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UN PO’ DI STORIA DELLA LINGUA (LATINA)

LATINO E GRECO NELL’IMPERO ROMANO


LA CLASSIFICAZIONE DELLE LINGUE NEOLATINE
IL LATINO VOLGARE
IL LATINO E I DIALETTI ITALICI
GLI ELEMENTI DIALETTALI DEL LATINO
IL SOSTRATO ITALICO
IL SOSTRATO ETRUSCO
IL SOSTRATO GRECO
IL SOSTRATO CELTICO
LA ROMANIA NUOVA
GLI ELEMENTI LATINI NEI DIALETTI BERBERI
GLI ELEMENTI LATINI NEL BASCO
GLI ELEMENTI LATINI NELLE LINGUE CELTICHE E NELL’INGLESE ANTICO
GLI ELEMENTI LATINI NELLE LINGUE GERMANICHE
GLI ELEMENTI LATINI IN ALBANESE
GLI ELEMENTI LATINI IN GRECO E NELLE LINGUE SLAVE

Fig. 0; Cartina con la distribuzione delle lingue indoeuropee

LATINO E ROMANZO
Le lingue romanze o neolatine formano un gruppo di idiomi geneticamente affini; esse sono, per lo meno nel loro
patrimonio principale, la continuazione del latino e non vi è alcuna interruzione fra Latino e Romanzo; esse sono
l’ideale,il modello di un gruppo di lingue genealogicamente affini, non solo perché il periodo intercorso fra l’epoca
dell’unita latina e quella della loro attestazione come idiomi indipendenti non è troppo grande, ma più ancora
perché sono l’unico esempio di un gruppo di lingue geneticamente affini di cui si sia conservata la fonte comune e
cioè il Latino. In questa situazione privilegiata non si trovano neppure gli idiomi neoariani dell’India , perché essi
non risalgono al Sanscrito (non sono cioè un frazionamento di questo), pur avendo in detta lingua una fase
arcaica, parallela e utilissima per le ricostruzioni; non vi si trovano neppure i dialetti neoellenici perché, per quanto
continuatori della koinè a noi nota, non sono giunti, nella loro evoluzione, a formare idiomi indipendenti, ma solo
frazionamenti dialettali di poco conto.

È da mettere in luce l’importanza metodologica che assume la linguistica romanza per la linguistica generale e i
frutti che le esperienze acquisite in questo campo hanno portato nella discussione di problemi generali e nella loro
applicazione a domini linguistici che si trovano in condizioni meno privilegiate.

2. LATINO E GRECO NELL’IMPERO ROMANO


Se osserviamo varie carte dell’estensione dell’impero romano dal tempo di Augusto (anno 0) a quello di Traiano,
poi da Traiano ad Adriano (200 ca d.C) e infine a Romolo Augustolo (476 d.C.), potremo seguire l'allargamento
prima e il successivo restringimento dei territori su cui si esercitò il potere politico di Roma. Se pure tutto questo
territorio rappresentò, in qualche momento della storia, la Romania e l’ imperium politico; più ristretta fu la
Romania linguistica ed ancora più ristretto è il territorio che, a parte gli allargamenti dovuti all'espansione delle
nazioni parlanti lingue romanze, conserva, attraverso i secoli, l'uso della «lingua romana » che si doveva poi
trasformare nelle varietà neolatine.

Intanto, la parte orientale dell'Impero, sia prima che dopo la divisione ufficiale tra Arcadio e Onorio (396 d.C.), non fu
mai romanizzata nella lingua. È noto che il Latino trovò sempre molta difficoltà a imporsi in quei territori in cui si
trovò in concorrenza col Greco, lingua che aveva, presso gli stessi Romani colti, un maggiore prestigio storico e
culturale. Non è facile (né, talvolta, possibile) tracciare un confine netto fra il dominio del Latino e quello del Greco
entro l'impero romano. Per ciò che concerne la Penisola Balcanica, il grande storico ceco Konstantin Jirecek (1854-
1918) tentò di tracciare una linea sulla base delle iscrizioni prevalentemente latine o greche venute alla luce nelle
singole regioni. Tale linea, partendo da Lissus (Alessio in Albania, alb. Lesh) passava a Sud della strada fra Scutari
e Prizren per poi risalire a Nord fin sotto Scupi (maced. Skopje, alb. Shkup) e proseguiva verso Oriente fino a
Serdica (l'odierna Sofia), poi di nuovo verso Nord seguiva il corso del Danubio fino alle foci. Il criterio del maggior
numero di iscrizioni greche o latine non è, naturalmente, sufficiente per determinare l'uso linguistico del popolo; sia il
latino sia il Greco erano lingue di cultura note anche in territori alloglotti. Ciononostante, la linea tracciata da
Jirecek, con lievi modificazioni può essere considerata abbastanza rispondente alla realtà. Quanto è a Sud di tale
linea, era prevalentemente greco, quanto è a Nord, prevalentemente latino. In Africa era per la massima parte
grecofona (prescindendo dalle lingue indigene) la regione che andava dalla Cirenaica all'Egitto. Decisamente
grecofone erano tutte le province romane dell'Asia, anche qui non considerando le lingue indigene che più
fortemente resistettero. Dal punto di vista della linguistica romanza è opportuno tenere presenti due considerazioni:
la prima, che il concetto di romanità fu soprattutto politico, la seconda, che i Romani non si proposero mai
un’assimilazione violenta delle popolazioni soggette e non tentarono mai d’imporre la loro lingua, considerando
anzi l’uso del Latino quale grandissima distinzione. Da ciò deriva che i Romani non ostacolarono né gli idiomi
dei federati italici, né l’Etrusco, di maggior prestigio, né molto meno il Greco nell’Italia meridionale prima, in Grecia
poi, cosicché queste lingue si mantennero a lungo anche sotto il dominio romano.

È possibile osservare con chiarezza che cosa è rimasto e che cosa si è perduto di questa Romania linguistica,
osservando che la presenza di un idioma neolatino in una zona che fu un tempo romana non basta a garantire
dappertutto la continuità in loco della vita romana, ma è sufficiente per far presumere, fino a prova contraria,
una tale continuità, rimanendo isolati gli episodi di reimmigrazione.
Cominciando da Occidente e andando verso Oriente, rimangono alla Romania linguistica e al mondo neolatino:
la Hispania salvo la zona linguistica oggi esigua, ma un tempo certamente maggiore, popolata dai Baschi, che
continuano un idioma preromanzo; la Gallia, salvo la parte orientale della Belgica in cui più tardi prevalse un
idioma germanico e salvo immigrazioni alloglotte seriori (la Bretagna, occupata da popolazioni celtiche insulari);
tutta l'Italia, compresa la Sardegna e la Corsica; una piccola parte della Raetia e del Noricum. Fu conservata
alla romanità, ma poi fu sommersa, la fascia costiera della Dalmatia. Infine, del tutto isolata fra popolazioni non
romanze, la Dacia. In queste regioni si vennero sviluppando nel corso dei secoli e si sono conservate fino ad
oggi (ad eccezione del Dalmatico) la maggior parte delle varietà neolatine.

