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Roberto Bisceglia

ESERCITAZIONI

di

LABORATORIO CHIMICO

67 esercitazioni commentate

di LABORATORIO CHIMICO 67 esercitazioni commentate GENOVA - gennaio 2000 R OBERTO B ISCEGLIA : E

GENOVA - gennaio 2000

ROBERTO BISCEGLIA: ESERCITAZIONI DI LABORATORIO CHIMICO REV.16/01/2000

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Introduzione

La motivazione di questo lavoro è stata di poter disporre di uno strumento agile per le attività di esercitazioni dimostrative laboratorio chimico; per questo, ho ritenuto di dover raccogliere un numero sufficiente di schede di lavoro concernenti esperienze dimostrative, eseguite. cioè dal docente, tale da coprire tutto il programma didattico.

Le esperienze proposte coprono, infatti, molti degli argomenti di chimica generale, di chimica-fisica, di chimica inorganica e di chimica organica, sono di semplice esecuzione, non richiedono particolare abilità o strumentazioni complicate e sono, in ultimo, prive di elementi di particolare pericolosità.

Le schede non sono state rilegate né numerate sequenzialmente in modo da poterle disporre a piacere, a seconda del programma didattico scelto e sono, per la quasi totalità, indipendenti l'una dall'altra.

In ogni scheda sono riportati i materiali occorrenti, un breve richiamo teorico quando ritenuto necessario, e le procedure di esecuzione.

Vediamo nei particolari l'impianto del lavoro:

Materiali occorrenti: sono elencati reagenti, materiali e strumenti necessari all'esperienza. I reagenti utilizzati sono del tipo per analisi ( p.a. ), anche se è possibile utilizzarne anche di meno puri. La quantità di essi è, quando necessario, stechiometricamente corretta. Gli strumenti sono di normale dotazione dei laboratori chimici e fisici e possono, ovviamente, essere sostituiti da equivalenti.

Richiami teorici: quando lo ho ritenuto necessario ho inserito alcuni richiami teorici riguardo la materia trattata; questi non vogliono certo sostituirsi ai libri di testo, ma sono da considerarsi solo brevi note introduttive.

Esecuzione delle esperienze: le procedure sono indicate passo a passo, eventuali " trucchi " atti ad una migliore riuscita dell'esperimento sono descritti chiaramente, così come eventuali problemi di sicurezza. Per quanto riguarda quest'ultima si rimanda alle normative esistenti e alle consuetudini di laboratorio. Le esperienze proposte sono tra quelle che mostrano significative modificazioni visive dei reagenti con formazione di evidenti prodotti di reazione (es. sviluppo di gas, precipitazione, etc.) o con modifiche cromatiche, variazioni stato fisico o di pH.

Grafici e tabelle: quando necessario, a compendio di alcune schede, sono state riportate tabelle illustrative o riepilogative o grafici riportanti i risultati di esperienze-tipo. Tali grafici sono stati tutti effettuati al computer utilizzando dei fogli elettronici.

Questo lavoro arriva alla quarta revisione, migliorata sotto il profilo grafico, rivista in molte parti e con l'aggiunta di nuove esperienze. In attesa di una più completa revisione ed aggiornamento con nueve esperienze, ho ritenuto utile tradurre il lavoro in HTML al fine di poterlo pubblicare nel Web. Questo straordinario medium ha fatto sì che migliaia di interessati hanno potuto consultare ed utilizzare queste pagine.

Tutte le esperienze sono state ulteriormente testate durante gli anni scolastici 1994/1995 e seguenti nel corso di chimica del biennio geometri dell'Istituto tecnico statale commerciale e per geometri “In memoria dei morti per la patria” di Chiavari, oltre che da Colleghi in altre scuole.

Ritengo, tuttavia, che questo lavoro abbia ancora lacune e sarò grato a coloro che vorranno segnalarmele: provvederò alle necessarie correzioni nelle prossime stesure.

Desidero esprimere un particolare ringraziamento al prof. Augusto Biasotti, titolare di chimica nel nostro Istituto, per gli autorevoli ed amichevoli consigli, per le idee che mi hanno permesso di formulare molte esperienze e per la segnalazione di alcune imprecisioni presenti nelle prime stesure; identico ringraziamento va alla prof. Maria Grazia Revelli, docente di chimica al liceo Delpino, con la quale ho potuto scambiare innumerevoli opinioni durante i nostri quotidiani viaggi in auto tra Genova e Chiavari.

Soddisfazione per questo lavoro mi è giunta dai discenti che hanno apprezzato, con il loro interesse, la possibilità di verificare sperimentalmente molte delle cose apprese nel corso teorico.

Genova, dicembre 1999

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Roberto Bisceglia

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Sommario

1 - Le misure fisiche

1 - Gli stati di aggregazione della materia ed i passaggi di stato

1 - La materia: metodi di separazione delle fasi

1 - Studio della fusione e della solidificazione di una sostanza

1 - Determinazione della massa molecolare di un gas in base alla velocità di diffusione

1 - I miscugli ed i composti

1 - Verifica sperimentale della legge di Lavoisier

1 - L'esperienza di Crookes

1 - La spettroscopia

1 - I saggi alla fiamma

1 - La nomenclatura chimica: gli elementi

1 - La nomenclatura chimica: i composti

1 - Misura della pressione atmosferica: il barometro di Torricelli

1 - La legge isoterma dei gas ( legge di Boyle )

1 - La legge isobara dei gas ( legge di Gay-Lussac )

1 - La legge isocora dei gas ( legge di Charles )

1 - Classificazione di alcuni minerali secondo i sette sistemi cristallini

1 - Il legame chimico

1 - Legame ionico e covalente negli alogenuri d'argento

1 - Le soluzioni titolate

1 - Determinazione dell'entalpia in una reazione

1 - Studio della velocità di reazione

1 - Modifiche dell'equilibrio chimico

1 - Verifica dell'equilibrio chimico in una reazione

1 - L'idrolisi salina

1 - La titolazione acido-base

1 - Determinazione della curva di titolazione nella reazione NaOH + HCl

1 - Titolazione di una soluzione di aceto

1 - Determinazione dell'acidità nel succo di limone

1 - Le reazioni chimiche

1 - Le reazioni di complessazione

1 - Reazioni di ossidoriduzione in becker

1 - Le reazioni di ossidoriduzione

1 - Ossidazione e riduzione dell'oro

1 - Il processo alluminotermico

1 - La pila di Daniell

1 - La pila di Leclanchè

1 - L'accumulatore al piombo

1 - L'elettrolisi dell'acqua

1 - L'elettrolisi di una soluzione di ioduro di potassio

1 - L'elettrolisi di un sale fuso

1 - La galvanostegia

1 - La conducibilità elettrica

1 - Influenza della concentrazione di alcuni ioni nella conducibilità di soluzioni

1 - Preparazione dell'ossigeno

1 - Preparazione dell'idrogeno da alluminio in ambiente acido e basico

1 - Preparazione dell'ammoniaca

1 - Preparazione dell'acido cloridrico

1 - Preparazione dell'acido nitrico

1 - Preparazione del carbonato di potassio dalla cenere di legno

1 - Preparazione dell'anidride solforosa e dell'acido solforoso

1 - Preparazione dell'anidride solforica

1 - Preparazione del cloro

1 - Preparazione dell'idrossido di sodio per " caustificazione del carbonato "

1 - Saggi alla perla

1 - Gli alcani

1 - Gli alcheni

1 - Gli alchini

1 - Gli idrocarburi aromatici

1 - Gli alcooli

1 - Gli acidi carbossilici

1 - Le aldeidi ed i chetoni

1 - Gli esteri

1 - Determinazione dell'acidità dell'olio di oliva

1 - I carboidrati

1 - Le proteine

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Le misure fisiche

Materiali occorrenti:

Riga millimetrata - Calibro a nonio - Calibro di Palmer - Bilancia analitica - Bilancia tecnica - Pesiera - Burette da 50 mL - Palloni tarati - Cilindri graduati - Sferetta in acciaio Ø 0.5 cm circa - Cilindretti di zinco o di altro metallo - Sale da cucina.

Richiami teorici:

1 - Le misure:

Misurare una grandezza significa attribuire ad essa un valore numerico. Le misurazioni sono di due tipi:

1.1 - Misurazioni dirette:

Quelle nelle quali si confronta la grandezza di un oggetto con una appropriata unità di misura. Sono di questo tipo, ad esempio, le misure di lunghezza effettuate con un metro e le misure di massa effettuate su una bilancia tecnica a due piatti e bracci eguali, utilizzando delle masse campioni. La precisione dipende dalla rappresentatività del campione e dall'accuratezza delle esecuzioni.

1.2 - Misurazioni indirette:

Quelle nelle quali la misura di una grandezza si ricava da misure di altre grandezze. E' di questo tipo, ad esempio, la misura della densità che si ricava dal rapporto tra la misura della massa e la misura del volume ( d = m / V ).

2 - Gli strumenti:

Le misurazioni possono essere effettuate utilizzando due tipi di strumenti: gli strumenti tarati e gli strumenti graduati.

2.1 - Strumenti tarati:

Sono, per lo più, vasi in vetro per misure di capacità dei liquidi ; riportano una o due tacche rappresentanti i limiti di riempimento del liquido per avere ad una data temperatura, di solito 20 °C, una quantità precisa dello stesso, pari a quella riportata sullo strumento stesso. A causa della dilatazione del vetro questi strumenti, come tutti gli altri dello stesso materiale ( vedere oltre ) garantiscono precisione elevata solo alla temperatura indicata. Sono strumenti tarati le pipette e i palloni tarati.

2.2 - Strumenti graduati:

Vasi, per lo più in vetro o materiale plastico, a forma regolare riportanti una scala graduata suddivisa in sottomultipli dell'unità di misura. Questa scala permette letture intermedie molto precise. Si utilizzano per le misure dei volumi dei liquidi pipette, cilindri o bicchieri graduati, nei quali sono riportati come unità di misura

il cm 3 ( o il mL ) ed i suoi sottomultipli ( o multipli ). Anche il termometro, utilizzato per misurare la temperatura di un corpo, o le aste graduate ed i metri per le misure di lunghezza sono strumenti graduati.

3 - Gli errori:

Effettuando misurazioni fisiche è praticamente impossibile non commettere errori. Questi debbono essere considerati da chi esegue la misura. Gli errori sono di due tipi:

3.1 - Errori accidentali:

Errori variabili, attribuibili all'esecutore, quali le errate letture di uno strumento. Si tratta di errori eliminabili con una maggiore attenzione.

3.2 - Errori sistematici:

Errori non eliminabili anche dal più attento esecutore, in quanto sono dovuti alla imprecisione delle scale degli strumenti o al modo di usarli. Questi errori devono essere, tuttavia, considerati e valutati. Per questo è necessario ripetere più volte la misura, annotando i valori trovati e considerando come misura attendibile la media dei valori trovati.

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Si debba, ad esempio, trovare la massa ( m ) di un campione utilizzando una bilancia tecnica a due piatti e

masse campione. Si effettuano n pesate trovando n valori chiamati m 1 , m 2 , m 3 ,

, m n . Si ha:

m

=

m

1

+

m

2

+

m

3

+

+

m

n

 

n

Per errore assoluto ( e a ) si indica la semi differenza tra il valore massimo ( M ) ed il valore minimo ( m ) ottenuti:

e a =

M

-

n

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Per errore relativo si intende il rapporto percentuale esistente tra l'errore assoluto e la grandezza misurata.

Nel caso di misurazioni indirette bisogna tener conto degli errori di ogni singola misurazione.

4 - L'approssimazione:

Nei calcoli delle misure è necessario avere un corretto criterio di approssimazione specie se si utilizza una calcolatrice. Tale criterio può essere, ad esempio, quello che impone la riduzione del numero delle cifre a quelle dette " cifre significative ".

Ad

esempio, dovendo misurare la densità di un corpo avente m = 6.6 g. e v = 0.9 cm 3

si ottiene un valore

di

7.3333333 . E' evidente che il quoziente non può essere più preciso di dividendo e divisore, per cui è

sufficiente indicare la prima cifra decimale con le regole di approssimazione. Il risultato sarà pertanto =7.3

e sarà detto " a 2 cifre significative ".

Con il Sistema Internazionale ( S.I. ) sono stati introdotti dei prefissi corrispondenti a multipli e sottomultipli, applicabili a tutte le unità di misura. Per ogni più precisa trattazione si rimanda ad un qualsiasi testo di

fisica.

Esecuzione dell'esperienza:

Parte prima: le misure di lunghezza:

La lunghezza è una grandezza fisica fondamentale del Sistema Internazionale ( S.I. ), la cui unità di misura

è il metro ( m ). E' una proprietà estensiva della materia, dipendente, cioè, dalla quantità di quest'ultima e, correntemente, è intesa come la dimensione orizzontale più estesa di un corpo.

Si procede alla misura della lunghezza di alcuni oggetti d'uso comune, utilizzando prima la riga

millimetrata ed annotando i risultati; con tale metodo l'accuratezza delle misure è di circa ± 1 mm.

Disponendo di calibri è possibile effettuare letture più accurate di oggetti piccoli.

