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Nascita e morte precoce della nuova diplomazia.

1. Una proposta di lettura.

L’inizio del XX secolo vide il dominio della Gran Bretagna come impero globale e lo slancio nella politica internazionale della Germania di Guglielmo II, grazie ad un sistema economico in rapida crescita. La Germania apparve in grado di contrastare l’egemonia britannica (con la creazione di una flotta militare ed il progetto di costruire la linea ferroviaria Berlino - Bagdad) e quest’ultima reagì avviandosi verso la formazione di una coalizione anti-tedesca. Così, per gioco di alleanze che vedeva Francia, Russia e Gran Bretagna nella triplice Intesa, con l’Italia facente parte della Triplice Alleanza che stipulava accordi economici con Francia e Russia, mentre la Germania, isolata, veniva appoggiata solo dall’Impero Austro-Ungarico. Con i nuovi schieramenti non si voleva solo favorire la Francia nel recupero dell’Alsazia e della Lorena (1870-71), ma anche ad impedire l’avanzata tedesca a scapito dell’ “uomo malato d’Europa”, l’Impero Ottomano, su cui tutti avevano ambizioni, in particolar modo dopo la scoperta del petrolio. Nel 1895, respingendo un piano di spartizione proposto dagli inglesi, la Germania ottenne le prime concessioni per la costruzione della linea ferroviaria, da quel momento era lei a sorreggere l’impero ottomano, divenendo, così, l’obiettivo della controffensiva diplomatica inglese. Indefinita la posizione dell’Italia. Alla crescente fibrillazione nella zona mediorientale, si aggiunse il dilagare in Europa del Movimento Socialista e l’affermazione degli USA come forza economica globale, nonché, come artefice della creazione di un nuovo ordina mondiale. Ma, se il pericolo rivoluzionario non era difficile da contenere, nulla impedì agli Usa di affermarsi. Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, infatti, era già una superpotenza economica che mirava ad eliminare alcuni elementi di insicurezza territoriale. Le questioni territoriali riguardavano la presenza spagnola a Cuba ed il controllo dei progetti riguardanti la costruzione del Canale di Panama. Le questioni ideologiche, invece, riguardavano il ruolo della politica estera americana nel mondo. Le prime questioni venero risolte nel 1898 con la guerra alla Spagna che portò ad occupare Cuba, le Filippine e Guam nonché all’annessione di Portorico e delle Hawaii. Nel 1903, inoltre, gli USA ottennero il diritto di occupare e controllare la navigazione della zona prossima al Canale di Panama. Gli USA furono da sempre stretti tra isolazionismo e presenza internazionale. Il successore di Roosvelt, Taft, preferì sviluppare un’espansione finanziaria, “diplomazia del dollaro”, la cosiddetta “politica della porta aperta” (per esempio in Cina affluivano soldi americani per riforme al governo). Percependo la complessità della diplomazia mondiale, Taft preferiva i trattati di arbitrato, lo strumento più utile per risolvere pacificamente controversie internazionali. Wilson mediò tra le due anime ponendosi in Europa come paladino della pace. Riguardo la Prima Guerra Mondiale, egli non prese subito posizioni pensando terminasse presto. Ma, quando nel 1917 gli americani intervennero, la Guerra aveva già offerto loro nuove prospettive commerciali e finanziarie; alla fine del conflitto risultavano tra i principali finanziatori del conflitto. Le ostilità nei confronti della Germania si rafforzarono a causa della guerra sottomarina ed il carattere disumano della guerra si scontrava con il pacifismo wilsoniano che voleva imporre con la forza dell’economia e delle pressioni politiche un nuovo ordine internazionale. I principi che Wilson espose al Senato nel gennaio ’17 erano:

pace senza vincitori; uguaglianza delle nazioni; l’autogoverno dei popoli; la libertà dei mari; una generale riduzione degli armamenti; una lega perpetua di tutte le nazioni. Al progetto wilsoniano i tedeschi reagirono con la ripresa della guerra sottomarina, mentre nel frattempo in Russia imperversava la Rivoluzione. Ora gli Usa dovevano misurarsi con le proposte comuniste, nuovo avversario da battere sul terreno ideologico. L’Europa però

non era alla vigilia della Rivoluzione, anzi, proprio la paura della sovversione accelerava lo scontro risolutivo e favoriva l’influenza wilsoniana. La scesa in campo degli USA provocò una svolta nelle operazioni militari: Germania e Austria persero più che sul terreno bellico, su quello delle risorse economiche e su quello delle ripercussioni che le idee di Wilson provocarono. Ai 14 punti di Wilson si contrappose il “Decreto per la pace” di Lenin con il quale si chiedeva ai popoli dei paesi belligeranti ed ai governi l’immediata apertura dei negoziati per una pace senza vincitori ne vinti, al fine di attuare la Rivoluzione proletaria.

Il sistema dei Soviet era diretto contro gli stati capitalisti, quello wilsoniano esprimeva

invece il modo americano di guardare all’Europa. Con il suo piano, infatti, Wilson voleva mettere in difficoltà sia i nemici delle potenze occidentali sia le potenze occidentali stesse:

Francia, in riferimento alla sua sicurezza futura, e Gran Bretagna, in relazione al suo sistema imperiale. Il progetto incoronava la visione di un nuovo ordine basato sugli interessi economici degli USA. Con i 14 punti gli USA precisavano di non essere entrati in guerra per interessi propri ma per far si che il mondo fosse sicuro. In generale proclamavano: fine della diplomazia segreta, libertà di navigazione, soppressione delle barriere per un libero commercio, limitazione degli armamenti, e che gli interessi dei popoli colonizzati avessero lo stesso peso di quello delle potenze coloniali. Si prometteva alla Russia che i suoi territori sarebbero stati evacuati dai nemici, alla Francia Alsazia e Lorena, al Belgio l’indipendenza, di rettificare le frontiere italiane, l’evacuazione della Romania, della Serbia e Montenegro, piena sovranità e sicurezza alle “parti turche” dell’ ex Impero Ottomano, e il controllo internazionale dei Dardanelli, indipendenza polacca con sbocco al mare e la costituzione della Società delle Nazioni. Ma la diplomazia aperta fu un’illusione: a Parigi, durante una conferenza di pace, il “C onsigli dei Quattro” (USA, Gran Bretagna, Italia e Francia) decisero segretamente le clausole dei trattati di pace. Solo per l’Italia si pose la questione del principio di nazionalità senza che ciò fosse specificato per la Russia o per le colonie, né tanto meno per la questione serba e polacca, dove il principio di nazionalità era in secondo piano per la necessità di assicurare lo sbocco al mare della Polonia. Si fece poi di tutto per dissolvere l’Impero Asburgico e quello Ottomano. La disgregazione di quest’ultimo apriva al colonialismo anglo-francese il controllo del Mediterraneo orientale, lasciando però scoperta la situazione araba. Quest’ultima zona era molto importante per gli USA vista la presenza del petrolio e la politica della porta aperta metteva alle corde la Gran Bretagna. Era l’inizio di un percorso che avrebbe portato gli USA a sostituirsi alla Gran Bretagna nel controllo delle risorse petrolifere medio-orientali. Circa l’Impero Austro-Ungarico, italiani ed americani incoraggiavano le aspirazioni nazionalistiche dei popoli: venne creata la Grande Serbia, stato serbo – croato - sloveno, entità indipendente, era una polveriera di tensioni e conflitti tra le varie nazionalità. Nacque poi la Jugoslavia e la Cecoslovacchia, nella quale convivevano cinque nazionalità. Tali “creature” di Wilson avevano lo scopo di creare un “cordone sanitario” contro la Russia. Circa l’Italia, Wilson attizzò la polemica riguardo l’Alto Adige/Sud Tirolo, confine orientale, respingendo le intese del Patto di Londra (1915). I francesi, invece, auspicavano alla cancellazione del pericolo tedesco, tramite la separazione della Renania. Wilson si oppose proponendo un compromesso basato sullo scambio con un trattato di garanzia cinquantennale che gli Usa e la Gran Bretagna concedevano alla Francia rispetto al pericolo tedesco. Wilson aggiunse un patto costitutivo della Società delle Nazioni (Covenant). Egli però nell’ottobre’19 fu colto dalla malattia e l’opposizione repubblicana bocciò il patto, così gli USA non entrarono nella Società delle Nazioni, venendo meno a tutto ciò che Wilson aveva garantito. Ciò non fece altro che: acuire il problema della

sicurezza per la Francia, la vittoria “mutilata” in Italia per la mancata attuazione del Patto di Londra, la Gran Bretagna preferì l’isolazionismo, i tedeschi assoggettati al diktat iniziarono

a coltivare la politica revisionista, il nuovo ordine dell’Europa centro-orientale non ebbe più

garanzia ed i Balcani iniziarono a negoziare con Mosca. I trattati furono firmati ma la pace sembrava lontana.

2. Il diagramma evemenenziale.

Nel 1914 l’impero britannico occupava un terzo della superficie terrestre: dall’Egitto all’Unione sudafricana, L’India, al Birmania, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Canada, Gibilterra, Malta, Cipro, il Canale di Suez, Singapore, Hong Kong, tutte strategiche per quel che riguardava il controllo delle comunicazioni con la madrepatria. Le colonie erano all’origine del primato politico, economico e commerciale britannico. Per quanto riguarda l’impero tedesco, finché Bismarck mantenne la carica di cancelliere, la politica estera fu caratterizzata dall’intento di proteggere il paese dallo spirito di rivalsa francese, attraverso una fitta rete di alleanze che la vedevano legata all’Austia-Ungheria (1879) e all’Italia (Triplice alleanza 1882). L’intento di Bismack era principalmente quello di tener uniti i tre imperi dell’Europa Centrale, attraverso il Trattato di Controassicurazione del 1887 stipulato con la Russia per evitare un avvicinamento di quest’ultima alla Francia. Estromesso Bismarck dal potere, però, per opera dell’imperatore Guglielmo II (Weltpolitik), che intraprese una politica estera meno cauta, attenta agli interessi della grande industria. Egli, infatti, dal ’93 avviò una vera e propria guerra tariffaria contro la Russia, portandola così a stringere contatti diplomatici con la Francia. Nel 1893 questa non era più isolata e vedeva aprirsi la strada della “revanche”. La Germania cessava, così, di essere l’elemento dominante delle relazioni internazionali ma continuava ad essere la potenza più forte e dinamica d’Europa. Manifestazioni della sua forza si evidenziavano con l’impegno coloniale che la portò ad occupare Namibia (Africa sud-occidentale) e Tanzania (Africa orientale), l’Arcipelago delle Caroline e delle Marianne (nel Pacifico), divenendo anche un elemento dominante nel Medio Oriente, con l’intervento della Deutsche Bank per la ferrovia Berlino-Bagdad, e con l’avvento al potere dei Giovani Turchi ad Istambul, che favorirono la penetrazione tedesca in Turchia, investirono in un’area strategica per gli inglesi. Si manifestò ancora con la preparazione di una grande flotta militare guidata dall’ammiraglio Von Tirpitz. La corsa al riarmo navale portava però la Germania a contrapporsi diplomaticamente alla gran Bretagna. Gli inglesi compresero ben presto che la Germania Guglielmina costituiva una minaccia per l’Europa. Così, nel 1898, il ministro per le Colonie britannico, Chamberlain, propose la stipulazione di un’alleanza alla Germania. Proposta che però venne accolta a Berlino con molta diffidenza. Un’eventuale alleanza anglo-tedesca, infatti, avrebbe approfondito il solco che già divideva Russia e Germania, in un momento in cui tra Gran Bretagna e Russia esistevano pessime relazioni politico-diplomatiche. Anche se l’alleanza con l’Austria e l’Italia (appena uscita dalla sconfitta di Adua) non era sufficiente per l’avvenire della politica estera tedesca, il ministro degli esteri tedesco Von Bullow lasciò cadere la proposta tedesca poiché quell’ alleanza avrebbe solo peggiorato i rapporti con la Russia senza assicurare in cambio un appoggio militare, poiché la Gran Bretagna non aveva la coscrizione obbligatoria. Anzi Bullow ritenne più importante stringere alleanza con i russi, pensando erroneamente che le differenza tra Russia e Francia avrebbero ben presto portato alla rottura dell’alleanza. Dopo questa proposta e dopo l’azione congiuntamente svolta in Cina per reprimere la rivolta dei boxers, Chamberlain ripropose una nuova alleanza. L’insistenza inglese venne considerata un segno di debolezza e Bullow replicò proponendo a sua volta un altro accordo per far entrare la Gran Bretagna nella triplice Alleanza, ma questa rifiutò. Nel 1904 Francia e Gran Bretagna raggiunsero una completa intesa su tutte le controversie coloniali e strinsero il segreto impegno di favorire l’azione francese in Marocco anche contro terze potenze.

Bullow (ministro degli esteri tedesco), però, ritenne di poter dimostrare alla Francia che la sua alleanza altro non era che una “tigre di carta”. Ciò avvenne in modo teatrale durante un viaggio di Guglielmo II a Tangeri durante il quale disse al sultano che avrebbe difeso gli interessi tedeschi in Marocco. Tutto ciò proprio quando la Francia aveva intrapreso senza consultare Berlino un’azione diplomatica volta a porre il Marocco sotto il suo protettorato. La Francia dovette accettare che la questione marocchina fosse discussa in una conferenza internazionale durante la quale ebbe l’appoggio inglese, russo ed italiano. Ciò era segno di un pericoloso isolamento tedesco che continuò ad accentuarsi quando nel 1907 la Gran Bretagna si avviò verso l’intesa con la Russia, raggiungendo un accordo circa l’Asia, la Persia, l’Afghanistan e il Tibet, portando così ala nascita della Trilice Intesa. Intanto la Triplice Alleanza continuava a sgretolarsi, infatti nel 1908 anche l’Italia, dopo che l’Austria-Ungheria aveva annesso la Bosnia si accordò segretamente con la Russia per il mantenimento dello status quo nei Balcani.

2.1 La formazione delle alleanze contrapposte in Europa

I nuovi schieramenti furono messi alla prova nel 1908 con la crisi balcanica, ovvero quando l’Austria - Ungheria decise di trasformare l’amministrazione della Bosnia Erzegovina (dopo la fine della guerra russo-turca) in annessione. Ciò rese evidente l’idea che la situazione dei Balcani potesse essere modificata unilateralmente, violando alcune stipulazioni che vincolavano l’Austria con la Russia e l’Italia a non modificare senza preavviso l’assetto balcanico. Tuttavia nell’estate del 1903 un colpo di stato in Serbia aveva destituito la vecchia dinastia e aveva posto al trono quella rivale, che aveva intrapreso una politica nazionalistica e filorussa. Gli anni successivi furono caratterizzati dall’acuirsi delle rivalità tra Russia e Austria circa la questione dell’indipendenza della Bulgaria, sostenuta dagli austriaci e riguardo l’ipotesi di una completa annessione della Bosnia in cambio dell’appoggio del governo di Vienna alle richieste russe di revisione del regime di navigazione degli Stretti. Durante un incontro tra il ministro degli esteri russo e quello austriaco un compromesso parve possibile ma, all’annuncio dell’annessione, il ministro russo si sentì giocato e considerò violati gli accordi del 1903, vi fu l’appoggio tedesco e inglese, ma i serbi protestarono con tre giorni di violenza. Gli italiani, invece, considerarono violata la Triplice alleanza secondo la quale non si dovevano attuare mutamenti nei Balcani senza preventivo accordo. Rivalità, nazionalismo, spinta militaristica, e colonialismo rendevano esplosive aree come l’Impero Ottomano (ciò che rimaneva di esso in Europa) e la Penisola Balcanica. Ma l’acuirsi della crisi ebbe luogo in Marocco quando i tedeschi inviarono nelle acque del porto marocchino una cannoniera per tutelare i loro commerci nell’area. La reazione francese fu risoluta, infatti, dopo settimane di negoziato, i tedeschi dovettero riconoscere la preminenza degli interessi francesi in Marocco, che questo diventasse un protettorato francese salvo la città libera di Tangeri, un’area che restava sotto il controllo spagnolo, mentre la Germania ottenne concessioni coloniali nel Camerun e nel Congo francese. Il compromesso, però, lasciava sospetti e rivalità. Primo tra tutti quello italiano. Dal 1887 gli italiani si preparavano all’estensione dei loro domini coloniali in Cirenaica e Tripolitania. All’inizio del secolo, anche la Francia aveva accettato i progetti di Roma, come moneta di scambio per l’appoggio italiano alla questione marocchina. Conclusasi quest’ultima, l’Italia avvertiva l’urgenza di dare concretezza alle sue ambizioni. Così, il 29 ottobre 1911 ebbe luogo l’azione militare italiana in Tripolitania e Cirenaica, sancita da una guerra tra Italia e Impero Ottomano. L’Italia poteva fare ciò poiché le altre potenze avevano riconosciuto le sue aspirazioni. Ma l’esercito italiano ebbe facile solo sulle coste, poi attaccò Rodi e il Dodecaneso. Il governo ottomano accettò la resa e cedette la Libia con il Trattato di Losanna (1912) e agli italiani rimase anche il Dodecaneso. La sconfitta accelerò la

disintegrazione dell’Impero e avvicinò sempre più la guerra generale poiché mise alla prova i contrasti tra i nazionalismi della penisola. Grecia, Bulgaria, Serbia, Montenegro e i nazionalismi albanesi erano pronti a combattere contro l’impero ottomano e a dividersi le sue spoglie. Nel marzo 1912 Serbia e Bulgaria si accordarono segretamente per dividersi la Macedonia, appoggiati dalla Russia; in magio si unirono al loro i Greci. La prima guerra balcanica iniziò così in ottobre e si concluse nel maggio del 1913 quando i turchi furono costretti a rinunciare a tutti i territori europei, tranne una striscia a ridosso degli Stretti. Erano le spoglie macedoni, però, ad accendere le tensioni: i bulgari si allearono a Costantinopoli, poiché ritenevano di aver dispiegato il maggior impegno militare senza grandi risultati, dando così vita alla seconda guerra, in cui intervennero anche greci e rumeni (senza successo) e la Bulgaria venne ridimensionata a vantaggio dei vicini e anche degli ottomani. L’Albania venne trasformata in un principato autonomo mentre Serbia e Romania uscirono rafforzate. Le due guerre ebbero numerose conseguenze: la Serbia, insoddisfatta per aver avuto lo sbocco al mare, stipulò un patto con la Russia; l’Impero Ottomano ottenne una solida intesa con gli Imperi Centrali; i nazionalisti serbi per combattere l’Austria patrocinarono la causa della nazionalità tra gli slavi del Sud.

La

generale”.

Motivo scatenante della prima guerra mondiale fu l’assassinio dell’Arciduca ereditario austro-ungarico Francesco Ferdinando, per mano di un estremista nazionalista serbo di cittadinanza austro-ungarica. L’Arciduca, fautore della creazione di un’entità nazionale trovata nell’Impero Asburgico, mirava a contenere il nazionalismo serbo presente nell’Impero. “Primo motore” ben identificato della guerra fu la reazione austro-ungarica al nazionalismo serbo, ma si estese per ragioni molto più profondamente radicate nella storia dei decenni precedenti (così da rendere molto difficile una chiara indicazione di responsabilità). Infatti, nei 14 Punti non venne esplicitata una dichiarazione di colpevolezza tedesca e dell’Impero Asburgico, mentre tale colpevolezza venne sancita nel trattato di pace di Versailles (1919), con l’art. 231 in cui la Germania ed i suoi alleati furono costretti a pagarne i costi. Gli austriaci non decisero subito di attaccare la Serbia aspettando l’emergere reale delle responsabilità del governo di Belgrado nell’attentato. Vienna chiese solidarietà a Berlino e questa rispose positivamente nel caso in cui la Russia avesse appoggiato la Serbia. Vienna, senza consultare l’Italia, lanciò un ultimatum chiedendo entro 24 ore una dichiarazione di condanna all’attentato e un impegno di procedere con rigore verso i responsabili della campagna anti-asburgica. Inoltre l’ultimatum conteneva richieste così perentorie tali da provocare una risposta negativa. Belgrado accettò tutto tranne il fatto che i rappresentanti austriaci partecipassero alle inchieste serbe in atto. Allo scadere dell’ultimatum, il 28 luglio 1914, Vienna dichiarò guerra alla Serbia. Due giorni dopo la Russia decretò la mobilitazione generale allo scopo di fermare austriaci e tedeschi. I tedeschi, pensando alle difficoltà di reagire sul fronte franco e russo, decisero di liquidare i francesi prima che la mobilitazione russa fosse compiuta. Secondo il piano Schlieffen la guerra alla Francia doveva essere lampo e doveva prevedere l’attacco del Belgio e sul fronte occidentale. Il 31 luglio il governo tedesco intimò a quello russo di sospendere la mobilitazione entro 12 ore. Il rifiuto russo ebbe come conseguenza la dichiarazione di guerra della Germania: i tedeschi attraversarono il Belgio e subito dopo la Germania dichiarò guerra alla Francia. Così facendo immediata fu la risposta inglese con la dichiarazione di guerra ai tedeschi. Intanto l’Italia dichiarò la sua neutralità scatenando polemiche tra i partiti. Nel 1915 con il segreto Patto di Londra, l’Italia si affiancava

penisola

balcanica

e

l’impero

ottomano,

palcoscenico

della

“prova

all’Intesa. Così sempre nel ’15 dichiarò guerra all’Austria e alla Germania. I bulgari nel settembre affiancarono gli Imperi Centrali e insieme alle forze austriache sconfissero i serbi che si rifugiarono a Corfu al riparo dalle truppe italiane. Costantinopoli si alleò alla Germania e mesi dopo entrò in guerra. Infatti in Medio Oriente il Sultano diede inizio alla Guerra Santa contro gli Anglo-Francesi, ma questi gli aizzarono contro i nazionalisti arabi e favorirono l’insediamento degli ebrei in Palestina. Il Giappone si alleò con l’Intesa. Circa la guerra, l’offensiva tedesca in Francia fallì e le truppe si fermarono lungo il Marna. Iniziò per i tedeschi una guerra di logoramento resa più difficoltosa dal blocco commerciale attuato dalla flotta inglese. In oriente l’offensiva russa venne fermata dalla vittoria tedesca in Polonia (Laghi Masuri) mentre i russi bloccavano l’offensiva austriaca in Galizia, occupandola. Con l’entrata in guerra dell’Impero Ottomano si aprirono altri due fronti:

Turco-Russo in Armenia e Anglo-Turco in Egitto. Nel Medio Oriente, gli Ottomani prevalsero sugli occidentali senza riuscire a raggiungere Suez. Intanto gli inglesi stipulavano con i ribelli arabi, promettendogli di dar vita ad un grande stato arabo indipendente. Con l’ingresso degli Stati Uniti in guerra, causato dalla ripresa della guerra sottomarina tedesca, intervennero anche alcuni paesi latino americani. Grecia e Cina si

affiancarono all’Intesa. La rivoluzione russa provocò la morte dell’esercito e la frantumazione dell’impero. La dissoluzione dell’esercito infatti portò la Russia ad accettare il trattato di Brest-Litovsk (il governo rivoluzionario perdeva gli stati baltici, la Finlandia, la Polonia e l’Ucraina). Intanto però si estendevano le speranze rivoluzionarie. Ma le offerte

di una pace di compromesso si contrapposero alle spinte belliche. Già nel ’17 il Papa

Benedetto XV propose di mediare contro l’ “inutile strage” ma ciò non valse a modificare il

clima poiché, frattanto, gli aiuti americani giungevano copiosi e l’azione politico-diplomatica di Wilson prevedeva una pace che, sconfitta la Germania, non ne umiliasse il prestigio. Con la fine della guerra l’Impero Ottomano sopravisse mentre l’Austria si dissolveva ed i movimenti nazionali tendevano a proclamare l’indipendenza dei loro paesi. In Germania l’imperatore abdicò e venne proclamata la repubblica governata dal partito social-democratico guidato da Ebert e appoggiato da militari. I vincitori si accingevano a stipulare la pace con soggetti diversi da quelli contro i quali avevano combattuto.

La prima guerra mondiale: gli sviluppi militari e quelli politico-diplomatici.

Per farsi che la Prima Guerra Mondiale non diventasse tale era sufficiente che i tedeschi avessero interpretato in senso stretto l’alleanza con l’Austria-Unghera, poiché essa

attaccò la Serbia in seguito ad una provocazione ed in tal caso l’art. 2 dell’alleanza del ’79 prevedeva una “benevola neutralità” dell’impero tedesco. La guerra fu il frutto di sospetti e

di errate percezioni, di calcoli sbagliati sulla capacità delle proprie forze di raggiungere

determinai obiettivi. Non vi fu mai, però, tra tali obiettivi quello di provocare una sovversione dell’ordine europeo. I soli stati, in realtà, che correvano rischi erano l’impero ottomano e l’Italia, che con l’emergere del Partito Socialista e di alcuni settori del mondo cattolico nella vita politica, non godeva di una solidità istituzionale. Gli accordi tra Imperi Centrali, impero ottomano e Bulgaria riguardavano soprattutto il contenimento della Serbia ed il potenziamento delle forze militari ottomane. Queste potenze, ad eccezione della Germania che aveva mire espansionistiche in Medio Oriente, non avevano obiettivi esterni all’Europa. Il 5 settembre ’14 essi sottoscrissero il comune impegno a non cercare una pace separata. Mentre, per quanto concerne le potenze dell’Intesa, nel marzo del ’15 fu raggiunto un accordo nel quale i britannici accettavano che la Russia conquistasse Costantinopoli e gli Stretti, mentre questa riconosceva l’annessione della “zona neutrale” dell’Iran alla zona di

influenza britannica anche in Egitto. I francesi intanto si assicurarono che i progetti anglo-francesi in Medio Oriente fossero riconosciuti da Mosca. Si trattava di una concessione sbilanciata per mantenere alto il morale russo. Britannici e francesi chiarirono quali fossero le loro ambizioni nel medio Oriente con gli accordi Sykes-Picot (1916) che prebvedevano la suddivisione della “mezzaluna fertile”, assegnavano alla Francia sulla Siria ed il Libano e alla Gran Bretagna Iraq e Palestina. Gli accordi presupponevano poi la fine dell’Impero ottomano e la nascita di un territorio arabo indipendente. Anche le aspirazioni italiane venivano soddisfatte con il Patto di Londra con il quale le vennero promesse Trentino Alto Adige, Venezia Giulia fino a Fiume, il protettorato sull’Albania e sul Dodecaneso. Invece il trattato di S. Giovanni di Mariana, con il quale l’Italia accettava gli accordi di Sykes-Picot ricevendo in cambio il controllo di Smirne e un ampliamento della sua influenza in Turchia, non entrò mai in vigore poiché, con la rivoluzione i russi fecero mancare la loro adesione. Nel ’17 il ministro degli esteri britannico assunse l’impegno con un esponente sionista per la costruzione di una “national home” in Palestina. Tutta questa costruzione diplomatica si scontrò, a partire dal ’18, con i progetti wilsoniani. Per un paio d’anni, dopo la firma della pace di Versailles, il conflitto tra le affermazioni pubbliche di Wilson e gli accordi segreti divenne palese. Il sistema della “nuova diplomazia” wilsoniana si impose costringendo il governo britannico a svincolarsi dai trattati segreti stipulati durante la guerra, anche verso il Patto di Londra, scontrandosi con Vittorio Emanuele orlando, frustrando i progetti francesi e sovrapponendo loro l’idea della Società delle Nazioni.

I trattati di pace e la Società delle Nazioni.

Alla conferenza di pace iniziata a Parigi nel gennaio ’19 erano presenti i delegati di 32 nazioni o di gruppi nazionali. Wilson impose ai capi europei la propria presenza:

Clemenceau, Lloyd Gorge e V.E. Orlando. Il primo punto che Wilson volle discutere riguardava il Covenant, cioè il patto istitutivo della Società delle Nazioni. Questo prevedeva (art. 26) la risoluzione dei conflitti più semplici e nel caso in cui ciò non fosse verificato sarebbe entrato in funzione un sistema di sanzioni economiche. Il tutto era affidato a tre organi: Segretariato, Assemblea e Consiglio, i quali avrebbero deliberato all’unanimità. La prassi seguita dalle parti contraenti, però, mostrò i limiti del wilsonismo. In primo luogo, inglesi e statunitensi si accordarono prima della conferenza affinché la flotta tedesca fosse ancorata in una baia britannica e controllata solo da Londra ed inoltre che nello Statuto della Società delle Nazioni fosse ideata la formula del “mandato”, amministrazione di ex colonie tedesche o di parti turche affidata a potenze coloniali per conto della Società delle nazioni, giustificando così i progetti coloniali britannici. Il consiglio dei Quattro ebbe ad occuparsi in prevalenza della questione tedesca, dei confini orientali dell’Italia e dei problemi relativi all’Austria e all’Impero Ottomano. I tedeschi speravano nella formula wilsoniana di una pace senza “né vinti né vincitori” ma non avevano fatto i conti con le intenzioni francesi e polacche. La Francia ottenne una garanzia anglo-statunitense contro le minacce alla sua sicurezza per la restituzione di Alsazia e Lorena, per il distacco della Saar, posta sotto il controllo internazionale (francese) ma con la concessione della proprietà delle miniere di carbone come riparazione, nonché la smilitarizzazione della Renania e la sua occupazione, l’abolizione della circoscrizione e riduzione delle forze armate. Per quel che concerne il confine orientale, la Slesia settentrionale fu affidata alla Polonia, per quella meridionale, invece, si stabilì che un plebiscito ne avrebbe definito la linea di demarcazione. Per far si che la Polonia avesse uno sbocco al mare venne creato un corridoio posto sotto al sovranità polacca che spezzava la continuità territoriale fra Pomerania e Prussica, facendo di Danzica,

etnicamente tedesca, una città libera, porto della Polonia. I tedeschi, costretti a pagare le riparazioni, si piegarono al diktat e ciò rafforzo le nascenti spinte revisionistiche. La pace con l’Austria, invece, venne firmata a Saint Germania nel ’19. L’Austria rimase circoscritta al suo territorio, abitato da popolazione tedesca. L’art. 80 del trattato di Versailles affermava l’inalienabilità dell’indipendenza austriaca. Il trattato di pace con la Bulgheria indipendente venne firmato nel novembre del ’19. Nel 1920 vennero poi stipulati gli accordi con L’Ungheria indipendente, che divenne uno degli stati etnicamente più compatti della regione, ma anche uno dei paesi più animati da spinte revisioniste. Nell’agosto del 1920 venne firmata, a Sevres, la pace con l’impero ottomano, il quale doveva rinunciare a tutti i territori esterni all’Anatolia, alla Tracia, alle Isole Egee e a Smirne (assegnate alla Grecia). Le finanze imperiali furono poste sotto il controllo di Francia, Gran Bretagna e Italia. Gli Stretti, invece, restarono sotto l’autorità del sultano. Il Trattato di Sevres, però, subì una forte revisione, poiché i militari turchi non accettarono una sconfitta che non avevano subito. Prima che questo fosse firmato essi si contrapposero al sultano e combatterono una duplice guerra, l’una contro l’autorità imperiale, e l’altra contro le potenze occidentali. Il loro progetto era quello di creare una repubblica laica; Mustafà Kemal, capo armato delle forze rivoluzionarie turche, condusse con impeto una forte controffensiva, così americani, francesi ed italiani si ritirarono. Intanto una grande assemblea ad Ankara portò alla nascita di una repubblica turca, contrapposta al sultano benché non ancora riconosciuta dalle potenze occidentali. Frattanto Kemal era riuscito a rompere l’isolamento diplomatico stringendo un trattato anticoloniale con la Russia rivoluzionaria (l’Armenia venne divisa tra Turchia ed URSS). Il regime di Kemal venne riconosciuto a Losanna nel ’23, dove venne completamente sovvertito quanto affermato a Sevres.

