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Marco Orioles

La seconda generazione di migranti in Friuli Venezia Giulia Integrazione sociale, scolastica, lavorativa

Universit degli Studi di Udine Dipartimento di Scienze Umane Ottobre 2013

Indice

1. Limmigrazione in Friuli Venezia Giulia tra prima e seconda generazione..................................3 1.1 Osservazioni generali sullimmigrazione in Friuli Venezia Giulia..........................................4 1.2 Limmigrazione straniera in Friuli Venezia Giulia: i numeri ..................................................5 1.3 La seconda generazione dei migranti in Friuli Venezia Giulia: prime considerazioni............10 1.4 La questione dellidentit: assimilazione, reazione o altro? ..................................................11 1.5 Linserimento scolastico ......................................................................................................21 2. La seconda generazione di migranti in Friuli Venezia Giulia: una ricerca sul campo..................29 2.1 Introduzione.........................................................................................................................30 2.2. La seconda generazione in Friuli Venezia Giulia: presenze .................................................30 2.3 A scuola...............................................................................................................................33 2.4 AllUniversit.....................................................................................................................38 2.5 Approfondimento: la scuola secondaria di II grado ..............................................................43 2.6 Nel mercato del lavoro.........................................................................................................53 2.7 Identit ed integrazione sociale: le interviste ........................................................................64 3. Conclusioni ...............................................................................................................................85 4. Bibliografia ...............................................................................................................................90

1. Limmigrazione in Friuli Venezia Giulia tra prima e seconda generazione

1.1 Osservazioni generali sullimmigrazione in Friuli Venezia Giulia Esattamente come lItalia nel suo complesso, il Friuli Venezia Giulia verso la fine degli anni 80 divenuto terra di accoglienza per un numero di cittadini stranieri che cresciuto costantemente, anche con impennate improvvise, nel corso di questi ultimi venticinque anni. Basti pensare che il Censimento 1991 ha contato una presenza pari a circa 14 mila immigrati, mentre lultimo e recente Censimento, quello del 2011, ha fornito una cifra pari a 96.879 unit: una crescita, dunque, pari a ben 7 volte rispetto al livello di venti anni prima, e una crescita che lascia capire limpegno con cui la Regione, gli enti locali e i vari operatori sociali hanno dovuto esercitarsi per impiantare un sistema di interventi in favore dellintegrazione di questa cifra imponente di nuovi residenti. Sta di fatto che, al 2011, la popolazione immigrata rappresentava sempre secondo lISTAT l8,6% del totale dei residenti, unincidenza percentuale di molto superiore a quella raggiunta nel 2002, quando era pari al 3,7%, e soprattutto maggiore rispetto alla media italiana. Limmigrazione in Friuli Venezia Giulia ha peraltro presentato elementi di complessit tali da rendere difficile una sua piena governabilit. Innanzitutto, nel corso della sua storia, essa ha conosciuto diversi mutamenti: nellintensit dei flussi, anzitutto, ma soprattutto nella sua composizione. Col passare degli anni sono infatti mutate le provenienze degli immigrati, anche in seguito ai cambiamenti politici, sociali ed economici intervenuti nel frattempo in molti paesi dorigine, soprattutto europei. In particolare, negli ultimi quindici anni aumentata di molto la presenza di cittadini dei paesi dellEuropa orientale come la Romania o lUcraina, mentre al tempo stesso si attenuavano i flussi provenienti dai paesi africani, inizialmente ben rappresentati in particolare con la componente magrebina, e rimanevano pi o meno costanti quelli dallAmerica Latina e dallAsia. andato crescendo anche lafflusso di cittadini dei paesi balcanici, che a partire dallinizio degli anni 90 - con una punta negli anni del terribile conflitto dellex Jugoslavia, che ha comportato per il Friuli Venezia laccoglienza di numerosi profughi dai paesi colpiti dalla guerra hanno cominciato la loro parabola in questa regione. Ma la trasformazione pi rilevante che ha sperimentato il fenomeno migratorio stato quello della sua composizione per genere ed et. Nel corso degli ultimi anni si attenuata di molto liniziale prevalenza del genere maschile, grazie a nuovi arrivi di donne sole e soprattutto al procedimento del ricongiungimento familiare, che ha permesso a molti immigrati di portare sul suolo friulano e giuliano le rispettive mogli. Se guardiamo alle statistiche pi recenti, scopriamo infatti che le donne immigrate hanno raggiunto e persino superato i maschi, sia pur di un soffio. Anche se, va detto, lequilibrio di genere non coinvolge tutti i gruppi nazionali. Ed sempre attraverso il canale del ricongiungimento familiare, oltre che al fenomeno delle nascite di figli di genitori entrambi stranieri nel territorio regionale, che aumentata la componente pi giovane, quella dei minori e degli adolescenti: la cosiddetta seconda generazione, che oggi rappresenta per la politica regionale una nuova sfida. La presenza dei figli degli immigrati pone infatti non pochi problemi soprattutto dal punto di vista del sistema scolastico e formativo, chiamato a farsi carico di una presenza che propone numerose difficolt a partire dalla questione dellapprendimento della lingua italiana, un idioma di cui i minori stranieri qui pervenuti a varie et e livelli di istruzione erano naturalmente a digiuno al momento del loro arrivo. Sul fronte della lingua si cercato di porre rimedio con strumenti non del tutto sufficienti alla bisogna come lintroduzione della figura del mediatore linguistico, chiamato a sostenere lingresso del minore straniero a scuola, nonch i corsi di lingua erogati da associazioni o da enti formativi o dalle stesse scuole (anche se su base spontaneistica e non sempre adeguata alle necessit effettive dellutenza). Su questi ed altri aspetti relativi alla seconda generazione di migranti ci soffermeremo comunque pi avanti.

1.2 Limmigrazione straniera in Friuli Venezia Giulia: i numeri Vediamo adesso i numeri dellimmigrazione in Friuli Venezia Giulia. Innanzitutto occorre rilevare che la presenza straniera non si distribuisce uniformemente sul territorio regionale (tav. 1). Le quattro province hanno presentato infatti livelli diversi di attrazione nei confronti della popolazione immigrata. In cima troviamo Udine, che con 37.254 immigrati - sempre secondo il Censimento 2011 - rappresenta la provincia pi presidiata dalla componente straniera, pari al 38,5% del totale degli immigrati censiti in regione. Segue per a non immensa distanza Pordenone, con 33.039 stranieri che equivalgono al 34,1% del totale degli stranieri. A grande distanza troviamo quindi Trieste, con 16.571 presenze pari al 17,1% del totale. Chiude il quadro la provincia di Gorizia, con 10.015 immigrati pari al 10,3% del totale. Muta di molto tra le province anche lincidenza percentuale degli stranieri sul totale della popolazione. Qui per Pordenone a meritare il titolo di provincia a maggior presenza straniera, con unincidenza pari al 10,6% dei residenti. Seguono ad una certa distanza e ad un livello sostanzialmente uguale le altre tre province regionali, ovvero Gorizia, Trieste e Udine, dove lincidenza rispettivamente del 7,1% per le prime due e del 7% per la terza. Tav. 1 Popolazione residente in FVG per provincia e cittadinanza, 2011
italiani v.a. Gorizia 130.128 Pordenone 277.772 Trieste 216.030 Udine 498.176 Tot. Friuli Venezia Giulia 1.122.106 Fonte: ISTAT, Censimento 2011 Inc. % stranieri stranieri su tot. pop. residente v.a. % 10.015 10,3 7,1 33.039 34,1 10,6 16.571 17,1 7,1 37.254 38,5 7,0 96.879 100,0 7,9

Guardiamo ora invece ai dati a livello comunale, facendo riferimento alle elaborazioni effettuate dal Servizio Statistica e Affari Generali della Regione su dati ISTAT relativi questa volta alle iscrizioni anagrafiche [Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia 2012]. Prendiamo in considerazione i primi dieci comuni a maggior presenza straniera al 2011 (tav. 2). Ne emerge una graduatoria che pone al primo posto Trieste, con 18.527 stranieri residenti. Al secondo posto troviamo Udine con 13.488 presenze e al terzo Pordenone con 8.412 unit. Gorizia conquista il quinto posto (3.107), preceduta da Monfalcone (4.270). Seguono rispettivamente Sacile (2.372), Azzano Decimo (1.784), Prata di Pordenone (1.695), Spilimbergo (1.538) e Latisana (1.483). Tav. 2 Primi dieci comuni del FVG per presenza straniera, 2011
Comune Stranieri residenti Trieste 18.257 Udine 13.488 Pordenone 8.412 Monfalcone 4.270 Gorizia 3.107 Sacile 2.372 Azzano Decimo 1.784 Prata di Pordenone 1.695 Spilimbergo 1.538 Latisana 1.483 Fonte: Regione Autonoma FVG su dati ISTAT

Per quanto concerne i dieci comuni a maggior incidenza percentuale di stranieri residenti, la graduatoria ci propone un quadro assai interessante, dove la maggior parte dei comuni in questione rappresentata da cittadine piccole o medio-piccole, con leccezione di Pordenone e Udine, che per non occupano posizioni di vetta (tav. 3). Al primo posto troviamo infatti Pravisdomini, che con i suoi 769 stranieri presenta unincidenza percentuale di questi ultimi sul totale dei residenti pari al 21,8%: dunque, pi di un abitante su cinque di questa localit non autoctono. Sfiorano questo livello Prata di Pordenone (1.695 stranieri e incidenza pari al 19,8%), Vajont (338 e 18,9%) e Pasiano di Pordenone (18,1). Negli altri comuni i valori scendono dal 16,3% di Pordenone, al 15,3% di Monfalcone, al 14,6% di San Giorgio della Richinvelda, al 14,3% di Taipana, al 13,8% di Lignano Sabbiadoro fino al 13,5% di Udine. Tav. 3 Primi dieci comuni per incidenza % stranieri, 2011
Comune v.a. stranieri Pravisdomini 769 Prata di Pordenone 1.695 Vajont 338 Pasiano di Pordenone 1.427 Pordenone 8.412 Monfalcone 4.270 San Giorgio della Richinvelda 693 Taipana 100 Lignano Sabbiadoro 939 Udine 13.488 Fonte: Regione Autonoma FVG su dati ISTAT % su tot. residenti 21,8 19,8 18,9 18,1 16,3 15,3 14,6 14,3 13,8 13,5

Per prendere ora in esame le provenienze nazionali degli immigrati, dobbiamo rifarci ad un altro stock di dati, vale a dire i permessi di soggiorno calcolati sempre dallISTAT per lultimo anno disponibile, ossia il 2011. Da questo quadro emerge come l80% delle presenze (84.196 in valore assoluto) giunga dalle prime venti nazioni di provenienza (tav. 4), mentre dai restanti 135 paesi proviene laltro 20%, equivalenti a 21.090 persone. Notiamo in particolare come quasi un immigrato su cinque provenga dalla Romania, con i suoi 19.664 cittadini pari al 18,7% del totale. Segue lAlbania, che forte di 13.088 presenze pari al 12,4% del totale lunico paese oltre alla Romania che supera le 10 mila presenze. Tra gli altri paesi utile citare la Serbia, che con 9.063 immigrati pari all8,6% del totale lunica realt ad arrivare vicino alla soglia delle 10 mila unit. Per le altre 17 cittadinanze lentit delle presenze contenuta in un range che va dalle 4.990 unit del Ghana alle 971 del Senegal. Guardando ora ad un'altra base di dati, sempre di fonte ISTAT e rielaborati dal Servizio Statistico e Affari Regionali della Regione, osserviamo come nel 2011 in Friuli Venezia Giulia risiedano cittadini stranieri provenienti da 151 paesi diversi. Il 68,8% degli stranieri giunge dallEuropa, in particolare il 26,5% da uno stato dellUnione Europea, il 42,2% da un paese dellEuropa centroorientale e lo 0,1% da altri paesi europei (fig. 1). Per quanto riguarda i cittadini di origine africana (16,6%), l8,6% viene dallAfrica occidentale, il 6,6% dallAfrica settentrionale, lo 0,9% dallAfrica centro-meridionale e lo 0,5% dallAfrica orientale. Per quanto concerne gli asiatici (10,2%), il 5,7% viene dallAsia centro-meridionale, il 3,8% dallAsia orientale e lo 0,7% dallAsia occidentale. I cittadini americani vengono invece per il 3,7% dallAmerica centro-meridionale e per lo 0,5% dallAmerica settentrionale. Chiudono il quadro i cittadini dellOceania (0,1%) e gli apolidi (0,1%).

Tav. 4 Permessi di soggiorno, prime 20 cittadinanze in FVG


Romania Albania Serbia, Repubblica di Ghana Ucraina Marocco Bosnia-Erzegovina Macedonia, Ex Repubblica Jugoslava di Bangladesh Cina Moldova India Kosovo Polonia Slovenia Tunisia Colombia Algeria Nigeria Senegal Totale prime 20 nazionalit Altre nazionalit Totale complessivo Fonte: ISTAT v.a. 19.664 13.088 9.063 4.990 4.698 4.249 3.957 3.514 3.014 2.899 2.308 2.294 1.904 1.683 1.277 1.252 1.239 1.109 1.023 971 84.196 21.090 105.286 % 18,7 12,4 8,6 4,7 4,5 4,0 3,8 3,3 2,9 2,8 2,2 2,2 1,8 1,6 1,2 1,2 1,2 1,1 1,0 0,9 80,0 20,0 100,0

Fig. 1 Cittadini stranieri residenti in FVG per area di provenienza

Utilizzando un indicatore qual lindice di diffusione, che calcola in che misura i cittadini stranieri di una determinata nazionalit siano presenti in tutti o solo in alcuni comuni della regione (lindice presenta valori che vanno da 100 per una presenza capillare e 0 per il contrario), possiamo ottenere una fotografia interessante della distribuzione degli immigrati sul territorio. Il gruppo presente in modo pi omogeneo risulta essere quello dei cittadini romeni (indice 94,9), riscontrato in 206 comuni su 218. Seguono gli ucraini con un valore dellindice pari a 86,6, seguiti dai marocchini (77), dai polacchi (77), dai croati (76,5) e dagli albanesi (70). Subito dopo troviamo una comunit proveniente da un paese avanzato qual la Germania (69.1), seguita dai cittadini della Moldova (68,7), della Bosnia-Herzegovina (66,2), da un altro paese ad alto sviluppo quale la Francia (64,5), dalla Serbia (62,7), dalla Macedonia (54,8), dalla Colombia (52,5), dalla Federazione Russa (51,6) e dal Brasile (50,7%). Tutte le altre nazionalit presentano un valore dellindice inferiore a 50 punti, segno di una minore diffusione sul territorio. Tav. 5 Indice di diffusione, prime quindici cittadinanze
Indice di diffusione Romania 94,9 Ucraina 86.6 Marocco 77 Polonia 77 Croazia 76,5 Albania 70 Germania 69,1 Moldova 68,7 Bosnia-Herzegovina 66,2 Francia 64,5 Serbia 62,7 Macedonia 54,8 Colombia 52,5 Russia 51,6 Brasile 50,7 Fonte: Regione Autonoma FVG su dati ISTAT Nazionalit

Dal punto di vista delle provenienze nazionali degli immigrati, ogni provincia presenta le sue peculiarit. Al di l di una ubiqua e massiccia presenza dei cittadini romeni, Gorizia, Pordenone, Trieste ed Udine presentano graduatorie diverse per quanto concerne le nazionalit pi rappresentate (tav. 6). Per fare solo qualche esempio, i cittadini romeni sono primi in classifica a Pordenone e a Udine, mentre scendono al secondo posto a Gorizia e a Trieste. A Gorizia la prima comunit quella dei cittadini del Bangladesh, una presenza legata a doppio filo con la domanda di lavoro della cantieristica di Monfalcone; a Trieste invece prevalgono i serbi. Scorrendo oltre la graduatoria delle nazionalit notiamo subito forti divergenze fra le province. LAlbania, seconda nazionalit sia a Udine che a Pordenone, scende al nono posto a Gorizia e al quinto a Trieste. LUcraina, terza cittadinanza a Udine, scende al settimo posto a Trieste, al sesto a Pordenone e al decimo a Gorizia.

Tav. 6 Prime quindici nazionalit nelle quattro province regionali, 2011


Gorizia Pordenone Trieste Cittadinanza v.a. Cittadinanza v.a. Cittadinanza Bangladesh 1.603 Romania 8.630 Serbia Romania 1.153 Albania 6.321 Romania Bosnia-H. 1.092 Ghana 3.489 Croazia Croazia 851 India 1.821 Cina R.P. Macedonia 799 Marocco 1.760 Albania Serbia 646 Ucraina 1.308 Bosnia-H. Slovenia 502 Macedonia 1.044 Ucraina Kosovo 431 Bangladesh 970 Kosovo Albania 427 Moldova 913 Moldova Ucraina 374 Burkina Faso 825 Slovenia Marocco 357 Croazia 628 Macedonia Cina R.P. 292 Cina R.P. 596 Turchia Moldova 200 Bosnia-H. 576 Senegal Polonia 186 Polonia 521 Colombia Algeria 173 Tunisia 384 Polonia Fonte: Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia v.a. 5.938 2.066 1.515 1.051 945 637 518 400 383 382 298 298 287 248 208 Udine Cittadinanza Romania Albania Ucraina Serbia Marocco Bosnia-H. Croazia Ghana Macedonia Cina R.P. Moldova Kosovo Polonia Algeria Tunisia v.a. 7.815 5.395 2.498 2.143 1.941 1.652 1.551 1.471 1.373 960 812 809 768 709 656

Gli stranieri residenti in Friuli Venezia Giulia, secondo un calcolo effettuato dal Servizio Statistico e Affari Regionali della nostra Regione su dati ISTAT, hanno una struttura per et che li caratterizza come una popolazione giovane, certamente pi di quanto lo siano i nativi. La loro et media nel 2011 era infatti pari a 32,6 anni, un valore che evidenzia tutta la sua rilevanza se confrontato con il relativo dato della popolazione regionale complessiva, che pari a 45,9 anni. Il 45% degli stranieri residenti in regione ha unet compresa tra 18 e 39 anni. Ogni cento stranieri giovani (0-14 anni) ci sono 16,8 stranieri anziani, mentre lo stesso rapporto computato sulla popolazione complessiva ci restituisce un dato ben pi elevato, ovvero pari a 186,2. Un altro indicatore interessante concernente la struttura della popolazione straniera lindice di dipendenza, che mette in rapporto la popolazione improduttiva (giovani e anziani) e quella in et lavorativa. Ebbene, la popolazione attiva straniera deve sostenere un carico pari a 27 unit produttive, mentre il dato per la popolazione totale del Friuli Venezia Giulia pari a poco pi del doppio (56). Chiudiamo questa breve rassegna statistica sullimmigrazione con alcune elaborazioni molto interessanti, perch riferite al mondo del lavoro. Grazie ad un recente studio compiuto dallAgenzia Regionale del Lavoro della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia [2013], siamo a conoscenza dello stock di occupati stranieri presso la nostra regione (tav. 7). Secondo questa fonte, nel 2011 i lavoratori immigrati inseriti nel mercato del lavoro sono esattamente 70.690, per unincidenza percentuale sul totale degli occupati pari al 17,5%. Il trend rispetto al 2002 decisamente in aumento. Allora gli occupati stranieri erano 26.303 per unincidenza percentuale sul dato complessivo degli occupati pari al 6,9%. Da allora, il numero degli occupati immigrati aumentato pressoch costantemente, sia pur con un rallentamento della crescita a partire dal 2008, e dunque in corrispondenza con lavvio della crisi economica che non ha risparmiato il Friuli Venezia Giulia e i suoi lavoratori, italiani e stranieri.

Tav. 7 Occupati stranieri dipendenti in Friuli Venezia Giulia, 2002-2011


anno occupati dipendenti stranieri % su tot. occupati dipendenti 2002 26.303 6,9 2003 32.231 8,3 2004 37.175 10,2 2005 40.500 10,5 2006 47.168 11,7 2007 62.667 15,6 2008 68.187 17 2009 68.819 17,4 2010 69.547 17,3 2011 70.690 17,5 Fonte: Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia

Da un punto di vista settoriale (tav. 8), osserviamo come poco pi della met dei dipendenti stranieri lavori nel terziario (35.967 e 50,9%). Il 20,8% (14.690) al servizio di unazienda del settore industriale e il 10,9% (7.733) opera nelle costruzioni. Infine il 6,5% (4.597) lavora nellagricoltura e nella pesca e il 4,3% (3.020) nel commercio. Chiude il quadro il 6,6% (4.683) che svolge altre attivit. Tav. 8 Occupati stranieri dipendenti per settore economico
Settore economico Agricoltura, pesca Industria Costruzioni Commercio Servizi Altro v.a. 4.597 14.690 7.733 3.020 35.967 4.683 distribuz. % 6,5 20,8 10,9 4,3 50,9 6,6

Totale 70.690 100,0 Fonte: Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia

1.3 La seconda generazione dei migranti in Friuli Venezia Giulia: prime considerazioni Insieme alla popolazione straniera nel suo complesso, anche la presenza di minori e giovani di origine immigrata cresciuta notevolmente. Il Censimento 2011 ha rilevato in Friuli Venezia Giulia una quota di minori immigrati pari a 22.088 soggetti, che corrispondono al 12,1% di tutti i minori residenti in regione e al 22,8% di tutti i cittadini stranieri. Ai minori andrebbero poi aggiunti anche gli immigrati con et pari o leggermente superiore ai 18 anni, tra i quali vi sono certamente anche dei primo-migranti, ma anche i figli degli immigrati. Ai 22 mila minori va quindi aggiunta una buona fetta degli 11.685 stranieri di et compresa tra 18 e 25 anni censiti in Friuli Venezia Giulia. Cos facendo, si arriva ad un totale massimo di 33 mila soggetti circa, con unincidenza percentuale tra gli stranieri pari al 34,9%. La seconda generazione potrebbe raggiungere cos considerato che in essa vi anche una parte di soggetti che ha ottenuto la cittadinanza italiana, i quali non figurano quindi come stranieri nelle statistiche ufficiali - una presenza complessiva stimabile tra i 25 e i 30 mila individui. 10

La presenza di un numero cos significativo di minori e giovani stranieri rappresenta una sfida di non poco conto per il sistema regionale. Occorre infatti confrontarsi con esigenze e bisogni peculiari, a partire dalla scolarizzazione per i pi piccoli e dallingresso nel mercato del lavoro per i pi grandi. In ambedue i casi, ci troviamo di fronte a situazioni da gestire con oculatezza, con sapienza e con lungimiranza, facendo in modo che la seconda generazione non conosca fenomeni di esclusione o marginalizzazione, come purtroppo si registra in alcuni paesi europei. Lo studio da parte della comunit scientifica della seconda generazione di immigrati in Italia relativamente recente, in coerenza con il carattere recente di questa presenza. Le prime pubblicazioni di carattere sociologico risalgono a poco pi di dieci anni fa, mentre va dato atto alla comunit dei pedagogisti di aver preceduto di qualche anno questa quota cronologica con ricerche che si sono occupate dellinserimento di bambini stranieri nelle scuole nazionali. Sta di fatto che oggi disponiamo di una letteratura relativamente abbondante da cui attingere per conoscere il problema in tutte le sue dimensioni, delle quali vanno subito evidenziate le pi importanti: a) la formazione delle identit da parte dei giovani migranti e la loro inclusione nella societ di arrivo; b) la prevenzione dellinsuccesso scolastico; c) linclusione nel mercato del lavoro. Su questi tre aspetti esistono contributi molto significativi scritti da sociologi di varie scuole, con leccezione forse dellultima dimensione che, per il suo carattere pi recente (la seconda generazione si sta affacciando solo ora sul mondo del lavoro), appare relativamente meno trattata. Va inoltre sottolineato che gli studiosi italiani hanno attinto in abbondanza dagli studi effettuati in altri contesti nazionali, in particolare gli Stati Uniti e pi in generale tutti i paesi in cui il fenomeno migratorio ha radici pi antiche. Prenderemo ora in esame questi aspetti, con alcune pagine di carattere teorico che preludono alla presentazione dei risultati della nostra ricerca sul campo.

1.4 La questione dellidentit: assimilazione, reazione o altro? Per quanto riguarda la questione delle identit dei giovani migranti, un approccio che ha goduto di grande successo ed a tuttoggi molto valorizzato ci giunge dallAmerica e in particolare dal tempo delle grandi migrazioni di inizio XX secolo: lapproccio dellassimilazione. I principali artefici di questo momento particolarmente fecondo di ricerca sono stati gli esponenti della famosa Scuola di Chicago e non a caso: la metropoli americana era infatti oggetto di intensi flussi migratori, ed andata in pochi anni modificando radicalmente il proprio assetto sociale, accogliendo gruppi di stranieri consistenti e diversificati, ponendo perci radicalmente il problema dellinclusione sociale degli stessi stranieri. La riflessione proposta da autori come Park e Burgess, noti esponenti della Scuola di Chicago, negli anni 20 del XX secolo si allungata e approfondita per diversi decenni, fino a coinvolgere studiosi di generazioni successive come White [1943], Child [1943] e Gordon [1966], che hanno tutti insistito su un concetto basilare assunto come dato di partenza: lassimilazione. Per questi scienziati sociali infatti, la questione dellintegrazione degli immigrati si poneva sotto linsegna dellassimilazione della cultura americana, ovvero di una progressiva appropriazione da parte degli stranieri della lingua, degli stili di vita e delle tradizioni degli americani o, meglio, dei cosiddetti WASP (White Anglo-Saxon Protestant). Secondo la classica definizione di assimilazione di Park e Burgess [1924, p. 735], essa consisterebbe in un processo di interpenetrazione e fusione in cui persone e gruppi acquisiscono le memorie, i sentimenti e gli atteggiamenti di altre persone e gruppi e, condividendo le loro esperienze e la loro storia, sono incorporati con essi in una vita culturale comune. Quello descritto da Park e Burgess dunque, nelle loro parole, un processo che comportava la trasformazione della personalit, che avveniva gradualmente per influenza dei contatti sociali. Lo sviluppo degli stati moderni infatti, a detta dei due sociologi, comportava la congiunzione, la fusione e lincorporamento dei gruppi sociali pi piccoli e mutuamente esclusivi in altri pi grandi e 11

inclusivi [ibidem]. Questo avveniva di solito con ladozione, da parte dei membri dei gruppi pi piccoli, del linguaggio, delle attitudini e dei costumi di quelli pi grandi e inclusivi. Era grazie a questo processo che persone con tradizioni radicalmente diverse potevano convivere in pace facendo parte della stessa nazione. Come Park scrisse nel 1930, in una voce della Encyclopedia of the Social Sciences, con lespressione assimilazione sociale si intende il processo o i processi attraverso i quali persone di diverse origini razziali e diverso patrimonio culturale, occupanti un territorio comune, raggiungono una solidariet culturale sufficiente quanto meno a sostenere unesistenza nazionale [Park 1930]. In definitiva, come sottolineano Brown e Bean [2006]:
In generale, la teoria classica dellassimilazione vede i gruppi di immigrati e i vari gruppi etnici seguire una convergenza a linea diretta [straight-line], che li vede diventare sempre pi simili agli americani nel tempo per quanto concerne le regole, i valori i comportamenti e i tratti distintivi. Questa teoria prediceva che gli immigrati che sarebbero rimasti pi tempo nella societ ospitante, e soprattutto i membri delle seconde generazioni, avrebbero esibito grandi somiglianze con il gruppo di maggioranza. [Non a caso] le prime versioni di questa teoria sono state criticate come angloconformiste in quanto i gruppi di immigrati, secondo questa prospettiva, erano ritratti come in via di uniformazione ai valori della classe media bianca.

Naturalmente, il processo di assimilazione non operava allo stesso modo nei primo-migranti e nei loro figli. Questi ultimi infatti, a differenza dei primi, nascevano o arrivavano da piccoli negli Stati Uniti, ed erano quindi avvantaggiati rispetto ai genitori - portatori di unidentit etno-culturale gi fortemente strutturata - nelladerire ad una nuova cultura. Per loro, in altre parole, il processo avveniva praticamente in modo quasi meccanico, la scelta era in qualche misura obbligata, trovandosi a crescere e a costituire le proprie personalit in un paese straniero. Quale migliore strada dellomologarsi, del volgere le spalle al passato rappresentato dalla cultura dei genitori, del diventare del tutto simili agli americani, per poter pervenire ad una piena inclusione nella societ di arrivo e possibilmente fare il salto di qualit, vale a dire intraprendere un percorso di mobilit professionale ascendente che li avrebbe emancipati dai lavori pi umili svolti dai genitori? Insomma, fino alla fine degli anni 60 tutti i sostenitori della teoria dellassimilazione erano convinti che si avviasse un processo lineare, straight-line, come dicevano Warner e Srole, che portava, nella seconda o nella terza generazione, alla scomparsa delle differenze culturali fra gli immigrati e la popolazione locale. Come scrissero Park e Burgess, divenuto proverbiale in America che, nella seconda generazione, un polacco, un lituano o un norvegese sono indistinguibili da un americano nato da genitori autoctoni [cit. in Barbagli e Schmoll 2011a, p. 11]. Per le nuove generazioni di migranti, cera inoltre, come si gi sostenuto, un vantaggio concreto ad assimilarsi alla realt americana. Dopo aver imparato la lingua e i costumi del nuovo paese, dopo aver concluso con successo liter scolastico, scrivono Barbagli e Schmoll [ibidem], i figli degli immigrati salivano a poco a poco nella scala sociale, entrando nella piccola borghesia urbana e poi nella borghesia delle professioni e degli imprenditori. Lassimilazione, in poche parole, era un processo vincente, che garantiva a chi lo intraprendeva dei vantaggi sociali non da poco, non ultima la possibilit di partecipare allo stesso livello degli americani nella competizione per accaparrarsi i posti di lavoro pi ambiti, e non pi quelli subalterni dei loro genitori, ed entrare cos a far parte della middle class. Il modello dellassimilazione ha tenuto banco per parecchi decenni nelle accademie americane, influenzando un po meno per lelaborazione europea che mosse critiche anche molto pesanti ad un approccio considerato troppo lineare per corrispondere ad un processo, quello dellinclusione sociale degli immigrati, che avveniva nel Vecchio Continente non senza problemi e difficolt, e sicuramente in modo meno scontato di quanto predicavano i corifei della teoria dellassimilazione. La necessit di una revisione di questo approccio teorico ha condotto Alejandro Portes e alcuni suoi colleghi [Portes 1995, 1996, 2004; Portes e Rumbaut 2001a, 2001b, 2005; Portes e Zhou 1993; Portes, Kelly e Haller 2004, 2010] a formulare circa ventanni or sono una versione aggiornata e 12

corretta della teoria dellassimilazione, corroborandola di una validazione empirica effettuata con la classica discesa sul campo e relativa somministrazione di questionari a campioni anche molto vasti di seconde generazioni. Ci riferiamo al progetto CILS (Children of Immigrant Longitudinal Study), avviato nelle aree metropolitane di Miami e San Diego. Forti di un robusto questionario, Portes e colleghi si sono addentrati nei percorsi dei giovani immigrati indagandone il processo di inclusione nella societ americana, svelando i nodi che possono condurre ad un esito fallimentare dellintegrazione ma anche le leve attraverso cui i giovani migranti si aprono un varco nelle varie comunit locali. Per introdurre questa interessante pagina di ricerca sociologica, ci affidiamo alle parole dello stesso Portes, che con due suoi colleghi ha scritto le seguenti parole:
Oggi il processo di insediamento delle seconde generazioni si muove rapidamente e con conseguenze altrettanto significative. Tuttavia, lidea canonica di assimilazione [] si rivela meno adeguata a descrivere il processo in corso e i suoi probabili esiti. Esistono gruppi nellattuale seconda generazione per i quali facile prevedere una transizione senza scosse nel mainstream sociale, con leffetto che letnicit risulter presto una questione di scelta personale. Come i discendenti degli europei dei precedenti flussi migratori, essi si identificheranno nelle loro radici in occasioni specifiche e quando lo riterranno conveniente. Ma esistono altri gruppi per i quali letnicit costituir una sorgente di forza: la loro ascesa, sociale ed economica, potr essere costituita sulla base delle reti di protezione e delle risorse di solidariet offerte proprio dalle comunit a cui appartengono. Altri ancora, invece, vivranno la loro etnicit non come una scelta n come una possibilit di progresso, ma come uno stigma di subordinazione. E sono queste le fasce di giovani che rischiano di precipitare nella massa della popolazione emarginata, andando a contribuire a quello spettacolo di disuguaglianza e disperazione che viene offerto dalle inner cities del paese [Portes, Kelly e Haller 2004, pp. 57-8].

In questo passaggio si coglie immediatamente linnovazione introdotta da Portes e collaboratori: il processo di assimilazione funziona ancora, a tuttoggi operativo nel seno della societ americana, ma pu condurre a risultati diversi. Ci sono infatti coloro i quali si assimilano pienamente ed entrano nel mainstream statunitense, coloro i quali parimenti si assimilano ma senza rinunciare ad unidentit etnica che possiede una valenza strategica come risorsa per lintegrazione, e coloro infine che si assimilano s, ma agli strati pi svantaggiati della societ americana, da cui apprendono lingua (o meglio idiomi, slang), cultura e stili di vita e con i quali condividono gli svantaggi della marginalit. In poche parole, lassimilazione segmentata indica lesistenza di esiti diversi rispetto alle diverse comunit migratorie, esiti nei quali la rapida integrazione e laccettazione nella societ americana rappresentano soltanto una tra le possibili alternative [ibidem, p. 58]. Come sottolinea Santagati, negli Stati Uniti contemporanei si constata:
una segmentazione del processo assimilativo, derivante dallo specifico strato in cui si verifica linserimento degli stranieri e dalla conseguente differenziazione degli esiti di tale percorso. Vengono infatti identificati tre tipi di assimilazione, a seconda delle risorse familiari, relazionali, culturali a disposizione dei giovani stranieri: un processo ascendente (che corrisponde alla concezione classica e lineare dellassimilazione), nel quale si verifica un abbandono della propria identit etnica, favorita dallacquisizione di livelli elevati di istruzione, da un buon inserimento professionale e da una piena acculturazione nellambito della classe media autoctona; un processo selettivo, in cui capitale sociale e rete etnica garantiscono il miglioramento, anche attraverso il successo scolastico; un processo discendente, dove lappartenenza etnica diventa un marchio di subordinazione e in cui sono diffusi abbandono scolastico precoce e atteggiamento oppositivo verso la cultura autoctona e le sue regole. [Santagati 2011, pp. 30-1].

La parola chiave qui segmentazione: difatti, la teoria proposta da Portes e collaboratori si chiama dellassimilazione segmentata. Il senso, come ce lo spiega lo stesso Portes, che la questione centrale non se le seconde generazioni si assimileranno o meno negli Stati Uniti, ma 13

piuttosto a quale segmento della societ americana finiranno per assimilarsi [Portes, Kelly e Haller 2004, p. 59]. In poche parole, tutto dipende da quali sono gli interlocutori che i migranti selezionano per la propria inclusione sociale: la classe media americana, nei confronti della quale scatta un processo di identificazione che conduce ad unassimilazione piena - a partire da unacquisizione perfetta della lingua inglese - ed un relativo successo sociale ed economico; i membri della propria comunit etnica, i quali, lungi dallessere un ostacolo nellintegrazione, rappresentano la fonte di risorse fondamentali - di tipo economico, sociale e culturale - per sostenere il proprio cammino nella societ americana; o invece i membri dellunderclass, gli abitanti dei ghetti in cui vivono gli individui pi svantaggiati, portatori spesso di unideologia antagonistica nei confronti dei cittadini pi fortunati degli Stati Uniti. Nel primo caso, pertanto, si avr unassimilazione vera e propria, definita verso lalto (upward), a sottolineare la promozione sociale conseguita dai giovani migranti. Nel secondo caso, si avr unassimilazione detta selettiva (selective), nel senso che le seconde generazioni scelgono in modo mirato cosa mantenere del proprio bagaglio socio-culturale ovvero della propria cultura di origine, in un processo che prevede la serena convivenza allinterno della propria identit di tratti che afferiscono rispettivamente alla cultura etnica di origine e alla cultura americana. In questa circostanza, la famiglia e il gruppo di origine non smettono di essere il punto di riferimento di una solidariet e di un attaccamento ai valori tradizionali, ma rappresentano semmai il puntello su cui le seconde generazioni si appoggiano per ottenere un aiuto nellinserimento sociale, senza che ci generi per alcuna chiusura o ripiegamento. Nel terzo caso invece si avr unassimilazione di tipo discendente (downward), in quanto i giovani migranti si integrano negli strati pi bassi della societ americana, con tutti gli svantaggi e gli incidenti che ci comporta come gli alti tassi di criminalit, la disoccupazione cronica e latteggiamento di opposizione nei confronti di chi ha ottenuto un successo sociale e professionale. In questultimo caso, si pone una vera e propria sfida che [...] si manifesta nel contesto sociale stesso con il quale [le seconde generazioni] entrano in contatto, a scuola o nel quartiere, un contesto che pu spingere verso esiti indesiderabili, come labbandono scolastico, la partecipazione a bande giovanili ai limiti della criminalit o ladesione alla cultura della droga. Questo sentiero alternativo stato definito assimilazione verso il basso, per il fatto che lapprendimento di nuovi riferimenti culturali e lingresso in formazioni sociali americane non conducono in questi casi alla mobilit ascendente, ma esattamente allopposto [Portes, Kelly e Haller 2004, p. 63]. Teoria dellassimilazione e teoria dellassimilazione segmentata rappresentano oggi due valide alternative per lo studio dei processi identitari e dellinclusione sociale della seconda generazione dei migranti. Non sono tuttavia le sole. Il sociologo italiano Maurizio Ambrosini [2005, pp. 176-7], prendendo in considerazione lo scenario nostrano, ad esempio ha proposto una decina di anni fa una tipologia di forme di acculturazione che merita di essere riportata in toto:
acculturazione consonante; il percorso classico dei migranti che si assimilano, abbandonando lingua e abitudini del paese dorigine per abbracciare quelli della societ ricevente, con esiti pi avanzati per i figli (rapido passaggio al monolinguismo); resistenza consonante allacculturazione: il caso opposto, di chiusura nella cerchia del connazionali e nelle pratiche linguistiche e culturali importate dal paese dorigine, senza apprezzabili passi verso lintegrazione nella societ ricevente n da parte dei genitori, n da parte dei figli; acculturazione dissonante (I): il caso tipico del conflitto intergenerazionale nellemigrazione, determinato dalla rapida acculturazione dei figli e dal loro rifiuto di mantenere legami e retaggi culturali che richiamano le origini dei genitori, a cui questi ultimi rimangono invece attaccati, con esiti di divaricazione del percorso di inserimento nel nuovo contesto; acculturazione dissonante (II): si distingue dal tipo precedente per il fatto che i genitori perdono i legami e il sostegno della cerchia dei connazionali; rimanendo per indietro rispetto ai figli nei processi di assimilazione, vedono scalzata la loro autorit e il ruolo di guide educative; acculturazione selettiva: la situazione in cui lapprendimento delle abilit necessarie per inserirsi nel nuovo contesto non entra in contrasto con il mantenimento di legami e riferimenti identitari. Genitori e figli si muovono di comune accordo sui due binari, riducendo il rischio di conflitti,

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salvaguardando lautorit genitoriale e promuovendo un efficace bilinguismo nelle nuove generazioni.

Come si pu notare osservando bene questa tipologia, essa ricalca abbastanza fedelmente le osservazioni fatte dai teorici dellassimilazione segmentata, anche se Ambrosini presenta non tre ma cinque possibili esiti del processo di integrazione. Guardandoli da vicino, constatiamo soprattutto come sia presente la consueta tensione tra le alternative dellassimilazione (acculturazione consonante) e della resistenza etnica (resistenza consonante allacculturazione). stato tenuto presente inoltre il ruolo dei genitori, che possono procedere in modo dissonante rispetto ai figli nel cammino allinterno del paese di accoglienza, generando attriti e frizioni che possono produrre veri e propri scontri intergenerazionali, che si manifestano con il rifiuto da parte delle seconde generazioni di riprodurre letnicit della propria famiglia in favore di unassimilazione agognata della cultura locale e di un avvicinamento agli stili di vita e ai modelli di consumo dei pari autoctoni. Pi recentemente, Santagati ha proposto unaltra tipologia, che tiene conto degli studi operati da altri colleghi e ci presenta un quadro non del tutto scollegato con quello che abbiamo appena visto. Santagati etichetta le seconde generazioni in modalit alternative [Santagati 2011, pp. 38-9]. La seconda generazione rappresenta, secondo questautrice:
la generazione del sacrificio, che paga i costi dellimmigrazione senza riuscire a ottenerne i benefici in termini di miglioramento di status socioeconomico nel contesto dmmigrazione. Destinati a unintegrazione subalterna, restano invisibili come i loro genitori [cfr. Zanfrini e Asis 2006]; una generazione involontaria (accezione proposta da T. Ben Jelloun), presente nel paese daccoglienza senza averlo voluto e deciso, costretta a un faticoso adattamento al nuovo contesto e a un temporaneo accantonamento dei propri desideri per il futuro, pur di poter vivere con i genitori [cfr. Daher 2010; Falteri e Giacalone 2011; Magnaschi 2009]; giovani a met, per la loro collocazione spaziale, sociale, scolastica, che costruiscono le proprie biografie di vita tra un passato (in un altrove pi o meno conosciuto) e un presente nella realt italiana, lontani per cittadinanza, esperienze familiari e comunitarie, anche se vicini ai coetanei italiani per stile di vita e valori di riferimento [cfr. Ricucci 2010]; non-giovani, soggetti che non vivono una condizione propriamente giovanile - ovvero un tempo della vita liberato dalle preoccupazioni della quotidianit - costretti a entrare nel mondo del lavoro con maggior urgenza, affrontando difficolt e responsabilit che li portano rapidamente a diventare adulti, a fronte di giovani autoctoni che ritardano sempre pi lingresso in questa fase di vita [cfr. Queirolo Palmas 2009].

