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Lincubo del declassamento.

Appunti per una storia del malessere dei ceti medi


Gianni Silei* in Societ in rivolta. Alle radici del disagio collettivo nel XXI secolo, a cura di Fabio Lucchini, Milano, Stripes edizioni 2012, pp. 33-69.

Tema centrale delle analisi imperniate sullo sviluppo della stratificazione sociale delle societ avanzate, la questione dei ceti medi impegna ormai da alcuni decenni economisti, scienziati sociali, storici e filosofi. Le sue origini sono strettamente collegate al progressivo avvento della societ post-industriale, definizione tanto azzeccata quanto indefinita e ambigua1. Argomento di una letteratura sterminata e soggetto anchesso dai tratti indistinti e di difficile definizione (sul finire degli anni venti Benedetto Croce ne parl come di un equivoco concetto storico e pi tardi Ralf Dahrendorf giunse a definirli gruppo che non un gruppo, classe che non una classe, strato che non uno strato), i ceti medi sono stati i principali protagonisti della golden age (let delloro), la fase che va dalla fine del secondo conflitto mondiale alla prima met degli anni settanta2. Per un curioso scherzo della storia, il dibattito sul declino della middle class3 si apr negli Stati Uniti nel luglio del 1983 , cio allinizio di quel decennio che in apparenza ne avrebbe celebrato lapogeo, con un articolo di Bob Kuttner sullAtlantic Monthly. Lanalisi di Kuttner attingendo ai dati occupazionali evidenziava una crescente polarizzazione dellofferta di lavoro tra lavori di prestigio altamente remunerativi (destinati ad un numero limitato di persone specializzate) e lavori di basso profilo e a bassa retribuzione mentre mostrava una progressiva diminuzione delle mansioni tradizionalmente riservate ai ceti medi. Di questo passo, vi si sosteneva, lAmerica avrebbe avuto difficolt a rimanere una middle-class society4. Ripreso da altri contributi, lallarme di Kuttner venne rilanciato da Lester Thurow che sul New York Times del 5 febbraio 1984 giunse a una conclusione inappellabile: The American middle class is disappearing5. Un anno pi tardi, di fronte a questa preoccupante prospettiva, Neal H. Rosenthal si chiese se questo declino fosse mito o realt6. La risposta fu apparentemente interlocutoria: negli Stati Uniti erano effettivamente in atto dei mutamenti che parevano evidenziare un declino dei ceti medi, tuttavia i dati mostravano una sostanziale tenuta, al punto che, di questo passo, la temuta polarizzazione dei redditi si sarebbe forse compiutamente realizzata solo a partire dalla seconda met degli anni novanta. Il fatto che certi toni allarmistici fossero usati in prevalenza dagli editorialisti e dalla stampa dopinione di oltre Oceano poteva indurre a ritenere che si trattasse di esagerazioni oppure di valutazioni dettate da una sorta di sindrome da accerchiamento tipica della cultura e della sensibilit americana7. Invece, linquietudine della middle class americana parve progressivamente contagiare anche quella europea. Con gli anni novanta, il malessere dei ceti medi cominci a

Cfr. D. Bell, The Coming of Post-Industrial Society, New York, Basic Books 1973. Cfr. inoltre U. Beck, La societ del rischio. Verso una seconda modernit, Roma, Carocci, pp. 13 e ss. e in C. Crouch, Il potere dei giganti. Perch la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, Roma-Bari, Laterza 2011, pp. 5 e ss. 2 B. Croce, Di un equivoco concetto storico: la borghesia, in La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia, 26, 1928, pp. 261-274; R. Dahrendorf, Classi e conflitto di classe nella societ industriale, Bari, Laterza 1970, p. 101. 3 Il termine middle class, pi correttamente traducibile come ceto medio, rimanda al concetto, tipicamente americano (e pi teorico che reale), di un corpus sociale omogeneo sul piano culturale, dello stile di vita e dei comportamenti politici. Anche se non sono propriamente sinonimi, sempre allo scopo di rendere meglio la complessit e larticolazione si liberamente associata a middle class lespressione ceti medi. 4 B. Kuttner, The Declining Middle, in The Atlantic Monthly, July 1983, pp. 60 -72. (< http://www.theatlantic.com/past/politics/ecbig/declkutt.htm>). 5 L. Thurow, The Disappearance of the Middle Class, in The New York Times, February, 5, 1984, p. 3. 6 N.H. Rosenthal, The shrinking middle class: myth or reality?, in Monthly Labor Review, march 1985, pp. 3 -10. 7 F. Dragosei, Lo squalo e il grattacielo. Miti e fantasmi dellimmaginario americano , Bologna, Il Mulino 2002, p. 13.

diventare argomento di discussione e di confronto non solo per studiosi o addetti anche nel vecchio continente, compresa lItalia arrabbiata per le tangenti e in cerca di identit8. Il centro del dibattito restavano comunque gli Stati Uniti. Nellestate del 1997, Rudi Dornbusch conferm le cupe previsioni formulate da Rosenthal scrivendo una sorta di epitaffio per i ceti che venivano salutati con un bye bye middle class che lasciava poco spazio allimmaginazione9. Nel 2003, Paul Krugman che da tempo si occupava di questi temi nei suoi editoriali sul New York Times e su Slate torn sulla questione della disappearing middle class denunciando laumento della diseguaglianza negli Stati Uniti (proprio in quellanno venne diffusa una statistica secondo la quale il 20% di americani ricchi controllava il 50% dellintero reddito nazionale) e sottolineando la perdita di centralit del ceto medio: LAmerica in cui sono cresciuto, quella degli anni cinquanta e sessanta scriveva era una societ costruita sul ceto medio, nei fatti e nei sentimenti. Quarantanni dopo, questo il senso dellarticolo, non era pi cos10. Lanno successivo, Michael Lind, citando peraltro molti degli stessi riportati dallo stesso Krugman sul New York Times, fu ancora pi esplicito: siamo ancora una nazione di ceti medi?11. Di l a poco gli fece eco Samuel Huntington con una disamina pi ampia sulla nuova America multiculturale che si apriva con ulteriore e forse ancor pi inquietante interrogativo: chi siamo?12. Per quanto le argomentazioni imperniate sul cupio dissolvi dei ceti medi restassero prevalentemente economiche e si focalizzassero sui mutamenti nel sistema di produzione, nel mercato del lavoro e della composizione dei redditi, tra la fine degli anni novanta e linizio del nuovo millennio emersero contributi di impostazione differente, che alla ricerca di risposte, spostavano lanalisi sulle condizioni politiche e sociali che avevano invece favorito lascesa dei ceti medi nel corso del novecento. Incapace di mantenere il proprio stile, fragile e intrappolata in una condizione di crescente precariet13, la classe media divent ben presto oggetto non solo di ricerche economico-sociali ma anche di alcune importanti inchieste giornalistiche: da quella in undici puntate del New York Times, a quella del Wall Street Journal14. Anche le principali testate europee, dal Corriere della Sera con Profondo Italia a Repubblica con il suo forum telematico a Le Monde, si mossero in questa direzione. Nel 2006, mentre il disagio della middle class statunitense diventava anche quello dei ceti medi europei, Jacob Hacker mise in luce il progressivo scivolamento delle famiglie americane verso la societ del rischio, quasi preannunciando la bolla immobiliare e la crisi dei subprime15. Com noto, la crisi americana innescava una valanga destinata a varcare lOceano e colpire duramente la finanza e leconomia del vecchio continen te, anche in questo caso con pesanti ricadute sul piano sociale16. Si trattava, se ve ne fosse stato

