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Metamorfosi

La cultura della metropoli

a cura di Roberto Antonelli e Maria Immacolata Macioti

viella

Copyright 2012 - Viella s.r.l. Tutti i diritti riservati Prima edizione: novembre 2012 ISBN 978-88-8334-960-7

Questo volume stato pubblicato con il contributo dellAteneo delle Scienze umane, delle Arti e dellAmbiente della Sapienza - Universit di Roma Redazione di Giorgio Barachini

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libreria editrice via delle Alpi, 32 I-00198 ROMA tel. 06 84 17 758 fax 06 85 35 39 60 www.viella.it

Indice

Introduzione di Roberto Antonelli

IX

La metropoli in Italia
FRANCESCO KARRER Cento citt, nessuna metropoli: critica del processo durbanizzazione italiano e spunti di riflessione per la sua ri-funzionalizzazione ELENA LORENZETTO Manifesto per la metropoli del Nordest. Discorsi, immagini ed eventi che fanno metropoli ANTONINO TERRANOVA Destini incrociati. Stabilit dellarchitettura e instabilit della metropoli DARkO PANdAkOVIC Memoria, forme di vita e futuro nella metropoli LUCILLA RAMI CECI Tramonti romani. Il centro storico da salotto a set VALENTINA PEdONE Le attivit commerciali cinesi a Roma: limpatto sul territorio

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43 57 73 87

La metropoli e la Cina
ZHENG SHILING Shanghai, present and future
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VI

Indice

LUCIO VALERIO BARbERA, ANNA IRENE DEL MONACO La metamorfosi urbana nella Cina contemporanea CRISTIANA PIMpINI La metropoli mutante di Shanghai PATRIZIA DAd La metropoli di Shanghai, la memoria SERENA ZUCCHERI Visioni metropolitane nella letteratura web cinese

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Visioni della metropoli


FRANCO FERRAROTTI A proposito dei nuovi aggregati urbani ISAbELLA PEZZINI Il farsi e disfarsi della citt: uno sguardo semiotico EMILIO GARdINI La dimensione culturale e la trasformazione della citt MARIA IMMACOLATA MACIOTI San Francisco, California
209 229 245 255

La citt e i conflitti
FAbRIZIO BATTISTELLI Conflict and the City PIERLUIGI CERVELLI Disordini metropolitani: strategie spaziali e controllo politico MASSIMO ILARdI Citt e metropoli: dal sogno alla realt
283 295 307

Indice

VII

MANUELA RICCI Il sogno della mixit sociale nei progetti di trasformazione urbana in Francia GEMMA MAROTTA La prevenzione della devianza attraverso le strutture urbanistiche

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Letteratura arte e metropoli


VALERIA GIORdANO La metropoli tra libert e reclusione MAURO PONZI La metamorfosi di Berlino: per una topografia dellimmaginario MARIA ANTONIETTA SARACINO Dopo lImpero. La citt postcoloniale e il suo racconto GIORGIO MILANETTI La metropoli indiana: modelli, narrazioni, rappresentazioni CARLA SUbRIZI Citt da vedere, citt da immaginare
345 353 369 383 431

Limmaginario e la metropoli
ALbERTO AbRUZZESE I vivi e i morti: fantasie metropolitane PAOLO FAbbRI Necropolis, per una fenomenologia degli spiriti FIORENZA GAMbA Limmaginario della metropoli contemporanea tra tecnologia e poetica Gli autori
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ISAbELLA PEZZINI Il farsi e il disfarsi della citt: uno sguardo semiotico

