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eBook Laterza

Giorgio Vasta

Spaesamento

2010, Gi u s. L a t erz a & F i g l i

P ri m a ed i z i o n e d i g i t a l e a p ri l e 2011 h t t p ://www.l a t erz a .i t P ro p ri et l et t era ri a ri serva t a Gi u s. L a t erz a & F i g l i S p a , R o m a -Ba ri R ea l i z z a t o d a Gra p h i servi c e s.r.l . - Ba ri (I t a l y) p er c o n t o d el l a Gi u s. L a t erz a & F i g l i S p a I S BN 9788858103005 vi et a t a l a ri p ro d u z i o n e, a n c h e p a rz i a l e, c o n q u a l si a si m ez z o ef f et t u a t a

Avvertenza

Per il testo co mpleto dellintercettazio ne da cui so no tratti i brani alle pp. 88, 89, 90 e http://espresso .repubblica.it/dettaglio / Pro nto -Silvio -so no -Sacc/1917587 (link co nsultato il 26 gennaio 2010).

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cfr.

Allinizio c un pezzetto di carta che stropiccio tra le dita. Lo premo con i polpastrelli contro il palmo fino a quando decido di liberarmene; il tapis roulant ancora fermo nel rimbombo dellaeroporto e questa carta dimbarco bianca e verde con i numeri del volo, del gate e del posto non mi serve pi, mentre disfarmene, come tutte le volte in cui arrivo a Palermo, mi serve ad accettare il ritorno. Allora raggiungo un cestino, uno di quelli con la bocca circolare larga e luminosa, il bordo laccato in tre colori, talmente moderno e internazionale letica trasformata in tecnologia dello smaltimento consapevole che per un momento esito, mi sembra troppo. In alto il cestino ulteriormente tripartito: dal centro tre raggi suddividono lo spazio interno in altrettanti scomparti, C AR TA P L AS T I C A AL L U M I N I O , ogni parola moltiplicata in altre lingue. A un passo da questo orologio della decenza organizzata, nel momento in cui mi sporgo sul cratere e libero la pallottolina di carta nel suo specifico varco, vedo che allinterno del cestino invece di tre diversi sacchetti ce n uno solo in fondo al quale i rifiuti si raccolgono senza distinzioni, cos che adesso la pallottolina giace tra lattine incavate sacchetti di patatine una copia del Giornale di Sicilia gomme da masticare una buccia di banana un torsolo di mela, il tutto mescolato a una specie di composto detritico ancestrale. Quando recupero il bagaglio e mi avvio verso il pullman che porta in citt ho addosso un sentimento che come una categoria affettiva, la rabbia del ritorno, e lungo la strada, seduto truce con la testa contro il finestrino, sento questa rabbia trasformarsi in malumore, un siero grigio che mi scorre dentro lentamente, e poi il malumore si liofilizza in malinconia e la malinconia, appena in via Libert scendo dal pullman, gi diventata natura, il sentimento normale del tempo che trascorro a Palermo. Una rabbia bianca. Sono le nove di sera e zaino in spalla mi dirigo verso casa dei miei osservando lungo le strade i mutamenti: il dehors della pizzeria sotto i portici imbracato da una cerata bianca che somiglia a una camicia di forza; linsegna della pasticceria allangolo rinnovata in una lampeggiante grafica al neon; ledicola definitivamente abbandonata. A Palermo non vivo pi da quindici anni. Ci torno con una frequenza irregolare. Posso non andarci per un anno intero e poi due volte in un mese; stavolta sono via da dieci mesi. Mi sono rimasti tre giorni di ferie e ho deciso di passarli qui. Nessun progetto, nessuna intenzione, soltanto il bisogno di ridurre tutto al minimo. Perch gli ultimi mesi di percezione delle cose sono stati esacerbazione e smaltimento, lesperienza incomprensibile di un luogo, lItalia, che mortificazione di ogni impulso. Arrivato al 130 di via Sciuti vedo che ai lati del portone della casa in cui ho vissuto per venticinque anni hanno costruito due piccole aiuole in cemento: dentro ci sono terra e pietrisco, niente fiori n piante. La portineria sempre fresca e le molle del portone sono cambiate fine del frastuono metallico alla chiusura, al suo posto uno scatto discreto, il rumore di quando si mette lindice davanti alle labbra e si fa shhh. Prendo lascensore e salgo al terzo piano. Il pianerottolo grande e giallo, acusticamente perfetto. La casa vuota, mio padre e mia madre sono ancora in vacanza. Al semibuio individuo le levette del quadro elettrico, le porto in alto e poi accendo le luci. Raggiungo quella che era la mia camera, sollevo la serranda e svuoto lo zaino. Per praticit e per pigrizia non sistemo niente nei cassetti ma lascio biancheria e magliette sopra la scrivania. In cucina metto un paio di bottiglie dacqua nel frigo, cerco da qualche parte qualcosa da mangiare. Trovo solo vecchi biscotti col sesamo e li lascio dove sono. Torno in camera, mi distendo sul materasso nudo e guardo la televisione. Repliche e repliche di repliche, un montaggio di frammenti televisivi provenienti da epoche diverse un po di bianco e nero, la metamorfosi del colore tra anni Ottanta e Novanta, le facce scomparse e quelle eterne. Mi assopisco. Quando mi sveglio stanno trasmettendo un documentario. Sto per spegnere e rimettermi a dormire ma qualcosa mi incuriosisce: le immagini sono sporche, girate in esterni, i toni non televisivi. Resto a guardare. Si parla del carotaggio delle rocce tenaci. Mi aspettavo un programma gassoso, da dormiveglia, e invece mi ritrovo ad ascoltare un geologo che con genuina cadenza toscana racconta di tutte quelle volte in cui, a scopi ingegneristici archeologici o paleontologici, diventa necessario compiere prelievi di campioni di roccia estratti dagli abissi di un terreno, fino a centinaia di metri di profondit, usando perforatrici idrauliche

che riportano in superficie carote di materia, cilindri di roccia che verranno sottoposti ad analisi. Mentre le immagini mostrano il corpo straordinario di un rettile meccanico che immerge la testa nel sottosuolo ostile, il geologo toscano parla ancora di pressiometri e compressori per la perforazione a rotopercussione, approfondendo il significato della geognostica, la conoscenza degli strati profondi tramite sondaggio di esemplari minuti di materia le risorse del ragionamento induttivo aristotelico applicate allo studio dei minerali. Quando la trasmissione geologica si conclude riparte un programma composto da spezzoni televisivi degli anni passati, da Studio Uno a Canzonissima a Senza rete. Dopotutto, penso spegnendo, anche questo un carotaggio: si prelevano particelle di tv del passato estraendole dal silenzio degli archivi e le si sottopone allanalisi dello sguardo del telespettatore contemporaneo. Mentre cerco in un armadio un paio di lenzuola mi dico che in effetti questo meccanismo molto pi presente di quanto sembri. Un prelievo di sangue in un laboratorio di analisi di fatto un carotaggio di plasma e cellule varie, un campione impercettibile attraverso il quale studiare lintero flusso ematico. Anche una biopsia un carotaggio: una porzione di tessuto sottratta al corpo e sottoposta a unindagine. E poi, penso a luce gi spenta le serrande sgranate e il ventilatore a pale che da qui sotto somiglia a un orologio frulla-tempo , questo meccanismo vale anche in circostanze simboliche: per esempio nelle storie damore c sempre un momento nel quale ci si domanda reciprocamente lequivalente di un campione nei vecchi romanzi un pegno, una prova inequivocabile della propria passione e della sua autenticit , la dimostrazione prima e ultima, specifica ed estendibile nel tempo, del proprio sentimento. Fuori dai vecchi romanzi e specialmente oggi, nella secolarizzazione del desiderio il campione pu anche consistere in una o pi parole: dalla sentenza insieme privatissima e canonica del Ti amo fino alle frasi pi acrobaticamente personali. In ogni caso si trivella e ci si trivella di continuo; pensandoci bene sarebbe possibile carotare tutto il mondo, riempirlo di cannucce estrattive come un san Sebastiano trafitto e tirarne fuori, anche solo aspirando con le labbra, bocconi di conoscenza, la sostanza amarissima che vive nel midollo delle cose. Il sogno di un mondo-riccio il globo interamente ricoperto di aculei cavi alla cui estremit sono incollate bocche di tutti i tipi, maschili femminili vecchie e infantili esplode di colpo in un rumore di ferri che si spezzano. Mi sollevo sul letto e accendo la luce. Il ventilatore a soffitto si staccato dal suo perno e adesso pencola un metro sopra la mia testa con le sue tre alette bianche in rotazione sempre pi depressa. Frammenti di plastica e metallo sono sparsi tra il letto e il pavimento. Mi riprendo, recupero una scala dallo sgabuzzino e cerco di capire cos successo. Viti spanate, ghiere esauste, manutenzione inesistente e unaccensione improvvisa che deve avere colto di sorpresa lapparecchio. Mi rendo conto di poter fare ben poco: accertarmi che nessun filo scoperto penda dalla carcassa, spostare il letto verso la finestra e accettare il caldo. Riporto la scala nello sgabuzzino, mi risistemo a letto e per unora sogno esattamente la stessa stanza nella quale sto dormendo ma con il letto ancora sotto il ventilatore che cigola e oscilla nel buio e accumula velocit come una trottola pronta a precipitare a piombo su di me per sfondarmi il petto e carotarmi il cuore. Poi, perch anche lansia inutile ha dei limiti fisiologici, mi addormento profondamente. Con i primi rumori della strada, la prima luce e il caldo che aumenta, mi sveglio ma resto a letto. Il ventilatore a pale sfilato dal suo alveo e impiccato a un cavetto che lo allunga verso il basso, scomposto e oscillante pianissimo nellalba, di una tenerezza struggente. Eppure, sapere di non poter fare niente mi rassicura: sta per cominciare il fine settimana e se anche volessi provare a riparare o a far riparare il congegno non saprei proprio come; convivere con questa libellula che sporge mortificata dal soffitto preferibile al tentativo di riportarla in vita. E poi mi piace lidea di qualcosa che comincia con una macchina che si rompe. Mi alzo e vado alla finestra. Via Sciuti ancora semideserta, una macchina ogni tanto e un paio di signori anziani che portano i cani a spasso per il giardino pubblico di fronte casa. Guardo oltre il davanzale, a piombo, le mattonelle rosse della casa di riposo che sta al piano rialzato. Sulla terrazza c un vecchio, ha un pigiama blu, in piedi davanti alla ringhiera, guarda verso il

giardino al di l della carreggiata, ha la testa che quasi gli scompare nei cespugli di buganvillee. Compare una donna vestita di bianco, appoggia una mano sul braccio del vecchio insonne e lo riporta dentro. Continuo a guardare gi. Volendo potrei carotare gli scantinati e le fondamenta del condominio e recuperare campioni di materia profonda in grado di raccontarmi la storia geofisica di questo luogo e stanarne i penati e interrogarli per comprendere la consistenza di almeno una parte della famigerata identit locale, la conoscenza profonda della struttura di uno stabile da estendere a quella dellintero abitato, del quartiere e di tutta la citt. E sempre a forza di sguardo potrei carotare il vecchio qui sotto, la mia vecchiaia futura, il tempo, estrarne un segmento dal flusso, o un pigmento, a seconda del modo in cui si decide di intendere il tempo, se come una retta o come una sostanza, e studiare quella peculiare durata cos da ricavarne conseguenze significative per lepoca intera. Dai due lati della via arrivano i rumori delle saracinesche e il parlottio basso e veloce di chi comincia a organizzare il lavoro della giornata e io penso che se condizione del carotaggio la casualit del campione prelevato allora anche qui, adesso, io posso diventare una macchina da prelievo, una perforatrice mobile, ed estrarre dallo spazio e dal tempo quelle carote di realt utili, forse, a farmi unidea di dove sono, a descrivere la forma di questo spaesamento. Perch ho tutto quello che serve: uno spazio Palermo e un tempo questi ultimi tre giorni di vacanza: la realt normale, la realt casuale e la presunzione e la speranza di poter estendere lo studio della parte alla comprensione del tutto. E dunque vado in bagno, mi lavo, mi preparo ed esco con dentro lorgoglio limpido e misurato della sonda umana che se ne va per la citt a registrare fenomeni, spalancato come una bocca che vuole divorare barbabietole di vita.

Primo giorno

Di fronte casa, nella prima aiuola allinizio del giardino, vedo una palma con il fogliame chiuso a ombrello. Demoralizzata, comica. Trentanni fa serviva da palo grasso durante le partite di calcio organizzate in quattro cinque e terminate sempre quando la luce gialla del lampione si accendeva segnalando la sera. Pi in l ce n unaltra, anche questa ammainata, e in fondo a sinistra unaltra ancora. Sar la stagione, mi dico, e proseguo. Prendo lautobus in via Libert il tunnel di ombra verde della Favorita e poi la luce rovente di viale Margherita di Savoia. Prima di uscire di casa ho recuperato un telo di spugna in un armadio. Per unalchimia di lavaggi anni di sole e scoloriture, il telo di un viola ematoma, un paramento funebre del quale mi vergogno e al quale rapidamente non ho altra scelta mi adatto. Preparandomi mi sono dato unocchiata allo specchio. Linverno mi ha lasciato addosso, sulla pelle del viso del petto e delle braccia, un lucore deprimente, lo stigma di processi pigmentali inattivi. Cos, a cinque centimetri dallo specchio del bagno, la mia pelle verde e gialla e la sua consistenza quella di un tessuto dimenticato in ammollo per ore, fino a quando la saponata secca. Vago un po per il lungomare di Mondello pieno di motorini parcheggiati e di gente in costume, i piedi nudi cosparsi di sabbia; poi individuo un varco verso il mare ed entro in spiaggia. Trovare un posto non facile ma va bene lo stesso, sono compreso nel mio ruolo di prelevatore e non intendo n oppormi alle cose n forzarle. Quindi accetto la costipazione dei corpi e mi includo tra un uomo magrissimo, pi biancastro di me, con una testa da topinambur le lenti nere che nascondono gli occhi da tutti i lati e il lago di carne di una signora di una sessantina danni, le polpe esuberanti che smarginano oltre i confini di un telo del quale affiorano solo gli angoli rossi. Sistemo anchio il paramento funebre sulla sabbia, tolgo la maglietta, mi siedo e aspetto. Che la realt cominci. Che accada. Qualcosa. Perch questo era il luogo da raggiungere, la piccola trincea di normalit dietro la quale appostarmi per scrutare larticolarsi dei fenomeni e carotare, carotare. Da adesso, dunque, c solo da attendere. Trascorrono tre minuti e sorrido alla gente che passa, ognuno inconsapevole latore di carote, provo simpatia per le loro orme sul bagnasciuga. Altri dieci minuti di sorrisi e dalle orme sono passato alle ombre, a come si impastano sulla risacca quando i corpi si incrociano e subito si superano e le ombre coagulano in un ombrone e poi si sfioccano e si attenuano quando i corpi vanno via. Anche questi, mi dico, sono indiscutibilmente fenomeni, ma scientificamente e storicamente irrilevanti. Intanto dalla signora-lago provengono dei suoni, un gemito breve che non viene fuori dalla sua bocca e neppure dal collo ma da pi in basso, dalle crespe molli di carne che le si affollano sotto lo sterno: sembra che tra quelle pieghe ci sia un gattino imprigionato o unintera cucciolata perch il gemito si moltiplica e allora con discrezione la guardo e non vedo niente, solo lei con gli occhi chiusi e il piagnucolio nelladdome. Luomo con la testa da topinambur invece silenziosissimo, sempre disteso disciplinato al sole, le gambe allineate con i malleoli che si toccano, le braccia composte mortuarie sul petto. Dopo venti minuti di ulteriore analisi di orme ombre gambe e piedi mi viene il dubbio di essere voltato dalla parte sbagliata. Di dare le spalle alla realt. Allora mi giro e osservo la vita del cortile, landirivieni tra le cabine, le signore in conversazione sulle sdraio e gli ombrelloni con le frange bianche che tremano. Ancora fenomeni di rilievo marginale, penso. Mi alzo e vado a fare il bagno. La mia prima nuotata della stagione. Probabilmente la terzultima. Dunque la affronto in attitudine bulimica, ogni bracciata una percossa e un impossessamento, lostinazione a

calibrare il respiro ogni tre affondi, poi ogni quattro, poi di nuovo ogni tre, i muscoli delle braccia che si distendono fino a bruciare; dopo una mezzora di allunghi subentra il caos motorio e le ultime bracciate grottesche sono da karateka che cerca di spezzare lacqua in due. Al ritorno a riva crollo sul telo, chiudo gli occhi e sento dietro la fronte uno stordimento felice, lossigenazione cellulare che arrossa il cervello e scompagina il tempo generando un ghiacciaio nel quale coesistono simultanei passato e futuro, un tempo unico largo e profondo che prende a dilatarsi oltre le tempie mentre con una guancia avverto il ruvido umido del telo di spugna, la pressione della sabbia contro losso della mandibola. la vertigine dellindistinguibilit, il presentimento di qualcosa che non si sa cos e non si sapr e permane come presagio indefinito che non soltanto non mette in crisi ma calma e rassicura perch corrisponde a una percezione primordiale, neonatale la miopia dolce del lattante, la matassa dombre sopra i suoi occhi, la memoria ancora tutta raggomitolata nella testa. Essere contemporaneamente qui e altrove, vivi e non vivi, esausti e indistruttibili. Sempre a occhi chiusi mi metto seduto e la testa gira ancora e di pi e devo fare attenzione a non muoverla davvero in tondo e a tenere fermo il busto che spontaneamente inclina e ondeggia. Quando riapro gli occhi, nella sostanza ormai del tutto onirica delle mie percezioni si materializza una donna, unincarnazione colta nel momento in cui cambia postura passando da prona a supina, listante interlocutorio nel quale a dieci metri da me, distesa su un telo bianchissimo su un fianco e ruota il torace, i gomiti larghi e i muscoli delladdome bloccati in fulminea contorsione. Il corpo tonico, preparato, consapevole e sensuale, lepidermide luminosa di olio solare, geneticamente scura e ulteriormente inscurita dallesposizione ai raggi; un corpo-dinamo che trasforma le percezioni in desiderio, un motore erotico installato sulla sabbia per turbare lo spazio circoscritto della spiaggia facendo avvertire a tutti, uomini e donne, la sua violenza cosmetica. A occhio ha una quarantina danni, forse quarantacinque; indossa un due pezzi bianco e sul telo bianchissimo il costume scompare dividendo il suo corpo in tre monconi le gambe dai piedi allinguine, il ventre fino allo sterno, il busto da subito sopra il seno alla testa. Un corpo componibile, le membra separate e autonome: una raccolta di ex voto in ostensione. Insisto a guardare come se stessi cercando qualcuno alle sue spalle, persino mordendomi puerilmente un labbro per il dispiacere di non vedere arrivare chi aspetto. Sono maleducato ma il desiderio maleducato e io avverto subito, viscerale, unirresistibile attrazione fisica per la donna cosmetica ed solo adesso, nella percezione che ho di lei, che la realt fin qui una realt duso, una realt usata del tutto trascurabile si riscuote e diventa di colpo nuova, una sorgente feroce e dolce che il suo corpo e contemporaneamente sta nella mia pancia. Lei il fenomeno potente, lo zampillo di effettivit del quale ero in attesa. E il fenomeno non tenuto ad agire, sufficiente che generi se stesso e si conceda agli sguardi. La donna cosmetica fa proprio questo: abbandona il corpo allastro e al clamore silenzioso dellattrazione, allo scandaglio del nostro desiderio, e nella sua perfetta incoscienza sembra per consapevole di essere corpo e presente, qualcosa in grado di condurre in s la materia di questo tempo, tutti i suoi segni, dalla foggia del costume allindolenza pseudofelina di ogni movimento, fino alla scienza cosmetica che come un esoscheletro le d forma e struttura e dunque so che la mia attesa ha avuto un senso perch lincarnazione del presente venuta a visitarmi, si autoestratta e adesso mi si concede come carota di carne e olio solare da osservare e da indagare. Accanto a me Topinambur si tirato su a sedere e protetto dagli occhiali da sole sta fissando anche lui la donna cosmetica, annuendo piano, sapiente, affettando esperienza del muliebre, una conoscenza acuta e antica che nella donna cosmetica vede soltanto una prova ulteriore di teorie sul femminile che il tempo ha reso indiscutibili. La sicumera con la quale continua ad annuire mi disturba e allora mi distraggo osservando le manovre di tre ragazzini che con le mani stanno scavando una buca nel punto del bagnasciuga in cui la sabbia perde lumido e torna arida. Raggiunta una discreta profondit i piccoli carotatori prendono un paio di fogli di giornale e li dispongono sulla buca; poi recuperano pugni di sabbia e la lasciano cadere sui fogli fino a ricoprirli del tutto. La trappola allestita e i ragazzini si allontanano proprio nel momento in cui la donna

cosmetica si alza in piedi il suo corpo genuinamente volgare che sorge e incede, questa volgarit cos legittima e meravigliosa e senza esitare si dirige verso la trappola attraversando gli sguardi di tutti noi predatori velleitari, e allora faccio per alzarmi a mia volta e chiamarla ma lei gi sulla trappola e poi oltre senza sprofondare, tanto che i ragazzini arrivano subito alle sue spalle per controllare mentre la donna cosmetica ha ormai lacqua alle caviglie e poi alle ginocchia e alladdome, e intanto uno dei ragazzini saggia la sabbia col piede, non capisce e spinge pi forte e finisce nella buca. Io guardo la donna cosmetica antigravitazionale immergersi e nuotare schiva, le bracciate introverse e raffinate, semitrasparente nel riverbero del sole, e anche se da cos lontano il suo corpo invisibile il desiderio del suo corpo sempre pi intenso, un pungiglione che mi scava, mi carota fino al midollo e allinquietudine. Quando esce dal mare e per la resistenza dellacqua contro le ginocchia la sua andatura si fa ancora pi indolente, la pelle bagnata delle braccia del petto e del viso un vetro scuro. La donna cosmetica, con lo sguardo di chi non guarda nessuno ed guardata da tutti, raggiunge il suo posto e scompone di nuovo il corpo sul telo bianco restituendosi accidiosa ai raggi del sole, profondamente estranea allesistenza di chiunque intorno a lei e in particolare a questi focolai di desiderio sparsi per la spiaggia come fal diurni. Io mi riacquatto e protetto dal corpaccione della signora-lago dal quale continuano a emergere guaiti: una digestione lenta e macchinosa, penso, la sofferenza dellepigastrio alle prese con una colazione intemperante contemplo la donna cosmetica. Il suo corpo lo vedo, lo so nitidamente scorretto. Lesuberanza cosmetica spesso il tentativo di confortare una disperazione, e nella donna cosmetica questa disperazione esplicita e fondata: perch nonostante la tonicit indotta dalla palestra la pelle della parte inferiore delle braccia comincia a liquefarsi e tuttintorno ai glutei si radunato un eccesso di materia sgranata, quello sbriciolamento cellulare che insieme dolore e gloria. Eppure il magistero del suo corpo indiscutibile e tiene sotto scacco un frammento cospicuo di litorale. Continuo a guardarla e a sentire che ad attrarmi con questa forza non dunque una sua eventuale oggettiva bellezza fisica, ma il modo in cui riuscita a trasformare la paura in disciplina, langoscia del tempo che passa in stile, intuendo che nel divenire il male e decidendo di arrestare tutto e di vivere in questo arresto, nella pausa del presente, un tempo preliminare al disastro che tiene il disastro a debita distanza, lo procrastina indefinitamente e indefinitamente lo ignora. Intanto la signora-lago si sollevata a sedere, si girata verso la donna cosmetica e ha emesso un altro gemito, stavolta indiscutibilmente dalla bocca, qualcosa come ania, iana, forse il nome Diana, e poco pi in l la donna cosmetica si alza in piedi e risponde al richiamo dirigendosi verso la signora-lago, e in effetti del tutto logico che la donna cosmetica si chiami Diana, la dea della luce e delle selve e mentre cammina nei bagliori, ancora elegante e svogliata, per un istante ha un arco stretto nel pugno, la faretra sulla spalla e negli occhi listinto ferino della caccia. Senza neppure aspettare che labbia raggiunta, la signora-lago comincia a parlarle in un dialetto fitto e crepitante, larticolazione dura dei gemiti di prima, la chiama pi volte per nome e allora capisco che quello che ho sentito poco fa non lesotico mitologico boschivo Diana ma il popolarissimo rurale cattolico Epifania, e adesso Epifania, il corpo del presente eterno, risponde in italiano, a bassa voce, stanca di dover controbattere a quella che presumibilmente sua madre allinizio evitata disponendo il proprio telo a distanza di sicurezza e adesso, nel pieno della convocazione famigliare, tollerata a capo chino oscillante a dire s, s, certo, poi ne parliamo , fino a quando linsofferenza diventa pi forte del pudore e la donna cosmetica rompe il guscio sottile dellitaliano e dal suo interno viene fuori il pulcino nero dellinteriezione dialettale, un tripudio di esclamazioni sorde e ostili alle quali la madre-lago risponde con sconcerto mentre laria tra le loro teste si fa opaca e zigrinata, mortificata dal discorso. E allora la donna cosmetica decide che la misura colma, fa un gesto di stizza, si allontana e passandomi davanti mi guarda come guarderebbe un geranio da balcone, crucciata nel trovarlo impolverato. Zitto la seguo inoltrarsi tra la gente orizzontale e verticale, spruzzi di sabbia che si levano leggeri a ogni passo e una scia di risentimento costipato che le si libera alle spalle come nitroglicerina.