Anche qui, il quadro presentato da Santagati ci appare del tutto familiare: assimilazione, isolamento, negoziazione dellidentit, sacrifici, precocit delle scelte decisive della vita. Il risultato una tipologia che rende conto in maniera abbastanza esauriente dei diversi percorsi che i giovani migranti intraprendono quando affrontano la prova dellintegrazione nella societ di accoglienza. Valtolina [2006, pp. 112 e sg.] ci propone anchegli un suo schema, in cui le dinamiche dellintegrazione si riducono di nuovo a quattro possibili opzioni che ricalcano in gran parte le osservazioni degli autori gi considerati:
Identit reattiva o resistenza culturale: il termine resistenza sta proprio a sottolineare latteggiamento assunto dal minore straniero nei confronti della societ di arrivo e il suo tentativo di fare riferimento, prevalentemente o esclusivamente, alla cultura e allidentit etnica originaria proposta dai propri genitori, accettandone i molteplici aspetti che vanno dalla lingua alla cucina, dallabbigliamento al modo di comportarsi in societ. Da questa prospettiva, anche le amicizie tendono ad essere ridotte al minimo nei confronti di coetanei connazionali; fatto, questo, che determina una forte propensione alla formazione di sottogruppi o alla costituzione di nuclei familiari che alcuni studiosi hanno definito anfibi, poich riducono al minimo indispensabile i momenti di scambio e di confronto con lesterno, mantenendo invece allinterno della famiglia ruoli e

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comportamenti fortemente tradizionali. Si tratta di vere e proprie comunit incapsulate che spesso abitano in zone circoscritte. Assimilazione. Marginalit. Si tratta di minori che vivono ai margini sia della cultura dorigine, sia di quella darrivo, incapaci di costruire una reale proposta identitaria alternativa. Sono coloro che non si sentono di appartenere ad alcuna delle due culture, che si collocano passivamente tra entrambe, incapaci di scegliere tra gli affetti familiari e il fascino dellemancipazione. Doppia etnicit. In genere il frutto di un lento, ma profondo, lavoro analitico, in cui lidentit viene plasmata dal continuo confronto tra i due mondi - la famiglia e la societ - soltanto che non comporta risoluzioni definitive o estremiste, ma un costante processo di selezione e adeguamento. In tal modo, il minore riuscirebbe a costruire unidentit a partire dallarmonizzazione e dallintegrazione dei valori delle due differenti culture, e soprattutto a sviluppare un senso di appartenenza duplice: in qualche modo, sente di appartenere appieno ad entrambe, ne conosce gli aspetti positivi e negativi. In genere, si tratta di minori con familiari che sono riusciti ad inserirsi positivamente nel nuovo contesto sociale in cui si sono trovati a vivere e hanno favorito nei figli stessi un processo di sviluppo che non ha negato alcuni aspetti delletnicit originaria. [] il modello che forse pi si avvicina, nella realt, a questa soluzione costituito dalle cosiddette identit col trattino [] che mantengono un forte ed equilibrato legame con entrambe le identit.

Fatte salve le ipotesi di assimilazione e di marginalit, che ormai conosciamo bene, Valtolina propone altre due opzioni: la resistenza culturale da un lato e la doppia etnicit dallaltro. Per quanto concerne la resistenza culturale, essa tipica di quei giovani che non riescono ad interfacciarsi con la nuova realt, non hanno relazioni paritarie e soddisfacenti con i coetanei nativi, guardano con nostalgia al bel tempo passato di quando erano in patria. Si tratta, secondo Caneva, di soggetti che sviluppano una sorta di orgoglio etnico, basato sullenfatizzazione dei tratti identitari originari, che vengono utilizzati come strumenti di opposizione e di ribellione. Le conseguenze di questo atteggiamento sono gravi, in quanto, prosegue Caneva, letnicit reattiva limita le possibilit dei giovani, alimenta lesclusione e lemarginazione, in ultimo incanala gli individui in percorsi di assimilazione verso il basso [Caneva 2011, p. 43]. Di qui la formazione di quelle che Valtolina chiama comunit incapsulate, formazioni sociali in cui si privilegia la frequentazione di connazionali ed forte il richiamo ai valori e agli stili di vita della cultura di origine. Per quanto concerne invece la doppia etnicit, essa una soluzione di tipo avanzato, nel senso che caratterizza giovani che hanno piena consapevolezza della propria duplice appartenenza e identit, e cercano di navigare tra le due rive senza perdere la bussola ma piuttosto valorizzando gli aspetti positivi e negativi della cultura di origine e della cultura del paese di accoglienza. Marzulli [2009, p. 201] ci segnala invece una proposta anglosassone, originata dai lavori di Berry [2006 e 2007], il quale, utilizzando anche competenze e strumenti dellantropologia, distingue diverse strategie attraverso cui avviene [lincorporazione delle seconde generazioni nelle societ di accoglienza] e la rappresenta come un modello ortogonale, che considera due dimensioni, quella del mantenimento dellidentit e delleredit culturale e quella della ricerca di relazioni fra gruppi diversi. Dallincrocio tra le due direttrici si ottengono quattro modalit di acculturazione:
1. coloro che vengono assorbiti nella cultura prevalente, secondo un processo di piena assimilazione; 2. diametralmente opposta la strategia di separazione, che consiste nel mantenimento dellidentit dorigine come contrapposta a quella della cultura autoctona o dominante; 3. una terza possibilit data da coloro che si pongono in posizione marginale, tanto rispetto alla cultura dorigine quanto a quella autoctona; la posizione di chi si trova spaesato in entrambi i contesti, con una debole identit etnica e con poche relazioni con gli altri gruppi; 4. infine, la quarta strategia definita da Berry come integrazione (integration) ed connotata dal mantenimento dellidentit dorigine pur in presenza dellinterazione quotidiana con altri gruppi culturali; questa strategia descrivibile anche in termini di doppia etnicit, ed caratterizzata da comportamenti di apertura nei confronti delle due culture e di negoziazione progressiva tra diverse istanze e modelli culturali.

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Come si pu notare, la proposta di Berry ricalca altre tipologie che abbiamo preso in considerazione. Assimilazione, separazione, marginalit e integrazione: tutte e quattro le modalit convivono in un quadro in cui i giovani stranieri si muovono a tentoni, cercando la propria collocazione e sviluppando a livello cognitivo forme di identit di diversa natura. Torna in primo piano qui poi la cosiddetta doppia etnicit, ovvero la strategia di accettare linclusione sociale nella comunit di arrivo, negoziando modalit di interazione positiva con i membri della societ ospitante, ma senza rinunciare per questo alle proprie tradizioni e ad unappartenenza alla comunit etnica sentita come vitale e irrinunciabile. Di qui una duplice appartenenza che non necessariamente provoca conflitti interiori, ma pu risultare gratificante qualora il giovane sia sufficientemente maturo per giostrarsi tra le diverse dinamiche della societ di arrivo e della societ di partenza. Insomma, per questi giovani la sfida , nelle parole di Granata [2011, p. 116; cfr, Clanet 1990; Bhabha 1996], costruire quella che Claude Clanet chiama cultura terza, che non la somma matematica delle due culture messe in contatto, ma una cultura originale che tiene insieme elementi delluna e dellaltra ma allo stesso tempo ne introduce di nuovi, ci che Homi Bhabha chiama cultura in-between. Che la si chiami doppia etnicit, doppia identit, doppia appartenenza, cultura terza o infine identit col trattino, siamo sempre di fronte a strategie identitarie volte a favorire lintegrazione del giovane straniero senza depauperarlo delle proprie origini ma nemmeno senza favorirne la chiusura nel ghetto etnico, promuovendo semmai un fecondo dialogo tra le diverse polarit sociali e culturali cui fa capo il giovane di seconda generazione al fine di sviluppare unidentit che sia in grado di armonizzare i diversi elementi con cui il giovane straniero in contatto. Queste sono dunque le variabili in gioco nellintegrazione delle seconde generazioni: inclusione od esclusione, assimilazione o ripiegamento nel proprio passato, partecipazione o marginalit, sviluppo di identit reattive e oppositive o di identit aperte al confronto con le diverse realt culturali compresenti nellanimo del migrante di seconda generazione. Queste possibilit sono state tutte passate al vaglio dei ricercatori che hanno esplorato il tema alla ricerca di chiavi interpretative che schiudessero ai nostri occhi quale sia il destino incontrato dai giovani stranieri nel loro cammino allinterno della societ di arrivo. Un passo in avanti in questo senso stato fatto quando si scesi sul terreno e, armati di registratore o di questionario, si compiuta unesperienza di ricerca empirica, coinvolgendo direttamente i ragazzi stranieri. Il tentativo in questo senso forse pi esauriente da un punto di vista euristico stato quello compiuto nella citt di Milano da R., Bosisio, E. Colombo, L. Leonini e P. Rebughini, con il loro saggio del 2005 intitolato Stranieri & Italiani. Una ricerca tra gli adolescenti figli di immigrati nelle scuole superiori. Intervistando un campione di giovani immigrati nella citt meneghina, gli autori hanno costruito una tipologia di esiti identitari che appare convincente. In base alle narrazioni dei ragazzi, i ricercatori hanno evidenziato come possano distinguersi quattro differenti strategie identitarie. Eccole qui, nella sintesi proposta da Leonini [2005, p. 8 e sg.]:
1. Cosmopolitismo. Convivere con la differenza pu produrre, in alcune situazioni, un senso di estraneit generale: non ci si definisce pi albanese o peruviano o serbo, ma neppure italiano. Alcuni dei ragazzi intervistati elaborano questa incertezza identitaria in senso positivo, definendosi cittadini del mondo, cosmopoliti []. Immaginano un multiculturalismo planetario, che render comune e generale la loro situazione di spaesamento. Si vedono permanentemente in viaggio, come turisti pi che esploratori, che consumano mondi differenti. Il loro abbigliamento utilizza articoli di diversa provenienza etnica, cos come i loro gusti musicali si rifanno a stili internazionali, che spesso mescolano suoni di diverse provenienze culturali. Amano la tecnologia, Internet e il cellulare, sono inseriti in vari gruppi di amici di diversa provenienza etnica. I loro modelli di consumo non si differenziano da quelli dei coetanei italiani, e fanno riferimento a un universo di gusti e di preferenze universalmente condiviso a livello internazionale, se non globale. [] Sono nati in Italia o sono giunti nel nostro paese in tenera et e parlano litaliano correntemente. Spesso utilizzano la lingua dorigine solo con i genitori, non con fratelli e sorelle, mescolandola spesso con litaliano. I loro genitori sono

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ben inseriti da un punto di vista lavorativo e socio-culturale. Quello con la cultura dorigine un rapporto affettivo che pu provocare orgoglio o imbarazzo, a seconda dei contesti e delle situazioni. 2. Isolamento. Altri, invece, percepiscono grande distanza ed estraniamento dalla cultura tradizionale dei loro familiari, senza peraltro sentirsi inseriti nella cultura della societ ospitante; questi ragazzi verbalizzano forte disagio e senso di sradicamento: si definiscono n carne n pesce, fuori posto sia qua che l []. Nasce quindi un senso di solitudine esistenziale, di homelessness, di appartenenze deboli. In genere, questi ragazzi trascorrono tutto il loro tempo libero chiusi in casa, senza amici, senza attivit ricreative extrascolastiche. [] Non desiderano tornare nei paesi dorigine, dove non conoscono coetanei e non hanno pi forti legami familiari; nello stesso tempo, non hanno le capacit e le risorse per inserirsi con i compagni italiani o stranieri. [] Questa esperienza di isolamento sociale e di non appartenenza o appartenenza debole, sembra caratterizzare prevalentemente i ragazzi giunti in Italia in et adolescenziale, con genitori di basso livello culturale, totalmente occupati dal lavoro, privi di tempo libero e con scarse capacit relazionali [] Le loro competenze linguistiche sono limitate: non sanno bene litaliano perch sono giunti relativamente da pochi anni nel nostro paese e perch lo usano esclusivamente a scuola; parlano correntemente la lingua nativa con i genitori, ma spesso non sanno o non ricordano pi come scriverla in modo corretto. Non immaginano un futuro, non sanno cosa aspettarsi rispetto al lavoro, allo studio, ad un eventuale fidanzato o fidanzata. 3. Il ritorno alle origini. Non tutti i giovani intervistati sembrano in grado di utilizzare la loro doppia appartenenza come una risorsa; anzi, talvolta questa viene percepita come un vincolo opprimente, unesperienza disorientante, che pu portare alla cristallizzazione e alla chiusura nei confronti della cultura ospitante, fino a produrre un rafforzamento dellidentit delle origini vissuta come fonte di sicurezza e di difesa, sinonimo di rifiuto del diverso e del molteplice. In questo caso, gli intervistati verbalizzano un rifiuto della cultura della societ ospitante, una chiusura al mondo dei coetanei italiani, da cui scaturiscono la frequentazione esclusiva di connazionali, il consumo di beni identitari che rafforza il culto delle origini: musica tradizionale, cibo del paese dorigine, utilizzo di videocassette e di canali televisivi della patria lontana, scarso utilizzo della lingua italiana al di fuori dellambiente scolastico, ed esclusione dei rapporti sociali con gli italiani. Questo tipo di comportamento, minoritario nella nostra ricerca, caratterizza soprattutto i minori giunti in Italia nel periodo delladolescenza [] Questa soluzione praticata soprattutto da persone appartenenti a gruppi etnici numericamente abbastanza presenti a Milano, che possono costituire quindi unalternativa identitaria reale. [] Vivono e studiano in Italia, dove sono arrivati per riunirsi alle loro famiglie, ma non vi si trovano bene e sognano, mitizzandoli, i loro paesi dorigine, che immaginano come luoghi dove i rapporti sociali sono pi facili, c pi solidariet, i principi morali sono pi radicati. Il loro progetto di vita finalizzato alla possibilit del ritorno nel paese dorigine dopo aver ricevuto unistruzione, quindi con la possibilit di essere utili in patria. [] Pensano di sposarsi con giovani del loro paese, con i quali ritengono di poter costruire una maggiore intesa e comprensione. 4. Mimetismo. Vi infine una quarta strategia identitaria seguita prevalentemente, ma non solo, dalle giovani donne, che tende ad un appiattimento sui modelli culturali, di consumo e sugli stili di vita dei coetanei italiani. Ci sono giovani, nati o giunti in Italia da tempo, che si sono inseriti e sono stati accettati nel gruppo dei compagni, e vogliono sentirsi totalmente identificati con loro, cancellando cos la propria alterit. [] evitano il contatto con i connazionali, sognano di avere, o effettivamente hanno, un ragazzo o una ragazza italiana, non vanno a feste, celebrazioni o riti delle loro culture dorigine, si sentono diversi dai genitori, che continuano ad avere nostalgia per la patria lontana. [] Quando i genitori si rivolgono loro nella lingua natia, essi rispondono in italiano, e spesso li prendono in giro per la loro scarsa competenza in questa lingua. Vogliono essere considerati italiani a tutti gli effetti, e le situazioni in cui la loro alterit e non appartenenza vengono sottolineate, sono momenti dolorosi e da evitare.

Osservando bene questa tipologia, riconosciamo anzitutto alcuni modelli gi noti. C anzitutto lassimilazione, definita dagli autori come mimetismo. la classica modalit dellitalianizzazione piena e completa, in cui il giovane straniero si allontana dalla cultura di origine e acquisisce i tratti culturali dei pari italiani, coi quali, sottolinea Leonini, vogliono sentirsi totalmente identificati. C poi lisolamento, che poi la condizione gi discussa di marginalit sociale, tipica di ragazzi che non riescono ad integrarsi con la realt italiana ma nemmeno sono in grado di conservare 18

pienamente la cultura di origine (percepiscono grande distanza ed estraniamento dalla cultura tradizionale dei loro familiari, senza peraltro sentirsi inseriti nella cultura della societ ospitante, scrive Leonini) e, come risultato, si chiudono in s stessi, si deprimono, sviluppano un atteggiamento passivo e fatalista, rinunciano insomma alla grande sfida con cui sono chiamati a confrontarsi, che per lappunto lintegrazione. C poi il ritorno alle origini, che tipico di chi sperimenta un rafforzamento dellidentit delle origini vissuta come fonte di sicurezza e di difesa. Si tratta in questo caso di ragazzi che non riescono a valorizzare la loro nuova condizione, preferendo coltivare il consolante ma doloroso mito della patria dorigine. Per questo motivo, preferiscono interagire con i propri connazionali piuttosto che con i pari italiani, dai quali non percepiscono il medesimo calore. E c infine il cosmopolitismo, un atteggiamento non ancora preso in considerazione nella nostra rassegna ma che sembra avere numerosi riscontri nella realt delle seconde generazioni. Esso rappresenta la condizione di chi vive positivamente la realt del paese di accoglienza, apprezzato e vissuto con partecipazione, ma non si fossilizza nellambito di unidentit esclusivamente italiana: questi giovani ritengono semmai di essere cittadini del mondo, vivendo la condizione del viaggio, del muoversi tra i confini come tratto permanente della propria identit, unidentit per lappunto cosmopolita. Come osserva Caneva [2011, p. 54; cfr. Alund 1994], i giovani cosmopoliti ampliano a dismisura le fonti culturali cui attingere per la costruzione di una propria identit, essendo esposti simultaneamente agli stimoli provenienti dai contesti di ricezione, dalle famiglie dorigine, dal globale. Coloro che sono in grado di usare questi molteplici riferimenti come risorse riescono a costruire identit ibride, a muoversi fra universi culturali e a sviluppare nuovi e diversificati modi di adattarsi ai vari ambiti, Mescolano aspetti, linguaggi e forme di vita provenienti dai contesti di ricezione e da quelli di provenienza, dando origine a un bricolage culturale che permette loro di vivere tra due mondi e di familiarizzarsi a due culture. Tra le righe di questa classificazione abbiamo intravisto unultima ipotesi interpretativa entrata nel campo dello studio dellintegrazione delle seconde generazioni. Ci riferiamo al cosiddetto transnazionalismo, che , nelle parole di Ambrosini [2008, p. 21], il fenomeno crescente di persone e unit familiari che si sforzano di mantenere vivi legami affettivi e parentali nonostante i confini e le distanze che le separano. Il transnazionalismo , in gran misura, il frutto dei processi di globalizzazione in atto nonch del pieno ingresso delle societ contemporanee nellera postmoderna. Come sottolinea Caneva [2011, p. 49]:
Nellepoca postmoderna i flussi di informazioni, merci e persone favoriscono la nascita di reti e di connessioni su scala globale, di scambi e relazioni a livello planetario che facilitano lincontro con la differenza. In siffatto contesto anche lesperienza del migrare si modifica e rende possibile mantenere i contatti e i legami con i paesi dorigine, sviluppare progetti di vita orientati qui e l, ed evitare la rottura con i contesti di partenza. I nuovi migranti sono transmigranti, attori sociali in grado di mantenere relazioni che travalicano i confini nazionali e connettere luoghi e persone spazialmente distanti.

Com evidente, questa prospettiva tende a rappresentare un superamento di tutte le ipotesi precedentemente vagliate. Non pi necessario per il giovane migrante assimilare in toto la cultura del paese di accoglienza e/o volgere le spalle alla cultura dorigine. Oggi possibile conciliare entrambe grazie alle opportunit che le nuove tecnologie, internet in primis, e i voli low cost mettono a disposizione dei soggetti. Siamo entrati cos nellera dei transmigranti, ossia soggetti che mantengono un ampio insieme di relazioni sociali di tipo affettivo e strumentale che travalicano i confini nazionali [Colombo 2007, p. 75; cfr. Glick Schiller, Basch e Stanton Blanc 1992; Vertovec 1999]. Nota giustamente Riccio [2002, p. 169] che grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie e dei trasporti aumenta la capacit di vivere di qui e l contemporaneamente, trasversalmente rispetto ai confini geografici e politici. Come osserva Colombo, le conseguenze sulla formazione delle identit sono molteplici e di notevole importanza:

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In un contesto di crescente interconnessione globale, la propria identificazione tratta principalmente dal flusso transnazionale in cui si inseriti, piuttosto che direttamente dalle caratteristiche locali. Rimanda ad una dimensione relazionale e immaginativa che trascende quella spaziale. il risultato, continuamente rinnovato, di una sintesi dinamica che tende a tenere congiunti elementi legati al passato (alla memoria condivisa, a una narrazione comune), elementi legati allesperienza del presente (alla vita quotidiana e alle sue relazioni) ed elementi orientati al futuro (a progetti e immaginazioni che si nutrono di modelli e linguaggi costruiti e diffusi su scala globale). A partire da una prospettiva transnazionale, i figli di migranti tendono ad assumere gli elementi di base per la costruzione della loro identificazione tanto dal flusso di cultura globale quanto dai contesti locali entro cui sono inseriti o da quelli di provenienza dei genitori. [] Il concetto di cosmopolitismo viene sempre pi frequentemente proposto per cercare di rendere conto di queste nuove forme di produzione di identificazione che si sviluppano entro un orizzonte globale. [] I giovani figli di immigrati sono in una posizione favorevole per sviluppare unidentificazione cosmopolita perch sperimentano una poligamia di luoghi, un legame duraturo con diversi mondi e culture [Colombo 2007, p. 76; cfr. Beck 2003, Featherstone 2002 e Hannerz 2001].

Insomma, la possibilit di condurre unesistenza a cavallo dei confini, di prescindere dal contesto in cui si hic et nunc per fare riferimento a una diversificata gamma di stimoli culturali, da cui attingere per costruire la propria identit, muta drasticamente le coordinate dello stesso processo di identificazione. Non pi costretti a scegliere radicalmente tra luna e laltra possibilit, ossia lassimilazione o il ripiegamento sullidentit originaria, i (trans)migranti riescono a compiere il miracolo di costruirsi unesistenza non pi rigidamente situata ma ricca e diversificata dal punto di vista dei riferimenti culturali. Ci sembra utile in conclusione richiamare nella sua interezza questo passaggio di Colombo [2010, pp. XXIX-XXXI; cfr. Purkayastha 2005], secondo cui la prospettiva transnazionale:
colloca lesperienza dei figli dei migranti nel pi ampio contesto dei processi di globalizzazione, sottolineando la necessit di abbandonare sia un nazionalismo metodologico che vede lo stato nazione come lambito adeguato per lo studio dei processo sociali, sia un modello bipolare che rappresenta il migrante come eternamente sospeso tra il mantenimento di un legame anacronistico e deleterio con la tradizione e unassimilazione faticosa e irta di ostacoli nel contesto di migrazione. I figli dei migranti oggi non sono persi tra due mondi, ma si muovono facilmente tra di essi e tra molti altri. Questo consente di evidenziare quanto le loro esperienze siano molto pi articolate, mobili e complesse [] Losservazione degli attuali figli di immigrati consente [] di evidenziare come questi giovani nel loro processo di crescita tendano a sviluppare identificazioni multiple, sovrapposte e simultanee, che trovano modo di esprimersi in modo diverso in relazione agli eventi di cui fanno esperienza a casa, a scuola, nella loro nazione di nascita e nella nazione dei loro antenati. La prospettiva transnazionale sottolinea che lintensificarsi delle connessioni globali consente ai migranti di costruire campi sociali transnazionali che superano la dimensione dello stato nazione e trasformano lidea di locale. I loro figli crescono in famiglie regolarmente influenzate da persone, oggetti, pratiche e conoscenze del luogo di provenienza dei genitori, mentre sono contemporaneamente socializzati alle norme, ai valori e alle aspirazioni tipiche del loro contesto di residenza. Si trovano cos ad agire non in due spazi separati, ma in un unico campo sociale interconnesso entro cui importante acquisire e mantenere contatti e competenze differenziati che possono essere utilizzati in modo selettivo in risposta alle opportunit e alle sfide che incontrano. Questo consente di sviluppare forme specifiche di identificazione basate su stili di vita, di consumo e di relazioni che derivano dalla capacit di connettersi a flussi globali pi che derivare dalla prossimit e dalla condivisione del medesimo spazio; forme di identificazione che segnalano che si pi che locali, si pi che definibili da ununica lealt e ununica appartenenza.

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1.5 Linserimento scolastico Un nodo cruciale per quanto concerne le seconde generazioni linserimento a scuola. Con leccezione di coloro che sono nati in Italia e hanno frequentato qui tutti gli ordini scolastici, i minori e gli adolescenti stranieri arrivano in Italia e vengono rapidamente inseriti in un istituto scolastico senza possedere un requisito basilare: la conoscenza della lingua italiana. I minori ricongiunti che arrivano a dieci anni o a quattordici o anche a sedici anni si ritrovano in un contesto che presenta per loro immani difficolt, in quanto sprovvisti delle competenze linguistiche e spesso anche delle abilit per lapprendimento, elementi che possono rivelarsi fatali per la propria carriera scolastica. Non un caso che le statistiche ministeriali rivelino come una quota non insignificante di minori stranieri accumuli un ritardo scolastico che il frutto, spesso e volentieri, di bocciature ripetute dovute per lappunto alla difficolt di superare lo scoglio dellacquisizione dellitaliano nonch allincapacit di adattarsi ai modelli di apprendimento propri delle scuole nostrane. Tutto ci si riverbera inesorabilmente sul futuro dei giovani in questione, che non di rado si scoraggiano, abbandonano la scuola ed entrano precocemente nel mercato del lavoro senza un titolo di studio che li metta nelle condizioni di aspirare ad un inserimento professionale dignitoso. Per questi ragazzi, pertanto, si apre purtroppo la porta della marginalizzazione se non dellesclusione sociale. Naturalmente, a questo scenario fa da contraltare quello dei giovani nati in Italia, che ormai rappresentano una quota crescente seppur ancora minoritaria delle seconde generazioni. Per loro, non si pone assolutamente il problema della lingua, appresa sin dai primi giorni di scuola senza eccessive difficolt o addirittura, nel caso di genitori particolarmente lungimiranti, imparata gi a casa in tenera et, come L1 o almeno come L2 (accanto alla lingua del padre e della madre). Per questa fetta di seconda generazione il percorso scolastico risulta nella maggior parte dei casi regolare, e molti di questi ragazzi non solo riusciranno a diplomarsi e anche con buoni voti, ma ci sar anche la soddisfazione del successivo passaggio, ossia liscrizione alluniversit. Il problema della scuola, dunque, in gran parte circoscritto a quei minori stranieri che sono giunti in Italia gi cresciuti, dopo aver iniziato il loro curriculum scolastico in patria, dopo aver familiarizzato con una cultura che essi percepiscono come proprio tratto indelebile rinunciando, quasi sempre, ad avvicinarsi pienamente alla cultura italiana, in un passaggio assolutamente delicato per quanto concerne la formazione di buone relazioni con i propri pari italiani, a partire dai compagni di classe, che rappresentano una vera e propria porta daccesso per uninclusione sociale positiva nel contesto di arrivo. Ma vediamo, pi nel dettaglio, quali siano le difficolt che i minori e i giovani stranieri incontrano nel nostro sistema scolastico, difficolt che spingono Santagati a sottolineare che In Italia si manifestano notevoli disuguaglianze di accesso e di risultato degli allievi stranieri nel sistema di istruzione [Santagati 2011, p. 44; cfr. Fondazione Giovanni Agnelli 2010]. Cominciamo col dire che i fenomeni pi frequenti riscontrati nelle scuole italiane per quanto concerne gli allievi stranieri sono almeno quattro: a) eccessivo numero di ripetenze; b) condizione diffusa di ritardo scolastico; c) elevati casi di drop-out o abbandono scolastico (e questo riguarda soprattutto le secondarie di II grado e gli enti formativi, ovvero il percorso post-obbligo) senza conseguire lattestato finale ovvero il diploma; d) persistenza dei deficit linguistici, con inevitabili ricadute sul profitto; e) concentrazione, per quanto concerne le scuole secondarie di II grado, negli istituti tecnici e professionali a scapito dei pi qualificanti percorsi liceali, ovvero scelta alternativa di iscriversi ai pi brevi corsi erogati dagli enti di formazione professionale. Cominciamo con le competenze linguistiche. Qui abbiamo dati oggettivi, nel senso che possiamo contare sui risultati delle rilevazioni Invalsi e PISA. Per quanto riguarda le prime, Giovannini nota come le valutazioni sullapprendimento della lingua italiana e della matematica nelle classi II e V della scuola primaria e nella I della secondaria di primo grado della.s. 2009/2010 mostrano la persistenza di significative differenze tra italiani nonch, dato particolarmente significativo, tra immigrati di prima e seconda generazione [Giovannini 2011, pp. 40-1]. Per quanto concerne invece lindagine PISA, nel commento fattone da Fiore [2009], emerge come vi sia un sistematico 21

gap tra italiani e stranieri quindicenni negli skills basilari (lingua, matematica, scienze). Affiora in particolare che larea delle competenze legate alla lettura appare il punto pi critico per gli studenti stranieri; il basso livello nelle capacit di lettura potrebbe spiegare gran parte dei risultati insoddisfacenti nelle altre due aree (problem solving e scienze). Le rilevazioni Invalsi e PISA, unitamente a molte ricerche compiute da vari studiosi [cfr. Casacchia 2008; Gilardoni 2008; Luciano, Demartini e Ricucci 2009, Thieghi e Ognissanti 2009], mettono in evidenza un aspetto che appare particolarmente significativo. Si tratta della differenza riscontrata tra i percorsi e gli esiti di chi nato qua rispetto a chi invece arrivato in Italia dopo un primo periodo di socializzazione e di scolarizzazione nel paese di origine. Come sintetizza Molina [2011], gli stranieri nati nel paese di immigrazione vanno in genere meglio a scuola dei coetanei nati allestero e successivamente immigrati. Besozzi [2011, p. 53] osserva come le seconde generazioni [nate in Italia] siano di fatto pi vicine ai coetanei italiani rispetto sia ai risultati scolastici sia allintenzione di continuare gli studi, mentre gli studenti neoarrivati e inseriti in et adolescenziale mostrano pi difficolt, con bocciature e ritardi e decidono pi spesso di abbandonare la scuola o di optare per una scelta lavorativa precoce subito dopo la scuola media. Affiora subito, come abbiamo ripetutamente sottolineato, un elemento di grande rilevanza per la nostra analisi: la differenza fra la seconda generazione vera e propria, quella nata, socializzata e scolarizzata interamente in Italia, e i figli degli immigrati ricongiunti ai genitori ad una determinata et e dopo aver frequentato parte delle scuole nel paese di origine. Differenza che si rivela ad esempio nella competenza linguistica - i nati in Italia padroneggiano litaliano in modo assoluto, avendolo spesso sviluppato come L1 anzich come L2 per via in molti casi di una decisione consapevole presa dalle famiglie nellottica di favorire lintegrazione dei propri figli - o nella scelta di proseguire gli studi oltre il livello dellobbligo se non fino allUniversit. A questultimo proposito, Queirolo Palmas [2006, pp. 107-108] in un suo lavoro di ricerca condotto al livello delle scuole secondarie di I grado osserva che i figli di genitori stranieri nati in Italia, cos come quelli che hanno frequentato da piccoli le scuole dellinfanzia, presentano un tasso di proseguimento superiore [anche] al gruppo italiano e [comunque] alla media della popolazione intervistata. Canino [2010, p. 9] a tal riguardo nota che la condizione di alunno nato in Italia mostra una relazione positiva e statisticamente significativa con le scelte di proseguire gli studi e preferire un percorso liceale piuttosto che tecnico o professionale. Osservando i dati relativi alla conclusione del percorso di studio nella scuola secondaria superiore, Milione [2011, p. 17] rileva che la seconda generazione in senso stretto, ovvero la componente non immigrata, ma nata e cresciuta in Italia, sta realizzando sul piano della riuscita scolastica risultati migliori che si approssimano a quelli degli studenti italiani. Al termine dei cinque anni di scuola superiore solo 90 alunni stranieri su 100 sono ammessi allesame a fronte di circa il 95% degli studenti italiani; tale differenza per si attenua fortemente quando il cittadino straniero nato in Italia (94,2% di ammessi). Inoltre, la quota che consegue la maturit (98,2%) vicinissima a quella degli italiani (97,8%), contro il 95% degli studenti che non sono nati in Italia. Risultati simili e ugualmente rivelatori sono raccolti anche da Santagati [2010, p. 123; cfr. Molina 2011], la quale osserva che rispetto ai diplomati allesame di Stato, nella.s. 2008/2009 gli stranieri nati in Italia hanno avuto un tasso di promozione del 98,2%, seguiti dagli italiani (97,8%) e dagli stranieri nati allestero (95,5%). Ancora Dalla Zuanna, Farina e Strozza [2009, p. 128; cfr. Strozza 2008], commentando i risultati di una indagine sul campo, rilevano come:
Le differenze in base allet di arrivo in Italia sono molto marcate. I nati in Italia sono in ritardo scolastico come i coetanei italiani provenienti da famiglie con basso titolo di studio. Tra quelli giunti successivamente, invece, il divario notevole e fortemente crescente con let di arrivo. Tra i ragazzi trasferitisi in Italia a 10 e pi anni la proporzione in ritardo (oltre il 70%) cinque volte maggiore rispetto a quella degli stranieri nati in Italia (meno del 14%). Fra i primi, la quota in forte ritardo (almeno due anni) supera il 20%. Quindi, let allarrivo ha un ruolo fondamentale nellaccentuare il rischio di accumulare uno o pi anni di ritardo scolastico, anche a parit di sesso, impegno nello studio, conoscenza della lingua, condizione familiare livello distruzione dei genitori, tipo di lavoro

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svolto dal padre, numero di fratelli e sorelle, titolo di godimento dellabitazione e affollamento nonch intensit e caratteristiche delle relazioni con i pari.

Visto che stato evocato in questultima citazione, vediamo ora un secondo aspetto critico della scolarizzazione degli allievi stranieri: il ritardo. Seguendo le segnalazioni presenti nellultimo rapporto sugli allievi con cittadinanza non italiana del MIUR, realizzato con le competenze della Fondazione ISMU, osserviamo come il ritardo fra gli alunni con cittadinanza non italiana sempre pi elevato rispetto ai loro compagni italiani. Gli alunni con cittadinanza non italiana in ritardo sono il 18,2% nella scuola primaria, il 47,9% nella scuola secondaria di primo grado e il 70,6% nella scuola secondaria di secondo grado. Si deve comunque rilevare che la situazione di regolarit sta migliorando, fenomeno probabilmente connesso anche con il maggior numero di bambini nati qui e che in Italia cominciano il loro itinerario scolastico, compreso linserimento nella scuola dellinfanzia [Fondazione ISMU 2011, 41]. Anche qui, di nuovo, emerge la differenza tra seconda generazione vera e propria e figli degli immigrati giunti in Italia gi parzialmente cresciuti. Al di l comunque di questa nota positiva, quella degli allievi stranieri resta una situazione critica: il ritardo cresce in parallelo al progredire della carriera scolastica, un fenomeno a carattere cumulativo, che tradisce il manifestarsi di un altro fenomeno di cui ci occuperemo pi avanti: le ripetenze. Sul ritardo occorre comunque fare alcune precisazioni, che riguardano specificamente gli alunni che arrivano in Italia gi grandi e gi parzialmente scolarizzati. Nonostante la normativa scolastica stabilisca che il minore straniero giunto in Italia debba essere iscritto in una classe corrispondente alla propria classe anagrafica ovvero in una classe corrispondente al pregresso scolastico dellallievo, prassi diffusa, e lo era ancor pi negli anni passati, che la scuola decida diversamente, ovvero che lo iscriva in una classe inferiore rispetto alla propria et. una scelta, quella dellistituzione scolastica, che legata soprattutto a un fattore cruciale: al loro arrivo in Italia i giovani stranieri non conoscono litaliano. Pertanto la scuola ritiene deleterio iscriverli in una classe seconda o terza o quarta, preferendo che essi comincino da zero il proprio percorso scolastico in modo da offrire loro il tempo di acquisire la lingua italiana e soprattutto impedendo che il deficit linguistico vada ad incrociarsi con linevitabile difficolt di cimentarsi con le materie pi complesse impartite. Il ritardo, in ogni caso, rappresenta una condizione che pu minare anche drasticamente la carriera scolastica dellallievo straniero. Come osservano Dalla Zuanna, Farina e Strozza [2009, p. 130]:
il ritardo, soprattutto se maggiore di un anno, pu spingere a rinunciare agli studi o quanto meno a scegliere un percorso formativo meno impegnativo e maggiormente orientato al rapido inserimento nel mercato del lavoro. A sostegno di tale tesi ci sono almeno due elementi. In primo luogo, la socializzazione con ragazzi di et inferiore che esprimono interessi anche molto distanti, imputabili anche ai rapidi cambiamenti che si realizzano nellet evolutiva, rende pi difficile e meno interessante stabilire rapporti con i compagni di classe e di conseguenza pi problematico linserimento nel contesto scolastico. Inoltre, ritrovandosi indietro nel percorso scolastico si possono sottostimare le proprie capacit di studio e le proprie possibilit formative.

Passiamo quindi ad un altro deficit degli allievi stranieri: le ripetenze. I dati statistici complessivi, si legge nellultimo rapporto sugli alunni con cittadinanza non italiana commissionato dal MIUR alla Fondazione ISMU, registrano la persistenza di un divario significativo nei tassi di promozione tra alunni di cittadinanza italiana e alunni di cittadinanza non italiana, pi basso e in calo negli anni a livello di scuola primaria e, invece, pesante e in crescita a livello di scuola secondaria di secondo grado, dove la percentuale di non promossi fra i non italiani, pur in leggero calo, nella.s. 2009/10 rimane il 30%, circa il doppio del tasso registrato fra gli italiani [Fondazione ISMU 2011, p. 45]. La ripetenza un evento che si manifesta soprattutto negli ordini superiori, ossia nella secondaria di I grado in primis e poi, con percentuali simili, nella secondaria di II grado: come sottolinea 23

Santagati [2012, p. 122], il numero di ripetenti stranieri diventa sempre pi elevato nei diversi ordini e gradi, passando da unincidenza dell1,3% nella scuola primaria all8,7% nella secondaria di II grado e fino al 9,5% nella secondaria di I grado. A quanto pare, secondo Santagati, le ripetenze a livello della secondaria di II grado si presentano soprattutto negli istituti professionali e si verificano meno nei licei [Santagati 2010, p. 122]. E questultimo risultato appare almeno parzialmente comprensibile. Nei licei infatti si iscrivono solo alunni con un determinato background, ovvero i nati in Italia e coloro che sono molto motivati, nonch quanti alle cui spalle si trovano famiglie che, spesso portatrici di un capitale culturale anche spiccato e di sufficienti possibilit economiche, hanno fatto un investimento elevato nellistruzione dei figli. Negli istituti professionali troviamo invece - oltre che una quota di ragazzi che hanno scelto in modo consapevole un percorso pi breve ma che offra un riscontro immediato e tangibile in quanto a competenze spendibili nel mercato del lavoro - quegli stranieri che hanno pensato, ingannandosi, di trovare un istituto pi facile, in cui non occorre impegnarsi eccessivamente per ottenere dei risultati. Alla prova dei fatti, invece, questi giovani si ritrovano in istituti in cui vi sono comunque materie di elevato contenuto teorico, che per gli allievi stranieri costituiscono un forte ostacolo - specie se rimangono parziali difficolt linguistiche, che impediscono allalunno di fare i conti con i lessici specifici delle varie discipline - e che, se affrontate con lo spirito sbagliato cui accennavamo, determinano spesso un fallimento anche in termini di ripetenze o di accumulo di debiti formativi. E veniamo ora ad un altro elemento di grande importanza: labbandono scolastico (drop-out) o la scelta di non proseguire gli studi oltre un certo livello. Paradossalmente, dal punto di vista degli allievi stranieri che lasciano la scuola e delle rispettive famiglie, questo fenomeno rappresenta una scelta razionale. Come osserva Rinaldi [2009, p. 189]:
i genitori di estrazione pi bassa chiedono/impongono ai figli di lavorare per contribuire economicamente al budget familiare, specialmente ai figli maschi e in corrispondenza dellaumentare della loro et; [in altre occasioni prevalgono situazioni diverse, dove] il percorso lavorativo pu costituire un ambito alternativo di investimento delle proprie risorse, in particolare quando lesperienza scolastica non produce risultati positivi, diventando fonte di frustrazione. In questo caso, sarebbe linsoddisfazione scolastica a portare i giovani ad avvicinarsi al mondo del lavoro per trovarvi gratificazioni (guadagno, riconoscimento in termini di status pi adulto, rispettabilit, apprendimento di competenze percepite come pi utili nella vita quotidiana) e a volte ad abbandonare gli studi senza averli conclusi []. La dispersione del lavoro o dispersione paradossale, tipica delle aree economicamente pi dinamiche come la Lombardia, non coinvolgerebbe dunque solo i giovani italiani, ma anche gli stranieri: detto altrimenti, poich per alcuni giovani stranieri pi realistico ottenere un posto di lavoro che non un diploma, la scelta razionale si concentrerebbe sulla ricerca di unoccupazione, con la rinuncia consapevole ai benefici dello studio (che comporta un investimento da cui si trae vantaggio solo in tempi differiti), per avvalersi dei benefici immediati e garantiti del posto di lavoro.