3. LA CLASSIFICAZIONE DELLE LINGUE NEOLATINE

Il Latino, nucleo centrale formatore delle lingue romanze, aveva già in sé, nonostante l’apparente uniformità, i
germi di differenziazioni dialettali dovute a cause geografiche, storiche e sociali. L’espansione del Latino dal suo
primitivo piccolo centro sulla riva sinistra del Tevere, dapprima in Italia e poi in quell’immenso territorio
che formò la Romania, la sua sovrapposizione alle diverse lingue dei popoli assoggettati, dovevano aver
creato, già nel quinto secolo della nostra era, quando l’Impero Romano d’Occidente cedette alla pressione
dei barbari, non poche considerevoli differenze regionali che si accrebbero maggiormente quando i legami
politici e amministrativi che riunivano le varie parti dell’impero vennero allentandosi e poi sciogliendosi e le singole
regioni vissero, per alcuni secoli, relativamente isolate l’una dall’altra, entro l’ambito di diverse
organizzazioni statali barbariche. Le cause della formazione delle lingue romanze e della loro progressiva
differenziazione sono molteplici: nessuna lingua si trova mai in equilibrio perfettamente stabile. Anche se non
intervenissero fenomeni estranei, anche se una lingua poetesse trovarsi completamente isolata, essa subirebbe
fenomeni di trasformazione più o meno rapidi, dovuti a ragioni interne, a tendenze fonetiche, morfologiche,
sintattiche che pian piano ne modificherebbero il primitivo aspetto.

È naturale che fino a quando la forza centripeta, rappresentata dalla capitale dell’Impero, agì permettendo che
all’unità politica corrispondesse anche una, seppure relativa, unità linguistica, le varietà dialettali della κοινή latina
non uscirono mai, almeno per quanto ci risulta dalle fonti scritte, dai limiti di differenze regionali, che a mala pena si
potevano intravedere nell’uniformità della lingua comune.
Man mano però che i vincoli dell’unità imperiale vennero allentandosi, anche l’unità linguistica, per quanto i legami
della cultura e della tradizione permanessero, fu scossa. All’unico centro politico rappresentato da Roma (unico per
la lingua latina, in quanto Bisanzio era il polo della cultura e della lingua greca), vennero sostituendosi altri
agglomerati politici. E se la forza centripeta rappresentata da Roma (che rimaneva il fulcro tradizionale e il
centro della Cristianità) permaneva, sia pure indebolita, altri centri iniziarono una loro forza d’attrazione,
sia politici che religiosi; si assiste così ad una lotta fra la vecchia forza accentratrice e nuove forze
centrifughe, dalle risultanti della quale sorge l’armonia del nuovo mondo linguistico neolatino.

La filologia romanza è una disciplina di carattere prevalentemente medioevalistico: il sorgere e l’affermarsi


dell’individualità delle lingue neolatine avvenne infatti in pieno Medioevo. Ma per quanto si possano individuare con
sufficiente esattezza le più antiche attestazioni di ciascuna delle varietà romanze, bisogna limitarsi ad esaminare in
monumenti scritti, i quali, proprio per il persistere della tradizione culturale latina in Occidente, sono certo posteriori
alla formazione delle stesse varietà neolatine come lingue familiari o parlate. La ricostruzione dell’aspetto parlato
delle singole lingue neolatine nel periodo delle origini non è talvolta possibile neppure con l’aiuto del metodo
storico-comparativo.

Le lingue neolatine, appunto per la loro grande somiglianza reciproca e per il fatto che il Latino è una lingua nota e
conservata, rappresentano l’ideale di un gruppo di lingue geneticamente affini e la parentela di alcune di queste
lingue fra loro, nonché la comune discendenza dal Latino, fu già intravista molti secoli prima che sorgesse la
linguistica storica, anche se sovente con errori di prospettiva.

Ma altro è affermare e dimostrare scientificamente che due o più lingue sono affini genealogicamente e altro è
stabilirne un’esatta classificazione. Finché si credeva che la lingua fosse una specie di organismo vivente e che la
classificazione delle lingue potesse farsi con gli stessi criteri usati nelle scienze naturali per gli animali e le piante,
si costruì una specie di albero genealogico, per cui da un tronco comune (lingua madre) si staccavano alcuni rami
(lingue figlie) che a loro volta si dividevano in rami secondari. Ma al criterio dell’albero genealogico, troppo
semplicistico e meccanico, si venne pian piano sostituendo, specialmente in grazia delle esperienze compiute in
territorio romanzo, un nuovo criterio basato sull’osservazione che le innovazioni linguistiche si propagano come
onde. Quindi non più un tronco ma vari cerchi che, partendo da centri diversi, si intersecano fra loro come quelli
prodotti da una manciata di sassolini gettata in uno specchio d’acqua.
Federico Diez, distingueva solo sei lingue neolatine: l’Italiano e il Valacco (=Rumeno) che formavano la sezione
orientale, il Portoghese e lo Spagnolo che formavano quella occidentale e il Provenzale e il Francese che
formavano una sezione nord-occidentale. Affermò ciò basandosi più su argomentazioni filologiche che
glottologiche; considerò infatti solamente quelle lingue neolatine che avevano o avevano avuto una
tradizione letteraria.

Isaia Ascoli nei suoi celebri “Saggi ladini” che aprivano la serie dell’”Archivio Glottologico Italiano” A.G.I. – sede a
Torino(dal 1873) non solo dette un luminoso esempio di trattazione dialettologia con profondo senso geografico e
storico, ma cercò di fissare la posizione di un gruppo di parlate neolatine che, a suo avviso, dovevano formare
un’unità in seno alla Romania linguistica, e cioè il Ladino. L’Ascoli riunì sotto questo nome tre gruppi di dialetti
separati fra loro e non formanti né un’unità geografica, né un’unità storica, né, molto meno, un’unità politica e cioè
le parlate romance del Cantone dei Grigioni, alcuni dialetti dell’Alto Adige (Ladino dolomitico) e il Friulano.