Il suo risentimento, penso, sacrosanto. A quarantanni, pi probabilmente quarantacinque, dopo decenni di apprendistato cosmetico e perfezionamento del sembiante, un tempo dedicato a smaltarsi e a internazionalizzarsi, insopportabile dover rendere conto alla propria madre in un contesto pubblico, anche considerato che il litigio scortica lo smalto e fa affiorare tutto ci che si scelto di tenere sotto controllo: di tenere sotto. Dunque, nonostante mi abbia trattato da geranio, la mia solidariet per la donna cosmetica totale e altrettanto totale la mia ostilit nei confronti della madrelago e nei confronti di tutte le madri dilaganti incapaci di comprendere il panico naturale che stringe dassedio la vita dei quaranta-cinquantenni che si sono sfilati dalla storia regolata e regolare delle generazioni precedenti per concentrarsi sul presente pretendendolo inesauribile, un luogo reversibile e palindromo, e che a un certo punto sono stati sopraffatti da una fisiologia sempre pi in affanno, non soltanto le braccia disciolte e le cellule in accumulo ma il primo disgregarsi di tutti quei meccanismi fin l silenziosamente impliciti che allimprovviso prendono a incepparsi e a raggrumare manifestandosi tramite periodici risentimenti muscoloscheletrici, in particolare nella regione lombosacrale, e in fitte e in spasmi e in impietosi riflussi esofagei e in supposte ischemie e in unaritmia cardiaca che ti blocca in allerta e ti fa imperlare la fronte fino a quando lallarme si attenua e si prova a ritornare piano alle azioni normali dicendosi un sapore di cenere in bocca che non era niente, non era niente. Il panico della donna cosmetica anche il mio, perch mia la paura quotidiana del tempo sterile, del corpo che sfrega contro se stesso gli organi interni sfregano, le ossa sfregano, il corpo invecchia e invecchiare questo sfregamento continuo, questa meccanica da preparazione di un fuoco, ma il mio corpo una pietra focaia bagnata, rametti che si spezzano, il tempo che se ne va senza frizione, senza scintilla. Seduto al centro del telo guardo senza pudore la donna cosmetica di nuovo esposta al sole. Non riesco a non guardarla e mi rendo conto che proprio su questo, sul legame tra i miei occhi e il suo corpo, che si gioca il senso della nostra presenza qui, adesso. Perch se lei reagisce alla paura scegliendo, anzi pretendendo di essere percepita e lei sa farsi percepire , io non ho trovato di meglio, ora e non solo, che percepire. Ostinatamente, come se nellaccumulo di percezioni ci fosse un valore reale. In entrambi i casi, per lei e per me il movente la paura. Sono passate le ore e il sole incandescente si getta sul corpo della donna cosmetica alterandone la consistenza, e cos dal mio osservatorio a lutto la sua carne prima salda e splendente, poi liquida un fluire morbido di linee quando modifica di un centimetro la posizione di un arto sul telo bianco infine aeriforme, una nebulosa ardente e ancora densa di struggimento sensuale, un gas esilarante che continua a stordirmi e a farmi ridimensionare la crisi. La donna cosmetica la donna metamorfica, la creatura che slitta da una forma allaltra per nascondersi dalle madri persecutorie e continuare a esistere cos, nera nel sole, coagulo di materia consacrata alla luce e agli sguardi umani. A me invece il sole sta scalpellando la testa e non ho neppure un berrettino, la maglietta avvolta a bandana dopo qualche minuto bagnata, cos decido di alzarmi e camminando veloce sulla sabbia rovente risalgo fino al corridoio di cemento che porta alle docce e a una fontanella. Alla fontanella che poi un rubinetto al quale attaccato un tubo di gomma ci sono due bambini. Sei sette anni, uno biondo e laltro bruno, i costumi di maglina. Hanno in mano delle pompette di gomma che svuotano e poi riempiono di nuovo. La fontanella la loro base. Mi avvicino e sto per ruotare la leva del rubinetto. Non puoi, mi fa quello bruno. Perch no? avvelenata. Non la bevo, dico. avvelenata. Ho detto che non la bevo, mi sciacquo solo la bocca e la risputo. Non si pu lo stesso, avvelenata. Labbiamo avvelenata noi. Resto interdetto, poi insisto. Va bene, non la bevo, lavo i piedi e basta. Poi i tuoi piedi muoiono.

S, conferma il biondo, che finora ha solo annuito alle parole del compagno: Muoiono. Per, riprende il compagno, se ci dai un euro puoi. Va bene, vi pago, per adesso non ho soldi con me. Sono in costume. Mi osservano come se avessi detto una cosa vergognosa. Facciamo cos, dico. Voi adesso mi fate bere un sorso, e io domani vi porto i soldi: ci diamo appuntamento qui. Mi guardano perplessi. Devi darci un euro. S, ho capito, ma adesso non ce lho. Per finta. Come? Ce lo dai per finta. A essere perplesso adesso sono io, ma entro subito nellordine di idee. Tieni, dico, e appoggio indice e medio chiusi contro il pollice nel palmo di uno dei due. No, una moneta luno. Devo darvi due euro? No, un euro: cinquanta centesimi luno. Mi scuso e ripeto il gesto anche nella mano dellaltro. Poi mi chino per bere mentre i bambini si guardano linvisibile nel palmo. Lacqua conquistata in questo modo pi buona e bevendo me la faccio scorrere sulle guance. Potevamo chiedergli dieci euro, dice il biondo rammaricato. Il bruno ci pensa un poco, sempre con gli occhi sul palmo vuoto. Pure quindici, dice, e io mi bagno anche la fronte le tempie e tutta la testa, consapevole del veleno, felice di assorbirlo attraverso la cute. Poi zampetto di nuovo sulla sabbia e quando salto sul mio telo e guardo pi in l in cerca del suo corpo la donna cosmetica non c pi, n lei n il telo bianco e neppure la madre-lago, solo sabbia smossa sulla quale altra gente sta gi prendendo posto. Mi distendo anchio, tra le chiazze adesso infinite delle grida, con un senso di mancanza che mi trasforma la pancia in una caverna. Andata, dice una voce alle mie spalle. Mi giro: Topinambur se ne sta seduto con linterno degli avambracci contro le ginocchia, il mezzo sorriso intatto dietro gli occhiali neri. La sua allusione non necessita di ulteriori precisazioni. Non gli rispondo, questa ricerca di intesa mi infastidisce, il desiderio e il rimpianto sono questioni private, radicalmente idiosincratiche, e devono restare estranee a ogni forma di condivisione, tanto pi alla bieca complicit maschile, al commentino che ammicca, che presume. Topinambur accetta il mio silenzio e lo chiosa con una dilatazione del sorriso, una mezzaluna che gli sgrana il muso. Nervoso, un liquame di pensieri tetri nella testa, la certezza che nel momento in cui lei se n andata la realt si stralciata da se stessa, raccolgo le mie cose e mi allontano. Lautobus fino in citt, la strada a piedi, il panificio sotto casa ancora aperto. Compro un po di pizza, salgo al terzo piano e la mangio in balcone, tra le piante in sofferenza. Le bagno ma la polvere sul dorso delle foglie larghe resiste; mi impunto ancora un poco, poi rinuncio. Vado in camera, do unocchiata alle pale del ventilatore sguainate immobili, spingo il letto pi vicino alla finestra e mi distendo. Penso alla donna cosmetica, al suo corpo presente, al tempo unico dentro la mia testa dopo avere nuotato. Il corpo della donna cosmetica dentro il mio cervello. il mio cervello. La sua carne mi si raggomitola dentro la testa, la sua sostanza scura la materia dalla quale ha origine ogni mio pensiero. Ogni mio pensiero che pensa il presente. Via Libert la via principale di Palermo. Percorre la citt da una piazza circolare poco lontana dallingresso del parco della Favorita fino a piazza Politeama. Percorre Palermo, la separa in due parti, e contemporaneamente la scandaglia, la censisce. Ed la strada giusta per la quale passeggiare uno strumento architettonico dai marciapiedi larghi ed eleganti, da piazza Croci in poi moltiplicati dai controviali, e dalla carreggiata molto ampia e ben curvata, un

termometro grigio e bianco lungo qualche migliaio di metri. La pizza che ho mangiato mi ha messo arsura, sono le tre del pomeriggio, il sole incrudelisce in cielo e ho sete. Cerco un bar, non ne incontro. O meglio, ne trovo un paio, chiusi per ferie. Legittimo. Ma gli altri, che mi ricordo stavano grosso modo qui o l, a questangolo o oltre quel palazzo, sono spariti. Cambiati. Sostituiti. Quasi tutti sono diventati negozi di abbigliamento. Gonne e maglioni. Scarpe. Borse. Biancheria intima, costumi, cumuli di jeans e berretti di tessuto morbido. Niente da bere. Allora continuo a esplorare via Libert da un marciapiede allaltro, fermandomi davanti ai negozi ancora chiusi per la pausa pomeridiana e inseguendo nella penombra oltre le vetrine, oltre le stoffe, il miraggio di un liquido dissetante. Allungo il passo e arrivo nella porzione nobile della via. Qui, sulla sinistra, fino a qualche anno fa cera un bar molto noto, pacatamente kitsch ma solido, certo e condiviso. Adesso ci sono tre diversi esercizi, le vetrine smaglianti sotto il sole incendiario. Di nuovo mi avvicino alla lastra di cristallo di uno dei negozi, le mani a paraocchi: intravedo due manichini, un maschio e una femmina in costume da bagno, che si tengono per mano mentre altri due, di quelli da sarto, esibiscono il torso amputato ricoperto di vellutino rosso; un altro ancora, maschio, il corpo di resina trasparente, sta rivolto verso gli altri quattro e li giudica silenzioso. Lallestimento complessivo mi d un senso di provvisoriet, probabile che questi siano i giorni in cui si rivoluziona lesposizione dismettendo lestate a vantaggio dellautunno (o pi esattamente a vantaggio di quella seconda primavera che lautunno a Palermo). Sto un po fuori dal negozio, aspetto che riapra. Dopotutto carotare anche questo, inoltrarsi in un fenomeno accettando uno stimolo accidentale come la sete. Accidentale ma prepotente. Dunque passeggio su e gi per un quarto dora concentrato sullarsura, la gola di legno e la lingua di gesso. Poi dallinterno arrivano rumori di serramenti un passaggio posteriore, deduco , aspetto che la porta a vetri venga aperta ed entro. Lasciandomi i manichini alle spalle percorro lingresso moquettato e mi rivedo quindici anni fa percorrere questo stesso spazio, superare le poltrone di giunchi intrecciati ricoperte di cuscini a fiori e raggiungere il bancone per ordinare un caff restando nellattesa a fissare le impronte dacqua sulla superficie metallica e a domandarmi se sia pulita o sporca (pulita, secondo logica, perch lacqua pulisce; sporca, secondo immodificabili criteri inconsci, perch il pulito intrinsecamente asciutto). Sempre esaminando gli scarabocchi liquidi avrei ascoltato i discorsi in espansione nello spazio del locale, il coagulo di voci che si produce allinterno dei bar affollati. Nulla di straordinario, nessun pensiero qualitativamente raro, parole sediziose o cospirazioni carbonare ma comunque voci, emissioni di fiato articolate in parole. Comunicazione, flusso, interazione, legame. Adesso raggiunto il cuore del negozio, tra stand metallici cromati, scaffali pensili e altri manichini seminudi per prima cosa non so cosa rispondere al saluto del commesso, quel ciao immediato, pavloviano, lo scatto vocale che accoglie pretendendo una colloquialit spontanea e necessaria. Gi ostile consapevole di quanto questa ostilit sia stupida cincischio sillabe e affido la risposta a un cenno che pi di commiato che di arrivo, cosicch il mio interlocutore non sa bene cosa fare, se darmi credito come primo cliente di un pomeriggio canicolare o se considerarmi viandante stordito penetrato a caso nel suo negozio, e allora mi guarda e aspetta fino a quando mi rendo conto che questo stallo va superato e gli propongo un ostentato risibile Buon pomeriggio, tanto cerimonioso quanto legato a unidea di quotidiano anacronistica. Definite le distanze il rito procede. E subito il commesso impone il secondo totem, il tu obbligatorio astrattamente amichevole a partire dal quale laddetto alle vendite, per quanto ancora perplesso, comincia meccanicamente a tessere la sua tela un tu che vale da tributo a una complicit generazionale che non avverto ma che per il mio interlocutore talmente implicita da non consentirmi di porla in discussione. E allora provo invano un paio di magliette, faccio presente che proprio perch aderenti non mi piacciono, indurisco grottesco la voce nel ribadire che davvero non vanno bene, cos passiamo a una felpa e a un paio di pantaloni che non scelgo ma subisco esanime fino a quando, non per orgoglio ma soltanto per consunzione, decido che questo specifico carotaggio sufficiente e che se anche comprassi una felpa continuerei ad avere sete, con un paio di pantaloni nuovi continuerei ad avere sete e quindi abbandono il negozio consapevole di venire percepito dal commesso, ancora immerso nellebbrezza della seconda persona singolare, come un traditore della complicit generazionale e del patto sociale sullidea di eleganza , a mia volta percependomi come uno

Iago del catalogo autunno-inverno. Mi ritrovo avvilito sul marciapiede bianco, il commesso che ancora mi studia dalla soglia accanto a lui la vetrina buia oltre la quale appostato il branco dei manichini. Raggiungo una panchina, me ne sto per un po seduto sotto i platani, la sete sempre dura nella gola. Estorcere dellacqua a questa via, adesso, non pi solo una questione di bilanciamento idrico che considerata la fitta sudorazione si sta facendo un problema non da poco ma anche e forse soprattutto di quello che nella maggior parte dei casi mi rovina perch residuo adolescenziale del tutto arbitrario e infecondo: il principio. Cavare acqua da via Libert, costringerla a dissetarmi, una questione di principio. Politico, fra laltro. E sociale. Civico. Un modo per reagire alla rottura di un patto territoriale secondo il quale abbeverarsi a un bar nella via principale della propria citt dovrebbe essere del tutto normale e non limpresa involontariamente eroicomica di un rabdomante che con il suo bastoncino a ipsilon vaga in cerca di una polla carsica. E poi vale una considerazione di sociologia spicciola. Quella secondo la quale una metamorfosi sostanziale in atto perch se i bar sono spazi pubblici a basso consumo economico, i negozi di abbigliamento funzionano secondo meccanismi del tutto diversi. Se infatti e magari in una prospettiva ingenuamente ideale in un bar per una cifra minima si consuma un caff un bicchiere di vino una birra o nientaltro che un bicchiere dacqua, e volendo si pu fare conversazione, in un negozio dabbigliamento la prospettiva si rovescia: si dice ciao al commesso, ci si d del tu, si va in giro per il locale, si provano i capi, si paga e si sono spesi sessanta euro. Anche settanta. Qualcosa meno di un centinaio di caff (che a Palermo costa poco). Il tutto con una produzione di discorso limitata alla complicit generazionale innescata da ciao e tu. Mi alzo dalla panchina, mi avvio verso il Politeama attraversando lodore dei platani mescolato a quello degli ontani. Per strada adesso c tanta gente, si sente la fine dellestate, il ritorno in citt, il lento riapparecchiarsi delle abitudini. Tra queste il giro a piedi in centro. E lo shopping: i saldi di fine stagione. In effetti su un po tutte le vetrine ci sono i cartelli gialli e arancioni con le percentuali di sconto. Nei bar non esistono i saldi, nei negozi dabbigliamento s. una prassi. Anche questa metamorfosi una prassi. E chiaramente non soltanto palermitana. La presente conversione di spazi nei quali si fa accadere un discorso in spazi nei quali il discorso ridotto al minimo, standardizzato e funzionale alla vendita e allacquisto, un dato non semplicemente locale bens italiano, europeo e dellOccidente intero. Ma a Palermo io vedo e sento in un altro modo, pi limitato e incapace e viscerale, e quindi continuo a perlustrare via Libert da una parte allaltra, lungo un marciapiede e poi sullaltro, registrando ogni isolato, ogni vetrina, toccando i muri e il vetro come un uomo ragno pedonale senza poteri, in grado soltanto di fare pressione con il palmo ma senza capire, toccando per stupore, concentrandomi proprio sugli spazi convertiti, non a partire dal rimpianto nei confronti dei bar ma perch mi sbalordisce la trasformazione della citt in reame, del reale in reame, la capacit di Palermo di avere introiettato in modo potente il lavoro di cosmesi in atto negli spazi urbani di tutta Italia. E la sete resta. E avanza disseccando. E alla sete si unisce la fame, un desiderio altrettanto secco e inquieto, lo stesso rimescolio arido e vertiginoso di questa mattina davanti alla donna cosmetica, qualcosa che genera fate morgane mentre proseguo attraverso una via Libert del tutto disidratata, una strada che non disseta e che non nutre. Quando raggiungo piazza Politeama vedo gli emo: pierrot lunari post punk, abitanti di Gotham City, reminescenze, tra sguardo e capelli, del Corvo Brandon Lee un occhio coperto dalla frangia asimmetrica, laltro libero e in affaticamento diottrico cerchiato con la matita nera, in alcuni segnato da una raggiera di trattini esclamativi a rimarcare che lorgano visivo sopravvissuto in continuo malinconico stupore. Indossano cravattine a quadretti bianchi e neri su camicie a maniche corte viola o bordeaux, pantaloni aderenti e le Converse di vari colori; uno di loro ha delle manette al collo e altro metallo cromato in vita. Fanno conversazione ultraterreni sotto i sei cavalli ossidati che da oltre centanni si imbizzarriscono rabbiosi immobili in cima al Teatro Garibaldi. Modifico la mia traiettoria per passargli vicino e ascoltarli al volo. Mi intenerisce il contrasto tra la caratura internazionale dellabbigliamento e le cadenze palermitane. Immaginavo voci inglesi leggermente cavernose, la dizione di piccoli Laurence Olivier in afflizione cosmica, e invece riconosco la prosodia cantilenante, vagamente tediata, del palermitano del quartiere

Libert, la sintassi corta e il gergo, il suono nel quale sono cresciuto e del quale sono impastato. Mi intenerisce anche il tributo che ogni emo deve pagare alla sua specifica monumentale acconciatura, un continuo parkinsoniano scuotimento del capo che serve a liberare almeno per un istante locchio oscurato e recuperare una percezione binoculare del suo interlocutore. come se parlando si spiassero da dietro una tenda. Li supero. Oltre piazza Politeama, proprio allinizio di via Ruggero Settimo, so che c un bar, sono sicuro che almeno questo c ancora e dentro di me imploro sia aperto. Ventanni fa era gi un bar storico, imprescindibile, quello dove ci si fermava durante le manifestazioni ai tempi del liceo, considerato che si trovava sul percorso canonico dei cortei. Con questo senso della storia passata che si combina alla sete e alla fame attraverso la strada e me lo ritrovo davanti. Il bar. Storico. Laddove tutto il resto a pezzi, la storia non tradisce e permane imperturbabile e coerente: lo strumento per distinguere il tempo e provare a decifrarlo. Dunque faccio per entrare e persino sorrido rincuorato perch finalmente presso questo approdo calmer la sete e la fame e trover un modo per contenere il disorientamento e mentre percorro fiducioso gli ultimi metri ripenso a quanto mi piaceva, l dentro, percepire i materiali e riconoscerli: cera lo zinco del bancone lo zinco che anche nel sangue umano; cera il legno delle sedie e degli sgabelli, il metallo matto delle posate, la graniglia del pavimento, la malta sabbiosa dellintonaco delle pareti e il vetro dei bicchieri; stavo in piedi in mezzo al locale lo zainetto in spalla e fuori il rumore cupo e dolce del corteo e sentivo lestrazione dei minerali, la siderurgia, la ghisa delle ferriere, la materia scomposta e ricomposta a fabbricare forme e manufatti: sentivo il lavoro necessario, i processi e la durata. Quando entro nel locale gola lingua e stomaco di nuovo ustionati mi appoggio contro una parete senza che nessuno mi chieda nulla perch c confusione e sono tutti presi dal caos delle comande. Guardo in alto, il soffitto, e poi pi gi, tra le nuche dei clienti che oscillano in attesa. Altro che storia, penso. Questo il bar del presente, lennesima articolazione di quello che si suppone sia o debba essere il presente. Un luogo, cio, nel quale la ruspa della semplificazione riuscita ad appiattire e laccare ogni cosa. Perch questa piastrellatura a mosaico vetroso tra il blu marino luccicante e la romantica stellata notturna, questi sgabelli di design in metallo riflettente che sembrano enormi posacenere e le sedie dalla struttura tubolare di alluminio anodizzato, lelegante educatissimo marmo del bancone picchiettato di grigio su fondo chinato completo di logo e firma in un corsivo svolazzante, i pavimenti di una graniglia contraffatta e nobilitata, i neon fosforescenti da navicella spaziale che sapientemente raffreddano lambiente questa idea di arredamento la sperimento a Torino, a Roma, a Milano, ed il concretizzarsi della monointuizione arredativa italiana degli ultimi quindici anni, abradere i segni locali a vantaggio di un teorico gusto nazionale nel quale lattuale domina su tutto e ogni elemento darredo, seppur minimo, come se ininterrottamente volesse dirti ciao, tu, tu ciao. Schiacciato in fondo al subbuglio di persone che si protendono verso gelati e rosticceria mi sento un ridicolo passatista, un misoneista che sa solo rimproverare quello che c e nostalgicamente rimpiangere i materiali perduti. Ma il problema non sta nella rivendicazione di una bellezza che prima cera e adesso non c pi, perch prima non cera nessuna bellezza (prima, forse, non cera il problema della bellezza). Il problema riguarda il processo di cambiamento, lassenza di unalternativa reale, linevitabilit di questa metamorfosi, la sua rapidit e la sua perentoriet, e la sensazione che il prodotto di questa metamorfosi si costituisca adesso come nuova matrice e come unica origine. Prima non c stato niente, quello che c c sempre stato. E allora la mancanza che sento una mancanza di passato. Non di un bel passato ma di qualsiasi passato. Perch non sento pi il tempo, non sento la storia; lasse piastrellatura-marmo-neon Palermo-Torino-Roma-Milano mi mortifica appiattendomi su un presente infinito e senza scampo. Non ci penso e faccio un passo avanti, mi inoltro tra la gente, piano ma deciso, modellandomi su schiene e pance e soprattutto gomiti, fino ad arrivare in prossimit del bancone. Non devo perdere di vista la mia funzione carotatrice, la responsabilit che mi sono assunto, stare e assorbire. E dunque, nonostante lo stordimento o forse proprio a condizione dello stordimento, mi addentro verso unaltra potenziale sorgente di fenomeni e poi, circostanza non secondaria, sto sprofondando nellipotensione, devo bere un bicchiere dacqua. Al di l del confortevole bunker del bancone sul quale montata una calotta trasparente

