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Letteratura italiana Einaudi

Detti piacevoli
di Angelo Poliziano
Edizione di riferimento:
a cura di Tiziano Zanato, Istituto
dellEnciclopedia Italiana Treccani, Roma 1983
Letteratura italiana Einaudi
1 Letteratura italiana Einaudi
[1] Lorenzo de Medici, richiesto di favorire nella
elezzione de Signori non so chi alquanto sospetto allo
stato, ma uomo a cui piaceva el succo della vite, e dicen-
dogli chi gnene parlava: Tu gli farai fare ci che tu vor-
rai con un bicchiere di vino , rispuose: Che se un al-
tro gnene dessi un fiasco, dove mi troverrei io?
[2] Cosimo de Medici, padre della patria, avo del
predetto, richiesto dallo arcivescovo Antonino di favore
circa a una proibizione che voleva fare, che i preti non
giocassino, gli disse: Cominciate a fare un po, prima,
da voi che non mettino cattivi dadi!
[3] Cosimo predetto soleva dire che la casa loro di
Cafaggiuolo in Mugello vedeva meglio che quella di Fie-
sole, perch ci che quella vedeva era loro, il che di Fie-
sole non avveniva.
[4] Cosimo predetto, essendoli menato innanzi
Matteo del Tegghia, ancora garzone, dal Tegghia suo
padre, il quale, bench detto Matteo insino allora fussi
sciocco, come egli ancora al presente, stimava,
dallamor paterno ingannato, che e fussi savissimo e
molto introdotto nelli studi, ora, dimandando Cosimo
in che esso studiassi e rispondendo egli scioccamente
che studiava in libris, voltosi al padre, Cosimo disse:
Fallo studiare, che nha bisogno!
[5] Lorenzo di Piero di Cosimo predetto, ragionan-
dosi in un cerchio di preti e dicendogli alcuno che luo-
mo non si potea guardare da loro, disse non essere ma-
raviglia, perch, avendo essi i panni lunghi, hanno dato
prima il calcio che altri vegga loro muover la gamba.
[6] Braccio Martelli, volendo mostrare che Rinato
de Pazzi era pauroso, non avendo egli voluto giostrare
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ad una giostra ordinata, disse che lo faceva perch egli
avea paura dellelmo solo.
[7] Puccio dAntonio Pucci, uomo nellet di Cosi-
mo prudentissimo, confortando non so che cittadino ad
accettare luficio del Gonfaloniere di Giustizia in tempo
importante, e rispondendo egli che non gli pareva esser
tanto savio quanto a quelluficio saspettava, gli di-
mand se gli bastava esser savio come Cosimo. E dicen-
do egli che se fussi la met savio, che egli crederebbe as-
sai bene sodisfare, Oh io tinsegner disse Puccio a
essere pi savio di lui. Non hai tu punto senno da te?
E dicendo che ne pure credeva avere qualche poco, sog-
giunse Puccio: Fa adunque ci che Cosimo ti dice, e
arai a questo modo tutto el suo senno; il quale accozzan-
do col tuo poco, verrai ad avere il suo e sopra pi il tuo,
e cos ad essere pi savio che Cosimo.
[8] Messer Matteo di Franco, essendo con Lorenzo
de Medici in camino e sendogli allosteria posto innanzi
non so che vinaccio, il quale loste diceva essere vino
vecchio, disse: A me pare egli rimbambito!
[9] El predetto, stando a vedere a Pisa una disputa
la quale era condotta gi al tardi, disse che farebbon
bene a lasciarla stare, ch, non si vedendo pi lume, lar-
gumento si verserebbe fuori; e che almeno sedessino, ac-
ci che glargumenti non se nandassino gi per le calze.
[10] Lorenzo de Medici predetto, essendo in Fi-
renze Lionardo Benvoglienti, ambasciadore sanese, il
quale, trovatolo un d per un certo andamento chera al-
lora, gli tocc il polso domandando come si sentissi,
scosso el braccio, riprese il polso al detto Lionardo, di-
cendo: Questo tocca a fare a me, che sono de Medici,
e lo infermo siate pur voi!
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[11] Ambrogio Spannocchi, ragionando con Loren-
zo de Medici del governo de Sanesi, gli disse che essi
vivono di miracoli.
[12] -Giovanfrancesco Venturi, motteggiando un d
con Lorenzo de Medici delle dame, gli disse questo
motto: che non aveva mai avuto niuna voglia che non se
la fussi cavata Lorenzo.
[13] Un altro, scrivendo una lettera nella quale fa-
ceva menzione di certo vino, disse che egli aveva giallo
non tantum pedes, sed manus et caput.
[14] Messer Agnolo della Stufa, avendo ricevuto dal
duca Galeazzo Maria di Milano una lettera piena di
molte offerte, fra le quali erono queste parole, che ci
che egli aveva era del detto messer Agnolo, gli rispuose
cos: Ohim, signore, non lo dite, che se qua si sapessi
che io fussi s ricco mi disfarebbono con le gravezze!
[15] Iacopo Pandolfini, essendo ritornato lo Argi-
ropilo in Firenze, il quale si avea levata la barba che pri-
ma soleva portare, volendo mostrare che egli non si fer-
merebbe, disse: Oh egli non sappicc laltra volta con
la barba, pensa come ora sappiccher sanzessa!
[16] Cosimo de Medici soleva dire che Franco Sac-
chetti, il quale sempre usava co dotti e non sapeva nien-
te, era come larnione, che sta nel grasso e sempre ma-
gro.
[17] Lorenzo de Medici, ragionando duna cena
che gli fu fatta, disse che, fra laltre cose che erano in
detta casa dove detta cena fu fatta, il pi freddo luogo
che fussi era il camino e l pi caldo luogo era il pozzo.
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[18] Martino dello Scarfa, orinando un tratto e ve-
duto un fanciullo che lui, che grassissimo era, guardava,
voltosi a lui disse: Se tu lo vedi, salutalo da mia parte,
ch son dieci anni che io non lho veduto!
[19] Strozzo, a uno che si lamentava che una colon-
na gli toglieva la veduta di non so che finestra, disse:
Ecci un buon rimedio ; e dimandando colui: Quale?
, rispose Strozzo: Murate questa finestra!
[20] Uno, essendogli detto: La Sapienza ha le got-
te , perch cos si chiamava una donna, rispose: Ella
le cominci ad avere sino al tempo di Cosimo!
[21] Un altro, veduto uno che aveva del matto an-
dare in mascara a cavallo, essendogli da un compagno
detto: Io conosco costui alla vesta , rispose: E io lo
conosco alla bestia!
[22] Venendo a Cosimo un Pistolese chiamato lo
Sbardellato per aconciarsi al soldo, si vantava che
non fugiva, mostrando in segno di ci il viso tutto frap-
pato. Al quale Cosimo rispuose: E anche colui che ti
dava nel viso non doveva fugire!
[23] Lorenzo de Medici, vedendo gli sproni al con-
trario a un Pistolese che si vantava molto dintendersi di
cavalli, pretendendo essergli fatto torto a un palio che
un cavallo di detto Lorenzo aveva avuto a Pistoia, lo do-
mand quale avessi pi volte fatto, o messosi sproni o
crsi palii. E rispondendo che pi volte savea messi gli
sproni, disse: Or vedi che tu glhai al contrario! E po-
trebbe anchessere che tu avessi fatto correre al contra-
rio cotesto tuo barberesco!
[24] Bernardo Gherardi, essendo Gonfaloniere di
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Giustizia, rispose a papa Pio, il quale voleva, per boria,
essere portato dai Signori fiorentini come era stato por-
tato da sanesi: Santo Padre, meglio che vi portino
questi vostri capitani, ch noi abbiamo i panni troppo
lunghi!
[25] Il medesimo, a papa Pio, che voleva fare il ni-
pote arcivescovo di Firenze et allegava che a Roma era
stato vescovo san Piero, il quale era forestiere et ebreo,
rispuose: E per vi fu egli crucifisso!
[26] Giovsanni Antonio da Siena, giovane di ottimo
ingegno e familiare del cardinale di Pavia, andando un
tratto a visitare il papa chera a mensa col cardinale di
Pavia e col Sanese, fu domandato da quel di Siena se
aveva fatto con lui quistione che non lo andava a vedere
pi. E ripondendo egli che non poteva fare con lui qui-
stione perch era tutto di sua Signoria, e il cardinal di
Pavia disse: Dunque non sei tu mio! ; e lui: Io ho
nome Giovanni Antonio: Giovanni di vostra Signoria
e Antonio di Siena. Allora papa Pio: Io adunque non
ci ho a fare nulla? Rispose il giovane: E Giovanni
Antonio tutto insieme di vostra Santit!
[27] Bartolomeo Corsini zoppo, detto il Capino-
ca, aveva offeso Puccio, e temendo che, una volta che
eglera sopra le gravezze, non si vendicassi, gli sandava
raccomandando, dicendogli che non guardassi. Al quale
Puccio rispondeva che non dubitassi, ma gli dicessi
quello che egli voleva di gravezza. Diceva Bartolomeo:
Somma dieci fiorini ; e Puccio a Bartolomeo: Tu te la
onesti troppo! Oh cotesta una cosa da disfarti! Cre-
dette il babbione, e Puccio gli caric il basto di circa
trenta ducati. Venne poi questa risposta quasi in uso di
proverbio.
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[28] Mona Veronica mazzocchiaia, domandata da
un giovane innamorato che male avessi una sua dama
che era inferma, volendo onestamente significare che el-
la si corrompeva, disse: Mentre che ella si sta, ella fa.
[29] Ser Viviano, notaio alle Riformagioni, pregato
da uno che in favore duna sua petizione parlassi a qual-
cuno de primi cittadini, gli disse: Va e parlane da te
stesso; e se tu truovi nessuno che ti dica di no, e io taiu-
ter : volendo mostrare come facile a Firenze il ben
promettere.
[30] Un altro, essendogli detto chi Fiorentini sono
mercuriali, perch da lui hanno apparato il parlare orna-
to e il fare mercatantie, rispose: E anche il rubare!
[31] Dardano Acciaiuoli, allo arcivescovo Antonino
che con la croce era ito alla loggia de Buondelmonti a
proibire il gioco, disse: Questaltra volta la porterete in
chiasso!
[32] Dardano predetto, domandando una forese
quale fussi maggior piacere, o far quel fatto o cacare, e
rispondendo ella: Quel fatto! , disse: S di tu, mona
merda, ch lha pi fatto che cacato!
[33] Dardano, accompagnando una donna a Barbe-
rino, si scontr in un cane che fotteva la cagna, e, do-
mandato dalla donna che cosa quella fussi, disse che
quella cagna voleva fare un peto e il cane non aveva vo-
luto. Ora, pel cammino, appresso a un boschetto, ella,
volta a Dardano, disse: V, io vorrei fare un peto! : e
Dardano smont e quivi un tratto fece quel fatto; e l
medesimo modo tenne la seconda volta. Avendo, la ter-
za volta, colei voglia di fare questo peto, disse Dardano:
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Se tu cacassi le corate, me non faresti tu pi smonta-
re!
[34] Santi che non ride, cos detto perch mai
non era stato veduto ridere, andando a vedere la sposa
sua, come lei bruttissima vidde cominci a ridere; e di-
cendogli essa: Uh, oh tu ridi?! rispuose: Oh chi
diavol non riderebbe a vedere cotesto cacastraggine di
viso?
[35] Messer Giorgio Ginori impiccava a Prato colle
sue mani uno per fatti di stato; e dicendo lui: Deh, la-
sciatemi dire una avemaria! , messer Giorgio, pingen-
dolo, disse: Va pur gi, dirala poi!
[36] Il Poltrone Cavalcanti e Arrigo Rucellai erano
insieme gran compagni e sempre giocavano e pappava-
no, onde non potevano avere uffizio nessuno nella terra.
Estimava Arrigo, che pi semplice era, che ci nascessi
per non essere nel Consiglio degli Ottantuno chi gli co-
noscessi. Avenne che, traendosi una volta detti Ottantu-
no, parve ad Arrigo che fussino uomini da bene, e subi-
to se nand a casa del Poltrone; e picchiato luscio, et
egli fattosi alla finestra, disse Arrigo: Buone novelle!
E son fatti gli Ottantuno e sono uomini da bene. Loda-
to sia Iddio, che noi saremo ora conosciuti! Rispuose il
Poltrone: Ahim, Arrigo, tu non te ne intendi: per noi
si farebbe di avere a fare con persone che non ci cono-
scessino!
[37] Ser Giovanni Tinghi, prete in Santa Riparata,
sendo vecchissimo e tutto canuto, confessava una don-
na. Avvenne che, faccendo esso vista di dormire, la buo-
na donna disse un peccato di che si vergognava, e que-
sto che col dito sera solleticata. A questo, desto, ser
Giovanni la dimand se ella arebbe consentito a un uo-
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mo, se allora vi fussi stato; e dicendo ella che s, rispuose
il sere: Stato vi fussi io!
[38] Ser Piero Lotti passava per la vigna, onde un
ciompo mostrgli un votacessi col piombino e disse:
Ser Piero, togliete quella anguilla! ; et egli: To
quello intingolo, tu!
[39] Una vecchierella si confessava che, sforzata,
una volta ebbe a fare con cinquanta saccomanni; e di-
cendole il prete che sella era stata sforzata non era pec-
cato, disse: Oh lodato sia Iddio, che io me ne pur cavai
un tratto la voglia sanza peccato!
[40] Giostrando un famiglio a sella bassa in Firenze
e non cadendo mai, stimava la brigata che e fussi legato.
Avenne che pure, un tratto, e fu gittato in terra. Era
presente il signor Lodovico Visconte, il quale, nel fine
della giostra dimandato qual fussi stato miglior colpo
che colui avessi fatto, rispose: Quando cadde!
[41] Mino scultore, lavorando una statua di san Pa-
golo a papa Pagolo, lassottigli tanto che gliela guast.
Ora, sendo sdegnato il papa e narrando questo a messer
Battista Alberti, disse detto messer che Mino non aveva
errato, ch questa era la miglior cosa che facessi mai.
[42] Simile fu il motto di Donatello, il quale, di-
mandato qual fussi la miglior cosa che facessi mai Lo-
renzo di Bartoluccio, scultore, rispuose: Vendere Le-
priano , imper che questa era una sua villa da trarne
poco frutto.
[43] Mandando pi volte il Patriarca per Donatello,
e non vi andando lui, alfine pure, sollecitato, rispuose:
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D al Patriarca che io non vi vo venire, ch io sono co-
s patriarca nellarte mia come esso si nella sua.
[44] Il predetto faceva a Viniziani una statua di
bronzo del loro capitano Gattamelata, et essendo trop-
po sollecitato, prese un martello e schiacci il capo a
detta statua. Inteso questo, la Signoria di Vinegia, fatto-
lo venire a s, fra pi altre minacce gli dissono che si vo-
leva schiacciare il capo a lui, come egli aveva fatto a
quella statua. E Donatello: Io son contento, se vi d il
cuore di rifarmi il capo come io lo rifar al vostro capita-
no!
[45] Faccendo Cosimo far colezzione a un contadi-
no, gli fe mettere pere moscadelle inanzi. Ora, essendo
colui avezzo a peracce grosse e salvatiche, disse: Oh,
noi le diamo a porci! ; allora Cosimo, voltosi a un fa-
miglio, disse: Non gi noi: levale via!
[46] LAlbizotto chiese a Cosimo cento scudi in
prestanza per una casa che avea cominciata a murare.
Ora, parendo a Cosimo che non fussi uomo da poterla
condurre, rispuose: Io son contento di prestartene du-
gento: ma serbami allintonacare!
[47] Spadino di Val di Sieve, andando a Fiesole e
sentendo la brigata ramaricarsi di essere stanca, disse:
Che diavol faresti voi, se voi avessi recato adosso un
barile e mezzo di vino come ho fatto io?
[48] Il medesimo, bestemmiando Iddio in gioco e
essendone ripreso, diceva: Io gli do quel che e vuo-
le!
[49] Il predetto essendo fatto a una festa signore, gli
fu dato in mano per natta una bacchetta sucida; il quale,
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presola, disse: Per Dio, l merdosa! E rispondendo
uno: Egl indovino! , soggiunse: Per Dio, non so-
no, che si fussi stato non larei presa!
[50] El Barghella, quando vedeva fanciulli o gittar
sassi o gli sentiva fare romore, soleva dire: O Erode,
dove se tu ora?
[51] Un altro soleva dare un quattrino a ogni fan-
ciullo che corressi su pel muricciuolo dArno; e, essen-
dogli detto: Perch spendi tu cotesti danari a dilet-
to? , rispose: Se un tratto ne cade uno, bene speso
ogni cosa!
[52] Baldoccio, a uno che, non si ricordando di non
so che, si metteva el dito in bocca, disse: Se fussi sta-
to merdoso, tu aresti rotto il digiuno!
[53] Un cittadino, essendo preso per debito, e vo-
lendo farlo lasciare non so che artificiuzzo che allora era
Capitano di Parte, disse: Menatemene, che io ne vo-
glio innanzi ire preso!
[54] Il Regola fu molto piacevole pazzo; e dicendo-
gli uno non so che fuor di proposito, disse: Pazzum est,
scimunitum est! Ora, rispondendo colui: Oh ecco
questaltro che dice questo medesimo! , disse: Oh
credi tu solo esser pazzo in questa terra?
