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IL "COMPROMESSO STORICO" NELLA STORIA DEL PCI: IL MITO E LA REALTA' (*)

di Marco Ferrando Gli avvenimenti cileni sono stati e sono vissuti come un dramma da milioni duomini sparsi in tutti i continenti ma i combattenti per la causa della libert e del socialismo non reagiscono con lo scoramento ma cercano di trarre un ammaestramento. Noi abbiamo sempre pensato e oggi lesperienza cilena ci rafforza in questa persuasione che lunit dei partiti dei lavoratori e delle forze di sinistra non condizione sufficiente per garantire la difesa e il progresso della democrazia Ecco perch noi parliamo non di unalternativa di sinistra ma di unalternativa democratica, e cio della prospettiva politica di una collaborazione e di unintesa delle forze popolari dispirazione comunista e socialista con le forze popolari dispirazione cattolica. Lerrore principale da cui bisogna guardarsi quello di giudicare la DC come una categoria astorica, destinata per sua natura ad essere o a divenire sempre e ovunque un partito schierato con la reazione Noi abbiamo avuto sempre ben presente il legame tra la DC e i gruppi dominanti della borghesia Ma nella DC si raccolgono anche altre forze, vaste categorie di ceto medio, strati popolari e anche operai Dobbiamo agire perch al suo interno pesino sempre pi, sino a prevalere, le tendenze che con realismo storico e politico riconoscono la necessit e la maturit di un dialogo costruttivo e di unintesa tra tutte le forze popolari, senza che essa significhi rinuncia alle diversit e distinzioni ideali e politiche. Non bisogna credere che il tempo a disposizione sia indefinito. La gravit dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di forze reazionarie, la necessit di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e democratico, rendono sempre pi urgente che si giunga a quello che pu essere definito il nuovo grande compromesso storico tra le forze che rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano. (Rinascita del 9 ottobre 1973). Con queste parole Enrico Berlinguer, segretario generale del Pci, lanciava, trentanni fa, la proposta politica del compromesso storico.

Un dibattito distorto Su questa proposta si sviluppata nel tempo, allinterno del movimento operaio, una discussione vasta ma raramente segnata dallonest intellettuale (e quasi mai dal metodo marxista). Quali erano le ragioni e i fini della proposta? Quale bilancio storico trarre dallesperienza concreta dellunit nazionale (1976-78) cui quella proposta apriva la strada? Le risposte a questi interrogativi che si sono confrontate nella sinistra italiana hanno spesso registrato, al di l delle divergenze, un comune schema dapproccio: e cio una rappresentazione del compromesso sto rico come astratta proposta politica ideale, come una particolare concezione della transizione, di cui magari leggere criticamente radici culturali e risultanze politiche, ma tutta mossa in definitiva dalla tensione morale verso unaltra Italia e realmente ispirata dal dramma del Cile.
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Questo approccio metafisico al compromesso storico ha resistito tanto tenacemente nel tempo da unire, su versanti capovolti, linterpretazione che ne diedero allepoca i dirigenti storici del Pci con linterpretazione che oggi ne danno i loro epigoni neoliberali. Cosera il compromesso storico, nella rappresentazione ideologica interna che ne diedero Berlinguer e i suoi giovani tenenti degli anni settanta (Occhetto, DAlema, Fassino, Veltroni)? Era la concretizzazione strategica della via italiana al socialismo e quindi la corretta traduzione, nelle condizioni nazionali, di una linea di classe. Cos il compromesso storico in sede di bilancio nella rappresentazione storiografica che oggi ne fanno i neoliberali Occhetto, DAlema, Fassino e Veltroni? La concretizzazione strategica della via italiana al socialismo e, quindi, lespressione di un classismo nobile ma miope, di un rifiuto generoso ma utopico della modernit, di un incolmabile ritardo storico che unito al berlinguerismo degli anni ottanta avrebbe condannato il Pci al declino. La verit che i dirigenti liberali della maggioranza diessina avvalorano le mistificazioni della propria giovent staliniana per lustrare presso le classi dominanti il proprio attuale liberalismo borghese ed esaltare lentit dello strappo compiuto. Di converso tanti reduci della storia del Pci, ancora legati al movimento operaio, proprio per contrastare il liberalismo DS e il suo cinismo sono portati a rivendicare leffige di Berlinguer, a denunciare il tradimento della sua figura, a nobilitare lo stesso compromesso storico, rappresentandolo al pi come un errore. La risultante di questa dinamica di confronto non solo il riprodursi, per autoalimentazione, di una mistificazione storica ma, perci stesso, un danno politico per il movimento operaio di oggi, per la comprensione delle sue necessit e dei suoi compiti. Per questo utile sottrarre al compromesso storico laureola della leggenda e restituirlo alla sua effettiva realt.

