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Wellington

2 marzo 2014

NOSTOS 3
un viaggio sentimentale

DOPPIO DIARIO 1982/2014


MARZO 2014
Matiu Somes Matiu Somes Island piuttosto vicina alla costa. Col traghetto non ci vuole neanche mezzora. Qualcuno si ferma l, la maggior parte prosegue per Island Bay, che una spiaggia mediterranea, orlata di villette e case basse, senza gli scempi di Oriental Bay. A Matiu ci teneva una posizione fortificata la trib locale degli Ngati Ira, dopo di che gli europei hanno cominciato a sbarcarci i marinai e i passeggeri delle navi in quarantena, buttandoli l sulla spiaggia senza complimenti, e senza un tetto sulla testa. Difficile cavarsela, per una ragione o per laltra. Poi durante la guerra ci hanno sbattuto i cittadini di Wellington che avevano origini italiane o tedesche, cos, perch meglio non fidarsi. Ci tirarono su anche quattro postazioni di cannoni, ma non spararono mai un colpo. La guerra non lhanno mai vista, quaggi, per un paio di volte se la sono andata a cercare. Lultima stata in Vietnam, in combutta con gli americani, e ci sono rimasti in settantacinque. La fine dellinnocenza la chiamano qui, ma stata nientaltro che una porcheria. Molti se ne vergognano ancora. Ora lisola stata rimboschita, ed coperta di verde e di piante native di ogni specie. E molto piccola, e per girarla tutta bastano un paio dore. Ma prima, appena scesi dal traghetto, si deve passare da un check point dove si rovesciano le tasche e si spazzolano le scarpe. La guardia forestale, una signorina gentile dagli occhi azzurri, ripulisce per bene con un punteruolo le suole dei visitatori, per evitare la contamina-

MARZO 1982
Weir House Weir House era un edificio neoclassico, imponente. Austero, lo si sarebbe detto in qualsiasi altra parte del mondo. Ma non a Wellington. L, era poco meno che bizzarro, con il suo tetto troppo rosso, e le colonne intonacate color crema, che si allungano sotto il timpano spoglio. La si vede bene in tutte le foto panoramiche della citt, laggi, al centro, appollaiata a mezza altezza sulla collina, a due passi dalla spianata del campo da cricket, appena sotto lultima stazione della teleferica. Se la foto a colori, distinguerete subito il suo tetto troppo rosso, accanto al padiglione moderno, una scatola prefabbricata in cemento aggiunta senza troppi complimenti negli anni 60, per fare posto agli studenti venuti un po da tutto il Pacifico del sud. Da qualche parte ho ancora una foto del corso di quellanno: tutti in piedi sulla gradinata di accesso, sotto le colonne, una fauna internazionale assortita selvaggiamente: ragazzoni kiwi, giovani rappresentanti dellorgoglio maori, tahilandesi, coreani del sud, singaporegni, singalesi, un egiziano, un giovane orefice da Hong Kong, una coppia di americani nel loro costume tradizionale, giapponesi, vietnamiti, un detestabile cileno che fu mio vicino di stanza, il cui stereo era dotato di un amplificatore potentissimo, e un numero imprecisato di isolani del pacifico: samoani, futuniani, rarotongani, figiani, ecc., gente che aveva trovato Wellington pi conveniente di Canberra, o Los Angeles, per i propri studi. Se guardate bene, l in mezzo ci sono an-

zione di qualche seme alieno, dopo di che ti racconta tutta la storia dellisola e dei suoi animali. Questa mattina ad ascoltarla ci sono solo io, ma lei non si scoraggia. Dopo la lezione facciamo due chiacchiere e poi mi lascia andare. Sullisola c una colonia di dinosauri. Piccoli, ma dinosauri. Sembrano iguana di mezza taglia, ma quello sono, invece: dinosauri. Sono rimasti solo loro di tanta speme. Quelli di qui li hanno importati cinquanta anni fa sul versante est, dalla regione di Auckland, e da allora non si sono mossi neanche per vedere cosa altro ci fosse dallaltra parte dellisola. Sono animali molto pigri: se ne stanno fermi dove sono tutto il giorno, e aspettano che le prede gli passino accanto. Fanno dei lunghi digiuni, inevitabilmente, ma a loro sta bene cos, e forse non hanno tutti i torti, se sono sopravvissuti per tanti milioni di anni. Sullisola ci sono dei bei percorsi panoramici, che aprono viste molto belle sulla baia di Wellington, e c un faro. Tutto qui. In due ore te la cavi, e poi il traghetto si rif vivo. Macbeth Ai giardini botanici, quasi sotto casa mia, si recita Shakespeare allaperto. Una compagnia di dilettanti universitari molto giovani e coraggiosi. Bravi, tutto sommato. Il testo non cambiato, ma lambientazione quella di una periferia metropolitana di oggi: giubbotti di pelle, tatuaggi, bande rivali. Mazze da baseball invece che spade. Unidea interessante. Il palco si spinge in avanti con una passerella che divide in due il pubblico. Non ci sono sedie, stiamo tutti seduti scomodamente sul prato. Laria fresca: molti si sono portati le coperte da casa, qualcuno ha apparecchiato per un picnic. C un cane che abbaia ogni volta che la scena si fa pi movimenta-