G. De Rita, Ma lItalia arrabbiata per le tangenti una societ vitale che cerca identit , in Corriere della Sera, 31 agosto 1992, p. 15. 9 R. Dornbusch, Bye bye middle class, MIT Editorials, July 1997, pp. 1-8. 10 P. Krugman, Requiem per la gloriosa classe media, in Reset, 75, 2003, p. 31. Cfr. inoltre P. Krugman, For Richer, in New York Times, October 20, 2002 e Id. The Great Unraveling. Cfr. P. Krugman, La deriva americana, Roma-Bari, Laterza 2004. 11 M. Lind, Are We Still a Middle-Class Nation?, in Atlantic Monthly, January-February 2004. 12 S. Huntington, La nuova America. Le sfide della societ multiculturale, Milano, Garzanti 2005. Il titolo delledizione originale, pubblicata nel 2004, era Who Are We? The Challenges to America's National Identity. 13 J.L. Westbrook, T.A. Sullivan, E. Warren, The Fragile Middle Class. Americans in Debt, New Haven, Yale University Press 2000; E. Warren, A. Tyagi Warren, The Two-Income Trap. Why Middle-Class Mothers and Fathers are Going Broke, New York, Basic Books 2003. 14 Cfr. The State of Working America, indagine annuale curata dai ricercatori dellEconomic Policy Institute dal 1988 e di D.P. McMurrer, I.V. Sawhill, How Much Do Americans Move Up and Down the Economic Ladder? , The Urban Institute 1996; Class Matters. Social Class in the United States of America, iniziata con larticolo di J. Scott e D. Leonhardt, Shadowy lines that still divide pubblicato sul New York Times del 15 maggio 2005 e Moving Up: Challenges to the American Dream, Wall Street Journal, maggio-giugno 2005. 15 J. Hacker, The Great Risk Shift. The New Economic Insecurity and the Decline of the American Dream , Oxford-New York, Oxford University Press 2006. 16 M. Gaggi, La Valanga. Dalla crisi Americana alla recessione globale, Roma-Bari, Laterza 2009.

bisogno, della conferma che londa lunga del benessere, allinsegna di forme ormai consolidate di protezione sociale e di nuove prospettive di sviluppo si era definitivamente esaurita17.

Il problema del quando: le dinamiche dei ceti medi Nellintroduzione alla prima edizione del libro Il ritorno delleconomia della depressione, uscito nel 1999, Krugman dopo aver evidenziato sinistre analogie tra la Grande Depressione e la crisi delle economie asiatiche degli anni novanta, aveva messo in guardia i suoi lettori: per ora - scriveva solo un numero limitato di persone stato vittima di questo nuovo malessere incurabile; ma anche quelli che hanno avuto la fortuna di non essere contagiati sarebbero degli sciocchi se non cercassero nuove cure, nuovi accorgimenti preventivi, qualsiasi cosa occorra, per evitare di diventare le prossime vittime18. Alla luce di quel che avvenuto dopo, lidea che la crisi asiatica degli anni novanta fosse una specie di prova generale di qualcosa di pi grande e devastante (la crisi globale del 2008) si rivelata una straordinaria intuizione. Lo stesso paragone della crisi delle ex tigri asiatiche con una pestilenza appare suggestivo. Tuttavia partire da questi fatti e associare direttamente le crisi recenti e la recessione alle angustie dei ceti medi, come spesso avviene in alcune semplificazioni mediatiche, pu essere fuorviante. Certe discontinuit (al pari di certe continuit) rischiano di essere ingannevoli. Per quanto le crisi comportino inevitabilmente delle ripercussioni sociali i processi che incidono sulla stratificazione hanno dinamiche ben pi lunghe. In altri termini, le crisi accelerano o frenano i processi sociali, che per si compiono in un arco temporale pi ampio e possono dunque essere meglio compresi e inquadrati attraverso la loro storicizzazione. Volendo fissare un ipotetico termine a quo della parabola ascendente dei ceti medi e prendendo in prestito unimmagine fortunata soprattutto nella letteratura doltralpe ed entrata nel lessico quotidiano, si potrebbe dire che lascensore sociale si sia messo in moto con la fine della seconda guerra mondiale. Tuttavia, le conseguenze di questa crescita verso lalto non si manifestarono almeno fino alla met degli anni cinquanta. A seguito di questo processo, quando la crescita raggiunse il suo apogeo, cio nella prima met degli anni settanta, da un quarto a un terzo della popolazione urbana di alcuni dei pi importanti paesi industrializzati era passata da classe lavoratrice (o manuale) alla classe media (o non manuale) o viceversa19. Lalta mobilit, prevalentemente ascendente, port un po ovunque alla diminuzione (e poi alla quasi scomparsa) degli occupati in agricoltura, alla diminuzione dei commercianti e degli artigiani (il ceto medio indipendente) e allespansione dei quadri e delle professioni (il ceto medio dipendente). La stessa classe operaia, pure in espansione, per effetto del miglioramento delle proprie condizioni (frutto dellincremento dei salari e della vasta protezione sociale pubblica garantita dalle strutture del welfare state) si avvicin progressivamente allo status (aspettative e stili di vita compresi) della nuova middle class. Allinizio degli anni settanta, anche se sulla base di stime percentuali indicative calcolate sulla sola popolazione maschile attiva, i ceti medi rappresentavano la fetta maggioritaria delle societ pi avanzate: il 50% in Giappone, il 44,2% negli Stati Uniti, il 41% circa in Francia, Italia e Svezia, intorno al 35% in Germania e Regno Unito. In questo ambito, inoltre, soprattutto nei paesi anglosassoni e in Svezia, i cosiddetti nuovi ceti medi (tecnici professionali, amministrativi, impiegati) avevano sopravanzato i cosiddetti ceti medi tradizionali20. Il tramonto della vecchia
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V. Castronovo, Le ombre lunghe del 900. Perch la Storia non finita, Milano, Mondadori 2010, p. 237. Cfr. P. Krugman, Il ritorno delleconomia della depressione e la crisi del 2008. Nuova edizione aggiornata ed ampliata , Milano, Garzanti 2009, p. 9. 19 F. Barbano, Mutamenti nella struttura di classe e crisi (1950-75), in La crisi italiana. I. Formazione del regime repubblicano e societ civile, a cura di L. Graziano e S. Tarrow, Torino, Einaudi 1978, p. 197. 20 Cfr. C. Carboni, Tra ceto e classe, cit., p. 60, tabella 2.