Il calibro a nonio o ventesimale è costituito da un'asta graduata con un'estremità piegata a becco e da un

corsoio, recante anch'esso un becco. Il corsoio può essere bloccato nella sua corsa da un sistema a pressione. L'asta presenta una scala millimetrata lunga, di solito 20 cm; il corsoio porta un nonio ventesimale, ovvero con 20 divisioni per un totale di 19 mm . L'oggetto da misurare si pone tra i due becchi che vengono stretti senza sforzo; la dimensione si legge sulla scala millimetrata dell'asta, in corrispondenza del riferimento posto sulla parte superiore del corsoio. Se la divisione dell'asta non corrisponde perfettamente al riferimento, si osserva sul nonio quale divisione ventesimale sia perfettamente collimata con una divisione dell'asta e tale valore, in ventesimi di mm, si aggiunge alla misura principale.

Supponiamo, ad esempio, di voler misurare il diametro di una sferetta di acciaio e di leggere sull'asta una dimensione di 22 mm; tale valore non è, però, perfettamente coincidente con il riferimento. Sul nonio si osserva perfetta coincidenza tra la quarta divisione ed uno dei valori segnati sull'asta: per questo si aggiungono ai 22 mm 4/20 di mm ( ovvero 0.2 mm ). La dimensione esatta dell'oggetto è, quindi di 22.2

mm.

Il micrometro di Palmer ( detto anche palmer ) può effettuare misure di lunghezza con precisione del

centesimo di millimetro. Lo strumento è formato da una parte fissa a forma di U, detta arco e da una

mobile cilindrica con una filettatura che si avvita all'arco. La parte mobile presenta una vite micrometrica ed

un tamburo graduato ad essa solidale. La vite micrometrica riporta incisa una scala di 50 divisioni; sulla

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parte mobile è riportata la scala principale di riferimento con suddivisioni di " linea di fede ".

0.5 mm ed una linea detta

Si misura, ad esempio, il diametro della sferetta in acciaio ponendola all'interno dell'arco e la si comprende con la parte mobile, senza schiacciarla, agendo sull'apposita frizione; si rileva la misura in millimetri sulla scala di riferimento, 22 mm; si procede, quindi, alla lettura micrometrica osservando quale divisione della vite micrometrica collima con la linea di fede. Se, ad esempio, il valore è di 24, questo va addizionato al valore di 22, per un totale di 37.24 mm.

Parte seconda: Misure di volumi:

Il volume è una grandezza fisica derivata ed indica lo spazio occupato da un corpo. E' anch'essa una proprietà estensiva e la sua unità di misura nel S.I. è il metro cubo ( m 3 ). Per i fluidi è possibile utilizzare una unità non S.I., il litro ( L ) che corrisponde ad 1 decimetro cubo ( 1 L = 1 dm 3 ) ed i suoi sottomultipli, il centilitro ( cL , 1 cL = 10 cm 3 ) e, soprattutto, il millilitro ( mL, 1 mL = 1 cm 3 ).

Per oggetti rappresentanti dei solidi geometricamente regolari è possibile la misura del volume utilizzando le relative formule, partendo dalla misurazione di uno dei parametri ( es. lato, diametro, etc. ).

Per i liquidi si utilizzano recipienti tarati ( cilindri, palloni, pipette, burette, etc. ) tenendo conto delle norme per un corretto rilevamento dei valori ( collimazione, temperatura d'uso, tolleranza ).

Per solidi geometricamente irregolari si può procedere all'immersione degli stessi, se la loro costituzione lo permette, in idonei cilindri graduati, nei quali sia stata versata acqua fino ad un livello intermedio, di solito una tacca indicante una decina di mL osservando l'incremento del livello del liquido e sottraendo a questo la quantità iniziale dell'acqua.

Si prende un cilindro graduato da 100 mL e lo si riempie di acqua fino alla tacca di 50 mL; si immerge con cura l'oggetto da misurare, una piccola pietra, e si osserva che il livello è salito fino a 75 mL: questo significa che il volume della pietra è di 25 cm 3 ( 75 - 50 = 25 ; 1 mL di acqua = 1 cm 3 !! ).

Parte terza: Misure di masse:

Giova ricordare i concetti di massa e peso. Per massa si intende la quantità di materia; è per questo da considerarsi una proprietà estensiva della materia. L'unità di misura SI è il kilogrammo ( kg ). La massa è misurata con bilance attraverso il riferimento a masse campioni. Per peso si intende la forza con la quale un corpo è attratto dalla terra; l'unità di misura del sistema SI è il newton ( N ), ovvero la forza che imprime ad un corpo avente la massa di 1kg l'accelerazione di 1m/s 2 . La forza peso ha la direzione dell'accelerazione di caduta ( o di gravità g ) ed è diretta verso il centro della terra. Essa è direttamente proporzionale alla massa del corpo e la costante di proporzionalità è l'accelerazione di gravità ( g ) che, in un dato luogo, è la stessa per tutti i corpi. L'espressione della forza peso è, pertanto, F = m g ed il valore dell'accelerazione è g = 9.8 m/s 2 .

La misura delle masse può essere effettuata con un dinamometro. Gli allungamenti della molla, considerando costante g, risultano proporzionali alle masse. La massa si ottiene, per via analitica, con l'espressione m = F / g .

La massatura di un oggetto può essere più semplicemente effettuata utilizzando bilance tecniche a due piatti, ponendolo in un piatto, solitamente il sinistro, e ponendo nell'altro masse campioni fino al raggiungimento dell'equilibrio. La sensibilità di tali misure può arrivare ad 1 mg. Attualmente nella pratica di laboratorio chimico si utilizzano bilance analitiche monopiatto con metodo a sostituzione ed indicatore ottico o digitale. La sensibilità di tali bilance arriva a 0.01 mg.

Si procede alla massatura, utilizzando la bilancia tecnica o la bilancia analitica della pietra di cui sopra di cui sopra, si riportano sul quaderno di esercitazione i valori ottenuti nelle due modalità confrontandoli in modo da evidenziare le diverse sensibilità degli strumenti.

Parte quarta: Misure di densità:

Per densità ( rr

intensiva, non dipendente cioè dalla quantità di materia, ed è caratteristica di ogni sostanza.

) si intende

il rapporto tra la massa ( m )

ed il

volume ( V ) ; si tratta di una proprietà

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La misurazione della densità di un corpo solido può essere facilmente effettuata, come già accennato, per via indiretta; si misura il volume per via geometrica o per immersione in un recipiente graduato contenente un liquido e la massa con una adeguata bilancia. Unità di misura della densità nel S.I. è il kg / m 3 .

4.1 - Misura della densità di campioni di un metallo:

Si vuole misurare la densità di tre cilindretti di metallo. Si riempie di acqua una buretta da 50 mL fino ad una tacca intermedia ( ad es. 30 mL ) e si immerge, con cautela, il cilindretto di metallo più piccolo; si annota l'incremento del livello del liquido, incremento che, espresso in cm 3 e decimi , corrisponde al volume del cilindretto.

Si procede allo stesso modo per gli altri due cilindretti annotando i rispettivi valori.

Si asciugano i tre cilindretti e si passa alla loro massatura su bilancia analitica o tecnica, mantenendo l'accuratezza non inferiore al milligrammo.

Con i valori rilevati si ricavano le densità dei singoli cilindretti metallici, secondo la formula d = m / V .

I valori trovati devono essere quasi identici, nei limiti dell'errore sperimentale, a dimostrazione che si trattava di un unico metallo, lo zinco, e che la densità è una proprietà costante per ogni tipo di materia.

4.2 - Misura della densità di un liquido:

La densità dei liquidi può essere misurata con i densimetri o areometri , apparecchi in vetro formati da un galleggiante zavorrato da pallini di piombo, da un asta graduata per la densità e da un termometro. I densimetri si basano sul principio di Archimede, poiché immersi in un liquido ricevono una spinta dal basso all'alto proporzionale al volume della parte immersa e alla densità del liquido, ovvero alla massa del liquido spostato. Questi apparecchi sono tarati per operare a temperature che devono essere rispettate, a meno di non operare le relative correzioni. La scala delle densità può essere espressa in g / cm 3 oppure in altre unità come, ad esempio, i gradi Baumè ( ). La scala Baumè parte dal valore = 0 corrispondente alla densità dell'acqua distillata.

Si riempie un cilindro di vetro da 1000 mL fino a 5 cm dal bordo con dell'acqua distillata; si immerge il densimetro e si osserva a che valore della sua scala graduata corrisponde il livello dell'acqua;

Si ritira lo strumento e si versano nell'acqua 200 g circa di sale da cucina ( cloruro di sodio ) agitando con una bacchetta fino a completa soluzione. Si immerge il densimetro e si osserva la variazione di densità del liquido.

Misure più accurate di densità possono essere effettuate con strumenti specifici molto precisi, ma di uso senza dubbio più complicato. Sono di questo tipo, ad esempio, i picnometri e la bilancia idrostatica di Mohr-Westphal.

i picnometri e la bilancia idrostatica di Mohr-Westphal . Bilancia analitica monopiatto Calibro ventesimale R OBERTO

Bilancia analitica monopiatto

idrostatica di Mohr-Westphal . Bilancia analitica monopiatto Calibro ventesimale R OBERTO B ISCEGLIA : E SERCITAZIONI

Calibro ventesimale

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Gli stati di aggregazione della materia ed i passaggi di stato

Materiali occorrenti:

Iodio bisublimato - Sodio - Alcool etilico - Ghiaccio - Pompa per vuoto ad acqua - Beuta da vuoto - Tubo in gomma da vuoto - Vetreria.

Richiami teorici:

Ogni elemento chimico può esistere allo stato gassoso, allo stato liquido e in quello solido. Il passaggio da uno all'altro di questi stati è detto passaggio di stato. La maggior parte degli elementi, in condizioni ambientali, si trova allo stato solido. Fanno eccezione mercurio e bromo che sono allo stato liquido e neon, elio, argon, kripton, xenon, radon, idrogeno, azoto, ossigeno, fluoro, cloro che sono allo stato gassoso.

Variando la temperatura oppure la pressione ( o entrambe ) , ogni elemento può mutare il suo stato fondamentale. Aumentando la temperatura e diminuendo la pressione si ottiene, di regola, un passaggio solido ææææÆÆ liquido ææææÆÆ gassoso. Ovviamente il percorso inverso lo si ottiene diminuendo la temperatura ed aumentando la pressione.

Stato solido: le particelle costituenti la materia sono strettamente unite una all'altra in modo più o meno geometricamente ordinato. Dette particelle sono dotate di energia propria ed oscillano intorno al proprio punto di applicazione; da questo non possono, però, muoversi in quanto sono circondate da altre particelle.

Stato liquido: le particelle hanno una energia cinetica maggiore di quella dello stato solido, possono muoversi disordinatamente ed urtarsi tra loro. Minori rispetto allo stato solido sono le forze coesive, tanto che nell'interfaccia un certo numero di particelle, può sottrarsi del tutto all'attrazione delle altre, passando allo stato gassoso. I liquidi, infatti, esistono sempre in presenza del loro gas.

Stato gassoso:

le particelle si muovono in maniera caotica e le forze di coesione sono del tutto

trascurabili.

Esiste un quarto stato di aggregazione, il plasma, che si ha portando un gas a temperature superiori a 5000 °C. In tale situazione uno o più elettroni esterni si staccano formando uno ione; il plasma è, quindi, formato da cationi e da elettroni in equilibrio tra loro. Le stelle sono, ad esempio, allo stato di plasma così come lo è la materia presente nei " tubi al neon ".

Esecuzione dell'esperienza:

Parte prima: fusione del ghiaccio:

Si pone in un becker un cubetto di ghiaccio e si osserva il passaggio ad acqua liquida che avviene a temperatura ambiente ( fusione ). Si sottopone poi il becker a moderato riscaldamento coprendolo con un vetro da orologio; si nota la vaporizzazione dell'acqua. Il vapore d'acqua subito condensa sul fondo del vetro da orologio a causa della temperatura più bassa di questo trasformandosi, nuovamente in acqua allo stato liquido. La solidificazione a ghiaccio implica una ulteriore sottrazione di calore che può essere effettuata solo in un freezer.

Parte seconda: sublimazione dello iodio:

In un becker perfettamente asciutto si pongono alcuni cristalli di iodio, si copre con un vetro da orologio su cui è posto, come refrigerante, un cubetto di ghiaccio; si sottopone il becker a moderato riscaldamento sul bunsen e si osserva uno svolgimento di vapori rossastri, senza la formazione di liquido ( sublimazione ). Sul fondo del vetro da orologio, a causa della sua temperatura più bassa, si può osservare, dopo pochi secondi, il riformarsi di cristalli grigiastri di iodio, senza passaggio all'intermedio liquido ( brinamento ).

Lo iodio brinato sul fondo del vetro da orologio può essere eventualmente riconosciuto con trattamento con un solvente apolare, ad esempio tetracloruro di carbonio che lo scioglierà facilmente con il tipico colore rosso-viola.

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Parte terza: fusione del sodio:

In una provetta si pone un pezzettino di sodio, circa 2-3 grammi, avendo cura di asciugarlo perfettamente

dal petrolio della conserva. Si porta la provetta al bunsen fino a completa fusione del metallo, fusione che avviene a circa 98 °C. La vaporizzazione del metallo è molto più difficile da ottenere in quanto richiede un riscaldamento a circa 890 °C.