che io, con la mia giacchetta di mezza stagione ed i capelli arruffati, accanto a Mary Beth, una bionda vistosa di Atlanta che per entrare in questa foto aveva passato la mattina sotto la lampada ad ultravioletti, e Andrew, il ragazzo che studiava Seneca allantipodo, e qualche mese dopo tent il suicidio, senza successo. Chiara E poi cera Chiara. La goffa Chiara. La povera, sperduta Chiara. Anche lei italiana, anche lei a Wellington con una borsa di studio, che si era guadagnata massaggiando con i piedi nudi la schiena dolorante del suo professore e mentore, un potente mandarino della terza universit di Roma. Chiara non era bella, n aveva granch delle qualit che possono supplire in una donna a questa imperdonabile mancanza, o a renderla accettabile. Chiara, con la sua voce stridula, i capelli corvini, il passo dondolante ed incerto, quella fragilit esibita senza pudore. Una donna perduta allantipodo, anche lei, per nessuna ragione particolare, alle spalle una storia familiare di lutti precoci e solitudine. Mi faceva tenerezza, quando non mi faceva rabbia. La sua debolezza mi commuoveva e irritava allo stesso tempo. Cercavamo di evitarci, perch conoscevamo entrambi i rischi di queste solidariet forzose coltivate tra connazionali in terra straniera, quegli stessi rischi a cui avevano dovuto soccombere gli ex pescatori del circolo Garibaldi, o la signora pistoiese di Paraparaumu, che avevano finito per isolarsi del tutto in quel mondo gi cos poco socievole. Ma forse, pi semplicemente, era solo che lei non mi trovava particolarmente simpatico, e io non sopportavo il falsetto della sua voce, e quella piagnucolosa calata romanesca che sfiancava e rendeva insopportabile, alla lunga, qualsiasi conversazione.

ta, ma discretamente, e nessuno si lamenta. Ci sono ancora le cicale, a questora della sera, e anche un tipo di grillo locale che fa un rumore continuo, come lo scoppiettio di un fuoco di frasche. Lo si sente anche di giorno, tutto il giorno, quasi dappertutto. Quando cala la notte se alzi gli occhi vedi lo splendore del cielo australe, sfavillante, benigno, senza le velature e le foschie e linquinamento luminoso della nostra volta celeste. Commovente. Awesome (wehi, in maori). Uno sguardo alla platea affollata di giovani studentesse basta a farmi rivedere (almeno in parte) le mie osservazioni precedenti sulla bellezza di qui, anche se rimangono tutte le riserve sullabbigliamento. Lady Macbeth notevole: vestita di nero, stivali e borchie dargento, magra, tesa, capelli corvini, corpetto rosso e labbra insanguinate. nella biblioteca universitaria. La prima impressione, avevo scritto, era stata quella di unastronave aliena. Ma a pensarci meglio mi sono sentito piuttosto come in quei film di fantascienza, quando gli astronauti terresti scesi sul pianeta proibito si aggirano stupefatti nella cattedrale di una civilt scomparsa e immensamente pi evoluta. Allora era di domenica, per, e non cera quasi nessuno in giro. Oggi la biblioteca piena di vita e di movimento. Gli studenti discutono animatamente nelle aree verdi, e stanno in silenzio assoluto in quelle blu. C una libreria, una caffetteria, una intera piazza coperta al centro delledificio, dove si passeggia, si discute, si gioca a basket ( la direzione che ha installato il canestro, e nessuno se ne stupisce). Tutto lindo e come nuovo: le moquette, le poltrone, i divani, i computer. Non c una sola scritta sui muri, n un avviso attaccato con lo scotch. Aria e luce dappertutto. Ma i libri, do-

Eppure, nonostante questo, finivo abbastanza spesso per ritrovarmi nella sua stanzuccia allaltro estremo del corridoio della Hutchison Wing di Weir House, insieme con Richard Morris, di Napier, studente fuori corso della politica del sud est asiatico, o con Minnie Morimoto, una ottusa giapponese che era l per studiare i manoscritti di Katherine Mansfield. Ho un ricordo molto grato di quei tiepidi dopo cena delle 18 e 30, nei quali cercavamo di contrastare gli effetti deleteri della mensa universitaria con del mediocre caff italiano o con qualche indefinibile delicatezza gastronomica dal Giappone. Erano ancora i tempi in cui si poteva parlare di politica, in cui aveva senso farlo. Tempi in cui cera ancora abbastanza energia, e ottimismo, e ingenuit per farlo. Cos ci affaticavamo volentieri a spiegare a Minnie e a Richard la bizzarra situazione italiana: le brigate rosse, il calcio, il Papa e la chiesa Romana, tutte quelle cose l di cui curiosa la gente di fuori. Ma Chiara trovava spesso il modo di contraddirmi, ed era facile che la discussione si scaldasse, bench nessuno conoscesse la lingua dellaltro, e il nostro inglese fosse troppo primitivo per sostenere argomenti cos complicati. Sedevamo sul lettino sorseggiando la nostra pozione di latte in polvere e caff scipito, sotto il pannello di sughero a parete di cui era dotato ognuno dei cubicoli della Weir House. Qui Chiara aveva spillato i suoi documenti di lavoro ed una grande foto in bianco e nero, di parecchi anni prima: lei e il fratello, due bambini, poco pi, sulla spiaggia di Torvaianica, rotondi come due porcellini, limmagine di un et dorata presto inghiottita nella desolazione degli orfani. Robert C una ragione per cui le cose vanno come vanno, e non in un altro modo?

ve sono finiti i libri? Ci sono gli scaffali, s, ma sembrano cos pochi, cos piccoli. Poi faccio due conti: tanti palchetti in orizzontale, tanti in verticale, moltiplicati per gli scaffali, davanti e di dietro: in totale fa pi di 250.000 volumi. E mi rendo conto allora che dipende tutto dal fatto che gli spazi sono talmente ampi in lungo, in largo e in alto che i libri occupano comunque una parte ridotta di tutto il volume disponibile, e sembrano quasi un elemento accessorio. Uscendo, prendo una copia gratuita del giornale degli studenti (Salient: cera anche ai miei tempi). Leggo larticolo in prima pagina: Leconomia crescer del 3,5 per cento questanno. Significa che ci sar molto pi lavoro, e meglio pagato. Ci potremo permettere cose pi belle, vivere in case migliori. Il crimine ai livelli pi bassi dal 1979. Mai cos pochi incidenti stradali negli ultimi sessanta anni. Le iscrizioni allUniversit non sono mai state cos tante: pi denaro, meno problemi. ecc. ecc. Larticolo si intitola: 2014 will be the best year of our lives so far. Penso a casa nostra e mi viene quasi da piangere. Per non tutti sono cos ottimisti: sul Wellingtoneer di stamattina c una vignetta in cui un uomo con in mano una tazza vuota di caff domanda alla moglie: cara, come spenderemo il mio aumento di stipendio? te lo sei appena bevuto! dice lei. Weir House Alla fine ci sono tornato, a Weir House. Avrei dovuto farlo dal primo giorno, in fondo una delle ragioni per cui sono venuto fin qui. Pensavo che sarebbe stato meglio aspettare il momento giusto, ma poi ho deciso che non cera proprio niente da aspettare. Sono sceso gi dalla biblioteca lungo Kelburn Parade, ho aggirato il campo da cricket, sono passato sotto il viadotto della teleferica, come facevo sempre