che, sepolte sotto le spoglie brutali di calzoni pizzette e ravazzate, nasconde provette in vetro chiaro dense di siero seme e liquido cerebrospinale di un organismo marziano stanno i due baristi, uno vecchio e uno giovane. Di nuovo metto la sete tra parentesi e li contemplo: perch tra loro scorre un legame invisibile che da solo descrive la trasfigurazione in atto. Se per il vecchio infatti giusto parlare di barista, laltro invece un barista modificato, un barista dopato, qualcuno che nella fisionomia nellabbigliamento e negli atteggiamenti posturali segnala di esistere in un altro modo, in un altro mondo. Lui un barman, e il barman evidente non un barista. Perch se il barista neorealista e terrestre, il barman un supereroe della postmodernit una sola lettera lo distingue da Batman , Tom Cruise giovane che in Cocktail manipola bottiglie come un alchimista alambicchi e matracci, un performer della fabbricazione di miscele raffinate, lartista dello shaker, il fromboliere della mescidazione colta dei liquidi. Il barista occupa il retro del bancone come un indiano nella riserva o un vecchio leone in uno zoo di lusso, il pugno avvolto in uno strofinaccio e conficcato in fondo a un contenitore metallico che gli barbaglia la luce negli occhi, mentre il barman il colono conquistatore, la tigre giovane nel suo ambiente naturale. Lo scarto dordine storico, culturale, antropologico e persino somatico, perch la faccia del barista quella di Ninetto Davoli mescolata a quella di Franco Citti, mesta e stopposa, la faccia senza fronte del barista di Uccellacci e uccellini, uno abituato a sentirsi ordinare solo spremute granatine e al limite un Cinzano tra le rclames del Pejo e dei Gelati Motta e dieci bottiglie in totale sulla mensola di vetro alle sue spalle, J& B compreso. Il barman giovane, invece, ha una faccia da coltello, la pelle affilata e lucente, losso della mandibola che a ogni respiro sbrana laria, la fronte come un continente e le sopracciglia depilate con la pinzetta. Ha un sorriso veloce e a ogni richiesta dei clienti reagisce da centometrista sui blocchi di partenza. Muove le mani tra lutensileria sul bancone come un prestigiatore, manifestando una competenza nel comparto alcolici-analcolici-superalcolici da analista chimico, qualcuno che potrebbe serenamente coniugare alluso di shaker mixing-glass ghiaccio e cucchiaini oblunghi anche un cromatografo, una bilancia idrostatica e un bruciatore Bunsen. Certo, la cadenza dialettale gli scricchiola ancora come sabbiolina tra i denti, ma poco a poco il suo percorso di riforma dellorigine sar completo e si rivolger ai clienti con la dizione intatta di un doppiatore. E allora me ne sto l, appoggiato allaltare del bancone, frusto e sudato, senza chiedere niente, solo intento a constatare il miracolo del mutamento fino a quando, smaltita un po di folla, quattro emo c anche quello con le manette al collo entrano nel locale e ordinano due Coca-Cola una Fanta e un chinotto, e ogni mia immaginazione viene smentita perch, se il barista ignorandoli li osserva con disgusto, il barman si estrae di bocca il dialetto pi feroce e scheggiato e nel servirli ruvido ridicolizza abbigliamento capelli trucco e cravattine e a questo punto mi rendo conto che liperbar nel quale mi trovo il Korova Milk Bar di Arancia Meccanica e i quattro emo insultati dal barman giovane sono quanto di pi somigliante ad Alex Pete Georgie e Dim sia possibile incontrare in giro e dunque ho la certezza che da qui a qualche istante si scatener lUltraviolenza anfetaminica, la ferocia amichevole dei drughi post punk che far strame del barman supereroe massacrandolo a colpi di Converse e di pestello metallico da mojito riducendo la sua fronte a un mortaio di carne e ossa craniche; lemo con le manette se le sfiler dal collo e infierir ancora sul corpo robusto del barman giovane crepandogli naso e fronte e sbeccandogli le ossa fino a fabbricare la scultura di un corpicino dal quale riaffiorer il sembiante del barista vecchio. Ma gli emo parlando tra loro fanno mostra di non sentire ed escono serenamente cupi dalliperbar senza Ultraviolenza e con le bibite in mano, le manette che tintinnano sul petto come un batticuore argentino, mentre il barman d di gomito al barista e indicandogli i quattro che muovono in ritirata gli dimostra che in una concreta gerarchia di forze la sua, del barman giovane, supera quella degli emo, e che se il presente territorio di conquista nel quale ognuno deve guadagnarsi il suo spazio, non ci sono dubbi che un barman dinamico in grado di fare a pezzi quattro o anche quaranta emo morituri solo arrochendo la voce e ricacciandone le salme mobili allinterno dei loro confini. Esco sulla soglia del bar: i quattro emo si allontanano verso piazza Politeama discutendo piano. La loro fuga senza lotta, neppure un poco di attrito, mi dispiace. In teoria questa versione palermitana del Korova Milk Bar dovrebbe essere loro dominio, perch loro sono effettivamente il presente nella sua manifestazione pi intensa, o perlomeno, davvero, sono fatti con gli stessi

materiali del barman, dunque con gli stessi materiali nuovi e lucenti di questo bar, materiali diversamente combinati ma comunque quelli, le forme del presente, e quindi se non proprio la lotta almeno uno sguardo in tralice varcando la soglia in uscita, un lampeggiare cattivo dei quattro occhi bistrati, una manifestazione di contrasto e disapprovazione e resistenza avevo il diritto di aspettarmela. Rientro, riprendo posto contro la parete, le braccia conserte, il sudore che mi scivola negli occhi. Il barman giovane tornato a calibrare solerte fiotti da un recipiente allaltro, i muscoli delle braccia in tensione sotto la stoffa bianca della camicia; un passo indietro il barista vecchio ancora conficca il pugno nel contenitore metallico comprimendoci dentro tutto il rancore inesploso, mentre altra gente ordina e chiama e paga e non paga ed entra ed esce e adesso sono le sei del pomeriggio e si apparecchiano gli aperitivi. Che a Palermo non ci sono mai stati, almeno fino a qualche anno fa non se ne aveva notizia. Mentre ora, a giudicare dal modo in cui gli avventori continuando a parlare si avvicinano al nutrimento, laperitivo una pratica collaudata, abitudine e costume, un frammento di esotico tessuto sociale settentrionale trapiantato in questa citt; del resto non si pu presumere di permanere in tradizioni immobili, e se dalleconomia di sussistenza si nel tempo slittati verso uneconomia di mercato ristrutturando il ristrutturabile, allora ugualmente giusto e necessario che il locale si mescoli ancora al nazionale, che lo introietti, importando un modello di consumo lhappy hour che ha altre origini e altri connotati. il territorio che confonde se stesso moltiplicando le proprie identit e apparentandosi con le consuetudini di altre parti dItalia. Solo che sui vassoi che vedo passare e nei piattini man mano colmati, insieme allortodosso tramezzino e allimmancabile multiforme biscottame salato, ci sono delle cose rosse piatte, ostie cardinalizie o pomodorini essiccati lunghi circa quattro centimetri e larghi due, per non sono ostie e non sono pomodorini perch si muovono. Il barman giovane le sistema una per una sul vassoio e quelle per un attimo si scuotono vive, poi si ricompongono e stanno ferme una accanto allaltra, una struttura ordinata di piccoli scudi rossi alla quale vorrei avvicinarmi ma il barman giovane solleva il vassoio sulle dita a coppa e si inoltra aerodinamico tra la folla verso il fondo del locale portandosi via queste nuove invenzioni alimentari, il cibo vivente per il cliente serpente che aspetta sul retro. Rinuncio a bere, esco dal bar, torno in piazza Politeama e mi dirigo verso gli emo. Raggiungo quello con le manette al collo. Interrompe un dialogo laconico e si gira verso di me. Lo guardo. La frangia si trasforma in una benda nera, un teschio pirata si materializza sulla maglietta. Capitan Harlock. Lo fisso nellocchio nel quale c lazzurro mentre nel suo braccio c lacciaio e il suo cuore bianco , e interiormente, silenziosamente, mi rivolgo a questa citazione del crepuscolo degli anni Settanta incarnata in un adolescente linfatico di adesso, alleroe della mia tarda infanzia, e gli dico che vorrei rubare unavventura dove io son leroe che combatte accanto a te, mentre leroe mi osserva perplesso, un lacrimoso polifemo puberale che non riesce a mettere a fuoco il suo interlocutore, e allora sposto lo sguardo intorno pensando che nonostante tutto vorrei volare tra i pianeti sconosciuti per rubare a chi ha di pi, ma intorno ci sono altri emo introversi e la statua bianca di Ruggero Settimo che ci studia con la mano destra napoleonicamente infilata nellabbottonatura del cappotto. Scusa, gli dico esitando. Lui mi considera lentamente, monoculare, un pirata tutto nero che per casa ha solo il ciel. Nel trucco che gli circonda locchio c del rosso, c del viola. Non dice niente. Ma perch non avete reagito?, gli domando continuando ad ascoltare, in un mio circuito musicale interiore, come un lampo il suo pugnale che lui lancia contro il mal. Sento tutto intorno gli altri monocoli sul cranio, la loro curiosit languida, una specie di impulso molle e snervato alla difesa del compagno; due fanno per avvicinarsi ma come se fossero immersi in un liquido denso che ne rallenta i movimenti. A ogni passo sul suolo lunare di piazza Politeama il ventaglio delle loro zazzere si scuote e si ridistribuisce armonico. Sembra vinile. A cosa?, mi risponde nel momento in cui i suoi compagni ci si sono fatti attorno a corolla. Nel movimento della risposta, suscitato dal turbamento minimo che lo scuote, le manette per un attimo sferragliano e poi si fermano. Voi siete il presente, dico rivolgendomi con lo sguardo a tutto il gruppo. E giuro che non c distacco ironico, nessuna intenzione di motteggiare, ma lo stesso mi rendo conto che

unaffermazione come questa, ora, qui, non pu che venire fuori come un crepitio incoerente, qualcosa che con il contesto generale non centra nulla, ed per questo che gli emo si guardano tra loro facendo mollemente balenare locchio libero e scrollando un poco le mandibole senza per produrre suono. Siete il presente, voi, dico ancora per convincerli. Ma cosa dici? Cosa vuoi?, fa Capitan Harlock facendo affiorare in questa frase la prosodia locale e lo stesso ruggito, ma stavolta in miniatura debole, del barman giovane quando poco fa li prendeva in giro. Detto ci, senza aspettare la mia risposta che di fatto non arriverebbe mai, Capitan Harlock e i suoi pirati si girano e si allontanano verso il piedistallo istoriato di Ruggero Settimo, adesso persino veloci e tintinnanti nel passo ma sempre inabissati in uno struggimento ferale. E il loro teschio una bandiera che vuol dire libert. A estrarmi da questo cartoon psicotico impiego qualche minuto. Quando mi guardo intorno buio. A piazza Politeama rimasta poca gente; la maggior parte si diretta oltre via Ruggero Settimo, verso il Teatro Massimo, per disperdersi e poi mescolarsi nei vicoli dellOlivella. Per tornare a casa decido di prendere via Dante. Intanto, la gola, nel momento in cui la sete ha raggiunto lacme, diventata polvere compatta. Provo ad articolare sottovoce qualche sillaba e sento piccoli strappi, un rumore di sbriciolamento. Camminando faccio caso alla luce rarefatta dei lampioni, giallastra e primordiale, e alle ombre che si allargano in rapidi ventagli sullasfalto. Sono sicuro di vedere passare qualcosa del pelo, zanne, uno squittio, la sinusoide di una coda che balena e poi sparisce. La riduzione di intensit dellilluminazione stradale suppongo determinata dal coma dei bilanci se sintomo di una disfunzione amministrativa ha una conseguenza sorprendente da un punto di vista psichico: leccitamento di strati corticali arcaici; perch questa potente attenuazione della luce amplifica per contrasto le ombre e i fantasmi che vivono nelle ombre, la tensione, lo stato dallerta che diventa naturale e cos, scagliato nella citt-foresta, percorrendo via Dante faccio esperienza di una regressione, sono lanimale che nel folto scruta il chiaroscuro per intercettare i pericoli. Tutto questo, pi che un infortunio del servizio pubblico mi sembra il commento alla vita cimiteriale della citt. A essere straordinario che i palermitani a questa agonia della luce sono assuefatti e non se ne curano. Sono nictalopi, hanno un istinto per il buio, probabilmente una conseguenza un contrappasso della abbacinante secolare retorica della solarit. E il fatto che la vita della citt sia terminale penso girando in via Filippo Parlatore e passando davanti al mio ex liceo sepolto nel semibuio non spaventa, non produce neppure il minimo turbamento. Proseguendo oltre piazza Ottavio Ziino giro per via Notarbartolo e mi dico che la nostra nictalopia anche sentimentale, uninsensibilit sensibile, la specifica capacit palermitana di fare esperienza di ogni cosa vivendo immersi in una luce malinconica, ai tempi del crepuscolo, quando tutto lentissimo si spegne. E ancora una volta questo si oppone alla retorica della festa, del tripudio, alla persuasione folkloristica per la quale a Palermo si sperimenta una gioia quotidiana e diuturna, tra zagare fiori di mandorlo qualche melagrana e gelsomini rampicanti. O forse la malinconia sepolcrale non si oppone alla retorica della festa ma la integra, le d spessore e complessit. Contribuisce a descrivere in una forma pi evoluta quello che per me il nucleo essenziale di Palermo, il suo cuore morto, una condizione che ha i tratti della perennit; vale a dire quella che i medici chiamano tempesta neurovegetativa: lo stato cataclismatico che si innesca in un organismo prossimo alla scomparsa e che si esprime attraverso lattivazione parossistica delle funzioni vitali. Dallipertensione alla tachicardia, dallaumento della contrattilit cardiaca alla vasocostrizione periferica: una ribellione dellorganismo stesso alla percezione, forse al presentimento, della fine. La fisiologia esplode di vitalit perch sente la morte. Quando arrivo sotto casa torno al giardino di fronte. Non c nessun lampione acceso. Mi avvicino alle palme esanimi. Tocco ancora il fusto poroso di una pianta, poi di unaltra e di unaltra ancora. La polpa mi si sminuzza tra le dita, le strofino per far andare via la polvere di legno. Poi mi avvio verso il portone. A casa vado in cucina, apro il frigo e bevo direttamente dalla bottiglia; a lungo, fino a non

sentire pi il fresco dellacqua in bocca e in gola. Faccio una doccia, mangio un avanzo di pizza, bevo ancora, con una veloce contorsione supero le pale del ventilatore sempre appeso a mezzaria e mi metto a letto. Disteso sulla schiena riconsidero questa prima giornata di carotaggio. Il materiale estratto in spiaggia guardando la gente e la donna cosmetica, linseguimento a vuoto dei bar, delle voci e dellacqua, il negozio di abbigliamento, gli emo, il barman e il sentimento di un presente inesauribile. Mi dico che Palermo una citt spietata nei confronti della quale la spietatezza, al limite una tenerezza spietata, lunico atteggiamento possibile. Ma questo penso tirandomi su e affacciandomi alla finestra accanto al letto per cercare un po daria fresca forse vale per lItalia intera. Sotto, nella penombra della casa di riposo, c di nuovo il vecchio di stamattina, illuminato dalla luce elettrica che proviene dallinterno. Ha sempre addosso il pigiama blu, guarda di nuovo oltre la carreggiata, verso le palme morte, la testa che si mescola al viola delle buganvillee. Trascorre qualche minuto e la stessa donna di stamattina viene a prenderlo, lo estirpa piano dalla ringhiera, lo riporta dentro. Rientro anchio. Lascio la finestra aperta, spengo la luce e torno a distendermi. Sopra di me la sagoma chiara delle pale, un barlume che oscilla e si confonde nel nero. In un corpo umano la tempesta neurovegetativa dura circa trenta minuti. Quella in cui vive immersa lItalia dura da un tempo che non sono in grado di misurare. Ma non conta risalire alle origini, quello che vale che lorganismo denominato Italia ha risorse sufficienti a protrarre la sua agonia per un periodo indeterminabile, mescolando tempo e tempesta, continuando a giocare con loblio, a puntare tutto sulloblio. Passato presente e futuro sono tempesta. Sono nel bar del presente. Tutti i neon sono spenti, il locale illuminato solo dalla luce biancoviola del generatore autonomo. Sul bancone c un corpo. Mi avvicino, la donna cosmetica. Indossa il due pezzi bianco che sotto questa luce, mentre distesa sul bancone e la sua pelle scura si confonde col marmo nerastro, risalta sospeso e lattescente capovolgendo la percezione diurna. Il suo corpo sempre tonico, offerto e insieme indifferente. Guardandolo penso che offerto e indifferente significhino la stessa cosa. Si muove piano, senza sollevarsi, strofinando la schiena sulla pietra levigata, un leggerissimo movimento concentrico, come se galleggiasse sulla spirale di un gorgo. Tiene gli occhi socchiusi, non riesco a capire se mi guarda. Quando mi arrampico sul bancone e mi accovaccio davanti alle sue gambe la radiazione di luce gassosa che proviene da un angolo del soffitto le rischiara la pelle e riconosco la stessa disperazione dellepidermide che avevo percepito questa mattina al mare, quella corruzione della forma che lei ha saputo trasformare in ordine e tecnica e per un attimo sento in fondo alla gola la consistenza del suo epitelio, qualcosa che mi mortifica e mi commuove. A questo punto, mentre mi chino su di lei, dentro il sogno mi rendo conto che questo sogno lho gi fatto quando avevo dodici o tredici anni. Avevo sognato il tavolo di frmica e metallo nella cucina della casa in cui vivevo. Sul tavolo cera Edwige Fenech nuda. Io salivo sul tavolo, mi abbassavo i pantaloni. Alla fine di quel sogno mi ero vergognato. Non tanto per il soggetto della visione onirica anzi ero contento perch era il mio primo sogno erotico ma perch la scelta dellattrice che intravedevo nelle locandine dei film dellepoca mi era sembrata ovvia e un po kitsch, una subordinazione allimmaginario sessuale dei primi anni Ottanta. Questa promiscuit del mio inconscio comprendere che si nutriva di immagini simili, scoprire il suo inesistente snobismo e anzi la sua esplicita inclinazione al popolare era stata deprimente e insieme rassicurante. Adesso, venticinque anni dopo, il mio inconscio cita se stesso riproducendo un assetto pressoch identico a quello del passato. Dunque, chiuso nel sogno, i pantaloni abbassati e il corpo della donna cosmetica a qualche centimetro da me, per un momento esito. Poi le socchiudo le gambe e le entro dentro. E subito questo sogno erotico si trasforma in qualcosaltro. Perch invece di fare lamore come si fa, con movimenti ritmici che hanno unescursione ben precisa laffondo che si arresta nello scontro tra i bacini e poi il rinculo , il pube della donna cosmetica non oppone resistenza e penetrandola sfocio col mio corpo in uno spazio conico, la sua cavit pelvica, che non mi respinge mai indietro lasciandomi spaventosamente avanzare; mentre mi inoltro nel suo corpo oltre le teste dei femori, oltre losso sacro, il coccige e la struttura traforata del bacino le sue ossa sono di schiuma

morbidissima, materia in fusione, e io mi apro un sentiero meraviglioso e orribile mentre lei tiene gli occhi ancora socchiusi, e allora guardo la piastrellatura oltre il bancone, questa stellata di quadratini blu azzurri e celesti che mi impallidiscono davanti, la quinta perfetta di un amoretto estivo, il sesso sulla spiaggia di marmo dopo il tramonto e mi verrebbe da sporgermi un poco e aprire il rubinetto, riempire dacqua i lavelli per fare un po di mare, ma sto ancora scorrendo longitudinalmente attraverso il corpo della donna cosmetica senza che questo perforamento orizzontale si blocchi contro un argine, contro la logica assoluta del solido, e quando sono davanti al suo sterno che gi comincia a sciogliersi sento di nuovo in gola il sapore della sua pelle e langoscia di questa penetrazione infinita, mi viene da piangere e mi sveglio. Mi alzo, vado a bere. Quando torno a letto mi riaddormento stravolto e senza sogni.

Secondo giorno

Di mattina, spogliandomi davanti allo specchio del bagno mi guardo laddome e vedo, per let e per lallenamento perduto, non la pelle ma un brulichio di cellule, come se il mio addome fosse un formicaio e qualcuno ci avesse messo un piede sopra scatenando il panico degli insetti. limmagine del disfacimento, della vita lentamente estinta, i tessuti alla deriva al posto dei quali fa irruzione il caos. Cos, nudo, ridicolo e orgoglioso, mi accorgo che con la ripugnanza e lo sgomento affiora anche una specie di serena nostalgia: non pi la rabbia ma la gratitudine per il ritorno a casa. E la comprensione profonda della donna cosmetica, labisso orizzontale nel quale sono sprofondato in sogno, la paura che si confonde col piacere. Uscendo di casa vado ancora dalle palme disfatte. In questa loro morte c qualcosa che mi incanta. Perch le palme sono fisiologicamente furiose la testa in eruzione, la traiettoria delle foglie leggermente arcuata e a spruzzo, il verde luminoso e il bruno del fusto che sembra pane. Invece adesso la tramatura delle foglie pennate marrone grigia, il fusto morsicato. Morsi piccoli, ravvicinati, rosicchiature laboriose e costanti. Non ho idea, non so; tengo un poco la mano sulle spolpature, poi vado a prendere lautobus. Raggiunto il lungomare imbocco il passaggio tra i cortili e cerco lo stesso pezzo di spiaggia libera dove mi sono fermato ieri. Sono le nove del mattino, c gi tanta gente ma riesco lo stesso a trovare un po di spazio. Mi intrometto tra una coppia in litigio bisbigliato aspro e una famiglia mononucleare madre padre figlio piccolo: dormono, uno abbracciato allaltro, indistinguibili. Resto in piedi, le gambe leggermente divaricate a difendere i miei strategici tre metri quadri di sabbia. Poco dopo la coppia si alza, siamese ed esasperata, raccoglie i suoi teli e se ne va. Nel giro di trenta secondi, al suo posto, come ci fosse un turno, arriva Topinambur. Con lo zainetto ancora in spalla mi avvicino alla riva ed esploro il tratto di mare davanti a me in cerca della sua carne scura. Di Epifania, labisso. Vedo una madre con un bambino in braccio immersa in acqua fino alle ginocchia, ragazzini che con la maschera scrutano la sabbia subacquea, un vecchietto con i calzoncini beige e la canottiera a righe; un salvagente a fiori che galleggiando se ne va da solo al largo: della donna cosmetica nessuna traccia. Mi costringo alla calma, c tempo. Torno indietro, stendo il telo luttuoso tra Topinambur e lamalgama famigliare che mi dorme accanto, lo fermo con lo zainetto e raggiungo di nuovo la riva per bagnarmi. Questo battesimo lento e mesto laspersione di braccia addome petto che da piccolo subivo da mia madre come ulteriore coatta infantilizzazione, adesso, mentre tocco piano col palmo umido e curvo la mia pelle subumana, mi sembra un processo senile, lestrema unzione che da solo mi impartisco. Quando grondando riguadagno il telo, scosto lo zainetto e mi distendo sulla pancia i piedi a monte e la testa proiettata nuda contro lorizzonte , mi accorgo di un gruppo di ragazzini che poco pi in l, immersi nei loro costumoni rossi e blu, trafficano con una serie di secchielli. Quasi senza parlare, procedendo per brevi cenni dintesa, i ragazzini si dispongono a formare una catena umana che dalla riva trasporta scorte dacqua fino a due tre metri oltre il bagnasciuga. Un cantiere edile da spiaggia, mi dico, uno di quei concorsi dei quali ogni estate vedo le foto in rete, castelli di sabbia megalomani, i monumenti del mondo riprodotti in arenaria la cattedrale di San Basilio completa di guglie e di pinnacoli, la struttura conica della Tour Eiffel, la Statua della Libert con tutto il piedistallo, lorgoglio marcescente del Pirellone e ancora le pi inverosimili invenzioni plastiche di questi campioni delle sculture di sabbia. Palermo come Los Angeles, Mondello come Venice Beach. Mi avvicino. Pi simili a collaudi lasciati a met nel momento in cui la logica dellesperimento diventata chiara, vedo due montagnole implose con tre palette piantate dentro, una traccia di merlatura esile a schermare il vento che soffia basso dal mare, un pupazzetto cilindrico sormontato da una testa obesa con due pezzi dalga a fare da occhi, un cratere-nido che contiene frammenti di pane burro e zucchero in gran parte mangiucchiati. Di capolavori architettonici, nessuna traccia. Eppure il fermento permane nellaria, si respira