La decisione di abbandonare gli studi a favore di un precoce ingresso nel mercato del lavoro, che rappresenta sicuramente quel che si pu definire uno spreco di talenti, un fenomeno a quanto pare diffuso in Italia tra gli allievi stranieri. Ed un fenomeno che ha le sue radici da una parte nelle difficolt scolastiche incontrate da questi giovani e dallaltra nellincapacit (per motivi sostanzialmente economici) o della mancata volont dei loro genitori di sostenere gli studi dei propri figli oltre una certa soglia. Occorre inoltre sottolineare le conseguenze nefaste dellabbandono scolastico: chi costretto a interrompere il ciclo formativo senza aver conseguito il titolo ben pi esposto a rischi non solo di subalternit e precariet lavorativa, ma anche di disorientamento, disimpegno e disaffiliazione rispetto ai legami sociali pi significativi [Colombo 2009, 154; cfr. Perone 2006]. Tra gli immigrati infine sussiste anche la convinzione, parzialmente motivata, che sia meglio un uovo oggi che una gallina domani, vale a dire che preferibile 24

iniziare a lavorare presto per ottenere dalloccupazione trovata e svolta, e dal reddito conseguentemente percepito, quelle gratificazioni che la scuola non riuscita a dare. Proseguiamo la nostra analisi prendendo in esame un altro degli aspetti critici della scolarizzazione delle seconde generazioni: il fenomeno della cosiddetta canalizzazione [Besozzi, Colombo e Santagati 2010; Giovannini 2011] o segregazione formativa [Mantovani 2008], ovvero la concentrazione a livello della scuola secondaria di II grado delle iscrizioni negli istituti tecnici e professionali o negli enti di formazione professionale a scapito dei percorsi liceali. Dalla comparazione tra le scelte scolastiche di italiani e stranieri, evidenzia il rapporto della Fondazione ISMU sulle scelte e gli esiti scolastici della.s. 2010/2011, emergono notevoli differenze nelle preferenze, le quali rendono ancora pi evidente il fenomeno della canalizzazione formativa degli stranieri. Questi, infatti, si concentrano negli istituti professionali (40,4%) e negli istituti tecnici (38,0%), seguiti a distanza dai licei (18,7%). Gli italiani prediligono, invece, i licei (43,9%) e gli istituti tecnici (33,2%) e, in misura minore, gli istituti professionali (19,2%) [Fondazione ISMU 2011, 33]. Disponiamo da poco tempo inoltre anche del quadro dellanno scolastico successivo, il 2011/2012 [Fondazione ISMU 2013], che per non presenta variazioni significative rispetto al precedente (tav. 9). Ancora una volta gli stranieri si concentrano nellistruzione professionale (39,4) e in quella tecnica (38,3%), mentre i licei sono scelti da poco meno di un quinto dei soggetti (19,3%). Gli italiani invece prediligono i licei (44%), seguiti dagli istituti tecnici (33,3%), mentre gli istituti professionali registrano iscrizioni (18,9%) in misura nettamente inferiore - meno della met rispetto agli stranieri. Per entrambi i gruppi appare marginale infine la scelta dellistruzione artistica (3,8% degli italiani e 3% degli stranieri). Tav. 9 Alunni scuole secondarie di II grado in Italia per tipo di istruzione e cittadinanza, A.s. 2011/2012
Licei Istituti tecnici Istituti professionali Istruzione artistica Totale Fonte: Miur stranieri 31.731 62.981 64.852 4.960 164.524 italiani 1.095.481 830.218 471.060 93.851 2.490.610 % stranieri 19,3 38,3 39,4 3,0 100,0 % italiani 44,0 33,3 18,9 3,8 100,0

Questo fenomeno preoccupa molto gli osservatori, in quanto ritenuto a scapito degli allievi stranieri, i cui ingegni sarebbero sprecati in percorsi superiori brevi o professionalizzanti, con levidente fine di trovare un lavoro subito dopo la fine della scuola, in luogo di traiettorie pi lunghe e culturalmente qualificate i licei, per lappunto - che magari comprendano il passaggio allUniversit. Ma la canalizzazione anche considerata come sinonimo di formazione di una underclass relegata nei lavori pi umili, quelli cui si accede per lappunto con un diploma di scuola professionale o tecnica (anche se questa unopinione che sottovaluta molto le opportunit rese possibili dalla frequentazione di un buon istituto tecnico o professionale, che anzi rappresenta il perfetto viatico per linclusione delle seconde generazioni nel mercato del lavoro italiano e quindi nella societ italiana tout court). Anche quello della prevalenza delle iscrizioni negli istituti professionali e tecnici e negli istituti formativi un fenomeno che condividiamo con il resto dellEuropa, dove la maggior parte dei figli degli immigrati sceglie un percorso formativo che pu offrire loro in breve tempo lopportunit di lavorare [AA.VV. 2010a]. Questo tipo di scelta, osserva Besozzi [2009, pp. 28-29], dovuta a molteplici ragioni, non ultima la necessit da parte della famiglia e del giovane di puntare allacquisizione di un titolo spendibile immediatamente nel mercato del lavoro. Tuttavia la concentrazione in alcuni indirizzi pu essere anche in larga misura dovuta a un orientamento 25

forzato e precoce da parte degli insegnanti, a volte in accordo con le famiglie, senza avere di fatto sviluppato adeguatamente unanalisi degli interessi e delle potenzialit del soggetto. La scelta, inoltre, appare strettamente legata al tempo di arrivo dello studente in Italia. Gli studenti liceali, rilevano Colombo e Santagati [2010 p. 20], sono in prevalenza coloro che sono entrati nel sistema educativo italiano tra gli 0 e i 10 anni; gli studenti iscritti negli istituti tecnici e professionali sono rappresentati invece da giovani che sono arrivati in Italia da preadolescenti; infine i centri della formazione professionale sono frequentati per la maggior parte da studenti che sono arrivati in Italia recentemente, da adolescenti. Quanto a chi sceglie per la propria istruzione un ente formativo, ovvero un percorso di studi triennale invece che quinquennale come avviene per la scuola secondaria di II grado, alcuni rilevano che si tratta di un fenomeno che interessa i casi pi ostici. Santagati [2011, pp. 75-76] ad esempio sottolinea che lutenza della formazione professionale appare multiproblematica da vari punti di vista:
si tratta di giovani con famiglie difficili, problemi psicologici, difficolt di apprendimento e relazionali, identificati come soggetti portatori di molteplici disagi, ovvero che manifestano una frattura con il sistema scolastico (drop out) o una sofferenza esistenziale [] oppure una situazione grave, segnalata dai servizi che seguono casi problematici a livello familiare o giudiziario; molti sono i giovani delle periferie, con poche risorse personali o familiari e scarse idee per il futuro, in condizione marginale e a rischio di esclusione; gli allievi della formazione professionale mostrano un vissuto scolastico caratterizzato da un disagio derivante dal fallimento, oltre a un atteggiamento di rassegnazione e frustrazione; circa la met degli allievi proviene dalla scuola in seguito a insuccesso o abbandono: esperienze originate dal non aver trovato nel canale dellistruzione un ambiente a propria misura e dal desiderio di liberarsi da una condizione considerata opprimente e mortificante.

Questa visione di una scelta della formazione professionale come esito inevitabile di una condizione problematica tuttavia solo parzialmente valida. Come osserva Besozzi, nei corsi di formazione professionale gli studenti stranieri, in modo del tutto forzato, allinizio vengono accomunati alle cosiddette fasce deboli, mostrando invece, successivamente, di avere capacit e prestazioni anche molto buone e spesso superiori a quelle dei compagni italiani, soprattutto per la forte motivazione che li sorregge e anche per un positivo orientamento al lavoro, per cui la scelta della formazione professionale non risulta un ripiego rispetto allo scarso rendimento scolastico in uscita dalla scuola secondaria di I grado come invece accade sovente per i ragazzi italiani [Besozzi 2011, p. 52]. In realt quindi, la frequenza dei corsi di formazione professionale pu rappresentare una scelta vincente. La scelta di un percorso professionalizzante pu costituire una vera chance di integrazione, per usare il titolo di un recente saggio di Santagati [2011]. In una situazione economica qual quella attuale, caratterizzata da unelevata disoccupazione giovanile, pu essere del tutto razionale avviare i propri figli ad una carriera lavorativa che sia preceduta da un corso di carattere pratico, allo scopo di far ottenere loro un profilo professionale ben sagomato e caratterizzato da un preciso orientamento a svolgere determinate occupazioni. La strada della formazione professionale rappresenterebbe dunque un buon viatico per ottenere un posto di lavoro stabile, con la possibilit di sviluppare una professionalit ambita nel mercato del lavoro che alla ricerca di figure ben precise che la formazione professionale, con il suo forte raccordo con il mondo del lavoro, in grado di fornire. Se compariamo la situazione di un diplomato ad un istituto professionale con quello di un giovane detentore di un attestato rilasciato da un ente di formazione professionale, constatiamo che si tratta in entrambi i casi di scelte guidate dal buon senso; un buon senso che si coniuga con le possibilit effettive delle famiglie dei giovani stranieri, che spesso non hanno la possibilit di mantenere gli studi dei propri figli e si attendono che questi ultimi contribuiscano quanto prima al bilancio economico della famiglia.

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In conclusione di questa rassegna, possiamo affrontare un ultimo argomento: quali sono le condizioni che determinano le scelte dei ragazzi stranieri in merito alla scuola secondaria di II grado in cui iscriversi e che caratterizzano lapproccio alla scuola da parte degli stessi? Per rispondere a questo quesito possiamo rivolgerci allutilissimo lavoro di Canino [2010], che offre numerose e valide risposte avvalorate da unanalisi statistica complessa ed esauriente.
Unampia letteratura - spiega Canino [2010, pp. 6-7] - evidenzia il profondo divario tra studenti italiani e stranieri nelle scelte dei percorsi scolastici successivi alla licenza media. Questo differenziale riguarda sia la decisione di interrompere la carriera scolastica, sia le preferenze sulla scuola nella quale proseguire gli studi, in particolare tra quelle orientate a garantire sbocchi professionali immediati (istituti tecnici e professionali) e quelle che preparano alla continuazione del percorso formativo (licei). Le analisi presentate in questo lavoro, basate su dati di fonte istituzionale, confermano che le differenti scelte scolastiche degli studenti italiani e stranieri sono pesantemente influenzate, al netto dei tradizionali fattori, status culturale ed economico e abilit scolastica, dal fatto stesso di essere stranieri. A parit delle altre condizioni, si riscontra una discriminazione specifica nei confronti dei cittadini stranieri che sono quindi portati a rivedere al ribasso i propri percorsi formativi (maggiore probabilit di abbandonare, minore probabilit di avviare un percorso che possa proseguire fino alluniversit). [] In base ai dati pi recenti riferiti alla scuola secondaria di secondo grado, risultano infatti particolarmente elevate le differenze fra alunni italiani e stranieri sia nel tasso di scolarit (pari a circa il 94% per gli alunni italiani a fronte del 63% per gli stranieri), sia nel tasso di interruzione di frequenza (il valore misurato per gli alunni stranieri sistematicamente superiore a quello rilevato per gli italiani e risulta pari, in media, allincirca al triplo). Inoltre, gli stessi dati evidenziano come sia pi che doppia, fra gli alunni stranieri, la quota di studenti iscritti ad un istituto professionale (circa il 40% a fronte di un dato medio pari a circa il 19% per gli alunni italiani).

Secondo Canino, la prima direzione cui guardare per trovare delle spiegazioni a questa realt la famiglia. Infatti, prosegue Canino [2010, pp. 17-18, corsivi nostri] fra le variabili relative allo status culturale ed economico della famiglia, quelle pi significativamente collegate con la scelta del percorso formativo successivo alla terza media sono:
gli anni di istruzione del padre e della madre: allaumentare di entrambe le variabili diminuisce la probabilit di un abbandono scolastico prematuro, diminuisce la probabilit di iscriversi a istituti professionali e, per converso, aumenta la probabilit di iscriversi al liceo; la condizione di operaio del padre (soprattutto) e della madre: in corrispondenza di tale condizione, aumenta la probabilit di iscriversi a un istituto professionale o di uscire dal percorso scolastico; la condizione di disoccupazione del padre (soprattutto) e della madre: in corrispondenza di tale condizione, aumenta considerevolmente la probabilit di uscire dal circuito scolastico o di iscriversi a un istituto professionale; la condizione di non appartenenza alle forze lavoro della madre: in corrispondenza di tale condizione aumenta la probabilit di uscire dal percorso scolastico o di scegliere gli istituti professionali.

Ci sono dunque delle condizioni oggettive che spiegano i movimenti degli allievi stranieri nel sistema di istruzione e formazione professionale nel nostro paese [cfr. AA.VV. 2010b]. Si tratta soprattutto di variabili di tipo strutturale (condizione professionale ed economica della famiglia), che spiegano con sufficiente attendibilit perch le seconde generazioni si concentrino nei percorsi professionalizzanti e sviluppino delle difficolt in questo cammino, tra i quali il pi grave certamente la probabilit di uscire dal percorso scolastico. Lanalisi di Canino pare coincidere bene con quella fatta da Colombo e Santagati. I quali osservano:
lo status socio-economico della famiglia [] che agisce nella trasmissione di uno svantaggio, in genere legato al ruolo subordinato occupato dagli adulti immigrati nel mercato del lavoro []. Il basso livello socio-economico degli immigrati ha un impatto diretto sulle scelte dei figli, e contribuisce a spiegare le aspettative di questi ultimi. Per esempio, pu apparire ovvio che la scelta di

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un percorso professionalizzante dipende dal basso status socioeconomico della famiglia. Giovani che hanno alle spalle uno status socioeconomico familiare basso devono contribuire al reddito familiare, spesso attraverso un ingresso precoce nel mercato del lavoro, il che significa concretamente abbandonare gli studi o lavorare nel mentre si studia [Colombo e Santagati 2010, pp. 23-4].

Un altro elemento esplicativo delle condizioni dei giovani migranti nel sistema scolastico il capitale culturale della famiglia: in termini di scelte educative, osservano Colombo e Santagati, le famiglie con basso capitale culturale tendono ad avere figli che sono iscritti a centri di formazione professionale, mentre gli studenti dei licei tendono a venire da famiglie con un alto capitale culturale [] Ci che emergere una sorta di polarizzazione tra due gruppi di studenti: da un lato un gruppo, i cui genitori hanno alti livelli educativi, che sembrano raggiungere livelli di eccellenza educativa; dallaltro lato un gruppo che viene da famiglie con basso livello culturale e che sembra ottenere scarsi risultati formativi e appaiono orientati verso professioni dequalificate [ibidem, pp. 24-26]. In conclusione, sembrano avere ragione Dalla Zuanna, Farina e Strozza [2009, pp. 7-8] quanto sottolineano che la scuola, pur svolgendo un lavoro prezioso di socializzazione e di integrazione, anche oggi come ai tempi di don Milani perpetua da una generazione allaltra le differenze sociali. Le nuove disuguaglianze, a seconda del luogo di provenienza dei genitori, si sovrappongono a quelle vecchie, secondo il livello culturale e la dimensione della famiglia. I giovani stranieri, anche quelli nati in Italia, hanno risultati scolastici molto peggiori rispetto ai coetanei italiani; vengono bocciati e lasciano la scuola molto pi di frequente rispetto ai figli degli italiani; prendono voti pi bassi, si iscrivono a scuole pi professionalizzanti.

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2. La seconda generazione di migranti in Friuli Venezia Giulia: una ricerca sul campo

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2.1 Introduzione Come si anticipato, in Friuli Venezia Giulia presente ormai una robusta componente giovanile. Si tratta di una coorte composita, perch costituita tanto da minori quanto da adolescenti e giovani maggiorenni; tanto da ragazzi nati in Friuli Venezia Giulia quanto da ragazzi nati in altre regioni dItalia e poi trasferitisi in regione al seguito della famiglia; e infine e in larga parte, anche da giovani giunti qui tramite il canale del ricongiungimento familiare dopo aver trascorso parte della loro infanzia o giovinezza nel paese dorigine. La casistica dunque quanto mai diversificata, cos come le condizioni sociali e culturali dei membri di questa popolazione. Un conto infatti un giovane nato e interamente socializzato in Italia o in Friuli Venezia Giulia, che sicuramente conosce bene litaliano avendolo utilizzato come L1 o L2 sin dai primi giorni di scuola ed gi abituato ad interagire con i propri pari italiani, tra i quali conta amici e conoscenti; un altro conto sono invece quei giovani che qui pervengono a 12 o a 16 anni, e che quindi possiedono un background culturale formatosi nella societ di partenza, a partire dalle competenze linguistiche: un fattore che pu costituire un ostacolo nel processo di inclusione del giovane straniero, o comunque un elemento di attrito, che sicuramente far sentire il suo peso nel percorso verso lintegrazione. Ci vuol poco a capire dunque quanto sia complesso esplorare questo mondo cos ricco e composito, dove convivono lingue e culture diverse e dove assistiamo ad un processo di inclusione nelle realt locali del Friuli Venezia Giulia che pu avere pieno successo - la famosa assimilazione culturale che conduce il giovane migrante a sentirsi come parte integrante del tessuto sociale - o presentare dei nodi a volte insolubili. per addentrarsi meglio in questo panorama che la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ha affidato nel 2012 al Dipartimento di Scienze Umane dellUniversit degli Studi di Udine il compito di svolgere una ricerca che raccogliesse quanto pi possibile dati e osservazioni sulla seconda generazione di migranti e sul percorso che essa sta compiendo nella nostra regione. La ricerca aveva sostanzialmente due obiettivi: a) raccogliere quanti pi dati possibile sulla presenza dei giovani stranieri nella societ, in ambito formativo, ovvero a scuola e nelle universit, e nel mercato del lavoro; b) prendere un caso in particolare, la citt e la provincia di Udine, e offrire ulteriori dati e osservazioni sullintegrazione dei ragazzi stranieri; in questo senso, oltre alla documentazione statistica, abbiamo anche raccolto le testimonianze di dirigenti e operatori scolastici per conoscere le varie sfumature e le problematiche della presenza della seconda generazione nelle scuole secondarie di II grado di Udine; c) intervistare direttamente alcuni giovani immigrati, per sondare il loro livello di integrazione. Abbiamo privilegiato i ragazzi con et pi elevate, ovvero possibilmente almeno maggiorenni, perch nostro intento era di vagliare il grado di integrazione gi raggiunto, piuttosto che in itinere. La scelta di soffermarci sui ragazzi pi maturi rappresentava per noi quindi una scelta strategica, volta ad analizzare dei percorsi compiuti almeno in parte, compreso linserimento lavorativo per almeno una parte degli intervistati e comunque delle traiettorie scolastiche gi completate o in fase di completamento.

2.2. La seconda generazione in Friuli Venezia Giulia: presenze Cominciamo con i dati pi importanti, ovvero le presenze. Come abbiamo gi evidenziato, secondo il Censimento 2011 in Friuli Venezia Giulia sono presenti 22.088 minori stranieri, pari al 12,1% di tutti i minori residenti in regione. A questo insieme va aggiunto quello dei giovani con unet compresa tra 18 e 25 anni, che - con leccezione di un numero purtroppo non stimabile di primomigranti - rappresentano anchessi i figli degli immigrati. Questultima componente raccoglie 11.685 individui, pari al 14,1% di tutti i soggetti tra 18 e 25 anni presenti in regione. La somma dei 30

minori e dei giovani fino a 25 anni pari a 33.773 soggetti, che corrispondono al 12,7% di tutti i coetanei residenti in Friuli Venezia Giulia. Si tratta di una cifra pi che ragguardevole che ben illustra quanto la seconda generazione sia diventata una componente di un certo rilievo della societ regionale. Essa ci offre inoltre la misura dei problemi che il sistema regionale deve affrontare per garantire la piena integrazione di questi ragazzi, a partire dalla capacit di garantire il successo scolastico e formativo e di offrire ai pi grandi delle opportunit occupazionali allaltezza dei loro titoli e capacit. Il peso della seconda generazione viene evidenziato anche guardando alle altre realt regionali italiane. Anzitutto, il Friuli Venezia Giulia, con il suo 12,7% di stranieri di 0-25 anni sul totale dei residenti di questa fascia di et, supera di pi di tre punti percentuali la media nazionale relativa al peso della seconda generazione sul totale della popolazione che ha tra 0 e 25 anni, che pari al 9,4% (tav. 10). Pi in particolare, la regione si colloca allottavo posto nella graduatoria delle regioni italiane per consistenza della componente straniera. Alla testa di questa classifica troviamo una realt come lEmilia Romagna, dove la seconda generazione di migranti conta per il 16,6% sul totale dei residenti tra 0 e 25 anni. Osservando bene la graduatoria, ci rendiamo conto che la presenza di una seconda generazione che abbia un certo peso sullequilibrio demografico di un determinato territorio un fenomeno che si registra soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro, mentre Sud e Isole rimangono abbondantemente pi indietro. Possiamo affermare pertanto che la presenza di una robusta seconda generazione sia indice di una evoluzione del fenomeno migratorio che si verificato solo in certe realt del nostro paese, tra cui sicuramente rientra anche il Friuli Venezia Giulia. Una evoluzione che fatta soprattutto di stabilit residenziale delle famiglie e di consolidamento delle posizioni lavorative dei genitori dei giovani stranieri.
Tav. 10: Censimento 2011, popolazione 0-25 anni per regione e cittadinanza italiani stranieri Totale % stranieri Emilia-Romagna 818.689 162.482 981.171 16,6 Umbria 173.024 30.920 203.944 15,2 Lombardia 2.002.435 349.136 2.351.571 14,8 Veneto 1.018.395 170.503 1.188.898 14,3 Piemonte 852.164 128.154 980.318 13,1 Toscana 705.809 109.492 815.301 13,4 Marche 317.868 47.474 365.342 13,0 Friuli Venezia Giulia 232.161 33.773 265.934 12,7 Liguria 281.899 38.067 319.966 11,9 Trentino Alto Adige 253.628 29.808 283.436 10,5 Lazio 1.216.572 129.594 1.346.166 9,6 Valle d'Aosta 27.220 2.878 30.098 9,6 Abruzzo 293.259 23.210 316.469 7,3 Calabria 520.115 21.035 541.150 3,9 Molise 73.185 2.704 75.889 3,6 Basilicata 145.300 4.300 149.600 2,9 Sicilia 1.373.890 40.602 1.414.492 2,9 Puglia 1.085.546 27.278 1.112.824 2,5 Sardegna 372.593 8.606 381.199 2,3 Campania 1.701.134 39.141 1.740.275 2,2 ITALIA Fonte: ISTAT 13.464.886 1.399.157 14.864.043 9,4

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Qui sotto possiamo osservare la distribuzione della popolazione del Friuli Venezia Giulia di et compresa tra gli 0 e i 25 anni, suddivisa tra stranieri e italiani, per singole et (tav. 11). Possiamo notare come, ad unincidenza del 12,7% della seconda generazione sul totale della popolazione residente, vi siano fasce di et in cui questa incidenza sale anche notevolmente. cos ad esempio per la prima parte della distribuzione, dove notiamo come i neonati stranieri siano il 16,2% del totale, i bambini stranieri di un anno il 16,5% del totale, gli stranieri di due anni il 15,6% del totale e cos via. Questo il segno evidente di come la natalit degli stranieri in Friuli Venezia Giulia stia mutando di molto la struttura demografica della popolazione regionale. Difatti, se vediamo le et superiori, notiamo come lincidenza degli stranieri sui residenti si abbassi in misura anche abbastanza sensibile, in particolare tra i 7 e i 19 anni. Lincidenza torna ad aumentare invece e a superare la media regionale nelle et sino a 25 anni, segno anche della presenza in queste coorti di primo-migranti, ovvero di giovani che sono giunti qui da soli ed in et adulta e non costituiscono quindi parte della seconda generazione. I giovani stranieri di 24 anni, tanto per citare solo il dato pi elevato, rappresentano il 18% di tutti i coetanei del Friuli Venezia Giulia. Naturalmente, impossibile per noi misurare chi sia parte della seconda generazione e chi sia invece un primo migrante, ragione per cui dovremo necessariamente accontentarci di un dato assai probabilmente spurio, ma comunque indispensabile per avere una misura dei fenomeni che andremo ad analizzare. Tav. 11 Censimento 2011, popolazione residente in FVG per singola et e cittadinanza
italiani 0 anni 1 anni 2 anni 3 anni 4 anni 5 anni 6 anni 7 anni 8 anni 9 anni 10 anni 11 anni 12 anni 13 anni 14 anni 15 anni 16 anni 17 anni Tot. minori 18 anni 19 anni 20 anni 21 anni 22 anni 23 anni 24 anni 25 anni 8.477 8.525 8.749 8.890 9.078 9.032 9.079 9.132 9.258 9.057 9.371 9.349 9.092 8.937 8.871 8.885 8.619 8.553 160.954 8.766 9.130 9.047 9.014 8.940 8.975 8.495 8.840 stranieri 1.636 1.686 1.618 1.605 1.473 1.395 1.318 1.172 1.067 1.000 1.042 1.028 995 950 1.061 1.008 1.003 1.031 22.088 1.048 1.159 1.268 1.354 1.515 1.636 1.859 1.846 totale 10.113 10.211 10.367 10.495 10.551 10.427 10.397 10.304 10.325 10.057 10.413 10.377 10.087 9.887 9.932 9.893 9.622 9.584 183.042 9.814 10.289 10.315 10.368 10.455 10.611 10.354 10.686 inc. % stranieri 16,2 16,5 15,6 15,3 14,0 13,4 12,7 11,4 10,3 9,9 10,0 9,9 9,9 9,6 10,7 10,2 10,4 10,8 12,1 10,7 11,3 12,3 13,1 14,5 15,4 18,0 17,3

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Tot. 18-25 anni Totale 0-25 anni Fonte: ISTAT

71.207 232.161

11.685 33.773

82.892 265.934

14,1 12,7

2.3 A scuola Spostiamo ora lo sguardo sulla scuola. Secondo i dati fornitici direttamente dallUfficio Scolastico Regionale aggiornati al 2 febbraio 2013, nellanno scolastico 2012/2013 risultavano iscritti in tutti gli ordini scolastici del Friuli Venezia Giulia esattamente 14.316 alunni stranieri, pari all11,5% dellintera popolazione scolastica (tav. 12). Poco pi di un alunno su dieci ha dunque origini straniere. Lincidenza percentuale degli stranieri sul totale degli iscritti muta a seconda dellordine scolastico: pi elevata nella scuola primaria (12,9%), per scendere leggermente nella secondaria di I grado (12,3%) e abbassarsi ulteriormente nella secondaria di II grado (9,3%). Tav. 12 Alunni iscritti scuole FVG per ordine scolastico e cittadinanza
Totale di cui stranieri % stranieri 48.862 Primaria 6.325 12,9 30.856 Secondaria I grado 3.788 12,3 44.999 Secondaria II grado 4.203 9,3 TOTALE 124.717 14.316 11,5 Fonte: ns. elaborazione su dati Ufficio Scolastico Regionale FVG

interessante soffermarsi anche sulla distribuzione della popolazione scolastica straniera nelle quattro province regionali (tav. 13). Da essa emerge chiaramente il primato di Pordenone, dove la presenza di allievi stranieri ha raggiunto unincidenza percentuale sul totale degli iscritti ben superiore alla media regionale (11,5%), ovvero pari al 15,1%. Nelle altre tre province riscontriamo invece livelli di incidenza che si approssimano in basso o verso lalto alla quota del 10%. Tav. 13 Alunni stranieri nei diversi ordini scolastici
PRIMARIA SECONDARIA I GRADO SECONDARIA II GRADO %sul grado d'istruzione 7,8 12,8 7,6 8,5 9,3 TOTALE v.a. 1.345 5.095 2.114 5.762 14.316 % su tutti i gradi d'istruzione 9,4 15,1 10,1 10,4 11,5

%sul grado %sul grado d'istruzione v.a. d'istruzione v.a. v.a. Gorizia 591 10,8 350 9,5 404 Pordenone 2.255 16,0 1.389 16,7 1.451 Trieste 925 11,9 603 11 586 Udine 2.554 11,9 1.446 10,9 1.762 Totale 6.325 12,9 3.788 12,3 4.203 Fonte: ns. elaborazione su dati Ufficio Scolastico Regionale FVG

Sempre a proposito di scuole, un fenomeno che sta assumendo particolare rilievo la crescente presenza di alunni stranieri nati in Italia. Questo fenomeno particolarmente visibile per i ragazzi pi piccoli, mentre di minori proporzioni per gli allievi pi grandi, tra i quali evidentemente maggiore il peso dei giovani ricongiunti. Se osserviamo i dati della tav. 14, possiamo notare come ormai pi di uno studente straniero su tre (38,1%) sia nato in Italia, ma il dato muta drasticamente a 33

seconda dellordine scolastico. Nelle scuole primarie infatti gli allievi stranieri nati in Italia sul totale degli alunni stranieri sono il 61,6%, mentre nella secondaria di I grado la quota scende di molto raggiungendo il 29,4%; nella secondaria di II grado infine il dato cala ancor di pi assestandosi al 10,6%. Dunque, alla primaria sei allievi stranieri su dieci sono nati in Italia, nella secondaria di I grado lo sono tre su dieci e nella secondaria di II grado scendiamo a un rapporto di uno su dieci. Per quanto riguarda le differenze provinciali, segnaliamo come a Pordenone i nati in Italia sul totale degli allievi stranieri abbiano un peso superiore rispetto alla media regionale in tutte e tre gli ordini scolastici, mentre il fenomeno inverso si registra a Gorizia ed a Trieste; a Udine invece la situazione rilevata mostra valori di poco superiore alla media regionale. Tav. 14 Alunni stranieri nati in Italia nelle scuole del FVG per ordine scolastico e incidenza sul totale degli allievi stranieri
%sugli %sugli %sugli stranieri SECONDARIA stranieri SECONDARIA stranieri PRIMARIA TOTALE per grado I GRADO per grado II GRADO per grado d'istruzione d'istruzione d'istruzione GORIZIA PORDENONE TRIESTE UDINE TOTALE 294 1.478 481 1.645 3.898 49,8% 65,5% 52,0% 64,4% 61,6% 71 464 124 454 1.113 20,3% 33,4% 20,6% 31,4% 29,4% 27 169 52 199 447 6,7% 11,6% 8,9% 11,3% 10,6% 392 2.111 657 2.298 5.458 %str. sul totale alunni stranieri 29,1% 41,4% 31,1% 39,9% 38,1%

Fonte: ns. elaborazione su dati Ufficio Scolastico Regionale FVG

Prendiamo in esame ora un aspetto particolarmente delicato: la scelta dellistruzione secondaria di II grado. Poco innanzi abbiamo sottolineato come gli stranieri optino per soluzioni radicalmente diverse rispetto agli italiani: prediligono gli istituti professionali e tecnici, mentre pochi decidono di iscriversi ai licei. Purtroppo la documentazione fornitaci dallUfficio Scolastico Regionale non comprende questo tipo di dati. Disponiamo invece del quadro delle scuole secondarie di II grado della citt di Udine, realizzato da chi scrive tramite un contatto diretto con gli istituti scolastici del capoluogo friulano. Udine, ricordiamo, rappresenta un polo dattrazione per moltissimi studenti - il totale degli alunni da noi contati pari a 12.971 unit - che pervengono qui anche dalla provincia per intercettare labbondante offerta scolastica proposta dalla citt: ragione per la quale questultima pu essere considerata un caso di studio interessante. La situazione udinese, riferita alla.s. 2012/2013, in particolare al mese di febbraio, rispecchia quasi perfettamente il quadro italiano (tav. 15). Anzitutto, gli studenti con cittadinanza non italiana iscritti nei vari istituti secondari di II grado sono 1.330 su un totale di 12.971, per un incidenza percentuale pari al 10,3%. Gli stranieri si iscrivono prevalentemente agli istituti professionali (41,1%) e tecnici (31,2%), mentre solo il 16,8% decide per un liceo o per listruzione artistica. Inoltre, poco pi di uno su dieci (10,9%) sceglie un ente di formazione professionale. Assai diversa la situazione per gli italiani, la cui maggioranza relativa si iscrive ai licei e allunico istituto darte presente (45,8%). Un numero di italiani sostanzialmente comparabile agli stranieri sceglie invece listruzione tecnica (32,9%), mentre gli istituti professionali (17%) sono selezionati da una quota pi che dimezzata rispetto agli stranieri. Una quota residuale opta infine per studiare in un ente di formazione professionale (4,3%).

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Tav. 15 Iscritti scuole secondarie II grado di Udine per tipo scuola e cittadinanza
Italiani v.a. % Licei e istruzione artistica 5.333 45,8 Ist. Professionali 1.982 17,0 Ist. Tecnici 3831 32,9 Enti formazione professionale 495 4,3 Totale 11.641 100,0 Fonte: ns. elaborazione su dati forniti dai diversi Istituti Stranieri Totale v.a. % v.a. 223 16,8 5.556 547 41,1 2.529 415 31,2 4.246 145 10,9 640 1330 100,0 12.971

La tav. 16 ci presenta la situazione delle scuole secondarie di II grado di Udine nel massimo dettaglio, ovvero comprensive delle informazioni sui singoli indirizzi di studio offerti dagli istituti. Possiamo notare anzitutto come le scuole predilette dagli stranieri siano i due istituti professionali: lo Stringher e il Ceconi, con rispettivamente 284 e 263 allievi. Ma queste due scuole presentano unincidenza percentuale degli allievi con cittadinanza non italiana sul totale degli iscritti decisamente diversa: al Ceconi gli stranieri sono ben il 27% ovvero pi di un quarto del totale degli alunni, mentre allo Stringher sono il 18,3%. Unincidenza percentuale analoga a quello del Ceconi la riscontriamo allIstituto tecnico Deganutti (117 allievi stranieri): anche qui il dato pari al 27%. Per quanto riguarda gli altri istituti, segnaliamo anzitutto lIstituto Tecnico Malignani (180 allievi con cittadinanza non italiana), dove gli stranieri rappresentano quasi un allievo su dieci (9,8%). Molto simile la situazione allIstituto Tecnico Commerciale Zanon (86 iscritti stranieri), che presenta unincidenza degli stranieri pari al 9,6%. Scende al 7,1% lincidenza allIstituto Tecnico Marinoni (32 allievi stranieri). Decisamente marginali i dati dei vari licei e dellistruzione artistica: lunico liceo classico di Udine, lo Stellini, ha il 3,6% di allievi stranieri, che sono per la precisione 23 su un totale di 638. I due licei scientifici, il Copernico e il Marinelli, contano rispettivamente il 2,3% e il 3,2% di alunni con cittadinanza non italiana, che in valore assoluto sono 28 e 47; il liceo Percoto (che ha nella sua offerta quattro diversi indirizzi, ossia il liceo delle scienze sociali, il liceo economico-sociale, il liceo linguistico e il liceo musicale) ha una quota di stranieri (73) sul totale degli iscritti pari al 5,6%. Chiude il quadro il Liceo artistico Sello, con il 5,5% di allievi stranieri (52). Da segnalare invece la situazione riscontrata presso i due Enti di formazione professionali pubblici presenti a Udine, lENAIP e lo IAL. Questultimo - che offre alla sua utenza i corsi per estetista, acconciatore, addetto alle vendite, cuoco, promozione e accoglienza turistica e cameriere di sala e bar - ha un numero di allievi stranieri (53 su 298) che pesa per il 26,9% sul totale degli iscritti. LENAIP, con unofferta di corsi per autocarrozzieri, elettricisti, grafici e meccanici, pu contare sul 17,8% di iscritti stranieri (92 su 342). In conclusione, possiamo affermare che, per quanto riguarda la formazione successiva alla secondaria di I grado, a Udine prevalgano nettamente scelte direttamente professionalizzanti. Gli Istituti professionali e gli Enti di formazione professionali da soli hanno poco pi della met del totale degli studenti stranieri. Se a questi aggiungiamo il 31,2% degli iscritti agli Istituti tecnici, possiamo tranquillamente affermare che la cosiddetta canalizzazione un fenomeno che si verifica sicuramente anche a Udine. Una osservazione che ulteriormente validata dallesiguo numero di giovani stranieri che frequenta i licei.

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Tav. 16 Scuole secondarie di II grado di Udine per indirizzo e allievi stranieri iscritti, A.s. 2012/2013
Indirizzo Licei Liceo classico J. Stellini Liceo scientifico N. Copernico Liceo scientifico G. Marinelli Liceo Pedagogico sociale-Liceo delle Scienze umane Liceo Linguistico Liceo delle Scienze Sociali-Liceo Economico Sociale Liceo Musicale Tot. Percoto biennio triennio (grafica, audiovisivi, moda, architettura Tot. Sello Stranieri Tot. % iscritti Iscritti stranieri 23 638 3,6 28 47 1.195 1.480 2,3 3,2

Liceo C. Percoto

22 33 15 3 73 32 20 52 223

517 447 242 89 1.295 453 495 948 5.556

4,3 7,4 6,2 3,4 5,6 7,1 4,0 5,5 3,7

Liceo artistico Sello

Totale Licei Istituti Istituto Statale d'Istruzione professionali Superiore B. Stringher

Commerciale Tecnico-turistico Ristorazione Turistico-professionale Tot. Stringher

74 29 148 33 284

296 180 952 128 1.556

25,0 16,1 15,5 25,8 18,3

Istituto Professionale di Stato per l'Industria e l'Artigianato G. Ceconi

Manutenzione, assistenza tecnica (ind. meccanico ed elettrico) Servizi sanitari - Odontotecnici Tecnico chimico-biologico Servizi socio-sanitari Corsi serali servizi socio-sanitari Tot. Ceconi

110 64 2 42 45 263 547

360 185 16 274 138 973 2.529

30,6 34,6 12,5 15,3 32,6 27,0 21,6

Totale Ist. Professionali Istituti tecnici Istituto Tecnico Commerciale A. Zanon Amministrazione, finanza, marketing Turistico Sistemi informativi aziendali Relazioni Internazionali per il Marketing

45 16 6 5

303 158 72 74

14,9 10,1 8,3 6,8

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Ragioniere, perito commerciale e programmatore Educazione alla Relazione Interculturale nella Comunicazione Aziendale Liceo tecnico Indirizzo Giuridico Economico Aziendale Tot. Zanon Istituto Tecnico G.G. Marinoni

5 5 3 1 86

64 123 88 17 899

7,8 4,1 3,4 5,9 9,6

Biennio Triennio Tot. Marinoni

11 21 32

166 284 450

6,6 7,4 7,1

Istituto Tecnico Statale per il Settore Economico "C. Deganutti"

Biennio Amministrazione, finanza e marketing Sistemi informativi aziendali Relazioni internazionali per il marketing Totale Deganutti meccanica/maccatronica costruzioni/ambiente/territorio elettronica elettrotecnica informatica elettronica/elettrotecnica trasporti/logistica chimica liceo serale Tot. Malignani

48 29 10 30 117 32 26 19 2 28 13 13 4 5 38 180 415

117 98 62 156 433 433 179 91 75 195 234 380 80 563 234 2.464 4.246

41,0 29,6 16,1 19,2 27,0 7,4 14,5 20,9 2,7 14,4 5,6 3,4 5,0 0,9 16,2 7,3 9,8

I.s.i.s. Malignani

Totale Ist. Tecnici Enti formazione professionale Enaip

Autocarrozzieri Elettricisti Grafici Meccanici Tot. Enaip Estetista Acconciatore Addetto alle vendite Cuoco

9 16 4 24 53 14 43 15 13

48 42 63 145 298 104 131 43 34

18,8 38,1 6,3 16,6 17,8 13,5 32,8 34,9 38,2

IAL

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Promozione e accoglienza turistica Cameriere di sala e bar Tot. IAL Totale Formaz. Professionale

5 2 92 145

14 16 342 640

35,7 12,5 26,9 22,7

TOTALE Fonte: ns. elaborazione su dati forniti dai diversi Istituti

1.330 12.971

10,3

Si ripropongono dunque i medesimi problemi che si riscontrano al livello nazionale. La seconda generazione appare un contingente decisamente indirizzato verso professioni di livello medio-basso, che se possono garantire un certo successo nellingresso nel mondo del lavoro, che esprime ancora una certa domanda di figure formate dagli Istituti professionali e tecnici e dagli Enti di formazione professionale, non consentono ai giovani stranieri di attuare quel salto di qualit rispetto ai lavori svolti dai genitori che sarebbe auspicabile, tenuto conto che viviamo ormai in una societ che valorizza molto la conoscenza e le abilit intellettuali. Fatta eccezione per quellesigua quota che frequenta i licei e che probabilmente, insieme a un pugno di studenti provenienti dagli altri istituti, decider di iscriversi alluniversit, si pu affermare che lattuale seconda generazione andr a svolgere prevalentemente lavori manuali di status non elevato, che non consentono scatti di carriera se non per coloro che magari si metteranno in proprio e apriranno una piccola attivit artigianale o, munitisi di partita IVA, svolgeranno servizi come professionisti in proprio.