[55] Ser Piero Lotti saveva recato a noia uno che,
quando egli diceva messa, sempre innanzi a lui soleva
dire quel che seguiva. Ora, avendo ser Piero un tratto a
dire per omnia secula seculorum, e sentendo colui che
innanzi a lui lo diceva forte, mutato proposito, disse:
Dominus vobiscum! , e a quel tale: Ve che non tapo-
nesti!
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[56] Messer Andrea, priore di Lucardo, dimandato
da uno: Ecci nulla di nuovo? , rispose: No, e massi-
me de panni!
[57] Il medesimo, avendo un padre stranissimo, so-
leva dire: Io sono da pi di Cristo, ch egli ebbe padre
ab eterno, e io ar abeterno padre e madre!
[58] Un altro, ragionandosi dun fanciullo che ap-
parava a cantare, figliuolo duna donna non molto di
buona fama, essendo dimandato: Come? Ha egli buo-
na voce? , rispuose: Ha migliore voce che la madre!
[59] Messer Matteo di Franco, essendo in un letto,
disse: Se in questa coltrice son penne, elle son di capo-
ni di tre per il paio!
[60] Il medesimo, a uno guercio: Tu hai glocchi
spaiati, uno a scoppietti e laltro a calcagnini!
[61] El predetto, a un altro: Guarda occhi da spa-
ventare tordi al zimbello!
[62] El predetto: Cimici che parevan capperi!
E: Tovaglini che mudano, vino che sapea di sedili, non
che di botte, e pane che avea salnitro per le mura!
E: Appccati un Volsi apigionare in testa!
E: Denti che parevan tavole dabaco! E: Tu non
ti pi arrostare da moscioni!
E: Un campanile cieco da un occhio!
[63] Il detto, mugghiando la gatta che gli toglieva
lorecchie, la gitt fri delle finestre, dicendo: Ohim,
oh io mi voglio innanzi pigliare e topi io stesso!
[64] Il detto, dicendogli che uno era impazzato e
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sentendo da uno sciocco che non era vero, disse:
Ahim, e sar pur vero, poich costui dal suo!
[65] Bernardo Gherardi raccomandava uno per lo
squittino e menavalo seco; e, come forte lavea racco-
mandato, tornava adrieto e diceva pian piano: Guarda
che tu non ne facessi nulla per mio detto! ; e tornato al
cliente, diceva, non partendosi dal vero: Questa
quella che vale e tiene!
[66] Il detto raccomandava un contadino, dicendo:
Egl tutto mio! ; e colui, che era semplice: Egl
vero che io sono tutto suo, ch ognanno gli dono un co-
gno del mio vino!
[67] Marabotto Manetti, dun bugiardo che diceva,
a Lucca, che quivi era un cieco che giocava a scacchi e
moveva bene gli scacchi, disse: Oh io lo credo, ch noi
abbiamo a Firenze un cieco che, quando gl dato una
lettera, se la stropiccia alla colottola due o tre volte e poi
la legge come se egli vedessi lume!
[68] Lorenzo de Medici, dun frate che in una di-
sputa non aperse mai bocca, disse: Egli mattugio! ,
e che era cattivo uccellino da ingabbiare.
[69] Un altro, udendo dire allo Agiropilo che un
frate gli avea detto, dun suo cappello: Messer Giovan-
ni, questa piccola gabbia a s grande uccello! , <dis-
se>: E la sua troppo grande a s cattivo frate!
[70] Un altro, domandato da un Greco, in una di-
sputa: Quot sunt genera insaniae? , rispose: Tria:
graeca, latina et barbara insania!
[71] Giovanni di Cosimo, tornando da Roma dove
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era ito per avere un cardinale fiorentino, e non laveva
ottenuto, disse: Io andavo a Roma per un cappello e
honne recato la mitera!
[72] Bernardo Cambini, detto el Rosso, solea dire
che suo padre lo lasci ricco e ghiotto, e che la ricchezza
se nera ita et eragli rimasa adosso questa cazzata della
ghiottornia.
[73] Dionigi Pucci soleva dire che Giovanfrancesco
Venturi, per avere sempre qualche faccenda, non ne fa-
ceva mai nessuna.
[74] A Giovanfrancesco Venturi, che diceva: Io
voglio perder due anni in studiare , fu uno che disse:
Coteste non sono tue parole!
[75] A Braccio Martelli disse Piero Corsino: Tu
non truovi piato!
[76] Una donna, sendo alle mani con un giovane
che voleva che la si traessi la camicia, gli disse: Tu non
ne vuoi veder camicia!
[77] La medesima al medesimo, che gli diceva: Tu
sei come il pane, che mai non viene a noia , rispose:
Dunque me lappicchi tu, perch tu sai che non de solo
pane vivit homo!
[78] Lorenzo de Medici, trovando qualche volta
Giovanni dellAntella, il quale si dice, poi che tolse mo-
glie, non avere mai se non con lei carnalmente usato, so-
lea dire: Ben sia trovato un altro babbuasso come
me!
[79] Lorenzo predetto, domandato da Ugolino
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Martelli perch si levassi la mattina tardi, gli ridomand
lui quello che egli avessi fatto la mattina a buonora; e
contando egli alcune cose leggere, gli disse: E val pi
quello che io sognavo a cotesta otta, che ci che voi fac-
ciavate!
[80] La Nannina, sorella di Lorenzo de Medici,
comparendo uno che aveva aria di famiglio, il quale vo-
lea giostrare co roccetti, disse: Io aspettavo costui con
uno scudo di paglia! : questo dicendo perch in quello
medesimo anno si faceva una giostra a selle basse, dove
solamente giostravano e famigli.
[81] El vescovo Mariano disse una volta che la Mi-
sericordia era arsa, la Giustizia rovinata e la Sapienza era
in chiasso, perch cos era chiamata una nota meretrice.
[82] Item, che in Firenze erono solamente due bor-
delli, uno di qua e laltro di l dArno.
[83] Ragionandosi che, quando si bee nella giostra
dentro a lelmo, sempre ne vanno gi mocci, sudore e
sangue e altra mistura con lacqua insieme, disse Anto-
nio Boscoli che, se non fussi quello, che lacqua schietta
farebbe lor male.
[84] Giuliano de Medici, ragionandosi di un mer-
cante che non credeva, disse: Guarda quanto Dio
misericordioso, che patisce che a uno, che non vuol cre-
dere pure a lui, da ognuno sia creduto!
[85] Dante, essendo una volta a desinare con uno il
quale era riscaldato dal vino e dal favellare in modo che
tutto sudava, dicendo egli a certo proposito: Chi dice
il vero non si affatica , rispose: Io mi maravigliavo be-
ne del tuo sudare!
14 Letteratura italiana Einaudi
[86] Vedendo uno della parte ghibellina, secondo
che scrive Benvenuto da Imola, lopera di Dante, disse
che non era possibile che esso facessi s bellopera se
non si fussi fatto ghibellino: perch, come il Boccaccio
dice, di guelfo sera Dante fatto ghibellino.
[87] Un altro, essendogli detto, a una sua adulazio-
ne: D un tratto el vero! , rispuose: E si vuole dirlo
a chi lo vuole udire!
[88] Il Piovano Arlotto dice che non volle mai esse-
re compare per non avere a dire abrenuntio, acci che
non fussi chi interpretassi che lui renunziassi la pieve.
[89] Uno disse a un altro: Tu hai tanta superbia
perch l grano val poco!
[90] Un povero uomo et ignudo, come aveva un
grosso, lo spendeva alla taverna; e, ripreso da alcuni,
disse: Poich Domenedio vuole che io abbia a mostra-
re il culo, io lo vo mostrare grasso!
[91] Un altro, avendo ripezzato un mantello bigio
con una toppa di panno rosato fine, essendone ripreso e
dileggiato, disse: Cos fussegli altrove!
[92] Messer Andrea, priore di Lucardo, vedendo ri-
dere uno, disse: E pare un barile che si vti!
[93] Erono due che facevono a dire miracoli; e di-
cendo luno che aveva veduto un cavolo, in un paese,
che vi stavono sotto millecinquecento uomini a cavallo,
disse laltro: E i vidi in un paese una caldaia, che la fa-
bricavono cento maestri, et era s grande che luno non
sentiva laltro, tanto erono discosto. E dicendogli el
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15 Letteratura italiana Einaudi
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primo: che diavolo volevon fare di cotesta caldaia? ,
rispose: Cuocere cotesto cavolo!
[94] Un contadino, domandato che valeva in piazza
il grano, disse: Oh, vale un occhio duomo! ; e veduto
un fanciullo che passava che il detto avea solamente un
occhio, disse: Oh che ti bisognava recare s gran sac-
co?
[95] Un fanciullo, tornando dArno con un fruga-
toio da pesci, fu da un altro domandato donde venissi;
et egli: Di chiasso, da frugare tua madre! Rispuose el
primo: Unaltra volta fruga ben sotto, e troverravi an-
che la tua!
[96] A uno che si grattava le reni e parte diceva:
Samor non , che dunque quel chi sento, , gli fu ri-
sposto: un pidocchio che non ha amore, perch e
morde el padrone!
[97] Giostrandosi a questi d et essendo caduto un
giostrante, fu uno nella piazza che disse: Un bel cader
tutta la vita onora!
[98] Il Gaiuola, legnaiuolo e architetto, riprendeva
non so che disegno di messer Francesco buffone in sua
presenza; e dicento egli: Voi non ve nintendete e siate
solamente buon legnaiuolo, ch avete fatto qua s in Pa-
lagio la pi bella pappolata: ch mi racapricciavo ogni
volta chio vedevo portare s quelle catene con che si le-
gavano gli architravi! , rispose: Oh, non ve ne mara-
vigliate, ch ogni pazzo lo fa quando vede le catene!
[99] Il medesimo, avendosi a fare una festa di santa
Caterina, di che era egli il giudice, e volendo fare un
cherico di buona vista santa Caterina, del quale messer
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Antonio da Cercina era geloso e non lo voleva concede-
re, truov questo modo: che messer Antonio predetto
fussi la madre di santa Caterina; a che facilmente il pio-
vano saccord, avvenga che non vi accadessi nella festa
detta madre. Ora, indi a pi anni, avendo Gaiuola paro-
la con detto piovano, gli disse: Voi non mi conoscete
bene: io fui a tal otta giudice che voi fussi una vil femi-
nella!
[100] Il medesimo piativa con Recco Capponi; e di-
cendogli detto Recco: Contadino tristo, tu mi credi
sbizzarrire? , rispose: No, anzi, vi voglio imbizzarrire,
ch cos credo aver meglio le mie ragioni!
[101] A Lodovico Acciaiuoli, il quale quando and
padrone in Levante torn per terra, essendone da lui ri-
preso, allopera, di non avere servata certa promessa, ri-
spose: Egli vero, ma non si pu sempre osservare le
promesse; anche voi, quando andaste padrone, avevate
promesso di tornar per mare e pure tornaste per terra!
[102] Messer Otto esponeva a Roma nel concesto-
rio unambasciata, et essendo dal cardinale in Portico,
uomo curioso e strano nelle dimande, pi volte adiman-
dato che cosa fussi stata quella per che esso avessi moz-
zo un braccio, seguitava pure la sua ambasciata, dicendo
al cardinale: Test vi risponder. E nel processo del
parlare indusse a proposito queste parole: Santo Pa-
dre, a chi manca una cosa e a chi unaltra. Alcuni nasce
sanza un pi e altri nasce sanza un dito; io nacqui sanza
mano e altri nacque sanza cervello : et in modo aco-
mod la risposta, che fu inteso el suo proposito.
[103] Braccio Martelli, ragionandosi duna donna
atempata che si aveva a maritare con buona dota, et al-
cuni dicevono: Ella ha tanto tempo , et altri: Ella
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17 Letteratura italiana Einaudi
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nha pi , disse: Quanto pi tempo ha, tanto miglio-
re dota!
[104] Ragionandosi fra certi che e fichi secchi fanno
pidocchi, disse messer Andrea, priore di Lucardo:
Ohim, oh dunque messer Francesco nostro da Casti-
glione ci sar un d tolto da loro e portatone in qualche
spedale ad devorandum!
[105] Messer Matteo di Franco, mangiando a una
cena non so che pesce cotto col finocchio in corpo, sen-
titosene una ciocca intera, disse: Io mi sono tutto rac-
capricciato, perch, sentitomi in bocca il finocchio, non
credetti che noi avessimo avere altro!
[106] Il detto, a uno che guazzava allorecchie una
mela apione e diceva, essendo a tavola fra uomini da be-
ne con gravi ragionamenti, che la sonava, disse: Egl
vero, ma il fatto sta dov l sonaglio! , volendo inten-
dere che colui laveva nel capo.
[107] Ragionandosi qual fussi miglior predicatore,
disse il predetto: quello di Santo Spirito, che ha tre
auditori solamente e tutti glaltri ha convertiti!
[108] Un altro, ragionandosi che maestro Antonio
Schiattesi, grasso Predicatore, non mandava mai nessu-
no nelle sue prediche in inferno, disse: E fa bene, per-
ch, avendovi a ire egli, sa che non vi caperebbe! ; e un
altro rispuose: Anzi, fa per non vesser riconosciuto da
quelli che amonisce!
[109] Braccio Martelli, duna moglie atempata, dis-
se: Questa una moglie da dirgli voi!
[110] Giovanni Strozzi, della detta: Se ella fussi
18 Letteratura italiana Einaudi
mia moglie, io ordinerei di andarne ogni sera preso per
di notte!
[111] Francesco della Casa, ridendo di non so che
cose piacevoli, e da un altro essendogli detto: Oh tu ri-
di?! , rispose: Oh tu non ridi?
[112] Domandando Dante un contadino che ora
fussi, il quale rozzamente rispondendogli che era ora da
ire a bere le bestie, gli disse: E tu che fai?
[113] Messer Antonio da Cercina domandava un
contadino che veniva da Firenze: Che si fa a Firenze?
Che si dice? Dicci qualche bugia! ; et egli: Che voi
siate un buon uomo!
[114] Un nuovo pesce, dicendogli un suo compa-
gno: Andiamo qua, per chiesa , rispose: Non entro
mai in chiesa sio non rappresso la via!
[115] Luigi Pulci dice in un sonetto che il bruco
chiese a Dio di grazia di morirsi nel guscio come aveva
fatto la seta, per non vedere indosso la sua seta poi a cer-
ti manigoldi che tutto d ne van vestiti.
[116] Lorenzo de Medici, tornando da Pisa, vedu-
to uno scolare guercio, si volse a suoi compagni e disse:
Costui sar el pi valente uomo di questo Studio. Di-
mandato il perch, rispose: Perch e legger a un trat-
to amendue le facce del libro!
[117] Un altro, volendo rimproverare a uno che suo
padre era stato zappatore, disse: Tuo padre non sput
mai in terra! , significando che sera sempre sputato
nelle mani per tenere bene la zappa.
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19 Letteratura italiana Einaudi
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[118] Un ciompo disse a un altro: Tuo padre avea
sempre rotto la gonnella dinanzi. Dimandato per che,
rispose: Per ricevere i tozzi!
[119] Chiedendo licenzia Dionigi Pucci a uno de-
glOtto per lArme per un compagno, Braccio Martelli,
che era quivi presente a caso, gli disse: Cotesta che tu
porti bene per un compagno, ch in un bisogno ti sa-
rebbe tolta!
[120] Diceva uno, parlando di non so chi, che egli
aveva pi passione che un venerd santo.
[121] Messer Rinaldo degli Albizi aveva quattro fi-
gliuoli, de quali tre erono amogliati e come buoni fratel-
li facevano ancora delle moglie buona comunella. Adi-
venne che l minore tolse e men moglie, e di subito fu
tentato dal maggiore. La semplicetta fanciulla, turbata,
se ne dolse colla moglie del detto maggiore; e quella ri-
spose: Ohim, sta cheta, che io non so ancora qual si
sia el mio!
[122] Giovanni di Berto, <lento> e lungo favellato-
re, essendo un tratto in un cerchio da non so chi taglia-
togli el ragionamento, disse Bernardo Rucellai a quel ta-
le: Tu lhai a punto tagliato tra le due terre! ,
alludendo alle piante che, cos tagliate, fanno pi lunga
messa.
[123] Cosimo di detto Bernardo figliuolo molto
fanciulletto, sentendo in casa ragionare di rifare un Pip-
po Lungo, fratello di Giovanni suo avolo, il quale
Pippo fu uomo molto inetto e mal fatto (intendendo
quello rifare di por lo nome a uno de figliuoli di det-
to Bernardo), semplicemente disse: Io rifarello di bos-
so!
20 Letteratura italiana Einaudi
[124] Sandro Biliotti, uomo buono ma semplice e
molto amico dello stato di Cosimo, soleva, essendo gon-
faloniere di Giustizia, nel proporre qualche cosa, usare
alcuni termini e assegnare certe ragoni insegnategli mol-
to materialmente. Montava poi s in ringhiera Puccio e
diceva tutte quelle cose che detto Sandro aveva voluto
dire, sempre premettendo: Come saviamente ha detto
messer lo Gonfaloniere... Onde poi diceva a Puccio
detto Sandro: Che dira tu, che io mi piaccio pi quan-
do tu di tu, che quando io dico io?
[125] Un gottoso gridava: O venerd santo, quan-
do verrai tu? Domandato della cagione per che dicessi
cos, rispose: Ch Cristo ar pure altre faccende che
de fatti miei!
[126] Uno, quando il cavallo inciampava, diceva:
Diavolo, aiutalo! , e, ripreso da un altro che lo confor-
tava a dire pi tosto Ges, disse: Tu non di sapere
forse quel testo: Ut in nomine lesu omne genu flecta-
tur!