J. Th Haller, 1832, è certo che l’opera di Ascoli rappresentò, specialmente dal punto di vista metodologico, un
grande progresso. Per fissare l’unità linguistica ladina, egli si basò sulla presenza in questi dialetti di un certo
numero di fenomeni fonetici e morfologici che li caratterizzano e li distinguono dalle parlate circonvicine. Non è
dunque più il concetto filologico della presenza o dell’assenza di una letteratura, non è neppure il concetto, sempre
piuttosto vago, della “comprensibilità fra i parlanti”, né quello politico di “lingua nazionale”, che induce alla
formazione di un’unità linguistica, ma sono argomenti interni, esclusivamente glottologici. Qualche anno dopo, lo
stesso Ascoli tentò di isolare un altro gruppo di parlate romanze: il Franco-Provenzale. Egli riunì sotto questo
nome i dialetti della Svizzera romanda e alcune varietà dialettali della Francia Sudorientale e della Val d’Aosta che
presentano caratteristiche comuni e si differenziano sia dai dialetti provenzali sia da quelli francesi. Per quanto
contro l’indipendenza del ladino, come unità linguistica, si sia levata la voce di parecchi glottologi e contro l’unità
Franco-Provenzale si pronunciasse assai autorevolmente Paul Meyer, il principio fissato da Ascoli si impose anche
al di fuori del campo neo-latino (cioe’ viene impiegata come criterio linguistico di base un po’ in tutto il mondo).

La costruzione di un’ unità linguistica indipendente in seno alla famiglia neolatina non modifica notevolmente i
risultati acquisiti dalla grammatica comparata delle lingue romanze, ma può modificare i concetti che si hanno dei
rapporti di parentela reciproci fra le singole varietà neolatine.
W. Meyer-Lübke nella sua Einführung in das Studium der romanischen Sprachwissenschaft, Heidelberg 1920,
distingue, nella famiglia neolatina, nove unità che enumera, seguendo l’odine geografico, da oriente ad occidente:

Rumeno
Dalmatica
Retoromanzo (=Ladino)
Italiano
Sardo
Provenzale
Francese
Spagnolo
Portoghese

Nella classificazione di Meyer-Lübke il Catalano viene riunito qui al Provenzale, mentre vengono considerati come
indipendenti il Ladino o Retoromanzo, il Dalmatica e il Sardo. Il Franco-provenzale, invece, non gode di una
posizione indipendente.
Anche se ci basiamo, come Ascoli, su criteri linguistici, cioè sulla convergenza e divergenza di fenomeni fonetici,
morfologici, ecc., difficilmente arriviamo a tracciare limiti netti fra lingue genealogicamente affini; un confine sicuro
ed evidente si avrà solo fra lingue di carattere considerevolmente diverso, mentre, fra lingue appartenenti alla
stessa famiglia, il passaggio fra le singole varietà dialettali è, nella maggioranza dei casi, indispensabile. Inoltre la
geografia linguistica ha dimostrato che piuttosto che parlare di “linee” di demarcazione di fenomeni linguistici,
bisogna parlare di “fasce”, in quanto anche i fenomeni fonetici e morfologici più importanti non hanno le stesse
linee di confine in tutti gli esempi.

Un altro modo per classificare le lingue romanze è il seguente:

Rumeno
Dalmatico Balcano-romanzo
Italiano
Sardo Italo-romanzo
Ladino
Francese
Franco-provenzale
Provenzale (e Guascone) Gallo-romanzo
Catalano
Spagnolo Ibero-romanzo
Portoghese

Il Dalmatico viene posto nel gruppo Italo-romanzo e viene quindi coordinato all’italiano a pari del Ladino e del
Sardo. Ora è indubbio che il Dalmatica presenta molti punti di contatto, reali o apparenti, con l’Italiano (coi dialetti
italiani meridionali, e specialmente abruzzesi e pugliesi), ma è sicuro che il Dalmatica rappresenta piuttosto una
continuazione della romanità orientale e, pure essendo nettamente distinto dal Rumeno, concorda mirabilmente,
per parecchi tratti essenziali, con il Rumeno e con gli elementi latini dell’Albanese. Il Dalmatica quindi può essere
considerato come il ponte di passaggio fra Balcano-romanzo e l’Italo-romanzo, analogamente al Catalano, che, pur
riunito al Gallo-romanzo, segna il passaggio fra questo e il l’Ibero-romanzo (e perciò nel nostro specchietto il
Dalmatica è unito con una graffa al Balcano-romanzo e con un’altra all’Italo-romanzo e il Catalano con una al
Gallo-romanzo e con l’altra all’Ibero-romanzo).

Riconoscere quindi un’indipendenza assoluta o relativa a una varietà romanza come il Ladino, il Catalano o il
Sardo, ha un valore prevalentemente pratico e significa che questa varietà romanza ha una sua individualità che
permette di considerarla come “unità indipendente” nel campo neolatino o come coordinata ad altre in un generale
sistema di varietà molto affini fra di loro e risalenti tutte ad una medesima origine. La transizione fra un gruppo e
l’altro è però, per lo più, graduale. Fra l’Italo-romanzo e il Gallo-romanzo abbiamo il gruppo dei dialetti gallo-italici, i
quali, pur appartenendo al sistema linguistico italiano, se non altro per il secolare ambientamento storico- culturale,
formano un ponte fra l’Italo-romanzo e il Gallo-romanzo, ed anzi, pere certe notevoli caratteristiche, concordano
forse più con quest’ultimo.

Del resto anche la differenza fra “lingua” e “dialetto” è un problema di indole essenzialmente pratica e non
scientifica e può essere la conseguenza di fattori storici e politici. Un esempio notevolissimo è quello della
pretesa lingua moldava; naturalmente se si ammette che il Moldavo, praticamente al di qua e al di là del Prut, è
una varietà romanza parallela ma indipendente dal Rumeno, a maggior ragione si dovranno ritenere lingue
romanze orientali indipendenti l’Arumeno, il Megleno-rumeno e l’Istro-rumeno (in varie zone dell’ex Yugoslavija –
Istria), come fanno oggi alcuni linguisti rumeni.

4. IL LATINO VOLGARE

Il latino che gli allievi del liceo imparano adesso è il latino letterario dell'epoca aurea della letteratura romana; i
modelli di stile loro raccomandati sono anzitutto lo scrittore Marco Tullio Cicerone (106-43 a. C), famoso per le
sue orazioni politiche e giudiziarie, i suoi trattati sull'arte oratoria e la filosofia, e per le sue lettere, e il poeta
Publio Virgilio Marone (71-19 a. C.) che compose l'epopea nazionale dell'impero romano, l’Eneide, e che nel
Medioevo, a causa di una delle sue egloghe in cui celebrava la nascita di un fanciullo miracoloso, era ritenuto
un profeta di Cristo. Questi autori e i loro pari si servono di uno stile schiettamente letterario - ricco di
sfumature, però, poiché Cicerone, ad esempio, si serve talora nelle lettere di uno stile familiare, ma si tratta di
una familiarità elegante o artistica. In ogni caso, il latino che scrivono è lontanissimo dal linguaggio corrente.