La mistificazione ideologica della via italiana al socialismo La proposta del compromesso storico, nella sua sostanza politica non nasce dal dramma del Cile: nasce dalla tradizione storica dello stalinismo, ed sospinta politicamente dallintera evolu zione della situazione politica italiana dei primi anni settanta. Il golpe fascista in Cile fu piuttosto occasione e cornice della sua nuova esplicitazione e rilancio. Innanzi tutto il compromesso di governo con la DC non era unimprovvisazione di Enrico Berlinguer. Era unesperienza gi compiuta dal Pci di Palmiro Togliatti nellimmediato secondo dopoguerra (1945 1947) e unispirazione strategica di fondo della burocrazia del Pci lungo il corso tormentato dei decenni successivi. Lo stesso Berlinguer rivendic apertamente nello scritto di Rinascita la radice antica del compromesso storico, il suo segno di continuit col passato: Il nostro partito non ha mai deflettuto dalla sua linea unitaria verso gli altri partiti di massa, il Partito socialista, il Partito democristiano Dopo la Liberazione, dopo lavvento della Costituzione, frutto di un accordo tra i grandi partiti di massa (Pci, Psi, DC) fu il partito democristiano nel clima di divisione dellEuropa e nel mondo creato dallincipiente guerra fredda il principale artefice della rottura dellalleanza di governo con i comunisti (9 ottobre 1973). Parole di verit: ma che nascondono dietro un riferimento storico notarile ragioni e bilancio della linea unitaria verso la DC.
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Dopo la svolta del settimo congresso dellInternazionale comunista (1935), con la nuova linea dei fronti popolari, i partiti del Comintern si erano votati ad una prospettiva di governo con la propria borghesia democratica e liberale, secondo gli interessi di fondo della buro crazia sovietica e della sua diplomazia internazionale, nel nome del socialismo in un solo paese. Cos fu in Italia. Nel 1926 il congresso di Lione del PcdI, sotto la direzione di Gramsci, aveva finalizzato lopposizione comunista al fascismo alla prospettiva strategica del governo operaio e contadino: lunica prospettiva capace di realizzare lavvento di un nuovo blocco storico alla testa dellItalia e di condurre a soluzione le questioni storiche irrisolte, a partire dalla questione meridionale. Non pu esservi altra rivoluzione in Italia che una rivoluzione socialista scriveva Antonio Gramsci. Ogni ipotesi di blocco di governo con forze borghesi liberali, ogni concezione del PcdI come ala sinistra dellopposizione unitaria antifascista, veniva esplicitamente respinta come capitolazione alla socialdemocrazia e al liberalismo (vedi Tesi di Lione n. 26). Ci non significava affatto escludere, in termini di previsione storica, la possibilit che un futuro crollo del fascismo potesse aprire le porte, nellimmediato, ad una soluzione democratico-borghese. Ma quella soluzione avrebbe avuto precisamente lo scopo di bloccare la rivoluzione proletaria. E i comunisti pertanto, non solo non dovevano subordinarsi a tale prospettiva, ma dovevano battersi, con tutte le proprie forze, per costruire legemonia proletaria sullopposizione di massa antifascista, in alternativa al liberalismo e nel nome della propria prospettiva indipendente. Solo a partire da questa politica di classe, uneventuale soluzione democratico liberale, se anche si fosse realizzata, avrebbe potuto costituire obiettivamente un breve passaggio intermedio sulla via della conquista proletaria del potere. Lo stalinismo italiano, sotto la guida di Togliatti, capovolse esattamente questa impostazione . Lintera linea del Pci durante la resistenza si ispir al blocco strategico con la borghesia liberale italiana. La ribellione operaia antifascista, a partire dal marzo 1943, e il grosso del movimento partigiano furono subordinati nei Cln allalleanza paritaria con la DC e il Partito liberale. La nuova prospettiva strategica fu esplicitata solennemente nella cosiddetta svolta di Salerno: lo scopo del nostro partito non oggi la rivoluzione socialista ma la ricostruzione democratica dellItalia (Togliatti). Dentro la cornice di quella divisione del mondo in aree di influenza che Stalin avrebbe pattuito con gli imperialismi vincitori. Su queste basi tricolori, il partito nuovo di Togliatti prese parte ai governi di unit nazionale con la DC che si susseguirono dal 1945 al 1947. I ministri staliniani, a braccetto con la DC, reintrodussero i capitalisti cacciati dai lavoratori nei loro posti di comando, ripristinarono la disciplina nelle fabbriche, concordarono la liberalizzazione dei licenziamenti, gestirono il disarmo del movimento partigiano, decretarono unampia amnistia per i fascisti, diressero la repressione di movimenti di disoccupati. Era il programma della ricostruzione del capitalismo italiano e dellapparato borghese dello Stato, usciti a pezzi dellavventura del fascismo e della guerra. Solo il Pci forte del proprio controllo sulle masse, poteva garantire alla borghesia italiana il ritorno indolore alla sua democrazia: contro il movimento operaio e le aspirazione pi profonde della resistenza. Ma la borghesia democratica rimessa in sella dallo stalinismo non mostr gratitudine verso il Pci: non appena i rapporti di forza lo consentirono e la svolta internazionale della guerra fredda lo sugger, la Democrazia cristiana di De Gasperi cacci il Pci
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allopposizione e inaugur la lunga stagione anticomunista che percorse tutti gli anni cinquanta contro i lavoratori e la Cgil.

Significativa fu la protesta di Palmiro Togliatti, dalla tribuna dellassemblea costituente. Per questa imprevista estromissione dal governo: Cosa si rimprovera alla classe operaia? Gli operai, avvenuta la liberazione, hanno compreso la situazione, dando prova di un mirabile senso politico e nazionale. Essi hanno capito che laver salvato le fabbriche non li autorizzava a porre il problema di unimmediata trasformazione socialista della societ Sappiamo bene che per la ricostruzione nazionale sono necessari i ceti produttori capitalistici e infinite volte abbiamo detto loro collaboriamo Ma gli operai hanno fatto di pi: hanno moderato il loro movimento, lhanno frenato, lhanno contenuto nei limiti in cui era necessario contenerlo per non turbare lopera della ricostruzione. Hanno accettato la tregua salariale senza che vi fosse la sospensione dellaumento dei prezzi hanno dimostrato capacit di direzione politica ed economica della vita del paese. Nulla si pu rimproverare agli operai e i partiti che li rappresentano non possono essere oggetto della manovra (desclusione dal governo). (20 giugno 1947). Non poteva esservi confessione pi autorevole e penosa del tradimento della classe operaia e della Resistenza da parte della burocrazia del Pci. N poteva esservi uninvocazione tanto pietosa della riammissione del Pci nel governo della borghesia. Nei successivi trentanni di opposizione, tutta la politica dellapparato del Pci fu finalizzata a riaprire il varco di quella collaborazione di governo con la DC, che questultima aveva affossato nel 1947. La cosiddetta via italiana al socialismo fu per trentanni linvolucro ideologico di questa prospettiva. Non una ingenua illusione, ma una consapevole mistificazione.

