (z − z0 )k+1

dove per l’ultimo passaggio si è usata la rappresentazione di Cauchy (1.17)


delle derivate di una funzione analitica.

Dimostrazione: partendo dalla rappresentazione integrale di Cauchy

f (z 0 )
I
1
f (z) = dz 0 ,
2πi c z 0 − z

usando (vedi Fig. 1.14)


∞  n
1 1 1 X z − z0
= = (1.22)
z0 − z z 0 − z0 − (z − z0 ) z 0 − z0 n=0 z 0 − z0

e integrando termine a termine la serie (uniformemente convergente, poiché |z − z0 | <


2
Nel campo reale l’infinita derivabilità non è sufficiente per garantire che una funzione
sia sviluppabile in serie di Taylor; nel campo complesso basta invece la analiticità.

39
Figura 1.14: Intorno circolare del punto z0 nel dominio D


|z 0 − z0 |, quindi zz−z
0 −z < 1) ) si ottiene
0

0


f (z 0 )
I
X 1
f (z) = (z − z0 ) n
dz 0 , (1.23)
n=0
2πi c (z 0 − z0 )n+1

che coincide con la (1.20).


[q.e.d]

Poiché il cerchio C deve essere tutto interno al dominio di analiticità di


f (z), il suo raggio r può essere fatto coincidere con la distanza di z0 dal
più vicino punto singolare di f (z); il cerchio C è certamente contenuto nel
cerchio di convergenza della serie di Taylor (1.20) e di solito i due cerchi coin-
cidono; se la serie di Taylor converge anche al di fuori dell’originale dominio
di definizione della funzione f (z), la nuova funzione cosı̀ definita viene detta
continuazione analitica della funzione di partenza.
È molto importante sottolineare che esiste una completa equivalenza tra
analiticità di una funzione in un punto e sua sviluppabilità in serie di Taylor
in un suo intorno:


ak (z − z0 )k .
X
f (z) analitica in z0 ⇐⇒ ∃I(z0 ) / ∀z ∈ I(z0 ) , f (z) =
k=0

• Esempio: la serie geometrica

40

zk
X

k=0

converge uniformemente a
1
f (z) =
1−z
nella regione |z| < 1. Il punto z = 1 è infatti un punto singolare di
f (z).

1.4.3 Zeri

Un punto regolare z = z0 è uno zero di ordine n della funzione f (z) se:

1) La funzione si annulla in z0 :

f (z0 ) = 0

2) Le prime n − 1 derivate si annullano in z0 :



dk f (z)
=0, k = 1, 2, ... , n − 1
dz k z=z0

3) La derivata n-esima è diversa da zero in z0 :



dn f (z)
6= 0 .
dz n z=z0

• Esempio: la funzione

f (z) = z 2

ha uno zero di ordine 2 in z = 0. Infatti:

f (0) = 0 , f 0 (0) = 0 , f 00 (0) = 2 6= 0 .

41
Uno zero è un punto regolare di f (z), che sarà quindi rappresentabile
tramite uno sviluppo in serie di Taylor intorno a quel punto:

ak (z − z0 )k .
X
f (z) = (1.24)
k=0

Se z0 è uno zero di ordine n di f (z), si ha, dalla (1.21), che

a1 = a2 = ... = an−1 = 0

an 6= 0 .

Quindi la (1.24) diventa



ak (z − z0 )k .
X
f (z) =
k=n

Cambiando l’indice nella sommatoria, k → k 0 = k − n, si ottiene



0
ak0 +n (z − z0 )k +n
X
f (z) =
k0 =0

0
= (z − z0 )n ak0 +n (z − z0 )k .
X

k0 =0

La funzione

ak+n (z − z0 )k
X
g(z) =
k=0

è una funzione analitica in z0 , in quanto sviluppabile in serie di Taylor intorno


al punto z = z0 . Inoltre g(z) è non nulla in z0 :

g(z0 ) = an 6= 0 .

Pertanto una funzione f (z) che abbia in z0 uno zero di ordine n può
sempre essere scritta nella forma

f (z) = (z − z0 )n g(z) , (1.25)

con g(z) analitica e non nulla in z = z0 .

42
1.4.4 Serie di Laurent

Fra le varie possibili singolarità di una funzione analitica giocano un ruolo


particolarmente importante le singolarità isolate: un punto singolare z0 si
dice singolarità isolata della funzione f (z) se esiste un suo intorno privato
di z0 in cui f (z) è analitica.
Nell’intorno di una singolarità isolata è necessario considerare anche serie
a potenze negative; per esempio, per ogni z 6= 0 vale:

z −k
e1/z =
X
, (1.26)
k=0 k!

come si vede subito ponendo w = 1/z; evidentemente l’origine è una singo-


larità isolata per la funzione e1/z .
Lo sviluppo in serie di Laurent è uno sviluppo in serie di potenze positive
e negative di una funzione f (z) in un intorno bucato I(z0 ) di un suo punto
singolare isolato z0 (si veda Fig. 1.15); si può infatti dimostrare 3 che esiste
un I(z0 ) tale che, per ogni z ∈ I(z0 ), si può scrivere:


dk (z − z0 )k .
X
f (z) = (1.27)
k=−∞

Ricordando la (1.14) è immediato calcolare i coefficienti dk ; basta dividere


la (1.27) per (z − z0 )n+1 e integrare su una curva chiusa γ interna a I(z0 ) e
che circondi z0 per ottenere:

1 I f (z)
dk = dz , (1.28)
2πi γ (z − z0 )k+1

N.B. Anche per k > 0, il coefficiente dk in generale non è la derivata


d f (z)/dz k perché f (z) non è analitica nel punto z0 .
k

3
La dimostrazione è analoga a quella dello sviluppo in serie di Taylor, con la differenza
che la curva γ da scegliere per la rappresentazione integrale di Cauchy di f (z) è composta
dalle due circonferenze (percorse in verso opposto) che delimitano una corona circolare
centrata in z0 e contenuta in I(z0 ).

43
Figura 1.15: Curva γ in un intorno bucato del punto z0

Notare inoltre che lo sviluppo in serie di Taylor (1.20) si ottiene come


caso particolare dello sviluppo in serie di Laurent (1.27) se invece z0 è un
punto regolare di f (z). Infatti, se z0 è regolare, per il teorema di Cauchy
dk = 0 per tutti i k ≤ −1 e la (1.27) si riduce alla (1.20) (4).

1.4.5 Singolarità isolate: poli e singolarità essenziali

• Poli
Il punto singolare isolato z0 si definisce polo della funzione f (z) se lo
sviluppo in serie di Laurent intorno a z0 possiede un numero finito n
di potenze negative; un polo si dice di ordine n se:

1) I coefficienti ..., d−n−2 , d−n−1 si annullano:

d−k = 0 , ∀k > n

2) Il coefficiente d−n è diverso da zero:

d−n 6= 0 .

Un polo di ordine 1 si dice polo semplice, di ordine 2 polo doppio e cosı̀


via.

44
Nell’intorno di un polo di ordine n lo sviluppo (1.27) si riduce quindi a

dk (z − z0 )k
X
f (z) = (1.29)
k=−n

e, mediante il cambiamento di indice k → k 0 = k + n, a



0
dk0 −n (z − z0 )k −n
X
f (z) =
k0 =0

= (z − z0 )−n dk−n (z − z0 )k .
X

k=0

Definiamo ora

dk−n (z − z0 )k .
X
g(z) =
k=0

La funzione g(z) è data da uno sviluppo in serie di Taylor intorno a z0 :


essa è pertanto analitica in z0 . Inoltre g(z) è diversa da zero in z0 :
g(z0 ) = d−n 6= 0 .
Pertanto se z0 è un polo di ordine n della funzione f (z), questa può
essere espressa come
g(z)
f (z) = , (1.30)
(z − z0 )n
con g(z) analitica e non nulla in z = z0 .
Dalle (1.30) e (1.25) segue che il punto z = z0 è uno zero di ordine n
per la funzione 1/f (z):

1
= h(z)(z − z0 )n ,
f (z)
dove h(z) = 1/g(z) è di nuovo una funzione analitica e non nulla in z0 .
• Singolarità essenziali
Il punto z = z0 si definisce invece singolarità essenziale isolata della
funzione f (z) se è un punto singolare isolato e lo sviluppo in serie di
Laurent intorno a z0 possiede un numero infinito di potenze negative.
Come si vede dallo sviluppo in serie di Laurent (1.26), un esempio di sin-
golarità essenziale isolata è l’origine per la funzione e1/z , e analogamente
per le funzioni sin(1/z), cos(1/z) e simili.

45
Dalle definizioni di polo e singolarità essenziale isolata segue che un polo di
ordine n può essere rimosso moltiplicando la f (z) per (z −z0 )n , mentre questo
non è possibile per una singolarità essenziale.
Un’altra importante differenza fra poli e singolarità essenziali è la seguen-
te: è evidente dalla (1.30) che limz→z0 f (z) = ∞ se il punto z0 è un polo di
f (z); se invece z0 è una singolarità essenziale il limite non esiste, perché nel-
l’intorno di z0 la funzione oscilla forsennatamente: per farsene un’idea, basta
pensare all’andamento nell’intorno dell’origine della funzione sin z1 con z reale
o immaginario puro.
Più in generale, si può dimostrare il Teorema di Weierstrass per le
singolarità essenziali isolate: se z = z0 è una singolarità essenziale isolata
della funzione f (z), coefficienti negativi, allora per ogni  e δ piccoli a piacere
e per ogni numero complesso c ∈ C, esiste un valore di z ∈ I δ (z0 ) tale che

|f (z) − c| <  .

In altre parole, il teorema di Weierstrass afferma che in qualunque intorno


di una singolarità essenziale isolata, la funzione f (z) approssima indefinita-
mente qualunque valore prefissato c, senza necessariamente raggiungerlo.

46
1.5 Residui

Sia f (z) una funzione analitica in un dominio D, z0 un punto singolare isolato,


γ una curva di Jordan, tutta contenuta in D e contenente al suo interno il
punto z0 , ma non altre singolarità (questo è possibile, perché z0 è isolato).
Si definisce residuo della funzione f (z) nel punto z = z0 la quantità

1 I
{Resf (z)}z=z0 ≡ f (z)dz . (1.31)
2πi γ

Dalla eq.(1.28) che definisce i coefficienti di Laurent, calcolata per k = −1,


si vede subito che vale:

{Resf (z)}z=z0 = d−1 . (1.32)

Quindi il residuo di una funzione in un punto singolare isolato z0 è il


coefficiente della potenza (−1) − esima del suo sviluppo in serie di Laurent
intorno a z0 .

• Esempio

1 1 I dz
f (z) = ⇒ {Resf (z)}z=0 = =1,
z 2πi γ z
dove γ è una curva che circonda l’origine.

Ovviamente, se z0 è un punto regolare di f (z) e cerchiamo ugualmente di


calcolare il residuo, troviamo zero per il teorema di Cauchy. Non vale però
il viceversa: una funzione può avere residuo nullo in un punto ed ivi essere
singolare, se d−1 = 0 ma esiste qualche d−n 6= 0 per n > 1; un esempio
caratteristico è f (z) = 1/z 2 che nell’origine ha un polo doppio, con residuo
nullo.

47
1.5.1 Teorema dei residui

∆ Teorema 13: sia f (z) una funzione analitica in un dominio D, eccetto


che in un numero finito di singolarità isolate. Sia γ una curva di Jordan
contenuta in D, non passante per alcun punto singolare di f (z). In queste
ipotesi vale il teorema dei residui:

I n
X
f (z)dz = 2πi {Resf (z)}z=zk , (1.33)
γ k=1

dove z1 , z2 , ..., zn sono le singolarità di f (z) interne a γ.

Dimostrazione
Il teorema dei residui si dimostra facilmente per induzione completa. In-
fatti la (1.33) è vera per n=1 per la definizione di residuo. Se le singolarità
sono n + 1 isoliamo la (n + 1)-esima come in Fig. 1.16.

Figura 1.16: Curva γ che contiene n + 1 singolarità della funzione

Usando la tesi (1.33) per n singolarità si ottiene


I I I
f (z)dz = f (z)dz + f (z)dz
γ γ1 γ2

48
n
X
= 2πi {Resf (z)}z=zn+1 + 2πi {Resf (z)}z=zk
k=1
n+1
X
= 2πi {Resf (z)}z=zk . (1.34)
k=1

Quindi la (1.33) è vera per n+1 singolarità.


È utile osservare che il numero di singolarità interne alla curva γ deve
essere finito; se fosse infinito, all’interno di γ ci sarebbe un punto di accu-
mulazione di singolarità e quindi una singolarità non isolata, per cui non ha
senso definire il residuo.

1.5.2 Calcolo dei residui

Vediamo ora come si calcola esplicitamente il residuo di una funzione in un


suo punto singolare isolato.
Se z0 è una singolarità essenziale non c’è altro modo4 che usare le
equazioni (1.31) e (1.32).
Se invece z = z0 è un polo di ordine n di f (z) c’è un modo alternativo
che richiede solo di calcolare derivate. Infatti in un intorno di z0 si può
scrivere:

g(z)
f (z) =
(z − z0 )n

con g(z) analitica e non nulla in z0 . Il residuo è, dalla (1.31),

1 I g(z)
{Resf (z)}z=z0 = dz .
2πi γ (z − z0 )n

Ora, dalla rappresentazione di Cauchy per le derivate di f (z) (1.17)

dk g(z)
( )
k! I g(z)
= dz ,
dz k z=z0
2πi γ (z − z0 )k+1
4
locale, perché vedremo più avanti che il discorso può essere diverso se si conosce
il comportamento globale della funzione in tutto il piano complesso, punto all’infinito
compreso.

49
si ottiene, ponendo k = n − 1,

dn−1 g(z)
( )
1 I g(z) 1
n
dz =
2πi γ (z − z0 ) (n − 1)! dz n−1 z=z0

e quindi, poiché

g(z) = (z − z0 )n f (z) ,

dn−1
( )
1
{Resf (z)}z=z0 = lim [(z − z0 )n f (z)] . (1.35)
(n − 1)! z→z0 dz n−1

Nel caso particolare in cui z0 sia un polo semplice (n = 1), si ha

{Resf (z)}z=z0 = lim [(z − z0 )f (z)] .


z→z0

Ricordando lo sviluppo in serie di Laurent nel caso di un polo semplice (1.29)


dk (z − z0 )k
X
f (z) =
k=−1
d−1
= + d0 + d1 (z − z0 ) + ... ,
z − z0
si ottiene

( )
k+1
X
{Resf (z)}z=z0 = lim d−1 + dk (z − z0 )
z→z0
k=0

e quindi

{Resf (z)}z=z0 = d−1 , (1.36)

a conferma di quanto visto in generale in eq.(1.32).

50
1.6 Calcolo di integrali definiti mediante il
teorema dei residui

Il teorema dei residui (1.33) è di grande utilità perché permette non solo di
calcolare integrali naturalmente definiti su curve chiuse nel piano complesso,
ma anche ampie classi di integrali definiti sull’asse reale, trasformandoli in
integrali in campo complesso.

1.6.1 Integrali trigonometrici

Una prima classe da considerare è la seguente 5 :


Z 2π
f (cos θ, sin θ)dθ . (1.37)
0
Per calcolare integrali di questo tipo
a) si usano le formule di Eulero per esprimere sin θ e cos θ in funzione di
eiθ (senza usare la complessa coniugazione!) e si effettua la sostituzione

dz
z = eiθ ⇒ dθ = −i ; (1.38)
z
b) ci si riconduce ad un integrale nel piano z lungo una circonferenza di
raggio unitario;
c) si calcola l’integrale con il teorema dei residui.

1.6.2 Esempi

Esempio 1
Z 2π dθ
I= .
0 5 + 3 cos θ
5
Naturalmente l’intervallo d’integrazione potrebbe essere anche (−π, π) o qualsiasi altro
intervallo di ampiezza 2π.

51
Con la sostituzione (1.38) si ha:
eiθ + e−iθ 1 1
 
cos θ = = z+ .
2 2 z
Sostituendo in I:
dz
I
1
I = −i
C z 5 + 3/2 (z + 1/z)
2i I dz
= −
3 C z 2 + 10
3
z+1
dove C è una circonferenza di raggio unitario centrata nell’origine. Studiamo
ora le singolarità della funzione integranda:

1
f (z) = 10 .
z2 + 3
z +1

10 1
z2 + z+1=0 ⇒ z1 = − , z2 = −3
3 3
10 1
 
2
⇒ z + z+1= z+ (z + 3) .
3 3
La funzione f (z) ha due poli semplici in z = −1/3 (interno alla curva C e
z = −3 (esterno alla curva C). Pertanto

( )
2i 1
I = − 2πi Res 2 10
3 z + 3z+1 z=−1/3
4π z + 1/3
= lim  
3 z→−1/3 z + 1 (z + 3)
3
π
= .
2

Esempio 2
Z 2π dθ
I= , p∈C
0 1 − 2p cos θ + p2
Poniamo

dz
z = eiθ ⇒ dθ = −i
z

52
Allora (vedi esempio precedente)
1 1
 
cos θ = z+ .
2 z
Sostituendo in I:
dz
I
1
I = −i
C z 1 − p (z + 1/z) + p2
I
dz
= 1
C pz − (1 + p2 )z + p
2

dove C è una circonferenza di raggio unitario centrata nell’origine. La fun-


zione integranda

1
f (z) =
pz 2 − (1 + p2 )z + p
ha due poli semplici:

pz 2 − (1 + p2 )z + p = 0 −→ z1 = 1/p , z2 = p
−→ pz 2 − (1 + p2 )z + p = p (z − 1/p) (z − p)

e quindi
iI dz
I= .
p C (z − 1/p) (z − p)

Dove sono situati i poli di f (z)?

se |p| < 1 −→ z = p interno a C , z = 1/p esterno a C


se |p| > 1 −→ z = p esterno a C , z = 1/p interno a C .

Ne segue che, se |p| < 1,

( )
i 1
I = 2πi Res
p (z − p)(z − 1/p) z=p
( )
2π z−p
= − lim
p z→p (z − p)(z − 1/p)

=
1 − p2

53
e, se |p| > 1,

( )
i 1
I = 2πi Res
p (z − p)(z − 1/p) z=1/p
( )
2π z − 1/p
= − lim
p z→1/p (z − p)(z − 1/p)

= 2 .
p −1
Se |p| = 1, l’integrando ha una singolarità sul cammino di integrazione e
I non è definito.
Lasciamo allo studente attento di accorgersi che l’esempio 1 è un caso
particolare dell’esempio 2.

1.6.3 Lemma di Jordan

Molto spesso possono essere calcolati con il metodo dei residui anche integrali
estesi a tutto l’asse reale:
Z ∞
I= g(x)dx . (1.39)
−∞

In tal caso la strategia da seguire è di considerare accanto all’integrale I


l’integrale:
Z R Z
J(R) = g(x)dx + g(z)dz, (1.40)
−R γR

dove γR è una semicirconferenza, centrata nell’origine e di raggio R, situata


nel semipiano Im z > 0 o Im z < 0 a seconda dei casi (vedi Fig. 1.17).
L’integrale J(R) è esteso a una curva chiusa e si può quindi calcolare con
il metodo dei residui; dalla conoscenza di J(R) è poi immediato calcolare
l’integrale I se la funzione g(z) è tale che:
Z
lim g(z)dz = 0 . (1.41)
R→∞ γR

Ciò succede nei casi seguenti6 :


6
In realtà dalla (1.41) segue che
Z R
lim J(R) = lim g(x)dx, (1.42)
R→∞ R→∞ −R

54
Figura 1.17: Semicirconferenze di raggio r nel semipiano inferiore (a) e
superiore (b)

1) La funzione g(z) tende a zero più velocemente di 1/|z| per z → ∞:

!
1
g(z) = o , z→∞. (1.44)
|z|

In questo caso la semicirconferenza γR può giacere sia nel semipiano


Im z > 0 sia nel semipiano Im z < 0.

Dimostrazione.

Passando a coordinate polari (e supponendo di considerare la semicir-


conferenza nel semipiano superiore)
Z Z π  
g(z)dz = iR g Reiθ eiθ dθ
γR 0

che coincide con


Z R2
I= lim g(x)dx, (1.43)
R1 →∞,R2 →∞ −R1

solo nel caso che quest’ultimo integrale esista; se ciò non succede, ma esiste il limite (1.42),
allora questo si chiama valore principale dell’integrale (1.39).

55
e applicando la disuguaglianza (1.7) si ottiene
π
Z Z  
g Reiθ dθ


g(z)dz ≤ R

γR 0

da cui, sfruttando l’ipotesi



 
lim R g Reiθ = 0 ,
R→∞

si ottiene infine la (1.41). (Notare che non si è fatto altro che ridimo-
strare la disuguaglianza di Darboux (1.10) in questo caso particolare.)
[q.e.d.]
2) La funzione integranda g(z) è della forma eiαz f (z), con α > 0, dove
f (z) è una funzione che tende uniformemente (rispetto all’argomento
di z) a zero quando |z| tende a infinito e l’argomento di z è compreso
fra 0 e π (cioè nel semipiano Im z ≥ 0), ovvero 7
f (z) = o(1), z → ∞, 0 ≤ arg z ≤ π . (1.45)

In tal caso, se si sceglie per γR una semicirconferenza nel semipiano


superiore (Im z > 0), centrata nell’origine e di raggio R, è facile
dimostrare che vale:

Z
lim eiαz f (z)dz = 0 . (1.46)
R→∞ γR

3) Con la sostituzione z → −z, si vede subito che la (1.46) vale anche per
α < 0, purché valga la (1.45) con π ≤ arg z ≤ 2π e la semicirconferenza
γR stia nel semipiano inferiore.
4) Con la sostituzione z → −iz si vede subito che vale anche
Z
lim eαz f (z) dz = 0 , α>0 (1.47)
R→∞ γR

purché valga la (1.45) con π2 ≤ arg z ≤ 3π2


e la semicirconferenza γR ,
centrata in qualsiasi punto x0 dell’asse reale, stia a sinistra della pa-
rallela dell’asse immaginario passante per x0 . Ovviamente se α < 0
vale un discorso analogo per una semicirconfrenza γR che stia a destra
della parallela dell’asse immaginario passante per x0 .
7
Notare che questa condizione è molto meno restrittiva della (1.44); qui è l’esponenziale,
rapidamente decrescente per Im z → +∞, che si incarica di far tendere rapidamente a
zero l’integrando.

56
Per capire subito su quale semicirconferenza chiudere il cammino per
poter applicare il lemma di Jordan, basta ricordare che essa va scelta in
modo che, lungo la sua freccia, l’esponente del fattore che moltiplica f (z)
deve essere reale e tendere a −∞ per |z| → ∞.
Si indica con lemma di Jordan il contenuto dei punti 2), 3) e 4), ma
per comodità denoteremo con questo termine tutto quanto detto in questo
paragrafo.

1.6.4 Esempi

Esempio 1
Z ∞ x2
I= dx
0 (x2 + 1)(x2 + 4)
La funzione integranda è simmetrica:
x2
f (x) = = f (−x) .
(x2 + 1)(x2 + 4)
Quindi
1Z ∞ x2
I= dx .
2 −∞ (x2 + 1)(x2 + 4)
Inoltre

|z|→∞ 1
f (z) ∼ ;
z2
le ipotesi del lemma di Jordan (caso 1) sono soddisfatte in entrambi i semipia-
ni. Possiamo quindi chiudere il cammino di integrazione nel piano complesso
come indicato in Figura 1.17 (scegliamo di chiuderlo nel semipiano positivo).
Indichiamo con CR il cammino chiuso e con ΓR la semicirconferenza. Il
lemma di Jordan ci assicura che
Z
lim f (z)dz = 0
R→∞ ΓR

e quindi
Z ∞ I
f (z)dz = lim f (z)dz .
−∞ R→∞ CR

57
Pertanto

1 I
I= lim f (z)dz .
2 R→∞ CR
Studiamo la funzione f (z):

(z 2 + 1)(z 2 + 4) = 0 −→ z = ±i , z = ±2i .

f (z) ha 4 poli semplici, due nel semipiano Im z > 0 e due nel semipiano Im
z < 0. Quindi

1
I = 2πi [{Resf (z)}z=i + {Resf (z)}z=2i ]
2

z2 i
{Resf (z)}z=i = lim(z − i) 2
=
z→i (z + i)(z − i)(z + 4) 6

z2 i
{Resf (z)}z=2i = lim (z − 2i) 2
=−
z→2i (z + 2i)(z − 2i)(z + 1) 3

i i π
 
I = πi − = .
6 3 6
Si noti che in questo esempio, e nei successivi esempi 2 e 3, l’integrando è
positivo; se il risultato trovato fosse un numero negativo (o peggio immagina-
rio) si sarebbe certo commesso un errore di segno (o dimenticato un fattore
i).

Esempio 2
Z ∞ dx
I= , n intero positivo
−∞ 1 + x2n

1 |z|→∞ 1
f (z) = ∼
1 + z 2n z 2n
Il lemma di Jordan (caso 1) vale in tutto il piano z. Chiudiamo il cammino
di integrazione in Im z > 0:

58
I
dz
I = lim .
R→∞ CR 1 + z 2n
I poli di f (z) sono dati da

1
1 + z 2n = 0 −→ z 2n = −1 −→ z = (−1) 2n .

Quanti poli giacciono nel semipiano Im z > 0? Poiché −1 si può rappresen-


tare come

− 1 = ei(π+2kπ)

con k intero, i poli saranno


2k+1
z = zk = eiπ 2n = eiθk

con
2k + 1
θk = π
2n
cioè
π 3π π
z0 = ei 2n , z1 = ei 2n , z−1 = e−i 2n , etc.

I poli zk giacciono nel semipiano Im z > 0 se 0 < θk < π, ovvero se


2k + 1
0< <1
2n
che, poiché k è intero, equivale a
1 1
− <k <n− −→ 0 ≤ k ≤ n − 1 .
2 2
La funzione f (z) ha quindi n poli semplici in Im z > 0:
2k + 1
z = zk = eiθk , θk = π, k = 0, 1, ...(n − 1) .
2n
Il residuo di f (z) nel polo zk vale

1 1
 
{Resf (z)}z=zk = lim (z − zk ) = z→z
lim
z→z k 1 + z 2n k 2nz 2n−1
zk zk
= 2n
=− .
2nzk 2n

59
Pertanto
n−1
X zk iπ n−1
 X iπ
I = 2πi − =− e 2n (2k+1) .
k=0 2n n k=0

Poniamo
iπ iπ
z0 = e 2n −→ z02k+1 = e 2n (2k+1)

Allora

iπ n−1
X (2k+1) iπ n−1
X  k iπ 1 − z02n
I=− z0 = − z0 z02 = − z0
n k=0 n k=0 n 1 − z02

Ma z02n = −1 e pertanto
2iπ z0 π 1
I=− 2
= z0 −z0−1
n 1 − z0 n
2i

e infine
π
I= 
π
 .
n sin 2n

Esempio 3
Z +∞ cos x
I = dx .
−∞ 1 + x2
L’integrale
  esiste poiché la funzione integranda è continua sull’asse reale ed
è O x12 per x → ±∞; non si può però applicare il caso 1) del lemma di
 
1
Jordan perché l’integrando non è affatto O z
nel piano complesso; infatti

1 Z +∞ eiz + e−iz
I= dz , (1.48)
2 −∞ 1 + z 2
quindi esso diverge esponenzialmente per z = iy con y → ±∞. Invece il
primo addendo dell’integrale (1.48) soddisfa le ipotesi del caso 2) del lemma
di Jordan (α = 1 > 0) e quindi si calcola chiudendo il cammino nel semipiano
superiore:

eiz eiz
( )
Z +∞ π
dz = 2πi Res = ;
−∞ 1 + z2 1 + z2 z=i
e

60
il secondo addendo ricade invece nel caso 3) (α = −1 < 0) e quindi si calcola
chiudendo il cammino nel semipiano inferiore
e−iz e−iz
( )
Z +∞ π
dz = −2πi Res = .
−∞ 1 + z2 1 + z2 z=−i
e

Pertanto
π
I= .
e

Esempio 4
Z ∞ sin x
I= dx .
0 x
La funzione integranda è pari:
sin x
f (x) = = f (−x) .
x
Quindi
1 Z ∞ sin x
I= dx .
2 −∞ x
Notare che l’integrando non è singolare nell’origine; infatti lo zero semplice
del denominatore è compensato da uno zero semplice del numeratore.
Il lemma di Jordan non è direttamente applicabile, perché
sin z 1 eiz − e−iz
= ;
z 2i z
quindi per il primo addendo bisognerebbe applicare il caso 2) (α = 1 > 0) e
chiudere con una semicirconferenza nel semipiano superiore, mentre il secon-
do ricade nel caso 3) (α = −1 < 0) e bisognerebbe chiudere nel semipiano
inferiore. Non si può nemmeno spezzare l’integrale in una somma di due
integrali, perché

Z +∞ eiz
dz
−∞ z
non esiste (lo zero del denominatore non è più compensato da uno zero del
numeratore).
La difficoltà si aggira nel modo seguente: poiché f (z) è ovunque analitica
al finito (si noti che f (z) → 1 per z → 0), prima di spezzare l’integrale si

61
può deformare il cammino di integrazione, grazie al teorema di Cauchy. In
particolare, i due cammini C1 e C2 di Figura 1.18 danno lo stesso risultato
per I:
1 Z sin z 1 Z sin z
I= dz = dz .
2 C1 z 2 C2 z

Figura 1.18: Cammini C1 e C2 che aggirano l’origine

Dopo aver cosı̀ deformato il cammino è possibile spezzare l’integrale in


una somma di due e procedere con il metodo dei residui. Calcoleremo I in
due modi diversi:
i) Integriamo su C1 :

1 Z eiz e−iz
Z !
I= dz − dz .
4i C1 z C1 z

iz −iz
Benché la funzione f (z) sia regolare ovunque, le funzioni ez e e z hanno
un polo semplice in z = 0; inoltre esse soddisfano il lemma di Jordan nei
semipiani Im z > 0 e Im z < 0, rispettivamente. Pertanto si possono chiudere
i cammini di integrazione nelle curve γ1 e γ2 (vedi Figura 1.19).

