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LA TERAPIA COME GIOCO DI RICOMBINAZIONI

Pensare in termini di storie devessere comune a tutta la mente o a tutte le menti Bateson 1979

UMBERTA TELFENER La nostra vita regolata da attribuzioni di significato, da interpretazioni che costituiscono il vocabolario, la sintassi, le griglie per determinare e decodificare il mondo in cui viviamo e come ci muoviamo in esso. I sistemi di credenze possono venir pensati come storie -contestualmente e temporalmente definite - che gli esseri umani condividono allinterno di una stessa cultura e che si narrano per organizzare e interpretare le loro esperienze e per orientarsi nel vivere. Storie non omogenee che derivano dal rapporto tra ci che ci capitato fino a quel momento (le spiegazioni che ci diamo) e ci che ci aspettiamo succeda (le nostre anticipazioni e quelle del contesto di riferimento); storie che derivano dal rapporto tra presente, passato e futuro; dal rapporto tra i vincoli e le possibilit del nostro quotidiano. Storie uniche che noi costruiamo soggettivamnete, pur allinterno di una comunit cui apparteniamo, di un consenso sociale e di uno standard di tolleranza negoziato dalla comunit stessa. Le nostre storie sono sempre connesse con le nostre emozioni e le nostre emozioni sono incorporate in storie. LA NARRAZIONE COME STRUTTURA DI IDENTIT Narrare pu essere considerata una operazione del conoscere. La narrazione organizza infatti la struttura dellesperienza umana sia a livello delle informazioni sensoriali che dei concetti e delle attribuzioni di significato: ci sono soltanto le nostre descrizioni, le nostre interpretazioni organizzate in storie, in una evoluzione pi o meno ricercata. Storie consequenziali e apparentemente coerenti, con un inizio, un proseguo e una fine. Le persone conferiscono senso alla loro vita attraverso il racconto delle loro esperienze. Latto stesso di raccontare fornisce lopportunit di creare(in maniera non cosciente) una versione differente della nostra vita e quindi di noi stessi. Permette di avere un pubblico e di ricontestualizzare il significato dellesperienza. Fin da bambini, per poterci spiegare ci che avviene e poter avere lillusione di controllare gli accadimenti, organizziamo/semplifichiamo/costruiamo la nostra esperienza in storie (Bruner 1990). Ciascuno porta poi la propria storia/identit con s, scrivendone la trama in avanti e riscrivendola a ritroso con maggiore o minore flessibilit. Ricorrere al concetto di storie potrebbe ampliare il concetto stesso di identit (copione, programma di vita) in quanto permette di considerare in maniera pi vasta la gamma di possibilit che si possono immaginare, arricchire le possibilit di essere, anche non coerenti tra loro. La comunit di identit come la chiama la Mair (1988), suggerendo la necessit di decostruire una identit unica e rigida per lavorare su pi storie gi dallinfanzia (vedi anche il concetto di disidentit introdotto da Lai nel 1988). Interessante come gli psicologi cognitivisti che utilizzano la metafora della narrazione risolvono il rapporto tra processi cognitivi coscienti e inconsci. Dennett (1991) sostiene che nella dimensione cosciente le informazioni vengono elaborate in maniera sequenziale mentre in quella inconscia le informazioni vengono elaborate in parallelo, percorrono cio numerosi canali di elaborazione ed organizzazione. Le molte versioni inconsce di ciascun evento contribuiscono a fornire materiale narrativo per la versione (spesso) unica e pi coerente che viene verbalizzata e condivisa, offrono materiale potenziale per costruire versioni alternative dello stesso evento e