2.4 AllUniversit Visto che abbiamo appena accennato allUniversit, possiamo ora passare a trattare la situazione riscontrata negli atenei della nostra regione. Anzitutto i numeri: gli studenti stranieri delle Universit di Udine e Trieste sono complessivamente circa 2.500. Si tratta di una pattuglia che, rispetto alla base demografica di riferimento, ovvero ai cittadini stranieri tra 18 e 25 anni (11.685), rappresenta poco pi di un quinto del totale. perci evidente come vi siano delle difficolt per una parte consistente dei giovani stranieri ad accedere allistruzione universitaria: vuoi per questioni di reddito familiare, vuoi per motivazioni legate alla mentalit di questi ragazzi che preferiscono accontentarsi di un titolo di istruzione superiore (o magari, come accade in certi casi, nemmeno di quello, avendo abbandonato gli studi prima di conseguirlo) e accedere immediatamente al mercato del lavoro, una parte schiacciante della seconda generazione non compie il grande salto di qualit nel proprio percorso formativo. Naturalmente, questa situazione riflette il fatto che, per il momento, i giovani stranieri che possono potenzialmente iscriversi ad un ateneo sono composti in grande maggioranza da soggetti che sono arrivati in Italia ad una certa et, e hanno avuto per vari motivi, a partire dalla questione della lingua e dalla fatica a fare i conti con i metodi di studio vigenti negli istituti secondari di II grado, grandi difficolt nel completare gli studi. Questa situazione con tutta probabilit muter tra qualche anno, quando verr il turno dei giovani di origine straniera ma nati in Italia. Questi, che hanno compiuto lintero percorso scolastico nella Penisola e non hanno quindi avuto eccessivi problemi nel proprio percorso formativo, e conoscono inoltre alla perfezione la lingua italiana, alla luce della loro riuscita integrazione nel tessuto sociale si allineeranno quasi sicuramente agli italiani nel tipo di scelte relative alla propria formazione, scelte che comprenderanno quindi per buna parte di loro, ovvero per quanti ne hanno almeno la possibilit economica, anche liscrizione alluniversit.

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Vediamo nel dettaglio i dati dei singoli atenei. Gli iscritti di origine straniera allUniversit di Udine secondo unelaborazione risalente al maggio del 2013 effettuata per noi dal Servizio Sviluppo e controllo direzionale dellateneo friulano - sono 881, che equivalgono al 5,5% del totale (tav. 17). In maggior parte questi ragazzi sono di origine extracomunitaria, pari a 708 iscritti e al 4,4% del totale. Poco pi dell1% sono dunque gli iscritti di origine comunitaria, pari a 173 unit e all1,1% del totale. Di questi ultimi per la maggioranza assoluta composta da romeni, che sono 109 pari allo 0,7% del totale degli iscritti. Per quanto riguarda gli extracomunitari, spiccano gli albanesi, con 197 unit pari all1,2% del totale degli iscritti, e i cinesi, che sono 107 (0,7%). Tav. 17 Iscritti allUniversit di Udine per cittadinanza, dati al maggio 2013
Tipo Cittadinanza Italiana Comunitaria Cittadinanza Italia Ungheria Slovenia Slovacchia Romania Polonia Lituania Cipro Ceca, Rep. Spagna Regno Unito Paesi Bassi Grecia Germania Francia Austria Congo Repubblica Democratica Burkina Benin Serbia Siria Palestina Mongolia Libano Israele Iran India Cina Bangladesh Venezuela Stati Uniti D'america Per Guatemala Ecuador Dominicana, Rep. Colombia Cile M 7.057 7 38 2 3 1 4 1 1 1 1 7 1 1 2 3 1 1 5 44 4 1 1 4 1 1 2 1 Iscritti F 8.017 2 14 1 71 10 1 1 1 1 1 5 3 4 2 1 9 1 2 2 63 2 2 3 1 2 5 Totale 15.074 2 21 1 109 12 1 1 1 4 1 1 9 4 5 1 2 1 1 16 1 1 2 3 2 3 7 107 4 3 3 7 1 1 3 7 1

Extracomunitaria

94,48 0,01 0,13 0,01 0,68 0,08 0,01 0,01 0,01 0,03 0,01 0,01 0,06 0,03 0,03 0,01 0,01 0,01 0,01 0,10 0,01 0,01 0,01 0,02 0,01 0,02 0,04 0,67 0,03 0,02 0,02 0,04 0,01 0,01 0,02 0,04 0,01

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Canada Brasile Bolivia Argentina Tunisia Togo Ruanda Nigeria Marocco Madagascar Guinea Equatoriale Guinea Bissau Ghana Gabon Etiopia Egitto Costa D'avorio Congo Camerun Burundi Burkina Faso (Alto Volta) Angola Algeria Ucraina Turchia Russia Moldavia Macedonia Croazia Bulgaria Bosnia-Erzegovina Bielorussia Albania Kosovo Dominicana Repubblica Totale iscritti Fonte: ns. elaborazione su dati forniti dallUniversit di Udine

1 1 1 2 3 14 2 2 9 18 5 3 2 3 14 3 2 9 2 7 6 18 1 10 64 1 7.399

1 5 3 8 1 3 4 1 2 1 5 2 2 1 4 2 18 1 1 1 20 1 9 20 17 33 3 18 5 133 3 1 8.556

2 6 4 2 3 22 3 5 13 1 20 1 10 5 2 3 4 5 32 1 4 2 1 29 3 9 27 23 51 4 28 5 197 3 2 15.955

0,01 0,04 0,03 0,01 0,02 0,14 0,02 0,03 0,08 0,01 0,13 0,01 0,06 0,03 0,01 0,02 0,03 0,03 0,20 0,01 0,03 0,01 0,01 0,18 0,02 0,06 0,17 0,14 0,32 0,03 0,18 0,03 1,23 0,02 0,01 100,00

Abbastanza diversa la situazione registrata allUniversit di Trieste, di cui siamo a conoscenza grazie ai dati fornitici dallAteneo e risalenti per alla.a. 2011/2012 (tav. 18). Qui gli iscritti stranieri sono ben 1.594, pari all8,2% del totale. Merita segnalare che qui gli extracomunitari (4,2%) sono di poco pi rappresentati rispetto ai comunitari (4%). Va inoltre debitamente evidenziata la robusta componente croata (483 e 2,5% sul totale degli iscritti), seguita da quella albanese (165 e 0,8%) e da quella slovena (148 e 0,8%).

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Tav. 18 Iscritti allUniversit di Trieste per cittadinanza, a.a. 2011/2012


Iscritti Tipo Cittadinanza Italiana Comunitaria Cittadinanza M Italia Ungheria Svizzera Slovenia Slovacchia San Marino Romania Polonia Norvegia Lituania Lettonia Croazia Repubblica Ceca Bulgaria Svezia Spagna Regno Unito Portogallo Paesi Bassi Irlanda Grecia Germania Francia Austria Kosovo Serbia Montenegro Vietnam Uzbekistan Siria Palestina Pakistan Nepal Libano Kazakistan Israele Iran India Giordania 7.601 1 2 62 3 1 11 2 0 1 0 141 1 0 1 1 0 1 0 1 26 11 1 1 1 31 1 1 0 1 1 1 1 142 0 20 6 2 1 F 10.181 2 2 86 3 4 41 4 1 0 1 342 5 7 0 1 2 3 3 0 20 12 7 7 6 30 2 0 1 0 0 0 1 9 2 2 9 1 0 % sul totale 17.782 91,77% 3 0,02% 4 0,02% 148 0,76% 6 0,03% 5 0,03% 52 0,27% 6 0,03% 1 0,01% 1 0,01% 1 0,01% 483 2,49% 6 0,03% 7 0,04% 1 0,01% 2 0,01% 2 0,01% 4 0,02% 3 0,02% 1 0,01% 46 0,24% 23 0,12% 8 0,04% 8 0,04% 7 0,04% 61 0,31% 3 0,02% 1 0,01% 1 0,01% 1 0,01% 1 0,01% 1 0,01% 2 0,01% 151 0,78% 2 0,01% 22 0,11% 15 0,08% 3 0,02% 1 0,01% Totale

Extracomunitaria

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Georgia Cina Bangladesh Venezuela Stati Uniti D'america Per Messico Ecuador Colombia Brasile Bolivia Argentina Tunisia Togo Tanzania Somalia Nigeria Marocco Madagascar Kenia Ghana Etiopia Egitto Costa D'avorio Congo Ciad Camerun Angola Algeria Ucraina Turchia Russia Moldavia Macedonia Jugoslavia (Serbia-Montenegro) Bosnia-Erzegovina Bielorussia Albania Congo Repubblica Democratica Totale complessivo Fonte: ns. elaborazione su dati forniti dallUniversit di Trieste

0 6 10 1 0 0 1 1 1 0 1 0 6 23 0 2 1 2 0 1 4 2 1 1 2 1 25 3 2 4 0 3 7 4 19 13 0 62 0 8.287

2 6 1 0 2 5 3 0 5 4 0 1 1 12 1 0 1 4 1 0 4 0 0 1 0 1 35 1 2 12 2 14 16 10 17 21 4 102 1 11.089

2 0,01% 12 0,06% 11 0,06% 1 0,01% 2 0,01% 5 0,03% 4 0,02% 1 0,01% 6 0,03% 4 0,02% 1 0,01% 1 0,01% 7 0,04% 35 0,18% 1 0,01% 2 0,01% 2 0,01% 6 0,03% 1 0,01% 1 0,01% 8 0,04% 2 0,01% 1 0,01% 2 0,01% 2 0,01% 2 0,01% 60 0,31% 4 0,02% 4 0,02% 16 0,08% 2 0,01% 17 0,09% 23 0,12% 14 0,07% 36 0,19% 34 0,18% 4 0,02% 164 0,85% 1 0,01% 19.376 100,00%

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2.5 Approfondimento: la scuola secondaria di II grado Nellambito della nostra indagine abbiamo realizzato anche un approfondimento relativo alla scuola secondaria di II grado, con un focus sugli istituti della citt di Udine di cui abbiamo gi presentato i dati relativi alle iscrizioni. Abbiamo intervistato i dirigenti o i docenti che seguono pi da vicino i ragazzi stranieri, invitandoli a renderci conto della situazione dei propri istituti per quanto riguarda questa fascia di utenza. Questa scelta stata sollecitata dai riscontri che abbiamo ricavato dalla letteratura nazionale e anche internazionale sulla seconda generazione che, come abbiamo visto, ha ripetutamente sottolineato lesistenza di alcuni nodi problematici per quanto riguarda la scelta e la frequentazione delle scuole superiori da parte degli adolescenti immigrati. Questi nodi, per quanto riguarda lItalia, sono davvero spinosi. C anzitutto la cosiddetta canalizzazione, ovvero la tendenza da parte della seconda generazione a optare per le scuole professionali e tecniche o per la formazione professionale piuttosto che per i licei, privilegiando dunque percorsi strettamente finalizzati a trovare lavoro subito dopo il diploma, e pi in particolare e non raramente un lavoro poco qualificato o almeno non in grado di permettere al giovane migrante di ottenere un miglioramento di status rispetto a quello dei genitori, i quali notoriamente svolgono in prevalenza lavori umili e di scarso prestigio, oltre che spesso faticosi e di carattere pi manuale che intellettuale. In pi, la scelta di questo tipo di istruzione secondaria sembra precludere, anche se non necessariamente, la prosecuzione degli studi ovvero liscrizione allUniversit, il che fa ritenere che si sia in presenza di una sorta di spreco di talenti che non vengono valorizzati ma semmai avviati verso un ingresso nelle fasce pi basse del mondo del lavoro. Un secondo elemento di criticit rappresentato dalla questione della lingua. Siccome al momento gli istituti secondari di II grado sono frequentati in larghissima parte da giovani che arrivano in Italia dopo un periodo pi o meno lungo trascorso nel paese di origine, e non da allievi nati in Italia (che invece rappresentano gi la maggioranza nella scuola primaria), si sono riscontrati sovente problemi per quanto riguarda la padronanza della lingua italiana. In certi casi, lo scolaro arriva dal proprio paese di origine a unet superiore ai 14 anni e viene iscritto in un istituto secondario di II grado, in un momento dunque in cui non possiede alcuna competenza linguistica in italiano. Questa situazione, ovviamente, rappresenta un peso per la scuola e una fatica per lo studente, con la prima che deve attrezzarsi per offrire al secondo gli strumenti per raggiungere velocemente un livello almeno basilare di conoscenza della lingua italiana. Un obiettivo non semplice, che le scuole non sono spesso in grado da sole di raggiungere (difatti i giovani vengono spesso indirizzati alla frequenza di appositi corsi di italiano erogati da altre istituzioni), o che comunque gestiscono con estrema difficolt e povert di risorse. Le difficolt con litaliano, inoltre, incidono pesantemente sul profitto scolastico, e questo ci porta direttamente alla terza criticit: lelevato numero di allievi che ripetono uno o pi anni scolastici proprio a causa dellinadeguatezza del proprio profilo linguistico da un lato e, dallaltro, lalto tasso di abbandono della scuola dovuto in parte allo scoraggiamento che sopravviene di fronte ad un compito - quello di imparare una lingua nuova e al tempo stesso di fare i conti con le materie pi ostiche impartite dalle scuole - che appare in certi casi insormontabile. Proprio le difficolt linguistiche - a dimostrazione che i fattori evocati si intrecciano inestricabilmente - appaiono spesso il motivo per cui la seconda generazione opta frequentemente per istituti considerati pi leggeri, ovvero a basso contenuto intellettuale e fortemente orientati alla praticit, quali sono per lappunto gli istituti professionali o la formazione professionale. Laddove lobbiettivo quello di conseguire il diploma o una qualifica, chiaro - ed appare anche come una scelta razionale - che gli studenti prediligono certi tipi di scuola in cui sanno che potranno compiere un percorso meno accidentato e in cui non sono costretti a fare sforzi eccessivi con una lingua che faticano a padroneggiare. Vista in questi termini, la situazione della seconda generazione per quanto concerne i percorsi scolastici appare davvero problematica. Si corre il rischio - e questo riguarda tanto il Friuli Venezia Giulia quanto qualsiasi altro contesto regionale in cui sono presenti gli elementi sopra richiamati 43

di veder crescere nei propri territori individui svantaggiati da un punto di vista professionale, ovvero indirizzati verso un incanalamento verso gli strati pi bassi della popolazione. certo vero che oggi i diplomi forniti dagli istituti professionali o le qualifiche erogate dagli enti di formazione professionali sono titoli che favoriscono il reperimento di un lavoro, essendo precisamente tarati in funzione di questo. Ma anche vero che ci troviamo di fronte ad una generazione sprecata che non compete con gli italiani nellaccesso ai settori pi qualificati del mercato del lavoro, come invece potrebbe accadere qualora gli studenti stranieri si iscrivessero pi frequentemente di quanto accade ora ai licei e alluniversit. Inoltre, lincidenza non bassa di casi di drop-out, ovvero di giovani che abbandonano la scuola prima di conseguirne il titolo al termine del percorso, fa s che sia elevato il rischio di alimentare la marginalizzazione e di ingrossare le fila di un sottoproletariato che fa fatica a integrarsi pienamente sia nel mercato del lavoro che nella societ stessa. Ma vediamo ora cosa ci hanno detto i responsabili delle scuole udinesi, cominciando proprio da un istituto professionale molto gettonato tra gli stranieri qual lo Stringher. La vice-preside Isabella Costantini e prof.ssa Tiziana Ellero ci segnalano in realt un quadro pi roseo rispetto a quello tratteggiato poco innanzi. Anzitutto, esse evidenziano che nel loro istituto i ragazzi stranieri sono allievi molto bravi, il che significa che si trovano bene in questa scuola e partecipano attivamente e spesso con buon profitto alle sue attivit didattiche. I nostri interlocutori poi ci segnalano lesistenza di una stratificazione allinterno della seconda generazione. Ci sono infatti ragazzi che sono nati in Italia e che parlano perfettamente litaliano, il che li pone nelle medesime condizioni dei loro coetanei italiani, senza alcun tipo di svantaggio. Ci sono poi altri giovani che sono arrivati dopo, per ricongiungimento familiare, e questi sono diversi sotto numerosi aspetti dagli altri, hanno un vissuto alle spalle nel loro paese dorigine da cui non possono prescindere. Fatta questa precisazione, abbiamo posto alle due docenti una domanda relativa al fatto che gli studenti stranieri tendono a frequentare istituti come lo Stringher che sono ritenuti pi facili. A questa sollecitazione, Costantini ed Ellero rispondono in questo modo:
Sicuramente queste sono motivazioni presenti sia tra gli stranieri e sia, mi sia permesso di sottolinearlo, tra gli italiani. Ci sono molte persone per che ci tengono a frequentare il nostro Istituto, sono molto motivati e sono consapevoli che otterranno una qualifica utile a trovare lavoro. Noi peraltro organizziamo molti stage, molti tirocini che agevolano il rapporto tra gli allievi e il mondo produttivo. Il nostro Istituto permette, a differenza dei licei, di sviluppare delle competenze immediatamente spendibili nel mondo del lavoro. [] Lo Stringher offre ai suoi allievi la cassetta degli attrezzi per integrarsi nel tessuto socioeconomico. Da noi lo studente trova un ambiente accogliente, noi siamo direi una squadra che lavora efficacemente. I nostri ragazzi hanno effettivamente la possibilit di entrare nelle aziende, di conoscerle, alcuni sono anche assunti alla fine dallimpresa dove hanno fatto uno stage o un tirocinio. C una sinergia tra il mondo della scuola e limpresa, nel senso che noi forniamo alle imprese ci di cui esse hanno effettivamente bisogno. Da noi peraltro vengono le stesse aziende a fare formazione, per esempio questanno noi organizzeremo un corso di arte del cioccolato, un progetto che abbiamo sviluppato insieme alla fiera del cioccolato di Cormons.

Come possiamo constatare, le docenti dello Stringher puntano lattenzione sul fatto che la scelta di un istituto professionale una scelta vincente quando lottica dello studente quella, altamente pragmatica, di trovare un lavoro subito dopo la scuola. Questa una osservazione che torna anche nelle parole dei docenti degli altri istituti da noi contattati. Lenfasi sulla praticit, sulla scelta realistica di una scuola che - oltre a non mettere in crisi lallievo ancora deficitario per quanto riguarda la conoscenza della lingua italiana - offra competenze pratiche e spendibili nel mercato del lavoro, un mercato a cui i giovani stranieri vogliono accedere quanto pi prima possibile, ritorna ad esempio anche nelle parole della dott.ssa Antonella van den Heuvel, funzionaria di un ente di formazione professionale qual lENAIP:
La nostra attrattivit deriva anzitutto dal fatto che noi facciamo tante ore di attivit pratica. Per allievi che fanno un po di fatica con litaliano, il fatto di avere un po meno ore di teoria e di concentrarsi

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sulla pratica sicuramente attraente. [Inoltre] noi offriamo la prospettiva di trovare lavoro in breve tempo. Dopo aver frequentato per tre anni i nostri corsi, i ragazzi si ritrovano con una qualifica che permette loro di trovare lavoro pi facilmente rispetto ad altri percorsi. I nostri sono infatti profili pensati per lingresso nel mercato del lavoro. Pertanto a monte, la scelta del giovane o della sua famiglia condizionata dalla possibilit che il giovane trovi lavoro subito. Nulla osta naturalmente che poi i nostri allievi possano poi transitare alla scuola superiore, magari passando attraverso delle fasi integrative. Noi abbiamo avuto per esempio allievi che si sono poi laureati. [] Diciamo che il vero vantaggio che noi offriamo che, frequentando uno dei nostri corsi, i quali sono altamente professionalizzanti, i ragazzi trovano lavoro entro brevissimo tempo. Gli stage che vengono fatti nel periodo formativo li mette gi in contatto con la realt del mondo del lavoro. Questo raccordo tra il nostro Ente e lambito produttivo si rivela come un punto vincente perch socializza precocemente il giovane allattivit lavorativa. Anche se non sono in grado di dire in che misura questa efficacia nellinserimento lavorativo caratterizzi anche gli istituti secondari di II grado di tipo tecnico o professionale, certo che noi offriamo agli studenti un monte ore di laboratorio davvero elevato e sicuramente superiore a quello offerto dalla scuola, e questa una carta che i giovani possono giocare a loro vantaggio quando arriva il momento di inserirsi nel mercato del lavoro. Inoltre, noi offriamo davvero tante ore di stage, quasi duecento, e ci rappresenta un diretto e incoraggiante approccio del giovane col mondo del lavoro.

Le spiegazioni forniteci dalla dott.ssa Heuvel ritornano anche nelle testimonianze forniteci dalla prof.ssa Franca Pertoldi dellistituto tecnico Marinoni, dalla prof.ssa Flavia Montagnini dellIstituto tecnico Zanon, e dalle prof.sse Modeo, Aiello e Zaniboni dellIstituto professionale Ceconi:
La motivazione della scelta [di iscriversi in una scuola come il Marinoni] alla fine la stessa [di quella degli italiani]: quella di ricevere unistruzione di tipo tecnico, che pu offrire lopportunit di un inserimento lavorativo in tempi pi brevi rispetto a coloro che hanno fatto una scelta di tipo liceale. Gli allievi stranieri che si iscrivono qui apprezzano molto anche il fatto che qui, oltre alle materie di tipo teorico, imparano facendo, ossia con un approccio pi empirico rispetto alle discipline teoriche ad esempio, imparando come si fa una progettazione. Questa caratteristica peraltro condivisa con gli allievi italiani. La motivazione principale quindi quella di acquisire una professionalit ben sagomata che rende pi facile linserimento nel mondo del lavoro [Marinoni]. La sensazione che ho avuto che la ricerca operata dai giovani stranieri sia di una scuola che possa offrire se non immediatamente almeno quasi subito un titolo spendibile sul mercato del lavoro. Il diploma significa che loro hanno in mano qualcosa per andare a lavorare. Qualcuno ha anche fatto la scelta dellUniversit, per conseguire almeno la laurea triennale, ma in schiacciante prevalenza questi giovani optano per inserirsi subito nel mercato del lavoro. Questo vale anche per gli italiani. In ogni caso quella universitaria una scelta che vale per lo pi come parcheggio, nel senso che in assenza di opportunit lavorative si decide di iscriversi allUniversit, optando per le facolt pi affini al proprio percorso di studi fatto qui quale la Facolt di Economia, o di Scienze Giuridiche piuttosto che Informatica. Ma la speranza per la gran parte di loro di trovare un lavoro quanto prima. In questo senso lesperienza dello stage in azienda che i nostri alunni fanno alla fine del terzo anno e del quinto li aiuta molto, costituisce una sorta di porta aperta sul mondo del lavoro. Qualche volta capita che sono le stesse aziende in cui i giovani fanno lo stage che dicono ai nostri allievi fatti vedere quando hai finito la scuola [Zanon]. Diciamo anzitutto che [gli allievi stranieri da noi] sono molti, in quanto questo un istituto professionale, per cui vuoi per le difficolt linguistiche, vuoi per via delle difficolt incontrate nel percorso di studio precedente, la loro scelta ricade sullistituto professionale perch viene ritenuto meno impegnativo rispetto ad altri indirizzi. Naturalmente occorre aggiungere un altro dato: noi forniamo agli studenti delle competenze, soprattutto di tipo operativo, che permettono loro di trovare rapidamente lavoro al termine degli studi. Molti ragazzi infatti sono molto motivati, si impegnano con costanza per raggiungere lobiettivo del diploma. In ogni caso, possiamo tranquillamente affermare che da noi vengono studenti che, seppur motivati, sanno che da noi incontreranno meno difficolt rispetto a quei coetanei che scelgono invece i licei. C stato peraltro pi di un caso di allievi venuti da

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noi dopo unesperienza fallimentare al liceo, ovvero per il carico eccessivo di studio che il liceo comporta [Ceconi].

Nelle parole dei nostri testimoni, la cosiddetta canalizzazione trova una spiegazione pi che razionale. La seconda generazione sceglie di iscriversi agli istituti professionali e tecnici o di seguire un corso erogato da un ente di formazione professionale perch qui trovano un approccio pi empirico, orientato pi al saper fare che al mero sapere. In queste realt si impara un mestiere e non si perde tempo in studi di carattere prettamente teorico in cui i giovani stranieri faticano a raccapezzarsi, anche perch le loro competenze linguistiche in molti casi sono traballanti. Si tratta, in poche parole, di studenti che, seppur motivati, sanno che da noi incontreranno meno difficolt rispetto a quei coetanei che scelgono invece i licei. In questi istituti semmai essi acquisiscono delle competenze, soprattutto di tipo operativo, che permettono loro di trovare rapidamente lavoro al termine degli studi, ovvero si conseguono titoli che consentono di inserirsi subito nel mercato del lavoro. Significativa in questo senso lesperienza degli stage o tirocini, che offrono allallievo lopportunit di sperimentare un primo contatto col mondo del lavoro, di familiarizzare con le realt aziendali della regione, e spesso, come segnalato dai nostri intervistati, di trovare un lavoro proprio nellimpresa o ditta presso cui si stati qualche settimana o mese come stagisti o tirocinanti. Insomma, frequentare un istituto professionale o un ente di formazione professionale sicuramente una scelta ottimale per un o una giovane che non ha intenzione di proseguire gli studi ma desidera attrezzarsi al meglio per trovare lavoro quanto prima. Trovare, naturalmente, unoccupazione non di altissimo livello, ma che pu comunque garantire un certo livello di reddito, allontanare lo spettro della disoccupazione e consentire, specialmente se si viene assunti con un contratto a tempo indeterminato, lemancipazione dalla famiglia di origine e la costituzione di un proprio nucleo familiare. Assai diversa, come si pu immaginare, la situazione dei licei. Qui, come abbiamo visto, si iscrivono davvero pochissimi studenti stranieri. Si tratta di una piccola lite composta da ragazzi privilegiati, che hanno un pregresso scolastico compiuto in Italia che gli ha permesso di familiarizzare sia con la lingua italiana sia con lo studio di materie a carattere teorico. Oppure sono giovani nati in Italia, che non si distinguono in nulla dagli italiani se non magari, nel caso di studenti africani o asiatici, per i tratti somatici e per il cognome che portano. Questo piccola frazione della seconda generazione, quindi, ha un approccio completamente diverso alla scuola, un approccio che non teme il confronto con materie di elevata complessit quali sono quelle erogate dai licei e condurr con tutta probabilit questi giovani alla prosecuzione degli studi con liscrizione alluniversit. A contare molto, poi, anche latteggiamento dei genitori, i quali evidentemente desiderano che i loro figli compiano un percorso formativo il pi compiuto e completo possibile, riponendo forti aspettative nel loro successo scolastico e auspicando per loro una mobilit sociale di tipo ascendente, ovvero laccesso a professioni certamente pi qualificate di quelle che i genitori stessi si trovano a svolgere qui in Italia. Le osservazioni fatte dai nostri intervistati confermano ampiamente questo quadro. Come osservano, nellordine, il prof. Andrea Nunziata del liceo classico Stellini, la vice-preside del liceo scientifico Copernico prof.ssa Gabriella Cappuzzo, le prof.sse Prof.ssa Chiara Tempo, Valentina Colle e Antonina Vitale del liceo Percoto e il preside del liceo scientifico Marinelli prof. Stefano Stefanel:
Questi ragazzi alla fine si orienteranno verso la prosecuzione degli studi, che si tratti di lauree brevi, o di lauree specialistiche o magistrali. Loro sono consapevoli di essersi iscritti ad una scuola che un trampolino di lancio per proseguire gli studi. Peraltro sono i loro stessi genitori, essendo in buona parte di livello alto, che sono intenzionati ad incoraggiare i loro figli a proseguire gli studi; un fattore fondamentale da questo punto di vista la presenza qui a Udine dellUniversit, cosa che permette anche a chi non naviga nelloro di offrire ai propri figli lopportunit di laurearsi senza fare enormi

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sforzi di tipo economico. Questo fa s che noi non notiamo differenze tra allievi stranieri e allievi italiani [Stellini]. I nostri allievi stranieri sono davvero pochi, appena 28 su 1.195 studenti in totale. Questo dato non sorprende perch il nostro un liceo scientifico. Quindi un Istituto che presuppone, alla fine del percorso, liscrizione allUniversit. [Di norma] le famiglie degli alunni stranieri non prevedono per i loro figli la prosecuzione degli studi dopo il diploma, forse perch non possono o non vogliono affrontare limpegno economico che ne consegue. Generalmente gli allievi stranieri e le loro famiglie prevedono lacquisizione di un titolo di studio nel pi breve tempo possibile, e quindi limmediato ingresso nel mercato del lavoro. I nostri iscritti stranieri invece sono molto motivati. Noi abbiamo ragazzi che gi hanno superato limbuto del primo anno, sono quindi iscritti alla terza, alla quarta o alla quinta, e quindi ce lhanno fatta [Copernico]. Gli allievi iscritti nel nostro corso sono anzitutto molto motivati, sanno che scelgono un tipo di istruzione che non d uno sbocco professionalizzante immediato e che quindi comporta un investimento a lungo termine. Certamente alla base di tutto ci ci sono le aspettative familiari, ossia la possibilit che i propri figli ottengano un buon livello di istruzione, possibilmente superiore a quello dei genitori. C come unidea dellistruzione come riscatto. Siamo dunque in presenza di un collettivo di ragazzi stranieri che si iscrive consapevolmente ad un Istituto che offre un percorso di studio non direttamente professionalizzante ma che rappresenta un trampolino di lancio per esempio verso lUniversit. Magari non tutti faranno lUniversit ma la sensazione che abbiamo ricavato noi proprio questa [Percoto]. Il vero problema di fondo questo: la complessit degli studi liceali. Un liceo, come il nostro, ha ottimi risultati, come sottolineano anche i risultati conseguiti nella rilevazione OCSE-PISA. Il nostro dunque un liceo di alto livello. Se dunque ci troviamo in una classe in cui gli studenti hanno risultati ottimi, lo studente straniero ancora un po incerto dal punto di vista linguistico avr certamente dei problemi. Il liceo per sua natura tende a selezionare verso lalto, e non a supportare in basso. Noi facciamo certamente attivit di sostegno e recupero per ragazzi in difficolt, abbiamo ad esempio un insegnante che si occupa specificamente degli studenti stranieri, per da un Marinelli lo studente si attende di essere orientato verso lUniversit e non certo di ottenere a fatica la promozione a fine anno. [Inoltre] con un titolo di liceo che cosa si fa? Si pu solo andare allUniversit. Per fortuna, quei pochi giovani stranieri che sono iscritti da noi sono certamente pi preparati degli altri che invece frequentano un altro genere di istituti, come i professionali. Hanno motivazioni e aspettative diverse, che un liceo come il nostro soddisfa pienamente [Marinelli].

Riepilogando, possiamo dire che allinterno della seconda generazione esistono almeno due livelli. Un primo livello, rappresentato da una robusta maggioranza di ragazzi che - anche alla luce delle scarse competenze nella lingua italiana e delle predilezioni delle famiglie, che premono affinch i figli inizino quanto prima a lavorare e quindi a contribuire alla formazione del reddito familiare prediligono percorsi formativi pi orientati al lato pratico che a quello teorico, e che per questo decidono di iscriversi in istituti che permettono loro di imparare dei mestieri che potranno svolgere facilmente nelleconomia friulana. E un secondo livello fatto da un pugno di giovani che invece - vuoi perch sono nati in Italia o conoscono comunque molto bene litaliano perch appreso negli ordini scolastici precedenti, vuoi perch i loro genitori li spingono ad ottenere il massimo dal sistema formativo - decidono di avviarsi verso istituti a maggiore complessit come i licei in previsione, non raramente, di una prossima iscrizione alluniversit. Un nodo cruciale, come abbiamo visto, concerne le competenze linguistiche. Da questo punto di vista la seconda generazione spaccata. Vi sono i ragazzi che sono nati in Italia o che sono arrivati qui da piccoli ed hanno quindi frequentato gli ordini scolastici precedenti, il che ha permesso loro di sviluppare una piena familiarit con la lingua italiana. Vi sono invece i ragazzi arrivati pi grandi, a 14 o 16 anni, che vengono inseriti immediatamente in un istituto secondario di II grado pur senza conoscere minimamente litaliano: da questi che provengono le maggiori difficolt, in quanto 47

questi giovani faticano immensamente a coniugare lapprendimento della lingua italiana e la frequentazione di un istituto superiore. Non un caso pertanto che non pochi esponenti della seconda generazione subiscano levento traumatico della ripetenza, o comunque abbiano carriere scolastiche difficoltose. Cruciale, in questultimo caso, il sostegno delle scuole, ovvero un approccio pi benevolo nei confronti degli studenti in difficolt che prevede anche lievi modifiche nei piani didattici e soprattutto lerogazione di misure di sostegno allapprendimento della lingua italiana che permetta a questi giovani di superare quanto prima lhandicap linguistico. Da questo punto di vista, gli istituti udinesi sembrano fare ci che possono, a partire dallorganizzazione di corsi appositi di lingua italiana. Le difficolt di questo nutrito segmento della seconda generazione, come anche la maggiore confidenza dellaltro segmento, quello che non ha problemi con litaliano, traspaiono chiaramente dalle nostre interviste. Vediamo dunque cosa ci hanno detto i rappresentanti degli istituti professionali e tecnici e degli enti di formazione professionale:
Per le situazioni pi difficili abbiamo i mediatori linguistici, che intervengono immediatamente a offrire la loro opera di sostegno. Abbiamo anche un certo numero di studenti dellUniversit che operano qui da noi e rappresentano un importante ausilio. Per il resto direi che abbiamo gli stessi problemi degli altri istituti, ma senza esagerazioni. Litaliano conosciuto in linea di massima sufficientemente bene, almeno per frequentare i nostri corsi. La gran parte degli allievi stranieri del resto arrivata da noi dopo aver frequentato qui a Udine o in altre parti dItalia gli ordini inferiori della scuola, e quindi hanno gi sviluppato una propria confidenza con la nostra lingua [Stringher]. S, vi sono degli allievi che hanno difficolt con la lingua, ma qui bisogna fare una distinzione fondamentale tra coloro che sono nati qui, che rappresentano quindi la vera seconda generazione, e che non hanno alcun problema linguistico e coloro che invece sono arrivati da poco tempo, che questi problemi ce lhanno anche se, nel caso in cui sono arrivati da un anno o poco meno, prima di venire da noi hanno frequentato un corso di lingua italiana, il che attenua abbastanza il problema. Rimane il fatto che il modo di trasmissione dei saperi che noi utilizziamo, con molte ore di attivit pratica o di laboratorio, rende il problema delle difficolt linguistiche meno acuto rispetto ad altri percorsi scolastici come senzaltro la scuola secondaria di secondo grado. In ogni caso noi allENAIP cerchiamo di venire incontro a chi mostra problemi linguistici. Ad esempio, nel caso di una prova, di un test, i nostri docenti, previo avallo del Consiglio di classe, somministrano agli allievi stranieri con difficolt linguistiche dei test differenti da quelli proposti agli altri allievi; per esempio, anzich far fare loro un tema o un saggio, viene loro proposto un test con domande chiuse a risposta multipla. In ogni caso necessario ribadire che lorientamento dei nostri corsi pi legato allattivit pratica, e questo agevola molto linserimento del giovane straniero anche in presenza di qualche debolezza nella lingua italiana [ENAIP]. Da qualche anno da noi arrivano ragazzi preparati, che hanno fatto le scuole qui e sono quindi indistinguibili dai coetanei italiani. Ci giungono per anche diversi neoarrivati, con i quali ci sono forti problemi di inserimento dovuti sostanzialmente alla questione della lingua. Lesito del loro inserimento non sempre positivo. Noi li aiutiamo, diamo loro fiducia, offriamo loro un sostegno sia per litaliano L2 organizziamo dei corsi di italiano a livelli diversi, con un impegno molto forte in termini di ore per i neoarrivati - sia per le materie pi difficili, e otteniamo qualche risultato. Purtroppo devo dire che la questione della lingua non propria solo dei neoarrivati: ci sono dei ragazzi che sono qui da qualche anno ma che ancora non hanno raggiunto un livello ottimale di conoscenza della lingua. Questo fa s che non sempre arrivi il successo: ci capitato pi di qualche volta di dover fermare qualche giovane straniero impedendogli di passare allanno successivo, proprio perch non sono stati raggiunti gli obiettivi formativi minimi. Conta molto la questione della lingua, quindi, e qui la responsabilit maggiore ci rimanda alle famiglie, molte delle quali hanno alle spalle difficolt di inserimento e quindi a loro volta una scarsa competenza linguistica. I ragazzi cinesi per esempio si trovano a parlare italiano solo in classe, mentre in famiglia e nella societ usano quasi sempre il cinese. [] Ci sono comunque diversi casi di successo scolastico, che non sono purtroppo prevalenti ma sufficienti per essere ottimisti [Deganutti].

