Sei sulla pagina 1di 5

Stragi in Italia

1 maggio 1947 - Portella

della Ginestra (Piana degli Albanesi, Palermo)

Le prime ipotesi
Sul movente dell'eccidio furono formulate alcune ipotesi gi all'indomani della tragedia. Il 2 maggio 1947 il ministro Scelba intervenne all'Assemblea Costituente, affermando che dietro all'episodio non vi era alcuna nalit politica o terroristica, ma che doveva essere considerato un fatto circoscritto, e identic in Salvatore Giuliano e nella sua banda gli unici responsabili. Il processo del 1951, dapprima istruito a Palermo, poi spostato a Viterbo per legittima suspicione, si concluse con la conferma di questa tesi, con il riconoscimento della colpevolezza di Salvatore Giuliano (morto il 5 luglio 1950, ufcialmente per mano del capitano Antonio Perenze) e con la condanna all'ergastolo di Gaspare Pisciotta e di altri componenti la banda. Pisciotta durante il processo, oltre ad attribuirsi l'assassinio di Giuliano, lanci pesanti accuse sui presunti mandanti politici della strage[3].

!Coloro che ci avevano fatto le promesse si chiamavano cos: L'onorevole deputato democristiano on. Bernardo Mattarella,l'onorevole
deputato regionale Giacomo Cusumano Geloso, il principe Giovanni Alliata di Montereale, l'onorevole monarchico Tommaso Leone Marchesano e anche il signor Scelba. Furono Marchesano, il principe Alliata, l'onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella della Ginestra. Dopo le elezioni del 18 aprile 1948, Giuliano mi ha mandato a chiamare e ci siamo incontrati con Mattarella e Cusumano; l'incontro tra noi e i due mandanti avvenuto in contrada Parrino, dove Giuliano ha chiesto che le promesse fatte prima del 18 aprile fossero mantenute. I due tornarono allora da Roma e ci hanno fatto sapere che Scelba non era d'accordo con loro, che egli non voleva avere contatti con i banditi.!

In tempi pi prossimi la tesi delle collusioni ad altissimo livello, no al capolinea del Quirinale, stata assunta e rilanciata da Sandro Provvisionato, in Misteri d'Italia (Laterza 1994), e da Carlo Ruta, il quale nel prologo de Il binomio Giuliano Scelba (Rubbettino 1995) scrive:

!Sugli scenari che si aprirono con Portella della Ginestra, alcuni quesiti rimangono aperti ancora oggi: no a che punto quegli eventi
tragici videro realmente delle correit di Stato? E quali furono al riguardo le effettive responsabilit, dirette e indirette, di taluni personaggi chiamati in causa per nome dai banditi e da altri? Fra l'oggi e quei lontani avvenimenti vige, a ben vedere, un preciso nesso. Nel pianoro di Portella venne forgiato infatti un peculiare concetto della politica che giunge in sostanza sino a noi.!

Una tesi recente [modica]


Una tesi pi grave, recente, attribuisce invece la strage ad una coincidenza di interessi tra i post-fascisti che durante la guerra avevano combattuto nella X Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese, i servizi segreti USA (preoccupati dell'avanzata social-comunista in Italia) ed i latifondisti siciliani[5].

!I rapporti desecretati dell' OSS e del CIC (i servizi segreti statunitensi della Seconda guerra mondiale), che provano l'esistenza di un
patto scellerato in Sicilia tra la cosiddetta banda Giuliano e elementi gi nel fascismo di Sal (in primis, la Decima Mas di Junio Valerio Borghese e la rete eversiva del principe Pignatelli nel meridione) sono il risultato di una ricerca promossa e realizzata negli ultimi anni da Nicola Tranfaglia[6] (Universit di Torino), dal ricercatore indipendente Mario J. Cereghino e da chi scrive[7].! (da Edscuola, Dossier a cura del prof. Giuseppe Casarrubea)

!Il Giuliano allora si avvicinato a me chiedendomi dove fosse mio fratello. Ho risposto che si trovava in paese con un foruncolo. Egli
allora mi ha detto: 'E' venuta la nostra liberazione'. Io ho chiesto: -E qual ?- Ed egli di rimando mi disse: 'Bisogna fare un'azione contro i comunisti: bisogna andare a sparare contro di loro, il 1 maggio a Portella della Ginestra. Io ho risposto dicendo che era un'azione indegna, trattandosi di una festa popolare alla quale avrebbero preso parte donne e bambini ed aggiunsi: 'Non devi prendertela contro le donne ed i bambini, devi prendertela contro Li Causi[8] e gli altri capoccia'! (Dichiarazione di Gaspare Pisciotta)

Non fu mai possibile dimostrare la veridicit di questo scenario, tramite testimonianza diretta, perch Giuliano fu ucciso ufcialmente in uno scontro a fuoco con i carabinieri a Castelvetrano nel 1950. Il probabile assassino, il suo luogotenente e cugino, Gaspare Pisciotta, venne a sua volta ucciso nel 1954, avvelenato in carcere con della stricnina nel caff, dopo aver preannunciato rivelazioni sulla strage. Sosteneva di aver ucciso Giuliano dietro istruzioni del Ministro dell'Interno Mario Scelba e di aver raggiunto un accordo con il colonnello Ugo Luca, comandante delle forze anti banditismo in Sicilia, di collaborare, a condizione che non fosse condannato e che Luca sarebbe intervenuto in suo favore qualora fosse stato arrestato.

!Il nominato Gaspare Pisciotta di Salvatore e di Lombardo Rosalia, nato a Montelepre il 5 marzo 1924, rafgurato nella fotograa in
calce al presente, si sta attivamente adoperando - come da formale assicurazione fornitami nel mio ufcio in data 24 giugno c. dal colonnello Luca - per restituire alla zona di Montelepre e comuni vicini la tranquillit e la concordia, cooperando per il totale ripristino della legge.! (stralcio dell'attestato di benemerenza rilasciato al bandito Gaspare Pisciotta a rma del ministro Mario Scelba)

Sulla morte di Giuliano esiste il segreto di stato no al 2016.