classe media autonoma e lavvento dei colletti bianchi, nuovi ceti medi dipendenti nel settore privato e soprattutto in quello pubblico, che Charles Wright Mills aveva descritto nel suo studio sulla societ americana dei primi anni cinquanta21, fu favorito da quelle componenti politiche di ispirazione riformista (socialdemocratiche ma anche cattoliche e liberaldemocratiche) che videro nellintervento dello Stato nelleconomia e nellespansione della sicurezza sociale (la ricetta con cui Roosevelt aveva combattuto negli Stati Uniti gli effetti della crisi del 29) la strada per promuovere crescita e sviluppo. Pur manifestando dinamiche analoghe, il caso italiano mostra alcune peculiarit. Anche qui i ceti medi vissero nel corso dellimmediato secondo dopoguerra una fase di ascesa che si accompagno alla pi generale rivoluzione dei consumi22. Anche qui, ai settori tradizionali della borghesia e del ceto medio si andarono aggregando nuovi soggetti sociali. Secondo alcune interpretazioni, per, questa espansione fu anche una conseguenza del carattere peculiare di democrazia protetta (bloccata dalla conventio ad excludendum) che il paese aveva assunto dopo il voto del 1948 (anzi in realt dal maggio del 1947, cio dallesclusione della sinistra socialcomunista dal governo). In Italia, lascesa dei colletti bianchi si accompagn alla fabbricazione di un ceto medio artificiale che rispondeva a un preciso disegno di stabilizzazione politica, economica e sociale perseguito sin dalla stagione del centrismo23. Questa compresenza allinterno dei ceti medi di qualcosa di nuovo accanto a qualcosaltro di pi antico fu messa in luce da Paolo Sylos Labini allinizio degli anni settanta24. Suffragata da dati quantitativi che delineavano levoluzione sociale italiana a partire dal tardo ottocento, questa ricerca metteva inoltre in evidenza come lascesa di nuovi settori sociali, composti in prevalenza da una vasta piccola borghesia impiegatizia e in parte commerciale, fosse scaturita dalla rapida espansione della burocrazia privata e soprattutto pubblica. Tale espansione aveva portato a una riduzione del divario tra stipendi e salari con un conseguente avvicinamento delle rispettive condizioni materiali. Fatto importante, ci era avvenuto in salita, cio nellambito di un generalizzato miglioramento del tenore di vita. Nel descrivere i tratti dei nuovi ceti medi emergenti Sylos Labini ne ribadiva la frammentariet e linstabilit: i ceti medi non sono propriamente una classe - scriveva - si pu parlare, al massimo, di una quasi classe, che possiede alcune solidariet di fondo (per ragioni economiche e culturali), ma che suddivisa in tanti e tanti gruppi, con interessi economici diversi e spesso contrastanti, con diversi tipi di cultura e con diversi livelli di quella che si potrebbe chiamare moralit civile25. Le dinamiche, anche perverse, di questi nuovi soggetti che a suo dire rappresentavano il vero fulcro dellItalia del secondo dopoguerra, emergevano da un raffronto, ancorch imperniato su stime di massima, delle variazioni negli anni della composizione sociale. Sotto questo aspetto, il cambiamento, strettamente correlato al processo di industrializzazione del paese avvenuto negli anni della ricostruzione e del boom economico, pi che quantitativo, era stato qualitativo. Dal punto di vista percentuale, infatti, le classi medie, dopo aver raggiunto il 56,9% della popolazione allinizio degli anni cinquanta, avevano subito una leggera flessione (controbilanciata in alto da un leggero incremento della borghesia e, in basso, da un aumento della classe operaia) attestandosi al 49,6% nel 1971. Scendendo nel dettaglio, al deciso incremento della piccola borghesia impiegatizia (sostanzialmente ripartita equamente tra pubblico e privato), che dal 5% del 1936 saliva al 17,1% del 1971, faceva da contraltare una riduzione della piccola borghesia autonoma, che nello stesso arco temporale scendeva dal 47,1% al 29,1% per effetto della forte contrazione dei coltivatori diretti, non altrettanto controbilanciata dalla pur
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C. Wright Mills, Colletti bianchi. La classe media americana, Torino, Einaudi 1967 [ledizione originale del 1951]. S. Cavazza, E. Scarpellini (a cura di), La rivoluzione dei consumi: societ di massa e benessere in Europa 1945-2000, Bologna, Il Mulino 2010. 23 S. Lanaro, Storia dellItalia repubblicana. Leconomia, la politica, la cultura, la societ dal dopoguerra agli anni 90, Venezia, Marsilio 1992, p. 293. 24 P. Sylos Labini, Saggio sulle classi sociali, Roma-Bari, Laterza 1974. 25 Ibidem.

sensibile crescita degli artigiani e dei commercianti, soprattutto medi e piccoli (i cosiddetti proletari della borghesia)26. Quando, a met degli anni ottanta, Sylos Labini torn a fare il punto della situazione sulle classi sociali in Italia, il grande imborghesimento stava per raggiungere il suo culmine. Il paese era stato investito da diversi grandiosi mutamenti economico-sociali che ne avevano radicalmente mutato la stratificazione: rispetto al 1881 gli occupati in agricoltura era crollati di 45 punti percentuali, quelli dellindustria e artigianato (dopo aver raggiunto il loro apice nel 1971) del 5%. I dati pi rilevanti riguardavano gli addetti nei servizi (cresciuti del 27,5%) e della pubblica amministrazione (+12%). In complesso - scriveva - la crescita enorme delle classi medie che domina il quadro delle trasformazioni sociali in Italia27. La terziarizzazione, in Italia e ancor prima nel resto delloccidente, si accompagn a una mutazione individualistica al termine della quale i nuovi ceti medi svilupparono una identit condivisa che travalicava la mera questione del reddito (che viceversa era talmente diversificato da essere da tempo paragonato ad una vera e propria giungla)28. In questa stagione dellapparente ritrovato ottimismo e del riflusso (almeno questa stata a lungo la vulgata di un contesto che in realt appare ben pi articolato)29 contrapposta alla stagione dei movimenti e delle spinte collettive degli anni sessanta e ai (sempre presunti tali) cupi e critici anni settanta, si completava la modernizzazione avviata con il miracolo economico. Il processo di aggregazione prosegu e i ceti medi, fino a quel momento rimasti nascosti e per molti versi ai margini del dibattito politico e delle analisi sociali (che viceversa si erano prevalentemente concentrati sulla classe operaia), vennero definitivamente posti al centro del dibattito. I quarantamila impiegati e quadri intermedi della Fiat che marciarono nellottobre del 1980 ne divennero il simbolo. Insieme a essi cerano pure i piccoli imprenditori della Terza Italia30 e dei distretti industriali ma i nuovi ceti medi, a differenza di quelli tradizionali, erano in prevalenza lavoratori dipendenti. E maggioritari sarebbero rimasti, visto che di l a poco, nonostante laffermarsi di una cultura mercatista e lenfasi ideologica posta sulla figura del piccolo imprenditore di successo il progressivo processo di de-industrializzazione verificatosi nel corso di quegli anni avrebbe fatto tra le sue prime vittime proprio i padroncini31. Allinizio degli anni novanta, quando il processo di cetomedizzazione inizi a regredire, la struttura della societ italiana ha scritto Giuseppe De Rita aveva assunto la connotazione di una grande pera, era cio composta da una numerosa e indistinta classe media, sempre pi benestante in termini assoluti e sempre pi schiacciata verso livelli medio-bassi in termini di differenze relative. Le fortune del secondo miracolo economico italiano si erano costruite attorno ad alcuni indubbi punti di forza: il consumismo e il benessere quali assi portanti e identitarie dellintero paese; il saldarsi attorno ai ceti medi, sul piano dello stile di vita cos come su quello reddituale e dellorganizzazione del lavoro, tanto dei settori pi avanzati della classe operaia quanto di quelli pi bassi della borghesia; la progressiva terziarizzazione del sistema economico32. Un quadro (almeno in apparenza) idilliaco. Ma proprio in quegli anni i molti nodi irrisolti generati dalle profonde trasformazioni intervenute nel campo dellorganizzazione della produzione e del mercato del lavoro imperniate sulla flessibilit, culminate nel corso dellultimo decennio del XX secolo con laumento esponenziale dei contratti atipici, provocarono, in Italia come negli altri paesi a economia
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Cfr. B. Maida, Proletari della borghesia. I piccoli commercianti dallUnit ad oggi, Roma, Carocci 2009. P. Sylos Labini, Le classi sociali negli anni 80, cit., p. 28. 28 E. Gorrieri, La giungla retributiva, Bologna, Il Mulino 1972. Cfr. inoltre G. Gozzini, La mutazione individualista. Gli italiani e la televisione 1954-2011, Roma-Bari, Laterza 2011. 29 Cfr. M. Gervasoni, Storia dItalia degli anni ottanta. Quando eravamo moderni , Venezia, Marsilio 2010. 30 A. Bagnasco, Le tre Italie, Bologna, il Mulino 1977. 31 M. Paci, Le dimensioni della disuguaglianza. Rapporto Fondazione Cespe sulla disuguaglianza sociale in Italia , cit. in E. Pugliese, Le trasformazioni delle classi sociali in Italia negli ultimi decenni , in Economia Italiana, anno 2008, n. 3, settembredicembre, p. 622. 32 Cfr. G. De Rita, Composizione sociale e borghesia: unevoluzione non parallela , in A. Bonomi, M. Cacciari, G. De Rita, Che fine ha fatto la borghesia? Dialogo sulla nuova classe dirigente in Italia , Torino, Einaudi 2004, pp. 40-43.

