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RIVISTA DELLA SCUOLA TEOLOGICA DI BASE SAN LUCA EVANGELISTA

Arcidiocesi di Palermo
1.Adamo ed Eva. Volta di cubicolo (part.). Catacombe di Callisto, sec. III d.C. (da J.
Wilpert, Die rmischen Mosaiken und Malereien)
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Tusei il pi bello tra i figli delluomo
di Don Salvatore Priola
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La vita nascosta
di Marisa Ercoleo
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di Cristiana Roma
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di Pino Grasso
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di Giuseppe Tuzzolino
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di Andrea Sannasardo
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di Angelo Nocilla
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di Maria Butera
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30

Anno di Fondazione
Relatori:
Don Salvatore Priola
Ecc. Mons. Domenico Mogavero
3
Consapevoli di essere amati da Dio
ho deciso di fare ricerche accurate [] e di scrivere un resoconto ordinato per te, illustre Te-
filo, in modo che tu possa renderti conto della solidit degli insegnamenti che hai ricevuto (Lc 1,3-4).
Nel primo racconto, o Tefilo, ho trattato di tutto ci che Ges fece e insegn dagli inizi (At 1,1).
Cos esordisce Luca nella stesura del suo Vangelo e degli Atti degli Apostoli. Si rivolge a questo per-
sonaggio, a noi tuttora sconosciuto, offrendogli elementi solidi e comprovati sulla persona di Ges, della
quale aveva sentito parlare restandone, probabilmente, colpito oltre che incuriosito.
Carissimi, la nostra Scuola ha come suo protettore proprio lautore del terzo Vangelo e degli Atti, per cui
abbiamo ritenuto naturale assegnare, al periodico che ne far conoscere le attivit e il servizio che essa rende
alla vita credente dei fedeli della nostra Arcidiocesi, proprio il nome di questo personaggio. Questa figura,
reale o immaginaria che sia, bene si presta a rappresentare le ragioni e gli intenti sottostanti alla nascita di
questo nuovo periodico della Scuola teologica di base, che oggi per la prima volta tenete tra le mani.
Com noto, il nome deriva dal greco Thefilos, latinizzato in Thephilus, composto da theos, Dio, e philos, caro, col significato
di caro a Dio o anche amato da Dio, ci aiuta a comprendere che chiunque si appresta a conoscere, accuratamente e ordinatamente,
il Verbo della vita, la Parola fatta carne: Ges Cristo, Figlio di Dio, caro a Dio e da Lui amato! Abbiamo, cos, creduto che esso
bene esprimesse il profondo desiderio e la motivazione autentica di tutti coloro che siscrivono e saffidano alla Scuola teologica: compiere
un percorso serio e sistematico di conoscenza della Parola di Dio e del solido insegnamento degli Apostoli, cos come la comunit credente
lha ricevuto, conservato e trasmesso, negli oltre duemila anni di storia che lanno preceduta, attraverso lo studio teologico.
Consapevoli di essere cari a Dio e da Lui amati, docenti e allievi, in piena comunione dintenti, camminiamo insieme per la via,
impegnativa ed affascinante insieme, che il Signore di ogni misericordia ci apre davanti, accompagnati, tra gli altri strumenti e mezzi
che abbiamo a disposizione, anche da questultimo nato: Theofilos, il quadrimestrale, che racconter la vita e le attivit promosse
e realizzate dalla Scuola teologica di base dellArcidiocesi di Palermo.
Il periodico, bene chiarirlo, non intende collocarsi nel novero delle tante riviste a carattere scientifico, che in ambito teologico
vengono prodotte dalle facolt e dalle accademie. Non rientra nel nostro compito ed esula dalla natura della nostra Scuola. E nem-
meno vuole essere soltanto un semplice organo di informazione e di collegamento tra tutti coloro che a vario titolo fanno parte della
Scuola o ad essa sinteressano. Piuttosto lo abbiamo pensato come uno strumento che consenta a docenti e allievi di prolungare la
loro interazione, al di l delle ore di lezione e degli appuntamenti previsti in calendario, e di continuare il dialogo e il confronto su
temi e questioni specifiche della teologia e inerenti la vita credente dei discepoli del Risorto. Esso, inoltre, permetter alla Scuola di
far conoscere, a tutti i soggetti che compongono il variegato contesto ecclesiale diocesano, ci che essa progetta, propone e realizza
nellintero territorio dellArcidiocesi, attraverso i numerosi centri attivati e gli organismi collegiali e direttivi che li animano.
Il presente numero 0 del periodico da considerare speciale: ci consegna, infatti, le relazioni tenute durante i festeggiamenti per
il trentennale della Scuola, celebrato il 12 maggio del 2010, la relazione tenuta dalla professoressa Militello presso il centro di ap-
profondimento mariologico ad Altavilla Milicia lo scorso 2 aprile e quella della professoressa Massara tenuta al collegio dei Docenti,
svoltosi presso la sala teatro delloratorio San Giovanni Bosco a Villabate il 30 marzo.
Normalmente Theofilos si presenter con una veste grafica semplice e senza pretese, ma auspichiamo gradevole a tutti, con al-
cune rubriche stabili che si occupano di temi di teologia biblica, dogmatica e morale, e di liturgia, curate dal corpo docente della
Scuola, da altre rubriche a disposizione degli allievi e da spazi di informazione. Non mancher lo spazio per le testimonianze, per le
domande dei lettori, le recensioni di testi e le proposte. Il tutto tenendo sempre presente il tratto caratterizzante della Scuola: dare
sostegno alla vita credente dei fedeli della nostra Chiesa, attraverso uno studio teologico che li abiliti a rendere ragione della spe-
ranza che in loro, li sostenga nellardua ma ineludibile opera di trasformazione evangelica di questo mondo e, contestualmente, li
prepari a svolgere, con competenza e piena consapevolezza, i ministeri e i servizi che arricchiscono e fanno bella la Comunit cri-
stiana, nel suo essere strumento universale di salvezza.
In questo giorno, nel quale ormai tradizionalmente ci ritroviamo per dare ufficialmente inizio alle attivit della Scuola, festeg-
giamo San Luca, e mentre a lui ci affidiamo gli uni gli altri, sotto la sua protezione vogliamo porre anche questo strumento di co-
munione e di conoscenza, perch possa essere apprezzato e accolto benevolmente da tutti.
Buon inizio danno scolastico.
Palermo, 18 ottobre 2011
Don Salvatore Priola
Direttore della Scuola Teologica di Base
Don Salvatore Priola
30 ANNI DI AMOREVOLE SERVIZIO E FEDELE DEDIZIONE
Eccellenze reverendissime, Confratelli
Presbiteri e Diaconi, Colleghi docenti, al-
lieve ed allievi, sorelle e fratelli,
oggi siamo pervasi da una grande gioia a
motivo della felice ricorrenza del 30 anno
di vita e di servizio della Scuola teologica
di base, San Luca Evangelista, della nostra
amata Chiesa palermitana. Nella qualit di
Direttore di questa scuola, mio doveroso
compito questoggi, non solo dare il pi
cordiale e fraterno benvenuto a tutti voi,
ma introdurre ed avviare le attivit pro-
grammate per questo pomeriggio di con-
divisione ecclesiale che vogliamo
trascorrere nel pi sincero rendimento di
grazie. Ci che qui stiamo visibilmente
sperimentando una modalit particolare
dellessere Comunit del Risorto che vive
sostenuta dalla forza del suo Spirito, arric-
chita e ingraziosita dagli abbondanti e di-
versificati doni con i quali Egli, il Pastore
bello e buono del gregge di Dio, ci custo-
disce e ci pasce.
Vorrei che in questo momento vi la-
sciaste afferrare per mano cos da permet-
termi di condurvi, in un breve ma intenso
viaggio, lungo la storia di questi 30 anni
di vita della Scuola teologica di base, per
fare memoria e tributare il giusto ricono-
scimento a quanti si sono impegnati a ser-
vizio della vita credente di tanti nostri
fratelli e sorelle. Nello stesso tempo, credo
opportuno mostrarvi come al presente la
Scuola sia, non solo cresciuta e ben radi-
cata nel territorio della nostra Chiesa, al-
tres maturata nelle capacit di rendere un
servizio pi qualificato e un discernimento
attento ai segni dei nostri tempi. In fine,
vorrei farvi intravedere quanto speriamo
di realizzare nellimmediato futuro, con la
grazia di Dio e il sostegno di tutti.
1. Un po di storia
Il Concilio Vaticano II, che tra i suoi
obiettivi annoverava certamente un chiaro
rinnovamento della Chiesa, nel tentativo
di una ridefinizione della sua natura e della
sua missione, affermava che: come dal-
lassidua frequenza del mistero eucaristico
si accresce la vita della chiesa, cos le-
cito sperare nuovo impulso di vita spiri-
tuale dallaccresciuta venerazione della
parola di Dio (DV 26). In questo senso,
nella lettura e nello studio teologico dei
libri sacri e nella docile disponibilit al-
linsegnamento e allazione pastorale dei
Vescovi, ogni porzione di Chiesa ha messo
in atto quanto era nelle sue possibilit al
fine di offrire ai propri membri un accesso
serio alla formazione teologica, che te-
nesse conto, nello stesso tempo, della for-
mazione culturale di ciascun fedele. Cos
nella nostra Arcidiocesi di Palermo hanno
trovato opportuna realizzazione diverse
importanti istituzioni.
Tutto ebbe inizio con le scelte messe
in campo per preparare adeguatamente la
nostra Arcidiocesi a partecipare al Conve-
gno delle Chiesa dItalia del 1976: Evan-
gelizzazione e promozione umana. Per
volont dellArcivescovo, il Card. Salva-
tore Pappalardo, si fece la scelta metodo-
logica di valorizzare quelle che furono
chiamate Commissioni di studio, gi ope-
rative al tempo dellepiscopato del Card.
Francesco Carpino, che, insieme con la
Segreteria pastorale, avevano il compito di
studiare i problemi pastorali della Chiesa
palermitana, di preparare convegni e set-
timane di studio e di contribuire allelabo-
razione e alla stesura dei diversi piani
pastorali. La caratteristica davvero inno-
vativa di questi organismi era la consi-
stente presenza attiva di fedeli laici,
provenienti da tutti gli strati sociali, chia-
mati ad apportare il loro intelligente con-
tributo sia in fase di analisi della
situazione che in quella di progettazione e
realizzazione degli itinerari pastorali dio-
cesani. Molti di quei fedeli laici, che pre-
stavano il loro servizio in quelle
Commissioni, avvertirono ben presto la
necessit di dover avviare un percorso di
conoscenza e di approfondimento dei con-
tenuti biblico-teologico-pastorali della
fede e della vita cristiana, al fine di garan-
tire un pi qualificato e competente con-
tributo al lavoro che erano stati chiamati a
svolgere. Essi, per, in molti casi non
erano in condizione di poter frequentare i
corsi offerti dallallora Istituto teologico
S. Giovanni Ev., che da l a pochi anni
sarebbe diventata la Pontificia Facolt teo-
logica di Sicilia, o a motivo degli impegni
lavorativi e degli orari di lavoro, che veni-
vano a coincidere con quelli delle lezioni,
o per via della mancanza dei prerequisiti
richiesti per compiere uno studio accade-
mico, quale, ad esempio, lessere in pos-
sesso di un diploma di maturit. Si chiese,
allora, che venisse studiato un percorso al-
ternativo che consentisse di superare
quelle oggettive difficolt che rischiavano
di impedire, a un considerevole numero di
sorelle e fratelli nella fede, di avere ac-
cesso ad uno studio sistematico della teo-
logia in grado di portare a sufficiente
consapevolezza i contenuti della fede cri-
stiana cattolica professata. Fu cos che lal-
lora vice preside dellIstituto teologico,
don Crispino Valenziano, unitamente ad
un gruppo di docenti del medesimo isti-
tuto, al Vicario episcopale per la forma-
zione permanente, Mons. Salvatore Di
Cristina, oggi Arcivescovo di Monreale, e
alla direttrice dellOasi di Baida, la sig.na
Maria Saccone, avvalendosi di unespe-
rienza di studio teologico rivolto ai fedeli
laici gi avviato presso le comunit eccle-
siali di Bagheria da don Francesco Stabile
e don Cosimo Scordato, organizzarono nel
novembre 1979, presso la casa diocesana
di Baida, alcuni incontri di formazione
teologica rivolta a tutti i fedeli laici. Per
favorire la pi ampia partecipazione, le le-
zioni avevano inizio alle ore 19 e si pro-
traevano fino alle 21.
Questo progetto che andava via via
configurandosi e realizzandosi fu, non
semplicemente accolto e caldeggiato, ma
anche approvato e sostenuto, dallallora
Arcivescovo, di venerata memoria, il
Card. Salvatore Pappalardo, il quale
spesso amava ripetere che la Scuola teolo-
gica era una realt fruttuosa nella nostra
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ARCIDIOCESI DI PALERMO
SCUOLA TEOLOGICA DI BASE
S. LUCA EVANGELISTA
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Chiesa di Palermo sulla quale contare. Limpegno ad attuare e a radicare nel territorio tale pro-
getto port, nel gennaio del 1980, alla nomina del primo direttore, nella persona di Mons. Sal-
vatore Di Cristina. Con accortezza si scelse anche il nome da dare a questa realt ecclesiale:
Scuola di formazione teologica e non, come accadde altrove, Scuola teologica per laici,
volendo cos sottolineare che la Teologia una e, dunque, non poteva essercene una per i
laici e una per i chierici. Nel 1981, a motivo del crescente numero di iscritti ai corsi e al fine
di favorire la partecipazione di coloro che non erano in condizione di raggiungere la sede di
Baida, le lezioni si svolsero presso la sala Lavitrano del Palazzo Arcivescovile. Mi gradito
riferire quanto ricordano gli operai della prima ora di questa particolare porzione di vigna
che la Scuola: questa nuova ubicazione consentiva al Cardinale Pappalardo, quando gli im-
pegni gli e lo permettevano, di assistere alle lezioni incoraggiando i docenti, con autentico
spirito paterno, a non scoraggiarsi e a fare bene e a motivare gli allievi a fare tesoro di quanto
veniva loro donato. Lo stesso direttore della Scuola spesso era presente durante le lezioni ed
anche i Vicari: don Stabile a Bagheria, a Palermo Mons. Valguarnera e Mons. Pizzo.
