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LItalia nel Mediterraneo nei due dopoguerra


ben vero che il progresso materiale della nostra epoca ha accorciato enormemente le distanze fra le varie parti di questo nostro piccolo mondo sperduto nello infinito, ma vero anche che il progresso scientifico non ancora riuscito ad abolire lattaccamento delluomo al breve spazio che forma la sua casa, n ha potuto indebolire, malgrado gli eccessi del nazionalismo e dellantinazionalismo, il concetto e il sentimento della Nazione. Alcuni vanno bens affermando che ormai le differenze fra le Nazioni costituiscono semplicemente degli aspetti folkloristici. Ma invece le varie correnti internazionalistiche che si richiamano a motivi ideologici prendono tuttora a base lesistenza della Nazione, ed allinternazionalismo cercano di dare un carattere associativo, la cui condizione di stabilit dovrebbe consistere piuttosto nel livellamento della vita materiale che nel raggiungimento di una uniformit spirituale. Questa, secondo alcuni, si realizzerebbe fatalmente ed automaticamente, in un lasso di tempo pi o meno lungo, una volta che si fosse giunti alluniformit dei sistemi economici e politici. Non intendo qui discutere sulle varie teorie e sui var movimenti internazionalistici, ed opporre ad essi la legge della diversit che una legge fisica ed una legge morale. Dante, che tutto comprese, la sintetizz in un breve verso e voi nascete con diverso ingegno. Ma anche dopo la nascita vi sono elementi geologici e climatici che agiscono potentemente sui nostri diversi ingegni e li rendono ancora pi diversi. LItalia (ora Nazione italiana, o il popolo italiano, espressioni sinonime) ha nel Mediterraneo una situazione geografica particolare, non solo per lestensione delle sue coste, maggiore di quella degli altri Paesi mediterranei, ma soprattutto perch essa sta nel centro del Mediterraneo, ed ha quindi una naturale funzione separatrice e mediatrice, secondo le circostanze ed i tempi, fra le due parti di quel mare. Fra il Mediterraneo occidentale e il Mediterraneo orientale esistono, persistono delle considerevoli diversit che assegnano appunto allItalia una siffatta funzione. Esaminiamo come lItalia abbia assolto il suo compito mediterraneo dopo la prima guerra mondiale.

118 Per avere eccessivamente polarizzata la nostra attenzione e le nostre energie sulla questione adriatica (anchessa, per, questione mediterranea) non fummo in grado di portare tutto il nostro peso verso altri punti dove avremmo, forse, potuto avere migliori soddisfazioni. Crediamo che ci sarebbe stato possibile raccogliere una parte sia pure non cospicua delleredit dellImpero ottomano ed a questo scopo ci inducemmo a rinunciare preventivamente alle nostre posizioni nel Dodecanneso. Poi ci accorgemmo, prima degli altri, che se lImpero ottomano era morto, la Turchia non lo era, e ci affrettammo a riprendere queste posizioni rinunciando alla successione turca anche prima che gli alleati di allora si accorgessero dellimpossibilit di sopprimere la Turchia. Insomma, allavvento del fascismo e dopo una guerra che, sebbene vittoriosa, ci aveva lasciati senza dubbio indeboliti, lItalia nel Mediterraneo si trovava di fronte alla seguente situazione: Questione adriatica insoluta, anzi pericolosamente aperta, con la conseguente ostilit della Jugoslavia, ostilit della Grecia e precariet del nostro possesso del Dodecanneso, amicizia sterile della Turchia, amicizia altrettanto sterile dellEgitto con laggravante della pendenza della modifica del confine cirenaico, gravi difficolt per la riconquista della Libia, programma francese di abolire pi o meno gradatamente i privilegi che ancora esistevano a nostro vantaggio in Tunisia. Nel Mediterraneo occidentale, amicizia sterile della Spagna e nullaltro. Eccezione fatta per lincidente di Corf, anzi malgrado questo, in pochi anni fu possibile migliorare radicalmente la nostra situazione. Conservammo il Dodecanneso, conservammo lamicizia turca e, grazie allintelligenza politica di Venizelos, non solo si giunse ad una notevole distensione con la Grecia, ma ci fu possibile, con qualche esagerazione, di darci laria di padre nobile nei riguardi della Turchia e della Grecia. Non si giunse n si poteva giungere ad un Locarno mediterraneo di cui lItalia fosse riconosciuta alta compositrice, ma questa nostra posizione ed il prestigio che per noi ne derivava furono sostanzialmente ammessi nella zona del Mediterraneo orientale. Giungemmo ad una favorevole limitazione del confine cirenaico egiziano, riconquistammo la Libia, mantenemmo in sospeso, nellimpossibilit di giungere ad un accordo, i tentativi francesi di sopprimere i nostri diritti in Tunisia e quindi di fare della Tunisia una colonia o un dipartimento francese come lAlgeria. Nel Mediterraneo occidentale migliorammo, apparentemente per delle affinit di regime ma in realt per laumentato nostro prestigio nel Mediterraneo, i nostri rapporti con la Spagna, e prendemmo parte, a parit di diritti con le altre grandi potenze, allamministrazione internazionale di Tangeri.

119 E, pur non essendo riusciti ad ottenere una partecipazione al controllo dellaltro sbocco mediterraneo, cio del Canale di Suez, ci fu riconosciuto dallInghilterra, con laccordo del febbraio 1927, frutto della nostra abile politica yemenita, un diritto di intervento in uno dei settori pi gelosi della sicurezza britannica, nel Mar Rosso, cio nella via delle Indie, in quella via che determina appunto la politica mediterranea della Gran Bretagna, in quella via per la quale, solo qualche anno prima, ci era stato detto a Londra che toccarla avrebbe costituito un casus belli. Credo sia difficile non riconoscere che lItalia aveva cos raggiunta la migliore posizione mediterranea alla quale potesse aspirare, dati i tempi e date le sue forze effettive comparate con quelle delle altre nazioni mediterranee o interessate al Mediterraneo. Debbo aggiungere, per completare il panorama, che i nostri rapporti con il nascente sionismo erano eccellenti; perfino una nave-scuola ebraica si trovava a Civitavecchia, e ci per nulla nuoceva al prestigio italiano nel mondo arabo che aveva certamente assunto considerevoli proporzioni. Il viaggio scenografico di Mussolini a Tripoli, il suo cavallo bianco e la spada dellIslam che egli agit destarono bens una spiacevole impressione di millanteria, ma non riuscirono a diminuire la seriet e la solidit della situazione che lItalia si era acquistata nel Mediterraneo e che le aveva permesso di cominciare a stabilire due importantissime basi navali, quella di Lero e quella di Pantelleria, come di perseguire in Albania una molto audace, anzi pericolosa politica di penetrazione. Come potemmo giungere a tutto questo? Per abilit di negoziati? Non certo. Per virt intrinseca del regime fascista? lecito dubitarne. Per un improvviso accrescimento della nostra potenza militare? da escluderlo. Vi giungemmo soltanto perch la nostra politica estera (le cui linee fondamentali furono accettate da Mussolini, al quale doveroso riconoscere il merito di averle stabilizzate e rafforzate sia nellordine interno che nellordine internazionale) riafferm, senza esitazione e senza deviazioni, la sua base mediterranea, cio lamicizia con lInghilterra. E perch questa ebbe fiducia nellamicizia che le offriva unItalia ordinata e cosciente del suo compito mediterraneo e dei limiti entro i quali gli interessi mediterranei italiani potevano armonizzarsi con gli interessi britannici. Lantifascismo pre-bellico e post-bellico ha fatto colpa allInghilterra e ai suoi maggiori uomini politici, a cominciare da Churchill, il quale si lasci spesso andare a non equivoche dichiarazioni favorevoli a Mussolini, di aver consolidato il fascismo in Italia, e quindi di avergli dato il modo di porre in Europa le premesse dellhitlerismo, del connubio nazi-fascista e quindi del conflitto prima europeo e poi mondiale. Capziosa ed arbitraria argomentazione davvero questa.