12 dicembre 1969 -

Strage di piazza Fontana (Milano)

Si contano in quel tragico 12 dicembre cinque attentati terroristici, concentrati in un lasso di tempo di appena 53 minuti, che colpiscono contemporaneamente le due maggiori citt d'Italia: Roma e Milano. Sebbene la vicenda sia tuttora oggetto di controversie, le responsabilit di questi attacchi possono essere ricondotte a gruppi eversivi di estrema destra, che miravano a un inasprimento di politiche repressive e autoritarie tramite l'instaurazione di un clima di tensione nel paese.

Le indagini iniziali [modica]


Le indagini vennero orientate inizialmente nei confronti di tutti i gruppi in cui potevano esserci possibili estremisti; furono fermate per accertamenti circa 80 persone[4], in particolare alcuni anarchici del Circolo anarchico 22 Marzo di Roma (tra i quali gura Pietro Valpreda) e del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano (tra i quali gura Giuseppe Pinelli). Secondo quanto dichiarato da Antonino Allegra, ai tempi responsabile dell'ufcio politico della questura, alla Commissione Stragi, gli arresti erano stati particolarmente numerosi ed avevano interessato anche esponenti della destra estrema, con lo scopo di evitare che nei giorni seguenti questi individui, ritenuti a rischio, potessero dare vita a manifestazioni o altre azioni pericolose per l'ordine pubblico [4]. Il 12 dicembre l'anarchico Giuseppe Pinelli (gi fermato ed interrogato con altri anarchici nella primavera 1969 per alcuni attentati[5], successivamente rivelatisi di matrice neofascista), viene fermato e interrogato a lungo in questura. Il 15 dicembre, dopo tre giorni di interrogatori, Pinelli precipita dal quarto piano della questura milanese e muore. L'inchiesta giudiziaria, coordinata dal sostituto procuratore Gerardo D'Ambrosio, individu la causa della morte in un "malore attivo", in seguito al quale l'uomo sarebbe caduto da solo, sporgendosi troppo dalla ringhiera del balcone della stanza: l'autopsia non fu mai pubblicata e fu accertato durante l'inchiesta che il commissario Calabresi non era nella stanza al momento della caduta (fatto contestato dagli ambienti anarchici in base alla testimonianza di uno dei fermati, Pasquale Valitutti).

La vicenda del taxi e del presunto riconoscimento [modica]


Il 16 dicembre viene arrestato anche un altro anarchico, Pietro Valpreda, indicato dal tassista Cornelio Rolandi come l'uomo che era sceso quel pomeriggio dal suo taxi in piazza Fontana, recante con s una grossa valigia. Rolandi ottenne anche la taglia di cinquanta milioni di lire disposta per chi avesse fornito informazioni utili[6]. Valpreda fu interrogato dal sostituto procuratore Vittorio Occorsio che gli contest l'omicidio di quattordici persone e il ferimento di altre ottanta[7]. Il giorno dopo il Corriere della sera titol che il "mostro" era stato catturato, e il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat indirizz un assai discusso messaggio di congratulazioni al questore di Milano Guida avvalorando implicitamente la pista da lui seguita. Le dichiarazioni del tassista determinano, per, uno scenario della vicenda assai poco plausibile. Il tassista dichiara che Valpreda avrebbe preso il taxi in piazza Cesare Beccaria, la quale dista 130 metri a piedi da piazza Fontana[8]. Viene addotta per questa ragione la motivazione che Valpreda fosse claudicante. Il taxi, per non si fermer a piazza Fontana, ma proseguir sino alla ne di via Santa Tecla. In questo modo Valpreda dovr percorrere 110 metri a piedi, al posto dei 130 metri originari[9]. Il taxi gli avr fatto risparmiare 20 metri, ponendolo per di fronte al rischio di farsi riconoscere. Inoltre Valpreda avrebbe chiesto al tassista di attenderlo e in questo modo, avrebbe dovuto ripercorrere all'inverso i 110 metri (anche se questa volta non avrebbe portato pi con s la pesante valigia)[10]. Indagini successive vedranno prendere corpo l'ipotesi di un sosia, che prender il taxi al posto di Valpreda. Viene quindi avanzata dalla pubblicistica un'ipotesi, secondo la quale il sosia sarebbe stato tale Antonino Sottosanti, un ex legionario catanese, inltrato nei circoli anarchici nei quali era conosciuto - per via dei suoi trascorsi - come "Nino il fascista"[11].

Le dichiarazioni della stampa e dei partiti [modica]

Pietro Valpreda durante un'udienza per la strage di Piazza Fontana

Il quotidiano del Partito Socialista Italiano Avanti! decide di condannare Valpreda immediatamente e scriver in quei giorni di lui:

!Non aveva alcuna ideologia, non leggeva, ce l'aveva con tutto e con tutti, odiava
i partiti politici come tali ed era strettamente legato ad un movimento, quello denominato 22 Marzo di ispirazione nazista e fascista (..) qualunquista, violento, detestava le istituzioni democratiche !

Lo stesso PCI era convinto che l'attentato fosse stato opera degli anarchici. Bettino Craxi ricorder nel 1993 che il principale teste d'accusa contro Valpreda, il tassista Rolandi, era iscritto al partito Comunista e questo avvalor la sua deposizione tra molti esponenti del Pci. Sul punto, in realt, c' scarsa chiarezza. In data 19 dicembre 1969, Sergio Camillo Segre ad una riunione del Pci, presente Berlinguer riferisce che Guido Calvi - allora avvocato d'ufcio di Valpreda ed iscritto allo Psiup, oggi senatore PD - aveva svolto una sua indagine tra gli anarchici; Segre riporta quanto dettogli da Calvi[12]:

!L'impressione che Valpreda pu averlo fatto benissimo. Gli amici hanno detto:
dal nostro gruppo sono stati fatti attentati precedenti. Ci sono contatti internazionali. Valpreda ha fatto viaggi in Francia, Inghilterra, Germania occidentale. Altri hanno fatto viaggi in Grecia. Alle spalle cosa c'? L'esplosivo costa 800 mila lire e c' uno che fornisce i quattrini. I nomi vengono fatti circolare. !