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Ci sono alcuni ragazzi che hanno difficolt espositive, difficolt ad affrontare i lessici specifici delle varie materie. Loro avrebbero bisogno di frequentare con maggiore costanza i corsi di recupero organizzati da noi che consentono di familiarizzare ad esempio con il linguaggio della storia dellarte. Naturalmente a fare la differenza sono gli anni di scolarizzazione pregressa. Chi nato qua in Italia o ha frequentato pi anni di scuola in Italia prima di arrivare da noi ha molti problemi in meno rispetto ai neoarrivati. Conta anche molto la cultura di origine: abbiamo avuto difficolt a far apprendere alcuni aspetti dellarte occidentale a chi viene ad esempio da un paese orientale. Fondamentale lambiente familiare, lo stimolo che i giovani stranieri ricevono dalla famiglia e le motivazioni che queste offrono ai loro figli. Linvestimento della famiglia un fattore che fa la differenza, in quanto poi chi ha questo elemento studia a casa, acquista i materiali per lo studio, e cos via. [Sello] Devo dire purtroppo che quando arrivano qui i nostri allievi hanno di norma un livello linguistico molto basso. C proprio la necessit di unalfabetizzazione. I ragazzi manifestano chiaramente problemi nellapprendimento o nelluso della lingua scritta. Noi offriamo loro un sostegno di tipo didattico, e stiamo cercando di attivare un sostegno di rinforzo mirato, ad esempio per coloro che non conoscono il nostro alfabeto. Inoltre noi offriamo ad ogni allievo 100 ore in prima e 50 ore in seconda e terza di recupero didattico, che rappresenta unopportunit per intervenire sulle difficolt maggiori. Oppure i nostri docenti modificano in parte il proprio approccio, ad esempio usando dei test a domande chiuse ed evitando le domande aperte. Per fortuna per la nostra scuola , come amiamo dire, una scuola del saper fare, nel senso che noi offriamo lopportunit di apprendere un mestiere, e questo pone relativamente in secondo piano la questione linguistica, almeno nelle materie pi pratiche, mentre per le discipline pi teoriche il problema rimane. Diciamo che confidiamo sul fatto che dopo tre anni di frequenza del nostro Ente con materie impartite in italiano gli allievi stranieri acquisiscano una certa familiarit con la nostra lingua [IAL]. Per buona parte di questi allievi, soprattutto quelli che hanno frequentato qui tutti gli ordini scolastici precedenti, non ci sono differenze di sorta con gli italiani. Si tratta di ragazzi che hanno una ottima competenza con la lingua italiana. Le difficolt scolastiche che incontrano nel loro percorso non sono quindi legate alle difficolt linguistiche, ma sono comuni a quelle che incontrano gli alunni italiani. Ovviamente la situazione diversa per quanto riguarda i neoarrivati, che comunque sono pochi. In questo caso si deve concepire un percorso che parta dallaccoglienza e dai bisogni dellallievo. Non di rado i giovani che hanno difficolt con litaliano vengono indirizzati ai corsi linguistici organizzati fuori da qui da istituzioni come il Centro Territoriale Permanente, dove magari frequentano il corso assieme alle madri. Gli interventi previsti da questa scuola partono dal sostegno allapprendimento della lingua italiana, per la quale usiamo i mediatori linguistici, che ci permettono anche di mantenere un contatto con la famiglia, la quale a sua volta non conosce bene litaliano. Un problema che segnalerei il pregresso scolastico fatto nel paese dorigine, che ci crea problemi perch molto spesso non corrisponde a ci che lallievo trova in questo Istituto. Nel caso di un allievo che arriva in prima il problema minore, ma nel caso di un giovane che deve essere iscritto al terzo anno il problema dellinserimento forte, in quanto occorre decidere in che tipo di percorso instradarlo a livello di indirizzo di studio. Per questi giovani neoarrivati noi offriamo un sostegno sia a livello linguistico per la comunicazione, sia a livello del linguaggio delle varie discipline impartite, sia al livello cruciale della lingua scritta [Marinoni]. Molto importante la differenza tra chi ha frequentato gli ordini scolastici precedenti in Italia. Chi lo ha fatto ha meno problemi sia nella comunicazione sia nellapprendimento dei linguaggi specifici usati nelle discipline impartite qui, come il diritto o leconomia politica o la chimica. Si tratta di materie in cui il livello di astrazione marcato, ci sono dei concetti specifici; e questo pu mettere in difficolt lallievo straniero che non ha confidenza con la lingua italiana e soprattutto con la lingua dello studio. Questo un passaggio chiave, nel senso che i ragazzi che hanno frequentato le scuole di livello precedenti qui in Italia hanno meno difficolt a gestirsi con le discipline che vengono loro impartite. Otto anni di scuola frequentata in Italia prima di arrivare da noi fanno la differenza. Chi non ha frequentato le scuole precedenti in Italia ha forti problemi perch la questione dellapprendimento dei linguaggi specifici si somma a quellaspetto cruciale che lapprendimento della lingua italiana. In ogni caso, negli ultimi anni sono sempre pi i nostri iscritti che hanno gi un pregresso nelle scuole italiane e sono diminuiti i neoarrivati. In passato non era cos, i neoarrivati erano di pi e i problemi di

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inserimento erano conseguentemente maggiori. Arrivavano per esempio a met anno, e la legge prevede che essi debbano essere iscritti nella classe corrispondente alla loro et e al momento in cui hanno lasciato la scuola nel paese dorigine. Questo tipo di allievi ha avuto forti difficolt. Noi li abbiamo aiutati facendo frequentare loro dei corsi ditaliano che duravano anche tutto lanno, o offrendo loro un sostegno linguistico per il loro studio. Anche gli insegnanti in questo caso hanno offerto loro degli ausili, personalizzando i percorsi di studio e venendo cos incontro allallievo straniero. Un altro problema che potrei segnalare riguarda ci che io definisco lo sdoppiamento: molti allievi parlano a casa la lingua dei genitori e a scuola sono costretti a parlare litaliano. Questo accentua le difficolt [Zanon]. I ragazzi neoarrivati, che frequentano per il primo anno i nostri corsi, vengono inseriti nella classe in cui resteranno, ma per alcune ore escono per frequentare un corso di italiano. A fianco di questo vengono impartiti dei corsi di linguaggio matematico e tecnico, per esempio di informatica. Questi ragazzi non vengono valutati nel primo quadrimestre, ma si tiene conto solo dei loro progressi nellapprendimento della lingua italiana e dei linguaggi specifici. Nel secondo quadrimestre invece frequentano nel pomeriggio dei corsi di italiano. Alla fine dellanno la valutazione viene fatta non sui contenuti ma solo per lapprendimento della lingua e dei linguaggi delle varie discipline. Abbiamo poi un altro strumento, quello dei mediatori linguistici, che intervengono su nostra sollecitazione per superare determinati ostacoli legati soprattutto allambito culturale oltre che alla comunicazione [Malignani]. Qui occorre naturalmente operare una distinzione tra chi arrivato da poco in Italia, e conosce poco e male litaliano, e chi invece giunto in tenera et e ha frequentato nel nostro territorio gli ordini inferiori di scuola, imparando bene la nostra lingua. Da noi chi arriva con un profilo da principiante in quanto a competenza linguistica italiano viene instradato in un percorso specifico, che dura dalle dieci alle venti ore, che prevede lintervento del mediatore linguistico, il quale aiuta lallievo a migliorare la propria conoscenza della lingua permettendogli poi laccesso a pieno titolo in classe. C una piena collaborazione tra il docente di classe e il mediatore: dopo che lallievo ha frequentato il corso ditaliano con il mediatore queste due figure, il mediatore e linsegnante, decidono se il ragazzo ha raggiunto un livello almeno intermedio di conoscenza di lingua italiana e pu quindi partecipare pienamente alle attivit didattiche [Ceconi].

Certamente diversa invece la situazione ai licei. Qui, come ci riferiscono i nostri intervistati, il problema linguistico appare almeno parzialmente mitigato dal fatto che, avendo scelto consapevolmente un istituto ad elevata complessit, gli studenti possono contare sul fatto di avere un migliore rapporto con la lingua italiana, dovuto allessere nati qui o dallaver frequentato in Italia gli ordini scolastici precedenti. Ma non mancano anche i casi di coloro che, pur avendo scelto un liceo, hanno ancora una competenza linguistica inadeguata ad affrontare un compito difficile qual la frequenza di istituti che pretendono molto dal punto di vista didattico. Ma guardiamo direttamente alle parole dei nostri testimoni:
I nostri allievi stranieri non hanno avuto intoppi con la loro carriera scolastica. Questo si deve al fatto che la maggior parte di loro nata in Italia e ha frequentato le scuole italiane sin dal principio, ossia dalla scuola materna o dalla scuola primaria. Questi nostri ragazzi pertanto non hanno assolutamente problemi di lingua: parlano benissimo litaliano, loro molto familiare; inoltre, cosa che sottolineerei, alcuni di loro lo parlano anche in famiglia. Del resto alcune famiglie di questi giovani sono di livello alto, in termini di livello di istruzione (molti sono laureati) e di benessere economico [Stellini]. La condizione che ho percepito di una certa problematicit dal punto di vista linguistico. [] un liceo esige una competenza linguistica piuttosto elevata, e da questo punto di vista non posso dire che ci troviamo in una situazione idilliaca. Tutto dipende dal fatto che per molti di questi stranieri litaliano non lingua madre, e non esiste per un ragazzo giovane la possibilit di essere perfettamente bilingue, per me una situazione impossibile: il bilinguismo perfetto lo si ha solo quando i genitori sono di ceppi diversi, ad esempio la madre polacca e il padre italiano. Per essere pi chiari: la percentuale di studenti stranieri che non va bene rispetto agli studenti italiani alta, sono nellordine

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del 30%, e noi a livello generale non abbiamo il 30% di studenti che vanno male. Il punto cruciale dunque quello della lingua [Marinelli]. Purtroppo anche da noi la questione della lingua si presenta abbastanza problematica, anche se non in misura incontrollabile. Noi veniamo incontro ai ragazzi che presentano questo tipo di problema facendo frequentare loro dei corsi di italiano finanziati dalla Regione che si tengono internamente e sono tenuti da insegnanti di italiano. In casi particolari ci avvaliamo poi della collaborazione dei mediatori linguistici. I problemi linguistici purtroppo incidono sul profitto. I ragazzi che li presentano fanno molta pi fatica di chi non ha questo problema [Percoto].

Appare inevitabile, insomma, che un deficit di conoscenza della lingua italiana comprometta il successo scolastico di quella fetta della seconda generazione che non ha potuto sviluppare pienamente e completamente una confidenza con litaliano. In casi tuttaltro che rari, questo deficit conduce ad eventi che rischiano di compromettere lintero percorso scolastico di questi studenti: la ripetenza o, in casi limite, labbandono. Da questo punto di vista, i nostri intervistati ci offrono un quadro leggermente pi rassicurante rispetto a quanto traspare dalla letteratura nazionale e dalle statistiche, che evidenziano chiaramente come le ripetenze e il drop-out siano situazioni che si presentano con una preoccupante frequenza tra gli studenti stranieri in Italia. Sembrerebbe che gli istituti udinesi, ben consapevoli del problema che si trovano ad affrontare, si sforzino di non penalizzare eccessivamente gli allievi deficitari, effettuando magari una valutazione a fine anno che tenga conto degli effettivi sviluppi in termini di competenza linguistica maturati da coloro che avevano dei problemi da questo punto di vista. In ogni caso, stando alle parole degli intervistati sembra che ripetenze e drop-out siano fenomeni che caratterizzano anche gli allievi italiani in una misura se non paragonabile almeno simile rispetto agli stranieri. Inoltre, pu capitare ed effettivamente capita che quando si trova di fronte ad uno studente deficitario dal punto di vista delle competenze linguistiche, piuttosto che farlo incappare in una bocciatura, listituto tende a incoraggiare il trasferimento a fine anno in una scuola pi semplice come un istituto professionale. I giovani cos, anzich abbandonare gli studi perch scoraggiati da una o pi ripetenze, rimangono nel circuito scolastico. Vediamo quindi cosa ci hanno riferito a tal proposito i nostri intervistati:
Levento della ripetenza purtroppo caratterizza maggiormente gli allievi stranieri rispetto agli italiani. Gli stranieri perdono quasi tutti uno o due anni, anche se la ripetenza pu essere occorsa negli ordini scolastici precedenti, In caso di ripetenza presso il nostro Istituto comunque lalunno di solito rimane qui e ripete lanno. Altri invece si rendono conto che questa scuola troppo difficile per loro e optano per un trasferimento, tipicamente in un istituto professionale. In ogni caso questo vale anche per gli italiani. Molto dipende dallorientamento che gli allievi stranieri hanno ricevuto nella scuola secondaria di I grado. E qui conta molto anche la scelta dei genitori, che prediligono gli istituti tecnici rispetto agli istituti professionali. Conta molto anche il passaparola: i genitori si consultano tra loro e ricevono informazioni su come sia la scuola che dovr frequentare il proprio figlio. Ma spesso i genitori si sbagliano e scelgono per i propri figli una scuola come la nostra che presenta maggiori difficolt rispetto a quelle attese o percepite, e che magari non corrisponde alle effettive attitudini dei ragazzi [Zanon]. Diciamo subito che il 70% dei nostri studenti stranieri ha alle proprie spalle una o pi di una esperienza di ripetenza, maturata da noi o negli ordini scolastici precedenti. Questo dato cos elevato deriva per lo pi dalla questione della competenza linguistica, che evidentemente al principio della carriera scolastica ha pesato molto. Un altro elemento che si potrebbe sottolineare che da noi gli studenti credono di doversi spendere soprattutto nellattivit pratica, che richiede in misura minore una conoscenza qualificata dellitaliano, e questo li porta a trascurare la parte pi teorica dellapprendimento, con conseguente penalizzazione nel profitto complessivo. Quanto alla dispersione scolastica, da quanto abbiamo potuto constatare c pi la tendenza a ripetere lanno che ad abbandonare la scuola. Diciamo che lallievo straniero ripetente rimane nel circuito scolastico

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evitando cos la dispersione. Labbandono in ogni caso avviene in qualche caso, ma nella stessa misura degli allievi italiani [Ceconi]. Nel biennio abbiamo effettivamente un certo tasso di ripetenze e drop-out, attorno al 10%, ma un tasso fisiologico, che non sarebbe corretto drammatizzare. Il problema fondamentale che alle scuole medie questi ragazzi non sono stati sufficientemente orientati. Lo prova per esempio il fatto che da noi arrivano molti studenti che hanno frequentato per un anno o due un liceo o un altro istituto secondario di II grado. Solo questanno ne sono arrivati una settantina [Stringher]. In genere pi frequente il trasferimento ad altri istituti, tipicamente verso le scuole professionali come lo Stringher, ma questo capita anche agli allievi italiani. C qualche ritiro, ma la maggior parte sono trasferiti verso scuole pi facili. Si tratta di giovani che magari hanno incontrato difficolt qui con le materie da noi erogate [Deganutti]. La differenza qui la fa il pregresso scolastico, che se stato fatto in Italia comporta che il percorso dellallievo non si differenzia da quello degli alunni italiani. Il dato generale ci dice che la ripetenza riguarda allincirca un allievo su dieci, sia che si tratti di italiani sia se si tratti di stranieri. Lessere di origine straniera non comporta differenze come invece si manifestano nel caso degli allievi neoarrivati. Di solito noi cerchiamo, per i neoarrivati, di dilazionare la ripetenza, nel senso che in questo caso cerchiamo di valutare lallievo nellarco di un periodo di tempo pi lungo, tipicamente il biennio. Per quanto riguarda labbandono, si tratta di un fenomeno marginale. Per esempio i ragazzi che sono stati bocciati di solito ripetono lanno o eventualmente si trasferiscono in un altro istituto [Marinoni]. Diciamo che alcuni ragazzi a un certo punto preferiscono trasferirsi, tipicamente in un Istituto professionale o, pi raramente, negli enti di formazione professionale. Qualcuno invece si trasferisce al corso serale, nella speranza di trovare un lavoro di giorno. In ogni caso, qui si fa sentire molto la pressione dei genitori, che spingono perch i loro figli ottengano comunque un successo scolastico a dispetto delle difficolt, e quindi premono sui figli perch non escano dal circuito scolastico [Malignani].

Il diavolo, insomma, non poi cos brutto come lo si dipinge. Gli studenti stranieri pi svantaggiati dal punto di vista della competenza linguistica e del rapporto complessivo con lapprendimento scolastico vengono sostenuti dalle scuole di pertinenza con misure di vario tipo, che riescono ad evitare lesito indesiderabile dellabbandono scolastico. Tipicamente, si tratta del trasferimento ad istituti pi abbordabili come i professionali. I nostri intervistati inoltre sottolineano che i problemi degli stranieri non sono cos diversi da quelli degli italiani, nel senso che anche questi ultimi sviluppano problemi nel loro percorso scolastico e questo induce a non puntare eccessivamente il dito sui figli degli immigrati. Percorsi accidentati non sono cio caratteristica peculiare della seconda generazione, ma accomunano italiani e stranieri in un rapporto con la scuola che spesso faticoso per motivazioni che vanno dallo scarso interesse per lo studio alle difficolt con i linguaggi specifici delle materie impartite dagli istituti. In conclusione, possiamo affermare come la seconda generazione giunta allo snodo della scuola secondaria di II grado affronti questo momento della propria esistenza con un approccio abbastanza pragmatico. Coloro che non hanno voglia di studiare si indirizzano verso istituti che privilegiano le competenze pratiche piuttosto che quelle teoriche. Non si fanno scoraggiare dalle ripetenze dovute prevalentemente alla scarsa competenza con la lingua italiana, ma persistono nella frequenza affrontando di nuovo lanno scolastico perduto o al limite trasferendosi verso altri istituti pi abbordabili. Non manca inoltre chi ha il coraggio di frequentare i licei, anche se si tratta di una piccola minoranza. Si pu definire quindi una situazione abbastanza fluida, che desta qualche preoccupazione ma non allarmismo. Lunica nota davvero dolente il fatto che, per una robusta maggioranza dei figli degli immigrati, frequentare un istituto secondario di II grado significa scegliere un istituto professionale, in cui si maturano competenze certamente spendibili con facilit 52

nel mercato del lavoro ma che non consentono al giovane di fare quel salto di qualit rispetto ai propri genitori che svolgono lavori subalterni. A fronte di questa situazione, il rischio che corre la seconda generazione quella di svolgere gli stessi lavori poco prestigiosi in cui sono incappati i propri genitori. Purtroppo, dunque, una significativa sezione della seconda generazione si indirizzer verso lavori poco qualificati o comunque modesti, anche se pu consolare il fatto che una piccola minoranza acceder alluniversit e, dai suoi ranghi, usciranno i medici e gli ingegneri della nuova societ multietnica che si sta formando in Friuli Venezia Giulia.

2.6 Nel mercato del lavoro Nella seconda generazione di migranti presente in Friuli Venezia Giulia c, come si sar intuito, chi gi entrato nel mercato del lavoro e si sta guadagnando il pane. Per valutare questa presenza abbiamo contattato lOsservatorio Mercato del Lavoro della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e, a titolo di approfondimento, lOsservatorio Mercato del Lavoro della Provincia di Udine. Queste due istituzioni ci hanno fornito dei dati puntuali sulle assunzioni dei cittadini stranieri pi giovani nellintera regione (classe det 16-25) e nella provincia di Udine (giovani fino a 20 anni), che ci consentono di entrare nel dettaglio sulla partecipazione dei giovani migranti alle dinamiche occupazionali della nostra regione in generale e del territorio provinciale di Udine in particolare. Cominciamo con i dati regionali. LOsservatorio Mercato del Lavoro ci ha messo a disposizione una documentazione che copre gli anni tra il 2008 ed il 2012. La prima cosa che notiamo che tra le assunzioni effettuate in questo periodo di tempo, i giovani cittadini stranieri di et compresa tra 16 e 25 anni hanno coperto una fetta che rimasta costante nel tempo attorno ad una quota del 2223% del totale (tav. 19). Quasi un quarto della assunzioni fatte nel mercato del lavoro friulano e giuliano ha dunque interessato la seconda generazione di migranti: una fetta che possiamo definire pi che significativa. Il fatto che per ogni cinque lavoratori assunti in regione, ben pi di uno fosse di origine straniera delinea una situazione in cui la partecipazione al lavoro da parte dei giovani migranti costituisce, oltre che una realt di notevoli proporzioni, anche un fenomeno che assume una valenza strategica per il sistema economico regionale. Guardando alla documentazione nel dettaglio, per, scorgiamo subito un dato che appare preoccupante. Tra il 2008 e il 2012 le assunzioni dei giovani cittadini stranieri sono calate notevolmente, nellambito di un trend complessivamente discendente, che ha interessato cio tutti i lavoratori di questa fascia di et. Le assunzioni complessive hanno infatti subito una drastica discesa, passando dalle 57.617 unit del 2008 alle 42.525 del 2012: una perdita di oltre 15.000 assunzioni che chiaramente il riflesso di una crisi che non ha risparmiato il Friuli Venezia Giulia e ha interessato tanto i lavoratori italiani quanto quelli stranieri. Lemorragia pi significativa avvenuta tra il 2008 ed il 2009 - dunque allinizio della crisi - quando le assunzioni sono scese dalle iniziali 57.617 unit a 45.393 unit: una perdita di oltre 12.000 unit. Pi precisamente, le assunzioni di italiani sono passate da 44.524 a 34.708 mentre quelle degli stranieri sono scese da quota 13.093 a 10.685. In termini percentuali, la caduta stata del 22% per gli italiani e del 18,4% per gli stranieri: per questi ultimi dunque i problemi sono stati leggermente pi contenuti, anche se si tratta pur sempre, per entrambi i gruppi, di un ammanco di ingenti proporzioni. Tra il 2010 ed il 2011 le assunzioni hanno mantenuto pi o meno lo stesso livello del 2009, per poi conoscere un ulteriore ribasso nel 2012, quando sono giunte a 42.525 unit. Per quanto riguarda gli stranieri, le loro assunzioni tra il 2009 ed il 2011 si sono mantenute anchesse pi o meno allo stesso livello di circa diecimila unit, per poi calare nel 2012 a 9.494 unit. La crisi, dunque, ha interessato in misura pi che massiccia i giovani lavoratori del Friuli Venezia Giulia, sia che si trattasse di italiani che di stranieri. Ma nel complesso, le proporzioni sono rimaste le stesse. I giovani migranti, in questo calo generalizzato, hanno mantenuto unincidenza sul totale delle assunzioni compresa tra il 22 ed il 23% circa, ovvero quasi un quarto del totale. Questo 53

dimostra che, pur nel contesto di una diminuzione occupazionale generalizzata, la domanda di lavoro straniero si mantenuta proporzionalmente costante. Tav. 19 Assunzioni per cittadinanza e anno, soggetti et 16-25, dati regionali
2008 2009 2010 2011 2012 v.a. % v.a. % v.a. % v.a. % v.a. % 44.524 77,3 34.708 76,5 35.167 76,8 35.494 77,5 33.031 77,7 5.652 7.441 13.093 9,8 4.206 12,9 6.479 22,7 10.685 9,3 4.305 14,3 6.300 23,6 10.605 9,4 4.397 13,8 5.879 23,2 10.276 9,6 12,8 22,4 4.178 5.316 9.494 9,8 12,5 22,3

Italiani Comunitari Extracomunitari Tot. stranieri

Tot. complessivo 57.617 100,0 45.393 100,0 45.772 100,0 45.770 100,0 42.525 100,0 Fonte: ns. elaborazione su dati Osservatorio Mercato del Lavoro della Regione Autonoma FVG

Guardando pi nel dettaglio la documentazione, osserviamo come, tra gli stranieri, la domanda di lavoro stata soddisfatta in misura maggiore da cittadini extracomunitari rispetto ai comunitari (in questultimo caso naturalmente si tratta dei cittadini di paesi meno sviluppati e di recente accesso allUnione Europea come i romeni). Facendo riferimento ai dati del 2012, osserviamo come le assunzioni di cittadini extracomunitari sono state 5.316, pari al 12,5% del totale delle assunzioni effettuate in Friuli Venezia Giulia nella fascia di et 16-25 anni, contro le 4.178 dei cittadini comunitari, pari a poco meno del 10% del totale. Entrambe le componenti hanno subito la flessione registrata a livello generale: le assunzioni di cittadini comunitari sono passate dalle 5.625 unit del 2008 alle 4.178 unit del 2012, mentre quelle dei cittadini extracomunitari sono scese dalle 7.441 unit del 2008 alle 5.316 del 2012. In termini percentuali, il calo tra i livelli del 2008 e del 2012 stato del 26,1% per i cittadini comunitari e del 28,6% per i cittadini extracomunitari. Questi ultimi dunque hanno sofferto, seppure in misura relativamente contenuta, maggiormente la crisi rispetto ai cittadini comunitari. I valori assoluti rendono meglio lidea: il calo, sempre tra il 2008 ed il 2012, stato di 1.474 assunzioni per i comunitari e di 2.125 assunzioni per gli extracomunitari. Andiamo a verificare ora quali siano nello specifico le nazionalit dei giovani stranieri oggetto di assunzione, limitandoci a considerare lannata 2012 (tav. 20). Cominciamo col sottolineare che sono oltre cento le provenienze dei lavoratori della seconda generazione oggetto di assunzione. Ma notiamo immediatamente come solo una piccola parte di queste nazionalit raggiungano livelli significativi in termini di peso specifico sulla domanda di lavoro. Questultima infatti concentrata su un limitato numero di cittadinanze, mentre per la restante parte delle provenienze essa si polverizza in un pugno di assunzioni che corrispondono a poche unit o a qualche decina. Scorgiamo, in particolare, come i cittadini della Romania siano stati protagonisti di quasi un terzo di tutte le assunzioni: un dato pi che significativo e decisamente non proporzionato alla presenza di questa componente tra i residenti stranieri in Friuli Venezia Giulia (18,7% il dato dei permessi di soggiorno intestati a cittadini romeni). Si pu quindi rimarcare quanto meno come i ragazzi provenienti dalla Romania siano molto richiesti sul mercato del lavoro regionale.

Tav. 20 Assunzioni stranieri 16-25 anni in FVG per nazionalit, anno 2012
Romania Albania Cinese, Repubblica Popolare Serbia 3.116 32,6 997 10,4 509 5,3 333 3,5 Bielorussia Congo Algeria Armenia 9 7 6 6 0,1 0,1 0,1 0,1

54

Polonia Bangladesh Slovenia Bosnia-Herzegovina Marocco India Ghana Macedonia, Ex Rep. Jugoslavia Moldova Burkina Faso Kosovo Ucraina Ungheria Croazia Paesi UE 15 Ceca, Repubblica Nigeria Slovacchia Russa, Federazione Colombia Dominicana, Repubblica Libano Afghanistan Egitto Senegal Turchia Filippine Cuba Tunisia Togo Brasile Costa D'avorio Bulgaria Etiopia Pakistan Serbia e Montenegro Mali Ecuador Dominica Eritrea Gabon Venezuela Benin Peru' Argentina Camerun Lituania

324 297 275 255 235 225 216 212 206 194 188 173 170 148 139 136 101 80 74 70 65 62 53 51 46 45 43 39 35 33 31 29 25 22 22 20 17 15 14 14 14 13 12 12 11 10 10

3,4 3,1 2,9 2,7 2,5 2,4 2,3 2,2 2,2 2,0 2,0 1,8 1,8 1,5 1,5 1,4 1,1 0,8 0,8 0,7 0,7 0,6 0,6 0,5 0,5 0,5 0,4 0,4 0,4 0,3 0,3 0,3 0,3 0,2 0,2 0,2 0,2 0,2 0,1 0,1 0,1 0,1 0,1 0,1 0,1 0,1 0,1

Iran Iraq Montenegro Sri Lanka Stati Uniti D'america Thailandia Uganda Apolide El Salvador Gambia Guinea Liberia Messico Nepal Siria Somalia Angola Australia Bolivia Canada Congo, Rep. Democratica Estonia Giappone Kazakhstan Mozambico Niger Sudan Tanzania Territori Autonomia Palestinese Uzbekistan Azerbaigian Cambogia Ciad Emirati Arabi Uniti Georgia Israele Lettonia Mauritania Sierra Leone Sud Africa Svizzera Vietnam Zambia

6 5 4 4 4 4 4 3 3 3 3 3 3 3 3 3 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 1

0,1 0,1 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0

Fonte: ns. elaborazione su dati Osservatorio Mercato del Lavoro della Regione Autonoma FVG

Dopo la Romania, la seconda provenienza in termini di numero di assunzioni albanese, con un migliaio di unit circa (997) che corrispondono al 10,4% del totale. Molto meno che i romeni quindi, ma sempre un livello assai superiore rispetto alla maggioranza dei paesi rappresentati in questa graduatoria. AllAlbania segue la Cina, con 509 assunzioni pari al 5,3% del totale. Successivamente troviamo un ridotto numero di paesi con una percentuale di assunzioni oscillante 55

tra il 3% circa e il 2% circa del totale: sono la Serbia (333 assunzioni e 3,5% del totale), la Polonia (324 e 3,4%), il Bangladesh (297 e 3,1%), la Slovenia (275 e il 2,9%), la Bosnia-Herzegovina (255 e 2,7%), il Marocco (235 e 2,5%), lIndia (225 e 2,4%), il Ghana (216 e 2,3%), la Macedonia (212 e 2,2%), la Moldova (206 e 2,2%), il Burkina Faso (194 e 2%), il Kosovo (188 e 2%) e infine lUcraina (173 e 1,8%) e lUngheria (170 e 1,8%). Sommando tutte le componenti, citate arriviamo all83,1% di tutte le assunzioni. Ci significa che il restante 16,9% delle assunzioni riguarda cittadini di una novantina circa di paesi. Da segnalare che per cinquantacinque paesi il contributo non supera lo 0,1% del totale, e che di questi, quarantasei contano un numero di assunzioni inferiore alle dieci unit. Andiamo ora a vedere come la domanda di lavoro dei giovani cittadini stranieri si sia distribuita tra le quattro province regionali (tav. 21). Osserviamo subito come la parte del leone sia riservata a Udine, che raggiunge da sola il 42,8% (in valore assoluto, 4.066 su un totale di 9.494) di tutte le assunzioni effettuate in regione. Alle spalle di Udine troviamo Pordenone, con 3.077 assunzioni che corrispondono a circa un terzo (32,4%) del totale. Seguono quindi, a notevole distanza, Trieste (1.320 e 13,9%) e Gorizia (1.031 e 10,9%). Insomma, Udine e Pordenone si confermano come i polmoni della domanda di lavoro sia straniero che italiano, mentre Trieste e Gorizia si fermano su livelli decisamente inferiori. Come si pu notare, una distribuzione simile si registra anche per quanto concerne le assunzioni complessive (italiani e stranieri), con la differenza che per quanto concerne queste ultime la provincia di Trieste recupera qualche posizione (17,3%) a scapito di quella di Pordenone (23,5%), mentre Udine conferma il suo primato (48,1%) e Gorizia il suo peso relativamente ridotto (11%). Tav. 21 Assunzioni per cittadinanza e provincia, 2012
GORIZIA v.a. % 3.656 11,1 394 9,4 637 12,0 1.031 10,9 PORDENONE v.a. % 6.925 21,0 1.636 39,2 1.441 27,1 3.077 32,4 TRIESTE v.a. % 6.055 18,3 371 8,9 949 17,9 1.320 13,9 UDINE v.a. % 16.395 49,6 1.777 42,5 2.289 43,1 4.066 42,8 TOTALE v.a. % 33.031 100,0 4.178 100,0 5.316 100,0 9.494 100,0

Italiani Comunitari Extracomunitari Tot. stranieri

Totale 46.87 11,0 10.002 23,5 7.375 17,3 20.461 48,1 42.525 100,0 Fonte: ns. elaborazione su dati Osservatorio Mercato del Lavoro della Regione Autonoma FVG

Dov, tra le nostre quattro province, che il peso dei giovani stranieri sul totale delle assunzioni maggiore? La prossima elaborazione (tav. 22) evidenzia chiaramente come sia Pordenone il territorio in cui il peso delle assunzioni di stranieri sul totale maggiore, con un dato pari al 30,8%, ben superiore quindi rispetto alla media regionale (22,3%). Sorprendentemente, Gorizia che si conquista il secondo posto in questa graduatoria, con unincidenza delle assunzioni di stranieri sul totale pari al 22%. Udine comunque si colloca a breve distanza, con un dato pari al 19,9%, e anche Trieste non poi cos lontana con il suo 17,9%. Si pu pertanto affermare che Pordenone conquista il primato per quanto concerne il peso degli stranieri sulla domanda di lavoro: qui infatti tre assunzioni su dieci riguardano cittadini non autoctoni, contro una media regionale che pari a poco pi di due assunzioni su dieci. Tav. 22 Assunzioni per cittadinanza e provincia, 2012
GORIZIA v.a. % 3.656 78,0 PORDENONE v.a. % 6.925 69,2 TRIESTE v.a. % 6.055 82,1 UDINE v.a. % 16.395 80,1 TOTALE v.a. % 33.031 77,7

Italiani

56

Comunitari Extracomunitari Tot. stranieri Totale

394 637 1.031

8,4 13,6 22,0

1.636 1.441 3.077

16,4 14,4 30,8

371 949 1.320

5,0 12,9 17,9

1.777 2.289 4.066

8,7 11,2 19,9

4.178 5.316 9.494

9,8 12,5 22,3

4.687 100,0

10.002 100,0

7.375 100,0

20.461 100,0

42.525 100,0

Fonte: ns. elaborazione su dati Osservatorio Mercato del Lavoro della Regione Autonoma FVG

Guardiamo ora ai settori di attivit in cui sono registrate le assunzioni dei giovani tra 16 e 25 anni in Friuli Venezia Giulia, sia stranieri che italiani. Osserveremo presto come vi siano alcune differenze anche molto importanti tra i due gruppi. Ma prima guardiamo ai dati complessivi (tav. 23). Su un totale di 9.494 assunzioni per lanno 2012, il 7,6% ha riguardato lagricoltura, il 9,3% lindustria, il 3,6% le costruzioni, il 10,3% il commercio, il 51,4% i servizi e il 17,9% altre attivit. Confrontando i dati degli italiani e degli stranieri, emerge anzitutto come le assunzioni dei primi in agricoltura abbiano rappresentato il 5,1% del totale delle assunzioni di questo gruppo, mentre per gli stranieri il dato pari al 16,2%: un livello, dunque, tre volte superiore. Nellindustria la presenza praticamente comparabile: gli italiani sono stati assunti nel settore secondario nel 9,3% dei casi mentre per gli stranieri il dato pari al 9,2%. Un piccolo divario tocca le costruzioni. Con un dato sul totale delle assunzioni del 3,6%, le assunzioni degli italiani in questo settore sono state pari al 3,1% del totale, mentre per gli stranieri il dato sale al 5,4%%. Il fenomeno inverso coinvolge invece il settore del commercio (11,8% per gli italiani e 5,4% degli stranieri), mentre per i servizi non ci sono differenze sostanziali (51,6% per gli italiani e 50,6% per gli stranieri). Chiudono il quadro le altre attivit, dove le assunzioni degli italiani sono pari al 19,1% del totale mentre per gli stranieri la percentuale del 36,8%. Possiamo sottolineare dunque come in alcuni settori meno prestigiosi delleconomia regionale, gli stranieri siano proporzionalmente pi rappresentati degli italiani. Questo vale soprattutto per lagricoltura, dove come abbiamo visto la percentuale di assunzioni di stranieri ben tre volte maggiore rispetto agli italiani, ma non certamente da trascurare il pur non stratosferico divario riscontrato nelle costruzioni. Tav. 23 Assunzioni per cittadinanza e settore in FVG, et 16-25 anni, anno 2012
Agricoltura v.a. % 1.697 5,1 Industria v.a. % 3.076 9,3 11 347 511 869 7,7 8,6 9,6 9,2 Costruzioni v.a. % 1.008 3,1 1 144 369 514 0,7 3,6 6,9 5,4 Commercio Servizi Altro Totale v.a. % v.a. % v.a. % v.a. % 3.911 11,8 17.033 51,6 6.306 19,1 33.031 100.0 2 90 381 473 1,4 2,2 7,2 5,0 112 1.928 2.767 4.807 78,9 14 9,9 47,8 467 11,6 52,1 814 15,3 50,6 1.295 13,6 142 4.036 5.316 9.494 100.0 100.0 100.0 100,0

Italiani

UE 15 2 1,4 Altri UE 27 1.060 26,3 Extracomunitari 474 8,9 Tot. stranieri 1.536 16,2 Totale 3.233 7,6

3.945 9,3

1.522 3,6

4.384 10,3 21.840 51,4 7.601 17,9 42.525 100.0

Fonte: ns. elaborazione su dati Osservatorio Mercato del Lavoro della Regione Autonoma FVG

Pu essere interessante fare un confronto tra lultima elaborazione or ora presentata ed unaltra, che ci permette di vedere in che misura la domanda di lavoro (sempre per quanto riguarda la classe di et 16-25 anni) proveniente dai diversi settori sia stata soddisfatta da cittadini italiani o da cittadini stranieri (tav. 24). Sul 100% delle assunzioni effettuate in agricoltura, il 52,5% riguardavano soggetti italiani e il 47,6% stranieri. Sul totale delle assunzioni dellindustria, il 78% stato soddisfatto da italiani e il 22,1% da stranieri. Per le costruzioni, il dato del 66,2% di italiani e del 33,8% di stranieri. Per il commercio il dato dell89,2% di italiani e del 10,8% di stranieri. Per i 57

servizi i dati sono pari all89,2% di italiani e al 10,8% di stranieri. Per le altre attivit infine i dati sono pari all83% degli italiani e dal 17% degli stranieri. Emerge quindi come per agricoltura, costruzioni e industria lapporto fornito dai giovani cittadini stranieri sostanziale. Nellagricoltura, in particolare, quasi unassunzione su due ha riguardato cittadini stranieri (1.536 contro 1.697 di italiani); nellindustria pi di un quinto della domanda di lavoro stata soddisfatta da lavoratori migranti (869 contro 3.076 italiani), mentre per le costruzioni lincidenza degli stranieri pari a ben un terzo della domanda di lavoro (514 assunzioni contro 1.008 di italiani). Si pu quindi affermare come nei citati comparti delleconomia regionale, il peso degli stranieri pi che significativo; i giovani lavoratori migranti soddisfano una quota davvero importante della domanda di lavoro, il che fa ritenere che essi siano una presenza indispensabile per far fronte alle esigenze delle aziende del Friuli Venezia Giulia. Tav. 24 Assunzioni per settore e cittadinanza in FVG, et 16-25 anni, anno 2012
Italiani UE 15 Altri UE 27 Extracomunitari Totale di cui stranieri v.a. % v.a. % v.a. % v.a. % v.a. % v.a. % Agricoltura 1.697 52,5 2 0,1 1.060 32,8 474 14,7 3.233 100.0 1.536 47,6 Industria 3.076 78,0 11 0,3 347 8,8 511 13,0 3.945 100.0 869 22,1 Costruzioni 1.008 66,2 1 0,1 144 9,5 369 24,2 1.522 100.0 514 33,8 Commercio 3.911 89,2 2 0,0 90 2,1 381 8,7 4.384 100.0 473 10,8 Servizi 17.033 78,0 112 0,5 1.928 8,8 2.767 12,7 21.840 100.0 4.807 22,0 Altro 6.306 83,0 14 0,2 467 6,1 814 10,7 7.601 100.0 1.295 17,0 Totale 33.031 77,7 142 0,3 4.036 9,5 5.316 12,5 42.525 100.0 9.494 22,3 Fonte: ns. elaborazione su dati Osservatorio Mercato del Lavoro della Regione Autonoma FVG

Prima di commentare questi dati, prendiamo in considerazione la seconda tranche della documentazione sul lavoro in Friuli Venezia Giulia dei giovani stranieri. Abbiamo annunciato che siamo in possesso di alcune elaborazioni forniteci dallOsservatorio del Mercato del Lavoro della provincia di Udine relative alle assunzioni di ragazzi fino a 20 anni di et nel territorio provinciale udinese tra il 2010 e il 2012. La scelta della fascia di et differisce da quella utilizzata per i dati regionali perch in questo modo che lOsservatorio provinciale classifica i lavoratori. Rimarranno quindi fuori dalle nostre valutazioni i dati relativi ai ragazzi pi grandi, ma per farlo avremmo dovuto prendere come riferimento - sempre perch in questo modo strutturata la documentazione dellOsservatorio - la successiva fascia di et, che quella di 21-30 anni, e ci comportava ovviamente il rischio concreto di far rientrare anche una buona fetta di primo-migranti. A fronte di una disponibilit di dati cos viziati, ci siamo quindi accontentati delle elaborazioni dei giovani fino a 20 anni, comunque interessanti come vedremo. Sempre a proposito della questione della fascia di et fotografata dalle elaborazioni che presenteremo, bene precisare che i giovani in questione consistono necessariamente o di neodiplomati che fanno il loro primo ingresso nel mercato del lavoro, o di ragazzi con un titolo di formazione professionale che anchessi entrano per la prima volta nelle aziende udinesi, ed anche di un certo numero di soggetti senza alcun diploma o qualifica. Inoltre, una parte significativa delle assunzioni di questi individui riguarder sicuramente lavori stagionali, come le vendemmie o le classiche stagioni balneari o invernali, lavori svolti mentre si proseguono gli studi o fatti in assenza di alternative. Presentiamo allora queste nuove rilevazioni. Nellanno 2010 le assunzioni complessive effettuate in provincia di Udine e riguardanti giovani fino a 20 anni sono state 7.369 (tav. 25). Nei due anni successivi il dato risulta in calo: le assunzioni del 2011 sono state 7.267, dunque una diminuzione di lieve entit, superata per dal calo del 2012, quando le assunzioni sono state 6.742, quindi il 7,3% in meno rispetto allanno precedente. La riduzione ha interessato comunque solo i lavoratori italiani, perch tra gli stranieri sempre tra il 2011 ed il 2012 non si registra alcun cambiamento: il 58

dato anzi praticamente uguale per entrambe le annate, fermo rispettivamente a 1.158 unit per il 2011 e a 11.159 per il 2012. Guardiamo ora la provenienza dei giovani lavoratori stranieri assunti in provincia di Udine. Osserviamo come, nel 2012, solo lo 0,4% delle assunzioni complessive (27 in valore assoluto) riguardava lavoratori dellUE a 15 membri, mentre per i paesi di recente accessione allUE il dato pari al 6,2% e, in valore assoluto, a 416 unit. Le assunzioni di extracomunitari sono state invece 716 che corrispondono al 10,6% del totale. Questo ci permette di sottolineare come le assunzioni di paesi a forte pressione migratoria (altri UE a 27 membri ed extracomunitari) sono state complessivamente 1.132, per unincidenza percentuale complessiva pari al 16,8%. Questo dunque il contributo che i giovani lavoratori stranieri hanno apportato alla dinamica occupazionale della provincia di Udine nellanno 2012. Tav. 25 Assunzioni per cittadinanza e anno, soggetti fino a 20 anni, provincia di Udine
2010 2011 2012

Italiani

v.a. % v.a. % v.a. % 6.065 82,3 6.118 84,1 5.583 82,8

UE 15 26 0,4 26 0,4 27 0,4 Altri UE 27 415 5,6 367 5,0 416 6,2 Non UE 863 11,7 765 10,5 716 10,6 Tot. paesi pressione migratoria 1.278 17,3 1.132 15,6 1.132 16,8 Totale 7.369 100,0 7.276 100,0 6.742 100,0 Fonte: ns. elaborazione su dati Osservatorio Mercato del Lavoro della Provincia di Udine

Vediamo ora pi nel dettaglio le provenienze di questi giovani lavoratori stranieri, prendendo in considerazione la sola annata 2012 (tav. 26). Notiamo anzitutto come siano 51 le nazionalit rappresentate tra le assunzioni di ragazzi non italiani. Di queste, per, solo poche raggiungono livelli considerevoli. Vediamo in particolare come, di nuovo, i romeni siano in testa su tutti: solo da questo bacino sono giunte 309 assunzioni, pari al 27,3% del totale. Dunque pi di un quarto delle assunzioni di ragazzi della seconda generazione riguardano i cittadini della Romania. Al secondo posto troviamo gli albanesi (con quasi la met delle assunzioni dei romeni), con un numero di assunzioni che sono state 165 pari al 14,6% del totale. Al terzo posto si piazzano i cinesi, con 92 assunzioni pari all8,1% del totale. Con queste tre prime nazionalit abbiamo gi raggiunto la met della distribuzione. I contributi degli altri paesi sono molto pi contenuti rispetto ai primi tre. Al quarto posto della graduatoria troviamo infatti i lavoratori della Moldova, con 65 unit pari al 5,7%. Al quinto ci sono gli ungheresi, con 49 assunzioni pari al 4,3% del totale. Al sesto ci sono i serbi con 40 assunzioni e il 3,5%. Al settimo i kosovari con 37 assunzioni e il 3,3%. Allottavo troviamo i marocchini con 33 assunzioni e il 2,9%, seguiti a brevissima distanza dai macedoni con 32 assunzioni e il 2,8% del totale. Al nono posto troviamo i bosniaci con 28 assunzioni e il 2,5%. Al decimo, infine, i ghanesi con 26 assunzioni e il 2,3% del totale. Queste sono le prime dieci posizioni della graduatoria. Le altre caselle sono occupate da paesi che, con leccezione dellUcraina, della Croazia e del Bangladesh, sono rappresentate con un ristrettissimo numero di assunzioni. Prendiamo ora in considerazione la distribuzione delle assunzioni per settore di attivit (tav. 27). Cominciamo col dire che italiani e stranieri non differiscono molto quanto ai settori in cui sono impiegati, ci sono cio solo lievi scostamenti nel dato relativo alle assunzioni per settore. Gli italiani lavorano in agricoltura in misura del 6,8% contro l8,5% degli stranieri; nelle costruzioni le assunzioni di italiani pesano per il 4,2% contro il 5,7% degli stranieri; nellindustria gli italiani sono 59

al 14,1% contro il 9,8% degli stranieri. Quello dei servizi infine il settore in cui si registra il maggior numero di assunzioni, sia per gli italiani che per gli stranieri: il dato dei primi del 74,7% contro il 76% dei secondi. Insomma, solo nellindustria si verifica uno spostamento abbastanza significativo, mentre negli altri settori la variazione contenuta nella misura di uno o due punti percentuali. I dati fornitici dallOsservatorio del mercato del lavoro ci permettono di entrare pi in profondit nel settore dei servizi, per verificare in quale specifico comparto siano stati assunti questi ragazzi. E qui si riscontrano differenze anche sensibili tra italiani e stranieri. Ad esempio, nei servizi di alloggio e ristorazione si sono verificate il 27,6% delle assunzioni di italiani contro il 34,4% dei giovani migranti: questo un dato di cui tenere conto, perch ci dice che un terzo del totale delle assunzioni di stranieri avvenuto in un comparto a non elevata qualificazione. Proseguendo con la rassegna, constatiamo come nel commercio allingrosso e al dettaglio - riparazioni di autoveicoli e motoveicoli si sono registrate il 21,9% delle assunzioni di italiani contro un dato quasi dimezzato per gli stranieri (11,7%). Nellamministrazione pubblica e difesa, altri servizi pubblici, sociali e personali ed assicurazione sociale ed obbligatoria si sono verificate il 6% di assunzioni di italiani contro appena l1,1% degli stranieri. Nellistruzione ci sono state lo 0,7% di assunzioni di italiani contro lo 0,4% degli stranieri. Nella sanit e nellassistenza sociale si sono registrate l1,6% delle assunzioni di italiani contro lo 0,3% degli stranieri. Nel lavoro domestico, badanti e baby-sitting si contano lo 0,2% delle assunzioni di italiani contro il 3,1% dei cittadini non italiani. Infine, nel variegato comparto denominato altre attivit e servizi si sono avute il 16,8% delle assunzioni di italiani contro il 25% degli stranieri. Se sommiamo questultimo comparto con quello dei servizi di alloggio e ristorazione, raggiungiamo nel caso degli stranieri un livello vicinissimo al 60% delle assunzioni complessive di cittadini non italiani: ci evidenzia come la domanda di lavoro straniero si concentri in realt non certo caratterizzate da elevata professionalit.