3. Una guerra “rivoluzionaria”?

La Prima Guerra Mondiale non fu rivoluzionaria solo perché contribuì a creare le premesse perché scoppiasse la Rivoluzione Russa, ma anche perché venne condotta in maniera del tutto innovativa. Provocò cambiamenti economico-sociali non temporanei; fu rivoluzionario l’impegno militari; fu una guerra di massa; per sei anni una generazione di giovani si consumò in una “inutile strage”; l’irruzione delle masse nella vita sociale fu traumatica poiché milioni di uomini erano costretti ad esporsi al rischio divenne necessario caricare ideologicamente la guerra di motivazioni e con valori nazionali. La guerra di massa, però, significò anche movimenti e produzioni di massa: il taylorismo comportò l’approfondirsi del senso di proletarizzazione dei lavoratori. La guerra diventò, quindi, tanto il socialismo rivoluzionario (rinnovamento sociale) quanto l’estremismo nazionalista (mito dell’avanzamento nazionale). Il conflitto accentuò l’importanza del controllo delle materie prime (Slesia e Medio Oriente). Il conflitto, inoltre, ebbe un carattere rivoluzionario per ciò che riguardava il futuro dell’Europa, dinanzi all’ascesa di un soggetto esterno, gli Stati Uniti, e interno, l’URSS. Dietro alla special relationship tra GB e USA (rapporto di apparente collaborazione) si celava l’onere degli inglesi di una scelta che si sarebbe proposta nel XX sec. Tra l’appartenere all’orbita americana e il recupero di un ruolo europeo. Appoggiando la coalizione più debole, gli Usa permisero la formazione di un assetto internazionale maggiormente esposto ai condizionamenti esterni.

IL FALLIMENTO DELLA POLITICA DI SICUREZZA

1. Una proposta di lettura.

Con la guerra gli imperi antichi cessavano di esistere. Al confine russo erano sorti nuovi soggetti: Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Finlandia e stati Baltici; questi, senza l’Impero austro-ungarico, dovevano affrontare dure prove di sopravvivenza. La Repubblica austriaca, nata dalle ceneri del grande impero, era minata dalle aspirazioni tedesche di annetterla fra i propri territori. L’Ungheria, invece, restava un’isola etnicamente omogenea all’interno del mondo slavo. Vincitori erano coloro che avevano contribuito a tali trasformazioni e ne avevano raccolto i frutti. Gli stati ad ovest della Russia (Finlandia, Cecoslovacchia, Polonia, Romania e Stati Baltici) dovevano la loro indipendenza alla volontà di creare un “cordone sanitario”. Anche la Serbia (vincitrice) restava un’incognita, legata al fatto se si fosse costituita o meno una grande formazione plurinazionale degli Stati del Sud. La Grecia di Costantino I (vincitrice) recuperò la costa settentrionale dell’Egeo, il nemico di sempre, l’Impero Ottomano, era stato neutralizzato, ma doveva far fronte all’ostilità di Bulgaria ed Albania, e ancor più era messa in pericolo dai Turchi rivoluzionari dopo la vittoria di Kemal. L’Europa centro-orientale era, quindi, ricca di occasioni di conflitto e di crisi e si apprestava ad entrare in una lunga fase di turbolenze nazionalistiche. L’Italia aveva cercato di conquistare il primato mediterraneo e balcanica; l’annessione dell’Alto Adige si dimostrò un successo pieno di incognite ma fu la controversia sul confine orientale a dimostrare contro quali forze essa doveva scontrarsi. Nel ’19 D’Annunzio occupò Fiume (città prevalentemente di lingua italiana che secondo il Patto di Londra doveva restare all’Impero Austro-Ungarico) dichiarandone l’annessione. Nel 1920 venne posta fine a tale questione con il Trattato di Rapallo secondo cui l’Italia annetteva Gorizia e la Jugoslavi l’Istria, mentre fiume veniva dichiarata città libera per poi divenire nel ’24 italiana. L’Italia inoltre acquistava posizione nel Dodecaneso, ma combatteva per recuperare il controllo della Libia, in un contesto nel quale, Francia e Gran Bretagna non lasciavano spazio alle ambizioni nazionaliste italiane nel Mediterraneo, ma soltanto in un’area limitata dell’Adriatico. La Francia ottenne dalla guerra risultati clamorosi: era riuscita a dettare la pace alla Germania, riotteneva Alsazia e Lorena e deteneva il mandato su Siria e Libano. Eppure proprio lei avvertiva più delle altre il problema della “sicurezza” contro la rinascita del pericolo tedesco dovuto alla mancata separazione della Renania e alla decadenza del Trattato di Garanzia anglo-americano. La Germania, sconfitta politicamente, non lo fu territorialmente ed economicamente, infatti, seppur in preda a convulsioni politico-sociali, sembrava non aver perso la “dinamo” che le permetteva di rinascere dalle ceneri e di ergersi a paladina dell’Europa. Basti pensare che la ricostruzione militare tedesca fu favorita dagli accordi segreti tra lo stato maggiore tedesco e quello sovietico. Mentre la ricostruzione economica ci fu grazie al piano Dawes. A questo punto, l’elenco dei vincitori “veri” si restringe a Usa, GB e Giappone. Gli Usa non vollero approfittare immediatamente delle conseguenze politiche della vittoria. La Gran Bretagna nel ’19-’20 raggiunse la sua massima estensione. Ai territori già controllati si aggiunsero Palestina ed Iraq, amministrati per conto della Società delle Nazioni, e sempre nel Medio Oriente si consolidarono le relazioni con le dinastie che avrebbero dominato la penisola arabica. L’altro vero vincitore era il Giappone. Gli anni della guerra coincisero con una imponente crescita economica e con una più intensa

presenza in Cina (in preda alla guerra civile), dominava la Corea ed aveva mandati su isole del Pacifico: Marianne, Marshall e le Caroline. La conferenza di Washington sul disarmo navale confermò la crescita del ruolo del Sol Levante, mentre GB e USA si riconoscevano il diritto ad armamenti navali di eguali dimensioni e per il Giappone quello di detenere una flotta superiore a quella italiana. Intanto le finanze europee erano in piena crisi. Gli Usa divennero i maggiori creditori europei e Francia e Gran Bretagna ed Italia i maggiori debitori. Ciò si ricollegava alla questione delle riparazioni, poiché gli Stati europei per pagare i propri debiti agli Usa dovevano ricevere le riparazioni dalla Germania. Era una situazione di marasma (MERDA!!!) alla quale si tentò di dare soluzione con la Conferenza di Genova (aprile ’22) senza alcun risultato poiché non si riuscì a pervenire ad un punto d’incontro tra la tesi di Lloyd George, favorevole ad una ridiscussione dei problemi europei e quella francese di Pointcarè, intesa a costringere i tedeschi a mantenere i loro impegni. Intanto, i tedeschi ed i russi stipularono a Rapallo un trattato che normalizzava le loro relazioni finanziarie e gettava le basi per una collaborazione militare. La situazione divenne grave quando, nel ’23, le truppe frenesie belghe occuparono il bacino carbonifero della Ruhr e ne iniziarono lo sfruttamento per sopperire delle mancate riparazioni. La “resistenza passiva” e la crisi finanziaria tedesca costrinsero le parti a cambiare strategia, coinvolgendo gli Usa i quali elaborarono un programma di cinque anni (piano Dawes) che prevedeva due pilastri: la ripresa dei pagamenti tedeschi secondo rate crescenti, la riorganizzazione della banca Nazionale tedesca e il cambio della moneta (il rentermark); il secondo pilastro prevedeva l’emissione di un prestito. Io piano portò la Germania ad una fase di ripresa economica e le preoccupazioni tedesche scemarono. Dal piano, però, fu tutto l’occidente europeo a trarne benefici. Il piano scadde nel ’29 e l’anno dopo fu adottato il piano Young proprio nel periodo in cui la crisi finanziaria, che aveva già investito gli USA, faceva il suo ingresso in Europa. La crisi colpì prima l’Austria e la Germania e poi tutto il continente europeo. Gli Usa decisero di sospendere il pagamento dei debiti e delle riparazioni. Come conseguenza di ciò i paesi tentarono di rimediare ai loro problemi economici attraverso il protezionismo (in Usa: Smoot-Howley Tariff Act). La crisi offrì in Germania terreno fertile ad Hitler.

2. Il problema della sicurezza europea.

La Società delle Nazioni, la cui sede era stata posta a Ginevra, nasceva con numerose limitazioni congenite tali da comportare una non piena efficacia. La mancata partecipazione degli Usa e degli stati sconfitti, faceva si che essa fosse sotto il dominio di Francia e Gran Bretagna, con lo scarso contributo di Italia e Giappone. Riguardo la questione della sicurezza francese, il governo di Parigi poteva contare su un sistema di alleanze con Cecoslovacchia, Jugoslavia, Romania e Polonia. Paesi, questi, che facevano da contrappeso naturale alla Germania, anche se essi stesi avevano bisogno di protezione da minacce sia estere che interne. Con l’avvento in Francia della destra nazionalistica di Poincarè si passò alla politica della forza. Egli fece occupare la Ruhr, nel gennaio ’23, con la solidarietà di Mussolini. Ciò provocò, invece, la reazione britannica, considerando l’occupazione un errore che avrebbe provocato forti lacerazioni. E così fu: il governo di Berlino ordinò la “resistenza passiva”. I francesi furono così costretti a cambiare strategia. La prima via da loro intrapresa fu quella di rafforzare la Società delle Nazioni, dotandola di strumenti giuridici capaci di affrontare ogni rischio. Il presidente del consiglio francese, Herriot, d’intesa con il premier britannico Mac Donald, firmò il “Protocollo di Ginevra”, che sembrava essere l’unico mezzo per ingabbiare in apparato giuridico ogni possibile conflitto (politica di disarmo, arbitrato obbligatorio in caso di controversie, etc.). Ma con le

dimissioni di Mac Donald e l’avvento al potere del conservatore Chamberlain il protocollo venne riposto tra le cose del passato. Più efficace fu la seconda via: quello del compromesso con la Gran Bretagna. Nell’agosto del ’23 Stresemann divenne cancelliere con l’intento di riconquistare la fiducia delle altre potenze, mostrando il volto pacifico della Germania. Così, a settembre, egli ordinò la fine della “resistenza passiva” e lanciò la proposta che avrebbe portato alla firma dei trattati di Locarno (ottobre ’25). Con questi la Germania si impegnava a riconoscere il confine renano, a restituire l’Alsazia-Lorena ai francesi, con l’impegno a non modificare con la forza gli assetti pattuiti. Ma il tema della sicurezza non doveva riguardare solo l’area renana, ma tutta l’Europa; i trattati di Locarno lasciavano scoperta la frontiera orientale della Germania (Polonia e Cecoslovacchia dovettero accontentarsi di un trattato di alleanza e di mutua assistenza con la Francia). L’Italia, al contrario della Francia, non aveva problemi di sicurezza. Dopo l’autunno del ’24 Mussolini si avvicinò alla più tradizionale alleanza con la Gran Bretagna e perseguì una politica di collaborazione con il governo di Londra. Alleata agli inglesi, l’Italia non aveva nemici visibili nel mediterraneo, perché sia i turchi che i greci non potevano essere considerati tali. Ostili all’Italia potevano essere considerati alcuni stati nati dai trattati di Parigi: la Jugoslavia,per la questione di Fiume e dell’Albania (ma Fiume fu annessa nel ’24 all’Italia mentre l’Albania fu all’inizio un suo satellite poi suo esclusivo campo d’azione). Ciò spinse la Jugoslavia preoccupata ad allearsi con la Francia. Un problema per l’Italia era, invece, rappresentato dall’instabilità dell’Austria (la quale presentava un centro filosocialista e una campagna conservatrice) e dall’ipotesi dell’Anschluss. Così, la responsabilità di difendere l’indipendenza austriaca fu lasciata cadere sulle spalle di Roma. Circa la Russia, l’attesa chela rivoluzione si estendesse nel resto d’Europa venne delusa. In Gran Bretagna e in Francia i comunisti ebbero poco seguito e in Germania le sollevazioni vennero represse. Solo in Ungheria (la più arretrata socialmente) sebbene per un breve lasso di tempo, i comunisti riuscirono a mantenere il potere con Belakun. Se inesistente era il problema rivoluzionario, rilevante era quello del confine occidentale dell’URSS e dei rapporti con Cina e Giappone. Attraverso la Nep era evidente che i sovietici volessero costruire un nuovo regime ed un uovo sistema economico. Col trattato tedesco-sovietico di Rapallo (1922) la Russia intendeva uscire dall’isolamento e le potenze occidentali fecero a gara per riconoscere l’URSS. Lo fece prima la Gran Bretagna nel ’24, poi l’Italia e, nel ’33, fu la volta degli Usa. Fra i problemi collegati al tema della sicurezza, il più complesso era quello della Polonia. La sua indipendenza aveva un grande valore geopolitica, poiché la divisione della Polonia era il punto di incontro della necessaria solidarietà fra gli imperi conservatori e poiché la rinascita di una Polonia indipendente era il simbolo della nascita di un nuovo ordine internazionale europeo. Delicatissima era la questione dell’esatta definizione dei confini polacchi, dalla quale discendeva il futuro delle relazioni tra Germania e URSS, rispetto alle quali la Polonia poteva essere uno spartiacque solidamente capace di dividere i due vicini o la preda da conquistare non appena si presentasse l’occasione per farlo. Il maresciallo polacco Pilsudski aveva raggiunto un accordo con l’Ucraina stabilendo una linea di confine definitiva basata sul presupposto che questa mantenesse l’indipendenza Ciò, però, espose i polacco al rischio di un attacco sovietico. Nel ’21 l’Armata Rossa si spinse fino a Varsavia ma fu fermata grazie all’intervento francese. A Riga (’21) fu sancita una pace dalla quale la Polonia usciva sovradimensionata rispetto all’URSS (ciò costituì un’incognita per la sicurezza europea). I veri problemi europei erano, quindi: lo status dell’Austria rispetto all’Italia e della Polonia rispetto a Germania e URSS. L’insicurezza nasceva dall’assenza di un garante esterno che potesse intervenire e risolvere le controversie politiche. La Gran Bretagna non era più

in grado di esercitare il ruolo che le fu proprio fino al 1914. L’assenza politica degli Usa venne compensata dalla sua presenza finanziaria e commerciale in Europa.

3. Il fallimento delle conferenze sul disarmo.

L’art. 8 della Carta della Società delle Nazioni affermava che tutte le nazioni avrebbero dovuto ridurre i loro armamenti al livello più basso, compatibilmente con la sicurezza nazionale. La questione venne divisa in due aspetti: disarmo navale e disarmo generale. Quello navale, già discusso nel ’22 alla Conferenza di Washington, fu ridiscusso nel ’27 ad opera del presidente statunitense Coolidge per affrontare il problema della riduzione del naviglio militare di stazza intermedia. Ma i dissidi tra Francia e Italia fecero slittare l’appuntamento a Londra nel ’30. Il clima della conferenza era molto teso poiché inglesi e francesi, in precedenza, avevano assunto una posizione comune riguardo il disarmo terrestre ed anche perché Mussolini avrebbe limitato gli armamenti ai livelli più bassi solo se non fosse superato da altre potenze. Lo scontro fu inevitabile, ma inglesi, americani e giapponesi raggiunsero un accordo che confermava la quota anglo-americana ed accresceva quella giapponese. Il dissenso italo-francese, invece. rimase irrisolto. Nel ’31, però fu raggiunto un compromesso con la riduzione e la regolamentazione degli armamenti navali. Per quanto riguarda il disarmo generale, la Conferenza Generale iniziò a Ginevra nel ’32 e stroncò la speranza francese di dare qualche contenuto al progetto di sicurezza collettiva rimessa alla Società delle Nazioni. Infatti, il governo francese guidato da Laval propose, per bocca del ministro Tardieu, un progetto che subordinava la riduzione degli armamenti alla messa in funzione di una sistema di garanzie collettive affidata alla Società delle Nazioni. La proposta si scontrò ancora con l’Italia che replicò di accettare solo in cambio di un revisionismo balcanica che i francesi non erano disposti ad accettare. Bruning, a sua volta, propose che la Germania fosse liberata dai vincoli di Versailles e richiedeva parità di diritti, per i tedeschi, in materia di armamenti, in cambio della rinuncia a sollevare rivendicazioni territoriali per un certo numero di anni. La proposta dovette scontrarsi con l’ambiguità italiana e l’intransigenza francese. Bruning, travolto dagli eventi si dimise. A sostituirlo furono due governi di destra, prima quello di Von Papen e poi quello di Von Schleicher, mentre i nazisti vincevano le elezioni politiche e diventarono il fulcro della scena politica. Intanto, la Conferenza, dapprima prese decisioni ostili agli interessi tedeschi, ma in giugno finì con accettare le loro richieste. Il ritardo servì da alibi ad Hitler che lasciò prima la Conferenza e poi ritirò la Germania dalla Società delle Nazioni. La sicurezza francese veniva messa in crisi e Parigi si trovava costretta a rivedere i suoi metodi di condurre la politica internazionale.

4. La prima crisi del colonialismo europeo.

L’imperialismo europeo del XIX secolo era il risultato della volontà di subornare territori sempre più vasti alle esigenze produttive del mondo industrializzato. L’imperialismo suscitò a fine secolo un serio dibattito teorico-politico: Lenin lo definì come la “fase suprema” del capitalismo ed indicò nella lotta per l’indipendenza dei popoli il mezzo per scardinare il sistema economico dominante. Le popolazioni colonizzate erano crudelmente sfruttate: iniziarono a serpeggiare già prima della Grande Guerra gli ideali della rivolta anticoloniale. I primi effetti dell’emergere di queste opinioni si avvertirono già agli inizi del 1900:

agitazioni dei nazionalisti cinesi, indiani e turchi. I campanelli d’allarme, però, non furono avvertiti, infatti, negli accordi segreti stipulati durante la guerra tra le potenze imperiali si elaborarono progetti in relazione alle colonie tedesche ed ai territori turchi. Furono solo le

concezioni wilsoniane ad impedire che il colonialismo europeo ricevesse un nuovo impulso con la vittoria anglo-francese. Infatti, mediante l’art. 22 della Carta fu creata un sistema di mandati da alcuni considerato una forma larvata di colonialismo ma che, in realtà, costituì

un primo varco nella solidità del sistema. I mandati erano di tre tipi: A, B e C. Quelli di tipo

A (relativi al Medio Oriente) riguardavano quelle comunità che avevano un grado di

sviluppo tale da rendere possibile il loro riconoscimento come nazioni indipendenti, a condizione che fossero guidate in ciò da una potenza mandataria scelta dalla Comunità. La formula venne applicata in favore della Francia per Siria e Libano e della Gran Bretagna per Iraq e Palestina; per quest’ultima si adottò il criterio della politica di autonomia, cioè della delega del governo ad autorità locali fedeli alla Madre Patria. Per la mancata creazione di un solo stato arabo indipendente gli inglesi pagarono il loro debito

verso gli Hashemiti, dinastia che li aveva appoggiati durante la guerra, affidando il governo dell’Iraq a Feisal Pascià (era figlio di Sherrif Hussein con il quale furono stipulati gli accordi panarabi di guerra) e quello della Giordania come emirato al secondo figlio di Hussein (Abdullah). L’Iraq divenne formalmente indipendente nel ’32, sotto il controllo britannico; la Giordania lo divenne dopo la Seconda Guerra Mondiale, mentre in Palestina si predisponevano le iniziative che avrebbero poi provocato il conflitto arabo-palestinese. Intanto, in Africa del nord i movimenti nazionalisti si manifestavano con forza. In Egitto i nazionalisti di Wafd (partito indipendentista) spinsero gli inglesi a rinunciare al protettorato concedendo l’indipendenza al paese; mentre in Libia l’Italia dovette impegnarsi brutalmente per recuperare il controllo della Pirenaica, della Tripolitania e di Fezzan. In Algeria e in Marocco le forze guidate da Abd al Krim si batterono contro il dominio spagnolo e francese. Nel ’31 la Gran Bretagna avviò una ristrutturazione dell’impero coloniale creando un regime doganale preferenziale all’interno del quale essa manteneva

la sua posizione dominante e la sterlina era la valuta di cambio alternativa al dollaro.

Nasceva il Commonwealth: una comunità di nazioni liberamente associate caratterizzate da omogeneità culturale e linguistica. La diffusione dell’anticolonialismo turbò soprattutto

la Francia, il Belgio (Congo) e l’Olanda (Indonesia).

5. La Grande Depressione e le sue conseguenze politiche internazionali.

L’affannosa ricerca della sicurezza, l’affiorare di elementi di destabilizzazione interni all’Europa ed il fallimento del progetto wilsoniano di creare un nuovo ordine internazionale, spinsero gli stati europei a chiudersi al proprio interno invece di raccogliere le proposte dei paneuropeisti e di misurarsi con i cambiamenti che l’ascesa di USA e Giappone provocarono sul mercato mondiale. Tutto ciò risultò in maniera drammaticamente evidente quando la crisi finanziaria americana si fece sentire in Europa e mostrò come, invece di affrontare insieme i problemi comuni, le nazione europee tendessero a creare muraglie sempre più alte, tali da creare i presupposti per una crisi più profonda. La crisi finanziaria americana (Borsa di Wall Street 24 ottobre 1929) si presentava come conseguenza di un eccessiva speculazione, che aveva fatto salire in modo vertiginoso le quotazioni dei titoli e della sovrapproduzione di alcuni beni allora non indispensabili o comprimibili. Due erano quindi gli aspetti della crisi: quello che riguardava il mercato finanziario e quello che riguardava il sistema produttivo. Nonostante nel 1920 il Senato americano avesse deliberato di scindere il destino politico degli USA da quello dell’Europa, la forza dei problemi finanziari li aveva ben presto

risucchiati nel vecchio continente. Il piano Dawes, infatti, aveva segnato l’imponente accesso del capitale americano sui mercati europei e soprattutto su quello germanico. Gli investimenti degli USA nelle grandi industrie tedesche ne erano l’espressione tangibile.

Così quando nel ‘29 si registrò un arresto del flusso dei crediti a lungo termine dagli USA

in

Germania si verificò un’impennata inflazionistica e una crisi produttiva. Per fronteggiare

la

situazione, Bruning avviò una politica di restrizioni finanziarie, che spinse i socialisti

all’opposizione. L’asse della politica tedesca si sposto verso destra, ma a trarne vantaggio non fu il governo bensì l’opposizione più estremistica, rappresentata dal Partito nazionalsocialista di Hitler. Questo partito, che in precedenza aveva avuto un peso politico trascurabile, nelle elezioni del ‘30 ottenne più di 100 seggi. Bruning cercò di rimediare adottando un atteggiamento di politica estera più risoluto, ma la sua azione ebbe risultati controproducenti, poiché le banche estere e specialmente quelle americane ritirarono frettolosamente i fondi investiti in Germania ed Austria. Queste ultime, nel ‘30,intanto, avevano raggiunto un’intesa di massima per la stipulazione di un accordo che desse vita ad una unione doganale fra i due paesi (Angleichung).Si trattava, in realtà, di un modo circospetto ma tortuoso di aggirare la proibizione di Anschluss, imposta dal trattato di Versailles. Nel ‘31, infatti, la Corte dell’Aja bocciò come illegittimo il progetto di unione

doganale. Intanto, la principale banca austriaca, la Creditanstalt, che controllava una serie

di banche minori, nel ‘31, si trovò a dover certificare il suo fallimento. Il credito venne allora

assunto dalla Società delle Nazioni che riuscì a mettere insieme una somma ingente di

scellini austriaci, versandoli nelle casse austriache con gradualità. Da allora l’Austria visse sotto uno stretto controllo internazionale, contrassegnato dal prevalere ora dell’influenza francese ora di quella italiana. La crisi che era stata soltanto americana e marginalmente europea divenne la Grande Depressione mondiale. Nell’estete del 31, infatti, tutto il meccanismo creato in collegamento con il problema delle riparazioni e dei debiti interalleati venne rimesso in discussione. I pagamenti vennero sospesi, gli investimenti paralizzati, le banche fallarono una dopo l’altra: in America,la crisi finanziaria divenne economica e come tale raggiunse in pieno l’ Europa. Quando, nel ‘33, per iniziativa anglo-francese si riunì a Londra una conferenza generale per discutere i problemi posti dalla crisi ed i metodi per affrontarli, l’accordo risultò impossibile: ciascuno si racchiuse nella visione più stretta dell’interesse nazionale. Il mercato venne frantumato in tante entità ostili, nelle quali l’idea di autodifesa prevalse sulla razionalità delle scelte che l’economia di mercato richiedeva. Milton Friedman, grande economista di Chicago, attribuì responsabilità per l’acuirsi della crisi alla decisione del governo inglese di svalutare la sterlina (Golden Standard), togliendo così stabilità alle relazioni monetarie internazionali e mettendo a nudo le debolezze della finanza britannica. Le conseguenze della decisione ricaddero anche sugli USA, dove ancora vigeva il Golden Standard, costringendo il governo americano ad adottare la politica protezionistica, cercando così di tutelare dalla concorrenza il mercato interno, per impedire un ulteriore aumento dei prezzi ed un aumento della disoccupazione. Durante una conferenza convocata a Ginevra nel ‘33 dalla Società delle Nazioni, Roosevelt invitò i paesi del mondo a mettere ordine nel loro sistema economico, solo dopo di allora gli USA avrebbero ripreso

la collaborazione internazionale.

Lasciati a se stessi, i paesi europei affrontarono la crisi ciascuno secondo il proprio assetto

politico e finanziario. Alcuni paesi, come la Francia furono meno colpiti; altri, come la G.B.,

si rifugiarono nel protezionismo; in Italia, il governo Mussolini avviò la nazionalizzazione

delle industrie in crisi e i primi passi della politica autarchica.

La fortezza Europa.

1. Una proposta di lettura.

La pausa che la Grande Depressione provocò rispetto all’estendersi della globalizzazione

aprì la via ai particolarismi più forti,a quelli che si illudevano di poter contare ancora su di un dominio imperiale non vacillante o a quelli che si basavano su un impianto produttivo che in precedenza aveva registrato primati importanti.

- Particolarismo britannico: Durante il ventennio tra le due guerre e specialmente dopo

l’affermarsi del revisionismo tedesco,gli inglesi si tennero da parte,cercando di sviluppare un loro ruolo,immaginando di poter essere ancora gli arbitri dell’equilibrio continentale,senza valutare il fatto che la presenza americana costituisse un limite imprescindibile per il futuro dell’impero britannico.

- Particolarismo francese: Dopo il ‘33 i francesi persero ogni illusioni sulla possibilità di risolvere collettivamente il problema della sicurezza. Si volsero verso un doppio binario politico tutto impregnato di una strategia difensiva bene illustrata:dalla decisione di costruire la linea Maginot,sistema difensivo che doveva proteggere il confine francese da un attacco tedesco, e da quella di uscire dal relativo isolamento diplomatico, stipulando

nuove alleanze per costruire una specie di” cordone sanitario” attorno alla Germania. Si trattava di un particolarismo condannato alla sconfitta poiché tutte le potenziali vittime del revisionismo tedesco (Polonia ed Italia) erano disposte a collaborare con la Germania a condizione che le loro esigenze fossero prese in considerazione.

- Part. Giapponese: In Asia, il Giappone era in grado di dominare la Cina con la sua forza militare ed economica e con la propaganda avversa al colonialismo dei “bianchi” poteva catalizzare i nazionalisti del Pacifico.

- Part. Tedesco: La Germania, in Europa, poteva fare altrettanto con molti paesi minori;

poteva indicare alle classi agiate la necessità di combattere il comunismo; poteva anche catalizzare le masse non militanti nel movimento operaio, proiettando le loro energie verso

l’esaltazione nazionalistica.

2. Il protagonismo giapponese in Asia.

La politica giapponese in Asia acquistò una valenza quasi liberatoria rispetto ai territorio verso i quali si rivolse. Si contraddistinse anche per la propensione a continuare nell’azione intrapresa nel XX secolo, perseguita con l’appoggio britannico in funzione antirussa e sviluppata grazie all’abile sfruttamento degli spazi lasciati vacanti dalle potenze europee. L’oligarchia militare che aveva governato il Giappone sino alla Prima guerra mondiale aveva ceduto il passo al governo civile, eletto nel ‘25 a suffragio universale maschile. Il governo civile era caratterizzato dalla dialettica fra conservatori (favorevoli ad una .politica imperialistica tradizionale) e liberali (politica di espansione commerciale) ma ciò non equivaleva ad uno stato democratico. Il mondo del lavoro, infatti, era in Giappone sottoposto alle dure regole della crescita della produzione. La crisi economica influì pesantemente sull’economia giapponese, dove gran parte della produzione era orientata verso beni per l’esportazione, con serie conseguenze interne.

