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DELLA PRATICA DELL'ORAZIONE MENTALE

P. Ia.: PARTE TEORICA Introduzione ed edizione critica del P. Umile da Genova OFMCapp. Assisi 1932

Indice

PROEMIO o CAP. I.: L'intenzione di questo libro. o CAP. II.: Quattro cagioni principali per le quali l'orazione molto raccomandata. o CAP. III.: Si espongono quattro maniere con le quali l'orazione onora Iddio: Si spiegano le due prime e si dichiarano le prime parole del Pater noster. o CAP. IV.: Si spiegano l'altre due maniere nelle quali l'orazione onora Iddio e si dichiara la prima domanda del Pater Noster. o CAP V.: Si espone come per l'orazione s'acquistino le virt e si dichiara la seconda e terza domanda del Pater Noster. o CAP. VI.: Della prima necessit ch'abbiamo dell'orazione e si espone la quarta domanda del Pater Noster. o CAP. VII.: Altre due necessit che abbiamo dell'orazione e si espongono le due seguenti domande del Pater.

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CAP. VIII.: L'ultima necessit che abbiamo dell'orazione, con l'esposizione dell'ultima domanda del Pater Noster. CAP. IX.: Il bisogno ch'abbiamo, per nostra negligenza, che ci sia molto esortata l'orazione. CAP. X.: Come c'insegnano la natura e lo Spirito Santo a pregare. CAP. XI.: I due modi del magistero manifesto ed esteriore. CAP. XII.: Si distingue l'orazione in vocale e mentale. CAP. XIII.: Quanto utile aver in pratica le regole dell'orazione mentale. CAP. XIV.: Si dividono le Pratiche nelle loro parti e si dichiara la prima parte. CAP. XV: Della seconda parte delle Pratiche, la quale la meditazione. CAP. XVI.: Dell'azione, che la terza parte delle Pratiche. CAP. XVII.: Delle operazioni appartenenti all'orazione e specialmente del proponimento. CAP. XVIII.: Della seconda operazione, che l'offerta. CAP. XIX.: Del lodare e ringraziare Iddio. CAP. XX.: Dell'operazione dell'amore. CAP. XXI.: Dell'ultima operazione, che la preghiera. CAP. XXII: Degli avvertimenti onde usare bene le Pratiche.

PROEMIO Non senza gran ragione per certo stato, della benedetta virt dell'orazione, cos ampiamente trattato, e dalle Sacre Scritture, e da SS. Dottori, e da molti libri spirituali, i quali con gran frutto delle anime sono continuamente in mano delle persone spirituali, e di quelli che bramano aiutarsi contro i nemici dell'anima col mezzo delle devote letture. Poich l'orazione un singolarissimo rifugio dell'uomo sbandato in questo miserabile esilio della spinosa e travagliosa terra, al quale ricorrendo, egli conforta l'animo suo col pensiero, con la speranza e col gusto della sua amata e felice Patria. Ella un rimedio potentissimo contro tutti i nostri mali, e un'esercizio altissimo per diventar ricchi e colmi d'ogni bene. N il molto ragionare di quella cosa che debba o possa infastidire i lettori, o far loro perder il tempo, perch oltre alla variet, che togliendo il fastidio, fa continuamente versar la mente in questo utilissimo studio, si va meglio e pi chiaramente spiegando questa materia e con pi utili maniere si va porgendo. Cos nel resto della cristiana dottrina, va la santa Chiesa come vera, celeste aurora, scoprendo meglio lo splendore, che Cristo vero sole, col raggio dello spirito suo, con maggior abbondanza le dona. Questo pensiero mi mosse gi a scrivere un libretto, che chiamai Pratica dell'orazione mentale, e ora mi ha mosso ad aggiungergli l'altra parte, la quale da moltissime persone, che avevano letta e usata la prima, mi stata istantissimamente chiesta. E poich quella prima m'usc di mano in fretta, senza esser da me prima tenuta alquanto per poterla poi rivedere maturamente, passato il primo fervore dell'invenzione, anzi a gran pena, dopo la prima volta ch'io la scrissi, la rividi una volta di sfuggita, mi parso dovere, nel mandar fuori questa aggiunta, racconciar qualche cosetta di quel principio; per non si meravigli chi ritrovasse il libro in qualche cosa differente da quello ch'era prima.
CAP. I.

L' intenzione di questo libro. Quanto si dice e si pu ragionevolmente dire, cos dell'orazione, come di ogni altra virt, si riduce a due capi; cio a quello che ci

muove ad abbracciarla ed esercitarla, ed al modo di far questo. Onde tutti i libri, che dell'orazione ragionano, altro non fanno che lodarla e persuaderla da una parte; e dall'altra insegnare di farla convenevolmente ed utilmente. E poich io veggo che ci a sufficienza finora fu fatto in tanti libri che trattano di questa virt, io non intendo aggiungervi cosa veruna; ma solo principalmente ridurre il secondo capo, che tratta del modo di pregare, ad una maniera, la quale ancora non si data, almeno compiutamente, e nondimeno molto utile, per non dir necessaria, come di sotto si dir al suo luogo. E questa maniera ridurre in pratica le molte regole che si sono date circa di questo. Onde ho intitolato il libro Pratica dell'orazione mentale, perch in esso pongo in pratica l'esercizio che si ha da fare pregando mentalmente, nel quale si osservano le regole date molto ampiamente nei libri. E per non lasciar addietro in tutto l'altro capo pertinente al motivo dell'orazione, toccher di esso alquanto nel principio, cavando la maggior parte dei motivi e ragioni, eccitanti a pregare, dall'orazione del Signore, che diciamo ogni giorno, cio dal Paternoster. Nel che esso verr sommariamente spiegato. E da ci si vedr il fine, per cui tanto ci lodata ed esortata la santa orazione. Cos tutto quello che le appartiene, sar con brevit raccolto e utilmente trattato. Quindi appare come si ha da usar questo libro, non soltanto per leggerlo ed imparare a eccitarsi, come ordinariamente avviene con gli altri libri spirituali, ma principalmente per servirsene, per fare attualmente l'orazione, come si dichiarer al suo luogo. E questa l'intenzione principale che mi ha mosso a comporlo: acci, si come abbiamo dei libretti e offizioli, i quali contengono orazioni vocali, cos si avesse un libretto, il quale nella maniera che ci possibile, contenesse le orazioni mentali. Di maniera che, quando la persona vorr mentalmente pregare possa, mediante questo libro, farlo con grande facilit. Il che l'esperienza fin ora ha dimostrato esser vero, quando gran moltitudine di persone, non solo religiose ma anche secolari, con l'aiuto della prima parte di questo libro, hanno con grande frutto esercitato quest'opera santissima dell'orazione mentale.

CAP. II.

Quattro cagioni principali per le quali l'orazione molto raccomandata. Volendo dunque dar principio al mio dire, comincer a studiare ci che muove gli animi nostri a fare orazione; onde scoprirne il fine suo. Dico che nelle scritture sacre ed altri santi libri tanto magnificata questa virt dell'orazione, che appena se ne trover un'altra (non parlo delle teologiche), cotanto lodata ed esaltata, come nel santo Evangelio appare, ove tante volte ed in tante maniere di quella si ragiona. E questo parmi fatto con grandissima ragione, per due rispetti: uno dei quali l'eccellenza di questa nobilissima e potentissima virt, per la quale merita che si esalti sempre con lodi, e con gran forza si persuada alla mente umana cui proprio il proseguire le onorate imprese. L'altro la necessit estrema che tutti abbiamo di questo sufficientissimo e singularissimo rimedio contra tutti i nostri mali, ordinato dalla divina piet per soccorso d'ogni nostro bisogno. E volendo mirare all'eccellenza di questa virt, non abbiamo gi da riporla nel grado supremo della virt, il che s'aspetta solo alle divine, ossia alle virt teologiche, ma fra quelle del grado secondo, che sono le morali o cardinali, nel qual grado essa ben ornata di singolare dignit e supremo valore. Questo si vede attendendo a due frutti principali da lei nascenti, che sono l'onor di Dio e l'acquisto delle virt sante; perch l'orazione singolarmente onora la Maest Divina ed il mezzo pi commodo e facile per ornar l'anima dello splendore delle virt sante. E qual cosa pu esser piu onorata che quella, onde nascono effetti e frutti tanto nobili ed onorati? Iddio dice ch'egli onorera chi lo onora; dunque se la virt onora Iddio, ella da lui molto onorata. E non pu essere mezzo se non molto onorevole, quello col quale a Dio si fa onore. E perch l'orazione fa questo singolarmente, per ci ella in se stessa molto gloriosa, poich il vero onore nasce dalla virt, come da sua vera e propria radice. E tutto quello che da lei non viene falso, vano e breve: onde bisogna che l'origine della virt sia anch'essa di grande e vero onore, poich da lei viene la virt, madre del vero valore.

Questa origine la santa orazione; con gran ragione dunque ella come cosa onoratissima e degnissima tanto lodata ed esaltata. L'altro rispetto e ragione di ci, abbiamo detto esser il nostro bisogno; perch veramente noi abbiamo grande bisogno che l'orazione ci sia molto lodata ed esortata. E questo per due cagioni: l'una delle quali la grande necessit che abbiamo di lei, l'altra il gran mancamento che facciamo verso di lei. Sia per l'una come per l'altra causa conveniva che ci fosse persuasa l'orazione; perch Iddio ci stimola a quello che ci giova, ed a quello, che pure noi poco stimiamo, ma che ci utile. Poich dunque l'orazione molto utile, e n'abbiamo estrema necessit, e intorno ad essa siamo difettosi, freddi ed oziosi, era conveniente che con magnificarla fosse posta in credito, e con esortarcela fosse verso di lei eccitato il nostro affetto; onde al fine venissimo ad esercitarla. Cos appare il fine delle lodi ed esortazioni fatte a questa santa virt. Resta il proseguire a considerare ciascuno di questi punti, dimostrando come l'orazione ottenga i due effetti di onorar Iddio ed acquistare le virt, e come noi ne abbiamo il suddetto bisogno.

CAP. III.

Si espongono quattro maniere con le quali l'orazione onora Iddio: Si spiegano le due prime e si dichiarano le prime parole del Pater noster. Tutte le virt onorano Iddio, perch lo ubbidiscono, lo riveriscono, lo manifestano ed a Lui conducono l'anima razionale. Ma l'orazione ha modi speciali di far onore all'altissima Maest di Dio. Questi sono:

Primo, quel che essa crede e suppone. Secondo, quel che ella confessa ed espone. Terzo, quello ch'ella chiede e a tutto il resto antepone. E finalmente la maniera con la quale, avanti a Dio, le sue domande ella propone.

Crede e suppone prima l'orazione, che Iddio possa e voglia esaudirla, e concederle quel che domanda; poich non fu mai che alcuno domandasse ad altri cosa veruna, se non aveva qualche speranza di ottenerla. N s'invoca, con l'orazione, Colui in cui non si crede. Il creder che Iddio sia potente a farci le grazie, e ch'egli sia benigno, liberale e pronto a farcele, molto l'onora; perch dalla creatura si onora la Maest di Dio quando si conoscono e si fanno conoscere le sue grandezze e specialmente queste due: la Potenza e la Bont. Questo fa l'orazione; perch ella tien per fermo che Iddio nel tesoro inesausto della sua potenza abbia virt da poterci cavar da tutti i nostri mali, liberar da tutti i pericoli, aiutare in tutti i bisogni, arricchire d'ogni sorte di ricchezza, esaltare a supremi gradi di vero onore, soddisfar con speciali diletti e dare in somma tutto quello, che piamente gli vien domandato. Tiene anche per fermo, che la bont di Dio voglia, a nostra salute e contento, effettuar quello che la sua infinita virt pu operare; perch s ci essere condizione della bont il comunicarsi; s che la provvidenza a tutti provvede secondo il loro bisogno, con i mezzi dovuti; e che il mezzo di ottener le grazie da Dio, l'orazione, a tal fine da essa divina Provvidenza ordinata. Sa parimenti che Iddio non pu mentire, e ha promesso di sempre esaudire le nostre preghiere. Dunque chi ben prega Iddio, grandemente l'onora. Quindi che ordinariamente nel principio dell'orazione si danno a sua divina Maest gli onorevoli titoli, i quali esprimono queste sue grandezze ed eccellenti propriet che sono come fonti, onde noi speriamo i rivoli delle grazie e favori. Cos fa ognuno che domanda grazia ad un altro; comincia cio dalle sue lodi, confessando com'egli pu, come solito, come per natura e per virt cortese, ad aiutare chi bisognoso; cos facevano i Sacerdoti antichi nelle preghiere loro a Dio, cui sempre davano inizio predicando la Potenza, la Bont, la Misericordia, la Pazienza, la Sapienza di Dio; e quel che egli era solito di fare con gli altri, che l'avevan pregato. Cos nostro Signore ci ha insegnato a fare, quando preghiamo il Padre celeste, dicendo all'inizio: Padre nostro, che sei nei cieli le quali parole esprimono la sua bont, perch troppo gran bont la sua, che si degni lasciarsi chiamar Padre da noi miseri vermicelli, anzi ce lo commandi.