quindi per poter cambiare idea. Come sostiene anche Liotti (1995) i rapporti tra coscienza ed inconscio per i cognitivisti non sono in contrapposizione n in conflitto, si potenziano vicendevolmente e sono in fondamentale interazione e sinergia funzionale(pg.31). Secondo lautore, i Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI) sono algoritmi innati e inconsci per lelaborazione delle informazioni sociali comuni a tutti gli umani e vengono gradatamente individualizzati in funzione degli accadimenti e delle relazioni in cui ogni essere umano impegnato. Tali SMI, attraverso dei Modelli Operativi Interni, cio dei modelli rappresentativi degli eventi di relazione, forniscono le griglie di lettura degli accadimenti e lossatura per la costruzione di narrazioni di s. I coniugi Polster, terapeuti gestaltici, sottolineano il concetto di narrazione come struttura di identit in un libro dal titolo molto suggestivo ed esplicito: Ogni vita merita un romanzo. Essi sostengono che compito del clinico , tra laltro, quello di trasformare lordinario in straordinario, facendo emergere ed estrapolando dalle storie quegli ingredienti specifici che le rendono speciali. Duccio Demetrio (1995) sostiene che il pensiero autobiografico (il fare autobiografia) costituisca un ripatteggiamento con quanto si stati e pertanto abbia una valenza curativa in quanto permette di liberarsi e di ricongiungersi con se stessi. Raccontarsi spinge , secondo lautore, a prendersi in carico e ad assumersi responsabilit di ci che si stati e si fatto: Quando ripensiamo a ci che abbiamo vissuto, creiamo un altro noi. Lo vediamo agire, sbagliare, amare, soffrire, godere, mentire, ammalarsi e gioire: ci sdoppiamo, ci bilochiamo, ci moltiplichiamo. Assistiamo allo spettacolo della nostra vita come spettatori: talora indulgenti, talora severi e carichi di sensi di colpa, oppure, quasi sazi di quel poco che abbiamo cercato di vivere fino in fondo.(pag.12) Se pure lidea di entrare in contatto con la molteplicit delle versioni di vita sia interessante e a volte plausibile, personalmente ritengo che questa capacit coinvolga solo persone soddisfatte di s e capaci di ipotizzare pi percorsi possibili, di prendere in considerazione pi premesse per il loro agire. Questo discorso non pi valido di fronte alla patologia in cui sembra che gli individui si trovino in una situazione di apprendimento zero (Bateson 1972) chiusi cio in un circuito di premesse ed azioni ricursivamente collegate e nellimpossibilit di uscire da questo circuito. Chi presenta sintomi psicopatologici utilizza spesso categorie rigide e tende a rileggere la propria vita utilizzando per farlo sempre le medesime categorie. E infatti difficile e non automatico il processo di decentramento, cio la capacit di cambiare le premesse nel leggere il proprio passato. Se la capacit riflessiva, cio la possibilit di riflettere sulle categorie impiegate presente in molti, questa capacit di ritornare sulle proprie azioni non viene quasi mai svolta con una modalit falsificazionista, cio con la disponibilit a mettere in crisi anche le proprie premesse. Se pur vero che abbiamo la capacit di cambiare idea rispetto alla lettura di ci che ci accade e di costruire molteplici significati di uno stesso evento, siamo ancora e troppo spesso organizzati e limitati da una idea di identit unica e coerentemente organizzata. La ricerca di coerenza infatti costituisce uno degli ingredienti pi frequentemente rilevati nella rappresentazione di s, complessa o semplice che sia. La psicologia ingenua, inoltre, spinge a considerare il passato come determinante per il presente e il futuro e non ovvio alluomo della strada come pi spesso il presente regoli la rilettura del passato e la progettualit rispetto al futuro. Gli individui ricercano una coerenza nella loro storia, quasi che sia questa coerenza a confermare la loro identit e non tutti accettano di raccontare storie con salti cognitivi, incongruenze, scelte che appaiono tra loro in conflitto. Sarebbe interessante e coerente al tema disquisire sulle diverse teorie rispetto alla emergenza di sintomi psicologici per rilevare le differenti sfumature rispetto alla ricerca di coerenza; per mancanza di