Essa diede infatti ai gruppi nazionalistici una forza di reazione tale da soverchiare la scorza democratica del governo civile ed i metodi concilianti della politica estera. Nel ‘31 gli effetti di questi cambiamenti divennero evidenti. Il tema di scontro più aspro riguardava i rapporti con la Cina e con la Manciuria, dove erano stati investiti capitali giapponesi nella costruzione della ferrovia transmanciuriana. La politica di investimenti giapponesi si scontrava, però, con i progetti del governo cinese di restituire vitalità alla struttura statale incapace di controllare i separatismi e condizionata dalla lotta politica fra l’ala rivoluzionaria ed il nascente Partito comunista. I tentativi cinesi di resistere all’iniziativa giapponese furono però vani. Il Giappone, infatti, con un trattato del ‘15 con la Cina, acquistò tutti i privilegi ed i diritti connessi con la ferrovia in Manciuria. A rendere più serrata la disputa venne la decisione giapponese di invadere la Manciuria stessa, segnando così la fine della pace nel globo. Il Giappone respinse gli inviti della Società delle Nazioni di ripristinare lo status quo. Nel ‘32 la Manciuria venne dichiarata indipendente, sotto il protettorato giapponese. La commissione d’inchiesta della Società, presieduta da Lord Lytton, indicò l’azione giapponese come un “gesto arbitrario e artificioso”, così i giapponesi risposero ritirandosi dalla Società. L’impunità favorì il Giappone sino al ‘41,quando intrapresero una lenta penetrazione in Cina, senza incontrare reazioni del governo di Chang Kai Shek ,impegnato contro il Partito comunista, guidato da Mao. Quando, nel ‘38, il governo cinese respinse proposte di pace che lo avrebbero subordinato al Giappone, il governo di Tokyo riuscì a costruire in Cina un governo antagonistico a quello di Chang, affidandolo a Wang Jingwei, riconosciuto anche dalla Germania, dall’Italia, dalla Spagna e dalla Romania. Inoltre, la sconfitta francese in Europa (1940) offrì nuove opportunità ai giapponesi che ottennero dal governo di Vichy di poter inviare una missione militare in Indocina. Nel settembre ‘40, in piena guerra europea venne stipulato il patto tripartito fra Giappone, Germania ed Italia. Questo riconosceva la preminenza italo-tedesca in Europa e quella giapponese in Asia; impegnava i contraenti a soccorrersi nel caso di attacco da parte di una potenza non ancora belligerante, ma stabiliva che i rapporti tra i firmatari e l’Urss non fossero modificati. Ciò lasciava liberi i tedeschi di continuare a collaborare con Stalin e i giapponesi di restare neutrali nei confronti dei sovietici (trattato di neutralità 1941). L’unico rapporto ancora non chiaro era quello che il Giappone aveva con gli USA, divisi da motivi di rivalità commerciale e di influenza rispetto al mondo asiatico. Le implicazioni profonde di questa rivalità ed i comportamenti che da essa dovevano seguire rimasero in Giappone maniera di dibattito. Dibattito che si concluse con la scelta di combattere il “gigante addormentato”.

3. La Germania di Hitler e l’Europa.

L’avvento di Hitler al potere segnò il trionfo in Germania della volontà di rivincita e del progetto di recupero di antichi disegni di dominazione. Hitler era nato in Austria, in un ambiente intriso di antisemitismo e pangermanesimo. Le sue idee divennero esplicite nel Mein Kampf; i 2 volumi furono dettati da Hitler durante la detenzione in carcere alla quale fu sottoposto in seguito alla partecipazione ad un fallito colpo di stato a Monaco. La lunga esposizione era concentrata su di una visione del mondo come volontà di potenza perchè la Germania e l’Europa fossero guidate verso la salvezza. Tale compito era assegnato alla classe dirigente tedesca, che attraverso un processo di purificazione della razza ariana avrebbe salvato la civiltà europea dal dominio della finanza ebraica e plutocratica. Hitler, con il suo folle programma, riuscì ad attirare verso di sé i consensi di masse deliranti di nazisti ma anche l’appoggio dei ceti imprenditoriali e di buona parte del mondo intellettuale

tedesco. La spiegazione di ciò sta nel fatto che il Fuhrer non era soltanto un esempio di carisma individuale e di sapiente manipolazione delle masse, ma anche il frutto esasperato di molte riflessioni europee sulla civiltà continentale. Il regime fascista fu accolto, inoltre, con relativa calma anche in Europa poiché Hitler impersonava la volontà di sopravvivenza della “fortezza Europa” che ogni nazione aveva. L’Europa, infatti, prostrata dalla crisi economica e dall’isolamento nel quale ciascun paese si era

chiuso, non aveva però ancora esaurito la sua volontà di potenza. Hitler non fu, dunque, solo l’espressione della Germania ma anche del tentativo di sottrarre l’Europa al suo destino di decadenza. È stato quindi troppo facile, dopo il ‘39, attribuire a un uomo la responsabilità della catastrofe. Fino al ‘39, infatti, Hitler fu aiutato, tollerato, blandito, nel suo disegno, da personalità che poi schierate contro di lui, sarebbero divenute esponenti della cultura democratica. Fra il ‘33 ed il ‘34, l’azione politica di Hitler si concentrò sul piano interno:

- nel marzo ‘33, fece approvare una legge che gli concedeva pieni poteri e che esautorava le competenze del Parlamento;

- nel ‘34, morto il presidente Hindenburg, unificò nella sua persona i poteri di presidente e cancelliere;

- nella vita interna al Partito, egli si liberò dei suoi rivali;

- altra mossa per consolidare il potere interno fu quella del risanamento economico, attraverso investimenti pubblici nelle infrastrutture;

- dispose un piano quadriennale di riarmo con cui riuscì a riassorbire la disoccupazione.

In politica estera:

- al primo posto della sua strategia stava il riarmo ;

- riunire alla Germania tutte le popolazione di stirpe tedesca;

- costruire una rete di alleanze per far accettare alle potenze europee che la Germania divenisse la loro guida;

- attacco contro le popolazioni non ariane,al mondo slavo,così da distruggere l’Urss,da strapparle l’Ucraina, bacino industriale ed agricolo necessario come riserva per uno scontro mondiale;

- costringere la GB ad una scelta: collaborare con la Germania o mantenere il suo isolamento;

- occupare l’ America Latina.

Tutto il primo biennio di politica estera fu caratterizzato da un cauto lavoro di preparazione al piano per non accrescere l’allarme che già serpeggiava tra le varie potenze. Da principio Hitler fece proprie le tematiche già proposte da Bruning alla Conferenza di Ginevra, affinché fosse data attuazione del principio dell’uguaglianza dei diritti circa il disarmo, già concesso in linea di principio nel ‘32. Hitler, infatti, il 14 ottobre ‘34, annunciò che se non fosse stato ridotto il livello degli armamenti delle altre potenze a quello allora posseduto dalla Germania, quest’ultima si sarebbe ritirata dalla Società delle Nazioni. E così fu. La cautela di Hitler si manifestò, inoltre, nei due settori politicamente più delicati dell’Europa centro-orientale: in Polonia ed in Austria. Con la prima, da sempre legata alla Francia da trattati di amicizia e mutua garanzia che i trattati di Locarno avevano confermato, il governo tedesco (nel gennaio 34) sottoscrisse un accordo di non aggressione.

Quanto all’Austria, la moderazione di Hitler apparve in modo più tortuoso, ma

rappresentò un segnale forte per l’Italia. Dopo l’affermazione del regime nazista in Germania, i cristiano-socialisti austriaci cercarono una via di uscita alla crisi economico-politica che attanagliava il paese, credendo di trovarla nella stipulazione di un accordo doganale con Italia e Ungheria. Il cancelliere austriaco Dolfuss doveva, però, combattere sia contro l’opposizione socialdemocratica, che egli represse; sia con i pangermanisti austriaci che, sostenuti dal Partito nazista tedesco, propagandavano l’Anschluss. Momento culminante di tale campagna fu rappresentato dal tentativo di un

gruppo di nazisti di impadronirsi del potere

un piano pacifico dopo che Mussolini ed Hitler si erano incontrati a Stresa ed a Venezia per discutere le possibilità di un’intesa sulla questione. Il colpo di mano del 25 luglio, durante il quale Dolfuss venne assassinato ed il potere assunto dai nazisti, mise in evidenza la doppiezza di Hitler e come l’indipendenza austriaca fosse un punto cruciale delle relaziona tra Italia e Germania. Il Fuhrer, intanto, prese le distanze dai nazisti austriaci per placare le reazioni del Duce e quelle francesi ed inglesi. L’Europa cominciò a reagire con vigore politico al nascente pericolo tedesco solo fra il gennaio ‘33 a l’aprile ‘35, periodo durante il quale le potenze si impegnarono a discutere circa i modi per prevenire le conseguenze della politica tedesca. In tale direzione si mossero prima gli italiani, poi i francesi e poi i russi, mentre gli inglesi rimasero abbastanza defilati aprendo così la strada al trionfo del revisionismo hitleriano. Riguardo l’Italia, dal momento dell’ascesa del Fuhrer al potere, la sua posizione politica ebbe nel quadro europeo un ruolo determinante, poiché le sue scelte in politica estera erano collegate a punti critici dell’assetto europeo (indipendenza austriaca). Mussolini avvertì immediatamente il mutamento della situazione europea e mostrò tale consapevolezza riprendendo nelle sue mani la direzione del Ministero degli Interni. Egli, inoltre, per eludere la difficile scelta fra due potenziali schieramenti, scelse di assumere il ruolo del mediatore, dell’arbitro, proponendo (marzo ‘33) un Patto a Quattro tra Italia, GB, Francia e Germania, che prevedeva una sorta di “direttorio europeo”, analogo a quello creato dagli accordi di Locarno, ma ispirato dal principio del revisionismo, piuttosto che da quello della prevenzione. L’accordo avrebbe dovuto realizzare una politica di pace e prevedeva che fosse rispettato il principio della parità dei diritti in materia di armamenti. Il progetto fu siglato nel luglio ‘33 dai quattro ma non venne mai ratificato. La GB, invece, non sembrò preoccuparsi del revisionismo tedesco, anzi considerava da sempre un errore la proibizione dell’Anschluss, nonché il modo in cui l’Europa era stata riorganizzata. I francesi ed i sovietici, al contrario, erano seriamente preoccupati dell’ascesa di Hitler, come dimostrarono le loro iniziative diplomatiche. In Francia, la crisi economica si fece sentire nel ‘32, anno in cui si susseguirono cinque governi diversi. Il ‘33 fu per i francesi un anno denso di incertezze e preoccupazioni. Una svolta importante si ebbe, però, nel ‘34, quando il Ministero degli Esteri fu occupato da Barthou, che cosciente che il vero nemico della Francia era la Germania, intavolò un sistema di alleanze continentali. Nel ‘34, fece adottare dal governo francese un documento nel quale si dichiarava inutile negoziare con la Germania e diede avvio ad una campagna diplomatica per discutere la proposta di un patto di mutua assistenza e garanzia (Locarno Orientale), a cui avrebbe dovuto aderire anche la Germania, che non giunse mai in porto. La soluzione del problema era legata alla posizione dell’Urss, alla quale Bharthou propose una convenzione speciale contro l’ipotesi di un’aggressione tedesca, e con la quale già dal ‘33 aveva stretto accordi economici. I russi, inoltre, continuarono questa politica preventiva rispetto alla Germania, accordandosi con l’Italia

La situazione poteva forse incanalarsi su

prima sul piano economico e poi, nel settembre ‘33, con la firma di un patto di amicizia, non aggressione e neutralità. Coronarono la svolta entrando, nel ‘34, nella Società.

Il disegno di Barthou lasciava aperti due problemi: quello dell’Italia e quello della GB.

Quest’ultimi reagirono alle preoccupazioni francesi con allarmante leggerezza. Invece il modo in cui Mussolini aveva reagito al colpo di stato di Vienna persuase Barthou che il Duce non era equidistante rispetto ai tedeschi, e riteneva di poter trovare con lui un

compromesso riguardo la politica nei Balcani ed in Austria. Nell’ottobre ‘34, però, mentre Barthou riceveva re Alessandro I di Jugoslavia a Marsiglia, un attentato di nazionalisti croati provocò la morte dei due statisti. I suoi progetti, però, non vennero lasciati cadere. Il suo successore, Pierre Laval, infatti, si recò in Italia, dove cuore della discussione fu rappresentato dalla convergenza sul comune interesse per la difesa dell’indipendenza austriaca e dalla manifestazione della disponibilità francese a lasciare mano libera all’Italia in Etiopia, purché l’Italia si associasse al gruppo dei paesi antirevisionisti (accordo di Roma). Il governo francese con tale accordo mostrava di ritenere che, dinanzi al pericolo tedesco, fosse preferibile appoggiare il revisionismo extraeuropeo dell’Italia. Hitler , intanto, nel marzo ‘35, annunciò che in contraddizione con l’art. 173 del trattato di pace, in Germania veniva reintrodotta la coscrizione obbligatoria. Si trattava della prima palese violazione dei trattati di Parigi. Nel marzo ‘35, Mussolini, Laval e MacDonald si incontrarono a Stresa per esaminare le conseguenze della decisione hitleriana e concordare per contrastare il revisionismo tedesco. Risultato dell’incontro fu la creazione di ciò che allora venne definito un “fronte unito” come garanzia per la pace in Europa. Affinché la formula avesse davvero un peso politico occorreva che la Francia

e la GB svolgessero un’azione convergente. I due paesi, invece, si mossero in modo da

rendere le loro posizioni ancora più lontane. La Francia, infatti, nel ‘35, stipulò un accordo di reciproca assistenza con l’Urss, impegnandosi a soccorrersi “nel caso di un attacco non provocato da parte di uno stato europeo”. Alla stipulazione di questo fece seguito la firma di un altro accordo, quello tra l’Urss e la Cecoslovacchia per mutua assistenza. Gli inglesi, invece, giudicando più pericoloso il revisionismo italiano di quello tedesco, stipularono con la Germania un accordo navale dalla portata inquietante. Questo permetteva alla Germania di costruire una flotta sottomarina della dimensione desiderata. Il trattato anglo-tedesco apriva una crepa nel “fronte unito”. Con la loro scelta a favore di Hitler, gli inglesi svuotavano di contenuto gli accordi Mussolini - Laval spingendo così i francesi ad abbandonare le promesse fatte all’Italia, prima che la campagna d’Etiopia avesse inizio. Intanto, Hitler, traendo profitto dalle mutate circostanze, aveva compiuto una seconda violazione del trattato di pace: rioccupò la Renania e edificò una linea difensiva parallela alla linea Maginot.

4. Cartine di tornasole: la conquista italiana dell’Etiopia e la guerra civile di Spagna.

L’aggressione italiana all’Etiopia, iniziata nell’ottobre ‘35, fu l’ultima guerra coloniale scatenata da una potenza europea per conquistare un impero. L’azione di Mussolini non procurava all’Italia vantaggi immediati, ma solo risultati d’immagine. Il mutamento del quadro europeo, però, creò al Duce inattese difficoltà (mancato appoggio inglese e ripensamento francese). Su ricorso dell’Etiopia, la Società delle Nazioni impose all’Italia sanzioni economiche che fornirono a Mussolini lo spunto per una grande mobilitazione nazionalistica. Intanto, i ministri degli Esteri francese, Laval, e britannico, Hoare formularono un progetto di compromesso che avrebbe consegnato gran parte dell’Etiopia nelle mani italiane, ma trapelato sulla stampa, venne considerato come un premio

scandaloso ad una aggressione. Hoare fu costretto a dimettersi e il progetto decadde. Il 9 maggio ‘36 le truppe italiane entrarono in Addis Abeba ed il Duce proclamò l’annessione del paese all’Italia come dominio imperiale; Vittorio Emanuele II diventava così anche imperatore d’Etiopia. Dopo l’insuccesso del piano Hoare-Laval, Mussolini avviò una prima fase di mutamento di rotta,schierandosi palesemente a favore della Germania. Dopo il maggio ‘36, la situazione nel Mediterraneo era mutata rapidamente. La Convenzione di Montreux (luglio ‘36) restituiva alla Turchia la sovranità in materia di navigazione negli stretti in tempo di pace ed in tempo di guerra. Contemporaneamente, nel mandato britannico in Palestina, i tentativi di definire i modi mediante i quali attuare il progetto di “national home” (dichiarazione di Balfour) per gli ebre produssero solo un aggravamento della contrapposizione fra arabi ed inglesi. Il cambiamento più vistoso ebbe, però, luogo nel Mediterraneo occidentale, in Spagna. La Spagna si avvia ad affrontare difficoltà simili a quelle vissute dall’Italia, e cioè la trasformazione da paese agricolo a paese industrializzato. Durante la 1° guerra mondiale, questo processo si sviluppò insieme ad aspri scontri politici. Sul trono sedeva Alfonso III di Borbone (regnò sino al 30) il governo invece era retto dalla dittatura parafascista di Miguel Primo De Rivera, espressione dei ceti conservatori e del mondo militare. Dal ‘31 al ‘36, le forze di destra e di sinistra si alternarono al potere fin quando nelle elezioni del febbraio ‘36 salì al governo Manuel Azana, esponente del Fronte Popolare, alla testa di una coalizione eterogenea di sinistra. Contro questo governo esplose nel luglio ‘36 un pronunciamento circoscritto ad alcuni reparti di stanza in Marocco, guidati dal generale Francisco Franco. Ebbe inizio una delle guerre civili più dure e più crudeli mai combattute in Europa. Il governo di Madrid chiese aiuto alla Francia, dove era al governo il Fronte popolare guidato dal socialista Leon Blum. Quest’ultimo propose all’Italia e alla GB di adottare una politica di “non intervento”. Nessuno respinse la proposta francese e venne costituito a Londra il Comitato internazionale di controllo per vigilare sulla conformità dei comportamenti. Tutto ciò fu inutile. L’Urss, infatti, inviò armamenti e appoggiò la formazione di “brigate internazionali” di volontari che dovevano infiltrarsi in Spagna per combattere il comune nemico fascista. Hitler, dal canto suo, giudicava la Spagna come un’importante riserva di materie prime e la guerra civile come un’occasione per sperimentare l’efficienza dei nuovi armamenti tedeschi, soprattutto aeri da combattimento. Ma furono gli italiani quelli che lasciarono partire il maggior numero di volontari; il massiccio intervento si ricollega al timore del Duce che i due regimi di Fronte popolare francese e spagnolo, con l’aiuto sovietico, potessero paralizzare ulteriori ambizioni italiane nel Mediterraneo. Nel ‘39, dopo tre anni di guerra civile, il generale Franco assunse il potere dando inizio alla sua dittatura. La guerra spagnola fu assunta come simbolo e anticipazione dell’imminente guerra mondiale nonché come “il vero spartiacque della storia interna del continente europeo”, come cartina di tornasole, caratterizzata dall’invenzione della frattura dell’Europa in due schieramenti antitetici:il fronte fascista e quello antifascista. In realtà, nel ‘36, non esistevano due schieramenti opposti; l’unico elemento di compattezza era il profondo anticomunismo che legava GB, Germania, Italia, Francia e la Polonia. I dati di fatto, dunque, impediscono di dare alla guerra civile spagnola una portata che essa non ebbe.

5. L’espansione della Germania e la politica di “appeacement”.

La guerra civile spagnolo mise in evidenza la fragilità della posizione francese:il governo parigino non riusciva più ad elaborare proposte attive rispetto alle sempre più gravi questioni della sua sicurezza;era ormai una potenza isolata poiché né l’alleanza con l’Urss né quella con i paesi danubiano - balcanici la rafforzarono nei confronti della Germania. Cambiato era soprattutto il rapporto con la GB. Il governo inglese, infatti, invece di

appoggiare la Francia,seguiva imperterrito una politica di accordo con la Germania e di riappacificazione con l’Italia. Nel gennaio ‘37, infatti, GB ed Italia completarono uno “scambio di note” per un gentlemen’s agreement che, partendo dal presupposto della cessazione dell’intervento italiano in Spagna, vincolava i due paesi a non modificare lo status quo nel Mediterraneo. Restava in sospeso il riconoscimento dell’annessione italiana dell’Etiopia, problema che si sarebbe trascinato fino all’aprile del ’38. Ancora più netto fu l’avvicinamento della Gran Bretagna alla Germania. Chamberlain, salito al governo nel ’37, fu il continuatore ed il protagonista della politica di appeasement verso la Germania; una politica volta a mantenere la pace accettando alcune richieste del revisionismo tedesco. Nell’estate del 36, Von Ribbentrop venne nominato ambasciatore tedesco a Londra, con il compito di negoziare un’alleanza con gli inglesi, nella quale gli inglesi dovevano “lasciare mano libera alla Germania verso oriente”, mentre i tedeschi avrebbero riconosciuto il predominio coloniale e navale della GB, corretto però dalla restituzione alla Germania di alcune colonie che le erano state tolte nel ’19. Ma il tentativo di Ribbentrop finì nel nulla poiché gli inglesi erano troppo ostili all’assunzione di impegni precisi con qualsiasi potenza europea. Intanto nel ’36 la Germania riconosceva la sovranità dell’Austria e prometteva di non intervenire nella vita interna austriaca. Contemporaneamente veniva tolto il bando all’esistenza in Austria del partito nazista e, anzi, 2 suoi esponenti entravano nel governo, uno dei quali come ministro degli esteri. Da satellite italiano l’Austria diventava satellite della Germania. L’azione del governo di Berlino aveva due obiettivi:

Tacitare la GB;

Avviluppare l’Italia.

Mussolini, infatti, era sensibile alle idee del suo “allievo” ma percepiva al tempo stesso i pericoli di un’intesa troppo stretta con la Germania. Nel settembre ‘37, durante una visita in Germania, il Duce aderì al patto Anti-Cominter firmato dalla Germania e dal Giappone nel novembre ’36. erano solo parole ma esse davano ad Hitler l’impressione che ormai Mussolini fosse definitivamente acquisito ai suoi progetti. Non aveva tutti i torti, infatti, Mussolini da allora non fu più in grado di elaborare iniziative autonome per la politica estera italiana.

6. Dall’ <<Anschluss>> alla guerra.

Tra la fine del ’37 ed i primi mesi del ’38, Hitler spinse fuori dal governo ed espulse dalle gerarchie militari tutti coloro che mostrarono esitazioni nei confronti dei suoi programmi, circondandosi solo dei collaboratori che condividevano la sua determinazione militaristica. Hitler dichiarò che i problemi tedeschi potevano essere risolti solo con la guerra, con la sconfitta della Francia e della GB entro il ‘43-‘45, previa distruzione degli alleati europei delle potenze occidentali: la Cecoslovacchia e l’Austria, poi la Polonia. Il primo risultato della svolta fu l’Anschluss. Il contesto diplomatico e politico era favorevole al programma tedesco (politica dell’appeasement inglese, l’incapacità politica-militare francese di reagire alle iniziative tedesche e la posizione di stallo in cui versava l’Italia). Hitler con una serie di mosse diplomatiche (inviò a Vienna come ambasciatore tedesco il suo predecessore von Papen) ed attraverso un incontro con il cancelliere austriaco von Schuschnigg, ottenne che il governo di Vienna fosse modificato con la nomina di un nazista, Seyss-Inquatr, a ministro degli Interni e della Sicurezza. I nazisti divennero padroni dell’Austria. L’11 marzo 1938 fu inviato un ultimatum al cancelliere austriaco perché cedesse il potere a Inquart. Il rifiuto del presidente della repubblica, Miklas, di piegarsi all’imposizione venne seguito

dalla proclamazione di un governo provvisorio diretto dallo stesso Seyss-Inquart. La prima decisione di tale governo fu quella di chiedere l’intervento di truppe tedesche che attraversarono il confine austriaco quello stesso giorno. Mussolini a malincuore accettò l’abile mossa del Fuhrer . L’Austria cessava così di essere uno stato indipendente; segnando un profondo cambiamento nella politica delle potenze. Essa spezzava la principale ragione della solidarietà italo-francese e avvicinava l’accordo tra Italia e Germania; esprimeva l’indifferenza britannica dell’Europa centrale; apriva una controversia italo - tedesca sullo status delle popolazioni tedesche nell’Alto Adige/Sud Tirolo. Nonostante ciò a Londra si continuava a puntare sulla politica dell’appeasement come leva per disinnescare i pericoli impliciti nell’azione di Hitler, cercando di risolvere i conflitti mediante un compromesso, che facesse uscire la Germania dall’ermeneutica gabbia autarchica nella quale si era chiusa e la rendesse disponibili a riaprirsi al mercato mondiale. Il primo ministro Chamberlain, promotore di questa politica, conosceva i limiti della potenza britannica ; la riluttanza dei Dominions a lasciarsi trascinare in un conflitto; il radicato pacifismo dell’opinione pubblica; l’impreparazione militare del proprio paese. Gli inglesi non percepivano, dunque, Hitler come un pericolo e non si rendevano conto che prima vittima della nascita di una superpotenza europea sarebbe stato proprio l’impero britannico. Dopo l’Austria, venne per la Germania il momento di occuparsi della Cecoslovacchia,dove nella regione dei Sudeti, abitata prevalentemente da tedeschi, forte era il movimento autonomistico, impregnato di nazismo. Hitler ed il capo dei nazisti tedeschi nei Sudeti posero dapprima la questione dell’autonomia regionale poi quella dell’annessione alla Germania,accompagnata da un ridimensionamento della Cecoslovacchia. Subito il ministro degli Esteri britannico chiarì che la GB non avrebbe aiutato la Francia se questa, non direttamente attaccata, avesse appoggiato la Cecoslovacchia in una guerra contro i tedeschi. Anche Mussolini espresse il suo appoggio ad Hitler x la causa germanica nei Sudeti. Prima di agire militarmente, Hitler cercò di negoziare con la GB un accordo generale a spese dei cecoslovacchi, da egli accusati di nefandezze e omicidi. L’accordo prevedeva che il governo di Praga avrebbe dovuto accettare non solo la cessione dell’intera regione dei Sudeti alla Germania ma anche di accogliere le rivendicazioni territoriali polacche e ungheresi. Venne così convocata a Monaco una conferenza a cui presero parte Chamberlain, Hitler e Mussolini (nel ruolo di mediatore) senza consultare né il presidente ceco Benes né i sovietici, che sarebbero potuti intervenire in guerra qualora anche la Francia fosse entrata in guerra(come sottoscritto nel trattato del ‘35). Tutte le proposte del Fuhrer vennero accolte. Francesi ed inglesi si accontentarono di aggiungere le loro garanzie per l’integrità territoriale di ciò che restava della Cecoslovacchia,che dovette piegarsi ad accettare tutto. La pace era x il momento salva, ma Hitler non aveva ancora ultimato il suo piano. Dopo l’annessione dei Sudeti, infatti,obiettivo tedesco era ciò che restava della Cecoslovacchia,facendo leva sui dissensi che separavano i boemi dagli slovacchi,favorendo la creazione di regioni autonome e di nuovi movimenti indipendentisti. Poi manipolò gli esponenti dei governi di Praga e di Bratislava in modo da spingere i primi a chiedere l’intervento tedesco e gli altri a trasformarsi in uno stato indipendente,da sottoposto alla supremazia tedesca. Frattanto Hitler aveva già preso la decisione che avrebbero davvero portato alla guerra ovvero quella di eliminare la Polonia come fattore politico in Europa.,mediante un’altra “operazione chirurgica”, premessa di una guerra contro Parigi. I polacchi erano stretti in una morsa tra sovietici e tedeschi, che, dopo Monaco, iniziarono a premere per la creazione di un fronte antisovietico comune. Nell’ottobre 1938, Ribbentrop chiese alla Polonia la restituzione di Danzica e la costruzione di un’autostrada e di una linea ferroviaria extraterritoriale, che collegasse la Pomerania alla Prussica orientale. La Polonia mostrò di saper resistere alla pressione tedesca non cedendo alle loro richieste. Così, il 28

aprile, in uno dei suoi discorsi al Reichstag, Hitler affermò che tra i due paesi non esistevano più contatti diplomatici. Se prima il Fuhrer aveva ottenuto tutto attraverso una ricca azione di intimidazioni diplomatiche, ora l’esercito tedesco era pronto a condurre e vincere una “guerra lampo” contro la Polonia. In un discorso del 31 marzo del 1939 Chamberlain annunciò alla Camera dei Comuni che se un attacco tedesco alla Polonia ne avesse minacciato l’indipendenza, la GB e la Francia sarebbero accorse in suo aiuto. La GB, se da un lato voleva tutelare l’indipendenza polacca in caso d’aggressione, dall’altra non le prometteva garanzie d’integrità territoriale. Successivamente, Chamberlain promise alla Polonia un patto di mutua assistenza a cui avrebbe partecipato anche la Francia. Quanto alla Francia il 25/08/39, stipulò un accordo con i polacchi secondo il quale l’esercito francese avrebbe attaccato la Germania quindici giorni dopo l’offensiva tedesca alla Polonia. Mussolini, a sua volta, scelse di allinearsi alla Germania illudendosi di formare un fronte unito con le potenze occidentali, al quale la politica britannica toglieva ogni credibilità. Mussolini allora decise di stipulare un’alleanza formale con i tedeschi per cercare di condividere con essa i frutti della politica revisionista e per accrescere la propria statura nei confronti della Germania. Operò in tale direzione in primo luogo con l’occupazione dell’Albania, al fine di equilibrare le conseguenze balcaniche dell’Anschluss. In due giorni, il Duce riuscì ad annettere l’Albania al regno d’Italia, operazione che venne giudicata da Chamberlain un’inutile provocazione alle potenze occidentale. Il 22 maggio del 1939, a Berlino, l’Italia e la Germania firmarono il cosiddetto ‘Patto d’acciaio’, trattato che sanciva l’impegno ad un “continuo contatto” al fine di un’intesa su tutte le situazioni, e l’impegno in caso di guerra a prestarsi assistenza con tutte le proprie forze di terra, mare ed aria, se una delle due parti fosse stata coinvolta in un conflitto, indipendentemente dalla natura offensiva o difensiva. Mussolini non tenne conto degli interessi specifici dell’Italia. Infatti, nel patto non si chiariva che l’Italia sarebbe entrata in guerra non prima di tre anni né tanto meno si parlava dell’Alto Adige e della Polonia. Quanto alla Russia, stipulò con la Germania con la quale deteneva collaborazioni in campo tecnologico dal ‘21 un patto di non aggressione, il cosiddetto Molotov-Ribbentrop. Con tale patto, Hitler metteva in evidenza di voler prima demolire la Polonia, per poi volgersi contro Francia e GB rinviando ad una fase successiva la conquista dello “spazio vitale” sul territorio sovietico. L’accordo comprendeva un protocollo segreto che rappresentava il prezzo pagato da Hitler a Stalin per ottenere il consenso a distruggere la Polonia. Il protocollo esplicitava in 4 artt le sfere di influenza che le due potenze si riconoscevano nell’Europa orientale. Il primo art riguardava gli Stati baltici, e stabiliva che il confine della Lituania avrebbe rappresentato il confine tra le due zone d’influenza. Il secondo riguardava la Polonia e stabiliva che il confine tra le due aree fosse fissato lungo i fiumi Vistola e San; il terzo affermava l’interesse sovietico verso la Besarabia ed il completo disinteresse tedesco verso la regione; il quarto confermava l’assoluta segretezza del protocollo. Il patto capovolse la possibilità di un accordo tra GB, Francia ed URSS già profondamente minato anche solo nelle intenzioni dalle reciproche diffidenze e dall’ostilità polacca nei confronti dell’URSS.