postindustriale, un progressivo incremento della disuguaglianza. Rimessi in discussione in nome del ritorno al mercato e alliniziativa individuale, i meccanismi redistributivi, gi in crisi per gli effetti delle crisi degli anni settanta, smisero di rappresentare una rete di protezione contro il declassamento. I primi a esserne colpiti negativamente furono gli esclusi e il proletariato dei servizi33. Ma il contraccolpo fu sentito anche dai ceti medi. La golden age era ormai dimenticata. Il come e il perch Anche se ai tempi della terziarizzazione degradata e dello sciupo vistoso e con lavvento della societ liquida avevano quasi dato limpressione di dimenticarsene34, i ceti medi, in Italia in misura forse ancor pi marcata rispetto ad altri paesi, erano e sono una comunit di destino. Ci significa che i vantaggi e gli svantaggi individuali legati allappartenenza tendono a trasmettersi alle generazioni successive. Un modo per cogliere queste dinamiche quello di misurare le disuguaglianze attraverso alcuni indicatori quali il grado di istruzione, la tipologia di occupazione, il livello e la distribuzione del reddito o la mobilit intra e inter generazionale. Questa operazione, peraltro delicata e complessa perch pone il problema del raffronto di dati non sempre omogenei e immediatamente comparabili e lavora in un contesto (quello della stratificazione sociale) in perenne mutamento, risulta comunque utile anche ai fini di una periodizzazione, sia pure di massima, della parabola dei ceti medi. Se il problema stabilire se le classi medie sono davvero in declino occorre rispondere ad alcune domande chiave. I ceti medi hanno migliorato o peggiorato le loro condizioni? E se impoverimento c stato quando iniziato? Quali fattori lo hanno provocato? Rispondere a questi interrogativi significa in prima istanza porre lattenzione sulla povert, tematica non a caso tornata argomento di discussione intorno alla seconda met degli anni ottanta, cio col riemergere della questione dellesclusione sociale. Fino a quel momento, le analisi quantitative mostrano come loccidente avesse vissuto una fase di generalizzata attenuazione delle disuguaglianze. LItalia aveva seguito questa tendenza: sin dagli anni della ricostruzione divario economico e divario sociale erano infatti entrambi costantemente diminuiti. Per un trentennio il reddito individuale medio era cresciuto con conseguente attenuazione delle distanze sociali, e del divario tra salari e stipendi. A partire degli ottanta, tuttavia, erano emersi i primi segnali di un parziale cambiamento di rotta: mentre il divario sociale continu a diminuire grazie ai positivi effetti del welfare state (che, non dimentichiamolo, in Italia giunse a definitivo compimento, con la creazione del Sistema Sanitario Nazionale, solamente alla fine degli anni settanta) quello economico prese salire sia per il riemergere della disoccupazione, sia per il permanere del divario Nord-Sud, solo parzialmente colmatosi con la crescita degli anni precedenti35. Questa tendenza prosegu in tutti i paesi occidentali negli anni successivi. Nel 2008, un rapporto dellOcse ha evidenziato come gli indici di povert relativa (cio il reddito di quei nuclei familiari inferiore o uguale a una soglia di povert calcolata sulla base della spesa familiare rilevata annualmente da una indagine sui consumi) salirono mediamente di 0,6 punti proprio dalla met anni ottanta alla met degli anni novanta e poi di un ulteriore 0,6 nel decennio successivo. In questo arco temporale, durante il quale questa aument soprattutto negli Stati Uniti (il che contribuisce in parte a spiegare il dibattito oltre Oceano) la povert relativa diminu in Grecia, Regno Unito e Italia. Qui per, il dato complessivo (medio) era frutto di due differenti e contrastanti andamenti: la forte diminuzione della povert avvenuta tra met anni ottanta e met anni novanta e il suo incremento tra la met degli anni novanta e il 2005. Nel 2008, secondo lIstat le famiglie italiane che si
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Cfr. M. Paci, La mobilit sociale in Italia, Bologna, il Mulino 1994. P. Span, Ceti medi e capitalismo. La terziarizzazione degradata in Italia , Bologna, Il Mulino 1977; E. Berselli, Post-italiani. Cronache da un paese provvisorio, Milano, Mondadori 2003, p. 12; Z. Bauman, Modernit liquida, Roma-Bari, Laterza 2002. 35 Cfr. P. Sylos Labini, Le classi sociali negli anni 80, cit., pp. 31-39.