[127] Un vecchio fotteva una fanciulla, e ripiegava-
segli. E faccendo la fanciulla qualche atto, egli disse:
Fottio male? ; e ella: Guardate pure di non fare ma-
le a voi, ch la punta rivolta verso di voi!
[128] Uno, chiamato il Bragiacca, era stato nelle
Stinche trentanni, e, avendone sessanta, fu domandato
quanto tempo aveva; rispose: Trentanni. Uno gli
disse: Oh che di tu? Oh tu sei stato trentanni nelle
Stinche! ; et egli: Non lo faria Cristo chio dicessi es-
ser vissuto questi trentanni chio sono stato nelle Stin-
che!
[129] -Galeotto da Narni, grassissimo, diceva che la
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21 Letteratura italiana Einaudi
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moglie aveva con lui doppio piacere in quel fatto: luno,
quando le montava adosso, laltro, quando ne smontava;
ma la fotteva di rado, perch gli costava sempre dieci
ducati per boti che ella faceva che egli non la schiaccias-
si.
[130] Maestro Zambino da Pistoia soleva dire che
conosceva meglio glamici suoi a guardare loro alle ma-
ni, che a guardarli in viso.
[131] Larcivescovo Orlando, successore di Antoni-
no, dolendosi dalcune cose con Cosimo e dicendo:
Perch non possio fare come larcivescovo Anto-
nino? , Se volete fare come lui disse Cosimo , vive-
te come lui!
[132] Cosimo predetto disse, a uno che si lamenta-
va che glera avuta invidia: Anaffiala pure bene cote-
sterba!
[133] Giuliano de Medici, essendo a Vinegia am-
basciadore nel tempo che Volterra sera ribellata e che e
Fiorentini verano a campo, et essendogli da alcuni gio-
vani Viniziani usate non so che parole circa il mostrare
che Volterra non si riarebbe, rispose: Cos volessi Id-
dio, per laffezzione che porto a cotesta terra, che cos
stessi voi di Negroponte come noi stiamo di Volterra!
[134] Puccio di Antonio Pucci, ragionandosi in Pa-
lagio di fare non so che legge per la quale savessi a rive-
dere il conto a qualunque per il passato avessi fraudato
le gravezze, e aggravargli di nuovo (il che di diretto era
fatto per disfare Cosimo), se ne venne a lui, il quale era
alle nozze di Piero suo figliuolo; e, non potendo a suo
modo da lui avere udienza, per la festa, gli disse: Beh,
22 Letteratura italiana Einaudi
a Dio, Cosimo! Fatte le nozze, te ne potrai ire in villa! :
il che subito inteso, Cosimo rimedi al pericolo.
[135] Puccio detto, essendo per caso di stato incor-
so in escomunicazione papale con alcuni altri cittadini,
si comunic. Dimandato poi daglaltri come aveva fatto
a essersi assoluto, rispose: Io non mi confesso mai del
ben fare!
[136] Fu al tempo di Cosimo un matto chiamato
Uguccione, il quale, trovatolo in piazza insieme con uno
de Salviati, uomo prudente ma alquanto infame di so-
domia, gli disse: Cazzo in culo, Cosimo! Allora, vol-
tosi, Cosimo disse: Dllo qua a costui, che se ne dilet-
ta! ; et egli rispose: Tu sai pur, Cosimo, pigliar
piacere de savi e de matti!
[137] Essendo de Dieci Cosimo e con esso un Giu-
liano di Particino, artefice, uomo audace, avvenne che
detto Giuliano molto caricava Cosimo in dire che queste
famiglie faceano poco conto de popolani. Avea Cosimo
in mano un bossolo dariento da ricrre i partiti, il quale
mand s per il desco dinanzi a messer Agnolo Ac-
ciaiuoli. Intese <male> messer Agnolo il cenno e prese il
bossolo per dare con esso nel capo a detto Giuliano: e
arebbelo fatto, se non che Cosimo gli tenne il braccio.
Ora, dicendo poi a Cosimo: Se tu mavessi lasciato fa-
re, io glarei dato sul capo , rispose Cosimo: Eglera
qui fra noi un pazzo, e sarebbesi poi detto che e ve ne
fussino stati due!
[138] Avvenne che un tratto la Signoria sazzuff; la
qual cosa dicendo Cosimo a Puccio, e dimandando del
rimedio, rispose Puccio: A me pare di dare a ognuno
di loro la polizza dun Gostanzo, il quale, medicando a
Roma di mal di petto, aveva nella scarsella dimolte po-
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23 Letteratura italiana Einaudi
Angelo Poliziano - Detti piacevoli
lizze, le quali dava a chi della infirmit chiedeva consi-
glio, nelle quali era scritto: Guardalo da carne e vino e
dgli lattughe e farferelli : mostrando per questo che e
detti Signori facevano questa pazzia per avere troppo
buone spese.
[139] Essendo messer Rinaldo deglAlbizi degli
usciti di Firenze, mand a dire a Cosimo che la gallina
covava; risposegli Cosimo che mal poteva covare, essen-
do fuor del nido.
[140] -Dicesi che messer Rinaldo predetto impazz
una volta. Onde, consigliandosi con alcuni una semplice
donna che aveva un figliuolo impazzato che rimedio fus-
si a guarirlo, fu mandata al detto messer Rinaldo. La
donna, trovatolo, gli disse: Messer Rinaldo, io ho inte-
so che voi impazzaste una volta, e per vi prego che voi
minsegnate come voi faceste a guarire, perch io ho un
mio figliuolo impazzato. Intesa messer Rinaldo la sem-
plicit della donna, rispuose: Ohim, buona donna,
non fate, ch io non ebbi mai el pi bel tempo che quan-
do io ero pazzo!
[141] Saviamente rispose Cosimo al cardinale di
Tiano, mandato dal papa per danari in aiuto dellimpre-
sa che faceva contra l Turco, contando questa novella:
che e fu una volta un re dUngheria il quale, faccendo
impresa contra l Turco, pose molte gravezze, e, venuto
alle mani, fu subito rotto. Il quale, maravigliandosi, di
nuovo fe impresa e radoppi le gravezze; e di nuovo fie-
ramente fu rotto. Avvenne che, essendo quivi un cardi-
nale legato del papa come siate ora voi, monsignor ,
gli fe celebrare una messa; e come fu lostia sacrata, riz-
zossi (ch in ginocchioni si stava), fe restare il sacerdote
e prese in mano lostia (perch, essendo re, potea toc-
carla come quello che sacrato). <E>, inginocchiatosi,
24 Letteratura italiana Einaudi
disse: Signor mio, io non mi lever mai di qui fino a
tanto che tu non mi riveli qual si sia la cagione che, an-
dando io con tanta fede contra a nimici tuoi, sia due
volte stato rotto. Allora sent una voce che disse: Fa
col tuo et arai vittoria. Inteso il monsignore quel che la
novella importava, rispose: Meritamente, Cosimo, tut-
to il mondo vi stima savio ; e, distesosi pi oltre, vene
con esso in buona composizione.
[142] Cosimo predetto ammoniva un contadino,
chiamato Betto Araldini, che non andassi drieto a bri-
ghe; il quale dicendo che non aveva se none uno inimi-
co, rispuose Cosimo: Ahim, cerca in ogni modo di
rappacificarlo, perch a ogni grande stato uno inimico
troppo e cento amici sono pochi!
[143] Maestro Bartolomeo, medico pistolese, uomo
singulare, essendo per trre moglie et essendogli messe
innanzi due donne, luna che gli dava poca dote ma era
savia, laltra che, non sendo tanto savia, gli dava trecento
ducati di dote pi che laltra, rispose che dalla pi pazza
alla pi savia donna del mondo non era un granello di
panico, e che non voleva questo granello comprarlo tre-
cento ducati.
[144] Il sopradetto, dimandato per che in vecchiaia
aveva tolta moglie, disse che a vecchi comincia a man-
care il senno, e che mentre fu giovane e di buon senti-
mento se nera guardato, poi, vecchio, come men savio
vi era inciampato.
[145] Soleva dire Cosimo che non si vuol mai im-
pacciar<si> con pazzi, perch sempre o fanno altrui vil-
lania o ne dicono.
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25 Letteratura italiana Einaudi
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[146] Cosimo a uno, dotto ma cattivo e pazzo, dis-
se: Tu hai troppo buono vino a s cattiva botte!
[147] Avendo tolto un parente di maestro Bartolo-
meo da Pistoia una moglie piccola e minuta, detto mae-
stro Bartolomeo lo commend, dicendo che della mo-
glie, quanto meno se ne toglie, tanto meglio .
[148] Cosimo, essendo per andarsene in essilio, dis-
se a messer Palla: Hodie mihi, cras tibi!
[149] Gino Capponi, mandandogli messer Giovan-
ni Gambacorta a dire che tosto gli darebbe morti e prin-
cipali cittadini di Pisa, rispuose che voleva gli uomini e
non le mura.
[150] Essendo Puccio sopra l porre le gravezze,
venne a lui Giovanni Benci mostrandogli un libro che
diceva essere stato suo, il quale libro aveva pi creditori
che debitori. Il quale conosciuto, Puccio glielo rend,
dicendo: Multa signa fecit Iesus quae non sunt scripta
in libro hoc!
[151] Poi che papa Ianni fu deposto, papa Martino,
ad instanza de Fiorentini, lo fe cardinale; onde nacque
un motto dun Pistolese, il quale, domandato: Che no-
velle da Firenze? , disse: Che l papa fatto cardina-
le!
[152] Diceva Cosimo che si dimenticano prima cen-
to benefci che una iniuria, e chi iniuria non perdona
mai; e che ogni dipintore dipigne s.
[153] Cosimo, a uno che gli diceva come un gran
beneficio che, qundo glaltri misero innanzi che fussi
26 Letteratura italiana Einaudi
morto, non vi sera trovato, e che non aveva fatto nulla,
rispose: Il bisogno mio era che tu vi ti trovassi!
[154] A Mariotto Baldovinetti, che in un suo biso-
gno gli ricordava essere stato cagione che non gli fussi
tagliato la testa, perch era de Signori, disse: Se tu
non mi avessi messo in quello pericolo, non ti sarebbe
bisognato poi trarmene!
[155] A uno che gli chiedeva desser de Signori, di-
cendo che non era mai stato contra lo stato e che sempre
si stava in Santa Riparata, rispose in questo modo: Co-
s si vuol che tu faccia: stavviti, perch v buona stanza,
perch di state v freddo e di verno caldo.
[156] Mostrando un duca di Milano a uno amba-
sciadore fiorentino molti ducati, il detto ne prese alcuni
in mano e disse: Questi sono una bella cosa e son tutti
col conio nostro; or pensate quanti nabbiamo noi che
gli battiamo!
[157] Faccendosi papa Pio portare e usando
moltaltre cose ambiziose, nera detto per tutto male; ma
Cosimo diceva che papa Pio era prudente e che, volen-
do che per tutto si conscessi che eglera sanese, non tro-
vava miglior n pi breve modo che lessere borioso.
[158] Dicendosi da alcuni Sanesi che in un certo ca-
so occorso i Fiorentini avevano perduto il cervello, disse
Cosimo: E non lo possono perdere gi essi!
[159] Essendo messer Agnolo della Stufa ambascia-
dore a Rimino, con un capuccio, a lusanza di quel tem-
po, grande e spazioso, parve a Riminesi cosa strana,
perch essi vanno di bel gennaio in zazzerina e sempre
nondimeno hanno fasciata la gola. Et uno, detto Marco-
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27 Letteratura italiana Einaudi
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valdo, un d cheglera sulla sala del signor Gismondo,
gli disse: Messer Agnolo, voi devete avere il capo mol-
to freddo! ; a cui messer Agnolo: Io ti dir perch noi
ci coprimo cos il capo. Voi siate di schiatta doche che
stanno tra pantani a capo alto e non curano di nebbiac-
ci: e questo ch non ci nel capo loro midollo. Ma noi,
che avemo cervello, lo volemo conservare e coprire mol-
to bene. Allora la brigata, inteso il veleno dello argo-
mento, tutti saccordorono che non si voleva stuzzicar e
Fiorentini.
[160] Essendo dal re di Francia e dallimperadore
richiesto il duca di Borgogna di fare lega con essi, fe
questa risposta: E fu una volta richiesta la lepre di fa-
re lega con lorso e col lione, e la lepre, pensando alle lo-
ro qualit, deliber non la fare, dicendo: Costoro ve-
ro che son maggiori di me, ma a loro bisogna cercare da
mangiare, a me non mancher mai che pascere. Cos
limperadore e l re son lorso et il leone, perch son
gran maestri; io mi so la predetta lepre, ma io mi tro-
ver che pascere in ogni luogo.
[161] Piero di Cosimo de Medici, tornando amba-
sciadore da Roma, visit la Signoria di Perugia. Ora, ac-
cadendo che uno de Signori, molto sciocco, molte
sciocchezze diceva, un altro, per iscusarsi, piacevolmen-
te disse: Pazienzia, Piero, ch ancora voi ne dovete
avere a Firenze! ; e Piero: Noi ce nabbiamo, ma non
gloperiamo a queste cose!
[162] Consigliando Francesco del Benino, che era
un gran picchiapetto, in Consiglio, che in un tempo pe-
ricoloso alla citt sandassi a campo a Siena, e Piero de
Medici predetto, rizzatosi per contradire, incominci
cos: Io taspettavo, Francesco, con un bambino a pro-
cessione, e tu ci riesci ad andare a campo a Siena!
28 Letteratura italiana Einaudi
[163] Essendo messer Palla Strozzi in caso di mor-
te, gli fu mandata la prolungazone del tempo in che ave-
va a stare a confini; onde, piangendo, egli disse: Insi-
no ad ora ho sempre ubidito alla mia patria e sempre
osservati i confini; ma questo non osservar io gi :
questo dicendo perch conosceva il suo pericolo.
[164] Avendo nel 1433 i nimici di Cosimo fatto un
parlamento che gran tempo innanzi non sera fatto, dis-
se Cosimo: E ci hanno insegnato come noi abbiamo a
fare a loro.
[165] Avendo il re Alfonso comperata da un merca-
tante la scodella di calcidonio, che al presente usa Lo-
renzo de Medici, per pregio di ducati mille, disse che
non glielaveva saputa n donare n vendere.
[166] Il Conte di Virt soleva dire che messer Co-
luccio Salutati, cancellieri della Signoria di Firenze, gli
faceva pi guerra che i capitani de Fiorentini: e pi
trappole gli scocc adosso per levarselo dinanzi. In fra
laltre ordin che una lettera, contrafatta la mano di
messer Coluccio, fussi data alla Signoria fiorentina, nella
quale erano scritte molte cose contro allo stato. E Signo-
ri, ricevuta la lettera, mal contra lui inanimati, gliela mo-
strorono, dimandando di cui man quella gli paressi; e
messer Coluccio, lettala, disse: Questa bene di mia
mano, ma io non la scrissi mai!
[167] Fu contrafatto da uno scolare a Pisa Lorenzo
Lippi con tanta propriet, che, sopravenendo a lui, che
nella catedra era e leggendo la lezzione sua, vedutolo, lo
salut in questo modo: Salve, alter ego!
[168] Uno, essendo dimandato se bisognava diman-
dare come qualcuno stessi vedendolo avere buon viso,
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29 Letteratura italiana Einaudi
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disse di s, perch aveva veduto molte volte de fiaschi
rotti colla vesta nuova.
[169] Puccio, quando avea consigliato che l partito
non si vinceva, soleva dire che non era da dubitare che
glavevano largomento in corpo.
[170] Un matto, dimandato quel che gli paressi
dun muro a Careggi, murato dentro a secco e di fuori
ncalcinato, disse: Io vorrei le lasagne in corpo, non
nella gonnella!
[171] Giovanni di Bicci, padre di Cosimo, tenendo
amicizia grande con alcuni contadini delle alpi e aven-
done una volta uno a cena, fra gli altri onori che gli fece
ordin che la Nannina, sua donna, dicessi non so che so-
netti. E, dimandato poi quel che gnene paressi, la lod,
dicendo per che vorrebbe pi tosto che le sue nuore
sapessino fare di due cioppe vecchie una nuova, che dire
queste favole.
[172] Ser Cozzo, notaio fiorentino, lasci a figliuoli
per testamento questo ricordo: Fate sempre male, e
non lo dite, dite sempre bene, e non lo fate.
[173] Il patriarca de Vitelleschi, essendo preso in
Castel SantAgnolo, a uno che gli dava speranza di
scampo disse: E par miei non si pigliono per lasciargli!

[174] Fra Biagio del Carmino soleva dire che chi


dovea essere zanaiuolo nasceva col manico in mano.
[175] Messer Piero da Noceto, intimo di papa Ni-
cola V, avendo a transferire una gran somma di scudi da
Roma a Firenze, gli commisse al banco de Medici a Ro-
30 Letteratura italiana Einaudi
ma in mano di Ruberto Martelli e con lettere di cambio
se ne venne in Firenze. Or, per la via, cominci a sospet-
tare assai che i danari non gli fussino ristituiti; ma come
giunse al banco, tutti gli furono anoverati. Onde, anda-
tosene a Cosimo, disse: O Cosimo, magna est fides tua!
; e lui: Messer Piero, el tesoro de mercatanti la fe-
de, e quanta pi fede ha il mercatante, tant pi ricco!
[176] Dicendo Neri di Gino a Cosimo: Io vorrei
che tu mi dicessi le cose chiare, s che io tintendessi ,
gli rispuose: Appara il mio linguaggio!