E perch non vuol avere il nome senza i fatti, egli si comporta verso di noi da piissimo padre, e ha per quei che lo temono misericordia, come il vero Padre ha misericordia dei figli. Questa parola, padre, ci manifesta ancora la cura vigilantissima, che ha sempre di noi, come di sua cara famiglia. E quante mirabili sue eccellenze si toccano dicendo: che sei ne' cieli. Se Dio nei cieli, non ha chi resister gli possa: ecco la potenza; se nei cieli, superiore ad ogni cosa: ecco l'altezza della sua Maest; se nei cieli, egli beato: ecco lo splendore della sua gloria e l'infinita dolcezza della sua beatitudine. Ne vogliamo noi dir, che sia nei cieli, come in un luogo, ove egli abiti, al modo che le creature sono dai luoghi contenute; ma vogliamo esprimere le sue grandezze, quanto e come possiamo, insieme toccando i nobilissimi effetti, quali fa lass nel cielo, glorificando i Santi, e quaggi i suoi amici onorando con l'interna sua presenza; i quali amici veramente sono cieli, che pi vanno con l'animo discorrendo l in alto che col corpo giacendo qu in basso. E se la Chiesa santa un nobilissimo cielo, anzi il vero Regno dei cieli, quando diciamo: Padre nostro, che sei nei cieli, dimostriamo la continua assistenza di Dio in lei, per la quale la governa sempre, la difende e delle sue divine grazie la fa colma. Questi, dunque, e altri onorati titoli si richiudono in quel misterioso proemio dell'orazione, i quali dando noi a Dio, l'onoriamo. E poich pregando, tener dobbiamo la dottrina di Cristo, Maestro singolare d'ogni virt e principalmente dell'orazione, conveniente foggiare la nostra preghiera sull'esempio della predetta Orazione Domenicale; anzi piuttosto usar quella stessa, quanto al copioso sentimento ch'ella contiene. Poich dunque quella cotanto onora Iddio, non possiamo noi ben pregare senza onorarlo. Cos manifesto, che l'orazione onora Iddio in quel ch'ella crede e confessa.

CAP. IV.

Si spiegano l'altre due maniere nelle quali l'orazione onora Iddio e si dichiara la prima domanda del Pater Noster. S'abbiam detto che l'orazione onora Iddio, con quel che ella chiede, ci subito si manifesta da quello che Cristo nostro Signore ci ha

insegnato a domandare; perch la prima delle sette domande questa: Sia santificato il nome tuo. Posta in vero avanti all'altre con tanta ragione, che ben si vede ci esser fatto dal Figliuol di Dio, ch' l'eterno Verbo e l'altissima ragione della mente paterna. Niuno chieder mai ad altri cosa che ritorni a disonore a chi la concede, e molto meno a Dio, il qual dell'onor suo cotanto zelante, che ci che fa, il fa per quello; n noi possiamo fargli cosa grata, se per primo motivo non abbiamo l'onor suo. Disonorerebbe Iddio chi, pregandolo, facesse pi stima del proprio comodo che della gloria di sua divina Maest; perch ci far pi caso di s che di Dio; il che quanto l'offenda ed ingiuri da s chiaro. forza dunque per non disonorarlo, anteporre ad ogni cosa e all'utile nostro, l'onor di sua Maest. Onde ad insegnarci questo, il nostro divin Maestro ha posto avanti a tutte l'altre la domanda del divino onore, e vuole che da questa, come da radice o tronco, escano i rami di tutte l'altre sei; perch non per altro dobbiamo noi volere e pregare che venga il regno di Dio, che si faccia la volont sua, che siamo sostentati nell'anima e nel corpo di conveniente cibo, che ci siano rimessi i debiti dei peccati, che non prevalgano contro di noi i nostri nemici e che dal male siamo liberati, se non perch ne resti onorato Iddio, e si manifesti e si conosca la santit del nome suo. Onora dunque Iddio l'orazione con quello che ella chiede. E posto ch il modo del pregare sia conforme alla sostanza dell'orazione, anch'esso singolarmente magnifica la divina grandezza; perch, pregando, adoriamo e riveriamo l'altezza della divina Maest, essendo che gi ordinato costume d'inginocchiarsi, quando si prega, come protestando esternamente la divina grandezza e la nostra miseria. E perch chi ben prega esercita spiritualmente quel che di fuori mostra negli atti corporali, ne segue che noi ci umiliamo interiormente a Dio riconoscendolo per nostro creatore, conservatore, redentore e, per tutti i rispetti, benefattore; confessando noi esser sue vilissime creature ed indegni servi. E questo esalta Iddio; perch dice il Sapiente: Grande la potenza di Dio solo, ed dagli umili onorato. Per questo, ben a proposito, l'orazione collocata nel numero delle virt pertinenti al culto di Dio, chiamato latria, le quali singolarmente si occupano in onorar Iddio. Non era dunque dovere, che fosse dalle scritture sante

molto magnificata questa virt, che tanto magnifica l'autore di quelle? Questo il suo primo frutto. L'altro l'acquisto delle virt, il quale parimente richiedeva che di lei si trattasse molto e con singolar modo.

CAP V.

Si espone come per l'orazione s'acquistino le virt e si dichiara la seconda e terza domanda del Pater Noster. Certo che il vero bene dell'uomo, altro non che la virt, la quale a Dio lo congiunge, il quale il sommo e proprio bene della creatura ragionevole. E chi altro bene stima pi di questo, non avr mai bene; perch gli altri o non sono beni, o ritornano a grave danno a chi, con mente sregolata, tanto li ama; perch gli divengono pietre, nelle quali inciampa, e navi, che lo portano a miserabile naufragio. Per Iddio, che ci vuole bene e c'insegna le cose utili, ci ammaestra dell'orazione e a quella ci infiamma, come a mezzo comodo e facile per diventar virtuosi. Due sono i mezzi per far acquisto della virt. L'uno chiederla a Dio; l'altro esercitarsi negli atti virtuosi, onde l'anima venga, pian piano, ad essere abilitata, ben disposta, e cos virtuosa. Il primo di questi due mezzi come pi facile, cos anche a Dio pi grato; perch quelle virt, che si hanno per mezzo dell'orazione, non cos facilmente a s l'attribuisce l'animo nostro, come fa di quelle, che con la propria industria ha guadagnate. E Iddio d volontieri le grazie a chi dalla sua mano divina le riconosce, e le sottrae a chi le ascrive a se medesimo. Onde non cosa pi ripugnante al profitto spirituale, che l'attribuire a s i doni di Dio. Nondimeno anche il secondo mezzo richiede l'esercizio della preghiera; perch non s'esercita nella virt, quando occorre il bisogno e l'occasione, chi non ha l'affetto molto acceso verso di quella; n questo ardore dei santi desiderii si trova fuori dell'orazione. Che se ben talvolta s'accende, o leggendo libri devoti, e specialmente le vite dei Santi, o udendo la parola di Dio, s in predica, come in ragionamenti spirituali, e vedendo di presenza l'odorifero esempio di qualche buon cristiano, ha nondimeno l'orazione, per sua singolare propriet, il generare e conservar in noi questo beato desiderio; perch l'anima in essa si

rende pi disposta e mobile agli interni movimenti dello Spirito Santo; e contemplando in Cristo l'esemplare perfetto d'ogni virt, molto s'infiamma ad imitarlo. Ed il forte e risoluto proponimento, necessarissimo per uscir a tempo all'esercizio della virt, non si fa egli per lo pi nell'orazione? Dietro al desiderio grande di una cosa, segue il proponimento di prendere i mezzi per averla. Pregando, si accende il desiderio della virt; ed allora insieme ci proponiamo e deliberiamo di far quegli atti di virt, i quali generino in noi l'abito della medesima; onde l'anima da s per l'avvenire sia pronta all'esercizio della virt, e con facilit e diletto l'abbracci. Anzi, di pi, dico che nella istessa orazione si fa cotale esercizio, perch i proponimenti, quali abbiamo detto, sono atti di quella virt che proponiamo di avere; i quali atti, se sono frequentati, generano l'abito di essa virt. Di maniera che, il mezzo dell'esercizio, che detto abbiamo essere il secondo, per acquistar la virt, ha per sua genitrice e nutrice l'orazione. Ma il primo pi manifestamente appartiene a quella; perch domandiamo a Dio che ci dia la pazienza, l'umilt, l'obbedienza e l'altre virt. E questo appunto il Regno di Dio, che Cristo c'insegna a chieder dicendo: Venga il Regno tuo . la divina volont, che preghiamo sia fatta, dicendo: Sia fatta la tua Volont, cosi in terra, come in Cielo. Allora Iddio in noi regna con modo singolare, l'anima nostra sta umilmente soggetta al suo Dio, e dallo Spirito santo si lascia muovere e reggere, come gli piace. Muove lo Spirito col mezzo della grazia e della virt, le quali ella seco porta. Onde intanto regna Iddio in noi, in quanto siamo della grazia e virt sue ornati e ben disposti. Chi dunque a Dio chiede il suo Regno, gli chiede quelle virt, le quali lo fanno regnare. Ma perch parrebbe un tentar Iddio, se l'uomo lo pregasse, che gli desse la virt e non ponesse diligenza veruna nell'esercitarsi in essa quando il tempo, fa mestieri che l'uomo concorra con questa sua diligenza. Ma quando far mai ci, se prima coll'orazione non avr da Dio ottenuto l'aiuto per concorrere ad esser diligente? Per non solo s'ha da chieder a Dio l'abito della virt, che renda l'anima facile a lasciarsi muovere dallo Spirito Santo, ma ancora l'atto stesso della virt, che il movimento di Dio col consentimento e concorso della volont nostra.

Quel primo il regnar di Dio in noi. Quest'altro il farsi in noi quaggi in terra la sua volont, come anche si fa in cielo. L'abito importa una virt reggente e movente. L'atto di far la volont di Dio importa l'esecuzione di quel reggimento e movimento. Onde in quella domanda preghiamo Iddio che ci accetti per suoi vassalli, e scriva nei cuori nostri col dito del suo spirito le leggi del suo Regno, le quali non dimostrano solo quello che si ha da fare, ma inchinano e muovono a farle. In quest'altra, domandiamo che ci faccia ubbidienti a s ed osservatori delle sue leggi; che questo il far la volont di Dio. Cos veniamo ad ottenere da una parte l'abito virtuoso, dall'altra ad esercitare gli atti, che all'abito danno perfezione; e tutto ci per virt dell'orazione. dunque l'orazione il mezzo perfetto per acquistare le virt; onde molto bene meritava che Iddio colla parola sua chiaramente l'insegnasse ed esortasse spesso.

CAP. VI.

Della prima necessit ch'abbiamo dell'orazione e si espone la quarta domanda del Pater Noster. Quantunque da quello che s' detto finora dell'eccellenza dell'orazione, si possa anche vedere quanto ella a noi sia necessaria perch a noi necessario di onorar Iddio ed acquistar le sante virt, frutti ambedue da lei nascenti, nondimeno anche per altri rispetti abbiamo speciale necessit dell'orazione, per cui meritamente tanto celebrata la sua memoria, e tanto l'opera sua consigliata e comandata. Ed di due sorta questa necessit (come fu detto di sopra); perch abbiamo bisogno di pregare, ed in ci siamo molto difettosi e negligenti. Il bisogno che abbiamo dell'orazione ce lo scopre il divin Maestro nelle seguenti domande del Pater Noster. Dicendo prima : D oggi a noi il nostro pane quotidiano si tocca quel sussidio, che a tutti noi necessario per l'anima e per il

corpo, acciocch noi necessario per l'anima e per il corpo, acciocch noi possiamo pervenire al nostro ultimo fine e somma perfezione. Che quantunque ogni cosa, e noi singolarmente, siamo fatti da Dio perfetti nella creazione secondo il grado della natura nostra, abbiamo per bisogno di aiuto, s per mantenerci perfetti s per passar pi oltre all'ultima perfezione, la quale non ci fu nella creazione data, ma solamente l'istinto di conseguirla. Tale bisogno d'aiuto in noi per naturale condizione dell'esser nostro, e vi sarebbe stato anche se l'uomo non avesse peccato, perch, ancora prima ch'egli peccasse, avevano l'anima e il corpo bisogno di cibo nutritivo, ciascun del suo, che li conservasse in quella vita gi ricevuta e li conducesse a quell'altra migliore che loro era stata promessa. Molto pi adesso abbiamo cotale bisogno, quando da quello stato siamo caduti in tante miserie e necessit, dalle quali prega il Profeta esser liberato, dicendo: cavami dalle necessit mie. Il cibo proprio dell'anima tanto per la vita presente, quanto per quella che ha da venire, Iddio con i suoi doni e grazie; perch allora l'anima vive, quando a Dio congiunta o per grazia o per gloria. Questo non pu ella aver da s, perch la grazia e l'unione con Dio supera tutte le forze della natura creata. Iddio solo quello che liberalmente donandoci la sua grazia e virt, a s ne trae e congiunge. E per far ci, vuole da noi esser pregato, e parimenti dopo che per la grazia ha dato vita all'anima, acciocch non la perda, ma in essa piuttosto faccia progresso, comanda che la pigliamo e promette esaudire le nostre orazioni; per aver dunque cotal cibo abbiamo bisogno dell'orazione. Il corpo parimente ha i suoi bisogni. Il primo e principale dei quali il cibo, perch, in qualche caso o luogo o tempo, potrebbe far senza gli altri sussidi, ma non pu mai senza cibo. E questo pure abbiamo da Dio, perch Egli quel che d alla terra virt di fruttificare, a noi forza di lavorarla e industria di guadagnare. Onde anche per questo bisogno dobbiamo pregare chiedendo di esser da Dio soccorsi, e ci facciamo, domandando il nostro pane d'ogni giorno, perch s'intende per pane, ogni cibo, e spirituale dall'anima e materiale del corpo. E perch, chiedendo il fine, si chiedono anche i mezzi da conseguirlo, quando da Dio ricerchiamo il pane, gli domandiamo tutte