trovavano in condizioni di povert relativa erano stimate in 2 milioni e 737 mila (circa l11% delle famiglie residenti) vale a dire 8 milioni e 78 mila individui (il 13,6% dellintera popolazione) 36. Quanto alla povert assoluta (ovvero quote di reddito inferiori allinsieme dei beni e servizi considerati essenziali per una determinata famiglia a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile), i suoi valori tendenziali registrati a partire dalla met degli anni novanta si mantennero pressoch ovunque in declino, eccettuato la Germania, almeno fino al 2005. E le disuguaglianze? Il gi citato rapporto Ocse ne evidenzia una accentuazione diffusa e significativa le cui dinamiche temporali seguono quelle della povert: iniziato nel corso degli anni settanta, questo fenomeno proseguito nei tre decenni successivi. Dal 2000, la disuguaglianza del reddito, in parte diminuita ad esempio nel Regno Unito e in Grecia, invece ulteriormente aumentata in Nord America (Canada e USA), in alcuni paesi scandinavi (Norvegia e Finlandia), in Germania e in Italia, che si caratterizzava per una accentuata polarizzazione dei redditi in un contesto di forti differenziazioni territoriali37. Gli indici di povert e diseguaglianza di queste e di altre recenti rilevazioni sembrano dunque evidenziare come la crisi del 2007-2008 e la successiva recessione abbiano in realt soltanto acuito effetti e tendenze gi in atto da alcuni decenni38. Una ulteriore conferma di questo andamento giunge anche dalla comparazione dei coefficienti di Gini (una misura convenzionalmente adottata per misurare il grado di disuguaglianza) raccolti nel database del Luxemburg Income Study. Londa lunga degli anni settanta caratterizzata da una generale diminuzione delle disuguaglianze prosegue almeno fino ai primissimi anni del decennio successivo, nonostante i primi segnali di segno opposto (particolarmente evidenti nel Regno Unito). La fase seguente, fatta eccezione del caso spagnolo (che si mostra in controtendenza anche per effetto della fine del franchismo e dei positivi effetti della transizione alla democrazia) e quello dellItalia (per la quale i valori dopo il picco del 1987 scendono fino al 1991), caratterizzata da un generalizzato incremento e poi da una tenuta dellindice. Negli anni novanta la disuguaglianza ulteriormente cresciuta. A met degli anni 2000 Francia e Germania (questultima sia pure con un andamento pi altalenante) erano i paesi con il minore scarto tra i valori iniziali e quelli finali. Regno Unito, Stati Uniti ma anche la stessa Italia e Spagna erano invece quelli dove le disuguaglianze erano cresciute. La Svezia, simbolo del welfare nordico, si confermava uno dei paesi a reddito pi equamente distribuito, addirittura migliorando i valori registrati alla fine degli anni sessanta. Ulteriori spunti giungono da un altro indicatore, quello che oltretutto rimanda pi direttamente alla fortunata e spesso abusata metafore dell ascensore sociale: quello della mobilit. Per quanto riguarda il caso italiano la mobilit ascendente cresciuta pressoch costantemente per quasi un intero secolo. I dati sono diventati particolarmente significativi a partire dagli anni cinquanta, cio in concomitanza con il boom economico: in questa fase la mobilit assoluta (ovvero la possibilit di un individuo che occupa una certa posizione sociale di raggiungerne unaltra) fortemente cresciuta, favorita non solo da fattori economici (la crescita del comparto industriale) ma anche da fattori sociali (il processo di scolarizzazione, il miglioramento delle condizioni di vita, lespansione del sistema di welfare e cos via). Lascensore sociale in linea con quanto stava avvenendo anche nel resto delloccidente39 ha continuato a funzionare anche negli anni sessanta, con indubbi effetti positivi ma anche con inevitabili costi sul piano psicologico e sociale (si pensi ai problemi dellintegrazione a seguito dei forti flussi migratori dal mezzogiorno al nord Italia). Gi a partire da questo decennio, tuttavia, la mobilit assoluta cominci ad interessare un numero sempre pi circoscritto di individui. Quanto alla mobilit relativa o fluidit sociale in Italia (cio le opportunit
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ISTAT, La povert in Italia nel 2008, Istat, 30 luglio 2009. Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries, OECD Publications, Paris 2008. SullItalia cfr. ISTAT, Distribuzione del reddito e condizioni di vita in Italia. Anni 2008-2009, dicembre 2010. 38 Cfr. A.B. Atkinson, E. Marlier (eds.), Income and living conditions in Europe, Luxembourg: Publications Office of the European Union, 2010 e Divided We Stand. Why Inequality Keeps Rising, OECD Publications, Paris 2011. 39 Cfr. D. Glass (ed.), Social Mobility in Britain, London, Routledge & Kegan Paul 1954.

effettive per un individuo di modificare la propria collocazione di classe di partenza) anche durante la stagione del miracolo economico essa stata sempre sostanzialmente stabile. Nel corso degli anni settanta emerse una prima discontinuit: non solo la mobilit ascendente rallent ma i tassi di quella discendente subirono un incremento40. Questo fenomeno, proseguito nel corso degli anni ottanta, si manifest in tutta la sua rilevanza negli anni novanta in un contesto di generalizzato irrigidimento delle opportunit di mobilit ascensionale. Rispetto ai paesi pi avanzati il caso italiano mostrava alcune peculiarit: la prima, di carattere generale, riguardava il permanere di forti differenziazioni di ordine territoriale. Mentre infatti i dati dellItalia centro-settentrionale sulla mobilit mostravano andamenti in linea con quelli di altre realt continentali, il mezzogiorno registrava una rigidit assai maggiore. Rispetto ad altri contesti nazionali restavano inoltre forti privilegi ereditari soprattutto nellaccesso alle posizioni superiori: in altri termini, i figli di alcune categorie (imprenditori, liberi professionisti, dirigenti) erano nettamente pi avvantaggiati nellacceso alla medesima occupazione dei padri. Essi inoltre tendevano a subentrare immediatamente nelle mansioni dei padri (o ad affiancarsi ad essi), senza un percorso formativo o senza che le loro effettive capacit venissero messe alla prova. Anche i dati della mobilit relativa si rivelavano tuttaltro che incoraggianti al punto che lItalia era la nazione europea in cui il principio delle pari opportunit di destino occupazionale trova[va] minore applicazione41. Almeno nel corso degli anni ottanta questa immobilit della societ italiana non ebbe per conseguenze eccessivamente negative, almeno per la maggior parte dei ceti medi. Era vero che i figli delle classi privilegiate ereditavano il mestiere dei padri ma ci avveniva anche per i figli dei ceti medi impiegatizi. Insomma, se lascensore saliva verso i piani alti pi raramente rispetto al passato, esso per difficilmente scendeva a quelli pi bassi. E questa regola valeva per i 2/3 della borghesia e dei ceti medi impiegatizi. Tale tendenza si perpetu anche negli anni novanta. Al termine di quel decennio lItalia era per diventata secondo alcuni un paese a immobilit diffusa, con un grado di persistenza delle disuguaglianze tra generazioni molto vicino a paesi come Regno Unito e (dato questo in contrasto con lAmerican exceptionalism e la visione degli USA come terra delle opportunit) gli Stati Uniti42. In estrema sintesi, a partire dagli anni ottanta la povert e le disuguaglianze sono aumentate, la mobilit e i redditi sono sostanzialmente rimasti bloccati ed emersa una tendenza alla polarizzazione. In un contesto come questo indubbio che anche i ceti medi abbiano subito dei pesanti contraccolpi. Tuttavia, queste valutazioni, frutto della comparazione di indici medi, valgono sul piano tendenziale. Scendendo nel dettaglio le cose sono molto pi complesse e diversificate. Ad esempio, si scopre come in realt i mutamenti economici e la crisi abbiano colpito soprattutto quei settori della societ che gi si trovavano in condizioni di deprivazione materiale (o assai vicini alla soglia di povert) e la classe operaia. I settori dei ceti medi maggiormente in difficolt sono stati (e probabilmente lo saranno anche in un prossimo futuro) quelli della piccola borghesia direttamente confinanti con essa. Restando al caso italiano, sarebbe dunque in atto un riassestamento, un riallungamento della stratificazione sociale da quella conformazione a campana che la societ aveva raggiunto con lavvento dei nuovi ceti medi. Pi che a un crollo, saremmo insomma di fronte a una sorta di bradisismo sociale che allontana far loro le categorie sociali43. Una deriva iniziata da alcuni decenni, accentuata dalla crisi e tuttora in atto, certamente dagli esiti incerti e pericolosa
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Cfr. Generazioni disuguali. Le condizioni di vita dei giovani di ieri e di oggi: un confronto , a cura di A. Schizzerotto, U. Trivellato, N. Sartor, Bologna, Il Mulino 2011, in particolare il capitolo curato da S. Marzadro e A. Schizzerotto, Giovani e mobilit sociale. Unanalisi delle disuguaglianze nelle opportunit occupazionali delle generazioni nate nel corso del XX secolo. 41 A. Cobalti, A. Schizzerotto, La mobilit sociale in Italia. Linfluenza dei fattori di diseguaglianza sul destino educativo, professionale e sociale dei singoli nel nostro paese, Bologna, Il Mulino 1994, pp. 216-231. 42 D. Checchi (a cura di), Immobilit diffusa. Perch la mobilit intergenerazionale cos bassa in Italia , Bologna, Il Mulino 2010, pp. 14-16. 43 A. Bagnasco, Premessa. La questione del ceto medio in epoca di crisi, in R. Sciarrone, N. Bosco, A. Meo, L. Storti, La costruzione del ceto medio. Immagini sulla stampa e in politica, Bologna, Il Mulino 2011, p. 17.