[177] A un altro: Appara ora a fare, ch favellare
sa tu!
[178] Uno, di una femina spenditrice che si sapeva
guadagnare le spese sanza fatica, disse: Ella pu spen-
dere, ch ella fa poi il covone in due menate!
[179] Diceva el conte Francesco che quattro cose
bisognava a far bene una cosa: pensare, consigliare, deli-
berare e fare.
[180] Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, fi-
gliuolo del detto, soleva dire che tre cose bisognava ave-
re a fare una buona torta: sapere, potere e volere.
[181] Confessavasi Cosimo da fra Mariano, vescovo
di Cortona, e, dimandato se perdonava a ognuno, disse
di s. Dicendo el frate: Oh perdoni tu al Filelfo? , dis-
se: Io non mi ricordavo che fussi al mondo. Intese
queste parole Andrea di Boccaccino, amico del detto Fi-
lelfo, e prese animo per questo a ragionare con Cosimo
che lo facessi ribandire. A cui Cosimo rispose: Io sono
di quella prima spezie di buoni, ch perdno a chi mof-
fende; non sono ancora di quella pi perfetta, che hanno
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31 Letteratura italiana Einaudi
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a orare pro persequentibus. Quando sar di loro, e noi
ragionaremo di questo.
[182] Messer Martello raccont avere da un matto
udito dire in Francia questa sentenzia: che sono quattro
buone madre che hanno quattro cattivi figliuoli, e dice-
vale, latine, in questo modo: Veritas odium, prosperitas
superbiam, securitas periculum, familiaritas contemptum
parit.
[183] El medesimo disse, dun vecchio, che portava
glocchi in seno, le gambe in mano, e denti a cintola.
[184] Il Pelletto, ripreso di attendere a zacchere
avendo donna, disse che usava quello per utriaca quan-
do gli pareva per altro essere ammorbato.
[185] Messer Marsilio dice che si vuole usare le
donne come glorinali, che, come luomo vha pisciato
drento, si nascondono e ripongono.
[186] El Franco dice anco come el necessario, che,
come luomo ha fatto, tura tosto e fuge via nel puzzo.
[187] Arrigo Sassolini aveva di nuovo menata mo-
glie una che avea nome Margherita, et essendo con lei
nel letto diceva: O Margherita, voglnlo noi fare assai?
Faccinlo di rado! Soleva ancora, quando ella ragiona-
va di volersi andare qualche d con la madre, affrontarla
un tratto; quando tornava a casa, le volgeva le reni, acci
che le venissi spesso voglia dandarsene a stare con la
madre.
[188] Un Sanese aveva tolto di nuovo moglie, e an-
dandone per la terra con un suo compagno, come si fa,
ognuno gli diceva: Buon pro ti faccia! E dicendo
32 Letteratura italiana Einaudi
quel suo compagno: Che diavolo bisogna tanti buon
pro ti faccia? Voi ci avete gi stracchi! , disse lo sposo:
Ohim, lasciali pur dire, che non diranno mai tanto
che vi sabattino!
[189] E Sanesi dicono, essendo in gran pericolo il
loro stato e mettendovi quel di Firenze, che fanno come
la puttana: quando fottuta per amore, le ne giova,
quando per forza, non le ne giova.
[190] Riferendo uno a Lorenzo de Medici che il
conte usava dire detto Lorenzo avere fatti due grandi er-
rori, l<uno> ritenere il cardinale e laltro fare morire
Giovan Battista da Montesecco, e cheglaveva in questo
fattuna gran pazzia, rispose: E ne far tanti egli, che
mi far tener savio!
[191] E peggiori uomini che sieno al mondo sono a
Roma, e peggiori deglaltri sono e preti, e peggiori de
preti si fanno cardinali, e l peggiore di tutti e cardinali si
fa papa.
[192] Dice messer Marsilio che i preti sono pi cat-
tivi de secolari, e frati de preti, de frati e monaci, de
monaci e romiti, de romiti le donne.
[193] Un Sanese soleva dire in Consiglio: Cittadi-
ni miei, guardatevi da Fiorentini, ch daglaltri vi guar-
deranno loro!
[194] Dicendo il Franco a uno che certi suoi lavora-
tori erano chiamati e savi di Val di Grieve, rispose
quel tale: Ben vorrei io vedere come son fatti i lor paz-
zi, poich costoro sono e savi!
[195] Cosimo era portato per casa da alcuni famigli
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in su una seggiola, et essendo per percuoterla a un uscio,
grid. Dicendo un famiglio: Oh che avete voi? Voi gri-
date innanzi che voi abbiate nulla! , rispose: Che mi
gioverebbe a gridar poi?
[196] Voleva un papa fare un frate di Santa Maria
Novella generale di detto ordine; il quale rispondendo
che non voleva avere a governare pazzi, disse il papa:
Guarda qual sia meglio, o governar loro o esser governa-
to da loro!
[197] Nella guerra presente che sapparecchia tra
Sanesi e Fiorentini, dicendo un garzone sanese al padre:
E c buona speranza che le genti del re sacostono in
qua , rispose: Ohim, figliuolo mio, che io ho mag-
giore paura dellutriaca che del veleno!
[198] Quante cose voglia avere una donna: tre nere,
tre bianche, tre piccole, tre lunghe, tre grosse. Cio, ne-
re: cigli, occhi, natura; bianche: capelli, denti, carni; pic-
cole: bocca, naso, orecchie; lunghe: dita, busto, collo;
grosse: braccia, gambe, cosce.
[199] Iacopo Bini mi disse a questi d che questi di
Firenze sempre sono stati di tre ragioni nel governo,
perch uno ha prestata la riputazione, laltro e danari, e
l terzo ha appiccato el sonaglio. Domandai questo ap-
piccare el sonaglio che voleva dire: contommi allora che
certi topi deliberorono una volta insieme dappiccare un
sonaglio alla coda della gatta, per sentirla; ma, poi che l
partito fu vinto, non si trovava nessuno di que topi che
volessi essere el primo a appiccarlo. Un pari adunque
dAntonio Pucci diceva lui essere di quelli che appicca-
vono el sonaglio.
[200] Sandro di Botticello fu stretto da messer To-
34 Letteratura italiana Einaudi
maso Soderini a tor moglie. Risposegli cos: Messer, i
vi vo dire quello che mintervenne una notte. Sognavo
aver tolto moglie, e fu tanto el dolore che io nebbi nel
sogno, che io mi destai; et ebbi tanta la paura di non lo
risognare, che io andai tutta notte per Firenze comun
pazzo, per non avere cagione di radormentarmi. Intese
messer che non era terreno da porvi vigna.
[201] Un vecchio mi disse a questi d che le cose in-
giuste non possono durare, e che la giustizia fatta co-
me lacqua, che, quando impedita dal suo corso, o ella
rompe quello riparo e mpedimento, o ella cresce tanto e
ngrossa, chella sbocca poi di sopra.
[202] Quando e Ciompi tolsono lo stato a Grandi,
un cavaliere deglAlbizi ragionava con un suo crientolo,
che era de Ciompi, dicendo: Come credete voi poter
mantenere lo stato, i quali non siate usi, con ci sia che
noi, usi sempre a questo governo, non labbiamo potuto
mantenere? Rispose il cientolo: Noi faremo a punto
il contrario di quello avete fatto voi, e cos lo verremo a
mantenere!
[203] Cosimo diceva che quando uno era tornato
duficio et era domandato dove fussi stato, era buon se-
gno, perch non sera di lui sentito nulla.
[204] Essendo venuto un ambasciadore dal re di
Ragona al tempo di Cosimo, il quale chiedeva tributo
dun falcone ognanno, offerendosi per quello conserva-
re lo stato a Fiorentini, fu commessa la risposta a Puc-
cio dAntonio Pucci, uomo prudentissimo e di grande
animo, il quale rispose in questa sentenzia: che con ci
fussi che l conte Giovan Galeazzo, detto Conte di
Virt, avessi chiesto uno sparviere per tributo a Fio-
rentini con simile offerta di conservare lo stato, e che i
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35 Letteratura italiana Einaudi
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Fiorentini non glielavevono voluto concedere, che a lui
non solamente non darebbono un falcone, ma non gli
pur mostrarebbono un gheppio; ma s, che quando vo-
lessi aconciarsi per loro capitano, che gli darebbono
quaranta o cinquantamila scudi doro, di che lui non si
doverebbe vergognare, perch avevono avuti deglaltri
molto da pi di lui, e quali tutti per ordine venne anno-
verando.
[205] Essendo Puccio predetto a Milano ambascia-
dore al duca Filippo, soprastette assai prima avessi au-
dienzia, perch detto signore si governava assai per pun-
ti dastrologia. Ora, avendo inteso dallo strolago unora
accomodata, mand per detto Puccio, dicendo esser pa-
rato a dargli audienzia. A cui Puccio indrieto fe rispon-
dere che non voleva andarvi allora, perch, se in
quellora vera el punto del detto duca, non vera el suo.
[206] Neri di Gino, sendo ambasciadore a Vinegia
per la guerra che avevono i Fiorentini col duca di Mila-
no, et essendo trastullato, prese licenzia con queste pa-
role: Voi volete, signori Viniziani, fare il duca di Mila-
no re: e noi lo faremo imperadore! Con le quali parole,
vlti glanimi di tutti, ottenne quello per che era ito.
[207] Messer Giovanni Emo, cavaliere e ambascia-
dore viniziano, quando si licenzi el cardinale di San
Giorgio ad velum aureum da Firenze, gli us queste pa-
role: Monsignore, noi vabbiamo lasciato perch non
vi ritenemmo mai; abbiamo caro davere ogni giustifica-
zione dal canto nostro. Dite al papa che cominci a sua
posta la guerra, che noi la finiremo a casa sua, e che le
sue scomunicazioni ci sono comunioni.
[208] Messer Gherardo, capitano di Milano, si ri-
scontr disavedutamente con messer Ramondo da Car-
36 Letteratura italiana Einaudi
dona, capitano della Chiesa, e, constretto a venire alle
mani, in conforto de suoi us queste parole: Valenti
uomini, il vostro conforto sia questo: che voi avete per
capitano Gherardo Spinola, che mai non perd per ma-
re e per terra!
[209] Sforza fu tratto di prigione dalla reina Gio-
vanna acci che egli difendessi il suo stato, e lo fe capi-
tano grande. Erano i suoi soldati grandemente forniti di
sopraveste e di pennacchi, <ma lui lo fe loro togliere:
del che i soldati si querelavano>. Sent questo Sforza, et,
essendo in cammino, smont da cavallo e, trattosi lelmo
e poso in su un palo, cominci con la spada a dare in
quello pennacchio, tuttavia dicendo: Difenditi, poltro-
ne! ; e cos dicendo tutto lo cincisch. Non intendeva-
no la ragione e soldati; a quali rivolto, Sforza dimostr
che non era la virt de soldati ne pennacchi: e che fussi
vero quello, lo dimostrava che quello pennacchio non se
ne sapeva difendere.
[210] Messer Andrea, priore di Lucardo, dicendoli
uno che aveva imparato da lui ad essere ipocrito, rispo-
se: Cotesto non tinsegnai io!, come disse quel dia-
volo. E, contando la novella, disse che un monaco,
stretto a digiunare e non potendo soffrire, si rinchiudeva
in camera e coceva uova a lume di candela, tanto vol-
gendole che fussino cotte. Il che per un foro delluscio
vedendo, labbate entr dentro, faccendoli grande so-
pravento. Et iscusandosi il monaco con dire che la sotti-
gliezza del demonio glaveva insegnato a fare questo ma-
le, il diavolo, che sotto il desco si stava nascoso, uscito
fuori disse: Tu ne menti ben per la gola, ch questa la-
droncelleria hai tu insegnato a me!
[211] LAltrito, scolare a Pisa, per purgare sua fama
andava spesso nel luogo publico et egli stesso si bociava.
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37 Letteratura italiana Einaudi
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[212] Il Pecorella degli Spini, avendo di nuovo me-
nato moglie e cenando con essa tordi, traeva de quarti
di drieto tutte quelle budelluzze. Ora, credendo la don-
na che egli volesse gettare via, disse: Non le gettare,
che io le manger io! Il Pecorella disse: Umb! , e,
presele tutte con una fetta di pane, fe vista di volerle
mettere in bocca alla sposa; la quale come aperse la boc-
ca, il Pecorella se le mangi per s, e, vlto alla moglie,
disse: Io non so Pecorella che perde il boccone per di-
re umb!
[213] A Simeone Carnesecchi matto davano e pa-
renti per consiglio che e non favellassi mai, e, se pure
sentissi dire qualche cosa grande, che e dicessi: E ci
sono di ma fanciulli!
[214] Un signore aveva nella sua corte un savio uo-
mo e molto intendente di veleni, il quale lungo tempo
aveva usato a suo proposito. Avvenne che, entratoli di
lui qualche sospetto, lo fe accecare e mettere in prigio-
ne. Ora, doppo alcuni anni, trovandosi detto signore in
una guerra lunga e pericolosa, in modo che era in bilico
il suo stato, fe venire a s il detto savio e richieselo che
con qualche veleno de suoi singegnassi avvelenare il ca-
po deglavversarii. Dicendo colui che n questo non lo
poteva aiutare, perch la maestra de veleni era la vista,
lo richiese di consiglio in questo caso: e esso lo consigli
a trre tutti e vasellamenti doro e dargento della Chie-
sa e farne danari. Dicendo il signore che questo era gran
male, rispose: Pigliate queste cose a peso, e poi le ren-
dete. Ora, ritornato in prigione, fu daglaltri ripreso e
detto cheglera un matto a consigliare un suo tale ami-
co; e quello, allora: Io lho appiccato con Signore, che
far ben le mie vendette!
[215] Il Piovano Arlotto si trov a cena con messer
38 Letteratura italiana Einaudi
Iacopo, cardinale di Pavia, a Roma, insieme con messer
Falcone. Dimandando pi volte Pavia in questo modo:
Piovano, conoscestimi voi mai a Firenze? , negava, an-
cor che lavessi conosciuto, perch a quel tempo detto
messer Iacopo era molto povero e aveva per male che gli
fussi ricordato. Ora, inter cenandum, gitt gli occhi a
una vesta di detto Piovano volta ritto rovescio; e dicen-
do a caso il Piovano che non credeva avere niuno inimi-
co al mondo, disse Pavia: E non maraviglia, perch
vi avete recato la ragione dal canto vostro : volendo in-
tendere che eglaveva di dentro il ritto della cioppa. Al-
lora il Piovano: Io scoppierei, monsignor mio, se io
non vi dicessi una novella a cotesto proposito. In Fian-
dra questa usanza: che, quando si fa un paio di nozze,
sogliono e giovani, che hanno a ballare, mettersi stivalet-
ti sopra le carni strettissimi e pulitissimi. Faccendosi un
tratto un paio di nozze, un giovane, mentre che si mette-
va gli stivali, ne schiant uno. Ora, perturbato, si cruc-
ciava col calzolaio; et e gli disse: Non pigliate pertur-
bazione, ch io lo racconcer in modo che nessuno si
avedr che sia riciabattato, se non fussi un calzolaio pro-
prio. Avvenne che a questo ballo si trov un giovane
ricco gi stato calzolaio, il quale, posto subito locchio
su lo stivale, disse: Per lo diavolo! Voi avete raciabatta-
to lo stivale!. Rispuose laltro: Ben me lo disse il mae-
stro che nessun altro se ne poteva avedere che l calzo-
laio proprio!. Intese Pavia, e tacque.
[216] Detto Piovano, sendo a questi d sollicitato da
alcuni cittadini di rinunziare la sua chiesa, disse questa
novella. Fu una volta un romito viandante, il quale, sen-
do a unosteria in una medesima camera egli e un altro,
sent cos sul primo sonno venire quel tale pian piano al
suo letto per torgli di sotto il capo certi pochi danari che
aveva in una certa sua sacoccia. E toss e sput, per mo-
strare desser desto, onde il brigante torn adrieto.
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39 Letteratura italiana Einaudi
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Quindi a non molto fece il medesimo; e cos tutta notte
convenne al romito, per sicurt de suoi danari, stare de-
sto. Onde, laltra sera, non pose la saccoccia sotto l ca-
pezzale, ma sul mezzo della camera, dicendo fra s:
Meglio mi assai perdere la saccoccia e danari, che
avere la mala notte. Dorm molto bene, e la detta sac-
coccia gli fu carpita. Cos disse il Piovano che farebbe al
suo beneficio, cio lo renderebbe al papa, pregandolo
che gli dessi le spese; ma dice che non lo fa perch que-
sti tempi non son da ci, e questo papa pur frate!
[217] Venne qua messer Alessandro da Furl a por-
re imposte a preti, con commissione di messer Falcone
di trattare il Piovano Arlotto come la sua persona pro-
pria. Onde, come fu qui, tantosto lebbe a desinare, e,
messolo in capo di tavola, fgli onore come se fussi mes-
ser Falcone. Quando si partiva, gli disse: Messer Ales-
sandro mio, non vorrei che e mi intervenissi come a
Cristo, al quale i Giudei andorono incontra con olivo e
palme mettendogli le vesti sotto i piedi, e poi lo crucifis-
sono : accennando aver paura di non beccare maggiore
gravezza dopo tanti cibarii.