120 LInghilterra avrebbe dovuto boicottare il fascismo italiano secondo i desider degli antifascisti, allo stesso modo come gi aveva boicottato e perfino combattuto il bolscevismo russo con quei felici risultati che tutti sanno. LInghilterra avrebbe dovuto rinunziare a consolidare nel Mediterraneo una grande potenza come lItalia che le offriva inequivocabilmente la sua amicizia, perch avrebbe dovuto prevedere che, alla distanza di diciotto anni, il regime totalitario di questa potenza le avrebbe fatalmente dichiarato la guerra. Bismarck soleva dire che in politica estera non si possono fare previsioni al di l di tre anni, ma coloro che pretendono ora non solo di aver ragione ma di aver avuto sempre ragione, tutto avevano previsto or sono venti anni! Invece lInghilterra, che pure spesso pretende di aver ragione ma che in fondo sa curare abbastanza i suoi interessi, a differenza della Francia, che us quasi sempre lantifascismo come arma di politica estera, prefer di avere nel Mediterraneo, sulla via delle sue comunicazioni imperiali, unefficace sentinella, sia pure ambiziosa ed irrequieta come lItalia fascista, ma comprensiva dellutilit della collaborazione italo-britannica, piuttosto che tentare di indebolire il regime interno italiano, mettendo le ideologie antifasciste al servizio della politica mediterranea britannica. stato detto che per lInghilterra vittoriana, cio per quella il cui spirito perdur, mutatis mutandis, anche dopo il conflitto mondiale numero uno (e Roosevelt chiamava vittoriano Churchill), per quellInghilterra orgogliosa, sprezzante, convinta della sua superiorit in ogni campo, lAfrica con i suoi negri incominciava a Calais. E questo paradosso, come tutti i paradossi, contiene pur sempre una parte di verit. Ma il fatto che lInghilterra fece limpossibile per tenersi amici noialtri negri del Mediterraneo, n ci tratt come tali. Fu tollerante anche quando Mussolini si permise delle pericolose avventure come quella di Corf e dimostr chiaramente in ogni occasione che considerava necessaria la nostra collaborazione. Quando cominci a mutare questa situazione di cose? Senza dubbio ci avvenne col sorgere e col rapido rafforzamento dellhitlerismo. Giacch da un lato Mussolini cominci a preoccuparsene e, dallaltro, lInghilterra commise il gravissimo errore di fare sullItalia, in corpore vili, in occasione della vertenza etiopica, la prova generale delle debolissime armi societarie che credeva di avere a sua disposizione contro la Germania. Eppure il regolamento della questione etiopica, tanto in via politica che in via bellica, avrebbe dovuto essere una ragione di pi e non una ragione di meno per rendere ancora pi stretta la collaborazione italo-britannica dentro e fuori del Mediterraneo. Se da parte nostra furono commessi errori nella preparazione diplomatica e politica della questione etiopica, non vha dubbio che principale

121 responsabile delle funeste conseguenze che essa ebbe, non in Africa ma in Europa, fu lInghilterra. Questa sottovalut la decisione e le possibilit militari italiane in Africa. Stabil unassurda connessione fra la nostra azione puramente coloniale e la possibilit di una prossima azione tedesca in Europa, fece leva sulle forze antifasciste internazionali che mai prima aveva utilizzate nella politica estera, cre con incredibile leggerezza, nei riguardi dellaffare etiopico, una situazione interna ed internazionale che non le riusc pi di dominare e cambiare. Anzi dovette auspicare, come effettivamente auspic, una rapida vittoria italiana in Abissinia per poter dare una soluzione a tale difficile situazione, giacch era impotente a dargliene una essa stessa se non ricorrendo alle armi: cosa che sarebbe stata assurda, date anche le premesse teoriche antigermaniche dalle quali il Governo inglese era partito. Ma il male era fatto. N valse a rimediarlo lindubbia buona volont che misero poi tanto lInghilterra ad acconciarsi al fatto compiuto quanto lItalia a cercare di ricostruire le fondamenta dellamicizia italo-britannica, profondamente scosse dalla vertenza etiopica. La ricostruzione era assai difficile, ma non perch persistevano rancori personali fra gli uomini di governo, giacch lo stesso Mussolini, malgrado il suo temperamento, non era uomo da farsene completamente dominare, n vero ci che comunemente si afferma, che cio lInghilterra si lascia, presto o tardi, trascinare dallo spirito della vendetta. La difficolt consisteva anzitutto nel fatto che si erano lasciati entrare nella vertenza etiopica elementi ideologici che avrebbero dovuto rimanere completamente estranei ad essa. Se ne era fatta una questione di fascismo e di antifascismo, come ancora per vile, per stupido vezzo noi stessi dividiamo le nostre colonie in pre-fasciste e fasciste. E cos, sotto laspetto ideologico e con tutte le caratteristiche del livore ideologico, la questione etiopica, che faceva parte della nostra politica fin dai tempi, del nostro risorgimento, che presentava aspetti economici e demografici importantissimi per il nostro paese e che infine era stata la pietra angolare della collaborazione italo-britannica in Africa e avrebbe dovuto essere destinata a consolidarla, era invece penetrata nelle ingenue ed ignoranti masse internazionali, con limmagine dellorco fascista divoratore, immagine che conveniva a tutti gli interessi politici ed economici coalizzati non tanto contro lItalia quanto contro il regime, sotto il quale noi avevamo tentato di risolvere un problema di casa nostra, preesistente al fascismo. La difficolt stava pure nel fatto che la sirena germanica era ritornata a galla e, profittando della situazione, aveva cominciato a gorgheggiare i suoi richiami per attirare Mussolini, aggravando nel suo animo lamarezza per le disillusioni patite a Ginevra, a Londra, a Parigi. ben vero che Mussolini, malgrado le sollecitazioni

122 che gli venivano fatte da ambienti e persone che pure avrebbero dovuto avere un maggiore senso di responsabilit, non si era lasciato sedurre dalla voce della sirena, era rimasto a Ginevra, ad onta degli insulti che gli venivano prodigati, e, pur tuonando contro le sanzioni, aveva accettato che si iniziasse da Palazzo Chigi quella politica di riavvicinamento a Londra che, infine, in occasione di quanto avvenne a Monaco, condusse al riconoscimento dellImpero. Ma allora Mussolini non era ancora del tutto convinto, come si convinse poi, che la sirena tedesca, oltre alla bellezza della voce, possedesse una forza materiale invincibile. La guerra di Spagna nemmeno valse ad infondergli in modo assoluto tale persuasione, ma certamente essa non facilit lopera di ricostruzione della collaborazione italo-britannica. Anche la guerra di Spagna va tuttavia considerata non soltanto sotto laspetto ideologico, come comune errore di fascisti e di antifascisti. Per lItalia essa ebbe in realt movente e carattere di politica mediterranea, mentre per la Germania essa ebbe movente e carattere di politica continentale europea. LItalia e la Germania si trovarono unite dalla parte di Franco e divise fra se stesse, per gli stessi motivi e per gli stessi scopi, ma con tutte le sostanziali divergenze che le unirono e le divisero poi nella guerra mondiale numero due. La priorit dellintervento francese in Spagna per me stabilita in maniera certa, giacch io mi trovai per mie personali ragioni alla frontiera franco-spagnola solo tre o quattro giorni dopo la sollevazione di Franco ed ebbi modo di constatare con i miei occhi il passaggio di materiale francese in Spagna. Era naturale che ci avvenisse data la vicinanza dei due paesi e data lesistenza in Francia del fronte popolare, sulle cui forze lo stesso Stato Maggiore francese sarebbe stato costretto a far leva nelleventualit di un conflitto europeo. A prescindere dalla convenienza di impedire una degenerazione comunista della Repubblica spagnola fortemente sbandata a sinistra (degenerazione che si dimostrata ormai fatale in tutti i paesi dopo lesempio di Kerenski nella stessa Russia), sta il fatto che una qualunque Germania, anche non nazista, non poteva vedere di buon occhio, sia pure da un punto di vista di pura politica estera, una saldatura a fuoco franco-spagnola che sarebbe stata determinata da una sconfitta fatale delle forze franchiste. E con tanto minore indifferenza poteva considerare questa eventualit una Germania hitleriana, che, senza dubbio, covava fin da allora propositi bellici, per i quali aveva bisogno di una Francia cos debole da non poter impedire, n con la forza militare n con lenergia politica, la realizzazione della ferma volont espansionistica tedesca. Mussolini, invece, per quanto recenti fossero i suoi risentimenti contro la politica anglo-francese, per quanto precisa fosse la sua

