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Mi viene richiesto un parere legale circa la effettiva praticabilita’ di azioni legali che gli attuali titolari di

parafarmacie potrebbero esercitare a tutela dei loro diritti imprenditoriali e, piu’ in generale, a garanzia
del diritto ad esercitare liberamente la professione di farmacista (s’intende per coloro i quali risultino
iscritti all’albo).

Preliminarmente, devo purtroppo avvertire come, dall’analisi della documentazione che mi e’ stata in
piu’ occasioni sottoposta, non sembra ci sia una sufficiente chiarezza sull’argomento e, soprattutto,
sull’esatta consistenza giuridica delle questioni rilevanti. A me sembra, per vero, che, anche da parte di
chi se ne e’ occupato con “taglio giuridico”, il problema sia stato affrontato in chiave “giornalistica e
propagandistica”, marginalizzando percio’ quelle azioni che , con tutta l’alea che si deve all’azione
(giuridica), sarebbero state piu’ utili al raggiungimento dei risultati concretamente ottenibili. In molti
casi, poi, ai fini dell’ “argomentazione” vengono utilizzati “pezzi” di sentenze o di riferimenti normativi,
secondo un processo “taglia e cuci” (o, se si vuole, “copia ed incolla”) che in realta’ poco, o nulla a che
fare, hanno con l’argomentazione giuridica.

A me sembra, invece, proprio da un punto di vista metodologico, che si debba focalizzare sulla reale
essenza del problema in argomento. Esso e’, e resta, un problema di diritto della concorrenza
essenzialmente di matrice comunitaria. In questa direzione, pertanto, esso necessita di essere affrontato
ed analizzato. Delle sentenze della Corte di Giustizia, ad esempio, (anche quando appaiono “positive” e,
tanto piu’, quando esse sembrano “negative”) occorre cogliere la reale consistenza del principio di
diritto affermato, al fine di comprendere, soprattutto, come essa possa essere utilmente utilizzato ai fini
domestici. Allo stesso modo, e’ da qui che bisogna partire al fine di comprendere quali azioni (in luogo di
altre) sia piu’ utile azionare a livello nazionale ed europeo.

Ecco, riservandomi, ove richiesti, migliori approfondimenti - che certo scontano la complessita’ di una
materia al confine (come la Corte di Giustizia ha di recente segnalato) tra diritto della concorrenza,
esigenze del servizio pubblico e finanza pubblica io credo che si possa intervenire (almeno) lungo tre
distinti fronti:

(i) Il nodo del discorso, dato ormai per “acquisito” che non costituisce “diritto di tutti” quello di
intraprendere l’attivita’ di farmacista (si confronti per l’appunto la recente pronuncia della
Corte di Giustizia del maggio 2009) resta quello di consentire a coloro i quali sono farmacisti
abilitati il pieno esercizio di tale professione. Bisognerebbe attaccare, quindi, il “numero
limitato” degli esercizi farmaceutici che vede ancora oggi nel meccanismo della pianta
organica lo strumento di principale regolamentazione. Io credo che ciò’ possa esser fatto
immediatamente al livello europeo sollecitando un intervento diretto, che deve pero’ essere
opportunamente “indirizzato” e guidato” (con conferenti argomentazioni giuridiche ed
economiche) da parte della Commissione europea. Inoltre, proprio attendendo un
imminente riscontro della corte di Giustizia (che dovrebbe a breve pronunciarsi in
argomento) si potrebbe utilizzare il principio di diritto comunitario al fine di affermare in
ambito nazionale che puo’ essere imposto un numero minimo di esercizi farmaceuitici sul
territorio ma non certo, invece, un numero massimo. Ergo, fatte salve alcune rigide,
motivate e strettamente motivate eccezioni, ciascun farmacista (abilitato) dovrebbe essere
libero di esercitare la propria professione.

(ii) In ogni caso, proprio secondo quanto espostomi e documentandomi, a me sembra del tutto
irragionevole ed arbitraria la tipologia dei farmaci che, allo stato, le parafarmacie sono
abilitate a vendere. L’attuale individuazione dei c.d. “farmaci da banco” e’, a tacer d’altro,
scandalosa. Solo per fare un esempio, infatti, non si vede perche’ alla parafarmacie sia
consentita la vendita dell’efferalgan 500 ma inibita, invece, quella dell’efferalgan 1000 (e gli
esempi potrebbero continuare!!). Si tratta, quindi, di sollecitare le autorita’ preposte a
rideterminare - in via di autotutela - la tipologia qualitativa dei farmaci vendibili nelle
parafarmacie e, se del caso, ad azionare tutte quelle iniziative giurisdizionali necessarie al
raggiungimento di questo importante risultato.

(iii) Da ultimo, ma non per ultimo, credo sia anche ingiusto che i titolari delle parafarmacie
debbano pagare, ai fini previdenziali, esattamente quanto paga il titolare di una farmacia.
Non si capisce, infatti, anche per i profili di illegittimita’ costituzionale che ne conseguono,
come due soggetti che hanno - per condizione oggettiva e, quindi, quasi per definizione –
redditi diversi siano passibili di una imposizione previdenziale equivalente (in termini di
minimo). Necessita, quindi, di agire (singolarmente) innanzi al giudice del lavoro
territorialmente competente al fine di al fine di scardinare questo sistema palesemente
ingiusto e vessatorio.

SINTESI DELLE AZIONI PROPONOBILI

Benche’ possano proporsene sicuramente (anche) di altre, credo, in definitiva, che possano
utilmente essere perseguite le seguenti azioni:

A) Azioni - di denuncia e giudiziarie - in sede nazionale d europea che consentano ai farmacisti


abilitati di svolgere autonomamente e liberamente la professione di farmacista;

B) Azioni stragiudiziali ed, ove occorra, giudiziali innanzi al tribunale amministrativo competente
idonee ad <<allargare>> la tipologia dei farmaci attualmente vendibili nelle parafarmacie;

C) Azioni giudiziali - da azionarsi innanzi ai competenti tribunali del lavoro - utili differenziare i
contributi previdenziali dovuti (rispettivamente) dai titolari di parafarmecie e dai titolari di
farmacie.