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Cristianesimo Di Gianfranco Bertagni Premesse ebraiche al Cristianesimo Come tutti sappiamo, la religione cristiana si strutturata nascendo come una

a costola della religione ebraica, i cui libri sacri rientrano nel suo canone e il cui dio soprattutto - identico a quello degli ebrei. Quindi per capire la nascita del cristianesimo necessario capire il giudaismo del periodo in cui Ges visse. Un giudaismo che vede al suo interno l'esistenza di numerose sensibilit, sette, correnti ideologiche: una realt quindi frammentata che denuncia una realt - quella ebraica - composita rispetto al periodo arcaico. A ci si aggiunge, come elemento caratterizzante che verr a essere premessa a questo moltiplicarsi di gruppi religiosi, la diaspora giudaica, con tutte le sue diverse comunit ebraiche stanziate al di fuori della Palestina, compresi i pi importanti centri ellenistici. L'autoconsapevolezza del popolo ebraico come totalmente altro rispetto alle culture con le quali si trov a convivere non potr che andare a braccetto con un inevitabile influsso da parte di queste ultime nei confronti del giudaismo del periodo. Abbiamo ad esempio gli zeloti, fortemente oppositori dei romani e che spesso usavano mezzi violenti e che potremmo definire integralisti teocratici. Oppure i sadducei, indipendentisti nazionali, sostenitori dell'aristocrazia sacerdotale, che riconoscevano nella sola Torah la scrittura canonica dell'ebraismo, ma il cui conservatorismo non impediva loro di accettare quell'ellenizzazione di aspetti della vita che non risultavano in conflitto con la legge giudaica. I farisei invece si facevano carico di quelle nuove esigenze religiose pur presenti nell'ebraismo dell'epoca: si caratterizzavano infatti per la loro opposizione al formalismo dei conservatori del periodo. Diversamente dai sadducei, riconoscevano canonici molti scritti religiosi del periodo antico oltre alla Torah, e rispettavano anche tradizioni orali. Pi intransigenti dei sadducei nell'uniformare ogni aspetto della vita alle regole religiose, si opposero quindi anche a qualsiasi inquinamento della vita giudaica da parte di elementi estranei ad essa, vedendo nell'identit del popolo giudaico ci che lo distingueva dagli altri popoli. Inoltre quest'attenzione a regolare religiosamente ogni dimensione della vita quotidiana port questo tipo di approccio a una particolare minuzia nel regimentare qualsiasi momento dell'esistenza e quindi a una religiosit particolarmente formalistica. Tra le credenze loro caratteristiche e che sicuramente vennero importate da sensibilit diverse da quella dell'ebraismo antico (nella fattispecie dall'Iran), da segnalare la resurrezione del corpo. Da ricordare sono poi gli esseni, contrari a ogni accostamento della propria religione a forme pagane, erano connotati da una forte tensione spirituale che li condusse a una vera e propria rottura con la religione istituzionale del Tempio e con la religione pubblica tutta. Instaurarono una forma di vero e proprio monachesimo nel quale i membri aderivano tramite un battesimo e un periodo di noviziato, venendo quindi a far parte di una comunit che viveva ritirata, in una politica di comunanza di beni e in povert cenobitica. Proprio in relazione agli Esseni, in ultimo va fatto almeno un accenno ai manoscritti del Mar Morto, ritrovati nel 1947 presso Qumran. Si tratta di circa 900 documenti redatti tra il II sec. a.C. e il 70 d.C., tra cui testi della Bibbia ebraica, commenti esegetici, inni, la "regola della disciplina" e il cosiddetto "Rotolo della guerra", il quale caratterizzato da un netto dualismo: lo spirito malvagio domina questo mondo, Dio per la sua vittoria avr bisogno dunque dei suoi eletti, i figli della luce. Ma ci che pi importa di questi testi, in un'ottica di presupposti alla nascita del cristianesimo, la figura del "Maestro di Giustizia": il fondatore della comunit, presentato come colui che stato

perseguitato, che ha sofferto, che morto e che torner alla fine dei tempi. Lattesa del Messia e lApocalittica Nella situazione avvenuta di crollo dell'indipendenza politica di cui godeva lo stato di Israele, un'altra idea tra le centrali del giudaismo dell'epoca e che costituisce non solo uno dei fulcri della religione ebraica, ma che estrema importanza avr nella nascita dell'ideologia cristiana, l'attesa del Messia (che significa l'unto), colui che far risorgere il Regno di Davide. Questa antica idea della sensibilit ebraica si dovette scontrare con la dura realt della mancanza di un riscatto politico e sociale; allora essa si verr via via a trasformarsi in un'idea puramente spirituale e religiosa. Il Messia quindi non pi come rivoluzionario capo politico, ma come leader religioso del suo popolo, che lo