per gli equilibri sociali ma che comunque ridimensionerebbe, almeno in parte, una certa retorica declinista. Resta infine il quesito pi complesso di tutti, cio il perch tutto questo sia accaduto. Sotto questo aspetto hanno certamente avuto un ruolo di rilievo i molteplici macrofattori che hanno modificato il sistema economico e finanziario e che si sono susseguiti dalla crisi petrolifera degli anni settanta in avanti: la fine del sistema di Bretton Woods; linizio dellera dei petrodollari; la rivoluzione informatica e la new economy; laffermazione del neoliberismo e delle politiche di deregulation; il crollo dellURSS; il risveglio della Cina e delle nuove potenze emergenti; lavvento delleconomia post-industriale e globalizzata e del nuovo capitalismo (speculativo) finanziario tanto per citarne alcuni. A questi si sono aggiunte le nuove politiche dei redditi e la trasformazione del lavoro (su tutti lavvento del flexible capitalism) e i tagli ai meccanismi redistributivi statali (il welfare e, pi in generale, i servizi pubblici). Tralasciando i loro talvolta pesanti costi sociali, queste scelte, compiute nel segno delle liberalizzazioni e della diminuzione del carico fiscale (e della sua progressivit), nellimmediato hanno liberato risorse e favorito la ripresa, ma nel segno della polarizzazione sociale e della concentrazione della ricchezza nelle mani di una sorta di superclasse dalle connotazioni transnazionali44. Negli Stati Uniti, nel 2007, al culmine di un processo iniziato nei primi anni settanta, il 10% pi ricco della popolazione americana giunto ad avere il 50% di tutto il reddito di mercato, un dato mai raggiunto in passato, neppure allapice degli anni ruggenti che precedettero il crollo borsistico di Wall Street45. Ma lAmerica, come recenti ricerche che puntano a comparare levoluzione nel lungo periodo dei redditi sembrano dimostrare, non lunico esempio di queste dinamiche46. Nella stessa Italia dellinizio del nuovo millennio, statistiche alla mano, redditi e ricchezza si sono concentrati nelle mani di uno su dieci47. Un cambiamento rilevante che annuncerebbe un paradossale ritorno delle classi soltanto pochi anni dopo che se ne era (forse prematuramente) celebrata la fine48. Conclusioni Il malessere dei ceti medi si conferma questione assai pi articolata e sfuggente di quanto molte rappresentazioni mediatiche lascerebbero supporre. Le sue origini sono certamente riconducibili allo spartiacque tra i cosiddetti Trenta gloriosi e i Trenta pietosi49. Ma la storia non procede a salti e anche il passaggio dalla societ della speranza a quella del dubbio non successo in un giorno50. Tale periodizzazione vale perci sul piano generale poich, come alcuni recenti contributi sembrerebbero suggerire, alcune tendenze si manifestano prima. Per quanto gli anni ottanta, intesi come la stagione della progressiva conversione al neoliberismo e delle politiche imperniate sulla filosofia del winner-take-all51, abbiano rappresentato un importante momento di svolta, occorre ricordare che lattuale malessere dei ceti medi la conseguenza di un processo di destrutturazione e ristrutturazione della stratificazione sociale le cui origini sono comunque
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L. Sklair, The Transnational Capitalist Class, Oxford, Blackwell 2000. A.B. Atkinson, T. Piketty, E. Saez, Top Incomes in the Long Run History, in Journal of Economic Literature, p. 6. 46 Cfr. A.B. Atkinson, T. Piketty (eds.), Top Incomes over the Twentieth Century. A Contrast Between Continental European and English-Speaking Countries, Oxford-New York, Oxford University Press 2007 e Id., Top Incomes. A Global Perspective, OxfordNew York, Oxford University Press 2010. 47 M. Pianta, Nove su dieci. Perch stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa , Roma-Bari, Laterza 2012 e A. Brandolini, La disuguaglianza dei redditi personali: perch lItalia somiglia pi agli Stati Uniti che alla Germania? in R. Catanzaro, G. Sciortino (a cura di), La fatica di cambiare. Rapporto sulla societ italiana , Bologna, Il Mulino 2009, pp. 133-152. 48 Cfr. Le classi in una societ senza classi, a cura di P. De Nardis e E. Bevilacqua, Roma, Meltemi 2001, in particolare E. Bevilacqua, Globalizzazione e analisi di classe, Ivi, pp. 19-39. 49 Cfr. J. Fourasti, Les Trente Glorieuses, ou la rvolution invisible de 1946 1975 , Paris, Fayard 1979 e N. Baverez, Les Trente Piteuses, Paris, Flammarion 1998. 50 C. Lambert, La socit de la peur. La France peut-elle encore sen sortir?, Paris, Jai lu 2007, p. 29. 51 J.S. Hacker, P. Pierson, Winner-Take-All Politics. How Washington Made the Rich Richer and Turned Its Back on the Middle Class, New York-London, Simon & Schuster 2010.

