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VITA ASSOCIATIVA

Mario Fiorentini, apparente contraddittorietà di un ossimoro

Osvaldo Biribicchi

La casa di Mario Fiorentini è al centro di Roma, la sua città, i libri sono dappertutto per-

ché lui è un bibliofilo, ed è piena di ricordi perché lui è uno che a Roma è vissuto ed ha lottato. L’incontro con il Professore Fiorentini, classe 1918, decorato con tre Medaglie d’Argento

al Valor Militare, tre Croci di Guerra al Merito, la Medaglia Donovan dell’OSS (USA) ed

una Medaglia della Special Force (Regno Unito), mi è stato possibile grazie ai buoni uffi-

ci di Giovanni Cecini, un giovane storico autore del libro I soldati ebrei di Mussolini.

Scopo della visita: intervistare un’esponente di spicco dell’antifascismo e della Resisten-

za

romana per poi scrivere un articolo per la Rivista Il Secondo Risorgimento d’Italia.

Mi

ero preparato all’incontro e, oltre a documentarmi sul personaggio, mi ero anche dili-

gentemente scritto otto domande da porre al mio interlocutore. Domande incentrate su quel tragico periodo che va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 in generale e sull’a- zione più celebre della Resistenza romana: l’attacco sferrato in via Rasella, il 23 marzo 1944, dai Gap centrali al battaglione di SS Bozen. Già, perché Fiorentini è stato un capo partigiano determinato, temerario ed anche fortunato, come lui stesso sostiene, che spesso non ha esitato a portare a termine personalmente pericolose azioni di guerra. Lui, quel 23 marzo 1944, guidava il Gap “A. Gramsci”, l’altro Gap che prese parte all’a- zione, il “Pisacane”, era al comando di Rosario Bentivegna. Provo a fare la prima doman- da. Lui mi parla della “sua Lucia”. Lucia Ottobrini, Medaglia d’Argento al Valor Milita-

re, è sua moglie, allora giovanissima componente del Gap “A. Gramsci”. Ne parla con ri-

spetto, dolcezza e profondo affetto esaltandone, al tempo stesso, il coraggio ed il valore:

“la migliore partigiana della Resistenza”, la prima gappista italiana che, fin dal settem- bre 1943, ha eseguito sistematicamente azioni individuali o in gruppo contro i nazifasci-

sti. Fra le tante compiute, quelle in via Giulio Cesare davanti alla Caserma dell’81° Fan-

teria per ottenere la liberazione dei civili arrestati e di via Rasella. Mi parla del dram- matico rastrellamento degli ebrei romani ad opera delle SS del Maggiore Kappler e della sua famiglia: padre ebreo, appartenente ad una antica famiglia venuta a Roma dalla Spagna nel ’500 a seguito delle persecuzioni contro gli ebrei; madre cattolica originaria

di

uno splendido paese della provincia di Rieti, Cittaducale. Mi racconta dello sbarco de-

gli

anglo-americani ad Anzio e Nettuno, il 22 gennaio 1944; un fatto sottovalutato, mai

approfondito ma di enorme importanza. Mi racconta di quando, col grado di Maggiore, si arruolò nell’Office of Strategic Services, il servizio segreto militare statunitense, per con-

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tinuare la lotta di liberazione all’interno della Repubblica Sociale Italiana. Paracadutato

in Emilia, dietro le linee tedesche, portò a termine numerose ed ardite operazioni di sa-