spazio non lo possiamo fare. Ricorder per che le versioni coscienti degli eventi interpersonali, secondo gli psicologi cognitivisti, sono usualmente semplificate rispetto alle pi versioni inconsce in stand by, e questo al fine di ancorare lipotesi singola e semplice allidea di identit unica che viene privilegiata dalla cultura di questo secolo. A questo proposito Mancini (1994) ad un convegno sul lavoro dei Polster si interrogato su quelle persone che scoprono allimprovviso alcuni eventi che obbligano ad una significazione differente della propria vita (come, per esempio in Film blu di Kieslowski in cui alla morte del marito una donna, scoprendo una storia extraconiugale di lui, obbligata a reinterpretare il loro amore e a rivedere se stessa alla luce di questa informazione). Lautore sembra rilevare il predominio della narrazione sulla struttura dellesperienza e sottolineare come viviamo la nostra vita attraverso le narrazioni -pi o meno complesse - che riusciamo ad assemblare. La capacit di cambiare idea e pure la capacit di complessificare la propria immagine di s o di decostruire una identit unica (disidentificarsi) raramente avviene in solitudine: il recupero di versioni e particolari non coscienti, la creazione di narrazioni alternative pi facile nel contesto di un dialogo con un interlocutore vissuto come prestigioso. Il contesto terapeutico, il dialogo che in terapia si inizia e si porta avanti sembrano costituire una occasione privilegiata per costruire una differente versione che permetta di leggere e interpretare in maniera diversa gli eventi.(Come scrive Liotti: Si pu ipotizzare che una relazione terapeutica empatica e collaborativa risponda ai requisiti ideali che un rapporto interpersonale deve avere per facilitare le funzioni della coscienza(pag 39, 1995) La narrazione stata in questo paragrafo accennata come ridefinizione di s, come emergenza, cio come riconoscimento e responsabilizzazione rispetto a s e come valutazione. Il breve esempio che segue intende evidenziare il primo aspetto, come cambia cio limmagine di s di fronte ad eventi nuovi, e intende mostrare come sempre e comunque i pazienti tendano a offrire una immagine di s unica e coerente, dimenticandosi altre immagini anzich affiancare pi aspetti di s forse contraddittori. Come sostiene Schaffer il s raccontare e la narrazione della propria storia personale costituisce un aspetto indicativo della rappresentazione di s e della costruzione dellesperienza individuale:
Anna una donna di quaranta anni che viene in terapia per suggellare e consolidare la separazione avvenuta a seguito di una relazione extraconiugale del marito. Chiede una consulenza poco prima delle vacanze e questa la sua prima richiesta di aiuto. Cos parla della sua relazione di circa dieci anni Antonio un interlocutore valido, il mio compagno di viaggio fino ad ora; mi sono sempre sentita sola, mai quando facevamo le cose insieme. Desidero non soffrire troppo del suo abbandono, sarebbe principalmente conseguenza della mia paura di rimanere sola e di trovarmi isolata. Lo amo tanto comunque, non posso immaginarmi una vita senza Antonio. Sono una donna affettivamente dipendente e vorrei invece imparare lautonomia Il breve lavoro che facciamo assieme focalizza sulla immagine che Anna ha di s e sulle esperienze che hanno contribuito a organizzare questa immagine. Al ritorno dalle ferie e a seguito di una vacanza stimolante e di un incontro interessante Anna presenta una differente immagine del marito e di s: Ho incontrato un uomo che mi ha fatto capire quanto poco presente fosse Antonio e quanto mi accontentassi di briciole. In questa amicizia molto esplicita e definita non mi sono sentita sola e neppure dipendente, sapevo di poter contare su questo nuovo amico e questo mi ha permesso di sentirmi differente, di esplorare, di prendere liniziativa, di sentirmi creativa e forte. Anna fa fatica a vedersi contemporaneamente dipendente e indipendente; cos come prima non riusciva a recuperare anche la sua indipendenza alla luce della sofferenza dellabbandono, al ritorno dalle vacanze sembra essersi dimenticata il suo lato dipendente e propone di interrompere gli incontri.