1 I eiz e−iz
I !
I= dz − dz .
4i γ1 z γ2 z

Si noti che la curva γ2 è percorsa in senso orario.


Ora, il primo integrale è nullo per il teorema di Cauchy e il secondo si
calcola con il teorema dei residui, tenendo conto del cambiamento di segno
necessario perchè la curva γ2 è percorsa in senso orario:

62
Figura 1.19: Chiusura del cammino che aggira l’origine nel semipiano
superiore (a) ed inferiore (b)

1 I e−iz e−iz
( )
1 π
I=− dz = + 2πi Res = . (1.49)
4i γ2 z 4i z z=0
2

È facile verificare che lo stesso risultato si ottiene integrando su C2 .


ii)
1 Z eiz e−iz
Z !
I= dz − dz .
4i C1 z C1 z

Cambiamo variabile nel secondo integrale:


z → −z , C1 → −C2
Allora
1 Z eiz eiz Z  iz
!
1 e
Z Z
I= dz − dz = + dz .
4i C1 z −C2 z 4i C1 C2 z
Ma
Z Z I Z Z I
− =− −→ = + ,
C1 C2 γ C2 C1 γ

dove γ è una curva chiusa che circonda l’origine. Pertanto


eiz I iz !
1 Z
e
I= 2 dz + dz . (1.50)
4i C1 z γ z

63
Ora,
Z
eiz
dz = 0
C1 z
per il lemma di Jordan (applicabile in Im z > 0) e per il teorema di Cauchy,
e
eiz eiz
I ( )
dz = 2πi Res = 2πi .
γ z z z=0

Sostituendo infine nella (1.50) si ottiene


π
I= .
2

64
1.7 Definizione delle funzioni ln z e z α nel pia-
no complesso
La funzione logaritmo w = ln z è definita nel campo complesso ∀z 6= 0 dalla
equazione
ew = z , (1.51)
ovvero
eRe w eiIm w
= |z|eiarg z
(1.52)
da cui segue, prendendo il modulo di ambo i membri,
eRe w
= |z| ⇒ Re w = ln |z| , (1.53)
dove il logaritmo del numero positivo |z| è quello definito in campo reale.
Sostituendo nella (1.52) si ottiene
eiIm w
= eiarg z
, (1.54)
la cui soluzione generale è
Im w = arg z + 2πn , ∀n ∈ Z . (1.55)
Si rimuove l’ambiguità, insita nella stessa definizione di arg z, fissando il
valore di n (per esempio n = 0) e scegliendo un intervallo di ampiezza 2π in
cui far variare arg z, come discusso nel par.1.1.2. Quindi
ln z = ln |z| + i arg z . (1.56)
La funzione logaritmo è perciò completamente definita solo se si specifica in
che intervallo varia arg z ed è discontinua su una semiretta (taglio) uscente
dall’origine del piano complesso, perché tale è la funzione arg z, come si è
visto nel paragrafo 1.1.2. L’origine è perciò una singolarità non isolata
della funzione logaritmo detta punto di diramazione (branching point); lo
stesso dicasi per il punto all’infinito. La funzione z α , con α ∈ C, si definisce
come
z α = eα ln z (1.57)
e, salvo che per α ∈ N, soffre degli stessi problemi della funzione logaritmo8 .
È facile dimotsrare che
d ln z 1
= , ∀z 6= 0 (1.58)
dz z
e quindi anche
dz α
= αz α−1 , ∀α ∈ C . (1.59)
dz
8
Per α ∈ N non ci sono ambiguità poiché eN (ln z+2πin) = eN ln z .

65
Capitolo 2

Equazioni Differenziali in
Campo Complesso

2.1 Equazioni differenziali ordinarie del se-


cond’ordine
La forma più generale di equazione differenziale ordinaria del II ordine omo-
genea è

A(z)u00 (z) + B(z)u0 (z) + C(z)u(z) = 0 . (2.1)

Dividendo per A(z) (supposto diverso da zero, altrimenti l’equazione sarebbe


del I ordine) si ottiene la cosiddetta forma standard

u00 (z) + P (z)u0 (z) + Q(z)u(z) = 0 . (2.2)

Punti singolari e regolari di un’equazione differenziale

Consideriamo la forma (2.2) di un’equazione differenziale del II ordine


omogenea. Le proprietà delle soluzioni dipendono dal comportamento delle
funzioni P (z) e Q(z) nel campo complesso; se esse sono regolari nel punto z =
z0 , il punto z0 si dice punto regolare, o ordinario, dell’equazione differenziale.
Altrimenti il punto z0 si dice punto singolare dell’equazione differenziale.
I punti singolari sono a loro volta classificati in due categorie: singolarità
fuchsiane, o regolari, e singolarità essenziali, o irregolari. Il punto singolare
z0 si definisce punto singolare fuchsiano (dal nome del matematico Fuchs) se

66
in z → z0 P (z) ha al più un polo semplice e Q(z) al più un polo doppio;
quindi le funzioni (z − z0 )P (z) e (z − z0 )2 Q(z) rimangono finite per z → z0 :
lim (z − z0 )P (z) = p0
z→z0

lim (z − z0 )2 Q(z) = q0 ,
z→z0

con p0 e q0 finiti; è possibile che uno o anche entrambi siano nulli. Se invece
per esempio P (z) diverge più velocemente di 1/(z −z0 ), in modo tale che (z −
z0 )P (z) tenda a infinito per z → z0 , oppure se Q(z) diverge più velocemente
di 1/(z − z0 )2 , in modo tale che (z − z0 )2 Q(z) tenda a infinito per z → z0 ,
il punto z0 è un punto singolare irregolare, o essenziale. Queste definizioni
valgono per tutti i valori finiti di z0 . Lo studio del punto z → ∞ verrà
trattato separatamente in un prossimo paragrafo.

• Esempi

Elenchiamo alcuni esempi di equazioni differenziali ordinarie del II ordine e


studiamone le singolarità al finito.
1) Equazione dell’oscillatore armonico semplice:
u00 + ω 2 u = 0 (2.3)

P (z) = 0 , Q(z) = ω 2
L’equazione è ovunque regolare al finito.
2) Equazione di Legendre:
(1 − z 2 )u00 − 2zu0 + αu = 0 (2.4)

2z α
P (z) = − 2
, Q(z) =
1−z 1 − z2
L’equazione ha due punti singolari fuchsiani in z = ±1. Infatti sia P (z)
che Q(z) hanno un polo semplice in z = ±1:
lim (z − (±1))P (z) = 1 = p0
z→±1

lim (z − (±1))2 Q(z) = 0 = q0 .


z→±1

67
3) Equazione di Bessel:
z 2 u00 + zu0 + (z 2 − α2 )u = 0 (2.5)

1 α2
P (z) = , Q(z) = 1 − 2
z z
L’equazione ha una singolarità di tipo fuchsiano in z = 0 con p0 = 1 e
q0 = −α2 .
4) Equazione di Laguerre
zu00 + (1 − z)u0 + au = 0 (2.6)
1 a
P (z) =− 1 , Q(z) =
z z
L’equazione ha una singolarità di tipo fuchsiano in z = 0.
5) Equazione di Hermite:
u00 − 2zu0 + 2αu = 0 (2.7)

P (z) = −2z , Q(z) = 2α


L’equazione è regolare al finito.
6) Equazione di Chebyshev:
(1 − z 2 )u00 − zu0 + n2 u = 0 (2.8)

z n2
P (z) = − , Q(z) =
1 − z2 1 − z2
L’equazione ha due punti singolari fuchsiani in z = ±1.
7) Equazione ipergeometrica:
z(z − 1)u00 + [(1 + a + b)z − c]u0 + abu = 0 (2.9)

(1 + a + b)z − c ab
P (z) = − , Q(z) =
z(z − 1) z(z − 1)
L’equazione ha due punti singolari fuchsiani in z = 0 e z = 1.
8) Equazione ipergeometrica confluente:
zu00 + (c − z)u0 − au = 0 (2.10)
c−z a
P (z) = − , Q(z) = −
z z
L’equazione ha un punto singolare fuchsiano in z = 0.

68
2.1.1 Soluzione nell’intorno di un punto regolare

Se z0 è un punto ordinario di un’equazione differenziale, è possibile cercare


una soluzione che abbia la forma di uno sviluppo in serie di Taylor intorno
al punto z0 ,

ck w k ,
X
u(z) = (2.11)
k=0

con w ≡ z − z0 , e determinare i coefficienti ck mediante la sostituzione della


serie nell’equazione differenziale. Poiché P (z) e Q(z) sono analitiche in z0
valgono gli sviluppi in serie di Taylor

pl w l
X
P (z) = (2.12)
l=0

ql w l .
X
Q(z) = (2.13)
l=0

Sostituendo le (2.12) e (2.13) e le derivate di u(z)


∞ ∞
u0 (z) = lcl wl−1 = (n + 1)cn+1 wn
X X
(2.14)
l=1 n=0
∞ ∞
00 l−2
(n + 1)(n + 2)cn+2 wn
X X
u (z) = l(l − 1)cl w = (2.15)
l=2 n=0

nell’equazione differenziale (2.2) si ottiene


∞ n n
" #
cl qn−l wn = 0 .
X X X
(n + 1)(n + 2)cn+2 + (l + 1)cl+1 pn−l + (2.16)
n=0 l=0 l=0

Da questa si ottengono delle relazioni di ricorrenza che permettono di de-


terminare i coefficienti ck una volta noti c0 e c1 . Infatti per n = 0 si
ottiene:
2c2 + c1 p0 + c0 q0 = 0 ; (2.17)
per n = 1:
6c3 + c1 p1 + 2c2 p0 + c0 q1 + c1 q0 = 0 (2.18)
e cosı̀ via. Le costanti arbitrarie c0 e c1 , fissate dalle condizioni iniziali

c0 = u(z0 ) (2.19)
c1 = u0 (z0 ) , (2.20)

69
determinano univocamente la soluzione u(z). Se per esempio u1 è la soluzione
corrispondente a c0 = 1 e c1 = 0 e u2 quella corrispondente a c0 = 0 e c1 = 1,
la soluzione generale dell’equazione differenziale sarà

u(z) = c0 u1 (z) + c1 u2 (z) ; (2.21)

infatti u1 e u2 sono linearmente indipendenti, essendo il Wronskiano diverso


da zero:

u u2 1 0
W (z0 ) = det 10
= det =1.

u1 u02 0 1


z=z0

In generale si può dimostrare che questo metodo fornisce sempre la soluzione


generale nell’intorno di un punto regolare z0 e che, per valori generici di c0 e c1
il raggio di convergenza della serie è uguale alla distanza fra z0 e la singolarità
più vicina dell’equazione differenziale (talvolta, ma solo per particolari valori
di c0 e c1 , può anche essere maggiore).

• Esempi:

• L’ equazione dell’oscillatore armonico semplice

u00 (z) + ω 2 u(z) = 0 , (2.22)

è, come si è detto, regolare per ogni z finito, in particolare per z = 0.


Possiamo quindi cercare una soluzione del tipo

ck z k .
X
u(z) =
k=0

Derivando questa serie si ottiene:



u0 (z) = ck kz k−1
X

k=0

∞ ∞ ∞
00 k−2 k−2
ck+2 (k + 1)(k + 2)z k ,
X X X
u (z) = ck k(k − 1)z = ck k(k − 1)z =
k=0 k=2 k=0

70
dove nell’ultimo passaggio si è effettuato il cambiamento di indice k → k − 2.
Sostituendo nella (2.22) si ottiene
∞ h i
ck+2 (k + 1)(k + 2) + ω 2 ck z k = 0 .
X
(2.23)
k=0

Una serie di potenze è nulla se e solo se tutti i suoi coefficienti sono nul-
li. Uguagliando a zero i coefficienti della (2.23) si ottiene una relazione di
ricorrenza per i coefficienti ck :
ω2
ck+2 = − ck . (2.24)
(k + 1)(k + 2)
Dati i coefficienti c0 e c1 , che saranno determinati dalle condizioni al contorno,
la (2.24) permette di costruire tutti i coefficienti delle potenze pari
ω2
c2 = − c0
2
ω2 (ω 2 )2
c4 = − c2 = c0
(3)(4) 4!
ω2 (ω 2 )3
c6 = − c4 = − c0
(5)(6) 6!
(ω 2 )n
c2n = (−1)n c0
(2n)!
e delle potenze dispari
ω2
c3 = − c1
(2)(3)
ω2 (ω 2 )2
c5 = − c3 = c1
(4)(5) 5!
ω2 (ω 2 )3
c7 = − c5 = − c1
(6)(7) 7!
(ω 2 )n
c2n+1 = (−1)n c1 .
(2n + 1)!
Pertanto la soluzione cercata è
∞ 2n∞ 2n+1
n (ωz)
c1 X n (ωz)
X
u(z) = c0 (−1) + (−1)
n=0 (2n)! ω n=0 (2n + 1)!
0
= c0 cos(ωz) + c1 sin(ωz) , (2.25)

che è proprio, come noto, la soluzione dell’equazione (2.22).

71
• L’equazione di Legendre

(1 − z 2 )u00 (z) − 2zu0 (z) + αu(z) = 0 . (2.26)


Poichè il punto z = 0 è un punto regolare dell’equazione, cercheremo una
soluzione data dalla serie:

ck z k .
X
u(z) = (2.27)
k=0

Per determinare i coefficienti calcoliamo le derivate



u0 (z) = kck z k−1
X
(2.28)
k=0

u00 (z) = k(k − 1)ck z k−2
X
(2.29)
k=0

e sostituiamole nella (2.26):


∞ ∞
k(k − 1)ck z k−2 − ck [k(k − 1) + 2k − α] z k = 0 .
X X
(2.30)
k=0 k=0

La prima sommatoria si può riscrivere come segue (si noti che i termini
k = 0, 1 sono nulli):
∞ ∞
0
k−2
(k 0 + 2)(k 0 + 1)ck0 +2 z k ;
X X
k(k − 1)ck z =
k=2 k0 =0

l’equazione (2.30) diventa quindi:



{(k + 2)(k + 1)ck+2 − ck [k(k + 1) − α]} z k = 0 .
X

k=0

Uguagliando a zero ogni coefficiente della serie di potenze si ottiene la rela-


zione di ricorrenza:
k(k + 1) − α
ck+2 = ck ,
(k + 2)(k + 1)
da cui si ricava per α generico
−α
c2 = c0
2
6−α (6 − α)(−α)
c4 = c2 = c0
12 4!
20 − α (20 − α)(6 − α)(−α)
c6 = c2 = c0
30 6!
etc...

72
e
2−α
c3 = c1
6
12 − α (12 − α)(2 − α)
c5 = c3 = c1
20 5!
30 − α (30 − α)(12 − α)(2 − α)
c7 = c5 = c1
42 6!
etc...

Quindi se scegliamo c0 = 1 e c1 = 0 tutti i coefficienti delle potenze dispari


nella (2.27) sono nulli e la soluzione è pari (u(z) = u(−z)), mentre per c0 = 0
e c1 = 1 la soluzione è dispari (u(z) = −u(−z)). Notiamo anche che, poiché
il il raggio di convergenza della serie (2.27) è
ck
lim =1, (2.31)
k→∞ ck+2

ci aspettiamo almeno una singolarità sulla circonferenza |z| = 1: l’equazione


ha infatti due punti singolari fuchsiani in z = ±1. Le soluzioni trovate
valgono ∀α ∈ C. Ora, se e solo se α = n(n + 1), con n intero positivo o
nullo, il coefficiente cn+2 è nullo e cosı̀ cn+4 = cn+6 = · · · = 0; la serie (2.27)
si riduce cosı̀ a un polinomio di grado n:
n
ck z k
X
Pn (z) = (2.32)
k=0

se n è pari per c0 = 1 e c1 = 0, oppure se n è dispari per c0 = 1 e c1 = 0.


Per c0 e c1 generici la soluzione generale è la combinazione lineare di un
polinomio e una serie. I polinomi (2.32) (opportunamente normalizzati) si
chiamano polinomi di Legendre e sono regolari in tutto il piano complesso.
Si noti che la condizione al contorno che u(z) sia finita in tutto l’intervallo
[-1,1] seleziona gli α = n(n + 1), in accordo con quanto si vedrà in generale
nel capitolo 5 a proposito degli autovalori di operatori differenziali.

• L’equazione di Hermite

u00 − 2zu0 + 2αu = 0 (2.33)

Poiché l’equazione è regolare in z = 0 cerchiamo una soluzione



ck z k .
X
u(z) = (2.34)
k=0

73
Questa, sostituita con le sue derivate nella (2.33), fornisce
∞ h i
ck k(k − 1)z k−2 − 2kz k + +2αz k = 0 .
X
(2.35)
k=0

Il primo termine della serie può essere riscritto, cambiando l’indice sommato
k in n = k − 2, come:
∞ ∞
ck k(k − 1)z k−2 = cn+2 (n + 2)(n + 1)z n
X X
(2.36)
k=2 n=0

e sostituendo nella (2.35) si ottiene



z k [ck+2 (k + 2)(k + 1) + ck (2α − 2k)] = 0 ,
X
(2.37)
k=0

da cui si ricava la relazione di ricorrenza


2(k − α)
ck+2 = ck . (2.38)
(k + 2)(k + 1)

L’eq. (2.38) mostra che la serie (2.34) ha raggio di convergenza infinito. Sce-
gliendo c0 = 1, c1 = 0 oppure c0 = 1, c1 = 0 si ottengono soluzioni pari
o dispari, come si è visto per i polinomi di Legendre. Se α = n è intero
positivo o nullo, una delle due serie (quella pari se α è pari, quella dispari se
α è dispari) si riduce a un polinomio di grado n, il polinomio di Hermite Hn .

74
2.2 Soluzione nell’intorno di un punto fuch-
siano

In z0 singolare la soluzione generale non può essere regolare, e viceversa: se


in z0 ci sono due soluzioni regolari linearmente indipendenti u1 e u2 allora
P (z) e Q(z) sono regolari. Infatti il sistema

u001 (z) + P (z)u01 (z) + Q(z)u1 (z) = 0


u002 (z) + P (z)u02 (z) + Q(z)u2 (z) = 0

permette di ottenere P e Q come rapporto di determinanti nelle funzioni


regolari u1 , u0i e u00i (i = 1, 2) con a denominatore il Wronskiano, certo diverso
da zero perché u1 e u2 sono indipendenti.

Teorema di Fuchs: se z0 è un punto singolare fuchsiano, esiste sempre


almeno una soluzione del tipo:

ρ
ck (z − z0 )k ,
X
u1 (z) = (z − z0 ) con c0 6= 0 . (2.39)
k=0

La seconda soluzione o è ancora della forma (2.39) oppure contiene anche


un termine aggiuntivo du1 ln(z − z0 ), come vedremo nell’eq. (2.45). Le serie
che compaiono nella soluzione hanno raggio di convergenza almeno uguale
alla distanza fra z0 e la più vicina singolarità dell’equazione differenziale.
Come si determina l’esponente ρ? Supponiamo che z0 sia un punto singolare
fuchsiano. In questo caso le funzioni P (z) e Q(z) possono essere scritte come

pl (z − z0 )l
P
p(z)
P (z) = = l=0 (2.40)
z − z0 z − z0
P∞ l
q(z) l=0 ql (z − z0 )
Q(z) = = , (2.41)
(z − z0 )2 (z − z0 )2
dove le funzioni p(z) e q(z) sono regolari in z = z0 , e sono state quindi
sviluppate in serie di Taylor intorno a z0 . Sostituendo ora le (2.39), (2.40) e
(2.41) nell’equazione (2.2) si ottiene:
∞ ∞ ∞
ρ+k
pl (z − z0 )ρ+k+l
X X X
ck (ρ + k)(ρ + k − 1)(z − z0 ) + ck (ρ + k)
k=0 k=0 l=0
∞ ∞
ql (z − z0 )ρ+k+l = 0 .
X X
+ ck
k=0 l=0

75
Uguagliamo ora a zero il coefficiente della potenza (z − z0 )ρ ; poniamo cioè
k = l = 0 nell’equazione precedente. Otteniamo cosı̀:
c0 [ρ(ρ − 1) + ρp0 + q0 ] = 0 ,
ovvero, per c0 6= 0,
ρ2 + (p0 − 1)ρ + q0 = 0 . (2.42)
L’equazione (2.42), detta equazione indiciale o caratteristica dell’equazione
differenziale (2.2), è un’equazione di secondo grado in ρ e ha quindi due solu-
zioni, ρ1 e ρ2 . Per risolvere l’equazione differenziale occorre quindi risolvere
l’equazione indiciale (2.42), dove
lim (z − z0 )P (z)
p0 = z→z
0

e
q0 = lim (z − z0 )2 Q(z) ,
z→z0

e ricavare gli indici ρ1 , ρ2 . Scelti gli indici in modo che Reρ1 ≥Reρ2 il teorema
di Fuchs ci assicura che esiste sempre la soluzione particolare

u1 (z) = (z − z0 )ρ1 ck (z − z0 )k ,
X
c0 6= 0 (2.43)
k=0

i cui coefficienti si possono determinare in modo univoco in funzione di c0


sostituendo la serie nell’equazione differenziale e ricavando delle relazioni
di ricorrenza. Per risolvere completamente l’equazione differenziale occorre
pero’ ricavare una seconda soluzione, linearmente indipendente dalla prima.
Distinguiamo due casi
1) Se le due radici differiscono per un numero non intero, la seconda
soluzione è simile alla prima:

u2 (z) = (z − z0 )ρ2 dk (z − z0 )k ,
X
d0 6= 0 (2.44)
k=0

2) Se le due radici ρ1 e ρ2 differiscono per un numero intero la seconda


soluzione è

u2 (z) = (z − z0 )ρ2 dk (z − z0 )k + du1 (z) ln(z − z0 ) ,
X
(2.45)
k=0

dove d e i dk (per k 6= ρ1 − ρ2 )1 si determinano per sostituzione in


funzione di d0 ; può anche succedere che si ottenga d = 0 ma solo se
ρ1 6= ρ2 .
1
dn può essere scelto arbitrariamente poiché la differenza fra due soluzioni del tipo u2
con diversi valori di dn è proporzionale alla prima soluzione u1 di (2.43).

76
2.2.1 Esempio: l’equazione di Bessel

L’equazione di Bessel

z 2 u00 (z) + zu0 (z) + (z 2 − α2 )u(z) = 0 (2.46)

ha, come si è già detto, un punto singolare fuchsiano in z = 0. L’equazione


indiciale è

ρ2 − α2 = 0 ,

con soluzioni ρ1,2 = ±α. Se 2α ∈


/ Z allora ρ1 − ρ2 ∈
/ N ed entrambe le
soluzioni sono della forma

uρ (z) = z ρ ck z k .
X
(2.47)
k=0

Sostituendo la (2.47) nella (2.46) si ottiene:


∞ ∞ ∞ ∞
ck (k + ρ)(k + ρ − 1)z k+ρ + ck (k + ρ)z k+ρ + ck z k+ρ+2 − ρ2 ck z k+ρ = 0
X X X X

k=0 k=0 k=0 k=0

da cui
∞ ∞
c1 (1 + 2ρ)z 1+ρ + ck k(k + 2ρ)z k+ρ + ck z k+ρ+2 = 0 .
X X
(2.48)
k=2 k=0

Se nella prima sommatoria effettuiamo il cambiamento di indice k → k − 2


otteniamo:

1+ρ
[ck+2 (k + 2)(k + 2 + 2ρ) + ck ]z k+ρ+2 = 0 ,
X
c1 (1 + 2ρ)z + (2.49)
k=0

da cui (essendo α 6= −1/2)

c1 = 0 (2.50)
ck
ck+2 = − . (2.51)
(k + 2)(k + 2 + 2ρ)

Notare che se 2α fosse un intero n, diciamo positivo, la (2.51) non avrebbe


senso per ρ2 = −α = −n/2 e per k = n − 2. Se n è dispari ciò non è
grave (basta scegliere tutti i c2l+1 = 0), ma impedisce di trovare la seconda
soluzione nella forma (2.47) se n è pari. Dalla relazione di ricorrenza (2.51)

77
ricaviamo infine che tutti i coefficienti di indice dispari sono nulli, mentre i
coefficienti pari sono:
c0
c2 = −
2(2 + 2ρ)
c2 c0
c4 = − =
4(4 + 2ρ) 2 · 4(2 + 2ρ)(4 + 2ρ)
c4 c0
c6 = − =−
6(6 + 2ρ) 2 · 4 · 6(2 + 2ρ)(4 + 2ρ)(6 + 2ρ)
n c0
c2n = (−1) .
2 · 4 · 6...2n(2 + 2ρ)(4 + 2ρ)(6 + 2ρ)...(2n + 2ρ)

Le funzioni di Bessel Jα (z) sono definite come segue:

Jα (z) = Nα uα (z) , (2.52)

dove Nα è un’opportuna costante di normalizzazione. Nel caso particolare


α2 = 1/4 le due soluzioni dell’equazione di Bessel sono

√ z2 z4
!
J1/2 (z) = N1/2 z 1− + + ···
3! 5!
z3 z5
!
N1/2 sin z
= √ z− + + · · · = N1/2 √ . (2.53)
z 3! 5! z
e
cos z
J−1/2 (z) = N−1/2 √ . (2.54)
z

Notare che ρ1 − ρ2 = 1 ma non c’è il termine con il logaritmo (d = 0). Si


può dimostrare che per tutti gli α semi-interi le Jα sono esprimibili tramite
funzioni trigonometriche. Per esempio:
N3/2 sin z
 
J3/2 (z) = √ − cos z (2.55)
z z
N−3/2 cos z
 
J−3/2 (z) = √ − − sin z . (2.56)
z z

78
Parte II

Introduzione all’Analisi
Armonica

79
Capitolo 3

Serie di Fourier

3.1 Introduzione

Per presentare l’argomento della seconda parte di questo corso iniziamo a


discutere un problema fisico molto semplice ma molto significativo. Consi-
deriamo il circuito oscillante in figura:

Figura 3.1: Circuito oscillante.