Dal primo al secondo compromesso storico Trentanni dopo il compromesso storico si ripresent in condizioni storiche molto diverse. Ma la dinamica della sua realizzazione presenta anche alcune significative analogie. Nellimmediato secondo dopoguerra il Pci era approdato al governo non solo in ragione dellaspirazione governista della sua burocrazia, ma in virt del combinarsi di due fattori di fondo: lascesa della classe operaia, nei termini allora di una dinamica insurrezionale, e la crisi profonda della direzione politica borghese, entro un processo di disgregazione dellapparato statale. Solo in queste condizioni eccezionali il capitalismo italiano fu costretto ad appoggiarsi su un partito staliniano per organizzare la propria rinascita. E solo in queste condizioni un apparato staliniano poteva realizzare quel compromesso di governo che il Cremlino gli aveva commissionato. Il secondo compromesso storico promosso nel 1973 da Berlinguer vedeva un Pci sensibilmente diverso da quello degli anni quaranta. Il suo apparato burocratico aveva approfondito la propria integrazione nella societ borghese. Le sue radici materiali nelle istituzione dello Stato, nelle amministrazioni locali, nel sistema cooperativo si erano enormemente estese. I suoi canali di comunicazione con le classi dominanti si erano moltiplicati. Sotto molti aspetti la base materiale della burocrazia Pci era divenuta assai simile alla base materiale di una socialdemocrazia classica. E ci dava, di riflesso, un diverso fondamento alla sua stessa aspirazione di governo: nel 1945 la vocazione
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di governo di un apparato staliniano uscito dalla clandestinit dopo ventanni di fascismo rifletteva prevalentemente gli interessi di Mosca e della sua burocrazia; alla soglia degli anni settanta la vocazione di governo dellapparato del Pci, dopo trentanni di democrazia borghese, rifletteva gli appetiti della propria burocrazia: del suo ceto dirigente, dei suoi amministratori, del suo ceto parlamentare. E tuttavia il Pci di Berlinguer conservava nonostante tutto un tratto strutturale che lo differenziava da un ordinario partito socialista: il perdurante legame col Cremino. Certo, questo legame si era allentato nel tempo entro un processo di graduale autonomizzazione che rifletteva lintegrazione del Pci nella societ borghese (la dissociazione del Pci dallinvasione della Cecoslovacchia nel 1968, a differenza del sostegno fornito nel 1956 alla repressione degli operai ungheresi misurava questa evoluzione). Ma per quanto indiretto il legame con lUrss permaneva ben saldo: e non solo come eredit residuale e simbolica di una tradizione passata ma come legame materiale (anche finanziario) e come rapporto politico diplomatico legato a una geografia bipolare del mondo, figlia indiretta della rivoluzione dOttobre, che era ancora lontana dal dissolversi. Questa peculiare diversit del Pci era, agli occhi della borghesia, il principale ostacolo alla sua integrazione di governo: non le sue radici di massa, tanto meno i suoi programmi riformisti, entrambi affini a quelli di altri partiti socialisti in Occidente; ma le specifiche relazioni del Pci con laltro blocco internazionale, con i suoi interessi diplomatici, con la sua po tenza statuale. Il Corriere della sera in un celebre editoriale del 1975 lo chiam il fattore K (K come Kremlino) e lo addit come un impedimento organico allingresso al governo del Pci. Berlinguer era ben consapevole dellordine dei problemi e degli ostacoli, anche internazionali che si frapponevano allaccoglimento di un nuovo compromesso storico. Ma coglieva perfettamente che altri fattori, non meno potenti, aprivano al Pci una potenzialit nuova. Questi fattori, tra loro combinati, erano essenzialmente due: la nuova ascesa della classe operaia e la nuova crisi di direzione politica della borghesia. In forme e con intensit profondamente diverse erano non a caso gli stessi fattori che avevano sospinto il primo compromesso storico del dopoguerra.

Ascesa operaia e avanzata del Pci: una relazione contraddittoria La ripresa della classe operaia, dopo una fase di dure sconfitte aveva segnato, seppur in modo non lineare, il corso degli anni sessanta. La rivolta di massa contro il governo Tambroni nel luglio 1960 fu il primo segnale del disgelo. Una nuova generazione faceva progressivamente il proprio ingresso nelle lotte sindacali e politiche. La crescita quantitativa e la concentrazione di massa della classe operaia industriale prodotta dallo sviluppo capitalistico del dopoguerra dava a questa lenta ripresa una robusta base materiale dappoggio. Lautunno caldo del 69 fu il punto dapprodo di questo processo e al tempo stesso la leva e il motore di una svolta profonda nei rapporti di forza tra le classi in Italia. Le vecchie politiche sindacali, a lungo difese dal Pci (dalla conservazione di commissioni interne sclerotizzate al moderatismo salariale) furono nei fatti travolte dalla pressione operaia. Gli aumenti salariali uguali per tutti, lunit tra operai e impiegati, il potere di contrattazione in fabbrica, nuove forme di rappresentanza democratica dei lavoratori si affermarono come rivendicazioni egemoni a
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livello di massa. La nascita dei consigli di fabbrica dava la misura della nuova forza operaia e delle potenzialit della svolta. Una svolta che non si fermava ai cancelli della fabbrica, ma investiva profondamente la societ italiana: si intrecciava con lascesa della mobilitazione studentesca; spostava gli orientamenti di vasti settori di piccola borghesia, di masse popolari del sud, di forze intellettuali; trascinava una nuova sensibilit democratica e una potente domanda di cambiamento. Lapparato del Pci lavor a contenere questa spinta: da un lato cavalcandola, dallaltro smussandone tutte le potenzialit anticapitalistiche. Il cavalcamento dei nuovi consigli di fabbrica e la loro successiva subordinazione istituzionale al nuovo patto intercon federale del 1972 furono al riguardo emblematici; non meno su un altro piano della linea di attacco frontale e di clima rovente (Cossutta 1972) nei confronti della neonata sinistra extraparlamentare. Peraltro tutta la credibilit del Pci agli occhi della borghesia era affidata alla sua capacit di contenere lascesa di massa dentro gli argini della societ borghese. Ma il Pci sar anche il beneficiario politico, alla lunga, della nuova stagione sociale. Nel 1974-75 il riflesso politico di anni di lotte di massa si espresse nella clamorosa vittoria sul tema del divorzio, nella grandezza e radicalit delle mobilitazioni antifasciste, ma soprattutto nellascesa elettorale impetuosa del Pci; che nelle elezioni amministrative del 15 giugno 1975 conquistava le grandi citt del nord e del sud rompendo i confini tradizionali del proprio insediamento storico e incamerando ovunque nuove forze e nuove domande. Lapparato del Pci dir a lungo, per tacitare il dissenso interno, che questa avanzata del partito esprimeva un consenso di massa alla linea del compromesso storico. Era falso. Le masse non votano linee politiche, esprimono bisogni e domande attraverso i canali di cui dispongono. Lavanzata del Pci nel 1975 esprimeva una gigantesca domanda di svolta dopo trentanni di dominio democristiano: una domanda che si incanalava, come era naturale, verso quella forza di opposizione che per consistenza, insediamento, tradizione appariva agli occhi della masse come lunico possibile strumento della svolta. Il paradosso storico ricorrente nella relazione dinamica tra lotta di classe e direzioni riformiste che proprio la linea di compromesso storico con la DC che confliggeva con la domanda di svolta, usc rafforzata dallascesa di massa: accrescendo enormemente il peso negoziale dellapparato staliniano nei confronti della borghesia e della DC.