Ma il latino che ha costituito la base delle diverse lingue romanze e che ne rappresenta la forma originaria, non
fu questo latino letterario; fu, com'è naturale, la lingua usata correntemente. Per indicare il latino parlato dal
volgo, gli eruditi si servono del termine «latino volgare ». Per la verità, l'espressione non è stata inventata dagli
studiosi moderni; già nella bassa antichità, e nei primi secoli del Medioevo, si designava il linguaggio del popolo
in opposizione al linguaggio letterario come lingua « rustica » o « volgare » (lingua latina rustica, vulgaris); e
cosi per molto tempo le stesse lingue romanze sono state indicate con questo termine; per un italiano, uno
spagnolo, un francese del Medioevo la propria lingua materna fu a lungo « la lingua volgare »; Dante ha
intitolato uno dei suoi scritti, in cui parla della maniera di comporre opere letterarie in lingua materna, De
vulgari eloquentia; fino al XVI secolo, cioè fino al Rinascimento, questo modo di designare le lingue romanze era
corrente, e, in effetti, esse non sono che la forma attualmente raggiunta dal latino volgare nel suo sviluppo. È
una delle nozioni fondamentali della filologia romanza che le lingue romanze o neolatine si sono sviluppate dal
latino volgare.

Cos'è il latino volgare? È il latino parlato — dunque non è qualcosa di fisso e stabile. Figuratevi ora le diversità
locali del latino volgare; lo si parlava in Italia, in Gallia, in Spagna, nell'Africa del Nord e in molti altri paesi
ancora; e in ognuno di questi paesi si era sovrapposto a un'altra lingua, la lingua iberica o celtica ad esempio,
che gli abitanti avevano parlato prima della conquista romana; si è sovrapposto ogni volta, per ricorrere al
termine scientifico, a un'altra lingua di substrato. La lingua di substrato, smettendo a poco a poco di essere
parlata, aveva lasciato un residuo di abitudini di pronuncia, di procedimenti morfologici e sintattici che i
romanizzati di fresca data introducevano nella lingua latina che parlavano; conservavano anche alcune parole
della loro antica lingua, sia perché erano troppo profondamente radicate, sia perché non si trovavano
equivalenti latini; è soprattutto il caso delle denominazioni delle piante, degli strumenti agricoli, dei capi di
vestiario, delle vivande, eccetera… di tutte le cose, in breve, strettamente legate alle differenze di clima, alle
abitudini rurali e alle tradizioni regionali. Finché l'impero romano rimase intatto, la comunicazione ininterrotta
tra le diverse province (grazie al commercio, fiorentissimo, nel Mediterraneo) impediva una completa separazione
linguistica; ci si comprendeva a vicenda.

Ma dopo la definitiva caduta dell'impero, dopo il V secolo, divenute le comunicazioni difficili e scarse, i
paesi si isolarono, e, sempre più, ogni regione segui un suo particolare sviluppo. Poiché nello stesso
tempo la cultura letteraria, che avrebbe potuto continuare a servire da legame tra le diverse parti del mondo
romanizzato, cadde in estrema decadenza, non rimase più nulla per controbilanciare il progredire dell'isolamento
linguistico, cui contribuiva anche la varietà degli eventi e sviluppi storici nelle diverse province.

Questo per il differenziarsi locale del latino volgare; prendiamo ora in considerazione il suo differenziarsi nel
tempo. Le lingue vivono con gli uomini che le parlano e cambiano con loro. Ogni lingua si modifica di generazione
in generazione. Si intende facilmente come la lingua parlata cambi molto più rapidamente della lingua scritta e
letteraria; quest'ultima rappresenta l'elemento conservatore e ritardatario dello sviluppo. La lingua letteraria
mira ad essere corretta, cioè a stabilire una volta per tutte cosa è giusto e cosa no; l'ortografia, il significato
delle parole e dei modi di dire, la sintassi della lingua letteraria obbediscono a una tradizione duratura, a volte
addirittura sono sottoposte a un regolamento ufficiale, essa esita a seguire l'evoluzione linguistica che,
generalmente (pur con qualche eccezione), è opera semincosciente del popolo o di alcuni suoi gruppi.

La lingua letteraria non adotta, come regola generale, le innovazioni linguistiche se non molto tempo dopo il
loro ingresso nell'uso corrente della lingua parlata. Nell'antichità (e in tutte le epoche fortemente influenzate da
idee antiche sulla lingua letteraria) questa fu conservatrice all'eccesso: esitava a lungo a seguire lo sviluppo
popolare, e nella maggioranza dei casi non lo seguiva affatto. A questo proposito è il caso di ricordare la critica
estetica dell'antichità: essa considerava il bello come un modello fisso, perfetto, a cui un cambiamento poteva
solo togliere parte della bellezza; ciò si applicava, beninteso, anche alla lingua letteraria. Il latino parlato (o
volgare) di conseguenza è cambiato molto più rapidamente e radicalmente del latino letterario. Le tendenze
conservatrici non sono riuscite a salvare del tutto il latino letterario da ogni cambiamento; anch'esso si è
modificato nel corso dei secoli. Ma queste modificazioni sono insignificanti in confronto alle profonde
trasformazioni subite dal latino volgare, che, aggiunte alle differenziazioni locali, ne hanno fatto poco alla volta il
francese, l'italiano, lo spagnolo, ecc.

Dal resoconto fatto della differenziazione locale e temporale del latino volgare, risulta che non si tratta di «una»
lingua, ma di una concezione che abbraccia gli idiomi più diversi. Lo studio di una lingua parlata nel suo
complesso comporta ricerche lunghe e difficili, per cui occorre una formazione linguistica speciale. Ed è ancor
molto più difficile per una lingua dell'antichità che per una lingua moderna; innanzitutto perché la differenza tra
lingua letteraria e lingua parlata era maggiore che al giorno d'oggi; siamo in possesso di un numero abbastanza
considerevole di documenti della lingua letteraria dell'antichità latina, ma siamo quasi completamente privi di
fonti per studiare la lingua parlata; solo per caso ce ne sono stati conservati alcuni avanzi. Non si pensava a
fissarla per la posterità, poiché non la si considerava degna, e non si disponeva di strumenti appropriati per
farlo anche se si fosse voluto; i dischi su cui noi oggi fissiamo le lingue e i dialetti parlati che ci interessano, non
esistevano ancora. E la difficoltà principale, naturalmente, è che il latino volgare non si parla più. Lo studio
comparato delle lingue romanze è la nostra fonte più ricca per la conoscenza del latino volgare; i tratti comuni,
sia nell'evoluzione dei suoni, sia nelle forme morfologiche, sia nel vocabolario, sia infine nella struttura della
frase possono essere attribuiti con molta verosimiglianza al latino volgare delle epoche in cui la differenziazione
linguistica delle province dell'impero non aveva ancora fatto sufficienti progressi per impedire la mutua
comprensione e la coscienza di parlare una sola lingua.