Una spiegazione per ognuna di quelle cose che chiamiamo coincidenze? Il caso: un caso se da un cassetto di calzini blu, senza guardarci dentro, tirate fuori al primo colpo i soli due calzini avana che avete? E un caso se dopo aver passato qualche minuto pensando per nessuna ragione particolare ad un vecchio compagno di scuola che non vedete da anni, ve lo trovate poi davanti, mentre attraversate la strada? E un caso se camminando per una citt dellantipodo vi capita di incontrare uno che avete conosciuto anni prima dallaltra parte del mondo? Se siete gente che pensa che tutto sia scritto da qualche parte, che i vostri passi su questa terra siano gi stati contati uno per uno, che qualche bizzarra potenza fuori dal tempo abbia messo ordine nel caos per voi, allora le coincidenze non vi stupiranno. Ne sarete sorpresi, affascinati forse, ma questo non far che confermarvi nella convinzione che la vostra vita, e quella degli altri accanto a voi, non procede a caso, che c un disegno, un progetto, un fiume che scorre in una sola direzione, e che voi siete l dentro, voi e gli altri. E se siete l dentro una ragione deve esserci, anche se non riuscirete mai a capirla. Ma per gli scettici come me non ci sono di queste consolazioni. Per quelli come me tutto procede a caso, tutto nasce dal niente, e l andr a finire, inevitabilmente. Per noi lordine soltanto una configurazione occasionale del caos, che ci appare ordinata solo perch ci siamo dentro, perch facciamo parte di quel disordine, perch quel disordine la forma che ha preso la nostra vita. Per questo le coincidenze ci deliziano, perch sono il punto in cui si intersecano due forme distinte di caos, e danno luogo ad una terza. Il mio secondo, fatale (fatale?) incontro con Robert fu, appunto, una coincidenza, quella che lui, con il suo linguaggio affettato che mi dava sui nervi (anche perch riusciva a dire le co-

allora. Il tragitto pi breve, oggi, perch non c pi bisogno di girare intorno al casottino di fish and chips, che stato raso al suolo, cos pare. E poi eccomi l davanti: Weir House, 34 Gladstone Terrace, in tutto il suo splendore. Di tutte le cose che sono cambiate, in questi trenta anni, Weir House quella che cambiata di meno. E stata aggiunta unaltra ala, certo, pi accogliente, e forse hanno passato qualche mano di vernice in pi. Lo stemma sul timpano stato rimesso a nuovo e rifinito con colori brillanti. Tutto qui, a guardarla da fuori. Mi sarebbe piaciuto entrare di nascosto, e andare in giro inosservato come se avessi ancora diritto al mio cubicolo affacciato al corridoio della Hutchison Wing, ma non stato possibile: la segretaria mi ha avvistato subito e mi ha chiesto spiegazioni. Nel mio inglese ancora barbarico (da che sono qui non ho fatto un minimo di conversazione, salvo parlare con i camerieri e i bigliettai) gli ho raccontato la mia storia, da cui non mi sembrata particolarmente impressionata. Per, anche se svogliatamene, ha acconsentito di accompagnarmi in una visita di cinque minuti. Ricorda il numero della sua stanza?. Poverina, non hai idea di quello che sono capace di non ricordare! Cos siamo saliti alle camere della Hutchison Wing e abbiamo fatto il giro dei corridoi, solo per scoprire che gli studenti sono uguali in tutto il mondo, uguali anche a come lo ero io allora, con la sola differenza che oggi tutti hanno tra le mani un sacco di oggettini tecnologici, e se ne stanno concentrati solo su quelli. Nei corridoi il linoleum stato sostituito con piastrelle decenti, e le pareti di cemento sono state verniciate con smalto di un deprimente color crema. Ovviamente non c pi il telefono comune del primo piano, attaccato alla parete. La segretaria non ha ritenuto di mostrarmi i bagni, ma non credo che ci

se meglio e prima di me) avrebbe definito una stupefacente torsione del caso. Accadde un paio di mesi dopo quel magico atterraggio nella patria australe, quando ormai mi ero abituato ai ritmi quieti dellantipodo, ed ero benevolmente rassegnato agli usi e ai costumi che vi si praticavano. Quei sonnolenti pomeriggi domenicali di Autunno a Wellington, benedetti da una quiete inquietante, quando il furioso attivismo delle falciatrici del giorno prima si era infine placato nel silenzio dei cortili dietro casa, e lodore aspro e dolciastro di erba tagliata e di fertilizzante impregnava laria. Nessun posto dove sbattere la testa per uno straniero tenebroso come me, insensibile al fascino guerresco della palla ovale e troppo poco anglosassone per non annoiarsi alle corse dei cavalli, o ai bordi di un campo da cricket. Niente altro da fare se non vagabondare per le strade semideserte, i quartieri tutti uguali immersi nel sacro silenzio della domenica. Qualche volta avevi come limpressione che unepidemia se li fosse portati via tutti, come in uno di quei vecchi film di fantascienza: la maestra, il poliziotto, il droghiere, la ragazza della porta accanto: eccoli l, tutti imbozzolati dentro ai loro enormi baccelli, nascosti nei sottoscala, avanguardia della astuta invasione marziana. Non era una sensazione sgradevole, dopotutto. E non faceva che confermare che cera qualcosa di extraterrestre, in quella terra al di l della terra dove gli uccelli non sapevano volare, le felci erano grandi come palme, e i lavandini si comportavano cos irragionevolmente. Quella volta avevo convinto Chiara a fare due passi con me. Non era stato facile, perch lei passava tutto il suo tempo libero a studiare, e come tutte le donne avrebbe accettato di spostarsi a piedi soltanto per seri motivi di forza maggiore, soprattutto in un ambiente infestato di scalinate come la collina di

