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Introduzione

DOSSIER
di Alessandra Brivio e Giovanna Parodi da Passano
N
el precedente numero di Africa e Mediterraneo vodun in particolare, come anche gli articoli del presente
(n. 65-66) sono stati affrontati alcuni aspetti della dossier, pur con tagli diversi, evidenziano, sembra essere un
vasta tematica dei rapporti fra turismo e patrimo- “dispositivo” polisemico che consente di produrre auten-
nio – in primo luogo la questione dei rapporti fra turismo ticità e costruire identità (autenticità e identità facilmente
e assetto identitario dei siti, autorappresentazioni locali e esportabili all’interno della diaspora) e, più in generale, di
manipolazione delle memorie implicate nella costruzione veicolare cultura, valorizzare saperi locali, e condividere con
del patrimonio (artistico, paesaggistico, umano) – relativa- eventuali turisti una certa idea di tradizione ed esotismo.
mente a più Paesi del continente africano. In questo nume- Bénin, terre de mystère è la frase scelta dalla Direction de
ro si è scelto di focalizzare l’attenzione esclusivamente sul l’animation et la promotion touristique del Bénin come
Bénin, una sottile striscia di terra che si affaccia sul Golfo epigrafe al proprio sito internet. La parola “mistero” è il
di Guinea e un Paese nel quale l’attuale politica di valo- focus di un turismo che sembra oggi volersi concentrare so-
rizzazione dei beni materiali e immateriali al fine di incen- prattutto sulle risorse culturali, tra le quali il vodun ha una
tivare il turismo culturale ben si presta al nostro intento: posizione predominante. Questo primato non è solo un
problematizzare alcuni temi legati al patrimonio attraverso risultato di politiche turistiche recenti, ma parte dell’ere-
uno sguardo che si soffermi sui concetti di “tradizione”, di dità storica che il Bénin post-coloniale ha ricevuto dal Da-
“autenticità”, di memoria e di eredità culturale. homey e, più in generale, da una visione e da una pratica
Nell’ex-Dahomey ed ex-Costa degli schiavi, ormai da qual- religiosa che permea molti aspetti della vita politica, sociale
che anno, si assiste a una messa in scena della memoria e individuale dell’intera regione che si affaccia sul golfo di
della schiavitù e a un recupero delle pratiche religiose tra- Guinea. Si tratta di un sentimento diffuso se, come scri-
dizionali . Messa in scena e recupero che, come scrive Ga- vono Alain Sinou e Bachir Oloudé (1988, p. 159), «per la
etano Ciarcia, «iscrivono la storia locale nella produzione maggior parte dei beninesi, la nozione di patrimonio “cul-
di un territorio destinato a diventare uno spazio di cultura turale” riconduce in primo luogo alle pratiche religiose e
e uno spazio di turismo» (2008, p. 689). familiari che sono rese manifeste dalle cerimonie svolte in
Il Bénin, uno Stato di soli sette milioni di abitanti, detiene memoria di antenati e vodun».3
diversi primati politici e culturali. È considerato un mo- Non diversamente dalle altre pratiche cultuali dell’Africa
dello di democrazia per l’Africa: dai primi anni Novanta subsahariana, la religione dei vodun fu interpretata e spie-
(quando la Conferenza nazionale creò le basi per un pa- gata dai primi osservatori e viaggiatori europei come una
cifico processo di democratizzazione) il Paese infatti ha credenza feticista, da collocare al livello più basso del cam-
inaugurato un regime parlamentare che da allora non è mai mino evolutivo delle religioni. Soltanto in seguito, e solo
stato messo in crisi e che continua a stimolare l’interesse e grazie a un approccio più empatico nei confronti dei nativi,
la partecipazione popolare alle vicende della vita politica. fu integrata nella generalizzante categoria di “religione tra-
Il Bénin si autodefinisce oggi berceau du vodun (culla del dizionale africana”. Si passò quindi da descrizioni cariche
vodun) mostrando l’aspirazione a costruire un legame forte di disprezzo, che enfatizzavano le pratiche più anomale,
con la propria storia culturale, una storia “ricostruita” che arbitrarie e “demoniache”, a una visione che cercava piut-
sembra spesso coincidere esclusivamente con quella del tosto di tradurre i saperi locali secondo un’ispirazione uni-
regno del Dahomey.1 versalistica, rifacendosi alla tradizione giudaico-cristiana.
Il dibattito sul turismo in Africa, come abbiamo ricordato E tuttavia il vodun, come oggi anche il sito internet sembra
nel già citato numero della rivista uscito prima di questo, voler ricordare, resta carico di un immaginario che evoca
si deve confrontare con almeno tre punti fondamentali. mistero, riti esoterici e manovre magiche. Un immaginario,
Innanzitutto, la storia di dominazione coloniale e post- pertanto, che nelle sue articolazioni più razziste ci ricon- Romuald
coloniale e il suo carico d’immaginari, che non hanno mai duce a un’Africa selvaggia e primitiva, abitata da popoli Hazoumé,
smesso di «produrre fantasmi e fraintendimenti, barriere e spietati e usi a macabre pratiche, e che il paese stesso in La Bouche
du Roi,
gerarchie» (Africa e Mediterraneo, n. 65-66, p. 6). A ciò oggi qualche misura asseconda per soddisfare i desideri di eso- esposto alla
si assommano le contraddizioni insite nel turismo “esotico” tismo e religiosità alternativa del turismo occidentale. Fondation
di massa, fenomeno che funge da «rilevatore dei paradossi de Ménil,
e delle crudeltà del mondo in cui viviamo» (Africa e Me- Politiche e vodun Houston.