123 orientazione ideologica, non aveva ancora, al momento in cui sorse la questione spagnola, abbastanza concretato il suo atteggiamento verso la Germania e nei riguardi degli sviluppi che la sua politica revisionistica avrebbe potuto avere nella situazione generale europea. La ragione del nostro appoggio a Franco, il motivo fondamentale che spinse Mussolini a intervenire in Spagna fu senza dubbio un motivo di politica mediterranea. Prescindendo dalle forme e dai limiti dellintervento, giacch in tale campo sono sempre possibili delle critiche, specialmente a posteriori, chi avrebbe potuto, in coscienza, affermare che non avrebbe costituito un danno di carattere mediterraneo per lItalia una stretta unione fra due paesi come la Francia e la Spagna, ambedue retti dal fronte popolare, quando tale unione avrebbe praticamente chiuso ad ogni influenza italiana tutto il Mediterraneo occidentale, doppiamente guardato dalla sentinella di Gibilterra e da quella delle Baleari? La propaganda antifascista cre la leggenda di un accordo tra Mussolini e Franco per la cessione delle Baleari come prezzo del nostro aiuto. In realt la politica italiana e lo stesso Mussolini volevano una sola cosa: che le Baleari restassero ad una Spagna forte ed amica. Forse Mussolini si illuse che lamicizia spagnola avrebbe potuto superare certi limiti ed in ci ebbe torto, giacch sarebbe stato assurdo pretendere che la Spagna aiutasse lItalia fino al punto di permettere una nostra egemonia nel Mediterraneo. Ma, tranne qualche esagerazione nelle idee e nei fatti, certo che lintervento italiano in Spagna fu motivato dalla necessit di evitare ogni turbamento dellequilibrio del Mediterraneo: corrispose cio alla funzione equilibratrice e moderatrice fra le due parti di quel mare, funzione che spettava e forse spetter ancora allItalia per la sua posizione geografica. Del resto, a misura che si faceva pi evidente lintervento russo in Spagna e che il Governo spagnolo, sotto le apparenze cosidette democratiche, cedeva maggiormente allinfluenza comunista indigena e forestiera, lipocrita ma abile politica britannica, attraverso i meandri del Comitato di Londra, ostacolava sempre in minor grado lazione italiana. I sacrific verbali ed anche materiali, che le democrazie angloamericane facevano sullarea della loro ideologia, non impedivano sostanzialmente lo svolgersi dellazione italiana, la quale, pur avendo assunto anche essa un carattere ideologico, serviva in realt un interesse mediterraneo non soltanto italiano ma anche britannico, e quindi americano. La guerra di Spagna e quella di Etiopia ci indebolirono, ci fecero trovare in condizioni di scarsa efficienza quando scoppi la guerra europea, ma non si pu affermare che esse, per quanto concerne lItalia, furono una preparazione di questultima. La guerra di Spagna lo fu per la Germania, ma per noi tanto la politica spa-

124 gnola quanto quella etiopica avrebbero dovuto essere destinate a rafforzare la nostra situazione nel Mediterraneo e in Africa, a potenziare la politica equilibratrice fra Inghilterra, Francia e Germania, alla quale eravamo naturalmente destinati, e che, oso affermare, era allora in realt nel pensiero dello stesso Mussolini, il quale si era guardato bene fino allora dallassumere precisi impegni verso la Germania, e, a quellepoca, fondava ancora le sue speranze nella possibilit di esercitare, col prestigio senza dubbio enorme che si era acquistato, una missione pacificatrice in Europa. Una missione di cui, malgrado tutto, si rendevano abbastanza conto in Inghilterra, dove finirono per constatare che, sotto le spoglie ideologiche, lItalia aveva in sostanza tolte in Spagna le castagne dal fuoco, anche nellinteresse della democrazia britannica. Ma dopo di allora gli avvenimenti precipitarono, la Germania hitleriana and quotidianamente aumentando in potenza e in prepotenza, mentre le democrazie palesarono sempre di pi la propria debolezza militare e politica. Le ipocrisie e le astuzie non servirono pi a mascherarla, come ai tempi di Ginevra e del Comitato di Londra, e Mussolini, da parte sua, cominci a impressionarsi sempre maggiormente per la forza tedesca e per i progressi che la Germania faceva nelloriente europeo. Fu appunto in relazione con tale progresso che si determin la necessit di rafforzare le nostre posizioni mediterranee. La spedizione in Albania, con la conseguente unione personale con lItalia, fu ispirata da considerazioni di carattere mediterraneo applicabili allAdriatico nei limiti delle nostre possibilit. Le istruzioni segretissime che mi furono mandate da Roma quel famoso Venerd Santo, quando io ero Ambasciatore a Parigi, affermarono appunto il nostro bisogno di consolidarci nel Mediterraneo di fronte alla progressiva ed incontrastata avanzata tedesca verso lEst. I Governi esteri dovevano dedurne la convenienza di non lasciare sola la Germania in tale avanzata, giacch nulla facevano per impedirla, ma di permettere che si rafforzasse unItalia, i cui interessi nellAdriatico erano in naturale contrasto con gli interessi tedeschi. Ipocrisia diplomatica, desiderio di espansione, imperialismo, ambizione mussoliniana mascherata con capziosi argomenti dialettici? Forse, s, un poco anche di tutto questo, ma indubbio che il fondamento principale della nostra azione in Albania fu la necessit di garantire la nostra sicurezza in Adriatico, in funzione antitedesca ed in funzione di equilibrio mediterraneo. Dir, fra parentesi, che dalle stesse considerazioni e dallillusione della nostra capacit di affrontare lestensione del conflitto al Mediterraneo orientale, oltre che dal desiderio di assicurarci al momento della pace un pegno compensativo della perdita delle nostre posizioni in Africa, fu determinata poi la nostra malaugurata spedi-

