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Le nuove tecnologie della corporeit: una liberazione o una gabbia?

La gente non sa ci che vuole, finch non glielo fai capire tu. Steve Jobs Nella nostra epoca postmoderna, dove la tecnologia influenza tutti i campi del vivere quotidiano, la frase del co-fondatore della Apple pu essere una perfetta chiave di lettura: vogliamo o crediamo di voler diventare sempre pi ibridi tecnologici, costantemente connessi, una unit collettiva a discapito della singolarit. Il tratto distintivo di tutti i suoi dispositivi il prefetto connubio tra arte e tecnologia, voleva che chiunque si trovasse ad avere in mano un suo prodotto riuscisse ad integrarvisi istantaneamente, a percepirlo come proprio, prolungamento di se, strumento per interfacciarsi con il mondo, come se senza di esso non ci si sentisse pi integri. Sembra quasi che volesse creare una sorta di primitivo cyborg, per riprendere le parole di Haraway ibridi teorizzati di macchina e organismo, in grado di poter costantemente viaggiare come corpo etereo nei meandri di quel non-luogo che il cyberspazio, poter accedere costantemente a quel flusso costante ed ininterrotto di informazioni che forma il World Wide Web. Non infatti un caso che le nuove tecnologie stiano sempre pi spingendo nel verso dei c.d. weareble computer, interfacce sempre pi indossabili, sempre pi integrate al corpo umano, passando dalla vecchia tastiera del pc, al telefono, al c.d. I.Watch e ai futuri Google Glass. Un mondo nel quale la performance Epizoo di Macerl.l Antunez Roca, non pi opera che suscita stupore, ma una visione sul nostro futuro prossimo. Oggi si pu dire che la sua visione della tecnologia, forma magia creativa del futuro, sia diventata mantra del nostro tempo; quasi tutti ormai possessori di uno smartphone, siamo sempre connessi, collegati da una invisibile rete virtuale dalla quale non ci si pu staccare, o il cui distacco risulta assai pi difficoltoso di quanto si possa pensare. Internet ha prodotto una tale modificazione del nostro modo di concepire la societ dal quale non siamo pi in grado di tornare indietro. La scomparsa totale dei concetti fondamentali di distanza (basti pensare alle universit telematiche che permettono di frequentare corsi universitari da qualsiasi parte del mondo) e di tempo (diventato puntiforme, dominato dal costante flusso di informazioni che incessantemente bombarda il nostro cervello) ha prodotto nuove forme di psicopatie un tempo impensabili. Diffusissima la c.d. Dipendenza da Internet e sempre di pi si vanno a formare centri specializzati per la cura di soggetti oramai diventati incapaci di relazionarsi con altri e condurre una vita, privi di una costante connessione. Sembra ormai che le distopie che solo pochi decenni fa venivano raccontato dalla fervida immaginazione degli scrittori cyberpunk stia divenendo realt, che quel mondo caratterizzato da alta tecnologia e basso stile di vita (high tech and low life) sia gi il nostro mondo. Sicuramente il viaggio ancora lungo, ma non pu sfuggirci il parallelismo tra i cyberpirati dei racconti di William Gibson (come Bobby: ladro, scassinatore, razziatore di dati) che cercano di sottrarre il potere di controllo delle informazioni alle grandi multinazionali del futuro, e lodierno Caso Snowden. Ma se la tecnologia ci sta lentamente portando ad un progressivo impoverimento culturale e sociale, ad un una totale perdita di contatto con la nostra umanit per trasformarci in macchine privi di una identit propria, maschere di una cultura in cui domina il politeismo etico, perch continua a progredire? Le risposte sono assolutamente molteplici, ma a ben guardare tutte rimandano a quellaspetto della nostra vita dal quale oggi, pi che mai ci vogliamo distaccare: la nostra mortalit, il desiderio incessante di vivere sempre meglio, prima, e di diventare eterni, dopo. Zygmunt Bauman, sociologo e filoso polacco, nella sua analisi della societ moderna racconta di come negli anni 90 per una persona nata nellest del mondo fosse facile definire se stessa, essere qualcosa e non qualcosaltro, tracciare un limite tra se e gli altri componenti della societ; questo,