diterraneo n. 65-66, p. 6). Vi è poi la prevalente adozione, Per comprendere, non tanto le valenze religiose e mistiche, Foto di
Georges
da parte degli Stati africani, di strategie di valorizzazione quanto l’uso politico ed economico che di questa forma Hixson
del patrimonio materiale e immateriale spesso in sintonia religiosa si cerca di fare in Bénin, e per cogliere la portata
con lo sguardo e il linguaggio occidentali, ma che non della connessione tra memorie della schiavitù e rinascita
escludono la possibilità di declinare a proprio vantaggio della tradizione vodun che è alla genesi degli attuali proces-
questo vocabolario egemone. I luoghi “culturali” e i “pa- si di patrimonializzazione, è necessario ripercorrere sinteti-
trimoni” producono costrutti densi di significato e sono, camente alcune tappe della storia più recente del Paese.
in effetti, centri verso cui convergono attenzioni politiche, Il periodo da prendere in considerazione data dall’epoca
economiche e culturali. Tali costrutti, frutto di declinazioni post-coloniale, più precisamente dalla presa del potere,
del concetto di patrimonio che non per forza partono dal nel 1972, da parte di Mathieu Kérékou,4 un militare ori-
medesimo obiettivo e dalla medesima posizione temporale, ginario della regione somba, nel nord del Bénin. Kérékou
riflettono desideri sia imposti dall’alto sia nati dal basso. In- fece proprie le ideologie nazionalistiche e antimperialiste,
teressante è quindi il tentativo di mostrane la processualità proponendosi di sradicare il sistema politico vigente da lui
e rivelarne i meccanismi di stratificazione semantica. stigmatizzato come ancora intriso di pensiero coloniale.
Nel caso del Bénin è la patrimonializzazione del vodun2 L’assunzione di una dottrina marxista-leninista voleva in-
intrecciata a quella dei luoghi della memoria della tratta a fatti rappresentare una rottura totale con il passato regime 3
costituire il volano dello sviluppo del turismo culturale. Il coloniale e post-coloniale. AeM 67 luglio 09
Alla fine del 1975, Kérékou diede avvio alla cosiddetta del vodun, come soggetti della sfera pubblica. La retorica
lotta antifeudale, vale a dire, come si leggeva su Ehuzu, mirante alla costruzione dell’autorità culturale del vodun
l’organo di stampa del partito, alla «distruzione totale (…) fu presto acquisita dai sacerdoti vodun più coinvolti nel-
eliminazione completa (…) della feudalità tradizionale e la vita politica del paese. Al punto che un sacerdote del
delle sue manifestazioni: feticismo, ciarlatanismo, conven- vodun Heviossou, in occasione della sua intronizzazione
ti e tutte le pratiche retrograde e oscurantiste».5 Bersaglio affermava, sulle pagine de La Nation, la necessità di «in-
principale era proprio il vodun, sempre più assimilato alla coraggiare una nuova dinamica per i culti vodun, al fine
stregoneria. Dalle pagine di Ehuzu il regime sancì il di- di liberarli dalle pratiche vergognose a opera di qualche
vieto di indire cerimonie ufficiali, l’abolizione dei cortei incosciente che ignora l’importanza, il posto e il ruolo, che
reali e l’interdizione all’intronizzazione di nuovi re o capi gioca la religione vodu nella nostra tradizione».6 E ancora,
religiosi. durante il Symposium national à Ouidah sur le culte vodun
Secondo un immaginario comune e condiviso, la reazione svoltosi nel 1991 l’allora ministro ad interim della cultu-
del mondo vodun non tardò a farsi sentire e nel 1976 iniziò ra, M.Vieyra, incitava i capi vodun a «circoscrivere le basi
un periodo di grave siccità. Il disastroso fenomeno atmo- dottrinali di questa tradizione religiosa, uniformare le opi-
sferico fu da tutti interpretato, almeno nel sud del Paese, nioni su cosa sia il vodu (…)».7 La religione tradizionale,
come una dimostrazione del potere dei vodun e dei sacer- insomma, doveva diventare un patrimonio comprensibile,
doti del vodun, i vodunon, che reagivano contro i soprusi riproducibile, eticamente accettabile e uniforme, da poter
del potere bloccando la pioggia. Oggi l’avvenimento è ri- utilizzare per lo sviluppo del paese attraverso l’accesso ai
cordato come la vittoria del vodun su Kérékou. Effettiva- fondi degli enti internazionali; questo bene sarebbe sta-
mente nel 1977 il regime si dichiarò neutrale nei confronti to condivisibile anche con le comunità della diaspora, in
delle confessioni religiose, a patto che queste non osta- quando testimonianza di un passato comune.
colassero il processo rivoluzionario. Nel medesimo anno In effetti Soglo attrasse nel paese molti capitali stranieri e
il dittatore Kérékou si rivolse ai capi religiosi chiedendo fece del turismo culturale un’importante risorsa per lo svi-
loro di collaborare alla costituzione di una commissione luppo economico. Con il supporto di differenti organizza-
tecnica verso la quale indirizzare i poteri ancestrali e au- zioni culturali internazionali, tra cui l’UNESCO, varò un
toctoni, poteri che avrebbero potuto collaborare al suc- piano di conservazione e valorizzazione dei luoghi e della
cesso della rivoluzione e al bene del paese. memoria della tratta atlantica. Il processo di recupero del-
Questo momento cruciale segnò profondamente l’imma- la storia della schiavitù, in atto in Africa Occidentale dai
gine pubblica del vodun beninese, poiché implicitamente primi anni Novanta, portò, in Bénin, all’organizzazione di
si chiedeva di costruire un confine tra il bene e il male, tra Ouidah 92: 1er festival mondial des arts et de la culture vo-
i vodunon che guarivano e quelli che uccidevano. La figu- dun8 – nei fatti la sovrapposizione delle due celebrazioni si
ra del guaritore tradizionale, riabilitata nell’ambito di una sarebbe rivelata penalizzante per la memoria della schia-
nuova politica di recupero dei saperi endogeni, legati alla vitù, lasciata in secondo piano rispetto all’effervescenza
medicina tradizionale, divenne l’espressione dell’emisfero delle celebrazioni vodun – e al progetto per la costruzione
positivo del vodun, mentre tutte le altre pratiche connesse della Route de l’esclave lanciato nel 1994.