Queste presenze erano assai preziose perch contribuivano a far comprendere di quale im-
portanza e di quale considerazione godesse la Scuola in Diocesi, anche se non possiamo ta-
cere che a volte si rendevano necessarie a motivo di alcune critiche mosse da taluni ai
contenuti degli insegnamenti offerti agli allievi. Insomma, il primo triennio scolastico si
svolse con povert di mezzi, ma non di entusiasmo e passione, con un impegno generoso e
uno spirito di dedizione davvero esemplare ed efficace. Nel frattempo si procedette anche al-
lapertura di un centro scolastico extraurbano, ubicato presso la comunit parrocchiale di Marineo.
Uninaspettata fecondit venne, poi, alla vita della Scuola dalle missioni popolari indette durante lAnno Santo della Redenzione,
ragione per cui nel settembre del 1984 tantissimi operatori pastorali vollero iscriversi ai corsi offerti dalla Scuola, avendo assunto la
consapevolezza della dignit della loro vocazione e della loro insostituibile missione battesimale e avvertendo, perci, la necessit
e lurgenza di una formazione idonea. Fu cos che i centri scolastici si moltiplicarono e, insieme con essi, crebbe anche il numero
dei docenti che prestavano il loro servizio presso la Scuola. Forse il caso di ricordarne almeno qualcuno, con vivo senso di grati-
tudine e di riconoscenza per il sacrifico e limpegno che hanno saputo esprimere nella dedizione fedele alla missione affidata loro
dal Signore e nella cura amorevole degli allievi di quei primi anni: Pina Patan, il diacono Luigi Ciolino, Costanza Barberi, Maria e
Filippo Senia, il diacono Saro Cal, Rosetta Saccone, che fu anche la prima segretaria, Maria Saccone, Ina Siviglia, lindimentica-
bile Silvana Manfredi, Cettina Militello che fu la prima animatrice, Mariuccia Lo Presti, Maria e Antonio Panzanella, Salvatore
Giordano, il diacono Giampaolo Tulumello, e molti altri ancora, i nomi dei quali oltre che a rimanere impressi nella mente di Dio e
negli affettuosi ricordi fraterni, sono contenuti negli annuari della Scuola e conservati a futura memoria nel suo archivio.
Il 19 maggio del 1985 usc la Nota pastorale della CEI: La formazione teologica nella Chiesa particolare. Essa contribu notevolmente
a far maturare la Scuola e a qualificarla maggiormente come struttura formativa per i fedeli laici e religiosi della nostra Chiesa palermitana.
Cos essa si espresse a proposito delle Scuole di formazione teologica
Il fenomeno pi interessante di questa stagione post-conciliare nell'ambito degli studi teologici in Italia, e che richiede al
tempo stesso maggiore discernimento, il diffondersi di forme pi popolari di approccio alla teologia [].Le scuole di for-
mazione teologica nascono con lo scopo di introdurre al sapere teologico e offrono a questo scopo una formazione di base.
Per questo auspicabile una loro sempre pi larga diffusione. [] Non si tratta, quindi, di favorire una formazione gene-
rica e minimale, per consacrare un livello piuttosto basso di capacit teologica, o peggio ancora per nascondere carenze e
avvalorare illusioni. Si tratta di educare alla seriet del sacrificio richiesto dal pensare cristiano, dove ragione e fede si
intrecciano, pur senza confondersi, e si stimolano a vicenda a crescere
La nota pastorale non solo ha chiarito la natura di queste Scuole, che i Vescovi auspicavano sorgessero in tutte le Diocesi italiane,
ma si preoccupava di indicare anche gli obbiettivi che avrebbero dovuto perseguire e i mezzi che sarebbe stato necessario impiegare
al loro interno, infatti, che sar possibile attuare un certo reclutamento di forze, che promuova nelle comunit cristiane il
pensare cristiano e non solo l'agire. La ricchezza di ministeri della Parola dipende anche da un attento discernimento
delle capacit che si possono manifestare dentro le scuole teologiche di base. Ogni cristiano deve essere aiutato a scoprire
la propria vocazione e a realizzarla, in modo che la spiritualit e l'apostolato in ogni chiesa locale maturino col contributo
attivo ma specifico di ciascuno. []In questa prospettiva, fine primario delle scuole di formazione teologica aiutare i cre-
denti, a far propri gli strumenti e i metodi necessari per
esplicare, ad un livello sia pure iniziale e globale, la funzione teologica propria di ogni membro della chiesa. Al tempo stesso
esse favoriscono l'acquisizione di un linguaggio e di una prospettiva che rendano pi agevole sia l'ascolto della Parola,
scritta e tramandata, sia il dialogo con il mondo. Sappiamo per anche che ogni chiesa locale domanda ormai la presenza
di vari servizi e ministeri: i lettori, che non possono ridursi a semplici declamatori della Parola; gli accoliti, che non pos-
sono limitarsi a prestare materialmente dei servizi all'altare; i catechisti o animatori della catechesi, chiamati oggi a nuove
competenze per portare con credibilit l'annuncio della fede in un mondo in continuo mutamento; gli animatori di gruppi di
preghiera e di altre attivit apostoliche, specialmente nel campo della carit e della testimonianza; i membri degli organi-
smi pastorali, soprattutto quelli a carattere diocesano.
In forza di queste indicazioni offerte dallEpiscopato italiano,
quello stesso anno si organizz la ratio studiorum e vennero pubbli-
cate le prime dispense ad uso degli allievi.
Allinizio dellanno scolastico 1989-90 avvenne il passaggio nella
direzione della Scuola. Venne nominato nuovo direttore il prof. don
Giuseppe Trapani, attualmente direttore dellISSR di Palermo, e venne
consegnato il primo Statuto e Regolamento, approvato dal Card. Pap-
palardo. In questa nuova fase, il cammino della Scuola and facendosi
sempre pi sicuro e il suo sviluppo richiese maggiore impegno e dedi-
zione da parte di tutti i responsabili, in ordine alla qualificazione del
corpo docenti e allofferta dei contenuti teologici agli allievi che fre-
quentavano i corsi, ormai maturati nella consapevolezza della loro mi-
nisterialit nella Chiesa e del loro ruolo allinterno della societ. In
questi stessi anni si diede avvio anche alla Scuola per i ministeri alla
quale era possibile accedere solo dopo aver frequentato e concluso,
con esito positivo, liter scolastico previsto dalla Scuola teologica di
base, come venne ad essere chiamata da quegli anni in poi.
Il 1 gennaio del 1998 venne nominato il terzo direttore della scuola
nella persona di don Gaetano Tulipano e si avvi una nuova fase della
vita della Scuola. Nel frattempo il nuovo Arcivescovo di Palermo, il
Card. Salvatore De Giorgi, volle procedere alla riforma della ratio stu-
diorum, introducendo al primo anno lo studio del Catechismo della
Chiesa Cattolica, che in quegli anni vedeva la luce. Si pass alla riedi-
zione e pubblicazione dei nuovi testi e alla consegna di un nuovo Sta-
tuto e Regolamento, adeguato alle mutate condizioni della Scuola.
Nellanno scolastico 2002-2003, il Direttore della Scuola, unitamente al
Direttivo, preso atto delle richieste di dar continuit alla formazione teologica di coloro che avevano terminato il triennio, decise di
istituire alcuni centri di approfondimento teologico, ad essi destinati.
Il nuovo Arcivescovo di Palermo, Mons. Paolo Romeo, insediato il 10 febbraio del 2007, volendo garantire continuit ed effi-
cacia al servizio della Scuola e imprimere un nuovo impulso alla sua crescita, il 5 novembre di quello stesso anno nomina quale nuovo
direttore il prof. don Salvatore Priola. Viene approvata una modifica alla ratio studio rum, che torna ad essere quella precedente al-
linserimento del Catechismo della Chiesa Cattolica, e si procede ad una riorganizzazione della Scuola, al fine di capillarizzare mag-
giormente nel territorio dellArcidiocesi i centri nei quali si svolgono i corsi. Unitamente al Direttivo della Scuola, da avvio alla
revisione e alla quarta riedizione dei testi ad uso degli allievi, ponendo attenzione allaggiornamento sia contenutistico che metodo-
logico. Vengono rilanciati i centri di approfondimento e viene chiarita la loro natura attraverso un ripensamento sia del loro conte-
nuto che del loro metodo.
In questi trentanni abbiamo calcolato che ben 9000 fratelli e sorelle nella fede hanno potuto usufruire dei servizi promossi dalla
Scuola teologica di base. Aprima vista questo potrebbe sembrare un magro risultato se confrontato percentualmente con la popola-
zione che si definisce cattolica residente nel territorio dellArcidiocesi. In realt questi nostri fratelli hanno rappresentato una vera
ricchezza allinterno delle Comunit ecclesiali dove vivono la loro vita di fede e svolgono la missione che il Crocifisso Risorto ha
loro affidato per mezzo dei pastori della Chiesa. Donne e uomini che, maturati nella conoscenza dei contenuti fondamentali della
Fede cristiana cattolica, si sono messi in gioco offrendo disponibilit di tempo e tutta la ricchezza delle loro persone per la gloria di
Dio e il bene delluomo. Con loro e attraverso di loro si messo in circolo una ministerialit diffusa che ha permesso di creare una
fitta rete di connessioni in grado di far giungere la grazia del Vangelo anche laddove, per le mutate condizioni storiche, culturali e
sociali, non era pi cos semplice arrivare. Sentimenti di viva gratitudine, verso tutti costoro, fanno oggi vibrare le corde del nostro cuore!
2. La ricchezza del presente
Negli ultimi due anni scolastici la Scuola ha conosciuto una vera e propria ripresa sia per il numero degli allievi, che nellanno
in corso si attestato a 1487 iscritti, sia per il numero dei centri scolastici che hanno raggiunto quota 62 (54 del triennio e 8 di ap-
profondimento), sia infine per il numero dei docenti, che prestano con generosit e gratuit il loro servizio competente e appassio-
nato, che sono stati 108.
Tra le iniziative intraprese, come abbiamo gi detto, dobbiamo segnalare la quarta riedizione dei manuali della Scuola ad uso degli
allievi. Nello specifico, abbiamo fatto in modo che le pagine delle tesi fossero direttamente proporzionate al numero delle ore di cia-
scun insegnamento; abbiamo meglio qualificato lapparato critico, inserito uno schema essenziale allinizio di ciascuna tesi, ag-
6
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giunto una bibliografia essenziale inerente allambito di ciascuna disciplina teologica ed ampliato e migliorato il piccolo lessico teo-
logico che si trova a corredo del testo. Abbiamo proceduto a cambiare la metodologia dei seminari di studio, facendo in modo che
essi fossero davvero rispondenti alla loro specifica natura didattica. Abbiamo ampliato il numero dei membri del Direttivo della
Scuola chiamando a farne parte altri tre docenti con compiti specifici: uno di essi si occupa di progettare e coordinare lo svolgi-
mento delle lezioni che si tengono nei centri di approfondimento, un altro stato incaricato di progettare e predisporre gli strumenti
da offrire ai docenti e agli allievi per il corretto svolgimento dei seminari di studio che si tengono al secondo e terzo anno ed, infine,
il terzo che si occupa di curare la preparazione e la bella celebrazione delle nostre liturgie e dellanimazione delle attivit comuni-
tarie promosse dalla Scuola.
Il considerevole incremento numerico della Scuola ha richiesto anche la stabilizzazione di nuovi docenti che fossero in possesso
dei prerequisiti previsti dallo statuto. Abbiamo costituito una commissione, presieduta dalla Vice direttrice della Scuola, composta
da alcuni membri del Direttivo e da figure professionali esterne, competenti nella comunicazione attraverso i linguaggi della comu-
nicazione informatica, al fine di procedere non solo alla informatizzazione di tutti i materiali didattici, in modo da renderli fruibili
attraverso i mezzi di comunicazione pi avanzati, ma anche alla realizzazione di migliori strumenti di cui dotare i docenti, ciascuno
secondo il proprio ambito dinsegnamento, a supporto delle lezioni frontali tenute e per facilitare lapprendimento delle nozioni of-
ferte agli allievi. Per ci che riguarda la formazione permanente del corpo docente si ritenuto utile incentivare la partecipazione ai
convegni e alle giornate di studio predisposte dalla Facolt teologica, piuttosto che aggiungerne altre.
Per portare a conoscenza il maggior numero di fedeli dellopportunit di iscriversi a frequentare i corsi della Scuola, insieme al
Direttivo, si convenuto di dare incarico ai docenti di svolgere unopera di sensibilizzazione presso tutte le comunit parrocchiali
nelle due domeniche precedenti linizio delle lezioni, che stato anticipato al mese di settembre. Questa scelta ha portato buoni ri-
sultati ed ha riscosso ampio indice di gradimento. Tra i risultati positivi che andiamo registrando, uno in particolare vorrei segna-
larne, mettendo bene in evidenza che non certamente lunico: sono gi tanti gli allievi che, avendo terminato il triennio di studio
decidono di iscriversi a frequentare o lIstituto Superiore di Scienze Religiose o lIstituto teologico della Facolt. Alcuni di essi
hanno persino terminato il percorso accademico e ora si sono resi disponibili ai bisogni della Scuola. Viene cos a realizzarsi una
singolare circolarit: coloro che un tempo hanno iniziato come allievi della Scuola teologica di base ora vi prestano servizio come
docenti, forti della loro esperienza passata e resi pi consapevoli da uno studio accademico che li abilita ad un servizio di docenza
qualificato e competente.
