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Caro Marcello, devo tornare ancora su De Martino e sulla tua difesa del suo libro La fine del mondo.

La comparazione tra apocalittica psicopatologica (di una cultura, cio, naturalizzata) e apocalittica culturale odierna (dellarte) mi sembra che possa avere un esito troppo ottimistico. In fondo, forse, si crede alla eterna circolarit di apocalissi e rinascita, che la circolarit di un pensare creativo (secondo la definizione della psicologia), tale da rompere la norma ma anche di ricostituzione della norma (dopo lintroiezione sociale di quella crisi culturale che viene prodotta dallatto creativo). La protesta contro il mondo ovvio e familiare (contro la norma, che impedisce la creazione, artistica soprattutto) protesta, che sfocia nella distruzione senza compenso del quotidiano forse deve essere approfondita, da me certamente, sia dal lato dellovvio e familiare, sia poi dallaltro lato, quello strettamente filosofico, della insolubile contraddizione di storia e teologia, di finito e infinito: limpossibilit di uno sguardo ampio e totale sul futuro e, insieme, la sua assoluta necessit; questa mi pare la radice reale dellapocalittica moderna (o post-hegeliana): necessit e insieme impossibilit dellutopia. E poi c la domanda che anche una previsione reale sulleconomia, sul suo percorso futuro quella vincolata al mito della perenne crescita economica e, per contro, vincolata alla necessit assoluta della stazionariet (per consunzione progressiva dei beni di produzione) e, insieme, alla concomitante crisi, per inarrestabile crescita della popolazione: ci che ripropone, assieme a Marx, la riflessione su Malthus. possibile un riscatto culturale? C un simbolismo civile possibile, che possa non attraversare la strada della religione? E sostenibile un puro laicismo? (La proposta, che ho fatto, dei livelli di laicismo [bucce di una cipolla] solo una sciocchezza o ha un qualche senso?) Ma anche: come tornare indietro? La crisi della civilt occidentale non forse diventata irreversibile? Lopposizione natura-cultura, cos come viene posta (cio, con ampie possibilit di riscatto culturale), non gratuitamente spostata a favore del sano? Non deriva tutto questo anche dal compito che si pone la psicanalisi? Cosa il sano, se non lo stato delle cose, cos come ci dato? Non questo il compito terapeutico dello psicanalista: quello di rimettere comunque il malato nel mondo quale ci dato? Caro Marcello, ho bisogno di sentirti ancora, perch questo anche lintero nocciolo del mio libro (o meglio della mia riflessione). Lutopia, maschera che nasconde lincertezza del futuro e d direzione al tempo, cio il telos; ma anche, maschera che d incertezza al futuro, storicizzando la religiosit; e il mito, maschera che nasconde lorigine; ma ancora una volta, maschera attraverso cui si pone la storicizzazione della religiosit. La destorificazione religiosa, mette certamente capo alla disciplina culturale del tempo; certamente trascendimento della situazione nel valore (che compendia la funzione del simbolismo mitico-rituale e la creazione dellorizzonte metastorico): ma questo proprio il compito (culturale) che la storia ha mancato e, con essa la storiografia, nella sua doverosa capacit di interpretarla e di indirizzarla. La destorificazione (posta dallantropologia come conversione culturale della religiosit) fallisce come metodologia storiografica e rimane la nuda realt storica. Dov che la realt, intollerabile, deve essere resa compatibile con la cultura? Lintroiezione culturale di Guernica, nella direzione di unutopia di rinascita, un momento a ridosso della shoah, che un momento a ridosso di ecc Lirraggiungibilit dellutopia invece rende la storia inaccessibile e sempre incontrollabile. Restano i piccoli passi della scienza, ma senza prospettiva: i suoi progetti non sono utopici, non sono allaltezza della storia, della sua dimensione infinita. La scienza non potr mai dominare la storia e lascia cos la societ in balia dellapocalisse: oggi o domani, lo stesso. Per trasformare il mondo, rovesciando la domanda che mi fai, come si pu instaurare un pi che desiderato nuovo umanesimo (come si pu raccogliere il messaggio di De Martino), se lintera storia della storiografia non ha prodotto fino ad oggi quel che ci si doveva attendere da essa?