sia da essere ottimisti. La sala della mensa ancora la stessa, ma con larredo dellIkea, e, come sempre accade, mi sembrata pi piccola di come la ricordavo. Le due salette della televisione (una per il primo e una per il secondo canale, al tempo) sono scomparse. Oggi di canali ce ne sono a migliaia, e troppo ci vorrebbe. Allora il sabato e la domenica non si trasmetteva pubblicit, ma ora come qui (peggio, forse, ed tutto dire). Ricordo che in quelle salette feci la mia prima esperienza con le soap opera (The young and the restless era il titolo, e certo lo trovavo molto appropriato per me. Probabilmente ancora in programmazione, con gli attori tutti decrepiti, ormai). Alle cinque del pomeriggio, appena prima della cena, in compagnia di un gruppo di studentesse samoane che registravano laudio di ogni puntata per le amiche che avevano lezione. Ma ormai si fatto tardi, e la segretaria ha da fare. Mi accompagna alla porta e ciao. Neanche quei cinque minuti di raccoglimento solitario che sono indispensabili per i tipi sentimentali come me per la nostalgia e le rimembranze. Mi accontento di restare l da solo davanti alla facciata neoclassica color crema di Weir House, a guardare su, verso il timpano colorato, lasciandomi andare alle mie banali riflessioni filosofiche. Una sola cosa mi ha riportato indietro nel tempo durante la visita: lodore pungente della mensa, per gentile, strano, e quello del prato falciato di fresco, pure gentile, e tuttaltro che strano. Quelli s che hanno funzionato per la malinconia, ed era ci che ero andato a cercare. Il duro filamento, dice quel melenso di Enrico Luzi, e per una volta ha avuto ragione. Weir House: Weir il nome del fondatore, ma in inglese significa sbarramento, chiusa, o trappola per i pesci

Wellington. Non era una cattiva ragazza, dopotutto, nonostante la sua voce insopportabilmente stridula e le sue desolanti opinioni politiche. E io ero stufo di andarmene in giro da solo. Il vento dello stretto, limplacabile, esasperante brezza che spazzava il braccio di mare tra le due isole della Nuova Zelanda quel giorno aveva concesso una tregua insperata alla citt, e il sole australe filtrava la sua luce abbagliante attraverso laria tersa, aprendo una prospettiva nitidissima delle terre allaltro corno dello golfo di Petone, Whanganui a Tara per i maori, qualche chilometro oltre. Stavamo risalendo la ripida curva di Kelburn parade, la direttrice che taglia il quartiere universitario verso Upland road, per avere una visuale pi ampia dallalto della collina. L, sulla Kelburn, si affaccia limponente edificio pseudo-vittoriano del rettorato, tutto mattoni rossi e foglie di vite americana, accanto agli orribili fabbricati moderni delle aule nuove e della biblioteca. Dallaltra parte della strada, distribuite in sequenza lungo la sua ripida inclinazione, stavano appollaiate alcune costruzioni in legno, abitazioni private che luniversit aveva acquistato per fare da sede alle facolt in espansione. Tra queste, a met della salita, spiccava il volume bruno di Te herenga waka, una villetta detached che, in mancanza di meglio, faceva le funzioni del marae, la tradizionale casa di ospitalit maori: una specie di ostello, dove gli studenti della Victoria - e anche qualsiasi maori di passaggio - potevano fermarsi, fare due chiacchiere, mangiare, dormire, farsi un caff senza chiedere il permesso, e senza pagare. Una specie di blando comunismo primitivo, come ebbi cura di segnalare nella prima pagina del mio diario degli antipodi. Non cera niente di pi anglosassone di quella casa: i bovindo, il porticato, le finestre a ghigliottina, lodore dell olio da mobili, e quello inevitabile del-

(eel weir, o wheetu, in maori: nassa per le anguille). Si fatto tardi: sul lato destro delledificio c ancora lo stradello ripido nascosto tra i cespugli, che porta in centro attraverso il bosco, gi, verso Plimmer steps. Lo prendo e mi inoltro nella citt tentacolare dellantipodo, con passo da anguilla. Maori, ancora! Restava da fare lultima cosa, la pi importante di questo viaggio sentimentale: una visita alla facolt di maori e antropologia, dove allora ho passato quasi tutto il tempo. Ho aspettato una settimana, prima di decidermi. Ma non per ragioni sentimentali: semplicemente perch ancora non mi fidavo del mio inglese, e non volevo fare brutte figure. Devo ancora abituarmi alla pronuncia neozelandese, e al loro modo di parlare stirato e pieno di contrazioni, con tutte quelle vocali strizzate. Non c di peggio che cercare di fare conversazione con qualcuno e restarsene l a bocca aperta senza aver capito niente, magari facendo finta di aver capito tutto. Cos a mezzogiorno mi sono presentato alla porta del dipartimento e ho bussato. Anche qui non cambiato niente, se dio vuole. Il dipartimento in effetti costituito da tre vecchie villette in legno, minuscole: due piani ciascuna, che si affacciano sulla Kelburn Parade, quasi uguali, a parte il colore. Una per le lezioni, laltra per i professori. Quella al centro il marae delluniversit, che funziona come una tradizionale abitazione collettiva maori, dove chiunque vuole pu entrare, farsi la colazione, e magari anche dormire, se un maori che viene da fuori. E sempre aperta, o almeno lo era allora. Accanto alla prima, sulla sinistra, cera una specie di casetta per gli attrezzi da giardino, ma dentro invece ci stava una scrivania, una lavagna e quattro sedie.