progetto, il tempo laborioso, i ragazzini concentrati. Uno di loro scuro e carnoso, la testa da dogo argentino, i muscoli masticatori prominenti lultimo della catena. Inginocchiato, raccolto in se stesso, riceve lacqua, coglie un pugnetto di sabbia e lo intride immergendo la mano nel secchiello; lo impasta, lo drena, lo ripulisce dalle impurit percepibili e consolida questa malta rudimentale intorno a unanima di fil di ferro conficcata al suolo. Un pugnetto di materia dopo laltro il fil di ferro, modellato in una forma curvilinea, scompare e al suo posto si compone una morfologia grigiastra ancora incomprensibile. Poco oltre, distanziate di mezzo metro luna dallaltra, ulteriori sottili forme metalliche, serpentine in ascensione che scintillano al sole. Uno alla volta, catecumeni di una religione di sabbia, altri ragazzini parecchi micotici, parecchi eritematosi si inginocchiano ognuno davanti a una sagoma di fil di ferro, ricevono la materia e si mettono silenziosi e intenti a edificare la vocazione ingegneristica dei preadolescenti, piccoli egiziani mescolati a babilonesi in miniatura, il gene arabo della composizione architettonica che si manifesta nel gioco. Torno al telo ragionando sullevoluzione delle costruzioni marine. Mi distendo e chiudo gli occhi. Unoretta di pigolii sparsi, la sabbia che crepita, le grida stereofoniche, i flap degli ombrelloni; la carta dei ghiaccioli semisepolta che si scuote e sa di agonia. Quando mi alzo prima carponi e gattonando per risistemare il telo che si arrotolato, poi, a tappe, fino alla stazione eretta ho il sole a cacciavite nella fronte, il piacere del mescolamento che si converte in piccola nausea. Battezzarmi ancora necessario, riprendo la strada verso il bagnasciuga. Fronte petto addome, le braccia, le guance e intorno agli occhi lo smalto dacqua mi ritempra. Pi in l, ai ragazzini operai diretti da quello scuro e carnoso con la testa da dogo si sono aggiunti diversi adulti, i padri, per un totale di una trentina di persone concentrate nelledificazione e nel consolidamento di quelle che, me ne rendo conto ora, sono lettere dellalfabeto. Riconosco, perch quasi terminate, una B e una L , la sabbia mantenuta compatta e umida dalla pressione leggera di decine di palmi contro la struttura e dallacqua che zampilla piano dalla testa traforata di un innaffiatoio di plastica uno specifico addetto, un bambino di grosso modo cinque anni, scorre meticoloso lungo la fila degli operai al lavoro, tra le mani il piccolo innaffiatoio via via rifornito dallacqua che la catena umana trasporta dal mare. Non un concorso per fabbricatori di opere sabbiose, mi dico entrando nellacqua fino alle ginocchia, ma la riproposizione in chiave balneare del progetto didattico di Don Milani, la scuola popolare a cielo aperto, Mondello come Barbiana, la scrittura collettiva e la cultura come confronto concreto con le cose. Con lacqua alla pancia al petto e poi alla gola penso a questi scolari di ogni et che costruiscono insieme il loro abbecedario di sabbia, la teoria alfabetica che a fine giornata correr lungo gran parte del bagnasciuga, un modo per avere a che fare col linguaggio come materia, forma tridimensionale e spazio abitabile, una casa da condividere e nella quale crescere e vivere e comprendere. E dunque ben venga lattivazione di questo termitaio umano che pensa e lavora e fabbrica, alacre e fiero, ognuno saldo sereno e fiducioso. Cos, a mia volta saldo sereno e fiducioso, immergo la testa sottacqua e sprofondo, osservo la sabbia chiarissima e le venature del sole sul fondale; riemergo e nuoto per venti minuti. Vado avanti in questo modo per tutta la mattina, entrando e uscendo dal mare, alternando il nuoto al riposo, quando disteso sul telo sento i muscoli formicolare e il respiro che prima si addensa e poi filtra sottile nei polmoni. Me ne resto cos, lorganismo in manutenzione, fino a quando il pensiero della donna cosmetica riprende a scoppiettare, minuscole atomiche che mi aprono nel corpo crateri percettivi. Mi tiro su a sedere, discrimino tra i corpi e i lampi umidi del sole; non la trovo. Mi alzo in piedi. Topinambur si gira verso di me e ancora, ironico, sorride. Lo ignoro e sto di vedetta per cinque minuti sollevandomi a pi riprese sulle punte dei piedi, veloce come uno stantuffo, per amplificare lo spazio esplorabile. Se avessi un cavallo ci monterei sopra e da l, equestre, percorrerei il litorale avanti e indietro, la mano a visiera per ispezionare laria che si espande vuota tra i bagnanti. Torno a distendermi ma la bella indolenza di prima non c pi. Mi impongo di restare disteso: dormicchio, leggiucchio, studio la famiglia ancora mischiata nel sonno; allungato sulla pancia

sento il cuore che martella contro la sabbia, un battito secco e spezzato che a tratti quando a occhi chiusi visualizzo la donna cosmetica si fa ancora pi brusco e discorde. Mi accorgo che mi manca persino la signora-lago. Cedo, mi alzo e come ieri vado fino alla fontanella per bere. di nuovo presidiata dai due bambini con i costumi di maglina, le pompette di gomma in mano. Ci guardiamo. Posso?, dico. Hai portato i soldi?, fa quello bruno. Ve li ho dati ieri. Anche oggi. Sono in costume. Devi darceli. Ma non ne ho. Devi darceli. Come ieri? No, aggiunge il biondo. Devi darcene di pi. Faccio il gesto di estrarre le monete da una tasca e allungo la mano per posarle sul loro palmo. No, di pi. Altre monete? No. La carta. I soldi di carta, precisa il bruno. Come capite la differenza?, domando. Il rumore, risponde il bruno. Dal rumore della carta, chiarisce il biondo. Rinfilo in una tasca le monete e dallaltra estraggo le banconote. Quanti soldi sono?, domandano. Dieci euro luno. Di pi. Tiro fuori altre due banconote. Ora sono venti luno, dico. Si guardano. Va bene, dice quello bruno. Distendo le banconote sui loro palmi aperti. Il rumore, mi ricorda il biondo. Fai il rumore, ribadisce laltro. Senn uguale a prima. Ripeto il movimento inventando tra bocca e trachea un fruscio rapido ma ampio. Ancora, sollecitano, e io ancora farfuglio basso producendo il rumore di tutti i soldi di carta invisibile. Bene cos, fa il biondo chiudendo il pugno. Ora bevi, fa il bruno. Grazie, dico chinandomi, le labbra gi a intercettare il fiotto verticale. Prima di tornare al mio telo mi giro a guardarli. Le pompette infilate sotto lelastico dei costumi, sono concentrati a contemplare il bottino: quattro banconote trasparenti, la pratica dellestorsione preliminarmente collaudata in astratto. Sfogliano con i polpastrelli, contano e ricontano, incantati dalla concretezza dellimmateriale. A mezzogiorno vado a fare lultimo bagno. Quando torno a riva mi dirigo verso il cantiere dellalfabeto per controllare se i lavori sono terminati. Prima di andare via voglio vedere lo spettacolo delle lettere in sequenza, lesito di questo inaspettato omaggio palermitano alle parole. Adesso il cantiere ancora pi popolato. Ai ragazzini e ai padri si sono unite le madri, parecchi vecchi, bambini e bambine. come se dai cortili dello stabilimento balneare fossero partite una serie di delegazioni e questo lavoro fosse ora unimpresa condivisa, una forma di socializzazione intensissima. Ognuno ha una mansione compatibile con le sue forze e con la sua capacit deambulatoria. Attento a dove metto i piedi, rispettoso delle costruzioni fragili e orgogliose, mi intrufolo tra la

folla. Quando riesco ad aprirmi un varco fino allopera scopro che quella che hanno quasi ultimato non la costruzione dellintero alfabeto dalla A alla Z , un argine linguistico a separare la terra dal mare: il risultato di queste ore di lavoro, di migliaia di azioni, di movimenti delle gambe e delle mani, di ragionamenti calcoli e scrupoli, una sola singola parola, una sola singola infinita parola: B E R L U S C O N I . Tutte e dieci le lettere, soltanto quelle, una quarantina di centimetri daltezza, uno stampatello tridimensionale composto con regolarit, come se la parola non fosse leffetto del lavoro di decine e decine di persone diverse ma la traccia coerente di ununica mano scultrice. Disposti in cerchio gli operai esaminano il lavoro e si sorridono compiaciuti: i perfezionisti toccano il braccio del vicino e gli indicano alcune imprecisioni della forma un forellino residuo sulla superficie di una lettera, unincrespatura, la frattura scomposta nella quale si congiungono i due lati della L, una crepa da suturare prima che diventi pericolosa; gli altri si congratulano con strette di mano e pacche sulle spalle. Il ragazzino scuro e carnoso, in piedi sopra uno sgabello di plastica, il petto e le gambe coperti da un velo di sabbia, osserva a braccia conserte, giudica e si giudica; poi fa un sorriso, smonta dal trespolo e si allontana soddisfatto verso il chiosco dei gelati, i muscoli masticatori gi operosi. Mi avvicino ancora di pi e mi metto a camminare intorno a questa parola-totem, alla parolamania. La parola magica, lapriti sesamo allitaliana. Nonostante lo sforzo di filtraggio e pulitura la sabbia rimasta grumosa, una pasta nella quale alloriginale minerale disgregato sono mescolati crema solare semiliquefatta, briciole di crosta di pane e nuvolette di mollica, il sedimento appiccicoso delle bibite, la cenere e il detrito dei mozziconi, brandelli di plastica leggera (residui sconnessi di giocattoli marini), pagine di giornale, ciottolame, scaglie di catrame, il decomposto vegetale, le cellule esfoliate trasparenti dellumano. Un incubo. E questa materia-incubo, intrisa dacqua, elaborata da tante mani e poi organizzata in una forma, adesso sta davanti a me, grigio scura eppure luminosa, assorta in se stessa e contemporaneamente disponibile agli sguardi di ognuno, e Berlusconi, la costruzione BER L U S C O N I , mi racconta adesso, in una sola parola, nella sua sola parola, che un nome cos tante volte pronunciato nel discorso pubblico e in quello privato non pu permanere intangibile suono volatile disperso nellaria o sequenza di caratteri stampati su carta ma deve diventare una cosa, una figura da toccare, trasmigrazione della parola verso la sua concretizzazione, e non per un delirio del re ma per un bisogno del reame, il desiderio tenace della gente di dare forma alla mania come lossessivo che deve a tutti i costi toccare, toccare per sentire, per essere e per restare, per sopravvivere. La parola Berlusconi come solidificazione di un fantasma nazionale, lo spettro materiale della nostra identit: la parola-cosa attraverso la quale, nel desiderio o nella rabbia, diamo consistenza a unossessione. E mentre me ne vado in giro per questo piccolo monumento italiano slalomando piano tra le sue dieci lettere, mi accorgo che a mo di coro tragico, intorno a me e al monumento, in braccio a decine di padri e di madri balneari ci sono bambini piccolissimi il bozzo del pannolino sullavambraccio del genitore che sorridono e salutano, a loro volta salutati dagli altri bambini, nel brusio di milioni di neuroni specchio freneticamente impegnati dentro le loro teste a imparare la meccanica dellimitazione. Alcuni, poco pi grandi e caracollanti mobili sulle gambe, si avvicinano al nome di sabbia macchinine e soldatini tra le mani e si accovacciano intorno alle lettere. Chi gioca con le macchinine le fa correre sulle parti curve, specialmente sulla B, sulla U e sulla S , facendo con la bocca un rumore che dovrebbe essere meccanico laccelerazione del motore in chiave ludica mentre in realt un fare le fusa morbido, nel lieve vibrato delle gote. Quelli che invece estraggono i soldatini dai sacchetti li fanno poi arrampicare, forzandoli carponi, su per i tralicci della E, della L e della I , piano piano lungo questi grattacieli di silice, simulando e ostentando una fatica di plastica e polmoni estranea al soldatino ma indispensabile al giocatore per guadagnarsi unepica. Quando i soldatini arrivano in cima un indiano verdolino in postura dassalto con il tomahawk stretto nel pugno, un marine ginocchia piegate fucile imbracciato e bocca spalancata ma anche un puffo con occhiali e quaderno sotto braccio, un centurione con un piede staccato dalla base che si ripara sotto lo scudo, un microgerarca fascista con il braccio sguainato i bambini li fanno un po disputare il puffo ha la meglio sullindiano, il

marine soccombe contro il centurione rotto e poi, uno per volta, indipendentemente dallesito dello scontro, come se fosse la conclusione logica del gioco, li fanno precipitare gi dalla lettera, non per un accidente o per punizione nei confronti di un soldatino inesperto nella lotta, ma nella forma del sacrificio rituale, del suicidio fanatico e consapevole, allo stesso modo di chi a Los Angeles si arrampicava di notte sui tralicci delle lettere della scritta H O L L YWO O D in gran parte attrici e attori eternamente senza parte e si gettava di sotto, unepidemia autodistruttiva che si rivelava poi nella luce dellalba, soldatini di carne a precipizio dalla parola del sogno. Intanto dagli altoparlanti distribuiti per tutto lo stabilimento viene fuori un samba ritmatissimo e la folla che circonda la parola comincia ad ancheggiare esotica, tortuosi scuotimenti di fianchi e bacino e un traballare di pannicoli, braccia sollevate in alto e piedi che pasticciano la sabbia, il sole incattivito a illuminare alto nel cielo questo carnevale improvvisato, la tempesta neurovegetativa in gloriosa esplosione, gli indigeni del presente che ondulando guadagnano spazio e respiro. Tra loro, franato felice nella musica, c anche Topinambur con il solito sorriso granuloso. Topinambur balla gli occhiali scuri, il corpo bianco filiforme che si increspa a ogni passo e ascende allestasi. A restare indifferenti al samba scatenato sono solo i bambini che continuano concentratissimi a mettere in scena arrampicate impervie e affannate, piccole lotte in cima e suicidi molteplici, massivi, nessun sopravvissuto reale ma limmediata reversibilit della morte del soldatino che resuscitato manualmente viene condotto disumana metafora dellumano attraverso una nuova scalata, unennesima lotta senza valore e lo strapiombo di quaranta centimetri dopo il quale tutto ancora ricomincia e i tonfi, accompagnati da piccoli strilli drammaturgicamente calibrati, si mescolano ai brum brum ronfanti dei colleghi che giocano con le macchinine e a questo punto, tra strilli acuti bassi e gonfi ronzii propulsivi, arrivano ancora altri bambini, anche loro trotterellanti comici, si accoccolano accanto alle lettere e si mettono a strappare piccoli pugni di sabbia dalla struttura che si scrosta, si corrompe ma regge, e i bambini portano i pugni alla bocca, cercano di mangiarsi la sabbia e in quel momento fa irruzione al centro della scena il ragazzino scurissimo e carnoso, il capomastro con un moncone di ghiacciolo verde che gli affiora da una mano, che prima gridando incomprensibile e subito dopo a gesti fa segno ai pi piccoli di non osare oltre, di andarsene, e che loro non sanno che cosa hanno fatto, non possono capire e, dopo essersi platealmente liberato del ghiacciolo, con un movimento sobrio tra la Duse e Sarah Bernhardt si porta il dorso di una mano contro la fronte, laltra mano alla bocca. Di colpo tutti si fermano: i bambini si studiano perplessi i pupazzetti tra le dita, gli adulti ricompongono i fianchi anchilosati; persino il samba sembra attutirsi, le percussioni brasiliane si confondono con la tachicardia dei bagnanti. Ottenuto ascolto, il ragazzino con la testa da dogo si fa avanti a grandi calci contro macchinine e soldatini lazzurro brillante del puffo che vola in alto leggero, la danza aerea roteante dellindiano verdolino spruzzando ventagli di sabbia in ogni direzione, indignato e commosso, i muscoli masticatori congestionati dallangoscia, incapace di farsi una ragione di un simile abuso lira di Ges nel Tempio contro il pagano oltraggio. I bambini lo guardano con i bocconi di sabbia cruda incollati intorno alle labbra. Altrettanto sconcertati sono i coreuti lattanti, sempre imbozzolati nei loro pannolini e sempre in braccio ai genitori, interrotti nellesercizio meccanico ma accanito del saluto con la manina, smarriti davanti allinfrazione del lavoro dei loro neuroni specchio; ma sufficiente che uno di loro, il pi intraprendente, ricominci il saluto, prima timidamente e poi a tergicristallo, che gli altri, rinvigoriti dalla pausa, riprendano a loro volta a salutare, decine di saluti a dita piccolissime e socchiuse tutti rivolti verso il Ges scuro e carnoso da solo al centro della scena fino a quando, un centinaio di ciao ciao dopo, un uomo ugualmente scuro e dal ventre convesso, presumibilmente il padre, penetra tra la folla, lo raggiunge, gli mette una mano sulla spalla e lo sottrae alla desolazione delle macerie e ai bambini inconsapevolmente ingiuriosi. In breve il gruppo si disperde. Qualche bambino recupera ancora una macchinina o un soldatino insabbiato, un padre fa fare laeroplano al figlio, un signore si sistema laboriosamente lelastico del costume, si gratta un capezzolo e poi si avvia verso il mare. Quando mi guardo intorno mi rendo conto che la spiaggia tornata al suo lavoro minuto e inconsapevole, una girandola di parole e movimenti azionati dal vento, il samba che smaltisce le ultime percussioni in sottofondo.

Accanto a me ci sono i rottami del nome, prima costruito e poi dilapidato. Alla B manca il cerchietto superiore, la E crollata allindietro, la U profondamente sfregiata e alla N scomparsa una gambetta. Mi tocco una mano con laltra il polso, carpo e metacarpo per sentire se sono anchio cos friabile e in quel momento avverto qualcosa contro la spalla, mi giro e sopra il mio omero nudo ci sono cinque dita secche, cinque ramificazioni biancastre oltre le quali si allunga un braccio sottile e ritorto, un intreccio di vene verdi e blu, e poi la spalla il collo gli occhiali scuri e il sorriso intricato di Topinambur. Mi guarda con dolcezza paterna e fa cenno accanto a noi alla scritta semidistrutta. Andata, dice. La stessa affermazione di ieri, essenziale e definitiva e io mi scosto con un senso di disgusto per il contatto, per il contagio, ma soprattutto perch Topinambur mi sta chiarendo che tutto sequenza metamorfica e che quanto era carne adesso sabbia e sar aria e che il mio carotaggio non altro che lattraversamento di un fantasma proteiforme, di una materia immateriale che pervade ogni interstizio dellesistente italiano. Chiamarla donna cosmetica, emo, barman o Berlusconi secondario. Topinambur mi osserva deluso, le braccia lungo il corpo, il sorriso convertito in un ghigno buio, perch ha capito che ho capito e che da questa comprensione non c via duscita. Dopo avermi contemplato con compiaciuta amarezza si volta e si avvia verso il suo telo. Resto solo. Consapevole, dunque sfibrato, la malinconia come unonda di piena che in tre secondi copre tutto. Faccio qualche passo a caso, poi mi dirigo di nuovo verso la parola. In fondo, subito oltre la I , dopo avere vagato e annusato le rovine, si accucciato un cane. di piccola taglia, nero, il pelo umido brillante di sale. stanco e rifiata cauto accanto a quel che resta del pilastrino con cui termina il nome-impasto, il nome-caos, ci che tutto ammette trasforma e contiene, queste quattro sillabe lombarde che da anni presidiano le bocche degli italiani. Le assediano. Perch mi dico avvicinandomi al cane e carezzandolo mentre lui si gira sulla schiena e prende mano e sole sulla pancia non c altro che Berlusconi; al limite alcune variazioni sul tema ma tutto parte da Berlusconi e tutto torna a Berlusconi, la parvenza incorporea capace di appagare listintivo ferocissimo panteismo nazionale assumendo ogni forma desiderata o detestata e cos il nome Berlusconi trascende se stesso, e la contingenza storica, ed entra nel mito. Dopo qualche minuto di avvolgimenti festosi e annichiliti il cane si risolleva sulle quattro zampe e si scuote la sabbia di dosso scagliandomi una mitragliata di granelli negli occhi. Mentre con le nocche li faccio lacrimare lui d un ultimo sguardo alla piccola distruzione e si allontana quieto zampettando. Definitivamente solo mi tolgo la sabbia dal naso e dalle labbra e come ieri, pi di ieri, ho sete. Passo a riprendere le mie cose, esco dallo stabilimento e vado ad aspettare lautobus per tornare in citt. Lungo la strada compro dellacqua, sullautobus gioco a estirpare letichetta dalla plastica, non ci riesco. Quando scendo e mi avvio verso casa osservo le insegne pubblicitarie. Locandine e cartelloni, gli articoli in vendita foto disegni sagome firme sigilli. Corpi e oggetti, beni e servizi. Un dialogo protratto tra forme e marchi. In casa bevo ancora molta acqua, mi preparo un caff. La caffettiera ha un nome, impresso sul metallo. Dalla cucina guardo fuori: sul marciapiede parcheggiata una Vespa, sulla carreggiata sta passando una bicicletta. Anche quel modello di bicicletta ha un nome. Storico. Depositato. Quando il caff viene fuori lo verso tutto in una tazza, prendo una bottiglia dacqua e vado a sedermi allombra in balcone. Oltre la ringhiera c il giardino con le palme allampanate e lerba gialla dei prati; ancora oltre, la mezzaluna in calcestruzzo di condomini anni Sessanta. Bevo piano, un po lacqua e un po il caff, lasciando intiepidire, provando inutilmente a strappare anche questa etichetta e pensando a Berlusconi mentre il sole fa cominciare il pomeriggio a colpi di incandescenze, ventagli di luce bianca che trasformano lo spazio in cenere. Palermo e lItalia intera divorate dallastro di fine estate. Berlusconi, penso, conficcato nellitalianit come la Vespa, come la Bialetti, come la Bicicletta Graziella o le Figurine Panini. un marchio registrato. Trademark. Come questa etichetta inestirpabile. Provo a pensare al percorso pomeridiano e bevo ancora acqua e caff; mi sento disossato, i

ragionamenti di carta vetrata. Neppure levocazione della donna cosmetica basta a reidratarli. Perch il desiderio del suo corpo non solo sorgivo e vitale ma anche scuro, mortifero, un altro modo in cui la malinconia si manifesta. E la malinconia anche la coscienza del fatto che esplorare questo campione di realt fare esperienza di unarticolazione di forme che sono una sola forma. La parola Berlusconi una sintesi. Laria, il mezzo tra le cose. La patria del presente. Berlusconi, ora, il marchio di un prodotto: Berlusconi il marchio, lItalia il prodotto. Nel pomeriggio decido di cambiare zona. Vado al mercato del Capo. Quando sono ancora in via Volturno vedo che su un marciapiede allangolo tra due vie si innalza sottilissima e smeraldina una palma di plastica e tubicini luminosi, completa del grappolo di datteri e dellombrello aperto delle foglie. La raggiungo, tocco il tronco liscio, intatto. Il traliccio scorre imperioso verso lalto, il fogliame fittizio si staglia contro il cielo e il tutto somiglia a unantenna vegetale artificiale in ascolto del futuro. Mi allontano e passando in mezzo ai banchi del mercato attraverso piazza Porta Carini, poi via Beati Paoli. Su un balcone ci sono tre quattro ragazzini, almeno due femmine e femmina mi pare il capobanda. Somiglia alla Stefi del Corriere dei Piccoli: un mocio scuro in testa, un accenno di efelidi e unipercinesia ferina che si esprime nei due metri quadrati del balcone in spintoni e colpi sulla nuca dei pi piccoli, in frasi brevi pronunciate di gola a voce alta in un dialetto nero e grumoso. Con i suoi compagni gioca a sputare sui passanti. Sputano dialetto. Non si accorgono di me sono lontano ancora una trentina di metri e allora li guardo con calma. I loro sputi non sono casuali, aspersi a pioggia, bens selezionati e distribuiti, espulsioni secretive che valgono da specifiche unzioni. Perch lo sputo ti designa, ti fa nemico, ed chiaro che alla gente del quartiere non si sputa. E siccome per questa strada passa perlopi gente del quartiere, le bocche degli untori restano piene e cariche e dentro le guance si rimescola il bolo di saliva nellattesa di qualcuno a cui destinarlo. La Stefi, in particolare, continua a macinare liquido e a reclutare muco dal profondo della gola fabbricandosi oltre le labbra chiuse un micidiale ordigno solvente. Poi passa qualcuno che non di qui un turista, uno che si perduto , gli sputano in tre e scappano dentro casa senza accorgersi che lhanno mancato e che quello continua asciutto e sereno a camminare. Tornano fuori, guardano i pezzi di dialetto frantumati al suolo, ci restano male, recriminano, ci sono reciproche attribuzioni di colpa, brevi discettazioni sul modo in cui uno sputo va orientato, su come calibrarlo tenendo conto della resistenza del mezzo, su quanto il vento riesca a modificare le traiettorie. I ragazzini si fanno studiosi esperti di fisica meccanica, ingegneri dei liquidi volanti e viscosi, calcolatori delle forze impulsive e dellinerzia invisibile dellaria. Nel frattempo sono andato avanti e quando si rendono conto che sto per passare sotto di loro confabulano veloci. La Stefi d le direttive, distribuisce le bocche di fuoco di saliva lungo il perimetro della ringhiera e allora io fissandoli faccio di no con la testa e anche col dito, no, segnalando che so, che ho visto, sono consapevole, immaginando che questo basti a farli desistere dallazione. E in effetti basta, funziona, la Stefi sorride di imbarazzo e rabbia e disappunto e disinnesca la truppa anche se un paio di loro forse a scopo dimostrativo, forse perch hanno le mascelle a pezzi liberano comunque le loro uova liquide in verticale, a piombo, quando sono ormai passato e alle mie spalle sento un rumore di scacciacani, due colpetti in sequenza che in ogni caso significano noi siamo qui, noi vegliamo dalla prospettiva dei falchetti su tutto quanto accade sotto e intorno: questa volta sei passato indenne ma qui ogni pietra intrisa della nostra saliva, ogni pietra siamo noi. Una ventina di minuti dopo mi fermo a un baracchino dietro il quale un uomo circondato da una corte di randagi arrostisce la carne. Sul banco, che fatto con un pezzo di frmica e un frammento di rete di letto come griglia, ci sono dei limoni e una ciotolina con del sale. Aspetto che la carne sia pronta nel piatto di plastica, pago, aggiungo un po di sale, do qualche pezzetto ai cani e mi allontano per un vicolo. Sulla carreggiata c un tavolo apparecchiato con una cerata gialla. Intorno al tavolo alcuni uomini e un paio dei ragazzini sputatori di prima. C anche la Stefi. Il tavolo lunico elemento darredo di quello che se fossimo in unaltra zona della citt sarebbe un dehors. Dunque sono davanti a un locale pubblico. Al di l del tavolo c una