Accenner ora brevemente ad unaltra richiesta di consulenza che riporto di seguito in quanto esplicita come lesperienza umana sia , come sostiene Ricoeur (1984) pre-

narrativa nel senso che assume senso una volta narrata in quanto struttura semanticamente gli eventi, organizza le circostanze, le cause e le conseguenze, i fini e gli scopi in una unit omogenea:
Bice ha una doppia vita: di mattina lavora in un fast food e di pomeriggio in un salone di bellezza principalmente frequentato da uomini. A casa la aspettano un marito ignaro del suo secondo lavoro (?) e una figlia appena nata, lasciata in custodia alla madre. Bice si dichiara insicura e affetta da insonnia ma appare subito molto chiaro quanto abbia soprattutto bisogno di esplicitare la sua identit nascosta e di poterne parlare delle sue attivit pomeridiane senza sentirsi giudicata o criticata. Raccontare la sua storia a me appare come un modo per riappropriarsene e per cercare di integrare aspetti di s che trova contraddittori e che la fanno sentire scissa e valutare molto negativamente. Costruire una narrazione sulle difficolt, sui sensi di colpa, anche sulla fatica del suo secondo lavoro, le permette anche di riflettere sulle motivazioni per farlo: allinizio lunica motivazione il bisogno di soldi suo e dei suoi familiari; il desiderio di poter possedere beni che le sono mancati durante linfanzia e che appaiono assolutamente necessari. Mano a mano che il racconto si fa pi ricco, che si aggiungono particolari (anche il ricordo di un tentativo di stupro subito da bambina da parte di un vicino di casa molto dimesso, evento cui la paziente collega una conseguente e ricorrente fantasia sessuale di controllo e di incontri brevi e degradanti) sembra che la sua seconda vita diventi meno necessaria e il bisogno di soldi e di beni materiali meno indispensabile. Lurgenza di andare con uomini occasionali che non incontrer pi e che lei vive in suo potere diventa meno urgente e Bice recupera anche il desiderio di passare del tempo con la figlia e di fare altre nel suo tempo libero che non comprare con ingordigia tutto quello che possibile. Sembra che la costruzione di una storia ricca di particolari attorno alla sua compulsione sessuale le permetta di rifletterci e prendere le distanze dai suoi comportamenti, non necessariamente per interromperli quanto per poter scegliere le sue modalit di comportamento.

LA NARRAZIONE COME TRAMA TERAPEUTICA Le teorie, le spiegazioni scientifiche acquistano importanza differente in momenti storici diversi, le metafore cambiano costantemente e alcune teorie hanno subito un processo di revisione; potremmo dire che anche le teorie vengono narrate e ri - narrate in maniera diversa, utilizzando altre immagini, altre parole chiave. Kelly assimila la psicologia ad una disciplina narrativa e contrappone una scienza narratologica ad una computazionale, basata sulla ricerca dei fatti oggettivi. La storia stessa delle differenti teorie psicologiche e della loro evoluzione di per s una narrazione continua in costante mutamento, per cui i modelli psicologici vengono raccontati e ri-raccontati in continuazione.. Anche in psicologia clinica e nelle psicoterapie dei diversi approcci si parla sempre pi di un paradigma narratologico - come andr ad evidenziare nelle seguenti pagine che introduce lidea di storie multiple costruite dai protagonisti e letteralmente ricostruite in momenti storici diversi. Tutte le psicoterapie potrebbero venire considerate come attivit narrative che attingono alla base poetica della mente Potremmo considerare anche il processo clinico come un costante lavoro di attribuzione di significati, un processo mentale che coinvolge tutti i partecipanti e che emerge dalla condivisione di spiegazioni e narrazioni La narrazione portata in terapia La metafora narrativa pu venire utilizzata per descrivere ci che gli individui portano in seduta. Sceneggiatura del dramma familiare una definizione utilizzata anche dai clinici sistemici (Andolfi, Angelo 1980) per descrivere il livello di osservazione pi specificamente comportamentale da parte di un terapeuta che si pone (temporaneamente) in una posizione esterna al dominio di osservazione. Altro termine utilizzato quello di gioco, di romanzo familiare, una sorta di copione ripetitivo e inconsapevole che organizza le interazioni.