avrebbe riportato alla retta fede e vita. Il messianismo si innester in un altro elemento caratterizzante dell'ebraismo del tempo e cio l'Apocalittica, ovvero la serie di scritti e teorie relative alla fine del mondo e all'iniziarsi del regno di Dio. E se precedentemente questa forma di messianismo apocalittico aveva aspetti s religiosi, ma anche sociali e politici, piano piano perdeva quest'ultima dimensione, per divenire qualcosa di puramente spirituale e individuale: cio il processo attraverso il quale l'uomo, separato da Dio a causa di questo mondo, faceva ritorno alla sua origine, ricongiungendosi ad essa. La prima comunit cristiana In questo contesto nasce la prima comunit cristiana, a Gerusalemme. Una comunit che si inserisce all'interno della variegata religiosit giudaica, con tratti analoghi agli esseni (i pasti in comune, il regime di comunione dei beni e l'attesa del messia), in atteggiamento critico rispetto ai sadducei e ai farisei. Dopo pochi decenni della sua vita, questa comunit di cristiani raggiunge con la sua predicazione diverse realt ellenistiche extrapalestinesi. Questo comporter un mutamento della religione cristiana: uscire dalla realt territoriale ebraica significava realizzare pienamente l'annuncio universalista del fondatore Ges. Il dio dei cristiani non il dio di un popolo-nazione: il dio dell'uomo in quanto tale. La predicazione di Ges e poi cristiana si indirizza in modo esplicito agli emarginati, agli esterni alla comunit come ad esempio i samaritani -, ai gentili; soprattutto a chi ha bisogno di essere "salvato": i peccatori, le prostitute, i malati. E un dio predicato come il dio di tutti, il padre di tutti era certamente di grande richiamo per quegli strati sociali economicamente svantaggiati. Ed essere figli di questo dio significava e significa per il messaggio cristiano essere amati da Dio, amarlo e amare tutti, amici e nemici, virtuosi e peccatori. qualcosa, questo elemento, che caratterizza in massimo modo la predicazione cristiana: questo rapporto tra Dio e l'uomo, al di l del suo statuto, della sua nazionalit, della sua condizione sociale, morale, ecc.: si ha qui un approccio universalistico veramente radicale. Il messaggio di salvezza cristiano per tutti, diversamente che nel messaggio mosaico per il solo popolo di Israele. E proprio per questo motivo, si marcher la differenziazione rispetto al giudaismo contemporaneo, per esempio eliminando l'obbligo della circoncisione per i nuovi adepti (una pratica che certamente non poteva essere ben accolta fuori dalla realt ebraica) o il divieto di mangiare con i pagani (se proprio quei pagani erano per i cristiani coloro ai quali affacciarsi con la loro predicazione). Ma soprattutto entrare nella realt ellenistica voleva dire tradurre il messaggio cristiano in greco: non a caso il Nuovo Testamento scritto in lingua greca. E tradurre l'esperienza cristiana in greco significa trasferire un messaggio in un altro tipo di sensibilit, di cultura, di categorie mentali. In realt nel cristianesimo nascente la necessit di costruire una propria autonoma

identit, allontanandosi dalla tradizione giudaica, non era sentita da tutti in modo eguale: sensibilit diverse si scontravano. Dagli scritti neotestamentari sappiamo che Giacomo e Pietro erano per la fedelt alla tradizione d'origine da cui nasce il cristianesimo, mentre Paolo si sforza per una pi o meno netta differenziazione da essa. Ma questo, in cui sar risulter vincente l'approccio propenso all'ellenizzazione del messaggio cristiano, solo uno tra i tanti conflitti, tendenze, approcci che sono presenti nella prima comunit cristiana. Proprio in questa realt costituita da correnti in opposizione tra loro o comunque orientamenti diversi si verr a costituire il canone del Nuovo Testamento, cio quella serie di testi (i quattro vangeli, gli atti degli apostoli, le lettere di Paolo, la lettera di Giacomo, le due lettere di Pietro, le tre lettere di Giovanni, la lettera di Giuda e l'Apocalisse) su cui si trov un accordo comune nell'accettarli come testi ispirati da Dio e normativi per tutti i cristiani e riguardo alla scelta dei quali si dovr arrivare al IV secolo perch vi sia un accordo unanime rispetto a tutti quegli altri testi che pur circolavano tra le prime generazioni e che poi vennero definiti apocrifi. Nuovo Testamento che quindi l'esito di un processo storico e che testimonia il conflitto tra le diverse sensibilit all'origine del cristianesimo e il suo esito. Le varie interpretazioni della figura di Ges Nella figura stessa di Ges troviamo questa molteplicit di interpretazioni all'interno del canone neotestamentario. Era un rabb (un maestro) per i pi vicini alla radice giudaica: quindi un esperto delle Scritture, un caposcuola all'interno del giudaismo, cos come