al culto entrarono a far parte di una sfera pericolosamente Il rinnovamento del vodun, voluto da Soglo, liberò questa
prossima a quella della stregoneria. pratica religiosa, anche se solo parzialmente, dalle con-
La dicotomia imposta nel 1972 da Kérékou tra forze del notazioni “oscure” che il regime d’ispirazione marxista-
bene e del male, pur essendo ontologicamente estranea al leninista del primo Kérékou9 le aveva attribuito. Si cercò
vodun, ne condizionò i futuri discorsi costringendo i suoi di riabilitarla non tanto assumendone l’ontologica ambi-
esponenti ad assumere, almeno pubblicamente, una po- guità, ma enfatizzandone il nuovo statuto di patrimonio
sizione conforme alle richieste politiche. Come mette in culturale. Almeno a livello politico, il vodun divenne un
luce nel suo contributo Anna Seiderer, la separazione tra simbolo della cultura nazionale, consacrando il Bénin
medicina tradizionale e religione sottendeva la condanna come berceau du vodun. Fu istituito il CNCVB (Commu-
delle credenze religiose in nome di ciò che si riteneva esse- nauté nationale du culte vodun du Bénin) nel tentativo di
re il loro contrario: il sapere della scienza. gestire i culti vodun secondo i principi della nuova demo-
Con l’inizio degli anni ’80 il contraddittorio regime di crazia. Come osserva Banégas (2003, p. 360), l’obiettivo
Kérékou prese ad incoraggiare la riattivazione delle auto- era di radicare il nuovo corso politico nella tradizione e
rità tradizionali, innescando anche un processo di “rein- nella religione riconducendo il vodun a «valori universali
venzione” della cultura locale – storia, danza, musica. di umanesimo e progresso».
Tuttavia, il processo parallelo di una rinascita del vodun, Già nel 1992 vi erano state però alcune voci dissonanti,
ossia di una rivitalizzazione della tradizione religiosa iden- come quella del filosofo beninese Paulin Hountondji, al-
tificata in generale col vodun, e di una patrimonializza- lora ministro della cultura, il quale, contestando la politi-
zione della memoria della tratta legata anche, in quanto ca di valorizzazione della cosiddetta religione tradizionale,
motore storico della sua espansione, all’affermazione del mise in discussione la portata della religione vodun come
vodun quale religione internazionale, assunse una dimen- portavoce dell’insieme della cultura beninese e quale ter-
sione spettacolare soltanto dopo la caduta di Kérékou reno su cui far crescere la solidarietà con la diaspora.10
nel 1990 con l’avviarsi del “rinnovamento democratico” Hountondji ricordava, tra l’altro, come il vodun rischiasse
e l’elezione alla Presidenza della Repubblica – non più di essere reificato, questa volta da parte degli africani stes-
popolare – di Nicéphore Soglo. Soglo fu il vero promo- si e non più dagli studiosi occidentali, in un patrimonio
tore di un processo di “reinvenzione della tradizione” che da conservare e proteggere, collocato in una dimensione
rimise in funzione i titoli e i ruoli della regalità e incenti- spazio-temporale esterna a ogni reale riferimento geogra-
4 vò il ritorno delle religioni “tradizionali”, in particolare fico e storico.
Una terra africana e il suo patrimonio elementi della natura (camaleonti, serpenti, alberi, etc.) con
Indubbiamente in Bénin il processo di patrimonializza- cui il vodun è in più stretto dialogo. Le statue non hanno
zione, pur nelle sue molte contraddizioni, si è dimostrato un legame diretto con i preesistenti luoghi e spazi sacri ma
essere una strada vincente e ha raccolto gli interessi e la sono diventate parte di un percorso turistico dove le guide
partecipazione di buona parte della popolazione: i festi- possono condurre gli stranieri che desiderano “vedere” il
val ufficiali dedicati ai culti vodun sono molto partecipati, vodun. In tal modo le statue, realizzate contestualmente a
vivaci e ormai celebrati in quasi tutte le città meridiona- quelle installate lungo la Route de l’esclave, sono divenute
li, e il tema vodun è presente in diverse espressioni della delle reali icone del vodun, riprodotte e riproducibili.
cultura contemporanea, quali le arti plastiche, la lettera- L’utilizzo delle opere di artisti contemporanei, come
tura e il teatro. Esiste una spinta alla patrimonializzazio- ricorda Juhé-Beaulaton, «risponde meglio ai criteri di
ne, alla valorizzazione del passato, alla costruzione di una patrimonio culturale occidentale basato essenzialmente
memoria condivisa, spinta che, come scrive Anna Sambo sull’architettura monumentale». S’ispira in definitiva a una
nell’articolo qui presentato, parte anche dal basso e per visione che privilegia i segni materiali del patrimonio a
tale motivo appare più viva e reale. Il fotografo Ogunlola, scapito di una visione dei luoghi di memoria quali territori
con il suo archivio di foto storiche, è uno dei molti casi altamente simbolizzati anche se al loro interno difettano
presenti nel paese che mostrano come i singoli attori so- le marche monumentali. Una foresta sacra, ove gli unici
ciali si siano appropriati dell’idea di patrimonializzazione monumenti siano proprio gli alberi o gli enormi termitai,
culturale. Indubbiamente, in ogni processo che implichi considerati localmente la naturale dimora di alcuni vodun,
una costruzione d’identità, memoria e tradizione vi sono resta un patrimonio di più difficile condivisione; a maggior
anche dinamiche conflittuali, zone d’ombra, dato che, in ragione un altare vodun, nella sua materialità eccessiva e
generale, «qualsiasi realizzazione culturale, qualunque “disordinata”. Da qui la necessità di museificare alcuni
forma d’identità implicano una rinuncia (almeno parziale luoghi di culto o storici, di arricchirli con opere d’arte
e temporanea) alla molteplicità, un’accettazione (entusia- contemporanea e di organizzare cerimonie ufficiali da
stica, forzata o dissimulata) della particolarità» (Remotti tenersi in spazi adeguati e a ciò espressamente destinati.