1. Spie linguistiche sempre interessante registrare ed osservare larea delle espressioni linguistiche con le quali si cerca di cogliere leffetto dei fenomeni urbani tipici di questa nostra epoca, che appare presa nel contrasto fra il perdurare ideale del modello della citt europea e il diffondersi reale, sempre pi evidente, di effetti diffusi quanto in apparenza ingovernabili di espansione metropolitana, assai meno leggibili sia sul piano immaginario che su quello della percezione dei dati. Nei nuovi sintagmi che si diffondono come slogan spesso gli aggettivi hanno il compito produrre leffetto di un ossimoro tra la citt e la sua qualificazione: a cominciare dalla citt infinita, come si intitola la ricerca ormai classica sulla Lombardia curata da Aldo Bonomi e Alberto Abruzzese,1 alla citt liquida, con riferimento al pensiero del sociologo Zygmunt Bauman,2 dalla citt porosa, nel recupero di una riflessione di Walter Benjamin,3 alla citt morta,4 dalla citt generica,5 alla, pi semplicemente, post citt.6 In altri sintagmi aggettivali lordine si inverte: ecco la schiuma urbana.7 Infine, i fortunati neologismi come lo sprawl, ma anche il non luogo o il superluogo, il parco a tema, la bigness, il junkspace e cos
1.BONOMI-AbRUZZESE 2004. 2.BAUMAN 2005 e BAUMAN 2011. 3.BENJAMIN 2000. 4.DAVIS 2004. 5.KOOLHAAS 2006. 6.SCOTT BROWN-VENTURI-IZENOUR 2011. 7.VOLLI 2004.

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via. Si incontrano a mezza via sintagmi ed espressioni ottenuti daltro canto appoggiandosi allaggettivo metropolitano: dai vecchi e familiari giungla,inferno, asfalto ai pi recenti incubo, disastro catastrofe, o pi semplicemente indistinto. Pi neutre le determinazioni che guardano agli effetti dellinevitabile mix dellurbano con la dimensione dei media elettronici, e che daltronde sono spesso analisi e proposte alquanto ottimiste se non francamente utopiche, come le celebri citt dei bits8 o citt delle reti.9 Per quanto in realt queste espressioni indichino fenomeni fra loro anche molto differenti, ci che le accomuna una sorta di conclamato sentimento dellinsufficienza semantica di termini come citt e metropoli singolarmente presi, il bisogno di declinarne la tensione e la progressiva deformazione, di specificarle, sottolineando gi a livello lessicale la perdita o il collasso di un significato e una valenza simbolica ben stabiliti, il che viceversa era elemento caratterizzante, in un caso come nellaltro, della tradizione europea. Si disegna cos una sorta di transizione semantica dalla forma-citt ben definita allinforme/informale metropolitano: ci di cui si parla in effetti un processo in atto e non ancora concluso di metropolinizzazione, di cos vaste e varie dimensioni abitativa, produttiva, infrastrutturale, persino energetica da far parlare ormai semplicemente di consumo: del territorio,10 ma anche pi globalmente dellimmaginario ad esso legato.11 Il dibattito impossibile da rappresentare nella dimensione di un breve intervento come questo si organizza intorno ad alcune polarit costanti, dividendosi come di consueto, tendenzialmente, fra gli apocalittici ben riconoscibili, dai toni veementi e dalla scarsa incisivit pratica e gli integrati spesso poco credibili. Ma tertium datur: non mancano, a ben guardare, anche gli autentici ricercatori di soluzioni innovative. C chi insiste sullirripetibile ricchezza della forma (fisica e dunque simbolica) della vecchia citt, che contrappone allinforme delle nuove metropoli, sottolineando soprattutto la distruzione che il nuovo apporta al vecchio. Ma c anche chi pensa che questo sia un modo poco produttivo di porre la questione, e richiama piuttosto alla necessit di rilanciare una cultura del
8.MITCHELL 1997. 9.CASTELLS 2004. 10.PETRINI 2011. 11.WENdERS 1992.