Ricordando che le tensioni ai capi di un condensatore di capacità C, di


una resistenza R e di una bobina di induttanza L sono date rispettivamente
da q(t)/C, Ri(t) e Ldi/dt, dove q(t) è la carica su una faccia del condensatore
e i(t) = dq/dt la corrente, si ricava facilmente che la tensione in uscita u(t)
è legata a quella in entrata f (t) dall’equazione:

d2 u du
LC 2
+ RC + u(t) = f (t) , (3.1)
dt dt
che può essere utile scrivere nella forma

Lt u(t) = f (t) ,
dove Lt è l’operatore differenziale

d2 d
Lt = LC 2 + RC + 1 . (3.2)
dt dt

80
Se la tensione d’ingresso è sinusoidale

f (t) = V cos(ωt) (3.3)


è facile trovare una soluzione dell’equazione (3.1) della forma

u(t) = A cos(ωt) + B sin(ωt) . (3.4)


Basta infatti sostituire (3.4) nell’eq.(3.1) per ottenere il sistema di due equa-
zioni

− ω 2 LCA + ωRCB + A = V (3.5)


−ω 2 LCB − ωRCA + B = 0 (3.6)

nelle due incognite A e B e ricavare quindi

1 − ω 2 LC ωRC
A= V ; B= V . (3.7)
(1 − ω 2 LC)2 + ω 2 R2 C 2 (1 − ω 2 LC)2
+ ω 2 R2 C 2

Ponendo A = ρ cos α e B = ρ sin α, la (3.4) diventa:


h i
u(t) = ρ cos(ωt − α) = Re ρei(ωt−α) .

Ne segue che, introducendo l’ampiezza complessa

U = A − iB = ρe−iα , (3.8)

la (3.4) può anche scriversi nella forma:

u(t) = Re(U eiωt ) . (3.9)

La soluzione generale dell’eq. (3.1) si ottiene aggiungendo alla soluzio-


ne particolare (3.4) la soluzione generale dell’equazione omogenea associata
all’eq. (3.1); noi tuttavia non ci occupiamo di tale transitorio, che tende espo-
nenzialmente a zero per t → ∞ e che è quindi trascurabile per tempi t molto
più grandi della costante di tempo L/R; in altre parole, ci interessano solo
le soluzioni periodiche dell’eq. (3.1). Più elegantemente, possiamo dire che
noi intendiamo risolvere l’equazione:

Lu = f , (3.10)

81
dove l’operatore L è definito non solo dalla sua espressione differenziale
Lt di eq.(3.2), ma anche dal suo dominio, specificato dalle condizioni al
contorno periodiche:

u(T ) = u(0) ,

dove T = 2π/ω è il periodo della funzione termine noto f (t).


L’eq. (3.1) gode di una proprietà molto importante, la linearità:

• Proprietà P1:
se u1 (t) è soluzione dell’eq. (3.1) con termine noto f1 (t):

d2 u1 du1
LC 2
+ RC + u1 (t) = f1 (t) (3.11)
dt dt
e analogamente u2 (t) soddisfa:

d2 u2 du2
LC 2 + RC + u2 (t) = f2 (t) (3.12)
dt dt
allora

u(t) = α1 u1 (t) + α2 u2 (t) (3.13)


sarà soluzione dell’eq. (3.1) con

f (t) = α1 f1 (t) + α2 f2 (t) , (3.14)


dove α1 e α2 sono costanti complesse qualsiasi.

Per dimostrare la proprietà P1 basta moltiplicare per α1 l’eq. (3.11) e per


α2 l’eq. (3.12) e poi sommarle.
La linearità dell’eq. (3.1) può anche esprimersi dicendo che l’operatore
differenziale Lt (3.2) è lineare, cioè che vale:

Lt [α1 u1 (t) + α2 u2 (t)] = α1 Lt u1 (t) + α2 Lt u2 (t) . (3.15)

La P1 suggerisce per esempio di scegliere come termine noto anziché la


f (t) dell’eq. (3.3) la

eω (t) = V eiωt . (3.16)


Allora la soluzione dell’equazione

82
d2 u du
LC+ RC + u(t) = eω (t) (3.17)
dt2 dt
è ancora più immediata; infatti se si pone 1

u(t) = U (ω)eiωt ≡ uω (t) , (3.18)


sostituendo (3.18) nell’eq. (3.17) si ottiene:
h i
LC(iω)2 + RCiω + 1 U (ω)eiωt = V eiωt , (3.19)
da cui
V V
U (ω) = = ZC , (3.20)
1− ω 2 LC + iωRC R + Z L + ZC
dove
1
ZL (ω) = iωL , ZC (ω) = (3.21)
iωC
sono le impedenze complesse dell’induttanza L e della capacità C.
Usando poi l’identità di Eulero

eiωt + e−iωt
cos(ωt) = = Re eiωt , (3.22)
2
si può scrivere la f (t) di (3.3) come

1
f (t) = [eω (t) + e−ω (t)] = Re eω (t) per V reale . (3.23)
2
Allora la proprietà di linearità P1 ci permette di scrivere subito la soluzione
dell’eq. (3.1 nella forma
1
u(t) =
[uω (t) + u−ω (t)] = Re uω (t) (3.24)
2
con uω (t) dato dall’eq. (3.18)2 .
Osservando che la U (ω) dell’eq. (3.20) coincide con la U di (3.8), si verifica
subito che la soluzione (3.24) coincide con la soluzione (3.4).
La proprietà P1 non ci permette solo il giochetto che abbiamo appena
fatto, ma ha una conseguenza molto più importante e generale:
1
Sia nelle incognite U e u(t) che nella funzione di entrata e(t) si è esplicitamente
ricordata la dipendenza dal parametro ω per motivi che diventeranno chiari fra poco (vedi
eq. (3.23).
2
Si è usata l’identità U ∗ (ω) = U (−ω) che segue dalla (3.20); con ∗ indichiamo la
complessa coniugazione.

83
• Proprietà P2:
se “in qualche modo” si riesce a scrivere il termine noto dell’eq. (3.1)
nella forma

Vn eiωn t ,
X
f (t) = (3.25)
n

allora sarà possibile risolvere l’eq. (3.1) e la soluzione sarà (sempre a

meno del transitorio) ancora della stessa forma:

Un eiωn t
X
u(t) = (3.26)
n

con i coefficienti Un dati dalla

Vn Vn
Un = ZC (ωn ) = . (3.27)
R + ZL (ωn ) + ZC (ωn ) 1 − ωn2 LC + iωn RC

Lo scopo della seconda parte di questo corso sarà proprio di trovare il mo-
do per esprimere ampie classi di funzioni f (t) nella forma (3.25); in linguaggio
matematico possiamo dire che oggetto di questo corso è la analisi armonica.
L’analisi armonica è uno strumento matematico di enorme importanza in
fisica: infatti le equazioni differenziali lineari del secondo ordine (in
particolare a coefficienti costanti ) intervengono in numerosissimi problemi
in ogni campo della fisica, non solo per i circuiti RLC, ma ogni volta che si
vogliano descrivere piccole oscillazioni attorno a una situazione di equilibrio.
Inoltre l’analisi armonica, in particolare la trasformata di Fourier, gioca
un ruolo fondamentale nella Meccanica Quantistica.
È utile osservare che alla radice del ruolo privilegiato che giocano le fun-
zioni eiωt nella soluzione dell’eq. (3.1) sta il fatto che esse sono autofunzioni
dell’operatore differenziale Lt , cioè che vale l’equazione

Lt eiωt = λeiωt , (3.28)


dove l’autovalore λ vale

λ = −LCω 2 + iRCω + 1 . (3.29)

84
Nel capitolo successivo vedremo che ulteriori specificazioni dell’operatore dif-
ferenziale (le “condizioni al contorno”) faranno sı̀ che non tutti i valori di ω
siano ammissibili.

85
3.2 Funzioni periodiche e sviluppi in Serie di
Fourier
Una prima classe di funzioni per cui si può effettuare l’analisi armonica (3.25)
contiene le funzioni periodiche (di periodo T ), tali cioè che

f (t + T ) = f (t), ∀t ∈ R . (3.30)
In tal caso è lecito aspettarsi che gli ωn dell’eq. (3.25) siano tutti multipli
interi dell’armonica fondamentale ω = 2π T
ovvero


ωn = n ,n ∈ Z . (3.31)
T
Infatti dall’identità

e2πin ≡ cos(2πn) + i sin(2πn) = 1 , ∀n ∈ Z (3.32)


segue

2π 2π
eiωn (t+T ) ≡ ei T n(t+T )
= ei T nt i2πn
e = eiωn t , ∀n ∈ Z , ∀t ∈ R . (3.33)

Notare che la scelta di condizioni al contorno periodiche seleziona fra


le possibili soluzioni dell’equazione agli autovalori (3.28) solo quelle con ωn
dato dalla (3.31). Senza occuparci per il momento di discutere la convergenza
della serie

Vn eiωn t
X
f (t) = (3.34)
n∈Z

(detta serie trigonometrica di Fourier), vediamo subito come si posso-

no calcolare i coefficienti Vn nota la f (t); basta moltiplicare ambo i membri


per e−iωl t (l ∈ Z) e integrare su un periodo (supponendo di poter integrare
termine a termine) per ottenere:
Z T Z T
e−iωl t f (t)dt = e−iωl t eiωn t dt.
X
Vn (3.35)
0 n∈Z 0

2πt
Con il cambio di variabile x = T
, suggerito dalla (3.31), e usando l’identità
Z 2π
ei(n−l)x dx = 2πδnl , (3.36)
0

86
detta relazione di ortogonalità, si ottiene subito:

1 Z T −iωl t
Vl = e f (t)dt . (3.37)
T 0

L’eq. (3.37) è di grande importanza perché ci fornisce i coefficienti della


serie di Fourier (3.34) e quindi, grazie alla proprietà P1, il modo per risolvere
l’equazione differenziale (3.1) con termine noto f (t) periodico.
I passi sono i seguenti:
• con la (3.37) si calcolano i coefficienti Vl della serie di Fourier (3.34) di
f (t);

• per ognuna delle armoniche, cioè per ognuno dei termini di tale serie,
si applica la procedura che ci ha portato dal termine noto (3.16) alla
soluzione (3.18), ottenendo cosı̀ i coefficienti Un dati dalla (3.27);

• la soluzione dell’equazione differenziale sarà data perciò dalla serie di


Fourier (3.26).

3.2.1 Convergenza puntuale delle serie trigonometri-


che di Fourier

Vogliamo ora discutere le proprietà di convergenza della serie

an einx
X
(3.38)
n∈Z

con i coefficienti an dati da


1 Z 2π −inx
an = e f (x) dx . (3.39)
2π 0
Per comodità siamo passati alla variabile x = 2πt T
, in cui il periodo è 2π.
Notiamo subito che per f (x) periodica, f (x + 2π) = f (x), l’integrale può
essere esteso a qualsiasi altro intervallo di ampiezza 2π 3 .
3
Vale infatti l’identità, ∀x0 ∈ R
Z x0 +2π Z π Z −π Z x0 +2π 
g(x)dx = + + g(x)dx
x0 −π x0 π

87
Notiamo inoltre che affinché la (3.39) abbia senso bisogna che l’integrale
esista; ciò succede certamente se f (x) è sommabile 4 , perché tale rimane
dopo essere stata moltiplicata per il fattore einx , il cui modulo vale 1.
Ci conviene anzitutto enunciare il seguente

• lemma di Riemann:

qualunque sia l’intervallo (a, b), finito o infinito, per ogni f (x) sommabile,
vale
Z b Z b Z b
lim f (x)e±ikx dx = lim f (x) cos(kx) dx = lim f (x) sin(kx) dx = 0 .
k→∞ a k→∞ a k→∞ a
(3.42)
Dimostrazione: ci limitiamo a dimostrare tale lemma nel caso particolare in
cui f (x) sia di classe C 1 , cioè continua con la sua derivata prima. In tal caso
è lecito integrare per parti e si ha
Z b 1 1 Zb 0
±ikx b

±ikx
f (x)e dx = f (x) e ∓ f (x)e±ikx dx , (3.43)
a ±ik a ik a
da cui
Z ( )
b 1 Z b
±ikx 0
f (x)e dx ≤ |f (b)| + |f (a)| + |f (x)| dx . (3.44)

|k|

a a

La parentesi graffa non contiene più termini dipendenti da k, quindi il secondo


membro tende a zero per k → ∞, e di conseguenza anche il primo. Usando
le formule di Eulero si completa la dimostrazione, nel caso particolare di
funzioni di classe C 1 ; nel caso generale la dimostrazione prosegue usando il
fatto cheR per ogni funzione sommabile f (x) e ogni ε > 0 esiste una g ∈ C 1
tale che ab |f (x) − g(x)|dx < ε.
[q.e.d.]
Dimostriamo ora il
Z π Z −π Z x0
= g(x)dx + g(x)dx + g(y + 2π)dy (3.40)
−π x0 −π

(nell’ultimo integrale si è effettuato il cambio di variabile x = y + 2π). Se l’integrando


g(x) è una funzione periodica di periodo 2π, allora i due ultimi addendi della (3.40) si
cancellano e vale Z x0 +2π Z π
g(x)dx = g(x)dx, ∀x0 . (3.41)
x0 −π

Le due scelte più consuete sono x0 = −π oppure x0 = 0.


4
Definiremo più avanti che cosa significa funzione sommabile; per ora può essere
tranquillamente letto come sinonimo di funzione assolutamente integrabile.

88
TEOREMA: Condizione sufficiente affinché la serie (3.38) converga pun-
tualmente a f (x0 ) è che la funzione f (x) (sommabile nell’intervallo (0, 2π))
sia di classe C 1 nell’intorno del punto x0 .

Dimostrazione

Definiamo la ridotta N-esima della serie (3.38) come


N
al eilx0 .
X
SN (x0 ) = (3.45)
l=−N

Sostituendo in (3.45) la definizione (3.39) dei coefficienti al si ottiene


N
1 Z 2π
eil(x0 −y) .
X
SN (x0 ) = dyf (y) (3.46)
2π 0 l=−N

Usando l’identità
N 2N  n 1 − ei(2N +1)α −iα(N +1/2) 1 − e
i2(N +1/2)α
eilα = e−iN α eiα = e−iN α
X X
= e
l=−N n=0 1 − eiα e−iα/2 − eiα/2
sin(N + 1/2)α
= (3.47)
sin α/2
la (3.45) diventa
1 Z 2π sin [(N + 1/2)(x0 − y)]
SN (x0 ) = dyf (y)
2π 0 sin(x0 − y)/2
Z π
1 sin [(N + 1/2)t]
= dtf (x0 + t) , (3.48)
2π −π sin t/2
dove nell’ultimo passaggio si è posto t = x0 − y e si è usata la periodicità
dell’integrando per fissare l’intervallo di integrazione 5 . Notare che per cal-
colare limN →∞ SN (x0 ) non si possono applicare direttamente le formule di
Riemann (3.42) alla (3.48), poiché la funzione fsin
(x0 +t)
t/2
non è integrabile: essa
2f (x0 )
diverge come t
per t → 06 .
Si noti che l’integrale si può spezzare come segue:
Z π Z −δ1 Z δ2 Z π
= + + ; (3.49)
−π −π −δ1 δ2

5
sin(N + 1/2)t e sin t/2 hanno periodo 4π, ma il loro rapporto ha periodo 2π.
6
è integrabile se f (x0 ) = 0, allora si applicano le formule di Riemann e si ottiene
correttamente limN →∞ SN (x0 ) = 0.

89
∀δ1 , δ2 ∈ (0, 2π) si possono applicare le formule di Riemann al primo e terzo integrale,
quindi
Z π Z δ2
sin [(N + 1/2)t] sin [(N + 1/2)t]
lim f (x0 + t) dt = lim f (x0 + t) dt ; (3.50)
N →∞ −π sin t/2 N →∞ −δ
1
sin t/2
perciò la somma della serie nel punto x0 dipende solo dal comportamento locale della
funzione f (x) (sommabile in (0, 2π)) in un intorno (arbitrariamente piccolo) del punto x0 .
Usando l’identità
1 Z π sin [(N + 1/2)t]
dt = 1 , (3.51)
2π −π sin t/2
che si può verificare direttamente con il metodo dei residui (o anche conside-
rando il caso particolare della (3.48) per f (x) = 1), si può scrivere
1 Zπ 1 f (x0 + t) − f (x0 )
  
SN (x0 ) − f (x0 ) = dt sin N + t . (3.52)
2π −π 2 sin t/2
Adesso la funzione che moltiplica sin(N + 1/2)t è sommabile nell’intervallo
(−π, π); infatti in tale intervallo sin t/2 si annulla solo nell’origine e
f (x0 + t) − f (x0 )
lim = 2f 0 (x0 ) . (3.53)
t→0 sin t/2
Si può quindi passare al limite per N → ∞ e applicare le formule di Riemann
per ottenere

f (x0 ) = lim SN (x0 ) . (3.54)


N →∞

[q.e.d]

Notare che il Teorema (3.54) può essere esteso al caso in cui nel punto x0
la funzione abbia una discontinuità di I specie, ma sia di classe C 1 sia in un
intorno sinistro che in un intorno destro di x0 . Al posto della (3.52) si scrive
infatti
f (x0 +) + f (x0 −) 1 Z0 1 f (x0 + t) − f (x0 −)
  
SN (x0 ) − = dt sin N + t
2 2π −π 2 sin t/2
1 Z π
1 f (x0 + t) − f (x0 +)
  
+ dt sin N + t ,
2π 0 2 sin t/2
(3.55)
dove f (x0 −) e f (x0 +) sono i limiti destro e sinistro nel punto x0 e si è usata
l’identità
Z π Z 0
sin (N + 1/2) t sin (N + 1/2) t
dt = dt = π . (3.56)
0 sin t/2 −π sin t/2

90
Dalle formule di Riemann segue allora:

f (x0 +) + f (x0 −)
lim SN (x0 ) = , (3.57)
N →∞ 2
di cui la (3.54) è ovviamente un caso particolare. Se il punto x0 cade in uno
degli estremi dell’intervallo di definizione della f (x0 ), continua a valere la
(3.57) purché la funzione sia continuata periodicamente: f (x + 2π) = f (x).

3.2.2 Importanti commenti

T
In vista di una successiva applicazione fisica, torniamo alla variabile t = 2π
x:

an eiωn t
X
f (t) = (3.58)
n=−∞

i cui coefficienti sono, secono la (3.37),

1 Z T /2
am = f (t)e−iωm t dt . (3.59)
T −T /2

Se la funzione f (t) assume valori reali si vede subito che i coefficienti an


soddisfano la relazione seguente:

a∗n = a−n . (3.60)


È utile osservare che, posto an = |an |e−iαn , si può allora scrivere:

h i
an eiωn t + a−n e−iωn t = |an | ei(ωn t−αn ) + e−i(ωn t−αn )
= An cos(ωn t − αn ), (3.61)

con

An = 2|an | . (3.62)


X
Quindi per f (t) reale la serie (3.58) diventa f (t) = a0 + An cos(ωn t − αn
n=1

Un integrale dalle importanti applicazioni fisiche è

91
∞ ∞
! !
1 Z T /2 1 Z T /2
2
a∗m e−iωm t iωn t
X X
|f (t)| dt = an e dx
T −T /2 T −T /2 m=−∞ n=−∞
∞ ∞
Z T /2
1 X ∗
e−iωm t eiωn t dt
X
= am an
T m=−∞ n=−∞ −T /2
∞ ∞ ∞
1 X
a∗m an T δmn = |an |2 ,
X X
= (3.64)
T m=−∞ n=−∞ n=−∞

dove si sono sfruttate le identità:


Z T /2
e−iωm t eiωn t = T δmn , (3.65)
−T /2

note come relazioni di ortogonalità, su cui torneremo più avanti. Il


risultato (3.64) si può ottenere più semplicemente sfruttando la (3.59):
∞ ∞
!
1 Z T /2 1 Z T /2
|f (t)|2 dt = a∗m e−iωm t |an |2 .
X X
f (t) =
T −T /2 T −T /2 m=−∞ n=−∞

La (3.64), che prende il nome di equazione di Parseval scritta nella base


delle funzioni esponenziali, illustra come ogni componente di Fourier contri-
buisca separatamente all’integrale; non ci sono cioè termini di interferenza
del tipo a∗m an .
Qualora f (t) rappresenti la corrente elettrica attraverso una resistenza R,
la (3.64) moltiplicata per R mostra che la potenza media dissipata per effetto
Joule è uguale alla somma delle potenze dissipate sulle varie frequenze.
Per f (t) reale la (3.64) diventa infatti:

∞ ∞
!2
1 Z T /2 2 2
X
2 2
X An
|f (t)| dt = a0 + 2 |an | = a0 + √ , (3.66)
T −T /2 n=1 n=1 2
dove nell’ultimo passaggio si è ricordata la (3.62).
√ In questo caso a0 è la
componente di corrente continua della f (t) e An / 2 il valore efficace della
corrente alternata di pulsazione ωn .

Serie di Fourier e funzioni trigonometriche nMolto spesso o anziché usa-


ilx
re il sistema trigonometrico in forma esponenziale e , l ∈ Z è utile usare
il sistema trigonometrico tout court:

{1, sin x, cos x, sin(2x), cos(2x), ...} = {sin(nx), cos(nx)} , n = 0, 1, 2, ...


(3.67)

92
È immediato verificare direttamente che le (3.67) formano un sistema di
funzioni ortogonali nell’intervallo (−π, π) (o in qualunque altro intervallo di
ampiezza 2π). Infatti:

Z π
sin(mx) sin(nx)dx = πδmn (m 6= 0)
−π
Z π
cos(mx) cos(nx)dx = πδmn (m 6= 0)
−π
= 2πδmn (m = 0)
Z π
sin(mx) cos(nx)dx = 0 . (3.68)
−π

Data una f (x) sommabile nell’intervallo (−π, π), anziché la serie (3.38)
proviamo a scrivere

A0 X
f (x) = + [An cos(nx) + Bn sin(nx)] . (3.69)
2 n=1

Se la (3.69) è vera, i coefficienti An e Bn si ottengono moltiplicando la (3.69)


rispettivamente per cos(mx) e sin(mx), integrando su x fra −π e π e sfrut-
tando le relazioni di ortogonalità (3.68), nell’ipotesi che la serie converga a
f (x) e si possa integrare termine a termine. Si ricava cosı̀, per n = 1, 2, ...,

1Zπ
An = cos(nx)f (x)dx (3.70)
π −π
1Zπ
Bn = sin(nx)f (x)dx . (3.71)
π −π

Il coefficiente A0 si ricava integrando la (3.69) tra −π e π:

1Zπ
A0 = f (x)dx .
π −π

Le relazioni (3.70) valgono quindi per tutti gli n = 0, 1, 2, ..., mentre le (3.71)

valgono per n = 1, 2, ....


Per la convergenza puntuale della serie (3.69) valgono esattamente gli
stessi teoremi dimostrati per la serie (3.38), cioè se in un punto x interno
all’intervallo (−π, π) la funzione f (x) è di classe C 1 , cioè continua assieme

93
alla sua derivata prima, allora la (3.69) è vera nel senso della convergenza
puntuale. Se invece nel punto x0 la f (x) ha una discontinuità di prima
specie, ma è di classe C 1 sia in un intorno sinistro che in un intorno destro
di x0 , vale allora:

A0 X f (x0 +) + f (x0 −)
+ [An cos(nx0 ) + Bn sin(nx0 )] = . (3.72)
2 n=1 2

dove f (x0 +) e f (x0 −) sono rispettivamente i limiti destro e sinistro di f (x)


nel punto x0 .
Se il punto x0 cade in uno degli estremi dell’intervallo di definizione con-
tinua a valere quanto abbiamo detto per i punti interni purché la funzione sia
continuata periodicamente su tutto l’asse reale secondo la f (x + 2π) = f (x).
L’equazione di Parseval, in termini dei coefficienti An e Bn , assume la
forma seguente:

π ∞ 
Z
2 π 2

|An |2 + |Bn |2 .
X
|f (x)| dx = |A0 | + π
−π 2 n=1

Se la funzione f (x) è pari (f (−x) = f (x)), i coefficienti Bn sono nulli e


la (3.69) si riduce a una serie di coseni:


A0 X
f (x) = + An cos(nx) .
2 n=1

Se la funzione f (x) è dispari (f (−x) = −f (x)), i coefficienti An sono nulli


e la (3.69) si riduce a una serie di seni:


X
f (x) = Bn sin(nx) .
n=1

• Esempio

Sviluppiamo in serie di Fourier la funzione a gradino:

(
−1 −π <x<0
(x) =
+1 0≤x≤π .

Poiché la funzione è dispari, lo sviluppo in serie di Fourier conterrà solo seni


(An = 0). I coefficienti Bn sono:

94
1Zπ
Bn = sin(nx)(x)dx
π −π
 Z 0 Z π
1

= − sin(nx)dx + sin(nx)dx
π −π 0
2Zπ 2
= sin(nx)dx = [− cos(nx)]π0
π 0 (nπ
2 0 n pari
= [1 − (−1)n ] = 4
nπ nπ
n dispari.

Pertanto
4 4 4
(x) = sin x + sin(3x) + sin(5x) + ...
π 3π 5π

4X sin[(2n + 1)x]
= .
π n=0 2n + 1

Graficamente, le successive approssimazioni sono: Notare che nell’origine

Figura 3.2:

e nei punti ±π la somma della serie vale zero, in accordo con la (3.72).
Per n → ∞, si verifica il cosiddetto fenomeno di Gibbs, tipico delle serie di Fourier di
funzioni discontinue: in prossimità di una discontinuità di prima specie, la ridotta ennesima
della serie di Fourier presenta un picco, tanto più stretto quanto maggiore è n, di altezza
pari a circa il 9% del salto. Questo esempio mostra che la serie di Fourier non converge
uniformemente alla funzione f (x) nei punti in cui essa ha una discontinuità di I specie.
Scriviamo adesso esplicitamente la generalizzazione delle eq.(3.69),(3.70) e
(3.71) al caso di funzioni periodiche con periodo T 6= 2π. In questo caso si
pone
T
t= x.

Se x varia nell’intervallo (−π, π), la variabile t varierà nell’intervallo (−T /2, T /2).
La serie di Fourier (3.69) diventa cosı̀:


A0 X 2πnt 2πnt
    
f (t) = + An cos + Bn sin ,
2 n=1 T T
con

95
1Zπ 2 Z T /2 2πnt
 
An = cos(nx)f (t(x))dx = cos f (t)dt
π −π T −T /2 T
1Zπ 2 Z T /2 2πnt
 
Bn = sin(nx)f (t(x))dx = sin f (t)dt .
π −π T −T /2 T

3.2.3 Altri esempi

• Esempio 1

Lo sviluppo in serie di Fourier della funzione

f (x) = | sin x| −π <x<π

contiene solo coseni, perché f (x) è pari:



A0 X
f (x) = + An cos(nx) .
2 n=1

I coefficienti di Fourier sono:


1Zπ 2Zπ
An = | sin x| cos(nx)dx = sin x cos(nx)dx
π −π π 0 " #
1Zπ 1 1 − cos(n + 1)π cos(n − 1)π − 1
= [sin(n + 1)x − sin(n − 1)x] dx = +
π 0 π n+1 n−1
2 1 + cos nπ
= − se n 6= 1 .
π n2 − 1
Se n = 1
π
2Zπ 2 sin2 x
A1 = sin x cos xdx = =0.
π 0 π 2 0

Quindi
∞ ∞
2 2X 1 + (−1)n 2 4X cos 2kx
f (x) = − cos nx = −
π π n=2 n2 − 1 π π k=1 (2k)2 − 1
2 4 cos 2x cos 4x cos 6x
 
= − + + + ···
π π 3 24 35
• Esempio 2

96
f (x) = |x| −π <x<π

2Zπ
A0 = xdx = π
π 0
Z π Z π
2 2
 
π
An = x cos nxdx = x sin nx|0 − sin nxdx
π 0 πn 0
2
= [1 − (−1)n ]
πn2
da cui

π 4X cos(2k + 1)x π 4 cos 3x cos 5x
 
f (x) = − = − cos x + + + ···
2 π k=0 (2k + 1)2 2 π 9 25

• Esempio 3

f (x) = x 0 < x < 2π

1 Z 2π
A0 = xdx = 2π
π 0
Z 2π Z 2π
1 1
 

An = x cos nx = x sin nx|0 − sin nxdx = 0
π 0 πn 0
Z 2π Z 2π
1 1 2
 

Bn = x sin nx = −x cos nx|0 + cos nxdx = − .
π 0 πn 0 n
Quindi

sin nx sin 2x sin 3x
X  
f (x) = π − 2 = π − 2 sin x + + + ···
n=1 n 2 3

Si consiglia agli studenti di disegnare i grafici delle f (x) dei tre esempi
proposti.