sfumate. Sotto questo aspetto, ad esempio, in un suo recente lavoro dedicato alle trasformazioni dellAmerica bianca nellarco del cinquantennio 1960-2010, Charles Murray, nel confermare la polarizzazione in atto della societ statunitense sulla base della comparazione di numerosi indicatori statistici, ha proposto per gli USA uno spartiacque epocale evocativo e ben pi indietro nel tempo, rispetto alle interpretazioni correnti, dei fatidici anni settanta: la data dellassassinio di J.F. Kennedy52. Le stesse angustie del ceto medio italiano nel nuovo millennio hanno mostrato di avere radici ben pi antiche, e di essere il risultato di processi di lungo periodo, di una concatenazione di cause di diversa natura, endogene ed esogene, che si sono susseguite nel corso degli anni. Anche quella dei ceti medi italiani una crisi che viene da lontano, simile a quelle che pervade i ceti medi occidentali nel loro complesso, cui si aggiungono semmai, a complicare il quadro, specifiche aggravanti53. Le difficolt dei ceti medi sono certamente prima di tutto strutturali. Tuttavia, come ha scritto Le Monde in una delle numerose inchieste dedicate allargomento, il declassamento sociale non soltanto una questione di diplomi e di mobilit sociale o di indicatori economici ma riguarda qualcosa che ha a che fare con sentimenti individuali e collettivi54. Qualcosa di ancor pi difficilmente quantificabile dei dati che abbiamo poco sopra ricordato. Sebbene sotto molti aspetti radicalmente diversi rispetto alla borghesia ottocentesca o di inizio novecento, i nuovi ceti medi hanno tuttavia conservato molti tratti dellantica sensibilit borghese. A partire dagli anni ottanta, ad esempio, la maggioranza di essi ha abbracciato il neoliberismo facendo propria la storica avversione che i ceti medi tradizionali avevano nutrito nel primo dopoguerra nei confronti dello Stato, dimenticando che quello aveva favorito la loro ascesa era un individualismo protetto e che il loro consolidamento (soprattutto in Italia) era stato ottenuto con il carburante della spesa pubblica55. Lavvento della societ dei ceti medi, con la omogeneizzazione dei consumi e degli stili di vita, e il progressivo passaggio al post-fordismo, con il declino delle tute blu proprio a scapito dei colletti bianchi ebbe dunque anche il suo risvolto della medaglia. Restando al caso italiano, numerosi contributi hanno sottolineato come questo processo di espansione e omogeneizzazione si sia accompagnato a un appiattimento della societ con pesanti ripercussioni sul processo di formazione della classe dirigente e, pi in generale, innescando quei perversi meccanismi culturali e morali prima ancora che materiali, che sono in parte alla base dellattuale crisi56. Tralasciando il dibattito coevo sulle conseguenze culturali del miracolo economico e dellavvento della societ dei consumi di massa, dei rischi di un livellamento culturale come conseguenza della terziarizzazione del paese aveva parlato gi Sylos Labini a met degli anni ottanta57. Questo tema sarebbe per diventato centrale dopo Tangentopoli e con il polarizzarsi dello scontro politico durante il berlusconismo. Al culmine di questa stagione, riecheggiando gli strali che gi Pasolini dedic loro negli anni sessanta, molti sono stati coloro che, alle ricerca delle cause scatenanti della slavina che aveva travolto il paese, hanno posto laccento sulla regressione psicoculturale e tutti gli altri elementi degenerativi che avevano accompagnato lascesa e lapogeo dei nuovi ceti medi58.

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C. Murray, Coming Apart. The State of White America, 1960-2010, New York, Crown Forum 2012. V. Castronovo, Le paure degli italiani, Milano, Rizzoli 2004, p. 17 e pp. 8-9. 54 Cit. in S. Caulier, Faut-il rparer lascenseur social? Si lgalit des chances est un des fondaments de la Rpublique la ralit est plus discutibile, Paris, ditions Scrineo 2007, p. 19. 55 R. Koshar, Splintered classes. Politics and the Lower Middle Classes in Interwar Europe, New York-London, Holmes & Meier, 1990; Ripercorrere gli anni 80. La fedelt ai processi nei rapport Censis dal 1981 al 1991, Milano, F. Angeli 1992, p. 15 e G. De Rita, A. Galdo, Leclissi della borghesia, Roma-Bari, Laterza 2011, p. 10. 56 Ivi, p. 41. Si veda anche il contributo di M. Cacciari, Passato futuro del borghese, in A. Bonomi, M. Cacciari, G. De Rita, Che fine ha fatto la borghesia?, cit., pp. 3-32. 57 P. Sylos Labini, Le classi sociali negli anni 80, cit. p. 28. 58 C. Donolo, Italia sperduta. La sindrome del declino e le chiavi per uscirne, Roma, Donzelli 2011, pp. 15-16; Per un quadro del dibattito sulla crisi italiana di inizio XXI secolo alla luce delle sue vicende storico-sociali cfr. G. Crainz, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dellItalia attuale, Roma, Donzelli 2009.

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Ad accentuare la sensazione di spaesamento dei ceti medi contribuiscono i mezzi di comunicazione che attraverso il ricorso al cosiddetto effetto Hello Magazine (il richiamo a notizie sulle ricchezze degli ultramiliardari) hanno accresciuto nellopinione pubblica limpressione di un una ben pi marcata accentuazione delle diseguaglianze59. Sotto questo aspetto, il malessere dei ceti medi stato di volta in volta declinato ricorrendo ad alcune specifiche categorie interpretative: limpoverimento, la perdita di status, laumento dellincertezza verso il futuro fino al rischio dellestinzione60. Quando nel 2007 lEurobarometro si occupato della percezione della povert tra i cittadini europei, escludendo quelli dei paesi dellex blocco sovietico (Ungheria in testa) tra i pi preoccupati sono apparsi gli intervistati di nazionalit italiana e poi quelli francesi61. Un sondaggio della BBC del 2008 sulla percezione degli effetti della globalizzazione condotto su un campione di cittadini di 35 nazioni di tutto il mondo pareva confermare questa tendenza mettendo in luce come molti degli intervistati, in taluni casi addirittura ben oltre l80% (era il caso dei cittadini di Portogallo, Giappone e ancora una volta Italia) ritenessero che i benefici del recente sviluppo economico non fossero stati equamente distribuiti62. Sovrastimata o sottostimata che sia la crisi dei ceti medi, la percezione che essi hanno del proprio status e le speranze che essi nutrono nella possibilit di miglioramento delle loro condizioni restano fattori altrettanto decisivi in quanto ne influenzano i comportamenti economici e le scelte politiche. N borghesi, n proletari i ceti medi rappresentano, ieri come in passato, in Italia come nel resto dei paesi pi avanzati, il soggetto sociale inquieto per eccellenza63 e nello stesso tempo il perno delle democrazie occidentali. La sterminata letteratura dedicata alle dinamiche (e alle distorsioni) del rapporto tra politica e ceti medi, sia di quelli nuovi che di quelli in declino, nella cosiddetta prima repubblica su cui Pizzorno scrisse uno dei pi importanti contributi proprio nello stesso anno in cui Sylos Labini pubblicava il suo Saggio sulle classi sociali64 lo testimonia ampiamente. Non stupisce allora, allindomani dei rivolgimenti che hanno colpito i partiti tradizionali, che il loro ondeggiare e il loro apparente voltare le spalle alla politica, dato comune a molte democrazie dei paesi avanzati (e peraltro costante storica in momenti di crisi), metta in seria apprensione le forze politiche. Guadagnare il consenso e la fiducia dei ceti medi resta lobiettivo prioritario della classe dirigente di ogni latitudine. Vista la patologica insicurezza dei ceti medi, nel momento in cui, come adesso, le differenze tornano a manifestarsi il problema per le classi dirigenti trovare le risposte adeguate alla crisi e, conseguentemente, rassicurarli e proteggerli. Negli Stati Uniti, Barack Obama ha costruito la propria vittoria elettorale proprio sulla base di un progetto che puntava a riportare la middle class al centro del modello di vita e di societ americano. Intervistato per la prima volta dopo le elezioni dallanchorman della ABC George Stephanopoulos, il vicepresidente Joe Biden annunci la volont della nuova amministrazione di creare una task force composta dai responsabili delle politiche del Lavoro, della Sanit, dellIstruzione e dellOffice of Management and Budget (il dicastero che coordina le varie agenzie federali) con lobiettivo di monitorare lo stato di salute dei ceti medi. Nonostante alcuni importanti provvedimenti (su tutti la storica riforma dellassistenza sanitaria) la recessione ha tuttavia impedito la realizzazione di molte di quelle promesse, al punto che nel 2011, leconomista ed ex segretario del Lavoro dellamministrazione Clinton Robert B. Reich, che da almeno ventanni invita a non sottovalutare la
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Growing Unequal? Income Distribution and Poverty in OECD Countries, cit., p. 15. Cfr. R. Sciarrone, N. Bosco, A. Meo, L. Storti, La costruzione del ceto medio, cit., in particolare pp. 129-197 e N. Bosco, A. Meo, R. Sciarrone, Lemergenza di un discorso pubblico: il ceto medio nelle rappresentazioni della stampa , in A. Bagnasco (a cura di), Ceto medio. Perch e come occuparsene, Bologna, Il Mulino 2008, pp. 75-118. 61 Eurobarometer, European Social Reality, Special Report No. 273, Brussels, 2007. 62 Widespread Unease about Economy and Globalization Global Poll, BBC World Service 2008 (<http://www.worldpublicopinion.org/pipa/pdf/feb08/BBCEcon_Feb08_rpt.pdf>). 63 J. Ruhlmann, Ni bourgeois ni proltaires. La dfense des classes moyennes en France au XXe sicle, Paris, Seuil, 2001; Z. Bauman, Paura liquida, Roma-Bari, Laterza 2008. 64 Cfr. A. Pizzorno, I ceti medi nei meccanismi del consenso, in F.L. Cavazza, S.L. Graubard (a cura di), Il caso italiano, Milano, Garzanti 1974.