le muffe tenaci che allignano tra le setole accoglienti della moquette; eppure cera qualcosa, allo stesso tempo, che la faceva sembrare genuinamente, ovviamente maori, anche se non avrei saputo dire che cosa. Era l che avevo incontrato Sidney Mead, nel mio primo giorno a Wellington: Sydney Hirini Mead, il decano dei professori del dipartimento, fiero rangatira maori e insieme impeccabile gentleman anglosassone dalla pelle bruna, con il suo gilet a scacchi, ed i pantaloni stirati a piombo. Parlava piano, compassato, con lautorit implicita del capotrib, carica di potere e degnazione: mana, come dicono loro. Un uomo daltri tempi, anche per i maori: hau du iu laik maori colcia? mi aveva chiesto a bruciapelo come prima cosa, nellinglese strizzato che si parla a Wellington. Era almeno quindici centimetri pi alto di me, e aveva una voce baritonale sorprendentemente dolce. Il colloquio non era stato particolarmente esaltante, soprattutto a causa della mia deplorevole inadeguatezza con la lingua inglese. Avevo cercato di articolare qualche risposta decente, tenendomi sulle generali. Nellinsieme devo aver fatto la figura dellimbecille, ma Hirini Mead aveva la magnanimit del capo, e forse mi era rimasto ancora uno scampolo di quella buona sorte che si era affacciata qualche mese prima nel mio salotto borghese. Parlammo del tempo, del vento feroce di Wellington, e del clima in Europa che stava cambiando. - Colpa della diga di Abu Simbel sentenzi con sicurezza se si fa un lago cos grande in mezzo al deserto, tutta lacqua che evapora dovr andare da qualche parte Era un ragionamento sensato, per quanto abbastanza curioso da farsi al n124 di Kelburn parade, Wellington, ed assentii vigorosamente. Mi vers una tazza di caff percolato, il tipo di acqua colorata che si beve da quelle parti guardandomi come un vec-

Era tutta per me, quella, ma era troppo buia, e non ci ho mai passato un minuto. Ora sparita, per guadagnare un posto macchina. Nella stanza della segretaria (una maori gioviale, enorme, che a fatica entrava dietro la scrivania), ho fatto conoscenza con un paio di professori giovani, che allora erano poco pi che ragazzini. Ma a differenza che alla Weir House laccoglienza stata cordiale e calorosa, molto sympathetic, anche perch ho raccontato di aver studiato con Sydney Hirini Mead, che qui considerato pi che Mario Praz da noi (almeno da quelli che sanno chi ), e con Winifred Bauer [Winifred ha scritto una impressionante grammatica maori di pi di mille pagine. Sono stato il suo allievo preferito per quasi otto mesi. Poi ci siamo accriccati sullergativo maori, e non mi ha pi parlato (ma avevo ragione io, sono ancora convinto)] Abbiamo parlato di tutte quelle cose maori che non interessano a nessuno, a parte me e loro, e che inutile raccontare qui. Linglese mi venuto molto meglio del previsto, e c stata anche una brevissima conversazione in maori, molto stentata, in cui per (sia detto a mia gloria perpetua) stata lodata la mia pronuncia Ngati Porou (che una trib dellest a cui apparteneva anche Hirini). Poi, inevitabilmente, la visita guidata al dipartimento, di cui mi sono tornate i mente solo le cose pi importanti: lo scricchiolio delle scale, il suono attutito di passi sulla moquette lisa, lodore caratteristico del legno invecchiato e un po polveroso. Una cosa familiare, dolce. A differenza di quello che immaginavo il marae non stato rimpiazzato. Solo, hanno costruito unaggiunta sul retro, nella forma di un vero marae maori: tetto spiovente, brutte sculture rossicce, stuoie per terra. Non sono entrato, perch ormai le conosco a memoria queste cose, e poi ci si doveva togliere le scarpe.

chio stregone maori avrebbe fatto con un allievo alle prime armi, ma anche con laura di quel potere accademico sofisticato ed insieme confidenziale dei professori anglosassoni, cos diverso dalla supponenza capricciosa dei mandarini che affollano le universit italiane. Mi chiesi come si sarebbe svolta quella conversazione solo un centinaio di anni prima, quando i capi Tuhoe come lui ancora indossavano il mantello di peli di cane, e portavano al fianco la mazza di pietra levigata. Con una mazza di quel tipo, pochi chilometri pi in l di Wellington, il vecchio Te Rauparaha aveva macellato tutti i suoi nemici in una storica battaglia, e con i loro cadaveri aveva sfamato la truppa. I maori ostentavano una specie di pudore revisionista per questi trascorsi cannibali, ma io li trovavo al contrario una bella prova di fierezza e autonomia culturale: niente di cui vergognarsi, comunque, a paragone con quello che avevano saputo fare i balenieri e i sodati inglesi in quella stessa regione. Hirini Mead aveva questa fierezza ambigua, e insieme il candore benigno della propria razza, appena velato dalla sua autorit di sapiente e di capo. Ma Te herenga waka era deserta, in quel pigro pomeriggio domenicale e anche Hirini aveva trovato di meglio da fare, evidentemente, oppure si era chiuso pure lui nel suo baccello verde, in attesa del segnale degli invasori da Marte. Ci facemmo un caff, e curiosammo per la casa vuota. Ma fatta eccezione per la moquette celeste un eccesso anche a quelle latitudini Te herenga waka aveva ben poco da offrire al visitatore occasionale, oltre ad un austero giaciglio e a una quantit di bustine di caff liofilizzato. Ma almeno la spartana essenzialit dellambiente aveva il pregio di temperare linevitabile cattivo gusto degli anglosassoni in fatto di arredo domestico, qui aggravato dal senso di spaesamento oceanico.

Poi i saluti, le promesse di circostanza, gli inviti a cena. Forse ci andr, forse no. Corsie Quando tutti ti vengono incontro, significa che hai sbagliato corsia: sorry I have frightened you! mi dice la signora che ha suonato il clacson per evitare di mettermi sotto. Con la guida a sinistra non so mai da quale parte guardare quando attraverso la strada. sorry, dice lei. Non guarda dove vai, idiota!. La stessa gentilezza di tanti che qui si sentono in obbligo di ringraziare lautista quando chiedono di scendere dallautobus. Its my fault, maam rispondo. Cattolici Anche i cattolici sono strani, qui, come gli uccelli, o le felci. Nel senso che fanno sul serio, ci credono davvero, mica come da noi. E il loro modo di praticare letica protestante. Per questo procreano compulsivamente, perch il sesso a quello deve servire. Cos sta scritto e cos deve essere. Il mio amico John Kinder, che insegnava italiano alla Vittoria nell82, a trentuno anni aveva gi sei figli, e chiss a questora dove sar arrivato. Se ne vanno in giro la domenica a raccogliere elemosine e ringraziano allo stesso modo chi d e chi non d, come fossero testimoni di Geova. Eva e Robert Domani devo cominciare a cercare Eva e Robert, due che ho conosciuto nell82. Di Eva so almeno che viva. Non ci sentivamo da due anni, ma ha risposto al mio messaggio di ieri, e forse domani sar a casa ad aspettarmi. Forse. Su Robert sono piuttosto pessimista, invece.