quelle cose che sono necessarie e comode per averlo. I mezzi da conseguir il pane dell'anima sono le divine ispirazioni, le sante scritture, le predicazioni e dottrine dei santi, i concilii, gli statuti, i Sacramenti e tanti altri sussidi ordinati a beneficio dell'anima, acci viva della sua vita. I mezzi per aver il pane del corpo sono la fertilit della terra, il buon governo dei principi il prospero successo dei negozi, l'opere pie e generali e particolari, santit, fortezza, industria e simili. Tutti adunque questi mezzi domandiamo a Dio, pregando ci dia il nostro pane. E perch il pane il pi necessario sussidio, congiunti con quello s'intendono ancora gli altri sussidi. Cos preghiamo che Dio ci conceda tutto quello di che hanno bisogno l'anima e il corpo per la loro vita. E perch continuo questo bisogno non per un anno, ma sempre, onde il pane chiamato d'ogni giorno, - ci avverte Cristo che ogni giorno dobbiamo ricorrere al rimedio dell'orazione, insegnandoci Egli a dire: oggi dacci il nostro pane di ogni giorno perch dicendo noi, oggi, s'intende ch'ogni d dobbiamo cos pregare. Ecco quanta necessit abbiamo dell'orazione, poich senza quella non possiamo vivere. Vegga dunque ciascuno di noi, quanto dovremmo di quella esser solleciti e frequenti.

CAP. VII.

Altre due necessit che abbiamo dell'orazione e si espongono le due seguenti domande del Pater. Avrebbe molto da fare, chi volesse minutamente discorrere par tutte le necessit che patiamo, alle quali con l'orazione si rimedia; per ci basta toccar i capi principali, come ha fatto il superno Dottore, insegnandoci a pregare. Egli ha toccato gi la prima necessit, la quale comune a tutti e naturale, tanto per lo stato della natura creata, quanto per questo nel quale siamo caduti; tocca ora l'altra, che non naturale, ma volontaria, e da ciascuno di noi particolarmente contratta, quando dice: E rimetti a noi i debiti nostri, come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Questi debiti sono i peccati da noi

commessi, per i quali siamo debitori di patir le pene, o dell'inferno, o del purgatorio o anche di questa vita. Questi debiti non possiamo da noi stessi cancellarli senza soddisfare al debito; ma il creditore nostro Iddio volentieri ce li rimette, se noi umilmente, e con le dovute maniere se lo preghiamo; onde il loro rimedio l'orazione. E non solo ella rimedia ai peccati passati, ma anche ci preserva da quelli futuri. Indi il Signor nostro aggiunge nell'orazione sua: E non c'indurre in tentazione. Abbiamo i nemici nostri sempre ai fianchi, che al peccato vorrebbero trarci, e noi siamo deboli per resistere loro, ignoranti a conoscere le loro insidie, inavvertiti a guardarcene, tratti dalla concupiscenza e inviluppati in mille intrighi, i quali tutti sono tanti precipizi al peccato. Singolare rimedio contro di quelli il divoto ed instante ricorso all'orazione, pregando che Iddio ci liberi da tanti nemici, e non ci lasci cedere ai loro assalti, o credere ai loro inganni. Poich s'egli non ci soccorre siamo non solo per la vittoria impediti, ma anche per la perdita veloci. E tanto che Iddio non ci soccorra, quanto il darci nelle mani loro. Per a significar tanta nostra fiacchezza, non ha detto liberaci dalle tentazioni, ma non c'indur in quelle. Sia dunque ciascuno vigilante all'orazione, se non vuol nella colpa dormire. E con essa preghi Iddio, per non piegarsi al Demonio.

CAP. VIII.

L'ultima necessit che abbiamo dell'orazione, con l'esposizione dell'ultima domanda del Pater Noster. Per dar compimento e, con una sola parola, abbracciar tutte le necessit nostre, il Maestro Divino finalmente conchiude nell'orazione: Ma liberaci dal male. Due sono i mali (dice Sant'Agostino) n altro se ne trova. Il peccato e la pena del peccato. Quella la mala radice, e

questo l'amaro frutto. Il peccato , quanto all'essenza sua, lo stesso male, perch la corruzione del proprio e vero bene, privandoci di Dio e della sua grazia. La pena ed il patire, quanto sia per s, anch'egli male, perch priva di qualche bene, ancorch non del vero e sommo: talvolta nondimeno sono le tribolazioni occasioni al peccare, di maniera che oltre il male, che hanno da s per lor natura, il quale imperfetto, come imperfetto il bene del quale privano, portano anche il vero e perfetto male, ch' il peccato. Onde in tal caso molto conviene loro il nome di male. Ma se l'uomo si serve di quelle occasioni per esercitare la virt, sopportandole con pazienza, quantunque siano per lor stesse male, il bene nondimeno, che da loro nasce, toglie loro il nome di male; perch quel male loro si converte in bene. Di conseguenza allora solamente male la pena, quando o non apporta bene alcuno, o adduce il peccato. E da quelle, in tal caso, preghiamo di esser liberati; onde quella condizione che si suole aggiungere quando preghiamo, di esser liberati dai travagli, se ci per il meglio, quivi inchiusa; perch s' per il meglio che siamo travagliati, il patir non male, ma bene; perci non preghiamo di esser liberati, dicendo liberaci dal male. Che se le tribolazioni non sono per bene, cio non ne caviamo frutto, o, ch' peggio, incorriamo in peccato, elle sono male; e per allora solamente chiediamo, o che da noi elle si partano come male, o a noi elle portino qualche bene. Qui dunque molto bene si scopre quanta necessit abbiamo dell'orazione; poich essendo noi da tanti mali circondati ripieni ed oppressi, ella da tutti ci pu liberare. E ha ella in questo singolare forza, perch sola pu tanto. Niuna medicina corporale pu liberare da tutte le infermit, ma ogni male ha il suo proprio rimedio. Neanche le medicine spirituali sono ordinate a produrre singolarmente ogni effetto in noi di spirituali rimedi, ch altrimenti se una facesse ogni cosa, sarebbero le altre soverchie. N ogni virt esclude ogni sorte di vizio, ma ciascuna il suo che contrario. La virt sola dell'orazione ha questo privilegio, di poter rimediar a tutti i mali. Onde meritamente diciamo ch'ella un'arma, che ci difende da tutti i nostri nemici; una medicina, che ci risana da tutte

l'infermit; un cibo, che ci leva tutte le debolezze e mancamenti; una veste, che copre tutte le nostre bruttezze; una chiave, che ci apre la cassa dei tesori divini, onde sia da noi in tutto rimossa la povert nostra. Oh! beati noi, se conoscendo tanta necessit ch'abbiamo di questa virt, convertissimo in virt cotale necessit, sempre pregando. Abbiam veduto l'eccellenza dell'orazione e la necessit che abbiamo di lei; resta ora da vedere, quanto noi avevamo bisogno delle sue lodi ed esortazioni, fatte nelle divine scritture e santi libri.

CAP. IX.

Il bisogno ch'abbiamo, per nostra negligenza, che ci sia molto esortata l'orazione. Se quelli che ci amano, ci ricordano spesso il nostro bene, e ci esortano a quella vita ed esercizi che ci sono utili, e quanto pi ci veggono lungi da quelli, tanto pi con affetto e diligenza ci fanno tali esortazioni e ci danno tali ricordi, qual cosa doveva esserci pi inculcata, che l'orazione, poich ella a noi cotanto utile ed in quella siamo noi tanto trascurati? S' in parte detto quanto ella ci necessaria; ma non so se mai esprimere si potr quanto verso di quella siamo negligenti e manchevoli; poich se per la sua eccellenza e necessit ci muove alla sua frequenza, ci dimostra pure la grandezza della nostra negligenza. Era dunque ed necessario che con gli stimoli sia punta la nostra tardanza, e con fiamme ardenti di persuasioni sia la nostra freddezza accesa. Non senza ragione dunque ella ci da Dio e dai Santi cotanto esortata e lodata. Questo nostro mancamento intorno a lei ha due ragioni. Una la volont fiacca, e l'altra l'intelletto oscuro: quella non vuole, questo non sa far orazione. Il fuoco del Verbo di Dio riscalda quella con le lodi, comandamenti e persuasioni, illumina questo con gli ammaestramenti ed istruzioni. Nasce il non voler noi far orazione da diverse radici; talvolta dal poco credito in che l'abbiamo, non sapendo quanto ella sia preziosa, utile e degna. Talvolta dalla fatica che in essa

sentiamo, e dal tedio che ci assale, somministrato per lo pi dal Demonio nemico nostro e dell'orazione; il quale fa ci che pu, per tirarci da quella, vedendo egli ch'essa snerva tutte le sue forze e scopre gl'inganni. Talvolta dall'esser noi troppo occupati nelle faccende temporali, di maniera che per pregare non abbiamo tempo, o modo, o affetto. Sia che al di fuori siamo occupati o al di dentro distratti, oppur di dentro e di fuori stanchi e fastiditi, non ha in noi luogo alcuno questo santo esercizio di pregar Iddio. Talvolta ancora si trova nell'uomo questo non volere, perch dietro le spalle si getta tutti gli esercizi cristiani, o non curando in tutto la sua salute, o parendogli di far assai, se si guarda da certi peccati grossi; e per usanza prende i rimedi comuni di confessarsi e comunicarsi una volta l'anno; immaginandosi che il far orazione sia cosa da Religiosi solamente, e non da secolari. Talvolta viene questo mancamento nell'uomo, perch si crede che sia a Dio pi grato lo studiare, predicare, aiutare i poveri e far simili altre opere cristiane; talmente che, facendo quelle, par lui di fare assai bench non preghi: oppur a quelle si d tanto, che non ha tempo di pregare, cosa che talvolta si fa per istigazione del demonio; il quale, quando non possa con altro, ci svia dall'orazione ponendoci innanzi l'opere pie, acci, lasciato lo spirito dell'orazione, lasciamo anche l'opere buone e prendiamo l'empie. Per rimediare dunque a tutto, dobbiamo fermamente stabilire nell'animo nostro, che non pu esser buon cristiano chi non fa orazione: n pu perseverare nel bene chi non dall'orazione sostenuto: n pu con verit esser chiamato uomo spirituale chi non frequenta con qualche sentimento l'orazione: n pu nettamente e rettamente esercitarsi nell'altre virt chi in tutto lascia l'orazione. E per avvertano bene gli uomini dati all'opere buone, che chi a quelle si d tanto, che si scorda il pregare, contrae tanta impurit d'animo, che vi entrano mille passioni disordinate; onde ben spesso pensandosi di operar per carit, lo fa per umani sguardi, e perde il frutto, ed incorre in mille difetti, e talora in peccati gravi, che gli faranno anche lasciare quell'opere buone. Di maniera che alfine si trover molto povero, avendo nel suo tesoro congregato non oro o argento, ma paglia solamente.

Per questo i Santi, i quali ci sono lasciati per esempio, non hanno mai lasciata l'orazione per qualsivoglia altra impresa, anzi, ove fra loro molto diversificano, quanto all'esercizio ed eccellenza della virt, perch uno in una e l'altro nell'altra stato pi occupato ed eccellente, nell'orazione tutti sono convenuti, esercitandola molto e con grande affetto. Volendoli noi dunque imitare, dobbiamo questa santa virt sopra tutti gli altri esercizi pii aver impressa nel cuore ed espressa nell'opera, non lasciandola giammai, per ordinario, onde attendere a qualsivoglia opera buona.

CAP. X.