La crisi economica e politica del capitalismo italiano Congiuntamente allascesa operaia e al rafforzamento del Pci, si manifestava una crisi profonda delle classi dominanti. Con la crisi economica internazionale del 1974-75 e i suoi pesanti riflessi in Italia, la lunga fase del boom post-bellico, gi da tempo in progressivo esaurimento, poteva dirsi definitivamente conclusa. Nel capitalismo italiano si apriva una fase nuova. Una serie di distorsioni strutturali legate ai caratteri della DC e del suo blocco di potere iniziavano a rivelarsi ostacoli sempre pi ingombranti per la competitivit capitalistica nazionale. Il peso eccezionale del capitalismo di Stato, la consistenza della rendita, il clientelismo parassitario, il carattere pletorico dellamministrazione pubblica entravano nel mirino della campagna borghese. Lanomalo tasso
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dinflazione (sino a soglie del 20%), la crisi di competitivit industriale sul mercato internazionale (nonostante i ripetuti crolli della lira), linnalzamento abnorme del saggio di sconto (alzato dall8% al 12% nel solo 1974) apparivano sempre pi a vasti settori di grande capitale come il prezzo insostenibile delle anomalie strutturali. Era uno degli aspetti del cosiddetto caso italiano. Ma, soprattutto, in quel contesto, si rivelavano sempre pi onerose per il capitale le conquiste strappate dallascesa operaia. Le concessioni considerevoli che la borghesia aveva fatto alla pressione di massa sino alla met degli anni settanta (dallo Statuto dei lavoratori al punto unico di scala mobile) avevano avuto come fine quello di disinnescare il rischio di una precipitazione rivoluzionaria in Italia: le riforme furono strappate non dal Pci (come a lungo si disse) ma dalla minacc ia di un conflitto sociale ingovernabile che proprio il Pci si era prodigato ad evitare. Tuttavia sullo sfondo della nuova crisi economica il peso strutturale di quelle concessioni divenne progressivamente insostenibile per il capitalismo italiano. La crescita dei livelli salariali, la forza operaia in fabbrica, la rigidit del posto di lavoro a partire dalle grandi aziende, ponevano alla borghesia lesigenza di una controffensiva. Arretrare non si poteva pi. E si doveva innestare, nelle condizioni date, una decisa inversione di marcia. Linterrogativo era: con quale strategia politica? Una linea di scontro frontale col movimento operaio era dentro i rapporti di forza dati improponibile. Dal punto di vista sociale avrebbe significato unavventura, capace di favorire un ulteriore radicalizza zione dello scontro e quindi di trascinare nuove obbligate concessioni. Non di meno dal punto di vista politico: lavanzata del Pci, erodendo la base di consenso del Psi e influenzando settori popolari cattolici si accompagnava ad una crisi sempre pi netta del centrosinistra che aveva da tempo esaurito ogni forza propulsiva; e chiedere a quel centrosinistra e alla stessa DC una linea di scontro col Pci significava votarlo alla disfatta. Peraltro il tentativo di svolta a destra intrapreso nel 1972 col varo del governo DC-Pli (Andreotti-Malagodi) era durato lo spazio di un mattino. A maggior ragione suggestioni reazionarie e golpiste che pur aleggiarono pi volte in settori dellapparato statale, a misura della gravit della crisi, e che avevano alimentato la cosiddetta strategia della tensione non solo non ebbero mai alcuna credibilit politica nei circoli decisivi del capitale finanziario: ma apparvero ai loro occhi come corresponsabili del processo di radicalizzazione politica a sinistra delle classi subalterne. Vi era dunque un solo modo per la borghesia di uscire dallimpasse e riprendere in mano la situazione: aprire ad una progressiva integrazione e corresponsabilizzazione del Pci nellambito degli equilibri di governo.

La borghesia italiana apre al Pci Contrariamente a un diffuso luogo comune, il compromesso storico, nei suoi termini reali, non fu solo una proposta del Pci alla DC, ma anche una proposta della borghesia italiana al Pci. Anzi, la forza della proposta berlingueriana stava esattamente nella sua rispondenza con la speculare apertura borghese. Berlinguer coni la sua proposta alla fine del 1973 con parole significative la DC ha dovuto abbandonare la linea e la prospettiva del centrodestra. Essa avverte che pu essere gravido di avventure fatali, per tutti o per se stessa, giocare la carta della contrapposizione e dello scontro. Ma
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non giunta ancora ad intraprendere con coerenza una strada opposta (Rinascita del 20 ottobre 1973). La strada appunto del compromesso di governo con lo stalinismo. Con un perfetto parallelismo, allinizio del 1974, Guido Carli prestigioso governatore della Banca dItalia, in un celebre articolo sullEspresso indicava per la prima volta lopportunit di coinvolgere il Pci nellarea di governo, come possibile fattore di stabilit sociale e politica e di risposta al disordine sociale. La grande borghesia italiana aveva scelto. La Confindustria nel 1975 apr alla Cgil di Lama e al Pci con la concessione del punto unico di contingenza: lultima riforma concessa al movimento operaio chiedeva come contropartita non solo la fine delle rivendicazioni salariali ma lavvio del coinvolgimento politico del Pci nel processo di stabilizzazione sociale. Non a caso fu Gianni Agnelli come presidente di Confindustria lartefice diretto del messaggio. A sua volta lapertura borghese disloc in termini nuovi lintera dialettica politica nazionale. Il Pri di Ugo la Malfa, portavoce chimicamente puro della linea confindustriale, divenne il principale propositore del coinvolgimento governativo del Pci. Dentro tutti i partiti borghesi si rafforz giorno dopo giorno la linea aperturista verso lo stalinismo (persino nel Pli). Ma fu soprattutto nella DC, architrave della rappresentanza politica borghese, che maturarono rapidamente, pur in un quadro contraddittorio, dinamiche nuove. Aldo Moro e Giulio Andreotti, da versanti diversi, compresero meglio e prima di altri dirigenti democristiani che un equilibrio politico era finito: e che non vi era altra strada per tentare di uscire dalla drammatica crisi del capitalismo italiano (e in parte della stessa DC) che aprire al compromesso storico.