7. Gli anni dell’ira: la fase europea della seconda guerra mondiale.

Il primo settembre le forze tedesche varcarono il confine polacco. Hitler definì l’azione come “un operazione di polizia” che non rivolta contro le potenze occidentali. Il 2 settembre l’Italia dichiarò la sua non belligeranza. Il 3 la GB e la Francia, secondo gli impegni assunti, dichiararono guerra alla Germania. Il 25 settembre,Varsavia era nelle mani dei tedeschi. Intanto, anche i sovietici varcarono il confine e si assediarono sulla linea stabilita dagli accordi del 23 agosto. Poco dopo gli stati baltici furono invitati a farsi

“proteggere” dall’Urss, primo passo verso la loro trasformazione in repubbliche socialiste sovietiche. Hitler aveva, in questo modo, attirato l’Urss nel suo gioco pensando che questa non fosse militarmente e tecnologicamente pronta ad affrontare una guerra contro la Germania e che ci fosse ancora del tempo prima che Stalin riuscisse a trasformare la potenza inerte del suo paese in un dato di fatto. Per un anno e mezzo i fatti gli diedero ragione, poi la situazione cambiò bruscamente ed in pochi mesi l’attacco alla Polonia era

stato il primo errore che Hitler commise nella sua vita politica. Circa i limiti delle ambizioni russe molto eloquente fu, invece, l’attacco contro la Finlandia, che si risolse in una mediocre prova fornita dalle armate sovietiche. La rapidità dell’aggressione in Polonia impedì qualsiasi iniziativa anglo-francese. Hitler credette,allora, possibile riaprire la strada di un compromesso e inaugurò un’offensiva di pace con un impudente discorso alle potenze occidentali nel quale ribadì il fatto che la Germania aveva riparato ad un altro torto subito. Il Fuhrer era disposto, perciò, a trattare, purché si tenesse conto della necessità di rivedere la situazione dell’Europa meridionale e

di quella centro-orientale, si costituisse una Polonia più piccola e remissiva ed una grande

coalizione antisovietica. Sia il governo francese che quello inglese ,però, respinsero la

proposta, dando così inizio ad una guerra a oltranza e tutti gli stati europei, meno la Spagna, il Portogallo, la Svezia e la Svizzera, vennero travolti dal conflitto.

Il 9 aprile le truppe tedesche invasero la Danimarca e la Norvegia. Fu poi il turno di Olanda

e Belgio. Il 14 giugno le forze tedesche entrarono trionfalmente a Parigi. Il 22 giugno il

governo Pétain firmò l’armistizio (nella foresta di Compiègne sulla vettura ferroviaria di Rethondes, dove era stato firmato l’armistizio del 18). La Francia settentrionale venne occupata dai tedeschi,mentre quella meridionale ,retta dal governo collaborazionista del

maresciallo Petain,con sede a Vichy, rimase sotto il controllo dell’ esercito francese ridotto

a 120000 uomini. Nell’armistizio non conteneva nulla dell’avvenire della Francia e delle

sue colonie,secondo la logica hitleriana di non umiliare il nemico,nella speranza di averlo inseguito come alleato. La clamorosa vittoria tedesca in Francia,persuase Mussolini ad entrare in guerra accanto alla Germania. Il 10 giugno 40,l’Italia dichiarava,così,guerra a Francia e GB. Con l’entrata dell’Italia in guerra,il conflitto si estese alle colonie italiane,tutte circondate da eserciti nemici;si estendeva alla penisola balcanica,dove l’Italia aveva poteri sovrani. Mussolini invase il territorio francese,e a distanza di pochi giorni,il governo Petain dovette firmò a Roma un armistizio in cui si dichiarava vinto in una guerra praticamente non combattuta,salvo pochi scontri di frontiera. La guerra cessava di essere combattuta nell’Europa occidentale,mentre ribollivano i Balcani (polveriera d’Europa)e gli stati revisionisti,forti dell’appoggio tedesco,avanzavano le loro proposte. La vittima principale fu la Romania che dovette cedere la Bassarabia all’Urss, la Dobrugia alla Romania e metà Transilvania all’Ungheria. Mussolini,intanto, (ottobre 40)volle aprire un nuovo fronte in Grecia,che mise subito in luce la fragilità della preparazione militare italiana. I greci resistettero e contrattaccarono,costringendo il Duce a chiedere aiuto alle truppe tedesche ed ungheresi,che imposero il loro armistizio e occuparono l’isola di Creta. Tutta l’Europa era in mani tedesche,fatta eccezione della GB di Churchill. Nel luglio 40,dinanzi alle reazioni americane dopo il crollo della Francia e rispetto al pericolo incombente sulla GB,Hitler si persuase che il vero nemico da combattere erano gli USA,ma che essi non sarebbero entrati in guerra prima del 42. L’atteggiamento americano,a sua volta,dipendeva dalle mosse giapponesi. Obiettivo finale di Hitler era quello di un sistema mondiale dominato dalla Germania,dal Giappone e ,magari in subordine,dall’Italia. Fu questo l’obiettivo del Patto Tripartito stipulato dai 3 paesi il 27 settembre 40.

La guerra globale e la genesi del sistema occidentale

1. Una proposta di lettura

Nel 41 la Germania dapprima motore della trasformazione,divenne oggetto della politica

altrui. Se il 33 è stato assunto come simbolo della frattura nel sistema economico globale e come l’inizio del tentativo di creare una forza autarchica europea,il 41,invece,può essere considerato come l’anno durante il quale il progetto mostrò la sua debolezza interna. Infatti,solo s3e la Germania e la GB si fossero alleate,il progetto avrebbe avuto qualche probabilità di successo. La GB,però,spinta a scegliere tra i legami con gli USA e quelli politici con l’Europa dominata da Hitler, aveva scelto, infine, di lasciare il Fuhrer combattere la sua battaglia da solo. La scelta del governo di Londra non era né in dolore né facile, poiché gli inglesi erano ben consapevoli che alla fine vi sarebbe stata una resa

dei conti in relazione alla supremazia economica, fra la piazza di Londra e quella di New

York. Dinanzi alle prime avvisaglie di crisi europea (nel ‘35), il Congresso americano approvò degli “Atti di neutralità”, che proibivano agli USA di vendere armi ed effettuare prestiti ai paesi belligeranti. La situazione, però, cominciò a mutare già nel ‘38, quando agli USA fu ben chiaro che se le potenze occidentali avessero dovuto affrontare una guerra contro la

Germania , esse avrebbero avuto bisogno dei loro capitali e dei loro rifornimenti. Si inserì in tal contesto la legge “Affitti e prestiti”, che segnò la ripresa di un ruolo attivo degli Stati Uniti verso l’Europa. La legge prevedeva che il governo americano potesse “vendere, affittare o prestare”, alle condizioni che avrebbe giudicato opportune, ”armi, munizioni, generi alimentari a quei paesi la cui tutela fosse stata giudicata vitale per gli USA”. L’ambasciatore tedesco a Washington affermò che la legge era un “tributo di vassallaggio” che la GB pagava agli USA. Quando il 22 giugno 41, le truppe tedesche iniziarono l’operazione Barbarossa, cioè l’attacco contro l’Urss, gli americani decisero di concedere aiuti anche ai sovietici, perché la sopravvivenza della Russia venne considerato di suprema importanza per la salvezza e la sicurezza degli Stati Uniti. Anche quando questi ultimi furono trascinati in guerre dall’improvviso, ma non inatteso, attacco giapponese a Pearl Harbor, tutta la strategia di guerra degli Alleati rimase immutata: il primo nemico da sconfiggere restò la Germania. Solo quando fossero state disponibili risorse sufficienti, si sarebbe potuto pensare ad una controffensiva rispetto all’avanzata giapponese. In quello stesso periodo, fu istituito, su proposta del segretario di Stato Cordell Hull, un “Comitato consultivo sulla politica estera post-bellica”, che si occupò di discutere tutti i problemi che gli USA avrebbero dovuto affrontare quando, dopo la vittoria, sarebbe caduta sulle loro spalle la responsabilità di riorganizzare la vita internazionale. Nacque in tal contesto l’idea

di creare un organizzazione che sostituisse la Società delle Nazioni, ovvero

l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il principio politico su cui si basava il progetto era la “durevole intesa” tra gli Alleati, secondo la teoria dei “4 poliziotti” (GB,Cina,USA ed Urss). Oltre alla riorganizzazione di un sistema di sicurezza, gli americani pensavano anche alla creazione di un sistema monetario e commerciale internazionale, che rendesse impossibile il ripetersi della crisi fra le 2 guerre. Da qui la creazione di una Organizzazione internazionale sul commercio che avrebbe dovuto determinare i termini di scambio all’interno di un solido sistema commerciale. Si trattava, però, di un progetto complicato, che non sarebbe mai giunto in porto e che fu sostituito dalla proposta di dar vita ad una

organizzazione dagli scopi più limitati, il GATT, che entrò in piena attività negli anni 50,quando gli effetti della guerra fredda si fecero sentire e senza che l’Urss aderisse. Per quanto riguarda la liquidità monetaria gli americani e gli inglesi diedero vita al Fondo monetario internazionale, Fmi, che creasse un sistema di cambi fissi e governati. Il Fondo doveva controllare le crisi monetarie, ma il fulcro del sistema era costituito dall’impegno americano ad accettare una parità fissa per il dollaro, che diveniva la moneta di riferimento capace di assicurare al Fondo risorse sufficienti per la sua funzione. La creazione dell’Onu, del Fmi e del GATT esprimeva la vocazione di organizzare il dopoguerra secondo formule basate sulla collaborazione tra le potenze della coalizione antinazista, con evidente prevalenza degli USA. Dopo aver determinato la scelta principale, la decisione di attaccare la Germania come primo obiettivo di guerra, gli americani si rassegnarono quasi controvoglia a cogliere l’occasione offerta dalla crisi monetaria e politica italiana. La crisi apparve in tutta la sua evidenza nel ‘42 e spinse gli americani a superare le loro esitazioni e a collaborare con la GB per una rapida diversione nel Mediterraneo. Quest’ultima si sviluppò lungo due linee:

la controffensiva britannica in Egitto per effetto della quale le forze italo-tedesche furono

costrette a ritirarsi sul territorio tunisino; e l’attuazione dell’operazione Torch, con lo sbarco della truppe anglo-americane e di contingenti francesi ostili a Vichy (collegate al Comitato France Libre di Charles de Gaulle) sul territorio nord-africano. La fine della presenza in Africa dell’autorità del maresciallo Petain spinse Hitler ad occupare quella parte della Francia lasciata libera dall’armistizio del ‘40. L’offensiva finale contro le truppe italo-tedesche in Tunisia terminò nel maggio ‘43. Da quel momento, la via verso l’invasione dell’ Italia era aperta e le operazioni ebbero inizio il 10 luglio, con un rapido successo degli Alleati. Il 25 luglio, con un colpo di stato, il governo Mussolini cadde e venne costituito un governo militare, capeggiato da Badoglio. Il 3 settembre ‘43, il nuovo governo firmò un armistizio con gli Alleati, che impegnava l’Italia a combattere contro i tedeschi. Nel giugno 44,quasi un anno dopo la resa italiana, le forze alleate attuarono l’operazione Overlord, ovvero lo sbarco in Normandia. La Francia venne liberata in poche settimane; mentre le forze sovietiche, occupata la Polonia, avanzavano fino a Berlino.

A conclusione del conflitto, si poneva per il Vecchio Continente il problema della questione

tedesca. Alla Conferenza di Potsdam (luglio-agosto 45) venne deciso che la Germania sarebbe stata occupata dalle quattro potenze (GB,USA,Francia ed Urss) che l’avrebbero amministrata secondo due condizioni fondamentali: tener conto delle “necessità vitali” dei tedeschi ed il criterio secondo il quale la Germania divisa sarebbe stata governata economicamente come un tutto unico. L’altro aspetto, quello delle riparazioni, vide i sovietici impegnati in una radicale opera di espianto dei complessi industriali che potevano

essere utilizzate nell’Urss. È evidente che si trattava di due modi contrapposti di concepire

il problema tedesco: mentre gli anglo-americani perseguivano la via di una vita politica democratica; i sovietici attuarono una politica di trasformazione economica (riforma

agraria, la chiusura delle banche private, la nazionalizzazione delle industrie). L’idea che

la Germania potesse essere amministrata come un’entità politica unica rimase sulla carta.

Su questo piano, l’estremo tentativo venne fatto dal segretario di Stato (USA) Byrnes che nel febbraio 46 diffuse una proposta di un rapido trattato di pace con la Germania accompagnato da un patto di garanzia quadripartitici per impedire la rivincita di velleità militaristiche. La risposta sovietica era condizionata dall’andamento dei negoziati per la concessione, da parte degli USA, di un consistente prestito e dai limiti politici che i sovietici volevano introdurre nel regime tedesco. Su tali temi si arenò il progetto Byrnes. Il clima internazionale si deteriorò rapidamente e gli americani si persuasero dell’impossibilità di un accordo durevole e della necessità di integrare le 3 zone di occupazione anglo-franco-americana. Al posto del multilateralismo si affermò il bilateralismo Est-Ovest.

Il baricentro della potenza mondiale si spostava dall’Europa agli USA, che si presentavano come la forza politico-economica capace di salvare l’Europa dai rischi che la minacciavano. Il deficit dei pagamenti, infatti, non faceva che approfondirsi e ciò metteva in luce il fatto che la sterlina non poteva più essere considerata come uno dei segni monetari necessari per il commercio mondiale. Solo il dollaro poteva salvare il sistema dei commerci internazionali da una paralizzante crisi di liquidità. Ebbe da qui origine il piano Marshall. Il dollaro divenne, quindi, la moneta mondiale e gli USA ‘la banca centrale del mondo’.

Le conferenze di pace.

Il 14/08/41 su di una nave da guerra al largo dell’isola di Terranova, Churcill e Roosvelt firmarono la ‘Carta Atlantica’, un documento in otto punti in cui i due statisti sancivano:

la condanna ai regimi fascisti;

le linee di un nuovo ordine democratico;

il rispetto dei principi di sovranità popolare ed autodeterminazione dei popoli;

il rispetto della libertà di commercio e di quella dei mari;

la cooperazione internazionale;

la rinuncia dell’uso della forza nei rapporti tra stati.

Il 01/01/42, si tenne la Conferenza di Whashington, dove le 26 nazioni in guerra contro l’Asse si riunivano per sottoscrivere la ‘Dichiarazione delle Nazioni Unite’, frutto di un precedente incontro tra Roosvelt e Churchill. La dichiarazione si proponeva come una sorta di manifesto della lotta contro l’Asse e contro il Giappone. I paesi aderenti si impegnavano a tener fede ai principi espressi nella Carta Atlantica ma soprattutto a non concludere armistizi o paci separate. Dall’ottobre del 43 divenne prassi consolidata convocare conferenze per affrontare la questione della riorganizzazione dell’Europa post-bellica, questione che divideva la ‘Grande Alleanza’. Conferenza di Mosca (ottobre ‘43): i tre ministri degli Esteri (Molotov, Eden, Hull) si incontrarono a Mosca per regolamentare ciò che era accaduto in Italia, ma anche per affrontare temi più generali. I tre ministri dovevano rimettere ordine riguardo i temi posti dalla resa italiana. Infatti, il modo secondo il quale gli anglo-americani avevano condotto il negoziato era stato approvato a malincuore dai sovietici. Venne, perciò, discussa a lungo la questione delle commissioni di controllo, e cioè del modo secondo il quale gli armistizi militari sarebbero stati seguiti da un controllo politico trilaterale. Nacque da qui la Commissione Consultiva Europea, che avrebbe dovuto predisporre i termini di una politica come nell’Europa liberata, ciò appariva coerente con il ‘Grand design’ roosveltiano, secondo il quale il dopoguerra sarebbe stato costruito sulle grandi istituzioni globali; mentre Molotov ed Eden erano più praticamente interessati dalla questione polacca e da quella jugoslava.

Conferenza del Cairo (novembre ‘43): Stalin, Churchill e Roosvelt si incontrarono dopo che i due leader occidentali ebbero discusso con il presidente cinese Chang Kai-Shek la situazione dell’area estremo orientale. Con la conferenza Roosvelt voleva legittimare la tesi secondo la quale esistevano quattro potenze e tra queste vi era la Cina e non la Francia. Il presidente americano promise alla Cina il suo appoggio nel recupero di ciò che il Giappone le aveva sottratto e riconobbe il primato cinese nell’Asia orientale. Le sole richieste che Roosvelt non accettò furono quelle che avrebbero indebolito la posizione americana rispetto alla Russia, sulla base dell’idea che la Mongolia ed altri territori, che la

Cina intendeva occupare, potessero diventare l’oggetto di un negoziato per impegnare i sovietici ad entrare in guerra contro il Giappone.

Conferenza di Teheran (dicembre ‘43): la conferenza fu l’occasione durante la quale vennero prese le decisioni più importanti per il futuro della storia del mondo. Sul piano militare, Stalin, Churchill e Roosvelt assunsero l’impegno che l’apertura del “secondo fronte” in Francia,x alleggerire la pressione tedesca sul fronte orientale,richiesto da Stalin sarebbe stata effettuata entro il 1 maggio 44. Comandante supremo alleato della missione fu Eisenhower, noto per l’abilità dimostrata nell’esercizio del comando sulle forze in campo. Dal canto suo, l’URSS si impegnava a dichiarare guerra al Giappone entro tre mesi dalla fine della guerra in Europa, condizioni da determinare. Sul piano giuridico-politico, invece, Roosvelt riprese le sue idee in ordine alla creazione dell’ONU, nella quale si sarebbe potuto discutere sulla pace; sulla questione coloniale e sulle Nazioni Unite, punti sui quali Stalin e Roosvelt non ebbero difficoltà ad accordarsi. Le discussioni di Teheran affrontarono altri temi scottanti, tra cui la questione polacca. Churchill acconsentì che i sovietici si tenessero i territori polacchi occupati nel 39, mentre la Polonia poteva espandersi, a titolo di riparazione per la porzione di territorio perduta a danno della Germania, sino al fiume Oder. In tal modo, il principio dell’indipendenza era mantenuto, quello dell’integrità molto meno. Roosvelt non acconsentì subito a quanto proposto da Churchill per questioni di politica nazionale (elezioni presidenziali), per cui fu concordato con Stalin che la formalizzazione dell’intesa sarebbe stata rimandata alla Conferenza di Yalta. Altra grande questione era quella della Germania che mantenne la sua integrità territoriale, fatta eccezione per il confine con la Polonia e per alcune richieste sovietiche di concessioni territoriali. La Finlandia, che aveva preso parte alla guerra affiancandosi alla Germania, invece, sarebbe dovuta ritornare ai confini del 40 (dopo la guerra d’inverno, attacco sovietico). Un facile accordo, inoltre, venne raggiunto sulla necessità di aiutare economicamente l’Iraq, prostrata dalla guerra; su quella di dare un massiccio appoggio ai partigiani di Tito in Iugoslavia; infine, gli inglesi preannunciarono la loro intenzione di occuparsi della liberazione della Grecia.

Conferenza di Casablanca (gennaio ‘44): Roosevelt e Churchill concordarono che,chiuso il fronte africano,lo sbarco sarebbe avvenuto in Italia. Nella stessa,Roosevelt annunciò alla stampa che gli Alleati avrebbero accettato dalle potenze avversarie solo una “resa incondizionata”,x rassicurare i sovietici sulla serietà dell’impegno degli alleati.

Conferenza di Mosca (ottobre ‘44): Al vertice presero parte Churchill e Stalin,senza Roosevelt impegnato nella sua quarta campagna elettorale. Da poche settimane gli Alleati erano sbarcati in Normandia mentre i sovietici si dirigevano dalla Romania verso la Bulgaria e l’Ungheria. Churchill giunse così alla conclusione che fosse indispensabile porre un freno all’avanzata sovietica.

Churchill si mosse,quindi,in tale direzione esponendo con spregiudicatezza le percentuali di influenza delle quali avrebbero goduto nei Balcani a guerra finita:in Romania l'influenza sovietica sarebbe stata del 90%,quella occidentale del 10%;viceversa in Grecia le proporzioni si sarebbero capovolte a favore della GB;in Bulgaria l'Urss avrebbe disposto del 75% di influenza,gli occidentali del 25%;in Ungheria ed in Jugoslavia la partizione sarebbe avvenuta sulla base del 50% ciascuno. In tal modo,gli inglesi si proponevano di evitare la sovietizzazione dei Balcani e dell'Europa.

Conferenza di Yalta (11 febbraio ‘45): Gli Alleati dilagavano verso il territorio tedesco e l'Armata Rossa occupava quasi tutti i Balcani e la Polonia,dove dai primi del 45,si costituì

un governo provvisorio,il Comitato di Lublino,formato da simpatizzanti e componenti del Partito comunista polacco,il quale avrebbe dovuto sostituire il governo legittimo in esilio. Yalta rappresentò una pausa di moderazione e un'occasione di inattesi compromessi tra i 3 statisti (Stalin,Churchill e Roosevelt). A Yalta,infatti, vennero prese le decisioni conclusive x la convocazione della conferenza che avrebbe varato l'Onu. Vi erano,però,alcuni temi cruciali che esigevano una soluzione politica. Il primo di questi temi riguardava il numero dei rappresentanti che l'Urss avrebbe avuto all'Assemblea generale dell'Onu. I sovietici avevano richiesto che tutte le Repubbliche dell'Urss fossero ammesse singolarmente all'Organizzazione. Si trattava di una richiesta priva di fondamento giuridico, poiché nessuna delle repubbliche aveva personalità internazionale riconosciuta. Il compromesso di Yalta, dato dalla decisione di far partecipare come stati fondatori anche la Bielorussia e l'Ucraina, fu, quindi, una prova di buona volontà degli Alleati. Il secondo tema, anch'esso politicamente importante, riguardava l'esigenza di escogitare un meccanismo che impedisse al Consiglio di sicurezza, organo esecutivo dell'Onu, di assumere deliberazioni contrarie ad una delle cinque potenze permanenti (Cina, URSS, USA, GB, Francia). Il nodo venne attribuendo loro il diritto di veto, cioè il potere di paralizzare le Nazioni Unite se queste si fossero rivolte contro i loro interessi. L'ultimo tema relativo allo statuto dell'Onu riguardava la questione coloniale. Venne stabilito che i paesi non ancora divenuti indipendenti e le colonie appartenenti a stati ex nemici sarebbero stati sottoposti ad Amministrazione fiduciaria sotto tutela delle Nazioni Unite. Il più importante tema discusso a Yalta era quello della Germania. Venne adottata l'idea di creare quattro zone di occupazione (quella francese all'interno delle zone americana e britannica). Inoltre, venne stabilito che la Germania avrebbe dovuto versare, a titolo di riparazioni, 20 milioni di dollari agli Alleati. Sulla questione polacca, dopo la conferenza di Teheran ed i fatti compiuti dai sovietici, vi era poco da deliberare dal punto di vista politico. Restava il problema politico. Infatti la trasformazione del Comitato di Lublino in governo provvisorio era stato un colpo di mano difficile da digerire per gli occidentali, per i quali la difesa del governo in esilio era una questione “d'onore”. La definizione di un compromesso non fu facile. La formula infine escogitata prevedeva che, a guerra finita, sarebbe stato costituito a Varsavia un governo provvisorio di unità nazionale, che avrebbe dovuto indire elezioni libere, entro il più breve possibile. L'altro tema caldo di Yalta fu la “Dichiarazione sull'Europa liberata”, un documento programmatico che definiva i caratteri della politica che i tre vincitori avrebbero osservato ovunque fossero giunti i loro eserciti. Erano impegni alla reciproca consultazione, alla denazificazione, ma soprattutto impegni a operare perchè in ogni stato europeo fosse possibile la creazione di “istituzioni democratiche”, scelte mediante libere elezioni.

7. La mancata integrazione globale e la nascita dei blocchi

Il ritorno degli Usa in Europa nel 41 era dettato dalla speranza di ricomporre,sulle rovine del disordine protezionistico e su quelle,meno metaforiche,provocate da bombardamenti e combattimenti che avevano raso al suolo intere città europee,un sistema economico aperto in cui vigessero le regole del diritto internazionale. Gli USA,del resto,erano il solo paese che usciva intatto e rafforzato dal conflitto. Durante tutto il periodo staliniano,prima della guerra e dopo il 41,il filo di una robusta collaborazione tecnologica e commerciale fra l'Urss ed i paesi occidentali nn si era mai spezzato. Lo sfondo di questa collaborazione fu rappresentato dagli aiuti basati sulla legge “Affitti e prestiti”,ma sopratutto dall'ipotesi che gli USA fossero disposti nel dopoguerra a

sovvenzionare la ricostruzione sovietica. Il prestito sarebbe stato un elemento di forte

convergenza fra le 2 grandi potenze che avevano vinto la guerra. Prima della Conferenza di Yalta, il 3 gennaio 45, Molotov illustrò ad Harriman, nuovo ambasciatore degli USA (protagonista di molte fasi della relazione fra i due paesi), la richiesta sovietica: un prestito di 6 miliardi di dollari, grazie al quale i sovietici avrebbero potuto effettuare ordinazioni importanti sul mercato americano. Di questo si discusse per mesi, senza grandi risultati. Nel ‘46, infatti, le tensioni politiche tra i USA ed URSS avevano già raggiunto un livello tale da rendere impossibile qualsiasi accordo. I sovietici divennero sempre più reticenti e sempre più ostili rispetto ad ogni ipotesi americana di collaborazione. Il distacco tra Urss ed USA era, inoltre, approfondito dal modo in cui si era conclusa la guerra contro il Giappone. Il 26 luglio, infatti, GB, USA e Cina (non era presente il governo dell'Unione sovietica poiché non si trovava in stato di guerra contro il Giappone) inviarono un pesante ultimatum a Tokyo, nel quale si faceva riferimento ai rischi impliciti alla prosecuzione delle ostilità. Il 6 ed 9 agosto vennero sganciati su Hiroshima e Nagasaki due ordigni nucleari, che rasero al suolo le città e provocarono migliaia di vittime. Ogni speranza giapponese di compromesso venne a cadere l'8 agosto, quando il governo sovietico le dichiarò guerra. L'imperatore Hiroito, suprema autorità morale e religiosa del paese, annunciò al Supremo Consiglio imperiale la decisione di accettare la proposta di pace degli Alleati. Le operazioni militari vennero sospese ed il 2 settembre venne firmato l'armistizio che, lungi dall'essere una resa senza condizioni, conteneva garanzie per la tutela dell'Imperatore. La vittoria americana sul Giappone influì sulla posizione sovietica per vari motivi. Stalin non venne privato di ciò che gli era stato promesso a Yalta, ma l'importanza del successo americano stava altrove: nel fatto che le forze statunitensi avrebbero occupato da sole il Giappone e la Corea del Sud e nel fatto che esse dimostravano di poter dominare non solo l'Atlantico e l'Europa, ma anche l'Asia. L'altra novità di fondo rispetto ai rapporti sovietico-americani fu l'affiorare della questione nucleare. Da anni alcune delle maggiori potenze (Germania, GB, USA, URSS) avevano ingaggiato una gara serrata per la conquista del primato nucleare e gli americani giunsero per primi sul traguardo.

In tal senso le Nazioni Unite nascevano sotto una cattiva stella. Nella Conferenza di San

Francisco (aprile/giugno ‘45) fu approvata la Carta dell'ONU da 51 Stati. L'Organizzazione

alla quale dava vita era analoga alla Società delle Nazioni, ma per molti aspetti più complessa. Compito primario dell'Onu era mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Era fatto obbligo agli stati membri di tenere permanentemente a

disposizione contingenti speciali che sarebbero stati posti sotto il controllo di un Comitato di Stato Maggiore, che avrebbe operato secondo le deliberazioni del Consiglio di sicurezza. Altre parti della Carta affrontavano il tema coloniale, assumendo la definizione

di “territori non autonomi” per tutti quei paesi che si trovavano in un regime coloniale

diverso dall'amministrazione fiduciaria. L'Assemblea dell'Onu tenne la sua prima riunione a Londra nel gennaio ‘46 e da allora divenne teatro più che della collaborazione internazionale, di tensioni latenti. Fra le prime risoluzioni adottate a Londra vi fu l'istituzione della Commissione per l'energia atomica che

avrebbe dovuto avere il compito di definire le regole per l'uso sicuro e pacifico dell'energia nucleare. A causa, però, di reciproche diffidenze, l'ipotesi di un organismo preposto al controllo dell'uso di energia nucleare cadde miseramente. Furono necessari una ventina d'anni perchè le superpotenze trovassero un primo accordo.