Come c'insegnano la natura e lo Spirito Santo a pregare. Intorno all'orazione, l'ignoranza nostra non ha meno bisogno di rimedio che la negligenza; massime che l'uomo, il quale n' ignorante, o non la fa, con questa scusa di non saperla fare, o non la fa bene. Dal che ne segue poi che non ne riceve gusto n' frutto, o almeno molto poco; il che lo rende freddo a tale impresa, sicch pian piano si disgusta della preghiera. C'insegna bene la natura stessa a pregare Iddio, ma sua Maest, acci fossimo o con molta cura o senza alcuna scusa, ci ha ordinato un pi alto, espresso e sottile magisterio. C'insegna la natura, perch ogni bisognoso, dall'istinto di quella mosso, forma parole opportune e fa gesti accomodati, per ottenere dagli uomini quel che vorrebbe. E non vuole lo stesso movimento della natura che facciamo lo stesso ancora con Dio? E se sappiamo che Egli pi ha riguardo ai concetti e movimenti del cuore, che non alle parole o ai gesti di fuori, quali ci dimostriamo fuori con gli uomini, tali dobbiamo dentro presentarci avanti a Dio. Questo l'insegnamento della natura, a cui molto superiore quello che viene dallo Spirito Santo, il quale, come di negozio importantissimo, altamente c'instruisce dell'orazione. E veramente avendo noi da negoziare con Dio pregando, conveniva che da lui stesso fossimo ammaestrati del modo che tener dobbiamo per ben pregarlo. di due sorti il magistero dello Spirito

Santo, perch egli c'insegna dentro segretamente e di fuori manifestamente. Il magistero interno consiste nell'occulto discendere dello Spirito Santo nell'anima, eccitandola a pregare indirizzandola e aiutandola a pregare bene. E questo il domandare che fa lo Spirito per noi con ineffabile pianto, del qual parla San Paolo. Il magistero esterno consiste nei precetti ed ordini che abbiamo dalle scritture sacre e dai santi uomini, i quali illuminati da Dio, e in ci esperti per la lunga esercitazione che han fatto nell'orazione, hanno saputo dare a noi dottrina singolare. Il primo magistero dello Spirito lo riceviamo, lasciandoci movere da quello e seguendo gl'impulsi e tratti suoi. Quest'altro riceviamo, studiando i sacri libri e seguendo, nel pregare, i modi che ci insegnano. Ma perch lo Spirito Santo, quantunque sia in tutte le nostre buone opere il primo operatore, ricerca nondimeno la cooperazione dell'uomo, necessario sapere che cosa a noi tocca fare, per cooperare allo Spirito in questa sacra azione del pregare. Sono tre le cose in questo necessarie a noi: desiderio, domanda, esercizio. Prima dobbiamo desiderare con ardore di fare e di saper ben fare orazione; e questo desiderio ci rende molto abili a ricever l'influsso congruo dello Spirito Santo per pregare: s perch il desiderio come un fuoco, il quale insieme col caldo porta ancora il lume: s perch Iddio non manca d'illustrare quelle anime, le quali hanno gran volont di far bene e massime di far questo bene dell'orazione: s anche perch il desiderio grande costringe l'uomo a pigliare i mezzi opportuni per conseguire quel che brama, e far tutto ci che pu fare per adempire il desiderio suo, come giornalmente vediamo ne gli atti umani. Onde chi desidera molto l'orazione, studia, si esercita, domanda a Dio e agli uomini lume ed aiuti per questo; talch non pu essere, che uno perseverantemente desideri con calore di fare orazione e non impari a farla. La preghiera poi, che regolarmente nasce dal desiderio, la seconda cosa che dobbiamo fare; perch vuol bene Iddio darci le grazie sue, ma per mezzo dell'orazione dalla sua provvidenza preordinata; onde volendo noi la grazia di saper fare orazione, bisogna che a sua Maest la domandiamo; di maniera che, come gli altri doni si

hanno per mezzo dell'orazione, essa parimenti, ch' dono singolare di Dio, si ottiene pregando e supplicando Dio che ce la conceda. Vuoi dunque saper pregare? Prega Cristo che t'insegni a pregarlo, ed egli ti doner il lume del suo spirito, che insegna ogni verit. Per terza cosa, abbiamo da esercitarsi nell'orazione, facendo quel poco che sappiamo, ponendoci ivi, perch lo Spirito Santo ci trovi in prossima disposizione per ricever la forma dei suoi favori; e quando avrai fatto quel poco che puoi per non lasciare la mente girovagare in pensieri vani, mettiti a dire dell'orazioni vocali, con quanta attenzione tu puoi; e spesso va intermettendo quei pochi atti di orazione mentale che tu sai fare, recitando parimente la sopradetta preghiera, nella quale domandi, come abbiamo detto, a Dio lume di saper ben pregare. Colui che con questi tre modi cooperer alle grazie dello Spirito Santo, si trover a far gran profitto nell'orazione.

CAP. XI.

I due modi del magistero manifesto ed esteriore. Quantunque il magistero interno dello Spirito Santo sia il principale, non si ha per da far poca stima di quest'altro ancora, anzi tenterebbe Iddio chi volesse (potendolo usare) lasciar indietro il magistero esterno, perch tenta Iddio chi non usa i mezzi ordinati da sua Maest per conseguir il fine; e Iddio ha ordinato questo mezzo esteriore, perch impariamo con quello a pregare. Altrimenti quando dissero gli Apostoli a Cristo: Insegnaci a pregare e, avrebbe dovuto Ges rispondere loro: aspettate, che lo Spirito Santo v'insegner; ma, come sappiamo, diede loro le regole onde pregare. Il primo modo segreto serve a quelli che non hanno comodit di usare questo secondo, ma non a quelli che, dispregiato questo, si

fidano solo di quello. Serve di pi a dare perfezione a quell'altro, perch insieme con questo mai quello si deve lasciare. Il principale maestro di questo secondo magistero pure Iddio; s perch da Dio sono venute le regole scritte, e nelle sacre lettere e nei devoti libri, i quali hanno detto ed esposto, o quello che st nella sacra scrittura, o quello che lo Spirito Santo loro ha rivelato ed insegnato; s anche perch non s'intendono bene e utilmente le regole scritte, se lo Spirito Santo non ammaestra. Sprezza dunque il magistero dello Spirito Santo chi disprezza le regole scritte, le quali danno il modo di pregare non meno di colui, il quale con le regole sole, o per ingegno proprio senza l'interno lume dello Spirito Santo, si pensa di far orazione. I precetti onde pregare si possono dare in due modi: uno con regole generali, le quali dicono che cosa dobbiamo pensare pregando, che frutti cavare dalle meditazioni, che cosa domandare che disposizione dobbiamo mandar innanzi all'orazione, quali esser debbano le condizioni della buona orazione e simili. L'altro speciale, il quale mette in forma, compitamente, tutta un'orazione, cio tutto un esercizio, il quale si deve far pregando in una volta, e pone ordinatamente tutti gli atti che si hanno da fare. Del primo modo sono pieni i libri spirituali; ma il secondo non ho ancora veduto chi l'abbia composto almeno compitamente. Questo dico, perch alcuni hanno s posto in pratica le meditazioni che si hanno da fare ogni giorno della settimana, e a certe ore del giorno, ma non hanno per steso l'esercizio intiero, ordinato e distinto, come si pu vedere. E nondimeno questo modo molto necessario, massime per le persone semplici, che non sanno ben mettere in pratica ed esercitare quel che ritrovano insegnato solo in generale, e questo il modo che ora io intendo dichiarare o porre.

CAP. XII.

Si distingue l'orazione in vocale e mentale. Per dar principio ad esporre questa singolare maniera d'indirizzar le persone all'orazione, bisogna ch'io ricordi quella comune e nota distinzione dell'orazione, che si fa in vocale e mentale. La vocale quella che proferiamo con la voce; la mentale quella che esercitiamo con la mente senza esprimer parole. La vocale si pu fare in due modi: primo, recitando qualche orazione, come sarebbe a dire, il Pater noster o i Salmi. Allora il cuore deve stare attento a quello che dice.

Il secondo modo formare da noi medesimi le parole, secondo il desiderio e concetto gi formato nell'animo, come quando uno prega instantemente per i suoi bisogni, e la necessit grande e il desiderio gli somministrano concetti e parole; e questo modo parmi di sua natura migliore del primo, perch si accosta ancora pi al modo di pregare mentalmente, essendo che nell'orazione mentale, alcuna volta, l'impero del fervore interno fa prorompere in parole; come del Serafico Padre S. Francesco si legge, che tutta una notte pregando disse: Signor mio, Signor mio, chi sei tu, e chi son io? La mentale parimente si pu fare in due modi, il primo dei quali di andare con l'animo discorrendo sopra qualche orazione vocale con l'aiuto e ricordo di quei concetti mentali; come abbiamo ancora del Padre Serafico, il quale and una volta da Perugia ad Assisi ed occup il tempo di tutto quel viaggio in dire, solo una volta, il Pater noster. Questo modo chiamo io piuttosto mentale che vocale, massime essendo che si pu fare senza esprimere parole. L'altro modo di far atti interiori senza l'istrumento, o materia dell'orazione vocale, o scritta, ma da se stesso compiendo atti dell'intelletto e della volont, secondo le regole che l'uomo avr a se prefisse o secondo che sar mosso dallo Spirito Santo. E questo il modo del quale si son date moltissime regole per i devoti libri; le quali regole io intendo porre in pratica, acci siano pi facilmente intese ed osservate. Dir nondimeno prima due parole a dimostrare quanto questa maniera sia utile e quasi necessaria, acci pi volontieri sia presa ed abbracciata.

CAP. XIII.

Quanto utile aver in pratica le regole dell'orazione mentale. Per vedere quanto importi aver le regole da mettere in pratica, si ha da sapere, che tre sorta di persone si pongono all'impresa dell'orazione mentale. Alcuni sono nuovi e principianti. Alcuni esercitati e proficienti.

Alcuni consumati e perfetti. I primi, sentendo lodare l'o razione mentale, s'accendono del desiderio di farla; ma quando si pongono per farla, non sanno come principiare. E quantunque nei libri si diano i modi e le regole, difficilmente per si usano; sia perch quelle sono generali e pochi sanno applicare l'universale al particolare; sia perch molto diversi sono i modi che si danno nei libri, avendo dato uno le regole ad una foggia e l'altro all'altra. Talch la persona non sa quale scegliere. Oltre che difficilmente ci ricordiamo quel che abbiamo letto nei libri spirituali, di sorte che, quando n'abbiamo bisogno, non ce ne possiamo servire. Senza alcun dubbio dunque questi tali, quando si mettono per far orazione, s'avessero chi loro indicasse quel che allora devono fare, da qual parte dar principio, con che mezzo proseguire e con qual termine conchiudere la loro orazione, insegnando loro in particolare di far prima quest'atto e poi quello, e cos di mano in mano, l'avrebbero molto caro. E questo fa chi mette in pratica le regole, come qui faremo. I proficienti, per esser gi esercitati ed avendo gusto all'orazione, non pare che abbiano tanto bisogno di cotali pratiche; ma pure certo che per lo pi s'hanno a faticare, e spesso si trovano aridi; e pensando d'entrare, come tal volta fanno, a gustar i divini misteri, si trovano serrate le porte. Allora conviene loro, o trattenersi di fuori con l'orazione vocale o bussare importunamente se forse loro fosse aperto. Ma se loro non aperto, facilmente fatti languidi, giacciono in terra oziosi ed accidiosi, e lasciano il cuore aperto a vani pensieri, ai quali vanno dietro facilmente, come anche agli immondi. Ed eccoti il tumulto delle passioni naturali e dei mali abiti non ancora del tutto esclusi, che affligge tanto la mente, che dall'orazione si parte, con perdita pi presto che con guadagno; perch sentita la durezza della

battaglia, s' resa senza far valorosa resistenza. E quanto di giovamento sarebbe egli stato a quell'anima, d'avere avuto innanzi qualche cosa ferma ed ordinata, nella quale si fosse occupata; onde pian piano si fosse andata riscaldando! Che se pur non fosse molto accesa, si sarebbe almeno difesa dai gravi colpi del nemico ed avrebbe fatto maggior guadagno. Parr poi cosa certa a taluni che i perfetti non abbino bisogno di cotale rimedio, cio di regole poste in pratica; perch l'unione dello Spirito Santo e la lunga abitudine in questo esercizio li guidano in esso. Nondimeno, considerando meglio il fatto, si vede che, se non lor necessario, almeno molto utile. Perch non alcuno tanto perfetto, che non patisca talvolta la sottrazione della grazia e rimanga nudo. E quando Iddio in tal maniera ci lascia nelle nostre mani, non bisogna forse dar di piglio alle regole e all'arte? Pu ben il perfetto in questo caso tener altre maniere ancora; ma io reputo che, ordinariamente, questa sia pi utile, cio di servirsi in pratica delle regole. Pu star bussando all'uscio gridando, piangendo e affannandosi, insino a tanto che gli sia aperto. Pu anche umilmente raccogliersi in s medesimo e starsene in terra, pascendo l'erba delle orazioni vocali; aiutandosi anche, come scala per salire in alto, con qualche meditazione; perch quei concetti di prima sono spariti, bisogna ch'egli s'aiuti a trovarne di nuovi, proponendo a se stesso materia ordinata da meditare; non lasciando per di spesso bussare alla porta, se forse gli venga aperto. E bench e l'uno e l'altro di questi due modi sia buono, deve nondimeno la persona seguire quello al quale dallo spirito si sente pi attirata. Che se non sente per l'uno o per l'altro preferenza, deve attaccarsi sempre piuttosto al secondo che al primo modo. E quello per tre ragioni: prima, perch col primo modo l'anima qualche volta tanto si stanca, che s'intiepidisce e cessa da quella santa importunit di bussare e gridare, e cala gi a basso, tutta afflitta e malcontenta; secondariamente, posto ancora che perseveri, atto di maggiore umilt l'occuparsi in qualche meditazione; come pu ben vedere chi in questo esperto, perch l'anima ch'era solita di volare, ora bisogna che ascenda per le scale, ed anche pian piano; e se non le aperto, deve tenersi per indegna di entrare, ed esercitarsi di fuori in quel che piace a Dio: n piccola umiliazione della mente, la quale prima era tutta in Dio rapita e trasformata, essere ora costretta di ritornare ai primi gradi della vita spirituale ed imparare l'alfabeto di quella. In terzo

luogo perch quantunque dall'una e dall'altra parte vi sia lo stesso merito, perch la mente fa quello che sa per piacere a Dio, nondimeno il meditare di pi frutto presente, come dimostra l'esperienza; perch dal bussare e chiedere si parte per lo pi stanca, senza avere acquistato n lume, n fervore, e v'ha pericolo che non abbrevi l'orazione, n vi ritorni poi cos frequentemente; ma nel meditare quasi impossibile che in lei non si ecciti qualche scintilla, che la illustri ed accenda; e pi volentieri si trattiene e ritorna all'orazione. E si potrebbe aggiungere per quarta ragione, che il primo modo suole apportare pericolo della sanit corporale; perch l'anima, impaziente di stare lontana da Dio, si fa alcuna volta tanta forza, che il corpo se ne risente, massime il capo. E pensandosi, ora ch' priva della grazia, di poter far quello che faceva ancora con la grazia, si trova a cadere in qualche gran danno della sanit corporale; al che ne segue poi, che, o bisogna che lasci l'orazione con suo gravissimo detrimento, o per forza ritorni ai principii della meditazione, usando questo secondo modo di che ora parliamo. Adunque questo secondo modo, ch' di meditare secondo le regole dell'arte, pi facile e pi fruttuoso del primo, ch' del bussare e gridare. E perch si esercitano meglio le regole avendole in pratica che non avendole, come s' dimostrato, chiaramente si conclude ch' utile ad ognuno avere le regole in pratica. Il che veduto, passiamo ora a dichiarare il modo di servirsi delle pratiche, le quali abbiam ordinate.