3. Il futuro prossimo
Questo anno scolastico sta per volgere al termine ed uno nuovo in fase di programmazione. Posso gi anticipare che abbiamo
previsto di aprire 78 centri (69 del triennio e 9 di approfondimento) in tutto il territorio dellArcidiocesi. I docenti cooptati che pre-
steranno il loro servizio saranno 120, tra essi ci sono un certo numero di Presbiteri e di Diaconi e numerosi docenti laici che hanno
conseguito i titoli necessari presso la nostra Facolt. Dal prossimo anno verr attivato un centro di approfondimento atipico rispetto
a tutti gli altri, che speriamo possa dare un contributo significativo alla vita e al servizio del nostro santuario mariano diocesano di
Altavilla Milicia. Si tratta di un centro nel quale si offrir un percorso triennale di studio e approfondimento della teologia, della spi-
ritualit e della devozione mariana. Esso sar aperto a tutti i fedeli laici che hanno frequentato la Scuola conseguendo lattestato di
merito o di uditori, ma sar ammessa la presenza anche di coloro che non hanno frequentato la Scuola.
Tra le altre iniziative abbiamo in progetto di avviare un coordinamento dellinsegnamento per ambiti teologici, in modo da ga-
rantire una certa unitariet e uniformit nellofferta dei contenuti di ciascuna disciplina. Stiamo pensando di calendarizzare alcune
iniziative volte alla cura della spiritualit e della fraternit fra tutti, con lobbiettivo dichiarato di dare una mano alla crescita del senso
e dellappartenenza ecclesiale, favorendo la comunione e la condivisione secondo il dettato evangelico che ci chiede di prenderci in
carico il fratello con la sua vita.
Dopo questo triennio di significativi cambiamenti, prevediamo la necessita di consolidare le scelte fatte e di stabilizzare la strut-
tura organizzativa ed operativa della Scuola. Si sta pensando anche ad una sede della Scuola, esterna al Palazzo Arcivescovile, che
ci consenta di svolgere riunioni di studio e di programmazione senza vincoli di orari o limiti di accesso alla struttura. Una sede che
consenta di svolgere le riunioni del Direttivo, dei Responsabili dei centri, dei Collegi dei docenti, del coordinamento degli ambiti di
docenza, lorganizzazione di unadeguata segreteria per il ricevimento degli allievi e di un archivio che custodisca opportunamente
la memoria storica della Scuola.
4. Per concludere
Da quanto esposto emerge con sufficiente chiarezza che la Scuola teologica di base si andata sempre pi configurando come
provvidenziale strumento pastorale che, insieme con gli altri dei quali arricchita e resa bella la nostra Chiesa palermitana, svolge
le sue specifiche attivit a servizio della vita credente dei fedeli che in essa vivono. Essa, volendo qui richiamare le parole del suo
fondatore, il Card. Pappalardo, deve essere una comunit in cui vivere, allinterno della quale partecipare a tutte le animazioni, non
soltanto culturali, ma vitali e spirituali; diversamente uno studio inutile quello della teologia. Tali animazioni ci devono muovere
ad essere pi conformi a Cristo sempre pi fedeli alla Chiesa e inseriti nella sua missione salvifica da svolgere nel mondo. Perci
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la Scuola intende prendersi in carico, per la parte che le compete, la vita dei fratelli e delle sorelle nella fede, offrendo il proprio con-
tributo alla loro formazione cristiana e alla crescita della comunione ecclesiale, impegnandosi a comunicare il sapere teologico con-
solidato espresso nella sana dottrina esposta dai teologi e confermata dal Magistero della Chiesa, progettando iniziative volte
allanimazione della vita spirituale di coloro che in essa vivono ed anche di evangelizzazione per la crescita culturale e sapienziale
del popolo di Dio. Cos si esprime a tal proposito la suddetta nota della Cei
Unendo in tal modo intenti di introduzione sistematica e globale, offerta di strumenti basilari per l'esercizio della riflessione
teologica personale, attenzioni alle necessit pastorali delle comunit, le scuole di formazione teologica rappresentano un'op-
portunit da non sottovalutare per la crescita delle nostre chiese. Una particolare attenzione andr riservata da parte dei ve-
scovi da cui dipendono, per la loro diffusione, crescita qualitativa, capacit di incidenza sul tessuto ecclesiale
In ragione di tali chiare indicazioni offerte dallepiscopato italiano, le attivit promosse dalla Scuola si caratterizzano, tra laltro,
per il fatto che esse mirano a raggiungere i fedeli delle comunit ecclesiali laddove essi abitualmente vivono, piuttosto che chiedere
loro il sacrificio e lonere di raggiungere ununica sede. Per questo motivo i centri scolastici dove si svolgono le lezioni sono ubi-
cati, di anno in anno, per un ciclo triennale, presso le strutture delle comunit che ne fanno richiesta o che sono interpellate dalla di-
rezione stessa. Terminato un triennio, si avvia una rotazione dellubicazione dei centri di modo tale che a tutti possa essere agevolata
la fruibilit e la partecipazione ai corsi, approssimandoli, di ciclo in ciclo, a quelle zone pastorali nelle quali non mai stato opera-
tivo alcun centro.
Credo di poter dire che docenti e allievi, ciascuno con il proprio compito, siamo consapevoli della grande responsabilit che ci
stata affidata, al fine di assicurare continuit e fecondit alla Scuola teologica di base. Siamo altres convinti che essa, nessuno ce ne
voglia a male, rappresenti un vero e proprio fiore allocchiello della nostra Arcidiocesi, che per ci resa unica nel panorama delle
226 Diocesi che sono in Italia! Sentiamo di dover ringraziare la SS. Trinit per il dono del grande Concilio Vaticano II, da cui, ne
siamo convinti, crediamo provengano realt ecclesiali come la Scuola teologica di base. Nel ringraziare la Trinit, tutti e ciascuno
intendiamo includere, senza escludere nessuno, neanche coloro che con le loro critiche costruttive ci hanno stimolato a meglio ope-
rare per la maggior gloria di Dio e il bene dei fratelli. Il Crocifisso Risorto, icona vivente dellincommensurabile amore di Dio che
contempliamo in questo tempo di Pasqua, ci conceda abbondante il dono del suo Spirito paraclito, perch possiamo assolvere la mis-
sione che egli ci ha affidato con indomito coraggio, fedelt evangelica e paolina parresia.
Benvenuti e auguri di cuore!
Palermo, 12 maggio 2010
9
Il ruolo della Scuola
Teologica di base
nella sfida educativa
PROSPETTIVE TEOLOGICO-PASTORALI
Relazione di
S. Ecc.za Mons. Domenico Mogavero
Vescovo di Mazara del Vallo
1. La Scuola Teologica di base: contestualizzazione storica
2. La STB: una singolare e originale forma di ministerialit
3. Leducazione tra sfida ed emergenza
4. La STB tra Progetto culturale e pastorale integrata
ARCIDIOCESI DI PALERMO
SCUOLA TEOLOGICA DI BASE
S. LUCA EVANGELISTA
1. La Scuola Teologica di base: contestualizzazione storica
La Scuola Teologica di base nasce negli anni del dopo Con-
cilio e trova il suo terreno di coltura nei postulati fonda-
mentali del magistero conciliare che, per comodit,
schematizzo cos:
superamento del dualismo ecclesiologico: dalla eccle-
siologia giuridica alla ecclesiologia di comunione (per
parafrase il titolo di un volume di Antonio Acerbi di
quegli anni [1975]);
riconsegna della Parola di Dio scritta al popolo dei
christifideles;
teologia vista non come privilegio esclusivo, ma come
sapere partecipato.
2. La Scuola Teologica di base: una singolare e originale
forma di ministerialit
Le coordinate allinterno delle quali matura il progetto di
una realt che potesse rendere accessibile la teologia a tutti
coloro che lo desideravano, sarebbero rimaste lettera morta
se non si fossero trovati uomini capaci di dare un senso e
una progettualit a queste premesse fondanti e se non fos-
sero emerse alcune istanze ecclesiali e pastorali, viste come
il naturale sbocco ideale e operativo di quei germi di novit.
Non si pu, perci, non ricordare qualche parola paradigmatica del Card. Salvatore Pappalardo, convinto as-
sertore di una strategia illuminata che si riprometteva di divulgare il sapere teologico, senza metterne in forse
il carattere scientifico. Durante lomelia tenuta il 21 novembre 1984 in occasione dell'inaugurazione dell'anno
accademico della Facolt Teologica di Sicilia egli cos ebbe a dire: Allora la Facolt Teologica, come ogni altra
Scuola di Servizio sociale, di Musica Sacra, se sono, come sono, cristianamente ispirate non possono essere
soltanto trasmettitrici di cultura, tanto meno di nozioni o di informazioni, ma devono essere luoghi di forma-
zione cristiana, di esperienza di vita cristiana, dove la vita cristiana si vive nella comunit che si forma all'in-
terno di quella scuola, di quei corsi. Non si pu
considerare la scuola come un luogo dove si va
soltanto per apprendere; essa deve essere una
comunit in cui vivere, all'interno della quale
partecipare a tutte le animazioni, non soltanto
culturali, ma vitali e spirituali; diversamente
uno studio inutile quello della teologia. Tali ani-
mazioni ci devono muovere a essere cristiani
pi conformi a Cristo e sempre pi fedeli alla
Chiesa e inseriti nella sua missione salvifica da
svolgere nel mondo".
Queste parole esprimono in modo conciso il di-
segno che lArcivescovo andava approfondendo
e che, a partire dalla Facolt Teologica (centro
accademico di ricerca e di insegnamento delle
Chiese di Sicilia - art. 1 dello statuto), per ri-
caduta a cascata, prevedeva tutta una serie di
scuole e servizi, riconducibili alla Facolt e da essa coordinati e garantiti, che coprissero le diverse aree di im-
pegno pastorale. Palermo, dalla met degli anni 70 in avanti, conobbe un fervore di intuizioni e di iniziative
che ne modificarono radicalmente il volto e che le conferirono un posizione di riferimento e un ruolo promo-
zionale. Peraltro, questo dinamismo intraecclesiale si estendeva anche alla realt civile e sociale, che viveva
un momento di grandi sofferenze per la recrudescenza di mali antichi e nuovi della citt, ma anche di nuove
10
S. Ecc. Mons. Domenico Mogavero
idealit politiche che cercavano di ridare
senso e speranza alle istituzioni attaccate dal
cancro della mafia e di fenomeni malavitosi
collegati; una delle sue piaghe pi profonde
e durature un vero e proprio cancro, []
una tessitura malefica che avvolge e schia-
vizza la dignit della persona , ossia la cri-
minalit organizzata, rappresentata
soprattutto dalle mafie che avvelenano la vita
sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti
giovani, soffocano leconomia, deformano il
volto autentico del Sud
1
. Il bisogno di rin-
novare la comunit ecclesiale, nellintuizione
del Cardinale, sarebbe stato velleitario se non
avesse potuto avvalersi di un consapevole
protagonismo laicale, ormai non pi rinvia-
bile, e di una diffusa qualificazione teologica dei laici offerta secondo la loro misura.
Occorre, peraltro, ricordare che questo secondo aspetto non partiva da zero in quanto negli anni precedenti era
nata una scuola di teologia per laici, che gi nella sua denominazione tradiva un certo impaccio di tipo ridu-
zionista, in quanto lasciava sottintendere lesistenza di una duplice teologia: quella senza altre aggettivazioni
aperta ai chierici solamente e destinata allesercizio del ministero sacro e alla ricerca e docenza accademica, e
quella accessibile ai laici, opportunamente selezionata. La novit del progetto del Card. Pappalardo consisteva
nel superamento del dualismo teologico e nellaffermazione teorica e pratica di una sola teologia, accessibile
ai chierici e ai laici.
Tuttavia, bisogna osservare subito la peculiarit di questa novit, concernente il fatto che essa raccolse, per un
verso, una esigenza maturata nellintuizione dellArcivescovo, calata, quindi, in qualche modo dallalto, ma,
nello stesso tempo, essa incontr unaspettativa della comunit, quasi unattesa dal basso. Luna delle due di-
namiche, senza laltra, sarebbe stata del tutto inadeguata a dare vita al movimento di interesse che ha caratte-
rizzata la storia della Scuola Teologica di base in quegli anni. Un altro elemento tipico significativo, anche se
non per tutti almeno negli anni iniziali, fu il connotato della gratuit, cio il fatto che lo studio della teologia
non aveva finalit strumentali, ma veniva scelto per s stesso e per qualificare la propria identit cristiana e la
propria vocazione e missione nella Chiesa. E non era cosa da poco, visto che in tal modo venivano evidenziate
una diversa consapevolezza laicale e una precisa volont di partecipazione ecclesiale che richiedevano delle
competenze non acquisibili attraverso i cammini ordinari della vita parrocchiale.
In questo quadro sinteticamente delineato, si pu cogliere bene il senso delle parole prima citate e che, seppure
riferite alla Facolt Teologica, lasciano intravedere una concezione della teologia pi vicina a quella della sco-
lastica medievale, piuttosto che al modello universitario recente. Indubbiamente di quel contesto non si poteva
riprodurre lunitariet del sapere teologico, oggi sostituito da una specializzazione di esso che non ammette ri-
torni allindietro; ma certamente poteva essere recuperato quel connotato di plenariet esistenziale che dava alla
scuola teologica limpronta di esperienza completa di vita. Certamente, queste considerazioni non devono por-
tare a concludere che la scuola teologica era vista in qualche modo come il luogo in cui maturava latto di
fede; ma, sicuramente essa preparava e portava a maturit latto di fede, che manteneva, in ogni caso, la sua
dimensione di dono, affidato alla libera accoglienza del fedele e alla consapevole risposta. Il Cardinale, per-
ci, guardando al panorama presente in diocesi, annotava che esse dovevano essere viste come componenti di
un sistema unitario e che, in ragione di ci non potevano essere soltanto trasmettitrici di cultura, tanto meno
11
1 CONFERENZAEPISCOPALE ITALIANA, Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, (21 febbraio 2010), n. 9.
di nozioni o di informazioni, ma devono essere luo-
ghi di formazione cristiana, di esperienza di vita
cristiana, dove la vita cristiana si vive nella comu-
nit che si forma all'interno di quella scuola, di quei
corsi. Non si pu considerare la scuola come un
luogo dove si va soltanto per apprendere; essa deve
essere una comunit in cui vivere, all'interno della
quale partecipare a tutte le animazioni, non soltanto
culturali, ma vitali e spirituali; diversamente uno
studio inutile quello della teologia.