125 zione in Grecia, fatta ad insaputa di Hitler ed in netto contrasto con le sue direttive. Ma lulteriore seguito degli avvenimenti aument ancor pi in Mussolini la preoccupazione per quella invincibilit della Germania che gli appariva sempre pi evidente. Fu cos che malgrado le esitazioni del 1939, pur tanto forti da corrodere alquanto lacciaio di quel patto cos imprudentemente e inutilmente stipulato, egli si indusse al precipitoso nostro intervento nel conflitto il 10 giugno 1940, mentre ancora persistevano le nostre condizioni di estrema debolezza. Ma anche allora lerrore di Mussolini, come la sua precedente abile condotta politica, ebbe motivi e conseguenze di carattere mediterraneo. Partendo sempre dalla convinzione dellineluttabilit della vittoria tedesca, che gli parve confermata dalla verticale caduta della Francia, egli credette che lItalia avrebbe potuto cogliere anchessa una parte dei frutti della vittoria tedesca, con una breve avanzata sulle Alpi ed una passeggiata sulla Costa Azzurra. Non vide, non consider altre ipotesi, non calcol soprattutto limpossibilit tedesca di invadere lInghilterra, e quindi la possibilit per questa di resistere e prolungare la guerra, prolungamento che avrebbe portato con s fatalmente lestensione delle operazioni belliche ad altri settori europei e principalmente al Mediterraneo, ed avrebbe fatto assumere al conflitto, come gi nel 1914, un carattere intercontinentale. Quando si avvide che la Germania si era ingannata e lo aveva ingannato, promettendogli una rapida vittoria in un conflitto circoscritto alla Francia e allInghilterra, egli non volle o non seppe, dimostrare immediatamente alla Germania che lentrata in guerra dellItalia faceva assumere al conflitto un carattere mediterraneo, che doveva essere preponderante su quello centro ed est-europeo, e che esigeva pertanto che il massimo sforzo bellico fosse fatto, insieme e rapidamente, dalla Germania e dallItalia nel Mediterraneo. Bench sia mia convinzione che, anche nel caso che questo massimo sforzo bellico italo-tedesco fosse stato compiuto nel Mediterraneo con pieno successo, ci non avrebbe fatto che prolungare la guerra senza cambiare il risultato finale, non vi dubbio che n Hitler n Mussolini realizzarono le conseguenze strategiche e tattiche che derivavano, se non altro per un fatto puramente geografico, dalla partecipazione italiana al conflitto. ancora oscura, almeno per me, la storia dei primi errori della collaborazione e della mancata collaborazione italo-tedesca in Africa settentrionale, cio nel settore mediterraneo che avrebbe dovuto interessare congiuntamente i due paesi del cosidetto Asse. Nel 1943, in una pubblica conferenza mentre ero Ambasciatore presso la Santa Sede, osai rimproverare alla Germania, in presenza

126 del suo Ambasciatore, la mancanza di comprensione del carattere mediterraneo che automaticamente aveva assunto il conflitto europeo con lentrata in guerra dellItalia. Credevo di ricevere un severo richiamo da parte di Mussolini, ma dovetti constatare invece che la mia critica antitedesca non gli era affatto dispiaciuta. E la ragione era chiara. Egli tendeva ad attribuire a colpa esclusiva della Germania la mancanza di tempestivi e congrui aiuti alle nostre prime operazioni in Africa settentrionale. Pi tardi, mentre ero in Turchia, Von Papen, che aveva ricevuto dal suo Governo comunicazione del mio discorso, mi disse che le mie critiche erano ingiuste, perch gli aiuti tedeschi erano stati offerti fin dallinizio delle nostre operazioni ed erano stati rifiutati da Mussolini, il quale aveva affermato che poteva far da s. Ad ogni modo il risultato finale di tutto questo fu la dolorosa, la totale sconfitta. E non v dubbio che se gli alleati dovettero eseguire con forze imponenti lo sbarco in Francia, superare il vallo Atlantico, spingersi fino al cuore della Germania per obbligarla a capitolare, tutto ci sarebbe stato impossibile, o per lo meno ritardato ancora di molto tempo, se non fossero prima state stabilite le basi alleate nel Mediterraneo e se queste non avessero servito per vincere la guerra nel Mediterraneo. Leliminazione dellItalia dallAfrica settentrionale e dal Mediterraneo costitu loperazione preliminare necessaria per poter condurre loperazione definitiva nel continente europeo. Beninteso, lo sbarco in Italia non poteva costituire fine a se stesso, e gli alleati lo sapevano perch lo affrontarono con forze insufficienti ed anche prematuramente, tanto che perseguirono le loro operazioni con lentezza e fiacchezza, dopo di essersi assicurati le basi aeree e navali dellItalia meridionale che erano per essi le sole interessanti. Se fosse stata accettata la tesi di Churchill dellapertura del secondo fronte dei Balcani, avrebbero avuto ragione quelli fra di noi, come il Generale Cavallero, i quali pensavano che la guerra sarebbe stata vinta nel Mediterraneo orientale. Con la sola differenza che lavrebbero vinta pur sempre i nostri avversari! Ad ogni modo, credo sia lecito dedurre dalla storia militare del secondo conflitto mondiale tre affermazioni: 1 che lentrata in guerra dellItalia fu causa che il conflitto da centro-europeo si trasformasse in conflitto mediterraneo e poi intercontinentale, e quindi distruggesse le illusioni di coloro, specialmente dei tedeschi, che sperarono scioccamente fino allultimo in una pace di compromesso; 2 che lItalia, una volta diventato mediterraneo il conflitto, doveva logicamente sostenerne il maggiore peso navale e militare, ma non era in grado di sopportarlo neanche con gli aiuti tedeschi,

127 giacch questi dovevano essere trasportati sulla sponda africana ed ivi riforniti. Tanto poco eravamo noi preparati ad una guerra mediterranea, tanto stupida era stata lillusione che la nostra guerra si sarebbe potuta concludere sulle Alpi, che fummo costretti ad effettuare i nostri trasporti marittimi con i transatlantici e, purtroppo, come ognuno sa, a volte perfino con le navi ospedale; 3 che, dato quanto precede, la guerra fu perduta per la Germania e per lItalia principalmente perch n la Germania comprese limportanza del Mediterraneo nel conflitto che apr con tanta fiducia nelle sue sole forze, n Mussolini comprese lesatto valore che avrebbe assunto nel conflitto la situazione dellItalia nel Mediterraneo. Egli calcol male limportanza delle forze italiane nei riguardi delle altre nazioni mediterranee e specialmente di quelle interessate al Mediterraneo, come lInghilterra. Egli credette perci di poter anticipare storicamente un conflitto italo-britannico quando non eravamo ancora in grado di affrontarlo. N, una volta commesso questo errore, os, allindomani del 10 giugno 1940, operare audacemente e rapidamente attaccando le basi inglesi nel Mediterraneo. Forse lesito sarebbe stato ugualmente negativo, ma almeno la condotta delle nostre operazioni militari avrebbe corrisposto ad una logica comprensione della nostra situazione geografica. La mancanza di questa comprensione risulta anche dal fatto che, almeno per quanto io sappia o per quanto appaia dai documenti finora conosciuti, non vi fu mai da parte italiana nessun tentativo di spingere Hitler a forzare il passaggio attraverso la Spagna e raggiungere Gibilterra, preferendo unoperazione in territorio spagnolo al fatale attacco contro la Russia. vero che, quando la Germania attacc la Russia, non si degn di chiedere il parere di Mussolini, ma vero anche che Mussolini, il quale aveva una responsabilit preponderante nel Mediterraneo, non fece nulla per dimostrare al suo collega tedesco che, una volta entrata in guerra lItalia ed assunto perci il conflitto carattere mediterraneo, loperazione contro Gibilterra, volente o nolente la Spagna, doveva avere la priorit assoluta. Neanche questo avrebbe potuto cambiare le sorti finali del conflitto, giacch, malgrado la chiusura dello stretto di Gibilterra, gli alleati avrebbero potuto sempre stabilire le loro basi nellAfrica settentrionale, operando dal Marocco francese e dal Mar Rosso, ma la loro superiorit nel Mediterraneo si sarebbe affermata pi difficilmente e in un pi lungo lasso di tempo. Esaminiamo ora che cosa avrebbe potuto significare per la posizione dellItalia nel Mediterraneo lipotesi che la guerra si fosse conclusa vittoriosamente per il cosidetto Asse. Trattandosi di storia al condizionale, sar questo un esercizio puramente retorico, ma servir forse a rettificare, almeno secondo il mio punto di vista, alcuni giudiz che sono stati presentati al pubblico sotto una luce fal-