[218] Tre giovani corsari ferono pensiero di abitare
in Siena e posono su un banco quarantamila ducati, di-
cendo non ne volere discrezione nessuna, ma solo che
gli promettessi non dare danaio nessuno se non in pre-
senza di tutti tre. Uno di loro, pi cattivo, pens giun-
targli e mostr davere alle mani di comperare poderi,
case e beni in comune. Fe dare un tocco dagli altri gio-
vani al banchiere che stessi in punto, perch di corto gli
leverebbono il danaio intero; poi osserv un d che quel-
li due cavalcavano in caccia con altri giovani, e, mentre
erano a cavallo, disse loro che bisognava cinquanta du-
cati per fornire la casa. Quelli due giovani passorono dal
banco e dissono: Darai a costui quello ti chiede , non
40 Letteratura italiana Einaudi
si avisando dellinganno; e, rimaso, lev tutti e denari e
con essi via cavalc. Tornano i giovani, intendono la co-
sa, muovono lite; da ognuno dato il torto al banchiere,
dicendo che non doveva tanta somma s tosto pagare
<se non> in presenza di tutti. Il banchiere, intesa la fa-
ma di messer Gellio dArezzo, uomo non molto dotto
ma naturale, se nand per consiglio a lui e trovollo in
villa; e il detto messere, ordinato che il detto banchiere
laspettassi ad Arezzo, si consigli del caso con alcuni
de suoi naturalozzi contadini, e la mattina, con una con-
chiusione, ne and ad Arezzo: che il detto banchiere
confessassi esser mal pagati detti danari, ma che voleva
pagare di nuovo osservando la scritta, la quale diceva
che non si doveva pagare un quattrino se none in pre-
senza di tutti tre. Siate adunque tutti tre qui, e io vi pa-
gaer e vostri danari.
[219] San Martino, per punire un suo prete che
simpacciava con una sua popolana, divent un fanciullo
e acconciossi col marito a recare legne, per fin che la
moglie mutassi favella. Scaric le legne prima sotto la
scala, poi nel forno, dove l prete si nascondeva. Poi fe
mettere per il buco delluscio la masserizia al prete, ta-
gliossela e mettella in una paniera di berlingozzi che la
donna gli portava. Il prete, sotto spezie di baciarla, gli
tagli la lingua: e cos mut favella.
[220] La moglie del Nero monta sul pero e si tra-
stulla con lo amante; il Nero, geloso, tiene abbracciato il
pedale. Passa Cristo a cavallo col diavolo in groppa, che
andavano a una anima che era in quistione; alluminano
il cieco, il quale gli domanda quello che l s faccia. Ri-
spose la moglie: Facciamo acqua da occhi!
[221] Di quel bacello che, dicendosi e, entrava, e,
dicendosi o, usciva, e che la padronessa mand per
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41 Letteratura italiana Einaudi
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esso a casa un suo fidato, al quale venne detto e, e
nacquene scandolo.
[222] Quello che ogni cosa tolse a salario; quello
che insaccava nebbia; <quello> che udiva schiantare la
gramigna di l dal mare.
[223] Uno che balestrava moscioni; uno che avea e
ceppi legati ai piedi e correndo vinceva la lepre; uno che
mangiava massi.
[224] Satanasso gastig un diavolino che aveva per-
duto tempo drieto a uno che aveva rubato acci non
rendessi e danari, dicendo che bastava averlo condotto a
rubare, ch, rubato che altri ha, non uomo che per se
medesimo non si guardi dal rendere.
[225] Una moglie, mal trattata dal marito perch
non avea la dote dal suocero intera, avendo detto che
avea venduto quel fatto, gliela fe riavere e aggiunsevi
non so che ducati, acci che ne ricomperassi un altro. E
domandando il marito: Come lo vuo tu? , disse:
Tolo pi grosso che quellaltro. E come grosso?
Sai tu, come quello dellasino!
[226] Il gallo di ser Piero Lotti, che era nel cesso e
cantava!
[227] Il diavol! , disse don Santi. Don Santi con-
fessava una fanciulla. Cominciolle a toccare e capelli, di-
cendo: E paiono proprio della Madalena ; poi il viso;
poi le poppe; e in fine us latto carnale. Diceva la fan-
ciulla: Ohim, voi mi fottete, pare a me! ; disse don
Santi: Il diavol che io ti fotto!
[228] Fra Sinibaldo confessava una volta una donna
42 Letteratura italiana Einaudi
e domandava se il marito usava con lei a mal modo. Dis-
se la donna: Oh, fassegli di cost? ; rispuose il frate:
Non vi si fa altro!
[229] Un confessore si soleva addormentare. Una
donna si confessava e diceva daver rubato un paiuolo;
dipoi, videndolo dormire, si lev s. Posevisi unaltra, e
confessavasi. Intanto egli si dest e, credendo che fussi
la medesima, disse: Umb, quel paiuolo che voi ruba-
ste?
[230] Un prete fece a un suo cane la sepoltura e dis-
segli luficio, perch laveva caro. Fu accusato al vescovo
e citato. Compar, <e>, ripreso, confess. Et avendo in
un sacchetto dieci ducati, e disse: Monsignore, io gli
feci onore perch egli aveva un gran sentimento; e fra
laltre cose fe testamento e lasciovvi questi danari.
Diedegli, e fu assoluto.
[231] Fu in Firenze un cittadino, chiamato messer
Valore, al tempo del duca dAtene, il quale, per sospetto
di detto duca, finse desser pazzo. Costui, un d, empita-
si la veste di ciriege, se nand in piazza e, chiamati a s i
fanciulli della terra, diceva: Piluccatemi, che io sono il
Comune!
[232] Una volta il predetto comper un campo di
porri, e, chiamati poi molti fanciulli, disse chi trovassi il
pi grosso porro che quivi fussi gli darebbe un grosso.
Essendosi trovato, se nandava con esso per la terra, e,
domandato che andassi a fare con quello, disse: V a
ficcarlo drieto al popolo grasso!
[233] Per un po meno ferma per me. Questo
detto diventato gi proverbio, la cui origine questa:
che, dilettandosi Donatello scultore di tenere in bottega
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43 Letteratura italiana Einaudi
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belli discepoli, gnene fu messo un per le mani il quale
molto glera lodato come bel giovane; e mostrandogli,
chi glielo metteva innanzi, un fratello di detto giovane, e
affermando che assai era pi bello quellaltro che con
esso cercava di acconciare, disse le sopradette parole:
Per un po meno ferma per me!
[234] E rise a me, e io risi a lui. E questo ancora
nacque dal sopradetto Donatello, dal quale essendosi
partito un giovane suo discepolo con chi avea fatto qui-
stione, se nand a Cosimo per trar lettere al marchese
di Ferrara, dove era il giovane fuggito, affermando a
detto Cosimo che in ogni modo voleva andargli drieto et
amazzarlo. Ora, conoscendo Cosimo la sua natura, gli
fe lettere come a lui parve, e per altra via inform il
marchese della qualit di detto Donatello. Il signore gli
diede licenza di poterlo uccidere dove lo trovassi. Ma,
riscontrandosi il garzone in esso, cominci di lungi a ri-
dere, e Donatello, a un tratto rappacificato, ridendo, in-
verso lui corse. Dimandavalo poi il marchese se egli
lavessi morto; a cui Donatello: No, in nome del diavo-
lo!, ch e rise a me, e io risi a lui.
[235] Tu fai come il can di Buttigrone. Questo
cane dicono che andava sempre drieto a chi meglio era
vestito.
[236] Vangeli et altre zacchere. Queste parole
disse un nostro vescovo, dimandato che libro fussi uno
che nella tavola serrato aveva.
[237] Volge, volge, e qui non se non parole!.
Questo disse il lupo, imbattutosi in un breviale rosso
che era caduto a un frate, et egli aveva creduto che e
fussi un pezzo di carne.
44 Letteratura italiana Einaudi
[238] Messer Francesco Malacarne, avendo una
macchia dolio in sul petto, essendogli venuto a noia
dessere da ognuno domandato che cosa quella fussi, so-
leva, come uno veniva a parlargli, dirgli: Sta saldo,
questa una macchia dolio! D ora ci che tu vuoi.
Questo motto ancora oggi in uso di proverbio.
[239] Or son io chiaro!. Questo disse Martino
dello Scarfa avendosi sputato nelle brache e stando in
dubbio se fussi vero, imper che, passando per la via
dove egli era, un fanciullo disse: Oh, e ci pute! Allo-
ra Martino: Or son io chiaro!
[240] Dolendosi uno con Puccio duna gravezza, gli
rispuose: Tu biasimerai tanto cotesta gravezza, che tu
non troverrai poi uomo che la voglia!
[241] Un pazzo soleva dare consigli e facevasi dare
due o tre braccia di refe, e diceva: Non ti accostare a
pazzi quanto lungo questo refe!
[242] Il Piovano Arlotto era in galea con alcuni gio-
vani a dormire, e, manomettendo a uno di loro il cane-
stro, colui disse: Ohim, Piovano, che fate voi?! ; e
lui rispose: Perdonami, io credetti che fusi il mio!
[243] Dando una fanciulla con una palla di neve a
Dardano Acciaiuoli et avendo laltra in mano per gitta-
re, disse Dardano: Che farai, porca? Se tu lavessi tra l
Bucine e Montevarchi, frigerebbe pi che non fa una
cheppia nellolio!
[244] Andando papa Ianni a concilio, domand un
suo buffone: Che si dice di me? ; e rispondendo egli:
Santo Padre, e si dice che voi siate un gagliardo uo-
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45 Letteratura italiana Einaudi
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mo , rispose: Tu di el vero, perch non mai gagliar-
dia che non abbi in s qualche ramo di pazzia!
[245] Il predetto, sentendosi leggere in concilio el
processo contro, confessava tutto, dicendo: Aio fatto
ancora peio! E infine, dimandato che fussi questo
peio, rispose: A lasciarmi condurre qui!
[246] El Gondino litigava con la casa de Martelli.
Essendogli detto da uno di loro: Noi siamo in casa
trentadue paia di coglioni , disse: Egli vero, ma voi
non forniresti un zugo fra tutti quanti!
[247] Sendo in casa messer Agnolo della Stufa il si-
gnor Gismondo, e il conte di Urbino medesimamente
nella terra, dimand un d detto conte Gismondo, fi-
gliuolo di messer Agnolo predetto, molto fanciullino,
che gli pareva del detto signor Gismondo. Rispose sem-
plicemente: un moccicone, ch si fa vestire da fami-
gli!
[248] Dicendo non so chi a Lorenzo che il conte
Girolamo voleva dare Imola al re e detto re darebbe a
lui un ducato nel Reame, rispuose: Guardi pure che
non glielo dia falso cotesto ducato!
[249] Uno disse, di un piccolo, che farebbe lo schia-
vonesco in un buco di grattugia.
[250] Un contadino chiamato il Fella, essendo
per morire, chiamati a s i figiuoli, disse: Figliuoli, io vi
lascio e tai danari, danari del tale e del tale. Ora, di-
mandando luno a laltro che danari fussino questi, disse
il maggiore: Questi sono danari che egli ha debito! Il
Fella allora disse: Che non ti paiono danari, questi?
46 Letteratura italiana Einaudi
[251] Nicol Amici fotteva la Maria Bella da Roma,
e, per paura di non la ingravidare, sempre entrava per
luscio dellorto. Un tratto, parendogli davere errato
dettuscio, se ne chiariva con le mani. Ora, detta Maria
gli diceva: Se tu chiaro? , e egli: S, che tu hai un
gran forame!
[252] Essendo Guido del Palagio, fiorentino, ito
ambasciadore a Siena per non so che lega che detti Sa-
nesi avevono fatto col duca di Milano, essendogli da un
Sanese detto: Messer lo ambasciadore, noi abbiamo
maritata Siena e datole per dota Firenze , rispose: La
prima fottuta sar ella, e poi a bellagio si piatir la do-
ta!
[253] Mostrando un cardinale a messer Agnolo del-
la Stufa, ambasciadore a Roma, la sua argenteria, e di-
cendo: Io non posso dire, come san Piero, aurum et
argentum non est mihi , rispose: Voi non potete an-
co dire surge et ambula!
[254] Bartolo del Vigna, a uno che diceva, essendo
egli Gonfaloniere: Se voi non farete la tal cosa, io far
qualche pazzia , rispose: Se farai qualche pazzia, la
corregeremo col senno!
[255] Una donna, domandata quali fussino miglori
bordoni per le donne, e grossi o piccoli o mezzani, ri-
spuose: E mezzani sono migliori! Dimandata per
che, rispuose: Perch de grossi non se ne truova!
[256] Il Piovano Arlotto confessava un contadino
suo lavatore. Adivenne che nellultimo della confessione
detto contadino faceva resistenza di dire non so che pec-
cato, onde il Piovano cominci a persuaderlo al dire; e
finalmente confess il detto che saveva menato il caval-
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47 Letteratura italiana Einaudi
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lo a mano. F di poi similmente resistenza a un altro
peccato, e, pure persuaso al dire, confess davere ruba-
to un sacco di grano a esso Piovano. El quale, assolven-
dolo, disse: Mnati il cavallo a tuo modo, e fa chio
riabbi el mio grano!
[257] Ragionando uno a tavola lungamente del fat-
to del Turco e dicendo che mai non si poteva intendere
nulla de fatti suoi, e che ci che si parlava era bugia, fu
uno che disse: E per sta cheto, tu!
[258] Il medesimo, dicendo che il Turco teneva gli
elefanti in Constantinopoli dove innanzi solevano stare
ambasciadori viniziani, disse quellaltro: Dunque vi
stanno ancora molto gran bestie!
[259] Diceva messer Matteo di Franco, passando
una bella fanciulla: Non mi credete a vostro modo:
questa una bella fanciulla ; fugli risposto: Se non
vi sha a credere, io ve l credo!
[260] Piero di Boccaccino, essendo alle prese con
una donna, smarr per troppa fretta luscio; e dicendo
colei: Ohim, voi lavete in mal luogo! , rispose: In
mal luogo lhai pure tu!
[261] Un altro sendo con una parato a giostra, av-
venne che colei disavedutamente fu per farli male a te-
sticoli con un ginocchio. Onde, dicendo quel tale:
Ohim, guardate che voi non mi facciate male! , rispo-
se la donna. Male farei io a me!
[262] Levandosi in una chiesa il Signore, fu uno che
disse al Franco: Andiamo a vedere qua il Signore ; et
egli: Io lho veduto tante volte, che io lo riconoscerei
fra mille!
48 Letteratura italiana Einaudi
[263] Passava una fanciulla per la via, e, dicendo il
Piovano Arlotto: Oh ve bella fanciulla! , rispose lei:
E non si pu gi dir cos di voi! ; e l Piovano: S
potrebbe bene, chi volessi mentire per la gola come ho
fatto io!
[264] Il priore di Lucardo, duno che aveva solo un
occhio: Costui durer pure men fatica di noi a morire,
ch non ar a chiudere se none un occhio!
[265] Item, duno sdentato, suol dire: Costui non
tiene mica lanima co denti!
[266] Uno, domandato qual fussino e pi pazzi uo-
mini di tutti glaltri, rispose: Quegli che simpacciano
con pazzi!
[267] Diceva un nuovo pesce: La roba a compa-
gni, lanima al diavolo, la carne a coltelli.
[268] Fu a Cosimo un literato mal vestito, il quale,
dimandato che voleva dire che era s povero, disse essere
stato rubato tra via. E, dicendo Cosimo: Gurdati pi
tosto di non lavere giocato! , rispose: Voi dite il vero,
ch io ho giocato e perduto: e voi mavete vinta la mia
parte, come anche a deglaltri la loro , mostrando per
questo le ricchezze essere un gioco di fortuna. Maravi-
gliatosi di questo, Cosimo il rivest e diedegli danari.
[269] -Diceva un contadino al Malerba: Mi basta
che tu mi dia un po di fede , e l Franco: Non te ne
pu dare s poca che non te ne dia quanta e nha!
[270] Dicendo uno a Cino, che aveva una coltella:
Cotesta arme ti sar tolta , e rispondendo esso: Io so-
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49 Letteratura italiana Einaudi
Angelo Poliziano - Detti piacevoli
no uso a torle ad altri , disse Andrea de Medici, cio il
Butto: S, dal cappellinaio!
[271] Un barbiere intagli <a uno> una gota, ra-
dendolo, e dimandollo se prima vera schianza: rispose:
No, ma la vi verr bene!
[272] Cosimo, di qualche uomo pronto et accorto,
soleva dire che egli aveva il cervello in danari contanti.
[273] Filippo da Gagliano, a uno che diceva non
avere pratica nel fatto delle dame, disse: Io nonme ne
maraviglio, perch tu stai sempre in sulle conchiusioni!

[274] Chiedeva il Franco qualche gatta a uno, e, di-


cendo colui: Io ve ne dar una , diceva il Franco: Io
ne vorrei tre o quattro per lo meno ; e colui: Che dia-
vol volete voi fare di tante? Perch una disse il
Franco se la mangeranno e topi!
[275] Messer Cristofano Landino era in mezzo di
duo preti. Venne un povero a chiedergli limosina, et
egli: Va in pace, che io non ho danari a lato e costoro
son preti!
[276] Per la guerra del signor Gismondo, un Anto-
nello da Furl, buon condottieri, si fugg con le paghe da
detto signore. Onde, essendo in casa Cosimo il signor
Ottaviano con altri signori, intra quali era il signore
Astorre, entrorono in ragionamento di detto Antonello.
Il signore Astorre molto lo lodava, dicendo spesso che
era uomo cos sollecito e ripetendo pure questa sua sol-
lecitudine. Disse Cosimo: Non dite pi, signore, circa
cotesto, ch egli ha dimostro ora per esperienza essere
sollecito, essendosi fuggito innanzi al tempo!