97
Capitolo 4

Trasformate Integrali

4.1 Trasformata di Fourier

Nel capitolo 1 abbiamo imparato a risolvere l’eq. (3.1) nel caso in cui il
termine noto sia periodico e abbiamo dovuto poi allargare il discorso per
dare un senso preciso alla convergenza puntuale della serie (trigonometrica)
di Fourier. Ma come possiamo risolvere l’eq. (3.1) quando il termine noto
non è periodico? Come fare a scriverlo come somma di termini della forma
eiωn t che sono invece periodici?
Il modo migliore è di considerare una funzione non periodica come caso
limite di una periodica con periodo L che tende a infinito. A questo scopo
scriviamo i coefficienti di Fourier
1 Z L/2 −ikn x 2πn
an = e f (x)dx , con kn ≡ (4.1)
L −L/2 L
nella forma
1
an = √ F (kn )∆k , (4.2)

dove
1 Z L/2 −ikn x
F (kn ) ≡ √ e f (x)dx , (4.3)
2π −L/2
e

∆k = kn − kn−1 = . (4.4)
L
Allora la serie trigonometrica di Fourier (3.58) si può riscrivere come

98

1 X
f (x) = √ eikn x F (kn )∆k . (4.5)
2π n=−∞
A questo punto effettuiamo il limite L → ∞, nel quale ∆k → 0 e la serie a
secondo membro della (4.5) può riguardarsi come una somma integrale alla
Riemann per la funzione eikx F (k), estesa all’intervallo (−∞, +∞), diviso in
infiniti intervalli parziali di ampiezza ∆k → 0. Pertanto la (4.5) diventa

1 Z∞
f (x) = √ F (k)eikx dk , (4.6)
2π −∞

dove, per la (4.3),

1 Z∞
F (k) = √ f (x)e−ikx dx . (4.7)
2π −∞

La funzione F (k) si chiama trasformata di Fourier (T.F.) della funzione

f (x) e la funzione f (x) antitrasformata di Fourier della funzione F (k).


Come è evidente allo studente più attento, i passaggi che abbiamo fatto
per giungere alle (4.6) e (4.7) sono un po’ disinvolti. Per essere precisi dob-
biamo dimenticare le operazioni di limite e assumere la (4.7) come definizione
della Trasformata di Fourier, sotto la condizione che la f (x) sia sommabile
sull’asse reale; la (4.6) va invece scritta più correttamente come
Z R
1
f (x) = √ lim F (x)eikx dk (4.8)
2π R→∞ −R

sotto la condizione (sufficiente) che nell’intorno del punto x la funzione f (x)


sia di classe C 1 ; naturalmente se l’integrale (4.6) esiste la (4.8) è equivalente
alla (4.8).

4.1.1 Esempi

• Esempio 1

99
La trasformata di Fourier della funzione

1
f (x) = , a ∈ R+
x 2 + a2

1 Z∞ e−ikx
F (k) = √ dx .
2π −∞ (x + ia)(x − ia)
Se k > 0 chiudiamo il cammino di integrazione nel semipiano Imz < 0 e
otteniamo:
e−ikz π e−ka

1 r
F (k) = − √ 2πi Res = .



2π (z + ia)(z ia)
z=−ia
2 a

Se k < 0 chiudiamo invece nel semipiano Imz > 0 e otteniamo:

e−ikz

1 π eka
r
F (k) = √ 2πi Res
= .
(z + ia)(z − ia) z=ia

2π 2 a

Pertanto
π e−|k|a
r
F (k) = .
2 a
La verifica della (4.6) è immediata e coinvolge solo un integrale elementare.

• Esempio 2

La trasformata di Fourier della funzione

(
1 |x| < a
f (x) = (4.9)
0 |x| > a

1 Z +∞ −ikx 1 Z +a −ikx
F (k) = √ f (x)e dx = √ e dx
2π −∞ 2π −a
s
1 eika − e−ika 2 sin ka
= √ = . (4.10)
2π ik π k

100
Per verificare che l’antitrasformata di (4.10) sia effettivamente la (4.9) dob-
biamo calcolare l’integrale
Z +R Z +R
1 ikx 1 sin(ka) ikx
I(x) ≡ √ lim F (k)e dk = lim e dk
2π R→∞ −R π R→∞ −R k
eik(x+a) eik(x−a)
Z +R " #
1
= lim − dk (4.11)
2πi R→∞ −R k k
deformando il cammino di integrazione come nell’esempio 4 del paragrafo
1.6.4, aggirando per esempio l’origine nel semipiano immaginario positivo.
Se x > a entrambi gli integrali in (4.11) ricadono nel caso α > 0 del lemma
di Jordan e pertanto si può chiudere il cammino d’integrazione con una semi-
circonferenza nel semipiano superiore; all’interno del cammino d’integrazione
l’integrando è regolare e pertanto:
I(x) = 0 se x > a .
Analogamente, se x < −a conviene aggirare l’origine nel semipiano immagi-
nario negativo, perché entrambi gli integrali in (4.11) ricadono nel caso α < 0
del lemma di Jordan e pertanto si può chiudere il cammino d’integrazione
con una semicirconferenza nel semipiano inferiore, ottenendo di nuovo zero:
I(x) = 0 se x < −a .
Se invece |x| < a, e si aggira l’origine nel semipiano immaginario positivo, il
primo integrale, che si può chiudere nel semipiano superiore, dà zero, mentre
il secondo, che va chiuso nel semipiano inferiore, dà:

1 eik(x−a)
I(x) = − (−2πi)Res =1.
2πi k k=0
Abbiamo cosı̀ dimostrato che I(x) = f (x) per ogni x 6= a. Per x = a
+R
e2ika
Z  
1 1
I(a) = lim − dk . (4.12)
2πi R→∞ −R k k
Deformando di nuovo il cammino come prima, il primo integrale si chiude nel semipiano
immaginario positivo e si annulla per il teorema di Cauchy, mentre il secondo dà:
"Z #
− Z R Z
1 dk dk dz
I(a) = − lim + + , (4.13)
2πi R→∞ −R k + k γ z

dove γ è una semicirconferenza di raggio  e centro k = 0 che giace nel semipiano Im k > 0.
I primi due integrali si elidono perché la funzione integranda è dispari, e il terzo si calcola
passando a coordinate polari:
Z 0
1 ieiθ 1 f (a−) + f (a+)
I(a) = − dθ = = . (4.14)
2πi π eiθ 2 2

101
Questo mostra che nei punti di discontinuità di prima specie la situazione è analoga a
quella vista per le serie di Fourier: l’antitrasformata dà il valor medio tra i limiti destro e
sinistro della funzione.

• Esempio 3

La trasformata di Fourier della funzione gaussiana


2 /a2
f (x) = e−x


2
1 Z +∞ −(x/a)2 −ikx e−(ka) /4 Z +∞ −(x/a−ika/2)2
F (k) = √ e dx = √ e dx
2π −∞ 2π −∞
2
e−(ka) /4 Z +∞ −t2 a 2 2
= √ a e dt = √ e−a k /4 , (4.15)
2π −∞ 2
cioè ancora una gaussiana, di larghezza inversamente proporzionale a quella
della funzione trasformanda. 1
La verifica della (4.6), che dà l’antitrasformata di F (k), è immediata: non
si tratta che di rifare lo stesso conto con a → A = 2/a.

4.1.2 Proprietà della trasformata di Fourier

Elenchiamo alcune importanti proprietà delle trasformate di Fourier. Per


comodità introduciamo il simbolo Fk (f ) per indicare la trasformata di Fourier
della funzione f (x):
1 Z +∞
Fk (f ) ≡ √ f (x)e−ikx dx . (4.16)
2π −∞
• Linearità:

Fk (a1 f1 + a2 f2 ) = a1 Fk (f1 ) + a2 Fk (f2 ) , ∀a1 , a2 ∈ C . (4.17)


1
Con il cambiamento di variabile x → t = x/a − ika/2, il cammino di integrazione
nel piano complesso di t non è più l’asse reale ma è diventato una retta ad esso parallela;
tuttavia, usando la teoria dell’integrazione in campo complesso, è facile mostrare che ciò
non fa differenza.

102
• Trasformata di Fourier di funzioni a parità definita
Cosı̀ come la serie trigonometrica di Fourier di una funzione pari (di-
spari) contiene solo coseni (seni), le trasformate di Fourier di funzioni
a parità definita si possono semplificare come segue:

1 Z∞
F (k) = √ f (x)[cos(kx) − i sin(kx)]dx
2π −∞
s ( R

2 0R f (x) cos(kx)dx se f (−x) = f (x)
= ∞ (4.18)
π −i 0 f (x) sin(kx)dx se f (−x) = −f (x) .

Una ovvia conseguenza delle (4.18) è che la Trasformata di Fourier di


una funzione pari (dispari) è una funzione pari (dispari).

• La trasformata di Fourier della derivata f 0 (x) (ammesso che f 0 (x)


esista e sia sommabile) è legata alla trasformata di f (x) dalla relazione:

Fk (f 0 ) = ikFk (f ) (4.19)

Infatti integrando per parti si ottiene:

1 Z∞ 0
Fk (f 0 ) = √ f (x)e−ikx dx
2π −∞

f (x) −ikx ik Z ∞
= √ e +√ f (x)e−ikx dx

−∞ 2π −∞
Z ∞
ik
= √ f (x)e−ikx dx = ikFk (f ) ,
2π −∞
dove il termine integrato deve essere nullo affinché la trasformata di
Fourier esista.
La relazione (4.19) può essere iterata per ottenere le trasformate delle
derivate successive:

Fk (f 00 ) = ikFk (f 0 ) = (ik)2 Fk (f ) (4.20)


Fk [f (n) ] = (ik)n Fk (f ) , (4.21)

ovviamente supponendo che la funzione f (x) ammetta derivate fino


all’ennesima e che f (n) (x) sia sommabile sull’asse reale.

103
Moltiplicando ambo i membri della (4.19) per −i e usando la linea-
rità della Trasformata di Fourier si può simbolicamente stabilire la
corrispondenza:
d
−i ↔k (4.22)
dx
fra l’operatore derivata nello spazio delle funzioni f (x) e la semplice
moltiplicazione per k nello spazio delle funzioni F (k); tale corrispon-
denza è di grande importanza in Meccanica Quantistica.

• Dalla disuguaglianza
1 Z +∞
|Fk (f )| ≤ √ |f (x)|dx = cost. (4.23)
2π −∞
segue che la T.F. di una funzione sommabile è sempre una funzione
limitata. Dalla(4.21)
 segue quindi che la T.F. di una funzione n volte
1
derivabile è O kn per k → ∞; in breve, quanto più una funzione
è liscia tanto più velocemente la sua T.F. va a zero all’infinito.
• Se l’argomento della funzione f (x) viene traslato di una costante reale a, per la F
vale la seguente relazione:

Fk [f (x + a)] = eika Fk [f (x)]. (4.24)

Infatti

Z ∞
1
Fk [f (x + a)] = √ f (x + a)e−ikx dx
2π −∞
Z ∞
eika ∞
Z
1 0 0
= √ f (x0 )e−ik(x −a) dx0 = √ f (x0 )e−ikx dx0
2π −∞ 2π −∞
ika
= e Fk (f ) .

• Se si moltiplica la funzione f (x) per un esponenziale, la trasformata di Fourier è:

Fk e−iαx f (x) = Fk+α [f (x)] , ∀α ∈ R


 

come si può facilmente verificare a partire dalle definizioni di F.

• Se si moltiplica la funzione f (x) per x, le trasformata di Fourier diventa:

104
d
Fk [xf (x)] = i Fk [f (x)] (4.25)
dk
come si può facilmente verificare derivando sotto il segno, nell’ipotesi
che la funzione xf (x) sia ancora sommabile sull’asse reale. Come la
(4.19), anche la (4.25) si può iterare, ottenendo

!n
n d
Fk [x f (x)] = i Fk [f (x)] (4.26)
dk

sempre nell’ipotesi che la funzione xn f (x) sia ancora sommabile sul-


l’asse reale.
La (4.25) stabilisce la corrispondenza, duale della (4.22),

d
x↔i , (4.27)
dk
fra moltiplicazione per x nello spazio delle f (x) e la derivata nello spazio
delle F (k).

• L’equazione (4.26) mostra che quanto più rapidamente una fun-


zione decresce all’infinito, tanto più la sua T.F. è liscia.

• Se chiamiamo S lo spazio lineare delle funzioni di prova, rapidamente


decrescenti e infinitamente derivabili:

S = {f ∈ C ∞ ; xn f (x) limitata su R, ∀n ∈ N} , (4.28)

le (4.21) e (4.26) implicano che la T.F. manda le funzioni di prova (nella


variabile x) in funzioni di prova (nella variabile k):

Fk (f ) ∈ S , ∀f ∈ S . (4.29)

• Teorema di convoluzione.
Definiamo la convoluzione g = f1 ∗ f2 di due funzioni f1 e f2 :

Z ∞
g(x) = f1 (x0 )f2 (x − x0 )dx0 . (4.30)
−∞

105
È immediato vedere che il prodotto convolutivo è commutativo e asso-
ciativo:

f1 ∗ f2 = f2 ∗ f1 (4.31)
f1 ∗ (f2 ∗ f3 ) = (f1 ∗ f2 ) ∗ f3 . (4.32)

Il teorema di convoluzione afferma che la trasformata di Fourier della


convoluzione di due funzioni è (a parte una costante moltiplicativa) il
prodotto delle trasformate di Fourier delle due funzioni:


Fk (g) = 2πFk (f1 )Fk (f2 ) . (4.33)

Dimostrazione.

1 Z∞
Fk (g) = √ dxg(x)e−ikx
2π −∞
1 Z∞ Z ∞
= √ dx dx0 f1 (x0 )f2 (x − x0 )e−ikx
2π −∞ −∞
1 Z∞ Z ∞
0 0
= √ dx dx0 f1 (x0 )e−ikx f2 (x − x0 )e−ik(x−x ) .
2π −∞ −∞

Se ora passiamo dalle variabili (x, x0 ) alle variabili (z = x − x0 , x0 ) e


scambiamo l’ordine di integrazione usando il Teorema di Fubini Tonelli
(vedi eq.(E.5) in Appendice E), otteniamo:

1 Z∞ 0 0 −ikx0
Z ∞ √
Fk (g) = √ dx f1 (x )e dzf2 (z)e−ikz = 2πFk (f1 )Fk (f2 ) .
2π −∞ −∞

[q.e.d.]

4.1.3 Soluzione di equazioni differenziali mediante la


trasformata di Fourier

La proprietà (4.22) trasforma un’equazione differenziale a coefficienti co-


stanti in un’elementare equazione algebrica lineare; chiamando U (k) e F (k)

106
le Trasformate di Fourier dell’incognita u(x) e del termine noto f (x), l’equa-
zione differenziale

au00 (x) + bu0 (x) + cu(x) = f (x), (4.34)

diventa semplicemente:

− ak 2 U (k) + ibk U (k) + c U (k) = F (k), (4.35)

da cui è immediato ricavare U (k); infine antitrasformando si ricava la fun-


zione incognita u(x).
Notare come questo procedimento per risolvere equazioni differenziali a
coefficienti costanti mediante la trasformata di Fourier sia l’esatto paralle-
lo di quello illustrato nel Capitolo 2, dopo l’eq.(3.37), per l’uso della Serie
trigonometrica di Fourier; allora richiedevamo che termine noto e soluzione
fossero funzioni periodiche, ora abbiamo lasciato cadere questa richiesta; va
tuttavia osservato che la procedura appena descritta per risolvere l’equazione
(4.34) ha senso solo se il termine noto e la soluzione sono sommabili e ciò è
molto restrittivo.
Torneremo su questo punto quando parleremo della Trasformata di La-
place; per ora limitiamoci a illustrare un esempio di soluzione di un’equazione
differenziale (alle derivate parziali) mediante la trasformata di Fourier.

• Esempio: l’equazione del calore

Risolviamo l’equazione di diffusione del calore

∂ 2 T (x, t) 1 ∂T (x, t)
2
= (4.36)
∂x κ ∂t
con la condizione iniziale

T (x, 0) = f (x) .

Fisicamente T (x, t) rappresenta la distribuzione di temperatura al tempo t


in una sbarra di lunghezza infinita, se la temperatura iniziale è f (x) 2 . La
costante κ è la conducibilità termica. Moltiplicando l’equazione (4.36) per
e−ikx e integrando su x da −∞ a ∞ si ottiene:
2
È ovvio che lo zero della scala delle temperature va scelto in modo che limx±∞ f (x) =
0.

107
∞ 2
Z
−ikx ∂ T (x, t) 1 Z ∞ −ikx ∂T (x, t)
e dx = e dx .
−∞ ∂x2 κ −∞ ∂t
Chiamando F R(k, t) la trasformata di Fourier rispetto a x della T (x, t), ovvero
+∞ −ikx
F (k, t) = √12π −∞ e T (x, t) dx, e ricordando la (4.20) si ottiene

1 ∂
− k 2 F (k, t) = F (k, t) .
κ ∂t
Questa è un’equazione differenziale del prim’ordine in F (k, t), la cui soluzione

2
F (k, t) = F (k, 0)e−κk t .

Dalle condizioni iniziali si ha

1 Z∞ −ikx 1 Z∞
F (k, 0) = √ T (x, 0)e dx = √ f (x)e−ikx dx ≡ F (k)
2π −∞ 2π −∞
da cui
1 −κk2 t Z ∞
F (k, t) = √ e f (x)e−ikx dx .
2π −∞

Per ricavare T (x, t) antitrasformiamo secondo Fourier

1 Z∞
T (x, t) = √ F (k, t)eikx dk
2π −∞
1 Z∞ Z ∞
0 2
= dk dx0 f (x0 )e−ikx eikx e−κk t
2π −∞ −∞
1 Z∞ 2
Z ∞
0
= dke−κk t dx0 f (x0 )e−ik(x −x) ,
2π −∞ −∞

integriamo su k

(x0 −x)2 (x0 −x)2


h i
Z ∞ Z ∞ − κk2 t+ik(x0 −x)− + 4κt
−κk2 t−ik(x0 −x) 4κt
dke = dke
−∞ −∞
√ 0 −x 2
h i
(x0 −x)2
Z ∞ − k κt+ 2i x√

= e 4κt dke κt

−∞
π − (x0 −x)2
r
= e 4κt ,
κt

108
e giungiamo finalmente al risultato:

s
1 Z∞ (x0 −x)2
T (x, t) = f (x0 )e− 4κt dx0 .
4πκt −∞
2
Si può arrivare più facilmente allo stesso risultato osservando che e−κk t è la
2
1
T.F. di √2κt e−x /(4κt) ; quindi F (k, t) è il prodotto di due T.F. e l’antitrasfor-
2
1
mata è la convoluzione di f (x) e √2κt e−x /(4κt) .
La funzione3 s
0 1 − (x0 −x)2
G(x, x , t) = e 4κt θ(t), (4.37)
4πκt
detta nucleo del calore (heat kernel), è la funzione di Green o propagatore
dell’eq. (4.36) ed è tale che la
Z ∞
T (x, t) = G(x, x0 , t)f (x0 )dx0 (4.38)
−∞

descrive la propagazione del calore dal punto x0 al punto x al tempo t > 0.


Se, per esempio, la sorgente è puntiforme (cioè diversa da zero solo nell’origine):

f (x) = δ(x)

(per la definizione della delta di Dirac δ(x), vedi più avanti, paragrafo ??) allora il calore
si propaga in modo
√ che la temperatura assume una distribuzione gaussiana di larghezza
proporzionale a t:


Z r
0 0 0 1 − x2
T (x, t) = G(x, x , t)δ(x )dx = G(x, 0, t) = e 4κt .
−∞ 4πκt

È anche interessante notare che per t → 0+ il nucleo del calore (4.37) tende alla delta
di Dirac (vedi eq. (5.69)):
lim G(x, x0 , t) = δ(x − x0 ), (4.39)
t→0+

come deve essere affinché la (4.38) riproduca le condizioni iniziali per t → 0+.

3
Con

0 t<0
θ(t) =
1 t>0

denotiamo la funzione a gradino di Heaviside. È necessario introdurla perché tutto


2
il discorso fatto perde completamente senso per t < 0: e−κk t da gaussiana diventa
furiosamente crescente per k → ±∞ se t < 0.

109
4.2 Trasformata di Laplace

Come abbiamo già detto nel paragrafo precedente, il metodo della T.F. per-
mette di risolvere equazioni differenziali a coefficienti costanti soltanto in un
campo molto ristretto; la stessa funzione f (x)=1 non potrebbe essere accet-
tata né come soluzione né come termine noto. D’altra parte, se vogliamo
risolvere un’equazione con condizioni iniziali al tempo t = 0, ci interessa sa-
pere solo ciò che succede per t ≥ 0. È quindi conveniente considerare una
sorta di T.F. definita da un integrale esteso solo al semiasse delle t > 0. In
tal caso, se f (t) è localmente sommabile, cioè è sommabile su ogni intervallo
finito del semiasse reale t ≥ 0, e se esistono una α0 ∈ R, una M > 0 e un
t0 ≥ 0 tali che ∀t > t0 valga
0
e−α t |f (t)| < M (4.40)

la funzione

gα (t) ≡ e−αt f (t)θ(t)

è sommabile sull’intero asse reale ∀α > α0 . Infatti ∀t > t0


0 0
0
|gα (t)| = e−(α−α )t e−α t f (t) ≤ e−(α−α )t M (4.41)

e quindi tende esponenzialmente a zero per t → +∞, rimanendo localmente


sommabile se tale era f (t). Quindi gα (t) possiede la trasformata di Fourier:
1 Z∞ −αt −iωt 1 Z∞
Gα (ω) = √ f (t)e θ(t)e dt = √ f (t)e−(α+iω)t dt . (4.42)
2π −∞ 2π 0
Introduciamo ora la variabile complessa s = α + iω e definiamo F (s) =

2πGα (ω). Allora la (4.42) diventa
Z ∞
F (s) = f (t)e−st dt (4.43)
0

e prende in nome di trasformata di Laplace (T.L.) della funzione f (t);


chiamando ascissa di convergenza α0 ∈ R l’estremo inferiore degli α0
per cui vale la (4.40), la F (s) è definita nel semipiano Res > α0 e ivi è
analitica, come si vede facilmente derivando sotto il segno, poiché, grazie
alla (4.41), tn f (t) ha la stessa ascissa di convergenza di f (t), per ogni n
naturale. L’antitrasformata di Laplace è definita da un integrale in campo

110
complesso. Infatti antitrasformando la (4.42) si ricava, nell’ipotesi che f (t)
sia di classe C 1 nell’intorno di t,
Z R
−αt 1
f (t)e θ(t) = √ lim Gα (ω)eiωt dω , (4.44)
2π R→∞ −R
da cui
Z R
1 1 Z
f (t)θ(t) = lim g(ω)e(α+iω)t dω = F (s)est ds , (4.45)
2π R→∞ −R 2πi γ
dove il cammino di integrazione γ è una retta parallela all’asse immaginario
del piano di s, di equazione Re s=α > α0 . L’antitrasformata (4.45) si indica
di solito, sottintendendo la θ(t), come
1 Z α+i∞
f (t) = F (s)est ds , (4.46)
2πi α−i∞
che per essere più precisi andrebbe scritta come
Z α+iR
1
f (t) = lim F (s)est ds . (4.47)
2πi R→∞ α−iR
Osserviamo subito: si può dimostrare che F (s) = o(1) per s → ∞ in ogni
direzione del semipiano di analiticità. Per t < 0 si può quindi applicare il
lemma di Jordan (vedi caso 4) chiudendo il cammino con una semicirconfe-
renza nel semipiano a destra di Re s = α, ottenendo f (t) = 0, visto che F (s)
è analitica nel semipiano Re s > α0 .

4.2.1 Esempi

• La trasformata di Laplace della funzione f (t) = 1 è


Z ∞ 1
F (s) = e−st dt = .
0 s
L’integrale converge per Re(s) > 0 (cioè α0 = 0). Il calcolo del-
l’integrale (4.46) mediante il metodo dei residui mostra subito che
l’antitrasformata di Laplace di 1/s è θ(t).
• La trasformata di Laplace della funzione f (t) = t è
Z ∞ Z ∞ ∂ −st d Z ∞ −st d 1
 
1
−st
F (s) = te dt = − e dt = − e dt = − = 2
0 0 ∂s ds 0 ds s s

111
• La trasformata di Laplace della funzione f (t) = tn è
Z ∞ Z ∞ n
∂ −st
F (s) = tn e−st dt = (−1)n e dt
0 0 ∂sn
dn Z ∞ −st dn 1
 
= (−1)n n e dt = (−1)n n
ds 0 ds s
n!
= n+1 .
s
• La trasformata di Laplace della funzione f (t) = cos t è
Z ∞
−st 1 Z ∞ −st  it 
F (s) = e cos tdt = e e + e−it dt
0 2 0
−(s−i)t ∞
∞ )
e−(s+i)t
(
1 e s
= + = 2 .

2 −(s − i) 0 −(s + i) 0

s +1
Tutte le funzioni discusse in questi esempi hanno ascissa di convergenza α0 =
0; la loro Trasformata di Laplace è perciò analitica in tutto il semipiano
Res > 0; nell’esempio successivo vedremo che non è sempre cosı̀.
• La trasformata di Laplace della funzione f (t) = eat , con a ∈ C, è

Z ∞
−st at e−(s−a)t 1
F (s) = e e dt = = ,
0 −(s − a) 0 s−a
dove è stato necessario supporre Re s > Re a per poter affermare
che limt→+∞ e−(s−a)t = 0; per Re s < Re a l’integrale che definisce la
trasformata di Laplace diverge, quindi l’ascissa di convergenza della
funzione f (t) = eat è α0 = Re a; ciò concorda con il fatto che la
trasformata di Laplace F (s) è analitica nel semipiano Re s > Re a.
Per tutti questi esempi lasciamo allo studente la verifica dell’eq. (4.46).
Riflettendo su questi esempi lo studente si convincerà anche della seguente
importante proprietà:
• Se la T.L. Ls (f (t)) ha poli con Re s > 0 la funzione f (t) esplode
esponenzialmente per t → +∞; viceversa se Ls (f (t)) ha singolarità solo
a sinistra dell’asse immaginario allora f (t) decresce esponenzialmente
per t → +∞; se i poli sono sull’asse immaginario f (t) può oscillare o
crescere come una potenza di t.
Questa proprietà è di grande importanza per le applicazioni a sistemi fisici e
fornisce un criterio di stabilità nel tempo. Quando, per esempio, un sistema
di amplificazione comincia a produrre un sibilo di ampiezza crescente (for-
tunatamente limitata dalla non linearità e quindi saturazione del sistema)
possiamo dire che una qualche singolarità della T.L. della sua funzione di
trasferimento ha acquistato parte reale non negativa.

