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IL PREGIUDIZIO RELIGIOSO SUL WEB di Roberto Rapaccini RIFLESSIONI DI PAOLO RAFFAELLI Dopo il precedente Paura dellIslam (Cittadella 2012),

il nuovo libro di Roberto Rapaccini Il pregiudizio religioso sul Web - Internet da punta avanzata della democrazia a strumento di omologazione del pregiudizio, si pone naturalmente come secondo capitolo di una ricerca in evoluzione, attualissima e di grande momento. Quello di Rapaccini un lavoro sul pregiudizio come combustibile che alimenta la paura, a cui lautore contrappone una linea interpretativa che fa perno sui valori di trasparenza, cultura, apertura, pari opportunit, equit, come antidoti ai fondamentalismi di ogni segno, per uscire dai nascondigli e dallombra, per una vita vissuta in piazza contro la paura, nel dialogo che alimenta la buona comunicazione, quella che implica conoscenza e comprensione reciproca e rigetta luso della parola come arma offensiva. La Rete uno strumento potentissimo di diffusione dellinformazione: tutto, dallesperienza quotidiana delladolescente alle Primavere arabe, sta l a dimostrarlo. Rapaccini avverte che il Web pu per, in modo altrettanto potente e diffusivo, diventare strumento di diffusione del falso e della deformazione. Il computer non ha alcune spia rossa che segnali la falsit, la parzialit o la strumentalit di una notizia: vero e falso sulla Rete sono distinguibili solo alla luce della conoscenza pregressa, della consapevolezza critica, della capacit di incrociare e pesare le fonti, di rimuovere i rumori di fondo che il navigante possiede, il buon senso non attrezzato pu non bastare. In quanto a capacit diffusiva online, potenzialmente il malintenzionato e il povero di spirito, il terrorista e il razzista hanno la stessa potenza di voce del filosofo, del santo e del benefattore. E questa la linea dombra della maggiore rivoluzione tecnologica dei tempi moderni e avverte Rapaccini intolleranze religiose, odi interetnici, fondamentalismi, discriminazioni razziali su questa linea sono in agguato. Certo, non questa una ragione per spegnere il computer, Rapaccini lo tiene anzi ben acceso.
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Luomo ha sempre dovuto fare i conti con gli effetti collateral i delle sue conquiste, dal fuoco allatomo: sfuggire allincendio della foresta preistorica provocato dal fulmine, portandone una scintilla a riscaldare la caverna; superare lequilibrio del terrore della corsa agli armamenti e ribaltare in impieghi di pace lenergia devastante di Hiroshima; passaggi epocali a cui non esagerato affiancare la rivoluzione tecnologica delle comunicazioni in cui ci troviamo immersi, soprattutto per le sue conseguenze sulle forme di confronto e di relazione, da cui scaturiscono le forme di legislazione e quelle di governo che gli uomini si danno. I temi del pregiudizio e dellomologazione, sottesi fin dal titolo alla ricerca di Rapaccini, diventano cos questioni chiave per la convivenza civile e la democrazia. Mezzo millennio fa, allalba della contemporaneit, loccidente ha gi fatto i conti con una rivoluzione in tutto e per tutto comparabile con quella attuale. La globalizzazione totale della Rete, a ben vedere, non che lestensione dellaltra globalizzazione che tra la met del 400 e la fine del 500 estese a dismisura i confini materiali del mondo e le possibilit di comunicazione e formazione delle singole persone, reinventando, in forme del tutto nuove, tanto lindividuo che la comunit. Furono le navi di Colombo, Vespucci e Magellano, la Bibbia in volgare tedesco di Lutero, i torchi a stampa di Gutemberg a fondare quella globalizzazione che ebbe, insieme a una smisurata carica di progresso, contropartite terribili: la Reconquista della Spagna ai Re cattolici, con la cacciata delle comunit arabe ed ebree, spezzando unesperienza storica in cui i figli delle tre religioni del libro avevano convissuto per secoli, con travagli ma in maniera fertilissima, fondante per la nostra cultura contemporanea e per la nostra stessa identit di europei, sui