50 Letteratura italiana Einaudi
[277] Essendo nato un fanciullo, poi che la madre si
marit, circa un mese, disse Martino dello Scarfa al pa-
dre della donna: Fallo fare corriere cotesto tuo nipote,
ch sar sempre dieci miglia innanzi aglaltri!
[278] Ragionandosi delle genti del duca di Calabria
nel 1478 e dicendo alcuni che ellerano ottanta squadre,
disse Braccio Martelli che le dovevano essere quarta-
buone, perch cos si chiamano certe squadrette piccole
da legnaiuoli.
[279] Un altro, di un cavallaccio lungo che andava a
pezzi e movevasi in due volte, disse che era un cavallo a
duo tuorli.
[280] Antonio di Marabottino Rustichi avendo a
cenare con uno e dicendo: Io comperr un mazzo di
tordi e tu comperrai delluve per lagresto , disse colui:
Oh, e costeranno pi luve che e tordi! ; disse Anto-
nio: S, a te, perch e tordi non ti costeranno nulla!
[281] Giraldino da Rimini, cortigiano del signore,
piacevole uomo e piccolo, avendo in presenzia a molti
gentiluomini dette alcune novelle, un messer Andrea da
Servigliano, famoso cavaliere ma molto misero, disse:
Tu sei, Giraldino, s piacevole, che io credo che non per
altro la natura ti facessi s piccolo, se non perch luomo
ti si potessi mettere in borsa per non ti perdere. Io deli-
bero di mettermiti un d nella scarsella, per averti a mia
posta. Rispuose Giraldino: Ohim no, ch voi non
me ne caveresti mai pi!
[282] Andando messer Panza Frescobaldi a uccella-
re agli sparvieri in su la ferza del sole, riscontr un suo
amico, il quale due cose gli appose: luna, che troppo si
domesticava con ognuno, laltra, cheglera fuora quan-
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51 Letteratura italiana Einaudi
Angelo Poliziano - Detti piacevoli
do ogni bestia grossa o minuta era ridotta alluggia. Ri-
spuose che della prima si rimarrebbe, se s tosto non di-
menticassi laccorgersene; laltra non essere vera, essen-
do fuori quel tale.
[283] Entrorono in un orto di messer Pastore, uo-
mo savio e vecchio, molti sgherri, e, cogliendo e rastrel-
lando sanza riguardo ogni cosa, riscontrorono detto
messer Pastore. E un di loro disse: Messer Pastore,
questo un bellorto, e doveresti farlo guardare d e not-
te! ; et egli, sanza crollare testa, rispose: Tardi me
lhai detto!
[284] Messer Brunoro Malatesti, uomo dotto e sa-
vio, essendo a un desinare che faceva messer Vanni di
Mugello, fratello del vescovo Andrea, uomo di poca va-
luta, fu da lui dopo desinare domandato qual uomo di
Firenze volessi esser pi tosto. Rispondendo egli che
qualunque si fussi non potrebbe se non migliorare, pu-
re, stretto, disse che vorrebbe essere Brunetto Latini; e
messer Vanni: Oh cotestui un cervellino, e riven-
demmi a questi d per dieci lire! Tanto pi disse
messer Brunoro vorrei esser lui, da poi che sa rivende-
re dieci lire quello che non vale dieci danari. Dolendo-
si di questo messer Vanni, disse messer Brunoro: Non
vi dolete voi: lasciate dolersi al comperatore!
[285] Il conte Taddeo da Montefeltro essendo po-
dest di Firenze in tempo che la podesteria era molto li-
bera e di grande utile, concorse dopo lui messer Palmie-
ri da Fano; e, quando entr, si scontrorono, come
usanza. Disse il conte Taddeo: Messer Palmieri, il ben
venuto, e buon pro vi faccia! Voi siate pure venuto in
luogo di potervi mettere de panni sotto! Rispose:
Conte, e non nostra usanza davanzare dovunque an-
52 Letteratura italiana Einaudi
diamo. E poi siamo certi che donde voi passate non bi-
sogno che altri vi sinchini!
[286] Messer Arrigo Mainardo, podest di Lucca,
aveva per lettere contratta amicizia con madonna Bian-
ca, che risedeva a Pisa. Finito lufficio, andando a veder-
la et entrando in camera, perch era uomo grande per-
cosse col capo nel cardinale delluscio, et entr dentro
dicendo: La ben trovata! Glaltri ci sogliono percuote-
re la coda et io ci ho percosso il capo! Che vuol dire?
Madonna Bianca rispose: Perch chi ha le corna pi
facilmente percuote con esse che colla coda!
[287] Piraffo, uomo oltra modo satiro e rampogno-
so, veduto un sere, che era infame di carte false, il quale
si teneva le mani sotto l mantello, lo dimand: Che
avete voi sotto l mantello, sere? Rispondendo egli non
avervi altro che le mani, in atto di maravigliarsi Piraffo
disse: Oh, avete voi le mani?!
[288] Messer Giovanni Barile da Napoli, essendo a
Firenze con molti cavalieri e donne, fu dimandato da
mona Oretta di messer Geri Spini, avendo a dimandare,
che grazia dimandarebbe. E egli: Che voi fussi indovi-
na, perch voi stessa indovinassi quello che io non ho ar-
dire di dire ; e ella: Cavaliere, chi teme di dire, mai
non ha ardire di fare!
[289] La contessa Gherardesca, di casa il conte
Ugolino che mor nella Torre della Fame di Pisa, era a
Poppi, e, sentendo che la contessa figliuola del conte
Guido, il cui marito era morto alla sconfitta di Campal-
dino, era a Bibbiena, linvit alla festa che si faceva per
Pasqua di resurrezione. La quale venuta, e menata dalla
contessa Gherardesca in un terrazzo donde si vedeva il
luogo di detta sconfitta, perch vi era <messe> maggiore
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53 Letteratura italiana Einaudi
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che altrove, disse: Vedete che questi nostri ghibellini
hanno fatto in modo che non ci dover essere questan-
no caristia di grano ; e ella: Tardi viene a chi morto
di fame!
[290] Messer Ciampolo sanese, uomo prodighissi-
mo, mand fagiani e starne una sera al podest di Siena
perch sapeva che con lui cenava messer Guido Riccio,
capitano di guerra, nuovamente venuto in Siena e suo
familiarissimo; e allora della cena lo and a visitare. E,
stando lui per cenare, disse il podest: Sapete la forte
legge che in questa terra, che chi cena col rettore gne-
ne va dugento lire, et a me mille, se io non lo notifico?
Disse messer Ciampolo: Andiamo a tavola, ch io sti-
mo questa consolazione pi di duemila lire! E cen e
pag.
Costui, mancandogli la roba per usare una magnifi-
cenzia, vend se stesso. Morendo, a tutti i frati che lo ri-
chiedevano che si facessi sepelire alla chiesa loro, pro-
misse, per non negare nulla. E rimproverandogli i
parenti la sua prodigalit mentre che moriva, sempre
disse queste parole: Quod donavi, habeo; quod retinui,
perdidi; quod negavi, doleo.
[291] Guglielmo Borsiere, piacevole uomo, stando-
si a Bologna, veduto un d passare un malandrino, suo
amico e molto infame, lasciato un cerchio di cittadini
corse l a inginocchiarsigli a piedi, e fgli un gran mot-
to. Di che ripreso poi da cittadini, disse: A voi fo ono-
re delle robe vostre portandole indosso; al malandrino
fo onore perch non me le tolga. Costui appiccava le
candele a santi e diavoli: a quelli perch gli facessino be-
ne, a questi perch non gli facessino male.
[292] Federigo conte da Montefeltro, piccolo di an-
ni dieci, quando il conte Guido fu tratto di prigione, e
54 Letteratura italiana Einaudi
rimase in prigione di messer Malatesta. Passato che fu il
tempo della tregua, il conte cavalc sopra i terreni di
messer Malatesta; il quale, chiamato a s Federigo, disse:
Vedi, figliuolo, tuo padre cavalcato sopra Arimino
armata manu una volta. Se e cavalca la seconda, io ti
far tagliare la testa. Rispose: Se vi cavalca anco la
terza, a chi farete voi poi tagliare la testa? Di che
camp.
[293] Uno, per parere filosofo, molte cose aveva
sopportate; e avendone sopportata una grande, disse, a
chi la riferiva: Se tu chiaro? Credi tu ora chio sia filo-
sofo? Rispose quel tale: Arelo creduto se tu non
avessi parlato!
[294] Il re Adovardo dInghilterra teneva in corte
un messer Merlino con buona provisione acci atten-
dessi a scrivere le simplicit che si facevono nella sua
corte. Avendo a mandare a Roma lettere in furia, non si
trov nessuno che si vantassi dandarvi infra il tempo.
Solo un Bichino cavallaro se ne vant: a cui il re fe dare
mille ducati, e mandollo. Scrisse Merlino questa, e l re,
saputolo, dimand per che lavessi scritta. E rispuose
perch colui non poteva attenere la promessa, che era
impossibile, e perch quello che far larebbe fatto con
cento ducati. E il re: Se non osserver, mha promesso
di rendermi e mille ducati: s che cassatemi! No!
disse Merlino Io pure scriverr per ora la vostra; quan-
do Bichino ve gli render, canceller la vostra e scriver
la sua.
[295] Messer Canti Gabrieli fu molto richiesto da
Lucchesi per loro podest, e, perch non si voleva obli-
gare a loro statuti e sindicati, mai non accett. Venendo
in Italia lo imperadore Arrigo, desiderosi pure e Luc-
chesi di podest famoso, lo elessono con maggior salario
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55 Letteratura italiana Einaudi
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e con pi libert. Venendo, tra gli altri gli venne incon-
tra un Betto Giallonello, suo noto, rallegrandosi e dicen-
do il popolo esserne s contento, e che tante volte laveva
voluto. Rispose: Io non maccorsi che mi volessino se
non ora!
[296] Tornato un merca<ta>nte di Schiavonia, ar-
riv al porto di Fermo con astori, e tutti, fuor che uno,
gli aveva venduti. Quello volle in compera il podest.
Or, andando il merca<ta>nte per danari, era dal pode-
st mandato alla podestessa, e da lei a lui, e cos dileggia-
to. Il quale, accortosi, usc fuora per la terra gridando:
Guai a questa terra, ch il sale ci pute! Fu inteso il gri-
do, condannato il podest et egli a doppio sodisfatto.
[297] Un giovane si fotteva la matrigna. Avedendo-
sene, il padre terribilmente se nadir, dicendo: O ma-
ladetto figliuolo! Domandolli il giovane: Oh che ho
io per fatto? Come? disse il padre Oh tu fotti la
mia moglie e tua matrigna! Ohim disse il figliuolo
, oh voi fotteste tante volte mia madre!
[298] Udendo Lorenzo de Medici messa da messer
Manente Buondelmonte, il quale tenuto bugiardo uo-
mo, disse: I non dubitai mai della fede se none stama-
ni, avendo udito il Vangelio di san Giovanni da messer
Manente!
[299] Al medesimo disse volersi confessare da lui,
perch se per aventura ridirebbe e suoi peccati, non gli
sarebbono creduti.
[300] In casa deglAlbizi era una vedova bella, la
quale accozz il pettignone con un bel giovane de Pe-
ruzzi; e publicossi in modo la cosa, che molti de princi-
pali de Peruzzi, per loro scusa e per rimediare alla ver-
56 Letteratura italiana Einaudi
gogna delle due case, se ne vennono a messer Maso de-
gli Albizi, dolendosi per lonore della casa sua. A quali
egli rispose che questo onore sarebbe vil cosa <se stes-
si> in un poco di imbratto chelle hanno a lato al culo un
dito.
[301] Nofri Parenti, savio uomo, soleva lodare se
stesso molto, e, quando era ripreso, diceva: Voi dovete
sapere che io non ho consorti, e per bisogna chio stes-
so maiuti! , mostrando lusanza a Firenze de parenti
che lodavano lun laltro.
[302] Nofri, sendo preso per sessantasei, si scusava
con dire: Io non sapevo nulla di questo, ch io atten-
devo a sodomitare e fare e fatti miei!
[303] Giovansimone dice che larte del toccato
cattiva arte, perch ne guadagna pi il discepolo che il
maestro.
[304] Al tempo che glanimali favellavano, si soleva-
no ancora confessare. Ora, confessandosi lasino dellar-
te sua, cio del toppa la chiave, era molto ripreso dal
confessore, il quale gli mostrava quanto fussino aspre le
pene dellinferno, e mostrava la gloria del paradiso
quanto fussi grande, annoverando molte parti. Dimand
lasino se in paradiso si chiavassi; inteso che non, disse:
Et io ne voglio inanzi ire allinferno!
[305] Vantavasi un vecchio, gi stato soldato, di es-
sere prode uomo al servigio delle donne; e, dicendo uno
che era presente: E non maraviglia, ch siate marzia-
le! , rispose un altro: A questo fatto bisogna essere
giovinale!
[306] Un frate soleva venire in Orto San Michele a
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57 Letteratura italiana Einaudi
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trovare un certo cherico. Fugli detto da uno di que pre-
ti: Non vi vergognate voi, frate, a ire drieto a cotestui
che maggior di voi? Il priore di Lucardo, che era
quivi presente, disse che allora sta bene la vite quando il
palo la sopragiudica.
[307] Avea Lorenzo de Medici la bocca incotta per
il freddo. Ora, essendo una mattina a tavola, disse il
Butto: Lorenzo, voi siate guarito delle bocca! ; e Lo-
renzo: Et anche tu, perch tu ladoperi meglio che
mai!
[308] Essendo Andrea del Fede invitato da un fami-
glio a fare a punzoni, frappava molto a tavola, dicendo:
Se non fussi, Lorenzo, che io ho paura di voi, io farei e
direi! Disse il Butto: Oh! Lorenzo ha sopportato che
linganni ogni d de cavai che tu gli comperi, credi tu
che non sopporti che tu tocchi dieci punzoni?
[309] Un savio cavaliero fiorentino suol talvolta,
per il bere troppa acqua, a pena potere isciorre la lingua
per dire una parola. Un tratto, dicendo alcune parole sa-
vie ma a pena potendo darle ad intendere, disse Loren-
zo de Medici: Vox quidem Iacob, manus autem Esau!

[310] Giovanfrancesco Venturi e Nicol di Ugolino


Martelli giocavano in casa di Strozzo a scacchi; e venno-
no a quistione, e a parole villane, in modo che Nicol
disse: Se non fussi che io riguardo che noi siamo in ca-
sa Strozzo, io farei e direi! Disse Strozzo: Fate pure
ci che voi volete, che della casa mia potete fare a si-
curt!
[311] Confortando Cosimo un povero contadino
che si acostassi al fuoco, essendo gran freddo, gli rispo-
58 Letteratura italiana Einaudi
se: Cosimo, e non mi fa freddo. E Cosimo: Io vor-
rei che tu minsegnassi come tu fai. Rispuose: Se voi
vi mettessi tutti e vostri panni addosso, come fo io e
miei, e non vi farebbe freddo!
[312] Dolevasi uno con Cosimo che glavea poste
troppe gran graveze e domandavagli in su che glielaves-
si poste, con molte parole. E, aspettando la risposta quel
tale, solamente disse: Beh, fatevi con Dio! e andosse-
ne.
[313] Lorenzo di Pierfrancesco de Medici voleva
aconciare un soldato con un signore, e, dicendo esso si-
gnore: Io lo torrei volentieri, ma e si vanno poi con
Dio! , rispose Lorenzo: Imb, e c un buon rimedio
a cotesto. Dimand il signore: Quale? Che voi lo
cacciate via innanzi che se ne vada!
[314] La predica del Piovano Arlotto, essendo a Pa-
lermo cappellano di galee, fu divisa in tre parti, con que-
sta proposizione: La prima parte intender io e non
voi; la seconda voi e non io; la terza n lun n laltro.
E fu, la prima, che egli avea bisogno dun mantello; la
seconda, di cambi e marchi, dicendo che non sapeva co-
me se laconciassino, ma che lintendevano fra loro; la
terza, la Trinit.
[315] Un padre soleva mostrare al figliuolo la giu-
stizia e dirgli: Vedi tu quelle bandiere? Quella la giu-
stizia, e quello che tu vedi drieto il ladro. Avvenne
un d che si faceva lofferta a san Giovanni, e, drieto a
loro pennoni, seguitavano molti cittadini. Ricordossi il
fanciullo di quello che gli avea mostro il padre, e grid a
un tratto: Oh babbo, quanti ladri!
[316] Un predicatore, trattando della Anunziazio-
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59 Letteratura italiana Einaudi
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ne, disse, tra laltre sue sciocchezze: Che credete voi,
donne, che facessi allora la vergine Maria? Chella sim-
biondissi? Madonna no! Anzi, si stava dinanzi a un cro-
cifisso e leggeva il libriccino della Donna!
[317] Un fanciullino cavalcava in groppa e l padre
suo in sella; e disse semplicemente: Oh babbo, quando
voi sarete morto non cavalcher io in sella?
[318] Luigi Pulci, lodando un medico, suol dire:
E si porta come un paladino! ; e messer Pandolfo da
Pesaro dice: Egli attende a trionfare! , perch non si
poteva trionfare a Roma se non quando erano stati mor-
ti parecchi migliaia.
[319] Luigi detto non siede mai a tavola di dentro e
dice che ha paura rimanere appiccato al muro come ces-
sante.
[320] Il medesimo dice che sar pure meglio che l
duca di Ferrara si tolga quella bestia da Viniziani, e che,
se pure non la vuole, riscriva indrieto, che gnene mande-
rebbono unaltra.