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progetto, abbandonando le vecchie categorie e contrapposizioni e focalizzandosi ad esempio sullidea inglobante di paesaggio.12 O infine chi sottolinea i caratteri di potenzialit ancora inesplorate insite nella nuova dimensione apportata nello spazio fisico dai nuovi inarrestabili flussi della comunicazione elettronica.13 Ne accenneremo alla fine. Per evidenti motivi di spazio ci soffermeremo qui anzitutto sugli argomenti di due testi che ci paiono offrire unintroduzione significativa al dibattito sulle nostre idee di citt e di metropoli, fissandone temi e problemi: il libro di Marco Romano, urbanista, su Ascesa e declino della citt europea14 e la ricerca sulla Citt infinita curata dai sociologi Aldo Bonomi e Alberto Abruzzese.15 2. Ascesa e declino della citt europea Nel suo libro, Marco Romano ammette nel prologo che oggi come oggi non esiste una letteratura che consenta di disegnare su basi solide e condivise una bella citt,16 e quindi pone fin dallinizio la questione della citt come inscindibile tema etico ed estetico. finito il mito razionalista della bellezza di una rigorosa efficienza cos come quello, ad esso congruente, di un disegno della citt altamente astratto, sostenuto dalle avanguardie, che ripulisse la citt dalle sue configurazioni pi trite (viali alberati, monumenti, piazze). E qui emerge subito uno dei temi conduttori della sua riflessione:
la citt deve venire invece apprezzata da tutti i cittadini, e dunque la sua bellezza non pu venire fondata su un linguaggio estetico cos nuovo da essere comprensibile soltanto da una lite ma deve essere per sua natura accessibile proprio come il linguaggio verbale allintera cittadinanza, perch le scelte che la concernono debbono poter venire discusse da chiunque e non divenire campo privilegiato di pochi esperti.17

Una specificit della citt europea sarebbe dunque stata proprio la capacit o quantomeno la costante aspirazione dei suoi abitanti ad unire
12.ZAGARI 2006 13.CIbIC 2009. 14.ROMANO 2010. 15.BONOMI-AbRUZZESE 2004. 16.ROMANO 2010, p. 9. 17.Ibidem, p. 10.

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nel progettarla, ampliarla, organizzarla, utilitas e decus: di qui la scelta di ricostruire una mappa semantica (o forma mentis) di questo supposto linguaggio consolidato della bellezza a partire dai termini che fondano la nostra comune percezione estetica delle citt,18 il nostro giudicarle, per commutazione, belle o brutte. La ricostruzione proposta di tipo storico: Romano fissa cio la data del consolidarsi di questa sfera simbolica della citt intorno allanno mille, segnalandone oltre alla durata (che solo oggi, dopo mille anni, si percepisce come minacciata) la forte discontinuit con la citt antica, a cui soprattutto la Chiesa dichiar guerra dopo leditto di Costantino, progressivamente decostruendola (contro la citt pagana e la sua dimensione metropolitana, pubblica e opulenta, la citt cristiana moderata, modesta e sobria come la dimora di Abramo19). Si tratta di fissare da un lato il profilo delle costanti i suoi caratteri distintivi ma dallaltro di mostrare lintrico delle sue contraddizioni, la sua potenziale instabilit. In una visione sistemica, in cui non mancano riferimenti a Ilija Prigogyne e a Ren Thom, ne emerge la visione non [di] un ordine cristallino ma [di] un fluire di informazioni [] nel quale maturano cambiamenti che precipitano poi dimprovviso, cumulati in una radicale mutazione20 conflitti strutturali, dunque, prodotti dal disequilibrio dei fattori in gioco che improvvisamente precipita: un modo di porre la questione molto affine, per esempio, a quello del semiotico russo Jurij Lotman, interessato proprio alle dinamiche dellimprevedibilit, o esplosive come le chiama, delle formazioni culturali studiate.21 Alla base dei caratteri fondamentali della citt europea vi una societ mobile nonch aperta: le genti si spostano, la loro legittimazione proviene dal lavoro. Lurbs, si potrebbe dire, materializza la civitas, possedere una casa e giurare fedelt allo statuto della citt sono i requisiti primi per entrarne a fare parte. Di qui lidentificazione del cittadino con la sua casa, e la sua aspirazione al bello, che trova il suo correlativo negli abbattimenti delle case dei condannati allesilio. In tutta lEuropa, grazie alla sostanziale continuit del paesaggio e alla rete di comunicazione fra una citt e laltra, i temi collettivi finiscono per essere gli stessi, in seguito a un processo di traduzione, messo a punto nel corso
18.Ibidem, p. 11. 19.Ibidem, p. 13. 20.Ibidem, p. 18. 21.Cfr. LOTMAN 1987 e LOTMAN 1993.