Ma possediamo anche alcune fonti antiche e dirette per il latino volgare. Linguaggi volgari di cui si ritrovano le
tracce nelle lingue romanze sono frequenti nelle commedie del poeta Plauto (circa 200 a. C); se ne trovano
talora nelle lettere di Cicerone; uno scrittore contemporaneo di Nerone, Petronio, ha composto un romanzo,
che, nella parte conservata, contiene la descrizione satirica di un banchetto di nuovi ricchi che parlano un gergo
di uomini d'affari pieno di volgarismi; sui muri di Pompei, sepolta dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d. C. e
tornata alla luce grazie agli scavi dei secoli scorsi, si sono trovati moltissimi scarabocchi che, privi di ambizioni
letterarie, spesso triviali, offrono un'immagine fedele benché assai incompleta della lingua parlata del tempo; si
trovano volgarismi anche negli scritti conservatici su argomenti tecnici e pratici, ad esempio sull'architettura,
l'agricoltura, la medicina o la veterinaria, poiché coloro che li componevano raramente erano dotati di una
formazione letteraria, e i soggetti che trattavano li obbligavano a volte a servirsi di termini e locuzioni della
lingua corrente. Nel periodo di decadenza della cultura antica, le fonti del latino volgare diventano anche un
po' più abbondanti; molti scrittori di questa età scrivono dei volgarismi senza accorgersene, poiché la loro
educazione letteraria è insufficiente per scrivere in uno stile puro. Forme volgari si trovano anche negli scritti di
alcuni Padri della Chiesa, nelle traduzioni latine della Bibbia, nelle iscrizioni di ogni genere, soprattutto funerarie,
sparse un po' dovunque nelle province dell'impero.

Ci è stata conservata la relazione di un viaggio compiuto in Palestina da una religiosa probabilmente originaria
della Francia meridionale, pare nel VI secolo (né l'origine della monaca né l'epoca del viaggio hanno potuto
essere stabilite con esattezza); questo rapporto, Peregrinatio Aetheriae ad loca sancta, tradisce ovunque le
forme della lingua parlata; lo stesso accade per la Historia Francorum scritta verso la fine del vi secolo dal
vescovo Gregorio di Tours. Deriviamo altre testimonianze dagli scritti dei grammatici: preoccupati di salvare la
buona tradizione, molto scontenti della decadenza dello stile elegante, componevano manuali del linguaggio
corretto, e le forme che essi citano condannandole come errate, ci rivelano quale fosse effettivamente l'uso
parlato. Da tutte queste testimonianze, unite a quelle che ci forniscono le lingue romanze, possiamo
ricostituire una immagine del latino volgare che, pur incompleta e sommaria, ci permette di studiarne le tendenze
e le qualità principali.

5. IL LATINO E I DIALETTI ITALICI


Il latino era originariamente solo il dialetto di Roma e non si estendeva al di là della riva destra del Tevere. Il nome
stesso di Roma, per quanto le ricerche etimologiche moderne non abbiano portato a risultati concordi e indiscussi,
non solo non è latino, ma non è probabilmente neppure indoeuropeo. L’aggettivo latinus è un etnico tratto dal
toponimo Latium (che potrebbe significare “paese piano”, in contrapposizione alla montuosa Sabina, ma il nome
non è probabilmente indoeuropeo, dato che anche in Etrusco lat- è radice assai diffusa; già presso gli scrittori
romani ha un senso diverso a seconda che è riferito alla lingua o al popolo.

Infatti latina lingua, per la lingua parlata dai Romani, è molto più frequente di romana lingua, mentre in senso etnico
e politico Latini (Latinum nomen, homines nominis Latini) fu denominazione di quei popoli del Lazio “socii” dei
Romani che godevano di speciali privilegi, partecipando al commercium in misura maggiore degli altri alleati,
godendo comunanza in conubium ed avendo speciali facilitazioni per acquistare la cittadinanza romana, ma che
non di rado furono, nei primi secoli della storia romana, in conflitto con Roma.
Dal punto di vista linguistico, il Latino fa parte della famiglia indoeuropea, in cui rappresenta un’area marginale del
gruppo di lingue kentum. Strettamente affini al Latino, divenuto poi lingua nazionale di Roma e, in seguito, di gran
parte dell’immenso impero romano, erano talune varietà dialettiche finitime territorialmente (che qualche linguista
chiama “ausoniche”) pochissimo conosciute, ad eccezione del Falisco(dialetto di Falerii, città posta in territorio
etrusco, dove ora sorge Civita Castellana, in provincia di Viterbo, ma linguisticamente “ausonica”). Fino a non molti
anni fa erano considerati relativamente affini al latino anche i dialetti italici di tipo Osco-Umbro. La maggior parte
degli indoeuropeisti aveva costituito infatti un gruppo italico che comprendeva da una parte il Latino-Falisco e
dall’altra l’Osco-Umbro.