era visto Giovanni Battista secondo la testimonianza degli stessi vangeli. Spesso infatti Ges viene rappresentato come colui che cita o fa riferimento a passi veterotestamentari, come era tipico della predicazione di maestri di questo tipo nel giudaismo dell'epoca. Sempre gruppi legati al giudaismo pi tradizionalista potevano vedere Ges come il messia (cristo, in greco), nel duplice senso politico e spirituale. La dimensione politica di regalit attribuita a Ges la si evince da epiteti quali Re, Re dei Giudei, Re d'Israele, Re dei re, Figlio di Davide, tipica correlazione al messia atteso dagli ebrei (del resto anche da ricordare che alla domanda di Pilato "Sei tu il re dei giudei?", Ges non rispose in modo esplicitamente negativo e per questo fu condannato per lesa maest, prova del fatto che per alcuni la sua missione non si concludeva nella sfera del puro spirituale). A questo epiteto si ricollega anche quello di "figlio dell'uomo", che vuole significare, cos come la figura del messia, colui che ritorner alla fine dei tempi e porter la giustizia, secondo una certa concezione della tradizione ebraica. La caratterizzazione pi spirituale attribuita a Ges la ritroviamo invece nella caratterizzazione divina data alla sua persona: spesso viene definito come "figlio di Dio". E questa caratterizzazione ci deve in qualche modo stupire - pur essendo questo epiteto pi volte presentato, sembra, in modo del tutto metaforico e simbolico: perch nell'antico Ebraismo era un concetto del tutto assente quello di un figlio di Dio; ma non cos lontano era questo concetto da una certa sensibilit ellenistica nella quale figli di di erano stati dichiarati gli eroi mitici, filosofi, condottieri, ... In qualche modo legata all'idea di Ges come figlio di Dio, la cui figliolanza doveva certamente essere pensata in un modo differente dalla comune figliolanza tra esseri umani, vi l'idea di Ges come emanazione di Dio: una sua ipostasi, il suo logos (il Verbo) divenuto autonomo - tratto che denuncia l'influenza da parte di certa filosofia greca, soprattutto di radice stoica. Un essere quindi di derivazione divina, che pi volte viene identificato con Dio

stesso, cui dunque, in un processo di devozione alla sua persona che si stava formando nelle prime comunit, spettava adorazione: un Ges che Signore, come spesso viene chiamato. Possiamo notare dunque le innumerevoli connotazioni di Ges che rintracciamo nel Nuovo Testamento e che lo caratterizzano all'interno di concezioni anche molto distanti tra loro, come ad esempio - da una parte - il maestro giudaico - il rabbi interamente e semplicemente umano, grande esperto di Scritture, e - dall'altra l'essere divino. Cos come la persona di Ges poteva venire intesa in diversi modi, cos anche la sua passione e la sua morte lo furono. La sofferenza fu intesa come la sofferenza tipica del giusto in un mondo dominato dalla bassa logica degli umani interessi; fu intesa come il necessario capro espiatorio per purificare il popolo di Dio dei suoi peccati (un approccio pi vicino alla sensibilit giudaica) o l'intera umanit (approccio pi proprio del pi esteso universalismo di quello che sar l'intero cristianesimo - via via svincolato dalle sue radici "etniche"). Anche sul rapporto tra la morte di Ges e la redenzione, esso non sempre risulta cos stretto nei diversi passi neotestamentari che trattano la questione: in certi casi la redenzione attesa come evento futuro, connessa al ritorno del Messia alla fine dei tempi; in altri casi, invece, essa vista come connessa e iniziata con la missione di Ges. naturale dunque che, anche qui, abbiamo a che fare con visioni teologiche e cristologiche diverse: se cio, nel primo caso, la dimensione dominante di tipo escatologico (l'attesa della fine come redenzione di tutti i peccati e restaurazione del dominio integrale della giustizia divina), nell'altro caso invece il Regno di Dio visto in un'ottica di trasformazione spirituale della gi presente vita umana, personale e terrestre. Anche sul significato della missione di Ges abbiamo letture diverse: il Ges inteso come il tipico profeta ebraico che venuto a ristabilire la retta fede del suo popolo ("Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento"), a combattere contro un atteggiamento troppo formalistico e bigotto della vita religiosa del tempo; il Ges in pi aperto contrasto con certi elementi della religione ebraica ("Sulla cattedra di Mos si sono assisi gli scribi e i farisei. Fate e osservate ci che vi dicono, ma non quello che fanno. Poich dicono ma non fanno"). Il suo messaggio a volte ci viene presentato come qualcosa che facile da seguire ("Il mio giogo infatti dolce e il mio carico leggero"), altre volte come una via per pochi ("Stretta invece la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!"); a