Non si pu negare che il disegno era alquanto am-
bizioso e di grande rilevanza ecclesiale e che que-
sta connotazione costituiva il pregio, ma forse
anche il limite del sistema. Gli elementi pregevoli
penso siano gi emersi dalle considerazioni appena
riferite. Il limite da ricercare, a mio avviso, nel
fatto che senza una grande opera di regia e senza
lapporto attivo e convinto dei responsabili delle di-
verse articolazioni del sistema, il richiamo partico-
lare delle diverse componenti avrebbe prevalso
sullinteresse generale sistemico e avrebbe deter-
minato nei fatti un indebolimento graduale e pro-
gressivo del disegno fino alla preventivabile crisi
irreversibile del sistema.
Sul piano dei riscontri a conferma potrebbe essere
interessante uno sguardo alla documentazione dar-
chivio, premesso che il traguardo dei trentanni
esso stesso un dato non secondario. Se, poi, si fa-
cesse unanalisi ragionata delle cifre (alunni, do-
centi, sedi, attestazioni di completamento dei corsi,
sussidi) le conferme sarebbero ancor pi pro-
banti, dato che il linguaggio dei numeri non si pre-
sta a interpretazioni di comodo. Ma questo compito
non spetta a me ed esula, peraltro, dallorizzonte di
questo mio intervento.
Se guardiamo allo statuto della Scuola, tutti questi
elementi li troviamo assunti e organizzati in modo
sistematico. Cos lart. 1 recita: La Scuola Teolo-
gica di base S. Luca Evangelista un servizio pa-
storale dellArcidiocesi di Palermo ordinato a
promuovere la conoscenza della dottrina della fede presso i fedeli, religiosi e laici, e alla migliore formazione
degli operatori pastorali secondo le modalit proprie della scienza teologica, in conformit alle direttive ema-
nate dalla Conferenza Episcopale Italiana nella nota pastorale del 14 marzo 1985, dal titolo: La formazione
teologica nella Chiesa particolare. Atal fine, la Scuola organizza un corso di studi teologici e una serie di at-
tivit per la formazione permanente degli ex-allievi. La Scuola ha sede presso la Curia Arcivescovile in un uf-
ficio a essa destinato. Lart. 4, a sua volta, afferma: Il Direttore ha la diretta responsabilit della Scuola e
garantisce le sue finalit davanti al Vescovo e alla Chiesa. E lart. 11 precisa: La Scuola opera in armonia con
lUfficio di coordinamento pastorale e con i vicari territoriali. Spetta al Direttore farsene promotore. Il Diret-
tore a fine anno relaziona sullattivit della Scuola al Consiglio Episcopale e presenta il progetto organizzativo,
didattico e finanziario dellanno successivo. Spetta al Vicario generale vigilare sullinsieme della vita della Scuola.
12
Cardinale Paolo Romeo
Per sintetizzare i dati esposti in questo secondo passaggio, a me pare che il tratto maggiormente distintivo del-
lesperienza della Scuola a Palermo sia lessere stata concepita e inserita in un disegno ampio e complesso e
di essere stata organicamente strutturata nella Chiesa locale, attraverso una convergente e concorde azione che
ha coinvolto lArcivescovo e qualificati componenti della comunit ecclesiale. Il tutto allinterno di una stra-
tegia pastorale che si comprende bene solo se inquadrata nella situazione di Palermo e della Sicilia dalla met
degli anni 70 al decennio successivo. In un recente libro P. Bartolomeo Sorge cos riassume la linea pastorale
dellArcivescovo Pappalardo: Non spetta alla Chiesa, ripeteva spesso il cardinale, compiere analisi econo-
miche e sociologiche, n proporre soluzioni tecniche per risolvere i problemi del Mezzogiorno. Non ne ha la
competenza, n gli strumenti. In virt della sua missione religiosa, invece compito suo formare la coscienza
dei credenti e orientarli sul piano etico e culturale ad affrontare con spirito cristiano e con responsabilit civica
i grandi problemi economici, politici e di costume che affliggono il nostro Sud. La sua, perci, stata una
guida soprattutto etica e culturale, oltre che spirituale
2
. Un secondo elemento individuabile nel tentativo di
coordinare le diverse realt culturali operanti nella diocesi e di favorirne linterazione in modo da valorizzarne
le peculiarit e di evitare la dispersione delle forze.
Un ultimo dato la possibilit di un accesso aperto al sapere teologico e la conseguente familiarit diffusa con
la cultura teologica e i suoi linguaggi, a tutto vantaggio della propria vita di fede e della competenza ministe-
riale. Alla luce di queste considerazioni dovrebbe risultare chiaro lassunto iniziale secondo cui la Scuola Teo-
logica di base essa stessa una singolare e originale forma di ministerialit.
3. Leducazione tra sfida ed emergenza
Il decennio che si appena aperto vedr impegnate le Chiese che sono in Italia attorno al tema delleducazione,
sullonda di orientamenti pastorali che saranno approvati nellAssemblea Generale dei vescovi italiani alla
fine del mese. Ma una riflessione sulleducazione gi stata avviata da anni nei forum del Progetto culturale
che in diversi momenti ha posto la questione a tema di proprie iniziative a partire dal 1999.
Una conferma autorevole a questo orientamento lha data Benedetto XVI nel discorso tenuto ai partecipanti al
4 Convegno ecclesiale di Verona. In quella sede il Papa osserv: [] perch lesperienza della fede e del-
lamore cristiano sia accolta e vissuta e si trasmetta da una generazione allaltra, una questione fondamentale
e decisiva quella delleducazione della persona. Occorre preoccuparsi della formazione della sua intelligenza,
senza trascurare quella della sua libert e capacit di amare. [] Uneducazione vera ha bisogno di risvegliare
il coraggio delle decisioni definitive, che oggi vengono considerate un vincolo che mortifica la nostra libert,
ma in realt sono indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di grande nella vita, in particolare per far
maturare lamore in tutta la sua bellezza: quindi per dare consistenza e significato alla stessa libert
3
. Pi di
recente, con un documento indirizzato alla diocesi di Roma, il Papa ha ripreso questa tematica, proponendo una
lucida analisi della situazione: Educare [] non mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre pi diffi-
cile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilit educa-
tive. Si parla perci di una grande emergenza educativa, confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso
vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso
alla propria vita. Nello stesso tempo, Benedetto XVI ha fornito anche prospettive operative, richiamando la
gratuit della relazione educativa, il rapporto tra libert e disciplina, lautorevolezza, la responsabilit, sinte-
tizzando tutto nella considerazione che anima dell'educazione, come dell'intera vita, pu essere solo una spe-
ranza affidabile
4
.
Anche la nota pastorale dellEpiscopato italiano che ha raccolto la riflessione di Verona insiste molto sulla te-
matica delleducazione, come dir dopo.
Un punto che qui mi preme mettere in luce il contorno linguistico che accompagna la parola educazione. In-
fatti i termini che pi comunemente si adoperano per introdurre un discorso sulleducazione sono: problema
delleducazione, urgenza educativa, emergenza educativa, sfida delleducazione.
13
2 B. SORGE, La traversata. La Chiesa dal Concilio Vaticano II a oggi, A. Mondadori editore, Milano 2010, p.145.
3 CONFERENZAEPISCOPALE ITALIANA, Testimoni di Ges risorto, speranza del mondo. Atti del 4 Convengo ecclesiale nazionale.
Verona, 16-20 ottobre 2010, Edizioni Dehoniane, Bologna 2008, p. 57.
4 BENEDETTO XVI, Lettera alla diocesi e alla citt di Roma sul compito urgente delleducazione, 21 gennaio 2008.
Questa costante semantica, testimoniata anche
da due recenti pubblicazioni
5
, lascia trasparire
un contesto alquanto problematico di fronte al
quale le risorse di cui ordinariamente si di-
spone risultano insufficienti e inadeguate.
A ben vedere il termine pi positivo e stimo-
lante quello di sfida che contiene in s ele-
menti riconducibili a provocazione,
competizione, confronto, gara, prova. In altri
termini, il processo educativo visto come
una dinamica tuttaltro che scontata e piatta;
al contrario, essa implica il misurarsi di sog-
getti e di forze che per conseguire lobiettivo
devono lottare e superarsi in una interlocu-
zione a viso aperto. Ancora, la sfida esige
ladozione di una strategia che appronti ana-
lisi e strumenti capaci di far affrontare reali-
sticamente il confronto e di portare a un esito
positivo di esso.
Pi problematici risultano gli altri due termini:
urgenza ed emergenza, proprio per il carattere
di straordinariet che sottintendono. Essi di-
cono necessit, fretta, impellenza, allarme, pe-
ricolo che impongono ristrettezza di tempi,
rapidit di intervento, mobilitazione per scon-
giurare conseguenze irreparabili.
Come si pu notare, la questione educativa,
quale che sia la prospettiva che si preferisce,
rappresenta in ogni caso un terreno di con-
fronto che non si pu eludere e nello stesso
tempo si propone come passaggio obbligato che non pu essere delegato ad altri.
Laver preso consapevolezza di questa nota pu aver avuto un peso determinante nella scelta pastorale della
Chiesa che in Italia; il tutto avvalorato ulteriormente dalla constatazione che esiste oggi in Italia un deficit
educativo in famiglia, nella scuola e perfino, purtroppo, nella comunit ecclesiale. Probabilmente, la consta-
tazione di situazioni di immaturit umana, di fragilit psichica, di inconsistenza identitaria hanno scosso i pi
avveduti che hanno lanciato lallarme, nella speranza che si operasse una significativa inversione di tendenza.
4. La Scuola Teologica di base tra Progetto culturale e pastorale integrata
Le considerazioni fin qui fatte hanno voluto evidenziare la peculiare identit della Scuola Teologica di base,
esaltata dalla sua collocazione nel contesto socioreligioso attuale. Proprio da questa sua caratterizzazione pos-
sono scaturire alcune prospettive teologico-pastorali per una prosecuzione di un servizio rinnovato e rimoti-
vato che, in linea con gli orientamenti pastorali della Chiesa che in Italia, risponda alle istanze di questo
tempo in questa Chiesa e in questo territorio, con particolare riguardo alla attualissima sfida educativa.
Le coordinate allinterno delle quali devono svilupparsi queste prospettive, a mio avviso, sono il Progetto cul-
turale orientato in senso cristiano, scaturito come impegno del 3 Convegno ecclesiale di Palermo (1995), e la
pastorale integrata, effetto della riflessione maturata nel 4 Convegno ecclesiale di Verona (2006).
14
5 COMITATO PER IL PROGETTO CULTURALE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA (a cura di), La sfida educativa,
Editori Laterza, Bari 2009; SERVIZIO NAZIONALE PER IL PROGETTO CULTURALE DELLA CEI, Lemergenza educativa. Per-
sona, intelligenza, libert, amore. IX Forum del Progetto culturale, Edizioni Dehoniane, Bologna 2010.
Occorre tenere presente che n luno n laltra hanno ancora ottenuto lauspicato diritto di cittadinanza, ido-
neo a pensarli come familiari nella vita e nella prassi pastorale delle nostre Chiese. Questo dice, perci, la fa-
tica di recepire il nuovo e motiva i ritardi con cui le nostre Chiese cercano di allinearsi alle istanze poste dal
rapido mutare del pensiero e delle tendenze e motiva, in qualche modo, linadeguatezza e limpreparazione con
cui i fedeli cristiani si pongono di fronte ai nodi problematici della modernit. In questo stato di cose risalta
con evidenza la funzione singolare della Scuola Teologica di base, se riesce a effettuare unanalisi della realt
contemporanea e a fornire chiavi di lettura idonee e correlate competenze ministeriali.
A tal proposito, un apporto significativo dato dal recente documento dellEpiscopato italiano Per un Paese
solidale, nel quale, a proposito della sfida educativa, leggiamo: Per far maturare questa particolare sensibi-
lit, spirituale e culturale a un tempo, necessario impegnarsi in una nuova proposta educativa, rigenerando e
riordinando gli ambiti in cui ci si spende per leducazione e la formazione dei giovani. La questione scolastica
devessere affrontata come espressione della questione morale e culturale che preoccupa tutti in Italia e che nel
Mezzogiorno raggiunge livelli drammatici. [] Amaggior ragione ci sentiamo provocati dalla sfida educativa
sul versante intraecclesiale della catechesi. Questa pure, nelle parrocchie e in ogni realt associativa, va ri-
pensata e rinnovata. Essa devessere dotata il pi possibile di una efficacia performativa: non pu, cio, limi-
tarsi a essere scuola di dottrina, ma deve diventare occasione dincontro con la persona di Cristo e laboratorio
in cui si fa esperienza del mistero ecclesiale, dove Dio trasforma le nostre relazioni e ci forma alla testimonianza
evangelica di fronte e in mezzo al mondo. Da essa dipende non soltanto la corretta ed efficace trasmissione della
fede alle nuove generazioni, ma anche lo stimolo a curare e maturare una qualit alta della vita credente negli
adolescenti e nei giovani. In questo quadro trova spazio lesigenza di ripensare e di rilanciare le scuole di for-
mazione sociale e politica, come pure le iniziative di formazione comunitaria intensiva (n. 17). Si tratta di una
precisa scelta di campo che, particolarmente a noi Chiese del Sud, offre indicazioni preziose per uscire da una
certa indolenza e passivit che spesso ci caratterizza e per definire progetti pastorali concreti, commisurati con
la realt individua di ciascuna Chiesa.