Il gruppo Osco-Umbro, o Italico propriamente detto, secondo la terminologia più comune) comprendeva i dialetti
seguenti:
L’Osco, lingua degli antichi Sanniti (Samnites), parlata nel Sannio e nella Campania, in parte della Lucania e del
Bruzio, nonché dai Mamertini nella colonia siciliana di Messana (Messina). Ci è conosciuto da oltre 200 iscrizioni,
le più importanti delle quali sono la Tabula Bantina e il Cippus Abellanus.
I dialetti Sabellici, gruppo di varietà dialettali assai poco conosciute dei popoli che abitavano fra il Sannio e
l’Umbria: erano dialetti sabellici il Peligno, il Marrucino, il Vestino, il Marsico e il Sabino. Essi mostrano, dal poco
che ne conosciamo, maggiore affinità con l’Osco che coll’Umbro; più vicino all’Umbro era invece il Volsco,
quantunque in epoca storica fosse parlato in una regione posta parecchio più a Sud delle regione abitate dagli
Umbri e cioè fra Velletri e Formia, tra il fiume Sacco e il mare; il Volsco ci è noto specialmente grazie a
un’importante iscrizione di Velletri (Tabula Veliterna).
L’Umbro parlato fra il Tevere e il Nera nell’antica Umbria (più ristretta della moderna); era il più settentrionale dei
dialetti italici ed è il meglio conosciuto, specialmente grazie alle famose Tavole Iguvine, sette tavole di bronzo,
scritte su ambedue le facce e scoperte a Gubbio nel 1444.
In questi ultimi anni alcuni studiosi, e specialmente Giacomo Devoto, hanno sostenuto non solo che la
separazione fra Osco-Umbro e Latino-Falisco è anteriore alla migrazione nella Penisola, ma che i due gruppi
debbono considerarsi fondamentalmente separati, distruggendo così, non solo l’unità, ma anche la stessa ragione
di essere un “gruppo italico”.
Il Latino era dunque in origine la lingua di Roma e delle sue immediate adiacenze; al di là del Tevere si
parlava già Etrusco e l’isola linguistica dei Falerii si mostra un dialetto di tipo latino, ma già
considerevolmente differenziato.

6. GLI ELEMENTI DIALETTALI DEL LATINO


Dalla diffusione del Latino su un territorio sempre più vasto derivarono due conseguenze: la prima, che il Latino,
venendo a contatto con idiomi diversi, esercitava, ma nello stesso tempo subiva, un influsso più o meno notevole;
la seconda, che è in un certo modo il corollario della prima, che il Latino, se pure era relativamente unitario nella
primitiva piccola patria di origine, doveva man mano differenziarsi nelle singole regioni. Finchè il legame politico col
centro rimase forte, queste differenze dovettero limitate; quando, in seguito a eventi politici, si fece più debole e si
ruppe del tutto, le differenze si approfondirono.
D’altro canto, si è visto che Roma non imponeva la sua lingua; erano generalmente le popolazioni soggette che
desideravano elevarsi culturalmente usando il Latino. Anche qui avvenne come quasi ovunque quando due popoli
si trovano in contatto: prevale linguisticamente quello che ha il prestigio maggiore. E così Roma riuscì a far
prevalere, pur senza costrizione, il Latino sull’Osco, sull’Umbro e perfino sul Gallico e sull’Etrusco, ma solo
parzialmente ebbe ragione del Greco che aveva un prestigio culturale maggiore.
Che il Latino stesso abbia subito un considerevole influsso dagli idiomi dei popoli sottomessi è un fatto accertato; è
naturale che tutte le popolazioni assoggettate, federate, ecc., prima di perdere la loro lingua a vantaggio del Latino
abbiano avuto un periodo più o meno lungo di bilinguismo. Alcune delle lingue preromane hanno avuto nel territorio
romanizzato una vitalità considerevole per molto tempo.

Quello che il Latino ha mutato dagli idiomi dei popoli sottomessi ed è testimoniato dal Latino stesso non entra,
propriamente parlando, nel campo della linguistica romanza, ma investe solo il dominio della storia della lingua
latina. Il grande latinista francese Alfred Ernout, in un libro diventato ormai classico Les èlèments dialectaux du
vocabulaire latin (Paris, 1909), ha riunito tutti gli elementi di provenienza dialettale attestati nel Latino. La maggior
parte non interessa però altro che indirettamente la linguistica romanza. Infatti, quando il romanista trae l’italiano
fuso, rum. fusu, spagn. huso, ecc. dal lat. fusus di ugual significato, ha, per così dire, assolto il suo compito, in
quanto fusus è parola largamente attestata in Latino. Che poi fusus, per via di –s intervocalico, non possa essere
parola latina originaria, ma sia probabilmente un elemento dialettale italico è problema che interessa solo la
linguistica latina.

È stato un grande merito di G. I. Ascoli l’avere messo in evidenza le cosiddette “reazioni etniche”, l’influsso cioè
del sostrato e l’insegnamento ascoliano è stato raccolto specialmente dalla scuola linguistica italiana.
A parte quelle parole che, già attestate più o meno largamente nel lessico latino, anche se di origine dialettale,
possono considerarsi latine, almeno agli effetti della romanistica, a parte la toponomastica che in ogni regione
conserva, come è provato, elementi delle lingue preesistenti, traspaiono nelle lingue romanze alcune tendenze
fonetiche e non pochi elementi lessicali sicuramente o verosimilmente attribuibili al sostrato preromano.

7. IL SOSTRATO ITALICO
Una delle differenza caratteristiche dell’Osco-Umbro di fronte al Latino sta nel trattamento delle aspirate
indoeuropee in posizione intervolcalica, che in questi dialetti venivano rese con delle spiranti ed in Latino con le
sonore b, d ( per es. o.tfei, u.tefe, lat.tibi; cfr. antico indiano tùbhyam; o.mefiai “in media”, lat.medium; cfr. antico
indiano madhyah). Le voci latine, purchè non composte, che presentano –f- intervocalico sono, per lo più, di origine
dialettale italica, anche se alcune risultano già largamente attestate in Latino, sia come unica froma esistente (per
es. tofus, tufus “tufo”) sia, più spesso, accanto a una forma cittadina con fonetica romana normale, per es. bufo
accanto a bubo, bufalus accanto a bubalus, ecc.

Molto spesso ambedue le forme sopravvivono nel Romanzo; così scrofa si continua in rumeno scroafa, ital. scrofa,
ma il franc. ant. escroue, franc. mod ècrou “madrevite” si spiega meglio da un scroba, sia che si voglia vedere in
questa forma un fonetismo cittadino in confronto a quello italico, sia che si tratti di una contaminazione tra scrofa e
scrobis. In questo caso è però la forma di tipo dialettale italico la sola attestata in Latino.
Vi sono invece dei casi in cui soltanto le lingue romanze attestano una forma con fonetismo italico. La mancanza di
attestazione in Latino non è una prova assoluta dell’inesistenza della voce nella stessa Roma, ma è per lo meno un
indizio che, se la parola esisteva, aveva limitata vitalità, sì da non apparire nelle fonti letterarie o epigrafiche a noi
tramandate; può però anche essere indizio che si trattava di una voce regionale in uso solo in alcuni territori. Così
per es. mentre bufalus (>ital. bufalo) accanto a bubalus (>rum. bour) è attestato, per quanto in epoca tarda il Latino
ci tramanda solo la forma bubulcus (engadinese buolch, comelicese bolku, friul. beolc, ven. beolco), ma l’italiano
bifolco postula sicuramente una forma dialettale bufulcus, bifulcus.