In pochi mesi dalla fine del conflitto, dunque, si era creato un profondo senso di diffidenza

reciproca tra i vincitori. L'Urss era una potenza dalle enormi dimensioni geografiche e dalle immense riserve di materie prime, ma doveva affrontare giganteschi problemi di ricostruzione materiale, e sul

piano internazionale, doveva definire i suoi obiettivi globali. Mentre per gli Usa il problema della globalità non esisteva, per i sovietici doveva essere risolto attraverso alcune questioni di non facile soluzione quali: la questione tedesca, il problema dei Balcani, quello degli Stretti e dell'accesso al Mediterraneo, la possibilità di ampliare l'influenza in Asia. Stalin guidò le operazioni per raggiungere tali obiettivi con mano pesante. Così, mentre l'egemonia statunitense veniva esercitata in modo poco visibile e la sua occupazione militare dei paesi ex nemici avveniva tra la gratitudine della popolazione; l'egemonia sovietica si manifestava in maniera oppressiva (espropriazione di industrie e beni di consumo nei paesi occupati, elezioni non corrette). In Polonia, in Romania, in Bulgaria ed in Ungheria furono istituiti governi di coalizione, composti in maggioranza da comunisti. In Jugoslavia, dove gli accordi di Yalta avevano previsto un governo di unità nazionale, il maresciallo Tito, eroe della resistenza, presentò alle elezioni una lista di Fronte popolare che acquistò oltre il 90% dei voti espressi. Da un mondo che prima della guerra era stato dominato dal latifondismo agrario e dalla piccola proprietà contadina uscivano ora votazioni contraddittorie rispetto ai presupposti sociali sui quali esse avrebbero dovuto essere basate. Questo non era altro che frutto dell'opera di stalinizzazione che i sovietici erano riusciti ad imporre. Quanto alla questione tedesca, il segretario di Stato americano Byrnes, nel febbraio ‘46, fece circolare l'idea di un patto venticinquennale di garanzia contro la rinascita del militarismo tedesco, ma Molotov respinse la proposta, affermando in seguito che i sovietici non accettavano alcuna forma di garanzia poiché rifiutavano la presenza americana in Europa. Stalin aveva da sempre considerato le forze borghesie occidentali come avversari da combattere o con i quali collaborare temporaneamente (Come nel ‘39-‘41 aveva collaborato con i tedeschi, dal ‘41-‘51 con le potenze occidentali). Nel ‘46, vista l'impossibilità di accrescere ulteriormente le conquiste ottenute in guerra, cadevano le ragioni di una convergenza con l'Occidente e Stalin riprese il concetto dell'inevitabilità della guerra fra il sistema comunista e quello capitalista. L'incubazione della svolta americana, invece, richiese alcuni mesi e si espresse attraverso la dichiarazione Truman ed il piano Marshall. Il 21 febbraio ‘47, il governo di Londra rese nota la decisione rese nota la decisione di sospendere la convertibilità della sterlina e quella di ritirare le truppe inglesi dalla Grecia, dove esse appoggiavano il governo di Atene contro la guerriglia comunista. La crisi britannica mise in evidenza le difficoltà che riguardavano tutta l'Europa occidentale. Infatti, ovunque il tentativo di ricostruzione era stato finanziato dalla esportazione e dagli aiuti americani. Si apriva, quindi, un deficit finanziario che in breve si sarebbe trasformato in una voragine. Il 12 marzo ‘47, inoltre, il presidente Truman annunciò al Congresso la decisione di difendere la Grecia e la Turchia, entrambe sotto le pressioni sovietiche, concedendo loro un aiuto di 400 milioni di dollari ed altri aiuti in beni di consumo, per proteggere questa parte del mondo dai rischi che la minacciavano (il discorso divenne noto come “Dottrina Truman”). Il 5 giugno ‘47, il segretario di Stato Marshall, in un discorso ad Harvard, rese pubblico nelle sue linee generali il programma di aiuti all'Europa, compresa l'Urss ed i paesi ad essa vicini. Dapprima sovietici, cecoslovacchi, polacchi ed ungheresi parvero accettarlo, solo in un secondo momento Stalin, percepito il significato politico che esso avrebbe assunto, rifiutò la proposta. Nel settembre ‘47, infatti, si tenne in Polonia una riunione dei rappresentanti dei partiti dell'Europa orientale, più quello italiano e francese. Nel comunicato finale della conferenza, da cui nasceva la nuova Internazionale Comunista, il Cominform, con sede a Belgrado, venne ribadita la divisione del mondo in due “campi” avversi. Intanto, tutti i paesi occidentali, anche quelli neutrali in guerra, comprese le zone occidentali della Germania, prendevano parte alla prima organizzazione europea del dopoguerra, l'Oece (organizzazione europea di cooperazione economica).

DALLA

(1947-1964)

GUERRA

FREDDA

ALLA

1. Una proposta di lettura.

COESISTENZA

COMPETITIVA

La nascita di due “campi” contrapposti provocò il cambiamento delle regole delle relazioni internazionali. Dopo il ’47 queste cambiarono nel senso della semplificazione e dell’estensione. La semplificazione era determinata dal fatto che da allora nella vita internazionale gli interlocutori effettivi si ridussero a due: gli USA e l’URSS. Gli altri potevano fare solo da coro sullo sfondo. Per qualche anno la Francia credete di poter operare ancora in modo autonomo, ma nel ’54, con la sconfitta nel Vietnam e durante la conflagrazione anticoloniale dell’Africa del nord, tale illusione perse di senso. Per qualche anno, anche la Gran Bretagna, forte dei suoi ancora vasti domini coloniali,

credette di poter affiancare il suo primato a quello americano, ma l’umiliazione subita con il fiasco della spedizione di Suez (1956) fu la dimostrazione dell’impossibilità per i britannici

di azioni non concordate con gli USA.

Nessuno nel “campo” sovietico osò contrapporsi alla direttive della potenza guida. Solo la Cina fino al ‘58-’59. Del resto chi osava dissentire veniva escluso, come accade alla Jugoslavia del Maresciallo Tito . Esisteva un sistema tendenzialmente bipolare. Le due grandi potenze soltanto avevano la forza necessaria per condurre sino in fondo uno scontro militare; avevano il potere politico per interferire praticamente nell’ambito dei rispettivi sistemi; guidavano blocchi economici sostanzialmente omogenei. Guidavano due imperi di genere nuovo legati da una potente affinità ideologica. Il secondo aspetto è quello dell’estensione. Le relazioni internazionali divennero elaborazioni ispirate ad una visione inevitabilmente complessiva del panorama mondiale. I rapporti tra i due “blocchi” erano condizionati dal modo secondo il quale si era giunti alla nuova situazione. Infatti, ciò era il frutto di contrapposte visioni del mondo. Le concezioni

sociali, la natura dei rispettivi sistemi economici, la diversità delle ambizioni politiche e dei progetti di controllo internazionale erano altrettanti elementi che gettavano combustibile nell’antagonismo tra le due superpotenze.

Si attribuì alla contesa la definizione di “Guerra Fredda”, per definire lo stato delle relazioni

tra USA e URSS, che viveva una lotta combattuta con mezzi pacifici ma con una virulenza, anche propagandistica, tale da suscitare l’impressione che il conflitto potesse definirsi come una “guerra”. Ma definire il periodo storico che va dal secondo dopoguerra alla caduta del muro di Berlino (1989) è semplicistico e ingannevole. Le relazioni tra le due superpotenze non furono un continuum conflittuale ma rapporti complessi caratterizzati da fasi diverse.

Il governo degli USA aveva rinunciato ai grandi progetti Roosveltiani con la politica del

containment. Accettava il mancato adempimento degli impegni assunti da Stalin a Teheran, Yalta e Potsdam e subiva la sovietizzazione della zona di occupazione orientale della Germania, della Polonia e dell’Europa balcanica. La questione era di impedire, mediante una politica di contenimento, cioè di efficace risposta politica a ogni iniziativa

staliniana, che i sovietici ampliassero ulteriormente il loro dominio e di aspettare che le contraddizioni insiste nella natura del sistema sovietico prevalessero. Contenere significava organizzare quegli stati che erano sotto l’influenza statunitense per dare vita ad un insieme di relazioni vitali e durevoli. In tal senso, più che dalla “dottrina Truman”, il ruolo fondamentale sarebbe stato svolto dal Piano Marshall, l’attuazione del quale avrebbe reso possibile un completo risanamento dell’Europa e la creazione di un rapporto “virtuoso” tra l’economia americana e quella europea. Europa Occidentale e Stati Uniti avrebbero costituito, sotto l’egida americana il soggetto capace di catalizzare l’economia mondiale, sottraendola a tentazioni collettivistiche.

Il punto politicamente più delicato consisteva nell’acquisizione del consenso da parte dei

governi interessati, senza esercitare coercizioni visibili. L’operazione risultò abbastanza semplice tranne che per pochi casi in cui gli USA provocarono l’estromissione dei partiti comunisti dalle coalizioni di governo e, solo in Italia ciò ebbe un vasto eco poiché le sinistre erano in quel momento giuridicamente maggioritarie nel paese. Tra il 1945 e il 1953 l’Europa Occidentale ricevette dagli USA aiuti per un ammontare di 26.365 milioni di dollari accompagnati da un progetto di evoluzione economiche che accelerò il processo di integrazione europea.

Il “campo sovietico”. Non vi fu da parte sovietica una politica di aiuti per la ricostruzione,

poiché la politica dell’URSS doveva, in quella fase, sopportare oneri ben più pesanti di quelli americani. Vi fu piuttosto una politica di sfruttamento delle risorse dei paesi occupati

e in particolare della zona orientale della Germania. La nascita del Cominform aveva posto come primo problema la questione ideologica. Questa riguardava la distinzione tra “Internazionalismo Proletario” e “Vie Nazionali al Socialismo”. Dirigenti del comunismo polacco (Gomulka), di quello bulgaro (Kostov), di quello rumeno (Patrasçan), di quello ungherese (Rajk) e di quello jugoslavo (Maresciallo Tito) propendevano verso una concezione “nazionalistica” del comunismo.

Il chiarimento tra le due concezioni ebbe luogo a partire dalla conferenza costitutiva del Cominform e dopo di allora fu chiaro che le “Vie nazionali” erano un’eresia. Nel ’48 ebbero luogo l’espulsione della Jugoslavia dal Cominform per deviazionismo ideologico e il “Blocco di Berlino”.

Posta al centro della zona sovietica, Berlino era amministrata da un’assemblea cittadina

nella quale i partiti filoccidentali avevano l’80% dei voti e i socialisti prosovietici il 20%. Negli accordi tecnici raggiunti dopo Potsdam erano stati definiti corridoi ferroviari, autostradali ed aerei lungo i quali americani, francesi e britannici potessero comunicare con le rispettive zone di occupazione. Queste intese richiedevano la volontà sovietica di collaborare e la rinuncia di ogni tentativo di annullare l’internazionalizzazione di Berlino. Invece dalle proposte emerse dalla prima guerra del ’48 quando nelle tre zone occidentali

si iniziò a parlare di riforma monetaria, preludio all’unificazione delle stesse zone di

occupazione. I sovietici accusarono gli occidentali di aver violato gli accordi di Potsdam sull’unita economica della Germania e alla fine del ’48 bloccarono le comunicazioni tra

Berlino e le zone occidentali della Germania. Il blocco venne tolto nel ’49 subito dopo la

firma del Patto Atlantico quando la nascita di due stati separati in Germania era sul punto

di essere completata. Da allora Berlino divenne una città simbolo della fase acuta della

Guerra Fredda, della divisione dell’Europa e del modo diverso con cui i regimi occidentali e quelli dell’Europa Orientale organizzavano la loro vita pubblica e privata. Le crescenti difficoltà nei governi dei paesi satelliti dell’Europa Orientale erano la spia dell’impossibilità del governo di Mosca di mantenere la coesione in un mondo così profondamente solcato dalle diversità e dalle rivalità; il tentativo di costringere con mezzi repressivi l’economia dell’Europa Orientale a collegarsi con l’Unione Sovietica e trasformarsi secondo le esigenze indicate da Mosca si scontrava contro l’obiettiva difficoltà di modificare modi di vita che avevano radici secolari. Durante tutta la sua storia, il blocco sovietico conobbe un solo momento di convergenza, nel 1955, quando venne firmato il Patto di Varsavia, in risposta alla creazione della Nato e al riarmo della Germania. Era comunque una convergenza imposta con la forza. Dopo lo scisma jugoslavo del 1948, nel ?53 lo sciopero generale proclamato nella Germania Est e le sollevazioni operaie vennero represse; nel ’56 la crisi della destalinizzazione attraversò tutta l’Europa centro-orientale, suscitando la ribellione dei polacchi, placata con mezzi pacifici, e la rivolta ungherese, risolta con una repressione sanguinosa; nel ’61, il governo della Germania orientale, per porre un argine alla fuga verso ovest di centinaia di migliaia di persone, fu spinto verso la decisione di costruire il famigerato “muro di Berlino”; nel ’68, le truppe sovietiche e quelle del Patto di Varsavia dovevano ricondurre all’ordine voluto da Mosca la Cecoslovacchia, dopo il vano tentativo di instaurare nel paese un “socialismo dal volto umano”. Le superpotenze erano dunque presenti in Europa secondo modelli molto diseguali. Nella prima fase della guerra fredda, pressappoco fino 1955, esse operarono per il consolidamento dei blocchi rispettivi. Frattanto l’Unione Sovietica conobbe il travaglio della destalinizzazione (Stalin morì il 5 marzo 1953) e l’Europa occidentale cominciò ad avvertire in maniera sempre più pesante gli effetti della decolonizzazione. Furono, quelli, gli ani in cui il conflitto tra le due superpotenze acquistò rapidamente una divisione globale. Nessun continente venne risparmiato. La campagna antifrancese in Asia; quella antibritannica nel Medio Oriente; quella antiamericana nell’emisfero occidentale non furono che le prime scintille di un grande incendio. Tuttavia incominciava a cambiare anche il campo della contesa. Si affacciavano temi nuovi: in primo luogo la gare per la supremazia nucleare. Dopo che, nel ’49 l’Unione Sovietica aveva rivelato di possedere anch’essa l’arma atomica e di avere già iniziato la costruzione della bomba H, gli USA si misero subito sulla stessa scia. Intanto era iniziata anche la competizione per la supremazia nella costruzione di vettori missilistici, specie di missili balistici intercontinentali e di missili capaci di lanciare missili nello spazio. Nel 1957 l’Unione Sovietica tagliava per prima il traguardo con lo Sputnik , mentre gli americani nel 1969 fecero sbarcare un uomo sulla superficie lunare. Per quanto riguarda il processo di decolonizzazione americani e sovietici fecero a gara, per qualche anno, nel fornire aiuti, nell’inviare tecnici, nel proporre modelli di sviluppo. Questa gara, questo periodo venne definito della “coesistenza competitiva”. L’ampliarsi della contrapposizione costituiva, insieme alle tensioni precedenti, costituiva una miscela esplosiva. La competizione militare e missilistica esponeva l’umanità ai rischi dall’autodistruzione. L’”equilibrio del terrore” offriva molte certezze offensive ma anche una sorta di insicurezza esistenziale collettiva. Si affacciava il problema di allentare il conflitto, avviando qualche forma di distensione. Possono essere esemplari alcuni eventi: la conferenza di Ginevra (1955);la visita di Chruscev negli USA (1959); un tentato vertice di Parigi (1960); parve toccare il punto più basso nel corso della crisi dei missili a Cuba (1962), ma dopo tale data si modificò rapidamente, così da consentire che si giungesse al Test Ban Treaty, il trattato di sospensione degli esperimenti nucleari nell’atmosfera (1963), che per la prima volta segnò il reciproco impegno degli stati Uniti e dell’Unione Sovietica di “governare insieme” il più esplosivo dei conflitti che dividevano le superpotenze, avviando

l’inizio di una stagione di negoziati durante la quale il ricordo delle esperienze del passato perse le sue specifiche connotazioni per dare luogo a grandi speranze di distensione internazionale.

2. L’evoluzione del sistema dei blocchi.

Fra il 1947 e il 1955 entrambi i blocchi vennero strutturati in maniera organizzativa molto precisa. Il Piano Marshall non era una strutturazione. L’Eca (European Cooperation Administration)non era un’organizzazione ma solo l’organismo mediante il quale gli Stati Uniti coordinavano gli aiuti all’Europa. Nemmeno l’Oece era, ai suoi inizi,

un’organizzazione perchè essa era stata costituita per la formulazione dele richieste europee di aiuto agli USA. Solo l’Unione Europea dei pagamenti era un’organizzazione, ma dal carattere tecnico. L’evolvere del sistema occidentale verso una più rigorosa disciplina politica e, in seguito, militare, ebbe inizio nel 1948. Nel 1947 si svolse a Londra un’inutile sessione del Council of Foreign Ministers, per iniziare la discussione sul trattato di pace con la Germania. In questa occasione si pervenne alla conclusione che il pericolo di una rinascita tedesca era assai meno grave della minaccia sovietica. Lo stesso anno il ministro degli Esteri laburista inglese. Bavin, pronunciò alla Camera dei Comuni un forte discorso nel quale denunciò con eloquenza il carattere aggressivo della politica estera sovietica e chiamò con energia i paesi europei a dare una risposta appropriata allo stalinismo (egli parlava di “Unione occidentale”). Come avevano gia fatto con il Piano Marshall, gli americani si dichiararono disposti a partecipare alla difesa purché questa non fosse dettata da interessi nazionali ma da una visione generale. Dagli Usa partiva un forte impulso verso la trasformazione degli ideali europeistici. Il discorso di Bavin mise in moto un rapido negoziato e un più lungo processo politico. Nel

1948 venne firmato il Patto di Bruxelles, il primo trattato multilaterale diretto formalmente a

tutelare i cinque firmatari (Gran Bretagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo)

dalla minaccia di una ripresa aggressiva della Germania o da “qualsiasi situazione che potesse rappresentare una minaccia contro la pace, dovunque essa si fosse presentata”. Il patto era solo il primo passo di un processo più vasto. Parallelamente gli esponenti del movimento europeo, cioè di una consociazione di organizzazioni europeiste, tennero nel

1948 all’Aja un congresso europeo che contribuì ad assimilare il trattato di Bruxelles e i

successivi negoziati per l’Alleanza Atlantica con il movimento europeistico. Il congresso portò alla nascita del Consiglio d’Europa, il negoziato alla stipulazione del Patto atlantico. A marzo il presidente Truman assicurò che l’appoggio americano non sarebbe mancato. Negli Stati Uniti prevaleva la convinzione che il Piano Marshall fosse più che sufficiente a favorire la rinascita dell’Europa occidentale e, di conseguenza, il contenimento delle pressioni sovietiche. Era anche diffusa la persuasione che Stalin, una volta assimilata la Cecoslovacchia al “campo” sovietico, non nutrisse intenzioni militarmente aggressive verso il resto d’Europa. L’esito, trionfale per i partiti filoamericani, delle elezioni politiche italiane (’48) rassicurava anche circa le sorti del paese più esposto a eventuali colpi di mano provenienti dalla Jugoslavia. Questo insieme di elementi rendeva difficile per gli americani comprendere le ragioni vere delle paure europee e le conseguenti insistenze. Gli europei premevano a tal punto da avviare una serie di incontri con i capi militari americani e canadesi (noti come Pentagon Talks) per studiare la natura vera della minaccia sovietica e i mezzi tecnici per respingerla. Al Senato, Truman poteva puntare sulla presenza del senatore Vandemberg, il collaboratore più adatto per superare quelle obiezioni che avevano la loro radice nella

tradizione originaria degli USA di non sottoscrivere entangling alliances (alleanze vincolanti) all’esterno dell’emisfero occidentale. Le discussioni su questo temo ebbero luogo mentre a Berlino i sovietici protestavano con crescente energia e ferme minacce di ritorsione verso i progetti occidentali di cambio del marco. La risoluzione Vandemberg venne approvata lo stesso giorno nel quale i sovietici ponevano in essere le prime misure relative al “blocco di Berlino”. Ciò che accadde poi

nella ex capitale tedesca non fece poi che consolidare la determinazione che doveva portare al Patto atlantico. La risoluzione infatti concedeva la potestà al presidente americano di stipulare accordi regionali o accordi collettivi concernenti la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Per gli Usa fu una svolta storica che ampliava verso l’ambito politico-militare l’impegno che essi stavano assumendo come potenza guida del “campo” occidentale. Il 4 aprile 1949 a Washington fu firmato il trattato del Patto atlantico. Ma c’erano tre questioni aperte riguardanti il Patto. La più importante riguardava la natura dell’impegno che i contraenti avrebbero assunto mediante l’alleanza, poiché da essa sarebbe derivata

la natura delle azioni che ciascuno avrebbe dovuto compiere qualora si fosse verificato il

casus foederis (l’evento che avrebbe provocato l’entrata in funzione delle garanzie negoziate).

Il cuore politico dell’Alleanza era rappresentato da una garanzia difensiva contro l’attacco

di terzi. Ma l’articolo del trattato riguardante ciò non era molto esplicito. Infatti la natura

delle azioni da intraprendere era lasciata ai singoli membri dell’Alleanza; queste non sarebbero state necessariamente di natura militare. Questa era una garanzia indiretta per

il Senato degli Usa che in questo modo non sarebbe stato espropriato del diritto

costituzionale di dichiarare lo stato di guerra. L’altro aspetto cruciale del negoziato fu la definizione dei limiti geografici ai quali esso sarebbe stato esteso. Nel trattato si parlava di “area dell’Atlantico settentrionale”: questa definizione poteva essere definito in modo diverso. La questione si pose per la Spagna e per l’Italia. Contro l’estensione alla Spagna esisteva l’ostacolo decretato dalle Nazioni Unite, che avevano posto l’ostracismo diplomatico alla dittatura di Franco. L’Italia dal punto di vista geografico non si può collocare nell’area settentrionale. Poi c’era il problema politico del rischio militare riguardante Grecia e Turchia. Se l’Italia entrò a far parte del Patto atlantico fu grazie alle insistenze francesi. La Francia, infatti, si sarebbe sentita

isolata dal punto di vista del retroterra politico, senza la partecipazione dell’Italia, in quanto il Patto sarebbe stato letteralmente un trattato “marittimo”. La partecipazione dell’Italia avrebbe poi dato all’Alleanza un carattere più centro-europeo. Così il governo italiano fu invitato ad aderire ad un’alleanza, il testo della quale esso non aveva contribuito a definire. Dal 1949 gli Stati Uniti diventarono il arate dello status quo nell’Europa Occidentale. Ciò portò ad un vincolo politico permanente tra gli USA e l’Europa occidentale. Nel 1950 ci fu l’attacco della corea del Nord (filosovietica) alla Corea del Sud (filoamericana). Intanto nel ’49 fu costituita la Repubblica Federale Tedesca e Adenauer fu eletto cancelliere. Sempre nello stesso anno nasceva la Repubblica Democratica tedesca sotto

la guida di Ulbricht, capo del Partito Socialista (Sed). La Germania divisa era lo specchio

europeo della situazione coreana. Quest’ultima era, secondo Truman, l’assaggio circoscritto delle reazioni che la violazione delle regole tacite della guerra fredda poteva provocare. Tra la fine del ’49 e gli inizi del ’50 iniziò la competizione nucleare tra le due superpotenze. Nel 1950 il National Security Council aveva adottato una nuova ipotesi strategica: la Nsc-68 (l’impegno finanziario americano per spese militari passava al 20% del bilancio statale) che aggiornava le teorie prevalentemente difensive del cointainment. L’intersezione tra la revisione strategica americana e le ripercussioni della guerra di Corea rimise in discussione il problema della difesa europea. La formazione della Repubblica

federale tedesca era collegata a tale revisione. La Francia aveva accettato la sua formazione solo dopo la firma del Patto Atlantico. Qualsiasi mutamento dello status giuridico e militare della Germania doveva fare i conti con l’opposizione francese che voleva la garanzia che tale riarmo sarebbe servito solo alla difesa europea e non anche alla rinascita del militarismo tedesco. Sul piano economico il progetto venne elaborato da Jean Monnet e da Robert Schuman. Il piano teneva conto della robusta iniziativa europeistica lanciata dalla conferenza dell’Aja, secondo la quale le risorse carbo-siderurgiche di Francia e Germania divenissero l’occasione per una convergenza. Nel 1952 venne istituita la Ceca, nel quale confluirono Francia, Germania, Italia e i tre stati del Benelux. Veniva così affidata all’Alta autorità comunitaria un compito effettivamente soprannazionale. Pochi valutarono sino in fondo l’importanza dell’appoggio americano al progetto. Se prima del Patto Atlantico gli americani erano stati molto prudenti ad accreditare l’ipotesi che esistesse davvero una minaccia militare sovietica verso l’Europa, nel 1950 essi avevano mutato idea. La nuova strategia di difesa atlantica era basata sulla partecipazione della Germania ad un esercito europeo. Nel 1959 gli Usa proposero la creazione, nell’ambito del Patto Atlantico di una struttura militare integrata, posta sotto il comando statunitense, ma della quale avrebbero dovuto far parte anche dieci divisioni tedesche. Così il problema europeo diventava soprattutto un problema francese. Il governo di Parigi elaborò dapprima il piano Pleven che prevedeva la creazione di un ministero europeo della Difesa come premessa della nascita di un esercito integrato. La proposta venne recepita tiepidamente e Parigi trovo nella formula della Ceca un modello che poteva essere ripreso con gli opportuni adattamenti, all’interno del quale il riarmo della Germania sarebbe stato diluito in modo tale da non apparire allarmante. Venne creato l’esercito atlantico integrato, con sede a Parigi, posto sotto il comando del generale Eisenhower e appoggiato su una solida struttura organizzativa che in pratica divenne, dunque, l’organizzazione del Patto atlantico: la Nato. Il secondo passo i questa direzione fu la creazione dell’esercito europeo integrato: La Comunità europea di difesa (Ced) venne istituita nel 1952. Ma il processo di ratifica da parte dei sei Parlamenti interessati incontrò qualche scoglio, specie in Francia. Nel 1954 l’Assemblea Nazionale bocciò il trattato della Ced e ciò fu una sconfitta cocente per gli europeisti Sempre nel ’54 venne messo a punto un nuovo trattato, che istituiva l’Unione europea occidentale (Ueo); questa sarebbe stata l’ambito organizzativo entro il quale collocare l’esercito europeo con la partecipazione tedesca. Essa sarebbe stata governata da un Consiglio rappresentato dai rappresentanti dei governi. Nel 1955 il processo di ratifica era concluso. Con gli accordi di Parigi il “campo” occidentale aveva completato la sua organizzazione, estendendosi anche al fronte militare. Si restituì piena sovranità alla Repubblica federale tedesca e ciò rendeva possibile la sua partecipazione al Patto atlantico. La sola Germania esistente fu quella governata da Adenauer e avviata ad un’impressionante rinascita non soltanto politica ma anche economica, senza che ciò suscitasse allarme nel mondo.

Ciò che ebbe luogo nell’Europa occidentale accadde specularmene anche nel “campo” sovietico. Dopo l’assimilazione della Cecoslovacchia e l’espulsione della Jugoslavia dal Cominform , i governi dell’Europa orientale erano allineati all’idea di internazionalismo proletario. Non era stato stipulato nessun accordo difensivo generale. L’unico accordo generale esistente era il Comecon (Consiglio di reciproca assistenza economica) che in un certo senso rispecchiava l’Oece. Una volta firmati gli accordi di Parigi sull’Ueo (1954), venne convocata a Mosca una conferenza alla quale parteciparono, accanto ai rappresentanti sovietici, quelli dell’Albania,

della Bulgaria, della Cecoslovacchia, della Polonia, della Repubblica democratica tedesca, della Romania, dell’Ungheria, oltre a quelli dell’URSS stessa. All’indomani della ratifica dei trattati dell’Ueo, il governo sovietico denunciava i trattati difensivi stipulati. I rappresentanti degli otto paesi convocati precedentemente a Mosca ci tornarono per stipulare un trattato “di amicizia, cooperazione e mutua assistenza”, meglio noto come il Patto di Varsavia. Anche questo indicava il casus foederis. Non esisteva, invece, separazione tra accordo politico e accordo militare. Il trattato prevedeva che sarebbe stato creato subito un comando militare unificato. Nel 1955, si può dire che la fase europea della guerra fredda e del confronto bipolare fosse terminata.

3. Dal confronto alla prima distensione.

Alle elezioni presidenziali americane del 1952 vinse il repubblicano Eisenhower. La sua vittoria portò al potere un gruppo dirigente nuovo nel quale spiccava la figura di Dulls,

grande esperto di problemi internazionali, nominato segretario di Stato. Pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo presidente morì Stalin (5 marzo 1953). Dulls era preceduto dalla fama delle sue critiche contro la timidezza della politica estera di Truman: Altro che contenimento! Verso la politica sovietica occorreva una “politica di ardimento”, un’azione dinamica che portasse alla ritirata sovietica, anche a costo di giungere sull’orlo del conflitto. Nel 1954 Dulls preannunciò un New Look cioè una nuova concezione della strategia militare degli Stati Uniti. Egli esplicitò la sua dottrina come massive retaliation, cioè della rappresaglia massiccia, basata sul concetto che “il modo migliore per prevenire l’aggressione” era quello di “basarsi in primo luogo su una capacità

di risposta immediata” e massiccia contro ogni gesto ostile compiuto dai sovietici.

Queste enunciazioni venivano preannunciate proprio quando dal mondo sovietico venivano segnali di crisi e di apertura alla coesistenza. La dottrina della rappresaglia massiccia prevedeva che ogni aggressione sovietica fosse contrastata da una risposta tale da annientare la potenza dell’avversario. Ma vi era stata, dal ’45 in poi, una reale minaccia militare sovietica tale da legittimare una rappresaglia massiccia? Perciò il New Look non aveva una portata diretta , relativa a ipotesi realistiche. Era più che altro un messaggio lanciato agli europei e ai sovietici. Il messaggio di Dulls era diretto a prevenire

temuti e possibili colpi di mano o, forse, a stabilire nuove condizioni di convivenza militare.