Parte quarta: influenza della pressione sulla temperatura di ebollizione:

Modificando la pressione in cui si opera cambia il punto di ebollizione di un liquido. Nel caso dell'alcool etilico a pressione ambiente, circa 760 mm di Hg, la temperatura di ebollizione, ovvero

di passaggio allo stato gassoso, è di circa 78 °C; se si abbassa drasticamente la pressione, utilizzando una

beuta da vuoto collegata ad una pompa ad acqua, è possibile causare il passaggio allo stato gassoso col solo calore della mano posta sul fondo della beuta.

Si versano nella beuta da vuoto 100 mL circa di alcool etilico commerciale, la si tappa e la si collega tramite

un tubo da vuoto alla pompa ad acqua. La pompa deve essere collegata ad un rubinetto di portata

adeguata. Facendo defluire l'acqua la pompa inizia a creare una depressione all'interno della beuta; quando

la pressione diviene almeno 1/10 di quella ambientale, il solo calore della mano posta sul fondo della beuta

risulta sufficiente a portare l'alcool etilico all'ebollizione.

Tav. 1 - I passaggi di stato

Sublimazione

Solido Liquido Gassoso Fusione Evaporazione Solidificazione Condensazione
Solido
Liquido
Gassoso
Fusione
Evaporazione
Solidificazione
Condensazione

Brinamento

Liquido Gassoso Fusione Evaporazione Solidificazione Condensazione Brinamento Temperatura ed energia crescenti

Temperatura ed energia crescenti

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La materia: metodi di separazione delle fasi

Materiali occorrenti:

Iodio bisublimato - Solfato di rame pentaidrato - Idrossido di bario sol. 0.1 M - Bicromato di potassio - Acido solforico diluito - Tetracloruro di carbonio - Pallone codato - Refrigerante - Termometro con scala 0-200 °C - Imbuto separatore - Filtri - Tubi in gomma rossa - Bunsen - Vetreria e sostegni.

Richiami teorici:

La materia è tutto ciò che possiede una massa ( quantità di materia ). un volume ( spazio occupato ) ed una energia ( resistenza al cambiamento dello stato di quiete o di moto ). Particolari porzioni di materia uniforme, che sia possibile isolare dall'ambiente circostante sono detti sistemi; dal punto di vista tecnico i sistemi possono essere definiti materiali. Una porzione del sistema che sia possibile limitare e che mantenga in ogni suo punto identiche proprietà fisiche è della fase. Dal punto di vista fisico un sistema costituito da una sola fase è detto sistema omogeneo; se costituito da due o più fasi è definito sistema eterogeneo. Le fasi possono essere, allo stesso tempo, chimicamente uguali e fisicamente diverse, come nel caso del miscuglio acqua-ghiaccio; al contrario un sistema può essere fisicamente omogeneo e chimicamente eterogeneo ( es. le soluzioni ).

Porzioni di materia che abbiano composizione chimica costante sono dette sostanze pure; sono sostanze pure gli elementi chimici ed i composti.

Mescolanze di sostanze pure diverse formano i miscugli ( miscele ); le sostanze formanti i miscugli possono trovarsi nello stesso stato di aggregazione o in stati di aggregazione diversi. Si distinguono miscugli eterogenei e miscugli omogenei.

I miscugli eterogenei presentano i componenti distinguibili in due o più fasi, in rapporti massali altamente

variabili e che mantengono le caratteristiche originarie. I miscugli eterogenei formati da solidi e da liquidi sono detti sospensioni ( es. latte, acqua-fango ); quelli costituiti da liquidi non miscibili si chiamano

emulsioni ( es. acqua-olio, acqua-benzina ).

I miscugli omogenei, comunemente detti soluzioni, hanno i componenti non più distinguibili, in quanto mescolati anche su scala atomica, che pur mantengono inalterate molte delle proprietà originarie.

La separazione dei componenti è molto più semplice nel caso dei miscugli eterogenei, per i quali sono sufficienti metodi semplici quali la decantazione, la filtrazione o la centrifugazione basati sulla diversa dimensione, stato fisico e densità dei componenti.

Nel caso dei miscugli omogenei è necessario utilizzare metodiche più impegnative quali l'evaporazione del solvente, la distillazione, entrambe basate sulla differente volatilità dei componenti, l'estrazione con solvente, basata sulla maggiore affinità di quest'ultimo con un componente della miscela, o la cromatografia, basata sulla differente velocità con cui un solvente trasporta, per azione capillare attraverso un strato di materiale inerte, i vari componenti della miscela.

Esecuzione dell'esperienza:

Parte prima: cristallizzazione di un sale:

In un becker da 250 mL si versano 100 mL circa di acqua distillata; in essa si mettono 60 g di solfato di rame pentaidrato commerciale, CuSO 4 × 5H 2 O, ridotto in minuti cristalli in un mortaio. Si agita con una bacchetta di vetro per favorire la solubilizzazione e si pone il becker su un treppiede con reticella ceramica sotto il quale si accende un bunsen. Si riscalda blandamente fino a circa 60 °C con continua agitazione e fino a totale solubilizzazione del sale; si continua, quindi, il riscaldamento, a temperatura non superiore ad 80 °C, fino a riduzione del volume ad 1/3. Si toglie il becker dal fuoco e lo si ripone in luogo tranquillo; dopo circa 15 minuti di raffreddamento si nota il depositarsi di cristalli azzurri sul fondo. Si toglie, quindi, con cautela la soluzione eccedente e si lascia essiccare per 24 ore. Dopo l'essiccazione si potrà osservare la perfetta struttura dei cristalli.

In alternativa, o a complemento, è possibile coltivare nella soluzione soprasatura preparata un germe cristallino; all'uopo si lega un cristallo regolare di circa 1.5 cm di dimensioni con un filo sottile e lo si sospende ad una bacchetta di vetro, posta trasversalmente alla bocca del becker, in modo che sia immerso

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nella soluzione senza toccare né fondo né pareti. In poche ore il germe si accrescerà secondo la sua struttura cristallina.

Parte seconda: separazione meccanica di un solido da un liquido:

La separazione meccanica di un solido da un liquido, ad esempio di un precipitato in acqua, può essere effettuata in vari modi. I più consueti sono la decantazione, la filtrazione e la centrifugazione.

In

tutte le metodiche si può usare un precipitato preparato, ad es. con la reazione:

Ba(OH) 2 + H 2 SO 4 ææææÆÆ BaSO 4 ØØ + 2H 2 O .

Si

ciascuna si aggiungono 5 o 6 gocce di acido solforico diluito; immediatamente si forma il precipitato biancastro di solfato di bario.

versano in 2 provette ed in una provetta da centrifuga 5 mL circa di idrossido di bario sol. 0.1M ed a

Decantazione: si pone una delle due provetta in un portaprovette e dopo pochi minuti può osservarsi il deposito per gravità del precipitato sul fondo e lo schiarimento dell'acqua. Il sopranatante può essere rimosso aspirandolo con una pipetta.

Filtrazione: si prepara un filtro rotondo piegandolo i quattro e lo si dispone in un imbutino; si bagna la carta facendola aderire perfettamente alle pareti dell'imbuto e si mette quest'ultimo su idoneo sostegno, sotto il quale è posto un beckerino. Si agita la seconda delle provette per rimescolare il precipitato e l'acqua e si

versa il tutto nell'imbuto; in pochi minuti la filtrazione ha termine, per cui si rimuove il filtro, lo si apre e lo si pone ad essiccare in stufa o in luogo riparato ed asciutto. Al termine di questa operazione si recupera il precipitato di solfato di bario perfettamente asciutto.

E' possibile, eventualmente, effettuare l'operazione utilizzando un filtro a pieghe che ha il vantaggio di una

maggior rapidità di filtrazione.

Centrifugazione: si prende la provetta da centrifuga, la si agita per mescolare il precipitato alla fase acquosa e la si pone in uno dei fori della centrifuga; nel foro opposto si pone una provetta con acqua per bilanciare il cestello. Si accende l'apparecchio e lo si fa girare per circa 20 secondi; lo si spegne, si attende che il cestello si fermi e si estrae la provetta. Si osserva il precipitato ben depositato sul fondo.

Parte terza: estrazione con solvente:

In

50 mL di acqua distillata, versati in un becker, si fanno sciogliere pochi cristalli di iodio, fino a formazione

di

una soluzione debolmente gialla. Si versa la soluzione, trattenendo eventuali cristalli non sciolti, in un

imbuto separatore da 250 mL, col rubinetto chiuso, e si aggiungono 30/40 mL di tetracloruro di carbonio . Si tappa l'imbuto, si agita con vigore per alcuni secondi e si pone l'apparecchio su idoneo sostegno. Subito si nota che il tetracloruro di carbonio si colora di viola, mentre l'acqua tende a schiarirsi. Il CCl 4 è, infatti, un solvente selettivo per lo iodio per cui lo sequestra all'acqua. A causa della immiscibilità dei due liquidi e della maggior densità del tetracloruro ( d=1.59 ), le due fasi risulteranno ben distinte, lo strato inferiore il tetracloruro e quello superiore l'acqua. Si lascia riposare per alcuni minuti e si procede, quindi, al gocciolamento del tetracloruro di carbonio attraverso il rubinetto inferiore. L'estrazione dovrebbe essere ripetuta più volte con solvente fresco.

Nota operativa: in mancanza di tetracloruro di carbonio si può utilizzare del benzene o, al limite, della benzina, con l'avvertenza che per la loro minore densità le fasi risulteranno invertite.

Parte quarta: distillazione:

Si monta il sistema di distillazione collegando il pallone codato al refrigerante in modo opportuno. Si fissa il

tutto a due supporti con pinze e si pone il pallone sul treppiede del bunsen, avendo cura di interporre una reticella amiantata. Si collega al beccuccio inferiore del refrigerante il tubo di carico dell'acqua ed a quello superiore il tubo di scarico; si connettono detti tubi al sistema idrico del laboratorio facendo scorrere un piccolo flusso d'acqua fredda. Si verifica la stabilità dell'impianto.

Si pongono nel pallone, utilizzando un imbuto adeguato, circa 200 mL di acqua nella quale è stata precedentemente sciolta una punta di spatola di bicromato di potassio. Si aggiungono alla soluzione una decina di palline di vetro per favorire il rimescolamento durante l'ebollizione.

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Dopo questa operazione si tappa il foro del pallone con un tappo in gomma nel quale è stato inserito il termometro, avendo cura di far giungere il bulbo dello stesso all'altezza della codatura.

Si pone una beuta all'uscita del refrigerante per raccogliere il distillato e si colloca il bunsen sotto il treppiede, accendendo la fiamma.

Dopo alcuni minuti la soluzione giunge al punto di ebollizione; è possibile leggere sul termometro un valore

di temperatura di 100 °C ( ±1 °C ).

Il vapor d'acqua inizia a condensarsi sul refrigerante e, quindi a cadere nella beuta, sotto forma di acqua distillata del tutto incolore.

La distillazione ha provocato la separazione del soluto K 2 Cr 2 O 7 dal solvente acqua.

Continuando nella distillazione si osserva un progressivo inscurimento della soluzione ancora da distillare per l'ovvio aumento di concentrazione del soluto.

Portando ad estreme conseguenze l'operazione con la distillazione di tutto il solvente acqua, nel pallone non resteranno che cristalli di bicromato di potassio.

non resteranno che cristalli di bicromato di potassio. Nota operativa: in luogo del bicromato di potassio

Nota operativa: in luogo del bicromato di potassio può essere utilizzato un qualsiasi sale che dia soluzione colorata ( es. sali di rame, sali di ferro II ). Si sconsiglia l'uso del permanganato di potassio in quanto i suoi residui possono incrostare il pallone e sono difficili da eliminare.

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Studio della fusione e della solidificazione di una sostanza

Materiali occorrenti:

Tiosolfato di sodio - Termometro 0-100 °C, div. 0.1 °C - Cronometro - Bunsen - Sostegni - Vetreria.

Esecuzione dell'esperienza:

Scopo dell'esperienza è lo studio analitico della fusione e della solidificazione di una sostanza e la graficazione dei risultati ottenuti. Si utilizza il tiosolfato di sodio ( Na 2 S 2 O 3 × 5H 2 O ) per il suo basso punto di fusione, 47.5 °C.

Parte prima: fusione:

Si riempe a metà un provettone con il tiosolfato di sodio e nel sale si immerge completamente il bulbo del termometro; si fissa il termometro con un sostegno, in modo che il bulbo non possa toccare le pareti del provettone, si immerge questo in un becker da 800 mL pieno di acqua, sospendendolo con altro idoneo sostegno. Si pone il tutto su un treppiede con reticella amiantata posto sopra un bunsen, si accende questo con fiamma bassa, portando il sale alla temperatura di 40 °C. Giunti a questo valore si fa partire il cronometro, si agita costantemente l'acqua con una bacchetta e si rileva la temperatura ad intervalli di 30 secondi, annotandola sul foglio di esercitazione. Arrivati ad una temperatura di 60 °C si spegne il bunsen e si procede alla seconda parte dell'esperienza.

Parte seconda: solidificazione:

Si procede esattamente come nella prima parte, facendo partire il cronometro quando il termometro indica che il tiosolfato fuso ha una temperatura di 60 °C, ed effettuando rilevazioni ogni 30 secondi, fino a che la massa del sale non avrà raggiunto una temperatura di circa 30-35 °C. Si annotano anche questi valori sul foglio di esercitazione.