I pazienti di solito spiegano in maniera rigida e ripetitiva laccadere e il perpetuarsi dei loro problemi e raramente definiscono ci che accade loro come una storia: ben pi grave e dolorosa di una storia appare loro il vissuto che portano in consulenza! Gli autori si differenziano rispetto al loro focalizzare sui contenuti della narrazione oppure sul modo stesso di organizzare i dati. Rispetto a questultimo aspetto sottolineo due autori: Sluski (1992), psicologo ad orientamento sistemico, elenca le modalit lineari, deduttive, semplici e causali delle narrazioni dei pazienti che descrivono i loro problemi in maniera concreta e oggettiva. Sluski sostiene che usualmente gli utenti portano in terapia una descrizione statica, organizzata con abbondanza di sostantivi (anzich verbi) in un approccio a-storico (privo della opportunit di considerare un inizio, uno scenario e una evoluzione), che presta una attenzione privilegiata al passato, considerato come determinante per il presente e il futuro. Lautore considera anche il concetto di spazio spesso portato in terapia come a-contestuale, unico e astratto; lorigine e la causa della sintomatologia vengono privilegiate nelle narrazioni rispetto agli effetti; il vissuto degli accadimenti viene descritto come intrapersonale e de-responsabilizzato anzich relazionale, contestuale e governato da regole. Anche i valori evocati dalla storia sono semplici e dicotomici (sano - malato, buono - cattivo)... Bruner (1991), psicoanalista, in maniera simile focalizza sullaspetto strutturale e linguistico delle narrazioni, evidenziandone le caratteristiche di diacronicit narrativa (tale per cui il tempo viene scandito dal racconto), laccurata scelta dei particolari, il necessario riferimento a stati intenzionali, la componibilit ermeneutica (tale per cui protagonosti ed eventi vengono plasmati e connessi tra loro), la referenzialit, lappartenenza ad un genere, la sensibilit o meno al contesto. Anche Galluzzo (1994), sistemico, indaga la forma della narrazione: in particolare, sostiene, che quando ci vengono esposte narrazioni ricche di attributi e povere di azione ci troviamo di fronte a rappresentazioni statiche e ridondanti. Lautore connette il tipo di narrazione con la sintomatologia e distingue con molta enfasi narrazioni di tipo nevrotico dai racconti dei familiari sui pazienti psicotici, racconti che via via si impoveriscono sempre pi. Lautore affianca le narrazioni ai miti familiari, senza differenziare tra i due costrutti. Personalmente ritengo che le storie siano esplicite, flessibili e in costante cambiamento narrativo mentre i miti familiari (Ferreira) sono spesso impliciti e hanno una funzione statica nel mantenere lomeostasi. Cos come si deve passare dallautobiografia (unica, ripetitiva e identica nel tempo) al concetto di narrazione (costrutto pi fluido e polifonico ) in clinica, cos si possono esplicitare i miti familiari attraverso il recupero di pi narrazioni attorno ad essi. A questo proposito Guidano utilizza la metafora cinematografica: attraverso la tecnica della moviola e dello zoom riproduce pi storie attorno allo sviluppo personale, facendo ripercorrere pi volte al paziente la sua storia per far emergere nuovi particolari, nuovi livelli di consapevolezza, nuove possibili organizzazioni e quindi ipotesi diverse sugli stessi eventi. Il clinico lavora sulla memoria del paziente, sulle modalit in cui sono stati organizzati gli eventi, sulla coerenza che viene portata in seduta per disorganizzarla e permettere nuove riorganizzazioni. Allinterno di unottica che tiene conto della relazione terapeutica, Ugazio, sistemica, sostiene che la narrazione portata in seduta e le spiegazioni che gli utenti danno sia del problema che delle possibili soluzioni facciano ancora parte della stessa logica che ha fatto emergere e che mantiene il problema. E interessante il punto di vista di Ugazio in quanto collega imprescindibilmente la narrazione portata in seduta con la successiva evoluzione del processo clinico e la storia portata alle successive possibilit di svolgimento narrativo in terapia. La narrazione viene intesa come filo conduttore per una relazione che si imposti dallinizio in maniera corretta. Non possiamo cio

offrire ai nostri clienti quanto chiedono ma diventa fondamentale ridefinire la domanda in quanto la domanda stessa, i tentativi di soluzione messi in atto, le aspettative circa il lavoro insieme sono tutti allinterno della stessa logica che ha creato il problema. Anche Selvini (19 ) si interroga sulla narrazione portata in terapia privilegiandone laspetto relazionale in seduta; due sono le sue domande fondamentali per lei e il suo gruppo: perch ora e perch questa narrazione? La Selvini sostiene che la richiesta di terapia sia lultima mossa in un gioco relazionale che coinvolger anche il clinico e di cui il clinico deve sentirsi parte integrante. Fanno parte della narrazione anche le idee che gli utenti hanno della terapia in s (si tratta di unesperienza di sofferenza? Deve essere lunga o breve, sofferente o felice, partecipata o silente.) in quanto queste influenzeranno in maniera considerevole latteggiamento verso la richiesta daiuto, la disponibilit a farsi aiutare e a coinvolgersi nel processo, a collaborare o meno. Possiamo forse tralasciare di citare le idee che gli utenti hanno del terapeuta, del suo ruolo, del suo mandato? E evidente come lanalisi della domanda divenga una strategia iniziale