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di generazioni, in un manufatto della consapevolezza di un certo sentimento o comportamento di rilevanza nelle convinzioni o nel giudizio sociale:22 le chiese, i palazzi municipali, la torre per larchivio, la piazza e la piazza del mercato, i portici e poi gli stadi e gli spiazzi per le competizioni sportive, le mura, la borsa, le postee ancora i cimiteri monumentali, le rotonde, le arene, i monumenti, i musei: la loro grandezza non si sviluppa sotto il segno della razionalit ma del dono, in cui lo scambio di valori rappresentativi e non utilitari. Fondamentali sono poi le strade e le piazze tematizzate, che costituiscono lossatura del linguaggio espressivo con il quale ogni citt ha delineato nella sfera estetica il proprio peculiare stile.23 Dopo lOttocento ci vuole la piazza nazionale, e la citt si espande con i boulevard alberati su cui si affacciano i villini con torretta della borghesia abbiente. Sono proprio le piazze e i viali tematizzati a legare in sequenze di rilevanze estetica i temi collettivi, configurando cos una rete che copre la citt intera, tra le cui maglie sono intercluse le semplici vie secondarie con le loro case.24 Sembrerebbe proprio che questi temi cittadini nascano in modo paragonabile ai processi per cui dalle diverse pratiche sociali si iscrivono e si sedimentano nel linguaggio specifiche configurazioni e generi discorsivi.25 Estendendo questa ipotesi, se lumanit caratterizzata dalla differenziazione delle sue pratiche e dalla corrispettiva divisione del lavoro, a ogni tipo di pratica sociale corrisponde un dominio semantico e un discorso, anche architettonico o urbanistico, che lo sviluppa. La dimensione discorsiva in senso proprio, nella costruzione simbolica dello spazio della citt, daltro canto fondamentale: caratteristica tipica della civitas la discussione collettiva dei temi di interesse comune, sia per quanto riguarda la loro individuazione, sia per quanto riguarda la loro fattura: le controversie caratterizzano la vita della citt. Perch tutta questa riconoscibile trama si sia a un certo punto sgangherata, nelletimologico senso di uscita dai gangheri sembrerebbe dipendere, pi che da eventi esterni o dallo spirito del tempo, dallo stesso groviglio di contraddizioni entro le quali fluttua la sua stessa riconoscibilit, un intreccio di conflitti che prefigurano forse leventualit di una futura mutazione, di una catastrofe o discontinuit nel senso della teoria di Ren Thom.
22.ROMANO 2010, p. 37. 23.Ibidem. 24.Ibidem, p. 45. 25.RASTIER 2003.

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Le contraddizioni principali rilevate da Romano sono fra (I) Civitas e Urbs, Utilitas e Decus; (II) Citt e Stato; (III) Cittadini e citt; (IV) Civitas egualitaria e urbs gerarchica; (V) Antico e moderno; (VI) Citt e campagna; (VII) Noi e gli altri. Prendiamo questo punto. interessante ricostruire il modo in cui la citt ha affrontato il tema dei poveri e dei vagabondi, e pi in generale delle masse sempre pi consistenti di uomini e donne attratti dalla citt pur senza essere in possesso le qualit del cittadino modello che abbiamo visto delineate allinizio. Fino ad un certo punto la strategia predominante quella del tentativo di classificare e di contenere. Dalla strada come teatro indifferenziato di tutte le attivit sia pratiche, religiose, civili, si osserva una progressiva specializzazione degli spazi relativamente a determinate attivit (il gioco nelle taverne, la rappresentazione nei teatri ecc.). Una strategia che sembra avere successo, almeno a consultare i documenti e le ordinanze della seconda met del Seicento in Francia e in Inghilterra (grandi ospedali, work houses, ospizi, orfanatrofi ecc.). Moltissimo poi progressivamente trasferito in grandi spazi allaperto. NellOttocento il nuovo spettro il proletariato. Allospedale dei poveri si sostituisce la fabbrica, chi non lavora perde il diritto allassistenza, che invece era garantita per solidariet al componente della vecchia civitas. Nella metropoli si focalizza il tema della folla, che solo in apparenza si oppone a quello dellindividuo isolato, il flaneur: nella convinzione che forse la storia sia dopotutto irragionevole, il comportamento della folla sar il tema angoscioso del positivismo sociale di Tarde, di Le Bon, di Sighele.26 Si inventano, infine i nuovi onesti divertimenti della civilt di massa,27 come il Palazzo di Cristallo dove nel 1851 folle immense visitano la prima grande Esposizione Universale. Un altro capitolo di questa relazione fra il cittadino e laltro quello degli immigrati, vecchi e nuovi: lasciando da parte la questione storica degli ebrei, i nuovi immigrati rischiano di non poter condividere la valenza simbolica dellhabitat europeo, che un tempo fungeva da fattore di integrazione per chi si spostava, come una trama di significati noti sul quale tessere i propri nuovi rapporti,28 nonch il valore della residenza e del possesso della casa. Si sviluppano allora pratiche specifiche di deseman26.Ibidem, pp. 190-191. 27.Ibidem, p. 191. 28.Ibidem, p. 195.