Parte terza: graficazione dei risultati:

Si prendono i risultati dell'esperienza di fusione e si riportano nelle ascisse di un grafico cartesiano i valori del tempo trascorso e nelle ordinate i valori delle temperature raggiunte dal sale. Si osserva che nel grafico la temperatura sale rapidamente, ma presenta una sosta, con appiattimento del grafico, in corrispondenza del valore di 47.5 °C ; in questo punto, infatti, pur continuando a somministrare calore, la temperatura resta costante. Infatti coesistono ancora gli stati solido e liquido e l'energia fornita serve a rompere le forze che formano il reticolo cristallino del sale; questa parte del grafico corrisponde alla sosta termica. Non appena tutto il tiosolfato di sodio si è liquefatto, la temperatura riprende a salire e con essa la curva del grafico.

Si prendono, infine, i valori dell'esperienza di solidificazione e si trattano in modo eguale; il grafico risultante è esattamemte il contrario del precedente, o, meglio, ne è l'immagine speculare; anche questo grafico presenta, al valore di 47.5 °C la sosta termica durante la quale l'energia termica ceduta dal sale fuso serve per riorganizzare il reticolo cristallino.

Nota operativa: per una buona riuscita dell'esperienza è necessario che termometro, provettone e becker siano assicurati in modo tale da non venire direttamente a contatto, che il riscaldamento sia lento e costante e che le letture siano tempestive e precise. Al posto del bunsen si può utilizzare una piastra riscaldante elettrica.

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Determinazione della massa molecolare di un gas in base alla velocità di diffusione

Materiali occorrenti:

Tubo in vetro Ø 10 mm. lungh. 50 cm. ca. - Acido cloridrico sol. 37 % - Idrossido di ammonio sol. 25 % - Cotone - Tappi in gomma - Riga millimetrata - Cronometro.

Richiami teorici:

Intorno al 1850 Thomas Graham enunciò la seguente legge " Le velocità di diffusione di due gas, ad identiche condizioni di temperatura e pressione, sono inversamente proporzionali alle radici quadrate delle loro densità ":

v

1

: v

2

=

rr 22
rr
22

:

ovequadrate delle loro densità ": v 1 : v 2 = rr 22 : v 1

v 1 = velocità gas n.1,

r 1 = densità gas n.1 ,

v 2 = velocità gas n.2

r 2 = densità gas n.2

Dalla legge di Avogadro si deduce, poi, che le densità dei gas sono in rapporti identici a quelli delle masse molecolari relative ( m.m.r. ), per cui si ha:

v 1

: v

2

=

:relative ( m.m.r. ), per cui si ha: v 1 : v 2 = m.m.r 1

m.m.r 1
m.m.r 1

(1)

Poichè v = d/t ( d = distanza, t = tempo ), conoscendo le distanze percorse dai gas ed il tempo impiegato si può facilmente ricavare detta velocità di diffusione. Conoscendo, poi, la m.m.r. di uno dei gas impiegati si può ricavare la m.m.r. del secondo.

Nel caso in esperimento si vuole determinare la m.m.r. dell'ammoniaca, data come incognita, misurando la sua velocità di diffusione e ponendola in rapporto con quella dell'acido cloridrico data per nota ( m.m.r. HCl = 36.46 ).

Esecuzione dell'esperienza:

Si monta in orrizzontale, su idoneo supporto, il tubo di vetro, aperto alle due estremità; si imbevono completamente due batuffoli di ovatta di cotone, uno con acido cloridrico sol. 37 %, l'altro con idrossido di ammonio sol. 25 % . Con l'aiuto di due pinzette si inseriscono contemporaneamente i batuffoli uno per estremità, tappando velocemente; allo stesso tempo un'altra persona fa partire il cronometro.

I gas dalle soluzioni diffondono verso il centro del tubo e quando giungono a contatto reagiscono formando un anello biancastro, ben visibile sulla parete, di cloruro di ammonio, secondo la reazione:

NH 3 H 2 O + HCl ææææÆÆ NH 4 Cl + H 2 O ;

a questo punto si ferma il cronometro, si annota il tempo in secondi trascorso e si misurano le distanze in centimetri tra l'anello e le due estremità del tubo.

Siano, ad esempio, trascorsi 180 secondi per la formazione dell'anello, la distanza percorsa dall'acido cloridrico sia di 19.1 cm e quella percorsa dall'ammoniaca sia di 27.5 cm.

Ricaviamo le velocità ( v = d/t ):

v HCl = 0.106 cm/s

v NH3 = 0.155 cm/s .

Applichiamo la (1):

0.106 : 0.155 =

0.106 : 0.155 = x : 6.03

x = 4.123,

x :

36.46

ovvero, estraendo le radici :

m.m.r. di NH 3

da cui :

x 2 = 16.99

Nei limiti dell'errore sperimentale il valore rilevato può considerarsi corretto, la m.m.r. dell'ammoniaca è infatti = 17.03.

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I miscugli ed i composti

Materiali occorrenti:

Zolfo in polvere - Ferro limatura - Acido cloridrico sol. 1:3 - Solfuro di carbonio - Calamita - Mortaio - Vetreria.

Richiami teorici:

Per miscuglio si intende un insieme di sostanze che mantengono inalterate le loro caratteristiche originarie e che sono separabili con mezzi fisici semplici.

Per composto si intende una sostanza con caratteristiche proprie che differiscono da quelle delle sostanze che lo hanno originato. Le sostanze originarie, elementi, sono sempre in rapporto costante. E' possibile ricavare gli elementi da un composto solo utilizzando dei sistemi chimico-fisici complessi ( es. elettrolisi ).

Esecuzione dell'esperienza:

Parte prima: analisi dei comportamenti chimico-fisici dei reagenti:

Si dispone su un vetro da orologio una piccola quantità di limatura di ferro. Su un secondo vetro da orologio se ne dispone una di polvere di zolfo. Si osservano i diversi colori delle sostanze.

Avvicinando una calamita alle due sostanze si osserva che il ferro risente del campo magnetico essendo attratto dalla calamita. Diversamente lo zolfo non è attratto e, quindi, non risente della vicinanza di un campo magnetico.

Si recupera il ferro che aderisce alla calamita ponendolo in una provetta. In una seconda provetta si mette una piccola spatolata di polvere di zolfo. Si aggiungono ad entrambe 2 mL circa di acido cloridrico sol. 1:3.

Si osserva che il ferro si consuma rapidamente con formazione di una soluzione di colore grigiastro, e sviluppo imponente di gas, secondo la reazione:

Fe + 2HCl ææææÆÆ

FeCl 2 + H 2

Nella seconda provetta si nota, invece, che lo zolfo non si è sciolto e che una parte galleggia alla superficie: non è avvenuta, infatti, alcuna reazione.

In altre due provette si pongono un paio di mL di solfuro di carbonio; si pone una punta di spatola di polvere di ferro in una delle due provette e nella seconda una simile quantità di zolfo ; si osserva che il ferro non dà alcuna reazione con il solfuro di carbonio, mentre lo zolfo rapidamente si solubilizza, dando una soluzione debolmente gialla.

Parte seconda : formazione del miscuglio ed analisi del suo comportamento:

Si pesano 5.6 g. di limatura di ferro e 3.2 g. di polvere di zolfo; si pongono i due elementi in un piccolo mortaio o in un crogiolo mescolando e pestando la massa, fino ad ottenere una polvere uniforme di colore grigio chiaro; si suddivide il tutto in tre parti. Si osserva il colore assunto dal miscuglio comparandolo a quello degli elementi.

Si prende la prima ponendola su un vetro da orologio avvicinando ad essa una calamita. Si osserva la separazione della polvere di ferro che aderisce alla calamita risentendo del campo magnetico; nel vetro resta solo la polvere di zolfo.

Si prende la seconda parte di polvere e la si pone in una provetta aggiungendo 2 mL circa di acido cloridrico sol. 1:3. Si nota che il ferro reagisce colorando la soluzione di giallo-bruno, mentre lo zolfo resta inalterato, tendendo a disporsi alla superficie.

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La reazione che avviene può essere così descritta:

(Fe + S) + 2HCl ææææÆÆ

FeCl 2 + H 2 + S

Infine, si pone la terza aliquota in una provetta contenente 1 o 2 mL di solfuro di carbonio. Si nota che lo zolfo si scioglie completamente, ingiallendo la soluzione, mentre il ferro non dà alcuna reazione, depositandosi sul fondo.

Le prove sopra effettuate indicano chiaramente che ci troviamo di fronte ad un miscuglio.

Parte terza: formazione del composto ed analisi del suo comportamento:

Si prepara un miscuglio come nella fase precedente, avendo l'accortezza di aggiungere un eccesso di zolfo, circa 1 o 2 g ( vedere nota operativa ) e lo si pone in un tubo da saggio asciutto. Si avvicina il tubo alla fiamma di un bunsen, tenendolo con una pinza, e lo si arroventa gradualmente; dopo di ciò si lascia raffreddare il tutto per alcuni istanti e si rompe il vetro recuperando la massa di colore scuro che si è formata. Si osserva l’aspetto ed il colore, comparandoli a quelli degli elementi originari.

Si raccoglie la stessa nel mortaio, la si riduce in polvere e la si suddivide in tre parti.

Si pone la prima parte su un vetro da orologio, avvicinando la calamita; non si nota alcuna influenza del campo magnetico.

Si pone la seconda parte in una provetta e la si fa reagire con l'acido cloridrico; si verifica una reazione chimica con produzione di un gas dall'odore di uova marce, l'acido solfidrico ed il progressivo inscurimento della soluzione, secondo la reazione:

FeS + 2HCl ææææÆÆ FeCl 2 + H 2 S

Si pone, per ultimo, la restante parte in una provetta contenente 1 o 2 mL di solfuro di carbonio, osservando che nessun fenomeno chimico-fisico ha luogo.

Questi fatti indicano chiaramente un comportamento chimico diverso da quello degli elementi di origine e, quindi, l'avvenuta formazione di un composto, il solfuro di ferro II, secondo la reazione:

T

Fe + S ææææÆÆ

FeS

Nota operativa: la formazione del solfuro di ferro, affinché esso abbia le descritte caratteristiche, deve avvenire con un completo arroventamento. Poiché lo zolfo tende a fondere e ad evaporare è necessario operare con eccesso dello stesso. In caso contrario parte del ferro non reagisce conferendo al composto una relativa capacità a risentire del magnetismo.

Prestare molta attenzione nell'uso del solfuro di carbonio, evitando di avvicinarlo a fiamme; se possibile operare sotto cappa.

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Verifica sperimentale della legge di Lavoisier

Materiali occorrenti:

Cloruro di bario - Solfato di sodio – Carbonato di calcio in polvere - Acido cloridrico sol. 37 % - Bilancia analitica - Tappi in gomma - Vetreria.

Richiami teorici:

Nel 1775 Antoine Lavoisier con i suoi esperimenti osservò che " in una reazione chimica che avvenga in un sistema chiuso la massa delle sostanze reagenti è uguale alla massa dei prodotti di reazione ". Quanto enunciato è detta, appunto, legge di Lavoisier o legge della conservazione della massa.

Per verificare sperimentalmente quanto sopra sono proposte due semplici reazioni chimiche, una con formazione di un precipitato ed una con sviluppo di un gas; per ottenere risultati confortanti è necessario procedere a massature su bilancia analitica avente accuratezza di almeno 0.01 g .

Esecuzione dell'esperienza:

Parte prima: reazione di formazione di un precipitato:

Si preparano due provette ben pulite ed asciutte; in una si pone una punta di spatola di cloruro di bario ( BaCl 2 ) e nell'altra altrettanto solfato di sodio ( Na 2 SO 4 ). A ciascuna, con l'aiuto di una pipetta, si aggiungono 5 mL di acqua distillata; si agitano le provette fino a completa solubilizzazione e le si dispongono in un becker da 400 mL perfettamente pulito ed asciutto. Si porta il sistema sul piatto della bilancia e si procede a massatura, con accuratezza di almeno 0.01 g, annotando il valore ottenuto. Si ritira il tutto dalla bilancia e con cura, evitando ogni possibile fuoriuscita di liquidi, si versa il contenuto di una provetta nell'altra; subito si forma un precipitato bianco, secondo la reazione:

BaCl 2 + Na 2 SO 4 ææææÆÆ 2NaCl + BaSO 4 ØØ ;

a questo punto si dispone nuovamente il becker con le due provette sul piatto della bilancia e si procede a nuova massatura.

Se si è agito correttamente la massa dei prodotti di reazione risulta, nei limiti dell'errore sperimentale,

eguale a quella dei reagenti, in accordo con la legge di Lavoisier.

Parte seconda: reazione con sviluppo di un gas in ambiente aperto:

In un becker da 250 mL si pone una spatolata di carbonato di calcio in polvere fine; si aggiungono 10 o 20

mL

di acque distillata. In una provetta asciutta si pongono 5 o 6 mL di HCl sol. 37% e si sistema la provetta

nel

becker.

Si porta il sistema sul piatto della bilancia e si procede ad accurata massatura, annotando il valore ottenuto.