CAP. XIV.

Si dividono le Pratiche nelle loro parti e si dichiara la prima parte. Ogni pratica divisa in tre parti, cio nel Preambolo, nella Meditazione e nell'Azione; perch dovendo l'uomo pregare, ha prima da preparare l'animo suo, e disporsi agli atti che deve compiere, e al ricevimento della grazia, che Iddio gli vuole dare, per aiutarlo a far tali atti. Fatta la prepazione per il preambolo, si entra a meditare qualche mistero santo con l'intelletto, il quale ci serva per esca onde accendere il fuoco nella volont. Pertanto,

quando per la meditazione la volont si infiammata, prorompe negli atti suoi, nei quali sta la forza dell'orazione; e questi si pongono nella terza parte, chiamata azione. E perch s'intenda meglio, pi ampiamente si spiegano queste parti, e, cominciando dalla prima, s'ha da sapere che due preparamenti si hanno da fare all'orazione; uno avanti al tempo del pregare; l'altro quando si vuol pregare Il primo ricerca due cose: la prima delle quali guardarsi dal peccato, almeno mortale; perch non degno di essere ammesso all'intelligenza dei misteri divini chi non si guarda dall'offese fatte a Dio, e massime da quelle tanto gravi com' il peccato mortale. Ma se pur l'uomo, per sua disgrazia, vi cadesse dentro, almeno si rilevi e non vi giaccia con l'affetto, ma subito se ne dolga, o almeno n'abbia pentimento, quando si vuole porre all'orazione. La seconda di queste due cose che l'uomo nutrisca nel cuor suo un continuo desiderio di far orazione, il quale sempre gli roda l'anima e gli faccia sentire come una piaga al cuore. Questo desiderio produce in noi questi effetti: non ci lascia cio perdere tempo intorno alle cose disutili o di poca importanza; perch ricerca il compimento dell'opera di necessit o piet, per poter attendere a questo santo esercizio dell'orazione; onde, toltogli l'impedimento di quelle, se ne corre di subito all'orazione, come il grave discende al centro per se medesimo, sempre che non sia impedito da qualche ostacolo. E per questo desiderio ci fa osservare il detto di Cristo e di S. Paolo, che abbiamo da pregare sempre senza mancanza ed intermissione; poich veramente sempre prega chi prega quando pu pregare e, quando non pu, brama affettuosamente ed attualmente di potere, e si sgombra quanto gli possibile da gli ostacoli. Di pi, questo desiderio raffrena l'animo da una certa vana libert e lo tiene raccolto in se stesso e sospeso non solo dai soverchi intrighi, ma anche da ogni affetto alle creature, conservando il cuor netto, perch lo possa impiegare all'orazione. Talch quantunque la necessit o carit ricerchi dell'occupazioni, se ne st per l'animo rilevato da terra, almeno con un piede, n vi s'appoggia affatto. E questo effetto di grande importanza, perch preservativo da mille imperfezioni e dalla perdita del tempo. Oltre a ci, fa questo desiderio che quando ci poniamo all'orazione, pi facilmente ci raccogliamo dalle distrazioni esterne, e lo spirito pi veloce ascenda e voli in Dio, e riporti frutto molto abbondante

dall'orazione. Onde non piccolo dono di Dio nutrire, sopra l'altare del cuore proprio, questo fuoco benedetto del suddetto desiderio. La prima di queste due cose integranti, cio la preparazione precedente e remota, sia singolarmente detta per quelli che stanno molto intricati nelle faccende del mondo, ne si vogliono in tutto dedicare al servizio di Dio, quantunque abbiano animo di vivere da buoni cristiani. La seconda sia detta per coloro i quali hanno animo di non far altro che servire a Dio, e che son sequestrati dal mondo, o in effetto, come i religiosi, o in affetto, come le persone pie, che nell'abito secolare menano vita religiosa; e cos gli uni e gli altri faranno il conveniente loro preambolo all'orazione. Non per tanto necessario cotale preparamento che non si possa ancora senza quello pregare; perch l'orazione pu da s farsi i suoi apparecchi, e va a poco a poco disponendo l'anima al pentimento e al desiderio ch'abbiamo detto. Per chi al primo non avesse tali disposizioni, entri pur all'orazione, ch da quella in lui nasceranno. L'altro preparamento, che si fa quando si suole pregare, contiene parimenti due cose; la prima disporsi l'anima all'impresa dell'orazione, con l'umilt ed altri atti. L'altra levare il peccato dalla coscienza, se vi fosse, col dolore, perch possa quell'esercizio essere a Dio grato. La disposizione che si ha da fare con l'umilt e altri atti, nelle pratiche istesse; per non occorre dirne altro, se non che, volendo pregare, si facciano quegli atti che nel preambolo sono ordinati; e ci con prestezza e sentimento, perch non si ha da fermar molto nel preambolo; ma non passarlo per senza attenzione; onde bisogna fare in quel principio gran forza alla mente, perch chi entra all'orazione senza forzarsi di avere una viva attenzione, vi perde molto tempo e tutta quasi la fa distrattamente; ma a chi nel principio vi metter attenzione, rivocando con forza l'animo dai pensieri strani e distraenti, con gran facilit proseguir l'impresa. L'altra parte del secondo apparecchio ch dolersi del peccato e chiederne perdono a Dio, utile acci sia l'esercizio grato a Dio; onde bene di farlo, massime quando il peccato fosse mortale ed inquietasse la coscienza. Ma se la persona non si trovasse forte di spirito ad avere dolore interno, ne formi almeno quel poco che pu; che se non si sentisse atto ad averne anche quel poco, aspetti quando nella pratica s'avr da fare l'atto del pentimento, perch allora sar pi disposta per le meditazioni fatte e per gli altri atti. Lo stesso faccia chi teme che,

pensando al peccato per dolersene, non sia tentato a dilettarsi del ricordo peccaminoso. Cosi parimenti ha da fare chi scrupuloso e troppo timido, intanto che, ricordandosi del peccato commesso, non ardisce porsi avanti a Dio, perch tal timidezza impedisce la meditazione e gli altri atti: per deve, chi vuol meditare, con umile confidenza dar principio e seguire l'orazione sua, in fino a che venga il tempo del pentimento; ch allora con pi sicurezza potr farlo; perch, quando il vaso del cuore pieno di Dio, non vi entrano facilmente disutili movimenti, come il dolore scrupoloso ed inquieto. Bench adunque sia utile comunemente il pentimento all'orazione, non essendo per utile a tutti, non si posto nei preamboli delle pratiche. Per chi si sentir di farlo, potr farlo da s, quando gli verr pi a proposito nel preambolo.

CAP. XV

Della seconda parte delle Pratiche, la quale la meditazione. La seconda parte della pratica la meditazione. E questa parte comunemente la piu lunga, per dar materia sufficiente all'animo da trattenersi. Ed distinta in vari punti, per aiutare la memoria ed acciocch di punto in punto ella si vada gustando; perch essa come un pasto ed i punti sono come bocconi, i quali ad uno ad uno si devono bene masticare, per cavarne il succo e il frutto. Sono molti i frutti della meditazione, per i quali merita che da noi ella sia strettamente abbracciata ed affettuosamente esercitata. Il primo un gran lume che se ne riceve delle cose divine; ed ivi s'apprendono chiaramente i misteri della nostra fede e s'intendono le sacre scritture, perch nella meditazione si raccoglie il saporoso succo di quelle e della sacra Teologia. Ed in questo viene l'intelletto a conseguire la sua perfezione. Inoltre si tiene occupata la mente nelle cose divine e le si toglie, per conseguenza, il discorrere delle cose umane o mondane. E questo quanto importi, lo sa chi lo prova. Di pi lo spirito riceve gran diletto; perch le cose sacre sono come lo zucchero, che porta seco il dolce, oltre quel comune diletto che si ha nella cognizione d'ogni sorte di verit, tanto umana quanto divina.

E questo speciale diletto trattiene l'uomo all'orazione e fa che volentieri vi ritorna, e questo pure ancora assai importa. Da questo e dal precedente effetto ne nasce il quarto, ch' di perdere a poco a poco l'amore ai beni temporali; perch l'esperienza dimostra che l'uomo, occupandosi intorno solamente ad una cosa, vi mette tanto amore che non sa mai n pensare, n parlar d'altro, e il cuor suo sta ivi tutto affisso. Ma se piglia un'altra occupazione, non pone pi alla prima tant'affetto. Per, fin che si pensa alle cose divine, il senso mondano s'indebolisce; perch in quel mentre non riceve nutrimento dai suoi oggetti, e il non mangiare toglie le forze. Onde, chi in tutto il privasse di questi suoi cibi, morirebbe, a maggior conforto e vita dello spirito. E mentre si contemplano le cose sacre, si chiude l'occhio al senso; onde ne segue che anche il suo appetito si raffrena, perch quello che l'occhio non vede il cuore non brama. Occupati adunque, carissimo, nelle sante meditazioni, se vuoi a poco a poco perdere l'amore del mondo, con infinito tuo guadagno. In quinto luogo, la meditazione serve per legna d'accendere il fuoco affettuoso nella volont. Perch, meditando noi qualche mistero sacro, sempre vi ritroviamo dentro qualche efficace motivo che ci sprona e ci muove a far qualche atto virtuoso con l'affetto; come sarebbe di temere, desiderare, amare, rallegrarsi, ringraziare, sperare, dolersi, imitare, compatire o simili. E questo l'intento principale, per il quale si fa la meditazione.

CAP. XVI.

Dell'azione, che la terza parte delle Pratiche. Irrigata la nostra volont dalla sacra meditazione, produce in se medesima, col vigore dello Spirito Santo, due effetti molto utili e dolci. Questi sono: gli affetti e gli atti. Gli affetti sono: amore, speranza, gaudio, tristezza desiderio, e simili. Gli atti sono: volere, non volere, proporre, offerire, chiedere, lodare, ringraziaziare, e simili. E quantunque si sia posto l'amore fra gli affetti, egli nondimeno si deve anche fra gli atti collocare. Perch il nome di amore importa prima un desiderio ardente di unirci con la cosa che amiamo; come

l'anima innamorata di Dio di quest'amore languisce, per unirsi a lui, come confessa nei Cantici la sposa, e allora l'amore un affetto. Importa poi un atto di volont, col quale liberamente vogliamo bene a qualcuno, come l'anima, che ama Iddio, gli vuol bene, cio vuole e si compiace ch'egli abbia quel suo bene divino, ch' l'infinito pelago di ogni perfezione. Ed amando il prossimo, vogliamo ch'egli abbia il bene della divina grazia e Iddio stesso, o anche qualche bene temporale. E l'amore di questa sorte atto. Nascono ordinariamente gli affetti dagli atti, come se io amo una cosa s'io la possiedo o ella ha quel bene ch'io le voglio, ne nasce il gaudio; e se non l'ha o io non la posseggo, ne nasce la tristezza. Nascono poi tutti gli atti da l'amore, perch la prima operazione che faccia la volont nostra di amare. Da l'amore ne segue l'odio, perch s'ha in odio quel che contrario alla cosa che amiamo, e di poi tutte le altre azioni. Di maniera che l'amore la radice di tutti i movimenti della volont nostra. Perci tutta la diligenza dell'uomo deve essere a regolare bene l'amore; perch, s'egli ben regolato, buono tutto quello che ne nasce, e si chiama carit, come dice Sant'Agostino; dalla quale come da radice vengono, come dice san Gregorio tutte le buone operazioni; s'egli mal regolato, cattivo tutto quel che ne viene, e chiamalo Sant'Agostino cupidit. Le sacre meditazioni son quelle che proponendo alla volont il vero bene con infiniti motivi, e il suo contrario parimenti, l'eccitano all'amore santo e puro, e cos a tutti gli altri suoi movimenti retti e buoni. E questo quanto s'insegna a far nell'azione, che la terza parte delle pratiche. E perch da una meditazione si possono cavare diversi movimenti affettivi, sia affetti, come atti, ognuno avrebbe a cavarne quelli che fossero pi propri alla sua condizione ed alla disposizione nella quale si trova quando prega (quando non fosse mosso dallo Spirito Santo pi a una che all'altra, perch si deve seguir sempre il tratto dello spirito, quando si conosce). Agl'incipienti convengono pi i movimenti del timore, del dolore, del chiedere perdono, del desiderio di emendare la vita. Ai proficienti, quelli della speranza, del desiderio di fare del bene assai e di andare innanzi nelle virt, e la preghiera a Dio per questo.