Eppure agli atti processuali risulta che Guido Calvi - chiamato a svolgere funzioni di avvocato d'ufcio di Valpreda a Roma nel confronto tra Valpreda ed il tassista Rolandi richiese se Rolandi avesse mai visto prima un'immagine dell'imputato, ed ebbe la risposta che una sua fotograa gli era stata mostrata alla questura di Milano nel corso della sua deposizione del giorno prima. La prassi prevede che nei casi di pluralit di persone possibili, attori del fatto indagato, eventuali testimoni, sfoglino le foto segnaletiche a disposizione delle forze dell'ordine; il codice di procedura penale attuale, (anno 2007), per, prevede che quando il sospetto assuma la veste di indagato - e Valpreda gi lo era - egli abbia il diritto di presenziare alla maturazione delle prove a suo carico, mediante il contraddittorio (cio un confronto con l'accusatore), mentre procedere ad inuenzare il testimone con una disamina "mirata" vola il principio del contraddittorio. Nel caso specico l'eccezione difensiva era tuttavia infondata, poich foto di Valpreda erano comparse sin dai primissimi giorni su tutti i quotidiani, e dunque appariva ininuente che Rolandi le avesse viste anche nel corso dell'interrogatorio. La circostanza dell'accoglimento della tesi dell'avvocato Calvi fu dunque interpretata come manifestazione di un atteggiamento innocentista verso Valpreda, che andava peraltro diffondendosi nella pubblica opinione grazie al battage della stampa nazionale.

Successive indagini e processi [modica]


Le indagini e i processi (sette) si susseguiranno nel corso degli anni, con imputazioni a carico di vari esponenti anarchici e di destra; tuttavia alla ne tutti gli accusati saranno sempre assolti in sede giudiziaria (peraltro alcuni verranno condannati per altre stragi, e altri si gioveranno della prescrizione). Alcuni esponenti dei servizi segreti verranno condannati per depistaggi; l'inchiesta del giudice Salvini affacci anche un'ipotesi di connessione col fallito golpe Borghese [13]. In 38 anni, non mai stata emessa una condanna denitiva per la strage, anche se Carlo Digilio, neofascista di Ordine Nuovo, ha confessato il proprio ruolo nella preparazione dell"attentato e ottenuto nel2000 la prescrizione del reato per il prevalere delle attenuanti riconosciutegli, appunto, per il suo contributo. Il 3 maggio 2005 la Corte di Cassazione ha assolto denitivamente gli ultimi indagati[14] (Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, militanti di Ordine Nuovo condannati in primo grado all'ergastolo) scrivendo per nella sentenza che con le nuove prove - emerse nelle inchieste successive al processo milanese nel 1972 e alla denitiva assoluzione nel 1987 - gli ordinovisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura sarebbero stati entrambi condannati[1]. Attualmente non vi alcun procedimento giudiziario aperto in quanto la condanna arriva tardiva, oltre al terzo grado di giudizio. Dopo decine di anni, la morte di Pinelli ancora oggetto di discussione, sebbene la Magistratura si sia pronunciata in modo univoco, nel senso della morte accidentale dell'anarchico. A met degli anni novanta Carlo Digilio sostenne di aver ricevuto una condenza in cui Delfo Zorzi gli raccontava[15] di aver piazzato personalmente la bomba nella banca. Zorzi, trasferitosi in Giappone nel1974, divenne un imprenditore di successo. Ottenne la cittadinanza giapponese che gli garant poi l'immunit all'estradizione.

La contro-inchiesta delle Brigate Rosse [modica]


Per approfondire, vedi la voce Inchieste di Robbiano di Mediglia.

Sulla strage anche le Brigate Rosse svolgeranno una loro inchiesta, che venne rinvenuta il 15 ottobre 1974 in un loro covo a Robbiano, fraz. di Mediglia, insieme ad altri materiali riguardanti gli avvenimenti politici e terroristici relativi agli anni '60 e '70. Solo una minima parte del materiale sequestrato che riguardava Piazza Fontana fu messo a disposizione dei magistrati che indagavano sulla strage, indebolendo cos le loro indagini. Successivamente questo materiale scomparve e venne forse parzialmente distrutto nel 1992. L'indagine delle BR stata ricostruita grazie alle relazioni stilate dai carabinieri, a vario materiale ritrovato e alle testimonianze di un brigatista pentito. Originariamente l'indagine comprendeva anche un'intervista a Liliano Paolucci (colui che aveva raccolto la testimonianza di Cornelio Rolandi e l'aveva convinto a parlare ai carabinieri) e delle interviste di alcuni dirigenti del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa. Le conclusioni di questa indagine sono in parte differenti dalle ricostruzioni che si faranno nella lunga storia dei processi: secondo l'indagine, l'attentato era stato organizzato materialmente dagli anarchici. Costoro avrebbero avuto in mente un atto dimostrativo, che solo per un errore nella valutazione dell'orario di chiusura della banca si trasform in una strage. Esplosivo, timer e inneschi sarebbero stati forniti loro da un gruppo di estrema destra. Pinelli, sempre secondo questa ricostruzione, si sarebbe realmente suicidato perch sarebbe rimasto coinvolto involontariamente nel trafco di esplosivo poi utilizzato per la strage.[16] Le Brigate Rosse mantennero segreti i risultati della loro inchiesta, per motivi di opportunit politica. L'inchiesta delle BR ebbe una rinnovata notoriet durante i lavori della Commissione Stragi. La maggior parte dei documenti dell'inchiesta condotta dalle Brigate Rosse su Piazza Fontana era divenuta intanto irreperibile, apparentemente persa nel 1980 nei trasferimenti tra le varie procure e tribunali e forse distrutta erroneamente nel 1992, in quanto ritenuta non signicativa.[17][18]

Eventi e persone legate alla strage [modica]


Il caso Pinelli [modica]
Per approfondire, vedi la voce Giuseppe Pinelli.