1996, p. 19). E dato che, se parliamo del Bénin, le differen- Con questo non si vuole certo negare l’importanza storica
ti e contrastanti percezioni della storia della schiavitù, oltre e precoloniale degli spazi monumentali. Nell’antico regno
a combinarsi con le retoriche patrimoniali internazionali, del Dahomey la centralità del potere era sancita proprio
si confrontano con la complessità delle poste in gioco. Se dal palazzo reale che simbolizzava e incarnava il potere del
infatti con l’annuale festa nazionale dei culti vodun – ce- re. Si trattava di uno spazio al contempo sacro e flessibile
lebrazione istituita nel 1997 che si svolge, da allora, il 10 in quanto, riproducendo l’autorità politica, era soggetto
gennaio di ogni anno – il Bénin si candida al ruolo di terra alle sue fluttuazioni. Ancora oggi, in Bénin «lo spazio non
d’elezione per l’incontro fra gli Africani e la diaspora, da è concettualizzato in funzione di modelli rigidi» (Sinou e
un lato i suoi intellettuali sono piuttosto latitanti quanto Oloudé 1988, p. 159) che possano sottintendere una logica
al dibattito sui risarcimenti da attribuire alle vittime della della conservazione, ma cambia nel tempo secondo il mutare
tratta negriera, dall’altro le appropriazioni del passato ne- di logiche, usi e pratiche. Interessante a questo riguardo è
griero da parte dei dignitari del culto locali e da parte dei l’articolo di Laurick Zerbini in quanto illustra lo sforzo e
visitatori afro-americani non sono le stesse (Ciarcia 2008). l’intuizione della missione cattolica la quale, dai suoi esordi
Un rischio considerevole delle operazioni di messa in va- nel paese, cercò di fare un uso politico e identitario del
lore del patrimonio culturale nel caso specifico della “tra- monumento sacro al fine di favorire l’evangelizzazione.
dizione” vodun beninese è inoltre quello, esaminato nello L’importanza data al patrimonio in Bénin è testimoniata
scritto di Anna Seiderer, di passare dagli oggetti, e dalle anche dall’istituzione da parte dell’UNESCO nel 1998 a
pratiche religiose, alla loro rappresentazione, dalle rap- Porto-Novo dell’École du patrimoine Africain (EPA) –
presentazioni alla costruzione d’icone stilizzate (le statue scuola nata in seguito a una convenzione tra l’ICCROM
presenti a Ouidah lungo la Route de l’esclave ne sono un (Centre international d’études pour la conservation et la
caso emblematico) e quindi di dimenticare il processo che restauration des biens culturels) e l’Université Nationale
ha portato al risultato ultimo. Dietro a questo percorso vi du Bénin con lo scopo, tra l’altro, di aiutare la diffusione
è una forte intenzione politica che, come spesso accade nei della memoria della schiavitù e di preservare il patrimo-
fenomeni di patrimonializzazione, occulta tutti i processi nio materiale e immateriale. L’EPA ha dedicato un settore
di costruzione e invenzione creando degli ibridi ma pre- delle sue attività di ricerca proprio alla catalogazione del
sentandoli come se fossero espressione “naturale” della ricco patrimonio architettonico di Porto-Novo, e ciò an-
cultura o della tradizione. che al fine dello sviluppo di un turismo culturale. A partire
L’articolo di Dominique Juhé-Beaulaton mostra, seguen- dagli inizi degli anni ’90 pure la città di Ouidah è stata in-
do un simile approccio critico, come il processo di patri- teressata da più progetti nazionali e internazionali, miranti
monializzazione abbia alienato il vodun dal suo rapporto allo sviluppo di un turismo dell’heritage, come illustrano
diretto e non mediato con la natura. Il caso della foresta Gaultier-Kurhan e Dossou nel loro contributo. L’interven-
sacra di Kpassé a Ouidah è sotto questo aspetto esemplare. to che più ha segnato la città è stata la già citata Route de
L’antica foresta sacra, un tempo aperta esclusivamente agli l’esclave, un progetto di valorizzazione della strada che gli
iniziati, è diventata, dopo la sua risistemazione turistica e schiavi si presume fossero costretti a percorrere per rag-
cultuale avviata nel 1993, un ibrido all’interno del quale gli giungere la spiaggia, dove ormeggiavano le navi negriere.
elementi naturali, che erano i vodun stessi (ad esempio al- Va comunque ricordato che la Route è stata stigmatizzata
cuni alberi), sono stati rinchiusi in aiuole e affiancati da sta- da alcuni autori (tra cui Araujo 2005) come un’operazione
tue (la maggior parte realizzate da Cyprien Tokoudagba) di fiction, sia perché in passato altri e molteplici erano i 5
che sono la rappresentazione dei principali vodun e degli percorsi seguiti per raggiungere il mare, sia perché i monu- AeM 67 luglio 09
menti installati lungo il suo tragitto non necessariamente titarie, condivide in più casi l’enfasi governativa sui valori
coincidono con un luogo o un evento di una qualche rile- della tradizione e del sapere endogeno. Alcuni degli au-
vanza ma mirano piuttosto a creare un senso di continuità tori da noi invitati a collaborare a questo dossier mettono
e ad accompagnare i visitatori fino alla spiaggia. Le scultu- proprio in luce come, da un lato, l’arte contemporanea in
re realizzate da Cyprien Tokoudagba raffigurano divinità, Benin venga spesso incorporata negli spazi della memoria
re e guerrieri correlati alla storia della regione e del regno e nei luoghi d’interesse storico (si vedano, ad esempio i
del Dahomey, piuttosto che evocare il commercio di schia- Palazzi Reali di Abomey e Porto-Novo) e come, dall’altro,
vi. La valorizzazione di Ouidah ha comunque assecondato, il confronto con la tradizione vodun continui a permeare la
come ricorda Robin Law, «il forte senso della storia» (Law produzione di oggi.