112
4.2.2 Proprietà della trasformata di Laplace

Studiamo ora alcune proprietà delle trasformate di Laplace, analoghe a quelle


viste per le trasformate di Fourier. Indicheremo la trasformata di Laplace
(4.43) con il simbolo
Z ∞
Ls [f (t)] = F (s) = f (t)e−st dt .
0

• La trasformata di Laplace è lineare (per linearità degli integrali):


Ls [a1 f1 (t) + a2 f2 (t)] = a1 Ls [f1 (t)] + a2 Ls [f2 (t)]

• La trasformata di Laplace della derivata f 0 (t), se f 0 (t) esiste e ammette


T.L., è legata alla trasformata di f (t) dalla relazione:
Ls [f 0 (t)] = sLs [f (t)] − f (0) , (4.48)
come si ottiene integrando per parti:
Z ∞
0
Ls [f (t)] = f 0 (t)e−st dt
0
∞ Z ∞
= f (t)e−st +s f (t)e−st dt
0 0
Z ∞
= −f (0) + s f (t)e−st dt = sLs [f (t)] − f (0) .
0

È evidente che qui con f (0) si intende il limite destro di f (x) per x → 0.
Nell’ipotesi che anche le derivate successive di f (t) esistano e ammetta-
no T.L., la relazione (4.48) può essere iterata per ottenere le trasformate
delle derivate successive:
Ls [f 00 (t)] = sLs [f 0 (t)] − f 0 (0)
= s2 Ls [f (t)] − sf (0) − f 0 (0) (4.49)
000 00 00
Ls [f (t)] = sLs [f (t)] − f (0)
= s3 Ls [f (t)] − s2 f (0) − sf 0 (0) − f 00 (0) (4.50)
(n) (n−1) (n−1)
Ls [f (t)] = sLs [f (t)] − f (0)
= s Ls [f (t)] − s f (0) − sn−2 f 0 (0) − ... − sf (n−2) (0) − f (n−1) (0) .
n n−1

(4.51)
Dalla (4.51) segue che se la funzione f (t) è n volte derivabile e f (n) (t)
ammette T.L. vale
f (0) f 0 (0) f (n−1) (0) Ls [f (n) ]
Ls [f (t)] = + 2 + ··· + , (4.52)
s s sn sn
113
che dà utili informazioni sull’andamento per s → ∞ della trasformata
di Laplace (teorema di Tauber). È da notare che, anche se f (t) ∈ C ∞ ,
non è affatto detto che la serie che facilmente si deduce dalla (4.52)
converga. In realtà essa è in generale una serie asintotica, che sarà
definita nel corso di Metodi Matematici della Fisica II.
• La trasformata di Laplace dell’integrale di una funzione g(t) è legata alla trasfor-
mata di g(t) dalla relazione:
Z x 
1
Ls g(t)dt = Ls [g(x)] . (4.53)
0 s

Partendo dalla formula per la trasformata di Laplace per le derivate (4.48) e po-
nendo g(x) = f 0 (x) si ottiene infatti
Z x
f (x) = f (0) + g(t)dt .
0

La (4.48) diventa cosı̀:


 Z x  Z x 
Ls [g(x)] = sLs f (0) + g(t)dt − f (0) = sLs [f (0)] + sLs g(t)dt − f (0) .
0 0

Ricordando ora che Ls [1] = 1/s, otteniamo


Z x 
1
Ls [g(x)] = sf (0) + sLs g(t)dt − f (0) ,
s 0

ovvero
Z x 
Ls [g(x)] = sLs g(t)dt ,
0

da cui segue immediatamente la (4.53).

• Se l’argomento della funzione f (t) viene traslato di una costante a, per la trasfor-
mata di Laplace vale la seguente relazione:
 Z a 
Ls [f (t + a)] = eas Ls [f (t)] − θ(a) f (t)e−st dt . (4.54)
0

Per dimostrare la (4.54) bisogna distinguere i due casi a < 0 e a > 0. Ricordiamo
infatti che la trasformata di Laplace è un integrale tra 0 e ∞ e che è sottintesa una
θ(t), che implica f (t) = 0 se t < 0. Quindi
Z ∞ Z ∞
−st (t0 =t+a) 0
Ls [f (t + a)] = f (t + a)e dt = f (t0 )e−s(t −a) dt0
0 a
Z ∞
sa 0 −st0 0
= e f (t )e dt .
a

Ora, se a < 0,
Z ∞ Z ∞
0 0
Ls [f (t + a)] = esa f (t0 )e−st dt0 = esa f (t0 )e−st dt0 = esa Ls [f (t)] .
a 0

114
Se invece a > 0,
Z ∞ Z ∞ Z a
0 0 0
Ls [f (t + a)] = esa f (t0 )e−st dt0 = esa f (t0 )e−st dt0 − esa f (t0 )e−st dt0
a 0 0
Z a
sa sa 0 −st0 0
= e Ls [f (t)] − e f (t )e dt .
0

• Se si moltiplica la funzione f (t) per un esponenziale, la trasformata è:

Ls eαt f (t) = Ls−α [f (t)] , ∀α ∈ C


 

come si può facilmente verificare derivando sotto il segno la L.

• Se si moltiplica la funzione f (t) per t, la trasformata diventa:

d
Ls [tf (t)] = − Ls [f (t)] ,
ds
come si può facilmente verificare a partire dalle definizioni di L. Notare
che, diversamente da quanto avviene per la T.F., qui siamo sempre
sicuri che se f (t) ammette T.L. anche tn f (t) la ammette, ∀n ∈ N;
equivalentemente, ogni T.L. è sempre infinitamente derivabile nella sua
regione di convergenza, mentre ciò non è affatto detto per la T.F. (vedi
1
per esempio la T.F. di a2 +x 2 , par.4.1.1).

• Teorema di convoluzione. Sia g(t) la convoluzione di due funzioni


f1 e f2 , definita ∀t > 0 come 4
Z t
g(t) = f1 (t0 )f2 (t − t0 )dt0 . (4.55)
0

Allora

Ls [g(t)] = Ls [f1 (t)]Ls [f2 (t)] . (4.56)

La dimostrazione è del tutto analoga a quella vista per le trasformate


di Fourier.

4
Notare che malgrado l’estremo superiore di integrazione sia t la definizione (4.55)
coincide con la (4.30), se si assume che f1 e f2 si annullino quando il loro argomento è
negativo.

115
4.2.3 Trasformate di Laplace ed equazioni differenziali
lineari a coefficienti costanti

Come si è detto nel par. 4.1.3 il metodo della trasformata di Fourier per
risolvere equazioni differenziali lineari si può applicare solo in un numero
ristretto di casi, cioè quando il termine noto e la soluzione dell’equazione
differenziale sono sommabili. La trasformata di Laplace permette di risolvere
equazioni differenziali lineari a coefficienti costanti

d2 u du
c2 2
+ c1 + c0 u = f (t) (4.57)
dt dt
per una classe più estesa di funzioni e permette inoltre di tener conto auto-
maticamente delle condizioni iniziali

u(0) = u0

du
= u1 . (4.58)
dt t=0

Infatti trasformando secondo Laplace la (4.57) e ponendo Ls [u(t)] ≡ U (s)


e Ls [f (t)] ≡ F (s) (ammesso che queste esistano) si ottiene, utilizzando le
(4.48) e (4.49),
h i
c2 s2 U (s) − su0 − u1 + c1 [sU (s) − u0 ] + c0 U (s) = F (s) , (4.59)

che dà immediatamente


c2 su0 + c2 u1 + c1 u0 F (s)
U (s) = 2
+ 2
. (4.60)
c2 s + c1 s + c0 c2 s + c1 s + c0
Antitrasformando si ottiene θ(t)u(t). L’antitrasformata del primo addendo
dà la soluzione generale dell’omogenea associata (interpretando u0 e u1 come
parametri liberi), mentre l’antitrasformata del secondo dà la soluzione par-
ticolare dell’inomogenea con condizioni iniziali u(0) = u0 (0) = 0. Notare che
la soluzione cosı̀ ottenuta è particolarmente interessante quando la “solleci-
tazione esterna” f (t) sia inserita al tempo t = 0. In questo caso θ(t)u(t) ci
dice cosa succede dopo aver chiuso o aperto l’interruttore. Ovviamente la
procedura è estendibile a equazioni differenziali lineari di ordine qualsiasi.

• Esempio

116
Consideriamo il circuito oscillante di Fig. 3.1 e cerchiamo la soluzione dell’e-
quazione differenziale

du d2 u
u + RC + LC 2 = f (t) (4.61)
dt dt
con le condizioni iniziali

u0 = lim u(t) (4.62)


t→0+
du
i0 = lim C . (4.63)
t→0+ dt
Trasformando la (4.61) secondo Laplace e chiamando U (s) e F (s) le trasfor-
mate di u(t) e f (t) otteniamo
i0
 
2
U (s) + RC [sU (s) − u0 ] + LC s U (s) − su0 − = F (s) . (4.64)
C
Consideriamo due casi:

a) Chiusura del circuito: se il circuito è inizialmente aperto e il condensa-


tore è scarico e lo si chiude all’istante t = 0 su un generatore che forni-
sca una tensione alternata V eiωt (in particolare continua, se ω = 0), il
termine noto è:
f (t) = θ(t)V eiωt , (4.65)
le condizioni iniziali sono

u 0 = i0 = 0 (4.66)

e la trasformata di Laplace di f (t) è


Z ∞ V
F (s) = V eiωt e−st dt = . (4.67)
0 s − iω
Quindi la (4.64) fornisce in questo caso:

V
U (s) = . (4.68)
(s − iω)(1 + RCs + LCs2 )

Per ottenere u(t) dobbiamo antitrasformare la (4.68), che possiede tre


poli semplici in

R 1√ R2 4
s0 = iω , s1,2 = − ± ∆ con ∆ = − . (4.69)
2L 2 L2 LC

117
Ora, se ∆ > 0, s1 e s2 giacciono√sull’asse reale negativo (perché R > 0),
se ∆ < 0, s1 = s∗2 = − 2L R
+ 2i −∆ e se ∆ = 0 i due poli sono reali
e coincidenti (polo doppio). L’antitrasformata di U vale, secondo la
(4.46),
1 Z r+i∞ st
u(t) = e U (s) , con r > 0 (4.70)
2πi r−i∞
ovvero, se s1 6= s2 ,

est
( )
V X
u(t) = Res
LC s=0,s1 ,s2 (s − iω)(s − s1 )(s − s2 )
eiωt es1 t es2 t
" #
V
= + + .
LC (s1 − iω)(s2 − iω) (s1 − iω)(s1 − s2 ) (s2 − iω)(s2 − s1 )
(4.71)

A parte il termine sinusoidale

V eiωt V eiωt V eiωt


= = ,
LC (s1 − iω)(s2 − iω) s1 s2 − i(s1 + s2 )ω − ω 2 1 + iωRC − ω 2 LC
(4.72)
che riproduce esattamente la (3.18), la tensione u(t) è quindi una som-
ma di funzioni sinusoidali smorzate nel caso ∆ < 0 , mentre per ∆ > 0
è una somma di esponenziali decrescenti. È immediato verificare che a
t = 0 le condizioni iniziali sono soddisfatte:
" #
V 1 1 1
u(0) = + + =0
LC (s1 − iω)(s2 − iω) (s1 − iω)(s1 − s2 ) (s2 − iω)(s2 − s1 )
iωeiωt s1 es1 t s2 es2 t
" #
V
i(t) = + + ⇒ i(0) = 0 ,
L (s1 − iω)(s2 − iω) (s1 − iω)(s1 − s2 ) (s2 − iω)(s2 − s1 )

mentre per t → +∞ (ovvero una volta


che il condensatore si sia ca-
1 1 R
ricato, quindi per t >> Res1 = Res2 = 2L ) la tensione ai capi del
condensatore si riduce a quella sinusoidale (4.72). Se invece s1 = s2 ,
U (s) ha un polo doppio in s1 e il residuo vale

est d est test est es1 t


( )
Res = |s=s1 = − 2 |s=s1 = 2 (s1 t − 1) ,
s(s − s1 )2 s=s1
ds s s s s1
(4.73)
dove si è scelto per semplicità ω = 0, da cui la soluzione
V 1 h s1 t
i
u(t) = 1 + e (ts1 − 1) , (4.74)
LC s21

118
che verifica le condizioni iniziali
V 1
u(0) = [1 − 1] = 0 (4.75)
LC s21
V 1 s1 t 2
i(t) = e (ts1 − s1 + s1 ) ⇒ i(0) = 0 (4.76)
LC s21
e per t → +∞ si comporta come nel caso precedente.

b) Apertura del circuito: se all’istante t = 0 il circuito viene aperto, do-


po essere stato per lungo tempo a contatto con la batteria a tensione
costante V , si avrà
f (t) = 0 per t > 0, (4.77)
con le condizioni iniziali

u 0 = V e i0 = 0 . (4.78)

L’eq. (4.64) diventa in questo caso (F (s) = 0):

U (s)(1 + RCs + LCs2 ) = V (RC + sLC)

da cui
s+ R L
s+ R L
U (s) = V =V .
s2 + R
L
s + 1
LC
(s − s1 )(s − s2 )

Si noti che, per qualunque valore di ∆, s1 , s2 6= −R/L; quindi non c’è


cancellazione fra numeratore e denominatore e U (s) ha sempre due poli
semplici (o un polo doppio). Per s1 6= s2 si ha
   
R
X  est s + L

u(t) = V Res
s=s1 ,s2
 (s − s1 )(s − s2 ) 

es1 t (s1 + R/L) − es2 t (s2 + R/L)


= V ,
s1 − s2
che soddisfa le condizioni iniziali:
s1 − s2
u(0) = V =V
s1 − s2
CV R R
    
s1 t s2 t
i(t) = e s1 s1 + − e s2 s2 + ⇒ i(0) = 0 .
s1 − s2 L L

119
R
Se invece s1 = s2 = − 2L
  
 est s + R
d R st
  
L
u(t) = Res =V s+ e
 (s − s1 )2  ds L
s=s1
s=s1
R
 
= V 1 + s1 t + t es1 t .
L
Si verifica facilmente che le condizioni iniziali sono soddisfatte:

u(0) = V
d R
  
i(t) = CV 1 + s1 t + t es1 t
dt L
R R s1 t
 
2
= CV s1 t + s1 t + 2s1 + e
L L
R
 
⇒ i(0) = 2s1 + =0.
L
In entrambi i casi, per t → +∞ sia la tensione u(t) che la corrente
i(t) tendono esponenzialmente a zero, come ci si aspetta. Anche qui
t → +∞ significa t >> 2L/R.

120
Capitolo 5

Spazi L2 e Distribuzioni

Sin dall’inizio del Capitolo 3.2 abbiamo visto l’importante ruolo giocato dalle
relazioni di ortogonalità (3.36) nel calcolo dei coefficienti di Fourier. In que-
sto capitolo torneremo su questo argomento trattandolo in modo un po’ più
approfondito, e ciò ci permetterà di dare una definizione di convergenza delle
serie (e trasformata) di Fourier molto più generale ed appropriata. Allarghe-
remo inoltre il campo delle funzioni introducendo il concetto di distribuzione;
riusciremo cosı̀ a derivare funzioni anche nei loro punti di discontinuità di I
specie e ad ampliare di molto il campo delle funzioni che ammettono T.F.

5.1 Spazi L2 e serie di Fourier

L’insieme di tutte le funzioni a valori complessi in un intervallo reale [a, b]


costituisce uno spazio vettoriale, ovvero spazio lineare, sui complessi.
Ogni funzione rappresenta quindi un vettore e lo spazio vettoriale si chia-
ma quindi spazio funzionale; la somma di vettori e il prodotto per un numero
complesso sono definiti dalle corrispondenti operazioni sulle funzioni.
Nello spazio funzionale si può inoltre definire il prodotto scalare di due
vettori, f e g, come

Z b
(f , g) = f ∗ (x)g(x)dx . (5.1)
a

Per aiutare la memoria, è utile notare l’analogia fra l’integrale (5.1) e la


consueta definizione

121
fi∗ gi .
X
(f , g) = (5.2)
i

di prodotto scalare negli spazi vettoriali (sui complessi) di dimensione finita;


negli spazi funzionali la variabile x gioca un ruolo analogo a quello dell’indice i
che individua la componente i-esima; la somma su i è sostituita dall’integrale
perché l’indice x corre su un insieme continuo, l’intervallo [a, b].
L’integrale (5.1) soddisfa le proprietà del prodotto scalare negli spazi
unitari:

1) linearità nel secondo fattore:

Z b
(f , αg + βh) = f ∗ (x) [αg(x) + βh(x)] dx
a
Z b Z b
= α f ∗ (x)g(x)dx + β f ∗ (x)h(x)dx
a a
= α(f , g) + β(f , h) .

2) Hermiticità:

"Z #∗
b Z b
∗ ∗
(f , g) = f (x)g(x)dx = f (x)g ∗ (x)dx = (g, f ) ,
a a

che si riduce alla commutatività nel caso di spazio vettoriale sui reali.

3) Positività1 :

Z b
(f , f ) = |f (x)|2 dx ≥ 0 , (5.3)
a

La radice quadrata del numero non negativo (f , f ) si dice norma del


vettore f :
q
kf k = (f , f ) (5.4)
1
Questa proprietà rende chiaro perché nelle definizioni (5.1) e (5.2) le “componenti”
del primo vettore siano soggette alla complessa coniugazione.

122
Notare che dalle proprietà 1) e 2) segue che il prodotto scalare (5.1) è
antilineare nel primo fattore:

(αf + βg, h) = α∗ (f , h) + β ∗ (g, h) .


Vale inoltre per il prodotto scalare la seguente disuguaglianza, detta
disuguaglianza di Schwartz:

|(f , g)| ≤ kf k · kgk . (5.5)


La disuguaglianza di Schwartz si può considerare come un’estensione agli
spazi funzionali della ben nota disuguaglianza della geometria euclidea |~a·~b| =
|ab cosϑ| ≤ ab, dove a e b sono le lunghezze (norme) dei due vettori e ϑ
l’angolo compreso.
È importante osservare che la definizione (5.1) di prodotto scalare ha
senso solo se le funzioni che consideriamo sono quadrato sommabili cioè
se esiste l’integrale (5.3) che definisce la norma di un vettore 2 .
Per essere precisi, dobbiamo dire che nella definizione di prodotto sca-
lare, e quindi di norma, si deve usare una generalizzazione dell’integrale di
Riemann dovuta a Lebesgue.
Per i nostri scopi non è necessario definire l’integrale di Lebesgue, ma
è sufficiente enunciarne le seguenti proprietà:
Proprietà P3: ogni funzione assolutamente integrabile alla Riemann,
in modo proprio o improprio, lo è anche alla Lebesgue e i due integrali
coincidono.
Viceversa, se in un punto x0 ∈ [a, b] una funzione diverge troppo per
essere integrabile alla Riemann (per esempio una f (x) = O(xα ) per x → 0,
con α ≤ −1, su un intervallo d’integrazione comprendente l’origine) allora
non è nemmeno integrabile alla Lebesgue. Analogamente, se all’infinito una
funzione va a zero troppo lentamente per essere integrabile alla Riemann su
intervallo infinito (per esempio una f (x) = O(xα ) per x → ∞,con α ≥ −1),
allora non è nemmeno integrabile alla Lebesgue.
Proprietà P4: come per l’integrale di Riemann, ogni funzione assolu-
tamente integrabile è anche integrabile, ma per l’integrale di Lebesgue vale
anche il viceversa 3 .
2
È molto facile mostrare che l’esistenza della norma di due vettori implica che anche il
loro prodotto scalare esiste.
3
per essere pignoli, l’assoluta integrabilità implica l’integrabilità alla Lebesgue solo
nell’ipotesi che la funzione sia misurabile, ma questo è il caso per tutte le funzioni di
interesse in fisica; quindi daremo sempre per scontata la misurabilità, senza nemmeno
preoccuparci di definirla.

123
Grazie alla proprietà P3, per calcolare un integrale alla Lebesgue di fatto
si continua a calcolare il solito integrale di Riemann.
Perché allora complicarci la vita con l’integrale di Lebesgue? La ragione
è che esistono delle funzioni piuttosto bizzarre che sono sommabili, cioè
integrabili alla Lebesgue, senza esserlo alla Riemann 4 ; tali funzioni, del tutto
prive di interesse per la fisica, sono però essenziali per rendere completo lo
spazio funzionale, nel senso che preciseremo fra poco.
Un esempio di tali funzioni un pò strambe è la funzione di Dirichlet, cosı̀
definita su tutto l’asse reale:

(
1 x∈Q
d(x) =
0 x∈
/Q,
dove Q è l’insieme dei numeri razionali.
Si può dimostrare che tale funzione, che evidentemente non è integrabile
alla Riemann, è però sommabile e che il suo integrale di Lebesgue vale zero.
La funzione di Dirichlet è diversa da zero solo sui razionali, cioè su
un’infinità numerabile di punti; il fatto che il suo integrale si annulli è un
caso particolare della più generale
Proprietà 5: Condizione necessaria e sufficiente affinché una funzione
a valori reali non negativi abbia integrale di Lebesgue nullo è che essa sia
quasi ovunque nulla nell’intervallo (finito o infinito) di integrazione; dicendo
che una proprietà vale quasi ovunque (che si abbrevia con q.o.) su un
intervallo si intende che l’insieme dei punti in cui non vale sia di misura
nulla, cioè, in pratica, finito o infinito numerabile5 .
Come conseguenza della Proprietà 5 si può allora affermare che il vettore
nullo (cioè il vettore di norma nulla, che vogliamo sia unico) è rappresentato
dall’intera classe delle funzioni quasi ovunque nulle; analogamente, a ogni
vettore dello spazio astratto corrisponde una classe di funzioni quasi ovunque
uguali quadrato sommabili; tale spazio, dotato del prodotto scalare (5.1), 6
si denota con il simbolo L2 (a, b).
Si denota invece con L(a, b) lo spazio delle funzioni sommabili 7 .
4
Inoltre l’integrale di Lebesgue gode di proprietà, discusse in Appendice E, che rendono
molto più semplice derivare sotto il segno, scambiare il limite con l’integrale e scambiare
l’ordine d’integrazione in integrali multipli.
5
Nel piano, un insieme di misura nulla può essere costituito non solo da un’infinità
numerabile di punti, ma anche da un numero finito o infinito numerabile di segmenti (o
curve differenziabili) e cosı̀ via.
6
che evidentemente non dipende da quale funzione si sceglie per rappresentare la classe.
7
In L(a, b) non è definito il prodotto scalare, anche se è ancora uno spazio vettoria-
le normato; per la reazione di inclusione fra L(a, b) e L2 (a, b), su intervallo finito, vedi
Appendice E.

124
Due funzioni f (x) e g(x) appartenenti a L2 (a, b) si definiscono ortogonali
se il loro prodotto scalare è nullo:

Z b
(f , g) = f ∗ (x)g(x)dx = 0 .
a

Un sistema di funzioni {φi (x)} ∈ L2 (a, b) si definisce ortonormale (ON)


se

Z b
(φi , φk ) = φ∗i (x)φk (x)dx = δik , ∀i, k .
a

Sia {φ1 φ2 ..., φn } un sistema ortonormale finito di L2 (a, b) e sia f (x) ∈


L2 (a, b) definita da:

n
X
f (x) = ck φk (x) (5.6)
k=1

o equivalentemente, in linguaggio vettoriale:

n
X
f= ck φk , (5.7)
k=1

dove ck sono arbitrari numeri complessi. Le componenti ci del vettore f lungo


le direzioni φi si calcolano subito moltiplicando scalarmente la (5.7) per il
vettore φi ; si ottiene:

Z b n n
φ∗i (x)f (x)dx =
X X
(φi , f ) = ck (φi , φk ) = ck δik = ci . (5.8)
a k=1 k=1

Questo risultato era ovviamente atteso, poiché stiamo lavorando in uno spa-
zio a numero finito di dimensioni, la varietà ennedimensionale generata dai
vettori φ1 , · · · φn . In L2 (a, b) esistono però sistemi ON formati da un’infinità
numerabile di vettori; per esempio la eq.(3.36) mostra che in L2 (0, 2π) le
funzioni trigonometriche (in forma esponenziale)
eilx
φl (x) = √ (5.9)

formano un sistema ON infinito numerabile. Per estendere la (5.6) al caso
in cui n sia infinito, bisogna affrontare il problema della convergenza della
serie, e questo è l’argomento centrale di questo paragrafo.

125
Se {φi , i = 1, 2, ...} è un insieme infinito numerabile di funzioni orto-
normali di L2 (a, b) e ∀f (x) ∈ L2 (a, b), consideriamo dapprima la proiezione
ortogonale fN del vettore f sul sottospazio generato dai vettori ON φ1 , · · · φN .
Essa è data da

N
X
fN (x) = ci φi (x) N = 1, 2 · · · , (5.10)
i=1
con
Z b
ci = (φi , f ) ≡ φ∗i (x)f (x)dx, (5.11)
a

e si dice ridotta N -esima dello sviluppo in serie di Fourier del vettore f


nel sistema {φi }, mentre le costanti ci sono i coefficienti di Fourier dello
sviluppo.
Dimostriamo innanzitutto la seguente disuguaglianza, detta disugua-
glianza di Bessel:


|ck |2 ≤ (f , f ) .
X
(5.12)
k=1

Da
kf − fN k2 ≥ 0 (5.13)
segue che

N N
kf − fN k2 = (f , f ) + c∗k cl (φk , φl ) − [ck (f , φk ) + c∗k (φk , f )]
X X

k,l=1 k=1
N N
|ck |2 − (ck c∗k + c∗k ck )
X X
= (f , f ) +
k=1 k=1
N
|ck |2 ≥ 0 ,
X
= (f , f ) −
k=1

da cui
N
|ck |2 ≤ (f , f ) .
X

k=1

Questo risultato vale per qualunque N . Facendo tendere N a infinito si


ottiene infine la disuguaglianza di Bessel (5.12): la serie dei moduli quadra-
ti dei coefficienti di Fourier di un vettore f è minore o uguale alla norma
quadrata del vettore.

126
Se il sistema di vettori {φk } è tale che la disuguaglianza di Bessel vale
con il segno = per ogni f , allora il sistema di vettori {φk } si dice completo
e costituisce una base ON in L2 (a, b). La (5.12) diventa allora

|ck |2 = (f , f )
X
(5.14)
k=1

e prende il nome di equazione di Parseval.


In uno spazio unitario a N dimensioni un sistema ON è completo se e
solo se è costituito da N vettori; un insieme infinito numerabile invece non
cambia il numero dei suoi elementi (la sua potenza) anche se da esso ne tolgo
uno o più; quindi l’unico criterio che mi assicura che non mi sia perso dei
vettori base, cioè che il sistema sia completo, è, come abbiamo appena detto,
che sia soddisfatta l’equazione di Parseval (5.14), che generalizza il Teorema
di Pitagora agli spazi infinito dimensionali.
Uno spazio unitario infinito dimensionale in cui esista un sistema ON com-
pleto infinito numerabile si dice separabile; si può dimostrare che L2 (a, b)
è separabile, qualunque sia l’intervallo (a, b), finito o infinito; in particolare
per (a, b) = (0, 2π) un sistema completo è dato dalle funzioni trigonometri-
che (5.9). Per aiutare la memoria si può dire, in modo molto rozzo, che uno
spazio separabile ha dimensione infinita numerabile.
L’equazione di Parseval ci permette anche di dare un senso preciso alla
convergenza della serie di Fourier. Infatti da:
N
2
|ck |2
X
kf − fN k = (f , f ) − (5.15)
k=1

e dall’equazione di Parseval (5.14) segue che:

lim kf − fN k2 = 0. (5.16)
N →∞

Per definizione di limite nello spazio vettoriale astratto , l’equazione (5.16)


è equivalente alla scrittura:

X
f = lim fN = ck φk . (5.17)
N →∞
k=1

Abbiamo cosı̀ definito la somma della serie di Fourier nello spazio vettoriale
astratto; in termini di funzioni la (5.16) significa:
Z b
lim |f (x) − fN (x)|2 dx = 0, (5.18)
N →∞ a

127
dove la ridotta N − esima della serie di Fourier è data dalla (5.10) con i
coefficienti (5.11).
La (5.18) si abbrevia nel modo seguente:

f (x) = l.i.m.N →∞ fN (x) , (5.19)

dove l.i.m. si legge per limite in media quadratica. La convergenza della


serie di Fourier si può quindi esprimere nei 5 modi (5.14), (5.16), (5.17),
(5.18), (5.19) perfettamente equivalenti.
Molto spesso si scrive più semplicemente (e lo faremo anche noi):

X
f (x) = ci φi (x), (5.20)
i=1

ma l’espressione (5.20) è corretta solo se interpretata come un’abbreviazione


della (5.19); in generale, la serie dei numeri complessi a secondo membro
della (5.20) può non convergere, o convergere a un valore diverso dal numero
complesso f (x); infatti le eq. (5.18) o (5.19) non ci dicono assolutamente
nulla della convergenza puntuale della serie a secondo membro della eq.(5.20),
come era da aspettarsi, visto che la funzione f (x) è solo un rappresentante
all’interno di una classe di funzioni quasi ovunque uguali; quindi, per esempio,
se in un punto x0 si aggiunge a f (x0 ) una costante, non cambia nulla nei
coefficienti di Fourier ci dati dalla (5.11) e quindi nel secondo membro della
eq.(5.20), ma ovviamente cambia il primo membro.
La convergenza (5.19) richiede solo che f ∈ L2 (a, b) e che il sistema {φi }
sia ONC; la convergenza puntuale della (5.20) in uno specifico punto x0 ∈
[a, b] richiede invece tutt’altre condizioni su f , discusse nel Cap. 3.2.
Si può dimostrare che lo spazio L2 (a, b) è completo 8 , cioè che per ogni
infinità numerabile di numeri complessi ci tali che i |ci |2 < ∞, esiste una f ∈
P

L2 (a, b) tale che f = ci φi (È per questa dimostrazione che è importante che
P

l’integrale sia di Lebesgue e che vengano quindi incluse nello spazio funzionale
anche funzioni non integrabili alla Riemann).
Uno spazio vettoriale sui complessi, dotato di prodotto scalare e completo,
si dice spazio di Hilbert.
La completezza di uno spazio, in particolare dello spazio L2 (a, b), e la
sua separabilità, permettono di stabilire una corrispondenza biunivoca fra i
suoi elementi f e gli insiemi infiniti numerabili dei loro coefficienti di Fourier
ci , che possiamo considerare come le componenti di un vettore rispetto alla
base φi prefissata.
8
Purtroppo la parola completo viene usata con due significati del tutto diversi: la
completezza dello spazio non ha nulla a che fare con la completezza di un sistema di
funzioni o vettori.