Per chiarire le circostanze nelle quali si svolse la morte di Giuseppe Pinelli venne avviata un'inchiesta. La Questura di Milano afferm in un primo tempo che Pinelli si suicid perch era stato dimostrato il coinvolgimento nella strage, ma questa versione fu smentita nei giorni successivi. Il fermo di Pinelli era illegale perch egli era stato trattenuto troppo a lungo in questura: il 15 dicembre 1969 (la data della sua morte) egli avrebbe dovuto essere libero, oppure in prigione, ma non in questura, infatti il fermo di polizia poteva durare al massimo due giorni. In un primo momento lo stesso questore Marcello Guida, l'ex fascista che durante il ventennio fu direttore delle guardie dei carceri di Ventotene (l'isola dove vennero segregati gli anarchici prima di esser trasferiti nel campo di concentramento di Renicci d"Anghiari, in provincia di Arezzo)[19] e Santo Stefano, dichiar alla stampa che il "suicidio" di Pinelli era la dimostrazione della sua colpevolezza, ma questa versione fu poi ritrattata quando l'alibi di Pinelli si rivel credibile[20][21]. La versione ufciale della caduta venne fortemente criticata dagli ambienti anarchici e da parte della stampa, per via di alcune incongruenze nella descrizione dei fatti e perch gli stessi agenti presenti diedero via via versioni contrastanti dell'accaduto. Il provvedimento di archiviazione dell'inchiesta sulla morte di Giuseppe Pinelli fu depositato il 25 ottobre 1975. Il PM Gerardo D'Ambrosio scrisse: "L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufcio al momento della morte di Pinelli".

Il caso Calabresi [modica]


Per approfondire, vedi la voce Omicidio Calabresi.

A seguito della tragica morte di Pinelli, il commissario Luigi Calabresi, incaricato delle indagini, pur non essendo presente nella stanza dove era interrogato Pinelli al momento della sua caduta dalla nestra, in circostanze non ancora chiarite, sar oggetto di una dura campagna di stampa, petizioni e minacce da parte di gruppi di estrema sinistra e di ancheggiatori, che ebbero il risultato di isolarlo e renderlo vulnerabile. Oltre settecento tra intellettuali, scrittori, uomini di cinema e artisti (alcuni dissociatisi negli anni seguenti) rmarono una celebre petizione pubblicata dall'Espresso il 27 giugno 1971, che iniziava cos: "Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si arrestato davanti alla bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilit della sua ne, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilit di ricusare il suo giudice." La petizione contribu ad isolare e colpevolizzare il commissario, gi bersagliato da una campagna di stampa, con minacce esplicite di morte, da parte del giornale "Lotta Continua".

Eppure il commissario Calabresi riteneva che la strage fosse frutto di "menti di destra, manovali di sinistra" con il coinvolgimento dunque in sede di ideazione della strage di movimenti ed apparati di destra[22]. Il 17 maggio 1972 Luigi Calabresi fu assassinato da militanti di estrema sinistra membri di Lotta Continua. Gli autori della campagna di stampa non saranno mai condannati (Camilla Cederna arriv a scrivere su "Lotta Continua" che un'eventuale inquisizione e condanna di Luigi Calabresi non sarebbe bastata: "noi per questi nemici del popolo esigiamo la morte"[senza!fonte]). Per l'omicidio Calabresi sono stati condannati in via denitiva Ovidio Bompressi e il pentito Leonardo Marino quali autori materiali, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri quali mandanti. L'assassinio del commissario cre una certa indecisione sulla direzione da dare alle indagini[4].

"Nino il fascista" [modica]


Nell'ambito delle indagini e delle inchieste giornalistiche sulla strage spesso sono comparse alcune persone vicine a quelli che allora era gli ambienti anarchici e dell'estremismo (di sinistra e di destra) che, seppur non implicati nell'attentato, sono stati al centro di eventi vicini a questo. Tra questi vi era Antonio Sottosanti, noto tra gli anarchici come "Nino il fascista"[23]: al tempo quarantenne [24], era nato nel 1928 a Verpogliano (provincia di Gorizia) da genitori lo-fascisti di origine siciliana (il padre venne ucciso durante anni '30, forse da antifascisti slavi). Dopo la Seconda Guerra Mondiale aveva lavorato in diversi paesi europei[24], per poi arruolarsi nella Legione straniera francese (con lo pseudonimo di Alfredo Solanti[25], per sua ammissione nel reparto informativo della stessa)[23]. Tornato a Milano nel 1966 effettu diversi lavori saltuari, iniziando anche a frequentare gli ambienti anarchici della citt, no al suo trasferimento in Sicilia nell'ottobre 1969. Sottosanti, per una supposta somiglianza con Valpreda e dopo che Guido Giannettini, Nico Azzi e Pierluigi Concutelli[25] avevano parlato dell'uso di un militante di destra come sosia dell'anarchico, viene a volte indicato dalla pubblicistica legata alla strage proprio come il sosia in oggetto. Secondo questa tesi il sosia venne utilizzato dai servizi deviati o dai gruppi di destra per portare la valigia con la bomba sul taxi e far ricadere quindi la responabilit della strage sugli anarchici[11]. Sottosanti ha sempre negato il fatto e ha querelato diversi media[25], come il Corriere della Sera[26], che avevano dato per buona la tesi. Durante le indagini Sottosanti dimostr di avere un alibi, che lo lega al caso Pinelli: il giorno dell'attentato infatti era proprio in compagnia del ferroviere anarchico, il quale gli aveva consegnato un assegno di 15.000 lire, come risarcimento spese da parte della Croce Nera Anarchica (un gruppo di solidarit dei circoli anarchici) per essere tornato a Milano a testimoniare per confermare l'alibi di Tito Pulsinelli[27], accusato di aver effettuato un attentato alla caserma di pubblica sicurezza Garibaldi il 19 gennaio 1969. Pulsinelli, che era gi agli arresti con altri anarchici in quanto indagati anche nell'ambito degli attentati del 25 aprile[28], verr poi assolto da tutte le accuse in quanto estraneo ad entrambi i fatti[29]. Proprio la reticenza di Pinelli a parlare della presenza di Sottosanti e dell'assegno, dovuta al fatto che questo avrebbe potuto essere interpretato dalla procura come un pagamento per una confessione falsa, furono, secondo quanto riferito da Allegra in commissione stragi[4], tra i motivi che prolungarono il fermo dell'anarchico poi morto in questura. Lo stesso Allegra dar un duro giudizio sulla persona di Sottosanti:

!ALLEGRA. Il Sottosanti era quello che il pomeriggio del 12 dicembre ando a trovare Pinelli e riscosse l'assegno di 15.000 lire;
Pinelli non ha mai voluto dire che era insieme con lui. Questo e' il motivo per cui il fermo di quest'ultimo si protrasse: aveva dato un alibi che era stato smontato. MANTICA. Nino Sottosanti era di destra? ALLEGRA. Lui frequentava gli ambienti anarchici e diceva che suo padre era un martire fascista. Quindi lo chiamavano Nino il fascista. A me sembrava una persona che se ne fregava della destra e della sinistra e pensava ai fatti suoi. Era stato anche nella Legione straniera... MANTICA. Allora era di moda. ALLEGRA. Ci andavano i delinquenti.!

Al capitano dei Ros dei carabinieri Massimo Giraudo, che negli anni '90 indagava sui collegamenti tra l'estrema destra e la strage, Sottosanti riferir di aver visto, il giorno precedente quello della strage, un esponente del gruppo Freda intento a controllare la casa di Corradini e Vincileone, due anarchici poi inquisiti dalla polizia nelle indagini sull'atto tettoristico.[23] Lo stesso Sottosanti, intervistato da Paolo Biondani, giornalista del Il Corriere della Sera nel giugno 2000, affermer di essere comunque a conoscenza di alcuni retroscena degli avvenimenti, ma di non volerli rivelare:

!SOTTOSANTI: Ci sono troppe cose che non posso dire. Mettiamola cos: in quei giorni, io sentii fare discorsi gravi, che ho
compreso solo dopo aver letto gli atti di piazza Fontana BIONDANI: Ricapitolando: lei non ha incastrato Valpreda, ma ha saputo comunque i retroscena della strage. S.:Lei non ha capito: la mia verit non un sentito dire. Di certi fatti io fui testimone oculare. B.:E allora perch non parla? Di fronte a una strage impunita, non si sente in dovere di aiutare la giustizia? S.:In nome di cosa? Per questa Italia di oggi? No, guardi, i miei segreti io me li porter nella tomba.!

Antonio Sottosanti mor nel luglio 2004[30].

L'agente Zeta [modica]


Nel Natale del 1971 vengono rinvenuti dei carteggi in una cassetta di sicurezza della Banca Popolare di Montebelluna. Cointestatari delle cassetta di sicurezza sono la madre e la zia di Giovanni Ventura e i contenuti dei documenti, analizzati in quella occasione dal giudice Gerardo D'Ambrosio, lasciano pensare a delle veline dei servizi segreti italiani, ovvero il SID (i documenti contengono informazioni riservate che non possono essere nella disponibilit di persone al di fuori degli ambienti dei servizi segreti). Il giudice solleciter quindi il SID, per avere informazioni direttamente da loro, ma in un primo tempo non ricever alcuna risposta[31]. Tale documento reca la sigla KSD/VI M ed il numero progressivo 0281. Giovanni Ventura conder in seguito al giudice D'Ambrosio di essere entrato in contatto con tale Guido Giannettini (alias Agente Zeta, alias Adriano Corso), autore delle veline che lui conservava nella cassetta di sicurezza. Il contatto avviene in occasione di un incontro a tre, del 1967, tra lui, il Giannettini e un'agente del controspionaggio rumeno. Successivamente, la magistratura milanese ordiner la perquisizione dell'abitazione di Guido Giannettini e in quell'occasione la polizia rinverr documenti del tutto paragonabili a quelli rinvenuti nella cassetta di sicurezza della banca. Si tratta infatti di documenti che possono essere deniti gli archetipi dei documenti in possesso di Ventura. Il documento rinvenuto nella casa di Giannettini reca la stessa sigla del documento di cui sopra (KSD/VI M) ed il numero progressivo immediatamente successivo 0282 [31]. Il 15 maggio 1973 nell'ambito dei processi sulla strage vengono incriminati Guido Giannettini, che fugge a Parigi e, anche a seguito di alcune dichiarazioni di Ventura sul legame di un "giornalista di destra" con la strage, il giornalista de La Nazione Guido Paglia, appartenente ad Avanguardia nazionale (successivamente prosciolto in istruttoria dal giudice D'Ambrosio)[32]. Si scoprir successivamente che la fuga di Giannettini era stata coperta dal SID, di cui era collaboratore, e che in Francia continuer ad essere stipendiato per diverso tempo dai servizi.[33] Il SID, interpellato nuovamente e incalzato dagli eventi, il 12 luglio 1973, dichiarer per voce del generale Vito Miceli "notizie da considerarsi segreto militare" e "non possono essere rese note". [34]. Circa un anno dopo, il 20 giugno 1974, Giulio Andreotti (allora ministro della Difesa del governo Rumor V), indicher in un'intervista a Il Mondo Giannettini come collaboratore del SID[35], sostenendo che era stato uno sbaglio non rivelare durante le indagini dei mesi precedenti l'appartenenza dello stesso ai servizi. Nel successivo agosto Giannettini si consegna all'ambasciata italiana di Buenos Aires[35]. Nel febbraio 1979 si conclude il processo di primo grado a Catanzaro e Giannettini viene condannato all'ergastolo. Due anni dopo, nel 20 marzo 1981, sempre a Catanzaro, si conclude il processo d'appello, che assolve Giannettini per insufcienza di prove e ne ordina la scarcerazione e la Corte di Cassazione, nel giugno 1982, confermer la parte di sentenza d'appello che ne prevede l'assoluzione.[36]