2008, p. 12) della sua comunità, senso costruito soprattutto Negli ultimi vent’anni, anche grazie allo spazio offerto dal
da chi partecipò al commercio di schiavi come mercante.11 Centre culturel français, le possibilità degli artisti beninesi
Sulla spiaggia, nel 1995, è stata innalzata la Porte du non di uscire dai confini del paese sono decisamente aumen-
retour, a cui si è in seguito dapprima affiancato un impo- tate. I temi di cui gli artisti si sono appropriati sono par-
nente monumento commissionato dalla chiesa cattolica te di un repertorio che spazia dal patrimonio culturale e
per commemorare il giubileo del 2000 e infine, nel 2003, la religioso, alla memoria della tratta atlantica e al dramma
Porte du retour (con un suo museo della diaspora), eretta della schiavitù nelle sue molteplici forme, fino a contenu-
quest’ultima dall’ONG ProMeTra (Promotion de la méde- ti di maggiore attualità internazionale o d’interesse locale.
cine traditionnelle). Con base in una decina di paesi, fra L’adozione di forme espressive che evochino la tradizione
cui gli Stati Uniti, ProMeTra è impegnata in un’impresa di è uno strumento attraverso cui rivendicare la propria iden-
valorizzazione commerciale della memoria della tratta ri- tità e cultura e risponde al contempo a un sentire comune
volta ai visitatori di origine afro-americana. Toni Pressley- alla società civile, come pure alle richieste occidentali «di
Sanon dedica il suo contributo al dossier proprio a questo un’arte locale, incontaminata e perciò “tipicamente” afri-
luogo carico di fascino, dove si sono concentrate retoriche cana» (Cafuri 2005, p. 39). Spesso infatti gli artisti nei loro
e politiche spesso in contrasto tra di loro. lavori attivano lo stesso gioco di contraddizioni insito nelle
Molteplici del resto sono gli spazi dedicati nel paese alla politiche della patrimonializzazione in atto. La loro è una
memoria della schiavitù, sempre sul filo di una difficile e posizione di confine, a partire dalla quale usare la tradizio-
ambigua consapevolezza storica. Tra questi, sicuramente ne, e quindi il vodun, come linguaggio, come rappresenta-
degno di nota è il Musée da Silva des arts et de la culture zione o icona, come strumento politico e come esperienza
créole, un museo privato che sorge a Porto-Novo. Come fa esistenziale.
presente Ana Lucia Araujo nel suo contributo, la schiavi- L’adozione di un discorso di rivendicazione identitaria pro-
tù in Bénin è un’eredità molto difficile da gestire per chi è dotta attraverso il ricorso al sapere ancestrale ed endogeno
discendente di schiavo, assai più facile per chi appartiene non è evidentemente priva di contraddizioni. Un rischio
invece a una famiglia di antichi mercanti. È del resto ovvio è quello evidenziato dalla celebre esposizione Magiciens
che la discendenza da una famiglia di schiavi appaia più so- de la terre tenutasi al Centre Georges Pompidou di Parigi
stenibile quando la situazione sociale ed economica sia tale nel 1989. Mostra accusata da più parti di aver contribuito
da consentire uno sguardo distante e disincantato. Da Silva, all’esotizzazione dell’artista africano contemporaneo pre-
ricco imprenditore beninese, ha realizzato un museo che sentato come “mago” e pertanto come figura ancora intrisa
vuole evocare la memoria della schiavitù ma che rivela la di saperi mistici e religiosi. In altre parole considerato un
forza politica e culturale di una posizione economicamente ingenuo e originale interprete della sua cultura che, non
egemone; il museo in realtà è diventato un museo celebra- necessariamente consapevole delle sue qualità d’artista,
tivo della sua persona e della sua famiglia afro-brasiliana viene scoperto dal collezionista ed esperto occidentale. In
(sulla cultura afro-brasiliana si veda anche il contributo di tal modo l’artista diviene il nuovo sacerdote, il saggio, co-
Cossi Zéphirin Daavo).12 lui che può conoscere e trasmettere i saperi tradizionali,
In tal modo egli è riuscito a rielaborare la sua identità di di- saperi a cui la cultura occidentale sembra ancora anelare.
scendente di schiavo, fino a trasfigurarne le caratteristiche, Nei discorsi prodotti attorno all’arte africana si percepisce
trasformando lo schiavo da vittima a ribelle ed eroe. l’adesione a una dicotomia tra realtà e finzione, tra l’idea
A Ouidah si può visitare anche la casa - situata tra l’altro che l’artista o sia pienamente parte della sua cultura “tra-
proprio all’inizio della Route de l’esclave e dive nuta museo dizionale”, oppure che la usi e la reinterpreti secondo le
privato – del leggendario mercante di schiavi Dom Franci- esigenze del mercato e appartenga quindi al regno conta-
sco Felix de Souza, alias Chacha (il doppiamente sradicato minato della “finzione”. Tale dicotomia viene spesso, alme-
viceré di Ouidah di Bruce Chatwin e l’allucinato protago- no in Bénin, riprodotta dagli artisti stessi, i quali devono
nista del Cobra Verde di Herzog, film tratto dal libro). Gli rispondere, ad esempio, del fatto di essere o di non essere
eredi hanno incorporato senza apparente difficoltà i discor- iniziati al vodun. La loro arte è magica, vale a dire è vera
si dell’UNESCO al fine di promuovere la memoria della espressione di un sapere esoterico, oppure ne utilizza sem-
loro stessa famiglia e catturare i turisti provenienti da oltre plicemente il linguaggio? Si tratta di un’opera intrisa di re-
Atlantico, non mostrandosi per nulla a disagio rispetto alla ligione o semplicemente politica, artistica o commerciale?