128 sa, influenzata cio dai contrasti delle ideologie e dalle necessit della propaganda politica delle parti avverse. difficile, invero, ammettere lipotesi di una completa schiacciante vittoria dellAsse, giacch gli Stati Uniti, intervenuti con tutte le loro forze nella guerra dopo Pearl Harbour, erano in realt, non solo moralmente, ma materialmente a fianco dellInghilterra fin dallo scoppio della guerra stessa nel 1939 e non avrebbero mai permesso uno schiacciamento totale dellInghilterra. Ma, essendo il nostro un esercizio puramente retorico, si pu partire dallipotesi di una pace sostanzialmente vittoriosa, chiamamola cos, di vittorioso compromesso nella quale sia detto fra parentesi ha sempre sperato la Germania fin dallindomani dellannientamento della Polonia, e, poi, dopo la troppo facile conquista della Francia. Ci provato dalle recenti rivelazioni dei generali tedeschi, che hanno affermato che un ordine personale e categorico di Hitler ferm la marcia delle forze germaniche su Dunkerque, la quale sarebbe senzaltro riuscita a impedire la ritirata delle truppe inglesi. Hitler infatti sper allora di concludere la pace collInghilterra, anche perch dovette rendersi conto che lo sbarco in Gran Bretagna non solo non era stato preparato, ma neanche seriamente previsto. Hitler continu poi a sperare ancora nella pace, illudendosi sulla possibilit per gli alleati di comprendere o di accettare il carattere anticomunista della sua guerra contro la Russia. E quasi fino allultimo si illuse, come, del resto, anche in Italia molti si illusero con lui. Non qui il caso di discutere in proposito. Facciamo soltanto lipotesi che ad un certo momento favorevole per le armi vittoriose dellAsse, ad esempio se le forze italo-tedesche non fossero state fermate ad El Alamein ed avessero potuto raggiungere, putacaso, Alessandria, gli alleati avessero fatte od accettate offerte di pace. Io credo che non sarebbe troppo azzardato dire che questa avrebbe potuto essere conclusa pi o meno sulle seguenti basi per quanto riguarda il Mediterraneo: lItalia avrebbe ottenuta una seria garanzia di sicurezza nellAdriatico mediante le posizioni che le sarebbero state cedute dalla Jugoslavia e mediante lassoluto controllo sullAlbania. Dalla Grecia avremmo potuto ottenere la cessione di Corf che avrebbe servito ad assicurare maggiormente il nostro confine orientale. Dalla Francia, oltre alla frontiera sul Var, avremmo potuto ottenere nella migliore ipotesi la Tunisia, e, nella peggiore, una specie di condominio che, collabolizione del protettorato, si sarebbe probabilmente col tempo risolto a nostro vantaggio, e ci avrebbe dato il controllo assoluto del Canale di Sicilia, se avessimo ottenuto anche la cessione di Malta da parte dellInghilterra. Le nostre posizioni nel Dodecanneso, lampliamento del nostro confine cirenaico verso lEgitto, il rafforzamento della base di Tobruk ci avrebbero data una situazione preponderante nel centro

129 del Mediterraneo e nel Mediterraneo orientale, dove, malgrado i risentimenti, anzi gli od, che avremmo dovuto affrontare nei Balcani e in Grecia e in Turchia, per essere lItalia diventata effettivamente una Potenza balcanica, alla lunga potevamo sperare di attirare verso di noi lealmente quei popoli, facendo leva pi sul nostro prestigio morale e sulle nostre forze economiche che sulla nostra forza militare. Nel Mediterraneo occidentale mediante la retrocessione di Gibilterra alla Spagna ed il rafforzamento di questa Nazione, avremmo determinato lindebolimento se non leliminazione della situazione mediterranea anglofrancese e, quindi, di conseguenza, il potenziamento della nostra, anche se la Spagna non avesse visto, come naturale supporre, con occhi completamente amichevoli, questa per noi logica conseguenza di una pace vittoriosa. Se fosse stata giusta la fiducia inconcussa sentita da Mussolini, almeno durante i primi anni di guerra, nella vittoria della Germania e quindi della nostra convenienza di metterci al suo fianco e rafforzare la nostra situazione mediterranea anche in vista di un futuro antagonismo italo-germanico come conseguenza dellegemonia tedesca in Europa, non vi dubbio che il raggiungimento dei risultati suesposti sarebbe stato per noi auspicabile come fattore di equilibrio nei confronti di tale egemonia. E le Potenze mediterranee o interessate al Mediterraneo avrebbero dovuto aiutare, piuttosto che ostacolare, il consolidamento della preponderanza italiana nel Mediterraneo, come la sola possibilit di bilanciare ed equilibrare la preponderanza tedesca in Europa e quindi la conseguente spinta tedesca verso i Balcani e verso il Mediterraneo stesso. Tale spinta per si sarebbe fatta sentire da noi con carattere nettamente antagonista non solamente nellAdriatico. La mancanza di una forte sentinella a Gibilterra e il possesso che la Germania avrebbe ottenuto, nella nostra ipotesi, del Marocco francese, possesso al quale essa molto anelava, avrebbero dato ai tedeschi una situazione tale nel Mediterraneo da costringerli, anche se nolenti, a diventare una grande Potenza mediterranea ed a prendere perci la successione dellInghilterra. La restituzione delle sue colonie africane avrebbe indotto inoltre la Germania a chiedere ed ottenere la completa apertura del Canale di Suez e la sua partecipazione al controllo di questo sbocco mediterraneo, per lo meno alla pari dellInghilterra e della stessa Italia. In altre parole, il risultato di una pace vittoriosa per lAsse avrebbe potuto nel Mediterraneo sostituire ad una preponderante situazione anglo-francese una preponderante situazione non esclusivamente italiana ma italo-tedesca. Ma era lecito o no prevedere che questa situazione preponderante italo-tedesca si sarebbe fatalmente trasformata in unassoluta preponderanza tedesca nel nostro mare, dato che la spinta della Germania sarebbe stata appoggiata, anzi determinata da unegemo-

130 nia tedesca in tutta lEuropa? Questa fu la tesi di tutti coloro che in Francia, in Inghilterra e in America e nella stessa Italia cercarono di dissuadere Mussolini dallaffiancarsi alla Germania hitleriana. Il nostro esercizio retorico non credo possa spingersi fino a delle previsioni sibilline, miranti ad epoche troppo lontane e non confortate da alcun elemento positivo. Io credo soltanto che si possa affermare, a chiarimento se non a giustificazione del pensiero mediterraneo di Mussolini, estraneo certamente ad ogni motivo ideologico (come non lo era invece il pensiero dei suoi nemici di allora e non lo quello dei suoi postumi avversar di oggi), che, partendo dalla sua convinzione, bench sbagliata, dellineluttabilit della vittoria tedesca, era naturale che lItalia dovesse preferire in definitiva una pace mediterranea come quella che or ora ho tratteggiata, sia pure ottenuta a prezzo dellegemonia tedesca in Europa e del futuro antagonismo italo-tedesco in Europa, alla sconfitta ed alla situazione nella quale venuta a trovarsi in seguito alla sconfitta. Ci sarebbe da considerare ora lipotesi della neutralit italiana e lipotesi di una nostra partecipazione al conflitto a fianco degli alleati. Ma tali ipotesi non furono mai considerate da Mussolini e non potrebbero, quindi, servire come punto di partenza per altri nostri esercizi retorici. Esaurito perci questo saggio di storia al condizionale, mettiamoci a considerare la realt e cerchiamo di guardarla animosamente in faccia, senza lasciarci andare a inutili rimpianti e ad ugualmente inutili pentimenti. La guerra non ha cambiato la posizione geografica dellItalia; ne ha mutato soltanto i fattori politici e militari come del resto ha mutato quelli di tutte le altre Nazioni, tanto delle vinte che delle vincitrici. Cominciamo col dividere le Nazioni in due categorie: quelle che vivono sul Mediterraneo e quelle che sono interessate al Mediterraneo. Per verit le Nazioni appartenenti alla prima categoria, cio Spagna, Francia, Italia, Turchia, Israele, Paesi Arabi, Egitto, Grecia, Albania, Jugoslavia, ecc., sono tutte, chi pi chi meno, in condizioni di debolezza. Fra quelle appartenenti alla seconda categoria, cio Stati Uniti, Inghilterra e Russia, lInghilterra sola si trova in condizioni di una certa inferiorit rispetto alla sua situazione di ante guerra. Per, malgrado tutto, essa ancora fortemente presente in Mediterraneo a Suez, a Gibilterra, ed tuttora come prima (e forse pi di prima per laumentata minaccia russa) interessata alla sicurezza della via delle Indie, giacch, o Impero o Repubblica, lIndia ancora legata strettamente alla vita politica ed economica britannica. Gli altri due Paesi interessati al Mediterraneo (la Russia e gli Stati Uniti) si trovano invece in condizioni di potenza assai mag-