[321] Luigi Pulci dice che non si vorrebbe mai dare
limosina a un cieco, perch, data che tu glienhai, ti vor-
rebbe allora allora vedere impiccato.
[322] Un altro, matto, sendo in chiesa e sentendo
imporre luffizio da un prete, e dipoi, dopo lui, tutti gli
altri gridare, ut fit, diede a quel primo una ceffata, di-
cendo: Se tu non avessi cominciato, questaltri si sa-
rebbono stati cheti!
[323] La Ginevra de Benci, id est la Bencina, gio-
cando noi a un gioco che si danno palmate et essendo
60 Letteratura italiana Einaudi
accaduto che Piero di Lorenzo de Medici, mio discepo-
lo, mebbe a dare una palmata e poi a caso si partiva e
andava in camera a scrivere, dimandandolo io dove an-
dassi, rispose ella prontamente: Dove credete voi che
vadi? Va a cancellarvene una di quelle che avete date a
lui!
[324] Un matto fu dimandato per che cagione an-
dava sempre su pe muricciuoli e non per la via. Rispuo-
se: Perch per la via vanno le bestie!
[325] Un Tedesco, bevendo co bicchieri piccoli,
come avea bevuto gli lasciava cadere. Dimandato per
che, disse che lasciava loro quando essi lui.
[326] Donatello tigneva e suoi fattori perch e non
piacessino agli altri.
[327] Lagata, mio compare, quando uno gli dice
che glincresce a stare nel letto, dice che segli stessi a lui
lo farebbe stare in sulla colla!
[328] Un bisticcio piacevole mi disse a questi d
Sandro di Botticello: Questo vetro chi l votr? Vo
tre, e io vatr!
[329] Carlo del Grasso, andandosi a spasso con uno
il quale gli volea mostrare una sua dama che si stava alla
finestra <e> aveali detto che guardassi di non fare cenno
nessuno, acci che ella non se ne avvedessi, come la vi-
de, accenn con tutto il braccio e disse: Qual di tu?
ella quella? Fugg la fanciulla e lo sciocco si voleva da-
re al diavolo.
[330] Un dottore promisse a un contadino che
glinsegnerebbe piatire se gli dessi un ducato, per mo-
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61 Letteratura italiana Einaudi
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do che sempre vincerebbe. Colui promisse, e l dottore
gli disse: Niega sempre mai e vincerai. Poi chiese il
ducato promesso: e l contadino di subito neg laver-
glielo promesso.
[331] Cosimo diceva che e danari de notai faceva-
no infiare le gambe: pur, che si vuol fare le cose chiare et
adhibitis notariis, alioqui nuoce.
[332] Nicol Giugni diceva: Io sono il pi valen-
tuomo del mondo: ma non ti sar detto cos dagli altri!
[333] Un ser Bernardino aretino ha una donna pia-
cevole, la quale un d di festa si stava in su luscio cos, a
gambe aperte. Il marito gli mand a dire che serrassi la
bottega, perch era festa e non si teneva aperto. Rispose
la donna: Il condannato sar lui, che ha la chiave e non
la serra!
[334] Uno di Ibernia, sendo ito a Roma e avendo
bisogno di un cardinale, gli disse: Monsignore, io vi
avevo menata una chinea bellissima, ma a Bologna mi fu
inchiodata. Come sar guarita, sar di vostra Signoria.
Disse il cardinale: Non ti curare che la sia inchiodata,
perch, se ella non fussi, laresti donata a me solo; a que-
sto modo la puoi donare a tutti questi cardinali!
[335] E Viniziani mandorono due giovani amba-
sciadori allo imperadore, il quale non dava loro udienza.
Vollono intendere per che: intesono che era usanza
mandare uomini savi, e non cos giovani. Loro pregoro-
no lo imperadore che fussi contento udire alcuna paro-
la, promettendo non dire nulla circa alla commissione.
Ricevuti, dissono: Sagra Maiest, se la Signoria di Vi-
negia avessi creduto che la sapienzia stessi nella barba,
arebbe mandati per ambasciadori due becchi!
62 Letteratura italiana Einaudi
[336] Uno, a un altro che aveva una macchia in sul
mantello, disse: Tu puoi uccellare in sul tuo, ch tu hai
la macchia!
[337] Si contendeva tra Fiorentini e Spagnuoli, a
Roma, quai fussino e migliori cristiani. Dicevano gli
Spagnuoli: Noi facciamo al corpo di Cristo un onore
maraviglioso , e racchettavano. Come! dissono e
Fiorentini E non maraviglia che voi gli facciate ono-
re, perch noi a Firenze facciamo onore a forestieri!
[338] Braccio Martelli, leggendo un libro di cosmo-
grafia, molto strano a intendere, disse che si voleva pi
tosto un ronzino e andarlo cercando.
[339] Cosimo, intendendo che l duca Francesco,
gi duca, era a campo a una terra e non lavea, sendo do-
mandato per che non lavessi, rispose: Perch egli
duca di Milano!
[340] Fu detto a uno: Tu se bastardo! , il quale
rispose: Io son meglio legittimo di te, perch mio pa-
dre mi fe legittimare, e honne la carta. Ma tu, che ne
mostri?
[341] El Piovano Arlotto, dicendogli larcivescovo
che suo padre aveva fatto male a porgli nome Arlotto,
perch, se ben costassino assai e nomi belli, si voleva pi
tosto comperare quelli, che brutti a buon mercato, ri-
spose. Oh, mio padre fe anche peggio, ch e doveva
prestare a usura, et egli acatt!
[342] Il Piovano, a Londra, bagnando gli occhi di
quelli Inglesi, rossi e scerpellini, diceva, scambio di ora-
zione: Beete meno, che mal pro vi faccia!
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63 Letteratura italiana Einaudi
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[343] Mise il detto al libro degli errori il re Alfonso,
che avea fidati a un Tedesco danari e mandatolo in Ale-
magna per cavalli, dicendo che se tornassi metterebbe
per debitore lui e cancellerebbe il re.
[344] Dolevasi un ser Ventura prete, suo <vicino>,
di non avere modo a sonare la messa per non essere bat-
taglio alla campana; e l Piovano gli disse: Zufolate! :
il che ser Ventura fece.
[345] Predic el d di san Lorenzo in questa senten-
zia: Popolani miei, lanno passato vi dissi della vita e
miracoli di san Lorenzo. Da anno in qua non truovo che
egli abbia fatto altro: s che pax et benedictio!
[346] Dolevansi certi che era stato loro prestato un
cavallo molto tristo che non andava, e chi gnene prest
diceva che egli andava come una nave. Il Piovano prese
una stanga e diede al cavallo, per modo che lo fe trotta-
re, dicendo cheglera vero che egli andava come una na-
ve, perch la nave non va sanza stanghe, e massime dove
poca acqua.
[347] Rub esso Piovano Arlotto a un Sanese quat-
tro tinche, che non se navide; e dolendosi lui, disse:
Se tu avessi fatto comho fatto io delle mie, non le aresti
tu perdute, chi mho misse le mie nelle maniche!
[348] A uno che si faceva maraviglia che due suoi
compagni avevono vto un fiasco, disse el Piovano:
Ohim, o<gni d> due vtono un pozzo!
[349] Certi suoi amici botarono a san Cresci un pe-
sceduovo, se veniva ben fatto: venne peggio che tutti gli
altri. Disse il Piovano: Parvi il mio san Cresci santo da
64 Letteratura italiana Einaudi
pesceduova? Rompetevi una spalla, o una coscia, e ve-
drete allora quel che vi far!
[350] A Cercina, faccendosi alle buschette, gli tocc
a lavare le scodelle: egli le cal gi nel pozzo con un cor-
bello.
[351] Dolendosi una madre che l suo figliuolo,
morto el venerd santo, nandava alla fossa sanza suoni
di campane, el Piovano la consigli che facessi sonare la
cornamusa.
[352] Era uno che aveva acattato per ire a Santo
Antonio; poi non vand. Vergognandosi dandare a Fi-
renze, el Piovano lo consigli che se gli fussi detto: Tu
lappiccasti a santo Antonio! , dimandassi quel tale:
Destimi tu nulla tu? E se dicessi: No , rispondessi:
Che impaccio te nha tu a dare? ; e se dicessi: Io ti
detti un quattrino , o un soldino, rispondessi: Eccote-
ne due, e vavvi per me!
[353] Lodavano certi un cortigiano per uomo da
bene; e il Piovano disse: Volete voi vedere se egli il
vero? In tanto tempo che egli stato in corte non ha
avuto mai nulla!
[354] Larcivescovo di Firenze, vicitando la chiesa
di detto Piovano, dove suole stare el Sacramento vi
trov una civetta. Si scus di questo el Piovano dicendo
che in quel popolo non vi si adoperava Sacramento, per-
ch tutti erono impiccati o tagliati a pezzi.
[355] A uno che ogni mattina diceva sue orazioni a
san Giovan Battista e dimandava di grazia dintendere
se la donna sua era buona e che sarebbe del suo figliuo-
lo, rispose uno, che era drieto a quel santo: Moglieta
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65 Letteratura italiana Einaudi
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puttana e il tuo figliuolo sar appiccato. Colui, turba-
to, stette sopra di s; poi, voltosi al santo, disse: San
Giovanni, san Giovanni, tu non dicesti mai altro che
male: e per tua mala lingua ti fu mozzo il capo!
[356] Invitando uno a desinare, il Piovano Arlotto
disse: Io ho certi gallettini che si saltano adosso tutto
d lun laltro, in modo che io gli ho tutti condannati al
fuoco!
[357] Un certo cicalone si accompagn col Piovano
Arlotto che veniva a Firenze, e, dimandatolo: Che date
voi mangiare a cotesta mula? , e innanzi che l Piovano
rispondessi, seguit colui e innest altri ragionamenti:
tanto che giunsono a Firenze. Qui, partendosi luno da
laltro, disse il Piovano: Paglia , ch prima non avea
potuto.
[358] Un povero uomo singinocchiava ogni matti-
na a un crocifisso, pregandolo che gli facessi trovare
cento ducati e dicendo: Se io ne trovassi un meno, non
gli torrei! Uno che lo sent ne volle fare la pruova e
gettgli quivi di nascoso una borsa con novantanove du-
cati. Colui, presala, gli annover e disse: A Dio, Cristo:
hamene a dare uno!
[359] Un ricco trov un ducato. Viddelo un pove-
retto e disse: Guarda, la ventura vien pi tosto a lui
che a me! Disse el ricco: Tu hai il torto, perch se tu
trovavi questo ducato laresti subito speso e scacciatolo
via da te; ma io lo conservar e terrollo in compagnia
deglaltri suoi pari.
[360] A un paio di nozze, menando un cittadino
moglie, certi giovani scherri diedono delle busse a non
so che altri giovani e sonatori che si trovavano a quelle
66 Letteratura italiana Einaudi
nozze, e, intra laltre cose, rubarono un anello alla sposa.
Contavasi questa novella in presenza di Lorenzo de
Medici, e un certo, cos motteggiando, disse: Egli
usanza che si d delle busse quando si fanno le nozze!
Rispose Lorenzo: Cotesta usanza quando si d lanel-
lo, e non quando e si toglie!
[361] Giulian Gondi, dicendo el duce di Calavria,
nella guerra contro a Fiorentini, che tosto sarebbe alle
mura di Firenze, disse: Signore, quando voi siate pres-
so alle mura ponete mente che voi vedrete intra due
merli un culo che ar mandato gi le brache; ma non vi
venissi tratto, signore, ch sar el mio!
[362] Il medesimo, dicendo il duca che non si vole-
va mai cavare sproni insino che non pigliassi Firenze,
disse: Signore, voi logorerete troppe lenzuola!
[363] A Napoli, sopra la cancelleria, dipinto una
figura di Mercurio; ma perch quelli cancellieri son mol-
to bugiardi, disse loro un d Giuliano Gondi che sareb-
be meglio dipignerle Crisi, che fu dio delle bugie.
[364] Ragionando una volta certi frati di edificii a
acqua per loro convento, volendo mostrare Giuliano
Gondi quanto e fugono e disagi, disse che a Bologna
era un convento dove e frati mangiano a acqua.
[365] Se Piero Lotti era infermo, di che poi si mor.
Un frate land a vicitare e dissegli: Cos vicita Idio gli
amici suoi. Ripose: Or be, e gliene rimaranno pochi
se gli vicita cos! Dimandato per che, disse: Io so ben
come io mi sento io!
[366] Sandro di Botticello, a uno che diceva: Io
vorrei cento lingue , disse: Tu chiedi pi lingue e
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67 Letteratura italiana Einaudi
Angelo Poliziano - Detti piacevoli
hane la met pi che l bisogno. Chiedi cervello, pove-
rello, ch no nhai cica!
[367] Un contadino aveva botato di fare unimagine
a Servi di un suo asino malato. Dimand il ceraiuolo:
Come lho io a fare? , volendo dire se laveva a fare col
basto o ignudo. Il contadino, inteso altrimente, disse:
Fallo pensativo, perch quando io lo carico egli ha del
pensativo molto!
[368] Benedetto Dei dice che sarebbe buona spesa
a lastricare le vigne, perch una vite nella vigna fa due
racemoli, e si zappa, e in una corte una vite fa parecchi
barili.
[369] Un maestro Agnolo Barbini, a una donna che
lattava il bambino, disse, quasi per dispetto: Per certo
voi donne avete da Dio pi bella grazia che voi non me-
ritate ; e, dimandato per che, disse: Perch se vi aves-
si fatte le poppe tra gambe, come a laltre bestie, per cer-
to voi eravate una schifa cosa a vedervi lattare!
[370] Iacopo Morelli vecchio aveva la moglie giova-
ne, e, non faccendo pepe di luglio, lei lo trassinava: ma
tutto in vano. Fesselo mettere a dosso: non veniva a dire
nulla; mont lei di sopra: il medesimo. Disse allora Iaco-
po: Oh sciocca! E non pu ire alla china e tu credi
che vadi allerta?!
[371] Messer Toccante da Lucca, a uno che si dole-
va dun fante che gli avea fatto cattivo servigio perch
aveva penato otto d o pi a ire da Roma a Lucca, disse:
Ohim, lascia dire a me, che un fante mha promesso
gi un mese di venire a Campo di Fiore, e non venu-
to!
68 Letteratura italiana Einaudi
[372] Messer Toccante, sentendo uno che si vanta-
va daverlo fatto a una femina molte volte, disse: Per
Dio, chio lho pi caro che se io proprio lavessi fatto!
[373] Non per lamor di Dio, ma perch tu nhai
bisgono!. Questo disse Donatello a un povero che gli
chiedeva limosina per amor di Dio.
[374] Io non voglio stare con messere, che fa fuo-
co in finestra!. Questo disse un famiglio tedesco ve-
dendo fare fuoco ne camini, conci sia che in Lamagna
usino stufe.
[375] Secondo che la si butter!. Questo diceva
un maestro Galeazzo, il quale, mentre disegnava, do-
mandato che cosa volessi fare, diceva: Oh che so, mi?
Secondo che la si butter! , come quello che non sape-
va quello che a disegnare savessi.
[376] Un giudeo, dimandato se, trovando in sabba-
to diecimila ducati, gli toccherebbe, rispose: Sabbato
non , e danari non ci sono.
[377] Un matto era in Firenze che soleva dar a
quanti cani e trovava; onde, un tratto, avendo dato a un
bracco, tocc dal padrone desso non so che mazzata.
Di che dicendogli poi e fanciulli: O tale, d a quel ca-
ne! , rispondeva: No, ve, gli un bracco! , chia-
mando bracco talora tale che non era mastino.
[378] Tu fai come il pecorino, da Dicomano. Ci
vuol dire favelli poco e male: tratto da un pecorino
che un contadino da Dicomano, per frodarlo, avea na-
scoso in una soma, il quale, non avendo mai fatto un zit-
to per tutta la via, a punto cominci a la porta a belare.
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69 Letteratura italiana Einaudi
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[379] E ci saranno degli arreticati! , disse quello
che sandava a mozzare gli orecchi, e avevagli mozzi.
[380] Egli ha diciotto a coderone: quando un gio-
ca nel sicuro.
Chi asino, e cervo essere si crede, al saltare della
fossa se navvede.
Bocca baciata non perde ventura, anzi rinuova come
fa la luna: proverbio del Boccaccio, nella novella della
figliuola del Soldano.
Chi simpaccia con Tosco non vuol esser losco.
Tanto seppe altri, quanto altri.
Qual asino d in parete, tal riceve.
Cagna frettolosa fa catellini ciechi.
Medico pietoso fa la piaga puzzolente.
Co santi in chiesa, co ghiotti in taverna.
Il lupo fatto frate.
Chi pecora si fa, il lupo se l mangia.
gi di l dal rio passato il merlo.
Zara a chi tocca!.
Chi ben siede, mal pensa.
E pesci grossi escon dogni rete.
La piena ne mena cos una trave come una paglia.
Le gran case sempre sono disabitate da alto: di
Giovanni Bartoli.
[381] Il Cortona fu uno che sonava la cornamusa
sempre faccendo un verso medesimo; e quando e fan-
ciulli dicevano: Cortona, muta verso! , diceva: Mu-
ta quel muro, tu! : e da lui tratto il proverbio la cor-
namusa del Cortona.