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tizzazione e, nel migliore dei casi, di risemantizzazione, lotte silenziose di vicinati pi subiti che condivisi, che a tratti esplodono in veri e propri conflitti: i nuovi abitanti si addensano in vecchi quartieri non troppo richiesti, nel tentativo di creare una bolla di spazio sentito come proprio (Belleville a Parigi, Paolo Sarpi a Milano, lEsquilino a Roma), a volte riutilizzando le case come indifferenti contenitori di qualsiasi attivit, formando spontaneamente ghetti basati su quartieri chiusi e contrapposti diversamente dal modello olistico della urbs,29 dove gli abitanti di origine si sentono a loro volta espropriati della propria identit. Daltro lato anche i vecchi quartieri periferici dove gli immigrati sono spinti a risiedere hanno valenze simboliche troppo tenui per proporre e trasmettere loro il senso della sfera simbolica della citt originaria. Di qui il pericolo che le citt pi che ibridarsi perdano identit, o tendano al modello metropolitano delle diverse enclave stratificate, abitate da un etnia dominante da un lato e delle gated community in cui si blindano gli ex cittadini dallaltro. In conclusione, la citt europea emerge come la nicchia materiale di una forma mentis consolidata come la nostra civitas,
che nessunaltra societ ha mai saputo darsi e che nella sua stabilit ha offerto un sostegno costante al suo mobile spirito davventura, ancorando lorizzonte inesauribile del suo progresso tecnico alla pretesa di una bellezza fuori dal tempo contingente.30

Forse venuto il tempo della sua fine, conclude Romano. O forse sarebbe ora che se ne rivalutasse con ben pi decisione la portata simbolica. 3. La citt infinita Al modello idealizzato quanto oramai fragile della citt europea delineato da Marco Romano si oppone la citt infinita, esito dei fenomeni di urbanizzazione incontrollata dei nostri tempi. Essa emerge in questi termini e nella sua complessit dalla ricerca sulla Lombardia confluita nella edizione della Triennale di Milano del 2004. Fra gli interventi contenuti nel volume, la visione pi tranchant quella di Ugo Volli: lassenza di forma che si riscontra nellurbanizzazione diffusa, lindistinto metropolitano,
29.Ibidem, p. 196. 30.Ibidem, p. 197.