In questo quadro potrebbero trovare posto alcuni passaggi, alla cui elencazione faccio precedere una brevis-
sima puntualizzazione sul Progetto culturale e sulla pastorale integrata. Il Progetto culturale orientato in senso
cristiano deve essere inteso non come un nuovo impegno da realizzare, ma piuttosto come un modo di essere
della Chiesa in Italia in questo nostro tempo, con riferimento alla crisi indotta anche nel nostro Paese dalla
frattura tra fede e cultura. In questo contesto linculturazione della fede e levangelizzazione delle culture re-
stano due opzioni di fondo che i progetti pastorali delle Chiese particolari dovranno tradurre e attualizzare
6
.
In altri termini, il Progetto rappresenta un modo per portare la questione antropologica nel vivo delle nostre
comunit, accogliendo linvito dei Vescovi a mettere la persona al centro
7
. Si tratta di un approccio radicato
in una profonda visione teologica e particolarmente fecondo sia per il compito formativo sia per attrezzare cul-
turalmente la testimonianza dei singoli e delle comunit
8
. La pastorale integrata costituisce una nuova me-
todologia imperniata sulla trasversalit pastorale, che con il Convegno di Verona ha avuto un suggello chiaro
e condiviso. Essa realizza quella conversione pastorale, gi auspicata nel Convegno di Palermo, che deve por-
tare da una pastorale di conservazione a una pastorale dinamicamente missionaria, da una pastorale settoriale
che divide la persona a una pastorale integrata che assume la persona nella sua interezza e globalit. Si tratta
di una intuizione originale, la cui attuazione comporta una certa fatica perch sconvolge, per certi versi, il
modo di concepire fin qui la pastorale. Il punto di partenza la centralit della persona, vista nella sua unita-
riet. La via per guardare, coinvolgere ed evangelizzare la persona quella di raggiungerla attraverso la sua
15
6 Affinch la nostra pastorale venga davvero innervata dallattenzione e dalla sollecitudine per il mondo, sotto vari profili nuovo, che si
va formando, quello che stato chiamato il cantiere del Progetto culturale dovrebbe essere aperto in tante nostre comunit parrocchiali,
come anche negli ambienti di lavoro, di studio, di produzione e diffusione delle idee e degli stili di vita, per mantenere viva la memoria
delle nostre radici cristiane e per affrontare a partire da esse gli interrogativi del presente e del futuro (Prolusione del Card. Camillo Ruini
al Consiglio Episcopale Permanente [Pisa, 24-27 settembre 2001], n. 4)
7 CONFERENZAEPISCOPALE ITALIANA, Rigenerati per una speranza viva (1Pt 1,3): Testimoni del grande s di Dio alluomo.
Nota pastorale dellEpiscopato italiano dopo il 4 Convegno ecclesiale nazionale (29 giugno 2007), n. 22.
8 SERVIZIO NAZIONALE PER IL PROGETTO CULTURALE DELLA CEI, Fare Progetto culturale. Temi e percorsi sulla questione
delluomo e della verit, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2008, p.10.
vita quotidiana, rappresentata dai cinque ambiti, formulati nella fase di preparazione del Convegno di Verona
e ripresi nella nota pastorale successiva. La peculiarit di questo metodo sta nel fatto che ciascun ambito coin-
volge le diverse specializzazioni pastorali e le fa convergere verso lunico obiettivo di costruire persone adulte
nella fede e capaci di testimoniare in modo esistenziale la loro fede e la loro appartenenza ecclesiale
9
. In que-
sta prospettiva, una Scuola Teologica di base non pu certamente ignorare questa nuova metodica pastorale e
per evitare discrasie o cammini paralleli, in quanto possibile, deve sussidiarla.
Il senso di questa scelta espresso in modo incisivo nella nota circa il dopo Verona: La scelta della vita come
luogo di ascolto, di condivisione, di annuncio, di carit e di servizio costituisce un segnale incisivo in una sta-
gione attratta dalle esperienze virtuali e propensa a privilegiare le emozioni sui legami interpersonali stabili.
Ne scaturisce un prezioso esercizio di progettualit, che desideriamo continui e si approfondisca ulteriormente.
Si tratta di cinque concreti aspetti del s di Dio alluomo, del significato che il Vangelo indica per ogni mo-
mento dellesistenza: nella sua costitutiva dimensione affettiva, nel rapporto con il tempo del lavoro e della
festa, nellesperienza della fragilit, nel cammino della tradizione, nella responsabilit e nella fraternit so-
ciale
10
. La vita, pertanto, entra nel s della testimonianza e con essa entrano in gioco i cinque ambiti, scelta
significativa del metodo Verona.
Il s delluomo a Dio deve passare attraverso il discernimento, che rappresenta in qualche modo uno dei tas-
selli del metodo Verona, che comprende la conversione verso una pastorale integrata attraverso i cinque am-
biti, il protagonismo laicale, lattenzione alle povert, la connotazione popolare della Chiesa in Italia, la
connotazione culturale della pastorale, il problema dei linguaggi. Strettamente legato al tema del discernimento
quello della sfida educativa, in ragione della quale ci chiesto un investimento educativo capace di rinno-
vare gli itinerari formativi, per renderli pi adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone, con
una nuova attenzione per gli adulti. La formazione, a partire dalla famiglia, deve essere in grado di dare si-
gnificato alle esperienze quotidiane, interpretando la domanda di senso che alberga nella coscienza di molti.
Nello stesso tempo, le persone devono essere aiutate a leggere la loro esistenza alla luce del Vangelo, cos che
trovi risposta il desiderio di quanti chiedono di essere accompagnati a vivere la fede come cammino di sequela
del Signore Ges, segnato da una relazione creativa tra la Parola di Dio e la vita di ogni giorno
11
.
Connesso alla sfida educativa il competente uso dei linguaggi, indispensabili per poter comunicare a tutti la
verit e la propria testimonianza, avvalendosi della molteplicit degli strumenti odierni, non escluso il lin-
guaggio suggestivamente simbolico e singolarmente espressivo delle arti
12
. E veniamo adesso alla esemplifica-
zione di talune possibili prospettive teologico-pastorali che possono essere assunte dalla Scuola Teologica di base.
4.1. Delineare una "pastorale dell'attenzione"intesa come scelta pedagogica che prende le mosse non tanto
da schemi prefigurati scientificamente, quanto piuttosto dall'analisi e dall'ascolto delle persone, delle situa-
zioni, dei fatti. Una "pastorale dell'attenzione" pu dare uno slancio nuovo ai progetti della Chiesa Palermitana,
privilegiando le peculiarit di tempo e di luogo. In questo senso, la Scuola potrebbe offrire opportune inizia-
tive di indagine per una conoscenza delle diverse stratificazioni socio-culturali della Diocesi.
4.2. Riscoprire la contemplazione, come parte qualificante di una "pastorale della santit", con ricadute non
solo sulla religiosit e sulla devozione, ma anche sul versante della creazione artistica come forma data dal genio
creativo del fedele alla intuizione del mistero, ad esempio nel campo delle arti figurative, della poesia e, per-
ch no, della musica. Nel fervido esplodere di scuole di preghiera e nella diffusione della lectio divina la con-
16
9 Una pastorale integrata mette in campo tutte le energie di cui il popolo di Dio dispone, valorizzandole nella loro specificit e al tempo
stesso facendole confluire entro progetti comuni, definiti e realizzati insieme. Essa pone in rete le molteplici risorse di cui dispone: umane,
spirituali, culturali, pastorali. In tal modo, una pastorale integrata, con le differenze che accoglie e armonizza al proprio interno, rende la
comunit in grado di entrare pi efficacemente in comunicazione con un contesto variegato , bisognoso di approcci diversificati e plu-
rali, per un fecondo dialogo missionario (Rigenerati per una speranza viva [1Pt 1,3], n. 25).
10 Rigenerati per una speranza viva (1Pt 1,3), n. 12.
11 Rigenerati per una speranza viva (1Pt 1,3), n. 17.
12 Cfr Rigenerati per una speranza viva (1Pt 1,3), n. 16.
templazione del mistero di Dio potrebbe determinare un contestuale sviluppo dello spessore mistico del popolo
di Dio. Su questo versante la Scuola Teologica potrebbe scrivere una storia dei santi della Chiesa locale, rivi-
sitando i luoghi della loro testimonianza di vita.
4.3. Recuperare l'ecclesiologia di comunione per superare, attraverso una riflessione teologica adeguata,
schemi e modelli ecclesiologici di parte finalizzati a giustificare scelte settoriali. Si dovrebbe avviare, in tal
modo, il superamento di frammentazione e di visioni segmentate per avviare il recupero di una visione di
Chiesa unitaria e sinfonica nella quale ciascuno possa sentirsi a proprio agio senza forzature di sorta. Questo
intendimento particolarmente congeniale con le finalit della Scuola perch dovrebbe assumere un taglio
propriamente teologico sia sul piano della riflessione accademica, sia sul piano della sperimentazione pastorale.
4.4. Operare una conversione culturale della pastorale per superare il complesso di inferiorit culturale che
da troppo tempo ci si porta addosso, ovviamente attrezzandosi adeguatamente; solo cos si potr accettare e av-
viare il dialogo con la cultura contemporanea e misurarsi con le sfide impegnative del tempo presente. evi-
dente, infatti, che il dramma provocato dalla rottura fra Vangelo e cultura, denunciato da Paolo VI nel 1975,
non ha inquietato pi di tanto le nostre Chiese. E di contro occorre ammettere che le crisi registrate su tanti fronti
della pastorale hanno alla loro base proprio un cedimento culturale. Molto opportuno mi pare, perci, quanto
scriveva alcuni anni fa Cataldo Naro allorch rilevava che la cultura [...] un percorso obbligato della mis-
sione della Chiesa italiana
13
. L'analfabetismo religioso , peraltro, un dato inconfutabile e costituisce linfau-
sto punto d'arrivo di una ritirata generalizzata dal fronte della formazione. A titolo esemplificativo formulo
solo due interrogativi tra i tanti possibili in materia: Quali esiti registriamo nel campo della catechesi, soprat-
tutto dei giovani e degli adulti? Quale il bilancio di tanti anni di insegnamento della religione cattolica nelle
scuole, dove ancora potenzialmente si incontra, secondo i dati calcolati su base nazionale, circa l80% della po-
polazione studentesca? Proprio il superamento di tale analfabetismo e la formazione seria e competente di ope-
ratori pastorali potrebbero costituire gli apporti offerti dalla Scuola alla conversione culturale della pastorale.
17
13 Osservatorio comunicazione & cultura, 7/2001, p. 2.
18
14 Per un Paese solidale, n. 7.
4.5. Elaborare una pastorale della comunicazione. Occorre evitare
il rischio di pensare la pastorale della comunicazione come un
pedaggio da pagare alla comunicazione di massa e alla pre-
senza invasiva dei mass media. Qui non si tratta di fare con-
cessioni a questo settore di interesse o di cedere alla moda
di presenzialismo e di protagonismo autoreferenziali,
quanto piuttosto di riscoprire la pastorale sotto la pro-
spettiva della comunicazione, cio dell'ascolto e della
proposta in una reciprocit relazionale. Pertanto non
pi una pastorale disincarnata, studiata a tavolino in
forme pi o meno pregevoli, ma una progettazione pa-
storale attenta alle domande poste dalle persone e dalla
storia.
Progetti pastorali e operatori orientati dal paradigma della
comunicazione dovranno riscoprire l'originalit e la con-
cretezza delle scelte e delle metodiche pastorali viste come
comunicazione della fede, orizzonte che rilegge tutta l'espe-
rienza della vita ecclesiale: la comunicazione diventa allora cifra del-
l'esperienza della fede nel mondo d'oggi (Piero Coda). In questo
impegnativo settore, in perenne evoluzione, la Scuola potrebbe avviare tutta una serie di sperimentazioni gui-
date e validate, in modo da consentire lacquisizione dei principali linguaggi mediali e multimediali e di av-
viare alla loro utilizzazione nelle diverse condizioni e situazioni.
4.6. Educare a una pastorale trasversale per problemi per rispondere all'originalit del nostro tempo attra-
verso la scoperta e ladozione di nuove strategie pastorali. In ragione di ci occorre dare per buone una volta
per tutte le acquisizioni ormai raggiunte, senza mettere sempre ogni cosa in discussione ricominciando daccapo;
bisogna, invece, dare continuit ai progetti pastorali per far crescere le comunit ecclesiali al passo con i tempi.
In questa linea, nellottica della pastorale integrata, il caso di cominciare a pensare e a progettare non pi
settorialmente, ma unificando gli itinerari attorno a nodi problematici per imparare a coniugare l'ordinariet dei
diversi settori di pastorale con le domande di novit che emergono dalle persone e dalla storia. Uno di questi
problemi-perno potrebbe essere, ad esempio, quello della salvaguardia del creato, tematica che coinvolge la vita,
la bioetica, l'ecologia, la pace e la guerra, la fame e l'uso delle risorse, le problematiche connesse con la salute,
ecc. La Scuola, in questo campo, potrebbe consolidare la prospettiva interdisciplinare per aiutare a evidenziare
tutte le ricche potenzialit di ciascuna tematica con le specifiche ricadute pastorali.