Anni dopo, mi risulta, questa costruzione venne rasa al suolo, e sostituita con un vero marae tradizionale: tetto spiovente, intarsi di legno, idoli rossastri con la lingua di fuori e gli occhi cattivi. Ma chiss se gli antenati, dopotutto, ci si sono trovati davvero tanto meglio che in quella anonima villetta di legno. Riprendemmo la nostra passeggiata lungo la parade, se non altro per vedere cosa ci fosse in cima alla salita. Con gli orari da cronicario della Weir House non avremmo fatto comunque in tempo per usufruire dello stento pranzo che la mensa passava nei giorni festivi, e tanto valeva allungare il percorso per una breve esplorazione. Non che restasse molto da vedere, oltre alle gradevoli costruzioni porticate color pastello che si ripetevano con poche variazioni luna accanto allaltra, e ospitavano per lo pi uffici pubblici e residenze diplomatiche. Tra tutte, fu lambasciata sovietica che attrasse di pi la mia attenzione: per gli ovvi motivi di familiarit ideologica, che al tempo le delusioni politiche non avevano ancora fiaccato del tutto, ma anche, credo, per una pulsione meno definibile, magnetica, che pareva spingermi in quella direzione. In un certo senso, anche lambasciata era come il marae maori: anche lei aveva subito quel processo di trasformazione e livellamento anglosassone, e di sovietico, in superficie, si poteva percepire ben poco, oltre alle maiuscole cirilliche impresse a larghi caratteri neri sulla lucente targa di ottone che campeggiava sulla cancellata, e allinevitabile, glorioso simbolo della falce e martello che la sovrastava. Per il resto non era molto diversa dalle dignitose ville residenziali che la fiancheggiavano: pi imponente, certo, e pi ricca, come si conviene alle residenze diplomatiche, anche se con la forzosa sobriet sovietica, e un che di goffo e massiccio. Mi incurios il giardino, stipato di felci native rigogliose sui loro steli enormi,

che le facevano rassomigliare a palme, ma soprattutto il garage esterno. Come tutte le costruzioni che davano sulla Kelburn, anche questa aveva un garage che si apriva direttamente sul marciapiede. Ma questo era visibilmente pi grande di tutti gli altri, forse perch progettato per accogliere le massicce auto di rappresentanza di fabbricazione sovietica dei diplomatici residenti, che mai e poi mai avrebbero accettato di circolare su una qualsiasi vettura capitalista per le strade di Wellington. La porta basculante del garage era sollevata per met, e quando vi passammo davanti mi venne voglia di dare unocchiata allinterno. Non avrei saputo dire perch, se me lo avessero chiesto in quel momento: curiosit, una specie di riflesso condizionato, una esibizione di spavalderia a beneficio di Chiara. O forse era semplicemente una cosa che doveva accadere, una direzione capricciosa che il caso aveva voluto prendere quel giorno solo per il gusto di stupire. Abbassai la testa sotto la porta, e mi trovai dentro. Non cerano auto, e non ce nerano mai state, probabilmente. Solo scaffali, lungo tutto il perimetro del locale, e una piramide di scatole di cartone nel centro. Gli scaffali sulla parete di destra erano vuoti. In quella di sinistra invece erano allineati in bellordine alcune centinaia di copie dello stesso libro: le opere scelte di Lenin in lingua inglese. Lo riconobbi subito perch ledizione italiana, che conoscevo bene, era pressoch identica: sovraccoperta bianca con il volto accigliato del vecchio Vladimir Ilic, ripetuto sulla costola, e rilegatura telata obbligatoriamente rossa. Ci avevo speso sopra un po di tempo, qualche anno prima, anche se posso sinceramente addurre come attenuante il fatto di non averne tratto alcun piacere. Pure le scatole sul pavimento erano piene di copie dello stesso libro, e cera un ragazzo (un uomo, un impiegato?), l accanto, tutto indaffarato a

tirarle fuori una ad una e a collocarle sugli scaffali rimasti vuoti. Questa era lidea russa della propaganda: gli americani potevano impestare il mondo con le loro insulse trasmissioni televisive e i loro superflui beni di consumo, ma i sovietici avevano dalla loro la forza inarrestabile del pensiero rivoluzionario. Per questo milioni di quei libri avevano invaso loccidente in quegli anni, con lidea che la sola diffusione di questo gelido catechismo avrebbe potuto spianare la strada al trionfo della classe operaia. Daltra parte, se aveva funzionato a Mosca, perch non avrebbe dovuto a Roma, o a Wellington? Certo, i russi sapevano bene che questo da solo non sarebbe bastato, se non fosse stato accompagnato da metodi di convincimento pi collaudati e certo meno gradevoli. Ma questa unaltra storia. Nella mia storia, invece, mi trovo in un garage sovietico, un po curioso e un po sbalordito, nel mezzo di questo allestimento surreale. Mi guardo intorno, guardo Chiara, che ha assunto quella sua caratteristica aria interdetta, cos simile ad una paralisi temporanea. Guardo i libri di Lenin. E guardo il ragazzo che li dispone sugli scaffali. C qualcosa di strano in questa scena. Intendo: di pi strano ancora che trovarsi l a quelle estreme latitudini dentro un garage stipato di scienza rivoluzionaria. Ma la spiegazione non tarda ad arrivare: il ragazzo si volta, e mi guarda con i suoi occhi troppo chiari: - oh - dice, e sorride. Se fossi stato pi accorto avrei cercato subito di decifrare quel sorriso, e forse vi avrei scorto qualche traccia di imbarazzo, e di dispetto sotterraneo. Ma allora non seppi fare altro che spalancare la bocca, con grande sorpresa, e dire: - Robert! - Ciao, Valerio, come va? Capito? ciao, come va?. Insomma: incontri uno dopo sei anni, uno che hai conosciuto allaltro capo del mondo, e