La partita di scambio del compromesso Dopo le lezioni politiche del 20 giugno 1976 che avevano registrato il miglior risultato elettorale del Pci di tutto il dopoguerra il compromesso storico inizi a conoscere una concreta traduzione politica. La sua linea di attuazione tra il 1976 e il 1978 fu progressiva e graduale. Nel 1976 nasceva il governo Andreotti come governo delle astensioni: il Pci non aveva formalmente una integrazione al governo e neppure in maggioranza, ma per la prima volta dopo trentanni rimuoveva la propria opposizione, dichiarando la non sfiducia. Nel 1977 nasceva un secondo governo Andreotti, chiamato il governo delle convergenze programmatiche: il Pci non era formalmente incluso in maggioranza ma aveva discusso ufficialmente per la prima volta il programma di governo, nei fatti corresponsabilizzandosi apertamente. Il 16 marzo 1978 un terzo governo Andreotti teneva a battesimo lingresso organico del Pci nella maggioranza politica di governo. La gradualit del processo rispondeva solo in parte a preoccupazioni elettorali della DC sul versante del tradizionale elettorato anticomunista. Rispondeva invece essenzialmente alla natura di fondo dello scambio pattuito, che era poi la vera natura del compromesso storico. La burocrazia staliniana aveva usato la spinta di massa del movimento operaio per aprirsi la strada del governo con la borghesia. La borghesia, e il suo principale partito, usarono lapertura al Pci come leva della normalizzazione sociale contro le conquiste del 1969-75. Questo compromesso doveva essere vigilato e alimentato in un gioco di pressioni, garanzie, contropartite reciproche e richiedeva dunque gradualit. Per tre anni lapparato del Pci rivendic laccelerazione del proprio ingresso diretto
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nellesecutivo, condizionando le proprie disponibilit antioperaie allavanzamento degli equilibri politici. Per tre anni i vertici della DC condizionarono lavanzamento progressivo di quegli equilibri allimpegno antioperaio del Pci, alle prove della sua affidabilit sul versante delle politiche borghesi. La storiografia del Pci degli anni ottanta tese spesso a distinguere il compromesso storico proposto da Berlinguer dallunit nazionale del 1976-78: presentando questultima come una traduzione imperfetta da parte del partito dellalto disegno di trasformazione purtroppo incompreso dalla base che Berlinguer aveva concepito. Era il tentativo di salvare il compromesso storico (e Berlinguer) dal bilancio del suo fallimento. In verit, lunit nazionale fu esattamente il compromesso storico reale, liberato dallalone propagandistico e illusionista che dal 1973 aveva accompagnato la proposta.

Austerit e sacrifici Austerit e sacrifici: questi due termini pi di altri incardinarono lintera esperienza dellunit nazionale. Per lungo tempo, da pi parti, si rappresentata la parola dordine berlingueriana dellausterit come una critica al modello capitalista, una denuncia della sua irrazionalit, una proposta di societ pi libera e pi umana: addirittura un socialismo per il nostro tempo. Questa rappresentazione lirica capovolge precisamente la realt. Lausterit fu nei fatti la cornice ideologica della nuova politica antioperaia del Pci in subordine alle esigenze del capitalismo italiano. Questa politica non solo cancellava definitivamente ogni traccia residuale del vecchio propagandismo togliattiano di opposizione degli anni cinquanta e sessanta (riforme di struttura, nazionalizzazione di alcuni monopoli, ecc.); non solo cancellava ogni eredit del sindacalismo tradunionista, tardivo e strumentale, del 1969-70; ma metteva apertamente in discussione conquiste, istituti, rapporti di forza realizzati dalla classe operaia dal 1969 al 1976, lungo una linea di progressione inequivoca. Nellottobre del 1976, appena varcata la linea dellastensione, il Pci di fese le misure del governo Andreotti dagli scioperi spontanei dei lavoratori (indirizzati in particolare contro il rincaro dei prezzi e laumento della benzina), lanciando la nuova campagna del rigore contro la crisi: la classe operaia doveva iniziare a farsi carico delle difficolt nazionali, moderare le proprie rivendicazioni, mostrare spirito responsabile e costruttivo verso il padronato. In poche parole doveva accettare un ridimensionamento della propria condizione. Nel luglio del 1977, in corrispondenza col varo della convergenza programmatica tra DC e Pci, la proposta di progetto a medio termine varato dal comitato centrale del partito dava alla nuova linea del rigore una confezione ideologica impegnativa. Il testo dichiarava come proprio proposito il concreto collegamento tra limpegno, i sacrifici, il rigore, che si venivano sollecitando come condizione indispensabile per il superamento della crisi e la prospettiva di una trasformazione della societ. (dallintroduzione di Giorgio Napoletano). Ma lintero testo che si apre con lelogio dellausterit assume come proprio terreno di riferimento il programma a medio termine della borghesia italiana. Nei successivi tre-cinque anni il progetto a medio termine del Pci rivendicava lo spostamento di risorse dai consumi agli investimenti (leggi: contrazioni salariali in cambio di maggiori profitti alle
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imprese); una vera e propria guerra allo spreco non solo nella sfera dei consumi privati ma nella sfera della spesa pubblica (leggi: contenimento delle spese sociali in nome di maggiori risorse per laccumulazione capitalistica); la lotta allinflazione come condizione di recupero della competitivit nazionale e il rifiuto dellassistenzialismo e delloccupazione improduttiva (leggi: salario e posto di lavoro coma variabile dipendente del capitale). In definitiva la trasformazione della societ progettata dal Pci voleva assicurare alla borghesia la piena restaurazione del controllo capitalistico. Ma fu nel 1978 che il nuovo corso economico sociale del partito conobbe la traduzione pi provocatoria, con pesanti ricadute sulla lotta di classe. In perfetto parallelismo con lingresso del Pci nella maggioranza politica di governo la burocrazia della Cgil sotto la guida di Luciano Lama inaugur allEur una svolta profonda di indirizzo del principale sindacato italiano. Questa svolta non stava nella trasformazione di un sindacato di classe anticapitalista in un sindacato collaborazionista, come spesso si affermato in ambienti centristi di estrema sinistra. Stava nel passaggio della burocrazia riformista della Cgil da una funzione tradunionistica di scavalcamento e contenimento della spinta di massa, connessa alla collocazione di opposizione del Pci, ad una funzione di svendita delle conquiste operaie, connessa alla nuova collocazione di governo dello stalinismo. Il significato di questa svolta la diede lo stesso Lama in una storica intervista al giornale la Repubblica (24 gennaio 1978). Lama critic apertamente gli eccessi e gli errori sindacali del 1969-76. Condann definitivamente la concezione rivendicativa del salario come variabile indipendente annunciando lausterit salariale. Apr inoltre una campagna sindacale per la crescita della produttivit del lavoro affermando che lorario reale di lavoro medio in Italia era molto pi basso che in altri p aesi capitalistici concorrenti e che la Cgil sarebbe stata disponibile a negoziare il suo allungamento. Infine fece propria la tesi padronale dellesuberanza di mano dopera nelle fabbriche riconoscendo la legittimit della sua riduzione. La Cgil pronta ad impegnarsi per sacrifici sociali non formali, ma sostanziali dichiar Lama. Il messaggio era inequivoco: la burocrazia Cgil, per conto dello stalinismo italiano provava a presentarsi alla borghesia come garante delle rinunce operaie e della normalizzazione nelle fabbriche. In buona sostanza della chiusura della stagione del 1968-69.