Si ritira, quindi, il becker dalla bilancia con cura si versa al suo interno il contenuto della provetta; l’acido a contatto con il CaCO 3 darà la reazione:

CaCO 3 + 2HCl ææææÆÆ CaCl 2 + CO 2 + H 2 O .

L'anidride carbonica che si sviluppa si disperderà nell’ambiente, per cui, sottoponendo il tutto a nuova massatura, si ottiene un valore minore a quello iniziale.

In questo caso la Legge di Lavoisier non è rispettata, trattandosi di reazione con prodotto gassoso in ambiente aperto.

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Parte terza: reazione con sviluppo di un gas in ambiente chiuso:

In una beuta da 400 mL si pone 1 g di carbonato di calcio in polvere; si prende una provetta che possa essere completamente contenuta nella beuta, ad es. una provetta da centrifuga, e si versa in essa acido cloridrico sol. 37 % fino ad un cm dal bordo. Con l'aiuto di una pinzetta si dispone la provetta in piedi all'interno della beuta e si tappa quest'ultima con idoneo tappo in gomma munito di rubinetto di sicurezza; se disponibile si sigilla con un pezzetto di " parafilm " per garantire la totale ermeticità.

Si porta il sistema sul piatto della bilancia e si procede ad accurata massatura, annotando il valore ottenuto. Si ritira, quindi, la beuta dalla bilancia e la si inclina in modo da far uscire l'acido dalla provetta ed entrare in contatto con il CaCO 3 ; la reazione che avviene è, ovviamente, quella descritta nella parte seconda.

In questo caso, però, l'anidride carbonica che si sviluppa resta nel sistema chiuso, per cui, sottoponendo il tutto a nuova massatura, si ottiene un valore eguale, nei limiti dell'errore sperimentale, a quello iniziale.

In questo caso la massa dei reagenti è uguale a quella dei prodotti di reazione.

Nota operativa: le reazioni scelte sono indicative e possono essere sostituite da analoghe. Nella parte terza non superare la quantità indicata di carbonato di calcio, ricordando che 1 g nella reazione indicata produce 0.24 L circa di anidride carbonica; superando tali quantità il tappo della beuta può fuoriuscire per la pressione del gas e ciò può risultare pericoloso.

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L'esperienza di Crookes

Materiali occorrenti:

Tubo di Crookes con croce di Malta - Tubo di Crookes a mulinello - Tubo di Crookes con fenditura e schermo - Rocchetto di Ruhmkorff con alimentatore c.c. - Cavi di collegamento - Magnete.

Richiami teorici:

Il tubo di Crookes è formato da un tubo di vetro contenente un gas rarefatto (pressione 10 -5 atmosfere); alle sue pareti interne sono saldati due elettrodi metallici collegati ad un elevatore di tensione ( @ 15000 v ). Le esperienze hanno dimostrato che i raggi che partono dal catodo ( polo negativo ) e vanno verso l'anodo ( polo positivo ) detti raggi catodici sono costituiti da:

1)- piccolissime particelle viaggianti in linea retta ( i corpi interposti danno ombra ). 2)- possiedono una certa massa ( sono capaci di muovere un mulinello a pale ). 3)- hanno carica elettrica negativa ( sono attratte dal polo positivo di un campo elettrico ). 4)- non dipendono né dal tipo di metallo costituente il catodo, né dal tipo di gas contenuto nel tubo ( variando questo le particelle esistono, comunque ).

Nel 1897 Thompson riuscì a determinare il rapporto carica/massa di dette particelle, che risulta essere r = c/m = 1.759 10 8 coulomb/grammi.

Considerando che queste particelle:

1)- possono provenire o dagli atomi costituenti il catodo o dalle molecole del gas contenuto nel tubo; 2)- non dipendono dal particolare tipo di catodo o di gas impiegati; 3)- possiedono tutte lo stesso rapporto carica / massa;

si può concludere che esse sono tutte uguali tra loro e sono presenti in tutti gli atomi.

A queste particelle è stato dato il nome di elettroni.

La carica, determinata in seguito nel 1906 da Millikan, risulta uguale a 1.602 10 -19 coulomb. Conoscendo r ed il valore della carica si può ricavare la massa che risulta uguale a 9.11 10 -28 grammi.

Esecuzione dell'esperienza:

Si monta il rocchetto ad induzione; si collegano le punte dello spinterometro, tramite due cavi, al tubo con croce di Malta, con il polo negativo all'elettrodo posteriore ed il polo positivo all'elettrodo anteriore. Si chiude l'interruttore dell'alimentatore e si osserva il comparire di una luminescenza verdastra con la croce che forma un'ombra sul fondo del tubo. Quanto osservato depone per un andamento rettilineo, dal catodo all'anodo, della radiazione.

Si collega, quindi, il tubo con mulinello; si chiude l'interruttore e si osserva che le pale iniziano a ruotare secondo il verso della radiazione. Questo indica, chiaramente, una natura corpuscolare della radiazione le cui particelle, per poter muovere le pale del mulinello, devono essere dotate di una certa massa.

Si collega, infine, il tubo con schermo e fenditura; attraverso questa può passare la radiazione catodica che è evidente come un sottile fascio luminoso sullo schermo. Avvicinando ad esso il polo positivo di un magnete si nota una deflessione della radiazione, che viene attirata. Avvicinando il polo negativo si nota anche in questo caso una deflessione ma con repulsione. L'esperienza indica che le particelle della radiazione catodica hanno carica elettrica e che questa è di segno negativo.

hanno carica elettrica e che questa è di segno negativo. Tubi catodici di Crookes R OBERTO
hanno carica elettrica e che questa è di segno negativo. Tubi catodici di Crookes R OBERTO
hanno carica elettrica e che questa è di segno negativo. Tubi catodici di Crookes R OBERTO

Tubi catodici di Crookes

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La spettroscopia

Materiali occorrenti:

Spettroscopio a reticolo - Spettroscopio tascabile a prisma - Spettroscopio di Kirchoff-Bunsen - Tubi di

Plucher - Lampade spettrali di alcuni elementi (es. Na, H 2 , Hg, He, Ar, CO 2 , Ne) - Alimentatore AT per tubi

di Plucher (rocchetto ad induzione) - Alimentatore per lampade spettrali - Sostegni portalampada - Cavi.

Richiami teorici:

Si ritiene necessario una breve trattazione sulla natura della luce:

Le onde:

Sono perturbazioni che si propagano in modo periodico nello spazio vuoto od occupato da materia. A seconda del vettore di spostamento si distinguono onde longitudinali ed onde trasversali.

Le onde periodiche sono caratterizzate dalle seguenti grandezze:

Periodo ( T ): più piccolo intervallo di tempo nel quale un'onda compie un'oscillazione completa ( ciclo ).

Frequenza ( nn

espressione è nn = 1/T .

): numero di cicli per secondo. L'unità SI

è

l'hertz (

Hz

)

=

1 ciclo/secondo. La sua

Lunghezza d'onda ( ll ): distanza percorsa da un'onda in un periodo, ovvero la distanza tra due picchi d'onda. La sua espressione è ll = nnT. L'unità di misura SI è il metro ( m ) con i suoi sottomultipli.

Ampiezza: massimo spostamento che rispetto alla posizione di riposo subisce un punto qualsiasi dell'onda.

Onde elettromagnetiche:

Onde trasversali che si propagano in un campo elettromagnetico; il campo elettrico ed il campo magnetico sono ortogonali tra di loro e perpendicolari alla direzione di propagazione dell'onda.

La luce come fenomeno ondulatorio:

La luce è una radiazione elettromagnetica di natura ondulatoria; può essere considerata anche come energia elettromagnetica, trasferita attraverso lo spazio o la materia per mezzo di onde.

La velocità della radiazione elettromagnetica è una costante detta velocità della luce, C = 3.00 10 8 m/s,

, da cui deriva anche ll = c / nn. Tutte

le radiazioni elettromagnetiche viaggiano nel vuoto a velocità = c.

data dal prodotto della lunghezza d'onda per la frequenza: c =

ll

nn

Spettro elettromagnetico:

La radiazione elettromagnetica comprende una vasta gamma di frequenze che costituiscono lo spettro elettromagnetico che è costituto da diversi tipi di radiazioni, certe a frequenza molto bassa come le onde

radio ( n = 10 4 ¸ 10 11 Hz ) e le microonde ( n = 10 8 ¸ 10 12 Hz ), altre a frequenza molto alta come i raggi X

o i raggi gamma ( n < 10 17 Hz ). Solo una piccola parte dello spettro, compresa tra 4.3 10 14 e 7 10 14 Hz

può essere percepita dall'occhio umano; questa radiazione è detta spettro visibile ed è costituita dalla serie dei colori che, dalla frequenza più bassa, sono il rosso, l' arancio, il giallo, il verde, il blu ed il violetto.

L'insieme dei colori forma la luce bianca. Le frequenze prima del rosso, con n = 3 × 10 14 Hz costituiscono l'infrarosso; quelle oltre il violetto, con n = 10 ×10 14 Hz sono dette ultravioletto.

Considerata la relazione l = c / n è facile comprendere che le lunghezze d'onda diminuiscono all'aumentare delle frequenze. Le lunghezze d'onda dello spettro visibile sono: rosso = 700 nm, arancio = 620 nm, giallo = 580 nm, verde = 530 nm, blu = 470 nm, violetto = 420 nm ( 1 nm = 1 ×10 -9 m ).

La luce come fenomeno corpuscolare:

Max Planck con la meccanica quantistica aggiunge al concetto ondulatorio quello di radiazione elettromagnetica intesa come un flusso di particelle dette fotoni. I fotoni sono dei quanti di energia che viaggiano alla velocità della luce e possiedono una frequenza n. L'energia di una radiazione è proporzionale alla frequenza: E = h nn , ove h è una costante ( costante di Planck ) = 6.63 × 10 -34 Js.

Spettri atomici:

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Sono l'insieme delle radiazioni elettromagnetiche emesse da una sostanza; si dividono in:

Spettri di emissione continui o discreti: sono emessi da una sorgente luminosa; presentano tutti i colori dal rosso al violetto sfumati l'uno nell'altro. Sono emessi da corpi incandescenti, solidi, liquidi o gassosi, fortemente compressi; sono esempi lo spettro solare e quello emesso da una lampada ad incandescenza.

Spettri di emissione a righe: presentano righe colorate su sfondo nero; sono emessi da sostanze gassose

o rese gassose a bassa pressione. Ogni spettro è caratteristico di ogni sostanza.

Spettri di assorbimento: se un gas o una sostanza resa gassosa che si trova a temperatura inferiore a quella di una sorgente di luce bianca, è interposto tra detta sorgente ed uno spettroscopio si ottiene uno spettro di assorbimento; esso è caratterizzato da uno sfondo colorato continuo e dalle righe di assorbimento. Per una stessa sostanza le righe di assorbimento sono sovrapponibili, ovvero hanno la stessa lunghezza d'onda delle righe colorate dello spettro di emissione.

Le frequenze della radiazione che può emettere un'atomo di un elemento quando viene eccitato sono uniche per cui ogni elemento possiede uno spettro caratteristico formato da ben definite righe; in altre parole per ogni atomo sono possibili solo caratteristiche variazioni di energia.

La spettroscopia:

Applicando una tensione elevata ad un tubo di scarica contenente un gas rarefatto oppure vapori di metalli, si ha una emissione di energia radiante percepita dall'occhio umano sotto forma di una luce con colore caratteristico. All'esame spettroscopico si può scomporre tale luce nel corrispondente spettro di emissione.

Ad esempio, sottoponendo alla scarica un tubo o una lampada contenente idrogeno rarefatto, un gran numero di atomi viene eccitato. L'elettrone di ogni atomo prima dell'eccitazione si trovava allo stato fondamentale ( o livello energetico ) n=1, ovvero in posizione più vicina al nucleo; in seguito alla somministrazione di energia l'elettrone passa a un livello energetico superiore. La lettera n indica il numero quantico principale che definisce, appunto, il livello energetico ove si trova l'elettrone. In non tutti i casi, però, l'elettrone passa allo stesso livello energetico superiore: in molti salta a n=2, in altri salta a n=3 e così via.

Al termine dell'eccitazione l'elettrone ritorna allo stato fondamentale n=1 restituendo l'energia che gli era stata fornita sotto forma di radiazione luminosa. Poiché i percorsi di ritorno dagli stati eccitati ( n=2, n=3, etc.) hanno percorsi diversi, si ha una contemporanea emissione di diverse frequenze. L'insieme di queste frequenze formano lo spettro di emissione caratteristico dell'atomo di idrogeno ( atomo di Bohr ).

Il modello di Bohr riusciva a spiegare abbastanza bene lo spettro di emissione dell'idrogeno; per atomi con

più di un elettrone si osservavano delle righe formate da " multipletti " ovvero righe secondarie molto vicine tra loro. La differenza di frequenza tra le righe secondarie è molto piccola per cui è possibile che, ad esempio, tra lo stato fondamentale e lo stato eccitato n = 2 siano possibili diverse transizioni rilevabili dalle righe secondarie dello spettro.