tutto quello che riesce a dirti, con quel sorriso ineffabile, solo ciao, come va? Valerio, che io sia dannato! Avrebbero detto in uno di quei film polizieschi in bianco e nero che mi piacevano una volta. Invece niente: Robert se ne sta l, con le opere scelte di Lenin tra le mani, a guardarmi con quella espressione di sfida che, come avevo imparato, era il suo modo per togliersi dagli imbarazzi - Robert, cosa ci fai qui? - Sono tornato a casa pi o meno Abbastanza prevedibilmente, si guard bene dal farmi la stessa domanda, ma io non mi trovavo nello stato danimo di ricominciare con le solite schermaglie cubane. Se lui voleva fare lo snob, io sarei stato quello normale. Cos, non richiesto, gli raccontai la mia storia: tutta, pi o meno. Daltra parte non era un gran che, come storia, e non prese troppo tempo. - E questa Chiara. Anche lei qui ecc. ecc. Chiara si riscosse dalla catalessi e allung la sua pallida manina, perch Robert la stringesse. Non mi sembr una esperienza tale da lasciare un segno indelebile su di lui. Chiara si produsse in alcune frasi di circostanza, pronunciate per con molta convinzione. E sorprendente come sia facile per qualcuno allestire una conversazione sul niente. - molto carino qui, le palme, il giardino, il portico c una splendida vista sul golfo. Vivi qui all ambasciata? - No, no solo qualche mese allanno - Sei russo? - Ah, s, sono nato ad Arcangelo... Sai, il circolo polare, quelle cose l. Ma fa troppo freddo da quelle parti, vengo qui a svernare, da qualche anno - E davvero freddo come dicono, laggi? - Di pi. Ho visto degli orsi polari morire assiderati

- Dai Chiara, ti sta prendendo in giro, non lo vedi? Non senti come parla bene litaliano? - Ho fatto le scuole serali a Novosibirsk E pieno di italiani in Siberia: calzolai, cercatori doro, pescatori di arselle [naturalmente non fu questa la conversazione. Chi se ne ricorda pi dopo tanti anni? Ma il tenore era quello] Chiara non era sicura di potermi credere: Robert diceva con una tale sicurezza le sue assurdit, e poi lei non era costituzionalmente in grado di percepire alcuna forma di ironia. Prefer sul momento non prendere partito. Azzard un sorrisetto ambiguo, accompagnato da un imbarazzato colpo di glottide, una specie di sospiro strozzato, e pass ad altro - e com che vi conoscete, voi due? Prima che Robert tirasse fuori una delle sue solite invenzioni mi affrettai io a fare il racconto dei nostri trascorsi. Chiara ascolt estasiata (c talmente tanta letteratura in questa storia), ma non senza nascondere una certa diffidenza: forse trovava pi convincente la scuola serale di Novosibirsk che questa vicenda di strabilianti coincidenze intercontinentali. E poi lui era Robert; Robert che, come avrei imparato nelle settimane seguenti, aveva qualcosa che poteva andare bene per ogni tipo di donna, pi o meno: semplice fascino animale accompagnato da una parlantina sciolta, sostenuta (quando fosse il caso e il soggetto lo richiedesse) da una buona dose delle letture giuste opportunamente tirate in ballo. Io, beh, io ero solo il vecchio Valerio. Conoscevo Chiara da poco pi di un mese, ma per lei ero gi il vecchio Valerio. Per questo non ho mai avuto troppa simpatia per Robert, come nessun uomo normale pu averne per un altro che possieda quel tipo di potere, e che non si faccia scrupolo di farne uso in ogni occasione.

Anche con Chiara funzion cos. Non che lui avesse interessi o mire particolari su di lei: il boccone non era abbastanza appetibile. Ma a Robert piaceva piacere, e in mancanza di meglio anche lattenzione stupefatta di questa torpida maestrina poteva soddisfare il suo amor proprio. Ma forse sono troppo severo, o semplicemente invidioso, anche dopo tutto questo tempo. Di certo cera anche una sincera socievolezza in quel suo darsi da fare, in quella compulsione ad inventare storie gratuite, per il solo gusto di alimentare una conversazione, per trasformare una conoscenza occasionale in una spericolata esperienza affabulatoria. Certo quel pomeriggio domenicale non rappresent uneccezione al suo repertorio tradizionale. Ben presto si prese tutto lo spazio, e fu lui a condurre la conversazione. Devo dire che in fondo la cosa non mi dispiaceva del tutto: con Chiara ormai avevo esaurito ogni possibile argomento di un qualche interesse, e Robert pot aggiungere alcuni nuovi particolari alla propria autobiografia, sul conto della quale era stato sempre cos avaro con me (ammesso e non concesso che anche queste informazioni non fossero inventate di sana pianta). La mia versione della nostra breve storia comune sembrava averlo soddisfatto. E poi quella era acqua passata, e lui non era il tipo da sottilizzare sui dettagli - No, davvero, la Russia non centra niente concesse allegramente, tirando gi la porta del garage. Eravamo appena usciti di l. In effetti ci aveva quasi spinto fuori, come se in quel momento non desiderasse farsi vedere in nostra compagnia, non l dentro, almeno. Notai il cospicuo mazzo di chiavi dal quale estrasse senza esitazione quella giusta per chiudere il garage, e mi chiesi quali altre porte potesse aprire e chiudere con la stessa disinvoltura, in quella residenza.

