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Osserva (A) veniva rinviato al giudizio del tribunale di Bolzano per il delitto di cui a ll'art. 640-bis c.p.

per avere... "con artifizi e raggiri, consistiti nella pres entazione alla Provincia Autonoma di Bolzano di un preventivo di spesa e di una fattura di acquisto con importi maggiorati... indotto in errore l'ente pubblico sull'entit della spesa ammissibile a contributo con pari danno...". Nel concreto la condotta contestata era consistita nell'avere acquistato un veic olo industriale ammesso a contributo della Provincia, presentando la fattura n. 17609 dell'8/11/1994 emessa dall' ... s.r.l. per l' importo di lire 46.000.000, oltre I.V.A., mentre l'effettiva spesa sostenuta era di lire 41.270.000, oltre I .V.A., ed ottenendo, in tal modo, un indebito vantaggio patrimoniale di almeno l ire 473.000. Il giudice unico del tribunale di Bolzano, a conclusione del giudizio, qualifica va il fatto come rientrante nella fattispecie prevista dall'art. 316-ter c.p., i ntrodotto dall'art. 4 L. 29 settembre 2000, n. 300, ed in particolare nell'ipote si contemplata al secondo comma della norma (configurante un illecito amministra tivo), in ragione dell'ammontare del contributo illecitamente percepito; assolve va, pertanto, l'imputato dal reato ascrittogli per non essere il fatto pi previst o come reato e disponeva trasmettersi gli atti all'autorit amministrativa compete nte per l'applicazione della sanzione amministrativa. Nell'elaborata sentenza il giudice di merito enuclea taluni principi che possono essere cos sintetizzati: il nuovo reato rubricato come art. 316-ter c.p. corrisp onde - per struttura, soggetti passivi, natura dell'indebito profitto conseguito e modalit della condotta - allo specifico caso sanzionato ben pi gravemente dall' art. 640-bis c.p.; posto che l'ambito di applicazione delle due norme (artt. 640 -bis e 316-ter c.p.) sembra riferirsi allo stesso ambito, occorre stabilire - ne ll'individuare la regola da adottare per risolvere il conflitto di applicazione - se operi il criterio di specialit, ovvero di sussidiariet; l'eventuale adesione al secondo criterio avrebbe come conseguenza la pratica inapplicabilit del nuovo art. 316-ter, non essendo immaginabili ambiti di autonomia al di fuori dell'art. 640-bis. Il giudicante prosegue ricordando l'orientamento giurisprudenziale espresso dall a Corte Costituzionale (sent. 25/1994 e ord. 433/98) e recepito dalle Sezioni Un ite di questa Corte (sent. 2780/1996) in una tematica del tutto simile alla pres ente e relativa al rapporto tra l'art. 640-bis c.p. e l'art. 2 d.l. n. 701/1986, conv. nella L. 898/1996, in materia di frodi comunitarie. Pur sottolineando che detto orientamento qualifica la nuova norma come sussidiaria e quindi residuale rispetto al reato di truffa, egli conclude con l'affermare che proprio un'atten ta lettura del tipo di interpretazione data, all'epoca, dal giudice delle leggi e dal giudice della legittimit, rapportata al contenuto del nuovo art. 316-ter c. p., finisce per rappresentare il migliore argomento a sostegno della prevalenza del criterio di specialit. In sostanza con la nuova disciplina si ottenuto il risultato di sottrarre un lim itato settore all'area di condotte rientranti nel reato di truffa, definendole e sanzionandole in maniera autonoma. Avverso questa sentenza ricorre per cassazione, "per saltum", il P.M. presso il tribunale di Bolzano, deducendo l'inosservanza o erronea applicazione degli artt . 640-bis e 316-ter c.p.; sollevando, in subordine, questione di legittimit costi tuzionale per contrasto con l'art. 3 della Carta fondamentale. Il complesso ragionamento del ricorrente si articola su vari punti: la norma del l'art. 316-bis c.p. stata introdotta in sede di recepimento di una convenzione c omunitaria per adeguare il diritto interno all'esigenza di delineare come illeci to penale la frode che lede gli interessi finanziari delle Comunit europee; la gi urisprudenza citata dallo stesso tribunale, formatasi sull'art. 2 L. 898/86 in t ema di frodi comunitarie, sottolineava la finalit voluta dal legislatore di non l asciare impunite condotte che potessero sfuggire alla repressione penale, non pr esentando le connotazioni dell'ipotesi criminosa prevista dall'art. 640-bis c.p. ; dai lavori preparatori emerge che il legislatore, nel volersi adeguare alla co nvenzione, ha ritenuto migliore soluzione, rispetto al qualificare automaticamen te come truffa ogni caso di esposizione di dati falsi o incompleti, quella di mo