128
È facile mostrare che tale corrispondenza conserva i prodotti scalari: se
P P
f (x) = i ci φi e g(x) = i di φi , allora
∞ ∞ ∞
!
Z b
f ∗ (x)g(x) dx = c∗i (φi , g) = c∗i di , (5.21)
X X X
(f , g) = ci φi , g =
a i=1 i=1 i=1

dove si sono usate l’antilinearità e la continuità9 del prodotto scalare nel


primo fattore. Quindi tutti gli spazi di Hilbert separabili (infinito dimensio-
nali), in particolare gli spazi L2 (a, b), sono isomorfi fra loro e con lo spazio di
Hilbert delle componenti, i cui elementi sono i vettori colonna di componenti
ci , con i = 1, 2, .., con il vincolo ∞ 2
i=1 |ci | < ∞; le proprietà di uno spazio si
P

traducono in corrispondenti proprietà dell’altro.

5.1.1 Trasformata di Fourier in L2

Spesso in fisica intervengono spazi L2 ; in particolare l’ambiente in cui vi-


ve naturalmente la Meccanica Quantistica è quello degli spazi di Hilbert
separabili, che possono essere realizzati da spazi di funzioni quadrato som-
mabili.
È quindi concettualmente molto importante estendere la definizione di
Trasformata di Fourier, che nella sua forma (4.7) si applica solo a f (x) ∈
L(R), anche a f (x) ∈ L2 (R).
Su intervallo infinito una funzione può essere quadrato sommabile senza
essere sommabile (vedi esempio E.6 in Appendice E), ma su intervallo finito
L2 (a, b) ⊂ L(a, b); quindi per una generica f (x) ∈ L2 (R) l’integrale
1 Z N −ikx
√ e f (x)dx = FN (k) (5.22)
2π −N
esiste certamente, ma non è detto che ne esista il limite (puntuale) per N →
∞. Si può invece dimostrare che ∀f (x) ∈ L2 (R) esiste sempre una F (k) ∈
L2 (R) tale che

F (k) = l.i.m.N →∞ FN (k) , (5.23)

dove l.i.m. significa limite in media quadratica, cioè che


9
La continuità del prodotto scalare, cioè l’uguaglianza (limN →∞ fN , g) =
limN →∞ (fN , g), può essere facilmente dimostrata a partire dalla disuguaglianza di
Schwartz (5.5) e dalla definizione (5.16) di f = limN →∞ fN .

129
Z +∞
2
lim kF − FN k = lim |F (k) − FN (k)|2 dk = 0 .
N →∞ N →∞ ∞

Si può anche dimostrare che la f (x) è la antitrasformata di Fourier della


F (k) nello stesso senso di media quadratica, ovvero

Z +∞
f (x) = l.i.m.N →∞ fN (x) ⇔ lim |f (x) − fN (x)|2 dx = 0 , (5.24)
N →∞ ∞

dove

1 Z N ikx
fN (x) = √ e F (k) dk . (5.25)
2π −N
In fisica si continua a scrivere
1 Z +∞ −ikx 1 Z +∞ ikx
F (k) = √ e f (x)dx , f (x) = √ e F (k)dk (5.26)
2π −∞ 2π −∞
anche per f (x) ∈ L2 , ma la scrittura corretta è data dalle equazioni (5.22),
(5.23), (5.24), (5.25). Naturalmente le (5.26) sono anche formalmente cor-
rette se f (x) ∈ L(R) L2 (R), F (k) ∈ L(R) e f (x) è di classe C 1 nel punto
T

x. Come lo sviluppo in serie di Fourier, anche la Trasformata di Fourier con-


serva i prodotti scalari (ha senso parlare di questi perché lavoriamo in L2 );
vale cioè l’uguaglianza di Parseval generalizzata
Z +∞ Z +∞

F (k)G(k) dk = f ∗ (x)g(x) dx , (5.27)
−∞ −∞
dove f, g ∈ L2 (R) e F, G ∈ L2 (R) sono le loro trasformate di Fourier.
La dimostrazione è immediata 10 , usando il teorema di Fubini Tonelli
(vedi Appendice E) per scambiare l’ordine di integrazione:

Z ∞ 1 Z +∞ Z +∞
∗ ∗
F (k)G(k) dk = √ dk F (k) dx e−ikx g(x)
−∞ 2π −∞ −∞
∗
1 Z +∞
Z +∞ Z +∞
=√ dx g(x) dk e−ikx F ∗ (k) = f ∗ (x)g(x) dx .
2π −∞ −∞ −∞

Il contenuto di questo paragrafo va sotto il nome di “Teorema di Plan-


cherel” per i matematici.
Caso particolare della (5.27) è la conservazione della norma; un interes-
sante esempio a questo proposito è il seguente:
10
Per semplicità qui si usano le ipotesi (non necessarie) che g(x) sia anche sommabile e
valga puntualmente la (4.6).

130
• Esempio

La trasformata di Fourier della funzione


f (t) = e−t/T sin(ω0 t)θ(t) ,
che descrive il moto di un oscillatore armonico smorzato, è

1 Z∞ −iωt 1 Z ∞ −t/T
F (ω) = √ f (t)e dt = √ e sin(ω0 t)e−iωt dt
2π −∞ 2π 0
Z ∞ Z ∞
1

= √ e(−1/T −iω+iω0 )t dt − e(−1/T −iω−iω0 )t dt
2i 2π 0 0
" #
1 1 1
= √ − ,
2i 2π 1/T + i(ω − ω0 ) 1/T + i(ω + ω0 )
cioè

" #
1 1 1
F (ω) = √ − .
2 2π (ω − ω0 ) − i/T (ω + ω0 ) − i/T
Per dare un’interpretazione fisica alle funzioni f (t) e F (ω), supponiamo
che f (t) sia il campo elettrico di un’onda irradiata. Allora la potenza
R∞
irra-
diata è W ∝ |f (t)| e l’energia totale irradiata è proporzionale a 0 |f (t)|2 dt.
2

Dal teorema di Parseval

Z ∞ 1 Z∞
2
|f (t)| dt = |F (ω)|2 dω .
0 2π −∞
Quindi |F (ω)|2 rappresenta (a meno di costanti) l’energia irradiata per in-
tervallo unitario di frequenza:

1 ω02
|F (ω)|2 = .
2π (ω02 − ω 2 )2 + 2 ω02 +ω 2
+ 1
T2 T4

Se T è molto grande (T >> ω0−1 ), l’energia irradiata per intervallo uni-


tario di frequenza è fortemente piccata in ω = ω0 e la larghezza del picco è
inversamente proporzionale a T :

ω02 T 2
|F (ω)|2 '
(ω02 − ω 2 )2 T 2 + 2(ω02 + ω 2 )

131
5.2 Sistemi ONC in L2

Passiamo ora a considerare alcuni esempi di spazi L2 e di relativi sistemi


ONC al loro interno.

• Le funzioni trigonometriche

Il sistema delle funzioni esponenziali

eikx
( )
√ , k = 0, ±1, ±2, ... (5.28)

che avevamo già visto in (5.9), costituisce una base ON in L2 (0, 2π).
Usando le formule di Eulero, esso può essere riscritto come sistema
trigonometrico:
( )
1 cos nx sin nx
√ , √ , √ ; n = 1, 2, · · · (5.29)
2π π π

• Il sistema delle potenze e i polinomi ortogonali

Oltre al sistema delle funzioni trigonometriche, di cui ci siamo occupati


finora, un altro esempio di sistema completo in uno spazio L2 è il sistema
delle potenze

{xn } = {1, x, x2 , x3 , ...} (5.30)

Si può dimostrare che il sistema (5.30) è completo in L2 in qualsiasi intervallo


finito (a, b), ma evidentemente esso non è ortogonale:

Z b
xn xm dx 6= 0 (5.31)
a

anche per n 6= m.

132
È possibile tuttavia ortogonalizzarlo, passando dalle funzioni xn a loro
combinazioni lineari, che saranno polinomi Pn (x), costruiti in modo tale che
11
Z b
Pn (x)Pm (x)dx = hn δnm .
a

A questo scopo si sceglie P0 (x) = 1, si pone P1 (x) = x + α e si fissa α


in modo che P1 (x) sia ortogonale a P0 (x); poi si pone P2 (x) = x2 + βx + γ
e si fissano β e γ in modo che P2 (x) sia ortogonale a P1 (x) e a P0 (x), e cosı̀
via. È ovvio che i coefficienti α, β, γ ... dipenderanno dall’intervallo (a, b)
che definisce L2 (a, b); inoltre i polinomi Pn (x) cosı̀ ottenuti potranno essere
moltiplicati per opportune costanti per normalizzarli a 1 o a un’altra costante
hn a scelta.
Il sistema di polinomi ortogonali cosi’ ottenuto è completo in L2 (a, b).
Di conseguenza ogni funzione f (x) ∈ L2 (a, b) può essere approssimata in
media quadratica, bene quanto si vuole, con una serie di polinomi ortogonali:


X
f (x) = αn Pn (x) .
n=0

Per esempio nell’intervallo (−1, 1) la procedura di ortogonalizzazione con-


duce ai polinomi di Legendre, definiti dalla formula di Rodrigues:

1 dn 2
Pn (x) = (x − 1)n , (5.32)
2n n! dxn
dove si è usata la normalizzazione convenzionale:

Z 1 2
Pm (x)Pn (x)dx = δmn . (5.33)
−1 2n + 1
Per dimostrare che (Pm , Pn ) = 0 per n 6= m basta scrivere, per m < n
dn dn
" #
Z 1 Z 1
(Pm , Pn ) = cost dxPm (x) n (x2 −1)n = cost dx Pm (x) (x2 −1)n ,
−1 dx −1 dxn
(5.34)
dove si è integrato n volte per parti tenendo conto che i contributi negli
estremi si annullano poiché
+1
dl 2
n
(x − 1) = 0 per ogni l ≤ n − 1 , (5.35)
dxl
−1
11
Per ragioni di comodità e tradizione non sempre le costanti positive hn sono scelte
uguali a 1.

133
e accorgersi che
dn
Pm (x) = 0 ∀n ≥ m + 1 . (5.36)
dxn
Dalla (5.32) segue che i primi polinomi di Legendre sono

1
P0 (x) = 1 , P1 (x) = x , P2 (x) = (3x2 − 1) , · · · .
2
Inoltre è facile dimostrare che i polinomi di Legendre obbediscono all’equazione
differenziale di Legendre

(1 − x2 )Pn00 (x) − 2xPn0 (x) + n(n + 1)Pn (x) = 0 con n = 0, 1, 2, · · · (5.37)

che si può scrivere nella forma compatta

d 2 d
Lx Pn (x) = λn Pn (x) con Lx = (x − 1) e λn = n(n + 1) . (5.38)
dx dx
h i
d d
Dimostrazione: Fn (x) = dx (x2 − 1) dx Pn (x) è ancora evidentemente un
polinomio di grado n; può quindi essere scritto nella forma
n
X (n)
Fn (x) = αl Pl (x) (5.39)
l=0

(n)
con gli αl proporzionali a
Z 1 Z 1 d 2 d
dxPl (x)Fn (x) = (x − 1) Pn (x)
dxPl (x)
−1 −1
"
dx dx #
Z 1 Z 1
2 d d
= − dx (x − 1) Pl (x) Pn (x) = dxFl (x)Pn (x) ,
−1 dx dx −1

(5.40)

dove si è ripetutamente integrato per parti; usando di nuovo la (5.39) e la


(n)
(5.33) si ricava subito che αl = 0 per l < n; che αn(n) valga proprio n(n + 1)
segue dal conto esplicito della potenza più alta di Fn :
d 2 d d 2 d
(x −1) xn +· · · = (x −1)nxn−1 +· · · = n xn+1 +· · · = n(n+1)xn +· · · .
dx dx dx dx
(5.41)

• Polinomi ortogonali su intervallo infinito

134
Se l’intervallo è infinito non è possibile utilizzare direttamente le potenze
perché esse non sono quadrato sommabili (l’integrale (5.31) non esiste). Tut-
tavia sull’intervallo (−∞, +∞) si può introdurre un fattore di convergenza
2 2
e−x , definire il sistema di funzioni {e−x /2 xn }, quadrato sommabili sull’asse
reale qualunque sia n = 0, 1, 2, ..., e ortogonalizzarlo secondo il metodo appe-
na descritto. Questo conduce ai polinomi di Hermite, dati dalla formula
di Rodrigues generalizzata
2 dn −x2
Hn (x) = (−1)n ex e , n = 0, 1, 2 · · · (5.42)
dxn
e normalizzati come segue:

Z +∞ 2 √
e−x Hm (x)Hn (x)dx = 2n n! πδmn .
−∞

L’ortogonalità dei polinomi dati dalla (5.42) si dimostra come per i poli-
nomi di Legendre. I primi polinomi di Hermite sono

H0 (x) = 1 , H1 (x) = 2x , H2 (x) = 4x2 − 2 · · · .

L’equazione differenziale a cui obbediscono i polinomi (5.42) è l’equazione


differenziale di Hermite:

Hn00 (x) − 2xHn0 (x) + 2nHn (x) = 0 con n = 0, 1, 2, , · · · , (5.43)

ovvero " #
x2 d −x2 d
e e Hn (x) = −2nHn (x) , (5.44)
dx dx
mentre le funzioni associate di Hermite
2 /2
ψn (x) = e−x Hn (x) , n = 0, 1, 2 · · · (5.45)
che formano una base ortogonale in L2 (R), (ψn , ψm ) = δnm hn , sono solu-
zioni dell’equazione dell’oscillatore armonico quantistico:
d2
Lx ψn (x) = λn ψn (x) con Lx = − + x2 e λn = 2n + 1 , (5.46)
dx2
che si dimostra in stretta analogia alla (5.38). L’esistenza del sistema ONC
(5.45), ovviamente numerabile, implica che anche lo spazio delle funzioni
quadrato sommabili sull’intero asse reale è separabile.

135
• Polinomi di Laguerre

Analogamente nell’intervallo (0, +∞) si può partire dal sistema {e−x/2 xn+γ/2 },
con γ > −1, e ortogonalizzarlo, ottenendo cosı̀ i polinomi di Laguerre Lγn , su
cui non ci soffermiamo. Le funzioni e−x/2 xγ/2 Lγn (x) formano, per ogni γ > −1
fissato, un sistema ONC in L2 (0, ∞)

5.2.1 Operatori autoaggiunti e sistemi ortogonali

Abbiamo dato qualche esempio di sistemi ONC, ma ci si può chiedere se


esista un modo più generale per costruirli. Per rispondere a questa domanda
osserviamo che i polinomi di Legendre {Pn } e le funzioni associate di Hermite
{ψn }, che sono sistemi ONC in un opportuno spazio L2 (a, b), condividono
la proprietà di essere autofunzioni di un operatore L, la cui espressione dif-
ferenziale è data dagli Lx rispettivamente di eq. (5.38) e eq. (5.46), munito
di opportune condizioni al contorno che lo rendono autoaggiunto. Ciò si-
gnifica, nei nostri casi particolari, che il dominio di L comprende solo quelle
funzioni che, oltre a essere derivabili quanto basta, siano anche limitate e
quadrato sommabili, cosicché si possa ripetutamente integrare per parti in
modo da poter dimostrare

(u, Lv) = (Lu, v) ≡ (v, Lu)∗ , (5.47)

∀u, v che appartengono al dominio di L; per esempio su L2 (R):

d2
!
Z +∞ Z +∞
∗ ∗
(u, Lv) = u (x)Lx v(x) = u (x) − 2 + x2 v(x)
−∞ −∞ dx
#∗
2
" !
Z +∞ d
= − 2 + x2 u(x) v(x) . (5.48)
−∞ dx
d
Lo stesso vale anche per i sistemi trigonometrici, se si prende Lx = −i dx , con
condizioni al contorno periodiche u(π) = u(−π). Infatti
!
Z +π d
(u, Lv) = ∗
dxu (x) −i v(x) = −i u∗ (x)v(x)|+π
−π
−π dx
" # " #∗
Z +π d ∗ Z +π
d
+ dx i u (x) v(x) = dx −i u(x) v(x)
−π dx −π dx
= (Lu, v) . (5.49)

136
Notare l’importanza delle condizioni al contorno periodiche per poter
“buttar via” il contributo agli estremi nell’integrazione per parti. Confron-
tando (φn , Lφn ) = λn (φn , φn ) con la sua complessa coniugata e usando la
(5.47) si vede subito che

• gli autovalori di un operatore autoaggiunto sono reali.

È anche facile dimostrare che

• l’insieme delle autofunzioni degli operatori autoaggiunti è or-


togonale: da
Lφn = λn φn , Lφm = λm φm , (5.50)
moltiplicando scalarmente la prima equazione per φm e la seconda per
φn , usando la (5.47) e sottraendo dalla prima equazione il complesso
coniugato della seconda segue

0 = (λn − λm ) (φn , φm ) (5.51)

da cui
(φn , φm ) = 0 se λn 6= λm . (5.52)

Notare che queste due proprietà sono identiche a quelle degli operatori (ma-
trici) hermitiani negli spazi unitari finito dimensionali. Il discorso invece sulla
completezza dei sistemi di autofunzioni di un operatore autoaggiunto in uno
spazio infinito dimensionale è molto più delicato e non sarà affrontato qui: ci
limitiamo a dire che tale sistema è completo per gli esempi visti qui (polino-
mi di Legendre in L2 (−1, 1), funzioni associate di Hermite in L2 (R), sistema
trigonometrico in L2 (−π, π)) e in molti altri, ma ciò non è sempre vero.
Perché il sistema di autofunzioni di un operatore autoaggiunto sia completo
è talvolta necessario includervi autofunzioni generalizzate, rappresentate da
“distribuzioni” anziché da funzioni quadrato sommabili; daremo un esempio
nel prossimo paragrafo. Vogliamo terminare questo paragrafo sottolineando
l’importanza delle condizioni al contorno. Per esempio l’equazione
d
−i u(x) = λu(x) (5.53)
dx
ammette la soluzione eiλx per ogni λ ∈ C; è solo la richiesta di periodicità
u(π) = u(−π) che seleziona i λ ∈ Z, e questa ci dà una base ortogonale in
L2 (−π, π); sull’intervallo (−∞, +∞) i valori reali di λ sono selezionati dalla
richiesta che u(x) sia limitata su tutto l’asse reale.

137
5.3 La δ di Dirac e le distribuzioni

Le funzioni eiλx , con λ ∈ R, sono autofunzioni non quadrato sommabili


dell’operatore autoaggiunto −id/dx e costituiscono una “base generalizza-
ta” in L2 (R) nel senso che ogni f (x) ∈ L2 (R) è sviluppabile, per cosı̀ dire,
in una loro “combinazione lineare continua” mediante l’antitrasformata di
Fourier (5.26). Non si può invece dire che le funzioni φλ (x) = eiλx costitui-
scano un sistema ortogonale in senso stretto in L2 (R); infatti, proprio perché
non sono
  quadrato
R +∞
sommabili, se cerchiamo di calcolare il prodotto scalare
φλ , φµ = −∞ dxe−iλx eiµx troviamo un integrale privo di senso. Tuttavia
se ci ricordiamo la definizione (4.7) di Trasformata di Fourier e quella (4.6)
di antitrasformata, per ogni funzione f (x) sommabile e di classe C 1 su tutto
R possiamo scrivere
1 Z +∞ 1 Z +∞ Z +∞
f (x) = √ dkF (k)eikx = dkeikx dye−iky f (y) . (5.54)
2π −∞ 2π −∞ −∞
 
Per la stessa ragione per cui non esiste il prodotto scalare φλ , φµ non è
possibile scambiare l’ordine di integrazione in (5.54). Se scriviamo però
1 Z +N Z +∞
f (x) = lim dkeikx
dye−iky f (y) (5.55)
N →∞ 2π −N −∞

il teorema di Fubini Tonelli ci permette di scambiare l’ordine di integrazione


ottenendo Z +∞
f (x) = lim dN (y − x)f (y)dy , (5.56)
N →∞ −∞

dove
1 Z +N 1 sin N t
dN (t) = dke−ikt = . (5.57)
2π −N π t
Ovviamente non ha senso scambiare il limite con l’integrale poiché il limite
puntuale per N → ∞ di dN (t) non esiste. Tuttavia si può scrivere

lim dN (t) = δ(t) , (5.58)


N →∞

dove la “funzione δ di Dirac” non è una funzione ma un nuovo oggetto


chiamato distribuzione; il limite è inteso “in senso debole” o “nel senso
delle distribuzioni” e significa esattamente la eq. (5.56); per dare senso
alla (5.58) si deve cioè moltiplicare per una “funzione di prova” (che per
comodità in matematica si sceglie infinitamente derivabile e decrescente al-
l’infinito più rapidamente di ogni potenza; chiamiamo S lo spazio lineare di

138
tali funzioni di prova), integrare sulla variabile e poi fare il limite. Si scrive
allora per ogni funzione di prova g(x)
Z +∞ Z +∞
lim dydN (y − x)g(y) = δ(y − x)g(y)dy = g(x) . (5.59)
N →∞ −∞ −∞

L’ultima uguaglianza, che si può anche scrivere


Z +∞
δ(t)g(t)dt = g(0) , (5.60)
−∞

va intesa come definizione della δ di Dirac, dove il segno di integrale è


puramente simbolico. Simbolicamente si scrive anche
1 sin N t 1 Z +∞
δ(t) = lim = dke−ikt , (5.61)
N →∞ π t 2π −∞
dove il limite (anche degli estremi di integrazione) va inteso in senso debole;
si deve cioè prima moltiplicare per una funzione di t, integrare su t, e poi
integrare su k. Più in generale la δ di Dirac non è che un esempio (il più
importante) di distribuzione, definita nel modo seguente:
• una distribuzione (temperata) T è un funzionale lineare continuo sullo
spazio S delle funzioni di prova, cioè un’applicazione lineare continua12
di S in C:
T : S→C (5.62)
che si indica con la notazione seguente:

T : g 7→ (T, g) ∈ C , (5.63)

dove g è una qualsiasi funzione di prova.


Il simbolo (T, g) richiama quello di prodotto scalare, e infatti in fisica si scrive
abitualmente Z +∞
(T, g) ≡ T (x)∗ g(x)dx ; (5.64)
−∞

tuttavia l’integrale a II membro non sempre è un vero integrale (di Lebesgue);


lo è se, per esempio, T (x) e g(x) sono entrambe funzioni quadrato sommabili.
Nella teoria delle distribuzioni g(x) è una funzione non solo quadrato som-
mabile ma molto più buona (S ⊂ L2 (R)); in compenso non è necessario che
T (x) sia quadrato sommabile; basta che sia localmente sommabile e non
12
Per dare un senso compiuto all’aggettivo “continua” dovremmo definire il concetto di
limite in S, che è molto più forte del semplice limite puntuale, ma non abbiamo tempo di
farlo qui.

139
troppo crescente per x → ±∞ (ci pensa g(x) ad assicurare la convergenza
dell’integrale) o addirittura, come nel caso della δ di Dirac, non è nemmeno
necessario che sia una funzione; in quest’ultimo caso la (5.64) non è che un
modo simbolico di scrivere la (5.63), dove la prescrizione per associare ad
ogni g ∈ S il numero complesso (T, g) è data in qualche altro modo, per
esempio per la δ di Dirac

δ : g 7→ g(0) ∈ C , ∀g(x) ∈ S (5.65)

che i fisici scrivono nella forma (5.60). Il concetto di distribuzione gene-


ralizza quindi quello di funzione (i russi chiamano le distribuzioni funzioni
generalizzate). La δ di Dirac può essere rappresentata come limite debole
di una successione non solo mediante la (5.61)ma in molti altri modi. Per
ogni funzione D(x) ∈ L(R) e tale che
Z +∞
D(x)dx = 1 (5.66)
−∞

si può provare
δ(x) = lim N D(N x) debole; (5.67)
N →∞

basta infatti moltiplicare per una funzione di prova qualsiasi g(x) e integrare
per ottenere
Z +∞ Z +∞ Z +∞ 
y

δ(x)g(x)dx = lim N D(N x)g(x)dx = lim D(y)g dy
−∞ N →∞ −∞ N →∞ −∞ N
= g(0) , (5.68)

dove:

a) si è prima integrato e poi preso il limite, in accordo con la definizione


di limite debole;

b) si è fatto il limite sotto il segno usando il teorema (E.1) dell’Appen-


dice E, tenendo conto che g ∈ S ⇒ ∃M > 0/|g(x)| < M, ∀x ∈ R e
quindi che |D(y)g(y/N )| < M |D(y)|.

Tra le possibili rappresentazioni della delta di Dirac citiamo le seguenti (dove


si è anche posto  = N1 ):

1.
1 2 N 2 1 2 2
D(x) = √ e−x ⇒ δ(x) = lim √ e−(N x) = lim √ e−x / (5.69)
π N →∞ π →0+  π

140
2.
x < − 12 1
 
 0
  0
 x < − 2N
D(x) = 1 |x| < 12 ⇒ δ(x) = lim N 1
|x| < 2N
N →∞ 
x > 21 . 1


0 
0 x > 2N .
  
 0 / − 2 , 2
x∈
= lim  
→0+  1 x ∈ − 2 , 2

(5.70)

3.
1 1 N 1 1 
D(x) = 2
⇒ δ(x) = lim 2
= lim
π x +1 N →∞ π (N x) + 1 →0+ π x + 2
2

(5.71)

È importante osservare che il limite debole nella (5.67) non ha niente a


che fare con il limite puntuale, che ha tuttavia importanza storica poiché
esso coincide con la definizione intuitiva data da Dirac alla sua funzione
δ: “una funzione che è nulla dappertutto salvo che nell’origine, dove vale
infinito, in modo tale che il suo integrale sull’asse reale valga uno”
 (notare

R +∞
che −∞ N D(N x)dx = 1, ∀N ). Ritornando al “prodotto scalare” φλ , φµ ,
con φλ (x) = eiλx , si può quindi scrivere
 
φλ , φµ = 2πδ(λ − µ) , (5.72)

che generalizza a intervallo infinito la relazione di ortogonalità in L2 (−π, π)

(φl , φm ) = 2πδlm (5.73)

con φl (x) = eilx . La δ di Dirac può quindi essere vista come generalizzazione
della δ di Krönecker a indice continuo; si confrontino anche le proprietà
caratteristiche

δlm = 0 , l 6= m ↔ δ(λ − µ) = 0 , λ 6= µ (5.74)


X Z
δlm = 1 ↔ dλδ(λ − µ) = 1 . (5.75)
l

Enunciamo ora un’importante proprietà della delta di Dirac. Sia f (x) una funzione con n
zeri semplici:

f (x) = 0 per x = x1 , x2 , ..., xn ; f 0 (xi ) 6= 0 .