due lati del Mediterraneo; londata inflazionistica prodotta dai metalli preziosi delle Americhe; il genocidio, col fuoco, la spada e la malattia, delle popolazioni indigene conquistate; la perdita di centralit del Mediterraneo e lo spostamento, che continua mezzo millennio dopo, del baricentro dEuropa verso lAtlantico e il mar del Nord. Quando pensiamo alla rivoluzione globalizzante dei giorni nostri, a quel gravoso bilancio cinquecentesco costi-benefici che dobbiamo avere il coraggio di fare riferimento, altrimenti correremmo il rischio di non cogliere il respiro e la portata della sfida epocale che si presenta alle generazioni del terzo millennio. Quello che ci troviamo davanti infatti Rapaccini ne ben consapevole - un mondo in generale, radicale e inedita trasformazione: cambiamento tecnologico, dunque, ma non solo, soprattutto cambiamento culturale e relazionale (perch poi, bene ricordarlo, la comunicazione solo il mezzo attraverso il quale si rende possibile la relazione: i soggetti non sono mai le voci e le parole, i soggetti sono e restano le persone che si relazionano attraverso le voci e le parole e a questo proposito la rivoluzione tecnologica attuale potrebbe essere loccasione per tornare a riscoprire, con occhi nuovi, il vecchio McLuhan, per vedere quanti danni ha fatto, senza alcuna sua responsabilit, lapplicazione pratica superficiale, spregiudicata o dogmatica dellidentificazione tra medium e
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messaggio, coerente peraltro con laltra deriva culturale del tempo, che pretendeva che i fatti fossero inesistenti, o comunque morti, e in loro vece esistesse solo linterpretazione). Parliamo di una grande trasformazione che ha preso le mosse dalla crisi del sistema planetario bipolare, che con la caduta del muro della guerra fredda europea ha fatto teorizzare a qualcuno la fine della storia. Lattentato alle torri gemelle stato uno dei tanti segni tragici del fatto che la storia non finiva per niente anzi, come la storia fa dalla notte dei tempi, ricominciava, in forme del tutto nuove, diverse, largamente inattese. Qualcuno pi avveduto di Francis Fukujama, ha creduto di fornire una chiave di lettura di questa nuova fase, parlando di Scontro di civilt: tra le culture e le fedi ci sarebbero faglie di rottura indomabili come i terremoti. Forzando lo schema di Huntington, che andrebbe liberato dalle interpretazioni superficiali e ricondotto alla sua fertilit, stato facile per i semplificatori votati alla costruzione del nuovo nemico unificante, trasformare in senso comune il dato che se non c pi limpero del male sovietico, questo stato pienamente sostituito dallimpero del male del terrorismo fondamentalista musulmano (poco importa che il sistema dittatoriale di Saddam fosse del tutto laico o che proprio lapplicazione di questo schema, innalzando muri e sparando nel mucchio, abbia finito con il favorire e accelerare il passaggio delle giovani generazioni palestinesi dalla laicit al fondamentalismo). Questo meccanismo di costruzione del nemico, per dirla con Umberto Eco, ne riproduce uno che in realt vecchio come il mondo e in questi tempi di trasformazione stato laltra faccia di una altrettanto radicale rivoluzione culturale di segno iperliberista, secondo un schema semplice e potentissimo: lunico bene la libert economica senza costrizioni n regole, noi ne siamo gli alfieri; ergo noi siamo il bene, dallaltra parte c lesercito del male composto da stranieri, musulmani, terroristi, socialisti, (per il movimento dei tea party, Barack Obama riassume in se tutti e quattro questi caratteri). Cos la contrapposizione tra Occidente e Islam diventata, dopo la guerra fredda Rapaccini lo dice in maniera lucidissima la risposta alla fondamentale necessit di ridefinire il nemico. Risposta sbagliata concettualmente, ancor prima che eticamente, perch le contrapposizioni binarie oriente-occidente, libert-costrizione, Stato-mercato, persona-comunit, individuo-autorit, bene-male, suggestive come tutte le semplificazioni dicotomiche, finiscono con lessere avulse da un contesto che ormai quello di un processo di globalizzazione sempre pi unificante, che lascia semmai, e magari invoca, spazio per la salvaguardia delle diversit, della pluralit delle radici, delle specie, dei segni delle culture ma sempre meno riconducibile a una logica bipolare, di contrapposizione di due schieramenti che ambiscono allassoluto. E si capisce bene allora come il complesso della ricerca di Rapaccini, nei suoi vari capitoli, si traduca in un viaggio attraverso la fine di unepoca, dentro una fase di travaglio caratterizzata dal massimo di disuguaglianza (si pensi alle