[382] Il Gran Connestabile, uomo eccellente e san-
za alcuna lettera, anzi sanza sapere pure leggere, di-
mand una volta e suoi cancellieri che cosa volessi dire,
nella lettera, etcetera. E rispondendo loro, per levarse-
70 Letteratura italiana Einaudi
lo da dosso, che le venivano in grande onore della sua
Signoria, soleva poi, quando scrivevano, sempre acco-
starsi loro e dire: Mettgli bene di quelle zetere!
[383] Ainolfo Popoleschi, sendo capitano di Pi-
stoia, impazz, onde il cancellieri, per conservargli
lonore, lo serr in una camera; e egli, fattosi alla fine-
stra, cominci a gridare e a chiamare Cardinale Rucellai,
che era vicino, che laiutassi, dolendosi del cancellieri,
dicendo che glaveva dato. Il cancellieri inform Cardi-
nale del caso, ma, vedendo egli che pure Ainolfo si dole-
va, si volse al cancellieri dicendogli una carta di villania;
e il cancellieri non disse altro se none: E due! , e an-
dossi con Dio. Questo motto soleva essere molto fami-
liare di Cosimo.
[384] Essendo Giuliano de Medici piccol fanciullo,
gli fu detto, mentre che era alla guardispensa, che papa
Pio passava; et egli rispose: E si passi, io vuo cacare!
E questo ancora gi in proverbio.
[385] Il Barghella fu piacevole nuovo pesce, e sole-
va, di Lionardo e Carlo Aretino, dire: Che Carluzzo e
Lionarduzzo?! Se io ho parecchi lettere greche, gli cac-
ciar tutti nel merduzzo! E, per apparare lettere gre-
che, fe pensiero dandare in Costantinopoli; ma, in-
ciampato a Napoli, si innamor di non so chi, chio non
me ne ricordo, e quivi spese tutti e suoi danari. Tornato
poi scusso a Firenze, contava questo suo caso e sempre
soggiugneva: E queste furono le lettere greche che ap-
par il Barghella!
[386] Gigi pazzo, essendogli tolta la berretta da un
fanciullo, chiamava suo padre, che avea nome Nanni,
uomo piccoletto, poco pi savio che l figliuolo. Ora,
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71 Letteratura italiana Einaudi
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correndo Nanni drieto a quel fanciullo, Gigi cominci a
gridare: Fuggi fanciullo, ch ecco Nanni!
[387] Uno che era stato miterato soleva dire:
Ohim, io non vorrei che si sapessi a casa mia!
[388] E non ci s fresco uovo che non guazzi.
La grana e l bruco l bullettino de pazzi.
E tal porge bottoni che tutto occhielli.
E sguinzagliare alla fantasia e razzolare con la fan-
tasia.
E rintuzza pelle pelle.
uscito di s, se mai vera stato.
E lo confessava per bimolle, cio forte.
tagliandoli la onorata zazzera, allo assegnamento
della quale e fu dottorato.
Impazzare a conumelle.
E glocchi aperti a sportello.
Cos mille volte come una: del Boccaccio.
[389] Il Regola diceva: Sai tu erba verde? , e sog-
giungeva: Mena a pascere questo capro!
[390] Piero di Cardinale fu uomo molto pigro; il
quale, domandato come facessi dello scrivere le lettere,
rispose: Come che? Non scrivo mai! E dicendo co-
lui: Oh come fai tu delle lettere che ti sono scritte? ,
et egli: non le leggo mai! Onde Lorenzo de Medici,
quando non vuol leggere lettera, suol dire: Io far Pie-
ro di Cardinale!
[391] Un sensale bolognese, quando assaggiava e vi-
ni, faceva uno scopietto con la bocca, inchinando gloc-
chi e accennando col capo. Quando poi gli era detto:
Oh questo vino mi pare forte , rispondeva: Oh te
lazzennai ben mi!
72 Letteratura italiana Einaudi
[392] Il Boccaccio scrive, nel Comento di Dante, un
proverbio: che la Scrittura Santa ha il naso di cera, vo-
lendo significare che si pu a ogni luogo torcere.
[393] Un proverbio che le paure so divise per lo
mezzo.
La violenza overo larmi sono il giudice dellappella-
gioni de potenti.
Le leggi son fatte come la pelle del cerviatto, che una
medesima mano le stende per il dritto e per il traverso.
Guai a quella citt che si consiglia pi alle cene e agli
scrittor che in Palagio!.
somma prudenza, quel che non si pu vendere, sa-
perlo donare.
La fortuna uno de senni di Dio.
Mal vendica sua onta chi la piggiora.
Stolto chi fa a gioco dove pu perdere e non vince-
re.
Il cassettino di Barlaam, che di fuori era oro e dentro
fetido.
Chi teme di morire desidera di non vivere.
Assai gran pericoli si vincono per disperazione.
Il paragone degli uomini sono le aversit.
Tu fai come colui che si tagli e coglioni per dispet-
to della moglie.
La guerra de lupi pace deglagnelli.
Il gentil ama, il villan teme.
Nuovi ragionamenti fanno nuovi casi, e nuovi casi
vogliono nuovi modi.
A porco peritoso non cade in bocca pera mezza.
Il negligente servo dellarrischiato.
La moglie di Zaffo aveva prima pisciato che fussi chi-
nata.
Tal vende il senno a ritaglio che arebbe bisogno di
comperarlo in grosso.
Chi la giustizia impedisce, di giustizia perisce.
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73 Letteratura italiana Einaudi
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Chi fa tosto, si pente a bellagio.
Chi ben guerreggia, ben patteggia.
[394] Quando Lorenzo de Medici vuol significare
che qualcuno si sa ben dichiarare, dice: E distende
bene le cetere! Ancora, volendo significare una cosa
aver <d>el peregrino e leggiadro, suol dire che quella tal
cosa trebbianeggia; altri dicono: Ellha del cotogni-
no.
[395] Tu sei pi tondo che l O di Giotto.
[396] Una donna, in assenzia del marito trovandosi
con un suo brigante, venne a patto di non manomettere
se non Monteritondo; e, provatasi, disse: Ora faremo
cos fin che torni!
[397] Gigi pazzo, sentendo il padre nel letto mano-
mettere sua madre, lo dimand: Che fate voi? ; e ri-
spondendo Nanni: Oh che so? Io fo! , disse Gigi:
Umb, fate tosto, chio vo fare anchio!
[398] Zanobi Girolami era compagno al banco di
Nicolao Frescobaldi, del quale poco si fidava. Avvenne
che, essendo una sera a noverare danari, venne un ladro
e tolse la tasca chera l vicina. Ora, Zanobi savi drieto
a esso, gridando: Al ladro! Al ladro! , e, vedendo gli
altri garzoni del banco che lo seguivano, diceva: Ab-
biate gli occhi a Nicolao!
[399] Chi ci bacia ci vuole bene: messer Agnolo
della Stufa al duca di Milano.
Il can piscia e la lepre ci fugge.
[400] Nicol Barbadori, potente cittadino fiorenti-
no, avendo avuto da un forestiere danari in deposito e
74 Letteratura italiana Einaudi
fatto fede di sua mano, venendo il tempo che il detto gli
richiedeva, gli neg e accusollo per falsario, in modo che
fu morto. Era consapevole di questo un Piero di Ugoli-
no, sensale, il quale, veduto questo gran tradimento, dis-
se fra s: Io non voglio pi credere che Iddio ci sia se
io non veggo vendetta ; e cominci a stare molti anni
che mai non entr in chiesa. Infine, essendo poi confina-
to nel 1434 detto Nicol, e publicati e suoi beni e fatto
mal capitare, disse detto Piero: Iddio, tu ceri pure! :
e da indi in l cominci a credere.
[401] Uno aveva venduti poderi e vigne e case, e,
essendo povero, fu dimandato: Oh che di quei tuoi
poderi? E egli: Son missi! E di quella bella vigna,
che n? Holla venduta, ch ellera torta e bistorta, e
in ogni modo si sarebbe infradiciata, ch vi pioveva co-
me fuori!
[402] A uno inefficace usa messer Marsilio questo
motto: Tu fai come il porco, che tutto d mena la coda
e mai non lannoda!
[403] Chi simpaccia co cani, si truova con le pul-
ci.
Chi si vendica, sassicura.
Se tu avessi il mondo in uno scacchieri, non lo sapre-
sti in tutto d acconciare a tuo modo.
Il marinaio non si conosce mai bene alle bonacce.
La freccia di san Bastiano.
Tu vai chiamando la gatta mucia.
Il lupo, da morto e da vivo, pute.
Le parole son femine, e fatti son maschi.
La donna di buona razza fa sempre la prima figliata
femina.
Biasimare un principe pericolo, lodarlo bugia.
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75 Letteratura italiana Einaudi
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N tu, n lui: questo motto diceva il Salv<i>ato
quando sentiva dire che qualcuno fussi buono.
Chi vuol trovar la gallina scompigli la vicinanza.
[404] In uso di proverbio il detto del duca di Mi-
lano Galeazzo Maria di un ragazzo nero e brutto, il qua-
le disse maravigliarsi perch il padrone lo tenessi, se non
avessi gi qualche virt segreta.
[405] Adagio! , disse il Fibbia.
Rodersi il basto, come glasini da Montereggio.
Dice egli! , disse Papitani.
Egli ha paglia in becco.
Tu non sapresti acozzare tre palle in un bacino.
Tu vuoi dare lambio a topi.
Tu vuoi tor la ranocchia del pantano.
[406] Di uno che, essendo ambasciadore a Roma,
prima che quindi partissi fu eletto altrove, disse il Fran-
co che eglera un ambasciadore a duo tuorli.
[407] Unaltra volta disse: Io ho fatto tre ore il Ci-
cutrenna intorno a un bicchiere , alludendo a un messo
cos chiamato.
[408] Lasciare a disvantaggio, cio impazzare,
quasi alludendo a chi lascia il cane drieto a una fiera a
disvan taggio, che non la pu giugnere, e smarriscesi.
Sguinzagliare alla fantasia traslazione del medesimo.
Tagliare e scagliare: quello de millantatori e
squartatori, questo de bugiardi.
Gettarsi di barca: quando uno disperato.
Sforzeschi in campagna, bracceschi in battaglia.
Di lunge da occhio, di lunge da cuore.
A chi ha voglia di bere non giova lo sputare.
76 Letteratura italiana Einaudi
Le tue bestemmie faranno come la processione, che
ritorna per luscio che lesce.
Ogni cane vuol pisciare al muro.
Saran questanno dimolte pere! , diceva lorso,
perch narebbe volute.
Tu farai la via della rondine, cio per la finestra.
Ti manca un O e sarai giudeo.
La Berta fila: quando uno fa quello che mai non fe.
Quel che egli ha non suo.
Costui un uomo da capire in ogni lato.
Tu sei una perla, id est tondo.
Egli un uomo che sarragazza, cio sodomito.
Egli di buona coscienzia, id est ha buone cosce.
E rassetta ogni minima cosa, id est egli ladro.
Egl uomo di discrezione, id est usuraio.
La notte madre de pensieri.
Chi altrui tribula, s non posa.
Tu sei figliuolo della discrezione, id est asino.
Fare a taglia coda, alias mozza coda: proverbio
tratto da cacciatori, che fanno correre due cani insieme
e al pi lento taglian la coda.
[409] Dionigi Pucci, di un certo che in un caso im-
portante compariva bello in piazza, disse che non ave-
van bisogno allora di questo maggio.
[410] Appiccare un pennecchi alla coda: noto
proverbio.
Il freno indorato non migliora cavallo.
Egl uomo di stima, id est bue.
Di molti vizii lavere mantello.
Chi non vuol parere lupo non porti la pelle.
Tu sei sordo e io odo peggio di te.
Il matto non pu avere senno, se non laccatta.
Fregiando la parola, il vero si cela.
Quando la donna folleggia, la fante danneggia.
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77 Letteratura italiana Einaudi
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Non si pu per gravezze o per senno fugire cagione,
ma colpa s.
Luomo viziato non saccosta a lumiera.
Pi grave mutare lusanza che la natura.
Tutto sia grande la pietra, la piccola la rincalza.
La vecchia quando gioca fa dileto alla morte.
Il buon servo comanda al libero.
La dottrina delle buone cose si dee propaginare.
Tu dispari, se non appari.
Chi tosto giudica, di pentire saffretta.
Tacendo, il matto sar tenuto savio.
Meglio che ti abbandoni la ventura che la fede.
Chi dona allindegno, due volte perde.
Tre cose sono odiose: povero superbo, ricco bugiar-
do, vecchio stolto.
La buona fama, nelle tenebre, fa buono splendore.
Se nuova loda di te non nasce, la vecchia che hai si
perde.
La verace loda mette radici e propagine.
Domenedio d ogni bene, ma non , per le corna, il
toro.
Termine sopra il termine: scaltrimento di negare.
Servigio preso, libert venduta.
Il rimedio dellingiuria si dimenticarla.
Chi si parte dellamico va caendo cagione.
Lo savio dee avere ricchezze sotto e piedi, e non so-
pra l capo.
Chi uno ne castiga, cento ne minaccia.
Pi fa il tempo che forza o senno.
Chi d, insegna rendere.
[411] Assai mi serve, quando mi richiede! , disse
messer Nicol Buonsignori al mandato di messer Gio-
vanni da Camerino, capitano di guerra de Sanesi, che
gli chiedeva un astore, scusandosi che ancora non laves-
si potuto servire in casi dalcuni suoi amici.
78 Letteratura italiana Einaudi
[412] E benefici e sacrifici ti fanno spalle a male-
fici.
[413] Tre cose inanimate sono pi ferme che laltre
nel loro uso: il sospetto, il vento e la lealt. Il primo mai
non entra in luogo donde poi si parta; laltro mai non
entra donde non vegga luscita; laltra, donde un tratto
si parte, mai non vi ritorna.
[414] Ha monsignor Gentile, vescovo dArezzo, un
cavallo chiamato il Fangotto, molto bello e grasso, il
quale, essendo a questi d a Cafaggiuolo, veduta una ca-
valla, cominci a imperversare et anit<r>ire; e tanto fe,
che sforz il famiglio che lo riteneva, e fuggissi. Aspetta-
va ognuno chil cavallo andassi a fare la festa con la dru-
da; ma egli, tratte parecchie coppie di calci, correndo, si
pose a pascere nel mezzo del prato come un pecorino.
Parve novella da potersi ridurre in proverbio.
[415] Chi dice bene, ci fa male.
Con una mano tira a s lauditore, con laltra lo cac-
cia: sentenza di Crisostomo.
[416] La pace del monacco: vuol dire buona pace
e mala volont, perch fu un converso, in badia, che
aveva detto circa quaranta anni i suoi paternostri ogni d
a un crocifisso, e poi gli cadde in capo e ruppeglielo;
non gli voleva perdonare, ma, stretto dal priore, fe in fi-
ne pace, dicendo nondimeno esserci tuttavia la mala vo-
lont.
[417] E io, pazzo, andai a impacciarmi con fan-
ciulli!. Questo disse uno che aveva divozione in quel
Domenedio piccolino di Orto San Michele, che disputa,
il quale, poi che ebbe accese molte candele, perd il pia-
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79 Letteratura italiana Einaudi
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to di che si era a detto Domenedio pi volte raccoman-
dato.
[418] Eravi un molinaccio: questo proverbio
accomodato a chi dice qualche bugia e non la pu so-
stentare. Il Regola contava di avere rotto in mare e a
nuoto essere scampato in un luogo diserto, dove non era
nulla da mangiare. <E>, domandato: Oh come facesti
tu? , disse che savea mangiato un Tedesco e cottolo su
carboni. E, dimandato: Oh donde avesti il fuoco? ,
diceva che sempre portava seco il focile, e ogni pietra
focaia. E, pure domandato: Oh le legne donde lave-
sti? , rispose: Qui subito era un molinaccio guasto, e
cacasangue ti venga!
[419] La cavalla di ser Vito amazz la figliuola per-
ch le toglieva la prebenda.
Il porco vive sulla pelle, id est ut occidatur.
Tu fai come il gallo: canti bene e raspi male.
Pongli mente alle mani e non agli occhi! , disse
luccellino.
[420] Egli ha preso il porro, id est il sale. Un pre-
te, leggendo: Porro unum est necessarium etc., dava al
popolo suo porri benedetti. Un cittadino, parendogli
pazzia, non voleva pigliare il porro suo. Il prete laccus
per eretico al popolo, onde tocc dimolte pugna; tanto
che prese il porro.
[421] E furono in Pistoia a una cena molti uomini e
donne. Fuvi un giovane, tra gli altri, pi leggeri, il quale,
dopo molti motteggi, dando noia a una bella fanciulla e
biasimandoli il marito, che era vecchio e non potevali e
che era compagno del gallo, la strinse molto prosontuo-
samente se era vero che il marito navessi poco, come
egli sapeva. Ella, dopo molte parole fattole da quel gio-
80 Letteratura italiana Einaudi
vane leggeri, rispose: Tu non lo puoi sapere da altri
che da mogliata, che lha provato e che qui presente.
Alla quale risposta omnes obmutuerunt.
[422] La medesima, parlandosi un giorno fra molte
donne, dove ella era, e ragionandosi de mariti, luna di-
ceva: Io mi nascosi quando nandai a marito ; laltra:
Io non mi cavai la camicia ; laltra: Io non volli che
e mi toccassi. E, dimandata ella, che taceva, rispose:
Tanto facessi il mio, quanto io lo lascerei fare!
[423] Martino Scarfi, <passando> di Siena, per es-
sere grasso e Sanesi luccellavano con dire che portava la
valigia dinanzi. Egli rispose: In terra di ladri susa co-
s!
Angelo Poliziano - Detti piacevoli
81 Letteratura italiana Einaudi