Affermazioni riferite ad Aldo Moro durante la prigionia da parte delle Brigate Rosse [modica]
Nel Memoriale Moro compilato dalle Brigate Rosse deducendolo dall'interrogatorio cui lo sottoposero durante la prigionia, Aldo Moro avrebbe indicato come probabili responsabili della strage, cos come in generale della strategia della tensione, rami deviati del SID (il servizio segreto), in cui si erano insediati negli anni diversi esponenti legati alla destra, con possibili inuenze dall'estero, mentre gli esecutori materiali erano da ricercarsi nella pista nera.[37]

22 luglio 1970 - Strage

di Gioia Tauro (Gioia Tauro, Reggio Calabria)

Il clima di quei giorni: i Fatti di Reggio [modica]


Nell'estate del 1970 la parte meridionale della regione era in balia della rivolta di Reggio Calabria causata dalla nomina di Catanzaro a capoluogo di regione. La rabbia di molti cittadini di Reggio sfoci nella proclamazione dello sciopero cittadino il 13 luglio. La rivolta era coordinata da un "comitato d'azione" che raccoglieva esponenti del Movimento Sociale Italiano e di altri partiti. Il 15 luglio si arriv all'occupazione della stazione, alla creazione di barricate e scontri con la polizia per le strade della citt. L'attentato avvenne una sola settimana dopo.

La prima inchiesta giudiziaria [modica]


Le indagini preliminari [modica]

Nonostante dalla ferrovia risultassero mancanti 1,8 metri di binario e nei mesi precedenti si fossero vericati attentati con dinamiche simili, inizialmente si parl di un guasto meccanico o un errore umano. Il questore Santillo identic le cause del deragliamento con "lo sbullonamento del carrello n2 del corpo della nona vettura". Vi furono anche ipotesi riguardanti la pista dell'attentato, che per vennero ignorate in parte per ni politici: Santillo in un'intervista "a caldo" per il Corriere della Sera arriv a chiedere "Per carit, non diffamiamo la Calabria!". Ci nonostante, l'ipotesi dell'attentato venne avanzata e sostenuta dalla maggior parte della stampa nazionale: il giornalista Mario Righetti del Corriere della Sera, specialista in tecnica ferroviaria, sostenne questa tesi dopo soli tre giorni, presto supportato anche da altre testate. Su L'Avanti addirittura si arriv a citare il presunto rinvenimento di altro esplosivo, il 7 agosto. Le indagini preliminari svolte dai marescialli Guido De Claris e Giuseppe Ciliberti quali membri del commissariato di Pubblica Sicurezza della direzione compartimentale delle Ferrovie dello Stato di Reggio Calabria stabilirono in un rapporto del 28 agosto che il fatto era dovuto a questioni tecniche, e considerarono anche la possibilit di responsabilit colpose per il personale in servizio allo scalo cittadino. Venne anche considerata l'ipotesi di un cedimento strutturale, del binario o dei veicoli. Il rapporto escluse totalmente l'uso di esplosivi. Le conclusioni erano che (citazione): "si deve ritenere che il disastro sia stato provocato a causa di natura tecnica da ricercarsi nel materiale rotabile o nel materiale di armamento". Queste stridevano con la testimonianza di Francesco Crea, dipendente delle ferrovie addetto alla verica dell'armamento ferroviario, secondo il quale i binari, pi volte ispezionati quello stesso giorno solo poche ore prima non riportavano alcuna anomalia, disallineamento o manomissione.

L'esame dei periti e i rapporti seguenti [modica]


L'allora sostituto procuratore della Repubblica di Palmi Paolo Scopelliti condusse un'inchiesta sulla vicenda. Il collegio di periti a cui venne richiesto un parere tecnico consegn la relazione il 7 luglio 1971, che escluse che la causa dell'incidente potesse essere attribuita a errori umani o fattori tecnici. Tra i periti vi erano persone di differente estrazione: ! ! ! tecnici delle Ferrovie dello Stato (ing. Armando Colombo[2], Ottorino Zerilli, ing. Giovanni Nocera, Ferdinando Millemaci) ufciali dei Vigili del Fuoco (Renato Piccoli ed il comandante Eugenio Cannata) esperti provenienti dal mondo universitario (Fortunato Musico e Arturo Polese, dell'Universit di Napoli)[3].

