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Della dignità dell’uomo, oggi, si parla poco: la si tratta come un attributo scontato, assodato e sul quale, quindi, è superfluo soffermarsi; oppure la si considera un accidente, che può essere fortemente legato all’essenza dell’uomo, ma che, non di meno, può essere perso e oscurato.

Viviamo in quella che la filosofia, ma ormai anche il senso comune, chiamano “età postmoderna”. Un’epoca di disincanto, nella quale la ragione illuministica ha raggiunto un proprio limite speculativo; e, anzi, ha superato questo limite, tramutandosi in una mera specie di quanto il pensiero antico e medievale chiamavano logos o ratio: la ragione, oggi, non è più regola dell’universo, non è più la norma qualitativa che guida il movimento dei pianeti, il susseguirsi delle stagioni, che detta ordine agli enti naturali, e tra essi all’uomo; la ragione, insomma, oggi non è più una dimensione oggettiva che l’uomo teso alla vita virtuosa e felice debba contemplare e a cui debba omologarsi. La ragione oggi è solo una dimensione soggettiva: di meno, essa è una facoltà soggettiva. E, ancora meno, una facoltà il cui compito conoscitivo è ipotrofizzato, a beneficio di una crescita smisurata e quasi esclusiva del lato strumentale della ragione: la ragione è ridotta a semplice mezzo fra i mezzi; un mezzo la cui sola specificità consiste nell’operare scelte efficaci, nel vaglio degli strumenti e dei modi più efficienti nel perseguimento di fini che essa però non è più chiamata a stabilire.

Si tratta, si può dire, di una deriva cui si è giunti attraverso un percorso fatto di colpi di autonomia, ma che invero ha condotto a una realtà di profondo soggiogamento e di apparentemente inevadibile eteronomia: con l’epoca moderna e ancor di più nel secolo dei Lumi, il tentativo operato dal pensiero occidentale di affrancarsi da magia, superstizione, da miti e da religioni, era tutto teso all’affermazione dell’indipendenza dell’uomo, un essere capace di conoscenza teoretica e di deliberazione pratica autonome. Liberandosi dal fondo dogmatico del mito e della religione, disfandosi della spiegazione mimetica della magia, l’uomo sognava un’affermazione compiuta e completa della propria dignità, ergendosi a giudice in grado di interrogare la natura con gli strumenti della scienza e capace di stabilire una norma d’azione per sé e per la comunità in cui si trovava. L’essere umano, che prima era un ente fra gli enti, sebbene un ente che era insieme soggetto, l’essere umano che prima era parte di un Tutto cosmico alla cui norma doveva omologarsi, in epoca moderna si erge a parte che a quel Tutto naturale può dettare legge. E se in prima battuta questa inversione d’ordine avveniva seguendo consapevolmente il dettame divino, contenuto nel passo del Genesi in cui Dio ordina all’uomo di soggiogare la terra, tale riferimento teologico viene via via dimenticato, nascosto sotto una sorta di delirio di onnipotenza della scienza e della tecnica che pretendono di bastare a se stesse e di non dipendere da alcun’altra voce a esse esterna. Se l’obiettivo era quello – nobile di affermare la libertà e l’autonomia dell’uomo, l’esito cui lo Spirito oggettivo è pervenuto non coincide con le ambizioni originarie. L’ipertrofia di scienza e tecnica, infatti, ha informato un contesto sociale caratterizzato dalla primaria rilevanza acquisita da fenomeni umani i quali, però, dimenticano, reificano e calpestano l’umano: l’esempio più lampante e più presente di ciò può essere individuato nell’economia finanziaria che, seguendo un’esattezza del tutto scientifica e sviluppandosi in maniera tecnicamente efficace, si impone come Super-ente umano perché è un fenomeno umano – che però al contempo calpesta l’uomo concreto, l’individuo così come le comunità. L’essere umano, che con la scienza e la tecnica sognava di praticare la mossa prometeica, sfidando il cielo, si ritrova a fare i conti con la violenza reificante di

fenomeni che lo stesso uomo ha stabilito, ma sui quali non ha più alcun potere: chi potrebbe dire alla finanza di fermarsi, di moderare le proprie pretese, di farsi come si dice più umana, di guardare agli esiti nefasti che l’economia contemporanea sta avendo sulla parte povera del mondo e sull’ambiente stesso? L’economia finanziaria ha i propri scopi, che ormai divergono da quelli degli uomini in carne e ossa; scopi che, anzi, dispongono degli individui in carne e ossa, trasformando

l’umano in un funzionario chiamato a esprimere efficienza in una macchina di cui ha perso il controllo. Una macchina che, è intuibile, lo investe ogni giorno, rendendo oggetto chi non dovrebbe essere oggetto, e che, nelle intenzioni del pensiero moderno e illuminista, agli oggetti doveva dare significato. Esempio collaterale del modo in cui l’economia finanziaria spadroneggia nella società umana

lo si ha se si pensa al ruolo che la politica ha o sarebbe meglio dire: non ha oggi: la politica,