volte questo messaggio viene interpretato come qualcosa cui tutti possono avere accesso (non "si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perch faccia luce a tutti quelli che sono nella casa"), altre volte viene considerato qualcosa per pochi, da tenere nascosto, con il divieto addirittura di parlarne agli altri. Insomma: si capisce bene che il Cristianesimo delle origini era ben lontano da un qualsiasi concetto di dottrina codificata in ogni suo singolo aspetto, ben diverso da una sorta di teologia e filosofia coerenti: abbiamo a che fare invece, come dicevamo, con una pluralit di idee, sensibilit, insegnamenti che riflette la vastit di interpretazioni che si davano alla vita e all'insegnamento del fondatore. La formazione dellautorit ecclesiastica Con i primi successi della predicazione cristiana, con la penetrazione del messaggio cristiano tra gruppi di diverse provenienze culturali, sociali e quindi con il moltiplicarsi delle interpretazioni dello stesso messaggio, si sent la necessit di dare

una certa uniformit ad esso. Ma chi avrebbe deciso intorno a questa uniformit? C'era quindi l'esigenza di un'autorit, l dove nel cristianesimo delle prime generazioni questa era differenziata nelle diverse comunit cristiane. Questo potere decisionale centralizzato avrebbe avuto il compito di trovare un accordo comune a tutte le sensibilit cristiane. Questa tendenza condusse alla formazione della supremazia del vescovo di Roma sulle autorit delle altre comunit cristiane: il papato. Il papa, con le sue decisioni, con la convocazione dei concili, atti a trovare un consenso su temi di fede o su scelte di tipo ecclesiastico. Naturalmente questa scelta di unificazione di una dottrina rispetto alle sue divisioni interne conduce al concetto di ortodossia: si optato cio per un concetto di dottrina codificata rispetto alla quale ogni altra teoria che da essa si discosta viene chiamata eresia e dichiarata incompatibile con la dottrina ortodossa stessa. Una volta scelta le fede ortodossa, le credenze ammissibili che fanno parte di questa fede, tutte le altre idee e tendenze teologiche, la cui molteplicit era pur gi presente nel periodo precedente alla formazione del concetto di ortodossia, verranno dichiarate eretiche. Il processo della costruzione di unidentit cristiana L'opposizione sempre pi radicale tra lo stato romano e gli ebrei poi indusse i cristiani a differenziarsi sempre pi dalla tradizione da cui essi avevano tratto la loro origine. Gi in Ges e nella prima generazione di cristiani c'erano state occasioni di polemica contro la legge giudaica. Questa tendenza viene radicalizzata: la celebrazione del sabato viene sostituita da quella della domenica; la nascita e l'uso del termine "ekklesia" (assemblea) per indicare la comunit dei cristiani ben distinta dalla tradizionale sinagoga ebraica; la pasqua non pi intesa come la commemorazione della liberazione degli ebrei dall'Egitto grazie a Mos, ma riferita al giorni della passione di Ges. Ma i cristiani si dovevano distinguere anche dalla religiosit delle autorit politiche romane del tempo. Davanti ad esse, sia i giudei che i cristiani, erano accusati di immoralit, di opporsi al culto imperiale (questa fu una delle cause delle persecuzioni che dovettero patire i cristiani sin dal I secolo), sobillatori rispetto al governo. Quest'ultima accusa era tra l'altro incoraggiata dal fatto che il cristianesimo delle prime generazioni, come stato detto, riscuoteva successo soprattutto tra i ceti emarginati della societ, (insegnando loro tra l'altro che non esistevano differenze tra gli uomini), quelli rispetto i quali l'impero sentiva maggiormente la minaccia per la sua pacifica esistenza. Ma il cristianesimo usc progressivamente dall'ambiente originario dei pescatori e artigiani giudei. Penetrando via via nell'impero e nella cultura romana, cominci a fare proseliti anche tra gli strati pi colti della popolazione, penetrando e facendosi influenzare da quella che fino a prima era la cultura dell'avversario. L'apologetica cristiana, volta a difendere la posizione religiosa e filosofica del cristianesimo, era costituita proprio da questo genere di autori, precedentemente "pagani", poi convertiti e che, con le armi intellettuali e dialettiche della loro cultura scrivevano, le loro opere per dimostrare le verit della loro nuova religione. Naturalmente questo ebbe un'inevitabile conseguenza sulla stessa dottrina cristiana, la quale assumendo questo linguaggio per essere pensata e difesa, verr via via assumendo al suo interno tratti e nuovi elementi ellenizzanti. Fu questo tipo di cristianesimo che divenne nel 313 religione riconosciuta dall'impero romano grazie all'imperatore Costantino e nel 380 religione di stato grazie a Teodosio I.