Tav. 26 Assunzioni 2012 cittadini stranieri fino a 20 anni per cittadinanza (solo paesi a pressione migratoria)
v.a. % 1 0,1 (continua Gambia non UE) 13 1,1 Ghanese 1 0,1 Indiana 19 1,7 Ivoriana 309 27,3 Kosovara 17 1,5 Macedone 7 0,6 Mali 49 4,3 Marocchina 7 0,6 Moldova 165 14,6 Montenegrina 1 0,1 Niger 22 1,9 Nigeriana 2 0,2 Pachistana 1 0,1 Peruviana 28 2,5 Russa 4 0,4 Senegalese 11 1,0 Serba 1 0,1 Tailandese v.a. 2 26 5 11 37 32 3 33 65 1 2 4 1 5 6 4 40 1 % 0,2 2,3 0,4 1,0 3,3 2,8 0,3 2,9 5,7 0,1 0,2 0,4 0,1 0,4 0,5 0,4 3,5 0,1

UE

Non UE

Bulgara Ceca Lituana Polacca Romena Slovacca Slovena Ungherese Afghana Albanese Argentina Bangladesh Benin Bielorussa Bosniaca Brasiliana Burkina Faso Canadese

60

Cinese 92 8,1 Tanzaniana 1 0,1 Colombiana 7 0,6 Tunisina 7 0,6 Croata 25 2,2 Turca 1 0,1 Cubana 2 0,2 Ucraina 24 2,1 Rep. Dominicana 9 0,8 Venzuelana 3 0,3 Ecuadoregna 1 0,1 Zambese 1 0,1 Egiziana 4 0,4 Eritrea 3 0,3 Filippina 16 1,4 Totale 1.132 100,0 Fonte: ns. elaborazione su dati Osservatorio Mercato del Lavoro della Provincia di Udine

Dov che si concentrano maggiormente le assunzioni di stranieri in relazione al totale delle assunzioni degli specifici settori? La prossima elaborazione ci rivela come lincidenza media degli stranieri sia pari al 16,9% del totale di assunzioni. Un sesto degli avviamenti al lavoro ha quindi riguardato cittadini non italiani. Il comparto dove si conta la maggiore incidenza di stranieri quello del lavoro domestico, badanti e baby-sitter, dove gli stranieri sono ben il 76,1% del totale, ma questo dato concerne un totale di sole 46 assunzioni complessive, quindi poco significativo. Decisamente pi eloquente lincidenza del 21,6% registrata dagli stranieri nel settore delle costruzioni (96 assunzioni su un totale di 301), dove perci pi di due assunzioni su dieci hanno riguardato lavoratori migranti. Una misura simile la si riscontra in agricoltura e nei servizi di alloggio e ristorazione, entrambi con il 20,2% di assunzioni di stranieri. In questi ultimi due casi utile ricordare quanto si sottolineava in precedenza, ovvero che un certo numero di assunzioni riguardano lavori stagionali, che tipicamente rientrano nei due comparti appena richiamati. Importante anche lincidenza degli stranieri nelle altre attivit e servizi, dove il dato pari al 23,2%. Se vogliamo prendere il dato generale dei servizi, lincidenza degli stranieri (17,1%) solo di poco inferiore alla media generale (16,9%). In tutti gli altri comparti infine, industria compresa (12,3%), il dato inferiore alla media. Tav. 27 Assunzioni fino a 20 anni per settore di attivit e cittadinanza (solo paesi a pressione migratoria)
Macrosettore Settore Agricoltura Costruzioni Industria Agricoltura Costruzioni Industria Produzione e distribuzione di energia elettrica, acqua e gas Totale industria Altre attivit e servizi Amministrazione Pubblica e Difesa - Altri servizi pubblici, sociali e personali - Assicurazione sociale obbligatoria Servizi di Alloggio e di ristorazione italiani v.a. % 380 6,8 236 4,2 789 7 796 938 335 14,1 0,1 14,3 16,8 6,0 27,6 1.541 stranieri v.a. % 96 8,5 65 5,7 111 0 111 283 13 389 9,8 0,0 9,8 25,0 1,1 34,4 incid. % stranieri % 20,2 21,6 12,3 0,0 12,2 23,2 3,7 20,2

Servizi

61

Commercio all'ingrosso e al dettaglio - riparazione 1.221 di autoveicoli e motocicli Istruzione 38 Produzione e servizi indifferenziati per uso proprio da parte di famiglie e convivenze (lavoro domestico, badanti, colf, babysitter) Sanit e Assistenza Sociale 11 87

21,9 0,7 0,2 1,6

132 5 35 3

11,7 0,4 3,1 0,3

9,8 11,6 76,1 3,3

Totale servizi 4.171

74,7

860

76,0

17,1 16,9

Totale 5.583 100,0 1.132 100,0 Fonte: ns. elaborazione su dati Osservatorio Mercato del Lavoro della Provincia di Udine

Finita la presentazione dei dati, possiamo cimentarci in qualche commento. Per estrarre significato dalla documentazione ci siamo avvalsi della testimonianza di due sindacalisti udinesi, entrambi di origine straniera: Abdou Faye della CGIL e Marhiam Bhissila della CISL (la collaborazione con la UIL era stata da noi richiesta ma non stata esaudita, con nostro sommo rammarico). Ebbene, secondo Faye e Bhissila i dati che sono stati raccolti in questa indagine relativamente ai lavori svolti dalla seconda generazione non stupiscono. Come sottolinea Faye, che in provincia di Udine e nella nostra regione due assunzioni su dieci riguardi cittadini stranieri un dato significativo, segno che la presenza nel mercato del lavoro dei giovani di seconda generazione rappresenta una realt e una realt in crescita. Naturalmente, precisa Faye, si tratta soprattutto di ragazzi ricongiunti, pi che di ragazzi nati in Italia, essendo questi ultimi troppo piccoli e quindi ancora inseriti nelle scuole. Non manca per, evidenzia ancora Faye, qualche ragazzo nato in Italia, che magari svolge un lavoro temporaneo per guadagnare qualcosa che gli permetta di mantenersi agli studi o che gli offra un reddito minimo per le proprie spese personali di vario genere, dallabbigliamento alle ricariche per i telefonini. Questo comportamento comunque caratterizza, naturalmente, anche quella parte di seconda generazione che non nata in Italia, che sta continuando gli studi e si dedica per qualche settimana o mese ad unattivit lavorativa, o che svolge lavori occasionali e di breve durata in mancanza di altre opportunit. Per quanto riguarda la forte concentrazione delle assunzioni dei servizi, Marhian Bhissila non si sorprende. Egli rimarca infatti come questo esito sia del tutto naturale, visto che viviamo pur sempre nella societ dei servizi, ed normale perci che in questo grande settore siano ben rappresentati anche gli stranieri. Qui, tuttavia, cominciano i problemi nel parere sia di Bhissila che di Faye. I servizi infatti sono un settore molto ampio e diversificato, caratterizzato in particolare dalla presenza di numerose occupazioni poco qualificate e mal retribuite. Il fatto che i giovani, sia italiani che stranieri, si concentrino in questo settore denota un problema strutturale, ovvero il fatto che leconomia regionale in generale e udinese in particolare non offre grandi opportunit a tutti i giovani, compresi quelli che hanno titoli di studio medio-alti. In Friuli Venezia Giulia, come nel resto del mondo, vale quellosservazione che tocca i mercati del lavoro di tutti i paesi del mondo avanzato per cui lavorare nei servizi significa avere il fatidico mcjob, ovvero il lavori delle cinque p: pesanti, precari, poco pagati, penalizzati socialmente. Inoltre, aggiunge Bhissila a proposito delle assunzioni avvenute, ho il sospetto che in maggioranza si tratti di contratti a termine, che durano pochi mesi. Ci sono sicuramente molti lavori stagionali, occupazioni legate allagricoltura, alla stagione balneare o alla stagione invernale in montagna. Il rischio che stanno correndo i figli degli immigrati, sottolinea ancora Bhissila, quello di fare gli stessi lavori, tipicamente umili e poco desiderabili, dei propri genitori. E questo naturale, alla luce dei percorsi scolastici che hanno fatto, e che vedono i giovani stranieri frequentare soprattutto 62

scuole professionali o enti di formazione professionale. Dunque difficile, al momento, che si possa parlare di mobilit sociale. Lascensore sociale, insomma, non sembra funzionare bene per la seconda generazione, ancorata al palo dei lavori precari e di scarso prestigio. La domanda di lavoro straniero, come abbiamo visto, risulta in calo a livello regionale esattamente come la domanda di lavoro degli italiani, segno tangibile di una crisi che ha aggredito il mercato del lavoro del Friuli Venezia Giulia facendo venir meno molte opportunit occupazionali. Come osserva Faye:
la crisi colpisce anche i giovani, e sono anche i giovani stranieri a pagare il conto della crisi. Siccome c la crisi accettano il primo lavoro che capita. I lavori che fanno non sono nemmeno legati alle qualifiche che possiedono. Fanno gli operai generici senza sfruttare le qualifiche che hanno conseguito a scuola. In questo modo danno una mano ai genitori che hanno perso il lavoro. La crisi che ha colpito i padri e le madri costringe i figli ad abbandonare ogni velleit, magari il sogno di un lavoro pi prestigioso legato al tipo di studi fatti, e ad entrare nel mercato del lavoro. Conosco personalmente ragazzi che si sono laureati e che non trovano un lavoro corrispondente al loro titolo di studio, e sono alla fine costretti a impiegarsi in occupazioni subalterne.

Lopinione di Bhissila appare perfettamente consonante con quella di Faye. Come osserva il giovane sindacalista della CISL:
Il destino dei genitori si ripete nel destino dei figli. Anche i primi hanno dei titoli di studio medio-alti, ma alla fine si sono accontentati di svolgere lavori poco qualificati. noto del resto che molti dei titoli di studio conseguiti dai genitori non sono riconosciuti in Italia. E comunque la priorit per gli immigrati trovare un lavoro e percepire un reddito per mantenere la famiglia. Tanti ragazzi poi, non riuscendo a trovare un lavoro dignitoso che rispecchia i loro titoli e competenze, se ne stanno andando via. Alla disoccupazione, preferiscono emigrare unaltra volta verso la Germania o lInghilterra, dove pensano di avere maggiori chance di trovare un lavoro pi desiderabile.

Da questo punto di vista, ancora nelle parole di Bhissila, la situazione semplicemente catastrofica. Stiamo creando una generazione di giovani che svolge lavori di bassissimo livello, che impedisce loro qualsiasi opportunit di crescita professionale. Una generazione svantaggiata, costretta ad accontentarsi del primo lavoro che capita e quindi a non sfruttare i titoli di studio faticosamente conseguiti qui in Italia. Inoltre, prosegue Bhissila, i dati nascondono unaltra realt, cio il fatto che in verit la maggior parte della seconda generazione semplicemente disoccupata, non trova il lavoro di cui in cerca o non trova lavoro e basta. Il pericolo della marginalizzazione e dellesclusione sociale dunque in agguato per la seconda generazione di migranti. Impossibilitati a trovare lavori soddisfacenti o comunque qualsiasi genere di fonte di reddito, i giovani stranieri corrono il rischio di costituire una sacca di nuova povert, nelle parole di Faye, con tutte le conseguenze del caso. Come rimarca ancora Bhissila, purtroppo molti giovani stranieri non hanno alcuna speranza di trovare lavoro. Tra un po finiranno a chiedere lelemosina, come stanno gi facendo alcuni adulti stranieri in centro a Udine o fuori dai supermercati. Io inoltre personalmente conosco il caso di alcune ragazze che, non avendo i soldi per comprare i libri per luniversit, sono state costrette a prostituirsi. Una situazione insomma potenzialmente esplosiva, anche perch riguarda migliaia di ragazzi che rimangono ai margini del mercato del lavoro o non riescono nemmeno ad entrarvi. Per questo motivo, sottolinea Faye:
occorrono politiche serie, di pari opportunit, che impediscano il proseguirsi di questa situazione di marginalizzazione. La nostra Regione dovrebbe preoccuparsi per prima di facilitare la creazione di opportunit occupazionali per la seconda generazione, di incentivare lassunzione di persone svantaggiate vuoi perch hanno qualifiche e titoli di studio sovente poco prestigiosi, viste le scuole che

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hanno frequentato, vuoi perch sugli stranieri spesso pesa uno stigma sociale che occorre aggredire culturalmente, per rimuovere ogni possibilit di discriminazione nel mercato del lavoro.

In merito alle discriminazioni, il Friuli Venezia Giulia non sembra in realt messo cos male. Nel dibattito pubblico non sono emerse particolare criticit da questo punto di vista. I giovani stranieri, nonostante lorigine diversa o il colore della pelle o il cognome particolare, faticano s a trovare lavoro, ma se lo trovano non vengono vessati, anzi sono particolarmente apprezzati per zelo e dedizione. Ci sono naturalmente delle eccezioni, come quella ricordata da Bhissila: conosco una ragazza musulmana che, per fare la cameriera in un famoso ristorante di Udine, stata costretta a togliersi il velo perch costretta dai datori di lavoro, che le hanno fatto chiaramente capire che non lavrebbero fatta lavorare se non avesse smesso di indossare il velo. Quello presentato da Bhissila certamente un caso particolare, perch riguarda le sole giovani donne musulmane e in particolare quelle che desiderano seguire quello che, per loro, sarebbe un precetto religioso. Per tutte le altre fasce di stranieri, il problema invece non si pone, anche perch questi ragazzi molto spesso non sono distinguibili dagli italiani - questo vale soprattutto per quelli provenienti dallEuropa, che costituiscono come sappiamo la maggioranza della presenza straniera in Friuli Venezia Giulia - se non magari per qualche residua difficolt linguistica ovvero per laccento particolare. Da questo punto di vista, possiamo concludere la nostra riflessione sottolineando come lattuale seconda generazione di migranti in Friuli Venezia Giulia stia vivendo un momento storico di transizione. La sua presenza nuova, e la regione si trova ad affrontare questa novit al momento senza grandi strumenti di natura politica che incentivino gli avviamenti al lavoro di questi giovani, che spesso hanno difficolt dal punto di vista sia linguistico sia scolastico, avendo in stragrande maggioranza frequentato istituti secondari di II grado o enti di formazione professionale che non consentono di fare il salto di qualit rispetto ai genitori. Inoltre, per quanto concerne il lavoro, ancora non sembra essere giunto il turno della vera e propria seconda generazione, quella costituita dai ragazzi nati in Italia, che come vedremo meglio nel prossimo paragrafo si sono italianizzati in misura tale da non far nemmeno avvertire la presenza di vere e proprie diversit etniche. La presenza di giovani di origine straniera che parlano benissimo litaliano e hanno titoli di studio comparabili a quelli dei coetanei italiani sar probabilmente avvertita come una cosa naturale tra qualche anno, quando appunto verr il turno dei nuovi italiani.

2.7 Identit ed integrazione sociale: le interviste Dopo aver visto tutta una serie di dati relativi alla presenza e allinserimento scolastico e lavorativo della seconda generazione, giunto il momento di dare voce ai diretti interessati, ovvero ai figli degli immigrati residenti in Friuli Venezia Giulia. Come abbiamo annunciato, la nostra ricerca contemplava anche la realizzazione di interviste a ragazzi stranieri o di origini straniere presenti nel territorio regionale, interviste che avevano una precisa finalit: valutare i livelli di integrazione dei giovani stranieri in Friuli Venezia Giulia ed, in particolare, entrare nel merito di una questione delicata qual lidentit sviluppata da questi soggetti. Non essendo mai stato affrontato questo tema in regione, siamo completamente alloscuro di come siano cresciuti i giovani stranieri in Friuli Venezia Giulia. Non sappiamo se si trovino bene o male nella loro nuova realt, se siano soddisfatti del livello di integrazione raggiunto durante il loro soggiorno, e soprattutto se la loro identit sia o meno influenzata dalla provenienza nazionale dorigine dei loro genitori o di loro stessi, ovvero se sia condizionata dai contatti con gli autoctoni e si sia quindi indirizzata verso una sostanziale italianizzazione. Come abbiamo visto nel paragrafo dedicato alla questione dellidentit, noi sappiamo che sono diversi gli esiti identitari della permanenza in territorio italiano e delle interazioni con la popolazione nativa e con le istituzioni locali, a partire dalla scuola. Ci possono essere casi di integrazione perfetta con assimilazione 64

culturale riuscita, il che comporta una sostanziale indistinguibilit tra giovani stranieri e giovani italiani. Ci pu essere una convivenza tra lassimilazione culturale e il mantenimento di unidentit originaria, che significa sostanzialmente lo sviluppo di un biculturalismo in cui convivono i riferimenti culturali del paese di origine e di quello di accoglienza. Ci pu essere infine un attaccamento alle radici con rifiuto di assimilarsi alla cultura locale, in un atteggiamento che spesso conduce ad una esclusione sociale rispetto al gruppo di maggioranza e ad un ripiegamento nella comunit dei connazionali, con i quali si condivide tutto: dalla cultura alla lingua alle interazioni sociali nella vita quotidiana. Come si visto, molto dipende anche da che tipo di seconda generazione ci troviamo di fronte. In questo senso, rimane validissima lormai famosa classificazione decimale operata da Rumbaut, che distingue i figli degli immigrati a seconda del momento in cui avvenuto larrivo nel paese di accoglienza. Nello specifico, Rumbaut [1994, 1997; Portes e Rumbaut 2001a, 2001b, 2005] distingue tra:
A. generazione 1.25, adolescenti arrivati tra 13-17 anni, con o senza la famiglia, che talvolta non frequentano la scuola secondaria e la cui esperienza si avvicina maggiormente a quella dei primomigranti piuttosto che a quella delle seconde generazioni in senso stretto; B. generazione 1.5, cio i ragazzi emigrati a 6-12 anni, che hanno iniziato la scolarizzazione nel paese dorigine, ma la cui educazione viene largamente completata nel paese daccoglienza; C. generazione 1.75 Sono coloro che sono emigrati tra 0 e 5 anni, pertanto non possiedono alcuna memoria del paese dorigine (se non in termini mitizzati, attraverso i racconti dei genitori) e sono stati interamente socializzati nel nuovo contesto; D. generazione 2.0, ovvero coloro che sono nati nel paese di accoglienza da entrambi i genitori stranieri; E. generazione 2.5, nati nel nuovo paese da un genitore straniero e uno autoctono.

La classificazione di Rumbaut, oggi accolta in modo corale da tutta la letteratura sociologica sulle seconde generazioni, ha unutilit evidente: come nota Caneva [2011, p. 30], essa sottolinea limportanza della nativit e dellet di arrivo nel contesto di ricezione per spiegare i percorsi dinserimento dei giovani di origine straniera. infatti evidente che le problematiche che un giovane straniero deve affrontare per la sua inclusione sociale sono anche molto diverse a seconda della sua et allarrivo. noto che lintegrazione dei minori migliora costantemente e significativamente allaumentare del tempo trascorso sul territorio italiano. Questo risultato coerente con lipotesi che chi arrivato nel paese da pi tempo, o addirittura vi nato, ha avuto maggiori occasioni di relazionarsi ai pari e di comprendere il contesto in cui vive soprattutto per la conoscenza della lingua (il 68% dei socializzati in Italia ha unottima padronanza della lingua, contro il 25% di chi giunto nel nostro paese da poco) [Farina e Garofalo 2009, p. 266]. Fondamentale dal punto di vista della socializzazione e dellacquisizione linguistica, let di arrivo anche una variabile chiave nellintero processo di integrazione: maggiore il periodo con cui il giovane straniero ha familiarizzato con il contesto ricevente, migliori sono le sue possibilit di ottenere un successo scolastico, di collocarsi nel mercato del lavoro in una posizione non marginale, e in definitiva trovare un posto nella societ di accoglienza che sia coerente con le caratteristiche e i talenti dellinteressato. Alla luce di tutto ci, chiaro come la questione dellidentit sia strettamente legata al momento di arrivo in Italia. Nel caso di ragazzi nati qui, certamente pi probabile trovare identit consonanti con quelle dei coetanei italiani e stili di vita assolutamente simili se non del tutto coincidenti. Si possono trovare altres ragazzi sempre nati in Italia ma che sviluppano una sorta di orgoglio delle origini, un atteggiamento che non entra in conflitto con il processo di assimilazione culturale ma che di fatto arricchisce lidentit del soggetto, la quale si manifesta sotto le forme di un biculturalismo perfettamente riuscito o almeno equilibrato. Per quanto riguarda chi non nato in Italia, la questione certamente pi complicata. Per chi arrivato da piccolissimo o da piccolo, ed ha oggi ventanni o pi, si pu ritenere che laver frequentato lintero percorso scolastico in Italia o 65

almeno una parte considerevole di esso e lessere stato in stretto contatto con i pari italiani con i quali si stretta pi di qualche amicizia renda questi giovani simili a coloro che sono nati in Italia: ottima conoscenza della lingua italiana, dunque, integrazione riuscita nel contesto sociale e acculturazione realizzata in chiave di italianizzazione. Per chi arrivato pi tardi invece possono porsi problemi ed ostacoli, che cominciano con le difficolt nellapprendimento linguistico e culminano con una sorta di nostalgia della patria perduta che conduce sovente ad un rifiuto dellitalianit e ad un attaccamento alla cultura di origine, che pu portare allisolamento sociale e alla marginalizzazione. Insomma, la situazione dei vari strati della seconda generazione variabile, e solo un contatto diretto con essi pu far capire che tipo di integrazione ed inclusione si sia verificato, se si verificato, ovvero quali forme di identit si sono sviluppate. proprio per sciogliere questi nodi che abbiamo deciso di far coronare la nostra ricerca con una serie di interviste con ragazzi di seconda generazione residenti in Friuli Venezia Giulia. Le interviste effettuate sono sessanta e sono state realizzate con soggetti di diversa et e provenienza. Nel nostro insieme di intervistati ci sono persone appena diventate maggiorenni come persone di venticinque anni o pi; soggetti che devono ancora terminare la scuola secondaria di II grado insieme a soggetti iscritti alluniversit ovvero gi inseriti nel mercato del lavoro oppure, infine, semplicemente disoccupati. Quanto alle origini, vi una certa diversificazione: ci sono individui di origine romena, albanese, serba, macedone, ghanese, somala, nigeriana, tunisina, marocchina, indiana, colombiana, argentina. Le interviste, effettuate nel periodo a cavallo tra la primavera e lestate del 2013, sono state condotte sulla base di una serie di domande fisse, sulle quali i ragazzi sono stati stimolati a rispondere liberamente, integrando eventualmente i contenuti con osservazioni e ricordi espressi in modo spontaneo. Le persone da intervistare sono state reperite grazie alla mediazione dellAssociazione Nazionale Oltre le Frontiere (ANOLF), la quale ha una sua costola che si occupa specificamente della seconda generazione di migranti. Una nota interessante: per questioni di privacy (essendo in maggioranza soci dellANOLF, questi giovani si conoscono reciprocamente), abbiamo chiesto agli intervistati di scegliere un nome di fantasia, e la schiacciante maggioranza di essi ha scelto un nome comune italiano come Luca, Anna, Francesco, Alessandra, Marco, Paolo ecc. Un primo, piccolo ma emblematico segno di identificazione con il contesto locale. Cominciamo lanalisi mettendo a fuoco un aspetto cruciale, ovvero lidentit dei giovani di seconda generazione. Ad un primo sguardo, le risposte date dai nostri intervistati alla domanda relativa alla loro identit ci mettono nelle condizioni di distinguere tre gruppi: gli assimilati, cio coloro che si sentono italiani e quindi hanno attraversato con successo un percorso di assimilazione culturale; i biculturali (o, come altri autori preferiscono esprimersi, doppia appartenenza o doppia etnicit), cio coloro che pur condividendo litalianit con i pari del posto avvertono come un valore aggiunto le origini straniere; e infine gli scontenti, che sono coloro che rivendicano con forza la loro diversit e non sembrano aver condiviso con le prime due categorie il medesimo percorso di avvicinamento alla cultura italiana. Vediamo anzitutto gli assimilati. Non sono molti, si contano sulle dita di una mano, ma comunque appaiono emblematici circa la capacit che ha il contesto sociale del Friuli Venezia Giulia di offrire ai giovani immigrati, siano essi effettivamente tali o siano invece nati in Italia, la possibilit di identificarsi pienamente con la popolazione locale, condividendo con essa stili di vita, valori, e naturalmente la lingua. Una lingua utilizzata in tutte le circostanze di vita, anche perch nella maggior parte dei casi il precedente background linguistico, ossia lidioma dei genitori, scomparso del tutto ovvero presente in modo traballante ed esitante. Ma leggiamo direttamente le parole di alcuni degli assimilati:
Mi sento italiana perch sono nata qui. Io credo che se un bambino nasce qui automaticamente si sente italiano. Dipende naturalmente da come vive in famiglia le origini: se in famiglia le tradizioni sono molto radicate il giovane si sentir diviso in due identit. Io personalmente non ho mai avuto problemi per quanto riguarda le mie origini, anzi le considero come qualcosa in pi, quando ero piccola avere un cognome diverso la avvertivo come un problema, desideravo avere un cognome italiano; ma ormai

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questo un problema superato. Oggi come oggi mi sento italiana, e sono contenta di esserlo. [] Il merito va anche ai miei genitori, che hanno cercato di farmi integrare al 100% e questo mi ha facilitato molto nel mio sentirmi totalmente italiana [Sara, 25 anni, nata a Trieste da genitori iraniani]. Oramai mi sento pi italiano che ghanese. Quasi tutta la mia vita cambiata. Ho perso ormai tutte le tradizioni e le abitudini del mio paese dorigine; il mio comportamento non pi come quello dei ghanesi. Quindi mi sento ormai pi italiano, quando vado in Ghana infatti mi dicono che sono italiano [Alessio, 25 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 9 anni]. Mi sento italiano al 100%. Daltronde sono nato qui, ho fatto tutte le scuole qui, i miei compagni di classe ed amici sono tutti italiani. Mi vesto come loro, esco con loro, facciamo quello che fanno tutti gli altri italiani: andiamo in discoteca, beviamo una birra o un bicchiere di vino nei bar della citt, che peraltro a me piace molto, questa citt: mi ci trovo proprio bene, la sento come la mia citt. E poi parlo italiano benissimo, come tutti gli altri italiani, e mi sono dimenticato del tutto la lingua dei miei genitori. Inoltre nessuno ha mai detto qualcosa sul colore della mia pelle [Francesco, 24 anni, nato in Nigeria, in FVG da quando aveva sei anni].

Come si pu notare, questi tre intervistati sono o nati in Italia oppure giunti in Italia da piccoli. Hanno quindi avuto la possibilit di frequentare per lungo tempo i loro pari italiani, con i quali hanno sviluppato intensi rapporti di amicizia che hanno permesso loro di acquistare una forma mentis tipicamente italiana. Questi ragazzi sottolineano inoltre il fossato che si venuto a creare tra loro e la cultura del paese dorigine, del quale non condividono quasi o completamente nulla. Si pu quindi sicuramente parlare di nuovi italiani, cio di individui che si confondono nella massa dei cittadini italiani senza alcuna spia di diversit che non sia, come il caso degli africani, il colore della pelle. Un po diversa invece la situazione dei biculturali, come possiamo notare nelle loro testimonianze:
Albanese mi sentir sempre perch sono le mie origini e sono dellidea che non si debbano rinnegarle, perch uno deve tenere conto di dove viene. In ogni caso mi sento ormai pi di qua che di l, perch sono cresciuta qua, le mie amicizie le ho qua. Ci sono molte volte in cui mi sento italiana, ma non dimentico le mie radici. Comunque dellAlbania, oltre la lingua, non conosco ormai pi nulla [Francesca, 25 anni, nata in Albania, in Italia da quando aveva 9 anni]. Nel corso della mia crescita sono diventato pi italiano che somalo, anche perch a parte i miei genitori che sono qui non ho contatti con la Somalia. Mantengo comunque la cultura originaria dei miei genitori, ma sono riuscito a trovare un equilibrio. [] Comunque non sono fossilizzato su una singola cultura, quella italiana o quella somala, ma mantengo il meglio delle due [Mommi, 26 anni, nato in Somalia, in Italia da quando aveva 5 anni]. Mi sento un po italiano perch ormai i miei sono qui da venti anni, e poi io ho fatto la scuola qua, ho vissuto qua, sono cresciuto qua e mi sento pertanto un po parte di questa terra. Ma mi sento anche ghanese, perch quelle sono le mie origini, il mio modo di vita non cambiato molto. Devo anche dire che un po mi manca la mia terra [Franco, 24 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 14 anni]. Io mi identifico in parte come romeno perch i miei parenti sono tutti l. Per sono anche un po italiano perch vivendo qua da molto tempo, soprattutto quando vieni qui da piccolo quando il carattere si deve ancora formare, e frequentando quasi esclusivamente italiani, giocando con loro, avendoli come compagni di classe, normale che ti identifichi con gli italiani. Quindi alla fine mi sento un po romeno e un po italiano. La parte pi italiana di me sono le abitudini e i comportamenti, perch quello che fai qui lo fai senza accorgertene, e sono cose che faccio con gli italiani. La parte pi romena riguarda invece quello che mi hanno trasmesso i miei genitori, come i valori, gli atteggiamenti da avere con gli altri: sono cose che mi sono state insegnate abbastanza bene e presto [Alberto, 20 anni, nato in Romania, in FVG da quando aveva 10 anni].

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Attualmente io mi sento ghanese, ma in certi momenti e circostanze mi sento italo-ghanese, soprattutto agli occhi degli altri perch il mio stile di vita assomiglia molto a quello degli italiani. Ci sono occasioni comunque in cui mi sento diversa, ma nella quotidianit mi sento italo-ghanese La parte pi italiana di me la lingua che parlo, ma anche la mia mentalit; ad esempio, mentre le mie sorelle si sono sposate pi giovani, io vorrei essere una donna realizzata e avere le mie soddisfazioni, quindi non mi sposerei ora, vorrei fare luniversit e avere una carriera. Inoltre vorrei che i miei genitori mi dessero pi libert, in quanto essi sostengono che io dovrei tenermi alla larga da certe occasioni, i miei genitori sono infatti un po chiusi. Io invece tendo ad essere pi affettuosa con loro, anche se tra i ghanesi questo non cos. [] Quindi, in sostanza, io sono aperta alle cose nuove mentre i miei sono pi tradizionalisti; mia mamma per esempio insiste molto sul lato religioso, mi esorta a non fumare e a bere. [] Comunque, io credo che vivere in Europa ti d loccasione di conoscere sempre mondi nuovi, diversi, sei esposta a tante culture; cos riesci a capire che non ci sei solo tu, con le tue tradizioni e abitudini, ma ci sono altre realt che devi accettare e tollerare [Maria, 19 anni, nata in Ghana, in FVG da quando aveva 12 anni]. Io attualmente, grazie al lavoro che sto facendo, la mediazione culturale, ho cominciato a riscoprire le mie origini: mi sono riavvicinato alla mia cultura. Prima probabilmente ero un po troppo italiano. Quindi mi sento un italo-nigeriano. La parte pi italiana di me riguarda lo stile di vita, gli indumenti; mi vesto come gli italiani, poi ho un approccio serio al lavoro e a tutte le cose. La parte pi nigeriana di me prende spunto dalla mia unione con i miei fratelli. Stando loro vicino, essi rispecchiano sempre la parte nigeriana di me. Stando con loro, parlo il creolo inglese, mangio nigeriano. Invece quando sono fuori mi comporto esattamente come un italiano. Io in ogni caso mi sento molto legato alla Nigeria, nonostante i tanti anni di residenza qui, la considero come una parte di me che non deve essere dimenticata [Paolo, 25 anni, nato in Nigeria, in FVG da quando aveva 13 anni]. Io mi sento italo-ghanese, met ghanesi e met italiana. Met italiana perch mi sento diversa dai miei connazionali, quando sono con amici ghanesi mi sento un pochino diversa, per il modo di fare e per lo stile di vita, e loro mi dicono sei troppo italiana. Io personalmente mi sento ghanese perch mangio solo cibi ghanesi, anche se mangio la pizza e la pasta, mi piace vestirmi in modo tradizionale, vado spesso alle feste ghanesi. Anche dal punto di vista delle regole morali mi sento ghanese: so che devo comportarmi in un certo modo, per esempio in Ghana si ha molto rispetto verso le persone adulte, e io sono proprio cos. Altre cose che riguardano lo stile di vita italiana io non le faccio perch la mia parte ghanese me lo impedisce. Per quanto riguarda la mia parte italiana, direi che riguarda le mie frequentazioni, mi piace stare con le mie amiche, esco con loro, mi diverto con loro. In ogni caso, io penso che se vivi in un posto e frequenti le persone di quel posto, tu sei di quel posto [Elisa, 19 anni, nata a Udine da genitori ghanesi]. Io non posso tagliare le mie radici, io sono argentino e mi sento argentino. come un marchio di fabbrica. Ma poi sono capitato qua e mi sono trovato molto bene, diciamo che ho trovato un ambiente ideale per crescere. Quindi ci tengo alle mie radici, non posso dimenticare di essere argentino ma ormai sono qua. Diciamo che in caso di una partita di calcio tra Argentina e Italia tiferei per un pareggio. Se ci fosse una guerra, comunque, io mi arruolerei nellesercito italiano e combatterei per la bandiera italiana [Federico, 23 anni, nato in Argentina, in FVG da quando aveva 15 anni]. Mi sento un po italiana e un po ghanese. Sono fiera di essere ghanese come sono fiera di essere italiana. Conosco e parlo bene sia il ghanese che litaliano. Penso che essere ghanese non uno svantaggio, anche perch penso che alcune tradizioni ghanesi mi abbiano aiutato. un bene dunque avere sia la parte ghanese sia la parte italiana. Negli ultimi due anni ho cominciato a valorizzare di pi la parte ghanese, per esempio vestendomi in modo tradizionale nelle cerimonie religiose [Roberta, 18 anni, nata a Palermo da genitori ghanesi]. Mi sento un po italiana e un po ghanese. Con i miei fratelli parlo sempre italiano. Quando vedo i miei cugini, mi prendono sempre in giro dicendo che sono italiana. Delle volte i miei amici ghanesi mi criticano perch non sono come loro, non mi vesto ad esempio in modo tradizionale. Ma mi sento

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anche ghanese, perch le radici sono importanti. Il colore della pelle inoltre certamente dice tutto [Alessandra, 24 anni, nata in Ghana, in FVG da quando aveva 13 anni]. Mi sento appartenente ad entrambe le culture, mi sento una via di mezzo anche se non stato semplice trovare un equilibrio, nel senso che per essere italiana io non ho radici italiane, ad esempio non ho i nonni italiani. Poi per questi nonni lultima volta li ho visti quattro anni fa, quindi difficile mantenere la cultura nigeriana. Comunque io mi sento italiana nella mentalit e nello stile di vita, quindi prevale la mia appartenenza alla comunit italiana, anche perch sin da piccola ho interagito con coetanei italiani [Caterina, 18 anni, nata in Italia da genitori nigeriani]. Mi sento italo-ghanese, met italiana e met ghanese. La parte pi italiana di me la cultura, perch non so nulla del mio paese dorigine. La parte pi ghanese di me rappresentata dalla mia famiglia e dai suoi valori, che apprezzo molto [Parker, 21 anni, nata in Italia da genitori ghanesi]. Mi sento italo-romena, perch mi trovo molto bene a scuola e con gli amici che ho qui, in pi penso di frequentare lUniversit qui. La parte pi italiana di me il modo in cui penso, la mentalit, che molto simile a quella degli italiani. cambiato molto anche il mio modo di comportarmi, ad esempio quando esco con gli amici italiani mi diverto come loro e faccio le stesse cose. La parte pi romena di me il cibo del mio paese, che mi piace tanto e che mangio spesso [Alina, 19 anni, nata in Romania, in FVG da quando aveva 13 anni]. Mi sento italo-marocchino. La parte italiana di me lo stile di vita, le abitudini, i miei comportamenti, il mio modo di rapportarmi alla gente. La parte marocchina di me la ricchezza di cultura in pi che mi da. La mia cultura di origine la conservo gelosamente perch mi da qualcosa in pi. una parte di me che sento importante [Marco, 25 anni, nato in Marocco, in FVG da quando aveva 16 anni]. Mi sento un italo-ghanese. Mio fratello mi dice che sono un ghanese bianco. La parte pi italiana di me lessere schietto su certi argomenti, anche con le persone adulte, perch nella cultura ghanese c molto distacco tra adulti e giovani. Mi sento italiano perch faccio una vita trasgressiva rispetto ai ghanesi, nel senso che ho una mentalit pi aperta, non ho problemi ad uscire la sera, faccio baldoria, e lo faccio pubblicamente, mentre i ghanesi pubblicamente tendono ad evitare di apparire cos sfacciatamente diversi. La parte ghanese di me emerge quando esco con gli amici ghanesi, o quando vado in chiesa, perch frequento una comunit cattolica ghanese, con le messe in lingua ghanese. La messa per noi un modo per stare insieme tra ghanesi. In ogni caso, per quanto riguarda la mia identit, io mi sento a met strada [John, 24 anni, nato in Ghana, in Italia da quando aveva 6 anni]. Io mi sento italo-marocchino, Mi sento met e met. Ma bello avere due culture, una ricchezza. Nello stile di vita e nelle cose che faccio con le amicizie per mi sento italiano, ad esempio con i miei compagni di classe con cui vado molto daccordo [Ugo, 19 anni, nato in Marocco, in FVG da quando aveva 10 anni]. Mi sento italo-macedone, perch sono nato in Macedonia ma cresciuto in Italia. Sono in buoni rapporti con la Macedonia e ho ottimi rapporti con gli italiani di qui. La parte pi italiana di me la mentalit, perch da noi la mentalit un po diversa. Ho preso la mentalit di qua automaticamente. Poi visto il lavoro che faccio, sono pieno di colleghi italiani, stato semplice iniziare a pensare e a comportarmi come loro [Bilal, 24 anni, nato in Macedonia, in FVG da quando aveva 16 anni]. Io tuttora mi sento ghanese, ma da un altro punto di vista mi sento italiano perch ho trascorso molti anni qui, ho legato con molti amici italiani, i miei compagni di classe erano tutti italiani, sono immerso nella realt italiana, mangio cibo italiano. Conosco molto bene questo territorio. Quindi direi che mi sento italo-ghanese, mi sento una via di mezzo. Come stile di vita sono italiano al 100%. Come mentalit per mi sento ancora legato alla cultura ghanese, che ha delle sue regole precise, che io rispetto [Michael, 23 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 12 anni]. Mi sento met e met, sia nigeriana che italiana. Daltronde me lo dicono tutti che sono italiana. [] La parte pi italiana di me il gusto, preferisco i cibi italiani, mi piace anche il modo di vestirsi degli

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italiani. Quindi jeans, camicette e via. La parte pi nigeriana di me il colore della mia pelle e la lingua che parlo molto bene [Giovanna, 19 anni, nata in Italia da genitori nigeriani].