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equivale allassenza di senso, poich il senso emerge dalla differenza, e la differenza si manifesta spazialmente nel limite e nella distinzione, la segnatura dei quali non a caso sono uno dei topoi fondamentali dei miti di fondazione della citt.31 Dunque a questo tipo di urbanizzazione, non a caso definito spesso selvaggio, si accompagnerebbe la perdita dellurbanit come senso specifico dellabitare metropolitano. E del resto la deformazione e lo sgangheramento, la perdita del vecchio senso del luogo non avvengono soltanto fuori dalle mura delle citt, accadono anche al suo interno, dove ad esempio il centro appare spesso svuotato delle sue funzioni storiche, o interi quartieri degradati o allopposto gentrificati che siano sono riscritti da nuove categorie di abitanti. Per Alberto Abruzzese, del resto, un concetto chiave per interpretare il fenomeno della citt infinita quello dello sconfinamento: citt e periferia sconfinano reciprocamente e irrimediabilmente luna nellaltra. Le loro rispettive forme perdono ogni antico significato sia l dove esse conservano lapparenza di un regime territoriale ancora ordinato, conservato nella sua storia, sia l dove esse manifestano laltrettanto apparente immagine di una caotica escrescenza, senza storia possibile, senza pi orizzonte.32 La citt ha perduto: e dunque non il sapere della citt ma lesperienza dello sconfinamento a poter dare una eventuale risposta. Massimo Cacciari, nel saggio Nomadi in prigione,33 sottolinea quella che a suo avviso linerzia della dimensione spaziale rispetto ai cambiamenti epocali che stiamo vivendo in questa fase della storia: ancora una volta vi un paragone della citt con il linguaggio, che come lei non pu assimilare in tempo reale i nuovi significati prodotti continuamente dallagire comune e dalluniverso delle pratiche. La citt sottoposta a domande contraddittorie, di ethos e di funzioni, dimora e macchina al tempo stesso: la citt anzitutto luogo di conflitti, laddove polis ha radice comune con polemos. Come Romano, Cacciari sottolinea che la storia delle citt del resto storia di forme fra loro diverse di organizzazione dello spazio. In particolare, levolversi della citt moderna si caratterizza come irradiamento dal centro verso la periferia, che tutto progressivamente travolge: e oggi questa espansione che si fa sempre pi occasionale, sempre meno governabile. Il mondo intero, si trasformerebbe in
31.VOLLI 2004. 32.BONOMI-AbRUZZESE 2004, p. 36. 33.CACCIARI 2004.

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una metropoli infinita, a meno che non accada qualcosa che non riorienti radicalmente questa tendenza. In questo processo incontrollabile di crescita, cresce proporzionalmente la perdita del valore simbolico. Il territorio non conosce pi alcun nomos. In effetti, non abitiamo pi citt ma territori, dove il confine esiste solo per essere superato: Il territorio post-metropolitano una geografia di eventi, una messa in pratica di connessioni, che attraversano paesaggi ibridi.34 Certe polarit esistono ancora, ma sempre pi esse potrebbero organizzarsi ovunque. Il paradosso filosofico ed estetico che emerge da questa situazione che
lenergia che sprigiona il territorio post-metropolitano essenzialmente deterritorializzante, anti-spaziale. Il mito o lideologia della perfetta de-territorializzazione si accompagna a quello di una forma im-mediata della comunicazione.35

Cacciari si chiede allora come resti possibile abitare. Se la risposta nel nomadismo puro, che cosa rappresenta per noi lequivalente del tappeto per il nomade? Ripensando alla gerarchia tra edifici e contenitori del vecchio spazio metropolitano, il filosofo suggerisce che si dovrebbero inventare corrispondenze, analogie tra il territorio post-metropolitano dove viviamo ed edifici dove poter abitare:
edifici che siano luoghi, ma luoghi per la vita post-metropolitana, luoghi che ne esprimano e riflettano il tempo, il movimento, che non riproducano le antiche segmentazioni dello spazio metropolitano, che siano piuttosto connessioni viventi.36

Ed invece, a guardarsi intorno, sembra di ritornare ai vecchi sylos di forza, spazi chiusi, tematici: viviamo ossessionati da miti di velocit e ubiquit mentre gli spazi che costruiamo insistono pervicacemente nel definire, delimitare, confinare. Abbiamo invece bisogno di ordini capaci di generare eresie, come preconizzava Mitchell, nella sua citt dei bits.37 Aldo Bonomi in effetti mette al centro della sua indagine il concetto di glocale, come prodotto di dinamiche locali e insieme globali: gli interessa
34.Ibidem, p. 52. 35.Ibidem, p. 54. 36.Ibidem, p. 57. 37.MITCHELL 1997.