141
Allora:
n
X δ(x − xi )
δ(f (x)) =
df . (5.76)
i=1 dx
x=xi
2 2
Per esempio, se f (x) = x − a , la (5.76) fornisce
δ(x − a) δ(x + a) 1
δ(x2 − a2 ) = + = [δ(x − a) + δ(x + a)] .
2|a| 2|a| 2|a|
Caso particolare importante della (5.76) è
1
δ(ax) = δ(x) , ∀a ∈ R, a 6= 0 . (5.77)
|a|
Un’altra proprietà della δ di Dirac è
f (x)δ(x − x0 ) = f (x0 )δ(x − x0 ) , ∀f ∈ C ∞ (5.78)
come si dimostra moltiplicando ambo i membri per una qualsiasi funzione di
prova g(x) e integrando su x.
• Ogni distribuzione T è infinitamente derivabile secondo la defi-
nizione
! !
dT dg
, g = − T, , (5.79)
dx dx
che è la generalizzazione dell’identità
Z +∞ dT ∗ Z +∞
dg
g(x)dx = − T ∗ (x) dx (5.80)
−∞ dx −∞ dx
valida per ogni funzione di prova g ∈ S se T ∈ L C 1 (nell’integrazione
T

per parti il contributo agli estremi sparisce perché g(x) va rapidamente a


zero per x → ±∞). La definizione (5.80) di derivata generalizzata permette
di derivare nel senso delle distribuzioni anche funzioni non derivabili
in senso ordinario, purché localmente sommabili. Per esempio è possibile
derivare anche funzioni dotate di discontinuità di prima specie, il cui esempo
paradigmatico è la funzione θ di Heaviside:

= δ(x) (5.81)
dx
nel senso delle distribuzioni13 . Infatti,
Z ∞ dθ Z ∞ Z ∞
g(x)dx = − θ(x)g 0 (x)dx = − g 0 (x)dx = − g(x)|+∞
0 = g(0) .
−∞ dx −∞ 0
(5.82)
13 dθ
In senso ordinario vale invece dx =q.o. 0.

142
• La derivata nel senso delle distribuzioni è continua rispetto al limite
debole:
dT dTn
T = lim Tn debole ⇒ = lim debole . (5.83)
n→∞ dx n→∞ dx
La (5.83) fornisce un altro modo per ricavare la (5.81): partendo dalla
rappresentazione
1 1 x
θ(x) = + lim arctan ; (5.84)
2 →0+ π 
della θ di Heaviside, derivando ambo i membri e scambiando il limite con la
derivata (il che è sempre lecito solo nel senso delle distribuzioni) si ottiene la
rappresentazione (5.71) della δ.
• Ogni distribuzione temperata T ammette Trasformata di Fourier,
secondo la definizione:
(Fk (T ), Fk (g)) ≡ (T, g) , ∀g ∈ S (5.85)
che generalizza l’analoga identità (5.27) valida per funzioni quadrato som-
mabili. La definizione (5.85) è sensata poiché, come dimostrato nel para-
grafo 4.1.2, la trasformata di Fourier manda lo spazio S in se stesso, quindi
Fk (g) ∈ S, ∀g ∈ S, e quindi Fk (T ) è a sua volta una distribuzione temperata.
Grazie alla definizione (5.85) si può calcolare la T.F. anche di funzioni che
non siano né sommabili né quadrato sommabili su R; basta che siano local-
mente sommabili e “non troppo crescenti” 14 . In particolare si può calcolare
la T.F. F (k) della funzione f (x) = eik0 x (k0 ∈ R); detta
1 Z +∞ −ikx
G(k) = √ e g(x)dx (5.87)
2π −∞
la sua T.F., per la (5.85), si scrive:
Z +∞ √
(F, G) = (f, g) = e−ik0 x g(x)dx = 2πG(k0 ) , (5.88)
−∞

da cui si deduce
  √
F (k) ≡ Fk eik0 x = 2πδ(k − k0 ) . (5.89)
14
Non si può invece calcolare la T.F. di funzioni f che all’infinito crescano più di ogni
potenza, per esempio esponenzialmente; queste infatti non sono distribuzioni temperate
e per dare senso a Z +∞
(f, g) = f ∗ (x)g(x)dx (5.86)
−∞

bisognerebbe usare funzioni di prova “a supporto compatto” che non sono però mandate
in se stesse dalla T.F.

143

In particolare la T.F. di f (x) = 1 è 2πδ(k). Viceversa scegliendo f (x) =
δ(k − k0 ) la catena di identità
Z +∞ 1 Z +∞ ik0 x
(F, G) = (f, g) = δ(k − k0 )g(x)dx = g(x0 ) = √ e G(k)dk
−∞ 2π −∞
(5.90)
implica
1
F (k) ≡ Fk (δ(x − x0 )) = √ e−ikx0 . (5.91)

Notare che le (5.89) e (5.91) potevano anche essere dedotte (in modo rozzo
e scorretto ma mnemonicamente efficace) scrivendo semplicemente
1 Z +∞ −ikx
F (k) = √ e f (x)dx (5.92)
2π −∞
ed utilizzando rispettivamente la rappresentazione (5.61) della δ di Dirac e
la sua definzione (5.59). Invitiamo lo studente a verificare che tale modo
diventa corretto se si usano invece i limiti deboli
2 /N 2
eik0 x = lim eik0 x e−x (5.93)
N →∞
N 2 2
δ(x − x0 ) = lim √ e−N x , (5.94)
N →∞ π

la T.F. della gaussiana (4.15), e la proprietà:

• La T.F. nel senso delle distribuzioni è continua rispetto al limite debole:

T = lim TN debole ⇒ F(T ) = lim F(TN ) debole . (5.95)


N →∞ N →∞

Usando infatti le (5.94) l’integrale (5.92) acquista senso proprio, poiché il suo
integrando diventa sommabile.

• Da quanto abbiamo sommariamente detto si deduce che la T.F. è lo


strumento più utile per risolvere equazioni differenziali a coeffi-
cienti costanti, purché venga estesa alle distribuzioni temperate. L’u-
nica delle tecniche discusse in questo corso che non venga del tutto rias-
sorbita dalla T.F. estesa alle distribuzioni è la Trasformata di Laplace,
che permette anche di studiare soluzioni che crescono esponenzialmente
per t → ∞ (di solito per evitarle!).

144
Appendice A

Funzioni armoniche

Una funzione di due variabili g(x, y) si dice armonica se soddisfa l’equazione


di Laplace

42 g(x, y) = 0 , (A.1)

dove 42 è l’operatore Laplaciano in due dimensioni


∂2 ∂2
42 = + .
∂x2 ∂y 2
Teorema: Se f (z) = u(x, y)+iv(x, y) è una funzione analitica (e le funzioni
u e v sono di classe C 2 1 ), le funzioni u(x, y) e v(x, y) sono armoniche.
Dimostrazione: Se f (z) è analitica, u e v soddisfano le condizioni di
Cauchy-Riemann:

∂u(x, y) ∂v(x, y)
= (A.2)
∂x ∂y
∂u(x, y) ∂v(x, y)
= − (A.3)
∂y ∂x
Derivando la (A.2) rispetto a x e la (A.3) rispetto a y si ottiene
∂ 2 u(x, y) ∂ 2 v(x, y)
=
∂x2 ∂x∂y
2
∂ u(x, y) ∂ 2 v(x, y) ∂ 2 v(x, y)
= − = − .
∂y 2 ∂y∂x ∂x∂y
1
Vedremo piu’ oltre che in realtà questa condizione è sempre soddisfatta perché ogni
funzione analitica è infinitamente derivabile

145
Nell’ultima equazione è lecito scambiare l’ordine di derivazione perché v(x, y)
è di classe C 2 . Sottraendo membro a membro le precedenti equazioni si
ottiene:

∂ 2 u(x, y) ∂ 2 u(x, y)
+ = 4u(x, y) = 0 .
∂x2 ∂y 2
Analogamente, derivando la (A.2) rispetto a y e la (A.3) rispetto a x e
sottraendo membro a membro si ottiene
∂ 2 v(x, y) ∂ 2 v(x, y)
+ = 4v(x, y) = 0 .
∂x2 ∂y 2
[q.e.d.]
Data una funzione u(x, y) armonica in una certa regione del piano (x, y)
è possibile costruire (a meno di una costante) la corrispondente funzione
armonica v(x, y) tale che f (z) = u(x, y) + iv(x, y) sia analitica. Infatti, nota
u, le condizioni di Cauchy-Riemann ci consentono di ricavare le derivate
parziali vx0 e vy0 e da queste, integrando, la funzione v(x, y).
Esempi

Sia

u(x, y) = cos xe−y .

Dimostrare che u(x, y) è armonica e costruire la corrispondente funzione


analitica f (z).
Per dimostrare che u è armonica occorre dimostrare che essa soddisfa
l’equazione di Laplace (A.1):

∂u(x, y) ∂u(x, y)
= − sin xe−y , = − cos xe−y
∂x ∂y
2 2
∂ u(x, y) ∂ u(x, y)
2
= − cos xe−y , 2
= cos xe−y
∂x ∂y
Pertanto 42 u(x, y) = 0 e u è armonica. Dalle condizioni di CR si ricava
che
∂v(x, y) ∂u(x, y)
= = − sin xe−y (A.4)
∂y ∂x
∂v(x, y) ∂u(x, y)
= − = cos xe−y . (A.5)
∂x ∂y

146
Integrando la (A.4) rispetto a y si ottiene
Z
v(x, y) = − sin xe−y dy + g(x) = sin xe−y + g(x) .

Sostituendo quest’ultima nella (A.5)


∂v(x, y)
= cos xe−y + g 0 (x) = cos xe−y .
∂x
Pertanto

g 0 (x) = 0 ⇒ g(x) = costante = K ⇒ v(x, y) = sin xe−y + K

e la funzione f (z) cercata è (ponendo la costante K = 0)

f (z) = u(x, y) + iv(x, y) = cos xe−y + i sin xe−y = eix−y = ei(x+iy) = eiz ,

analitica in tutto C.
La funzione

u(x, y) = x2 − y 2

è armonica. Infatti

u00xx = 2 , u00yy = −2 ⇒ 42 u(x, y) = 0

Dalle condizioni di CR segue che:

vy0 = u0x = 2x ⇒ v(x, y) = 2xy + φ(x)

vx0 = −u0y = 2y ⇒ 2y + φ0 (x) = 2y ⇒ φ(x) = K .

Pertanto

v(x, y) = 2xy + K ⇒ f (z) = x2 − y 2 + 2ixy + K = (x + iy)2 + K = z 2 + K .

La funzione
x
u(x, y) =
x2 + y2
è armonica in R2 − {0}. Infatti:
y 2 − x2 2x(x2 − 3y 2 )
u0x = , u00xx =
(x2 + y 2 )2 (x2 + y 2 )3

147
−2xy −2x(x2 − 3y 2 )
u0y = , u00yy = = −u00xx .
(x + y 2 )2
2 (x2 + y 2 )3

Dalle CR:
2xy Z
2xy
vx0 = −u0y = ⇒ v(x, y) = dx + g(y)
(x2 + y 2 )2 (x2 + y 2 )2
y
= − 2 dx + g(y) .
x + y2

Per fissare g(y) usiamo l’altra condizione di CR:

1 2y 2
vx0 = − + + g 0 (y)
x2 + y 2 (x2 + y 2 )2
y 2 − x2 0 0 y 2 − x2
= + g (y) = u x =
(x2 + y 2 )2 (x2 + y 2 )2
⇒ g(y) = K .

Quindi
x y
f (z) = u(x, y) + iv(x, y) = −i 2 +K
x2 +y 2 x + y2
z∗ 1
= 2
+K = +K .
|z| z

148
Appendice B

Corollari della rappresentazione


integrale di Cauchy

1) Principio della media


Il principio della media si ricava dalla rappresentazione integrale di
Cauchy (1.16) nel caso in cui la curva γ sia una circonferenza.
Se f (z) è una funzione analitica in una regione S semplicemente con-
nessa e C è una circonferenza di raggio r e centro z0 ∈ S interna a
S:

C = {z ∈ S / |z − z0 | = r} ,
allora

1 Z 2π
f (z0 ) = f [z(ϕ)]dϕ ∀z ∈ C . (B.1)
2π 0
Dimostrazione
Applichiamo la rappresentazione integrale di Cauchy con γ = C e
passiamo a coordinate polari (z ∈ C)

z(ϕ) = z0 + reiϕ −→ dz = ireiϕ dϕ = i(z − z0 )dϕ


da cui segue
1 Z 2π z − z0 1 Z 2π
f (z0 ) = i f [z(ϕ)]dϕ = f [z(ϕ)] dϕ .
2πi 0 z − z0 2π 0
[q.e.d.]

149
2) Teorema: né la parte reale né la parte immaginaria di una funzione
f (z) = u(x, y) + iv(x, y) analitica in un dominio D s.c. possono avere
estremi all’interno di D.
Dimostrazione
Dimostriamo il teorema per la parte reale u(x, y). La dimostrazione è
analoga per v(x, y).
Sia z0 un punto interno a D, tale cioè che esista un intorno I(z0 ) tutto
contenuto in D. Mostriamo che possono esistere solo due alternative:
a)

∃I(z0 ) ⊂ D / ∀z ∈ I(z0 ) u(z) = u(z0 ) ,

esiste cioè un intorno di z0 in cui la funzione u(x, y) è costante;


b)

∀I(z0 ) ⊂ D ∃z1 , z2 ∈ I(z0 ) / u(z2 ) < u(z0 ) < u(z1 ) ,

cioè in qualunque intorno di z0 la funzione u assume valori sia maggiori


che minori di u(z0 ).
Neghiamo infatti l’alternativa b), ammettiamo cioè che esista un intor-
no I(z0 ) ⊂ D tale che ∀z ∈ I(z0 ) sia, per esempio, u(z) ≥ u(z0 ).
Dalla parte reale del principio della media (B.1) segue allora che

1 Z 2π
u(z0 ) = u[z(ϕ)]dϕ . (B.2)
2π 0

D’altra parte è vera la relazione


1 Z 2π
u(z0 ) = u(z0 )dϕ . (B.3)
2π 0

Uguagliando le (B.2) e (B.3) si ottiene


Z 2π
{u[z(ϕ)] − u(z0 )}dϕ = 0 ,
0

che implica, poiché la funzione integranda è per ipotesi continua e non


negativa,

u(z) = u(z0 )

150
ovvero l’alternativa a).
L’altro modo di negare l’alternativa b) è di affermare che esiste un
intorno I(z0 ) ⊂ D tale che ∀z ∈ I(z0 ) sia u(z) ≤ u(z0 ));allora dalle
(B.2) e (B.3) deduciamo di nuovo che

Z 2π
{u(z0 ) − u[z(ϕ)]}dϕ = 0;
0

poiché la funzione integranda è per ipotesi continua e non negativa, ne


segue ancora l’alternativa a):

u(z) = u(z0 ) .

[q.e.d.]

3) Teorema:sia f (z) una funzione analitica in un dominio D s.c. . Il


suo valore assoluto |f (z)| non può avere massimi all’interno di D e può
avere minimi solo nei punti in cui f (z) = 0.
Dimostrazione
Per quanto riguarda il massimo, la dimostrazione è perfettamente ana-
loga alla precedente. Supponiamo che:

∃I(z0 ) ⊂ D / |f (z)| ≤ |f (z0 )| ∀z ∈ I(z0 ) .

Per ogni circonferenza C centrata in z0 e interna a I(z0 ) vale, per il


principio della media, la seguente relazione

1 2π 1 Z 2π
Z

|f (z0 )| = f [z(ϕ)] dϕ ≤ |f [z(ϕ)]| dϕ . (B.4)
2π 0 2π 0

È vero inoltre che

1 Z 2π
|f (z0 )| = |f (z0 )| dϕ . (B.5)
2π 0

Sottraendo membro a membro le (B.4) e (B.5) si ottiene

Z 2π
{|f [z(ϕ)]| − |f (z0 )|} dϕ ≥ 0
0

151
Poiché l’integrando è per ipotesi una funzione continua e non positiva,
ne segue che

|f (z)| = |f (z0 )|
per ogni z ∈ C. Variando il raggio r della circonferenza C in modo
da coprire tutto l’intorno I(z0 ) si dimostra che |f (z)| = |f (z0 )| per
ogni z ∈ I(z0 ). Abbiamo cosı̀ dimostrato che |f (z)| non può avere un
massimo all’interno di D.
Per dimostrare che |f (z)| non può avere minimi, se non nei punti in
cui si annulla, consideriamo la funzione g(z) = 1/f (z), analitica in D
esclusi gli zeri zi di f (z). In questi punti |f (zi )| è ovviamente minima.
Se z 6= zi , i minimi di |f (z)| corrispondono ai massimi di |g(z)|. Ma,
come si è appena dimostrato, la funzione |g(z)|, analitica in D, non può
avere massimi in D, e quindi la |f (z)| non può avere minimi.
[q.e.d.]
4) Teorema: sia f (z) una funzione analitica in un dominio semplicemente
connesso S, γ ⊂ S una curva di Jordan di lunghezza l, f (z) limitata
sulla curva γ e M = maxz∈γ |f (z)| il suo valore massimo su γ, z0 un
punto appartenente alla regione interna a γ e δ = minz∈γ |z − z0 | la
distanza minima della curva γ dal punto z0 . Sotto queste ipotesi:
a)
Ml
|f (z0 )| ≤ (B.6)
2πδ
b)

dn f (z) Ml
≤ n! ∀n = 1, 2, ... (B.7)

dz n 2πδ n+1

z=z0

Dimostrazione
La dimostrazione segue immediatamente dalle rappresentazioni di Cau-
chy (1.16) e (1.17) e dalla disuguaglianza di Darboux (1.10):
a)

1 I f (z)
|f (z0 )| = dz

2πi γ z − z0

1 f (z)
≤ max

l

2πi z∈γ z − z0
1 Ml

2πi δ
152
b)

dn f (z) n! I f (z)
= dz

dz n 2πi γ (z − z0 )n+1

z=z0
n! M l

2π δ n+1
[q.e.d.]

5) Teorema di Liouville:una funzione analitica e limitata in tutto il


piano complesso C è necessariamente costante.
Dimostrazione
Poiché f (z) è limitata in C, esiste un M reale tale che |f (z)| ≤ M ,
∀z ∈ C. Allora ∀z0 ∈ C possiamo applicare il teorema precedente
(B.7) nel caso n = 1:


df (z) Ml

≤ .
2πδ 2

dz
z=z0

Se scegliamo γ come una circonferenza centrata in z0 di raggio r (l =


2πr,δ = r) otteniamo


df (z) M 2πr M
≤ = .

2πr2

dz r
z=z0

Ora, poiché f (z) è regolare e limitata in tutto il piano complesso, si


può scegliere r arbitrariamente grande, rendendo il rapporto Mr piccolo
quanto si vuole; quindi


df (z)



=0 ∀z0 ∈ C
dz
z=z0

da cui
df (z)
=0 ∀z ∈ C ⇒ f (z) = costante ∀z ∈ C .
dz
[q.e.d.]

153
Se definiamo una funzione intera come una funzione regolare in tutto
il piano complesso (cioè priva di singolarità al finito), il teorema di
Liouville afferma che una funzione intera e limitata è costante.
N.B. Lo stesso teorema non vale nel campo reale. Infatti esistono
funzioni f (x) di variabile reale non costanti che sono infinitamente
derivabili e limitate in tutto R. Per esempio le funzioni
1)
1
f (x) =
1 + x2
e
2)
2
f (x) = e−x

sono limitate (f (x) ≤ 1) e infinitamente derivabili. Tuttavia le corri-


spondenti funzioni nel campo complesso non sono limitate in C. Infatti:
1)
1
f (z) =
1 + z2
non è regolare né limitata in z = ±i. Invece la funzione
1
f (z) =
1 + |z|2
è limitata in C (f (z) ≤ 1) ma non è analitica (poiché u(x, y) = (1 +
x2 + y 2 )−1 e v(x, y) = 0, le condizioni di Cauchy-Riemann non sono
soddisfatte).
2)
2
f (z) = e−z
è regolare in tutto C ma per z = iy, con y reale,

2
f (iy) = ey
non è limitata. Invece la funzione

2 ∗z
f (z) = e−|z| = e−z

è limitata ma non analitica (si ricordi che z ∗ non è analitica).

154
Appendice C

Il punto all’infinito

C.1 Studio del punto all’infinito

Il comportamento della funzione f (z) per z → ∞ si studia effettuando il


cambiamento di variabile
1
t= (C.1)
z−a
per un opportuno a ∈ C, che molto spesso si prende uguale a zero, e va-
lutando il comportamento della funzione φ(t) = f (a + 1/t) per t → 0. La
sostituzione (C.1) manda un intorno circolare (di raggio ) dell’origine nel
piano complesso di t in un intorno dell’infinito IΩ (∞), cioè nell’esterno
di un cerchio di raggio Ω = 1/ centrato in a. Per esempio, se t = 0 è un
polo di ordine n di φ(t), z = ∞ è un polo di ordine n di f (z); se t = 0 è uno
zero di ordine n di φ(t), z = ∞ è uno zero di ordine n di f (z), eccetera.

Esempi

1
• La funzione f (z) = z
è regolare all’infinito e ivi ha uno zero semplice.

• La funzione f (z) = z 2 ha un polo doppio all’infinito.

• La funzione f (z) = ez ha una singolarità essenziale all’infinito, cosı̀


come le funzioni sin z e analoghe.

• La funzione f (z) = sin1 z ha poli semplici nei punti zk = kπ con k


intero qualsiasi; quindi in ogni intorno del punto all’infinito cade almeno

155
un polo (in realtà ne cadono infiniti): l’infinito non è una singolarità
isolata, ma un punto di accumulazione di poli.
Naturalmente, se f (z) è regolare all’infinito può essere sviluppata in serie
di Taylor in un intorno dell’infinito IΩ (∞), cioè all’esterno di un cerchio,
centrato in un punto a scelto secondo convenienza (spesso a = 0), e di raggio
Ω tale che all’esterno del cerchio la f (z) non abbia singolarità. Tale serie si
ottiene sviluppando in serie di Taylor la funzione φ(t) = f (a+1/t) nell’intorno
del punto t = 0, tornando poi alla variabile originaria z con la sostituzione
t = 1/(z −a); lo sviluppo di Taylor nell’intorno del punto all’infinito conterra’
quindi solo potenze negative di z − a, oltre alla potenza nulla.
Per esempio lo sviluppo (1.26) della funzione e1/z , che abbiamo già visto
essere lo sviluppo di Laurent nell’intorno della singolarità essenziale z =
0, può anche essere letto come lo sviluppo di Taylor nell’intorno del punto
regolare z = ∞.
Discorso analogo per lo sviluppo di Laurent; solo che stavolta la parte
principale dello sviluppo (cioè quella singolare) conterrà solo potenze posi-
tive di (z − a), in numero finito o infinito a seconda se il punto all’infinito è
un polo o una singolarità essenziale.
Per ogni funzione intera lo sviluppo di Taylor

an z n
X
f (z) = (C.2)
n=0

nell’intorno dell’origine può anche essere letto come sviluppo di Laurent


intorno all’infinito; quindi:
• se ci sono infiniti an 6= 0 l’infinito è una singolarità essenziale di f (z);
• se an 6= 0 e al = 0, ∀l > n, f (z) è un polinomio di grado n e l’infinito
è un polo di ordine n (per n 6= 0) o è regolare (per n = 0).
Ne segue anche che:
• una funzione regolare in tutto C e anche all’infinito è necessariamente
una costante (in accordo con il teorema di Liouville - vedi Appendice
B).

C.1.1 Esempi

Esempio 1: la funzione
f (z) = ez

156
è regolare in z = 0. Infatti, lo sviluppo in serie che definisce la funzione
esponenziale


z
X zk
e =
k=0 k!

ha solo potenze positive (sviluppo di Taylor intorno a z = 0).


La stessa serie può essere letta come sviluppo di Laurent attorno alla
singolarità essenziale z = ∞.

Esempio 2: la funzione
2
f (z) = e−1/z

ha una singolarità essenziale in z = 0. Infatti, lo sviluppo in serie che definisce


la funzione esponenziale

∞ ∞
−1/z 2 (−1/z 2 )k (−1)k
z −2k
X X
e = =
k=0 k! k=0 k!

ha un numero infinito di potenze negative.


La stessa serie può essere letta come sviluppo di Taylor attorno al punto
regolare z = ∞; essa non contiene infatti potenze positive di z; pertanto f (z)
è analitica in z = ∞.

Esempio 3: consideriamo la funzione

∞ ∞ 1 0
(−1/z)k (−1)k (−1)k k0
f (z) = ze−1/z = z z −k+1 = −
X X X
= z .
k=0 k! k=0 k! k0 =−∞
(−k 0 + 1)!

La serie ha un numero infinito di potenze negative e quindi il punto z = 0 è


una singolarità essenziale.
Studiamo z = ∞: la serie contiene una potenza positiva (la prima) di z,
quindi la funzione ha un polo di ordine 1 in z = ∞.

Esempio 4: consideriamo la funzione

f (z) = ez/(1−z) .

157
Poniamo z 0 = z − 1:
∞ ∞
−(1+z 0 )/z 0 −1/z 0 −1 1X (−1/z 0 )k 1X (z − 1)−k
f (z) = e =e e = = (−1)k
e k=0 k! e k=0 k!

La serie ha un numero infinito di potenze negative e quindi il punto z = 1


(z 0 = 0) è una singolarità essenziale.
Per z → ∞ (z 0 = ∞) la funzione ammette limite (uguale a e−1 ) e quindi il
punto all’infinito è regolare; la serie che abbiamo scritto, che è di Laurent at-
torno al punto z = 1, può anche essere letta come serie di Taylor nell’intorno
dell’infinito.

Esempio 5: sia

f (z) = ez−1/z = ez e−1/z .

I punti z = 0 e z = ∞ sono singolarità essenziali.

C.2 Calcolo del residuo nel punto all’infinito

Per valutare il residuo di una funzione f (z) in z = ∞ supponiamo che esista


una curva di Jordan γ che contenga al suo interno tutte le singolarità al finito
di f (z) (per esempio una circonferenza c di raggio sufficientemente grande -
Figura C.1- )
Allora nel punto all’infinito la funzione f (z) o è regolare, o ha una singo-
larità isolata. In entrambi i casi definiamo il residuo all’infinito come:
1 I
{Resf (z)}z=∞ =− f (z)dz , (C.3)
2πi γ
dove l’integrale è calcolato percorrendo come al solito la curva γ in senso
antiorario; il segno − ricorda che per avere z = ∞ al suo interno la curva γ
dovrebbe essere percorsa in senso orario1 .
Sostituendo nella definizione (C.3) lo sviluppo in serie di Laurent (o di
Taylor) della f (z) attorno al punto all’infinito, e ricordando l’integrale (1.14),
si ricava che il residuo all’infinito è dato dal coefficiente, cambiato di segno,
1
Ricordiamo che un punto z0 si definisce interno ad una curva γ se, immaginando di
percorrere γ nel senso di percorrenza indicato, z0 viene lasciato a sinistra.