saracinesca quasi del tutto sollevata, un vano in penombra e uninsegna, attaccata sopra la saracinesca, sulla quale per non c scritto niente e se ne sta l, opaca e provvisoria. Il locale qualcosa a met tra la mescita e il bar di zona. Sul tavolo ci sono dei bicchieri di vino rosso e delle tazzine di caff. C anche una cosa rossa piatta, che non sangue e non una macchia di vino perch si muove, scorre sulla superficie del tavolo, un unico esemplare dei piccoli scudi rossi che ho visto ieri sul vassoio del barman giovane. La Stefi la mano allungata sul tavolo e una lattina di Coca-Cola stretta tra le dita mi fissa e ancora, come prima, sorride, ma stavolta senza imbarazzo n rabbia n disappunto, semmai con la coscienza, che a Palermo corredo genetico, della inevitabilit di questo nuovo incontro: la persuasione che non ci sia scampo, mai la coscienza di vivere in un mondo gi deciso e ricorsivo, e quindi la certezza di essere, gi appena nati, dei reduci a Palermo talmente radicata da risultare astorica e biologica. Qui la storia non c, la prospettiva diacronica sperpero di tempo. Ci sono solo i corpi immemori, il modo in cui lesperienza nasce ogni volta vergine e radicalmente priva di memoria. E tutto questo la Stefi, senza saperlo, lo sa. Faccio tre passi per avvicinarmi, vorrei una bottiglietta dacqua ma sento che sto sbagliando. Nessuno si alzato dicendomi di non avanzare, nessuno mi ha detto che non posso chiedere dellacqua ma ugualmente, attraverso segni impercettibili, questo spazio mi dice che non per me. Che s pubblico, per soprattutto privato. A me sottratto. Perch allinizio del mio quarto passo ho la sensazione inequivocabile di penetrare nel soggiorno di qualcuno che non conosco e che non mi conosce e che non vuole conoscermi, di calpestare il suo pavimento privato, il suo privato tappeto, e non c ragione commerciale che tenga, la transazione economica che prevede uno scambio di denaro per un prodotto imbottigliato non ha qui luogo a procedere perch lo spazio in cui mi trovo uno spazio talmente collaudato e abituato a se stesso, sperimentato nel tempo come area di ritrovo e ricreazione per le persone del posto per le persone-famiglia, parenti reali o parenti per limitrofia e consuetudine , da individuarmi subito come forestiero e intruso, alieno, corpo estraneo, un abusivo che percorre uno spazio a sua volta abusivo, un clandestino a stento tollerato nel transito ma inammissibile a un livello di relazione differente. E allora in un istante vedo intorno a me prendere forma segni pacificamente avversi, divieti e ostruzioni movimenti delle mani, schioccare di lingue nelle bocche e tamburellamenti casuali delle dita sul tavolo, frizioni del fondo dei bicchieri contro la superficie di legno e del vetro contro il vetro, a molare (senza che mai il piccolo scudo rosso si scomponga e si dia alla fuga, al massimo striscia qualche centimetro pi in l e se ne sta fermo e attende), scricchiolanti contratture del lamierino della lattina e risate improvvise nelle quali conflagrano tutti i lineamenti per ricomporsi di colpo, a scatto, in espressioni truci, un frullo ruvido di azioni che sono lincarnazione di un rifiuto, lo stemma dellostilit. E dunque esito, il piatto con la carne in una mano, le dita di olio e sale sollevate a prendere niente tra i polpastrelli. La Stefi gioca con un ragazzino, scherzano e si spingono, si alzano in piedi e continuano con gli spintoni, la Coca-Cola versata addosso prima per caso e poi intenzionalmente, a spruzzo, una sediolina col fondo di paglia cade per terra mentre il gioco trascende e alla Coca-Cola seguono gli sputi, ancora, allinizio dalla mira incerta, compromessa dalle risate, e poi sempre pi precisi, risultato di una balistica infallibile, quando le facce si trasformano in casematte e ogni proiettile scagliato secco e trasparente e memorabile. Dallinterno della rivendita una donna dice qualcosa, non capisco cosa ma per lei parla lintonazione stridula e brusca e il braccio nudo che affiora rossastro dalla penombra, per intimare, per imporre, ma i ragazzini ignorano braccio e donna e larto ritorna silenzioso nel buio mentre lei affida la risoluzione della controversia a un padre seduto l accanto, nel sole ripiegato tra le pareti del vicolo, un padre che riepiloga in s, nel corpo rappreso, la disperazione di tutti i padri, lincapacit organica di decifrare realmente i termini del problema e ricomporre le parti prosciugando le bocche e riportando la disputa a una civilt grosso modo cinquecentesca o tardo-medievale, perlomeno a un principio di diritto posteriore a quello del taglione, al pagare sputo per sputo, goccia antibatterica per goccia antibatterica; ma il padre morto se ne resta seduto sulla sua poltroncina girevole inspiegabilmente affiancata alle sedioline rustiche, la pelle nera rotta e la gommapiuma emorragica, e non sa andare oltre una minaccia aspra e inconsistente subito metabolizzata dalla Stefi e dallaltro ragazzino che indistruttibili, per

quanto semidisidratati, continuano nella loro schermaglia di flussi correnti e fiotti e zampilli. Sempre inerte, il piatto quasi vuoto e le dita sempre sporche, osservo il vorticare degli sputi e cerco di tenere ampia linquadratura per restare consapevole che questa la strada di una citt nonostante tutto reale, questo uno spazio pubblico, un bar a cielo aperto, e io non sono un intruso, nessuno in un bar pu essere un intruso perch il bar ricovero del viandante punto ristoro stazione di posta cambiocavalli casa del pellegrino, sempre aperto e disponibile, mai precluso eppure lho visto accadere mille volte, e non solo qui, la famiglia talmente abituata a se stessa, talmente famigliare, da essere incapace di decifrare le specifiche circostanze, i contesti, e di rispettarli, e di adattarsi. Chiunque ne abbia osservata una in spiaggia, al cinema, persino nella sala daspetto di un ambulatorio medico, se ne rende conto. Non neppure necessario che sia al completo: anche a ranghi ridotti, essendo tutto, la famiglia sa di poter fare tutto. E intanto io resto in questo limbo, su questa soglia evanescente, una terra di nessuno nella quale pubblico e privato si fanno incerti e la loro indistinguibilit metafora solo leggermente attenuata delleterna indistinguibilit locale tra legale e illegale, il perfetto oblio palermitano del discrimine tra le cose, con lennesima sete in bocca e il desiderio ingenuo di un po dacqua e il pensiero di detenere un diritto comprare una bottiglietta che progressivamente si fa spudoratezza e arbitrio, aperta violazione di un patto silenzioso, e allora decido per spudoratezza e arbitrio e faccio il mio quinto passo e poi il sesto, raggiungo il vano in penombra e mi rivolgo alla donna, al suo arto lucido abbandonato in grembo, e domando una bottiglietta dacqua, Naturale, dico, e larto si solleva di una ventina di centimetri dal grembo e luccicando indica in fondo alla stanza dove avvolta in luci multicolori c una donna anziana, una nonna, m a donna anziana e nonna non vanno bene, addolciscono e rendono formale la percezione mentre la percezione autentica e brutale dice vecchia in fondo al locale c una vecchia cartilaginea seduta su una poltrona intorno alla quale avvolto un filo di luci natalizie che deve essere caduto dalledicola votiva sopra la sua testa, uno spazietto scavato nellintonaco che ospita una madonna fotocopiata su un A4, bieca e screziata nel chiaroscuro della penombra, per nulla ravvivata dai bagliori intermittenti e dunque mi avvicino alla vecchia che si alza un po dalla poltrona scuotendo la sua ghirlanda luminosa e fa scorrere il coperchio di un box frigorifero bianco e marrone, di quelli che non vedo pi da anni, fruga per qualche secondo nella cella ghiacciata, ne tira fuori una bottiglietta e me la porge e la bottiglietta piena fino allorlo e il tappo avvitato stretto ma non saldato alla giuntura di plastica e allora questacqua contraffatta vorrei restituirla, dire che non la voglio ma faccio valere una specie di forza dinerzia, il bisogno di chiudere la transazione pagare andare via e disfarmi poi pi in l della bottiglietta, e dico Quant, quanto le devo, ostentando un lei irreale, e la vecchia luminescente indica verso il tavolo, cos saluto e torno fuori e sulle balate grigie vedo i bottoni scuri della saliva, un esantema sparso che sotto il sole comincia a essiccare e ho la bottiglietta fredda chiusa nel pugno e fisso gli sputi per terra e so che la bottiglietta contiene saliva congelata, la saliva dei giorni, degli anni, centinaia di escrezioni famigliari tumide e gonfie quotidianamente raccolte e imbottigliate, una tradizione gastrica, lantologia di dialetto liquido viscerale di chi vive qui ed tutto e fa tutto, e mi guardo intorno non sapendo da chi andare per pagare, se dagli uomini con il vino nei bicchieri o dal padre morto sulla gommapiuma ed la Stefi che a labbra strette mi fa segno di avvicinarmi, allora poso il piatto di plastica sul tavolo e le do una moneta da due euro, lei prende dalla tasca trenta centesimi, me li passa e poi aspetta, vuole capire se accetto questo prezzo ma io, non tanto per intelligenza economica o per puntiglio quanto per smarrimento, non lo accetto, e allora la Stefi si mette a muovere la bocca, rumina e mugola piano sorridendomi divertita, e io le guardo le labbra, che sono screpolate e belle, e le guance gonfie rosse vive e forti e so che lo sputo di prima, mancato e promesso, adesso pronto, mio, e che la Stefi lo sta solo ultimando, lo sta definendo solido e rotondo e anchio sono pronto, smarrito e pronto, il torace esposto, una bottiglietta di saliva in una mano e trenta centesimi nellaltra, e mi accorgo che il piccolo scudo rosso ha raggiunto il bordo del tavolo e da l saltato sul braccio nudo della Stefi che per un attimo lo guarda, non si preoccupa e ancora sorridendomi spalanca di colpo le labbra, spinge fuori la lingua e sulla lingua, inscritta in una corona circolare dorata e nellulteriore cerchietto metallico di una moneta da un euro brilla lEuropa, il bassorilievo del nostro basso Occidente, e l in mezzo c anche lItalia e nellItalia c la Sicilia e nella Sicilia c Palermo, deve esserci anche Palermo e questo quartiere e piazza

Porta Carini e questo vicolo con il tavolo e la gente seduta intorno e la Stefi e io in piedi davanti a lei, io in equilibrio sulla lingua della Stefi e la Stefi indefettibile si stacca con due dita il mio resto dalla lingua e me lo passa felice e io apro il palmo e accolgo la sua moneta-sputo, il suo dialetto condensato, la parola unica palermitana, la certificazione della nostra sorridente inimicizia e poi, mentre il piccolo scudo rosso scorre oltre la sua spalla, le scivola sul collo, scollina oltre il mento, le si infila tra le labbra e le scompare dentro, chiudo il pugno e metto in tasca il caos. Pi tardi, a casa, mentre cala la sera mangio in balcone unarancina al burro comprata per strada. Resto a lungo con questuovo dorato tra le dita, la panatura zafferano sbocconcellata in cima e il tritume del riso che viene fuori. Finisco, faccio una doccia, vado in camera per prendere un cambio di vestiti e urto con la spalla contro il ventilatore penzolante. I vestiti mi cadono, blocco con le mani la carcassa metallica, mi chino per recuperarli e risollevandomi sbatto la testa contro una pala. Ho limpulso a colpirla ma vado a passi netti fino allo sgabuzzino, torno in camera con la cassetta degli attrezzi e la scala che piazzo accanto alla carcassa. Frugo tra pinze e martelli fino a quando non trovo il cacciavite giusto. Salgo sulla scala, studio il viluppo di tendini colorati al quale sta appesa la struttura, scendo, mi metto a cercare in giro per casa, recupero una lampadina tascabile e tre candele. Le accendo e le dispongo in modo che illuminino il pi possibile in alto; poi stacco il quadro elettrico. Facendomi strada con la lampadina torno in camera e monto sulla scala. Manovro con il cacciavite per una decina di minuti, evitando di far cadere i pezzi che man mano separo; qualcuno mi sfugge e batte sul pavimento. Quando finisco di disancorare il ventilatore riattacco il quadro elettrico; poi faccio spazio per terra e comincio a smontare. Uso una pinza, un cacciavite piatto, uno a stella e con le mani disincastro le parti innestate una nellaltra. Mi scortico le dita ma insisto a staccare e a dividere i pezzi. Dopo unora le candele ancora accese perch nella fretta di scomporre mi sono scordato di spegnerle sono in mezzo a decine di congegni sparpagliati, grandi e piccoli, dei quali, non sapendo pressoch nulla di meccanica e di elettricistica, intuisco vagamente la funzione. Suppongo ci sia un motore elettrico, un alimentatore, un condensatore, un dissipatore di calore, o almeno secondo logica dovrebbe esserci qualcosa del genere. Penso che se anche cercassi per tutta la casa non troverei mai un libretto delle istruzioni o un kit di montaggio, so che quando anni fa il ventilatore stato ancorato al soffitto venuto un elettricista e da quel momento nessuno in casa se n mai occupato. Dunque me ne sto qui, seduto a gambe aperte e spalle curve sotto la scala, tra cose a forma di corona, di cresta e di cremagliera, tra capsuline di plastica e frammenti di bachelite rame e ottone, almeno credo. C anche qualcosa che ha laspetto di un piccolo idolo arcaico, una masserella compatta di leghe pesanti, il dio di tungsteno che trasforma lenergia in movimento. Mi rialzo in piedi e contemplo i pezzi disseminati, una specie di frastuono visivo, la macchina disordinata e senza via duscita. Poi spengo la luce elettrica e una dopo laltra le candele. Mi addormento dentro lodore del fumo, addosso un senso di mortificazione, la strage tecnologica tuttintorno al letto.

Terzo giorno

La mattina dopo mi sveglio presto, cammino scalzo in mezzo ai pezzi del ventilatore, mi lavo, mi vesto e vado a prendere lautobus. Mi sento stanco, con un senso di caldo che monta piano dalla pancia al petto alla testa. Lungo il tragitto il rumore delle sirene, non so se unambulanza o la polizia, il consueto strillo giallo bitonale che reseca lo spazio cittadino. Scendo sul lungomare. Topinambur gi al suo posto ma non mi degna di uno sguardo e resta disteso a riempirsi di sole. Intorno a lui molta pi gente di ieri e dellaltro ieri ma della donna cosmetica non c traccia. Vado avanti e indietro per una ventina di minuti, percorro il bagnasciuga cercando in acqua, tra chi fa il bagno, e sulla sabbia; non la trovo. Non c neppure il cantiere di ieri, nessun totem in costruzione. Allora esco dallo stabilimento e mi avvio verso lAddaura, la zona degli scogli. Compro una bottiglietta dacqua e in una decina di minuti arrivo a una piccola pineta, i tronchi che emergono dal marciapiede squassato. Oltre un muretto basso c una discesa al mare. Passo in mezzo ai motorini parcheggiati e davanti a me tutto bianco, le rocce con qualche scritta spray sbiadita e i passaggi costruiti con le gettate di calce. Veloce ricognizione dello spazio e poi mi dirigo verso un punto sgombro, nessuna persona intorno e i sacchetti bianchi e celesti dellimmondizia che emergono come fungaglia dai crepacci. Allungo il telo su una virgola di cemento incastrata tra i massi aguzzi, resto in costume, bevo un sorso dacqua dalla bottiglietta e mi distendo. Se non posso ritrovare la donna cosmetica voglio almeno, in questultima mattina di vacanza, prendere un po di sole, farmi carotare dalla luce e poi mi sento sempre peggio, la schiena di vetro che a ogni piccolo movimento si incrina e il respiro che mi si impasta dietro il petto. Mi incurvo sul calcestruzzo, mi copro la testa nuda con la maglietta e aspetto che il sole mi si trapianti nella carne. Per la stanchezza dopo poco slitto nel dormiveglia, il cuore decontratto e la pressione arteriosa che si riduce, un orecchio contro la pietra ad ascoltare seminconsapevole lacqua che schiocca e rimbomba sotto il blocco minerale. Quando al basso continuo degli elementi sotterranei si aggiunge il ronzio aereo di quello che senza sollevare la testa deduco essere un calabrone, il mio dormiveglia si organizza in visioni critiche e autocritiche, autentiche meditazioni sul collasso in atto, sulle ragioni di questo panico ordinato che mi conduce di continuo a fare pensieri di confini, a una nostalgia delle compartimentazioni, al rimpianto generico, una miriade di linee che mi si intersecano dietro la fronte cercando di costringere il mondo a un senso. Ma sono linee fragili, incapaci di durare; piano piano si increspano, si attenuano, si rompono in frammenti fino a disgregarsi lasciandomi disabitato e terso. A scuotermi, non so quanto tempo dopo, sono gli strepiti dei ragazzini che oltre le rocce giocano a tuffarsi. Scosto la maglietta scoperchiandomi il capo al sole, sollevo lo sguardo e davanti a me, a quaranta centimetri di distanza, c una lumaca che sta scendendo gommosa dal declivio di pietra verso lo strato di cemento sul quale sono disteso. Una lumaca rupestre che si allunga e si ricontrae, una minuscola fisarmonica grigioazzurra sormontata da un guscio incrostato di bavetta chiara, i tentacoli delle antenne che si muovono nellaria in una specie di moviola festosa. La lumaca procede salda sui suoi muscoletti podali decrittando cieca lo spazio intorno, una bestia fiera e incosciente che ha abbandonato il pascolo e si avventurata in una direzione impropriamente balneare. Eppure non si perde danimo e mi si avvicina montando sul bordo viola rasposo del telo. Mi si ferma davanti, frontale, alle sue spalle una scia madreperlacea di seme secco, e io a mo di saluto le tocco unantenna col polpastrello dellindice. Lei si ritrae. Mi dispiace ma la ignoro e sempre a pancia sotto incrocio le braccia e mi rimetto a dormire. Dopo un po sento un contatto umido contro il dorso della mano, guardo e c la lumaca di nuovo desta e attiva, le antenne vispe brancolanti. Mi risollevo, la osservo piccola sul telo, le tocco di nuovo unantenna, di nuovo si nasconde nel guscio. Aspetto un poco, questa volta senza distrarmi, e un paio di minuti dopo viene fuori. Allinizio piano, poi persino vigorosa. Muove la testa da un lato, dallaltro, come chi ha un presentimento. Allungo la mano, le tocco lantenna, in meno di un secondo scompare nel calcare. Decido di diventare scientifico. Sistematico. Dunque appena riemerge le tocco ancora

unantenna col polpastrello e questa volta conto mentalmente per quanto tempo resta nel guscio: una cinquantina di secondi ed fuori. Le tocco lantenna e la lumaca si inghiotte nel suo involucro: trascorrono quaranta secondi e ricompare. Non le do il tempo di orientarsi, la tocco ancora e aspetto. Mi sono accorto che ogni volta il tempo di scomparsa si riduce, la latenza nel guscio si accorcia via via di una decina di secondi. A un certo punto, mentre dal mare comincia a tirare un bel vento fresco e le voci intorno si disperdono, dopo lennesimo contatto tra il mio dito e lantenna la lumaca non si ritrae pi e rimane fuori, estroflessa, esposta, orgogliosa di avere estinto la reazione a uno stimolo improduttivo. Le tocco ancora e ancora le antenne ma lei persiste indifferente e comincia persino a protendersi in un imbizzarrimento lentissimo per valicare una piegatura del telo. Prendo la bottiglietta e bevo. Sulla strada, oltre la cortina di rocce, intravedo due sagome che conosco i costumi di maglina inconfondibili e le teste che caracollano vicine in confabulazione. Lontani dalla loro spiaggia, dalla fontanella, il quartier generale dellestorsione onirica, forse in esplorazione di nuovi territori, ennesime colonie alle quali imporre le leggi della loro simbologia morale. Si accorgono di me e nel giro di un minuto, spostandosi leggeri sui crinali taglienti, mi si piazzano davanti, le pompette di gomma appese allelastico del costume. Che fai?, domanda il bruno subito truce. Prendo il sole, dico. I bambini sollevano lo sguardo in alto, verso lastro brutale, a valutare la legittimit della sua esistenza. Ne approfitto per coprire la lumaca con un lembo del telo. Perch?, fa il biondo riportando lo sguardo su di me. Perch mi piace. Cosa? Modificare la pigmentazione. Segue una lunga pausa di silenzio. Alla fine della quale, tradendo unimpercettibile inquietudine, il biondo riprende la parola. La?, dice. Pigmentazione, ripeto. Resto zitto per inscrivere il termine in unulteriore cornice di silenzio, un bel passepartout largo e bianco, giusto per enfatizzare e suscitare tensione. Poi riprendo. Sapete, la melanina. Il biondo porta la mano alla pompetta appesa al costume, indeciso se estrarre o no larma dalla fondina. Voglio abbronzarmi, aggiungo provando una rappacificazione, ma dalle loro espressioni mi rendo conto che la nostra relazione compromessa. Per un momento pare che intendano desistere, allontanarsi e proseguire nella ricognizione del lungomare pietroso. Lacqua, fa invece il bruno allimprovviso. Mi volto verso il mare. Non vedo niente. Guardo di nuovo i due bambini rigirando tra le dita il cilindretto di plastica della bottiglietta. Il liquido si scuote e fa un gorgoglio. Devi darci lacqua, riprende il bruno esplicativo. Questa? S. Ma mia, dico. No, mia, fa lui. Mann, mi difendo, mia. Come fa a essere tua se mia? Una pausa, la logica che si concentra dentro le loro teste. Poi la sentenza ineccepibile. Il tuo mio, dice il bruno con il tono di un notaio certificatore. Il biondo gli tocca un braccio, si guardano; espressioni perplesse, poi pi nitide, poi decise: una negoziazione che scorre diplomatica ma inesorabile tra i corpi. Nostro, corregge il bruno. Il tuo nostro, ribadisce il biondo. Perch? Lho comprata io. nostra. Percepisco il labirinto, nessuna via duscita. Capisco che davanti allimpazzimento della nozione di propriet occorre riformare il senso tutto intero. Interpretare larbitrio. Restituirlo.

avvelenata, dico porgendo al bruno la bottiglietta. Lui la prende, guarda letichetta, il liquido dentro il quale il sole fa i barbagli. Non vero, dice. Lho avvelenata io, preciso. Il bruno e il biondo mi danno le spalle, avvicinano le teste, studiano linvolucro di plastica e di nuovo si dispongono in attitudine confabulatoria. Quando terminano la riunione volante si girano di nuovo verso di me. Se avvelenata perch sei vivo?, domanda il biondo. Io non sono vivo, rispondo. Unaltra consultazione rapida, sottovoce. Come mai?, domanda calmo il bruno. Ho bevuto lacqua avvelenata. E perch? Per morire. Ma perch. Perch se bevo tutta lacqua avvelenata nessun altro pu berla e nessun altro muore avvelenato. Ma qui, dice il bruno mostrandomi la bottiglietta, di acqua ce n ancora. Hai ragione, dico. Sono morto prima di finirla. Mi fissano. Nervosi, solidali. Dopotutto stiamo condividendo uno scompaginamento. un veleno molto potente, aggiungo. Se bevete morirete anche voi. Nel silenzio che segue mi accorgo che lincertezza dei miei estorsori si fa sempre pi consistente, una tensione che insieme fisica e psichica. Semmai, suggerisco indicando la bottiglietta con un cenno del capo, dovreste versarmela addosso. Cos la eliminiamo e nessuno corre rischi. Il biondo e il bruno si consultano ancora, stavolta solo con lo sguardo. Tanto io sono gi morto, ribadisco. Cos quello?, domanda di colpo il biondo indicando per terra accanto a me. Getto unocchiata di lato: la lumaca sbucata da sotto il telo e si dirige verso la roccia. Un sasso, dico. Si muove, dice il biondo. il vento, spiego. una lumaca, dice il bruno abbassandosi veloce per prenderla. Ecco, dice risollevandosi con il guscio tra indice e pollice, il corpo molle gi scomparso allinterno. mia, faccio allungandomi per riprenderla ma il bruno fa mezzo passo indietro e il mio tentativo va a vuoto. nostra, dice fiero il bruno. Ridammela, dico. velenosa, aggiungo augurandomi che funzioni. Lhai mangiata?, domanda il biondo. No, ma so che velenosa. Allora la uccidiamo. No, dico. No, ripeto. Poi sto zitto. Li osservo: uno con la bottiglietta, laltro con la lumaca; i capelli pieni di sole, gli occhi socchiusi davanti alla luce abnorme. Sento il malessere che sale, la febbre che dilaga nel corpo. Quanto volete?, domando. Quanto ieri, fa il biondo. No, fa il bruno bloccando il compagno. Devi darci il doppio di ieri. Il biondo lo guarda ammirandone laudacia, questa sfrenatezza finanziaria che lo porta ogni giorno a rilanciare. Cos si deve essere, dice il suo sguardo: incoscienti, temerari, prendere a morsi il mondo, sentire che il proprio istinto pu essere una scienza. Va bene, dico, per mi restituite anche lacqua. Il bruno si avvicina allorecchio del biondo, gli dice qualcosa, il compagno gli risponde. Un breve dibattimento bisbigliato; poi decidono. Lacqua no, fa il biondo. nostra.