131 giore di quella che avevano prima della guerra, mentre il conflitto post-bellico che tra loro nato li spinge a cercare ed a consolidare delle posizioni mediterranee che possano servire per delle eventuali future operazioni belliche. La Russia non riuscita ancora ad assicurarsene delle importanti, tranne in Adriatico, ma appunto perch invece ne ha conquistate delle assai considerevoli nellEuropa centrale ed orientale, gli Stati Uniti sono spinti ad affermarsi sempre pi nel Mediterraneo per controbilanciare e controbattere da questo mare le posizioni continentali russe. Stante lenorme potere navale ed aereo raggiunto dagli Stati Uniti e la cooperazione considerevolmente efficiente che essi potrebbero avere, in caso di bisogno, dalla Gran Bretagna, lecito affermare che nessun Paese mediterraneo sarebbe oggi in grado di prendere delle decisioni autonome, ove scoppiasse un conflitto russo-americano. Si ha un bel parlare di Patti Atlantici e Mediterraneo: la realt una sola. Fin quando le Nazioni mediterranee, tutte senza nessuna eccezione, rimarranno nelle attuali condizioni di impotenza militare, esse sono destinate a servire di teatro di operazioni belliche in favore degli uni o degli altri antagonisti, russi od anglo-americani, ma pi probabilmente in favore di questi ultimi. I russi faranno appello allideologia comunista, gli anglo-americani a quella democratica, e gli uni e gli altri ci diranno che si sono mossi dai loro lontani Paesi per salvare il Mediterraneo dal mostro comunista o dal mostro imperialista. In verit la nuova teoria delle frontiere che oggi prevale. Per i Paesi possenti, cio per i Paesi che hanno enormi interessi da difendere, frontiera non significa pi il limite del territorio dove vive un popolo e dove si costituita una Nazione, ma significa spingersi il pi lontano possibile nei territor altrui per farne antemurali della propria difesa. E cos gli americani ed i russi cercano di stabilire le loro frontiere nel Mediterraneo, oltrech naturalmente nellEuropa centrale. A che cosa dunque ridotta ora la funzione mediterranea dellItalia, che cosa le rimasto del tempo ancor vicino nel quale essa fu quasi per diventarne Signora, mentre avrebbe dovuto e potuto aspirare ad essere la regolatrice, la custode di quella libert mediterranea che invocava per tutte le Nazioni viventi nel Mediterraneo o ad esso interessate? Nulla in verit ci resta dei vecchi sogni, ben poco delle precedenti realt. Mentre in Adriatico viviamo col fianco aperto a qualsiasi attacco terrestre, navale od aereo, che partisse dalle rive opposte e si dirigesse verso le vicinissime nostre coste indifese, siamo nel territorio peninsulare privi di qualsiasi protezione militare. Ed inefficienti siamo ancor pi nellAfrica settentrionale. La questione delle nostre colonie libiche diventata nella sostanza una pura e semplice questione strategica altrui. Soprattutto la Cirenaica costi-

132 tuisce, ancor pi di prima della guerra, una posizione mediterranea di primo ordine che nessuna delle Potenze interessate al Mediterraneo vorrebbe lasciare in possesso di una Nazione militarmente impotente come la nostra, perch essa cadrebbe inevitabilmente in mano di una delle due parti avverse. Quale dunque il compito che al nostro Paese potrebbe ancora spettare nel Mediterraneo, data la sua situazione geografica? Potremmo noi esercitare ancora materialmente o almeno spiritualmente una funzione equilibratrice, regolatrice, quale senza dubbio si propose la nostra politica estera durante il cosidetto ventennio? Quale senza dubbio esercitammo con vantaggio di tutti, fino a quando non sorse e giganteggi lhitlerismo, che indusse da una parte Mussolini nel fatale errore di credere alla sua invincibilit e dallaltra dette alle cosidette Potenze democratiche lillusione di potere affrontare un conflitto senza avere prima superate le proprie condizioni di debolezza? Non mi sembra possibile nel momento attuale rispondere affermativamente a queste domande. Allindomani della nostra sconfitta, quando, per salvarci, noi dovemmo (e non potevamo purtroppo fare altrimenti) accettare quellarmistizio che fu in sostanza una resa senza condizioni, ma al quale si deve la presente prosperit italiana, molti in Italia credettero che sarebbe stata abile politica coprirsi il capo di ceneri, procurarsi degli alibi, gettare le nostre colpe sulle spalle di uno o di pochi, rinunziare al nostro passato, adulare gli Stati Uniti e lideologia democratica. Cos speravamo di riprendere senzaltro il nostro posto nel mondo, e in particolare nel Mediterraneo, come se nulla fosse accaduto. Ancora oggi allasserita abilit di questa politica si attribuiscono certi successi riferentisi alla nostra partecipazione ad alcune delle organizzazioni internazionali sorte dopo la guerra. Per conto mio avrei creduto che sarebbe stato non solo pi dignitoso, ma anche pi profittevole far leva invece sulla nostra situazione geografica e sulla nostra decisione di riprendere la nostra leale collaborazione con la Potenza che era ancor maggiormente interessata alla sicurezza del Mediterraneo, cio lInghilterra. Questa era una situazione di fatto, alla quale avrebbe dovuto adeguarsi una politica realistica, al di fuori e al di sopra di ogni ideologia. Per mi sarei forse sbagliato, giacch per adottare una siffatta condotta politica bisognava essere in due: noi e lInghilterra. E lInghilterra invece non ha avuto pi fede nella possibilit per lItalia di riprendere la sua posizione mediterranea, non ha pi creduto alla possibilit, anzi allefficacia di una collaborazione italo-britannica, dato il fondamentale cambiamento avvenuto nella situazione politica e militare del mondo e le conseguenti ripercussioni verificatesi nel Mediterraneo. N lInghilterra, o meglio la

133 grossa opinione pubblica inglese (della quale per facevano parte autorevoli uomini politici, nonch autorit militari e civili che vennero al seguito delle truppe di occupazione in Italia), seppe superare il suo rancore verso lItalia, anzi lo cond con un senso dispregiativo contro questi negri del Mediterraneo che avevano osato farle la guerra. Lunico uomo che aveva ben compreso la situazione (e gli Hopkins papers recentemente pubblicati ne fanno fede assoluta) fu Churchill, il solo statista degno di questo nome rivelatosi nellagitato periodo bellico, ma egli non riusc a vincere lincomprensione degli americani tipo Roosevelt e Hopkins, n quella dei suoi stessi subordinati. Per rimontare faticosamente la corrente, per ridare allItalia nella condotta politica britannica una assai piccola parte di quel posto che indubbiamente le tocca per delle evidenti ragioni pratiche, c voluta lasprezza russa, la minaccia russa, la spinta russa verso lEuropa centrale e il Mediterraneo, che il solo Churchill aveva tempestivamente previsto, ed alla quale cerc tempestivamente di porre riparo, non riuscendo per a vincere lingenuo ottimismo di Roosevelt e la superficiale ostilit americana. A Churchill successero i laburisti che, in un primo momento, si preoccuparono politicamente delle grandi possibilit che il comunismo, cio il loro maggiore nemico, sembrava avere in Italia e, militarmente, della difficolt di difendere gli interessi britannici sul limite peninsulare italiano. Poi questo stato danimo o di mente si venuto modificando leggermente, ma soltanto per effetto dei graduali cambiamenti che ha subto la situazione internazionale. Si giunti cos allaccordo italo-inglese per le colonie. Pessimo accordo, senza alcun dubbio. Pessimo accordo, non tanto perch ci vengono tolti dei territor ai quali siamo profondamente legati per dei motivi che non sono semplicemente sentimentali, ma hanno aspetti economici e politici e militari per unItalia che dobbiamo pur sempre rappresentarci come forzosamente destinata a ridiventare grande Potenza mediterranea. Ma pessimo accordo, io ritengo, perch esso ha dimostrato che lInghilterra ancora assai lontana dalla via del ritorno ad una stretta e fiduciosa collaborazione con unItalia che, per la sua posizione geografica e per la sua potenza demografica, necessaria non solo alla difesa degli interessi britannici ma alla stabilit della pace e della libert mediterranea nellinteresse di tutti i Paesi mediterranei ed extra-mediterranei. Rafforzare il baluardo italiano nel centro del Mediterraneo e ritornare con lItalia ad una situazione politica che rassomigli a quella di Locarno, con in pi una vera e propria alleanza militare italo-britannica, naturalmente nel quadro delle pi vaste organizzazioni politiche e militari sorte nel dopoguerra, ecco un programma che il recente accordo coloniale italo-britannico ha dimostrato che si lungi a Londra ed anche a Roma dal comprendere o dal desiderare.