De Martino contro il laicismo ideologico che sta ai limiti dellanticlericalismo e, dallaltro lato, contro un confessionalismo che si arrocca nella fede e nella certezza assoluta. Sono teoricamente del tutto daccordo; ma questo resta soltanto e pur sempre un ethos gratuito, intellettualistico. Non posso, non sono purtroppo in grado di costruire quella storiografia che mi consentirebbe di dominare la storia e la sua societ, per impedire di fatto alla cultura di cadere per sempre nella natura. Letnocentrismo critico di De Martino in quale quadro epistemologico sinquadra? Si pu muovere dalla decostruzione del pensiero etnologico (e non dalla critica dei sistemi religiosi) verso un ideale, unutopia etico-conoscitiva di umanesimo etnografico? possibile individuare altre modalit simboliche, diverse da quelle di natura mitico-rituale, connesse allespressione di valori laici e civili? La strada mi pare senza uscita. Nel De Martino di La fine del mondo, il ruolo del corpo, come luogo di memoria e oblio, diventa quello di attore del dramma rituale, dove la memoria (necessaria per trasmettere cultura) rinvia alloblio (necessario alla creazione innovativa). Questo punto con il richiamo alla nostra capacit di introiezione di storie collettive, di cui siamo partecipi, pur senza sapere di esserlo (e la citazione marxiana a fior di labbro gli uomini fanno la storia, ma non sanno di farla: questo inconscio collettivo, che suona cos darwiniano) una meravigliosa anticipazione di quanto si viene ora scoprendo nelle neuroscienze, in quellintreccio della biologia evolutiva (darwiniana) con la psicologia di William James e la linguistica di Chomsky, dove il linguaggio e la cultura e la memoria di essa, in generale, sono prodotto di un istinto biologico, cio di una competenza istintiva, di una conquista di uso simbolico, nel senso in cui un ragno pu usare la sua ragnatela: i geni di questo linguaggio di simboli non sono che stringhe di DNA che codificano nel cervello quelle proteine che guidano i neuroni a formare reti sinaptiche necessarie per trovare soluzioni ai problemi simbolici che si pongono. Unicit simbolica (umana), la cui causa devoluzione la selezione naturale, che, con le sue sintonizzazioni sinaptiche nella fase dellapprendimento, porta il linguaggio mentale comune alla sua strutturabilit individuale (anche la gestualit riproduce saperi antichi e socializzati ed esprime, insomma, una sua sintassi ed una sua semantica). Ma anche con le neuroscienze siamo ai piccoli passi della scienza, senza utopia. Sulla messa in ombra del progresso (cio sulla destoricizzazione, o ancora: sulla creativit che spezza ogni norma consolidata) si costruisce (con lintroiezione necessaria della creazione nella societ, come cultura, e quindi di nuovo come norma) la banalit del quotidiano: la domesticit di De Martino. Quindi, giustamente, nel cuore della domesticit che si pone la funzione delloblio. a partire da essa che si pone luomo, senza dover ricominciare ogni volta. E allora, quando la dialettica memoria-oblio si incrina, quando si spezza il circolo creazionenorma, non resta che la morte culturale, lapocalisse. Lapocalisse coincide con il dramma della presenza (culturale), che si aliena a se stessa (che respinge la creativit e genera luomo incapace di emergere oltre la dimensione della natura, cio di quella ontologia che egli stesso aveva creato). Dunque, ancora giustamente: catastrofe del mondano una potenzialit negativa che grava su tutte le culture e che si attua nella misura in cui il trascendere valorizzante subisce lo scacco. Tuttavia lattenzione di De Martino sullethos del trascendimento (come regola interna di tutti i trascendimenti), se non trascendibile (come ogni altra crisi di apocalisse storica), ma raggiungibile solo una volta nel punto pi alto dellautocoscienza dellesistere; e se il profilo scientifico dellantropologia (come presa di coscienza sistematica di questo ethos): allora di fronte alla insuperabilit della contraddizione interna alla storiografia (finitezza del progetto scientifico, step by step, oppure eschaton e infinitezza del percorso dellutopia nella storia) la possibilit del crollo riapre alla problematica di unapocalittica negativa, assoluta. Dove sto io? Nello step bey step della scienza, senza utopia e dunque nella disperazione. Su Nietzsche: premessa del suo pensiero che intende lo storicismo dell800 come un aspetto del razionalismo e non, invece, come conclusione della traduzione in concetti filosofici della

teologia. Poi, nelle opere del secondo periodo, dal 1878 a Zarathustra, la verit vista come stabilizzazione di rapporti di forze (la questione interessa perch questa idea ricompare nel terzo periodo, dopo Zarathustra, dove questa idea esclude la possibilit di una linearit del tempo storico. La storia ha tutti i sensi attribuiti allinterno del gioco delle forze della volont di potenza. Non c tanto circolarit, quanto piuttosto negazione della linearit (per, a quanto pare, resta la molteplicit di sensi della storia).