Sto per insistere ma mi rendo conto che non servirebbe a niente, sulla giostra dei possessivi loro sono molto pi agili di me. Come volete, dico. Eccovi i soldi, ed estraggo dalle mie tasche invisibili una serie di banconote altrettanto invisibili che mi impilo ordinate sul palmo. Il rumore, fa il bruno arrabbiato. Ripeto lazione farfugliando per cinque secondi. Prima datemi la lumaca, dico senza smettere di farfugliare. No, fa il bruno. Insieme, aggiunge. Insieme? Tu ci dai i soldi, noi ti diamo la lumaca, dice. Il biondo posa la mano sul braccio del compagno, lo ferma. Si parlano per un poco, sempre sottovoce. La frequenza di queste riunioni estemporanee ammirevole: garantisce la coesione del gruppo e la fondamentale democraticit di ogni risoluzione. Alla fine il bruno fa cenno di s con la testa, due volte, sicuro di quanto stato deciso, e si gira verso di me. Prima tu metti i soldi sullo scoglio, dice, poi noi ti diamo la lumaca. Penso a come i film del pomeriggio continuino ad avere una straordinaria capacit di plasmazione dellimmaginario. Allungo il braccio e deposito sulla roccia, in una nicchia, le banconote invisibili. Il rumore, ruggisce il bruno battendo anche un piede per il dispetto. Ripeto facendo con le labbra un rumore cartaceo, sperando di dimenticare in fretta. Quanti sono?, domanda il biondo. Sono..., comincio a dire, ma mi fermo. Sprofondato gi da un po in una dimensione prevalentemente simbolica ho scordato quanto mi stato estorto ieri dal racket dei costumi di maglina. Cento euro?, azzardo. No, ribatte reciso il biondo. Centoventi? No, ripete esasperato. Centott... Uffa, interviene il bruno avvilito. Sono quaranta euro luno, dice il biondo, anche lui visibilmente provato dalla mia inadempienza contabile. Scusate, provo a giustificarmi. che non mi sento molto bene, aggiungo sapendo che non basta. Poi rifaccio il movimento di estrazione del denaro dalle tasche, lo conto a lungo farfugliando forte fino a che non raggiungo lesatto numero di banconote, mi sporgo in avanti ostentando una sottomissione solerte e sistemo il contante sulla roccia. Fatto, mi permetto di dire. Il biondo si avvicina allo scoglio, raccoglie le banconote, le conta, le riconta scrupoloso, fa segno al compagno che ci sono tutte. Adesso datemi la lumaca, dico. Il bruno la tiene nel pugno. Solito scambio di sguardi tra i due al quale segue un unanime movimento allindietro. La lumaca, dico per fermarli e a quel punto come se in loro si generasse una trepidazione fatta di impulsi diversi in emulsione, quello alla fuga e quello alla restituzione, il desiderio orgoglioso di essere sleali e limbarazzo se non la vergogna della correttezza. E questo turbamento sta tutto negli occhi, nel nistagmo accelerato delle pupille mobili sulla curva della sclera, e sta nei corpi, nel riverbero dei movimenti, in questo moltiplicarsi delle esitazioni che genera un alone ed nellincertezza, nella traumatica percezione delle alternative (loscillazione impercettibile delle azioni omesse o compiute e compiute in innumerevoli modi), in questo fisiologico tremore della forma che si concentra tutto lumano concepibile, la sua rarissima gloria e la sua straripante miseria. Il fatto che il bruno e il biondo abbiano sei sette anni non modifica la questione: nessuno assolto dallumano. Lesito dunque non pu che essere uno. Avanzando da un luogo lontanissimo il bruno mi si avvicina, schiude il palmo e mi mette

davanti il miscuglio di guscio e corpo molle. Mi guarda e in lui non c colpa, non c fierezza, semmai la rassegnazione sobria al fatto che non era possibile accadesse niente di diverso. Con un gesto minimo, persino gentile, depone i resti della lumaca su una roccia scollandoseli dal palmo con laltra mano. Poi fa un passo indietro, si gira, il biondo lo affianca e di nuovo procedendo aerei sulle creste degli scogli si allontanano. Io resto per un po a guardare la lumaca morta; poi mi tiro su, mi rivesto, raccolgo il telo e lo zaino. Quando sto per andare via mi gira la testa una nube di sangue scuro che si muove lenta dentro il cranio e mi appoggio alla roccia. Accanto al residuo di lumaca che risplende nel sole. Sto fermo a respirare, le spalle allacqua, per qualche minuto, il tempo di riprendermi. Respiro, mi guardo intorno e so che il pensiero sociologico non basta, la psicologia non basta; qui serve lantropologia, serve lontologia. Il male possibile, sempre possibile, anche senza cattiveria, e pu essere leggerissimo, persino inconsistente. Infantile, feroce. Limpido e gioioso. Mite. Il male nel mucchietto di piccola massa viscerale e carbonato di calcio mescolati qui accanto a me, in qualcosa che era un piccolo bene coriaceo e vulnerabile, ignaro di se stesso, e che adesso materia organica altrettanto ignara di se stessa. Lannebbiamento, quello degli occhi, passato, cos annaspo tra gli scogli, recupero lasfalto e raggiungo la fermata dellautobus, il corpo sempre pi esausto, il caldo che germina sottopelle. A casa bevo molta acqua e mi metto a letto. Sto chiudendo questi tre giorni di ferie in fatica e in distruzione, seppure grottesca. Riuscire a dormire un poco mi sembra lunica prospettiva sensata, un modo per neutralizzare nellincoscienza la malinconia, questa felicit dellinfelicit che da quando sono qui a Palermo, s, ma, radicalmente, in Italia: in Italia attraverso Palermo non se ne va e mi impregna e riduce e spegne. Nel giro di un minuto la luce sopra di me si fa molecolare, poi grigiobruna, e sprofondo in un sonno della consistenza del catrame, un sonno originario, uno spazio nel quale i sogni sono rapidissime apparizioni preistoriche, improvvise materializzazioni di una paura primordiale il passaggio di un brontosauro scaglioso che scuotendo la coda a frusta mi solca la retina sotto le palpebre chiuse. Mi sveglio allimprovviso per laria dura contro la pelle il colpo dala di uno pterodattilo in virata; quando mi tiro su vedo la finestra che sbatte per il vento ma il panico fossile dentro il petto e la gola non diminuisce, non si sfalda e persiste corneo, unostruzione del respiro. Mi alzo, con i piedi nudi pesto i congegni sparsi del ventilatore, faccio una doccia veloce ed esco. Il vento forte, il sole prende lentissimo una diagonale e scende, comincia il pomeriggio e io voglio ancora carotare nonostante il malessere, anzi tramite il malessere, tramite il male. Allora percorro veloce tutta via Sciuti e via Terrasanta, mi lascio alle spalle via Dante e mi spingo dalle parti del tribunale, in corso Alberto Amedeo. Vago, assorbo il caldo e poi, quando non ce la faccio pi, quando la testa ricomincia a girare, decido per un bar che accanto allingresso esibisce il cassone biancastro dellaria condizionata dal quale emana un soffio umido e il ronzio vischioso della ventola interna. Dentro, il locale piccolo: da una parte il bancone di metallo e poi, a elle, la vetrinetta con la rosticceria, due espositori di patatine e snack, un tavolo con i giornali in disordine. Sullaltra parete c il condizionatore. Il pavimento di graniglia frammenti di un bordeaux che sembra sangue, i pezzi di nero come pietra lavica levigata; in alto, sulla parete sopra il bancone, c un orologio Ritz. Sul soffitto la lanugine bianca del salnitro. Tutto sa di sporco, ma uno sporco asciutto e mansueto, che non disturba. Non c nessuno se non il barista e una donna alla cassa un cubicolo delimitato dal muro e da una struttura di legno leggero nella quale accomodato il registratore di cassa grigio canna di fucile. Chiedo una bottiglietta dacqua, un bicchiere, verso e bevo lentamente. Prendo il fresco e ascolto la conversazione bassa, in un dialetto friabile, del barista e della donna. Lui molto magro, senza capelli, la voce sottilissima e spiraliforme; lei non so perch sono certo che sia la sorella non sposata ha le labbra gialle, il seno a cedro. Di entrambi vedo solo la parte superiore del corpo. In un bar sempre cos. Chi ci lavora un minotauro: umano solo dal ventre in su, il resto del corpo immerso nel negozio, inabissato nellesercizio commerciale; lui sprofonda nel metallo al di l del bancone, la carne fusa insieme a rubinetti condutture lacciaio inox delle stoviglie e il vetro dei bicchieri; lei al di sotto dei fianchi fatta con la frmica della

porta va e vieni della cassa e con il legno e il metallo della sedia, al posto delle gambe c il grumo dei pulsanti, le concavit nere per le monete e le piccole bare per le banconote. Finisco subito la mia bottiglietta e ne domando unaltra. Mentre verso lacqua nel bicchiere entrano tre uomini. Devono essere della zona, forse negozianti senza aria condizionata che vengono qui in cerca di ristoro. Tutti sui quarantacinque cinquantanni, hanno le facce bituminose, i lineamenti semidisciolti. Si fissano in silenzio sotto il condizionatore; al loro posto parla il sussurro metallico dellaria condizionata e lo sciabordio leggero dei cucchiaini dentro il lavello mentre il barista, il rubinetto aperto, li pulisce sotto lacqua. Portano tutti e tre mocassini leggeri, di una foggia che vedo soltanto a Palermo. Sono identici, di un beige caduco, una specie di color vergogna, le frange sul collo del piede che si allungano come petali morti. Sono scarpe che nella loro innocenza impiegatizia hanno qualcosa di brutale, unindifferenza alle cose del mondo che al contempo eroica e ignobile. Prendono posto su altrettanti sgabelli sotto il condizionatore, i sei mocassini si sistemano sulle sbarre di legno che collegano le gambe dei trespoli. Uno dei tre uomini ha la camicia celeste da controllore dellautobus e una faccia nella quale c pi ardesia che carne; un altro ha una canottiera anni Ottanta e un pomo dAdamo abnorme, unescrescenza laringea che si contrae e si decontrae anarchica nella deglutizione; il terzo porta gli occhiali con la montatura scura, le lenti offuscate, e ha le unghie tamburate, specialmente quella del pollice, piccoli gusci di tartaruga cresciuti sul dorso dei polpastrelli. Per qualche minuto non c altro che sensorialit. Caotica, debordante, stremata dal caldo, la vita fisica ostentata, il sudore che illumina le guance e le gole circoscrivendo ogni grano di barba. Ci sono i corpi in tumulto e il loro desiderio di sedazione, il bisogno di restare fermi, esposti guardarsi di sottecchi e respirare e traspirare. Io bevo e intorno a me c soltanto qualcosa di globulare, microscopiche bolle di nulla e polvere che si formano nellaria e scoppiano silenziose. Quando sono trascorsi diversi minuti e il fresco ha restituito forza alla pelle vedo le tre gole muoversi e riarticolare suoni. Ordinano acqua e anice il barista si china, prende una bottiglia di Anice Unico Tutone, colma tre bicchieri di bianco lattescente, li dispone sul bancone e la macchina della conversazione riparte. come se H AL 9000, fin qui disattivato e regredito dal discorso alla parola monca alla sillaba al puro suono elementare, adesso, reidratato, sviluppasse il processo inverso, dal suono alla parola alla frase al discorso. E il discorso subito epigrafico, con i tempi verbali che scagliano ogni fatto lontano nel tempo, lo scollegano dal flusso degli eventi reificandolo, facendone reperto. Il palermitano non prevede il passato prossimo, esiste soltanto al passato remoto; se pomeriggio e deve riferirsi a qualcosa che accaduto al mattino dir vidi , andai, dissi , intridendo lespressione di costrutti dialettali. Mentre sorseggia la sua acqua e anice Ardesia domanda a Pomo e Unghia se hanno letto se lessero, leggeste i giornali stamattina. La notizia. Non una in particolare ma lunica notizia esistente. Il feticcio linguistico moltiplicato in arabeschi dinchiostro neropallido sulle pagine dei quotidiani nazionali. Il macrofenomeno del presente, la spugna umana che tutto inghiotte. Il vaso di carne dentro il quale il tempo ribolle. Berlusconi. E ancora una volta, mentre Ardesia la pronuncia, la parola mi si compone nellorecchio un fonema dopo laltro, un fluido sillabico dentro il quale c il suono ma c anche lultrasuono e linfrasuono, il cifrato e lindecifrabile, perch Berlusconi la parola che apre e assorbe e contiene tutto e lopposto di tutto, e il mio orecchio non pu che accogliere il nome fluido che si salda a se stesso e solidifica, il mio orecchio ascolta il nome che si accoccola sulle curve delle cartilagini sottili il nome di sabbia che si agglomera e si dispone, si deposita. Berlusconi. Che, raccontano i giornali, ha detto. Ha fatto. Ha pensato e ripensato. partito, tornato, ripartito. Ha carezzato. Pizzicato. Preso. Sradicato. Ha mangiato e ha digerito. Berlusconi ha attaccato e si difeso, ha ribadito e ha ripetuto, si indignato, ha smentito, ha chiarito, ha ricordato. Poi ha previsto, poi ha escluso, ha deciso, si impegnato, ha condannato, ha imposto; ha ricevuto, ha mandato, ha esecrato; ha esposto. Ha modificato; fondato e distrutto. Poi ha liquidato, ha coronato, ha nominato e ha nascosto. Ha difeso, ha preteso. Si stiracchiato, ha sbadigliato, ha dormito.

Ha dormito. Non conta il giorno, non conta il mese e non conta lanno. Non conta il tempo particolare perch Berlusconi non il particolare che descrive il tutto: il tutto che descrive il particolare. Ogni particolare. Il fallimento del carotaggio, o il suo capovolgimento di senso. E dunque Ardesia non si riferisce a una notizia specifica, non sta domandando se Pomo e Unghia abbiano ricevuto anche loro, attraverso la lettura dei giornali, unulteriore determinata informazione: Ardesia domanda se hanno letto la notizia nello stesso modo in cui potrebbe domandare, retoricamente, se hanno notato che questa mattina sorto il sole e che in questo momento stanno tutti respirando. Domanda una constatazione. La regola, lovvio. Il protocollo del nostro quotidiano. Riprende un discorso che non viene mai disinnescato. Ha fatto bene, dice Unghia riferendosi contemporaneamente a ogni cosa e a nessuna. Cosa?, dice Pomo. Con le femmine, precisa Unghia. Per non doveva farsi scoprire, prosegue. stato stupido. Unghia dice fu, dice fissa. Doveva essere pi furbo, chiosa pronto Ardesia. Costruisce la frase col verbo avere allimperfetto, usa la parola crasto. Ovvero il montone, la bestia da accoppiamento, lariete, colui che penetra. Il maschio. E che ne poteva sapere?, fa il barista continuando a sciacquare stoviglie oltre il bancone. Come che ne poteva sapere?, dice subito Ardesia. Quello sa tutto, dice, non doveva farsi scoprire. Il problema, penso risucchiandomi in un angolo del locale, non labuso ma la scoperta dellabuso. Bisogna essere prudenti, discreti, sapersi mimetizzare. Limpunit strategia e controllo. Ste intercettazioni, commenta Unghia lapidario scuotendo la testa. Lui le chiama inteccettazioni, rosicchiando la erre e raddoppiando la c per far stare meglio il termine nelle consuetudini della pronuncia locale, dove alla eterogeneit di parole foneticamente impervie si preferisce il vocabolo pieno e netto, compresso e uniformato, privo di asperit. Siamo tutti inteccettati, dice. Al telefonino, al telefono, pure quando parliamo cos. Ti intercettano la voce, prosegue, o la faccia con lautovelox, o ti fotografano senza che lo sai. Pure adesso possiamo essere intercettati, e nel dirlo si guarda intorno sorridendo, prima verso la cassiera nel suo cubicolo, poi verso il barista e infine verso di me che mi blocco col bordo del bicchiere tra le labbra. Per darmi un tono mi avvicino al tavolo e, spalle alla conversazione, mi metto a sfogliare i giornali. Sono tre o quattro diversi, locali e nazionali, ma chi li ha letti al mattino li ha scompigliati, mescolati tra loro e riassemblati a casaccio fabbricando un quotidiano unico composto da fogli eterogenei per formato e orientamento. In una pagina interna si parla del cimitero di Palermo. I Rotoli. Si sviluppa tra il mare e la montagna e a quanto sembra la roccia delle pendici sta franando. Larticolo parla di loculi in frantumi mescolati al materiale detritico che crolla gi dal pendio. Fiori in putrefazione, rifiuti organici, persino un comicomacabro biancheggiare dossa percepibile tra le zolle di terra nera. La morte che si confonde, si rimescola questa specie di morte caotica palermitana: questa morte viva. Continuo a sfogliare mentre dietro di me il ragionamento scomparso. Mi giro e vedo Pomo che in pieno smaltimento catabolico continua a rinfrescarsi sotto il condizionatore porgendo la gola allirradiazione larga nebulizzata; Unghia intanto parla con Ardesia: sottovoce, le frasi spezzate. Riesco a sentire qualcosa. Ieri, sta dicendo, dovevano venire quelle due di Cruillas che per ci hanno fatto il bidone. Lui e Unghia fa cenno col capo verso Pomo era fuori dalla grazia di dio. Ma che ve ne frega di quelle a voi, fa Ardesia. Come che ce ne frega?, risponde Unghia. Poi finisce che non scopiamo pi. Se non scopi tanto non scopi pi. Va bene, insomma, fa Ardesia, andate a scopare in un altro posto. Non ci sono solo quelle di Cruillas, aggiunge.

Per stasera devi sacrificarti, riprende Unghia complice. Devi venire con noi. Ma dove devo andare, fa Ardesia. Non vado da nessuna parte. Con quelle di Cruillas dobbiamo andare, dice Unghia stringendo dassedio Ardesia. Complice e insieme derisorio. No, sto con mia moglie. Ma channo le tette grosse, dice Unghia. Minne, la parola che usa. No no, sto con mia moglie. Sono grosse, ribadisce Unghia. Truccate. Gonfie. Vieni, insiste. Sto con mia moglie. E salutacela tua moglie, chiude il discorso Unghia. Salutacela e stai a casa. Salutami la tua, dice Ardesia e qui, per quanto sempre sottovoce e a strappi brevi, il discorso potrebbe trascendere perch Unghia prende male lallusione e si dispone in attacco superando la soglia che distingue la zona ludica da quella in cui il gioco si fa muscolare e potenzialmente violento. Proprio in quel momento interviene Pomo, pacificatore. Berlusconi, dice sospendendo laffermazione per conferirle maggiore gravit, Berlusconi. Lo dice cos, apodittico, lapalissiano, senza precisare; poi si disseta versandosi in bocca la nuvoletta bianca dal bicchiere e lascia ai suoi interlocutori la responsabilit di supplementari deduzioni. Del resto un truismo va espresso e mai direttamente commentato, unovviet travestita, unevidenza solo allapparenza tale. vero, fa Ardesia, Berlusconi Berlusconi, e mentre sfogliando il giornale lo ascolto penso che una rosa una rosa una rosa una rosa e che Berlusconi Berlusconi Berlusconi Berlusconi e questo pensiero si fa carne e odore e mi fa tornare in mente la donna cosmetica, lo strapiombo orizzontale del suo corpo mentre nel sogno lo fendevo, il piacere e il panico di un attraversamento senza fine perch il corpo il corpo il corpo il corpo e il tempo il tempo il tempo il tempo. Intanto il motorino della conversazione che alle mie spalle si riavvia sfogliando mi sono fermato su una doppia pagina che parla proprio di intercettazioni telefoniche. Legittime. Illegittime. Imprescindibili per la conduzione di unindagine. Abusive, arbitrarie, intrusive. Questi sono giorni di parole catturate e dunque i giornali descrivono e ricapitolano. In un box che accompagna gli articoli sono riportate, a esempio e memoria, le trascrizioni di alcune intercettazioni storiche. Ne scorro una. Mi ricordo di averla gi letta ma rileggerla adesso diverso. Perch adesso vale lesplorazione consapevole dei fenomeni. E il fenomeno in questione lo scambio di frasi tra Berlusconi e Sacc. 21 giugno 2007. Ore 18,40.
Berlusco ni: Ago stino ! Sacc: Presidente! Buo nasera... co me sta... Presidente... Berlusco ni: Si so pravvive... Sacc: Eh... vabb, ma alla grande, vo glio dire, anche se tra diffico lt, cio io ... lei sempre pi amato nel Paese... Berlusco ni: Po liticamente sul piano zero ... Sacc: S. Berlusco ni: ...So cialmente, mi scambiano ... mi hanno scambiato per il Papa... Sacc: Appunto dico , lei amato pro prio nel Paese, guardi glielo dico senza nessuna piaggeria... Berlusco ni: So no fatto o ggetto di attenzio ne di cui so no indegno ... Sacc: Eh, ma stupendo , perch cera un biso gno ... c un vuo to ... che... che lei co pre anche emo tivamente... cio vuo l dire... per cui la gente... pro prio ... co s... lo registriamo ... Berlusco ni: una co sa imbarazzante... Sacc: Ma bellissima, per .

Ecco, penso, questo lembrione, il perfetto incipit del tempo. Dare del lei al presente, farsi dare del tu. Contemplare, blandire, dispiegare le retoriche dellaffetto nazionale, schermirsi tramite unorgogliosa diminutio capitis. Dirsi indegni. Cogliere con un genio incosciente che c un vuoto e che un determinato pieno colma questo vuoto. Un pieno emotivo. Continuo a leggere. Si parla della Rai, di maggioranza a cinque in consiglio, dellazienda, di Alleanza Nazionale e della Lega. Di un piatto di lenticchie che ha mandato tutto in fumo. Dunque la cosiddetta gestione degli equilibri tra le parti, la necessit di intervenire, tenere a bada. Regolamentare. Chiarire le direzioni e i modi adatti. Sempre in questa tonalit tra il cospirativo e il trobadorico.