loro pesante eredità di mercanti di schiavi (Araujo 2005). Questa alternativa dicotomizzante rivela la sua inconsi-
stenza da differenti punti di vista. Come ricorda Didier
Dream Houénoudé nel suo contributo, l’artista è parte di un
L’arte contemporanea è il terzo ambito tematico affronta- universo cognitivo che implica una concezione dell’indi-
to dagli articoli qui presentati. Il tema è pertinente poiché viduo, una riflessione metafisica, un’idea del rapporto tra
l’arte contemporanea, in sintonia con il cammino intrapre- il mondo visibile e invisibile condizionati dal suo ambiente
6 so dal paese negli ultimi anni in materia di politiche iden- culturale. Si tratta di un mondo dove, nel caso del Bénin
meridionale, il vodun è un protagonista importante, un fat- ogni società è il frutto «di entità già mescolate, che rinviano
tore che continua a permeare la società, al di là delle politi- all’infinito l’idea di una purezza originaria» (Amselle 2001,
che di normalizzazione in atto. Come scrive Houenoude a p. 21), l’importante è evidenziare i processi d’incessante
proposito dell’uso, da parte dell’artista beninese Romuald costruzione delle forme ibride e non cercare di occultarne
Hazoumé, del simbolismo dei segni divinatori di fa – la la genesi, cancellarne la memoria o interpretarli solo come
complessa scienza divinatoria di origine yoruba diffusa in risultati della recente “globalizzazione”.
tutta la regione costiera, dalla Nigeria al Ghana – la scel- Un punto critico dell’arte contemporanea africana (soprat-
ta di questa espressione religiosa non è casuale. Secondo tutto delle arti figurative) è piuttosto costituito dal merca-
Houenoude, fa consente all’artista di articolare questioni to dell’arte, ancora prevalentemente in mano occidentale.
più vicine all’idea di “tradizione” con temi di interesse Come ricorda Ivan Bargna, gli incessanti spostamenti degli
universale. Fa è infatti un percorso di apprendimento che artisti non sono liberi ma «vincolati dalla committenza e
aiuta l’uomo a rispondere a domande di tipo esistenziale; dai “nodi” del sistema dell’arte» (2008, p. 51). Il problema
è un processo di crescita e di integrazione che, partendo riguarda quindi gli artisti stessi e le loro continue nego-
dall’analisi del proprio percorso di vita, ha portato l’ar- ziazioni tra un’identità africana e un’identità dislocata e
tista a interrogarsi su questioni che interessano il futuro cosmopolita, tra le richieste del mercato internazionale e la
dell’Africa e l’avvenire del mondo. Roberta Cafuri (2005, loro libertà espressiva (Amselle 2005).
pp. 88-89) mostra come Hazoumé, privilegiando Fa, abbia A Cotonou nel 2005 è stata inaugurata la Fondation Zin-
scelto di confrontarsi con una cultura “fatta di prestiti”. sou, una fondazione privata che si prefigge di promuovere
Tale cultura, prodotto degli incontri, delle assimilazioni tra e diffondere, soprattutto tra i più giovani, l’arte africana.
elementi appartenenti a differenti epoche e aree culturali, L’obiettivo è stato proprio quello di far conoscere l’arte
è in definitiva uno specchio del percorso dell’artista africa- “africana” agli africani e di diffondere una cultura dell’“ar-
no, in viaggio tra presente e passato e tra le molte frontiere te” in Africa, creando le basi per una futura e auspicata
culturali del mondo contemporaneo. emancipazione dal mercato occidentale. La Fondation
L’opposizione tra realtà e finzione rimanda ancora una vol- dalla sua inaugurazione ha già ospitato più mostre, tra le
ta a quella tra l’idea di un patrimonio originale, di un’“au- quali una personale dedicata a Romuald Hazoumé e una Dream di
tenticità” africana da una parte e un mondo costruito, in- a Malick Sidibé, una mostra dedicata al centenario della Romuald
ventato o contaminato dall’altra, e quindi in ultima analisi morte del re Béhanzin (in collaborazione con il Musée du Hazoumé a
Documenta
alla dicotomia tradizione e modernità. Si tratta di barriere quai Branly di Parigi) e una mostra di foto di altari e sacer-
XII, 2007.
che non ha senso erigere, sia che ci si approcci all’arte con- doti vodun. La Fondation, mettendo a disposizione uno Foto di
temporanea, al patrimonio culturale, alle religioni, sia alla spazio espositivo unico in Africa Occidentale e consen- Romuald
società nel suo complesso. Dando alfine per scontato che tendo l’ingresso gratuito al pubblico, sta indubbiamente Hazoumé

7
AeM 67 luglio 09
Wuthrich: «la principale caratteristica comune ai differen-
ti discorsi degli artisti beninesi si trova nell’idea di arte
come linguaggio o come repertorio di azioni politiche».
Infatti il discorso sociale, spesso militante ed ideologico,
che gli artisti esprimono nelle loro opere o che esplicitano
nei discorsi che le affiancano, è un elemento costante nelle
produzioni artistiche.