158
Figura C.1: Curva che contiene tutte le singolarità al finito della funzione
f(z)

della potenza 1/(z − a). Per esempio, il residuo all’infinito della funzione
regolare all’infinito f (z) = 1/z vale −1, mentre quello della funzione f (z) = z
(che ha un polo semplice all’infinito) è nullo.
Una conseguenza immediata di quanto abbiamo detto è che una funzione
pari ha sempre residuo nullo all’infinito (sempre che abbia senso definir-
lo), poiché il suo sviluppo, di Taylor o di Laurent, in potenze di z non potrà
contenere il termine 1/z; lo stesso succede per una funzione che all’infinito
sia O( z12 ).
Un altro modo per calcolare il residuo all’infinito si basa sul calcolo diretto
dell’integrale (C.3) mediante il cambiamento di variabile:

1
z= , (C.4)
t
che manda z → ∞ in t → 0.
Si vede subito che una circonferenza c di raggio R centrata nell’origine del
piano z, di equazione |z| = R, viene trasformata in un’analoga circonferenza
c0 di raggio 1/R nel piano t di equazione |t| = 1/R.
Se c è percorsa in senso antiorario, c0 sarà percorsa in senso orario; infatti
quando la fase φ di z = Reiφ cresce, quella di t = 1/R e−iφ diminuisce. La

159
circonferenza cR viene quindi “mappata” dalla trasformazione (C.4) in una
circonferenza c01/R percorsa in senso opposto.
Di conseguenza:

1 I
{Resf (z)}z=∞ = − f (z)dz
2πi c
1 I
1 dz
= + f ( ) dt .
2πi c0 t dt
Ora, dz/dt = −1/t2 , e quindi

1 I 1 1
 
{Resf (z)}z=∞ = − f dt
2πi c0 t t2
1 1
    
= − Res f . (C.5)
t t2 t=0
Si noti che il residuo di f (z) in z = ∞ non è uguale al residuo di f (1/t)
in t = 0:

{Resf (z)}z=∞ 6= {Resf (1/t)}t=0 .

N.B. Esistono funzioni che, pur essendo regolari in z = ∞, hanno residuo


non nullo all’infinito. Per esempio la funzione

1
f (z) =
z
è regolare in z = ∞ (perché la funzione f (1/t) = t è uguale a 0 in t = 0) ma
il suo residuo, calcolato tramite la (C.5), vale

1 1 1 I 1
    
Res = − Res t =− dt = −1 ,
z z=∞ t2 t=0 2πi c0 t
come abbiamo già visto.
L’interesse principale nel definire il residuo all’infinito sta nel seguente:

∆ Teorema 14: se una funzione analitica f (z) possiede solo singolarità


isolate in tutto il piano complesso, punto all’infinito compreso, la somma di
tutti i suoi residui, compreso l’eventuale residuo all’infinito, è zero.

160
Dimostrazione.

Sia γ una curva di Jordan che non passa per alcuna singolarità di f (z).
Allora, per il teorema dei residui (1.33), si ha
I X
f (z)dz = +2πi {Resf (z)}
γ interni
I X
f (z)dz = −2πi {Resf (z)} ,
γ esterni

da cui si ottiene, sottraendo membro a membro,

X
{Resf (z)} = 0 . (C.6)
tot

[q.e.d.]
La verifica più immediata di questo teorema è data dalla solita funzione
f (z) = 1/z che ha residuo +1 nell’origine e −1 all’infinito; conviene richia-
mare questo esempio elementare ogni volta che non ci si ricordi con quale
segno si debba prendere il coefficiente della potenza 1/(z − a) per calcolare
il residuo all’infinito.

• Esempio 1

A volte può essere conveniente usare l’eq. (C.6) per semplificare il calcolo
di integrali in campo complesso. Per esempio l’integrale
I
z3
dz con C = {z, |z| = 1} (C.7)
C 2z 4 + 1
richiederebbe di valutare i 4 residui interni alla curva C, nei punti zi soluzioni
di z 4 = −1/2. Utilizzando invece il teorema (C.6) si ha semplicemente
1
z3 z3
( )
I
1 t3
dz = −2πi Res 4 = +2πi lim 2
C 2z 4 + 1 2z + 1 z=∞
t→0 t2
t4
+1
= iπ . (C.8)
Ancor più semplicemente si trova che il residuo all’infinito dell’integrando è
−1/2 guardando allo sviluppo:
z3 1 1
4
= + O( 2 )
2z + 1 2z z

161
• Esempio 2

Il teorema 14 permette a volte di calcolare più facilmente il residuo di una


funzione in una singolarità essenziale. Per esempio il calcolo del residuo della
funzione
sin(π/z)
f (z) = (C.9)
z−2
nella singolarità essenziale z = 0 è
π
{Resf (z)}z=0 = − {Resf (z)}z=2 == − lim sin = −1 ,
z→2 z
dove si è tenuto conto che f (z) = O( z12 ) per z → ∞ e quindi {Resf (z)}z=∞ =
0. Invece il calcolo diretto è più complicato:

   2k+1 
∞  l X π
1X z ∞

 

k z
{Resf (z)}z=0 = −
Res  (−1) 
2 2 (2k + 1)! 


 l=0 k=0 
z=0
∞ k 2k+1
X (−1) π
= − δ
l+1 l−2k−1,−1
l,k=0 (2k + 1)! 2

(−1)k
 2k+1
X π π
= − = − sin = −1 .
k=0 (2k + 1)! 2 2

∆ Corollario del Teorema 14: ogni funzione intera f (z) ha residuo nullo
all’infinito.

Dimostrazione

L’infinito può essere punto regolare di f (z) (allora f (z) è costante - Teo-
rema di Liouville, Appendice B) o singolarità isolata; in entrambi i casi ha
senso definire il residuo all’infinito. Poichè la somma dei residui fa zero e non
ci sono singolarità al finito, si deduce che necessariamente il residuo all’in-
finito è nullo. In alternativa, basta vedere che lo sviluppo (C.2) di f (z) in
serie di Laurent nell’intorno dell’infinito non contiene la potenza z −1 .

162
C.3 Studio del punto all’infinito nelle equa-
zioni differenziali

Il comportamento delle soluzioni dell’equazione differenziale

u00 (z) + P (z)u0 (z) + Q(z)u(z) = 0 (C.10)

nell’intorno del punto z → ∞ si studia effettuando il cambiamento di va-


riabile t = z1 e studiando il comportamento di u( 1t ) per t → 0. Che forma
assume l’equazione (C.10) in termini di t?
du(1/t) dt du(1/t)
u0 (z) = = −t2
dt dz dt
0
du (1/t) dt du(1/t) d2 u(1/t)
u00 (z) = = 2t3 + t4 .
dt dz dt dt2
Sostituendo nella (C.10) si ottiene
d2 u du
t4 2
+ (2t3 − t2 P ) + Qu = 0
dt dt
ovvero, in forma standard,
d2 u 2 P du Q
 
2
+ − + 4u = 0 . (C.11)
dt t t2 dt t
Il punto t = 0 (z → ∞) è un punto ordinario se le funzioni
1 2 P (1/t)
 
P̃ = − (C.12)
t t t2
1 Q(1/t)
 
Q̃ = (C.13)
t t4
sono regolari in t = 0, ovvero
2 1 1
   
P (z) = + O 2 , Q(z) = O 4 per z → ∞ . (C.14)
z z z
Le condizioni necessarie e sufficienti affinchè il punto z = ∞ sia fuchsiano
sono che le funzioni
1
 
p̃(t) = tP̃ (C.15)
t
1
 
q̃(t) = t2 Q̃ (C.16)
t

163
siano regolari in t = 0, ovvero
1 1
   
P (z) = O , Q(z) = O per z → ∞ . (C.17)
z z2
Se l’infinito è un punto ordinario, si può cercare una soluzione come sviluppo
in serie di Taylor intorno a z = ∞:
∞ ∞
ck tk = ck z −k
X X
u(z) = u(1/t) =
k=0 k=0

e determinare i coefficienti ck tramite le relazioni di ricorrenza che si ricavano


dalla sostituzione della serie nell’equazione differenziale. Se invece l’infini-
to è un punto singolare fuchsiano, si cercheranno due soluzioni particolari
linearmente indipendenti, del tipo:
∞ ∞
u1 (z) = u1 (1/t) = tρ1 ck tk = z −ρ1 ck z −k ,
X X
c0 6= 0
k=0 k=0

e
tρ2 ∞
(
k
ρ1 − ρ2 =
6 n , d0 6= 0
P
k=0 dk t
u2 (1/t) = ρ2 P∞ k (C.18)
au1 (1/t) ln t + t k=0 bk t ρ1 − ρ2 = n , b0 6= 0
ovvero
z −ρ2 ∞
(
−k
ρ1 − ρ2 =
6 n , d0 6= 0
P
k=0 dk z
u2 (z) = −ρ2 P∞ −k (C.19)
−au1 (z) ln z + z k=0 bk z ρ1 − ρ2 = n , b0 6= 0 .

Gli esponenti ρ1 e ρ2 sono le soluzioni dell’equazione indiciale relativa all’e-


quazione differenziale (C.11), cioè

ρ2 + (p˜0 − 1)ρ + q˜0 = 0 ,

dove
!
2 P (1/t) P (1/t)
p˜0 = lim t − 2
= 2 − lim
t→0 t t t→0 t
Q(1/t) Q(1/t)
q˜0 = lim t2 4
= lim .
t→0 t t→0 t2
In termini della variabile z:

p˜0 = 2 − z→∞
lim zP (z)
q˜0 = lim z 2 Q(z) .
z→∞

164
Detti ora
p0 = lim zP (z)
z→∞
q0 = lim z 2 Q(z) .
z→∞

l’equazione indiciale diventa


ρ2 + (1 − p0 )ρ + q0 = 0 .
Si noti il cambiamento di segno nel termine lineare rispetto all’equazione
indiciale per singolarità al finito. I coefficienti ck , dk , bk e a nelle equazio-
ni (C.18) si ottengono sostituendo le soluzioni nell’equazione differenziale e
usando gli sviluppi

1X pn
P (z) = (C.20)
z n=0 z n

1 X qn
Q(z) = 2 . (C.21)
z n=0 z n
Le serie (C.18) convergono certamente all’esterno di un cerchio centrato
nell’origine e che comprende al suo interno tutte le singolarità dell’equazione
differenziale.

C.3.1 Esempi

Consideriamo le equazioni (2.3-2.10) e studiamone il comportamento per z →


∞.
1) Equazione dell’oscillatore armonico semplice:
u00 + ω 2 u = 0

2 ω2
P̃ (1/t) = , Q̃(1/t) = 4
t t
All’infinito l’equazione ha una singolarità irregolare.
2) Equazione di Legendre:
(1 − z 2 )u00 − 2zu0 + αu = 0

2 2/t α
P̃ (1/t) = − 2 , Q̃(1/t) = 4
t t −1 t − t2
All’infinito l’equazione ha una singolarità fuchsiana.

165
3) Equazione di Bessel:

z 2 u00 + zu0 + (z 2 − α2 )u = 0

2 1 1 1 − α2 t2
P̃ (1/t) = − = , Q̃(1/t) =
t t t t4
All’infinito l’equazione ha una singolarità irregolare.

4) Equazione di Laguerre

zu00 + (1 − z)u0 + au = 0

2 t−1 a
P̃ (1/t) = − 2 , Q̃(1/t) = 3
t t t
All’infinito l’equazione ha una singolarità irregolare.

5) Equazione di Hermite:

u00 − 2zu0 + 2αu = 0

2 2 2α
P̃ (1/t) = + 3 , Q̃(1/t) = 4
t t t
All’infinito l’equazione ha una singolarità irregolare.

6) Equazione di Chebyshev:

(1 − z 2 )u00 − zu0 + n2 u = 0

2 1 n2
P̃ (1/t) = + 2 , Q̃(1/t) = 2 2
t t(t − 1) t (t − 1)
All’infinito l’equazione ha una singolarità fuchsiana.

7) Equazione ipergeometrica confluente:

zu00 + (c − z)u0 − au = 0

2 ct − 1 a
P̃ (1/t) = − 2
, Q̃(1/t) = − 3
t t t
All’infinito l’equazione ha una singolarità irregolare.

166
8) Equazione ipergeometrica:

z(z − 1)u00 + [(1 + a + b)z − c]u0 + abu = 0

2 1 + a + b − ct ab
P̃ (1/t) = − , Q̃(1/t) = 2
t t(1 − t) t (1 − t)

All’infinito l’equazione ha una singolarità fuchsiana.

L’equazione ipergeometrica è un esempio di equazione totalmente fuchsiana


con tre punti singolari in 0, 1, ∞ i cui indici valgono rispettivamente (0, 1−c),
(0, c−a−b), (a, b); questa informazione si racchiude nel simbolo P di Riemann
 
0 
 1 ∞ 

P = 0 0 a z .
1−c c−a−b b
 

Per c 6= 0, −1, −2, · · · l’equazione ipergeometrica ammette una soluzione


regolare nell’origine detta funzione ipergeometrica:

(a)l (b)l
zl
X
F (a, b; c; z) = (C.22)
l=0 l!(c)l

dove (a)l ≡ a(a + 1) · · · (a + l − 1). L’equazione ipergeometrica è partico-


larmente importante perché ogni equazione totalmente fuchsiana con 3 pun-
ti singolari può essere ad essa ricondotta con un cambiamento di variabile
indipendente del tipo w = αz+β
γz+δ
e a meno di potenze a fattore della soluzione.

167
Appendice D

Equazioni differenziali del


second’ordine

La maggior parte dei problemi in fisica è formulata in termini di equazioni


differenziali, che sono molto spesso equazioni differenziali alle derivate par-
ziali, che coinvolgono cioè derivate rispetto a più di una variabile. Tra queste,
le equazioni che si incontrano più frequentemente sono:

1) L’equazione di Laplace:

∆ψ(~r) = 0 , (D.1)

dove l’operatore Laplaciano (in tre dimensioni) è

∂2 ∂2 ∂2
∆ = ∇2 = + + .
∂x2 ∂y 2 ∂z 2
L’equazione di Laplace compare spesso nello studio di fenomeni elet-
tromagnetici, nell’idrodinamica, nella propagazione del calore e nello
studio della gravitazione.

2) L’equazione di Poisson:
ρ
∆ψ(~r) = − , (D.2)
0
che è una generalizzazione dell’equanzione di Laplace (D.1) in presenza
di una sorgente.

3) L’equazione di Helmholtz, o equazione delle onde

∆ψ(~r) + k 2 ψ(~r) = 0 (D.3)

168
e l’equazione di diffusione indipendente dal tempo

∆ψ(~r) − k 2 ψ(~r) = 0 . (D.4)

Queste equazioni si incontrano nello studio di diversi fenomeni, come


la propagazione di onde elastiche nei solidi, la propagazione del suono
e l’acustica, le onde elettromagnetiche e i reattori nucleari.
4) L’equazione delle onde dipendente dal tempo, o equazione di d’Alem-
bert,

ψ(~r, t) = 0 , (D.5)

dove si è introdotto l’operatore d’alembertiano:


∂2 ∂2 ∂2 ∂2 ∂2
= − − − = −∆ .
∂t2 ∂x2 ∂y 2 ∂z 2 ∂t2

5) L’equazione del potenziale scalare:


ρ
ψ(~r, t) = −
0

6) L’equazione di Klein-Gordon

ψ(~r, t) = µ2 ψ(~r, t) . (D.6)

7) L’equazione di Schroedinger

h̄2 ∂ψ(~r, t)
− ∆ψ(~r, t) + V (~r)ψ(~r, t) = ih̄ ,
2m ∂t
che è alla base della meccanica quantistica non relativistica.
8) Le equazioni di Maxwell, che sono un sistema di equazioni alle derivate
parziale accoppiate per i campi elettrico e magnetico.
9) L’equazione di Dirac, che governa la meccanica quantistica relativistica.
Tutte queste equazioni possono essere scritte nella forma

Hψ = F ,

dove H è un operatore differenziale,


!
∂ ∂ ∂ ∂
H=H , , , , x, y, z ,
∂x ∂y ∂z ∂t

169
F è una funzione nota e ψ è la funzione incognita (scalare o vettoriale).
Inoltre le equazioni (1,3,4,6,7,9) sono lineari: questo significa che, se ψ1 e ψ2
sono soluzioni dell’equazione differenziale, qualsiasi loro combinazione lineare

ψ = a1 ψ1 + a2 ψ2

ne è ancora soluzione. Le equazioni (1-8) sono tutte equazioni del secondo


ordine: esse contengono cioè derivate di ordine massimo 2 (in realtà le equa-
zioni di Maxwell sono del prim’ordine, ma contengono due funzioni incognite
e possono essere ricondotte, eliminando una delle due incognite, a equazio-
ni del second’ordine). Esistono diversi metodi per la soluzione di equazioni
differenziali alle derivate parziali del second’ordine:
1) metodo di separazione delle variabili;

2) metodo delle funzioni di Green;

3) metodo delle trasformate integrali di Fourier e di Laplace;

4) metodi numerici.

Metodo di separazione delle variabili

Il metodo di separazione delle variabili consiste nel separare una equazio-


ne differenziale alle derivate parziali in n variabili in n equazioni differenziali
ordinarie (contenenti cioè derivate totali), ciascuna corrispondente a una va-
riabile. Ogni separazione introduce una costante arbitraria, detta costante
di separazione. Se le variabili sono n, si ottengono n − 1 costanti di separa-
zione, determinate dalle condizioni al contorno del problema. Illustriamo il
funzionamento di questo metodo con un esempio: la soluzione dell’equazione
di Helmholtz (D.3). In coordinate cartesiane l’equazione (D.3) diventa:

∂ 2 ψ(x, y, z) ∂ 2 ψ(x, y, z) ∂ 2 ψ(x, y, z)


+ + + k 2 ψ(x, y, z) = 0 . (D.7)
∂x2 ∂y 2 ∂z 2
Il metodo di separazione delle variabili consiste nel cercare una soluzione
fattorizzata del tipo

ψ(x, y, z) = X(x)Y (y)Z(z) , (D.8)

dove X(x) dipende solo dalla variabile x, Y (y) solo dalla y e Z(z) solo dalla z.
Non è detto, in generale, che una soluzione di questo tipo esista, ma, se esiste,

170
il procedimento è giustificato. Se non esiste, si dovrà risolvere l’equazione con
un altro metodo. Sostituiamo dunque la (D.8) nell’equazione (D.7):

d2 X(x) d2 Y (y) d2 Z(z)


Y (y)Z(z) 2
+ X(x)Z(z) 2
+ X(x)Y (y) 2
+ k 2 X(x)Y (y)Z(z) = 0
dx dy dz

e dividiamo per X(x)Y (y)Z(z), supponendo che ψ 6= 0 (soluzione banale


dell’equazione differenziale):

1 d2 X(x) 1 d2 Y (y) 1 d2 Z(z)


+ + + k2 = 0 .
X(x) dx2 Y (y) dy 2 Z(z) dz 2

Si noti che le derivate sono derivate ordinarie, non parziali. Separiamo ora i
termini che dipendono da x da quelli che non ne dipendono:

1 d2 X(x) 1 d2 Y (y) 1 d2 Z(z)


2
= − 2
− 2
− k2 . (D.9)
X(x) dx Y (y) dy Z(z) dz

Ora, il primo membro è una funzione della sola variabile x, mentre il secondo
membro dipende solo da y e z. Poichè x, y e z sono variabili indipendenti,
questo è possibile solo se entrambi i membri della (D.9) sono uguali a una
costante, la costante di separazione, che indicheremo con −l2 . Otteniamo
cosı̀ due equazioni:

1 d2 X(x)
2
= −l2
X(x) dx
2
1 d Y (y) 1 d2 Z(z)
2
+ 2
+ k 2 = l2 .
Y (y) dy Z(z) dz

Consideriamo ora la seconda di queste equazioni e ripetiamo il procedimemto;


separiamo i termini dipendenti da y:

1 d2 Y (y) 1 d2 Z(z)
2
=− 2
− k 2 + l2 .
Y (y) dy Z(z) dz

Questa equazione può essere verificata solo se ambo i suoi membri sono uguali
a una costante di separazione, −m2 :

1 d2 Y (y)
2
= −m2
Y (y) dy
1 d2 Z(z)
2
= −k 2 + m2 + l2 = −n2 ,
Z(z) dz

171
dove abbiamo introdotto, per motivi di simmetria formale, la costante n2 ,
legata a l, m e k dalla relazione
l 2 + m2 + n2 = k 2 .
Riassumendo, abbiamo trasformato l’equazione differenziale alle derivate par-
ziali in n=3 variabili
∂ 2 ψ(x, y, z) ∂ 2 ψ(x, y, z) ∂ 2 ψ(x, y, z)
2
+ 2
+ 2
+ k 2 ψ(x, y, z) = 0
∂x ∂y ∂z
in n=3 equazioni differenziali ordinarie
1 d2 X(x)
= −l2
X(x) dx2
1 d2 Y (y)
= −m2
Y (y) dy 2
1 d2 Z(z)
2
= −n2
Z(z) dz
e abbiamo introdotto n−1=2 costanti di separazione l e m (la terza costante,
n, non è indipendente dalle altre due). La nostra soluzione sarà caratterizzata
da tre indici l, m, n:
ψlmn (x, y, z) = Xl (x)Ym (y)Zn (z) (D.10)
e varrà per qualunque scelta delle costanti l, m, n purchè l2 + m2 + n2 = k 2 .
La soluzione generale sarà una combinazione lineare delle (D.10):
X
Ψ(x, y, z) = almn ψlmn (x, y, z) ,
l,m,n

dove i coefficienti almn saranno determinati dalle condizioni al contorno. Ri-


solviamo ora l’equazione di Helmholtz in coordinate sferiche. Cerchiamo una
soluzione fattorizzata del tipo
ψ(r, θ, φ) = R(r)Θ(θ)Φ(φ) . (D.11)
L’espressione dell’operatore laplaciano in coordinate sferiche è:
1 ∂2
" ! ! #
1 ∂ ∂ ∂ ∂
∆= 2 sin θ r2 + sin θ + . (D.12)
r sin θ ∂r ∂r ∂θ ∂θ sin θ ∂φ2
Le (D.11) e (D.12), sostituite nell’equazione (D.3), forniscono:
d2 Φ
! !
1 d 2 dR 1 d dΘ 1
2
r + 2
sin θ + 2 2 2
= −k 2 .
Rr dr dr r Θ sin θ dθ dθ Φr sin θ dφ

172
Si noti che le derivate sono diventate derivate ordinarie, perchè agiscono su
funzioni di una sola variabile. Moltiplicando per r2 sin2 θ possiamo isolare i
termini dipendenti da φ:

1 d2 Φ
" ! !#
1 d dR 1 d dΘ
2
= r2 sin2 θ −k 2 − 2
r2 − 2 sin θ (D.13)
.
Φ dφ Rr dr dr r Θ sin θ dθ dθ

Questa equazione è una uguaglianza fra una funzione che dipende solo da
φ e una che dipende solo da r e θ: l’unica soluzione possibile è che ambo i
membri della (D.13) siano uguali a una costante, che indicheremo con −m2 :

1 d2 Φ
= −m2 (D.14)
Φ dφ2
m2
! !
1 d 2 dR 1 d dΘ
r + sin θ − = −k 2 .
Rr2 dr dr r2 Θ sin θ dθ dθ r2 sin2 θ

Moltiplicando ora la seconda equazione per r2 e riarrangiando i termini si


ottiene:
m2
! !
1 d dR 1 d dΘ
r2 + k2 r2 = − sin θ + .
R dr dr Θ sin θ dθ dθ sin2 θ

Le variabili r e θ sono cosı̀ separate. Se uguagliamo il primo e il secondo


membro ad un’unica costante Q otteniamo:
!
1 d 2 dR 2 QR
r + k R − = 0 (D.15)
r2 dr dr r2
m2
!
1 d dΘ
sin θ − Θ + QΘ = 0 . (D.16)
sin θ dθ dθ sin2 θ

Abbiamo ottenuto cosı̀ tre equazioni differenziali ordinarie (D.14), (D.15) e


(D.16), con l’introduzione di 2 costanti di separazione, m2 e Q. La soluzione
di queste equazioni è discussa nel prossimo paragrafo. La soluzione generale
dell’equazione di Helmholtz in coordinate sferiche avrà la forma:
X
Ψ(r, θ, φ) = aQm RQ (r)ΘQm (θ)Φm (φ) .
Q,m

Mediante il metodo di separazione delle variabili ci siamo quindi ricondotti a


equazioni differenziali ordinarie del second’ordine, delle quali ci occuperemo
ora.

173
Appendice E

L’integrale di Lebesgue

Elenchiamo qui di seguito (senza dimostrarle) alcune proprietà dell’integrale


di Lebesgue che lo rendono spesso molto più maneggevole dell’integrale di
Riemann.

• Teorema di Lebesgue sullo scambio di limite con integrale (per suc-


cessioni).
Se

lim fn (x) q.o.


n→∞
= f (x) ,

con le fn (x) sommabili, ed esiste una F (x) sommabile tale che ∀n ∈ N,


|fn (x)| ≤q.o. F (x), allora anche f (x) è sommabile e si può scambiare il
limite con l’integrale:
Z b Z b Z b
lim fn (x) dx = lim fn (x) dx ≡ f (x) dx . (E.1)
n→∞ a a n→∞ a

La seconda proprietà è molto simile:

• Scambio di limite con integrale (per integrali dipendenti da un


parametro).
Se in y0 la funzione f (x, y), intesa come funzione di y, è continua per
quasi ogni x ∈ (a, b), cioè se vale

lim f (x, y) =q.o. f (x, y0 ), (E.2)


y→y0

ed esiste una F (x) sommabile tale che in un opportuno intorno di


y0 valga |f (x, y)| ≤q.o. F (x), allora si può scambiare il limite con
l’integrale:

174
Z b Z b Z b
lim f (x, y) dx = lim f (x, y) dx ≡ f (x, y0 ) dx . (E.3)
y→y0 a a y→y0 a

Anche la terza proprietà vale sotto condizioni analoghe:

• Derivazione sotto il segno.


Posto
Z b
G(y) = f (x, y) dx ,
a

se in un opportuno intorno di y0 e per quasi ogni x ∈ (a, b) la derivata


parziale fy0 (x, y) esiste e vale

|fy0 (x, y)| q.o.


≤ F (x) con F (x) sommabile ,

allora si può derivare sotto il segno:


Z b
dG
= fy0 (x, y0 ) dx . (E.4)
dy y=y0
a

Enunciamo infine

• Teorema di Fubini Tonelli sullo scambio dell’ordine di integra-


zione.
Se esiste almeno uno degli integrali

Z b Z d Z d Z b
dx dy|f (x, y)| , dy dx|f (x, y)|
a c c a

allora vale
Z b Z d Z d Z b
dx dyf (x, y) = dy dxf (x, y) (E.5)
a c c a

L’importanza di questi quattro teoremi diventa evidente se si osserva che


essi valgono sia per intervallo finito che infinito e sia per funzioni limitate che
non limitate; gli analoghi teoremi validi per integrali di Riemann, specie per

175
integrali di Riemann impropri, richiedono condizioni sufficienti estremamente
più restrittive e difficili da verificare.
Naturalmente nel caso di intervallo finito anche per l’integrale di Lebe-
sgue si possono avere ulteriori semplificazioni: se e solo se l’intervallo è finito,
F (x) = M costante è sommabile; si può quindi dire, come caso particolare
della proprietà (E.1), che condizione sufficiente affinché valga la (E.1) è che
le fn (x) siano q.o. uniformemente limitate, cioè che esista una costante M ,
indipendente da n, che le maggiori tutte (in modulo) quasi ovunque.
Affermazioni analoghe si possono fare per le proprietà (E.3) e (E.4).
Inoltre se e solo se l’intervallo (a, b) è finito vale L2 (a, b) ⊂ L(a, b),
ovvero ogni funzione quadrato sommabile, su un intervallo finito, è ivi anche
sommabile; per convincersene basta l’identità

Z b
f (x) dx = (1, f ) ,
a

dove con 1 intendiamo il vettore corrispondente alla funzione f (x) = 1, che


è sommabile su ogni intervallo finito.
Non è invece vero che ogni funzione sommabile sia quadrato sommabile;
per esempio

1
/ L2 (0, 1) .
f (x) = √ ∈ L(0, 1) ma ∈ (E.6)
x

Su intervallo infinito non esiste alcuna relazione di inclusione fra L e L2 ;


per esempio

1
f (x) = √ 2
∈ L2 (0, ∞) ma ∈
/ L(0, ∞) .
1+x

176