Ai perfetti, quel dell'amore e del desiderio ardente di maggiormente amare. Onde, nel meditare la passione di Nostro Signore, i primi si hanno ad eccitare alla compassione ed alle lagrime; i secondi, all'imitazione delle virt di Cristo; i terzi, a corrispondere a quell'amore che l'ha mosso a patire. Nell'azione delle pratiche si sono posti quegli atti e affetti ch'erano pi comodi e propri per dare il corpo e l'ordine a quelle. Ma chi prega, deve pi fermarsi, e istendersi in quelli che ritrova pi accomodati alla sua disposizione. E siccome nella meditazione si deve tenere l'intelletto molto attento, cos nell'attenzione si deve tener l'affetto molto ardente, perch devono i suoi movimenti esser molto vivi ed efficaci, essendoch questo il frutto dell'orazione. A questo fervore ed efficacia serve il ponderare bene e ruminare sottilmente il mistero che lo produce, e muoversi la mente tutta insieme verso quell'affetto, guardandosi sopratutto di non distrarsi in quel punto in altre cose, perch ci troppo l'intiepidirebbe. E quando non si sente l'uomo quell'ardore che vorrebbe, pu eccitare in s un altro fuoco, cio un desiderio grande di avere cotale ardore, aggiungendone preghiera istantissima alla Maesta Divina onde glielo conceda. E questo singolarmente far si deve nel movimento dell'amore, il quale quantunque sembri proprio dei perfetti, conviene per a tutti gli stati delle persone, perch l'accrescimento della carit il profitto della giustizia cristiana, come dice Sant'Agostino.

CAP. XVII.

Delle operazioni appartenenti all'orazione e specialmente del proponimento. Fra i movimenti affettivi, gli atti sono i principali, perch da quelli nascono gli affetti (bench talora anche gli affetti partoriscono gli atti). Per bisogna farne particolare considerazione e dare modo di farli. Sono di due sorta questi atti. Vi sono quelli che s'hanno a fare allora appunto, quando si sta pregando; e vi sono quelli che s'hanno a fare fuori dell orazione. I primi, sono principalmente questi

cinque: Proponimento, Offerta, Lode, Ringraziamento, Preghiera edAmore. Gli altri sono l'esecuzione di quelli che ci si proposto di fare nell'orazione. E di questi secondi non voglio dir altro, se non che si deve forzare l'uomo di mettere in opera quel che ha promesso a Dio nell'orazione; e se manca, si emendi e ne abbia dolore; con tutta quella cautela che pu, stando su l'avviso e vegliando alla custodia di se stesso; perch, facendo altrimenti si infiacchisce l'anima e le si toglie l'ardire di far pi proponimenti quando ritorna all'orazione, rimanendo confusa, per non donare mai a Dio quel che gli promette. Ma degli atti che si fanno pregando, si hanno da dare regole particolari. Devi dunque sapere che il proponimento nasce nell'anima, dal vedere, meditando, il grande obbligo che ha di far bene. E quanti sono i beni che siamo obligati di fare, a tanti s'estende il proponimento; perch l'anima infiammata per le meditazioni, o altri atti ed affetti, vorrebbe allora fare e patire gran cose; e non essendo quello il tempo di ci fare, delibera di farlo quando sar opportuno e le verr occasione. Quest'operazione interna di propositi s'ha da far prima, con tutta quella efficacia che sia possibile, deliberandosi la persona risolutamente di fare e dire. Ma per, non iscordandosi la propria debolezza, ha da temere; guardandosi cautamente che in tal proponimento non entri qualche mistura di presunzione; come facilmente accade a coloro i quali non sono molto esperimentati. Per gli inesperti, quando si sentono nell'orazione accesi, par loro che debbano trovarsi sempre in quella disposizione; ma gli esperti hanno per prova conosciuto che facilmente si raffredda quell'incendio, e che quando si viene all'operare, a pena molte volte si ricordano i buoni proponimenti. Per quando si fanno, bisogna porre in Dio tutta la nostra speranza; fidandoci solamente del suo aiuto, perch disse il Signore: Ogni pianta che non sar del Padre celeste piantata, si sradicher. E quanto vi sar di fiducia in noi nel proponimento, tanto, nello osservarlo, vi sar di mancamento; e solo tanto di osservanza quanto di fiducia in Dio. Bisogna anche avvertire che gli spirituali stessi rimangono bene spesso ingannati; perch, credendo essi di fidarsi solo in Dio, occultamente sono infetti o tocchi dal fidarsi di s; di che n'

segno certo il cadere dai buoni propositi, e non far quel che abbiamo risoluto e promesso di fare. Si avr poi avvertimento di non aggiungere a cotali proponimenti voto alcuno; perch l'anima, quando calda e tocca da presunzione, facilmente si lega con promesse e voti, che poi raffreddata se ne pente. I voti si voglion fare con lunga e maturata deliberazione, e, s' possibile con consiglio di persone intelligenti o Padri spirituali. Non si pu gi vietare che al proponimento non si aggiunga qualche promessa, perch ci bene e ragionevole di fare; ma con avvertenza per, e protesta di non far voto n obbligarsi pi di quel che siamo obbligati per natura del fatto; ma tal promessa si fa per esercitarci pi ad allargare il cuor nostro avanti a Dio, dandogli tutto quello che possiamo. Di pi, per un'altra regola di quest'operazione, deve, chi prega, essere avvertito che quando occorra che non abbia osservato i proponimenti fatti nell'orazione, tutto che se ne debba dolere grandemente, non si deve per confondere troppo, n diffidare della grazia di Dio, ne per terra gettarsi, perch quantunque ci paia buono, nasce per (se si consideri la cosa sottilmente) da presunzione e superbia occulta. Perch colui il quale conosce la sua miseria, quando cade in qualche imperfezione, se ben se ne duole, non per si dispera ma dice: io sapevo che da me altro che questo nascere non poteva. Confidati dunque nella grazia di Dio, e spera che, se non te l'ha data questa volta, te la dar un'altra, se lo pregherai con istanza e di lui solo ti fiderai, usando per ancor tu la tua diligenza. Con tal umilt e fiducia seguirai nell'orazione a fare i tuoi proponimenti.

CAP. XVIII.

Della seconda operazione, che l'offerta. Dopo il proponimento segue l'offerta, la quale un' operazione molto simile al proponimento; ma in ci differente, che in quello deliberiamo di operare noi, in questa ci offriamo a Dio, onde di noi faccia quel che gli piace. Poich la creatura che si conosce tutta di Dio, si perch l'ha creata, si perch l'ha redenta (oltre gli altri innumerabili benefici, per i quali se mille volte all'ora ella si desse a Dio, gli resterebbe ancora

infinitamente obbligata), liberamente si mette nelle mani di Dio, pronta e desiderosa ch'egli ne faccia il suo santo beneplacito; cosa a Dio molto grata ed a lei molto utile, perch il beneplacito divino d'infinito giovamento a chi volontariamente lo segue. Per questa offerta si vuol far di buon cuore, e non in parole o apparenza, ingannando noi stessi: come fanno alcuni che si offeriscono a Dio anche a patire le pene dell'inferno, i quali, se interrogassero bene il cuore loro, troverebbero che quelle offerte sono di ciancie e non vere e da buon senso; perch quei tali non sono neppure disposti a sopportar una parola ingiuriosa per amor di Dio. Esamini ben adunque l'animo suo chi offre a Dio se stesso e le cose sue. Ricerchi quanto con verit offerisce, e se davvero pronto a sopportar con animo costante. E se si trova tepido nel far cotale offerta, serbando per s molte cose, s'aiuti con la considerazione dell'obbligo che ha di darsi tutto a Dio, rendendosi pronto a ci che Iddio vorr far di lui, quantunque fosse a lui di gran tormento e confusione. E quando sentir il senso contradire a tal offerta, lo reprima e con la libert dello Spirito faccia di s a Dio larga e libera offerta. Che se pur non ti trovi di tant'animo di offerirti cos in tutto a Dio, non esser almeno tentatore a te stesso mettendoti delle tentazioni avanti, le quali ti facciano cadere. Ma tieni quest'ordine: al principio offerisciti solo in generale nelle mani di Dio, che di te faccia il suo volere. Crescendo poi il lume e la forza, vieni al particolare, offerendoti al suo volere, quantunque avessi a patir fatica e pena, senza per esprimere quale. E secondo che andr crescendo la cognizione e il vigore, andrai facendo a Dio l'offerta pi ampiamente discendendo pi al particolare; di volere, cio, che Iddio faccia di te il suo benedetto volere, quantunque tu avessi a patir tale e tale fatica, tale e tale pena, come perdita di roba, di onore, di sanit, di amici, di figliuoli ed altre simili particolarit; e potresti a poco a poco venire a tanto che ti troveresti pronto anche a patire l'inferno, quanto alla pena solo, se ci fosse possibile e a Dio piacesse. Che se prima che tu venga a questa perfezione, ti scorresse la mente a considerare delle durezze alle quali non ti trovi

apparecchiato, sii cauto dall'una e dall'altra parte; per non offerirti a quello al quale non sei disposto, per non mentire a Dio cui non vuoi dare tutto quello che sei obbligato. Ma in tal caso prendi questi rimedi: il primo , se non speri che tu possa col pensare ben l'obbligo tuo, inchinar l'animo a fare seriamente questa offerta, discaccia tal pensiero, n lo lasciar per modo alcuno fermare nella tua mente, perch una tentazione che ti vuole fare cadere in peccato, o almeno in gran diffidenza di Dio. E se discacciato ritorna, discaccialo di nuovo; e a quanti altri pensieri egli vuol ricondurti, volendoti persuadere che tu offendi Iddio in ci, chiudi la porta, occupandoti in altri atti o meditazioni; avendo tu per certo, che piace a Dio che cos in tal caso tu faccia. L'altro rimedio di dire fra te stesso: se ben ora io non mi trovo apparecchiato a patire tali cose, confido nondimeno nella bont di Dio, che se permetter che tali cose mi avvengano, mi dar anche la fortezza onde sopportarle per amor suo; per non voglio lasciare di offerirmi a Dio liberamente, in tutto quello che gli piace. L'altro rimedio di convertire l'offerta in desiderio e preghiera, il che si fa in questo modo. Ti dice il pensiero: - Se bisognasse patire tale disgrazia e rovina per servizio di Dio, che faresti?... - Grida il senso e la carne inferma: - Io non sono apparecchiata. - Tu d subito: - O beato me, s'io avessi tal fortezza!... O quando sar io mai cotanto forte?... - E cos accenderai in te il desiderio di aver questo vigore e animo costante: e subito prega Iddio che te ne faccia degno. E fatto questo, puoi dopo fare l'offerta in questo modo: - Signore, vorrei piacerti in ogni modo e che tu di me liberamente facessi quel che ti piace; ma non mi sento gagliardo a sopportare cotale pena o travaglio; me ne incresce, perch bramo interamente essere tuo, come dovere. Non tanto mi dispiace quella pena o perdita, quanto io temo che s'ella mi venisse addosso, te offenderei con l'impazienza mia; per ti prego che da me la tenga lontana, insino a tanto che mi darai virt di sopportarla. E se pur vuoi che ella mi avvenga, dammi la grazia della costanza, e eccomi tutto tuo. - Non temere che Iddio non aggradisca questa offerta, ancor che paia cosi riservata e diminuita, perch ove manca la larghezza e prontezza supplisce l'umilta, virt a Dio non

meno

grata.

CAP. XIX.

