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APPUNTI SULLA STRUTTURA DELLE PAURE

di

Edoardo Limone

(Copyright 2009 – Tutti i diritti sono riservati)


Una prima definizione di paura può essere recuperata dal dizionario che,
generalmente, identifica la paura come: un forte turbamento dell’animo per un
pericolo presente o futuro, reale o immaginario. La paura è quindi qualcosa che
viene prodotta a livello chimico, attraverso un rilascio di ormoni ma,
psicologicamente parlando, ha lo scopo di metterci in guardia su un possibile
problema.

Indipendentemente dal fatto che la paura sia “nota” a chi la vive, essa svolge
quindi la funzione di “campanello di allarme”. Per svolgere tale funzione
l’individuo deve però avere “cultura” e “coscienza” dei rischi cui andrebbe
incontro. In caso contrario li ignorerebbe e non proverebbe paura. Ovviamente
questo ha i suoi “pro” e i suoi “contro”. Si può anche avere una forma di
“paura” minore che, generalmente, l’essere umano definisce come
“sensazione”. Si tratta della percezione parziale di un potenziale rischio, non
ancora completamente identificato.

Esistono tuttavia paure che rimangono sopite all’interno dell’inconscio umano e


che, opportunamente stimolate, possono far rivivere all’individuo sensazioni
orribili. Ciascuno di noi ha una serie di piccole e grandi fobie mai risolte. C’è chi
ha paura del buio ma non ne ha coscienza. Una persona che generalmente ha
bisogno del buio completo per dormire in modo riposato, è la stessa persona
che la notte, in spiaggia, potrebbe non riuscire ad andare a largo perché non
vedrebbe cosa c’è nell’acqua. Allora la paura diviene di più difficile percezione:
si sta parlando della paura dell’acqua o del buio? Si parla di entrambe?

Le paure trovano un’evoluzione all’interno della mente umana, esattamente


come per tutti gli altri processi inconsci. La paura agisce indisturbata perché
attivata e presentata in modo spesso graduale. Il suo “mischiarsi” con altre
paure e fenomeni, rende difficile arrivare in tempi brevi alla sorgente del
problema. Tuttavia, a parer di chi scrive, la paura non può essere considerata
sempre un qualcosa di “negativo”. La paura assume connotazioni negative,
quando diviene “invalidante”. Quando impedisce all’individuo di vivere
serenamente esperienze quotidiane, quando diviene un ostacolo
insormontabile, davanti al quale l’essere umano deve reprimere sé stesso.

Le ansie quindi non si superano per non doverle mostrare alla società, per non
doverle condividere con il rischio di risultare deboli agli occhi di persone
estranee.1 Certo è pur vero che in questi momenti si ignora che quelle stesse
persone sono altrettanto “vittime” di loro ansie, uguali o diverse dalle nostre. Si
può quindi affermare, con una semplice equazione matematica che:

P = p + ra

Dove

P = problema invalidante
p = paura

ra = rapporto con altri

Diviene quindi essenziale comprendere che la paura “si nutre” dell’incapacità


dell’individuo di parlare liberamente di questa ad altri o di mostrarla senza il
timore di essere giudicati. Tuttavia, a parer di chi scrive, questa prima
equazione è senza dubbio incompleta. Essa non tiene di fatto conto delle
diversità di cui è dotato l’individuo e che rendono ogni paura “unica”. È quindi
necessaria un’evoluzione di questa equazione come riportato di seguito.

( p + ra)
P=
c
Dove

1
Si raccomanda la lettura del volume “L’uomo di Febbraio” di M. H. Erickson,
edito da Astrolabio (1992). Il volume tratta un caso di regressione ipnotica per
la cura di fobie. Il testo offre un’ampia trattazione ed analisi di come la paura
venga generata e strutturata all’interno dell’individuo.
P = problema invalidante
p = paura
ra = rapporto con altri
c = carattere

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Figura 1 - circuito invalidante

La Figura 1 mostra il circuito invalidante della paura. Si tratta di un’ipotesi


secondo la quale, a fronte di un’iniziativa andata male, vi è una punizione
scatenata da terzi (anche un giudizio sbagliato può essere considerato una
punizione). Esiste inoltre la possibilità che si generi un senso di colpa per
l’iniziativa svolta ed andata male, che assumerebbe la funzione di “sigillo” alla
punizione attribuita all’individuo. Il senso di colpa renderebbe “doverosa” ed
“ufficiale” tale punizione.

Il dolore fisico spesso è generato da cause di origine psicologica. I dolori


psicosomatici colpiscono spesso la testa e i denti. Esistono fenomeni di mal di
testa generati da ansia e nervosismo. In principio le paure possono, ad
esempio, scaricarsi in una tensione nervosa che da origine a fenomeni di
bruxismo. La stretta continua genera un mal di testa che si manifesta solo dopo
alcune ore dall’inizio del processo. Spesso di questi dolori si ignora la reale
causa, un po’ per disattenzione e un po’ per cultura. Si ritiene fin troppo spesso
che il mal di testa non possa avere un’origine psicologica.