Dopo qualche battuta la discussione fa uno strano movimento, piega di lato e prosegue su un altro registro. C da sistemare una questione relativa a una fiction tv. Barbarossa. Legnano, Milano. I comuni. Bossi ci tiene. Il regista un po stupido, c una soldatessa da chiamare. Problemini relazionali da ricomporre; ostacoli da poco, a quanto pare. Poi i toni si fanno davvero appassionati.
Sacc: Lei lunica perso na che no n mi ha chiesto mai niente... vo glio dire... Berlusco ni: Io qualche vo lta di do nne... e ti chiedo ... perch... Sacc: S... ma mai... Berlusco ni: ...per so llevare il mo rale del capo ... (ridendo ) Sacc: Eh, esatto , vo glio dire... ma, mi ha lasciato una libert culturale di... ideale... to tale... vo glio dire... to tale...

Io. Qualche volta. Di donne. Non poter fare a meno di porre la propria vita genitale in primo piano. Fintamente sullo sfondo, circoscritta in un inciso ma di fatto scagliata contro linterlocutore, in una o in unaltra forma. E questa vita genitale che in filigrana informa di s ogni cosa motivata, ha fondamenta indiscutibili: sollevare il morale del capo. Sollevare. Lennesima retorica allusiva. Leufemismo che trasla, modifica. Che dice senza dire. Seguendo una sua inconoscibile dinamica la conversazione alle mie spalle ha di nuovo modificato morfologia e intensit. Il discorso iniziale stato lasciato da parte e si procede per conciliaboli brevi e raccolti. Distolgo lo sguardo dalle pagine, bevo la mia acqua e ricomincio ad ascoltare. Devo domandarti una cortesia, dice Unghia avvicinandosi a Pomo. Il tono di nuovo basso. Nelle cucine si tessono gli intrighi della corte. Tu mi puoi fare ricevere due persone...?, chiarisce Unghia. Immagino che Pomo abbia risorse sociali che a Unghia sono precluse. Accessi. Le famigerate aderenze. Assolutamente, dice Pomo calmo. Perch io sono veramente dilaniato dalle richieste di coso... Assolutamente, rassicura Pomo. Con quella non cera pi niente da fare? Non c modo...?, domanda Unghia. No, risponde Pomo. C un progetto interessante. Adesso io la chiamo... Davvero puoi farle una chiamata?, dice Unghia grato. Per quella; e poi c anche quellaltra, aggiunge reticente. Pomo lo guarda, come se lo misurasse. Una stima complessiva: sociale, umana. Guarda che io non centro niente, dice Unghia. una cosa, diciamo, di... Chi mi d il numero?, lo interrompe Pomo e a quel punto mi giro di colpo verso il giornale, mi chino, lo studio, cerco. Perch c qualcosa. Tra il presentimento e la reminiscenza. Una rima che mi rimbomba nelle orecchie. Parole che ricordano parole. Che si mescolano.
Sacc: Chi mi d il numero ? Berlusco ni: Evelina Manna... io no n ce lho ... Sacc: Chiamo ... Berlusco ni: No , guarda su internet... Sacc: Vabb, la tro vo , no n un pro blema... me la tro vo io ... Berlusco ni: Ti spiego che co s questa qui... Sacc: Ma no , Presidente, no n mi deve spiegare niente... Berlusco ni: No , te lo spiego : io sto cercando di avere... Sacc: Presidente, lei la perso na pi civile, pi co rretta... Berlusco ni: Allo ra... questio ne di... (paro la inco mprensibile, le vo ci si accavallano ) Sacc: Ma questo no me un pro blema mio ... Berlusco ni: Io sto cercando ... di aver la maggio ranza in Senato ... Sacc: Capito tutto ... Berlusco ni: Eh... questa Evelina Manna pu essere... perch mi stata richiesta da qualcuno ... co n cui sto trattando ...

Questa la penombra cognitiva nella quale si determina il nostro senso. Quello che siamo. Perch le voci si accavallano, si intrecciano e Pomo dialoga con Berlusconi, Sacc con Unghia mentre noi viviamo immersi nella continuit indolore tra le parole del potere e le nostre parole, tra la carta del giornale e il bar; siamo mescolati, dissolti, dunque non assolti. Siamo indistinguibili da ci che pensiamo di contrastare. Stordito da questo ulteriore carotaggio linguistico sento male alla vescica, un aculeo, chiedo

del bagno, mi indicano la canonica porticina oltre il bancone, la affronto, la apro e sono travolto dal buio. Cerco a tastoni linterruttore, la luce si accende e con la luce parte un ronzio elettrico. Penso a un insetto-robot ma laria vuota; mi slaccio i pantaloni e mentre faccio pip osservo sulla parete di piastrelle bianche sopra il water una composizione di falletti tracciati con lUniposca. Il falletto disegnato unossessione palermitana nonch nazionale un riflesso dellimprescindibile vita genitale ed normalissimo, persino obbligatorio, trovarne qualcuno istoriato in fretta, compulsivamente, sulle pareti degli spazi pubblici, soprattutto nei bagni, di solito con la biro o con un pennarello, ma non avevo mai visto qualcosa del genere, tanta perizia, tanta dedizione e scienza e strategia compositiva, perch questi falletti sono accostati a formare geometrie, quadrati e piramidi, anche una greca, disegnati con buona regolarit, con padronanza e impegno. In verde e in rosso, alternati. Decorano la parete, chiaro, mi dico riabbottonandomi i pantaloni, e questo complica la percezione di qualcosa che diversamente si lascerebbe percepire come palese ordinario vandalismo, perch quando loltraggio cos minuzioso, cos concentrato e pedante e rituale, cos religioso, forse non pi neppure oltraggio: lumano naturale spaesamento. Tra ammirazione e sconcerto esco dal bagno nel momento in cui un colpo di vento fa tremare la vetrina che d sulla strada. Mi avvicino e guardo fuori. C sempre il sole, sempre feroce, ma soffia una corrente salda e imperiosa che attraversa la via sollevando cartacce e facendo vorticare sacchetti di plastica. Persino le strutture statiche sembrano coinvolte. Come se questo vento fosse una formula del cambiamento, lo strumento di una riconfigurazione dello spazio. Intanto Pomo ha ordinato altro anice. Lo sorseggia piano. Riprende il discorso principale. Uno, dice, a casa sua pu fare quello che vuole. E nessuno deve sentire cosa dici, e a chi, o fotografarti. Unghia non daccordo. Senza le intercettazioni, dice, non si scopriva che la Juventus rubava. E con le intercettazioni invece si scopre che rubi tu, fa Ardesia e scoppia a ridere e prende ancora un sorso danice. Un altro rombo del vento contro la vetrata. Pomo la degna appena di uno sguardo, attende che la vibrazione si esaurisca, poi torna a rivolgersi ai suoi amici. che fanno schifo tutti, continua serio mentre con la punta di un mocassino si sfila laltro e nel giro di qualche secondo le scarpe sono sul pavimento, sembrano foglie morte, e i piedi nudi di Pomo, bianco latte con le vene verdi in rilievo, penzolano esausti dallo sgabello. A me basta che non intercettano me, dice Ardesia e anche lui, stesso metodo, si toglie le scarpe. Ma chi ti deve intercettare, risponde Unghia. Tu dici solo stupidaggini, e ride e con lui ride Ardesia e Pomo si permette unarricciatura del labbro superiore. E poi, continua Unghia rivolto ad Ardesia, tu al telefono di cosa parli? Di niente, risponde pronto Ardesia. Vabb, di niente, fa Unghia. Di femmine, dice Ardesia sicuro che su questo punto non potr che trovare condivisione se non plauso. E certo che parli di femmine, precisa Unghia, e di che cosa devi parlare. Di minchiate, chiosa Pomo arricciando anche il labbro inferiore a chiarire la tonalit della battuta. Come Berlusconi, riprende Unghia, che parla solo di femmine e di minchiate. Di soldi parla Berlusconi, dice Ardesia. Se ce li ha se li merita, dice Pomo ancora assiomatico. Tu per chi hai votato?, chiede Unghia ad Ardesia senza precisare, sottintendendo la sostanziale indifferenza, individuato un partito da votare per inerzia, delle diverse tornate elettorali. E che centra?, gli risponde Ardesia. Non vuoi dirlo?, lo incalza Unghia. Ma che centra?, ribadisce Ardesia. Ti vergogni?

Il voto segreto, resiste Ardesia. E tu?, fa Unghia scartando e rivolgendosi a Pomo. Per quello, risponde Pomo lento, orgoglioso di contrastare la reticenza di Ardesia. Quello quello?, riprende Unghia. Quello, risponde ancora Pomo, essenziale. In tutto lo scambio, la parola per quello iddu. Quello, lui, ipse. Colui il quale uomo ed entit, dicibile e indicibile. Linnominabilmente nominato. Anchio, fa Ardesia. E non lo potevi dire?, lo mortifica allegro Unghia. Cavevi paura che ti intercettavano?, aggiunge e si gira verso di me interrogandomi con gli occhi, e in quel momento mi rendo conto che se finora ho potuto giustificare la mia permanenza nel locale tra bottigliette dacqua lettura dei giornali e bagno, adesso non ci sono pi scuse, da un po non sto facendo niente: sono un estraneo. Allora ordino unaltra bottiglietta il piccolo scettro di questi giorni e ricomincio a sfogliare il giornale ma in fretta, senza aderire a nessun titolo, tradendo tensione e incapacit, con le pagine che si elencano frusciando una sullaltra, e mentre con i polpastrelli sempre pi freddi mi ostino a scartocciare il mucchietto difforme dei fogli penso che quello che sto pretendendo di esplorare spietatamente sintetizzato proprio nelle intercettazioni telefoniche, la carta moschicida alla quale tutto resta attaccato. Il mondo del quale fino a un certo punto si ingenuamente supposta lesistenza, quello ordinato secondo un palinsesto logico che lo separa in compartimenti distinti la politica leconomia la societ il costume lo sport lo spettacolo , viene meno e al suo posto si impone feroce il gomitolo. Il groviglio. Perch a unintercettazione resta incollato tutto, senza criterio, senza una regia ordinatrice, e resta incollato cos com, nel suo svolgimento caotico, nella continua rottura del palinsesto. Berlusconi e Sacc parlano di amministrazione ma questa inseparabile dalla politica che si immerge nello spettacolo che interseca in pi punti la storia che si aggancia al privato a sua volta legato a filo doppio alla strategia che non pu prescindere dallistinto e listinto il corpo, il racconto dei corpi, il commercio dei corpi. Tutto centra con tutto. il sereno disordine del discorso, la sua disponibilit a farsi irretire anche dal pi impercettibile stimolo prendendo derive impreviste e mescolando tutto e portando tutto dentro. E allora il discorso di Pomo Unghia e Ardesia, nel momento in cui commenta il discorso del potere, ne ricalca fedelmente la declinazione perch allo stesso modo ondivago e seducibile: basta una parola, una sillaba, persino un colpo di tosse o una pausa di silenzio a fargli cambiare passo e direzione. un discorso senza meta, processo senza prodotto. E a questo punto mi accorgo che la malinconia uniforme di queste giornate per un momento si increspa; non sprofonda nel nero abissale della rinuncia definitiva e non si trasforma neppure in ordigno critico, per finalmente si scuote, conosce contrazioni e decontrazioni e mi riconnette a una possibilit di indignazione, di percezione acuta delle cose, che mi sembrava del tutto perduta. Conseguenza di questa improvvisa vitalit morale il ritorno dellimpulso a urinare. Politicamente ignobile ma, a forza di consumare bottigliette dacqua, inevitabile. Senza neppure chiedere riprendo la porticina e torno in bagno. In contemplazione dellarchitettura di falletti rossoverdi penso a questa mia malinconia fisiologica, alla sua capacit di attutire la percezione che ho del mondo, di ci che osceno, dellinsopportabile, e ripenso alla lumaca che si ritrae e poi risbuca fuori e a un certo punto smette di ritrarsi, neutralizza lo stimolo, non lo sente pi come pericoloso e irritante, ed come se la mia sensibilit funzionasse nello stesso identico modo, perch anchio senza rendermene conto mi sono addestrato a neutralizzare la percezione dellosceno e dellinsopportabile e del pericolo traducendo queste percezioni in qualcosa di fisiologico, in una malinconia normale, uninerzia serena e senza trauma, il mio sentimento di Palermo e dellItalia. E allora, incapsulato in questo cessetto microscopico, comprendo che quel gasteropode sono io, quel gasteropode Palermo, lItalia, e cos tiro lacqua e sono davanti al piccolo lavabo di ceramica morente, nessuno specchio a sormontarlo, e apro il rubinetto, lavo le mani e poi porto i palmi contro le guance e sulla fronte e sulla testa, e sto fermo cos, la pellicola dacqua che prende a evaporare e la consapevolezza che la stessa conversazione di Pomo Unghia e Ardesia questa proliferazione di parole nelle quali c commento emotivo, scandalo e acquiescenza , la loro stessa conversazione funziona come la lumaca, il luogo nel quale si costruisce una

cancellazione delle reazioni reali, delle reazioni primordiali, e si gioca a simulare comportamenti linguistici che in realt sono retoriche delle reazioni, retoriche dellindignazione e della complicit e dello scandalo: a dominare su tutto, come se fosse linvolucro che contiene ogni parola, una specie di indifferenza morbida che si concretizza in una diabolica inconsapevole manutenzione della realt. Mentre con qualche rettangolo di carta igienica mi asciugo la faccia, penso che il loro sguardo sul mondo quello liquefatto e dismissore di chi sa che non c pi niente e sospetta che in realt non ci sia mai stato niente e che quando si parla, quando nel discorso da bar si discute di politica e si commenta il potere, in effetti non si fa altro che giocare con residuali mitologie di senso, con tentativi di conversazione sul mondo gi in origine disinnescati, come quando in ascensore si parla del clima, del pi e del meno. Si gioca al gasteropode che impara a non reagire pi agli stimoli. Quando getto la carta, spengo la luce e rientro nel bar, come per un appuntamento concordato la vetrina trema di nuovo. Torno al tavolo con i giornali, sorseggio direttamente dalla bottiglietta, vedo che anche Unghia si sfilato i mocassini e adesso tutti tacciono di nuovo: Unghia e Ardesia sfogliano altri giornali mentre Pomo si assopito con la testa contro le braccia appoggiate al bancone, il ventre che si solleva piano e si riduce, e io lo osservo, convesso e fasciato dalla canottiera la vetrina rimbomba ancora: un monito, un annuncio e osservo la massa ovoidale al di sotto, il bozzo dellinguine che emerge piano tagliato dalla cerniera dei pantaloni, e anche l c un comprimersi lieve e un altrettanto lieve decomprimersi, un respiro la vetrina che rimbomba , e bevo la mia acqua continuando a fissare ventre e genitali e a pensare che questi sono gli organi del presente, i luoghi dorigine di questo tempo acefalo, perch dal ventre e dai genitali irradia ci che , le cose e le frasi, i liquidi, la nostra esperienza acquosa, e penso al ventre di Berlusconi, il cratere del vulcano, il varco di uneruzione che non avviene e si contiene in forma di magma ribollente, di magma antropologico, perch il ventre di Berlusconi il luogo nel quale il viscere italiano rumina se stesso e il ventre di Pomo continua a vibrare pianissimo e il ventre di Berlusconi si tende e si costringe e nel suo respiro trema il presente, ogni presente e penso ai genitali di Berlusconi, falletto e testicoli, al fraintendimento strategicamente indotto per il quale Berlusconi sarebbe fallico la gloria della vita genitale quando evidentemente e intensamente testicolare, la forma della sua genitalit il mucchietto aspro dei testicoli nel quale il seme bellicoso ristagna e muore e noi viviamo in questa morte bellicosa, abbiamo accettato di essere la germinazione immobile che sta dentro di lui. La fertilit sprecata. Lo sperpero. Una nuova folata violenta contro il vetro riscuote Unghia e Ardesia dalla lettura e anche Pomo si riprende; il barista venuto fuori dal bancone e discute piano con la cassiera, meditano di abbassare la saracinesca per proteggere la vetrina. Intanto il discorso ricomincia e abbagliato da un nuovo impulso lascia il contesto sociopolitico e si apparecchia presso altre zone di senso. Pomo Unghia e Ardesia parlano di un gatto. Da oltre un anno i negozianti della zona gli davano da mangiare ciotole improvvisate fatte con i bicchieri di plastica tagliati e riempiti di latte, a volte latte e pane. Di gatti da queste parti ce ne sono tanti, branchi, grappoli, ma sono tutti selvatici mentre questo si faceva toccare, se ti avvicinavi non scappava e potevi carezzarlo e si strofinava e faceva le fusa, il latte era una scusa per farsi carezzare e strofinarsi sulle gambe. Questa mattina un cane almeno pensano sia stato un cane, nessuno ha assistito alla scena ha preso il gatto a morsi, davanti, gli ha spaccato il petto in due. Nel primo pomeriggio morto. Lhanno avvolto in un giornale e gettato nel cassonetto dellimmondizia. Nel dirlo indicano fuori, dallaltra parte della strada. Tutto latte risparmiato, dice Pomo pragmatico. Unghia si avvicina allorecchio di Ardesia, gli dice qualcosa ammiccando. Macch io, reagisce Ardesia. Secondo te ammazzo i gatti? Lhai ammazzato tu?, gli domanda Pomo reggendo lo scherzo di Unghia. Hai ammazzato il gatto? Ma finitela, dice Ardesia senza stare al gioco e menando a caso un calcio a piede nudo. E calmati, gli fa Unghia. Non c niente, non successo niente. Unghia per lesattezza dice non ci fu. Il passato remoto che controlla il presente. Il gatto lha ammazzato Berlusconi, dice Pomo. Perch lo intercettava, aggiunge Unghia costringendosi male a non ridere.

Il gatto, dice ancora, intercettava Berlusconi che parlava al telefono di femmine e minchiate, e per parlava anche di te e di tua moglie e nel dirlo si scosta veloce a evitare un altro calcio nudo di Ardesia e poi in una specie di immediato rinculo gli si avvicina e lo abbraccia storto e gli ride sulla spalla mentre Pomo prende il bicchiere di Ardesia e finisce lanice e Ardesia si arrabbia ma ormai anche il suo nervosismo liofilizzato e caricaturale, tutto diventato scaramuccia adolescenziale refrigerata dal condizionatore. come se fin qui Pomo Unghia e Ardesia avessero fatto dei tentativi cercando inconsapevolmente una dimensione del discorso ben precisa, unaccordatura. La sintonia finalmente raggiunta quella in cui a imporsi su tutto un nichilismo complice, linconseguenza puerile. Il diritto a sbracare, il gusto dellabiezione lieve. In questo luogo ci che esecrato lodato, ci che insultato viene votato e tutto mobile e reversibile ma questo non pi semplicemente il qualunquismo placentare e vile del passato; semmai una dichiarazione esplicita, un manifesto rivendicato con orgoglio: la regressione la nostra evoluzione, lunico movimento che vogliamo e possiamo permetterci. Ogni nostra azione creare intorno a noi spazio sufficiente a dilatarci e a rimpicciolire. E a dilatarsi, con i gesti fisici dellamicizia festosa, sono le nostre parole, le nostre battute eccitate, che in questo modo diventano sempre pi piccole e innocue. Noi siamo innocui. Con in mano la bottiglietta dacqua vuota guardo ancora i mocassini sul pavimento un paio con la suola in alto e la pelle frusta dei piedi, e sento un odore ottuso ma il barista e la cassiera non dicono niente, va bene cos, siamo in un bar palermitano italiano e siamo complici, tutti complici: Pomo Unghia e Ardesia in modo manifesto e agito, il barista e la cassiera in quanto gestori condiscendenti del locale e io, anchio, perch mi rigiro il cilindretto di plastica tra le dita e me ne sto zitto, avverto un vago impulso a reagire, a dire qualcosa, ad aggiungere discorso al discorso, e invece non dico niente, mi faccio complice silenzioso perch anche il silenzio, questo mio silenzio, fa parte del discorso. Poso la bottiglietta sul bancone, chiedo quant, la cassiera mi fa pagare e mentre sto per uscire Unghia si gira, mi fissa e mi sorride, mi fa un cenno con il mento e di nuovo sorride, io non lo capisco e lui fa segno agli altri che a loro volta mi guardano e ridono e poi Pomo rivolto verso di me si indica sopra gli occhi e allora mi tocco la fronte e scollo un pezzetto di carta igienica arricciata. Lo getto in un cestino, mi strofino la fronte con lavambraccio e me ne vado. Per strada sono subito dentro il vento in fuga, dentro laria che scuote le forme e infetta tutto e solo in fondo, di fronte al tribunale, il vento si allarga, si mescola a unaria temperata e cede, deposita le cose sul piazzale sbiancato dal sole. Dallaltra parte della carreggiata c il cassonetto di plastica verde. Attraverso calpestando macchie di olio di macchina, il sedimento combusto, la liquefazione del fuoco che impregna lasfalto. Sollevo il coperchio del cassonetto. Il gatto avvolto male in una corolla di carta di giornale semisbocciata, morto dentro le notizie. Il pelo biancoarancione secco e stropicciato, mescolato alle bolge globulari dei sacchi spaccati, i rifiuti in eruzione si mischiano al corpo, al suo stomaco rivelato dal morso nellinfrazione dei tessuti c una crosta di sangue viscerale e nel sangue ci sono mozziconi e bucce e tappi di bottiglia, un accendino e la cannula trasparente di una penna, i bastoncini dei gelati, lennesimo caos senza piet, e c il sole che declinando batte ancora sul cassonetto e sul gatto e sulla mia nuca e c il vento che trascina i microscopici batuffoli giallastri che si strappano in un vortice dai platani, i pollini e le spore, una fecondazione ostile contro la mia testa dove ora ogni pensiero raschio e crepa e poi limmaginazione bianca perch la percezione della morte quando limmaginazione si arrende e le parole smettono di essere corpi conduttori e mentre richiudo il coperchio so che a confondersi irreparabilmente nel ventre del presente il senso della morte. Ai piedi del cassonetto e tutto intorno c lammasso marrone e grigio di un tronco di palma, un frammento di circa un metro cubo; pi in l e sullaltro lato della strada altri cassonetti circondati da macerie vegetali. Mentre il vento si placa mi dirigo verso il tribunale, lo supero, raggiungo il Teatro Massimo. Ci sono alcuni operai con i caschi arancioni intorno a unautoscala che si allunga verso lalto da un mezzo del comune; uno degli operai in cima alla scala e sta infilando lestremit tronca di una palma dentro un sacco nero. La testa morta della palma sul cemento, marrone chiaro e ammainata come quelle che ho visto ieri e laltro ieri e poco fa, e ci sono anche porzioni grandi

di tronco scaglioso e le foglie a dardo sbiadite. Attraverso la strada mentre loperaio sullautoscala finisce di incappucciare la palma amputata trasformandola in una palma a lutto; un altro operaio la aggancia a un argano che la solleva e poi la mette gi dove viene ulteriormente sezionata con le motoseghe. Uno di loro vede che li osservo e mi si avvicina. Prima per si china sulla matassa vegetale, prende qualcosa e quando mi davanti ha sul palmo della mano dei trucioli di corteccia dai quali affiorano larve bianche che si contorcono al rallentatore. Sono queste, mi dice in dialetto e dal tono sembra ce labbia con me. Io guardo la carne della mano con sopra i riccioli elicoidali disfatti e la materia spugnosa degli embrioni vermiformi e non so di cosa parla. Poi le bruciamo, aggiunge. come se il verbo bruciare prima di adesso non lo avessi mai sentito. Loperaio dice bruciamo e quella parola brucia. La dice e io vedo il fuoco. Cosa sono?, chiedo. Loperaio mi osserva perplesso; se supponeva che quanto sta succedendo sia colpa mia adesso ne certo. Gli animali che si mangiano le palme, dice e va di nuovo fino ai detriti, si china, ci fruga in mezzo, infila le dita nella polpa, cattura qualcosa e torna da me. Questi, mi fa mostrandomi due grossi insetti rosso bruni a forma di scudo, la livrea corazzata, le zampette segmentate e pelose e una specie di rostro che viene fuori dalla testa. Se ne stanno aggrappati alle sue nocche, fermi. Se le mangiano una a una, dice loperaio indicando le palme ancora vive. Finiscono e passano a unaltra. Come fanno?, chiedo ancora. Le bucano: scavano delle gallerie dentro il tronco e dopo un poco la palma collassa. Intanto un insetto gli si sta arrampicando sulle dita, laltro procede verso il polso. Loperaio prende il primo tra i polpastrelli, si scrolla laltro di dosso e appena a terra lo schiaccia con il piede, si sente lo scricchiolio della corazza frantumata. Poi, come se glielo avessi chiesto, mi passa il superstite. Si chiama punteruolo rosso, mi dice mentre lanimale della colpa mi si accomoda buono nel palmo. Ne ha contagiate tante?, domando facendo cenno agli alberi intorno. Tante, dice. Qui le palme sono dappertutto ma il punteruolo veloce, fa molte uova, si moltiplica. Per un po sta zitto mentre io continuo a osservare linsetto fermo al centro della mia mano, duro e scolpito come una pietra preziosa. E ha sempre fame, dice ancora loperaio. Poi mi saluta, dice che adesso devono proseguire il giro e si allontana verso i suoi compagni che stanno riponendo le motoseghe sul furgone e smontando le altre attrezzature. La scala telescopica viene ritirata e nel giro di qualche minuto tutto pronto. Passeranno a prenderle, mi dice loperaio da lontano indicandomi le spoglie storpiate della pianta deposte sul marciapiede intorno al mozzicone di tronco. Ci sono problemi a smaltire le scorie, aggiunge gridando, non si sa dove andare a bruciarle. Poi monta con gli altri sul furgone col motore gi acceso e vanno via. Intanto il punteruolo mi annusa la mano, decide che non sono commestibile per nella mia pelle sembra trovarsi bene. Se fosse possibile dire che un insetto si accuccia, allora direi che in questo momento il punteruolo rosso si accuccia. Chiudo la mano senza stringere e prendo via Ruggero Settimo. Ripasso accanto al bar del presente, non mi fermo e proseguo fino al Politeama; vado verso piazza Castelnuovo e mi siedo su una panchina a pochi metri dalla struttura marmorea a forma di tempio del palchetto della musica. Sta facendo buio, laria umida e per quanto sia ancora la fine di agosto si sente lodore del primo autunno. Ho il corpo stanco, dalladdome lo sciame della febbre sale ancora verso il petto e la testa, nella mano ho il guscio fresco del punteruolo rosso e nel giro di un minuto vedo dallaltra parte della piazza una figura scura la testa sormontata da un fabbricato cheratinico che attraversa la strada e viene nella mia direzione. Pochi secondi e Capitan Harlock mi si siede accanto.