La tesi dell'esplosivo era confermata dal fatto che un tratto della rotaia lato monte, a circa 20 metri di distanza dalla "travata metallica (del viadotto) al km 349-827" circa era stata divelta e presentava su un tratto di 1,8 metri un'asportazione parziale della soletta interna, indicativo di un atto doloso o di una esplosione. Nel rapporto emergevano le analogie con i tre attentati vericatisi sulla stessa linea il 22 e 27 settembre e il 10 ottobre del 1970: anche in quei casi, l'esplosivo aveva divelto circa due metri di binario. La commissione indic come causa pi probabile un fatto esterno all'esercizio ferroviario, molto probabilmente una carica esplosiva sulla massicciata. Un rapporto dei carabinieri, del 4 agosto 1971, rifer esito negativo nelle indagini, senza scendere in dettagli. La perizia della commissione venne ignorata nel secondo rapporto del commissariato, datato 9 settembre 1971 e sempre a rma De Claris - Ciliberti, che confermava le deduzioni del primo rapporto, e portava nuovi elementi legati a lavori in corso sulla linea quel giorno, conclusisi alle ore 16, poco pi di un'ora prima del transito del direttissimo. I dirigenti di movimento vennero accusati di aver rimosso erroneamente il vincolo dei 60!km/h di velocit massima senza aver terminato la liberazione dell'armamento dai residui dei lavori. Tale ipotesi era stata avanzata anche da una lettera anonima, inviata al procuratore di Palmi gi il 28 luglio 1970[3]. A Francesco Crea, l'addetto all'armamento, venne imputato di aver effettuato un controllo inaccurato senza aver vericato lo stato dei binari col termometro da rotaie, facendo implicitamente ritenere che vi fosse stata una rottura del binario dovuta all'eccessiva dilatazione termica degli stessi. Questa ipotesi non era compatibile col fatto che decine di treni erano gi transitati durante le ore pi calde della giornata senza che fossero avvenute anomalia. Quattro dipendenti delle Ferrovie vennero inquisiti per varie negligenze che avrebbero portato la locomotiva ad urtare contro qualcosa lasciato sul binario. Vennero iscritti all'albo degli indagati il caposquadra Emilio Carrera, il sorvegliante Giuseppe Iannelli, il capostazione Emanuele Guido, ed inne Francesco Crea, tutti con le gravi accuse di disastro colposo e omicidio colposo plurimo. Nel secondo rapporto di nuovo si escluse l'ipotesi terroristica sulla base del fatto che i passeggeri non sentirono detonazioni e che la ferrovia non risultava ampiamente deformata, n era presente una buca sulla massicciata. Questa conclusione venne poi smentita dalla Corte d'Assise di Palmi nella riapertura dell'inchiesta del 2001, che sostenne la non necessit di una carica di grande potenza per causare un effetto simile. Nell'ambito dell'inchiesta giudiziaria, la commissione inquirente chiese un supplemento di perizia per meglio chiarire la questione della rotaia divelta e con la suola deformata: il 26 giugno 1973 la perizia balistica venne quindi afdata a due esperti, il generale di brigata Antonino Mannino e il professore di medicina legale Giuseppe Ortese, dell'universit di Messina. La commissione giunse a stabilire che l'esplosione era compatibile con la scena dell'incidente nonostante l'assenza di tracce di esplosivi, affermando che queste erano "facilmente alterabili e soggette a dispersione se, come nel caso di Gioia Tauro, si verica deragliamento di molti vagoni, con aratura della massicciata e sconvolgimento del materiale di armamento, ma che, a parte ci, le tracce possono essere proiettate a notevole distanza dal fenomeno esplosivo ed essere pertanto di difcile o impossibile reperimento". Venne inoltre confermata la similitudine con le scene delle altre esplosioni su binari avvenute in quello stesso periodo.

Risultati della prima istruttoria [modica]


Il 30 maggio 1974 il giudice istruttore scagion i dipendenti delle Ferrovie dello Stato precedentemente accusati per errori nel servizio con la decisione di "non luogo a procedere" per "non aver commesso il fatto". L'inchiesta si chiuse lasciando l'attentato dinamitardo come semplice ipotesi, per quanto la pi probabile. Ipotesi "destinata a restare nel limbo delle congetture", in quanto "non agevole ritenere, alla luce dell'umana esperienza, che la detonazione prodotta dalla carica esplosa sul binario nel pomeriggio del 20 luglio 1970 trovavansi in prossimit della stazione ferroviaria di Gioia Tauro". Questa sentenza suscit scalpore all'epoca poich di fatto ammetteva la possibile esecuzione di un attentato ma non stabiliva l'apertura di un fascicolo a carico di ignoti per capire chi ne fosse responsabile. L'anno precedente un volantino datato 17 maggio 1973 era stato recapitato alla procura di Salerno da parte del circolo anarchico "Bielli", in cui si denunciava un tentativo di occultamento delle responsabilit dei gruppi missini e fascisti nella strage, tentativo operato dalle stesse forze dell'ordine. Nello stesso si sosteneva anche che l'incidente in cui persero la vita i cosiddetti "anarchici della Baracca" e la sparizione dei loro documenti fossero ricollegabili alla strage, sulla quale i cinque ragazzi avevano indagato. La Corte di Assise di Palmi nel 2001 stabil che le indagini iniziali furono palesemente insufcienti, tanto che "all'origine non si percep neppure la natura dolosa di quello che venne, infatti, considerato come un disastro colposo".[4]

La riapertura del caso [modica]


Le testimonianze dei pentiti [modica]
A partire dal 16 giugno 1993 due pentiti della 'Ndrangheta cominciarono a deporre le proprie testimonianze di fronte al Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimaa Vincenzo Macr nell'ambito della maxi inchiesta Olimpia 1, volta a far emergere la rete di rapporti tra politica e criminalit organizzata in Calabria. Stando alle loro affermazioni, nel 1970 in Calabria si erano formate alleanze strategiche tra criminalit organizzata, eversione nera e altri esponenti di diversi movimenti estremisti. Uno dei due "pentiti" era Giacomo Ubaldo Lauro che sarebbe divenuto un testimone chiave nella vicenda dell'attentato di Gioia Tauro.