La classe operaia si fa Stato: il Pci baluardo dellordine Al tempo stesso laccesso allarea di governo si combinava con un nuovo corso del partito sul terreno pi strettamente politico. La classe operaia non era solo chiamata a identificarsi negli interessi nazionali del capitalismo in crisi. Era chiamata a identificarsi nello Stato borghese, a farsi Stato. La domanda di potere che in qualche modo era emersa, con molte contraddizioni, nella dinamica di massa del 1969-76 e nella coscienza dellavanguardia proletaria veniva in qualche modo capovolta e sublimata nella partecipazione subalterna al potere avversario. La classe operaia che si fa Stato doveva perci spess o dissolvere il proprio interesse di classe nellinteresse generale dellordine borghese. Doveva assumere essa stessa in prima persona la difesa dellordine avversario. Migliaia di funzionari e attivisti fedeli di partito furono arruolati nel nuovo compito di tutori dellordine e del governo di unit nazionale: nelle fabbriche, nei quartieri, nelle manifestazioni.
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La campagna contro lestrema sinistra e lopposizione di classe conobbe in quegli anni un deciso salto di qualit, con un ruolo diretto dellapparato staliniano. Lesplosione del terrorismo delle Brigate rosse e di Prima linea, alimentato dalla disgregazione della vecchia estrema sinistra, non solo contribu a distorcere e compromettere lidea stessa di rivoluzione nella percezione di vasti settori di massa, ma incoraggi la repressione dello Stato contro lavanguardia di classe. Settori di estrema sinistra che nulla avevano a che vedere col terrorismo furono duramente colpiti nellisteria generata dalla nuova legislazione demergenza sospinta a coperta dal Pci. E, al di l delle dirette misure repressive, ampi strati di lavoratori davanguardia ostili allunit nazionale subirono un effetto obiettivo di intimidazione, una restrizione reale degli spazi di opposizione. La repressione non fu generale ma selettiva. Non colp direttamente le masse organizzate e sindacalizzate, di cui il governo tramite il Pci cercava anzi, in qualche modo, il sostegno: ma tutti quei settori davanguardia delle classi subalterne che, al di l delle loro specifiche posi zioni, apparivano fuori e contro lunit nazionale. La verit che lapparato staliniano del Pci voleva valorizzarsi agli occhi della borghesia non solo come linsostituibile garante dei sacrifici sociali, ma anche come linsostituibile baluardo dellordine e della stabilit, contro ogni resistenza e insorgenza ribellistica.

Eurocomunismo e stalinismo A questa politica interna corrispose, significativamente, la politica estera del compromesso storico. Era questo un terreno delicatissimo per le speranze di ingresso organico del Pci nellesecutivo. Il fattore K continuava ad ostacolare in modo decisivo questo sbocco. Nellimpossibilit di rimuoverlo, occorreva nuovamente ridimensionarlo e diluirlo. Il lancio propagandistico nel 1976, su spinta del Pci, del cosiddetto eurocomunismo (Pci, Pcf, Pce) serviva a questo scopo. Sulla natura delleurocomunismo sono prosperate le pi diverse interpretazioni e letture. Il gruppo dirigente del Pci si sforz di presentarlo come una sorta di rifondazione democratica d el comunismo europeo. Settori di estrema sinistra finirono con lavallare, magari criticamente, questa rappresentazione propagandistica. Ancora oggi, un compagno come Livio Maitan rappresenta retrospettivamente leurocomunismo come espressione di una contraddizione dei partiti stalinizzati tra il condizionamento decisivo dei gruppi dirigenti dellUrss e limpossibilit di crescere e acquistare uninfluenza duratura senza rispondere ai bisogni delle masse operaie e popolari delle societ capitalistiche (vedi Livio Maitan in La strada percorsa). La realt fu di segno opposto. Leurocomunismo nella sua breve stagione (1976-79) coincise esattamente con il massimo impegno dellapparato burocratico del Pci nellintimidazione delle lotte e nella contrapposizione ai bisogni delle masse operaie e popolari. E questo per una ragione molto semplice. Esso non rifletteva affatto una pressione democratica e sociale della base del partito o del movimento operaio. Rifletteva al contrario lenorme pressione della borghesia italiana e, indirettamente, dei circoli dominanti dellimperialismo Usa per una netta recisione dei rapporti del Pci con Mosca quale condizione di ogni sua piena legittimazione di governo.