Abbiamo riportato qui la testimonianza di molti ragazzi per evidenziare la consonanza che sussiste tra di loro, la identit di vedute circa i loro rapporti con il nuovo contesto di vita e con i suoi abitanti e, infine, il rapporto con la cultura di origine. Abbiamo qui a che fare con gli ormai famosi italiani con il trattino: italo-marocchini, italo-ghanesi, italo-romeni e cos via dicendo. Si tratta cio di ragazzi in cui convivono una assimilazione riuscita alla realt culturale locale e una rivendicazione di peculiarit culturali risalenti alla loro origine migratoria. Due aspetti - la duplice identificazione con il Friuli Venezia Giulia e con la patria dei loro genitori o di loro stessi - che si fondono insieme creando una singolare combinazione di italianit e di diversit vissuta senza drammi. Questa parte della seconda generazione, che rappresenta la stragrande maggioranza dei nostri intervistati, non vive dunque una situazione conflittuale per quanto riguarda i riferimenti culturali. Questi ultimi sono attinti dalluna e dallaltra parte. Essi si sentono, come abbiamo visto ripetere pi volte, met e met, sono in mezzo ad un guado la cui acqua non per cos fonda da farli annegare nel nichilismo delle doppie origini vissute in modo patologico. Il loro essere met e met al contrario vissuto come un arricchimento personale, come un surplus identitario che permette loro di godere di una molteplicit di punti di riferimento, di un pluralismo valoriale e di stili di vita. Parlano benissimo litaliano ma non hanno dimenticato la lingua delle origini, che ben viva nella loro mente ed usata attivamente nelle conversazioni con i familiari e i connazionali. Ma questo bilinguismo non fonte di problemi o di interferenze; al contrario, permette di vivere in profondit i due mondi a loro disponibili, quello del Friuli Venezia Giulia, la loro nuova e amata patria, e quello del paese di origine, una terra da non dimenticare perch l che risiedono le loro radici. Pur essendo biculturali, per questi giovani esiste solo raramente un orizzonte che contempli il ritorno allantica patria. Il Friuli Venezia Giulia, lItalia, lEuropa sono il contesto in cui spenderanno il resto della loro esistenza. Perch qui che sono cresciuti. qui che hanno vissuto gran parte della loro vita e hanno costruito la propria identit. qui che si collocano i loro sogni per quanto concerne il futuro, sia familiare che professionale. Quandanche i loro genitori optassero per un rientro, loro non li seguirebbero, perch troppo abituati a muoversi e con disinvoltura in Friuli Venezia Giulia. Troppo addentro alle vicende di questo territorio per poter pensare ad un ritorno in una terra che, peraltro, nemmeno avvertono come interamente propria. Il Ghana, lArgentina, la Nigeria o la Romania sono certamente un ricordo vivo, vissuto con amore grazie anche ai frequenti ritorni per il classico soggiorno dai parenti, ma non rappresentano il terreno su cui si svilupper il proprio percorso futuro. Non per caso quindi che, sollecitati da una apposita domanda, questa corposa sezione della seconda generazione si dichiari pronta a sposare un partner italiano. E non nemmeno un caso che, qualora stiano ancora frequentando le scuole o luniversit, questi ragazzi indicano come loro futuro professionale un lavoro in Friuli Venezia Giulia o, al limite, in altre parti della Penisola, ove si rendesse necessario un trasferimento dovuto alla possibilit di svolgere un lavoro coerente con il proprio curriculum. Lessersi integrati in Friuli Venezia Giulia rappresenta quindi per questi giovani un successo che non abiureranno facilmente, magari perch sollecitati da qualche opportunit lavorativa, come si diceva. La nostra regione rappresenta per loro una terra a cui si sentono attaccati, con cui si identificano, a cui rivolto il loro amor di patria. Certo, anche la patria dei loro genitori per loro importante, perch nessuno si dimenticato di avere origini straniere. Ma questo sentimento non implica un desiderio di ritornare, anche perch questultimo ritenuto irrealistico: come lasciarsi infatti alle spalle un passato esistenziale ricco per un ritorno in una nazione che assai probabilmente non offrirebbe loro alcuna possibilit di realizzazione personale, specialmente da un punto di vista lavorativo? Per questa parte della seconda generazione, ben chiara la consapevolezza dellirreversibilit della decisione compiuta dai loro genitori di migrare qui, come chiaro il fatto che il paese dorigine degli stessi , dal punto di vista dello sviluppo economico, un luogo che non 70

pu in alcun modo donare loro la possibilit di farsi una vita che sia allaltezza degli standard italiani. Il loro, quindi, un atteggiamento assai realistico, fatto di valutazioni coscienti: non si pu tornare indietro ma solo andare avanti nella strada che stata percorsa sino ad oggi. La terra natale dei loro genitori non scomparir certamente dal loro cuore, ma non si materializzer nei loro radar. E poi ci sono i nuovi amici, i nuovi stili di vita, la nuova mentalit, tutti cos diversi da come erano l, in Africa oppure nellEuropa dellEst, tutte cose cui non intendono fare a meno nel nome di unorigine ritenuta importante s, ma non al punto da rinunciare a tutto ci che si faticosamente conquistato in Italia. Lessere divenuti italiani, laver ottenuto la cittadinanza italiana come capitato ad alcuni di loro, ha un significato e una valenza troppo profondi per poter immaginare una nuova cesura nel proprio percorso di vita. In Friuli Venezia Giulia, insomma, si vive per rimanere, non per trascorrere un segmento della propria esistenza da superare con un prossimo rientro nella patria dei genitori. Per concludere, il biculturalismo lopzione identitaria che caratterizza la maggior parte dei nostri intervistati. I quali hanno gi sviluppato, assieme allorgoglio delle origini, un orgoglio della nuova appartenenza nazionale. Emblematico il commento del giovane argentino che afferma di non poter tagliare le mie radici ma che aggiunge come, in caso di una guerra che coinvolgesse lItalia, non esiterebbe ad arruolarsi nellesercito italiano e a combattere per il tricolore. Come indicativo il caso della giovane ghanese cui piace tanto la pizza ma non rinuncia a vestirsi in modo tradizionale per partecipare alla celebrazioni religiose della propria comunit etnica. Sono ambedue sintomi di unidentit biculturale che viene vissuta con straordinaria naturalezza, senza pericolose scissioni ma semmai con lottica di sentirsi pi arricchiti. Quant diversa, quindi, questa posizione da quella degli scontenti, il terzo gruppo da noi identificato. Un gruppo che si caratterizza per una fossilizzazione sugli schemi della cultura di origine e per un sostanziale rifiuto di assimilare pienamente la cultura italiana. Ma si tratta di un gruppo modesto, i cui appartenenti si contano davvero sulle dita di una mano. Guardiamo a cosa hanno dichiarato:
Mi sento assolutamente colombiana, non mi sento cambiata rispetto a quando sono arrivata qui. Certamente ho acquisito qualche abitudine degli italiani, per conservo intatte le mie radici colombiane e penso sar sempre cos. Ci si abitua a vivere in un'altra citt ma si conserva la propria identit. Certi principi e abitudini non le voglio perdere, io vedo i ragazzi italiani che si comportano in modo che non approvo [Laura, 23 anni, nata in Colombia, in FVG da quando aveva 15 anni]. In verit non percepisco grandi differenze tra ci che mi sentivo in Romania e ci che ora sono in FVG. Alla fine io mi sento romeno, un elemento forte della mia identit. Non mi faccio problemi se qualcuno mi insulta [Luca, 21 anni, nato in Romania, in FVG da quando aveva 15 anni]. Potrei dire che sono italo-marocchina, ma in realt mi identifico maggiormente con il Marocco. La parte marocchina di me, oltre alla religione [islam], la mia famiglia, sia quella che ho qui sia quella che in Marocco, e il fatto che quando sono a casa parlo solo arabo, a parte con mio fratello di 16 anni con cui parlo in italiano. Ma con gli amici, che sono quasi tutti nordafricani come me, parlo volentieri larabo; mi sento davvero a mio agio a poter parlare la lingua che usavo quando ero piccola e che non posso usare sul lavoro o a scuola, quando la frequentavo [Nour, 24 anni, nata in Marocco, in FVG da quando aveva 14 anni].

Gli scontenti sono coloro che non intendono rinunciare alla propria cultura di origine, e nemmeno aprirsi col cuore alla nuova realt di vita. Sono coloro che si ostinano a parlare la propria lingua materna in casa e con i connazionali, anzi amano usarla per trascorrere il loro tempo con questi ultimi. Sono coloro che potremmo definire, calcando la mano, dei disadattati, perch incapaci di volgere a proprio vantaggio lopportunit di apprendere nuovi riferimenti culturali qui, anzi quasi intimoriti dalla possibilit che, cos facendo, ci andrebbe a scapito della loro identit. Sono coloro 71

che preferiscono frequentare i connazionali e evitano di sviluppare relazioni con i nativi, perch si sentono pi a loro agio con i primi che con i secondi. Non difficile immaginare che gli scontenti avranno vita dura qui, qualora decidessero di rimanere. Sempre che non cambino il loro atteggiamento, la chiusura mentale che li caratterizza fa s che per questi giovani assai poco probabile un miglioramento delle proprie condizioni di vita, cosa possibile solo in presenza di unapertura verso la realt locale e, quindi, con le sue istituzioni sociali e culturali nonch con i suoi abitanti. Gli scontenti, molto probabilmente, rimarranno ai margini della vita sociale, accontentandosi di guadagnarsi il pane e poi rinchiudersi in casa o nel cerchio caldo della propria comunit etnica. Per concludere, possiamo affermare come la nostra ricerca abbia appurato lesistenza, nella seconda generazione residente in Friuli Venezia Giulia, di un atteggiamento di sostanziale apertura sociale e culturale alla nuova realt in cui si trovano a vivere. Abbiamo riscontrato una notevole inclinazione ad assimilare la cultura italiana ma anche la volont di non dimenticare le proprie origini. Abbiamo quindi constatato che lidentit col trattino ci che caratterizza maggiormente questi giovani, unidentit in cui coesistono riferimenti culturali anche molto diversi quali sono quelli del paese di origine e quelli appresi nel nuovo contesto di vita. Ci si italianizza, insomma, ma senza rinunciare ad una diversit considerata come fonte di ricchezza e di apertura mentale piuttosto che come elemento dattrito. Tutto ci fa ritenere come in Friuli Venezia Giulia, per esplicita ammissione dei diretti interessati, la seconda generazione di migranti viva bene e abbia trovato un equilibrio per quanto concerne il proprio essere, la propria intimit, insomma la propria identit. Nel futuro possiamo immaginare che questi giovani saranno componenti a pieno titolo della comunit friulana e giuliana, a dispetto del cognome e, in certi casi, delle apparenze esteriori. La nostra regione, insomma, si rivelata come un contesto che non ostacola affatto lintegrazione dei propri migranti ma offra semmai loro lopportunit di crescere in armonia e di offrirsi al territorio con le proprie peculiarit. Questi esiti identitari, a ben vedere, risultano annunciati dalle risposte offerte dagli intervistati ad altre domande che sono state loro sottoposte, a partire da quella relativa a come si trovino in Friuli Venezia Giulia. La stragrande maggioranza dei ragazzi dichiara di trovarsi bene o molto bene in questa regione, ossia di vivere in un contesto di loro gradimento. Si fanno certamente alcuni distinguo, si precisano alcuni problemi incontrati con i nativi, ma in fin dei conti tutti sottolineano come i problemi incontrati nel processo di integrazione sono stati relativamente lievi. Vediamo perci un piccolo campione di risposte:
Io mi trovo benissimo qui a Trieste, sia al livello di vita sociale che di servizi, mi trovo proprio a mio agio. proprio una bellissima citt. Allinizio ho fatto fatica ad abituarmi, perch uno deve abituarsi a una nuova lingua, una nuova cultura, modi di fare diversi, ma devo dire che non ho avuto grosse difficolt ad adattarmi. A scuola non ho avuto nessun problema n con la classe n con gli insegnanti [Anna, 25 anni, nata in Serbia, in FVG da quando aveva 15 anni]. Mi trovo bene. Mi piace molto questo posto, vado daccordo con la gente, anche se incontro ogni tanto persone con dei pregiudizi, ma non ci faccio caso [Parker, 21 anni, nata in Italia da genitori ghanesi]. Grazie a Dio mi trovo abbastanza bene. Ho avuto delle difficolt in passato perch non conoscevo la lingua e non conoscevo nessuno, ma ora tutto cambiato, mi trovo bene, Udine mi piace davvero [Alessio, 25 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 9 anni]. Mi trovo bene, ho molti amici con cui vado daccordo, andiamo in giro a divertirci, giochiamo a calcio. La citt mi piace molto, tranquilla, non c tanta confusione [Luca, 21 anni, nato in Romania, in FVG da quando aveva 15 anni]. Direi che mi trovo bene. Sono cresciuto qui quindi posso identificarmi come uno di qui. Sono arrivato infatti quando avevo dieci anni quindi buona parte della mia crescita avvenuta qui: le abitudini, gli usi, il comportamento li ho presi pi dalla terra friulana che dalla terra romena. E mi trovo molto bene.

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Mi piace il posto, sia come societ sia come paesaggio. un posto tranquillo [Alberto, 20 anni, nato in Romania, in FVG da quando aveva 10 anni]. Mi trovo benissimo qui, a parte il lavoro che non c. come se fosse il mio paese, ed una cosa normale dopo dieci anni che sto qui [Nour, 24 anni, nata in Marocco, in FVG da quando aveva 14 anni]. Mi trovo bene. Rispetto ad altre regioni italiane qui si sta bene, ho dei cugini in Lombardia e non c paragone [Homer, 19 anni, nato in FVG da genitori marocchini]. Mi trovo molto bene qui. Mi sento come se fossi a casa mia, anzi mi trovo meglio che a casa mia. Essendo cresciuto qua in Italia in fondo del tutto naturale [Bilal, 24 anni, nato in Macedonia, in FVG da quando aveva 16 anni]. Mi trovo direi bene. Mi sento integrata con le persone che vivono a Udine. Quando ero un po pi piccola avevo qualche difficolt perch a Udine non cerano tanti immigrati. [] Adesso comunque sto bene, non sento nessuna discriminazione rispetto alle mie origini. In ogni caso a me piace stare qua [Elisa, 19 anni, nata a Udine da genitori ghanesi]. Allinizio non stato semplice, lintegrazione non semplice, comunque alla fine ce lho fatta senza grossi problemi. Lunico problema di cui mi lamento la burocrazia: in questura ti chiedono un sacco di documenti, devi fare file impressionanti. Per per il resto non posso lamentarmi, mi trovo molto bene a Udine, non intendo assolutamente tornare in Argentina [Federico, 23 anni, nato in Argentina, in FVG da quando aveva 15 anni].

Da questa piccola rassegna, rappresentativa degli umori di tutti gli intervistati, emerge chiaramente il gradimento espresso dai ragazzi di seconda generazione circa lattuale contesto di vita. Si tratti del luogo in cui si nati o del posto in cui si arrivati da piccoli o adolescenti, la citt o il paese in cui questi giovani vivono incontra la loro approvazione. Emblematica a tal proposito lesternazione di Homer, che comparando la sua situazione a quella dei cugini in Lombardia, afferma che non c paragone; vivere in una realt pi a misura duomo come il Friuli Venezia Giulia per Homer decisivo. Lapprezzamento manifestato da questi ragazzi quindi palese, nonostante i piccoli e grandi problemi da affrontare come la burocrazia, ovvero il fatidico rinnovo dei documenti per il soggiorno, ricordati con una certa enfasi ad esempio da Federico (Lunico problema di cui mi lamento la burocrazia ). Un altro segnale che palesa latteggiamento di apertura con cui la seconda generazione si pone nei confronti della societ di accoglienza concerne la nazionalit dei propri amici. Questo un aspetto fondamentale, in quanto lorigine della propria cerchia di amicizie, si tratti di italiani o di connazionali o di altri stranieri, si rivela decisivo nel processo di integrazione. Qualora infatti il giovane migrante si rinchiudesse nel guscio della propria comunit etnica ne conseguirebbe pressoch inesorabilmente un approccio di chiusura nei confronti della societ in cui vive. Viceversa, nel caso in cui i giovani frequentino amici italiani in misura totale o parziale si pu dedurre un atteggiamento di disponibilit ad aprirsi se non direttamente ad omologarsi. Nel caso infine in cui la propria cerchia di amicizie comprenda sia italiani che stranieri di ogni nazionalit si pu parlare di un positivo cosmopolitismo che favorisce lintegrazione nellambito di una societ che comprende anche un certo gradiente di diversit culturale. Leggiamo alcune risposte fornite dagli intervistati:
Le mie amicizie sono composte soprattutto da italiani. Conosco anche albanesi ma non mi trovo bene con loro perch non mi piace la loro mentalit. Le mie amiche sono le compagne di scuola con cui sono rimasta in contatto fin dai tempi delle elementari, e sono italiane [Francesca, 25 anni, nata in Albania, in Italia da quando aveva 9 anni].

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Ho sia amici serbi che italiani che di altre nazionalit. Ci frequentiamo senza problemi con tanto piacere. Esco un po con tutti, non ho una sola persona con cui vado daccordo ed esco solo con lui, frequento tutti [Anna, 25 anni, nata in Serbia, in FVG da quando aveva 15 anni]. Le mie amicizie sono solo italiane, perch quando sono arrivato a Trieste cerano poche persone di origine straniera, quindi ho condiviso tutto il mio percorso con amici italiani. Poi ho fatto tutte le scuole qui e quindi sin dalle elementari sono stato in contatto con compagni italiani. Mi trovo molto bene con gli italiani [Mommi, 26 anni, nato in Somalia, in Italia da quando aveva 5 anni]. Le mie amicizie sono miste. Ho dei buoni amici italiani, che frequento spesso. Ho anche amici nigeriani, ma esco pi spesso con gli italiani [Caterina, 18 anni, nata in Italia da genitori nigeriani]. Ho sia amici italiani che ghanesi. Esco con entrambi, diciamo cinquanta e cinquanta. Con gli amici ghanesi parlo ghanese e con gli italiani parlo italiano. Comunque mi piace uscire con gli italiani, con loro vado davvero molto daccordo, e mi sento accettata come se fossi una di loro [Parker, 21 anni, nata in Italia da genitori ghanesi]. Ho pi amici italiani che ghanesi, e frequento pi spesso gli italiani che i ghanesi. Con i ghanesi anzi non esco quasi mai, al limite li incontro per strada e facciamo quattro chiacchiere, ma per uscire scelgo sempre gli italiani [Alessio, 25 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 9 anni]. Le mie amicizie sono in gran parte italiane. Sia i compagni di classe sia la compagnia con cui vado in giro. Esco anche con qualche ragazzo romeno ma pi frequentemente mi ritrovo con gli amici italiani. Ci sono ragazzi romeni che vanno a feste romene ma io non sto sempre con loro, non mi interessa, e le mie amicizie come dicevo sono pi italiane [Alberto, 20 anni, nato in Romania, in FVG da quando aveva 10 anni]. Le mie amicizie sono un mix, sia italiane che straniere. Quando ero alle elementari e alle medie la mia amica del cuore era italiana. Attualmente la mia migliore amica ghanese come me, nel senso che in Italia da tantissimo tempo e si sente italiana [Roberta, 18 anni, nata a Palermo da genitori ghanesi]. Ho amici stranieri ed italiani. La mia migliore amica marocchina come me. Ma io non ha nessuna difficolt a frequentare gli italiani, anzi esco con loro regolarmente. I miei compagni di scuola, quando ero a scuola, mi trattavano bene, mi aiutavano. Sono rimasta in contatto con loro e siamo in ottimi rapporti. Esco con loro molto spesso e ci divertiamo un sacco [Nour, 24 anni, nata in Marocco, in FVG da quando aveva 14 anni]. Le mie amicizie sono internazionali. Ho tanti amici italiani, con cui vado daccordo, ci sentiamo, usciamo insieme. Poi faccio sport, gioco a calcio e nella mia squadra tutti mi trattano bene. Conosco anche tante persone straniere come me, di diversa nazionalit, e non mi faccio alcun problema a stare con loro, nessuno si sente speciale o diverso, siamo tutti sullo stesso piano, viviamo qui e ci sentiamo parte di questa societ [Zaki, 18 anni, nato in Marocco, in FVG da quando aveva 12 anni]. Le mie amicizie sono direi internazionali, ma ho tanti amici italiani. Faccio anche lanimatore nelloratorio della Chiesa del Carmine, sono persone in gamba, sincere. Quindi con gli italiani vado molto daccordo [Homer, 19 anni, nato in FVG], Ho molti amici italiani, prima vivevo in una casa con tre italiani. Non ho problemi a frequentare gli italiani, si va daccordo. Attualmente lavoro in pratica solo con gli italiani, e con loro non ho alcun problema, abbiamo relazioni molto amichevoli [Fabio, 23 anni, nato in Marocco, in FVG da quando aveva 17 anni]. Le mie amicizie sono un mix di italiani e ghanesi. Esco un po qua e un po l. Mi divido in due tra le mie amicizie. Un weekend magari passo met giornata con i miei amici ghanesi e laltra met con gli amici italiani [John, 24 anni, nato in Ghana, in Italia da quando aveva 6 anni].

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Ho tanti amici qui, di diverse provenienze. Riesco ad andare daccordo con tutti. Ma di amiche vere ne ho due, e sono ghanesi. Comunque frequento anche italiani. Inoltre io faccio parte dei mediatori culturali, quindi ho conosciuto un sacco di gente di ogni provenienza. Io non mi pongo il problema della razza, credo che conti la personalit della persona, conta landare daccordo, ridere insieme. Io sono in continuo contatto con i miei ex compagni di classe, con cui ho un ottimo rapporto, ridiamo, scherziamo, ci scambiamo cose [Maria, 19 anni, nata in Ghana, in FVG da quando aveva 12 anni]. Le mie amicizie sono davvero internazionali. Mantengo ottimi rapporti con i compagni di scuola delle superiori, dove mi sentivo davvero integrata. Di amici italiani oggi ne ho parecchi. La mia migliore amica comunque ghanese, ma tra noi parliamo in italiano [Elisa, 19 anni, nata a Udine da genitori ghanesi].

Da questi estratti si pu desumere come la seconda generazione di migranti in Friuli Venezia Giulia abbia un atteggiamento di sostanziale apertura verso i propri coetanei, indipendentemente dalla loro nazionalit. Lesperienza di essere stranieri, nel caso in cui si sia nati allestero, favorisce abbastanza chiaramente la coltivazione di amicizie provenienti dallo stesso paese di origine, ma ci non impedisce il formarsi di rapporti con italiani e stranieri di altre provenienze. Molti ragazzi infatti, come si visto, dichiarano di avere amicizie internazionali; una parte consistente dichiara addirittura di frequentare con maggior piacere gli italiani ai connazionali. Fondamentale qui laver frequentato le scuole in Italia: tra i banchi nascono amicizie che lasciano il segno, che durano nel tempo e favoriscono la mutua comprensione e lempatia. Insomma, la posizione di questi giovani nei confronti delle persone con cui stringere amicizia senza preclusioni. Il che lascia intendere come la seconda generazione si muova in questa terra con grande libert e con una interessante mentalit fatta di disponibilit a tessere relazioni con persone di ogni genere. Il che, senza dubbi, favorisce il processo di integrazione. Quando infatti il giovane migrante dichiara di frequentare sia italiani, sia connazionali, sia stranieri di provenienza diversa dalla propria, ci che ne risulta la formazione di rapporti amicali in cui conta non tanto il colore della pelle o lorigine nazionale o la cultura, quanto la condivisione di spazi di socialit ed esperienze. Anche laspetto delle amicizie, insomma, rafforza la nostra impressione che in Friuli Venezia Giulia stia crescendo una generazione fatta di persone che guardano al prossimo senza preclusioni e che si integrano con facilit nella societ in cui risiedono. Un altro aspetto cruciale per quanto concerne le opportunit di integrazione offerte ai giovani stranieri la percezione da parte di questi ultimi delle caratteristiche dei nativi, della loro volont o meno di accogliere la diversit di cui la seconda generazione portatrice, della loro capacit di aprirsi e offrire loro amicizia e disponibilit. Da questo punto di vista, il quadro che emerso dai colloqui piuttosto sfumato. Sugli abitanti del Friuli Venezia Giulia i nostri intervistati offrono infatti descrizioni diverse, che ritraggono certamente situazioni peculiari ad ogni esperienza individuale. Vediamo quindi alcune risposte da loro fornite:
A me i friulani piacciono perch sono riservati proprio come me. I friulani sono comunque un po diffidenti verso gli stranieri, ma questo passa dopo un po di tempo, dopo che ci si conosciuti si diventa amici facilmente [Federico, 23 anni, nato in Argentina, in FVG da quando aveva 15 anni]. Mi piacciono, mi piace la loro mentalit, sono allegri e prendono le cose come vengono, e alla fine vanno sempre avanti, A loro piace stare in compagnia [Francesca, 25 anni, nata in Albania, in Italia da quando aveva 9 anni]. Gli udinesi sono divisi in due fasce. Quelli che hanno meno di trentanni sono molto accoglienti, non ti fanno pesare la tua diversit. Credo ci sia anche una sorta di curiosit da parte loro nei nostri confronti. Mi chiedono, vogliono sapere del mio paese, vedo che vogliono scoprire cosa c dentro al mondo a cui appartengo. Le persone pi anziane invece, che hanno vissuto il tempo in cui non cerano stranieri, fanno pi difficolt a relazionarsi con gli stranieri. Ricordo che un po di tempo fa ero con delle mie amiche ghanesi in un palazzo e una signora italiana di una certa et non ha voluto salire sullascensore

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con noi. Poi queste persone coltivano anche quellidea per cui gli stranieri rubano il lavoro agli italiani [Elisa, 19 anni, nata a Udine da genitori ghanesi]. I friulani si sa che sono chiusi, anche loro te lo dicono. Solo che il friulano prima ti fiuta un po, cerca di capire se segui le sue regole, poi si apre mano mano. Si apre dopo ma non subito. Le relazioni con i friulani non sono dunque un problema per me. Io ho tanti amici friulani [Paolo, 25 anni, nato in Nigeria, in FVG da quando aveva 13 anni]. Direi che sono chiusi sotto certi aspetti, un po freddi. Ma io non li incolpo. Ti pu capitare di trovare un friulano aperto, estroverso oppure un ragazzo chiuso. Qui a Udine vai bene al friulano solo se fai cose che vanno bene a loro [Maria, 19 anni, nata in Ghana, in FVG da quando aveva 12 anni]. Non sono tanto accoglienti verso gli stranieri. Sono abbastanza chiusi come mentalit. Io ho avuto lopportunit di conoscere italiani di altre regioni e ho visto che sono molto pi aperti, pi facile fare amicizia. Comunque la comunit friulana si sta lentamente aprendo, si sta abituando alla presenza degli stranieri, quindi sono ottimista per il futuro [Michael, 23 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 12 anni]. Un popolo freddo e chiuso in s. Io che ho vissuto in Piemonte vivevo con gente pi aperta. Invece quando sono arrivato qui nei primi mesi non sono riuscito ad avere, al di l dei miei compagni di classe, nessuna relazione. Ci sono comunque anche qua delle persone che si aprono e si relazionano con te, ma la maggioranza chiusa [John, 24 anni, nato in Ghana, in Italia da quando aveva 6 anni]. I friulani sono persone con cui difficile fare amicizia. Per questo non vuol dire che sono cattive. il loro carattere; non fanno subito amicizia, ci vuole un po di tempo, ma alla fine ci riesci [Bilal, 24 anni, nato in Macedonia, in FVG da quando aveva 16 anni]. un popolo abbastanza accogliente se ti conosce, ma se non ti conosce un po chiusi. Quando ti vedono la prima volta non si aprono, ti tengono alla larga, ma poi dopo un po di diffidenza iniziale si aprono [Homer, 19 anni, nato in FVG da genitori marocchini]. A me i friulani piacciono. Ti aiutano. gente cordiale, che tratta bene gli stranieri, li aiuta, li rispetta, basta che ti conoscono [Zaki, 18 anni, nato in Marocco, in FVG da quando aveva 12 anni]. [I friulani] sono sereni, allegri, tendono molto a lavorare, mettono il lavoro prima di tutto, sono precisi in questo. Io comunque ci vado daccordo, i miei migliori amici, quelli con cui mi confido di pi. infatti sono friulani doc [Alberto, 20 anni, nato in Romania, in FVG da quando aveva 10 anni]. I triestini sono un po complicati. Sono molto chiusi e freddi, anche se non tutti. Poi ci sono molti anziani e questo rende ancora pi difficile le cose. Comunque io mi trovo ugualmente bene qui [Laura, 23 anni, nata in Colombia, in FVG da quando aveva 15 anni]. Direi che i friulani sono un po troppo freddi e chiusi, allinizio devi aspettare un po prima che si aprano con te, poi per le barriere cadono e puoi diventare loro amica. A quel punto percepisci che sono anche simpatici [Alina, 19 anni, nata in Romania, in FVG da quando aveva 13 anni]. In ogni paese trovi i buoni e cattivi, e questo vale anche per il Friuli Venezia Giulia. C comunque una parte di popolazione che non vede di buon occhio gli stranieri [Sakor, 24 anni, nato in Benin, in FVG da quando aveva 18 anni]. I triestini al primo impatto sono molto chiusi, poi quando ci si conosce meglio diventano aperti e sono anche molto disponibili [Mommi, 26 anni, nato in Somalia, in Italia da quando aveva 5 anni].

Da questi brani si deduce come la popolazione del Friuli Venezia Giulia sia ritenuta da molti intervistati come sostanzialmente aperta, anche se non prima di aver superato una iniziale diffidenza 76

nei confronti delle persone di origine straniera. I friulani in particolare vengono descritti come una popolazione fredda e chiusa, che non sviluppa immediatamente relazioni amicali, anche se alle barriere e ai paletti iniziali subentra presto un atteggiamento di disponibilit, di accettazione, di accoglienza. La seconda generazione ha maturato una chiara idea di loro, di come siano fatti e di cosa ci voglia per superare le chiusure: ci vuole tempo, occorre interagire a lungo per giungere allo sviluppo di relazioni paritetiche e prive di preconcetti. Anche se alcuni intervistati non sono di questa idea, ossia hanno maturato unidea pienamente positiva della popolazione autoctona, la maggioranza di loro esprime questo distinguo tra un prima in cui prevale la diffidenza e un dopo in cui, a seguito di un prolungato contatto, i rapporti reciproci sono improntati alla cordialit e alla disponibilit. Insomma, nellopinione della seconda generazione di migranti, gli abitanti del Friuli Venezia Giulia risultano in una certa misura predisposti, anche se a scoppio ritardato, ad accettare la loro presenza nel territorio e nelle istituzioni sociali in cui si convive. Come ha specificato Mommi a proposito dei suoi concittadini triestini, in una riflessione che rispecchia abbastanza bene le idee della maggioranza degli intervistati, al primo impatto sono molto chiusi, poi quando ci si conosce meglio diventano aperti e sono anche molto disponibili. A riprova della ricettivit degli abitanti del Friuli Venezia Giulia nei confronti della presenza straniera c il relativamente basso numero di segnalazioni di episodi di discriminazione di cui sono stati fatti oggetto i nostri intervistati. Si tratta di dieci ragazzi che dichiarano di essere stati vittima di comportamenti o atteggiamenti spiacevoli. Un numero non proprio piccolissimo, ma che non induce a drammatizzare la situazione. Vediamo di preciso cosa successo:
Sono stata trattata male in questura dove mi ero presentata per rinnovare i miei documenti. Mi hanno detto che se non mi andavano bene le procedure per il rinnovo per il permesso potevo tornarmene al mio paese [Francesca, 25 anni, nata in Albania, in Italia da quando aveva 9 anni]. Quando avevo 14 anni ero sul bus, dei ragazzi hanno cominciato ad apostrofarmi con insulti razzisti, ma sono stati fermati da una signora anziana che ha preso le mie difese [Mommi, 26 anni, nato in Somalia, in Italia da quando aveva 5 anni]. Una volta mi capitato sul lavoro di essere insultato e di sentirmi dire torna nel tuo paese [Sakor, 24 anni, nato in Benin, in FVG da quando aveva 18 anni]. Per il lavoro faccio, cio il corriere, mi capitato che suonando il campanello di una famiglia, vedendo che sono nero, mi sono sentito dire brutto schifoso, perch non sapevano che dovevo consegnare un pacco. Poi, quando cercavo lavoro, sono stato in alcuni posti e non mi hanno assunto perch ero straniero, anche se ero qualificato per quei lavori [Franco, 24 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 14 anni]. Da piccola, dei bambini hanno fatto delle battute pesanti sul colore della mia pelle. Poi una volta al parco ho cercato di giocare con dei bambini italiani ma mi hanno esclusa [Caterina, 18 anni, nata in Italia da genitori nigeriani]. Purtroppo devo dire che alcuni insegnanti mi hanno discriminato, nel senso che non stavo loro molto simpatica, mi facevano battute, oppure usavano la parola negra piuttosto che nera, anche il professore di religione faceva cos [Parker, 21 anni, nata in Italia da genitori ghanesi]. Mi capitato di essere discriminato per il colore della mia pelle, anche se la considero ormai una cosa normale, ormai mi sono abituato. Non ci faccio pi caso. Faccio un esempio: quando esco con i miei amici italiani, loro incontrano dei loro amici e dicono ma chi questo negro con cui state. Oppure quando vado a qualche festa, qualche matrimonio, io mi siedo vicino alla gente ma questa si allontana. Inoltre qualcuno rifiuta di darmi la mano. Queste sono le cose che mi capitano e che una volta mi facevano male, ma adesso non ci faccio pi caso [Alessio, 25 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 9 anni].

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In prima media, quando conoscevo male la lingua, mi trattavano male, qualcuno ha fatto anche degli insulti razzisti. Ma poi le cose sono andate migliorando [Homer, 19 anni, nato in FVG da genitori marocchini]. Giocando a calcio, mi capitato ogni tanto di sentire qualche commento negativo dalla tribuna. Poi ho avuto qualche compagno di classe razzista, che faceva commenti poco appropriati [Michael, 23 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 12 anni]. Quando ero alle elementari, ed ero appena arrivata, una volta a ricreazione volevo giocare a nascondino, ma le mie compagne di classe non volevano giocare con me perch sono nero. Comunque pi tardi queste stesse compagne sono diventate le mie migliori amiche. Un altro episodio capitato recentemente: ero sullautobus in compagnia di alcuni miei connazionali, salito il controllore che si subito diretto da noi, nel presupposto che noi in quanto neri non avremmo avuto il biglietto [Maria, 19 anni, nata in Ghana, in FVG da quando aveva 12 anni].