fondamentale in quanto connette tutte le premesse con cui gli utenti si presentano ai presupposti del clinico, al fine di mettere in atto una negoziazione sui significati. Rispetto alla narrazione con cui si presentano gli utenti vorrei segnalare un ultimo nodo problematico che coinvolge alcune scuole di psicoterapia: ci si interroga su quale sia la relazione tra verit storica e verit narrativa. Alcuni tra gli psicoanalisti si pongono il problema di una verit ontologica e del suo scarto narrativo. Spence, tra tutti, indaga la relazione tra eventi storici e fantasie degli eventi stessi. Attualmente il movimento ermeneutico legato alla psicoterapia nega in toto la necessit di ricercare una verit a priori per focalizzare sulle possibili rielaborazioni: questa posizione coerente con i pi attuali studi neuropsicologici sulla memoria secondo cui vi solamente una sottile differenza tra rievocazione, confabulazioni e ricostruzioni plausibili (Norman 1986) La narrazione del clinico I clinici ascoltano e utilizzano spiegazioni o narrazioni in base a chi sono, alla fase del loro ciclo professionale, a come giudicano difficile o meno la situazione, a seconda della loro storia personale e professionale e del loro paradigma di riferimento, quindi della loro teoria del cambiamento e al rapporto tra metodologia e tecnica. Lascolto dipende anche dalla capacit di stupirsi del singolo clinico, dal suo senso di meraviglia, dalla disponibilit ad accettare come unico e singolare il dramma, lintreccio, la suspence, la gioia che ciascuno porta in consulenza. Importante anche riflettere sulla doppia posizione necessaria al clinico negli scambi conversazionali. Si analizza un individuo indipendente da s, dotato di cognizione e percezione e nello stesso tempo ci si trova di fronte a ci che emerso nellinterfaccia tra s e laltro, dove prende forma una identificazione comune. Chi cura si ritiene parte delluniverso osservato, si rende conto che ogni parola e ogni azione compiuta porteranno ad un cambiamento sia per s che per laltro e definiranno in maniera differente la relazione tra i due? Oppure reputa di essere esterno e neutrale in una sorta di terapia asettica ed oggettiva? Reputa il proprio operare prevedibile o imprevedibile o prende in considerazione ambedue le possibilit? Considera il processo terapeutico come un percorso prevedibile o meno? La relazione come istruttiva o no? Sulle riviste ci imbattiamo spesso in descrizioni coerenti di terapie anche lunghe, di solito veniamo presi dalla narrazione, ci avvince la coerenza del processo, la sequenzialit degli interventi e la relazione tra questi e i cambiamenti che avvengono. Personalmente immagino la terapia con uno stesso individuo come un libro di

racconti, singole narrazioni coerenti e concluse, piuttosto che un romanzo troppo coerente e continuativo e, pur traendo grande piacere da quelle letture, non credo pi di tanto alla loro veridicit. Credo che sia molto utile che il clinico costruisca una storia pi o meno coerente di ci che avviene in seduta, che abbia una rappresentazione del percorso e degli obiettivi (non a caso il clinico viene definito un perturbatore strategicamente orientato, Guidano 1989) La narrazione coerente serve comunque pi ai clinici, al fine di costruire la propria progettualit terapeutica, serve alla didattica, non a raccontare quello che necessariamente avvenuto durante il processo clinico. E oltretutto necessario ricordarsi che il non equilibrio presente o permesso dalla frammentariet pu essere sorgente di nuovo ordine pi complesso. Interessante, a questo proposito, il commento di Novelletto, psicoanalista, rispetto alla necessit di una condivisione narrativa tra clinico e paziente. Lautore esaspera questa idea suggerendo, in forma provocatoria, la possibilit di firmare insieme i resoconti del loro lavoro comune: Ma si possono continuare a leggere resoconti, a volte estremamente sofisticati, dei soli analisti senza sentirsi assaliti dal dubbio che il paziente narrato potrebbe, leggendoli, non condividere molte cose dette su di lui, oppure trovarne altre mai sentite prima, oppure addirittura non riconoscersi nemmeno nella narrazione del proprio caso, con buona pace dell'analista "specchio"?....Quanti seguono lesempio di quegli analisti che sogliono chiedere ai propri pazienti lautorizzazione a riferire il loro caso e, una volta ricevutala, gliene sottopongono il testo?(pag28) Se questa ipotesi pu risultare provocatoria in ambito analitico, la prassi di condividere le narrazioni pi frequente in ambito sistemico, penso sia alla tecnica del reflecting team del norvegese Tom Andersen, sia ad altri esempi di condivisione e di costruzione comune di resoconti di seduta (pratica che, per esempio, io stessa metto in atto in pi di una situazione) o del recupero di particolari della relazione terapeutica richiesti e co-costruiti in seduta attraverso lorganizzazione di una narrazione condivisa sulla terapia e le sue fasi. Continuando a focalizzare sulle diverse possibili narrazioni da parte del clinico, White ci spiega con molta efficacia quanto siano importanti le categorie che i clinici utilizzano nel narrare, per decodificare e descrivere la situazioni cio, al fine di non bloccare levoluzione del sistema, di per s inevitabile. Non credere alla necessit della patologia permette di decodificare gli eventi utilizzando altre metafore e quindi non cadendo nel rischio iatrogeno della reificazione.