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Con la conferenza eurocomunista di Madrid del 1976, a fianco di Pcf e Pce, Enrico Berlinguer volle dunque inviare al capitalismo italiano un segnale preciso: il Pci disposto a fare un nuovo passo avanti sul terreno dellautonomizzazione dalla burocrazia del Cremino e della propria integrazione nelloccidente capitalistico. Il 15 giugno del 1976, a pochi giorni dal voto nelle elezioni politiche Berlinguer rilasciava sul Corriere della sera una dichiarazione clamorosa: Mi sento pi sicuro sotto lombrello della Nato che altrove. Era il definitivo seppellimento della tradizione antiatlantica del partito e una dichiarazione di fedelt piena al quadro capitalistico e imperialistico. In realt Berlinguer gettava il cuore oltre lostacolo: i legami con lUrss non potevano essere recisi entro le condizioni storiche del bipolarismo internazionale e infatti si protrarranno ancora per oltre dieci anni sino alla soglia dello scioglimento del partito. Ma certo lo slancio occidentale dellapparato del Pci era quanto mai significativo. Al punto da incontrare, non a caso, il cauto interessamento dellimperialismo Usa (come ormai risulta pubblicamente dai materiali darchivio della Cia) e la speculare resistenza della burocrazia di Mosca. Se il primo compromesso storico aveva avuto il consenso e il mandato del Cremino, il compromesso storico di Berlinguer, trentanni dopo, trov Mosca diffidente e ostile. Era uno dei metri di misura del progressivo approfondimento delle contraddizioni interne dello stalinismo internazionale e del loro carattere potenzialmente esplosivo.

Contraddizioni e declino dellunit nazionale Ma lostentata fedelt di Berlinguer alla borghesia italiana, al suo Stato, al suo campo internazionale non fu sufficiente a garantire il successo al disegno politico del compromesso storico. Per alcuni aspetti concorse paradossalmente alla sua crisi: e infatti la vicenda del compromesso storico reale tra il 1976 e il 1978 in larga parte la storia del progressivo esaurimento delle sue basi dappoggio. In primo luogo, sul piano sociale, la politica dellEur fece fatica ad affermarsi, trov significative resistenze e produsse numerose contraddizioni a livelli diversi. Settori importanti dello stesso apparato sindacale, soprattutto nelle categorie dellindustria, si trovarono nellimpossibilit di applicare in modo coerente la nuova linea di Luciano Lama: sia sul terreno dellimpostazione delle piattaforme contrattuali, sia sul terreno della gestione delle lotte. Lo sciopero nazionale e la grande manifestazione della Flm nel dicembre 1977 nettamente critica verso il governo Andreotti, sostenuto dal Pci rivelava bene la contraddizione interna della Cgil e del partito. Berlinguer us quella manifestazione come leva di pressione sulla DC per chiedere ancora una volta il proprio ingresso diretto nel governo. Ma nel sentimento operaio quella manifestazione rifletteva disorientamento e distacco dallunit nazionale. Non a caso Luciano Lama riconoscer dieci anni dopo che la resistenza operaia nelle grandi fabbriche alla politica dellEur aveva costituito un grosso problema per lo stesso Pci (vedi L. Lama, Lintervista sul sindacato, 1987). La politica del compromesso storico non riport certo risultati migliori nel rapporto con la giovent.

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Nel 1977 un consistente movimento giovanile a base studentesca e semiproletaria si svilupp in collisione frontale col quadro politico di unit nazionale, le sue politiche sociali, i suoi risvolti repressivi, misurando un processo di rottura profonda tra lapparato del Pci e la sensibilit di una parte rilevante della giovent italiana. La cacciata di Lama dalluniversit di Roma (al di l di ogni specifica considerazione sullavvenimento in s) cos come la grande manifestazione di massa contro la repressione a Bologna nel settembre del 1977 registrarono questo clima generale e contribuirono ad amplificarlo. Infine, in questo contesto, si moltiplicarono nella base del Pci ed anche in settori del suo quadro intermedio, scossi dal nuovo clima, segni di disorientamento e incomprensione verso il nuovo corso governista del partito. In secondo luogo i programmi sociali di austerit e sacrifici al di l dellannuncio, registrarono risultati contraddittori e comunque ben inferiori alle attese della borghesia italiana. Una prima manomissione del meccanismo di contingenza con lo scorporo di alcune voci del paniere e la sterilizzazione del calcolo di scala mobile sulle liquidazioni furono materialmente il principale trofeo che il Pci pot esibire agli occhi di Confindustria: era un colpo reale ai lavoratori, ma del tutto insufficiente agli occhi di un padronato gravato dalla crisi. Peraltro la gestione consociativa DC-Pci sul terreno delloccupazione dello Stato, delle nomine negli enti pubblici, della definizione quotidiana dellequilibrio di compromesso su ogni singola scelta (a livel lo di parlamento, di amministrazione pubblica, di giunte locali) sembr ingigantire nella percezione borghese quei fenomeni di dispendioso parassitismo burocratico e di ingerenza partitica che da tempo la classe dominante aveva denunciato e di cui chiedeva il superamento. I circoli del capitale finanziario che avevano investito realmente sul compromesso storico iniziarono dunque a manifestare inquietudine e delusione.

La demoralizzazione delle masse Ma se lunit nazionale deludeva le aspettative della borghesia, rappresentava un colpo mortale per il movimento operaio e la dinamica della lotta di classe. E vero, il grosso delle conquiste operaie, nellimmediato, resse alla svolta. Nellimmediato il padronato non sfond sul terreno materiale dei rapporti di forza. Ma il morale delle grandi masse, quello s, conobbe una rapida e drastica inversione di segno. Milioni di lavoratori e lavoratrici, giovani e donne che avevano intrapreso dal 1969 una grande ascesa sociale segnata da una domanda centrale di svolta vedevano i propri dirigenti predicare la rinuncia alle conquiste strappate e la fine della mobilitazione sociale. Un ampio settore di base del Pci che aveva a lungo lottato per lalternativa alla DC vedeva i vertici del proprio partito teorizzare e praticare labbraccio con lavversario politico di sempre; e sentiva crescere attorno al proprio partito un clima di distacco, estraneit, contestazione diffusa lungo un processo di segno opposto a quello dei primi anni settanta. Pi di ogni arretramento materiale fu questo il fattore decisivo di demoralizzazione e ripiegamento. Fu questo il punto di svolta che segn linizio della lunga pagina del riflusso operaio: un riflusso dei
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livelli di combattivit e mobilitazione che da l a qualche anno avrebbe consentito al padronato di passare direttamente alla rivincita sociale e alla distruzione reale delle conquiste sociali del 1968-69. Da questo punto di vista il piano inclinato delle sconfitte sociali degli anni ottanta ha la sua radice, senza alcun dubbio, nella svolta del compromesso storico alla met degli anni settanta.