Del lodare e ringraziare Iddio. Il lodare e benedire Iddio un' altra operazione affettuosa, nascente dalla meditazione, la quale volontieri deve esercitare chi prega; perch ella molto propria dell'orazione e fa l'uomo simile agli angeli, i quali in cielo sempre benedicono Iddio; e siccome ella molto nobile cos anche molto fruttuosa. Essa ha due parti: una lode semplice, l'altra ringraziamento. Si loda Iddio delle sue grandezze le quali ha in s, o che manifesta nei suoi effetti creati: come ch' sommamente buono, potente, sapiente, glorioso e di infinita maest; le quali eccellenze ha dichiarato creando, governando, restaurando il mondo e facendo molte altre segnalate operazioni. Si ringrazia per i benefici fatti alla creatura. E perch ben spesso con la stessa operazione, e ha manifestato le sue virt, e a noi ha fatto gran bene (come nell'incarnazione ha scoperto a noi mirabilmente il suo amore, la sua misericordia e tutte l'altre sue degnissime eccellenze, e ci ha salvati), cos si pu quella stessa operazione prendere per motivo di lodare e di ringraziare; perch il meditare quell'opera divina eccita in noi l'una e l'altro di quei due atti affettivi. Anzi non v' operazione alcuna divina, nella quale Dio faccia beneficio a noi, che non scopra le sue interne virt; onde sempre che lo ringraziamo, possiamo ancora lodarlo. Quello facciamo perch ha fatto bene a noi, questo perch facendo bene a noi, ha dimostrato quanto buono. E pu l'animo contemplante con un bello e dolce giro ritornare al ringraziamento, e da quello di nuovo rivolgersi alla semplice lode; perch lodato che avr Iddio della bont sua, la quale a noi ha scoperta comunicandola, pu la mente, rivolgendo l'occhio della considerazione, vedere che oltre il bene concedutoci in quell'opera, ci ha fatto un'altro bene, dichiarandoci il suo; perch ci ha dato un motivo di amarlo e di lodarlo, cosa a noi molto utile. Questo mover l'animo nostro a ringraziarlo; perch quantunque facesse bene ad altri e non a me, in questo nondimeno fa

bene ancora a me; poich bene mio grandissimo che io conosca Iddio e le virt sue, e quelle massimamente che mi eccitano ad amarlo, lodarlo e ringraziarlo. Quindi si sale alla semplice lode, considerando che tanto la sua bont, che non solo coi benefici, quali direttamente fa a noi, ma con quelli ancora che fa agli altri, ci giova. E poich tale e tanta la sua bont, non merita che da noi sia lodato? E questo girare della lode al ringraziamento si pu fare quando si vuole, e vi si trova gusto; perch la materia in se non ha mai fine, essendo che quanto pi si loda Iddio tanto pi l'anima riceve utile, perch il lodare opera di gran merito. Di che dobbiamo ringraziarlo. E quanto pi bene riceviamo tanto pi conosciamo e gustiamo la sua bont, la quale richiede lode e benedizione. Cos possiamo uscire all'una e all'altra di queste azioni; ma dobbiamo uscire a quella a cui pi ci sentiamo eccitati e tratti dalla meditazione o dal movimento dello Spirito Santo. Gli imperfetti sono ordinariamente pi disposti al ringraziamento, perch non essendo ancora in tutto spogliati dell'amor proprio, gustano meglio quel che in loro utile ritorna; e per i benefici li movono pi efficacemente. I perfetti, come solo di Dio innamorati, pi della sua gloria si compiacciono; onde il lodarlo pi vivamente innalza il loro cuore. Onde anche si conosce apertamente che il lodare di sua natura pi nobile atto e pi perfetto, e cos di maggior merito che non sia il ringraziare. E questo massimamente quando ha per motivo eccitante la grandezza di Dio. Onde hai da sapere che questo atto nasce da due motivi. Il primo la considerazione delle virt divine in se considerate e a noi dichiarate, le quali da te conosciute e pensate eccitano l'animo tuo a benedirlo ed onorarlo; perch l'onore una riverenza che altrui si fa in testimonio della sua virt. Il secondo il tuo bisogno, che dovendo tu domandare a Dio qualche grazia o il perdono dei tuoi peccati, prima lo magnifichi con titoli di bont e di misericordia, al cui ricordo Egli proprio far grazia; usando questa lode come per addurre la ragione perch Iddio ci debba esaudire. E quanto necessario questo motivo nell'orazione, tanto pi perfetto il primo.

Onde perch questo ordinato alla domanda, pregando si deve esser breve in quello. Ma perch quell'altro si fa per se medesimo, in esso s'ha da fermare la mente quanto pi pu, affinch in fin della meditazione si senta accesa a quella. Onde s'accadesse che mettendosi l'anima a lodare Iddio col secondo motivo, ella si sentisse infiammata alle divine lodi per se stessa, cio perch lo merita, salendo dal secondo motivo al primo, segua il movimento di quella fiamma in sin che dura. Questo secondo motivo del lodare si trova parimenti nell'atto del ringraziare, perch chi da una persona brama ottener benefici, la ringrazia dei gi ricevuti; e se ne ha da dare la stessa regola che abbiamo data nell'esercizio del lodare. Ma il primo e proprio motivo del ringraziamento l'obbligo che abbiamo con Dio per gl'innumerabili benefici che ci ha fatti. Anzi non solo per quei che ci ha fatti, ma per quelli che ci ha voluto fare e che sono mancati soltanto per colpa nostra, perch abbiamo loro posto impedimento; come quando Dio chiama un uomo alla perfezione ed egli, non obbedendo alla vocazione, non la consegue. E sarebbe stato l'uomo nel Paradiso terrestre con tanti beni, s'egli non se ne fosse reso indegno. Sebbene dunque non abbiamo conseguito cotanti beni, non per meno doveroso il non cessare di lodar Iddio; poich quanto a lui, egli ce li ha concessi, e tutto il mancamento stato il nostro. All'ultimo, per dare perfezione a questi due atti, devi esser avvertito che quando ti senti vinto dalla considerazione che la bont di Dio e i suoi doni sono maggiori della lode, e quanto pi ti sforzi di fare il debito tuo tanto pi ti vedi andare di sotto e perdere, per modo di dire, la battaglia, domanda aiuto a tutte le creature, non solo ragionevoli ed intellettuali, ma irragionevoli ancora ed insensate; ed invitale tutte a benedire e ringraziare Iddio con te, come facevano Davide e i tre fanciulli nella fornace. Di pi piglia quante lodi hanno a Dio dato i Santi e gli Angeli, e ancora daranno; offeriscigliele tutte insieme. Oltre a ci desidera che ogni creatura abbia infinite lingue onde benedir Iddio come egli ti benedice. E quando con tutto questo sforzo ed apparato ti sentirai ancora vinto dalla bont divina, rallegrati di avere un Dio, la cui bont sia

tanto grande; e riposati in pace, nel seno di questa grande bont, e dormi dolcemente, n ti rincresca istenderti in questa operazione che ora ti ho insegnato, perch ella di gran frutto e molto grata a Dio.

CAP. XX.

Dell'operazione dell'amore. L'azione dell'amore quanto sia nobile, giovevole e all'uomo convenevole, non abbiamo necessit di dichiarare, perch da s manifesto per le scritture che l'amor di Dio prevale ad ogni virt, fine di ogni precetto ed sostegno di tutta la legge. Questo nasce dalla meditazione, la quale dimostrandoci quanto Iddio sia e in s e verso di noi buono, e quanto l'amor suo verso di noi sia ardente ed efficace, provoca il cuore umano, naturalmente inchinato ad amare il bene e chi l'ama e gli fa bene, a questo nobile atto d'amore. vero, come dicemmo di sopra, che l'amore passione ed atto. Quando passione, una certa inclinazione e desiderio che abbiamo di unirci a quel che amiamo, dalla quale verso di lui ci sentiamo portati. E se ella ardente, non ci pare di poter star bene se non essendo a quello uniti; perch l'unione del cuore, che gi fatta per tale amore, brama che tutto il resto segua e di tutt'insieme si faccia una perfetta e totale unione. E questo mirabilmente avviene amando noi Iddio; che quando questo peso dell'amore ci porta verso Iddio, il quale il vero centro d'ogni ragionevole creatura, non permette che cosa alcuna rimanga addietro, ma vuole con tutto ci che abbiamo da entrare e penetrare in Dio, perch non trova riposo altrove. Anzi perch il cuore istesso non pu cos pienamente, come brama, entrare in Dio e tutto trasformarsi, acci sia l'unione maggiore, arde di pi cocente fuoco di maggiormente unirsi. E quanto pi s'accosta, tanto pi velocemente e con ardore si muove a questo suo spirituale centro; e perch lo spazio infinito, talch mai all'ultimo termine s'arriva, l'amore non mai sazio, n questa inclinazione cessa mai di spingersi avanti, e d'accendere ognora in noi fiamme di desiderio.

Quando poi l'amore atto, un voler bene alla cosa amata, o desiderandole quel che non ha o compiacendosi di quel che ha. E per quando verso Iddio, il quale in s non solo ha, ma ogni bene, egli un compiacimento che abbiamo di tutte le sue perfezioni e grandezze. vero che l'onore, l'obbedienza e la servit, che gli deve la creatura, sono da noi considerati come beni di Dio, i quali talora non gli si danno come si converrebbe. Per l'amore che abbiamo a Dio fa che desideriamo che gli si diano cotali beni. E questo desiderio s'indirizza non solo verso gli altri, ma ancora verso di noi; perch vedendoci noi mancare nell'onorare, ubbidire e servire alla Maest divina, l'amore, desideroso che Iddio sia altamente onorato, umilmente ubbidito e generalmente servito, accende noi stessi a farlo quanto possiamo. E perch vanno talmente insieme l'atto e la passione dell'amore, che non solo non si possono separare, ma appena si sanno distinguere, di qui che nell'esercizio dell'amore, il quale pregando si fa, ci sentiamo ora mossi verso Iddio per unirci con lui perfettamente, ora accesi verso di noi per desiderio di onorarlo, ubbidirlo e servirlo. Quindi sono quei due atti chiamati dai contemplativi Intratto ed Estratto. Intratto il tendere del cuor nostro in Dio, che quando la passione dell' amore ci porta in Dio, per diventare con lui uno stesso spirito. Estratto il tendere del cuor nostro fuori di Dio, che quando l'atto dell'amore, volendo che tutti onorino e ubbidiscano Iddio, cade sopra di noi e acutissimamente ci sprona a tutte le virt, per le quali onorato Iddio e osservata la sua legge. Nell'Intratto, quantunque la passione, cio l'inclinazione e sete di unirci a Dio, sia pi manifesta, v'e nondimeno l'atto amoroso di compiacersi del bene di Dio, bench questo sia per lo pi implicitamente. Nell'Estratto, quantunque la principale e pi evidente parte sia l'atto amoroso, il quale desidera a Dio questo bene dell'onore e dell'ubbidienza della creatura, non per in tutto privo dell'inclinazione a Dio per unirsi a lui; perch allora veramente si onora e si ubbidisce a Dio, quando ci uniamo a lui. E di qui viene che questi atti d'Intratto e Estratto si fanno a vicenda nel contemplare e uno

succede all'altro, perch e l'uno genera l'altro; n pu la mente pienamente farli ambedue insieme, perch quando l'uno genera l'altro, forza che il generante ceda al genenato. Nell'Intratto l'anima portata verso Iddio si sforza di mirar lui solo e riguardarlo fisso, parlandogli senza parole. E chi pi altamente ascende con questo atto parla meno, ma con un quietissimo silenzio sta mirando il suo Iddio e incontrando i suoi occhi con quelli di Dio; cosa d'ineffabile diletto. Chi ancora non molto esercitato ed elevato in questo, forza che s'intrattenga con ragionamenti dicendo a Dio: - Tu sei il mio Creatore e Redentore, Tu sei la mia Beatitudine, Tu, in te stesso, sei di bont infinita. - E cos vada discorrendo per l'eccellenza e per l'operazioni divine; perch altrimenti per non esser chiara la vista con che si mira in Dio, n efficace, ma debole ed oscura, si va sostenendo la mente con tali discorsi e ragionamenti, fatti per a Dio in seconda persona. Ma perch tanto quelli quanto questi, poco possono durare in tal riguardo, forza lasciar la contemplazione, ricadere in se stessi ed uscir all'esercizio dell'Estratto, eccitandosi agli atti virtuosi e alla perfetta osservanza del volere Divino; acci l'anima in questo esercizio dell'Estratto, ripigliate le forze, s'indirizzi di nuovo all'unione con Dio, entrando in lui e lui solo mirando. Non vi sar dubbio presso alcuno che l'Intratto non sia pi nobile che l'Estratto, poich invero egli quello che beatifica i santi in paradiso e fa in terra felice l'anima devota. Onde a quello deve l'anima principalmente aspirare e, in quello che pu, esercitarsi; non gi presuntuosamente ponendosi alla Divina presenza, ma rendendosi facile e pronta a seguire il timore di Dio; non mancandoquanto sia per s di elevare la mente in Dio, astraendola da ogni memoria e riguardo di creatura. L'Estratto nei perfetti non discende molto al particolare delle virt, ma solo in generale brama compiutamente far la volont di Dio, per lo che a s stesso d spronate molto acute, ma poi pi speditamente scivola nel seno di Dio e ivi pi lungamente dimora. Gl'imperfetti, che ancora dalle viziose passioni si sentono aggravati, hanno bisogno di approfondire meglio quest'atto, des-

iderando, proponendo e domandando aiuto a Dio di fare questo o quell'atto di virt, come contrari alle proprie passioni. Nondimeno quando qualcuno da Dio si sente chiamato all'altezza dell'Intratto, segua la voce e il tirare di Dio, perch ivi ricever gran forza di fare quel che ha bisogno di fare, onde superare s stesso. E sentir per prova che l'Estratto dopo l'lntratto di maggior efficacia. E nell'Estratto tutti comunemente finiscono l'orazione, chiedendo a Dio grazia di ben servirlo e fare sempre il suo volere.