In quegli anni l’Europa divenne, in un certo senso, un partner secondario degli USA. Si

comprese che la svolta sanzionava la retrocessione dell’Europa da soggetto delle relazioni internazionali a oggetto della politica delle superpotenze. Jean Monnet, che nel 1952 era stato nominato presidente dell’Alta Autorità della Ceca, nel 1954 annunciava la volontà di riprendere la propria libertà d’azione in ambito europeo. Egli suggeriva la formula dell’integrazione europea per settori: trasporti, energia tradizionale, sfruttamento comune dell’energia nucleare, agricoltura. I governi si mossero in una direzione meno pratica e più politica, discutendo l’idea di una integrazione economica dell’Europa in senso generale, da costruire in due fasi: prima mediante la formazione di un’unione doganale poi con l’unione economica. Nel 1955 con la conferenza dei ministri degli Esteri della Ceca si ideò il cosiddetto rilancio europeo. Nel 1957 nacquero i trattati di Roma relativi alla costituzione del Mercato unico europeo e dell’Euratom. I due trattati furono accolti con scetticismo da alcuni paesi, guidati dalla Gran Bretagna, che, nel 1959, crearono una European Free Trade Association (Efta), intesa come contraltare del Mercato comune. Frattanto Dulls aveva dispiegato con molta energia i nuovi orizzonti della sue politica e i sovietici avevano manifestato la varietà di interessi che li animava: in senso difensivo o repressivo ma anche in senso distensivo rispetto ali Stati Uniti. Nel 1953 gli Stati Uniti ripristinarono regolari relazioni diplomatiche con la Spagna, in cambio di basi militari e

portuali. Nello stesso arco di tempo operarono per un riavvicinamento della Jugoslavia,

diplomaticamente isolata, la Grecia e la Turchia. Nel 1954 i tre paesi firmarono un trattato

di alleanza che indirettamente e provvisoriamente collegò la Jugoslavia al sistema

atlantico e direttamente costrinse l’Italia a rinunciare alle speranze di annettere tutto il Territorio libero di Trieste. Nell’ottobre ’54 l’Italia accettò una situazione di compromesso grazie alla quale Trieste era restituita all’amministrazione italiana mentre la parte orientale

del previsto Territorio libero restava alla Jugoslavia. Nel ’53 Dulls effettuò un lungo viaggio nelle capitali del Medio Oriente per la costituzione di

una fascia protettiva a sud del Caucaso in funzione antisovietica. Il primo risultato indiretto

di tale missione fu la fine della crisi anglo-iraniana, aperta nel ’51 dalla decisione del

governo di Teheran di nazionalizzare la Anglo-Iranian Oil Company. Era l’inizio delle

grandi contese petrolifere dei decenni successivi. Nell’agosto ’54 la crisi fu risolta con l’estromissione di Mossadegh ma anche con la nascita di un consorzio di compagnie petrolifere il 40% delle quali americane. Dulls si occupò anche dell’Asia orientale con la firma del South Eastern Asia Treaty Organization (Seato), un trattato di mutua difesa analogo al Patto Atlantico e sottoscritto

da USA, GB, FR, Australia, Nuova Zelanda, Filippine, Thailandia e Pakistan. Eisenhower

prometteva, poi, al presidente del Vietnam del Sud il diretto aiuto americano. Questa “pattomania” di Dulls potrebbe essere interpretata come un’estensione a tutto il mondo della dottrina del containment: anziché contenere, accerchiare l’Unione Sovietica.

La successione a Stalin fu tortuosa e tormentata. Nel 1953 la “Pravda”, organo del partito

comunista dell’Unione Sovietica (Pcus), annunciò la scoperta di un complotto che portò all’arresto di un certo numero di persone. Stalin lasciava dietro di sé un’eredità imponente: Egli era riuscito a trasformare la vita sociale sovietica e a dare all’Urss il ruolo di superpotenza globale. Aveva trasformato le forze armate del paese in una poderosa macchina da guerra. Tuttavia aveva creato un

sistema economico pieno di contraddizioni. Le scelte di politica economica erano affidate all’insindacabile giudizio dei dirigenti del Pcus. Una burocrazia gigantesca sovrintendeva all’attività di questo sistema sulla base di criteri che mettevano in primo piano la crescita dell’industria pesante e del complesso militare a danno della produzione di beni di consumo. In questa impresa venivano sperperati immensi capitali e immense risorse materiali senza il calcolo del rapporto costi/benefici. Perciò il problema dei costi di Si affrontò produzione era subordinato all’esigenza di raggiungere obiettivi determinati quantitativamente e non qualitativamente. Il monopolio dell’industria statale completava i caratteri del sistema: isolato dal mondo, autosufficiente, autoreferenziale già condizionato

da varie contraddizioni. Dinanzi ad una politica di investimenti voluta prima politicamente

che economicamente, veniva meno in esso la spinta all’accumulazione, all’innovazione, al potenziamento delle risorse umane, poiché era assente un adeguato incremento di produttività. Un paio di settimane dopo la morte di Stalin si costituì una sorta di direzione collegiale:

Malenkov divenne Primo ministro, Molotov ministro degli Esteri, Barija ministro degli

Interni, Bulganin ministro della Difesa, Kaganovic ministro per le Questioni economiche. Il maresciallo Vorosilov fu nominato capo dello stato. Chruscev assunse la guida del Pcus. Buona parte dei successori di Stalin ambiva ad assumerne l’eredità. Lo scontro durò sino

al 1954 e terminò con la sconfitta di Malekov e il successo di Cruscev. Malenkov aveva

una visone più aperta. Nel ’53 egli, oltre a promettere un cambiamento delle priorità economiche, a favore di una maggiore produzione di beni di consumo, disse

esplicitamente di essere favorevole a un miglioramento dei rapporti con l’Occidente; disse

di considerare una guerra nucleare come un disastro per tutta l’umanità (mentre altri

esponenti sovietici si dicevano sicuri che una guerra nucleare avrebbe anzitutto distrutto il

sistema capitalistico). Sia Malenkov che Chruscev considerarono il dialogo con l’Occidente

uno dei due capisaldi della loro politica internazionale. L’altro era l’allargamento del campo d’azione rispetto alla tradizione staliniana. L’avvio della decolonizzazione e il l’inizio del movimento dei non allineati creavano opportunità del tutto nuove. L’incontro tra le prime tendenze verso l’allentamento delle tensioni si ebbe già nel 1953. Trattative portarono alla firma di un armistizio che stabiliva in Corea una linea di demarcazione dei due eserciti abbastanza vicina al 38° parallelo, dove la guerra era cominciata. L’armistizio definì una suddivisione provvisoria ma durevole.

La seconda occasione di convergenza fu rappresentata dalla conferenza dei ministri degli

Esteri delle quattro grandi potenze riunita a Ginevra nel 1954 per discutere della situazione europea.

Si affrontò la discussione della situazione nel Vietnam e di un trattato di pace con la

Corea, alla presenza di un rappresentante della Repubblica popolare cinese e di rappresentanti di entrambi i governi coreani. Nulla venne concluso sulla questione coreana mentre un accordo venne raggiunto in relazione al Vietnam, al Laos e alla Cambogia. Gli accordi di Ginevra rispecchiavano anche le nuove condizioni del sistema

internazionale. Dopo i trattati del 1947 fu la prima volta che tra le superpotenze si raggiungeva un compromesso su un tema di rilievo. Dopo anni di tensioni, le maggiori potenze del mondo e in particolare le superpotenze, sostituivano al primato del conflitto quello del compromesso.

Si colloca esattamente nella medesima direzione la conferenza di Ginevra del 1955, A

favorire la tendenza dell’apertura al dialogo ci fu l’esito positivo del negoziato per il trattato

di pace con l’Austria. Questa era ancora sotto un regime d’occupazione quadripartita

analogo a quello della Germania poiché i sovietici condizionavano la stipulazione del trattato alla soluzione del problema tedesco. Venne firmato il “trattato di stato” grazie al

quale la repubblica recuperava piena indipendenza , con una sola restrizione: l’obbligo di inserire nella costituzione una clausola di permanente neutralità. I quattro grandi (Usa, Urss, Fr, GB) si incontrarono per discutere di quattro temi: la riunificazione della Germania; la sicurezza europea; il disarmi; lo sviluppo delle relazioni Est-Ovest. Mancarono in quella occasione risultati pratici. Dominava piuttosto la diffidenza verso i segreti progetti dell’antagonista: sia l’Unione Sovietica, che gli Stati Uniti mentre intessevano il dialogo, tendevano ad allargare e consolidare le loro zone di influenza. Da Ginevra iniziava la fine di tutta la guerra fredda e non solo la chiusura del confronto bipolare. Ogni crisi acuta venne seguita dal recupero delle ragioni del dialogo.

In questo clima trovarono spazio due ulteriori novità: la visita di Adenauer a Mosca e il

superamento della paralisi delle Nazioni Unite Per quanto riguarda la visita del cancelliere tedesco a Mosca, i sovietici intendevano spingerlo verso un dialogo pangermanico che di fatto svuotasse la recente integrazione alla Repubblica federale tedesca nel sistema atlantico; Adenauer, invece, voleva con determinazione affermare il contrario. La visita permise che tra i due paesi si stabilissero regolari relazioni diplomatiche. Per quanto riguarda invece la questione delle Nazioni Unite, nel 1955 il Consiglio di sicurezza raggiunse un accordo per l’ammissione di 16 nuovi membri (poiché gli Stati Uniti facevano problemi per paura che gli equilibri numerici in senso all’Assemblea potessero modificarsi in favore dell’Urss), con i quali la consistenza numerica dell’Organizzazione saliva da 58 a 74 paesi. Anche in seno all’Onu iniziava una fase di cambiamenti.

Dopo Stalin il governo di Mosca si affacciò o riaffacciò con crescente determinazione nel Mediterraneo, in Africa, nell’America Latina, nell’Asia meridionale e sud-orientale, in Cina

e nel Pacifico. Si trattava dell’aspirazione a mostrare che davvero l’Urss era una

superpotenza globale capace di fare presente ovunque il suo peso. I successori di Stalin inaugurarono con fervore e giovanile entusiasmo la prassi dei lunghi viaggi fuori

dall’Unione Sovietica. Alla fine del 1954 si recarono in Cina, Nel 1955 Chruscev si recò a Belgrado, per una grande pacificazione con il Maresciallo Tito. Tuttavia Crhuscev colse un vero successo poiché la sua visita frantumava l’Alleanza balcanica e spingeva Tito lontano dall’integrazione atlantica, verso il neutralismo. Sempre nel ’55 Chruscev e Bulaganin visitarono in sequenza la Birmania, l’Aghanistan e l’India. Il viaggio fu un vero successo poiché rafforzò le propensioni neutralistiche del governo indiano e mise le basi per una collaborazione economica che avrebbe provocato nefaste conseguenze per la crescita economica indiana, ma che durò sino alla crisi dell’Unione Sovietica.

4. La destalinizzazione e la crisi del sistema sovietico.

Le transizioni alla guida dell’Urss ebbero sempre un carattere traumatico. La morte di Stalin (’53) fu uno di questi eventi. Il nuovo corso inaugurato da Malenkov si ripercosse subito nei rapporti con i paesi del Patto di Varsavia, dove gli esponenti dell’estremismo stalinista furono rapidamente sostituiti. La vera e profonda innovazione si ebbe a Mosca, con l’estromissione dal potere di Malenkov e l’ascesa politica del segretario generale del Pcus, Nikita Chruscev. Nel 1955 egli si presentava come un uomo nuovo, in ogni caso “diverso da Stalin”. Il suo

programma politico non differiva in sostanza da quello di Malenkov. Egli, però, era riuscito

a far prevalere la tesi che l’Urss avrebbe giocato meglio le sue carte internazionali se si

fosse preparata ad affrontare la dialettica bipolare in un clima privo di tensioni e seguita da alleati resi più fedeli da nuove forme di coesione economica, meno opprimenti di quelle staliniane.

Il momento culminante dell’ascesa di Chruscev e dell’enunciazione del programma fu il XX

congresso del Partito, tenuto a mosca nel febbraio del 1956. Egli tenne due discorsi: uno

pubblico dedicato alle questioni internazionali, l’altro segreto, dedicato solo ai sovietici, ma non alle “delegazioni straniere”, fatte poche eccezioni. Nel discorso pubblico Chruscev annunciò i temi della coesistenza pacifica, le possibilità di evitare la guerra e le differenti vie di transizioni verso il socialismo ( che era, in pratica, la sconfessione dell’ “internazionalismo proletario” staliniano e l’apertura al concetto di “vie nazionali al socialismo”). L’Unione Sovietica avrebbe operato per consolidare la pace. In questo clima

il socialismo avrebbe potuto fare grandi passi in avanti e conquistare pacificamente il

mondo slavo nei paesi in cui la forza del capitalismo avesse reso necessaria “un’acuta lotta di classe rivoluzionaria”.

Il discorso conteneva enunciazioni importanti, ma non esplosive. Queste furono affidate al

discorso segreto quasi pe intero dedicato ad una critica aspra, serrata, caricaturale dell’immagine di Stalin, della politica che egli aveva seguito, del “culto della personalità” che egli aveva alimentato, delle atrocità che aveva commesso, del terrore che aveva disseminato nel proprio paese, della sistematica violazione della legalità di cui si era macchiato. Era, insomma, una distruzione sistematica del mito e del ruolo di Stalin come personalità positiva nella vita sovietica. Una distruzione che coinvolgeva la persona e il sistema che questa aveva creato.

Il discorso doveva restare segreto, ma venne poi lasciato trapelare e consegnato alla

stampa americana, che lo rese pubblico senza che vi fossero smentite. L’eco della condanna politica dell’internazionalismo proletario e, poco dopo, quella del “rapporto segreto” segnarono un altro momento di crisi del comunismo internazionale. La nuova linea dei comunisti sovietici destò scalpore in Cina, dove il rapporto venne considerato un primo sintomo di cambiamento in senso riformistico. Il seme del dissenso tra Mosca e Pechino era piantato. Più estese ancora furono le conseguenze nell’Europa orientale dopo

che venne soppresso il Cominform: il Pcus si avviava verso nuovi rapporti con i partiti fratelli dell’Europa orientale.

La

destalinizzazione ebbe effetti devastanti in Polonia; esplosero manifestazioni, scioperi,

e

a Poznan incidenti repressi dalla polizia: era una reazione antisovietica. Le masse

polacche videro in Gomulka il simbolo delle loro speranze. Centinaia di migliaia di manifestanti riempivano le strade di Varsavia e di tutto il paese. Gomulka fu cooptato nel

Comitato centrale del Partito e questa fu la conferma della sua lealtà all’Urss; in più egli era un personaggio perfettamente funzionale alla soluzione della crisi. Ma l’esplosione del malcontento dei polacchi dava una nuova misura della fragilità intrinseca al sistema sovietico.

Ci fu poi la crisi ungherese. Se in Polonia il Partito operaio unificato polacco riuscì a

trovare al proprio interno il modo per superare la crisi, in Ungheria questa assunse rapidamente una portata che andava ben oltre l’influenza dei comunisti e che metteva in gioco l’esistenza stessa del regime. Fra gli intellettuali e gli studenti aveva messo radici un movimento che aveva dato vita, all’interno delle strutture comuniste, al Circolo Petofi. I dibattiti investirono la politica oppressiva di Rakosi. L’eco dei fatti polacchi allargò

l’agitazione. Nel 1956 si cercò di trovare una soluzione analoga a quella polacca mediante il sacrificio di Rakosi e la nomina di un suo collaboratore, Erno Gero, a primo segretario del Partito. La misura era tardiva e insufficiente anche perché il Partito era spaccato i tre fazioni: gli staliniani, i moderati guidati da Kadar e i simpatizzanti di Nagy, espulso alla fine del 1955. Incominciarono manifestazioni studentesche e popolari con la richiesta che si formasse un governo, sotto la guida di Nagy. Il 23 ottobre venne convocata attorno alla statua di Petofi una grandiosa manifestazione, alla quale presero parte studenti, operai e gente comune.

La

manifestazione acquistò un carattere incendiario; fu una vera battaglia con morti e feriti.

Il

Comitato centrale del Partito, consultato Chruscev, decise di nominare Nagy Primo

ministro, lasciando nelle ani di Gero la guida del Partito. La folla chiedeva la partenza dei sovietici e le dimissioni di Gero. Il 25 attorno al palazzo del governo, si verificarono nuovi scontri, con decine di vittime. Da allora ebbe inizio una vera e propria guerriglia. Nagy, allora, annunciò che un accordo per il ritiro dei sovietici era stato raggiunto, che la polizia politica era sciolta e che al suo posto veniva istituito un corpo di sicurezza. Subito dopo Nagy annunciò la formazione di un nuovo governo. L’incertezza cresceva e il governo stentava a rafforzare la sua autorità. Nagy, allora, ottenne dal governo l’approvazione della richiesta di ritiro dell’Ungheria dal Patto di Varsavia. La questione diventava, da interna, internazionale. Nagy si illudeva di aver ottenuto l’assenso sovietico. I sovietici avevano ritirato le loro truppe solo per riorganizzarle e rafforzarle. Kadar lasciò Budapest per recarsi presso gli esponenti sovietici: da queste ricevette l’investitura a sostituire Nagy non appena le forze armate avessero ristabilito la normalità. Frattanto Andropov (allora ambasciatore sovietico a Belgrado) fingeva di discutere con Nagy i particolari del ritiro sovietico. Gli eventi precipitarono: l’attacco militare sovietico fu risolutivo. Nagy era costretto a cercare rifugio presso l’ambasciata jugoslava ignorando che Tito aveva già concordato con i sovietici la linea di condotta da tenere. Molti fuggirono, altri furono perseguitati; Nagy venne catturato e condannato a morte. Kadar formo un nuovo governo. Sulle sue spalle e su quelle dei sovietici cadeva un peso enorme. La rivoluzione e la repressione dimostravano l’incapacità dei sovietici di stabilire nei paesi da essi controllati regimi circondati da un vero consenso sociale. Proiettato sui Partiti comunisti dell’Europa occidentale, il caso ungherese ebbe conseguenze disastrose per il Partito poiché esso dimostrò che i limiti dell’esperienza sovietica appartenevano alla natura del “socialismo reale”. Ebbe inizio una crisi che a lungo avrebbe minato la credibilità del comunismo mondiale come “nuovo umanesimo”.

Il conflitto bipolare si era spostato sul piano della coesistenza competitiva. Né gli americani né i sovietici avevano interesse a modificare quella situazione. Da questo punto di vista Polonia e Ungheria erano solo un problema di Mosca.

5. Fine dei sistemi coloniali e coesistenza competitiva.

5.1 Il contesto

La decolonizzazione fu uno degli elementi caratterizzanti le relazioni internazionali del XX secolo. Prese l’avvio subito dopo la seconda guerra mondiale e si sviluppò in due fasi:

nell’immediato dopoguerra e negli anni che, attorno al 1960, videro, in pratica, la fine del colonialismo e la sua condanna come illegittimo dal punto di vista del diritto internazionale. Dopo di allora si pose il problema dello scambio diseguale come ostacolo da superare. La decolonizzazione modificò le regole del commercio internazionale nel sistema dei paesi ad economia di mercato, ma pose anche sfide di adattamento e di elasticità ai paesi ei sistemi economici pianificati e centralizzati. Dopo di allora il tema dei rapporti fre i paesi di recente indipendenza e vecchie potenze coloniali subì una svolta, nel senso che impose ai precedenti poteri imperiali il problema di correlarsi con le economie coloniali in termini di cooperazione verso la crescita di soggetti nuovi, politicamente autonomi, economicamente stabili e capaci di avviarsi verso una crescita virtuosa, non condizionata a priori dalle esigenze della madrepatria. L’assetto globale formatosi negli ultimi decenni del XIX sec. E rimasto in apparenza intatto sino alla metà degli anni Cinquanta, diventò un campo di combattimento nel quale si scontravano le speranze residue delle vecchie potenze coloniali di mantenere una loro “influenza” sui territori già posseduti, le ambizioni delle superpotenze e le speranze dei governi nuovi. La decolonizzazione aveva trasformato il problema dello sviluppo da questione interna ai singoli territori coloniale in questione internazionale dalla crescente centralità. Quasi tutta l’Africa, molte parti dell’Asia meridionale e mediorientale, tutta l’Asia sud-orientale, le isole del Pacifico, buona parte dell’America centrale e degli arcipelaghi caraibici e alcuni territori dell’America meridionale erano sotto il controllo europeo. Era una concentrazione di potenza e una convergenza di risorse, grazie alla quale pochi paesi dominavano gran parte del globo.

5.2 La natura del rapporto coloniale.

L’imperialismo europeo espresse tutto il dinamismo della società capitalistica. Le colonie furono lo strumento del loro predominio mondiale. Il mercato delle materie prime grezze era finanziato da capitale europeo Gli imprenditori erano i secondi beneficiari di questo scambio. La grande finanza era il campo di compensazione e di accumulazione dei profitti da reinvestire. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, l’imperialismo contemporaneo fu l’espressione di una assoluta indifferenza rispetto alla volontà delle popolazioni interessate. Tale indifferenza si tradusse, secondo i casi, nell’assunzione in proprio del governo diretto dei territori ai fini dell’interesse nazionale o nella ricerca di autorità tradizionali locali disponibili, in cambio del riconoscimento del loro peso politico e di alcuni

vantaggi economici, a prestare la loro collaborazione alle potenze coloniali nell’attuazione dei loro progetti di sfruttamento. Queste relazioni esprimevano una indiscriminata politica di potenza. Il fenomeno coloniale fu in particolare un complesso sistema di trasferimenti diseguali che investì su piani diversi le regioni colonizzate. Fu in primo luogo trasferimento di poteri politici e di modelli organizzativi. Fu poi un colossale trasferimento di merci e capitali. Il risultato di ciò era la trasformazione dei territori colonizzati in società economicamente dipendenti dal nuovo assetto produttivo. Equilibri sociali antichi venivano travolti dal cambiamento. Proletarizzazione, urbanizzazione, acculturazione creavano problemi sociali nuovi, collegati ai caratteri del mutamento. Spesso questi trasferimenti riguardavano anche cultura e tecnologia. Questi investimenti permanenti solo in teoria arricchivano i territori coloniali, poiché in pratica essi erano funzionali all’interesse imperialistico. In sintesi, il sistema degli imperi tradizionali aveva travolto culture ancestrali e provocato violente trasformazioni, piegando etnie e modi di produzione a esigenze che appartenevano all’interesse della potenza imperiale. Aveva inserito i territori colonizzati, e soprattutto l’Africa, nel processo di sviluppo capitalistico delle potenze europee, con tutte le contraddizioni che lo caratterizzavano. Il risultato fu che le forze autoctone o le sottili élite culturali che avevano assimilato dagli europei le critiche contro il sistema capitalistico si allearono contro gli europei. Anticolonialismo tradizionale e anticolonialismo rivoluzionario si allearono.

5.3 Il declino del colonialismo.

Finché il rapporto con le colonie non pose se non occasionali momenti di scontro, finché forti apparati burocratici derivavano la loro sussistenza e i loro privilegi dalle funzioni esercitate nelle colonie e finché la crescita dei profitti o il flusso dei trasferimenti di merci recò vantaggi al mercato della madrepatria le ragioni che facevano sopravvivere un sistema costruito su rapporti diseguali sopravvivevano. Ma la forza del colonialismo incominciò a diminuire proprio perché si affievolirono le motivazioni che lo tenevano in pedi. Gradualmente si comprese che il sistema imperiale favoriva pochi, senza recare beneficio ai più, e la nascita del movimento socialista mise ancora di più in luce questa contraddizione. Poi si comprese che nemmeno il sistema industriale traeva enormi profitti dalla colonizzazione. La sconfitta degli italiani ad Adua (Etiopia) nel 1896 risuonò in tutto il continente africano e oltre. La rivolta dei boxers in Cina (1900) mostro che anche in Asia l’egemonia europea non era scontata. Le azioni di Wilson e di Lenin diedero attualità al problema coloniale. Nel 1920 si credette di dare una prima dimostrazione di apertura con la creazione dei regime dei mandati. Tuttavia i mandati di tipo B e C non furono che colonie larvate. Solo nei mandati di tipo A (l’Iraq, la Palestina, il Libano e la Siria) le forze politiche locali ottennero qualche soddisfazione con l’indipendenza dell’Iraq (1932) e con la promessa francese a Siria e Libano di una imminente indipendenza (1936).

5.4 La decolonizzazione: prima fase.

La graduale evoluzione dell’impero britannico con la creazione dei Dominions pressoché indipendenti e la nascita del Connonwealth; la reazione all’attacco italiano all’Etiopia; la partecipazione di consistenti reparti coloniali alla seconda guerra mondiale; il fatto che durante il conflitto i giapponesi avessero occupato molte colonie europee nell’Asia orientale e nel pacifico diedero altrettanti colpi alla robustezza dei sistemi imperiali.

Le crisi più importanti della prima fase della decolonizzazione furono vissute dalla Francia. In Indovina, sin dal 1945, i francesi dovettero fronteggiare il Fonte per l’indipendenza del Vietnam (Viet Minh) dominato dal Partito Comunista e guidato da Ho Chi Minh; il Laos proclamò la sua indipendenza mentre i francesi controllavano solo il Vietnam meridionale

e la Cambogia.

Il governo di Parigi propose la concessione di una relativa indipendenza all’interno

dell’Union Française: fra il ’46 e il’51 i negoziati si susseguirono agli scontri armati, sinché l’indipendenza dei tre stati nell’ambito dell’Union Française venne riconosciuta. I rivoluzionari guidati da Ho Chi Minh non persero le speranza. Tra il ’52 e il ’53 i migliori reparti francesi, assediati dalle forze Viet Minh, vennero sconfitti duramente. Alla Conferenza di Ginevra si riconobbe l’indipendenza del Laos e della Cambogia e, rispetto al Vietnam, si stabilì un regime provvisorio. Il paese sarebbe stato diviso in due zone d’occupazione: a nord del 17° parallelo avrebbero governato i Viet Minh e a sud sarebbe rimasto il controllo francese (che presto venne trasferito agli americani). In quegli anni anche in Africa settentrionale messa i discussione la presenza francese. In Marocco e i Tunisia i movimenti indipendentisti avevano profonde radici politiche, culturali

e religiose. La dilagante influenza del nazionalismo arabo e l’esempio dell’indipendenza

concessa alla Libia sin dal 1950/’51 furono contagiosi. In Tunisia l’insurrezione dei fallaghas (contadini) portò sulle soglie di una crisi generale. Il Primo ministro francese promise l’indipendenza; i negoziati intrapresi nel 1954 si intrecciarono con l’insurrezione

algerina. Nel 1956 la Francia concesse la piena indipendenza alla Tunisia e frattanto anche il Marocco aveva ottenuto la piena indipendenza. L’insurrezione generale proclamata dal Front de Libération Nationale dell’Algeria poneva problemi di ben più grave portata. In Algeria i coloni francesi rappresentavano il ceto dominante la vita economica. Per quasi dieci anni la crisi algerina venne combattuta come

una vera e propria guerra. Il controllo della situazione sfuggì dalle mani del governo civile

e

passò, in Algeria come in Francia, nelle mani dei militari. Da Algeri l’ondata rivoluzionaria

si

trasferì i Francia, dove essa prospetto soluzioni autoritarie. La situazione era così grave

che solo il generale De Gaulle sembrava poterla risolvere. Egli fu eletto presidente della Repubblica nel 1958. Egli riuscì ad avviare negoziati col Front de libération che durarono

fino al 1960 e culminarono con gli accordi di Evian che creavano una repubblica algerina indipendente, con la riserva di alcuni privilegi per la Francia.

5.5 La fase culminante della decolonizzazione.

Dopo il 1956 e la crisi di Suez il processo di decolonizzazione acquistò un ritmo vertiginoso. La conferenza di Bandung dei paesi non allineati promossa di Nehru, Tito, Nasser, Sukarno, con l’appoggio del ministro degli Esteri cinese Zhou Enlai, aveva mostrato l’intreccio tra decolonizzazione e schieramenti bipolari.

L’indipendenza conquistata dai paesi nordafricani e il declino dell’influenza britannica nel Medio Oriente avevano spinto il governo di Londra ad accelerare un processo che lo liberava dal controllo dell’onere del controllo diretto di situazioni sempre meno facili da governare. Più complicato fu il modo mediante il quale i francesi procedettero nel loro impero centraficano. De Grulle propose un progetto di Communauté che concedeva l’indipendenza a tutti gli Stati membri, pur mantenendoli all’interno dell’area francese. La Francia finì per concedere la piena indipendenza a tutte le sue colonie, salvo mantenere con esse uno stretto vincolo economico.

Il caso del Congo belga. Il movimento di indipendenza congolese aveva presto spinto il

governo belga ad accelerare il processo di decolonizzazione. Nel 1960 venne proclamata l’indipendenza del Congo ma il governo che venne creato era così debole e diviso al suo

interno che, in pochi giorni, la situazione del paese mostrò tutti i segni dell’ingovernabilità. Venne proclamata la secessione del Katanga e il governo che era stato insediato subito dopo l’indipendenza chiese aiuto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Da quel momento la situazione del Congo divenne il banco di prova della capacità d’azione delle Nazioni Unite. Le dispute presero una piega drammatica nell’autunno quando Kasavubu estromise tutte le autorità esistenti e costituì un governo militare e chiuse le ambasciate sovietica e cecoslovacca. L’Onu riuscì a reprimere la secessione del Katanga solo nel 1964.

Durante la XII sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (1960) la nuova coalizione afro-asiatica fece approvare una risoluzione nella quale si diceva che il colonialismo era “contrario alla Carta dell’Onu”: quindi illiceità del colonialismo e prevalenza del principio di autodeterminazione. La fine del colonialismo chiuse per sempre l’epoca del controllo europeo in vaste regioni del mondo e aprì altri capitoli politici. Per gli stati nuovi, il problema era di dare a se stessi una definizione; costruire un gruppo dirigente; affrontare la sfida dello sviluppo economico, che solo avrebbe dato un senso all’indipendenza. Esisteva anche il problema di correlare tali esigenze alle proposte o alle

offerte che soggetti, come le superpotenze, si erano precipitati ad illustrare. Il neutralismo si era presentato subito come la via d’uscita più facile rispetto ai rischi di una scelta. Dalla grande conferenza tenuta a Belgrado (1961) scaturì la creazione formale del movimento dei non allineati. La sua elasticità gli permise di crescere sino a diventare la coalizione dominante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ma il “Terzo Mondo” invece di essere davvero neutrale e di esercitare una funzione positiva rispetto ai contrasti del sistema bipolare, divenne il campo d’azione per la coesistenza competitiva. Meno rischiosi ma più impegnativi erano però i problemi dello sviluppo. Dopo l’indipendenza gran parte dei paesi interessati cerco di cancellare la decolonizzazione con

la creazione di complessi industriali autonomi, spesso finanziati dai sovietici, meno spesso

dagli americani. Era evidente nei sistemi che si vennero a creare (protezionismo e gestione centralizzata dell’economia) in molti casi l’influenza del modello sovietico. La politica degli aiuti diventava così il campo della competizione. Tuttavia le industrie che vennero create non riuscirono a diventare competitive e non

sostituirono le esportazioni tradizionali. Gli americani intervennero soprattutto mediante le grandi multinazionali che agivano sulla base di precise idee relative alla divisione del lavoro globale. La crescita numerica dei paesi in via di sviluppo (Pvs) rafforzò le idee di quegli economisti

e politici che giudicavano prioritaria la modificazione delle regole stesse del commercio

internazionale. Le condizioni del commercio internazionali erano determinate dal fatto che la politica degli stati industrializzati provocava la diminuzione dei prezzi delle materie prime, delle quali i Pvs erano esportatori, rispetto alla crescita dei prezzi dei prodotto finiti provenienti dai paesi sviluppati. Nel 1964 nacque l’Unctad, la principale rivendicazione della quale fu la richiesta che i termini di scambio del commercio mondiale venissero modificati a favore dei prodotti dei Pvs. A rendere contraddittoria la richiesta sopravvenne il rincaro dei prezzi del petrolio, provocato da paesi appartenenti al gruppo dei non allineati. Ciò nonostante, la risposta delle multinazionali e dei singoli paesi del sistema occidentali non si arroccò in un secco

rifiuto ma in una serie di accordi parziali e regionali. Il Gatt accettò di inserire il tema dello sviluppo tra i suoi obiettivi. Ciò che non riuscì ad affermarsi fu il progetto di dare vita a un “Nuovo ordine economico internazionale”. Il problema rimase aperto. Alcuni dei Pvs entrarono nella via dello sviluppo rapido e divennero i Paesi di nuova industrializzazione (corea del Sud, Malaysia, Taiwan, Hong Kong, Singapore); i produttori di petrolio trassero

in vario modo profitto dall’inatteso incremento delle loro entrate; altri rimasero condizionati

dalla spirale del debito internazionale e del sottosviluppo.