134 Purtuttavia un accordo bilaterale avvenuto e ci dovrebbe bastare a dimostrare che un accordo bilaterale italo-britannico era utile malgrado le vie intercontinentali, per non dire interplanetarie che segue lO.N.U. nelle sue discussioni e deliberazioni. E infatti lO.N.U. nulla ha compreso ed ha perfino bocciato laccordo. Ma se noi fossimo sicuri che questo primo, e sia pur pessimo passo, rappresentasse un principio di rinsavimento per lInghilterra e per lItalia o che ambedue avessero la ferma intenzione di proseguire con una certa sveltezza su questo cammino, potremmo in parte consolarci della pena e dei danni che ne subiamo e non preoccuparci oltre misura dellO.N.U. Quando potesse rinascere infatti una collaborazione politica e militare italo-britannica essa sarebbe destinata naturalmente a riportarci in Africa con forze adeguate e ad agganciarci ad una effettiva collaborazione con gli Stati Uniti, rappresentata non tanto dallancor cartaceo Patto Atlantico ma da unadeguata organizzazione difensiva nel Mediterraneo di cui lItalia continentale ed africana costituirebbe la base principale. Questa sarebbe un anello che si congiungerebbe ad un anello pi lontano, giacch non bisogna dimenticare quelle tali distanze che, pur essendo state accorciate dal progresso materiale, non sono state ancora abolite nel campo morale e quindi in quello politico. Voglio dire, senza avere la minima idea di offendere gli americani (che, malgrado i tanti errori da essi commessi in casa nostra, si sono mostrati verso di noi assai pi benevoli ed amichevoli che gli inglesi) e senza nemmeno sottovalutare la potenza militare americana, che le decisioni politiche degli Stati Uniti sono soggette sempre al fatto della loro lontananza dal Mediterraneo, cio da quella posizione geografica che a noi interessa in primo grado. Ci pu portare dei ritardi nellattivit militare a causa di una minore sensibilit fatalmente determinata dalla lontananza. Voi sapete bene che la nostra natura umana cosiffatta che sa, in generale, apprezzare o temere in giusto grado soltanto ci che avviene direi quasi sotto i nostri occhi. Un increscioso fatto avvenuto, per esempio, a Pavia, impressiona un milanese meno di un fatto analogo avvenuto a Milano, e lo induce a considerare con maggior lentezza i possibili rimed. Linconveniente maggiore del Patto Atlantico consiste appunto nella lontananza degli Stati Uniti dallEuropa e dal Mediterraneo, lontananza che pu essere bens superata in poche ore dalle forze aeree e in pochi giorni dalle forze navali, ma che avrebbe purtuttavia sempre un effetto psicologico di affievolimento dinteresse e di comprensione, nonch di menomazione della rapidit delle decisioni dellopinione pubblica americana. Una opinione pubblica che molto pi sovrana di quelleuropea, ma che anche molto pi volubile e molto pi subordinata ad impulsi di carattere locale.

135 A questo stato di cose molti vorrebbero cercare di rimediare con un Patto Mediterraneo, cio con un patto che riunisse i Paesi viventi nel Mediterraneo, i Paesi che si troverebbero in prima linea nelleventualit di un conflitto fra Oriente ed Occidente; cio un patto che dovrebbe rappresentare la prima misura di sicurezza del nostro mare, agganciandosi e appoggiandosi al Patto Atlantico. Nelle attuali condizioni fisiche di debolezza dei Paesi mediterranei infatti da escludere che un Patto Mediterraneo potrebbe riunirli con carattere autonomo, indipendente dai due grandi blocchi politici ed economici che si sono costituiti nel mondo. Un Patto Mediterraneo visto per il momento con occhi diversi tanto in America che in Europa. Non mancano in America coloro che lo vedrebbero con favore, giacch i Paesi mediterranei con un tale patto prenderebbero le loro responsabilit di prima linea in un conflitto. Una volta ricevuti tutti i possibili aiuti determinati dal Patto Atlantico, i Paesi mediterranei dovrebbero provvedere alla loro difesa e sostenere il primo urto. Poi potrebbe accadere come in Cina. Se i cinesi nazionalisti si sono fatti battere dai comunisti, stato perch, dicono in America, non hanno saputo fare buon uso degli aiuti ricevuti. E allora il Mediterraneo sarebbe lasciato in balia di se stesso; in seconda linea resterebbe lAtlantico e dallAtlantico potrebbe partire, quando fosse possibile ed opportuno, la ripresa delle operazioni. Ma intanto quante Shangai nel Mediterraneo! questo timore che per ora trattiene alcuni Paesi mediterranei dal caldeggiare lidea di un Patto Mediterraneo. Senza dubbio, per, lItalia, ove questo prendesse forma concreta, dovrebbe aderirvi, sia pure senza nessuna posizione di preminenza o precedenza nei riguardi della difesa militare del nostro territorio. Ma un Patto italo-britannico, non limitato a delle formule diplomatiche, ma basato sulla coscienza dei reciproci interessi mediterranei dei due Paesi e fondato sulla collaborazione militare di unItalia risorta e riportata militarmente e navalmente alla sua funzione di baluardo mediterraneo, questo s potrebbe rappresentare qualche cosa di concreto ed offrire una considerevole garanzia di sicurezza a tutti i Paesi mediterranei, costituendo allo stesso tempo lantemurale della difesa atlantica. Non illudiamoci per: i tempi sono tuttaltro che maturi! A Londra, in occasione dei movimenti tripolini, cos artificiali e cos artificiosamente gonfiati, si parlato ancora di vinti e di vincitori. A Roma si insiste ancora sul concetto di perdono. A Washington si cerca da molte parti di dare al Patto Atlantico interpretazioni restrittive. E, mentre si spera ancora a Berlino nel sistema delle concessioni, delle grandi Nazioni, come gli Stati Uniti, lInghilterra e la Francia credono che nei riguardi della Spagna, cio di una Nazione mediterranea di primo piano, la migliore lineadi condotta sia di astenersi dalla votazione e di lavarsi le mani,