La mostra Bénin 2059 ritraeva, da una parte, una città
asfissiata dall’inquinamento e dalla sovrappopolazione
e, dall’altra, una campagna abbandonata, sterile, non più
in grado di sfamare gli africani. L’ambiente in Africa non
è ancora diventato parte delle politiche di tutela e molto
spesso i progetti che mirano allo sviluppo turistico sono
totalmente insensibili alle sue problematiche. È esempio
di ciò il progetto Route de pêches13 – nome dato alla strada
costiera sterrata che collega Cotonou a Ouidah – che pre-
vede la costruzione di un complesso alberghiero di lusso.
Questo progetto – alcuni cartelloni raffiguranti il plastico
sono già dallo scorso anno esposti a Ouidah – prevede
la costruzione di molte infrastrutture e la pavimentazione
della strada a ridosso della spiaggia. Si tratta di un luo-
go di estremo valore sociale e ambientale, e anche di un
territorio già da anni soggetto a un processo d’incessante
erosione, situazione che l’operazione non potrebbe che
drammaticamente peggiorare.
Nei trenta chilometri di costa interessati dal progetto rien-
trano diversi villaggi di pescatori e molti altari e conventi
dedicati ai vodun che vivono nel mare. Come il caso della
foresta sacra di Kpassé illustra, la reificazione del vodun,
il suo scollamento dalla natura, attraverso una fittizia op-
posizione tra natura e cultura, e quindi la sua patrimo-
nializzazione, possono implicare anche la perdita di una
precedente differente sensibilità verso l’ambiente.
A tal riguardo è emblematica l’opera di Romuald Hazou-
mé Dream esposta a Documenta XII nel 2007 e vincitrice
del premio Arnold Bode. L’opera è costituita da una pi-
roga di dimensioni reali rivestita di bidoni della benzina.
Tagliati e adattati dall’artista, i bidoni diventano volti-
maschere di uomini, di africani, di migranti, di schiavi di
La foresta collaborando alla diffusione dell’arte contemporanea e del ieri e di oggi. Sullo sfondo della piroga vi è la foto di una
sacra di suo linguaggio tra la popolazione beninese. spiaggia idilliaca, simbolo della natura incontaminata cui
Kpasse,
La mostra Benin 2059 (conclusasi nel gennaio del 2009), i turisti stranieri aspirano, foto scattata proprio sul me-
Ouidah, 10
gennaio recensita da Giulia Marchi in queste pagine, ha presenta- desimo litorale beninese. Una terra che gli africani sono
2006. to una collettiva di soli artisti beninesi. L’idea ispiratrice spesso forzati ad abbandonare, scappando verso un altro-
Foto di della mostra era rispondere alla domanda: quale sarà il ve, presumibilmente migliore, ma più realisticamente as-
Alessandra futuro della nostra città tra cinquant’anni? L’obiettivo similabile nel loro caso a scenari di povertà e nuove forme
Brivio
era quello di stimolare lo sguardo sociale e politico degli di schiavitù. Ai piedi della piroga l’artista aveva collocato
artisti. Sono emerse alcune problematiche tipiche dell’im- la scritta: «Damned if they leave and damned if they stay:
pegno sociale: la corruzione politica, la necessità di un better, at least, to have gone, and be damned in the boat
cambiamento sociale, l’inquinamento, la sovrappopola- of their dreams» a ricordare la claustrofobica condizione
zione delle città ecc. dei poveri della terra.
Come è stato già sottolineato nel precedente dossier (Afri-
ca e Mediterraneo, n. 65-66. p. 7), gli artisti africani pro- Giovanna Parodi da Passano è docente presso l’Universi-
pongono un’arte molto politica. La parola e il messaggio tà di Genova di “Etnologia e Antropologia del Turismo”
politico e sociale sono parte del linguaggio artistico di nel corso di laurea triennale in “Scienze geografiche per il
molti artisti africani, che fanno della loro arte uno stru- territorio, il turismo ed il paesaggio culturale”, e di “Cul-
mento d’impegno e militanza politica. Gli artisti costretti a ture ed estetica dell’Africa” nel corso di laurea magistrale
vivere in prima persona i contrasti di un mondo che si dice in “Antropologia culturale ed Etnologia”. Africanista di
globalizzato, abituati a negoziare tra impulsi e stimoli che formazione, attualmente si occupa dei culti legati ad as-
sembrano muoversi in direzioni opposte e a viaggiare tra sociazioni di maschere e di estetica della rappresentazione
queste contraddizioni, producono un’arte impegnata che, nello spazio culturale yoruba sudoccidentale; della muse-
grazie alla forza del linguaggio artistico, può offrire inter- alizzazione di oggetti e memorie inerenti ai culti afro-cu-
8 pretazioni dense e alternative sull’Africa. Scrive Clotilde bani a Cuba (ha in corso una collaborazione con il Museo
Municipale di Guanabacoa, l’Avana); di street art, moda e ai danni dei popoli confinanti, politica incarnata nella figura del so-
design in Africa vrano. Il successo del potentato del Dahomey fu dovuto soprattutto
al suo coinvolgimento nei commerci della tratta atlantica, ma anche
Alessandra Brivio si è dottorata in antropologia presso a una strategia di apertura culturale verso l’“altro”, strategia rispon-
l’Università di Milano Bicocca, sotto la direzione di Alice dente tuttavia a una logica di incorporazione fortemente gerarchica.