Spetta all’Ascoli il merito di aver attirato l’attenzione degli studiosi su questo problema in una delle sue lettere
glottologiche. Anche se, in alcuni casi, l’-f- può avere altre spiegazioni (dissimilazione, carattere espressivo, ecc.)
certo le forme con –f-, attestate o meno, erano abbastanza numerose nel Latino volgare, e non solo in quello
regionale dei territori con ad strato prima e sostrato poi di dialetti italici, e comprovano che i “coloni romani non
portavano un Latino puro e questo, lontano da Roma, e forse in ambiente propizio, si è fissato sulla pietra [e si è
continuato nel Romanzo] con tracce che, sia pure indirettamente, sono osco-umbre”.

8. IL SOSTRATO ETRUSCO
Anche se la simbiosi latino-italica era più facile per l’affinità razziale e linguistica, se gli elementi sabini erano più
agevolmente assimilabili nel Latino, gli elementi italici non furono tuttavia i soli ad entrare nel lessico latino, né i
dialetti italici formano l’unico elemento del sostrato del romanzo della Penisola Italica. Secondo Livio, IX, 36, 3,
all’epoca dei re, l’Etrusco era pubblicamente insegnato a Roma; del resto è molto probabile che l’alfabeto latino,
pur essendo di origine greca, sia pervenuto ai Romani attraverso gli Etruschi. Ciò è reso molto verosimile
specialmente dal fatto che Γ greco è reso con la sorda C e che G, modificazione seriore di C, è un’innovazione del
III secolo che Plutarco attribuisce a Spurio Carvilio Ruga; ora è noto che l’Etrusco non possedeva le sonore e
quindi Γ greco aveva lo stesso valore di K. Ciò non dava luogo a inconvenienti in Etrusco: non così in Latino dove i
fonemi c e g erano nettamente distinti.

L’Etrusco era una lingua completamente diversa dal Latino, anzi, secondo ogni probabilità, non era neppure una
lingua indoeuropea. Il problema delle origini etrusche è molto dibattuto fino a oggi fra gli studiosi. La provenienza
degli Etruschi dalla Lidia, o più genericamente dall’Asia Minore, affermata quasi concordemente dagli
storici greci e romani (cominciando da Erodoto I, 94) è contraddetta dal solo Dionigi di Alicarnasso che li
considera autoctoni. Tra gli studiosi, la tesi oggi prevalente è quella di una concordanza più sensibile fra l’Etrusco
e lingue asiatiche e, più remota, con l’Indoeuropeo.

Ma tutti questi problemi interessano più la linguistica latina che quella romanza. Parallelamente a quanto si è detto
per i dialetti italici, dal punto di vista romanistica importa vedere se i dialetti romanzi, formatisi dall’evoluzione del
Latino su territorio che fu etrusco, conservino tracce di qualche reazione etnica etrusca. Qui la questione è
complicata dal fatto che il territorio etrusco subì, nel corso dei secoli, variazioni notevoli e gli Etruschi si spinsero
anche nella pianura padana verso le Alpi. Per ciò che concerne l’Etruria propriamente detta, corrispondente
press’a poco all’odierna Toscana – a un dipresso fra il Tevere e l’Arno – vi è un fenomeno fonetico che, da alcuni
studiosi, si è voluto far risalire ad una tendenza di origine etrusca. È quella della cosiddetta gorgia toscana, cioè
l’aspirazione o spirantizzazione delle sorde intervocaliche –c-, -t-, -p- (e per fonetica sintattica, anche in formula
iniziale, purché precedute da parola uscente in vocale non accentata). L’area che aspira il –c- (tipo: fiho “fico”, la
hasa “la casa”) è maggiore di quella che aspira il –t- (tipo: ditho “dito”, statho “stato”), mentre assai ridotta è l’area
dell’aspirazione di –p- (tipo: cuphola “cupola”, lupho “lupo”).
È noto che il sistema fonologico dell’Etrusco possedeva tre aspirate sorde: θ, φ, χ. Lo studioso C. Merlo
insiste sull’importanza di ritrovare nel Toscano, e in esso solo, una tendenza fonetica che fu sicuramente
etrusca e non italica o celtica. Anzi, la disposizione geografica delle aspirate toscane confermerebbe l’ipotesi del
sostrato etrusco; esse mancherebbero alla Versilia, il cui sostrato non fu etrusco, ma ligure, e mancano nella parte
meridionale dell’Etruria, al di là dell’Ombrone, nonché nell’estremo lembo orientale, nella regione aretino-
chianaiola, dove il sostrato fu probabilmente umbro.

9. IL SOSTRATO GRECO
Nell’Italia meridionale i Romani non incontrarono solo popolazioni italiche, ma anche Japigi e Messapi nella
Puglia, Brutii nell’Abruzzo, e massimamente Greci. Come sempre accade quando i Romani si trovarono a contatto
con il mondo greco, il prestigio della lingua e della cultura greca fu tale che rese più lento e difficile il
processo di romanizzazione.

La colonizzazione greca deve essere stata iniziata verso la metà del secolo VIII a. C. (la tradizione, riferita da
Eusebio di Cesarea, pone la fondazione di Cuma già nel 1050 a. C.) e le colonie greche raggiunsero la massima
floridezza fra il VII e il Vi secolo a.C. (Taranto, Sibari) per poi declinare, sia a causa di lotte intestine sia per le
pressioni e le invasioni italiche. Più pericolosa fu, naturalmente, l’inimicizia con Roma, alleata in un primo tempo
dei Lucani. Non bisogna dimenticare che Taranto, per opporsi a Roma, si servì dell’aiuto di Pirro. Contro il pericolo
della sopraffazione da parte dei popoli italici, non restò agli Italioti che porsi sotto la protezione di Roma ed
accogliere presidi romani.

I dialetti ellenici della Magna Grecia erano in prevalenza di tipo dorico e cominciarono assai presto ad assimilare
elementi latini. La romanizzazione fu certamente qui più difficile per la superiorità della cultura greca e noi abbiamo
prove della persistenza del Greco fino ad epoca abbastanza tarda, non solo attraverso le testimonianze degli
antichi, ma anche attraverso le iscrizioni. Ancora ai tempi di Tacito (120 d.C.), Napoli era considerata “urbs
quasi greca”. La questione della persistenza della grecità nell’Italia meridionale acquista, dal punto di vista
romanistica, una speciale importanza. Non si tratta infatti qui solamente di stabilire quale influsso abbia potuto
avere il sostrato greco, ma di appurare se la grecità tuttora esistente in due isole linguistiche dell’Italia meridionale
sia continuazione diretta di quella della Magna Grecia o importazione bizantina. Il Greco, infatti, si parla ancora
oggi in due piccole oasi nell’Italia meridionale, l’una ormai ristrettissima, nella Calabria meridionale, a oriente di
Reggio intorno a Bova, l’altra un po’ più vasta in Terra d’Otranto a sud di Lecce.