Allora?, mi domanda. Mi colpisce il piglio determinato, privo di afflizione, anzi energico e militante. Alla fine di questi tre giorni, aggiunge subito, coshai trovato? Anche la voce non pi quella di due giorni fa. Altro timbro, altra dizione. come se parlasse con la voce delle manette che tiene appese al collo: leggermente metallica, un suono pulitissimo. Berlusconi?, provo a dire. Non cera gi?, domanda Harlock. Cera, dico, solo non avevo capito fosse questo. Cosa? La causa del presente. Non essere ingenuo, mi dice Harlock. Stai semplificando. Non la causa del presente? No, e lo sai gi: la sua incarnazione pi intensa. Ma Berlusconi non inventa, non crea. Non genera. Quella una superstizione di comodo. Berlusconi rivela. Per un istante ripenso al ventre del gatto rivelato dal morso. Rivela? Capitan Harlock sta un po zitto. Poi riprende. Pensa alla percezione che hai delle cose, dice. La politica, la societ, ma anche il tuo quotidiano. Faccio cenno di s. Sono presentimenti, dice, mai certezze. Tu conosci in un nitore solo apparente. Sai tutto ma di tutto hai una cognizione ambigua. Penso alla mia percezione delle cose. Alla cognizione. Lo stordimento felice dopo il nuoto, loffuscarsi delle differenze. Lo sguardo neonato. vero, dico, e penso a quando ricevo una notizia dal giornale o da qualcuno in carne e ossa e so sempre che quellaffermazione contiene la sua smentita, il suo contrario. Lindistinzione la regola. unattitudine contratta e introiettata. La realt italiana incerta, dice Harlock. Si tradisce, sospetta. Fa unaltra pausa utile a far sedimentare la frase. La realt italiana unoperazione a somma zero, continua. LItalia un paese a somma zero. Arrivando silenziosa alle nostre spalle, il mocio nero in testa e le efelidi sulle guance, la Stefi si siede dallaltro lato della panchina. Berlusconi, dice, la sintesi di questa indistinzione. Non la sua causa, appunto, ma la manifestazione di un impulso intrinseco alla nostra storia e alla nostra identit. lenzima che accelera a dismisura un processo di rivelazione, riprende Harlock, colui il quale sdogana lesistenza e la legittimit di quellimpulso. Berlusconi, continua la Stefi, pu permettersi sia labuso sia la scoperta dellabuso non per una suprema ragione magica o criminale ma perch Berlusconi sente autenticamente e senza trauma la nebulosa italiana in cui si emulsionano le distinzioni e tutto si confonde e si annulla, i s e i no si mescolano, affermazioni opposte si annodano imbrogliandosi e il senso al collasso. Appena la Stefi smette di parlare penso che sono seduto su una panchina accanto a due loici cartesiani. Che diventano tre quando arriva Pomo e prende posto accanto a Capitan Harlock. Dunque Berlusconi lo spazio tra i corpi degli italiani, dice sedendosi. lo spazio dei legami, delle relazioni sociali e personali. Si incarna nella sostanza di questi legami, d loro forma e struttura. Ascoltando tengo lavambraccio sulla gamba, il pugno sul ginocchio e dentro il pugno il punteruolo rosso che ogni tanto fa qualche movimento per mettersi comodo; io allora premo leggermente per fargli sentire che ci sono, per sentire che c. Oscillando sulle sue gambe magre arriva anche Topinambur e va a sedersi accanto alla Stefi. Tu, dice, hai immaginato di trovare lItalia esplorando Palermo. Non hai cercato fatti straordinari, ti sei limitato a studiare la vita normale nella quale gi presente ogni cosa: essendo questa la citt della contingenza, dove storia e progetto svaniscono, dove passato e futuro non ci sono, Palermo si rivelata un campione attendibile. Qui lItalia si vede benissimo.

Faccio di s con la testa, anche se Topinambur non mi domanda nessun assenso. Solo che effettivamente come dice. Quello che hai scoperto, riprende Harlock, che lItalia la prosecuzione di Palermo con gli stessi mezzi. Hai scoperto, dice Topinambur, che Palermo lItalia. cos, penso: Palermo lItalia Palermo lItalia. Ma ogni altro luogo lo , aggiunge la Stefi, perch adesso, in Italia, la parte dice il tutto. La parte il tutto. La sostanza comune, precisa Pomo, ci che carotando ogni frammento dItalia si condivide, questo depotenziamento indifferenziato. Anche lui fa una pausa durante la quale il punteruolo rosso mi si muove docile nel palmo. Le parole, prosegue Pomo, si accumulano. Tutto viene nominato, tutto dicibile, e tra le parole accumulate ce ne sono alcune che hanno a che fare con le evidenze. Con le prove. I fatti diventano noti eppure la loro evidenza, per quanto condivisa, irrilevante. Non produce nessuna conseguenza. Solo qualche moto, la coda della lucertola che si scuote inerte. E allora ogni cosa si depotenzia. Non muore ma si raccoglie in un letargo indeterminato. Questo letargo il presente, dice la Stefi, lanimale che dorme sotto la neve, e dicendolo si alza in piedi mentre Pomo Capitan Harlock e Topinambur la imitano. Io sono il presente, continua. Anzi: noi siamo il presente, fa indicando gli altri. Poi mi salutano con un cenno del capo e se ne vanno. Un momento, dico. Si voltano. E lintelligenza?, domando. La nostra intelligenza, spiego, il fatto di saper comprendere tutto cos profondamente: possibile che non serva a nulla? Stanno zitti, si guardano. Poi Harlock scuote il suo sipario sferoidale di capelli e mi fissa con locchio truccatissimo. Questa intelligenza fa parte della resa, dice. A quel punto si voltano e riprendono il cammino. Aspettate, dico ancora. Si girano, le espressioni pazienti. Adesso, dico forte, cosa succede? La Stefi si stacca dal gruppo, torna indietro, mi si ferma di fronte. Te lo abbiamo gi detto: tutto ci che successo non mai successo. E continua a succedere. Poi, senza aggiungere altro, torna dai suoi compagni e si allontanano. Dietro di me sento un rumore di ferri, mi giro e c il mezzo del comune, di nuovo gli operai con i caschi arancioni e lautoscala che singhiozzando meccanica si allunga verso la cima di una palma collassata che arrivando non avevo notato. Loperaio mi vede e mi saluta. Gli rispondo sollevando il pugno con linsetto chiuso dentro e lui fa ancora un altro gesto, ampio, con entrambe le mani, a mostrarmi qualcosa intorno, oltre le strade, verso il mare, ma anche dalla parte opposta e a sinistra e a destra. Mi alzo in piedi, giro su me stesso a trecentosessanta gradi e sul limite di questo orizzonte circolare, in fondo alla piazza e allimboccatura delle strade, percepisco un brusio di movimenti che poco a poco prende forma e si fa distinguibile rivelando la struttura di altre autoscale in proiezione verso lalto, e in cima a ognuna un operaio che incappuccia una palma o con la motosega ne reseca la testa e altri ancora che ne svellono altre, ne riducono limpalcatura, le destituiscono e poi le abbattono, e ci sono altre persone senza casco arancione, vestite normali, tutte intorno alle palme a scuoterle dal basso, e c Capitan Harlock che ne scrolla una con le mani, Topinambur che spinge il tronco di unaltra con una gamba, Stefi che strappa brandelli di corteccia e Pomo che le prende a morsi mentre altri ancora scavano con i denti la carne vegetale, le fibre e i muscoli di ogni pianta, con una ferocia devota, concentrati, spietati, e le palme precipitano in ogni direzione e ci sono battute, pacche sulle spalle e abbracci e ancora battute e frasi e parole e poi nuovi morsi profondi alle palme ancora in piedi tanto che nugoli di punteruoli rossi abbandonano i tronchi e si rifugiano dentro le bocche dei palermitani, fanno il nido negli argini ossei della chiostra dentaria, si appiattiscono trasformandosi in piccole lingue

corazzate. Resta il problema dello smaltimento delle scorie penso socchiudendo il pugno e lasciando emergere il punteruolo rosso che zampettando mi monta sul dorso della mano e come da un osservatorio guarda anche lui lo sfacelo delle palme crollate ma un problema parallelo a quello dello smaltimento del linguaggio, dello smaltimento delle storie. Me ne sto un po a contemplare la disintegrazione calma delle forme, il mio insetto domestico che fissa serio in fondo, e sento limpulso, anchio, a mangiarlo e a partecipare, a stare con gli altri nel contagio e nella fame, ma prima ancora che possa decidere qualcosa il punteruolo rosso salta gi dalle mie nocche e scorrendo veloce scompare tra il cemento e lerba delle aiuole. Nel giro di qualche secondo, calpestando quelle stesse aiuole, la donna cosmetica mi raggiunge e mi fa strada fino alla panchina di marmo. Mentre ci sediamo vedo che in mezzo alla gente che scuote le palme e le prende a morsi c anche qualcuno che arrotola a treccia pezzi di giornale, con un fiammifero ne incendia unestremit e poi spinge la fiamma dentro i grumi secchi di quelle abbandonate al suolo; prima a fatica, con un crepitio basso, poi rinvigorita, la fiamma prende le forme vegetali, il fuoco getta radici e sorge alto e largo mentre laria si riempie del respiro potente della combustione, un vento scuro, riarso, che si mescola allo spazio. Nel giro di poco la piazza cosparsa di roghi e pi avanti, verso via Libert e in direzione del mare, scorgo ancora altri fal. La donna cosmetica indossa il suo due pezzi bianchissimo contro la pelle scura, ma stavolta non sento nessuna attrazione sessuale. Sono solo contento che sia qui, so che mi mancata. Come mai prima non ceri?, le domando. Cero, risponde. Nello spazio tra i corpi. Mi parla a voce bassa, pulita e calma, una voce sottile che forma sopra di noi una piccola caverna, una tana del pensiero. Sei Berlusconi?, domando ancora. Lascia perdere Berlusconi, dice. Berlusconi una zona, un alone: non la causa, ti stato detto. Faccio di s col capo, che ho capito. Io sono nei tuoi legami, dice. Nei loro, e fa segno con la mano verso la gente impegnata a demolire e a bruciare. E questo cos?, le domando fissando anchio chi scrolla, chi morde, i tronchi smembrati che sullasfalto si riempiono di fuoco. Siamo noi, dice. No, dico subito, no, noi non facciamo tutto a pezzi. Io non faccio tutto a pezzi. Non pensare alle azioni visibili, dice. La donna cosmetica resta in silenzio e guarda ancora vicino e in fondo, lontano i corpi che si spostano da una palma allaltra per colpire e divorare. La vita operosa della distruzione. Questa la materia, aggiunge in un bisbiglio chiaro. come funziona la materia. La materia non distruzione, dico. No, ma la distruzione le serve, una fase della sua esistenza. Berlusconi la materia?, domando. Te lho detto: lascia perdere Berlusconi. Qui, adesso, parliamo in un altro modo. Ora sono io a restare in silenzio, invitandola cos a proseguire. La materia arcaica e futura, dice, cinica e innocente. La materia ignorante sapiente perpetuazione di se stessa. lucidamente cieca. Ed serenamente indistinta. Di nuovo lindistinzione, dico. S, ma lindistinzione non il rischio: lindistinzione lorigine, la matrice naturale delle cose, il modo in cui la materia esiste al suo principio e nel suo divenire. Dipender dal modo in cui stiamo parlando, dal suo costume da bagno o dal palchetto a forma di tempio alle nostre spalle, ma per un attimo la donna cosmetica Socrate e io un elementare Alcibiade, un devoto Fedone. Dunque mi faccio carico delle funzioni dellallievo. Sollecitare il maestro. Va bene, dico, ma non mi basta: io sento il desiderio di una coscienza che faccia irruzione in questa materia indistinta portando limmaginazione di una forma e di un fine. Il palinsesto proprio questo, dice lei. Tecnologia della forma e del fine. Un argine

allindistinzione naturale. O meglio un contenimento, un tentativo di farne qualcosa. La ascolto e penso che anche le sue parole, adesso, ogni singolo termine, provvedono alla costruzione di uno specifico palinsesto. La grammatica un palinsesto, dice intuendomi, la religione un palinsesto ma anche la tavola periodica degli elementi un palinsesto, e lastronomia, e il codice penale e la carta geografica. La teoria della relativit generale un palinsesto; anche il fascismo un palinsesto. Fa una pausa di silenzio. La Costituzione un palinsesto, dice ancora, e la trama di una storia un palinsesto. Allora il palinsesto serve a tenere a bada la materia?, le domando. Serve a usarla, dice. Perch la materia non astratta, la materia c sempre ed sempre in eruzione. Il palinsesto serve a usare il magma, non a cancellarlo. Ma perch?, chiedo. Non possibile vivere nella materia, senza palinsesto? Ogni essere umano, risponde, avverte una struggente nostalgia della materia, e anche senza esserne consapevole cerca di tornare alla materia. Il sesso, la risata, il pianto sono tentativi di recuperare la vertigine aurorale dellindistinzione. Rinchiusi nella nostra tana immateriale, la donna cosmetica tace e io la osservo e sento il tepore del suo corpo accanto al mio, come lattrazione si convertita in tenerezza, mentre penso che per gli italiani Berlusconi sesso risata e pianto, quella stessa sostanza, fermentazione senza fine, un altro luogo nel quale cercare lesperienza originaria della materia. Ma nella materia non si pu vivere, continua. Non si pu vivere con gli altri. Per questo la coscienza fa irruzione nella materia e inventa il palinsesto. Per separare. Per generare il soggetto e la storia. Dice questo e di nuovo osserva lo spazio intorno a noi, e io con lei i corpi e le azioni, la distruzione calma delle cose, e insieme ascoltiamo il rombo continuo delle forme incendiate. Io non vedo la separazione, dico. Faccio pensieri di separazione ma non vedo la separazione. Il palinsesto incapace, tutto materia feroce e indistinta. La donna cosmetica mi guarda negli occhi, mi fa capire di andare avanti. A cosa serve Berlusconi?, le domando contravvenendo al suo invito a non nominarlo. Lei aspetta un poco; mi perdona e prosegue. Gli italiani, dice, vivono immersi nellincarnazione della loro storia. Vivono nel caos del ventre dove la morte scompare, nei genitali che non generano. Berlusconi serve a questo: a giocare allidolatria blasfema, o a giocare al nemico. Berlusconi la sintesi di questo tempo che non trascorre. Perch?, domando. Perch manca il coraggio della separazione, dice. Affinch il tempo trascorra occorre separare: gli italiani preferiscono vagare in questo letargo infinito. E lintelligenza?, domando anche a lei. Noi comprendiamo tutto, aggiungo, sappiamo tutto. Ma unintelligenza che non si continua nelle azioni, risponde lei, in azioni concrete e umane capaci di generare conseguenze. Si limita a contemplare se stessa. Si basta. Fa parte della resa. La donna cosmetica si alza in piedi; alle sue spalle i tronchi disseccati si sono trasformati in morfologie contorte, farinose, sedimenti arcaici sbiancati dal fuoco. La sostanza contro la quale il carotaggio ha fine, dove la percezione si fa estrema. Il presente fossile. Questo presente, dice la donna cosmetica, non ha rabbia, non ha indignazione. Perch non ha dolore. Senza dolore non c separazione. Poi si allontana nella direzione in cui sono andati via anche gli altri. Conficcato al centro di questa piazza tra lo sterminio dei tronchi penso che ci sono momenti nei quali il fenomeno pi percepibile, quello che da solo in grado di rappresentare unepoca intera, lautodistruzione. Lautodistruzione passa anche per i discorsi e per il silenzio. Per lintelligenza incapace e per la forma dei legami. Per questa pallida manutenzione di un tempo senza rabbia. Per lindistinzione. E per Palermo e per ogni altro spaesamento italiano. Perch il punteruolo rosso contingente. Lautodistruzione eterna e laboriosa. La tempesta neurovegetativa in atto. Il presente bianco.

Epilogo

Quando rientro a casa gi buio. La testa mi fa male, la febbre deve essere salita. Riempio lo zaino spostandomi in mezzo al disordine del ventilatore smontato; so che dovrei rimettere a posto, riconnettere i pezzi pi piccoli gli uni agli altri o almeno ammucchiarli da una parte, magari in una scatola, cos che al loro ritorno mio padre e mia madre possano chiamare un tecnico per la riparazione, ma non ce la faccio, non ho la forza di cominciare. Dunque urto i congegni con i piedi e li calpesto mentre raduno magliette e biancheria, le infradito, la roba del bagno, respirando lodore di cera fredda ancora in sospensione nellaria. Finisco di preparare, recupero dalla cucina una bottiglia dacqua e me la porto in camera. Intanto ho abbassato le serrande di tutte le altre stanze, domani mattina voglio ridurre al minimo le azioni di chiusura e congedo prima di andare in aeroporto. Perch mi sveglier stanco e far gi caldo ma soprattutto perch in questo momento ho bisogno di movimenti che abbiano a che fare con la conclusione e con lallontanamento, ho bisogno di sbarre e graticci e confini, di linee tracciate con il gesso sullasfalto o su una parete, i geroglifici della separazione ma anche cos, ruotando la manopola che chiude il gas, staccando la spina del frigorifero o chiudendo a chiave dallinterno lingresso di servizio, so che da Palermo non posso andare via perch non posso andare via dallItalia, da questa malinconia euforica diffusa e permanente che sta fuori e dentro i corpi perch questa malinconia aria, la cera fredda che respiro, il tempo fatto di molecole che io come chiunque assorbo modifico e restituisco. Con la bottiglia accanto al letto, le lenzuola a crespe, lunica serranda sollevata per prendere un po di fresco, spengo la luce e mi metto a dormire. O meglio ci provo ma sono pieno di fantasmi solidi come nervi e per almeno unora mi rigiro a vuoto nel dormiveglia, nella percezione del gatto morto dentro al cassonetto, dentro al giornale, mischiato ai rifiuti dentro al contenitore in aeroporto, alla sabbia e alle voci, mischiato a tutto, perch la percezione del suo corpo aperto nel quale dilaga una vita intermedia di fermentazione cellulare e minerale lepicentro, il foro nero nel quale ogni altra percezione precipita, ci da cui tutto ha origine. Rinuncio a dormire e mi metto a sedere sul bordo del letto; bevo un sorso dacqua, vorrei capire che ora . Vado alla finestra in cerca di qualche segno. Il giardino di fronte uno spazio scuro nel quale galleggiano i globi biancastri dei lampioni. Per strada nessuna macchina. Tre piani sotto, in pigiama blu sulle mattonelle rosse della terrazza della casa di riposo, c il vecchio, la testa sempre confusa nel cespuglio delle buganvillee, una mano sopra la ringhiera, lo sguardo verso la strada e il giardino punteggiato di luci. Anche lui sconta linsonnia intrattenendosi con un pezzetto di tempo vuoto. Dopo un poco viene fuori la donna vestita di bianco, sempre lei, e gli posa una mano sul braccio, per stavolta il vecchio non la segue, fa s con la testa e le fa segno di andare, che tra poco rientra anche lui. Questa piccola insubordinazione un meccanismo che si inceppa o forse, al contrario, un meccanismo che per la prima volta funziona correttamente mi fa stare bene. Resto a guardarlo per qualche minuto. Poi il vecchio si riscuote, lascia la ringhiera, si volta e prima di rientrare solleva il capo verso di me; non so se riesce a vedermi ma lo stesso in quel momento, al buio, in silenzio, si genera un legame. Torno dentro e accendo la luce. Per mi sembra subito troppa, un abuso. Allora prendo i fiammiferi, accendo le candele ancora sparse in giro, spengo linterruttore e in un attimo sono nella notte buia illuminata solo da minuscoli fuochi, la preistoria dove c il panico feroce e la creazione. E sono tra i frammenti del ventilatore frulla-tempo che tremano sul pavimento scossi dalle ombre e sembrano esseri viventi, animali sconosciuti e imperscrutabili che si muovono cauti nel crepuscolo. Mi siedo sul pavimento, prendo in mano qualche pezzo e cerco di decifrarlo. Mi allungo in avanti e recupero anche il piccolo blocco di leghe pesanti che laltra sera mi era sembrato un dio di tungsteno. Lo esamino da tutte le parti e provo a intaccarlo col cacciavite: anche questo impenetrabile. E del resto un libretto delle istruzioni so che non c, non c nessun palinsesto, eppure continuo a frugare tra il rame la plastica e la bachelite sperimentando innesti, combinazioni potenziali tra le parti, lavorando di pinza e di martello e ancora

setacciando frammenti, ma so che quello che cerco la metamorfosi della malinconia in una rabbia lucida e onesta, in una rabbia adulta che sia coraggiosa e corra il rischio del dolore, una rabbia da rialfabetizzare nutrendola di parole critiche e precise e allora prendo dal pavimento un pezzo e provo a collegarlo a un altro e a un altro ancora perch mi serve una rabbia che separi e leghi, una rabbia che mi faccia comprendere che Palermo collegata allItalia che collegata allEuropa che collegata allOccidente, lOccidente al mondo, e che questo spazio in fuga mescolato a un tempo centrifugo e tutto d sempre forma allumano e lItalia adesso una forma dellumano, una sua declinazione tragica, e noi siamo qui, nella materia, nella matrice, a cercare ancora un modo e a un certo punto riesco a fissare una piccola ghiera a un anello dalluminio e lanello a un cono e a fermare tutto con tre viti che stringo forte con il cacciavite, pi forte che posso, per tenere e trattenere, e in quel momento sento che questa rabbia deve essere feconda e generare unintelligenza utile e una fiducia incoerente e infondata, una fiducia calma e trasparente, qui, nel cosciente disincanto. Laria nella camera permane nerastra, solo impercettibilmente rischiarata dalle candele in residua combustione, e io sto seduto davanti a questo tempo rotto, raccogliendo frammenti e studiandone le forme al semibuio, collaudando legami meccanici, tra infiniti tentativi a vuoto e rarissimi innesti riusciti il rumore dei materiali in continua reciproca frizione, le microscopiche scintille. Tra poco, nel pieno buio, ci saranno solo le dita, i polpastrelli pesti e arrossati, a formare e a riparare, a farmi muovere limpidamente alla cieca attraverso Palermo e lItalia, attraverso questo presente a fabbricarmi un sentimento per luso dellumano.

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