Bellagamba. Svolge ricerca in Togo, Bénin e Ghana su temi 2 - Negli articoli sono state usate anche altre traslitterazioni, frutto di
correlati alla religione “tradizionale”. Tra il 2002 e il 2004 una letteratura che non si è mai uniformata in una comune trascri-
ha collaborato all’ideazione e messa in opera dell’esposi- zione del termine.
zione Euhé-Ouachi: un’estetica del disordine con G. Parodi 3 - Vodun è termine che indica sia la religione, praticata nelle aree
da Passano e il CSAA di Milano costiere di Bénin, Togo e Ghana orientale, sia le entità spirituali
che la compongono. Si tratta, come noto, di una religione politeista
Bibliografia e “aperta”, e come tale sfugge a facili classificazioni e restituzioni
J.L. Amselle, Connessioni. Antropologia dell’universalità testuali. Di fatto è fluida, dinamica; una religione in continua tra-
delle culture, Bollati Boringhieri, Torino 2001; ed. or. Bran- sformazione e incessante movimento, che ha saputo dialogare con
chements. Antropologie de l’universalité des cultures, Flam- le molte istanze politiche e religiose che si sono susseguite nell’area
marion, Paris 2001 costiera del Golfo di Guinea.
J.L. Amselle, L’arte africana contemporanea, Bollati Borin- 4 - Gli anni che vanno dal 1960, data dell’indipendenza, fino al 1972,
ghieri, Torino 2007; ed. or. L’art de la friche. Essai sur l’art data del colpo di stato di Kérékou, hanno visto alternarsi alla guida
africain contemporain, Flammarion, Paris 2005 del Paese 10 presidenti.
A. Araujo, Political Uses of Slavery in the Republic of Bénin, 5 - Ehuzu, 26 dicembre 1975, p. 6.
in http://www.history.ac.uk/ihr/Focus/Slavery/articles/ 6 - Gnanvi, Adapter le culte Hebiosso aux lois de la societé, in «La
araujo.html Nation», 5 febbraio 1992.
N. Bako-Arifari, La mémoire de la traite négrière dans le 7 - Vieyra, Symposium national à Ouidah sur le culte vodoun. Retrou-
débat politique au Bénin dans les années 1990, in «Journal ver le mode de redynamisation du culte vodoun, in «La Nation» , 29
des Africanistes» , vol. 70, n. 1-2, 2000, pp. 221-231 maggio 1991.
R. Banégas, La démocratie à pas de caméléon: transition et 8 - Ouidah 92 ha avuto luogo dall’8 al 18 febbraio 1993.
imaginaires au Bénin, Karthala, Paris 2003 9 - Kérékou è stato nuovamente eletto, questa volta democratica-
I. Bargna, Banjoun Station dove sta?, in «Africa e Mediter- mente, nel 1996 e ha terminato il suo secondo mandato nel 2006.
raneo», n. 62, Lai-momo, Bologna 2007, pp. 50-54 10 - Hountondji, Non, les cultures du Bénin ne sont pas des cultures
E. Bay, Wives of the Leopard: Gender, Politics and Culture du vaudou, in «La Nation», 27 novembre 1992.
in the Kingdom of Dahomey, University of Virginia Press, 11 - Come evidenzia Robin Law: «In contrast to what has been sug-
Charlottesville 1998 gested for Ghana, in Ouidah the role of African agency in the ope-
R. Cafuri, L’arte della migrazione. Memorie africane tra dia- ration of the trade is explicitly avowed. (…) The leading families of
spora, arte e musei, Trauben, Torino 2005 contemporary Ouidah are, for the most part, descended from ance-
G. Ciarcia, Restaurer le futur. Sur la Route de l’esclave a stors who were prominent slave-traders in the late eighteenth and
Ouidah (Bénin), in «Cahiers d’Etudes Africaines», XLVIII early nineteenth centuries» (Law 2009, p. 13).
(4), 2008, pp. 687-705 12 - Il legame tra Brasile e Bénin è storicamente importante, basti-
J. Clifford, Strade. Viaggio e traduzione alla fine del XX se- pensare che circa il 60% degli schiavi esportati dalla regione di Oui-
colo, Bollati Boringhieri, Torino 1999; ed. or. Routes. Tra- dah (si stima circa un milione di persone) furono inviati in Brasile,
vel and Translation in the Late Twentieth Century, Harvard soprattutto nella provincia di Bahia (Law 2009, p. 12).
University Press, Cambridge (Mass.)-London 1997 13 - Si veda: http://www.laroutedespeches.bj.
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Belief, American Anthropological Association, Wisconsin
1933
R. Law, Commemoration of the Atlantic Slave Trade in Oui-
dah, in «Gradhiva, Dossier Mémoire de l’esclavage au Bé-
nin», n. 8, 2008, pp. 11-27
B. Maupoil, La Géomancie à l’ancienne Côte des Esclaves,
in «Travaux et Mémoires de l’Institut d’Ethnologie», XLII,
Université de Paris, 1943
F. Remotti, Contro l’identità, Laterza, Bari 1996
T his issue of Africa e Mediterraneo leads on from
the last issue, as it continues to examine topics
relating to tourism and heritage, but this time with
R. Shaw, The Invention of African Traditional Religion, in an exclusive focus on the country of Bénin. Bénin
«Religion», n. 20, 1990, pp. 339-353 is a useful country to study as it has recently been
A. Sinou, B. Oloudé, Porto-Novo. Ville d’Afrique noire, Pa- engaged in the process of reconstructing and increa-
renthèses - Orstom/P.U.B., 1988 sing the value of its cultural heritage. As part of this
process it aims to emphasise its own cultural history,
Note defining itself as the “cradle” of the voodoo religion,
1 - Il regno, con capitale Abomey, iniziò a esercitare il proprio potere as well as focusing on the memory of slavery.
nella regione a partire dal XVII sec. riuscendo a mantenersi egemo-
ne nell’area fino al XIX sec. quando il re Behanzin fu sconfitto, cattu-
rato e deportato dall’esercito coloniale francese. Il regno di Abomey,
miscelando strategicamente potere religioso e temporale, condusse 9
una politica di centralizzazione, conquista ed espansione continua AeM 67 luglio 09

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