La deposizione di Lauro: gli esecutori [modica]


Lauro dichiar il 16 giugno 1993 di avere avuto rapporti con Vito Silverini, un fascista esaltato vicino ai vertici del Comitato d'Azione che in quel periodo stava inammando i moti di Reggio, nonostante fosseanalfabeta. Lauro aveva assunto Silverini (noto come "Ciccio il biondo") come operaio tra il 1969 e il 1970 e lo aveva reincontrato in carcere dopo essere stato arrestato per un furto alla Cassa di Risparmio di Reggio. Silverini non era nuovo all'esperienza carceraria, avendo gi scontato alcuni mesi per violenze legate all'insurrezione cittadina. Nel carcere reggino Silverini e Lauro avevano condiviso la cella numero 10. Silverini aveva confessato a Lauro di possedere una somma presso la Banca Nazionale del Lavoro pagatagli dal Comitato proprio per la bomba messa sulla tratta Bagnara - Gioia Tauro, che aveva causato il deragliamento del treno. Silverini aveva portato una carica di dinamite da miniera sul luogo insieme a Giovanni Moro e Vincenzo Caracciolo, nascondendola sull'Ape Piaggio di quest'ultimo, e l'aveva posizionata con un innesco amiccia a lenta combustione. Silverini si vant con Lauro di essere sul posto sia al momento dell'esplosione ("mi disse che l'attentato era avvenuto in ore diurne e cio nel pomeriggio, tra le 16 o le 18, e questo aveva

consentito a lui e a Caracciolo di osservare senza difcolt dall'alto la scena") che all'arrivo del questore Santillo, e di aver assistito alle prime fasi dell'inchiesta sul campo: inoltre afferm di aver provocato con quella bomba la distruzione di 70 metri di ferrovia, fatto questo non corrispondente al vero. Lauro in seguito ripet la sua deposizione a Milano, al giudice istruttore Guido Salvini che stava indagando sull'attivit eversiva di Avanguardia Nazionale. Giacomo Ubaldo Lauro in un interrogatorio dell'11 novembre 1994 confess di aver avuto parte nella vicenda, e di essere stato lui stesso a consegnare l'esplosivo a Silverini, Moro e Caracciolo. In cambio aveva ricevuto alcuni milioni di lire, provenienti dal Comitato d'azione per Reggio capoluogo.[5]

La conferma di Dominici: i mandanti [modica]


La testimonianza di Lauro venne confermata il 30 novembre 1993 da un altro pentito, Carmine Dominici, esponente di punta di Avanguardia Nazionale a Reggio Calabria fra il 1967 ed il 1976. Dominici era anche stato uno degli uomini di ducia del marchese Felice Genoese Zerbi, proprietario di numerose terre, ma soprattutto il dirigente massimo di Avanguardia Nazionale. Malavitoso comune, oltrech attivista politico, Dominici era stato condannato ad una lunga pena detentiva ed aveva deciso di collaborare con la magistratura. Il 30 novembre 1993 conferm le parole di Giacomo Lauro. Anche Dominici, come Lauro, si era trovato nella cella numero 10 del carcere di Reggio Calabria, in compagnia di Vito Silverini[5]. Dalle deposizioni appariva chiaro il quadro dei mandanti. Tra questi vi erano: ! ! ! ! ! ! ! ! Avanguardia nazionale e il Comitato d'azione per Reggio capoluogo, ispiratori della strage. Giuseppe Scarcella, Renato Marino, Carmine Dominici, Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giovanni Moro, esecutori materiali, deniti "il braccio armato che metteva le bombe e faceva azioni di guerriglia" per conto del Comitato Ciccio Franco, consigliere comunale missino e sindacalista CISNAL dei ferrovieri, che era emerso come ispiratore della rivolta il senatore Renato Meduri e l'ex consigliere provinciale Angelo Calaore, entrambi missini Paolo Romeo, all'epoca in Avanguardia nazionale e deputato del Psdi il parlamentare missino Fortunato Aloi Benito Sembianza e Felice Genoese Zerbi, dirigenti del Comitato. "il commendatore Mauro" "quello del caff" (ovvero Demetrio Mauro[6] proprietario dell'onomimo stabilimento), e l'imprenditore Amedeo Matacena, "quello dei traghetti", nanziatori che "Davano i soldi per le azioni criminali, per la ricerca delle armi e dell'esplosivo"[5].

L'istruttoria iniziata nel luglio 1995 si concluse con il proscioglimento per i presunti nanziatori e i mandanti politici, che sostennero la (ormai esclusa) tesi dell'incidente ferroviario, conducendo un'intensa campagna denigratoria nei confronti dei "magistrati di sinistra".

La sentenza in Assise: strage compiuta con esplosivo [modica]


Con la riapertura del processo in seguito alle deposizioni dei pentiti la Corte d'Assise di Palmi nel febbraio 2001 emise una sentenza di condanna per gli esecutori della strage, compiuta con esplosivo. Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giuseppe Scarcella, imputati riconosciuti colpevoli erano per tutti e tre gi deceduti. Vennero aperte nuove inchieste sui presunti mandanti. Lauro il 19 aprile del '96 venne processato per aver fornito l'esplosivo nell'ambito della sua attivit di uomo della 'ndrangheta, iniziata nel 1960 e conclusasi nel 1992 con l'arresto. Venne assolto dalla Corte d'Assise il 27 febbraio 2001, per "mancanza di dolo", sentenza confermata il 17 marzo 2003 dalla Corte di assise di appello di Reggio Calabria: per Lauro erano stati chiesti 24 anni di carcere. All'atto della chiusura del processo per la strage, nel gennaio 2006, l'unica condanna emessa nei confronti di uno dei coinvolti ancora vivente fu quella di "concorso anomalo in omicidio plurimo" a carico di Lauro: il reato per era estinto per prescrizione. Il giudice Salvini, nella sua sentenza di condanna verso alcuni esponenti di Avanguardia Nazionale, sostenne la necessit di riaprire l'inchiesta sugli "Anarchici della Baracca" periti nell'incidente d'auto, forse provocato ad arte per eliminare testimoni scomodi tra cui Giovanni Aric, uno di essi, che aveva condato al cugino di essere in possesso di documentazione riguardante l'attentato.