Le molteplici narrazioni terapeutiche Potremmo definire la terapia come uno spazio condiviso, definito contestualmente e temporalmente, in cui sia possibile la messa in discussione delle mappe limitate con cui ci si appresta allincontro e - sfruttando la forza empatica dellincontro stesso - sia favorita lesplorazione di versioni differenti degli accadimenti relazionali. (ermeneutica psicoanalitica centrata sul concetto di narrativa di Casonato 1994, sostituzione del concetto di rappresentazione con quello di narrazione di molti autori psicoanalitici come esplicitato nel libro curato da Ammaniti e Stern; metafora della narrazione per i sistemici e i cognitivisti White, Villegas...) Loggetto della terapia non pi considerata la famiglia o lindividuo ma il sistema di significati che gira attorno ad un problema. Si introduce un modello mitopoietico che considera il romanzo terapeutico (non familiare!) e impone al clinico di amplificare laspetto drammaturgico attraverso lampliamento e la modificazione della trama. Il clinico entra cio nella narrazione del paziente, mette in dubbio alcune consequenzialit, collega fatti, ricordi, emozioni, particolari isolati tra loro, amplia la

gamma di possibilit di scelta, il tutto focalizzando sia sui contenuti che sulla forma della narrazione. Spiegare riporta a descrizioni e teorie precostituite, ad una verit a priori ed oggettiva; la metafora narratologica favorisce la soggettivit, permette di focalizzare sui significati e sul linguaggio. Il lavoro sulle attribuzioni permette di proporre alternative positive con un minore valore di giudizio rispetto alle descrizioni statiche e negative spesso utilizzate dagli utenti. Abbiamo fin ora parlato dellutilizzo della metafora della narrazione in psicoterapia, metafora coerente con il tentativo di rinunciare ad un paradigma strettamente medico specialistico e di mettere in discussione i teoremi del controllo e del potere a favore di una focalizzazione sui significati allinterno di una epistemologia costruttivista. Sono daccordo con Fruggeri (1991) quando sostiene che termini come narrazione, racconto, storia, conversazione possono diventare utili sostituti di seduta, intervista, cura, o perfino di terapia, ma solo a patto che vengano specificati in relazione al contesto a cui si riferiscono. Quello terapeutico infatti un contesto interpersonale e sociale che non pu essere in nessun caso ridotto a qualsiasi altro contesto interattivo. La richiesta di aiuto, la definizione del terapista come esperto e le connesse aspettative da parte del paziente, la responsabilit, socialmente attribuita, che il terapista ha nei confronti di questultimo, sono soltanto alcuni degli elementi che connotano il contesto terapeutico in modo specifico e che costituiscono alcune delle premesse in base alle quali si costruisce una singolare realt comunicativa.(pag.68 ) Il rischio di questa utilizzazione ampia del concetto di narrazione sembra essere che questa metafora sia troppo lassa per delimitare un ambito, troppo onnicomprensiva per fare chiarezza sulla psicoterapia e sulle sue difficili operazioni. Non narrazioni in libert, quindi, non parole al vento. Non siamo romanzieri in erba ma professionisti che hanno un mandato e un riconoscimento sociale come coloro che riescono a introdurre un mutamento in situazioni apparentemente bloccate, ripetitive e patologiche. Modificare una narrazione significa modificare le premesse che la organizzano. Rimane il grosso quesito di quali storie, tra le tante che ci vengono narrate in seduta, meritino la nostra attenzione: su quali intervenire e come? Parlando di comprensione ermeneutica, quali sono i significati da interpretare? Come si interviene per trasformare? Le prescrizioni, le ridefinizioni, le domande circolari, le ipotesi sistemiche, i compiti, la connotazione