4.7. Riscoprire la collocazione della Sicilia nel Mediterraneo, mare che oggi per lIsola, punta avanzata del-
lEuropa in questo mare, rappresenta una opportunit irripetibile. Il documento Per un Paese solidale presenta
la scelta per il Mare nostrum come una vera e propria opzione strategica per il Mezzogiorno e per tutto il
Paese, inserito nel cammino europeo e aperto al mondo globalizzato
14
. In questo contesto, gli ambiti pi rile-
vanti che possono rappresentare oggetto di attenzione delle Chiese delle due sponde sono fondamentalmente
quattro: limmigrazione, il dialogo tra le Chiese, il dialogo interculturale e il dialogo interreligioso. Su questo
punto la Scuola pu offrire orientamenti, pu segnalare strumenti di ricerca e pu organizzare esperienze sul
campo per aiutare a riscoprire la vocazione mediterranea peculiare della nostra identit, costruendo nuovi ponti
di accoglienza, di dialogo e di solidariet tra le Chiese e con i popoli delle due sponde del Mediterraneo. Que-
sta progettualit deve essere espressione di un umanesimo cristiano amico delluomo che non pu essere fer-
mato dalla diversit etnica, culturale o religiosa e deve proporsi di restituire a questo mare la connotazione fe-
licissima e suggestiva segnalatami da un metropolita siro-cattolico della Chiesa greco-melchita: il Mediterra-
neo, mare di Dio.
5. Conclusione
Se per una qualsivoglia ragione dovesse far capolino nel subconscio di qualcuno il dubbio insinuante se sia il
caso di continuare a tenere in vita una struttura come la Scuola Teologica di base, mi auguro che le considera-
zioni esposte aiutino a evidenziare la forte valenza educativa che essa pu assumere nel contesto attuale e la
funzione esemplare che essa pu esercitare allinterno della Chiesa locale. Infatti, Per la comunit cristiana
tempo di giocare tutta quella fiducia nelluomo e nella sua educazione che appartiene alla sua tradizione;
sulleducazione che essa deve investire le sue energie migliori. Lo deve fare non solo per se stessa, ma anche
come servizio a tutta la comunit umana e al contesto civile in cui inserita. [] tempo per contribuire a ri-
lanciare lidea di un progetto educativo che riproponga lesigenza di una visione globale e integrale delledu-
cazione, aggiornandone i tratti alle caratteristiche della cultura del nostro tempo
15
.
E chi meglio della Scuola Teologica di base pu offrire, oggi, questo servizio alla Chiesa Palermitana?
Palermo, 12 maggio 2010
19
15 La sfida educativa, p. 86.
20
Particolare della Vergine nellIcona dellAscenzione scritta da Giuseppe Tuzzolino, Parrocchia S. Giuseppe - Villabate
21
MARIADONNA
PROSPETTIVE DI SORORIT NELLA
SPIRITUALIT MARIANA
Relazione della
Prof.ssa Cettina Militello
ARCIDIOCESI DI PALERMO
SCUOLA TEOLOGICA DI BASE
S. LUCA EVANGELISTA
PREMESSA
Il termine sorella riferito alla Madre del Signore non partico-
larmente frequente nella tradizione cristiana. Lo dobbiamo nel-
limmediato post-concilio a Paolo VI. Negli stessi anni, la
sororit o sorellanza stata una parola dordine delle filosofe
e teologhe femministe, espressione di un mondo nuovo in cui le
donne godessero piena autonomia e potessero incontrarsi in modo
solidale.
Io stessa ho ritenuto la sororit una categoria fruttuosa per la
mariologia. E ci per molte ragioni. Innanzitutto perch consen-
tiva di recuperare Maria allinterno della storia e dellesperienza
delle donne, acquisendola come compagna e sorella. Inoltre per-
ch sembrava idonea a modulare la mariologia al femminile.
In questi ultimi anni questo nesso andato incrinandosi. Dire e pen-
sare Maria come sorella appare sospetto alle donne che vedono naufragare nellindifferenza delle pi giovani
lutopia di una rete sororale. Inoltre, espressione di una relazione familiare sempre pi rara, il termine evoca
un rapporto difficilmente esperito, e, come ogni altro termine relazionale funzionale (figlia, sposa, madre), se
ne avverte (e se ne respinge) lipoteca patriarcale. Detto altrimenti madre, figlia, sposa, sorella non dicono, con
il nome proprio, un soggetto femminile, ma ne evocano la funzionalit o la relazionalit bio-sociale.
La perplessit delle donne si accompagna alla difficolt del dire Maria in un contesto di massimalismo de-
vozionalista: appare a molti addirittura irriverente chiamare sorella la madre del Signore. Eppure, io credo,
la sororit conserva uno spessore antropologico e teologico rilevante. Il nodo ultimamente ecclesiologico,
tanto relativamente a Maria che relativamente alle donne.
LAVALENZAANTROPO-RELIGIOSA
Il termine sorella specialissimo nella catena relazionale. Dice innanzitutto l'avere in comune il padre e la
madre, o uno almeno dei due genitori. E, nella rete familiare, il riconoscersi come fratelli e, pi ancora, rico-
noscere una donna come sorella, ingenera una relazione gratuita. Fraternit e sororit, pur inquinati da con-
dizionamenti patriarcali, esprimono una relazionalit affettuosa, libera, disinteressata, soprattutto priva di
domanda sessuale per inciso, la ragione per cui le religiose vengono chiamate sorella.
Fratello e sorella hanno, poi, una valenza pi ampia di quella a cui siamo abi-
tuati. Lo stesso legame tribale, etnico, nazionale o l'appartenenza a un cir-
colo, a una casta, a una categoria particolare e ristretta, giustificano l'uso del
termine. Fratello e sorella si chiameranno lun laltro i cristiani indicando
con ci il comune orizzonte di fede.
Nel secondo millennio, con forte connotazione anti-istituzionale e residua
nostalgia della comunit primitiva, a chiamarsi fratelli e sorelle saranno i
membri del gruppi pauperistici, marginali e non.
Queste istanze fatte proprie dalla modernit restano ai margini della post-
modernit, popolata di individualit assolute, la cui disperante solitudine
rende obsolete fraternit e sororit.
22
Prof.ssa Cettina Militello
LAVALENZABIBLICA
Tutto ci ben lontano dal sentire biblico. Ritroviamo al femminile un uso metaforico del termine non meno
vivo di quello iscritto nel legame di sangue. Sicch chiamare una donna sorella evoca un riconoscimento di
lei gratuito e disinteressato; appella al riconoscimento di un legame solidale al di fuori sia da ogni ipoteca di
possesso che di soggezione legale.
La forza gratuita e liberante che il termine nasconde fa s che lo stesso amore coniugale possa inglobarne le sug-
gestioni. Sorella cos la sposa del Cantico (cf. Ct 4,9.12; 5, 1-2; 8,1) come pure la sposa che Tobia guarda
come compagna da accogliere e rispettare (cf. Tb 8,4.7).
Insomma, per la sua valenza reale e metaforica insieme, nella Scrittura, sorella termine riassuntivo della
relazionalit al femminile. Lo prova Pr 7,4, in cui la Sapienza ad essere chiamata sorella, a conclusione di
un circolo di transitivit che abbraccia anche i termini di sposa e madre.
N possiamo dimenticare come avviene daltra parte al maschile la transitivit che intercorre tra sororit e
amicizia. Anzi, nella difficolt indubbia di declinare al femminile lamicizia relazione possibile e degna solo
tra maschi proprio la Scrittura ci testimonia come allamata si addicano insieme i termini di amica e di so-
rella (cf. Ct 1,9.15; 2,10.13; 4,1.7; 5,2; 6,4). Ancora il Cantico rimanda alla relazione amicale con un termine
che nel testo ebraico un apax (cio un termine che ricorre una sola volta): la sposa, sorella, amica, sale nel
deserto appoggiata al suo diletto (cf. Ct 8,5).
MARIANOSTRASORELLA DAI PADRI ALLAMC 56
Se sorella termine di gratuit, di relazionalit non inficiata dal possesso o dal desiderio; se soprattutto per
estensione di prossimit mette insieme la suggestione del legame di sangue con la consapevolezza d'apparte-
nere alla medesima umanit, si capisce la ragione che ha indotto non pochi Padri a invocare Maria come sorella.
Atanasio Efrem il Siro, Epifanio di Salamina, Cirillo Alessandrino e altri ancora additano Maria come sorella
in un arco che va dal VI allVIII secolo.
Corrispondono ad essi Agostino e Paolino di Nola, e poi, nei secoli che seguono Ildelfonso di Toledo e Pascasio
Radberto. La mutazione culturale, avviando al II millennio, abbandona il vocabolo riferito a Maria. Lesalta-
zione di lei, lascia cadere un termine inficiato socialmente. Fratres e sorores sono ormai quanti/quante nella vita
religiosa esercitano funzioni servili. Pur nel risveglio di fraternit, proprio degli ordini nuovi, Maria non vi ri-
ceve il nome di sorella, fatta eccezione per la comunit carmelitana che la dir religione soror. E finalmente
luso polemico di fratello e/o sorella nei contesti ereticali definitivamente sottrarr questo titolo a Maria. Ri-
sultano per ci esigue le testimonianze del II millennio. Una eccezione, nel contesto della Riforma, sar Eco-
lampadio.
A spiegare il declino del termine sorella certamente il mutato modello di Chiesa. La Chiesa fraternit/soro-
rit una Chiesa-comunione. Una Chiesa via via ingessata nei moduli della feudalit, della signoria, della mo-
narchia assoluta sino alla societas hierarchica iuridica inaequalis non fa pi spazio alla fraternit/sororit e
anche Maria non pu esservi chiamata sorella.
Sar il Vaticano II, il suo contesto, a consentirne il recupero e il rilancio. Lepiteto per soprattutto presente
nel magistero di Paolo VI obbligato citare la Marialis Cultus 56 (cf. EV5, 89) e, in minor misura, nella pub-
blicistica mariologica post-conciliare.
23
LE VALENZE TEOLOGICHE
Questa veloce ricognizione indica Maria come sorella tanto nella successione delle generazioni e perci nella
comune appartenenza alla stirpe di Eva ed Adamo, quanto nel salto qualitativo della famiglia dei discepoli.
SORELLA NELLACOMUNE UMANIT
Maria ci sorella cos come sorella e fratello ci ogni essere umano con il quale condividiamo la carne e il
sangue. Ci sorella nella comune umanit. E basterebbe questa attenzione per costruire diversamente la ma-
riologia, anzi la nostra teologia.
Difficilmente nel far teologia facciamo spazio alla carne e al sangue. Anzi, poniamo ogni cura nellelaborare
astrattamente il discorso.
Eppure, il messaggio cristiano ci raggiunge nella forza immediatamente coinvolgente ed evocativa di un mes-
saggio di carne, qualificato e affidato alla stessa fragilit della nostra carne. La riscoperta e rivendicazione di
una antropologia olistica chiede che vengano collegati mente e cuore, esperienza e riflessione, sensi e intelletto;
chiede un altro modello di teologizzare e dunque altra attenzione benevola e solidale alla nostra comune uma-
nit. Essa appartiene al Verbo di Dio che tra noi prende carne, ed appartiene alla carne che gli offre Maria, donna
fragile, donna concreta, donna quotidiana, donna in carne e ossa, non astrazione edulcorata, bellezza disincar-
nata, creatura diafana e idealizzata, sciolta da ogni concretezza di rapporto, da ogni prossimit corporea. Ri-
scoprirla sorella innanzitutto coglierla nella sua creaturalit, perfetta sinch si vuole, per grazia, ma non per
questo aliena e irreale, ma, al contrario, prossima, prossima a tutti noi, in una solidariet compassionata certo,
ma soprattutto fisica, organica, di organicit culturata e culturante. Occorre prendere sul serio lincarnazione,
il dato scandaloso di un messaggio che addita la carne come cardine della salvezza.
Maria nostra sorella non pi o meno di quanto Cristo sia nostro fratello. E se Cristo ci ha restituiti alla piena
condizione filiale, ci avvenuto perch, in fondo, mai la nostra filiazione stata interrotta. La paternit mi-
sericordiosa di Dio tuttuno con la storia salvifica. Essa scandisce di generazione in generazione un disegno
di prossimit affidato al ritmo della carne. E la carne resta a cementare la fraternit / sororit della comunione
definitiva e nuova: la sua carne, il suo corpo per noi dato; la sua Chiesa, sorella, amica, amata, sposa.
SORELLA NELLAPEREGRINAZIONE DELLAFEDE
La parabola della carne parabola debole e forte. Ci rinvia di con-
tinuo al limite, alla fragilit. Maria ci sorella perch nulla le stato
risparmiato di ci che importa il limite esistenziale, l'indigenza no-
stra di creature. Ma ci ella ha vissuto aderendo al volere di Dio,
accogliendone la parola con fede.
Ed proprio questa la discriminante, ci che rende esemplare l'es-
serci Maria sorella. Il Vaticano II con felicissima espressione ha par-
lato di una sua peregrinazione della fede (LG 58). L'essere
chiamata a collaborare al disegno salvifico non ha sottratto Maria al
dubbio e alla prova. La condizione singolare sua di grazia non l'ha
posta al riparo dalla fatica del credere. Come ognuno di noi essa
avanzata, con difficolt, nella comprensione del disegno di Dio. Nel
chiamarla sorella la comunit ecclesiale ha guardato e guarda al-
l'esemplarit di questa sua crescita nella fede. La qualit della ri-
sposta che essa ha offerto al Creatore ci incoraggia circa la
possibilit di aderire con fede alla parola di Dio mettendola in pratica.
Chiamandola sorella accostiamo insomma Maria non come la
creatura resa diversa dalla prossimit al Figlio divino. La guardiamo
24
SORELLA NELLAPROSSIMIT DI GENERE
Infine, se la legittimit del dire Maria sorella, la sua esemplarit riguarda tutti, uomini e donne, non tutta-
via possibile dimenticare che il termine sorella tocca Maria anche nella trama dei rapporti che la stringono
alle donne.
Nulla sappiamo del rapportarsi di Maria a
quante scelgono di seguire Ges per le vie della
Palestina (cf. Lc 8,1-3) e che gli restano fedeli
sino ai piedi della croce (cf. Mc 15,40-41; Mt
27,55-56; Lc 23,49; Gv 19,25). Nulla sappiamo
della rete dei rapporti che ella intreccia con
quante le sono vicine, per parentela, per prossi-
mit di casa, per prossimit di sensibilit reli-
giosa.