Paralisi e crollo del compromesso storico Lunit nazionale si trov presto arenata sullo stesso terreno direttamente politico. Sul piano internazionale, lamministrazione americana, pur interessata allaperturismo occidentale di Berlinguer, consigli alla DC una cautela obiettivamente paralizzante. Sul piano interno il compromesso consociativo DC-Pci marginalizzava i partiti borghesi minori producendo un insofferenza crescente. Ma soprattutto determinava un contraccolpo profondo nel partito socialista. Col 1976 lavvento di Craxi alla guida del Psi poneva termine progressivamente alla lunga stagione frontista Pci-Psi e inaugurava un corso politico segnato da un autonomismo marcato del Partito socialista. Lautonomizzazione del Psi e lo sviluppo da parte di Craxi di un incursione spregiudicata e sistematica su tutti i punti di difficolt dello stalinismo italiano (sul rapporto con Mosca, sul rapporto col sindacato, persino sul rapporto con lestrema sinistra e sulla lotta al terrorismo) costitu da subito un fattore di profondo indebolimento del peso politico del Pci nei confronti della DC e della borghesia. E parallelamente incoraggi nella DC e negli altri piccoli partiti borghesi, tutti gli elementi di resistenza allavanzata politica della burocrazia del Pci. Curiosamente, lingresso formale del Pci nella maggioranza politica di governo ingresso sospinto dal rapimento di Aldo Moro e dal clima emergenziale che n scatur coincise con un logoramento gi avanzato di tutti i fattori che avevano sospinto lunit nazionale. Il massimo punto di avanzamento del Pci sul terreno degli equilibri politici coincise cos con la massima accelerazione del declino e della crisi del compromesso storico. E lanno di sostanziale paralisi politica che ne segu vide non a caso il crollo di quella esperienza.. Alla vigilia delle elezioni politiche del 1979, dopo il mancato accoglimento dellennesima rivendicazione di ingresso diretto al governo, Enrico Berlinguer sanciva pubblicamente luscita del Pci dalla maggioranza, con lintento in realt attraverso questo atto di drammatizzazione di rilanciare in prospettiva con pi forza la propria candidatura a governare. Ma linsieme della situazione politica aveva ormai unaltra direzione di marcia. Dopo tre anni di unit nazionale il Pci era uscito pesantemente penalizzato dalla prova delle elezioni politiche con la perdita del 4% dei voti. Il nuovo Psi di Craxi iniziava lentamente una rimonta che avrebbe consolidato il nuovo corso autonomista ai danni del Pci. Nella DC la crisi della cosiddetta sinistra morotea (drammaticamente accentuata dalla scomparsa di Moro) favor in poco tempo lemergere di una nuova leadership (Forlani) che puntava apertamente sul rapporto privilegiato con Craxi per isolare e ridimensionare il Pci. Ma soprattutto linizio degli arretramenti della classe operaia e la crisi del blocco sociale che si era raccolto attorno ad essa nella precedente fase di ascesa, priv la burocrazia stalinista della sua principale leva di pressione sulla borghesia italiana.
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Come spesso accade nella storia, il riformismo la vittima fisiologica della sua stessa politica fallimentare.

Un bilancio di fondo, una lezione per il futuro Lesperienza reale del compromesso storico smentisce e capovolge, su ogni piano, tutta limpostazione ideologica della proposta del compromesso storico del 1973. Lincontro con la DC non stato ricercato come affermava Berlinguer in virt del suo cosiddetto carattere popolare e nonostante i suoi rapporti con i gruppi dominanti della borghesia: allopposto stato ricercato e realizzato proprio per il fatto che la DC era il partito centrale, storicamente dato, della borghesia italiana; lunico partito abilitato pertanto a legittimare il Pci come forza di governo di fronte alle classi dominanti, sul piano interno e internazionale. Cos lunit nazionale non stata lalleanza del Pci (fosse pure infruttuosa) con la masse popolari cattoliche, quale leva del condizionamento a sinistra della DC: stata lalleanza della burocrazia del Pci con la rappresentanza politica della borghesia contro le masse comuniste, socialiste, cattoliche. Fu una disfatta per il Pci. Ma soprattutto una disfatta per il movimento operaio che sarebbe pesata decenni. Perci stesso fu un successo politico della borghesia italiana che, grazie alla ciambella dellunit nazionale, riusc a salvarsi dallacuta crisi sociale e politica apertasi con il 1969, a dispiegare la rivincita degli anni ottanta, a porre le premesse della caduta a destra della prima repubblica negli anni novanta. A trentanni di distanza, Piero Fassino e Massimo DAlema, grazie al crollo dello stalinismo internazionale, hanno potuto coronare sulle ceneri del vecchio Pci il sogno di governo, rimasto incompiuto, della sua burocrazia. Non debbono pi mendicare un posto nel governo borghese quali controllori del movimento operaio. Possono aspirare direttamente alla rappresentanza politica centrale della borghesia, alla costruzione della DC della seconda repubblica: eventualmente fondendosi in unico partito con forze eredi della DC e del craxismo e al tempo stesso proponendo, dal versante borghese, un ... nuovo compromesso alle forze eredi del movimento operaio (sinistra dei DS, Pdci, Prc, Cgil) Sta oggi al movimento operaio respingere un nuovo compromesso storico con il partito borghese ulivista in gestazione, difendere la propria autonomia, costruire la propria prospettiva anticapitalistica. Sta ai comunisti battersi nel movimento operaio e in tutti i movimenti per dare alla nuova ascesa sociale dei due ultimi anni, allaffacciarsi di una nuova generazione, uno sbocco corrispondente alle sue potenzialit. Evitando il disastro di trentanni fa.

(*) Tratto da Marxismo Rivoluzionario - ottobre-dicembre 2003 - n.2


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