5. Tra competizione e distensione: una scelta politicamente strategica.

L’idea che lo scontro fra sistema comunista e sistema democratico fosse dominato da motivazioni ideologiche perde senso nel momento in cui la competizione rispetto ai paesi di recente indipendenza non ebbe alcuna considerazione per la natura dei regimi esistente nei singoli paesi. Americani e sovietici appoggiavano chi era disposto a collaborare con loro, indipendentemente dalla natura dei governi interni. Gran parte dei nuovi conflitti ebbe come teatro l’Africa, l’Asia o l’America Latina. La coesistenza competitiva dava un’evidente centralità ai temi economici, intesi in senso lato: come investimenti, trasferimenti di risorse, regole del commercio internazionale, movimenti finanziari. La competizione tra modelli di sviluppo metteva in rilievo la capacità tecnologica delle due superpotenze di fronteggiare bisogni nuovi ma elementari e, al tempo stesso, di mantenere un alto ritmo di sviluppo economico e tecnologico in patria. Aveva inizio un confronto nuovo e durevole che aveva come posta in gioco la supremazia globale e, come aspetti caratterizzanti, la competizione nel Terzo Mondo, la gara per la supremazia nucleare e spaziale, e la dimostrazione di possedere risorse tecnologiche adeguate ai tempi nuovi oltreché, in prospettiva, al superamento della crisi energetica della quale la vicenda di Suez offrì, nel ’56, le prime avvisaglie.

Le radici della questione di Suez risalivano all’ascesa al potere in Egitto dei “giovani ufficiali”, guidati nel ’52 dal generale Nequib e dal ’54 dal colonnello Nasser. Questi aveva fatto propria la bandiera del nazionalismo arabo e , nel 1955, quella del neutralismo. Non era ancora una minaccia per l’Occidente ne per Issale. La situazione subì una svolta quando Nasser, nell’ambito dei progetti di modernizzazione dell’Egitto, assunse l’idea di far costruire sul Nilo un’imponente diga, in virtù della quale il corso delle acque delle fiume avrebbe potuto essere razionalizzato in modo da rendere possibile un considerevole incremento delle terre fertili sulle sue sponde. Sebbene nel 1955 l’Egitto avesse iniziato a ricevere armi dalla Cecoslovacchia, Nasser cercò di raccogliere i finanziamenti presso la Banca mondiale, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ciò creò una situazione ingarbugliata. La propaganda antisraeliana e il tono antioccidentale della sua azione internazionale suscitavano perplessità. Ma contemporaneamente affiorava l’idea che se l’Egitto di fosse impegnato in un processo di modernizzazione ciò avrebbe distolto l’attenzione degli egiziani dal conflitto con Israele. Per queste ragioni il governo americano elaborò un progetto di finanziamento condizionato all’impegno egiziano di non accettare aiuti sovietici per il medesimo scopo. Nasser tergiversò e i sovietici si proposero come finanziatori alternativi. Dulls comunicò agli egiziani il ritiro della proposta cosicché Nasser diede l’annuncio che il canale di Suez era nazionalizzato, con indennizzo agli azionisti della compagnia proprietaria, poiché i proventi delle tariffe per la navigazione lungo il canale diventavano la fonte di finanziamento per la diga da costruire. La crisi divenne esplosiva quando i britannici e, soprattutto, i francesi colsero l’occasione per liquidare un personaggio che minava le loro posizioni in Algeria e nel Medio Oriente. Nasser, infatti, appoggiava con armi e finanziamenti la rivolta anticoloniale algerina e tesseva una politica antibritannica in Giordania e in Iraq. Infine la situazione di Israele appariva deteriorata dalle difficoltà che l’Egitto, mediante il controllo della base di Sharm el-Sheikh, proiettava rispetto alla navigazione verso il porto di Elat, punto di approdo dei commerci israeliani con l’Oriente. Francia, Gran Bretagna e Israele firmarono a Sèvres un accordo segreto sulla base del quale Israele avrebbe attaccato l’Egitto e forze d’intervanto rapide anglo-francesi sarebbero state paracadutate a Suez, con il pretesto di garantire, rispetto ai pericoli della guerra, la libera navigazione attraverso il canale. L’operazione partì immediatamente ma

l’azione dimostrò la mediocrità delle forze armate anglo-francesi, mentre gli israeliani mostravano sia la rapidità sia l’impegno tecnico necessari per occupare tutto il Sinai. I sovietici, nella speranza di conquistare l’influenza nel Medio Oriente, e gli americani, nel timore di perderla qualora si fossero esposti all’accusa di complicità con l’invasore, si mossero verso il medesimo obiettivo. I primi minacciando di intervenire con armi nucleari mentre furono gli americani a prendere l’iniziativa politica presentando un progetto di risoluzione all’Assemblea generale dell’Onu che chiedeva l’immediato cessate il fuoco, il ritiro dei belligeranti oltre le linee di armistizio e il blocco di tutte le operazioni militari. Inglesi e francesi furono costretti a cessare il fuoco e anche gli israeliani che ebbero come garanzia per la navigazione la costituzione dell’Unef (Forza di Emergenza delle Nazioni Unite) che avrebbe occupato la base di Sharm el-Sheikh e la “striscia” di Gaza per fermare lo stillicidio di scontri locali. La crisi metteva in evidenza i seguenti fatti: che le esigenze delle relazioni bipolari prevalevano rispetto a quelle della solidarietà atlantica; l’esistenza del problema di controllare gli impianti petroliferi sia le vie di trasporto lungo le quali il petrolio giungeva ai paesi industrializzati. Perciò la crisi di Suez può essere assunta come paradigma della confluenza di elementi nuovi nell’evolvere delle relazioni internazionali del XX secolo.

Gli anni tra il 1957 e il 1963 il fulcro della vita internazionale si sarebbe tradotto nella definizione dei rapporti strategici fra le superpotenze e nell’affiorare del tema della supremazia tecnologica. La combinazione fra armamenti nucleari e vettori destinati al loro lancio pose il problema della partecipazione europea non solo nel senso della dislocazione dei missili a gittata intermedia ma anche della partecipazione dei paesi europei al possesso di ordigni nucleari. Questa possibilità, che i francesi perseguirono con tenacia, specie con De Gaulle, fu seriamente discussa in vista di un’estensione anche alla Repubblica federale della Germania e all’Italia. Fra il 1957 e il 1958 affiorò l’ipotesi che la Germania entrasse in possesso di armi nucleari proprie. Il problema della proliferazione nucleare metteva in luce rischi che riguardavano tutta l’umanità. Perciò esso imponeva alle superpotenze il compito della regolamentazione e, anzi, della sospensione degli esperimenti. L’iniziativa venne presa nel ’57 dal delegato statunitense all’Onu, Lodge, che lanciò in modo formale il progetto di un negoziato per la creazione di un sistema di controllo internazionale. Il primo ostacolo era rappresentato dal timore sovietico verso il riarmo nucleare tedesco; il secondo era rappresentato dalle difficoltà interne al sistema sovietico in relazione proprio allo stesso tema e, più in particolare, alla situazione di Berlino; il terzo ostacolo era rappresentato dal fatto che i sovietici consideravano come un rischio per loro imminente la prossimità al loro territorio di basi missilistiche americane. Il superamento di questi ostacoli era la condizione per l’accordo.

Il primo momento critico fu rappresentato dalla crisi di Berlino aperta dal quasi ultimatum sovietico del ’58 e chiusa dalla costruzione del Muro di Berlino. C’era il problema della fuga dei cittadini della Germania Est a Ovest. Ma, soprattutto, Ulbricht, allarmato dalla possibilità del riarmo della Germania Ovest, premeva su Chruscev perché prendesse su questa questione una posizione energica. Così il leader sovietico cerco di negoziare con la superpotenza avversaria la rinuncia della nuclearizzazione della Germania occidentale. Il negoziato fu un successo per Chruscev mentre ciò provocò dubbi nel blocco occidentale sulla determinazione degli americani di difendere gli europei secondo la dottrina della “rappresaglia massiccia”. Questa fu infatti sostituita dalla dottrina della “rappresaglia flessibile”.

Per far cessare lo stillicidio delle emigrazioni clandestine il 13 agosto 1961 venne eretto il Muro di Berlino.

Un’altra questione politica riguardava il timore sovietico rispetto alle basi americane prossime al territorio dell’Urss. Era un timore giustificato. Lo stesso Eisenhower ammetteva sin dal 1959 che se il Messico o Cuba fossero diventati comunisti e avessero

istallato sul loro territorio missili sovietici, gli USA avrebbero dovuto reagire. Questo caso

si presentò proprio a Cuba nel 1962.

con poche eccezioni l’America Latina era rimasta fuori dal conflitto bipolare, condizionata

soprattutto dall’egemonia degli Stati Uniti. Nel 1947 era stato firmato il Patto di Rio e nel

1948 venne creata l’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) con sede a Washington.

Tuttavia esistevano tensioni legate alla profonda disuguaglianza esistente tra i paesi dell’America Latina e degli Stati Uniti. I primi segni di cambiamento si ebbero nel 1954 in Guatemala dove il governo democratico venne eliminato grazie all’intervento congiunto di reparti dell’esercito guatemalteco e guerriglieri sovvenzionati dai servizi segreti statunitensi. Maggior successo ebbe la lotta rivoluzionaria a cuba. Il potere politico era nelle mani di pochi proprietari terrieri, incapaci di far fronte ai cambiamenti del paese e di condurre una

politica non subalterna agli USA. Così si creò un’alleanza sociale fra la piccola borghesia e

il mondo proletario e contadino. Alla testa di questo movimento si pose nel giugno del

1953 Fidel Castro. Nello stesso anno, dopo un tentativo rivoluzionario non riuscito egli

venne imprigionato e poi, amnistiato nel ’55, si rifugiò in Messico dove fondò il movimento “26 luglio”. Insieme ad Ernesto “Che” Guevara Castro tentò nel 1956 uno sbarco insurrezionale a Cuba. A malapena riuscì a sfuggire alla cattura e a rifugiarsi sulla Sierra Maestra con una dozzina di sopravvissuti all’impresa. Da lì, in poco più di due anni, guidò

la lotta contro il dittatore Batista. I compagni di Castro crebbero fino ad infiltrarsi nelle città

e a seminare il panico negli ambienti governativi. Nel 1959 Batista, incapace di resistere e

privo dell’appoggio americano, fuggì dall’Avana, dove i “partigiani” di Castro fecero il loro ingresso trionfale. Al suo primo apparire Castro non guidava una coalizione filocomunista. Il suo governo venne subito appoggiato dagli Stati Uniti, che auspicavano il consolidamento di un regime riformista. Tuttavia la politica di riforme e le infiltrazioni comuniste presenti nel nuovo governo cubano misero in allarme gli americani, mentre dall’isola centinaia di persone ostili alla politica castrista fuggivano in Florida dove insediarono una colonia cubana sempre più influente anche nella vita interna degli Stati Uniti. Una svolta risolutiva ebbe luogo nel 1960 quando Cuba venne visitata da l Primo Ministro sovietico, Mikojan, che firmò con il governo di Castro un accordo per l’acquisto di tutta la produzione saccarifera dell’isola ad un prezzo di favore ma compensato dalla concessione di un prestito di 100 milioni di dollari. Da quel momento Cuba diveniva un potenziale avversario degli Stati Uniti. Tra il ’60 e il ’61 le relazioni dei cubani con gli statunitensi continuarono a peggiorare tanto che Castro chiese una notevole riduzione del personale dell’ambasciata americana:

Washington decise la rottura delle relazioni diplomatiche. Nel deteriorarsi della situazione si inserì un deplorevole episodio, la tentata spedizione di 1200 esuli cubani sull’isola, nella Baia dei Porci, nella fiducia che lo sbarco potesse provocare un’insurrezione anticastrista, ma gli esuli vennero tutti catturati. La spedizione era finanziata dai servizi segreti americani. Il 1°maggio 1961 Castro dichiarò che Cuba era una repubblica socialista e da allora incominciò a trasformare la vita dell’isola secondo il modello del “socialismo reale” sovietico. Per vicinanza geografica e per situazione politica, Cuba era potenzialmente il terreno ideale per mettere alla prova la resistenza americana rispetto al sorgere, presso il territorio

degli Stati Uniti, di un rischio analogo a quello che l’Unione Sovietica vedeva nell’esistenza i Turchia e in Italia di basi missilistiche a medio raggio L’idea di istallare basi missilistiche a Cuba fu partorita dal Presidium sovietico nel 1962. Raul Castro si recò a Mosca per la messa a punto del progetto. Si trattava di prevedere l’invio a Cuba di 45.000 militari sovietici e di istallare nell’isola cinque reggimenti specialistici capaci di lanciare complessivamente non meno si 40 missili del tipo SS-4 e SS-5 contro il territorio degli Stati Uniti. Con le basi sovietiche di Cuba l’Urss avrebbe raddoppiato la sua forza nucleare anche dal punto di vista della strategia globale.

I lavori di istallazione ebbero inizio e gli americani ne ebbero subito notizia. Il presidente Kennedy venne informato e da allora ebbe inizio la crisi che, per diversi giorni, ebbe tutti gli aspetti di una crisi imminente, sebbene entrambe le superpotenze non perdessero il

senso delle loro relazioni. In una lettera personale di Kennedy a Chruscev il presidente descrisse la gravità della situazione, spiegò che altre navi sovietiche erano in navigazione verso Cuba, dichiarò che gli Stati Uniti avevano fissato una linea di “quarantena” oltre la quale non avrebbero accettato il passaggio di navi sovietiche dirette a Cuba e affermò che le navi che non avessero rispettato il blocco sarebbero state fermate, ispezionate e, se necessario, respinte con la forza.

I sovietici dapprima negarono, poi Chruscev ordinò alle navi sovietiche di non forzare il

blocco. Egli inviò una prima lettera privata a Kennedy nella quale si disse pronto a revocare tutte le iniziative in corso e smantellare le basi già insediate qualora il presidente

avesse dichiarato pubblicamente che gli Usa non intendevano invadere Cuba. Il giorno dopo Chruscev inviò una seconda lettera (che venne diffusa dalla radio di Mosca) nella quale il ritiro dei missili da cuba era condizionato dallo smantellamento delle basi missilistiche in Turchia. Venne raggiunto il compromesso sullo smantellamento delle basi missilistiche. Nel 1963 venne firmato da Usa, Urss e Gran Bretagna il Test Ban Treaty (trattato per la sospensione degli esperimenti nucleari nell’atmosfera). Questa scelta strategica del ’62-’63 era però anche dominata da considerazioni interne all’Unione Sovietica. Nel paese era in corso un serrato dibattito sulle scelte economiche di fondo e sulla validità del modello produttivo sovietico. Chruscev coltivava l’ambizione che l’Urss potesse, entro il 1970, raggiungere il livello di produzione e la qualità della vita esistenti negli Stati Uniti anche nel settore privato. Ciò richiedeva una diversa distribuzione degli investimenti e un ridimensionamento delle spese militari.

L’EGEMONIA DI DUE IMPERI E I SUOI LIMITI. 1964-1979

1. Una proposta di lettura.

La fine del colonialismo tradizionale non permette la cancellazione della parola “impero” dal lessico delle relazioni internazionali. Sopravvissero, infatti, altre forme di dipendenza, caratteristiche del rapporto fra le due superpotenze con i paesi appartenenti ai blocchi di

nel caso degli Stati Uniti la dipendenza era collegata al tema

della difesa comune, a quello della cooperazione economica, a quello dello scambio diseguale sul piano tecnologico e, in alcuni casi, a una dose di dipendenza sul piano delle scelte politiche interne. Si può parlare di “impero” in un senso nuovo, cioè nel senso di coalizione di paesi economicamente organizzati come economie di mercato e politicamente governati secondo le regole dei sitemi democratici pluralistici dominanti nel mondo occidentale, legati alla potenza egemone da un rapporto di collaborazione politica e di dipendenza militare.

In parte dissimile era il rapporto interno all’impero sovietico. Bisogna fare una tripartizione:

i rapporti fra le “repubbliche” che costituivano l’Unione delle Repubbliche socialiste

sovietiche erano, nel loro insieme, fortemente simili ai vecchi sistemi coloniali. In questi paesi il governo sovietico perseguiva una politica di “russificazione” non indifferente alle specificità nazionali (investiva il sistema dell’economia e il sistema della difesa). Accanto ai popoli dell’Urss vi erano quelli dei paesi del Patto di Varsavia che avevano mantenuto la loro sovranità che nel 1968 Breznev specificò essere una “sovranità limitata”. Il terzo “cerchio” dell’impero sovietico era rappresentato dagli stati che, dopo aver acquisito l’indipendenza, erano economicamente legati all’Urss. In questo caso è impossibile parlare

di rapporto imperiale ma solo di espressione di una politica di potenza.

I due imperi consolidarono la loro estensione tra il 1956 e il 1963. Dopo di allora acquistava prevalenza l’accentrarsi dei poteri decisionali attorno all’asse bipolare. Tuttavia, data l’esistenza dei due imperi, era necessario che questi definissero le regole della loro convivenza. Dal 1963 al 1974, quasi senza pausa, l’elaborazione delle regole del bipolarismo continuò con il Non Proliferation Treaty (1968); poi con gli accordi Salt I (1972) e Salt II (1974). La conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa portò, nel 1975, al modello per la definitiva pacificazione del continente.

alleanze da esse guidati

Se gli Stati Uniti avevano davvero attuato una “revisione angosciosa” della loro politica verso l’Europa e, dopo il 1955, avevano cessato di considerare i temi europei come centrali nella loro politica globale, restava il fatto che l’azione della diplomazia americana non era stata particolarmente attenta alla sensibilità francese durante la guerra di Algeria; non aveva tenuto conto dei progetti franco-tedeschi-italiani di costruire un armamento nucleare autonomo se non per ostacolarli a favore dell’accordo con i sovietici; aveva lasciato che la costruzione del Muro di Berlino avesse luogo senza prestare troppa attenzione allo sdegno dei tedeschi e degli europei; aveva vissuto la crisi di Cuba “informando” e non “consultando” gli alleati; aveva poi affrontato il problema delle garanzie nucleari all’Europa sostituendo agli impegni con la Gran Bretagna l’ipotesi di una forza multilaterale; aveva assistito con diffidenza all’Ostpolitik di Brandt; aveva pilotato due conflitti mediorientali, nel 1967 e nel 1973, urtando contro gli interessi dell’Europa occidentale. I governi europei nutrivano diversi gradi di irritazione, i simboli più evidenti della quale furono l’accordo De Gaulle-Adenauer del 1963, la decisione di De Gaulle, nel 1966, di ritirare la Francia dal comando integrato della Nato e la netta presa di posizione di molti governi europei rispetto alla politica degli Usa nel Vietnam. Nel 1957 l’Europa occidentale varò i trattati istitutivi della Comunità Economica Europea (CEE). Attraverso il processo di integrazione, l’Europa recuperò gradualmente la volontà di restare una delle forze guida dell’economia mondiale, mettendo le basi anche per diventare uno dei soggetti potenzialmente diversi, anche dal punto di vista politico, dagli Stati Uniti. Si trattava del sorgere di un partner più forte e meno rassegnato all’egemonia bipolare. La decisione americana del 1971 di sospendere la convertibilità del dollaro diede energia al disegno europeistico. Non minori erano i problemi interni al blocco sovietico. Nel 1964 Chruscev fu sostituito. Sul piano economico si tentarono una serie di riforme gestionali e tecniche, che non potevano risolvere le contraddizioni connaturate nel sistema. Sul piano internazionale, il miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti fu pesantemente condizionato dalla crisi cecoslovacca del 1968 e dallo scontro del 1969 con la cina che poi si avvicino agli occidentali. L’alleanza con il Vietnam di Ho Chi Minh, filosovietica e anticinese e il successo della lotta antiamericana dei vietnamiti era anche un successo sovietico ma i limiti imposti dalla distensione circoscrivevano la portata del successo. Una volta raggiunta la percezione della parità e della mutua capacità di completa distruzione, l’alternativa era solo la limitazione degli armamenti. Tenute presenti le difficoltà finanziarie americane, la crisi che accompagnò, enfatizzandola, la guerra del Vietnam e quelle derivanti dalla crisi energetica seguita dalla guerra del 1973 tra Egitto e Israele, forse i sovietici potevano pensare che i costi della distensione fossero accettabili, nella prospettiva di una successiva crescita dell’Urss. Nel 1963 il pessimo raccolto costrinse il governo di Mosca a ripristinare il razionamento e la carestia fu evitata solo grazie a consistenti acquisti di grano dall’estero. Ormai le previsioni sul crollo dell’impero sovietico incominciavano a circolare nella letteratura politica. I sovietici ottennero dalla distensione una limitazione dell’impegno americano in Vietnam, che dopo la vittoria di Ho Chi Minh , divenne stretto alleato di Mosca. Gli statunitensi recuperarono una maggior libertà di manovra in tutto il globo e, soprattutto, ridimensionarono i rischi della recessione economica. L’arco di tempo che va dal 1964 al 1973-75 può essere descritto come una parabola durante la quale le superpotenze riuscirono a proseguire la politica di intese nucleari; nel 1975 la parabola si avviò verso la fase discendente in cui si restituì asprezza al confronto bipolare. Il problema di fondo consisteva nell’impossibilità di governare, senza consenso e solo in virtù della supremazia nucleare, una pluralità di soggetti sottoposti a tensioni

divergenti. Un altro aspetto del problema era l’affiorare di una disuguaglianza strutturale

tra le due superpotenze.

Accanto alla crisi energetica, i temi critici della fase discendente della parabola furono rappresentati dal riproporsi della questione della sicurezza europea per quanto riguarda la minaccia data dal dispiegamento degli “euromissili” sul territorio del Patto di Varsavia. Gli Stati Uniti vivevano la crisi politica legata alle dimissioni di Nixon (1974) e al lungo,

successivo periodo elettorale, culminato nell’elezione di Carter alla presidenza e poco dopo alla crisi della presenza americana in Iran. I sovietici dovevano affrontare problemi nuovi: l’impossibilità di mantenere le posizioni acquisite nel Medio Oriente, la crisi della loro presenza mediterranea, l’offensiva del dissenso interno e le ramificazioni che questo aveva nei paesi del Patto di Varsavia o nei paesi dell’Europa occidentale; l’aspro scontro con i paesi europei in relazione al dispiegamento degli euromissili e l’improvvisa

accelerazione delle difficoltà da tempo vissute rispetto all’Afghanistan, sino alla rischiosa decisione dell’intervento militare del 1979.

Il sistema bipolare nutriva alcuni elementi di fragilità, il principale dei quali era

rappresentato dalla diversa capacità delle superpotenze di reagire alle tensioni emergenti

e, in particolare, alla sfida imposta dalla crisi energetica e, comunque, incombente sui

sistemi produttivi. Così le mediate certezze del bipolarismo non durarono a lungo.

2. Il polo statunitense e i suoi problemi.

Il successo pubblicitario di Kennedy in occasione della crisi di Cuba aveva avuto ripercussioni quanto mai positive in Europa. Invece tutto il modo seguito dal presidente nel risolvere la crisi, a danno della sicurezza europea e delle ambizioni tedesche, era l’oggetto

di serrate critiche negli ambienti militari della Nato. I gollisti francesi ritenevano che

Kennedy avesse barattato la sicurezza americana con quella dell’Italia e della Turchia. L’alternativa dell’Europa al lasciare la responsabilità esclusiva della sua sicurezza ad un’altra potenza era quella di partecipare alla force de frappe autonoma che i francesi stavano creando oppure di lasciarsi persuaderedagli americani e dai britannici a far parte della Forza multilaterale alla cui creazione essi lavoravano dal 1960. Il progetto si scontrò con l’opposizione francese. De Gaulle lo considerava come un modo surrettizio per spingere la Gran Bretagna nella CEE, con risultati paralizzanti per il suo sviluppo e lo considerava anche un mezzo perché le scelte nucleari europee restassero sempre subordinate alla strategia degli Usa. Perciò egli rispose con la firma dell’accordo con

Adenauer. Così otteneva risultati visibili l’altro pilastro interno al blocco occidentale: la CEE. L’azione di De Gaulle plasmò non solo i rapporti militari atlantici ma anche gli sviluppi della Comunità economica europea. Nel 1968 venne stabilita la tariffa esterna comune e fu completato il processo di riduzione dei dazi interni alla Comunità. Sul piano politico, De Gaulle manifestò invece la sua ostilità verso un’organizzata da burocrati privi

di legittimazione politica. A suo parere, solo la nascita di una unione politica avrebbe

superato questo ostacolo: egli pensava in termini di cooperazione interstatuale. Il compito della Cee non consisteva solo nella creazione di una zona di libero scambio, ma

anche nell’elaborazione di politiche comuni in diversi settori, primo fra tutti quello agricolo. Dal campo della demolizione delle barriere esistenti si passava al terreno della formulazione di linee politiche comuni. Il problema posto dal presidente francese riguardava la natura giuria delle istituzioni comunitarie e toccava l’aspetto centrale del processo di integrazione europea. Attraverso

la “politica della sedia vuota” la Francia riuscì ad ottenere che si arrivasse nel 1966 al

“compromesso di Lussemburgo” che ribadì la centralità politica del Consiglio dei ministri affermando che nessuna “decisione importante” sarebbe stata presa senza l’accordo

unanime del Consiglio stesso; in più si concesse alla Cee di disporre di risorse proprie. Nel 1973 entrarono a far parte della Cee anche Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda. Nel 1974 il Parlamento venne trasformato in organo elettivo sulla base del suffragio elettorale. La Cee diventava un soggetto economico e, indirettamente, politico del sistema internazionale. Nel primo decennio di vita i paesi della Comunità a sei vissero il “miracolo economico”.

L’altro mutamento che sfuggiva al controllo bipolare riguardava la Germania. Nel 1969 fu avviata l’Ostpolitik promossa dal cancelliere Willy Brandt. Dato che i governatori della

Germania orientale si sentivano privi di legittimità reale e perciò temevano le conseguenze

di una eventuale unificazione, Brandt sosteneva che che bisognava cambiare rotta e

riconoscerli, per rassicurarli. Brandt proponeva di dare vita ad un nuovo sistema di sicurezza europea, poggiato su un accordo tedesco-sovietico, anche senza il consenso degli Stati Uniti, ma grazie al quale la riunificazione sarebbe divenuta possibile. Era presente nel cancelliere tedesco la preoccupazione che la dottrina strategica della “risposta flessibile” spingese la Germania occidentale in prima linea, a meno che non fosse stato realizzato un completo mutamento delle relazioni con la Germania orientale e con l’Unione Sovietica. Le dimissioni di Ulbricht dalla guida del Partito Socialista unificato tedesco, volute da Mosca, e la sua sostituzione con Honecker resero più facile il dialogo. Nel 1972 fu stipulato un trattato che prevedeva “relazioni di buon vicinato sulla base dell’eguaglianza dei diritti” fra le due Germanie, un incremento delle relazioni commerciali e di quelle culturali, il mutuo rispetto delle frontiere e delle alleanze. Pochi mesi dopo entrambi gli stati tedeschi venivano ammessi all’Onu. L’Ostpolitik non fu che un’anticipazione del processo di assimilazione che sarebbe avvenuto dal 1989 in poi, senza alcun rovesciamento di alleanze.

Al centro del blocco occidentale vi erano però gli Stati Uniti. Gli anni dal 1964 al 1979

furono segnati dall’eredità del’assassinio del presidente Kennedy, dalla contraddittoria politica del suo successore Johnson, dal fulmineo successo e poi dal crollo altrettanto fulmineo di Nixon, il presidente della “grande distensione”, ma anche dello scandalo del Watergate; dall’elezione, nel 1976 di Carter, un presidente oscillante tra l’impegno ideologico e il pragmatismo alla Truman. Questa lunga fase della politica estera degli Stati Uniti fu contrassegnata, al suo inizio, dalla guerra del Vietnam e dalle reazioni che essa provocò sul piano interno e su quello internazionale. Questa vicenda deve però essere considerata nelle sue proporzioni reali, nel senso che ebbe forti ripercussioni sull’opinione pubblica e sul dibattito politico interno ma non ebbe conseguenze pratiche per i rapporti con il blocco sovietico. Fu Kennedy (1954), per primo, che cercò di manipolare la situazione vietnamita. In pochi mesi la guerra civile vietnamita si trasformò in u conflitto tra Vietnam del Nord e Stati Uniti. Sullo sfondo persisteva la “teoria del dominio” secondo la quale la difesa del Vietnam del Sud dai comunisti era necessaria per impedire che il comunismo dilagasse in tutta l’Asia sud-orientale. Nel 1964 Johnson venne riconfermato alla Casa Bianca. Nel 1967 ci fu l’escalation americana che però non fu risolutiva. La sconfitta americana derivò non già dall’eccesso di impegno militare ma dall’assenza di un impegno militare collegato a un progetto politico. Nei primi anni dell’intervento in Vietnam Johnson ebbe l’appoggio dell’opinione pubblica. La situazione incominciò a mutare quando la televisione mostrò gli orrori di una guerra della quale non erano chiare le ragioni. Ebbe inizio allora un furioso dibattito fra oltranzisti e pacifisti; il dibattito coincise con gli anni di svolta del costume politico dei giovani americani che mettevano in dubbio la legittimità e la natura democratica della società americana. Tutto ciò si tradusse in una violenta offensiva contro

il presidente. Johnson capì che doveva aprire i negoziati con i nordvietnamiti. Questi ebbero inizio nel 1968 entre la guerra continuava e le elezioni presidenziali stavano per essere inte da Nixon. Il nuovo presidente e il suo consigliere Kissinger avrebbero perso un’altra via: quella del progressivo sganciamento, della “vietnamizzazione” della guerra e poi del negoziato del 1973, sebbene la guerra poi continuasse tra i vietnamiti sino al 1975, quando le forze vietcong e nordvietnamite occuparono la capitale del Vietnam del Sud. Per Nixon la “guerra limitata” doveva essre chiusa poiché i temi del dialogo bipolare la sovrastavano.