dellare l'intervento sull'esempio dell'art. 2 L. 898/1986, vale a dire prevedere un trattamento sanzionatorio ad hoc per tutti i casi in cui l'esposizione di da ti falsi o incompleti non integri gli estremi della truffa, facendo comunque sal va l'applicabilit dell'art. 640-bis c.p. nei casi in cui invece li integri; l'int erpretazione della norma, offerta dal giudicante, farebbe sorgere seri problemi di disparit di trattamento sanzionatorio rispetto a fatti di analoga portata (es. truffa con i medesimi mezzi in danno di privati), con violazione del principio stabilito dall'art. 3 Cost. Fatta questa esposizione dello stato della problematica sottesa al ricorso in es ame, questa Corte non pu non rilevare che i notevoli problemi interpretativi e si stematici discendono proprio dal testo dell'art. 316-ter e dalla sua collocazion e. Non di facile percezione, ad esempio, l'obliterazione, nella rubrica, delle Comu nit europee e, comunque, la discrasia tra la rubrica dell'articolo in esame (316ter c.p.) e quella dell'art. 640-bis c.p.; e cos lo stretto ed esplicito collegam ento tra le due norme farebbe ritenere che l'inserimento sistematico pi appropria to per l'art. 316-ter sarebbe stato tra i delitti contro il patrimonio. In una simile situazione non pare a questo Collegio che possa essere di risoluti vo aiuto l'attardarsi ad approfondire i concetti di sussidiariet o specialit delle norme, perch, nel caso in esame sembrerebbe trattarsi quasi di un criterio di su ssidiariet espresso ("salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall'artic olo 640-bis") il quale, in realt, disegna e ritaglia una fattispecie normativa sp ecifica nell'ambito della pi generale previsione della truffa comunitaria. Del resto le Sezioni Unite penali di questa Corte (v. sentenza 24 gennaio-15 mar zo 1996, Panigoni ed altri), nell'affrontare una problematica per molti versi si mile a quella che qui si dibatte, ebbero a ritenere che per i fatti anteriori al la modifica introdotta con l'art. 73 L. 142/1992, il reato di frode comunitaria, previsto dall'art. 2 L. n. 898/1986, ha carattere sussidiario rispetto a quello di truffa aggravata; con la conseguenza che esso configurabile solo quando il s oggetto si sia limitato semplicemente all'esposizione di dati e notizie falsi e non anche quando alle false dichiarazioni si accompagnino artifici e/o raggiri d i altra natura, che integrano, invece, il delitto di truffa aggravata. Per andare alla sostanza delle cose, pare a questa Corte che la risoluzione del problema stia nel canone primario che deve orientare l'interprete della legge pe nale sostanziale: egli non pu giungere in via ermeneutica a debordare dal fondame ntale principio nullum crimen, nulla poena sine lege. Tale principio rapportato alla norma dell'art. 316-ter c.p. evidenzia un dato ch e non pu essere ritenuto dubbio: il legislatore ha delineato una ben precisa cond otta illecita, la ha definita quale reato nei casi di indebita percezione di som me pi elevate, punendola con una pena definita; la ha degradata a violazione ammi nistrativa per i casi pi lievi. Per quella certezza che dovuta nella definizione dell'ambito della norma penale, l'interprete non pu che prendere atto che il legislatore ha inteso punire la seg uente condotta: "chiunque mediante l'utilizzo o la presentazione di dichiarazion i o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l'omissione d i informazioni dovute, consegue indebitamente... punito con...". Rendere sistematica questa previsione con l'espressa dizione "salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall'art. 640-bis" non compito di facile momento. probabile che il legislatore abbia inteso porsi in quella fascia di ardua defin izione aprioristica in cui la mera ostentazione di documenti o il mero silenzio (omissione di informazioni) possono non configurare artificio o raggiro; altrett anto probabile, tuttavia, che cos facendo si piuttosto indebolito il campo della tutela degli interessi finanziari pubblici, anche comunitari. Vanno, tuttavia, ripresi i ragionamenti di questa Corte (S.U. cit.) e va afferma to che la norma, nel vastissimo ventaglio di comportamenti ha enucleato quello d i gravit minore, rappresentato dal semplice "utilizzo" (che pur sempre termine pi ampio della "esposizione" di cui all'art. 2 L. 898/1986) e soltanto a tale condo tta, non accompagnata da ulteriori malizie dirette all'induzione in errore del s oggetto passivo, ha inteso collegare conseguenze pi favorevoli in termini sanzion atori di quelle prevista per il delitto di truffa. Si tratta di una scelta le cu

i finalit non appaiono contrastanti con i principi costituzionali, sicch la relati va eccezione di illegittimit costituzionale della norma in esame va disattesa. Per tornare, comunque, al caso di specie in maniera conclusiva, deve rilevarsi c he il giudice di merito ha accertato che il (A) si limitato a presentare una fat tura attestante cosa non vera (una somma superiore a quella sborsata), senza met tere in atto "ulteriori malizie"; ha, quindi, correttamente applicato l'art. 316 -ter c.p. che delinea e punisce (penalmente o amministrativamente) proprio simil i comportamenti. La sentenza impugnata, quindi, non merita censure, con la conse guenza che il ricorso deve essere rigettato. P.Q.M. Rigetta il ricorso