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comprendere il modo in cui unarea territoriale si apre a una pi ampia dimensione di flussi di comunicazione (commerciali, culturali, informativi) e come reagisce. Reazione che a suo avviso pu essere positiva se un territorio ha saputo mettere in valore le sue specificit interne nel confronto con quel che fuori si cercato o da fuori arrivato.38 Un cambiamento sostanziale, ad esempio il passaggio dalla comunit alla geocomunit della citt infinita, dove non vi sarebbe opposizione fra i luoghi e i flussi, ma i flussi avrebbero la funzione di interconnettere i luoghi. Interrogandosi sulla voglia, o viceversa sulla fine, spesso conclamata, della comunit, Bonomi ne individua lelemento basilare nellintimit, nel reciproco e immediato riconoscimento di coloro che vi partecipano, uniti da una comprensione che precede ogni sorta di accordo o di disaccordo, a partire dalla quale possibile la costruzione comune di un consenso relativo a qualcosa. Articolando comunit con societ, la geocomunit rappresenterebbe la versione pi aggiornata del connubio tra elementi comunitari ed elementi societari (funzioni strategiche di sviluppo, connessione allargata con altri territori o almeno tracce di tutto ci). Intendere la citt infinita come geocomunit significa allora non solo considerare la vastit dellestensione territoriale, ma anche la complessit che deriva dalle sue diverse componenti: maggiore la variet di aspetti che abitano lo stesso territorio, ne rendono mobili i confini interni ed esterni, ne enfatizzano i tratti caratteristici e, insieme, mutevolezza e instabilit.39 Nella citt infinita cambiano i rapporti fra centro (metropoli) e periferia, meglio, si dissolvono i confini che eravamo abituati a considerare per distinguerli, e le relazioni reciproche di supremazia/subordinazione. Oggi non pi cos:
Sembrano infatti essersi diffusi su ampia scala, a livello di citt infinita, quei caratteri che una tradizione sociologica risalente a Simmel aveva considerato come i tratti tipici della citt, i tratti che poi trovano nella metropoli la loro esaltazione e massima rappresentazione.40

Simmel vedeva nella citt e poi nella metropoli lambito privilegiato della sociazione, cio del processo di riduzione della distanza so38.BONOMI-AbRUZZESE 2004, p. 13. 39.Ibidem, p. 18. 40.Ibidem, p. 19.

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ciale, di avvicinamento fra le persone, individuale o collettivo, quindi come regno della possibilit, i cui tratti erano altres i legami deboli, la possibilit della scoperta e dellazione, lorientamento attivo, le affiliazioni multiple, la pluralit di identitTutto questo costituisce il campo della possibilit di associazione tanto quanto dellaltro possibile polo, quello della dissociazione, con la conseguente molecolarizzazione dei conflitti. La citt infinita rappresenta in teoria levoluzione della forma metropolitana nellepoca post-fordista: infrastrutture; cultura; consumo, sofisticati processi di rispazializzazione per contare di pi nellindistinto, luoghi artificiali per creare punti di centralit e riferimento. Ma per la verit nella megalopoli padana tutto ci si materializza soprattutto nella ricorrenza ossessiva di un sintagma post-urbano composto da capannone-villetta-nani nel giardino-BMW, la cui indifferenza ed irresponsabilit nei confronti del paesaggio, o anche solo del territorio, lo scrittore Vitaliano Trevisan analizza lucidamente nel suo libro Tristissimi giardini:
Una grande, anzi grandissima periferia policentrica, che si pensa ancora come un reticolo di piccole citt, e alla luce, ma sarebbe meglio dire allombra, di questo pensiero irrazionale si amministra, si governa, si vive e, pi o meno naturalmente, si muore, e cos, in questa grandissima periferia policentrica che non ha coscienza di s, tutto pensato a pezzi, e fatto e rifatto a pezzi, proprio come le sue strade e le sue campagne eccetera; e i pezzi, com ovvio, sono sempre pi piccoli.41

Non mancano, si diceva allinizio, timide ipotesi di redenzione. sempre Aldo Bonomi a rilevare, qualche anno dopo la ricerca sulla citt infinita, che qualcosa si muove, e sembra andare proprio nella direzione di una nuova auto-percezione, di una discontinuit del modello del capitalismo molecolare che ha avuto man salva sino ad oggi, e che potrebbe superarsi: A condizione che proliferi una cultura antropologica e del progetto affidata a una nuova generazione sociale e imprenditoriale che intreccia saperi, saper fare e nuova cultura istituzionale.42 Che trasformi ad esempio i capannoni dimessi, come sta accadendo in alcuni progetti sperimentali, in luoghi di creativit e di cultura.
41.TREVISAN 2010, p. 17. 42.BONOMI 2011.