CAP. XXI.

Dell'ultima operazione, che la preghiera. L'ultima operazione l'orazione, e questa quella nella quale si risolvono tutti i precedenti atti, cos meditatativi come affettivi; onde da essa tutto l'esercizio prese nome di orazione; perch quantunque vi siano degli atti pi nobili di lei, ella nondimeno la pi generale, e tutti gli altri regolarmente in lei si risolvono e finiscono. Onde il celeste Maestro, insegnando ai suoi discepoli a pregare, non fece menzione se non di questo atto del pregare, e se ben pose innanzi alla preghiera quelle poche parole: Padre nostro, che sei ne' Cieli, le quali posson servire a meditare, nondimeno, come si vede, le pose perch sapessimo a chi indirizzare la nostra orazione. Ma non per questo esclude gli altri atti, dei quali noi finora abbiamo ragionato, anzi li presuppone; perch non si domanda una cosa se prima non se n'ha desiderio; n si prega che ci sia levato qualche male, se prima non s'ha in odio o non si teme. E a queste affezioni precede sempre la cognizione e il pensiero. Adunque al pregare e alla meditazione, che d il lume, precedano gli affetti, che danno o sono il caldo, onde l'anima s'accende ad orare. Volendo adunque Cristo che preghiamo: Sia santificato il nome tuo presuppone che conosciamo la Maest di Dio com'ella in se medesima di grandezza infinita, per la qual merita di esser onorata da tutte le creature, e come ella si porta verso di noi, nel farci sempre bene per mera grazia, onde noi siamo tenuti sempre a ringraziarla. Volendo che preghiamo: Venga il Regno tuo , presuppone che conosciamo la stessa Maest di Dio quanto al dominio che ha sopra

tutto il mondo, e come giovevole a noi starle soggetti: onde perch a lei conviene e a noi giova, ch'ella ci regga, nel desiderio e nel far orazione. Volendo che preghiamo: Sia fatta la volont tua in terra, come si fa in Cielo, presuppone che conosciamo l'obbligo, l'utile, la necessit che abbiamo di ubbidire al volere divino. Volendo che preghiamo: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, presuppone che conosciamo come e quanto siamo bisognosi di sussidio spirituale e corporale, e quanto siano amabili e desiderabili i doni suoi. Volendo che preghiamo: Rimettici i debiti nostri, presuppone che ci conosciamo debitori ed impotenti a pagare, essendo pur necessario per noi, che la partita si chiuda. Volendo che preghiamo: Non ci indurre in tentazione, presuppone che conosciamo quanto siamo facili a cadere nel peccato, si per l'astuzia e forza dei nostri nemici, s per debolezza ed insipienza nostra. Volendo che preghiamo: Liberaci dal male, presuppone che conosciamo ed abbiamo in odio il male. Cristo adunque, insegnandoci a fare queste domande, presuppone che abbiamo il conoscimento ed il desiderio, che deve andargli innanzi. E se non l'abbiamo, c'insegna a procurarlo, perch chi domanda il fine, senza dire altro, domanda ancora il mezzo necessario per aver quel fine. Circa dunque quest'operazione del pregare si hanno da sapere pi cose: la prima il motivo che ci spinge a pregare, e questo nasce da molte cause. Nasce da Dio, il qual merita che da noi sia pregato, e col pregar onorato; il quale vuole che lo preghiamo, perch ha ordinato l'orazione come mezzo della nostra salute. Onde ci comanda che facciamo orazione; ci assicura di esser esauditi; ci manda dei travagli, per farci gridare a lui; c'infonde gran diletto all'atto del pregare; ci ha dato esempio di questa virt nel suo figliuolo e nei suoi santi; ha istituito gli Angeli come mezzi e messi ch'offeriscono a sua Maest le nostre petizioni. Nasce questo motivo ancora dalla cosa per la quale preghiamo, la quale o tal bene che merita di esser desiderato da noi, e per averlo si rende necessaria l'orazione: ovvero male, o presente o imminente, il qual bisogna rimovere da noi; n si pu senza

l'orazione; onde si prega, e contro il male e contro i mezzi per i quali viene il male, come sono le tentazioni. Nasce parimenti da noi, ai quali proprio, utile, debito, necessit il pregare. Proprio, perch l'orazione un esercizio umano, da cristiano. Utile, perch con questo provvediamo a tutte le necessit nostre. Debito, perch Iddio vuole che lo facciamo ed debito della creatura umiliarsi al Creatore e onorarlo, come si fa pregando. Necessit, perch senza l'orazione non possiamo soddisfare al debito nostro, non possiamo conseguire il nostro fine, non possiamo levarci d'addosso il male. Fra questi il motivo che nasce da Dio il pi alto, ed il pi perfetto; e volendo, tu puoi ridurre questi altri a quello, perch il volere di Dio si estende a tutti gli altri motivi; cio Iddio vuole che otteniamo il bene, siamo liberi dal male col mezzo dell'orazione, e perci siamo nella necessit di pregare, perch Iddio vuole che tu usi questo mezzo. La seconda cosa che si ha da sapere la persona a chi si ha da indirizzare l'orazione: e questa ce l'insegn il nostro Salvatore, volendo che dicessimo: Padre nostro, che sei ne' cieli; e per Padre s'intende Iddio, trino in persona ed uno in sostanza, perch da lui solo vien principalmente ogni dono. Possiamo nondimeno pregare ancora i Santi in due modi. Prima supplicandoli che preghino per noi e presentino le nostre orazioni a Dio, come facciamo nelle litanie. Secondo, pregandoli che ci aiutino secondo la virt e grazia che Iddio concede loro; poich se preghiamo un uomo in terra, onde ci soccorra, quanto maggiormente possiamo pregare i Santi i quali sono e potenti e pietosi; n s'esclude per questo la mano Dio; perch quantunque non si dicesse altro, si presuppone che ci debbano aiutare come possono e come conviene, e non lo possono senza Dio. E qui lodo che tu abbi in divozione qualche Santo, all'intercessione ed aiuto del quale spesso tu ricorra. La terza osservazione intorno a che cosa si ha da domandare. Questo l'abbiamo espressamente nell'orazione domenicale. E se seguirai le Pratiche esse t'insegneranno. Solo di questo per ora ti avverto, che le cose - le quali possono essere buone o cattive, cio

giovare o esser occasione di danno, come sono i beni temporali ed anche il gusto nell'orazione, e simili altri doni spirituali - non si devono domandare assolutamente, ma solo con questa condizione espressa o tacita, se cos piace a Dio: nondimeno si pu pregare perch gli piaccia, e faccia che sia per il meglio. Ci che ti spinga a domandare con fiducia non hanno da essere i tuoi meriti, ma la misericordia di Dio, la sua bont, la sua provvidenziale passione, il sangue, la morte, i meriti di Cristo, di Maria Vergine e degli altri Santi. E potrai servirti di quel mistero che avrai meditato allora. L'orazione all'ultimo dev'esser fatta con grande ardore e forza gridando forte nel secreto del cuore. Ricapitolando: sino ad ora abbiamo veduto le tre parti delle pratiche nostre; Il Preambolo, che tocca alla preparazione; la Meditazione, che amministra la legna onde accendere il fuoco della bont, e l'Azione, la quale contiene gli affetti e l'operazione. Ed abbiamo dato il modo di far queste operazioni. Resta ora a dare alcuni avvertimenti intorno al servirsi delle pratiche.

CAP. XXII.

Degli avvertimenti onde usare bene le Pratiche. Questo ultimo capitolo dunque contiene gli avvertimenti onde usare bene le pratiche. Il primo dei quali questo: quando vuoi pregare, piglia questo libretto in mano e leggi una di queste pratiche, e s'hai tempo e buona memoria imparala alla lettera; e poi mettiti ad esercitarla, facendo gli atti ordinatamente, come sono posti in essa: se anche non hai tempo o memoria, o voglia d'impararla a mente, tieni il libretto in mano e va leggendo, e tuttavia facendo gli atti come li trovi ivi scritti; ma per di questo modo, che tu legga un atto o due e poi, senza guardar sul libro, ti sforzi di farli col cuore, con quella maggiore attenzione e forza che puoi. E perci bene che prima tu legga tutta la pratica per intenderla bene, acciocch quando devi eccitar l'affetto non abbia a speculare per intendere; perch questo molto raffredda il cuore. E

questo s'intende per la prima volta, ch usandola poi altre volte non cos necessario leggerla prima. Ti esorto poi, che quando avrai nell'orazione esercitato una pratica, l'altra volta che ritorni all'orazione ripigli quella stessa; perch la prima volta l'occupazione dell'intelletto per intenderla o ricordarsela, o pur anche il guardare e leggere nel libro, molto impedisce la divozione, e che la seconda volta ne sentirai pi gusto: e, parendoti, potrai seguire una, o due, o tre volte, sinch vi trovi pascolo, prima che passi all'esercizio di un'altra pratica. Il secondo avvertimento sia che se in qualche passo le pratiche ti paressero difficili da intendere, non ti devi n meravigliare, n sgomentare; perch io sono stato costretto dalla necessit, essendo che l'intenzione di questo libro non di dichiarare teologia, ma solo di proporre materia d'orazione in forma di pratica; ed ho avuto necessit d'essere breve, per dar campo all'intelletto onde stendersi con la meditazione; per non fastidire chi legge e perch pi facilmente si potessero mandare alla memoria queste pratiche. E non dubito che quando ti sarai esercitato con quelle, non sii molto contento del breve e succinto loro dire, che se al principio tu non l'intendi in qualche luogo, potrai fartele dichiarare da qualche dotto. Ed esercitandole, verrai pian piano ad intender chiaro quel che ora ti pare oscuro; che se pur in maniera alcuna non l'intendi, lascia da parte quelle che non intendi ed esercitati in quelle che sono facili e chiare. Il terzo avvertimento consiste nel ponderare bene gli atti, n passar via correndo, perch qui solamente si toccano i punti; a te si aspetta poi di spremerne fuori il succo. In quarto luogo nota che si son posti al fine gli atti affettivi, per distinguere la pratica nelle sue parti; nondimeno se dopo un atto meditativo ti sentissi accendere l'affetto, non occorre aspettare che si finisca la meditazione per fare gli atti affettivi. Anzi di pi, quantunque io abbia posto quell'ordine che mi parso migliore, nondimeno se nel pregare tu sentissi che lo spirito ti guidi a cavarne altri, ovvero da un mistero ti conduca in un altro, ovvero ti soffermi tanto in quello dove ti trovi, che non occorra passare pi innanzi per far gli altri atti descritti nella pratica, segui sempre il tratto dello Spirito Santo.

Sii per avvertito di non lasciarti tirare fuori del tuo ordine e pratica per ogni piccola cosa, per evitare l'inganno del demonio; il quale potrebbe, sotto pretesto di qualche nuovo lume o divozione, farti andare vagando; e tolto che ti abbia fuori dell'ordine del tuo esercizio, lasciarti in secco, n lasciarti pi ritornar l onde sei uscito; onde in tale modo avresti perduto la vera sostanza, seguendo l'ombra. Considera in quinto luogo come, perch la meditazione non si fa per altro che per accendere l'affetto, quando tu lo senta ben acceso, devi lasciare gli altri atti meditativi posti nella pratica ed entrare negli atti affettivi della volont; perch giunto che sii a casa ed al fine per il quale prendesti la via, non devi curarti pi di altra via. E fa che nell'esercizio affettuoso tu virilmente ti affatichi, eccitandoti gagliardamente quanto tu puoi. E quando per il lungo esercizio fossi venuto a tale, che senza previa meditazione tu ti sentissi abile a volar in Dio con l'affetto, allora non hai bisogno di queste pratiche; perch non fa mestieri di scala a chi pu volare; e tieni per fermo che la vera contemplazione sta pi nell'affetto che nell'intelletto. Sesto avvertimento sia che gli affetti son quasi sempre gli stessi, e cos le operazioni conseguenti. Io sono stato breve nel descrivere nelle pratiche questi atti affettivi, acci io non avessi a replicar quasi sempre la stessa cosa. Tu nondimeno stenditi a quelli e falli con gran forza. Parimenti i preamboli sono, in sostanza, quasi sempre gli stessi, ancora che vari in parole, perch la preparazione sempre la stessa. Ho nondimeno a tutte le pratiche fatto il suo preambolo, perch tu li leggessi e te ne servissi sempre. Il variare delle parole che ho fatto, stato acci io non ti fastidissi. Quello ch'essi contengono diffusamente spiegato nella prima pratica; la quale perci ho intitolata della preparazione, perch propriamente ella contiene l'ordinaria prepararazione che si ha da fare e che nei preamboli insegnata. Ma nelle meditazioni si ha pi diversit, per quelle sono pi estese che le altre parti estreme delle pratiche. Terminate adunque le precedenti considerazioni, nelle quali si studiato il fine per cui si tratti dell'orazione nei santi libri e si sono vedute alcune cose generali per maggior intelligenza delle pratiche

seguenti e per saperle usare vengo ora a porre quella che la seconda parte, che io ho promesso da principio; supplicandoti anima devota, la quale di questi esercizii ti servirai, che quando sarai accesa nell'orazione e parlerai con Dio, ti degni ricordarti di me ancora e raccomandarmi alla benignit sua.