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portata dei mutamenti provocati dal capitalismo del Duemila65, nel ribadire la tendenza di lungo periodo alla polarizzazione dei redditi (con un grafico che di fatto era lo stesso utilizzato da Krugman nel suo blog quattro anni prima), ha descritto un ceto medio ancora in forti difficolt, anzi, per usare le sue stesse parole, zoppicante66. Il risultato stato che una parte dei ceti medi, quella tradizionalmente attestata su posizioni pi conservatrici, si mobilitata nel movimento del Tea Party e si accinge a dar battaglia nelle elezioni per il rinnovo del mandato su posizioni ancora pi radicali di quelle dello stesso partito repubblicano. In ogni caso, lesito di questa lunga transizione appare incerto. I pessimisti paventano una sorta di riedizione della lotta di classe otto-novecentesca magari nella versione di una lotta di (e fra) ceti - o, peggio ancora, parlano del rischio del ripetersi di una involuzione di stampo neoautoritario o addirittura neototalitario67. Altri, rifacendosi a quanto evidenziano le analisi di molte realt sociali di paesi emergenti (dove paradossalmente nuovi ceti medi appaiono in ascesa), immaginano alle porte un nuovo processo di espansione anche se su scala globale e in forme diverse dal passato68. A ben guardare, infatti, il nodo di fondo non rappresentato tanto dalla questione dei ceti medi ma, pi in generale, dalla capacit delle societ del terzo millennio di ridistribuire equamente una parte delle ricchezze ma soprattutto di continuare a garantire una diffusa rete di protezione contro i nuovi rischi in una societ che pretende di conciliare il massimo della libert individuale con il rischio zero (dimenticando che questo non esiste). Come gi dopo la crisi del 1929, le conseguenze sociali del cambiamento ripropongono dunque la questione della sicurezza. Nel secolo appena trascorso, questa importante funzione stata assicurata dal welfare state. NellEuropa del secondo dopoguerra esso rappresent una barriera contro il ritorno al passato: contro la depressione economica e il suo violento esito polarizzante della politica estrema del fascismo e del comunismo. Non bisogna insomma dimenticare, a proposito di malessere e percezione dellincertezza, che gli Stati assistenziali erano [prima di tutto] Stati preventivi, ideati abbastanza consapevolmente per soddisfare il desiderio generalizzato di sicurezza e stabilit che John Maynard Keynes, tra gli altri, anticip molto prima della fine della Seconda guerra mondiale69. Lerosione delle tutele fornite dal welfare state ha reso pi vulnerabile le societ occidentali, aumentandone i rischi di declassamento e rendendone pi difficile la mobilit verso lalto. vero che le maggiori e pi devastanti conseguenze di questo processo hanno riguardato gli strati pi deboli e meno tutelati della societ ed altrettanto vero che, nonostante la gravissima situazione in cui versa, lItalia dei ceti medi ha mostrato insospettabili doti di tenuta. Ma disagio dei ceti medi, al di l di alcune esagerazioni mediatiche, per reale cos come reale il rischio di declassamento dei suoi strati pi deboli. A met degli anni ottanta, nel momento di massimo successo del neoliberismo e nel pieno delloffensiva anti-welfarista, Peter Glotz mise in guardia la classe dirigente europea, soprattutto quella della sinistra riformista, dai rischi di una imminente scissione sociale che avrebbe potuto acuire le disuguaglianze e aumentare i rischi di esclusione70. Anche se alcuni contributi successivi hanno sottolineato alcuni limiti di questa visione di una societ dei due terzi, imperniata sulla contrapposizione fra gli in e gli out, cio fra coloro che usufruiscono di una rete di protezione sociale e coloro che restano senza tutele71, la soluzione al malessere del ceto medio e alla indubbia erosione delle status raggiunto durante la seconda met del novecento sta forse proprio nel rimettere
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R.B. Reich, Leconomia delle nazioni: come prepararsi al capitalismo del Duemila , Milano, Il Sole-24 Ore libri 1993. R.B. Reich, The Limping Middle Class, in New York Times, September, 4, 2011. 67 L. Chauvel, Les classes moyennes la drive, cit., p. 14. 68 Cfr. J. Attali, Breve storia del futuro, Roma, Fazi 2007. 69 Cfr. T. Judt, Guasto il mondo, Roma-Bari, Laterza 2012, pp. 126-129 e Id., Let delloblio. Sulle rimozioni del 900, Laterza, Roma-Bari 2011, p. 13. 70 P. Glotz, La socialdemocrazia tedesca a una svolta. Nuove idee-forza per la sinistra in Europa, a cura di R. Uesseler, Roma, Editori Riuniti 1985, pp. 7-8. 71 R. Castel, Diseguaglianze e vulnerabilit sociale, in Rassegna Italiana di Sociologia, 1, 38, 1997, p. 55.

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al centro la questione dellequit distributiva. Viste le tendenze in atto, il rischio che la quota degli esclusi aumenti continuando a inglobare porzioni crescenti di quella che un tempo fu la gloriosa classe media concreto. Stante il tramonto dello stato-nazione, si pone dunque la necessit di ridare nuova linfa attraverso ladozione di provvedimenti concreti magari in forme nuove, pi adatte ai tempi e soprattutto pi efficienti rispetto al welfare state tradizionale (ad esempio imperniate su un mix tra azione volontaria e intervento pubblico) alla dimensione della solidariet sociale. Uno dei lasciti pi importanti del secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle, che per giunta si gi dimostrato una buona ricetta per lenire la paura del declassamento dei ceti medi. *Gianni Silei Professore Aggregato presso la Facolt di Scienze Politiche dellUniversit di Siena e insegna Storia Sociale nel corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale Bibliografia
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