I dialetti di queste due isole linguistiche corrispondono, per la massima parte, sia sotto l’aspetto fonetico,
morfologico e sintattico, sia sotto quello lessicale, ai dialetti neoellenici della Grecia, ma presentano anche alcuni
interessanti caratteri arcaici.
Il Latino aveva già assimilato, fin da epoca considerevolmente antica, elementi greci, ricevendoli dalla Magna
Grecia, come mostra il carattere fonetico proprio dei dialetti dorici (p. es. machina, già documentato in Plauto e che
per il suo –a- non può rappresentare l’attico -ή- mentre mēchanicus, documentato in Lucilio, mostra col suo ē
un’origine ionico-attica; cosi pure malus “melo” e malum “mela” sono mutuati dalla forma dorica malon (ma le
lingue romanze partono tutte da una seriore mutazione ionico-attica mēlum<melon, documentata da Petronio).
Gli influssi del sostrato greca, sia esso antico o più recente, si rivelano anche nel campo della sintassi; p. es. il
Neogreco ha perduto l’infinito nelle proposizioni oggettive e lo sostituisce col congiuntivo, alla stessa guisa del
Rumeno; anche il Calabrese usa lo stesso processo, certo per calco sul Greco, sostituendo la congiunzione νά
(nà) del Neogreco ( na ) con mu (lat. modo), p. es. voliti mu veniti “volete venire” (cfr. a Bova élite na értite).

IL SOSTRATO CELTICO
I Galli abitarono la maggior parte dell’Italia settentrionale prima della colonizzazione romana entrando in contatto
con popolazioni preesistenti quali i Likures e i Venetii. Essi appartenevano al gruppo celtico, un ramo della famiglia
linguistica indoeuropea, e scesero dalla Gallia propriamente detta, corrispondente press’a poco alla Francia attuale
(dove erano giunti da Oriente, attraversando il Reno verso l’800 a. C.), nell’Italia settentrionale, cacciandone i
Liguri, gli Etruschi ed altre popolazioni precedenti.
L’influsso del sostrato celtico, che è certamente il più forte che si riscontri nel campo romanzo, non si limita solo a
relitti lessicali, ma si estende a tendenze fonetiche, a elementi di formazione e alla composizione delle parole. È
forse celtico il sistema vigesimale di numerazione di cui si ha un relitto nel francese quatre-vingt, benché non ne
manchino esempi anche in altri domini linguistici. Fra le tendenze fonetiche u problema molto dibattuto è stato
quello del passaggio ū >ü. Parecchi linguisti, considerando che nel territorio romanzo questo spostamento fonetico
si trova solamente in Francia, in parte della Ladinia e nei dialetti gallo-italici dell’Italia Settentrionale, non esitarono
a vedere le ragioni di questo mutamento in una reazione del sostrato gallico. Non si sa però se il gallico abbia mai
posseduto il fonema ü, ma la tendenza del Celtico medioevale e moderno a trasformare ü in i (p. es. irl. ant. rùn
“segreto”, gallese rhin; irl. ant. dùn “oppidum”, gallese dìn e così, nei prestiti latini, lat. cūpa > gallese cib “tazza”,
lat. dūrus >bretone dir “acciaio”) suppone un intermediario ü. Il problema fu per la prima volta impostato da Ascoli
in una delle sue famose “lettere glottologiche” e venne risolto in favore della “reazione etnica” in base a tre prove:
l’una “corografica”, per la corrispondenza del territorio che presenta ü con quello che fu di lingua celtica, la seconda
di “congruenza intrinseca”, per la presenza di i < ū in alcuni idiomi celtici moderni, la terza di “congruenza
estrinseca”, per la presenza di ü >ū in Neerlandese.

Tutto sommato si potrebbe ammettere, seppure con riserva, che la presenza di ü nei territori romanzi di sostrato
celtico si debba ad una “tendenza” di origine gallica che si manifesta nel campo neolatino, come in quello
germanico, a sostrato gallico (Neerlandese) anche se non si può escludere la possibilità di sviluppi indipendenti; le
condizioni del passaggio ū >ü non saranno state dappertutto le stesse e detto passaggio non sarà avvenuto in tutto
il territorio in una medesima epoca; è certo, per esempio, che in territorio francese la nasale tautosillabica seguente
tratteneva la spinta verso la palatalizzazione e così si spiega come ūnus abbia dato ö (scritto un) e non ǚn (scritto
une) come il femminile ūna, in cui la nasale fa sillaba con la vocale seguente (ū-na).

Un fenomeno fonetico di ancor maggiore portata ed estensione, che alcuni studiosi sono propensi ad attribuire al
sostrato celtico, è quello della sonorizzazione o lenizione delle consonanti sorde intervocaliche che abbraccia
tutta la Romania occidentale; questo è stato messo in relazione con un simile fenomeno di lenizione che si trova
nelle lingue celtiche. Benché per lo più trascurata dai linguisti, potrebbe forse mettersi in relazione con il sostrato
gallico la tendenza all’indebolimento e alla caduta delle vocali di sillaba debolmente accentata (atona) che
osserviamo nel galloromanzo, nei dialetti gallo-italici e, almeno parzialmente, anche in Portoghese; essa è stata
infatti collegata al sostrato celtico, ma si tratta di fenomeni di troppo larga estensione e di troppo facile spiegazione
fonetica per dar loro eccessivo peso.

Abbiamo dunque dimostrato come anche le lingue che il Latino trovò nella sua espansione attraverso l’Italia e
l’Europa abbiano lasciato, qua e là, delle orme sia nel latino stesso, sia nelle parlate romanze. Se il Latino, nella
sua or lenta or rapida conquista, avesse trovato dovunque una sola popolazione, se questa fosse stata sempre e
dappertutto, per lo meno relativamente, autoctona, noi avremmo al di sotto del Latino un semplice ed unico
“strato” cioè un “sostrato”. Ma il più delle volte le condizioni etniche erano già allora complesse; il Latino
trovò popolazioni mistilingue o anche dove trovò popolazioni linguisticamente omogenee, queste si erano, da un
tempo più o meno lungo, sovrapposte ad altre precedenti e conservavano esse stesse dei relitti di anteriori sostrati,
che vengono ad essere così, rispetto al Latino, dei “subsostrati”.

Prof. Pier Luigi Cavalchini . I.I.S. Saluzzo-Plana . Alessandria www.freewebs.com/salplana