nelle societ liquido moderna odierna diventato sempre pi difficile. La tecnologia, quale nuova magia e fonte di speranza/salvezza, assottiglia sempre di pi i nostri limiti, rendendoci al tempo stesso tutto e niente (come gi Edmond Rostand aveva anticipato con il suo Cyrano). La tecnologia una delle tante forme di cura a quella che pu essere definita la moderna insofferenza del limite: se non piace il proprio aspetto fisico interviene la chirurgia; non ci si trova bene in un luogo ci si sposta facilmente (motivo per cui la detenzione oggi diventa pena dellimmobilismo). La stessa identit sessuale pu essere cambiata, se un tempo Freud diceva che il corpo un destino, oggi non pi cos, come dimostrano le operazioni chirurgiche per il cambiamento del sesso del soggetto. Ed ecco il perch del cyborg, quellessere utopico, un umano ideale libero da i suoi tre nemici: penuria, la carne e il desiderio. Certo questa forma di liberazione affascinate, eliminare il limite umano, passare oltre, ergersi a divinit di un mondo del quale non c pi niente da scoprire, una sorta di sfera di cristallo che chiunque pu tenere nella propria mano e osservarne ogni sfaccettatura. Abbandonare la realt per la virtualit, dove chiunque possa essere pura psych, puro intelletto, forma di nuovo paradiso in terra in un mondo che non vuole credere pi ad un dio o ad una divinit al di fuori della propria mente. Dio promette la vita eterna. Noi possiamo consegnarla a domicilio, in questa frase che Philip K. Dick fa dire al suo cyborg Palmer Eldritch sintetizzata la morale di questo tipo di visione della tecnologia, che auspica labbandono della corporeit, considerata a bloody mess of organic matter, a favore del post-umano. Non dove quindi stupirci di come larte porti in scena opere come larte anatomica di Gunther von Hagens, dove cadaveri sottoposti a plastination, vengono esposti in una mostra itinerante. Nonostante il carattere pedagogico del mostrare il funzionamento del corpo umano, queste opere ci mostrano come ormai siamo insofferenti allidea stessa della morte, limite da superare nella ricerca di quella immortalit a cui ci vogliamo illudere di essere destinati. Forse solo la consapevolezza che questa immortalit fallace, non ancora raggiungibile ci permette di prendere le distanze da questa mostra, nella quale i corpi vengono trattati come rifiuti, qualcosa di inutile, un sostanziale involucro, macchina debole alla quale necessario apportare sempre nuove modifiche, nuovi impianti, per poter ospitare quello mente che il nostro vero essere. Freud diceva che gli uomini sanno di dover morire, ma non ci credono; forse oggi pi giusto dire che lo sanno e cercano come evitarlo. Questo rifiuto dellidea moderna di mente disincarnata, per un ritorno sempre pi attento alla corporeit, ma una corporeit come significante dispotico, un corpo privo di una sua identit di soggetto e sempre pi uniforme, ideale, perfetto, conformistico, come ci viene offerto dalla ricostruzione di J. Gil. Ed ecco come un giorno dalla pratica odierna della diagnosi genetica preimpianto (PGD), si possa passare in futuro ad una sorta di eugenetica della riproduzione con il chiaro scopo di creare una nuova specie umana pi forte e duratura, idea che tra laltro non affatto nuova se pensiamo a scienziati nazisti come Josef Mengele. Uscendo da questa prospettiva apocalittica possiamo comunque sostenere, come ben ha inteso Habernas che non dovrebbe mai essere permesso alla nostra societ di poter decidere quali caratteristiche genetiche tramandare, allo stesso tempo non dovrebbe essere permesso ai genitori di programmare il corredo genetico dei figli, in quanto la lotteria genetica che regola la nascita di una persona salvaguarda della libert indivisa e fievole speranza di uguaglianza, in quanto tutti dotati alla nascita delle stesse probabilit di successo nella vita futura. Questa etica-del-genere un baluardo contro tutte le forme di biogenetica che invece di curare vogliono strumentalizzare la vita, confondere soggetto con oggetto, negare quella libert che una meravigliosa tautologia descrive come io sono il solo ad essere me stesso, perch solo io ho questo corpo e nessuno pu imporlo. Sotto questa luce la tecnologia da fonte di speranza per lumanit delinea chiaramente un futuro assai sgradevole, rischiamo di veder schiacciata la nostra individualit a favore di una immagine collettiva della nostra specie, tanti neuroni di una gigantesca massa neuronale, beati e assuefatti dalla nostra immortalit, ma privi di ci che veramente ci permette di distinguerci dagli altri esseri

viventi di questo pianeta: la morte. Come ci ricorda DAgostino la morte un debito che non possiamo rifiutarci di pagare e per quanto questa prospettiva sia terrificante allo stesso tempo dobbiamo esserne grati. Per Heidegger Sein (essere) e Sollen (dover essere) nella morte coincidono, la morte ha un significato gnoseologico per lessere umano, tutto quello che pensiamo non ha senso fuori da questa prospettiva, senza di essa perdiamo di vista la nostra umanit. Questa la nuova sfida dei filosofi del diritto, perch se vero che la filosofia non pu pi permettersi di poter delineare quale sia il modello di vita giusto una societ caratterizzata da un tollerante pluralismo ideologico, allo stesso tempo non si pu permettere che giocare a fare Dio ci faccia perdere la nostra umanit.