come luogo decisionale principale e supremo, è oggi una voce a cui la finanza non deve più nemmeno chiedere il permesso; una voce a cui nessuno chiede più niente, ridotta com’è a praticare

un semplice vaglio di quanto la finanza internazionale ha già deliberato per lei. E, in più, la politica,

ovvero il luogo in cui i cittadini dovrebbero regolarsi per una pacifica convivenza, oggi tende a svolgere tutt’altra funzione: per assentire a quanto la finanzia da fuori le impone, si fa connivente nella dinamica di oggettivazione degli individui concreti. Per dirla in termini più piani, per salvar il bilancio e “imbellettarsi” agli occhi dell’apparato finanziario, i governi dei Paesi sono pronti a

sacrificare gli individui che in quei Paesi vivono. E, con l’economia finanziaria, si potrebbero fare anche molti altri esempi, a partire dalla medicina, che all’insegna della più efficiente esattezza, reifica il paziente riducendolo a semplice meccanismo anatomico: dietro a quanto tutti noi desideriamo, cioè dietro all’efficacia delle cure, si nasconde una prospettiva riduzionista, consistente nel trattare il corpo umano come un qualcosa di non umano. E così anche la psicologia, che guarda in modo meccanicistico e quasi deterministico ai fenomeni mentali ed emotivi; fenomeni che così può spiegare, ma non comprendere.

Una deriva, quella della ragione decaduta a semplice ragione strumentale, che è intuibile – trascina anche l’uomo nella sua completezza. Si è quindi tentati di dire che l’uomo, entro queste dinamiche storiche che lo abbassano a semplice oggetto, a ente fra gli enti, perde la propria dignità. Il compito di affermare l’ineliminabilità della dignità umana, oggi, è affidato per lo più a momenti

di speculazione filosofica o di espressione religiosa che, però, le dinamiche reificanti hanno già

provveduto a dichiarare inutili e parassitarie: nello specifico, la riflessione filosofica è considerata

una perdita di tempo, un lusso che, soprattutto in tempi di crisi, è delittuoso permettersi. A maggior ragione se la filosofia intende occuparsi di morale, ovvero di quanto il pensiero nietzscheano ha già smascherato come una superfetazione, come una dimensione che l’uomo ha artatamente istituito per far fronte alla propria debolezza nei confronti degli altri esseri naturali e che i deboli hanno sostenuto per non soccombere alla potenza dei più forti.

Ma, come si è detto all’inizio, nonostante il linguaggio comune lo dica, l’uomo non può perdere la propria dignità. Nemmeno in contesti storici come quello odierno, in cui l’uomo è costretto entro un ruolo alienante, l’uomo perde la propria dignità, il proprio essere fine in sé, il proprio dirsi fine in sé. E, se è vero che lo scenario alienante e reificante in cui viviamo è dovuto a una certa maturazione della ragione in senso strumentale, è anche vero che la soluzione a questa crisi dell’umano non sarà rintracciabile in un regresso a un livello prerazionale o irrazionale. Ciò

che si rende invece necessario è un ripensamento radicale e critico della ragione, intesa non più solo in senso strumentale, ma come vera e propria dimensione espressa dall’umano con il linguaggio. In questo studio, si ricerca il modo in cui ancora oggi la dignità dell’uomo può essere riconosciuta e affermata. Si tratta di un lavoro che procede per tentativi, per fallimenti e parziali successi, ponendosi prima di tutto alla ricerca dell’uomo nella sua completezza e interalità: l’uomo, dunque, come anche essere vivente, ma non solo; come parte di comunità sociali e politiche, ma non solo; come essere mosso da desideri e da credenze, ma non solo. Insomma, l’uomo come essere in cui tutte queste dimensioni coabitano in modo mai esclusivo, ma sempre organico e strutturale. L’uomo, infine, come capace di un rapporto problematico con la realtà, di cui conosce sempre i singoli aspetti, ma il cui orizzonte interale sa anticipare e pensare. In questo complesso che è l’uomo, la dignità di cui si tenta di dare centratura è nel fulcro di un circolo virtuoso mosso da un lato dalla finitezza sia in senso intensivo che in senso estensivo – che l’uomo impara a riconoscersi attraverso il senso di angoscia che quotidianamente vive: è quella che nel libro viene chiamata “uguaglianza negativa”; un circolo virtuoso mosso, dall’altro lato, dalle tracce linguistiche che di sé l’uomo lascia, come rimedi alla finitezza che è: come farmaci che, nel mentre lo segnalano in vita e lo fanno ricordare dopo la morte, sono sempre aperti al fraintendimento, sono sempre perfettibili e ricalibrabili. Un circolo virtuoso, infine, che si completa nella riflessione intorno alla natura del linguaggio umano, che, anche nelle sue espressioni truffaldine e strategiche, è teso alla ricerca di una resistenza veritativa del soggetto nel tempo: è quella che nel libro viene detta “uguaglianza positiva”, ovvero non un’uguaglianza che l’uomo subisce come nel caso del riscoprirsi tutti ugualmente finiti – ma di cui l’uomo partecipa attivamente, dicendosi degno di rispetto, essere con una dignità.