Sommerfeld propose allora una teoria in cui sostituiva le orbite circolari di Bohr, definite solo dal parametro raggio, con orbite ellittiche definite da due parametri, ad es. gli assi, di cui il nucleo occupa uno dei fuochi. Anche questo sistema, al pari di quello di Bohr, è quantizzato, per cui Sommerfeld definì un secondo numero quantico, il numero quantico angolare ( l ) che determina la " quantizzazione dell'eccentricità dell'ellisse " che l'elettrone può percorrere nei suoi stati stazionari. In altre parole il numero quantico angolare definisce la forma dell'orbitale ; esso può assumere, per ogni valore di n i valori interi compresi tra 0 e n-1. Di conseguenza ogni livello energetico è formato da più sottolivelli che differiscono per piccole quantità di energia. In questo modo aumentano i salti energetici possibili per gli elettroni.

Ad es. per un elettrone in cui n=2 l può assumere i valori di 0 e 1 e a questi valori corrispondono due orbite: n=2 e l=0 e n=2 e l=1. Queste orbite sono lievemente differenti per forma e valori di energia.

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In questo modo è possibile interpretare i raggruppamenti di linee vicine negli spettri:

n

= 2

n

= 1

E

2

E 1

n = 2

vicine negli spettri: n = 2 n = 1 E 2 E 1 n = 2

vicine negli spettri: n = 2 n = 1 E 2 E 1 n = 2

l = 1

= 0

n = 1

E

E

2,1

2,0

E 1

Per certi gruppi di righe quanto sopra esposto è, però, insufficiente, come ad es. per spettri di atomi eccitati

e sottoposti a campi magnetici esterni ( effetto Zeeman ).

Per questo motivo si ipotizzò che un elettrone percorrendo la sua orbita generasse un campo magnetico,

per cui fu introdotto il numero quantico magnetico ( m ) che può assumere i valori di 0, 1, 2, 3,

In ultimo, altri particolari sdoppiamenti delle righe spettrali fecero pensare che l'elettrone nella sua

orbita ruotasse anche sul proprio asse, in senso orario ed antiorario, generando un altro campo magnetico.

Perciò fu introdotto il numero quantico magnetico di spin ( m s ), che può assumere valori di e .

, ± l.

In assenza di campo magnetico esterno solo i valori di n e l determinano i valori energetici degli elettroni

dell'atomo.

In presenza di un campo magnetico esterno anche i numeri quantici m e m s influenzano relativamente i

valori delle energie, causando gli sdoppiamenti delle righe.

Il

modello di Bohr - Sommerfeld non riesce però a spiegare molti fenomeni fisici, tra i quali gli spettri a righe

di

elementi con più elettroni per cui lo stesso è superato dal modello ad orbitali introdotto dalla meccanica

quantistica. Per una trattazione di questo si rimanda ai vari testi di chimica e chimica-fisica.

Esecuzione dell'esperienza:

Parte prima: osservazione di tubi di Plucher con spettroscopio a reticolo:

Si

pone un tubo di Plucher con sodio nell'apposito sostegno, si collegano i due poli con l'alimentatore AT e

si

dispone il tubo davanti alla fenditura dello spettroscopio.

Si

oscura l'aula e si accende l'alimentatore; dopo pochi secondi di riscaldamento si procede all'osservazione

dello spettro attraverso il reticolo di rifrazione. Detto reticolo è montato su un cursore scorrevole lungo il banco ottico. Si dovrebbero osservare due righe gialle sullo schermo ai due lati della fenditura; queste righe servono per la taratura dello strumento: infatti, spostando in avanti o indietro il reticolo è possibile posizionare le righe sui valori relativi indicati sulla scala e corrispondenti al simbolo Na ( l ca.5800 Å ) Dopo la taratura si procede all'osservazione delle radiazioni emesse da altri tubi e all'analisi degli spettri delle sostanze in essi contenuti.

Parte seconda: osservazione di lampade spettrali con spettroscopio di Kirchoff-Bunsen:

Si monta lo spettroscopio davanti al supporto per le lampade spettrali, ovviamente collegando lo stesso al

relativo alimentatore. Si pone un proiettore diottrico di fronte al tubo per la scala graduata. Anche in questo caso preferibile, al fine di operare una buona taratura dello strumento, procedere all'osservazione della lampada al sodio.

Si oscura l'aula, si accendono gli alimentatori, si lascia riscaldare la lampada per alcuni secondi. Si pone, a

questo punto, l'occhio sull'oculare muovendolo fino a che non sia visibile uno spettro. A questo punto si adatta il cannocchiale al proprio visus e si regola la fenditura posta sul collimatore fino a che non siano evidenti due righe gialle molto ravvicinate ( doppietto ).

Si chiude il prisma mobile per la scala graduata e si muove l'oculare fino a posizionare le righe gialle su una

lunghezza d'onda pari a ca. 5800 Å. Lo strumento è tarato ed è possibile procedere all'osservazione degli spettri emessi dalle lampade disponibili.

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Parte terza: osservazione dello spettro continuo della luce solare:

Si utilizza lo spettroscopio tascabile a prisma. Si apre convenientemente la fenditura dello spettroscopio, si adatta l'oculare al proprio visus e si punta verso la luce solare. Quando la luce solare passa attraverso il prisma si scompone nello spettro continuo formato dalle radiazioni colorate che vanno dal viola ( l ca.4000 Å ) al rosso ( l ca.7500 Å ) evidenziando i colori principali.

Questo spettro è detto continuo in quanto non presenta zone d'ombra. Uno spettro continuo può essere anche osservato da una lampada ad incandescenza.

Nota: data la presenza di alimentatori ad alta tensione, si richiede la massima cautela nel montare le apparecchiature e nell'esecuzione delle esperienze. Gli spettri evidenti risultano quelli emessi da lampade contenenti gas nobili.

risultano quelli emessi da lampade contenenti gas nobili. R OBERTO B ISCEGLIA : E SERCITAZIONI DI

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I saggi alla fiamma

Materiali occorrenti:

Sali, possibilmente cloruri, di litio, potassio, sodio, calcio, stronzio, bario, rame - Fili al nickel-cromo montati

- Acido cloridrico sol. 1:3 - Vetri blu al cobalto - Vetreria.

Esecuzione dell'esperienza:

Si prelevano con una spatola piccole quantità dei sali in analisi, disponendole su un foglio di carta. Si versano in un vetro da orologio alcuni mL di acido cloridrico sol. 1:3.

Si prende un filo al Ni-Cr e si provvede alla sua pulizia inumidendolo con l'acido e portandolo nella fiamma ossidante ( zona di fusione ) di un bunsen. Tale operazione è completata quando la fiamma appare incolore.

Si inumidisce nuovamente il filo al Ni-Cr con l'acido, si raccolgono sulla punta alcuni cristalli del primo sale in analisi e si osservano il colore ed i caratteri della fiamma.

L'acido cloridrico ha la funzione di permettere l'adesione al filo dei cristalli del sale e di trasformare lo stesso, qualora già non lo fosse, in un cloruro, sale particolarmente volatile. I sali così trattati, ricevendo energia termica dalla fiamma, emettono una radiazione, caratteristica per ogni catione, che viene percepita dall'occhio umano come luce colorata. La radiazione emessa può essere, ovviamente, scomposta da uno spettroscopio nelle righe spettrali in modo da permettere un sicuro riconoscimento del catione.

Si ripete l'esperienza con tutti i sali disponibili, avendo cura di sostituire il filo al Ni-Cr ogni volta, o di pulirlo accuratamente.

E' opportuno annotare, per ogni catione, la colorazione ed i caratteri della fiamma.

I colori dei principali cationi sono:

Litio: rosso cardinale Sodio: giallo intenso Stronzio: rosso a sprazzi Rame: verde-azzurro elettrico

Calcio: rosso mattone Potassio: violetto Bario: verde pisello Piombo: grigio-azzurro pallido

Il sodio è molto persistente e facilmente maschera la presenza di altri cationi, quali, ad esempio, il potassio. La sua radiazione gialla è, però, assorbita dai vetri al cobalto blu per cui, osservando la fiamma attraverso uno o due di questi, è possibile riconoscere perfettamente il catione mascherato.

possibile riconoscere perfettamente il catione mascherato. Nota operativa: i fili al nickel-cromo sostituiscono

Nota operativa: i fili al nickel-cromo sostituiscono ottimamente quelli classici, e molto più costosi, in platino. La loro resistenza alle ossidazioni è, però, molto limitata; si consiglia, per questo, di cambiare il filo dopo due o tre analisi. Per facilitare le operazioni si consiglia di usare piccoli pezzi di filo trattenuti da un’astina portafili o una pinzetta, in luogo di quelli montati su bacchette in vetro.

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La nomenclatura chimica: gli elementi

Materiali occorrenti:

Campioni di: Zinco, Piombo, Rame, Sodio, Alluminio, Mercurio, Fosforo rosso, Grafite, Iodio, Zolfo - Alimentatore c.c. 6/12 volts - Lampadina con collegamenti - Vetreria .

Esecuzione dell'esperienza:

Lo scopo è quello si evidenziare alcuni caratteri fisici di una serie di elementi, al fine di operare una differenziazione tra metalli e nonmetalli. I caratteri presi in esame sono: aspetto, lucentezza, conducibilità elettrica, conducibilità termica, lavorabilità. Gli elementi disponibili dovranno essere sottoposti ai seguenti esami:

Aspetto e lucentezza: si osservano i campioni nel loro aspetto, descrivendone i colori e la presenza di eventuale lucentezza metallica. I campioni, specie quelli di sodio e calcio, dovranno essere ben puliti al fine di rimuovere ogni patina superficiale.

Conducibilità elettrica: si predispone un circuito elettrico con l'alimentatore c.c. a 6/12 volts ed una lampadina adeguata; si interpone al circuito, interrompendo uno dei fili, il campione in osservazione, annotando se esso conduce o no la corrente, in base all'accensione, o meno, della lampadina.

Conducibilità termica: si riscaldano brevemente alcuni campioni alla fiamma di un bunsen, rilevando con la mano l'eventuale conducibilità termica. Da questo esame sono da escludersi i campioni di sodio, calcio, mercurio, iodio e fosforo.

Lavorabilità: disponendo di lamine o fili di alcuni degli elementi si evidenziano i caratteri di duttilità ( lavorabilità in fili ) e di malleabilità ( lavorabilità in lamine ) propri dei metalli ed assenti nei nonmetalli.

Dalle prove effettuate è possibile ricavare questa tavola sinottica:

ELEMENTO

ASPETTO

COLORE

CONDUCIBILITA'

CONDUCIBILITA'

LAVORABILITA'

ELETTRICA

TERMICA

RAME

metallico lucente

rosso

elevata

elevata

duttile / malleabile

ZINCO

metallico lucente

grigio chiaro

buona

elevata

duttile / malleabile

ALLUMINIO

metallico lucente

grigio chiarissimo

buona

elevata

duttile / malleabile

SODIO

metallico ossidato

grigio

buona

elevata

morbido / pastoso

PIOMBO

metallico opaco

grigio scuro

buona

elevata

duttile / malleabile

MERCURIO

metallico liquido

grigio chiarissimo

elevata

elevata

liquido

IODIO

cristallino

grigio scuro

assente

scarsa

nessuna

FOSFORO

pulverulento

rosso scuro

assente

scarsa

nessuna

ZOLFO

cristallino

giallo

assente

scarsa

nessuna

GRAFITE

opaco

nero

elevata

discreta

buona

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La nomenclatura chimica: i composti

Materiali occorrenti:

Magnesio - Calcio - Sodio - Zolfo - Zinco - Anidride fosforica - Ossido di calcio - Ossido di mercurio - Idrossido di sodio sol. 0.1 M - Idrossido di bario soluzione 1 % - Acido solforico sol. 1:5 - Acido cloridrico sol. 1:3 e 0.1 M - Acido nitrico sol. 1:3 - Acido ortofosforico sol. 1:2 - Cartine all'indicatore universale - Fenolftaleina sol. 1 % - Vetreria.

Esecuzione dell'esperienza:

Le procedure di esecuzione sono descritte per ogni reazione. Ove non indicato si devono utilizzare quantità minime di reagenti.

Parte prima: ossidi, idrossidi ed acidi:

1.1 - Formazione di ossido e di idrossido di magnesio a partire dal metallo

Porre del magnesio in lastrina o in polvere su una fiamma di bunsen fino a che non bruci con la caratteristica fiamma luminosa. La polvere bianca che si forma è ossido di magnesio, secondo la reazione:

calore

2Mg + O 2 ææææÆÆ 2MgO

Si raccoglie l'ossido così prodotto e lo si pone in una provetta con alcuni mL di acqua. Lentamente, in quanto il composto è poco solubile, si forma l' idrossido di magnesio, secondo la reazione:

MgO + H 2 O ææææÆÆ Mg(OH) 2

L' idrossido così formato è riconoscibile per aggiunta di alcune gocce di fenolftaleina, che vireranno al viola per l'ambiente basico.

1.2 - Formazione di idrossido di calcio a partire dal metallo

Porre in una provetta alcuni granuli di calcio ed aggiungere alcuni mL di acqua distillata. Si forma

l' idrossido di calcio e si sviluppa idrogeno con la reazione:

Ca + 2H 2 O ææææÆÆ Ca(OH) 2 + H 2

L' idrossido è riconoscibile per aggiunta di alcune gocce di fenolftaleina, mentre l'idrogeno sviluppatosi può essere riconosciuto per combustione, accendendolo con un fiammifero.