botaggio, svolse importanti mansioni informative e di collegamento tra le Brigate parti- giane e gli Alleati, si mise in contatto con la Divisione “Giustizia e Libertà” in Val Treb- bia, eseguì ventidue missioni di collegamento tra le Brigate Partigiane dislocate in Lom- bardia, in Liguria, nell’Emilia ed il Comando Generale a Milano. Mi accenna alla soffe- renza, alla paura nella Milano del 1944-1945 delle famiglie dei fascisti che avevano la- sciato le proprie case a sud della Linea Gotica, linea di confine con l’Italia di Badoglio. I ricordi di quell’oscuro periodo sono, di tanto in tanto, interrotti da rapide incursioni nell’universo della matematica. Ascolto con curioso interesse citazioni di geometria alge- brica, aneddoti risalenti a quando insegnava geometria superiore all’Università di Fer- rara. Mario Fiorentini è infatti un insigne matematico che ha fornito contributi fonda- mentali in due settori: la Geometria algebrica e l’Algebra commutativa. Ha tenuto semi- nari e lezioni di geometria in importanti università degli Stati Uniti, del Canada ed in Europa. Mi cita, in perfetto francese, i titoli di alcuni libri di matematica, dei matemati-

ci Pierre Bouchard e Mihai Cipu, di curve algebriche sghembe P ma anche del suo amore

per l’arte, per il teatro, per la poesia e di quando, negli anni Quaranta, frequentava i cir- coli intellettuali della Capitale, dei suoi amici pittori.

Torniamo a parlare dei giorni che seguirono l’8 settembre 1943. Mi elenca i seguenti punti fondamentali: sette mesi di guerriglia urbana in Roma nazista; due mesi di guerra partigiana dietro il fronte di Anzio nel triangolo Monte Gennaro – Via Tiburtina – Via Empolitana; dieci mesi di Guerra di Liberazione Nazionale al comando della Missione “Dingo” dell’Office of Strategic Services; quattro arresti. Mi accenna allo sgomento, dopo l’8 settembre, nel vedere l’Esercito italiano sfasciarsi in quel modo, “una tragedia imma- ne, i militari hanno avuto una doppia tragedia, come italiani e come militari”. L’ottobre nero: la deportazione dei Carabinieri e la razzia del ghetto, “due fatti epocali, due fatti sconvolgenti, vissuti dall’interno”. Il suo totale apprezzamento per i Carabinieri, “sempre con i Carabinieri, sempre con loro”; alla lotta dura senza quartiere; allo sbarco di Anzio. Poi il racconto di due episodi importanti della sua vita, due episodi di grande significato simbolico, sia dal punto di vista emozionale che storico-politico. Il primo risale alla sua infanzia: 28 ottobre 1922, la marcia su Roma; il secondo è legato al suo periodo di lotta antifascista, 28 ottobre 1944. Aveva quattro anni quando, con il suo amico Cirillo, vide sfilare gli squadristi fascisti: “era lo spettacolo fragoroso della marcia su Roma”. Un av- venimento storico che non sapeva né poteva interpretare, ma che sarebbe rimasto inde- lebilmente impresso nella sua memoria. Ventidue anni dopo la Marcia su Roma, il 28 ot- tobre 1944, Mario Fiorentini, in qualità di comandante di una missione alleata, sotto co- pertura e con documenti falsi, assiste all’ultimo discorso di Mussolini al Teatro Lirico di Milano. Il momento dell’addio di Mussolini. Un discorso “ispirato e malinconico”, l’ulti- mo. Due momenti di vita che coincidono con altrettanti momenti centrali della storia del nostro Paese, inizio e fine del fascismo. La conversazione termina con un ultimo richia- mo del Professore alla cultura umanistica, che cita il libro di Leonardo Sinisgalli Civiltà delle Macchine, ponte tra la cultura umanistica e quella scientifica, che meglio fa com- prendere il quadro storico, sociale e politico in cui maturarono determinati avvenimenti, ma soprattutto per conoscere l’uomo, l’universo Mario Fiorentini, “un fiore colto nel giar- dino degli ossimori” così come lo ha acutamente definito lo scrittore Luca Canali autore del libro sulla Resistenza In memoria senza più odio.

Presentazione del Volume “Un debito di gratitudine” di Menachem Shelah Massimo Coltrinari

La promulgazione delle leggi razziali nel 1938 rappresenta un fatto anomalo nel panorama sociale italiano. La nostra società, riconosciutasi nello Stato al termine del processo unitario