positiva, ecc. sono gli strumenti che caratterizzano lapproccio narratologico. Alcuni autori parlano di decostruzione delle premesse e delle storie piuttosto che di costruzione di nuove narrazioni, se pur nel rispetto assoluto delle trame dei clienti (Fruggeri, Ugazio, White, ). Le domande e i commenti servono infatti per mettere in discussione la coerenza delle spiegazioni e delle premesse che vengono portate in seduta. Le proposte di trame pi complesse, allo stesso modo, permettono di flessibilizzare e amplificare, purch rispettino la plausibilit delle mappe presenti, introducano novit e destino stupore. Assieme si esplorano letture differenti del canovaccio presentato, si amplificano alcune possibilit, si mutano i punti di vista, si rilegge la storia utilizzando premesse diverse, si favoriscono o inventano nuove soluzioni. Il cliente da passivo viene considerato e descritto come attivo protagonista della sua storia, da vittima a soggetto; lunitariet delle descrizioni e dei copioni viene sostituita dalla frammentazione e dalla complementarit (o viceversa, a seconda anche della sintomatologia presente); la coerenza e la necessit di sintesi vengono messe in discussione a favore della complementarit di pulsioni diverse e di trame contemporanee; alla ricerca di coerenza; al processo di cesura viene favorito un processo di disidentificazione, alle interpretazioni, pi possibili descrizioni e ipotesi,

allincompetenza lassunzione di responsabilit e lattenzione primaria ai punti di forza. Sembra che i sintomi si dissolvano attraverso una serie di micro - pratiche messe in atto nella rielaborazione delle storie allinterno di una relazione significativa e sicura, allinterno di un dominio consensuale. Il lavoro sulle attribuzioni permette di amplificare gli aspetti positivi presenti, i punti di forza, con un minore valore di giudizio rispetto alle descrizioni portate in seduta. Star agli utenti poi ricostruire altre storie coerenti, non saremo necessariamente noi a proporle. Mi sembra a questo proposito interessante un concetto di Laura Fruggeri, quello di embricazione tra premesse dei presenti., quelle del clinico, quelle del paziente e quelle che scaturiscono dallincontro. Lautrice sostiene (1991) che se il clinico introduce premesse diverse da quelle condivise da uno o pi membri di un sistema, questi (individuo o pi persone) rileggono le informazioni proposte per disconfermare la nuova ipotesi e convalidare le proprie premesse. Quando invece il clinico accetta le mappe e premesse proposte e lavora invece sulla coerenza fra descrizioni, spiegazioni, significati e mappe, la rigidit iniziale incomincia ad incrinarsi (pag69 ) fino al punto in cui qualcheduno allinterno del sistema propone una spiegazione che lascia intravedere una mappa diversa e permette di seguire una traccia alternativa. Pi avanti lautrice continua La spiegazione proposta dal terapista non semplicemente diversa in termini di contenuto da quella della famiglia, ma una spiegazione di tipo diverso perch connette tutte le loro descrizioni, spiegazioni, mappe e implica il superamento della dicotomia che caratterizza la visione del mondo dei presenti(pag.68 ). I clinici lavorano quindi sulle retroazioni ai loro interventi, sulle conferme ricevute o meno dagli utenti rispetto alle loro ipotesi, alle loro ridefinizioni, alle loro descrizioni plurime, tengono conto delle risposte o meno ai palloni sonda che hanno lanciato (Mariotti, comunicazione personale), alle parole chiave che hanno proposto,ecc. Desidero terminare questo breve scritto riprendendo lipotesi di Novelletto circa la possibilit, che desidero far diventare un augurio, di costruire i resoconti clinici assieme agli utenti: solo cos potremmo veramente parlare di co-costruzione delle narrazioni.

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