1.3 - Formazione di idrossido di calcio a partire dall'ossido

Porre una punta di spatola di ossido di calcio in un becker ed agitare fino alla formazione di una soluzione lattiginosa. La reazione che avviene è la seguente:

CaO + 2H 2 O ææææÆÆ Ca(OH) 2

L'idrossido è riconoscibile aggiungendo alcune gocce di fenolftaleina.

1.4- Formazione dell'idrossido di sodio a partire dal metallo Porre un pezzo molto piccolo di sodio in un becker da 250 mL colmo di acqua e ricoprire rapidamente con una reticella. La reazione che avviene è molto esotermica e può portare all'esplosione dell'idrogeno formatosi:

2Na + 2H 2 O ææææÆÆ 2NaOH + H 2

Come noto, l'idrossido è riconoscibile per aggiunta di alcune gocce di fenolftaleina.

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1.5- Formazione dell'anidride solforosa e dell'acido solforoso Si bruciano alcuni grammi di zolfo in polvere posti in un crogiolo o su una spatola metallica. Il gas biancastro con odore pungente che si forma è l' anidride solforosa ( biossido di zolfo ):

S + O 2 ææææÆÆ SO 2

Se si pone sopra lo sviluppo di SO 2 un vetro da orologio, nel cui incavo è attaccata una cartina all'indicatore

universale inumidita, si vedrà la stessa colorarsi in rosso, ad indicare la formazione secondo la reazione:

dell' acido solforoso,

SO 2 + H 2 O ææææÆÆ H 2 SO 3

1.6 - Formazione dell'acido ortofosforico a partire dall'anidride

In una provetta si pone una punta di spatola di anidride fosforica aggiungendo alcuni mL di acqua. La reazione è esotermica ed abbastanza violenta:

P 2 O 5 + 3H 2 O ææææÆÆ 2H 3 PO 4

L'acido ortofosforico formatosi è riconoscibile per mezzo di una cartina all'indicatore universale che, ovviamente, si colorerà in rosso.

1.7 - Dissociazione dell'ossido di mercurio II

Si pone una piccola quantità di ossido di mercurio II in un tubicino da saggio; si riscalda intensamente al bunsen. Si notano, dopo pochi secondi, un cambiamento di colore dell' ossido dal rosso al nero e la formazione, sulle pareti superiori del tubicino, di un anello di goccioline di mercurio, secondo la reazione:

calore

2HgO ææææÆÆ 2Hg + O 2

Il mercurio, dopo essersi vaporizzato, si condensa sulle pareti del tubo che sono a temperatura più bassa, mentre non è evidenziabile lo scarso sviluppo di ossigeno.

Parte seconda: i sali:

2.1 - Reazione di salificazione tra zinco ed acido cloridrico

Zn + 2HCl ææææÆÆ ZnCl 2 + H 2

Si pone un po' di zinco in una provetta e ad esso si aggiungono 2 o 3 mL di acido cloridrico sol. 1:3. Si sviluppa subito idrogeno, riconoscibile nel modo già descritto, mentre il cloruro di zinco resta in soluzione.

2.2 - Reazione di salificazione tra magnesio ed acido ortofosforico

3Mg + 2H 3 PO 4 ææææÆÆ Mg 3 (PO 4 ) 2 ØØ + 3H 2

Si pone un pezzettino di nastro di magnesio in una provetta e si aggiungono 1 o 2 mL di acido ortofosforico sol. 1:2. Si sviluppa idrogeno e si osserva il contemporaneo formarsi dell' ortofosfato di magnesio insolubile che dà un precipitato bianco.

2.3 - Reazione di salificazione tra calcio ed acido solforico

Ca + H 2 SO 4 ææææÆÆ CaSO 4 ØØ + H 2

Si pongono alcuni granuli di calcio in una provetta facendoli reagire con 1 o 2 mL di acido solforico sol. 1:5 circa. Si ha sviluppo di idrogeno e formazione del solfato di calcio, sale poco solubile che dà un precipitato bianco.

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2.4 - Reazione di salificazione tra un acido ed un ossido basico

2HNO 3 + CaO ææææÆÆ Ca(NO 3 ) 2 + H 2 O

In una provetta si pone una mezza spatolata di ossido di calcio e ad esso si aggiungono 3 o 4 mL di acido nitrico sol. 1:3. L' ossido di calcio si dissolve rapidamente formando il nitrato di calcio che resta dissociato in una soluzione incolore.

2.5 - Reazione di salificazione tra l'idrossido di bario e l'acido solforico

Ba(OH) 2 + H 2 SO 4 ææææÆÆ BaSO 4 ØØ + 2H 2 O

In una provetta si fanno reagire 1 mL di idrossido di bario sol. 1 % ed 1 mL di acido solforico sol. 1:5. Si forma immediatamente un precipitato bianco caseoso di solfato di bario, sale pochissimo solubile.

2.6 - Reazione di salificazione tra l'idrossido di sodio e l'acido cloridrico

NaOH + HCl ææææÆÆ NaCl + H 2 O

In una provetta si fanno reagire 1 mL di idrossido di sodio sol. 0.1 M e 1 mL di acido cloridrico sol. 0.1 M. Al completamento della reazione si ha come prodotto il cloruro di sodio, sale completamente dissociato in acqua.

2.7 - Reazione di salificazione tra un idrossido e un ossido acido

Ba(OH) 2 + CO 2 ææææÆÆBaCO 3 ØØ + H 2 O

In un becker si versano circa 5 mL di idrossido di bario sol. 1 %, aggiungendo 30 o 40 mL di acqua distillata. Con una pipetta si soffia lentamente nella soluzione. L'anidride carbonica ( biossido di carbonio ) emessa con l'espirazione reagisce con l' idrossido formando il carbonato di bario, sale insolubile che precipita con colore bianco.

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Misura della pressione atmosferica: il barometro di Torricelli

Materiali occorrenti:

Tubo di Torricelli in vetro - Sostegno con pinza a ragno - Bacinella per mercurio - Mercurio (1000 g ca.) - Metro a nastro - Vetreria.

Richiami teorici:

Nel 1643 Evangelista Torricelli ideò un sistema per la misurazione della pressione atmosferica: il barometro a mercurio.

Questo è formato da un tubo in vetro alto circa 850 mm, chiuso ad una estremità e che deve essere accuratamente riempito di mercurio. L'apparecchio deve essere rovesciato in posizione verticale con l'estremità aperta immersa in una bacinella contenente anch'essa mercurio, badando a non far entrare aria.

Nello spazio che si forma sopra la colonna di mercurio sono, perciò, presenti solo vapori di Hg, la cui pressione può essere, a condizioni standard di temperatura, considerata insignificante.

Applicando la legge di Stevino ( variazione di pressione di un fluido in quiete ) la cui equazione è:

per cui:

p = p 0 + rr g h

si ha:

p 0 = rr Hg ·

g ·

h

ove

p 0

= pressione atmosferica

rr Hg = densità mercurio = 13.595 g/cm 3

g = accelerazione di gravità

h = altezza colonna di Hg

( a 0 °C )

= 980.66 cm/s 2

= 76 cm

p 0 = 13.595 980.66 76 = 1.013 10 5 N/m 2

( o pa

pascal )

Tale valore si chiama atmosfera ( 1 atm ). Ne deriva che, a 0 °C, 1 cm Hg corrisponde a 1333 N/m 2 o ( 1.013 10 5 / 76 = 1333 ).

pa

Esecuzione dell'esperienza:

Preliminarmente si versa nella bacinella del mercurio fino a raggiungere un'altezza di circa 3 cm. Si procede, quindi, al riempimento del tubo di Torricelli utilizzando un idoneo imbuto, fino a che il menisco del mercurio non raggiunga l'estremità aperta. Si chiude fermamente l'apertura con un dito e si rovescia l'apparecchio immergendone l'estremità nel mercurio posto nella bacinella. E' necessario operare con la massima cautela al fine di evitare ingresso di bolle d'aria o, peggio, la rottura del tubo. Si toglie il dito dall'apertura, si fissa l'apparecchio ad un supporto con pinza a ragno e si osserva ciò che accade.

un supporto con pinza a ragno e si osserva ciò che accade. R OBERTO B ISCEGLIA

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Si nota che all'estremità chiusa del tubo si è formato uno spazio vuoto ( vuoto torricelliano ), privo d'aria e

con

p ªª 0.

Utilizzando un metro a nastro si rileva l'altezza della colonna del mercurio, partendo dalla superficie del mercurio della bacinella, fino al menisco che esso forma nel tubo. Per quanto sopra esposto, a livello del mare, la colonna ha una lunghezza di circa 76 cm.

Dall'esatto valore rilevato, utilizzando l'equazione si ricava la pressione atmosferica p 0 esistente al momento dell'esperienza. Tale valore è, come detto, espresso in N/m 2 ( pascal ).

Al termine dell'esercitazione si svuota accuratamente il tubo nella bacinella e si ripone il mercurio nel suo contenitore.

Nota operativa: al fine di evitare formazione di amalgama è opportuno operare privi di oggetti d'oro, quali anelli, orologi, bracciali, etc.

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La legge isoterma dei gas ( legge di Boyle )

Materiali occorrenti:

Apparecchio per la legge di Boyle - Mercurio ( ca. 1 kg ) - Barometro.

Richiami teorici:

Nel 1662 con i suoi esperimenti Robert Boyle determinò che " per ogni quantità di gas, a temperatura costante, il prodotto dei valori della pressione e del volume è una costante ( p v = k ) ".

In base a questa legge, ogni variazione della pressione provoca una variazione del volume, e viceversa.

Esecuzione dell'esperienza:

Si dispone sul banco l'apparecchio e si regolano i due tubi in plexiglas alla stessa altezza, il più in basso

possibile; si apre il rubinetto posto nel tubo di sinistra. Con l'aiuto di un imbutino si versa il mercurio nel tubo

di destra fino a che i livelli nei due tubi siano visibili. Agendo sui cursori dei due tubi si portano detti livelli a

corrispondere allo zero della scala centrale; si chiude la valvola del tubo di sinistra in modo da imprigionare

un volume d'aria, che potrà essere misurato ( v =

pr 2 × h ).

Si rileva la pressione atmosferica in mm di Hg utilizzando un barometro e si annota tale valore considerandolo costante per tutta la durata dell'esperienza.

Si trascrive il valore in ml. del volume del cilindro d'aria sulla tabella di lavoro come prima lettura, facendo

corrispondere ad esso il dislivello corrispondente tra i due menischi di mercurio che è, come detto, = 0.

La pressione che insiste sulla massa d'aria imprigionata è, pertanto, solo quella atmosferica.

Si procede alle letture successive, almeno 5 o 6, alzando a diversi livelli il tubo di destra e registrando, ogni

volta, il dislivello tra i due menischi, in mm, che dovrà essere sommato alla pressione atmosferica, e il volume dell'aria imprigionata.

Al termine delle letture sarà possibile verificare che i prodotti p × v, nei limiti dell'errore sperimentale, sono

costanti.

In matematica due grandezze x e y si dicono inversamente proporzionali quando il loro prodotto è una costante ( x y = k ). L'equazione y=k/x rappresenta una iperbole equilatera.

Per quanto sopra espresso, sarà, ad esempio, possibile riportare in un piano cartesiano i valori di volume nel ramo delle ascisse e quelli di pressione nelle ordinate, tracciando il grafico risultante che sarà, appunto, un ramo di iperbole equilatera.

Nota operativa: il volume della massa d'aria imprigionata può essere determinato indirettamente misurando il volume del tubo cilindrico che la contiene, attraverso la formula geometrica:

area della base x altezza.

ROBERTO BISCEGLIA: ESERCITAZIONI DI LABORATORIO CHIMICO REV.16/01/2000

32

Grafico sperimentale della legge isoterma dei gas

1400

     

1200

   
1200    

1000

   

800

   

Pressioni del gas in mm Hg

600

   

400

   
 

200

   
     
 

0

         
 

0

 

0,5

 

1

1,5

 

2

 

Volumi del gas in mL

 
 

Tavola dei valori sperimentali

 

Letture

 

Volume dell'aria

Dislivello in mm Hg

 

Press.atmosferica in mm Hg

 

Pressione del gas in mm Hg

Prodotto

 

in mL

p

x

v

 

1 1,638

 

0

750

 

750

1228,5

2 1,446

93

750

843

1218,9

3 1,283

187

750

937

1202,1

4 1,173

283

750

1033

1211,7

5 1,064

379

750

1129

1201,3

6 0,982

476

750

1226

1203,9

7 0,928

574

750

1324

1228,6

8 0,873

660

750

1410

1230,9

ROBERTO BISCEGLIA: ESERCITAZIONI DI LABORATORIO CHIMICO REV.16/01/2000

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La legge isobara dei gas ( legge di Gay-Lussac )

Materiali occorrenti:

Apparecchio per la legge di Gay-Lussac - Glicerina - Becker da 800 mL - Termometro - Piastra riscaldante elettrica - Vetreria.

Richiami teorici:

Alla fine del XVIII secolo Joseph Gay-Lussac, sulla base dei suoi esperimenti, enunciò una legge che dice " riscaldando un gas a pressione costante si provoca un aumento del suo volume e tale aumento, per ogni °C, è di 1/273 del volume occupato dal gas a 0 °C ", ovvero:

V o =V t (1+ aa t )

ove

V o = volume a 0 °C,

V t = volume a t °C,

aa =1/273.