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ricerche di economisti come Stiglitz e Krugman sui costi economici, prima ancora che sociali, ambientali, culturali ed etici della disuguaglianza, quando la forbice tra redditi minimi e massimi, tra redditi da produzione e parassitari, si allarga a dismisura) e contemporaneamente dal grado zero effettivo di tolleranza delle diversit culturali (il che non impedisce che vengano assecondate, favorite, veicolate e vendute tutte le mode, anche le pi bizzarre, purch artificiali, purch non espressione di una effettiva autonomia critica, di una soggettivit della personalit, di una centralit dei bisogni primari di vita, accoglienza, relazione). Insomma: compresenza di omologazione e sperequazione al massimo grado e contemporaneamente. Lunica conseguenza possibile di questo scacco concettuale un mix di frastuono, deformazione e falsificazione: magistrale la denuncia, a pagina 114 del Pregiudizio religioso, di quella schizofrenia del mercato che da una parte spinge per moltiplicare indiscriminatamente le fonti di informazione, incurante del rumore di fondo e della babele dei linguaggi, e dallaltra mette sul mercato, a misura delle necessit dei regimi pi oscurantisti, strumenti volti a paralizzare o cancellare il libero dispiegamento del pluralismo dellinformazione. Quel mix di deformazione e falsificazione, che si traduce in omologazione e discriminazione che gi a cavallo degli anni 60 e 70, intelligenze europee lucide e sensibili, pur tra loro diversissime come impostazione, come Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini, denunciavano in interventi pubblici con larga diffusione e modesto ascolto. (Si rileggano le interviste di Calvino, ora raccolte da Mondadori, con le reiterate denunce delle truffe degli economisti che da modelli astratti e sempre smentiti fanno discendere previsioni e ricette di governo fallimentari ma non per questo meno sacralizzate). Roberto Rapaccini fa ricorso, opportunamente alla categoria della banalizzazione per stigmatizzare il modo in cui, nella Rete finiscono per essere minimizzati, e apparentemente digeriti, anche i segnali pi nefasti di una deriva culturale, di crisi delle relazioni civili: dal razzismo, allantisemitismo, dallideologia della violenza fine a se stessa, al negazionismo dellolocausto. La riduzione a burla, a barzelletta, dei drammi del secolo breve, che a volte si vista praticare anche da uomini di Stato, appunto il cuore di quella banalizzazione che traducendo la tragedia in farsa produce appiattimento, assuefazione, perdita della memoria storica, azzeramento della consapevolezza critica, cancellazione della capacit di articolare e distinguere, di cogliere e rispettare, appunto, le diversit. Unidentit che si definisce esclusivamente attraverso la contrappo sizione rispetto a un nemico costruito, una identit riflessa, ed il riflesso di una finzione, una identit inesistente in se. Il contesto che Rapaccini indaga con particolare acutezza proprio quello di un uso della Rete come moltiplicatore di luoghi comuni, di falsi, di insulti, di calunnie, di semplificazioni abnormi e di addebiti indimostrati che, nella banalizzazione che mette sullo stesso piano la battuta da bar e laforisma del filosofo, produce una mostruosa marmellata