3. Il polo sovietico e i suoi problemi.

Il “campo” comunista presentava contraddizioni internazionali e interne ancora più profonde e più devastanti di quelle presenti nel “campo”americano. La principale di queste contraddizioni era il mutamento di carattere del rapporto con la Cina: dalla diverenza al conflitto. Dopo l’accordo nucleare sino-russo del 1957 e le critiche cinesi alla riabilitazione di Tito subentrò una breve fase di bonaccia subito interrotta dalle tensioni provocate nel 1958 dalla crisi di Berlino e del sostanziale insuccesso di un viaggio di Chruscev a Pechino (1959). La tensione riprese a salire sino al punto che, nel 1960, i sovietici ritirarono i loro esperti nucleari della Cina. Questo paese era alla vigilia della lunga crisi politico-economica degli anni ’70. nel 1962 la breve guerra con l’India, che godeva della protezione sovietica, aggiunse combustibile al fuoco della crisi. La firma del trattato di interdizione degli esperimenti nucleari nell’atmosfera (1963) al quale i cinesi non aderirono, fu considerato un altro attentato sovietico alla crescita del potenziale cinese. Nemmeno la caduta di Chruscev mutò la situazione. Due accordi tra Urss e Vietnam del Nord e tra Urss e Corea del Nord completarono l’isolamento della Cina nel mondo comunista. Isolamento, crisi economica e crisi politica spinsero nel 1966 Mao Zedong a promuovere la cosiddetta “rivoluzione culturale”, come risposta alla burocratizzazione del Partito e ai privilegi avvertiti nelle città. Le “guardie rosse” di Mao colpirono persino il presidente della repubblica e il segretario del Partito Deng Xiaoping. Per un anno la Cina fu spazzata da un caotico ribollire sociale, dalla paralisi delle scuole, dalla persecuzione contro tutti coloro che erano sospettati di aver tentato una “controrivoluzione”. Fu un periodo di paralisi della vita economica che fece perdere alla Cina gran parte delle conquiste compiute precedentemente. Nel 1967 Mao considerò chiuso l’esperimento e fece intervenire il generale Lin Piao con il compito di restaurare l’ordine. Fu solo nel 1971 che Mao lasciò che Zhou Enlai riconducesse il potere nelle mani dei civili con la collaborazione degli uomini che più erano stati perseguitati dalle “guardie rosse”, primo fra tutti Deng Xiaoping. Quest’ultimo, dopo la morte di Mao (’76), vinse la lotta per la successione. Frattanto l’acuirsi dello sconquasso interno aveva ulteriormente peggiorato le relazioni con l’Urss. L’iniziativa cinese di dare alla controversia politica, sulla delimitazione del confine sino-sovietico lungo il fiume Ussuri, un carattere militare può essere interpretata come una misura preventiva contro l’egemonismo di Mosca. In questo ambito si colloca l’attacco che, nel 1969, reparti cinesi portarono contro posizioni di confine sovietiche lungo il fiume, proclamando la necessità che i “trattati diseguali” firmati dai due paesi nel XIX sec. fossero rivisti. Le parti decisero di ricorrere ad un negoziato diplomatico svoltosi in un clima di reciproco sospetto. Il governo di Pechino si distaccava dagli antichi alleati e si preparava a diventare uno degli attori della politica estera di Nixon.

La frattura sino-sovietica era solo il più vistoso dei motivi di crisi interna del sistema imperiale sovietico. In Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia la fragilità del potere era

avvertita in maniera quanto mai netta. In Polonia, dopo gli scioperi del 1971, Gomulka venne sostituito da Gierek che seppe fronteggiarli con successo. In Cecoslovacchia si ebbe invece la crisi più profonda e più avvertita in Occidente. Dopo il 1953 il Partito comunista aveva seguito una linea politica intransigente. Tuttavia la crisi economica del 1962, seguita dal fallimento del piano quinquennale, diede fiato alle opposizioni e aprì un serrato dibattito sui temi della politica economica nazionale. I giovani economisti criticavano il “culto della pianificazione” e propugnavano una politica industriale basato sull’autofinanziamento delle imprese per gli investimenti, da effettuare al prezzo reale di mercato. Nel 1964 venne eletto a capo del partito comunista slovacco uno dei protagonisti della lotta antinazista, un comunista di sicura fede e di grande sensibilità umana, Dubcek. Nel 1967 egli divenne segretario del Partito cecoslovacco. Attorno al nuovo segretario nacque la speranza o il “mito” della Primavera di Praga. Furono eletti un nuovo presidente della repubblica, il presidente dell’Assemblea nazionale e il capo di stato, i quali, assieme a Dubcek, elaborarono progetti di riforme che adombravano un ideale grandioso, affidato ad uno slogan eloquente, la creazione di un “socialismo dal volto umano”. Gli avversari di Dubcek e del nuovo corso cecoslovacco si preparavano ad agire poiché giudicavano letale il rischio di contagio che da Praga poteva diffondersi in tutti i paesi del Patto. Dubcek contava sull’aiuto di Tito e del rumeno Ceausescu, ma le sue speranze vennero tradite. I nuovi dirigenti cecoslovacchi, convocati a Mosca, furono sottoposti a un trattamento quasi carcerario, esposti a minacce e ricatti, mentre le forze del Patto di Varsavia occupavano tutta la Cecoslovacchia. Breznev chiese a Dubcek di scegliere tra un intervanto militare più aspro e sanguinoso come rappresaglia per un anticomunismo che Dubcek non nutriva e la tacita accettazione di ciò che era accaduto, con alcuni rimedi che temporaneamente attutissero il colpo. Gli esponenti del nuovo corso cecoslovacco poterono rientrare a Praga per governare la reazione contro ciò che essi stessi avevano provocato. La direzione del Partito fu affidata a Husak. Dal punto di vista internazionale, questa dura prova interna al sistema sovietico, fu giustificata da Breznev sulla base della “dottrina della sovranità limitata”.

4. La “grande distensione” e i suoi limiti.

L’egemonia e la subordinazione avevano le loro origini nel fatto che le superpotenze legittimavano la loro supremazia in cambio della tacita delega, loro concessa, di aasicurare la pace nel mondo, evitando di esasperare i motivi di frizione tra i due blocchie perché, superata una certa soglia di pericolo, dopo gli anni dei più minacciosi esperimenti nucleari nell’atmosfera, definissero le regole della convivenza. Quelli tra il 1968 e il 1974 furono gli anni dei grandi accordi che consentirono la “grande distensione”. Nel 1968 venne firmato il “trattato di non proliferazione” sotto l’egida delle Nazioni Unite. Eso prevedeva che gli stati in possesso di armi nucleari si impegnassero a non trasferire armi atomiche a chi non ne possedeva e prevedeva la rinuncia a possedere armamenti nucleari da parte di quegli stati che avessero aderito al trattato. L’accordo sanciva, ovviamente, una situazione di disuguaglianza e stabiliva l’egemonia permanente delle superpotenze. Il significato politico era evidente. Gli americani rinunciavano per sempre al riarmo atomico della Germania in cambio della condanna sovietica del riarmo atomico cinese. Così come l’accordo del ’68 era strettamente legato all’evoluzione della politica interna tedesca e all’approfondirsi del conflitto sino-sovietico, gli accordi successivi furono legati all’evolvere della situazione interna americana e alle riforme tentate in quella sovietica. Tuttavia vi fu un profondo errore di valutazione delle rispettive ragioni di fondo che

favorivano il dialogo. I sovietici ritennero che, fiaccati dalla guerra in Vietnam, gli Stati Uniti attraversassero una fase di crisi che non sarebbe stata rimediata a breve e giudicavano la politica di distensione un segno di relativa debolezza (e non solo come la volontà di ridurre i costi della gara nucleare e spaziale). Nel 1972 Nixon si recò a Mosca dove ebbe luogo la firma del trattato Salt I. la prima parte dell’intesa definiva i livelli di armamenti entro i quali ciascuna delle due potenze si impegnava a mantenersi. La seconda parte dell’accordo riguardava i missili antimissile (Abm). La definizione di “grande distensione” per spiegare questa fase delle relazioni tra le superpotenze e giustificata dal clima politico che circondò gli accordi. Breznev e Nixon firmarono una serie di protocolli dai quali si doveva desumere che le relazioni tra i due paesi erano non solo normalizzate ma avviate verso un radioso avvenire. Una solenne dichiarazione riguardava “I principi delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica” e affermava solennemente la norma suprema della “coesistenza pacifica”. Per renderla possibile, le parti si impegnavano a consultarsi per evitare conflitti militari e prevenire l’esplosione di una guerra nucleare. Un capitolo importante degli accordi fu quello relativo agli scambi commerciali, sulla base della quale l’Unione Sovietica poteva acquistare grano negli Stati Uniti. Venivano poste le basi per un accordo che avrebbe concesso all’Urss la clausola di “nazione piùfavorita”. Altri protocolli riguardavano la collaborazione culturale, quella scientifica e quella spaziale. In quelle occasioni vennero sottoscritti numerosi altri accordi di collaborazione e fu affrontato il tema del superamento del Salt I con un nuovo accordo (Salt II). Le buone intenzioni ebbero poco seguito poiché Nixon venne costretto alle dimissioni (scandalo del Watergate) nel 1974 e i sovietici dovettero riprendere il dialogo con il successore, Ford. Durante l’ultimo vertice degli anni della “grande distensione”, svoltosi a Vladivostok, Ford e Breznev raggiunsero l’accordo sul testo del Salt II affermando il principio della parità. L’intesa definitiva si ebbe nel 1979 quando il clima politico era completamente cambiato a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Per i sovietici la distensione era divenuta una necessità economica, anche in vista dei progetti di riforme nutriti da Kosygin e Breznev. Inoltre la politica di distensione migliorava l’immagine dell’Urss in Europa dopo l’enunciazione della “dottrina Breznev”. La sicurezza in Europa bilanciava l’insicurezza in Asia, dove le relazioni con la cina avevano superato il punto di rottura. Le ragioni propriamente sovietiche della distensione si incontravano, su questo punto,con le ragioni degli Stati Uniti, ai quali la guerra del Vietnam aveva imposto un nuovo modo di considerare le questioni asiatiche. Da subito Nixon aveva perseguito il disimpegno americano dalla guerra come risultato della “vietnamizzazione” del conflitto. Nel 1969 Nixon enunciò la necessità per gli Stati Uniti di limitare la loro presenza (nell’area asiatica) tenendo conto dell’effettiva capacità d’azione: gli Usa non potevano fare da “poliziotti del mondo” ma dovevano seguire una politica di basso profilo. Forse non fu altrettanto basso il “profilo” della politica di Nixon verso il Giappone che, dopo il trattato di pace, era entrato in un periodo di grande crescita economica ed era diventato il gigante commerciale dell’Estremo Oriente. Dal 1965 iniziò una lunga contesa fra i due paesi perché il Giappone revocasse o mitigasse la legislazione protezionistica, tenuto conto del fatto che la tutela della sicurezza giapponese gravava sugli Usa. I giapponesi si dichiararono disposti a discutere, ma posero come condizione la restituzione dell’arcipelago delle Ryukyu e dell’isola di Okinawa oltrechè la possibilità di riaprire negoziati commerciali con la Cina popolare. Intanto il governo cinese avvertiva il pericolo dell’isolazionismo e comprese l’importanza di uscirne nell’unico modo possibile: affacciandosi sul Pacifico verso il Giappone, e ancor di più, verso gli Usa.

5. Il Medio Oriente e la crisi energetica.

Nel 1973 scoppiò la guerra dello Yom Kippur causata dall’attacco a sorpresa degli egiziani contro Israele. Tre aspetti del conflitto… a) la crisi come fase del conflitto arabo-israeliano. La guerra era la rivalsa egiziana rispetto alla pesante sconfitta del 1967. Nel 1966 gli americani dinanzi al progressivo affermarsi dell’influenza sovietica nel Mediterraneo, spezzarono l’equilibrio delle loro preferenze a favore degli israeliani, ai quali vendettero consistenti quantitativi di armamenti “per controbilanciare le continue minacce arabe alla

sicurezza di Israele”. Il senso di pericolo esistente a Israele era la conseguenza della nascita dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) sotto la guida di Yasser Arafat. La situazione precipitò quando, nel 1967, gli egiziani, per prevenire un attacco di Israele alla Siria (annunciato come imminente dai sovietici) chiesero alle Nazioni Unite il ritiro dei contingenti dell’Unef. Subito dopo il governo del Cairo bloccò la navigazione di navi israeliane nello Stretto di Tiran. Nel 1967 l’aviazione di Israele attaccò di sorpresa le basi egiziane e neutralizzò l’aviazione di Nasser prima che essa potesse levarsi in volo. Le forze di terra israeliane in pochi giorni occuparono tutta la penisola del Sinai fino alla sponda orientale del canale di Suez. L’intervento della Giordania provocò l’occupazione di tutta la Cisgiordania e di Gerusalemme.

Il sogno di costruire un grande stato di Israele era diventato in quel momento realtà. Il

governo di Tel Aviv dliberò l’unificazione della Gerusalemme ebraica a quella araba in una sola entità “definitivamente” inseparabile.

Nasser superò l’umiliazione stringendo un rapporto più stretto con i sovietici, che inviarono un contingente di “consiglieri militari”, incrementarono gli aiuti economici e, dopo la diga di Assuan, finanziarono, in Egitto e in Iraq, la costruzione di altri impianti. Per Israele, la vittoria provocò un’imponente crescita della popolazione araba, una larga parte della quale proclamava la propria identità palestinese. Nel 1967 il Consiglio di Sicurezza votò all’unanimità la risoluzione 242, con cui si formulava un piano di pace nel quale si prevedeva la fine dello stato di guerra fra tutti i paesi dell’area (il che presupponeva il riconoscimento arabo di Israele) ma chiedeva a Israele di ritirare le sue truppe dai territori occupati durante il recente conflitto. La geografia politica del Medio Oriente cambiò, dopo il ’67, in senso ulteriormente antisraeliano. Nel 1970 norì Nasser che fu succeduto da un altro dei “giovani ufficiali”, al-Sadat; frattanto in Libia un colpo di stato militare aveva portato al Gheddafi alla guida del paese; nel Sudan un colpo di stato portò al potere al-Nimeiri, mentre l’azione del partito “socialista” Baath aprì la strada per l’ascesa al potere di Saddam Hussein in Iraq e

di al-Assad in Siria.

Il protagonista della riscossa araba fu l’egiziano Sadat che chiese ai sovietici ulteriori aiuti militari che giunsero solo a partire dal 1973, anno in cui egli lanciò l’offensiva, nel giorno dello Yom Kippur, cogliendo di sorpresa gli israeliani, contro la sponda orientale del Sinai mentre i siriani attaccavano sulle alture del Golan. Per alcuni giorni l’effetto sorpresa risultò efficace; poi le forze israeliane si riorganizzarono e, guidate da Ariel Sharon, non solo fermarono l’avanzata nemica, ma riuscirono a penetrare sul territorio egiziano a occidente del canale di Suez, circondando quella parte dell’esercito egiziano che occupava il Sinai, ma anche approssimandosi al Cairo. La guerra era giunta al punto critico.

b) la crisi come occasione per il manifestarsi del modo americano di considerare i problemi del Medio Oriente e, meno direttamente, ma in modo non meno consistente, dell’Europa.

L’iniziativa diplomatica bloccò gli sviluppi militari. Il Consiglio di sicurezza ordinò che le parti in lotta cessassero i combattimenti ma gli israeliani accettarono solo tre giorni dopo, quando la situazione dell’Egitto era divenuta molto critica. In quei giorni fu Kissinger a prendere nelle sue mani con risolutezza la crisi anche per trarre da questa dei risvolti positivi per la politica americana. Gli israeliani accettarono di sospendere le operazioni in seguito alle pressioni sovietiche e all’intervento americano. Nel 1974 si ebbe una conferenza a Ginevra, sotto la guida delle due superpotenze, terminata con l’intesa di un disimpegno militare generalizzato. E’ difficile dire in modo netto che la distensione facesse scendere le sue benefiche conseguenze sul Medio Oriente: solo nella fase più pericolosa della crisi, infatti, le superpotenze si concertarono per trovare decisioni comuni. L’impegno di Kissinger trasformò gli americani nei soli protagonisti di tutta la prima fase della crisi. Si ristabilirono relazioni diplomatiche regolari con l’Egitto mentre Sadat completò il disimpegno rispetto ai sovietici. L’egemonia sovietica sul Mediterraneo orientale venne quasi completamente annullata. Sotto la guida degli Stati Uniti, nel 1979 Israele ed Egitto firmarono un trattato di pace, in virtù del quale le terre egiziane occupate dagli israeliani sarebbero state gradualmente liberate e la collaborazione fra i due paesi si sarebbe presentata come modello di convivenza possibile tra il mondo arabo e Israele. Proprio la crisi mediorientale mise in luce il divario creatosi tra interessi americani ed europei. Sino alla guerra del Vietnam l’Europa aveva goduto dell’esistenza del sistema di Bretton Woods e del raggiungimento, nel 1958, di un accordo generale che stabiliva la convertibilità delle monete sulla base del Gold-dollar Standard, che rendeva la moneta americana riserva della finanza globale e fulcro della convertibilità in generale. Questo sistema imponeva di fatto i livelli dei prezzi americani al resto del mondo: prezzi che allora erano stabili e che, in quanto tali, creavano le condizioni per la stabilizzazione dei prezzi mondiali. Tuttavia la crescita del potenziale economico della Cee e quella del Giappone, combinata alla crescita dei prezzi delle materie prime voluta dai Pvs, mutarono i termini strutturali della situazione. Intrappolato dalla regola della parità fissa, il dollaro, prima sottovalutato, lasciò il posto ad un dollaro sopravvalutato, imponendo costi più elevati all’economia americana. Nel “sistema imperiale” americano, la potenze egemone vedeva diminuire i vantaggi della propria superiorità. Le spese provocate dalla guerra del Vietnam, dagli aiuti ai Pvs, dalle esigenze strategiche, sommate al perenne andamento passivo della bilancia dei pagamenti fecero salire di molto il tasso d’inflazione e quello di disoccupazione. Con l’amministrazione Nixon ci fu una svolta epocale con un rovesciamento del tradizionale sistema dei cambi e come manifestazione di un protezionismo interventistico. Dopo che nel 1971, una forte ondata speculativa investì il mercato valutario americano, risultò impossibile mantenere la politica del cambio fisso. Nixon annunciò, così, la sua new economic policy, il cardine della quale era la temporanea sospensione della libera convertibilità del dollaro. L’aspetto centrale della manovra di Nixon fu che essa diede fondatamente motivi agli europei e ai giapponesi di pensare che egli volesse rovesciare sugli alleati le difficoltà americane. Ma già alla fine del 1971 vennero fissate le nuove parità fra il dollaro e le principali monete del mondo. Il nuovo sistema del Dollar Standard aveva sottratto, durante

la crisi del 1973, alla pressione inflazionistica del cambio fisso mantenendo il ruolo del dollaro come moneta di riferimento.

c) la crisi come problema delle risorse energetiche.

La questione petrolifera aveva prodotto, a sua volta, la crisi politico-economica e quella finanziario-monetaria. Durante i decenni precedenti al 1972 il petrolio era stato abbondante e poco caro. Dall’inizio degli anni Cinquanta, con la crisi iraniana il tema dello sfruttamento delle risorse petrolifere e delle regole che lo disciplinavano era diventato uno dei problemi centrali per il mondo occidentale industrializzato. Nel 1960 i paesi produttori costituirono l’Opec (la Organization of Petroleum Exporting Countries) con il compito di coordinare le rispettive politiche energetiche. Sebbene l’Opec non riuscisse mai a trasformarsi in un vero cartello monopolistico, tuttavia essa riuscì ad acquistare, in un regime di oligopolio, la capacità di controllare e coordinare le regole di sfruttamento del petrolio mediorientale e di alcuni paesi africani o dell’America Latina. Nel 1973 il petrolio venne usato come un’arma a favore della causa palestinese, sia con una politica selettiva di esportazioni condizionata dal maggiore o minore grado di solidarietà verso la causa araba sia mediante la manovra sul prezzo del greggio. Dal punto di vista economico e da quello politico lo shock petrolifero ebbe una portata incalcolabile. Il controllo delle materie prime, passato dalle mani delle potenze coloniali a quelle dei paesi indipendenti, creava problemi del tutto nuovi per il mondo industrializzato:

non tanto per le superpotenze quanto per l’Europa occidentale e per i Giappone. Venne scoperto il tema dei “limiti dello sviluppo” e quello dei limiti delle risorse globali. Oltre alle reazioni politiche vi furono le conseguenze economico-finanziarie. Tra il 1974 e il 1979 la recessione e l’inflazione colpirono il mondo industrializzato. La necessità di colmare il deficit provocò il ricorso al mercato internazionale dove i “petrodollari” vennero riciclati mediante prestiti ai paesi industrializzati che divennero così debitori permanenti dei produttori. Così il dollaro divenne da moneta sovrabbondante un bene rifugio e gli Stati Uniti, che avevano già guadagnato diplomaticamente dalla crisi mediorientale, guadagnarono anche finanziariamente poiché, a dispetto di tutto, la loro moneta restava l’unica ancora in grado di servire come riferimento per la liquidità internazionale. Tutto questo problema del riciclaggio dei “petrodollari” fu dapprima gestito dalle grandi banche internazionali (specie americane). Nel 1975 i rappresentanti dei sei paesi più industrializzati del mondo (Usa, Gran Bretagna; Francia, Germania occidentale, Giappone e Italia) si riunirono a Parigi per discutere della nuova situazione finanziaria (G-6). Nel 1976 ciò si tradusse in un emendamento allo statuto del Fmi, grazie al quale si metteva fine al ruolo dell’oro come tallone di riferimento per il valore delle monete e venivano consolidati i cosiddetti “Diritti speciali di prelievo”. A questa istituzione veniva affidato il compito di sorvegliare il sistema dei cambi e la politica economica degli stati, per controllare che essa promuovesse un sistema economico stabile ed ordinato. La crisi energetica mise in chiaro al necessità di trovare fonti alternative di energia

6. Gli accordi di Helsinki e la ripresa della tensione in Europa.

La nuova situazione creata in Europa dalla politica estera di Brandt si sovrappose alla diffusa ostilità verso l’Unione Sovietica suscitata dagli avvenimenti di Praga. Le reazioni furono importanti per i partiti comunisti dell’europa occidentale, che presero ancora più nettamente distanza dall’Urss, pur senza spezzare i legami materiali esistenti. Dopo l’inizio degli anni Settanta, le notizie sul dilagare del dissenso interno e quelle relative allo scontro sino-sovietico trasformarono il sistema sovietico da nemico immanente in realtà consistente, con la quale un approccio analogo all’Ostpolitik avrebbe potuto dare risultati

utili, senza compromettere la stabilità del continente. Divenne perciò attuale riprendere in considerazione le proposte formulate dal Patto di Varsavia per la Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in europa (Csce). Questa si tenne nel 1972 ad Helsinki e i lavori furono chiusi nel 1975 con la firma di un lungo documento chiamato Atto Finale. L’atto venne sottoscritto da 33 paesi europei, dal Canada e dagli USA. Il documento era diviso in 4 parti. Il primo gruppo di accordi sanzionava il mutuo riconoscimento di tutti gli stati europei re l’impegno a non modificare con la forza l’assetto esistente (rafforzare la sicurezza e promuovere il disarmo). Il secondo gruppo riguardava la cooperazione economica, scientifica e ambientale.Il terzo riguardava la cooperazione nel campo culturale e umanitario etoccava il tema dei “diritti umani” con una serie di affermazioni che contrastavano con le effettive condizioni di vita dei paesi del “socialismo reale”. Il quarto gruppo prevedeva che nel 1977 una nuova conferenza, da tenere a belgrado, facesse il punto della situazione degli accordi. Gli accordi di Helsinki furono accolti con scetticismo e con diffidenza. Molti vi lessero il

trionfo della teoria sovietica che li considerava come la legittimazione della politica seguita

in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Pochi percepirono il fatto che gli impegni del

terzo “cesto” sarebbero divenuti, al di la di ogni interpretazione limitativa, un pesante condizionamento per la libertà di manovra sovietica in Europa e, anzi, la leva che avrebbe dato forza al dissenso interno alblocco sovietico. Il 1975 segnò il momento più alto della parabola dei buoni rapporti bipolari, dopo del quale

ebbe inizio un rapido riaccendersi delle ragioni del conflitto sino a far parlare, nel 1979, di “seconda guerra fredda”. I terreni dello scontro furono l’Africa e l’Europa stessa. L’occasione di conflitto venne offerta nel 1975 dalle conseguenze del regime salazariano

in Portogallo. Questo stato aveva conservato in Africa due immensi territori coloniali,

l’Angola e il Monzambico. Il nuovo governo democratico, guidato da Mario Soares, mosse

rapidamente verso la decolonizzazione. In entrambi i paesi esplose quasi immediatamente

la guerra civile. In Monzambico prese il potere il Frelimo (fronte per la liberazione del

Monzambico) ma contrastato dal gruppo Renamo (Resistenza nazionale per il Monzambico) appoggiato dal Sudafrica. Anche in Angola l’indipendenza portò al potere forze di sinistra: il Movimento popolare per la liberazione dell’Angola (Mpla) contrastati soprattutto dall’Unita, sostenuto dal Sudafrica e dagli americani. Oltre a ciò nel Corno d’Africa, dopo la detronizzazione di Hailé Selassié, in Etisia, nel

1974, il gruppo dei militari golpisti passò, nel 1977, sotto l’esclusivo controllo di Menghistu, un ufficiale di orientamento nettamente filosovietico. In tutte e tre queste situazioni i sovietici inviarono uomini e armamenti a sostegno dei movimenti o dei governi amici. La presenza di reparti cubani e sovietici in Africa erano un motivo di destabilizzazione. Per capire le ragioni che spingevano Mosca, proprio nel momento della distensione, ad impegnarsi in Africa si deve tenere presente che tra il 1974 e il 1979 i sovietici avevano perso l’influenza nel Pacifico e nel Mediterraneo orientale. Nel 1973 ci fu il colpo di stato del generale Pinochet, che aveva eliminato dal Cile il governo di Salvator Allende, fautore

di una politica di ispirazione marxista, legata all’esperimento cubano, e che per tale

ragione aveva messo in moto la reazione della Cia e dell’esercito cileno. I sovietici avevano colto l’occasione della debolezza interna americana per cercare una rivalsa dove questa risultasse possibile.

Le

tensioni si fecero ancora più aspre in occasione della disputa sugli “euromissili”. Dopo

la

firma degli accordi Salt I i militari sovietici avevano cominciato a premere per un

soluzione meno svantaggiosa, dal punto di vista delle testate nucleari, per l’Urss.

Intanto, l’ipotesi sull’automatismo della risposta Usa era tramontata dopo l’esito della crisi

di Cuba. In regime di “risposta flessibile” tale automatismo era tutt’altro che certo. Di qui

l’allarme in Europa, che era però solo in parte giustificato poiché gli americani stavano

progettando i “missili di teatro” (missil di gittata intermedia che sfuggivano ai radar avversari).

Il Consiglio Nato giunse nel 1979 ad una doppia decisione. Si assumeva come principio la

disponibilità a discutere la riduzione reciproca dei “missili di teatro” sovietici in cambio della rinuncia a dispiegare quelli che gli americani erano disposti a fornire; e si esprimeva operativamente la previsione di istallare, sui territori dei paesi Nato, che avessero

accettato di ospitarli, 572 missili americani a raggio intermedio. La decisione aveva un carattere più politico che militare. Il problema riguardava il rapporto tra l’Europa e gli Stati Uniti e l’acquisizione di un impegno più persuasivo rispetto alla “rappresaglia flessibile”.

Nel 1979-80 la crisi degli euromissili si affiancò ala crisi afgana nel dare la sensazione che l’era della distensione fosse finita. In Afghanistan, dopo la caduta della monarchia nel 1973, la vita politica si era trasformata in una faida tra fazioni politiche, gruppi interni ai partiti e fazioni religiose. Nel 1979 un colpo di stato ispirato dal Partito democratico del Popolo, di orientamento marxista, aveva portato al governo Takari (che era per una politica riformista appoggiata dai sovietici) e Amin (sospettato di antisovietismo). Nella lotta fra le due fazioni ebbe la meglio Amin. La situazione interna dell’Afghanistan si inseriva in un quadro asiatico in rapido mutamento (rivoluzione iraniana, guerra della Cina contro il Vietnam…). Breznev, quindi, decise l’invasione dell’Afghanistan perché quella situazione creava seri problemi ai sovietici in quell’area. Le razioni furono dure, soprattutto da parte americana. Nel 1980 Carter propose al Senato di posporre indefinitamente la ratifica del trattato Salt II e assunse una serie di altre misure restrittive (come la sospensione delle previste vendite di grano).

L’iniziativa sovietica si ripercosse sulle relazioni tra Mosca e i partiti comunisti dell’Europa occidentale che interruppero gran parte dei loro rapporti istituzionali e finanziari con il Pcus

e con l’Urss.

La crisi del 1989 avrebbe posto termine ad un intervento che avrebbe lasciato dietro di se una scia di rovine e un paese da allora in preda a poteri arbitrari.

Così l’arco della “grande distensione” culminava in una ripresa dei conflitti.