136 come Ponzio Pilato. Ma, nel frattempo, non manca nel mondo chi pensa che qualche principio di attuazione sta pur avendo la minacciosa frase che si attribuisce a Stalin contro lInghilterra. Lo Yangtse, il Gange e il Nilo hanno visto recentemente degli avvenimenti, la cui sopportazione avrebbe dovuto essere in realt pi difficile per gli inglesi che non quella dei fatti compiuti in Europa centrale e orientale dai quali ebbe origine la guerra nel 1939. Eppure lInghilterra ha sopportato. Ne ha sofferto non soltanto il suo prestigio ma lorganizzazione della sua difesa imperiale. E i rimed che essa sta cercando (Massaua, Tobruk, Sollum), li sta cercando purtroppo a spese nostre, contro di noi, o se vogliamo a prescindere dallItalia. I criter che prevalgono a Londra circa la sistemazione del Mediterraneo nel secondo dopoguerra, sono antitetici alla ripresa di quella totale collaborazione italo-britannica che a me sembra (e sempre sembrata) il mezzo pi efficace per dare al mare, che non pi n nostro n altrui, quel tanto di libert e di sicurezza che sarebbe possibile ottenere in relazione con le varie fasi della situazione mondiale. In conclusione, io credo si possa serenamente affermare, rettificando gli errori di giudizio dovuti tanto a passioni ideologiche quanto a deduzioni illogiche: 1. - Che durante il ventennio fascista, malgrado alcuni accessi di impulsivit di Mussolini e malgrado lincomprensione di alcuni uomini del regime, la politica mediterranea dellItalia fu perfettamente rispondente ai compiti che la geografia e la storia avevano assegnati al nostro Paese. 2. - Che anche le aspirazioni italiane manifestatesi in quel periodo non erano affatto esageratamente superiori a quelle che, normalmente, poteva aver diritto di nutrire un popolo di 43 milioni di abitanti, vivente su di un territorio privo di materie prime e insufficiente ai suoi bisogni. 3. - Che la politica mediterranea italiana si svolse saggiamente sulla base di una leale collaborazione collInghilterra e con reciproco vantaggio dei due Paesi. 4. - Che tale collaborazione non imped anzi permise allItalia di affermare e sostenere, per prima, la tesi della libert degli sbocchi nel Mediterraneo, tesi che avrebbe dovuto essere accolta con favore tanto dalle Nazioni situate nel Mediterraneo quanto da quelle ad esso mare interessate come via di comunicazionie e di traffico. 5. - Che la collaborazione mediterranea italo-britannica sincrin, fin quasi alla frattura, a causa della vertenza etiopica, per colpa esclusiva dellInghilterra, la quale non seppe vedere in quelloccasione che un precedente utile alla Germania. Per tentare di ostacolarlo Londra lasci buon gioco allantifascismo internazionale, snaturando i termini della questione.

137 6. - Che, malgrado ci, la collaborazione mediterranea italobritannica si stava felicemente ricostruendo quando sopraggiunse la guerra di Spagna, la quale cre nuove difficolt. Ma che anche queste potevano essere facilmente superate perch lInghilterra comprese, malgrado le ipocrisie politiche, che lItalia, intervenendo in Spagna, aveva in sostanza obbedito ad un sano principio di politica mediterranea, in difesa di quegli interessi di libert mediterranea che non erano soltanto italiani ma anche britannici e di tutta la civilt occidentale. 7. - Che la collaborazione mediterranea italo-britannica fu resa impossibile soltanto dal sorgere dellhitlerismo e dalla convinzione che si ingener nellanimo di Mussolini dellinvincibilit della Germania. 8. - Che tale convinzione, pur costituendo un errore minore di quello dello stesso Hitler, che credeva di poter conseguire legemonia europea senza provocare reazioni anglo-americane, fu causa dellentrata in guerra dellItalia senza che noi avessimo le forze necessarie per affrontare il gravissimo compito mediterraneo dordine militare che venivamo ad assumerci. 9. - Che le nostre inadeguate possibilit belliche mediterranee non vennero compensate dalle forze tedesche, sia per impreparazione navale della Germania, sia per mancata sensibilit e comprensione mediterranea da parte di questa. 10. - Che, una volta commessi gli errori che ci condussero alla guerra, non era tuttavia lecito desiderare che questa si concludesse in modo per noi sfavorevole, giacch la situazione mediterranea che avremmo potuto ottenere in seguito ad una guerra vittoriosa sarebbe stata sempre migliore di quella derivante da una sconfitta. In verit un conflitto italo-tedesco si sarebbe senza dubbio aperto allindomani di una eventuale vittoria dellAsse, a causa della spinta tedesca verso lOriente europeo, i Balcani e lAdriatico, ma lItalia avrebbe potuto affrontarlo in unepoca pi o meno lontana con delle posizioni assai pi forti nel Mediterraneo e con lappoggio di tutti gli altri Paesi interessati ad escludere legemonia tedesca in questo mare. 11. - Che, avvenuta invece la nostra sconfitta, con la distruzione della nostra potenza navale, con la perdita di tutte le nostre posizioni mediterranee da Lero alle coste libiche, a Pantelleria, alla Sicilia, ecc., noi non abbiamo pi alcuna autonomia mediterranea, alcuna possibilit di esercitare una funzione equilibratrice e regolatrice e siamo alla merc di uno o dellaltro dei due grandi blocchi formatisi nel mondo, fra i quali vi potr essere una tregua pi o meno lunga, ma fra i quali probabilmente avr luogo un formidabile urto, o prima o poi.

138 12. - Che noi abbiamo scelto ora, aderendo al Patto Atlantico, uno dei due blocchi e che sperabile che tale patto serva a prevenire lurto, ma che, in ogni caso, unItalia militarmente inefficiente non pu apportare nessuna effettiva collaborazione n alla prevenzione dellurto, n a sostenerlo vittoriosamente quando esso si verificasse. 13. - Che un Patto Mediterraneo in nulla cambierebbe per noi la situazione ove i Paesi mediterranei, fra i quali lItalia, continuassero ad essere disarmati ed impotenti, restando armati, e armati potentemente, solo i Paesi interessati al Mediterraneo, quali Stati Uniti, Inghilterra e Russia. 14. - Che una possibilit di cambiare tale situazione potrebbe consistere in una risurrezione della collaborazione italo-britannica nel Mediterraneo. Ci potrebbe avvenire soltanto se in Inghilterra si decidessero a ridare al nostro Paese quel valore che gli spetta per la sua situazione geografica, per la quantit e, diciamolo pure, per la qualit della sua popolazione. Allora potrebbero essere risolute le questioni che pi ci interessano: il riarmo terrestre e navale, la restituzione delle nostre colonie e la costituzione in esse di basi militari a difesa degli interessi italiani e britannici nel Mediterraneo e a garanzia di equilibrio per le Potenze interessate al Mediterraneo. Una stretta unione politica e militare fra lItalia e lInghilterra che riuscisse a fare dellItalia un insuperabile argine fortificato posto nel mezzo del Mediterraneo, ci restituirebbe la funzione separatrice e regolatrice, alla quale mancammo, cedendo alle seduzioni della sirena germanica. Questa unione italo-britannica potrebbe, in caso di conflitto fra i due blocchi mondiali, sostenere efficacemente il primo urto fino allarrivo delle altre forze provenienti doltre Oceano, o almeno fino a che il Patto Atlantico, mancante finora di automaticit, divenisse praticamente effettivo, superando le eventuali difficolt che, come lesperienza insegna, sono sempre da attendersi negli ambienti parlamentari e politici americani. 15. - In mancanza di tutto ci, lItalia, pur rimanendo nel Patto Atlantico e in qualsiasi Unione internazionale europea, come un qualsiasi altro Paese mediterraneo, non ha altra possibilit, finch la presente situazione non sia cambiata, di esercitare una funzione autonoma, n difensiva, n preventiva di un urto fra interessi o ideologie che avesse luogo nel Mediterraneo, cio nel mare in cui vive e di cui vive il nostro Paese. Lunica speranza di far sentire ancora (in certi limiti e in certi casi) la nostra voce potrebbe consistere nella formazione di una coscienza nazionale mediterranea concorde fra tutti gli italiani, al di fuori e al di sopra dei blocchi ideologici. RAFFAELE GUARIGLIA