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concettuale in cui si pu trovare materiale per dimostrare tutto e il contrario di tutto. Accanto a questa categoria di pratiche deformanti se ne affianca unaltra, pi subdola e strutturata, quella che tiene insieme lermetismo della tecnica e la drammatizzazione delle teorie del complotto, le presunzioni di oggettivit e la rimozione sistematica dei dati analitici, razionali, di conoscenza critica. Banalizzazione dei messaggi fino al chiacchiericcio da bar; drammatizzazione del contesto fino a trasformare ogni altro in un mostro; rimozione dei dati di conoscenza del contesto, delle sue articolazioni e delle sue diversit; oggettivazione del dato trasmesso, che trasforma in una verit rivelata ogni illazione e ogni pettegolezzo; tecnicizzazione vera o asserita, (che si pu realizzare con luso di parole chiave sacralizzate o di dati illusori) di un discorso che per questa via sfugge allargomentazione. Ognuno pu agevolmente trovare, in unora di navigazione, decine di esempi di disinformazione (strutturata o spontanea, la seconda a volte pi pervasiva e dannosa della prima) fondati sulla filiera banalizzazione-drammatizzazionerimozione-oggettivazione-tecnicizzazione, e risiede qui, a mio parere, il nodo da sciogliere, sia sul versante teorico che su quello pratico, per fare di quel formidabile strumento di comunicazione che la Rete, un effettivo luogo di relazione. Perch se la Rete non sar un luogo di relazione vera, di qualit della comunicazione, e non solo di quantit, allora non potr che essere un luogo di conflitto, freddo e profondamente asimmetrico, dove si combattono con armi non convenzionali ma potentissime, guerre economiche, di cultura, di religione, di dominio altrettanto non convenzionali, in cui le tecniche e le strategie di egemonia evitano al dominatore la fatica di opprimere il dominato e lo inducono a disporsi spontaneamente ai comportamenti, ai consumi, ai giudizi e alle scelte funzionali al soggetto egemone: ci si pu sentire totalmente autonomi e liberi ed essere totalmente asserviti. Un po specchio deformante, un po lanterna magica, un po cartoon, un po teatro dei pupi, la realt virtuale si sovrappone ai fatti e li sovrasta, riplasmando le coscienze in modo sottile e impercettibile, ma profondo e durevole. Vale la pena scomodare Sun Tzu e la sua Arte della guerra per intuire che ci sono strategie vittoriose che non richiedono scontri diretti e spargimenti di sangue, che spesso basta disorientare il nemico, confonderlo, spiarlo, costringerlo a pensare, a muoversi e ad agire come si vorrebbe che facesse? Questa, a me pare, oggi, e in un non breve avvenire, la posta in gioco sulla Rete, che evidentemente in se un sistema neutro di strumenti e di artifici, che viene qualificato solo dalla qualit, dalla maturit e dalla consapevolezza del suo contenuto dutilizzo, proprio come il fuoco, la lama, latomo. Il lavoro di Rapaccini, partito dalla disinformazione sullIslam, proseguito con lindagine sulle guerre etniche e religiose combattute con armi improprie sul eb, non potr, credo, che andare avanti illuminando il tema del rapporto tra il
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terreno pi moderno del sistema di relazioni tra gli umani, la Rete e quello pi antico, la democrazia. Le primavere arabe, che troppo presto hanno preso i colori dellautunno (ma unaltra stagione verr), stanno li a dimostrare che Rete e agor, individuo e piazza, soggetto e comunit debbono stare insieme, che pensare di sostituire la Rete allagor apre le porte alla catastrofe. Altre esperienze, a noi ancora pi prossime, stanno li a dimostrare mi pare levidenza di questo dato. Guardarsi negli occhi, argomentando, affezionandosi reciprocamente, pi che mai necessario, per attutire il rumore di fondo, per disinnescare la filiera perfida e fasulla che tiene insieme la banalit e la drammatizzazione, la falsa oggettivit e le rimozioni di comodo, sotto la maschera della tecnicalit: la nube purpurea, fatta di parole vuote di senso e di immagini solo virtuali, che maschera la strategia di costruzione del nemico e alimenta il pregiudizio con il combustibile della paura, si dissolve solo cos. PAOLO RAFFAELLI Terni, 12 dicembre 2013