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4. La post citt: imparare (ancora) da Las Vegas Vorrei concludere questo intervento con un salto spazio-temporale, convocando unaltra pietra miliare del dibattito su citt/metropoli, di cui si celebrano i quasi quarantanni dalla prima edizione, che ci sembra consonante riguardo le possibilit di intervenire creativamente anche nei processi che sembrano pi ingovernabili, o a partire da essi. Si tratta del celebre libro di Denise Scott Brown, Robert Venturi e Steven Izenour, Imparare da Las Vegas.43 Vi si racconta del modo in cui questo gruppo di progettisti con i loro studenti analizzarono quello che era allora considerato un mostro urbanistico, la citt non-citt del gioco nel deserto del Nevada, rovesciandola di segno e additandola a caso emergente di sperimentazione e creativit, soprattutto per la nuova e dominante dimensione comunicativa, per il paesaggio semiotico che la rendeva unica. In occasione della riedizione italiana del libro Francesco Erbani intervista per il quotidiano La Repubblica Denise Scott Brown che sottolinea come imparare da non significhi imitare, anzi. Las Vegas una specie di archetipo e non un prototipo: rappresent alla fine degli anni Sessanta una lezione sul simbolismo, sulla capacit comunicativa dellarchitettura e sulluso della fantasia e della luce per creare strutture piacevoli che attirassero persone.44 Un archetipo, ma non immutabile: lo stesso gruppo vi torn molti anni dopo, nel 1997: la trovarono cambiata, con il vecchio impianto comunicativo risucchiato. Dunque la Strip normalizzata e messa a norma oggi non ha pi molto da insegnare, Las Vegas oggi, paradossalmente, sembra una citt ottocentesca. Niente a che fare con lo sprawl, la dispersione abitativa e tutti i fenomeni metropolitani oggi guardati nel mondo con crescente preoccupazione. E del resto persino lo sprawl ha una forma, non il caos: piuttosto, il caos un ordine che non abbiamo ancora compreso.45 Se oggi tendiamo a rappresentarci i territori in cui viviamo come percorsi costellati di cartelloni pubblicitari che ci conducano in luoghi di incontro, conclude Denise Scott-Brown,
perch dobbiamo scegliere tra cartelloni pubblicitari e luoghi di incontro? Perch non entrambi? [] Noi architetti dobbiamo capire le molte possi43.SCOTT BROWN-VENTURI-IZENOUR 2011. 44.ERbANI 2011. 45.Ibidem.

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bilit che ci sono di incontrarsi e mettere la nostra creativit e immaginazione per realizzarle.46

Pensare a delle citt in cui il disordine vitale porti bellezza, meno archistar che pensino di intervenire da bulli e pi leggerezza.47

Bibliografia
BAUMAN 2005 Z. Bauman, Fiducia e paura nella citt, Milano 2005 (ed. or. 2003) BAUMAN 2011 Z. Bauman, Modernit liquida, Roma-Bari 2011 (ed. or. 2000) BENJAMIN 2000 W. Benjamin, I passages di Parigi, in Opere complete, a cura di E. Ganni, vol. IX, Torino 2000 (ed. or. 1982) BONOMI 2011 A. Bonomi, La metamorfosi del capannone svela il dinamismo del Nord-Est, in Il Sole 24ore, 8 maggio 2011 BONOMI-AbRUZZESE 2004 La citt infinita, a cura di A. Bonomi, A. Abruzzese Milano 2004 CACCIARI 2004 M. Cacciari, Nomadi in prigione, in BONOMI-AbRUZZESE 2004, pp. 51-59 CASTELLS 2004 M. Castells, La citt delle reti, Venezia 2004 (ed. or. 1989) CIbIC 2009 A. Cibic, Rethinking Happiness. Nuove realt e nuovi modi di vivere, Milano 2009
46.Ibidem. 47.Ibidem.

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Isabella Pezzini

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