- io sono australiano sono nato a Darwin. Arcangelo lho vista solo sullatlante. Qui ci sono per caso, faccio un lavoretto per arrotondare: nessuno ha voglia di lavorare la domenica, ma per me il momento migliore. I russi non hanno amici, da queste parti, e pagano bene anche solo per queste cose: ripulire il vialetto, oliare il cancello, riordinare il garage. Hai visto tutti quei libri? Ce n un container pieno gi al Queens Wharf. Da qui li spediamo in tutto il Pacifico meridionale, dove poi la gente li butta al macero. Alle Samoa ci accendono il fuoco, e almeno servono a qualcosa. Ma i russi sono fatti cos: non so se ci credono davvero, o se lo fanno perch quello che ci si aspetta che facciano, e amen. Mi lanci unocchiata ironica: ricordava ancora quali fossero i miei gusti in politica, evidentemente, anche se non aveva idea dei progressi che avevo fatto dai giorni dellAvana. Di sicuro lui non era cambiato. Feci finta di niente. - allora non sei uno studente della Victoria? Non hai laspetto di un fattorino - Chiara pareva delusa - uno studente ah, s, in un certo senso. Ma non sono iscritto allUniversit. Le cose che interessano a me in genere non le insegnano alla Victoria, e quelli che le insegnano ne sanno meno di me. Preferisco essere libero. Anche il lavoro, vedi I russi mi pagano al nero, cos posso ancora riscuotere il sussidio di disoccupazione. Cos andava meglio: troppo prosaico avere un lavoro come gli altri, o essere un semplice studente universitario. Non erano cose da Robert: lui poteva fare tutte e due le cose, ma solo alle sue condizioni, solo, come aveva detto, in un certo senso, e comunque non come le facevano tutti gli altri. Genio e sregolatezza. Chiara sembr rassicurata, abbastanza da aver voglia di fare altre domande - ma se sei australiano, cosa ci fai qui a Wellington?

- ah, s, mio padre viaggiava molto per lavoro, e poi lAustralia non cos lontana. Ci siamo trasferiti qui che ero ancora un ragazzino. Ora lui se ne sta a Singapore, e spero che ci resti nei secoli dei secoli. Mi fa piacere pensare che sia cos lontano - vivi qui in citt? - pi o meno. Mio padre ha una bella casa gi a Tinakori, vuota. Ma preferisco non avere debiti con lui. I russi mi concedono un pied-a-terre sul retro dellambasciata, e a me va pi che bene In un certo senso, a modo mio, pi o meno: non cera davvero una sola cosa che lui facesse come tutti gli altri. A me sembrava solo intollerabile, volgarissimo snobismo, ma su Chiara stava avendo leffetto che lui aveva previsto: suo padre doveva essere davvero una canaglia, per qualche buona ragione, e lui era il ragazzo buono che si stava facendo da s: un uomo libero, ragionevolmente tenebroso e padrone del proprio destino. Robert mi guard con la coda dellocchio. Non so se si era reso conto di come questa storia contraddicesse quella che mi aveva raccontato la volta precedente e che io, a differenza di lui, continuavo a ricordare. Sembr esitare un poco, un accenno di qualcosa di remotamente simile ad un blando imbarazzo, ma poi riprese con pi sicurezza di prima - ma non rester per molto ancora. Pu darsi che ad Agosto mi trasferisca a Villarica: fanno degli scavi interessanti da quelle parti, e mi piacerebbe darci unocchiata. Lo disse come se fosse scontato di che scavi si trattasse, e che la sua presenza l sarebbe stata una benedizione per tutti. Villarica: non sapevo nemmeno dove si trovasse. Vicino ad Arcangelo, probabilmente. Chiara aveva spalancato la bocca sin dal primo momento, e ancora non dava cenno di volerla chiudere. Io mi limitai a prendere atto del suo completo grigio (impeccabile, come lo era stato il suo

abito coloniale) e la cravatta perfettamente annodata. Una strana tenuta da lavoro per un fattorino dambasciata che tira avanti con il sussidio di disoccupazione. Ma forse il governo della Nuova Zelanda, a quel tempo, se la cavava abbastanza bene da passare ai suoi disoccupati anche abiti di quel tipo. Continuammo insieme la passeggiata, risalendo ancora la parade. Mi secca riconoscerlo, ma Robert ci sapeva fare. Se riuscivi a mandare gi il suo tono saputo, e la sua irritante abitudine a cambiare argomento ogni volta che rischiasse di perdere terreno nella discussione, era impossibile non rimanere presi dalla sua parlantina, e dalla variet di temi che sembrava in grado di trattare con competenza. Non fece eccezioni neppure quel pomeriggio, ma devo dire che per una volta non mi dispiacque del tutto: Robert era molto pratico di Wellington, e di tutti posti che valesse la pena di conoscere. Se almeno una parte di quello che diceva era vero, avremmo imparato qualcosa di utile, io e Chiara. Eravamo ora sul punto pi alto di Kelburn, dove la strada piegava ancora per seguire un breve tratto in piano, aprendosi su una veduta pi ampia della citt. Si era sollevata una brezza leggera, una bava di vento che scosse i lembi della gonna a fiori di Chiara, e i nostri capelli. Restammo in silenzio per qualche secondo, presi dalla vista strabiliante del golfo e della porzione di oceano Pacifico racchiusa tra le propaggini estreme dellisola del Nord. Ecco limmagine che metterei come esergo a questo capitolo: noi tre di spalle, davanti alla distesa curva delloceano, ed un bel pezzo di cielo terso sopra di noi. Chiara con il suo golfino peloso, una macchia di blu elettrico sui rossi accesi e i gialli brillanti della vegetazione autunnale ai bordi della strada, e la gonna rossa a fiori, le calzette color latte annacquato; io con la mia giacchetta di mezza sta-

gione, sempre la stessa, e i capelli arruffati. E poi lui, Robert, al centro, pi alto di noi, elegante, dinoccolato, con una mano in tasca e laltra sollevata, a indicare qualcosa al limite dellorizzonte. Tre fratellini male assortiti, come in una tavola di Norman Rockwell. Riesco a immaginare i miei pensieri, in quel momento, e quelli di Chiara. Ma cosa passasse per la testa di Robert nessuno avrebbe saputo dirlo, n allora n mai.