Tuttavia il vangelo dell'infanzia di Luca ci tra-
smette, ai versetti 39-45 del suo primo capitolo,
un episodio di forte qualit "sororale". Prota-
goniste vi sono due donne: Maria e la parente
Elisabetta. L'incontro, la visita che Maria rende
a quest'ultima, interamente nel segno di una
mutua sollecitudine femminile, di una sororit
profonda, convinta, risolutiva, rasserenante.
Quale ne sia la valenza propriamente teologica,
ci rimane un manifesto di "sororit", di un in-
dice esplicito di legame femminile profondo.
Labbraccio, tante volte iconografato, ci diventa
paradigma di gioia messianica, di novit radicale,
di compimento pieno del disegno di Dio relativamente all'umanit sua creatura.
Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo seno (Lc 1,42). Da donna a donna questa benedizione
si riversa sulle donne di ogni tempo.
costante antropologica il rapporto donna-vita. Solo che la vita a cui definitivamente connessa la donna,
Maria in quanto donna, la Parola stessa di Dio. Ed una donna, Elisabetta, a testimoniare la connessione
definitiva del femminile alla Parola. Nellincontro di Maria ed Elisabetta le donne sanno cosa anchesse deb-
bono testimoniare perch lumanit riveli il suo vero volto, un volto solidale, riconciliato, capace di gratuit e
di tenerezza, capace di lasciarsi plasmare dal soffio beatificante dello Spirito.
Altavilla Milicia, 2 aprile 2011
* Rinvio per lapparato critico a Maria sorella in Ephemerides Mariologicae, LV (2005 ), 269-284. Una trattazione pi breve in Nostra
Donna coronata di dodici stelle, Monfortane, Roma 1999, 30-38.
25
piuttosto come una donna che ha fatto della fede la scommessa della sua esistenza, in ci non diversa da cia-
scun altro credente e tuttavia esemplare proprio nella qualit del suo fidente abbandonarsi a Dio.
Nellessere sorella Maria altrimenti tipo della Chiesa. Anzi, il termine la radica ancor pi profondamente
nel corpo del Figlio a cui appartiene, pur se quale membro singolare e sovreminente (cf. LG 53).
La sorellanza, insomma, flessione altra della fraternit come nome proprio della Chiesa, comunit dei salvati,
comunit peregrinante, comunit redenta. Comunit che vive di fede di speranza e carit. Comunit che si
specchia nel modello teologale della Madre del Signore, cercando come lei di conservare integra la fede, so-
lida la speranza, sincera la carit (LG 64).
26
Volto di Cristo arte paleocristiana. Nel cubicolo del Leone della Catacomba di Commodilla del sec. V.
27
Figure di Cristo
nellAntico Testamento
EXEMPLA ICONOGRAFICI
IN ET PALEOCRISTIANA
Relazione della
Prof.ssa Francesca Paola Massara
ARCIDIOCESI DI PALERMO
SCUOLA TEOLOGICA DI BASE
S. LUCA EVANGELISTA
La comprensione dellespressione figurativa
di unepoca cos distante dalla nostra, quale quella
paleocristiana, deve partire dal riconoscimento e
dalla adeguata comprensione delle sue coordinate
fondamentali, storiche, letterarie, storico-artistiche
e culturali, nellaccezione pi ampia.
I primi monumenti di arte cristiana apparten-
gono al patrimonio figurativo delle catacombe e da-
tano ad un periodo non anteriore alla fine del II
inizi del III secolo.
1
Il ritardo con cui appare limmagine nelle
manifestazioni artistiche cristiane pu probabil-
mente attribuirsi alle radici giudaiche delle comu-
nit ed, in particolare, alle forti remore ebraiche nei
confronti delle immagini: gi nel Libro del Deute-
ronomio ed in quello dellEsodo (Dt 5,7; Es 20,4)
viene espresso un forte divieto di creare immagini,
soprattutto per in relazione alla figura di Dio ed
alla possibilit di utilizzare queste immagini come
oggetto di culto. Emerge quellorrore dellidolatria,
quel timore di confondersi e fondersi con le limi-
trofe popolazioni pagane e politeiste, che attraversa
come un filo rosso tutta la cultura e la teologia
ebraica (paradigmatico lepisodio di Mos, che si
scontra con linfedelt del popolo, adoratore del vi-
tello doro).
Questa stessa diffidenza nei confronti delle
immagini fluisce anche nella cultura paleocristiana
ed superata poi dalle riflessioni dei Padri della
Chiesa, che consentono la rappresentazione di al-
cuni episodi della storia della salvezza o eleggono
dei simboli privilegiati per le loro rispondenze sal-
vifiche e cristologiche: un esempio eloquente il
contributo di Clemente Alessandrino, che nel suo
Paedagogus (scritto tra il 203 e il 211) ammette
come simboli cristiani lancora, la colomba, il
pesce, la nave, la lira (Paed. 3, 11, 59-60), fornen-
done ampia motivazione.
Con perfetta rispondenza, ritroviamo proprio
questi stessi segni e simboli nelle catacombe ro-
mane, insieme a figure emblematiche come il Buon
Pastore e lOrante, il Pescatore ed il Filosofo; poco
dopo, soprattutto dopo la pace della Chiesa, si in-
seriscono nel repertorio figurativo cristiano vivaci
scene raffiguranti episodi dellAntico e del Nuovo
Testamento, selezionando quegli avvenimenti che
meglio si prestano ad esemplificare la salvezza
eterna e la promessa della resurrezione finale.
Larte paleocristiana sceglie una serie di ele-
menti emblematici, personaggi, scene, sintetizzan-
doli in pochi tratti e inserendosi spesso nella
tradizione iconografica e stilistica del mondo clas-
sico pagano, riqualificandola e riorientandola in
senso cristiano. Ne emerge unarte abbreviata
(spesso uno o due personaggi rappresentano unin-
tera scena), sintetica, simbolica, signitiva (si
esprime per segni), paradigmatica (porta esempi di
salvezza), ma anche catechetica, didascalica e pe-
dagogica
2
.
Sono queste sue ultime peculiarit che, in ul-
tima analisi, ne determinano laffermazione e la dif-
fusione: Gregorio Magno nel 550, in una lettera al
vescovo di Marsiglia Sereno, che aveva fatto di-
struggere le immagini presenti nella chiesa, scrive:
la pittura usata nelle chiese affinch coloro che
non conoscono lalfabeto, guardando sulle pareti,
leggano ci che non sono capaci di leggere nei co-
dici (Epist. 11, 10), siglando cos definitivamente
in Occidente la funzione ed il ruolo delle immagini
cristiane.
1 F.W. Deichmann, Archeologia Cristiana, Roma 1993, pp. 105-121; A. Nestori, Repertorio topografico delle pitture delle catacombe ro-
mane, II ed., Citt del Vaticano 1993; Ph. Pergola, Le Catacombe romane. Storia e topografia, Roma 1997, pp. 51-80; F. Bisconti, La
decorazione delle catacombe romane, in Le catacombe cristiane di Roma. Origini, sviluppo, apparati decorativi, documentazione epi-
grafica, Regensburg 1998, pp. 71-144; Id., Introduzione, in Temi di Iconografia Paleocristiana, Citt del Vaticano 2000, pp. 13-86, con
ampia ricognizione bibliografica.
2 A. Grabar, Christian Iconography. A study of its origin, Princeton 1968; E. Kitzinger, Larte bizantina. Correnti stilistiche nellarte me-
diterranea dal III al VII secolo, Milano 1989, pp. 24-30; F. Bisconti, Arte e artigianato nella cultura figurativa paleocristiana. Altre equi-
valenze tra letteratura patristica e iconografia paleocristiana, in Res Christiana. Temi interdisciplinari di patrologia, a cura di A.
Quacquarelli, Roma 1999, pp. 23-108.
28
FIGURE DI CRISTO NELLANTICO TESTAMENTO
Exempla iconografici in et paleocristiana
Prof.ssa Francesca Paola Massara
Pitture catacombali, scultura funeraria (sar-
cofagi, epigrafi, rilievi), e poi i grandi cicli musivi
delle basiliche, riportano i fondamentali temi della
salvezza, scegliendo dallAntico Testamento gli
episodi pi significativi in relazione alla prefigura-
zione di Cristo, come le storie di Mos, le scene del
ciclo di Giona, le figure dei grandi profeti che pre-
dissero la venuta del Messia; dal Nuovo Testa-
mento, invece, vengono scelte soprattutto le scene
di miracoli, o episodi di insegnamento che mo-
strano Cristo maestro.
questo il momento della formazione del pa-
trimonio artistico cristiano, in cui si adattano lin-
guaggi e stilemi noti ad un contenuto assolutamente
nuovo.
Questi straordinari esempi di arte della pe-
nombra, definizione recente che allude alla tenue
luce che si irradiava dai lucernari comunicanti con
il sopratterra o dalle fiammelle delle lucerne, co-
stituiscono la testimonianza pi antica di un per-
corso iconografico, quello paleocristiano, in
continua evoluzione e sperimentazione, sia nella
selezione degli schemi figurativi, sia nelle manife-
stazioni stilistiche
3
.
Nellarte paleocristiana dei pri-
mordi, gi ad un primo censimento, sem-
brano apparire con maggiore frequenza
una serie di personaggi ed episodi del-
lAntico Testamento: una speciale atten-
zione sembra riservata ad Adamo, No,
Abramo, Mos, Giobbe (in misura mi-
nore), Daniele e Giona.
Figure tanto diverse tra loro appa-
iono, per, collegate da un fil rouge, che
i Padri identificano in un rimando, pi o
meno esplicito, alla figura di Cristo, se-
condo lo schema del typos - antitypos.
Un ruolo particolare riservato al
ciclo della Genesi
4
ed alle figure dei Pro-
toparenti: Adamo colto insieme ad Eva
nel momento della creazione, della ca-
duta, della consegna dei simboli del lavoro, o della
cacciata dal Paradiso terrestre.
Spesso ununica rappresentazione racchiude
in s una serie di elementi diacronicamente so-
vrapposti, come in un riquadro inserito in una volta
dipinta di un cubicolo della Catacomba di Callisto
(sec. III) o in una lunetta nella Catacomba di Via
Latina (o Via Dino Compagni) a Roma (sec. IV), in
cui Eva rivolge lo sguardo verso Adamo e il ser-
pente, stendendo la mano verso questultimo, an-
cora attorcigliato al tronco dellalbero al centro
5
;
sembrerebbe la raffigurazione del momento della
tentazione, ma il pudico gesto di Adamo e la pre-
senza delle foglie di fico inducono a ritenere che
lepisodio faccia sintesi di sequenze cronologiche
diverse, affidando allocchio dellosservatore
esperto la lettura dellimmagine.
La figura di Adamo ricorrente, sia in pittura
che nei rilievi scultorei, per la forte carica simbo-
lica e anagogica: il ruolo di prima creatura, di ar-
chetipo delluomo, lo pone in relazione speciale
con Dio, ma anche con le altre creature; dalla sua
posizione derivano privilegi e responsabilit.
3 F. Bisconti, Larte delle catacombe, in Dalla terra alle genti. La diffusione de Cristianesimo nei primi secoli. Catalogo della mostra, a
cura di A. Donati, Milano 1996, pp. 94-106.
4 Antico Testamento. Genesi, a cura di M. Noth, Brescia 1977; Antico Testamento. Genesi, a cura di G. von Rad, Brescia 1978.
5 A. Ferrua, Catacombe sconosciute. Una pinacoteca del IV secolo sotto la Via Latina, Firenze 1990, pp. 105-107; A. Baruffa, Le Cata-
combe di S. Callisto, Citt del Vaticano 1992, pp. 76-92; Ph. Pergola, Le catacombe romane. Storia e topografia. Catalogo a cura di P.M.
Barbini, Roma 1997, pp. 196-203; D. Calcagnini, Adamo ed Eva, in Temi di Iconografia Paleocristiana, Citt del Vaticano 2000, pp. 96-
101.
29
Adamo ed Eva. Volta di cubicolo (part.). Catacombe di Callisto, sec. III d.C. (da J.
Wilpert, Die rmischen Mosaiken und Malereien)
Il rapporto con la terra sottolineato dallas-
sonanza tra i termini ebraici Adam umano e
Adam terra, mentre entrambi sono correlati
alla radice dm essere rosso, con allusione al
colore rossastro dellargilla.
Adamo creatura, ma partecipa anchegli
allopera della Creazione, quando osserva e nomina
gli esseri viventi; nella tradizione ebraica, ma anche
nella cultura orientale antica, dare il nome equivale
a conoscere profondamente, a possedere lessenza
della realt nominata, dunque ad avere potere su di
essa.
Creato da Dio e per essere in relazione con
Lui, il primo uomo prototipo del munus sacerdo-
tale: ordinare, coltivare, proteggere, custodire la
creazione, come i leviti proteggono il santuario del
Signore. Ma egli anche archetipo di regalit e sa-
pienza, simile a Salomone che [] tratt di tutte
le piante [] come pure degli animali, degli uc-
celli, dei rettili e dei pesci. (1 Re 5,13).
Nelliconografia, la sua posizione di rilievo
spesso segnalata dallinserimento in prima sede
nel registro superiore dei sarcofagi, dalla colloca-
zione sulla volta accanto al Buon Pastore - Cristo,
dalla predilezione accordatagli come personaggio
principale al centro delle lunette dipinte degli ar-
cosoli.
Tra i Padri della Chiesa sono molti a com-
mentare i primi capitoli di Genesi, individuando re-
lazioni e figure esegetiche negli elementi del
giardino: Giovanni Damasceno, per esempio, si
sofferma in particolare sul significato dellalbero
della vita, indicando in esso il simbolo della dol-
cezza della contemplazione divina, che dona una
vita ininterrotta a coloro che ne partecipano (De
fide ort. 2, 11).