La prima cosa da evidenziare in merito a queste testimonianze che tutte, tranne una, provengono da persone di colore. Questi nove giovani di origine africana sono stati oggetto, sebbene non sistematicamente ma nellambito di episodi isolati, di insulti razzisti, di frasi non appropriate o di comportamenti discutibili. Il controllore dellautobus che si reca spedito verso un gruppetto di ragazzi di colore presumendo che non avessero pagato il biglietto; qualche commento negativo indirizzato dalla tribuna ad un giovane calciatore di origine ghanese; lesclusione subita da Alessio, Maria, Caterina dai giochi coi coetanei o da situazioni che dovrebbero essere conviviali; la mancata assunzione di Franco presso alcune aziende perch sono straniero; gli insegnanti che danno della negra a Parker; il torna al tuo paese indirizzato a Sakor. Si tratta di circostanze poco felici che non fanno onore al popolo del Friuli Venezia Giulia ma che, comunque, non inducono a generalizzare, facendo di tutta lerba un fascio o estendendo il giudizio allintera popolazione della regione. Ci che si pu dire che una parte della seconda generazione ha dovuto vivere almeno una volta nella vita lantipatica sensazione di essere discriminata, di sentirsi il dito puntato solo perch di colore diverso. Per fortuna, come si diceva, la maggioranza degli intervistati dichiara di non aver mai sperimentato unesperienza del genere, cosa che fa ritenere che gli abitanti del Friuli Venezia Giulia non sono un popolo visceralmente ed integralmente razzista ma che esiste una piccola minoranza di soggetti che non gradisce la presenza di persone di colore nel proprio paese. Ma come abbiamo visto in precedenza, la seconda generazione, alla fine, non si fa condizionare da simili atteggiamenti e dichiara di trovarsi bene in questa regione e di andare daccordo con i suoi abitanti. Daccordo al punto che una buona parte ha avuto o ha delle relazioni sentimentali con dei nativi. Attualmente ho una fidanzata italiana, la cui famiglia mi ha accolto benissimo, vivo praticamente sempre con loro, mi trattano molto bene, racconta ad esempio Alessio, 25 anni, nato in Ghana, in Italia da quando aveva 9 anni. Non solo, ma alcuni intervistati dichiarano esplicitamente che potrebbero anche sposarsi con un italiano/a. Rimane infatti un caso isolato quello di Valeria, 20 anni, nata in Tunisia, in Friuli Venezia Giulia da quando aveva 13 anni, che esclude categoricamente questa eventualit, spiegando che non pu capitare, perch preferisco persone della mia stessa provenienza. La posizione di quasi tutti gli altri ben diversa. Ad esempio Sara, nata a Trieste 25 anni fa da genitori iraniani, afferma che per sposarmi direi che sarebbe possibile farlo con un italiano, non ho preconcetti. Non escludo in futuro di sposarmi con un italiano, sostiene Francesca, 25 anni, nata in Albania, arrivata in Italia quando aveva 9 anni. Non impossibile, avendo molti amici italiani, che io mi possa sposare con un italiano, osserva Anna, 25 anni, nata in Serbia, in Italia da quando aveva 15 anni. Potrebbe anche capitare che mi sposi con unitaliana, spiega Luca, 21 anni, nato in Romania, in Italia da quando aveva 16 anni, che prosegue: non mi faccio alcun problema, se una persona italiana o straniera. Limportante capirsi bene ed andare daccordo. Naturalmente, c anche chi pone delle condizioni, come fa 78

Homer, 19 anni, nato a Palmanova da genitori marocchini: se [leventuale moglie italiana] si converte allislam potrebbe andare bene. Ma non tutti i musulmani che abbiamo incrociato in questa ricerca la pensano come lui. Ad esempio Ugo, 19 anni, nato in Marocco, in Friuli Venezia Giulia da quando aveva 10 anni, dice semplicemente perch no?. Il fatto di non escludere la possibilit di sposarsi con un compagno o una compagna italiani rivela chiaramente il livello di integrazione raggiunto da buona parte dei nostri intervistati. I matrimoni misti, si sa, sono un chiaro indicatore di unintegrazione pienamente riuscita. Se una parte delle intenzioni che abbiamo visto si trasformer in realt, si aprir in Friuli Venezia Giulia uno scenario decisamente nuovo e certamente auspicabile: quello di diventare una genuina societ multietnica in cui lo scambio culturale tra nativi e immigrati profondo. Ci pare sintomatica in questo senso la dichiarazione di Elisa, 19 anni, nata a Udine da genitori ghanesi, per la quale tra dieci anni secondo me ci sar un boom di bambini mulatti. E veniamo ad una questione pi complessa. Abbiamo chiesto ai nostri intervistati se sia pi opportuno, per la seconda generazione, sforzarsi per perseguire una piena integrazione nellattuale contesto di vita, specialmente per quanto concerne lacquisizione dei tratti culturali della societ ricevente, o se sia invece pi opportuno adoperarsi per conservare la cultura di origine, intesa quale valore centrale dal punto di vista identitario da preservare con la massima cura. In pratica, queste due alternative corrispondono alla scelta tra lomologazione e la conservazione, tra lassimilazione culturale e la salvaguardia di un patrimonio chiave - la cultura propria o, eventualmente (com il caso di chi nato qui), quella dei genitori - per la definizione di se stessi. Non una questione di poco conto, perch dallatteggiamento nei confronti della cultura del contesto di partenza e di quello di arrivo dipendono fortemente i comportamenti tenuti in questultimo, in particolare la scelta di abbracciare i valori e le norme della societ locale, le proprie scelte quotidiane e il modo di porsi nei confronti degli italiani. Leggiamo dunque le risposte pi significative fornite dai nostri intervistati:
Secondo me se un ragazzo che ha scelto di vivere in Italia e vive in Italia deve avvicinarsi sempre pi alla cultura italiana, deve essere pronto a capire lidentit di questo paese e a farla propria in modo, come dire, naturale [Sara, 25 anni, nata a Trieste da genitori iraniani]. Credo si possano fare entrambe le cose. Se noi siamo qua abbiamo il dovere di integrarci in questo paese, in questo Stato, a questa mentalit. Ma al tempo stesso si possono conservare le proprie radici. Se uno rispetta la legge di qui e il prossimo, pu fare quello che vuole, coltivando le proprie tradizioni, ad esempio sentendo la musica albanese a casa propria [Francesca, 25 anni, nata in Albania, in Italia da quando aveva 9 anni]. Uno che vive da tanti anni in un paese straniero deve, oltre alla lingua, avvicinarsi alla cultura e alle abitudini di quel paese [Anna, 25 anni, nata in Serbia, in FVG da quando aveva 15 anni]. Secondo me ci si deve integrare, perch comunque se vivi in un paese che non il tuo e non ti integri troverai tante difficolt in tutti i campi. Questo non significa essere come loro, perch bisogna conservare la propria identit [Laura, 23 anni, nata in Colombia, in FVG da quando aveva 15 anni]. Secondo me occorre avvicinarsi sempre pi alla cultura italiana, perch alla fine fai parte di questo territorio e di questa comunit. Le origini certamente vanno tutelate, sarebbe un peccato perdere la propria specialit. Ma al di l di questo non bisogna mai perdere di vista il fatto che si vive fianco a fianco con gli italiani. Comunque questo un processo spontaneo, che avviene in automatico, e questo riguarda soprattutto i bambini. Secondo me un ragazzo non ci pensa neanche, vive e si rapporta in maniera abbastanza naturale con il suo prossimo. un po pi difficile invece per chi arrivato qui pi avanti con let [Mommi, 26 anni, nato in Somalia, in Italia da quando aveva 5 anni]. Io preferisco mantenere le mie radici e la mia identit ghanese [Franco, 24 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 14 anni].

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Secondo me bisogna prendere il meglio di entrambe le culture. Non bisogna rinnegare le proprie origini, bisogna conservarle, ma al tempo stesso anche avvicinarsi alla cultura italiana. Limportante avere spirito critico, nel senso di non scegliere a priori una cultura e decidere che la migliore. Bisogna trovare un equilibrio [Caterina, 18 anni, nata in Italia da genitori nigeriani]. Diciamo che bisogna fare entrambe le cose. E giusto conservare con orgoglio lidentit romena, il modo in cui i romeni si sentono, il loro essere allegri. Allo stesso tempo ti devi abituare al modo di vita del popolo italiano perch con loro che hai scelto di vivere e avvicinandosi a loro ci si pu sentire meglio integrate [Alina, 19 anni, nata in Romania, in FVG da quando aveva 13 anni]. Non penso che ci sia alcun dovere, perch lItalia un paese democratico, un paese libero, in cui la gente fa quello che preferisce. Comunque alla fine meglio avvicinarsi sempre pi alla cultura italiana, per riuscire a vivere meglio. In ogni caso non voglio dimenticarmi della mia cultura, ma per stare bene in Italia devo imparare la loro cultura, per poter stare meglio con gli italiani [Alessio, 25 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 9 anni]. Si possono fare tutte e due le cose. Limportante stare bene con se stessi. giusto avvicinarsi alla cultura italiana, ma anche giusto conservare le proprie tradizioni [Luca, 21 anni, nato in Romania, in FVG da quando aveva 15 anni]. Secondo me sarebbe importante avvicinarsi alla cultura italiana, se vuoi costruirti una vita qui. Ti devi avvicinare alle tradizioni dei friulani, ai loro stili di vita, perch non devono esserci barriere e distinzioni tra noi e loro. Allo stesso tempo sarebbe importante mantenere le radici, ma questa deve essere una priorit personale, legata alla propria identit, al fatto di avere dei genitori e dei nonni che sono romeni [Alberto, 20 anni, nato in Romania, in FVG da quando aveva 10 anni]. Secondo me uno che ha due culture, e vive qui, ha un vantaggio. Mantiene il dono della sua cultura e in pi fa nuove esperienze e si apre a nuove conoscenze e nuove relazioni [Marco, 25 anni, nato in Marocco, in FVG da quando aveva 16 anni]. Finch vivi in un paese occidentale, hai unaltra visione. Bisogna rispettare lambiente in cui vivi. Per esempio io non mi vesto come in Marocco. Se vivi in un paese diverso bisogna vivere nel modo in cui vivono gli altri [Homer, 19 anni, nato in FVG da genitori marocchini]. Secondo me entrambe le cose. Devi tenere conto di entrambe le culture con cui hai a che fare. Io comunque sono aperto a nuove esperienze ma c una parte marocchina di me che viene sempre fuori, ed una cosa bella per me [Ugo, 19 anni, nato in Marocco, in FVG da quando aveva 10 anni]. Io penso che ogni persona secondo dove si trova si deve comportare pi o meno come il posto in cui si trova. Questo non vuol dire che non deve mantenere le tradizioni con cui sei cresciuto. Ci sono delle cose che puoi fare anche qui e cose che non puoi fare. giusto imparare le culture, io da te e tu da me. Ma le origini rimangono, perch nel tuo paese che sei cresciuto, e poi ci sono anche i parenti che sono rimasti in patria che rappresentano un legame importante [Bilal, 24 anni, nato in Macedonia, in FVG da quando aveva 16 anni]. Uno deve vivere come vive un locale. Se tu vivi in Italia devi assumere lo stile di vita e la mentalit italiane, inutile che vivi qui e pensi di essere in Ghana. Quando discuto con altri ghanesi discutiamo molto di questo, e io sottolineo sempre che non si pu vivere in Italia o in qualsiasi altra parte del mondo pensando di essere nel tuo paese di origine. Questa una cosa che i ragazzi pi giovani capiscono da soli. In ogni caso bisogna conservare le proprie radici, non bisogna dimenticare che siamo ghanesi [John, 24 anni, nato in Ghana, in Italia da quando aveva 6 anni]. Non bisogna mai dimenticarsi delle proprie origini e tradizioni. Allo stesso tempo per noi ghanesi dobbiamo aprirci, non possiamo andare avanti con le stesse consuetudini dovunque. Dobbiamo aprirci e cercare lintegrazione con il resto della comunit. Bisogna insomma trovare un compromesso, con

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un giusto canale di comunicazione in entrambi i versanti [Michael, 23 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 12 anni]. Sei ospite, e devi adattarti, devi cercare di integrarti. Questa la regola di chi cambia paese, questa la regola dellimmigrazione. La regola che io ti ospito e tu devi accettare quello che ti do. Bisogna essere cos [Paolo, 25 anni, nato in Nigeria, in FVG da quando aveva 13 anni]. importante che noi manteniamo le nostre tradizioni, la nostra cultura. Per anche importante che ci avviciniamo agli italiani. Se tu vai in un posto non devi fare sempre quello che facevi nel tuo paese: devi accettare quello che fanno le persone del posto. Non devi stare chiuso nel tuo mondo, devi imparare cose nuove, imparare come gli altri vivono, cercare di capirli e accettarli. Questo comunque non vuol dire che devi rifiutare la tua cultura [Antonella, 24 anni, nata in Ghana, in FVG da quando aveva 17 anni].

Come si sar notato, da queste affermazioni si pu dedurre lesistenza di un atteggiamento prevalente: conservare la cultura di origine ma al tempo stesso aprirsi il pi possibile alla societ di accoglienza, alla sua cultura, alle sue tradizioni e agli stili di vita prevalenti. Certo, c anche chi, come Franco, afferma categoricamente che preferisce mantenere le mie radici e la mia identit ghanese. Ma dalla maggior parte dei ragazzi emerge un approccio pragmatico che denota anche una certa maturit; una tendenza a conservare la propria cultura unita allapertura pi ampia e profonda possibile al nuovo contesto di vita. Un approccio, insomma, che in perfetta sintonia con la prevalente identit biculturale manifestata dagli intervistati. Bisogna assumere lo stile di vita e la mentalit italiane, afferma John, aggiungendo che inutile che vivi qui e pensi di essere in Ghana. Ma al tempo stesso ci non significa, come spiega Antonella, che devi rifiutare la tua cultura. Devi certamente, afferma Paolo, adattarti, devi cercare di integrarti. Questa la regola di chi cambia paese. Uno che vive da tanti anni in un paese straniero deve, oltre alla lingua, avvicinarsi alla cultura e alle abitudini di quel paese, precisa Anna. Ma questo non implica il rinnegare le proprie radici, che anzi devono essere coltivate e preservate. La combinazione tra la conservazione e linnovazione possibile, anzi, opportuna e vantaggiosa. Perch, come afferma Marco, uno che ha due culture, e vive qui, ha un vantaggio. Mantiene il dono della sua cultura e in pi fa nuove esperienze e si apre a nuove conoscenze e nuove relazioni. Insomma, il biculturalismo non solo possibile ma anche consigliabile, lapproccio pi razionale per chi, come i nostri intervistati, ha di fronte a s la sfida di integrarsi in un nuovo paese ma senza rinnegare lorgoglio del retaggio proprio e dei propri familiari. Giunti ormai alla conclusione di questo giro dorizzonte sulle esperienze e le testimonianze dei nostri intervistati, prendiamo in considerazione unultima e fondamentale questione: come e dove si vedono nel futuro. Sar in Friuli Venezia Giulia o in un altro posto, magari nel loro paese dorigine? Sono intenzionati a rimanere qui o prevedono un trasferimento altrove? Vediamo una rassegna delle loro risposte.
Penso di non rimanere qua, sono molto attaccata ai miei nonni con cui sono cresciuta prima di venire qui, quindi penso di tornare gi. Rimarr comunque qui finch mi andr bene ma poi torner in Tunisia [Valeria, 20 anni, nata in Tunisia, in FVG da quando aveva 13 anni] Sono molto aperta a viaggiare e scoprire altre realt e quindi non escludo la possibilit di stabilirmi altrove, anche se non mi dispiacerebbe rimanere a Trieste [Sara, 25 anni, nata a Trieste da genitori iraniani]. Dopo la laurea, mi piacerebbe trovare un lavoro che tenesse uniti i miei due paesi di appartenenza, la Serbia e lItalia. Certamente se fosse possibile mi piacerebbe rimanere a Trieste, facendo il possibile per incrementare le relazioni tra Italia e Serbia. [Anna, 25 anni, nata in Serbia, in FVG da quando aveva 15 anni].

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Dopo lUniversit, mi piacerebbe tornare al mio paese o andare in un altro posto. Non mi vedo qua [Laura, 23 anni, nata in Colombia, in FVG da quando aveva 15 anni]. Nel mio futuro prossimo, siccome alla fine vivo qui, penso di restare qui. Mi piacerebbe solo conoscere un po meglio la Somalia, vedere dove sono vissuti i miei genitori e i miei parenti. Ma solo in visita, perch alla fine mi sento pi a mio agio qui [Mommi, 26 anni, nato in Somalia, in Italia da quando aveva 5 anni]. Limportante per me trovare un lavoro e mantenere una futura famiglia, e se questo succeder in Friuli Venezia Giulia rimarr in Friuli Venezia Giulia [Sakor, 24 anni, nato in Benin, in FVG da quando aveva 18 anni]. Penso di trasferirmi allestero per trovare opportunit di lavoro migliori [Franco, 24 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 14 anni]. Mi piacerebbe un giorno lavorare per il mio paese dorigine per farlo diventare un paese migliore [Caterina, 18 anni, nata in Italia da genitori nigeriani]. Io spero di diventare una brava commercialista e poi sposarmi verso i 30-35 anni. LUniversit la frequenter qui, ma poi non so dove andr, potrei anche tornare nel mio paese, anche perch ho tanti parenti l di cui sento la mancanza. Se per dovessi trovare un lavoro qui mi fermerei qui [Alina, 19 anni, nata in Romania, in FVG da quando aveva 13 anni]. In questo momento non ho le idee chiare, anche perch sono disoccupato. Comunque preferirei rimanere qui a Udine, anche se tutto dipende dal lavoro che trovo [Alessio, 25 anni, nato in Ghana, in FVG da quando aveva 9 anni]. Spero di riuscire a trovare lavoro qua. Torner in Romania solo in occasioni particolari, ma il mio futuro qui [Luca, 21 anni, nato in Romania, in FVG da quando aveva 15 anni]. Nel mio futuro io vedo lItalia, anche perch la Romania non penso possa svilupparsi al punto di poter tornare e lavorare e guadagnare bene. Poi essendo cresciuto qua sono pi propenso a costruirmi una vita qui in Friuli Venezia Giulia [Alberto, 20 anni, nato in Romania, in FVG da quando aveva 10 anni]. Vorrei studiare ostetricia, in previsione di un lavoro che sar in Italia, e possibilmente qui a Udine [Roberta, 18 anni, nata a Palermo da genitori ghanesi]. Vorrei lavorare per lambasciata italiana in Ghana, o lavorare per lambasciata ghanese in Italia, anche perch attinente agli studi che sto facendo. Non credo di rimanere a Udine, a me piacciono le citt grandi, mi piace sperimentare, viaggiare. Anche se sono affezionata a questa citt [Alessandra, 24 anni, nata in Ghana, in FVG da quando aveva 13 anni]. Non ho le idee chiare, ma penso che [il mio futuro] sar qui, perch ormai mi sono abituata [Nour, 24 anni, nata in Marocco, in FVG da quando aveva 14 anni]. Dipende dal lavoro. Qua mi trovo bene, mi piacerebbe restare, ma se fossi costretto a trasferirmi per ragioni di lavoro, anche allestero, lo farei, a maggior ragione perch ho delle responsabilit familiari [Marco, 25 anni, nato in Marocco, in FVG da quando aveva 16 anni]. Dopo il diploma mi piacerebbe andare in Germania, dove si trovano lavori migliori e meglio pagati [Zaki, 18 anni, nato in Marocco, in FVG da quando aveva 12 anni]. Sar nel mondo. Poi non si sa mai, potrei anche rimanere qui. Mi piacerebbe andare in Inghilterra o magari in Canada. Comunque lItalia un bel paese per vivere, quindi potrei rimanere qui, soprattutto a Udine che la parte pi tranquilla del paese [Homer, 19 anni, nato in FVG da genitori marocchini].

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Sicuramente [il mio futuro] sar qui: Anche perch da noi in Macedonia le cose non vanno bene. Un sacco di macedoni sono fuori. Poi i macedoni che sono arrivati qui, tornano in Macedonia per le vacanze e scappano indietro, qui in Italia [Bilal, 24 anni, nato in Macedonia, in FVG da quando aveva 16 anni]. Questo un momento difficile per il mio settore, e molti stanno pensando di tornare in patria. Ma se il lavoro c e ci si trova bene meglio rimanere qui [Fabio, 23 anni, nato in Marocco, in FVG da quando aveva 17 anni]. Il mio futuro sar quasi certamente qui. Sicuramente non torner a vivere in Ghana, per come mi comporto e per come la penso sar impossibile un ritorno al paese di origine [John, 24 anni, nato in Ghana, in Italia da quando aveva 6 anni]. Siccome sto sperando di partire per Londra lanno prossimo per frequentare lUniversit, credo che le mie prospettive siano aperte. Mi piacerebbe comunque andare a vivere in Australia, e poi a cinquantanni tornare a vivere in Ghana [Maria, 19 anni, nata in Ghana, in FVG da quando aveva 12 anni]. Io attualmente ho intenzione di rimanere qui. Qui ho iniziato il mio percorso e qui lo finir. Bisogna tenere conto che lintegrazione ha un costo, quindi non intendo sciupare tutto dopo aver fatto tanti sacrifici per integrarmi. Non ho intenzione di ricominciare tutto da capo, dopo tanta fatica. Inoltre, se le cose non ti vanno bene qui, non andranno bene neanche da un'altra parte [Paolo, 25 anni, nato in Nigeria, in FVG da quando aveva 13 anni]. Non ho una precisa idea di cosa far in futuro, dipende dalla situazione in cui mi trover. Al momento comunque io e la mia famiglia abbiamo il desiderio di ritornare in Ghana [Antonella, 24 anni, nata in Ghana, in FVG da quando aveva 17 anni]. Io spero di restare a Udine, specialmente se ottengo la cittadinanza italiana. Penso peraltro che se uno si accontenta a livello lavorativo non pu che trovarsi bene. Mi dispiacerebbe lasciare questo posto. Diciamo che mi piacerebbe rimanere qui con un lavoro che mi consenta di mantenermi dignitosamente [Federico, 23 anni, nato in Argentina, in FVG da quando aveva 15 anni].

I progetti della seconda generazione sono, come possiamo leggere, abbastanza diversificati. Ma un aspetto domina su tutti e accomuna molti intervistati: molto dipender dalle opportunit lavorative. Diversi ragazzi affermano infatti che il loro futuro legato alla possibilit di trovare unoccupazione soddisfacente, o semplicemente di lavorare e procacciarsi un reddito. Se questa intenzione si incrocer con un prolungamento del soggiorno in Friuli Venezia Giulia, allora essi rimarranno qui molto volentieri, anche perch, come dichiara ad esempio Federico: Mi dispiacerebbe lasciare questo posto. Significativa anche la risposta di Paolo: Qui ho iniziato il mio percorso e qui lo finir. Per altri invece, pi semplicemente, tutto - per dirla con Antonella dipende dalla situazione in cui mi trover. questa la posizione di Alessio, il quale sottolinea che preferirei rimanere qui a Udine, anche se tutto dipende dal lavoro che trovo. Lincertezza domina tra questi ragazzi che, forse, sono troppo giovani per poter conoscere con esattezza quale sar il loro futuro. Ma questa incertezza lascia il campo al desiderio nel caso di un buon numero di intervistati che ritengono quasi inevitabile un trasferimento altrove, magari allestero. In questo, essi non si distinguono dai loro coetanei italiani, che per ragioni legate alle competenze maturate nel periodo di studi, alla difficolt di trovare qui un lavoro che corrisponda al proprio profilo professionale, o magari semplicemente allaspirazione di fare nuove esperienze, ritengono che il loro futuro sar altrove, e molto probabilmente allestero. Molto chiara ad esempio la posizione del diciottenne Zaki, il quale afferma: Dopo il diploma mi piacerebbe andare in Germania, dove si trovano lavori migliori e meglio pagati. Molto simile lidea di Franco, il 83

quale pensa di trasferirmi allestero per trovare opportunit di lavoro migliori. Maria lascia invece trapelare che tutto dipender da come si dispiegheranno le proprie esperienze di vita, dichiarando che, in merito a dove sar di qui a qualche anno: credo che le mie prospettive siano aperte. E similare la visione adombrata da John, che sottolinea che se fossi costretto a trasferirmi per ragioni di lavoro, anche allestero, lo farei. Decisamente sicura di se stessa infine Alessandra, la quale ci risponde: Non credo di rimanere a Udine, a me piacciono le citt grandi, mi piace sperimentare, viaggiare. Questultima affermazione risuona nelle parole di Sara, la quale risponde che sono molto aperta a viaggiare e scoprire altre realt e quindi non escludo la possibilit di stabilirmi altrove. C anche, per, chi al Friuli Venezia Giulia si davvero affezionato e non immaginerebbe di andare incontro ad opportunit che non si dischiudessero qui. il caso ad esempio di Federico, che ammette: Io spero di restare a Udine, specialmente se ottengo la cittadinanza italiana. Similare la posizione di John, che afferma: Il mio futuro sar quasi certamente qui. Sulla stessa linea si trova Nour, la quale pensa che [il mio futuro] sar qui, perch ormai mi sono abituata. Anche Alberto esprime un desiderio analogo, spiegando che essendo cresciuto qua sono pi propenso a costruirmi una vita qui in Friuli Venezia Giulia. Anche Federico su queste posizioni, e afferma: Io spero di restare a Udine, specialmente se ottengo la cittadinanza italiana. Penso peraltro che se uno si accontenta a livello lavorativo non pu che trovarsi bene. Mi dispiacerebbe lasciare questo posto. Fabio infine, pragmaticamente, sottolinea che se il lavoro c e ci si trova bene meglio rimanere qui. Poche invece le persone che vedono nelle loro prospettive un ritorno al paese dorigine. Su questa linea minoritaria si pone ad esempio Caterina, la quale sottolinea significativamente: Mi piacerebbe un giorno lavorare per il mio paese dorigine per farlo diventare un paese migliore. Ancora pi chiara Valeria, la quale afferma: Penso di non rimanere qua, sono molto attaccata ai miei nonni con cui sono cresciuta prima di venire qui, quindi penso di tornare gi. Su posizioni analoghe troviamo anche Antonella, il cui progetto di vita attualmente contempla il ritorno ovvero, come dichiara lei, io e la mia famiglia abbiamo il desiderio di ritornare in Ghana. Abbastanza realistica infine la visione di Alina, la quale sottolinea che potrei anche tornare nel mio paese, anche perch ho tanti parenti l di cui sento la mancanza. Se per dovessi trovare un lavoro qui mi fermerei qui. In conclusione, possiamo affermare come le prospettive della seconda generazione di migranti sono abbastanza variegate e aperte. Quasi tutti legano il proprio futuro alla possibilit di lavorare e avere un reddito soddisfacente: se questo sar possibile in Friuli Venezia Giulia, essi vi rimarranno; ma se il destino negher loro questa opportunit, allora questi giovani dichiarano di essere pronti a fare i bagagli per trasferirsi altrove. Per una parte degli intervistati, questultima possibilit quasi scontata; essi sanno che le loro competenze potrebbero essere spese meglio in altre parti del paese o del mondo, e ritengono quindi molto probabile una partenza verso altri lidi. Ci sono tuttavia anche persone che sono legate al Friuli Venezia Giulia e sperano di poter coronare i loro sogni qui. Pochi, infine, sono coloro che vedono nel paese dorigine la propria destinazione. Insomma, la parabola futura immaginata da questi giovani lascia intuire una certa corrispondenza tra stranieri e italiani, i quali non differiscono molto da questo punto di vista. Come per i secondi, anche per i primi il futuro significa lavorare, diventare autonomi, esaudire il proprio desiderio di svolgere occupazioni consone alle proprie aspettative. In conclusione, anche per quanto concerne questo aspetto cruciale della propria esistenza, la seconda generazione di migranti pare proprio sintonizzata con i propri coetanei italiani.

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3. Conclusioni

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Questo studio, concepito per analizzare la condizione della seconda generazione di migranti in Friuli Venezia Giulia, ci lascia con alcune notizie buone e altre meno buone. Cominciamo con quelle buone. Una premessa, anzitutto, relativa ai numeri. Oggi, secondo quanto ha fatto emergere il Censimento 2011, in questa regione vivono un numero di figli degli immigrati (et compresa tra 0 e 25 anni) stimabile tra i 25 e i 30 mila. I giovani di origine straniera rappresentano allincirca un terzo dellintera immigrazione e quasi il 13% di tutti i giovani della medesima et residenti in Friuli Venezia Giulia: una quota, questultima, significativamente pi elevata rispetto alla media nazionale, che si aggira intorno al 9%. Pi di 14 mila stranieri sono iscritti nelle scuole regionali, con unincidenza sulla popolazione scolastica complessiva pari all11,5%: anche qui, un dato superiore a quello italiano. Quelli infine che frequentano i due atenei della regione sono allincirca 2.500. La prima buona notizia emersa da questo lavoro che la seconda generazione appare generalmente ben integrata nel tessuto sociale e pare aver assorbito la cultura locale in una maniera tale da facilitare le relazioni con gli abitanti della propria citt o paese, con i propri compagni di scuola e amici. Dalle interviste da noi condotte emerso che questi ragazzi si trovano abbastanza bene in Friuli Venezia Giulia e ne hanno assimilato la cultura e gli stili di vita al punto di essere indistinguibili, per molti aspetti, dai loro coetanei italiani, con i quali si sono strette amicizie durature e sincere. Ma lassimilazione culturale, per gran parte di loro, si coniuga anche con unattenzione particolare alla cultura delle origini, ovvero alla cultura dei loro genitori. Anche quando si tratta di persone nate in Italia, questi ragazzi mostrano un particolare orgoglio per le proprie radici e mantengono vive le tradizioni e i costumi del paese di provenienza, ad esempio con gli idiomi parlati in quelle realt nazionali, idiomi che vengono utilizzati fluidamente nelle interazioni con i propri connazionali, parenti inclusi. Questo non esclude che vi siano da una parte casi di giovani che si sentono integralmente italiani, che parlano ad esempio benissimo la lingua italiana, anche in famiglia, e rivendicano con soddisfazione la loro somiglianza ed amicizia con i pari italiani, e dallaltra parte individui, pochi a dire il vero, che invece hanno un approccio conflittuale con la cultura e la societ del Friuli Venezia Giulia, parzialmente respinte in favore di un attaccamento alla mentalit tradizionale e ai legami sociali nutriti con le comunit etniche presenti in regione. Come recita la teoria, molti degli atteggiamenti e comportamenti della seconda generazione dipendono dalla lunghezza del soggiorno nel paese di accoglienza. Nel caso di chi vi nato o vi giunto dopo aver trascorso una prima breve fase della propria esistenza nel paese dorigine si troverebbero pi spesso casi di assimilazione culturale e di integrazione sociale riuscite. Nel caso invece di persone sopraggiunte ad et pi elevate, ad esempio poco prima di aver raggiunto la maggiore et, si riscontrerebbe un almeno parziale isolamento rispetto ai nativi. Chi stato integralmente o quasi socializzato nel paese di destinazione, in altre parole, si mostrerebbe pi propenso ad un assorbimento della cultura locale e a sviluppare reti di relazioni con gli autoctoni; viceversa, chi aveva gi maturato una confidenza con la societ e la cultura del paese dorigine parrebbe pi restio a omologarsi, a seguire i sentieri dei pari non immigrati, nonch a stringere amicizia con questi ultimi, optando invece per una relazionalit iscritta nel cerchio dei propri connazionali e per una conservazione di abitudini e stili di vita costruiti in quellaltrove da cui si provenuti. Queste sono, in particolare, le ipotesi del modello di integrazione delineato da Rumbaut, che distingue allinterno dellinsieme dei figli degli stranieri pi segmenti (per la precisione generazione 2.0, generazione 1.75, generazione 1.5 e generazione 1.25), in una stratificazione che dipende dal momento in cui il giovane straniero ha fatto la sua comparsa nel paese di accoglienza. La nostra ricerca ha in parte confutato e in parte confermato le ipotesi di Rumbaut. Abbiamo infatti verificato che non solo chi nato qua, ma anche chi sopraggiunto in Friuli Venezia Giulia non in tener et, ovvero dopo i quattordici anni, ha nei confronti della societ e della cultura di accoglienza un approccio di adesione quasi integrale. Molti di questi giovani hanno accettato di buon grado e pragmaticamente la realt di essere cittadini di un nuovo paese, del quale aspirano a 86

riprodurre i principali tratti culturali, tra cui la lingua nazionale. I nostri intervistati mostrano cio in prevalenza un profilo, dal punto di vista dellidentit e dellintegrazione, che ne facilita linclusione sociale e rende possibile una pacifica convivenza con gli abitanti del Friuli Venezia Giulia. A parte alcuni casi isolati di persone che non hanno accettato la propria condizione e preferiscono ripiegarsi in s stessi, cullandosi nel ricordo di una patria perduta, la schiacciante maggioranza dei soggetti con cui abbiamo parlato si trova bene in questa regione e con i propri pari italiani, ed felice di ci. In questo processo di avvicinamento tra stranieri ed italiani, molto ha contato la scuola: tra i banchi si sviluppano rapporti amicali che durano nel tempo e facilitano lacquisizione dei tratti culturali e delle norme propri del Friuli Venezia Giulia. Insomma, lintegrazione sociale della seconda generazione di migranti pare essere un traguardo raggiunto per molti di questi ragazzi giunti da ogni angolo della terra o nati qui da genitori di svariate origini nazionali. Ci sembra incoraggiante, da questo punto di vista, il fatto che molti esponenti della seconda generazione hanno avuto o hanno dei rapporti sentimentali con persone autoctone, ovvero hanno avuto ed hanno fidanzati/e italiani. Gli stessi soggetti, inoltre, non escludono di sposarsi in futuro con un italiano o unitaliana: un segnale importante, visto che i matrimoni misti sono lindicatore pi eloquente di una genuina societ multietnica, che valorizza tutte le sue componenti comprese, naturalmente, quelle venute da fuori. E questa la prima notizia. La seconda buona notizia concerne la scolarizzazione. I minori stranieri affollano gli istituti delle quattro province regionali in una misura superiore a quella registrata a livello italiano. Pi di un alunno su dieci di cittadinanza straniera, una proporzione che ancora maggiore nei gradi inferiori (scuola primaria anzitutto). Questa una misura tale da rendere palpabile per gli allievi autoctoni la realt dellimmigrazione. Stando a quanto ci hanno dichiarato i responsabili delle scuole udinesi, da noi scelte quale punto di osservazione, lintegrazione nelle aule avviene abbastanza facilmente. I compagni di scuola sono una guida ottimale per linclusione sociale, sono un punto di riferimento per dei giovani che vogliono apprendere come si vive qui e desiderano una vita sociale piena e gratificante. Razzismo e discriminazioni non risultano assolutamente la norma per degli istituti che invece paiono favorire la piena integrazione dei propri frequentanti venuti da fuori. Al contrario, laccoglienza benevola degli alunni italiani il sintomo pi gradevole della graduale formazione di una societ multietnica in cui la presenza dei giovani arrivati da lontano rappresenta un elemento di arricchimento per tutti. Inoltre, le scuole del Friuli Venezia Giulia sono frequentate a quanto pare con buon profitto dagli allievi stranieri. Stando sempre agli operatori scolastici da noi intervistati, i fenomeni che si sono manifestati con una frequenza scoraggiante nelle scuole italiane quali labbandono, la ripetenza e il mancato successo scolastico si presentano qui in misura attenuata. Non inoltre trascurabile la presenza di 2.500 studenti universitari di origine straniera distribuiti nei due atenei di Udine e Trieste, segno tangibile di una volont di crescita individuale e di aspirazioni professionali di livello medio-elevato. Ma proprio nel mondo della scuola, purtroppo, che abbiamo colto la prima cattiva notizia. Questa concerne in particolare la scelta degli istituti secondari di secondo grado. Esattamente come avviene in altre regioni italiane, la seconda generazione opta pi facilmente per la frequentazione di un istituto professionale o di un ente di formazione professionale nonch, in misura minore rispetto ai professionali, di un istituto tecnico, snobbando la pi qualificata ed impegnativa istruzione liceale. I dati da noi raccolti nella citt di Udine non lasciano spazio ai dubbi. Solo il 16,8% dei giovani stranieri si iscrive in un liceo o nellistruzione artistica, contro il 45,8% degli italiani. Ben il 41,1% dei figli degli immigrati frequenta invece un istituto professionale, contro il 17% degli italiani, mentre negli istituti tecnici gli iscritti italiani e stranieri sono proporzionalmente equivalenti. Infine, il 10,9% dei giovani stranieri frequenta un ente pubblico di formazione professionale, un dato pi che doppio rispetto agli italiani (4,3%). Questo significa che molti alunni di origine straniera si stanno sagomando con profili professionali di tipo medio-basso. Essere iscritti in una scuola professionale o in un ente di formazione professionale significa imparare dei mestieri come lelettricista, il cameriere, il barista, lestetista e via dicendo; mestieri dunque che fanno capo prevalentemente allampio e variegato mondo dei 87

servizi, o meglio in settori del mondo terziario dove le opportunit di crescita individuale sono poche, gli stipendi non sono eccellenti e il lavoro svolto non sempre gratificante. Frequentare quegli istituti significa inoltre fermare assai probabilmente la propria parabola formativa al diploma di scuola secondaria di II grado o alla qualifica professionale, senza fare il salto universitario che listruzione liceale invece favorisce. Si pu quindi affermare che sussiste il rischio che una parte significativa della seconda generazione sia incanalata verso un futuro occupazionale modesto e che si stia formando nellofferta di lavoro un nuovo segmento fatto di giovani che vanno a svolgere lavori poco prestigiosi, poco pagati e dal basso status sociale. In altre parole, una parte della seconda generazione finir per svolgere, e in parte le sta gi svolgendo, le stesse mansioni dei propri genitori, che si sono notoriamente accontentati di una integrazione lavorativa subalterna in cambio di un reddito modesto ma comunque pi elevato rispetto a quanto si pu guadagnare in patria. Tra questi giovani, in sostanza, non si verifica alcuna mobilit sociale ascendente rispetto ai propri genitori, come sarebbe invece auspicabile. La terza ed ultima notizia negativa proviene dal mercato del lavoro regionale e conferma quanto espresso in merito alla condizione scolastica. I dati fornitici dagli Osservatori del mercato del lavoro della Regione Friuli Venezia Giulia e della Provincia di Udine mostrano, anzitutto, come esista una forte domanda di lavoro straniero che coinvolge le prime come le seconde generazioni. Nel 2002 sono state 9.500 le assunzioni di giovani stranieri di et compresa tra 16 e 25 anni, che equivalgono al 22% circa del totale degli avviamenti del lavoro di giovani di questa classe di et. Pi di un quinto della assunzioni di giovani in Friuli Venezia Giulia, insomma, interessa personale di origine straniera. A fronte di una domanda cos elevata, per, la nostra regione non sembra destinare i figli dei cittadini stranieri verso un presente ed un futuro fatto di gratificazioni professionali e redditi cospicui. I nostri dati ci dicono che le assunzioni dei giovani stranieri avvengono prevalentemente nei settori in cui si concentra la domanda di lavoro meno qualificata. Come hanno sottolineato i due sindacalisti da noi intervistati, una parte significativa della seconda generazione si inserisce nei segmenti meno attraenti del mercato del lavoro regionale. In particolare, nellagricoltura, nelle costruzioni e nei servizi di alloggio e ristorazione della provincia di Udine le assunzioni di stranieri rappresentano pi del 20% del totale della domanda di lavoro proveniente da questi settori. Molti avviamenti al lavoro, inoltre, conducono direttamente i giovani di seconda generazione nella trappola del precariato. Non si pu quindi parlare di una situazione rosea per dei giovani che probabilmente aspiravano ad altro e si sono dovuti accontentare, in mancanza di altre prospettive, di lavori umili. Questo certamente un risultato deludente, per chi scommetteva che i figli qui scolarizzati avrebbero avuto nel mondo del lavoro un destino migliore di quello dei genitori. In conclusione, la condizione della seconda generazione di migranti in Friuli Venezia Giulia presenta luci ed ombre. Si pu parlare di una integrazione sociale riuscita che convive con forti difficolt a indirizzare i giovani stranieri verso traiettorie scolastiche e lavorative di alto profilo. Tutto ci ci conduce a formulare due sintetiche raccomandazioni alle istituzioni, in particolare alla Regione. Occorre anzitutto ripensare il sistema di orientamento scolastico, che attualmente canalizza troppo massicciamente la seconda generazione - al momento della scelta della scuola secondaria di II grado - verso gli istituti professionali e gli enti di formazione professionale, dove, per citare i dati della realt udinese, sono iscritti pi della met degli allievi di origine straniera. Bisogna incoraggiare insegnanti e genitori a far compiere agli alunni stranieri scelte formative pi qualificanti, che predispongano questi ultimi a costruirsi profili professionali pi consoni alla odierna societ della conoscenza. Occorre, in particolare, accorciare le distanze tra gli allievi italiani, che nella misura di quasi il 50% si iscrivono ai licei, e alunni stranieri, che accedono a questo tipo di studi superiori in misura tre volte inferiore. Questo divario va colmato quanto prima, onde evitare che tra stranieri ed italiani vi sia un abisso in termini di formazione scolastica e quindi di accesso al sapere, ingrediente fondamentale per sviluppare un senso di cittadinanza che potrebbe, diversamente andando le cose, accomunare tutti i giovani indipendentemente dalla loro provenienza.

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Al tempo stesso, ed la nostra seconda raccomandazione, occorrono urgentemente delle politiche del lavoro che valorizzino limportante risorsa rappresentata da migliaia di giovani che hanno tutte le carte in regola per occupare posizioni lavorative migliori, evitando la costituzione di una underclass che si accontenta di un lavoro qualsiasi pur di non rimanere disoccupata. Si potrebbe ad esempio incoraggiare i giovani con profili medio-bassi, frutto della frequentazione di istituti professionali o di enti di formazione professionale, a tentare la strada del lavoro autonomo. Si potrebbero cio varare delle politiche che indirizzino questo target verso lautoimpiego tramite la costituzione di una propria ditta nel comparto artigiano, al fine di garantire a chi ha una qualifica professionale il procacciamento di redditi superiori a quelli di chi intraprende le stesse strade attraverso il lavoro dipendente. Per evitare di incorrere nelle critiche di chi non vede di buon occhio la presenza straniera, e quindi contesterebbe il lancio di politiche rivolte esclusivamente ai giovani non autoctoni (come suggerisce invece il sindacalista della CGIL Abdou Faye), si pu pensare ad una misura universale, aperta agli italiani come agli stranieri, che riservi una quota di beneficiari a questi ultimi, una quota che potrebbe essere corrispondente alla loro presenza numerica, ovvero intorno al 15% dei destinatari. appena il caso di accennare che, in quelle realt europee dove non si fatto nulla, si sono costituite sacche di antagonismo sociale che portano in grembo il seme di conflitti difficilmente sanabili e comunque allarmanti, anche alla luce dei numeri imponenti di persone coinvolte. Per il Friuli Venezia Giulia, avere migliaia di giovani economicamente deprivati, socialmente marginali e arrabbiati per i loro magri destini una situazione poco conveniente; meglio, senzaltro, intervenire prima con soluzioni che solo la politica pu produrre. Uomo avvisato, si dice in questi casi, mezzo salvato. Per concludere, occorre fare uno sforzo collettivo e coraggioso per garantire alla seconda generazione un futuro migliore, fatto di gratificazioni scolastiche e lavorative. Il rischio che si corre non facendo nulla infatti di alimentare sacche di marginalit sociale ed economica o, in alternativa, di veder partire per altri lidi una fetta significativa di giovani neo-italiani che, esattamente come i nativi, scelgono di espatriare pur di trovare unoccupazione consona al proprio profilo e soprattutto meglio pagata. In una societ come quella del Friuli Venezia Giulia, toccata pesantemente dal declino demografico, perdere una fetta di giovani sempre pi robusta dal punto di vista numerico rappresenterebbe senzaltro una grave ipoteca sul proprio futuro.

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