Esecuzione dell'esperienza:

Si pone l'apparecchio nel becker da 800 mL versando nello stesso acqua fredda, possibilmente con alcuni cubetti di ghiaccio, controllando che il palloncino sia completamente immerso. Si lascia riposare per 1 o 2 minuti. Di detto palloncino deve essere noto il volume, espresso in mL. La pressione, per la struttura dell'apparecchio, risulta costante in ogni fase.

Lasciando aperto il rubinetto centrale, utilizzando uno dei tubi laterali ed un imbutino, si versa nell'apparecchio della glicerina, o altro liquido denso, fino a livello dello zero della scala in mL segnata sul tubo centrale.

Si chiude il rubinetto, si immerge il termometro, con il bulbo all'altezza del palloncino, e si registra la temperatura.

Il valore rilevato deve essere riportato sulla tabella di esercitazione come prima lettura, alla quale è da attribuirsi, ovviamente, un incremento del volume = 0 , per cui il volume del gas è dato dal solo valore del volume del palloncino.

Si provvede, a questo punto, al riscaldamento della massa d'acqua e, di conseguenza, anche dell'aria contenuta nel palloncino, agitando in modo da avere omogeneità in tutti i punti. Ad intervalli regolari di temperatura, ad esempio ogni 5 °C, si rilevano gli incrementi di volume sul tubo centrale, riportando detti valori sulla tabella di esercitazione.

Per ogni valore di temperatura detto incremento di volume deve essere sommato al volume del palloncino. Al fine di limitare possibili errori sperimentali conviene effettuare almeno 8/10 letture.

Al termine della rilevazione dei dati, dopo aver spento l'elemento riscaldante, si procederà alla graficazione cartesiana di tali valori.

In un piano cartesiano, scelto di adeguate dimensioni, si pongono le temperature in °C nell'asse delle ascisse ed i valori in mL dei volumi nell'asse delle ordinate.

Il risultato sarà il grafico di una funzione del tipo y=a+bx , ovvero una retta che interseca l'asse delle ordinate in un punto a .

Con i valori rilevati nell'esperienza è anche possibile estrapolare lo zero assoluto ( -273.16 °C ), punto limite ove il volume teoricamente si annulla.

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Grafico sperimentale della legge isobara dei gas

5 0 4 5 4 0 3 5 3 0 2 5 2 0 1
5
0
4
5
4
0
3
5
3
0
2
5
2
0
1
5
1
0
5
0
0 5
1 0
1 5
2 0
2 5
3 0
3 5
4 0
4 5
5 0
5 5
6 0
6 5
7 0
Volumi del gas in mL

Temperature in °C

 

Tavola dei valori sperimentali

 

Letture

Temperature

Incremento volume

Volume pallone in

Volume totale del

 

in °C

in mL

mL

gas in mL

1

5

0

31,4

31,4

2

10

0,6

31,4

32

3

15

1,2

31,4

32,6

4

20

1,9

31,4

33,3

5

25

2,5

31,4

33,9

6

30

3,1

31,4

34,5

7

35

3,8

31,4

35,2

8

40

4,4

31,4

35,8

9

45

5,1

31,4

36,5

10

50

5,8

31,4

37,2

ROBERTO BISCEGLIA: ESERCITAZIONI DI LABORATORIO CHIMICO REV.16/01/2000

35

La legge isocora dei gas ( legge di Charles )

Materiali occorrenti:

Apparecchio per la legge di Charles - Mercurio 500 g. - Becker da 800 mL - Termometro - Piastra riscaldante elettrica - Barometro - Vetreria.

Richiami teorici:

Jacques Charles nel 1787, dopo aver effettuato numerosi esperimenti, dichiarò che " riscaldando un gas a

per ogni grado centigrado di temperatura la

volume costante si provoca un aumento della pressione;

pressione aumenta di 1/273 della pressione che il gas esercitava a 0 °C " ovvero:

P 0 = P t (1+ aa t )

ove

P 0 = pressione a 0 °C,

P t = pressione a t °C,

aa =1/273.

Esecuzione dell'esperienza:

Si rileva preliminarmente la pressione atmosferica, utilizzando il barometro, e se ne trascrive il valore nella

tavola di esercitazione, considerandola costante per tutte le letture.

Si versa nel becker acqua fredda, possibilmente con alcuni cubetti di ghiaccio, fino a 3-4 cm dal bordo e si

immerge l'apparecchio, fissandolo con il sostegno a pinza e controllando che tutto il pallone in vetro risulti immerso. Il volume dell'aria imprigionata nel pallone viene considerata costante in ogni fase.

Si pone l'apparecchio sull'elemento riscaldante ancora spento e si versa il mercurio, con l'aiuto di un imbutino, nel ramo di destra del tubo ad U, fino a che il livello non raggiunga, perfettamente, lo zero della scala.

A questo punto si chiude il ramo di sinistra con un tappino, si immergono il termometro e l'agitatore

attraverso i due fori posti sulla base e si inizia a rilevare i valori di temperatura.

Il primo valore rilevato serve per la prima lettura, alla quale si assegna un dislivello = 0 e, quindi, una pressione sull'aria contenuta nel palloncino, pari alla sola pressione atmosferica. Si trascrive il valore sulla tabella dei dati.

Si inizia il riscaldamento della massa d'acqua e, di conseguenza, anche dell'aria contenuta nel palloncino,

agitando in modo da avere omogeneità in tutti i punti. Ad intervalli regolari di temperatura, ad esempio ogni 5 °C, si rilevano i dislivelli esistenti tra i menischi dei due rami del tubo ad U, indicanti l'aumento della

pressione, riportando tali valori sulla tabella di esercitazione. Al fine di limitare possibili errori sperimentali

si

effettuano, in totale, 8/10 letture.

Al

termine della rilevazione dei dati, dopo aver spento l'elemento riscaldante, si procederà alla graficazione

cartesiana di tali valori.

In un piano cartesiano, di dimensioni adeguate, si pongono le temperature in °C nell'asse delle ascisse e i

valori delle pressioni in mm di Hg nell'asse delle ordinate. Il risultato sarà il grafico di una funzione del tipo y=a+bx , ovvero una retta che interseca l'asse delle ordinate in un punto a .

Con i valori rilevati nell'esperienza è anche possibile estrapolare lo zero assoluto ( -273.16 °C ), punto limite ove la pressione teoricamente si annulla.

ROBERTO BISCEGLIA: ESERCITAZIONI DI LABORATORIO CHIMICO REV.16/01/2000

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Grafico sperimentale della legge isocora dei gas

850 800 750 700 650 600 550 500 450 400 350 300 250 200 150
850
800
750
700
650
600
550
500
450
400
350
300
250
200
150
100
50
0
0
5
10
15
20
25
30
35
40
45
50
55
60
65
70
Pressioni del gas in mm Hg

Temperature in °C

 

Tavola dei valori sperimentali

 

Letture

Temperature

Dislivello (dv) in mm Hg

Press.amosferica (pa) in mm Hg

Pressione aria in mm Hg (dv+pa)

 

in °C

1

 

5

0

748

748

2

10

11

748

759

3

15

23

748

771

4

20

33

748

781

5

25

44

748

792

6

30

55

748

803

7

35

65

748

813

8

40

75

748

823

9

45

87

748

835

10

50

97

748

845

ROBERTO BISCEGLIA: ESERCITAZIONI DI LABORATORIO CHIMICO REV.16/01/2000

37

Classificazione di alcuni minerali secondo i sette sistemi cristallini

Materiali occorrenti:

Campioni di minerali - Lente.

Esecuzione dell'esperienza:

Si osservano attentamente i caratteri morfologici dei minerali, classificandoli secondo i sette sistemi cristallini.

Di seguito sono descritti detti sistemi cristallini ed alcuni campioni di minerali tra i più comuni e significativi.

Sistema cubico:

Tutti e 3 gli assi della croce assiale hanno uguale lunghezza e si incrociano tra loro ad angolo retto. Si considera cubico un cristallo che abbia almeno 2 assi di simmetria ternari.

a = b = c

aa == bb == gg = 90°

Pirite: FeS 2 , cubo e piritroedo, più raramente ottaedro,a facce striate; lucente, colore bruno o nero, poco sfaldabile, frattura concoide, durezza 6÷6.5, densità 4.9÷5.1. E' il solfuro più diffuso. Si altera abbastanza facilmente per l'azione di agenti atmosferici in ossidi ed idrossidi di ferro ( es. in limonite FeO(OH) ).

Galena: PbS, cubo od ottaedro, a volte geminato; lucente, colore grigio piombo, sfaldatura perfetta, frattura subconcoide, durezza 2.5÷2.75, densità 7.4÷7.6. E' il più importante minerale di piombo.

Salgemma ( Alite ): NaCl, cubo, raramente ottaedro, lucentezza vitrea, incolore, sfaldatura facile secondo

le facce del cubo, durezza 2, densità 2.17.

Fluorite: CaF 2 , cubo, raramente ottaedro o altre forme più complesse, lucentezza vitrea, incolore o colorata per impurezze (es. azzurro-viola), sfaldatura facile, frattura concoide, durezza 4, densità 3.18.

Sistema tetragonale:

2 assi della croce assiale hanno uguale lunghezza, il terzo è più lungo o più corto. Tutti e 3 gli angoli che formano sono retti. Un cristallo si considera tetragonale se ha un solo asse di simmetria quaternario.

a = b c

aa == bb == gg = 90°

Calcopirite: CuFeS 2 , tetraedro a volte geminato e con facce striate, lucente, colore giallo ottone, sfaldatura imperfetta, frattura concoide, durezza 3.5÷4, densità 4.1÷4.3. E' il più diffuso minerale del rame ( ne contiene fino al 35 % ).

Cassiterite: SnO 2 , prisma, spesso geminato o fibroso, lucente, di colore bruno scuro o nero, sfaldatura perfetta, frattura subconcoide, durezza 6÷7, densità 7. E' praticamente l'unico minerale di stagno sfruttato industrialmente.

Pirolusite: MnO 2 , di solito compatto, a volte raggiato o fibroso, lucente, di colore grigio-nero, durezza 2÷6, densità 4÷5. E' il minerale più comune del manganese.

Sistema esagonale:

Impiega una croce assiale a 4 assi. 3 assi di uguale lunghezza giacciono sul piano orizzontale facendo un

angolo di 120° l'uno con l'altro. Il quarto asse è più lungo o più corto ed è disposto piano degli altri tre. E' considerato esagonale un cristallo avente un asse senario.

perpendicolarmente al

a = b = c d

aa == bb

== gg

= 120° ;

dd

= 90°

ROBERTO BISCEGLIA: ESERCITAZIONI DI LABORATORIO CHIMICO REV.16/01/2000

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Grafite: C, cristalli appiattiti e deformati, spesso a scaglie; lucente, di colore grigio-nero, sfaldatura perfetta, frattura assente, durezza 1, densità 2.2. Appare untuosa al tatto. Conduce la corrente elettrica.

Apatite: nome generico dato a fosfati di calcio contenenti fluoro ( fluoroapatite, Ca 5 [(F)(PO 4 ) 3 ], idrossiapatite Ca 5 [(OH)(PO 4 ) 3 ] , cloroapatite Ca 5 [(Cl)(PO 4 ) 3 ] ). Prisma o bipiramide, spesso compatti o complessi, lucentezza vitrea, colore variabile (bianco latteo, grigio, blu, giallo-verde etc.), sfaldatura scarsa, frattura concoide, durezza 5, densità 2.9÷3.2 .

Sistema trigonale o romboedrico:

Croce assiale a quattro assi. 3 assi di uguale lunghezza giacciono su un piano orizzontale facendo un angolo di 120° l'uno con l'altro. Il quarto asse è più lungo o più corto degli altri ed è perpendicolare al loro piano orizzontale. Un cristallo è trigonale se ha un asse ternario.

a = b = c d

aa == bb == gg

= 120° ;

dd

= 90°

Calcite: CaCO 3 , romboedro, scalenoedro, spesso geminato o fibroso, lucentezza vitrea, incolore o di colore bianco, sfaldatura perfetta, frattura concoide, durezza 3, densità 2.72. E' uno dei minerali più diffusi nella superficie terrestre. La varietà spato d'Irlanda è limpida ed incolore e presenta il fenomeno ottico della birifrangenza.

Dolomite: CaMg(CO 3 ) 2 , romboedro con facce a volte ricurve ( d. selliforme ), sfaldatura perfetta, incolore o grigia-biacastra o scura, lucentezza vitreo-madreperlacea, durezza 3.5÷4, densità 2.8÷2.9. Insolubile in HCl diluito a freddo. In massa compatta microcristallina è il costituente principale della dolomia.

Quarzo: SiO 2 , trapezoedro (simula una bipiramide esagonale), spesso geminato o irregolare, lucentezza vitrea, incolore o colorato per impurezze, sfaldatura assente, frattura concoide, durezza 7, densità 2.65. E' uno dei più comuni minerali della litosfera. Moltissime varietà: quarzo ialino ( cristallo di rocca ), ametista, q.affumicato, q.rosa, q.giallo, q.occhio di gatto