Tuttavia, sebbene coronato di onore, il padre
del genere umano si lascia ledere dal peccato ori-
ginale, un peccato connotato da irrazionalit, in-
sensatezza e soprattutto irreversibilit. Dopo il
gesto di disobbedienza, dopo aver assaggiato il
frutto dellalbero proibito, nulla sar pi come
prima.
Le foglie di fico, citate dal testo e sempre ben
30
I Protoparenti, sarcofago "degli sposi" (da R. Garrucci, Storia dellArte Cristiana nei primi
otto secoli della Chiesa, Prato 1880)
Queste riflessioni sono particolarmente pre-
senti nellesegesi patristica
6
, che infine pone in re-
lazione il primo uomo con lUomo perfetto, Cristo,
rimedio contro il peccato (Greg. Niss., Oratio
Cat. Magna 37, 2-3).
I Padri, infatti, svolgono e ampliano una ti-
pologia cristologica della salvezza che ha le sue
basi profonde negli scritti del Nuovo Testamento;
gi Luca inserisce nel testo evangelico la genealo-
gia di Ges a partire da Adamo figlio di Dio (Lc
3, 38), indicando nello stesso Ges il progenitore
di un nuovo popolo che include tutte le nazioni (Lc
24, 46-47). Nei testi paolini, poi, il confronto tra
Adamo e Cristo pi volte ripetuto e sviluppato:
nella Lettera ai Romani, intere pericopi ribadiscono
esplicitamente la giustificazione gratuitamente
data per la fede in Cristo (Rm 3, 23) e i paralleli
tra le due figure, una apportatrice di morte, laltra
di vita e salvezza eterna: Adamo figura di Colui
che doveva venire []. Sicch, come per una sola
colpa la condanna venuta per tutti gli uomini,
cos per un solo atto di giustizia viene offerta a tutti
gli uomini la giustificazione che d la vita. (Rm 5,
12-21). Ancora, in Adamo luomo vecchio croci-
fisso con Cristo (Rm 6, 5-6), ma lo stesso Adamo
immagine del Risorto (1 Cor 15, 22); il primo
uomo era tratto dalla terra, trasmettendo la sua na-
tura anche ai discendenti, mentre lultimoAdamo
celeste, spirituale (1 Cor 15, 46-48), imma-
gine del Dio invisibile, primogenito di tutta la crea-
zione (Col 1,15), prototipo della nuova umanit
(2 Cor 4,6). Se Adamo eikon di Dio, Cristo ne
la morf (Fil 2,6).
Un altro personaggio molto amato dai primi
cristiani, che spesso ne richiedevano la raffigura-
zione, No; la narrazione del diluvio e della mi-
racolosa salvezza (Gn 6-9) presente spesso
nellarte catacombale, con canoni iconografici stan-
dard estremamente sintetici
7
.
Gi allinizio del sec. III, nelle Catacombe
dei SS. Pietro e Marcellino, ma anche in lunette e
cubicoli delle Catacombe di Callisto a Roma, com-
pare un personaggio orante, in atteggiamento ex-
pansis manibus, emergente a mezzo busto da
unarca a forma di scatola di forma parallelepi-
peda, dal coperchio alzato. Accanto a lui, una co-
lomba in volo, recante nel becco un ramoscello
dolivo.
6 La Bibbia commentata dai Padri, Gn 1-11, a cura di A. Louth, vol. I/1, Roma 2003; s.v Adamo, in Le immagini bibliche. Simboli, figure
retoriche e temi letterari della Bibbia, a cura di L. Ryken - J.C. Wilhoit - T. Longman, ed. it. a cura di M. Zappella, Cinisello Balsamo
2006, pp. 26-36.
7 A. Baruffa, Le Catacombe di S. Callisto, pp. 76-92; Ph. Pergola, Le catacombe romane. Storia e topografia, pp. 162-167; P. Prigent, Larte
dei primi cristiani. Leredit culturale e la nuova fede, Roma 1997, pp. 182-193; B. Mazzei, No, in Temi di Iconografia Paleocristiana,
pp. 231-232.
31
leggibili nelle rappresentazioni figurate, possono
simboleggiare il piacere di mentire (Aug., De Gen.
contra Manich. 2, 15, 23) e la tendenza verso il
peccato (Beda, Hom. in Ev. 1, 17) oppure, in senso
opposto, un senso di pentimento e un atto di peni-
tenza, per la tipologia irritante della pianta (Iren.,
Adv. Haer. 3- 23, 5).
Per Origene, dopo il peccato gli occhi del
senso furono aperti, mentre quelli della mente, con
cui Adamo ed Eva avevano contemplato Dio, fu-
rono chiusi (Orig., Contra Cels. 7, 39).
In Adamo trova lettura la condizione umana,
ed possibile rintracciare motivi adamitici nel-
lintera storia di Israele e nei suoi protagonisti pi
rilevanti, come per esempio No, in relazione spe-
ciale con Dio e con la creazione, e Abramo, sulla
cui risposta a Dio si fonda la promessa di benedi-
zione per tutto il popolo dIsraele (in cui adom-
brato lintero genere umano).
Catacombe Coemeterium Majus, Roma IV sec.
32
La stessa immagine com-
pare sulle note monete della citt
di Apamea in Siria (datate tra il
193 e il 284), poich la citt ve-
niva tradizionalmente identificata
con il luogo dove larca si era are-
nata. stato notato come larca,
lungi dallessere una rappresenta-
zione realistica di unimbarca-
zione, somiglia di pi ad una
cassa aperta, con un solo abitante;
emerge con particolare evidenza
il carattere simbolico e abbreviato
dellarte paleocristiana, in cui
basta un solo personaggio, anche
con pochissimi elementi caratte-
rizzanti, per suggerire un intero episodio, in tutta la
densit del suo significato.
Questo tanto vero che talvolta la colomba
da sola gi un simbolo pregnante, e la ritroviamo
frequentemente nelle epigrafi, accanto alle iscri-
zioni ed alle formule IN PACE, o nelle lunette dar-
cosolio e nei cubicoli affrescati.
La cassa poi, sembra rimandare a quei perso-
naggi del mito classico la cui vita venne affidata ad
una cassa in balia delle onde (Danae e Perseo); Teo-
filo dAntiochia continua il parallelo con la tradi-
zione greco-ellenistica ricordando la figura di
Deucalione, anchegli sopravvissuto a un diluvio
per volont degli dei e progenitore di un nuovo ge-
nere umano insieme alla moglie Pirra.
Nellambito funerario, il tema noetico as-
sume un valore peculiare, come uno dei paradigmi
di salvezza rappresentati per affermare la fede dei
primi cristiani; emerge il desiderato rapporto tra il
patriarca ed il defunto, entrambi salvati dalla bene-
volenza divina (cfr. il noto sarcofago di Iuliana -
fine sec. III- in cui la stessa defunta sostituisce No
allinterno dellarca
8
).
In questo contesto, la vicinanza sim-
bolica con lepisodio di Giona si manife-
sta anche come contiguit fisica e
spaziale, mentre sono gi stati evidenziati
i motivi adamitici nella figura di No, at-
traverso il tipo di relazione con Dio, con il
cosmo e con la nuova creazione di cui
protagonista.
Lesegesi patristica sottolinea, inol-
tre, la simbologia dellarca come figura
della Chiesa, sebbene un uomo solo di-
venti iconograficamente emblema di tutto
il genere umano (cfr. Tert., De Bapt. 8).
Lo stesso Tertulliano riprende il pensiero
espresso nella Lettera di Pietro, quando
paragona le acque del diluvio a quelle pu-
rificatrici del battesimo (1 Pt 3, 20-21).
Secondo Clemente, invece, nellin-
8 G. Bovini - H. Brandenburg - F.W. Deichmann, Repertorium der christlich-antiken Sarkophage. 1.Rom und Ostia, Weisbaden 1967, n. 46.
No al centro, ai lati scene del ciclo di Giona. Volta di cubicolo delle Catacombe di
Callisto, sec. III d.C. (da J. Wilpert, Die rmischen Mosaiken und Malereien)
Abramo e Isacco come oranti. Cubicolo A3, Area I delle Catacombe
di Callisto, prima met sec. III d.C. (da J. Wilpert, Die rmischen Mo-
saiken und Malereien)
33
terpretazione dellepisodio noetico deve prevalere
il valore penitenziale: No il predicatore del pen-
timento, poich solo coloro che lo hanno ascoltato
sono sfuggiti al giudizio di Dio (Clem., I Ep. 7, 6).
Anche Teofilo di Antiochia vede in No lesempio
della missione di predicazione (Teoph., Ad Autol. 3,
19; Clem. Al., Strom. 1, 21; 135, 4), sebbene sia
stato notato come questultima non sia bastata a
salvare i peccatori impenitenti.
Il tema, per la sua speciale valenza, stato
anche connesso con la controversia de lapsis, causa
di una grave crisi che attravers le comunit eccle-
siali nel III secolo (Cypr., De lapsis, 19).
Infine, Origene, individuando nel patriarca
un prototipo del Giusto, vi intravede un tipo di
Cristo (Or., Hom. in Gen. 2, 3). anche questa con-
siderazione che, probabilmente, fa individuare pro-
prio in No un personaggio da includere sempre
nelle raffigurazioni seriali in sculture e affreschi, in
qualche caso anche al centro della volta, in sede
evidenziata.
Pari inserimento nel repertorio pi significa-
tivo dellarte paleocristiana ha il ciclo di Abramo,
con particolare riguardo allepisodio del Sacrificio
dIsacco, che risulta senzaltro uno dei pi diffusi,
con i suoi 195 monumenti realizzati nel periodo
compreso tra il secolo III e l VIII
9
. Abramo e
Isacco sono rappresentati spesso nel momento in
cui il padre sta per vibrare il colpo fatale, con lara
fumante mentre il giovane in ginocchio si offre al
sacrificio, interrotto in quellistante in cui la mano
divina compare dai cieli squarciati a trattenere il
pugnale. Lo schema compositivo della scena la rende
particolarmente adatta alle posizioni angolari nei sar-
cofagi del secolo IV, dove quasi sempre presente.
Ma limmagine pi antica pu essere identi-
ficata nel Cubicolo dei Sacramenti A3, datato alla
prima met del III secolo; qui uninterpretazione
insolita vede i due protagonisti gi salvati, nella po-
sizione expansis manibus dellorante: il miracolo
gi avvenuto
10
. Ritroviamo invece lepisodio dei tre
visitatori alla quercia di Mambre nei preziosi mo-
saici della navata centrale di S. Maria Maggiore a
Roma (433-435), con il doppio registro occupato
dallaccoglienza di Abramo, in alto, e dallofferta
conviviale, in basso. Qui i tre angeli sono stati raf-
figurati uguali e distinti, volendo adombrare in
essi limmagine della SS. Trinit
11
.
Le storie di Abramo, dunque, sono state vei-
colo simbolico di rilevante intensit.
La connessione Abramo/Adamo/Cristo si
trova in pi luoghi della letteratura neotestamenta-
ria, in virt della speciale relazione con Dio, della
promessa di fecondit e della risposta di Abramo
alla Parola di Dio. Nel corpus paolino, Abramo
capostipite di tutti coloro che hanno creduto alla
Parola (Rm 4,12) e che hanno la fede (Gal 3, 7-
9), che soprattutto fede nella Resurrezione (Eb
11, 17-19).
Il sacrificio dIsacco, gi alla fine del II se-
9 A. Nestori, Repertorio topografico delle pitture delle catacombe romane, p. 191; B. Mazzei, Abramo, in Temi di Iconografia Paleocri-
stiana, pp. 92-95.
10 A. Baruffa, Le Catacombe di S. Callisto, pp. 79-81.
11 C. Cecchelli, I mosaici della basilica di Santa Maria Maggiore, Torino 1956; E. Kitzinger, Larte bizantina. Correnti stilistiche nellarte
mediterranea dal III al VII secolo, pp 75-89.
1.Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso e Sacrificio di Isacco inseriti in sequenza di scene dellAntico e del Nuovo Testamento. Sarcofago del Laterano,
oggi ai Musei Vaticani, sec. IV d.C. (da R. Garrucci, Storia dellArte Cristiana)
colo con Melitone di Sardi (Excerpta 6) figura del
sacrificio di Cristo sulla Croce (Iren., Contra Haer.
4; 5, 4; Tert., Adv. Iud. 10, 6; 13, 20-22; Or., Hom.
VIII in Gen. 8).
Per Agostino, Abramo tipo di Dio Padre,
in quanto acconsente al sacrificio (Aug., Civ. Dei,
16, 32), mentre Isacco tipo del Figlio: non op-
pone resistenza, anzi porta lui stesso il legno per il
sacrificio. Inoltre, entrambi gli eventi avvengono
su una collina.
Il valore soterico della rappresentazione ne
rende frequente linserimento nella sequenza che
larte paleocristiana elabora per comunicare in sim-
bolo, attraverso episodi paradigmatici - con No,
Daniele, Susanna, i tre fanciulli di Babilonia - il
piano salvifico divino.
Esplicito per la figura di Mos il riferi-
mento cristologico sia nella letteratura neotesta-
mentaria che nelliconografia dei primi secoli
12
: le
raffigurazioni pi seriali, come le versioni pi in-
solite, pongono spesso tra le mani del profeta la
virga virtutis, ossia un bastoncello che, sollevato a
toccare o indicare uomini e cose, richiama latten-
zione dellosservatore sul gesto del protagonista
che compie il miracolo.
Tra le scene pi frequenti, il miracolo della
rupe si trova gi nelle pitture catacombali pi an-
tiche del Cimitero di Callisto e mostra Mos che
con gesto solenne fa sgorgare lacqua dalla roccia
durante lesodo nel deserto, proprio impugnando
quella verga con cui aveva percosso le acque del
Nilo (Es 14; 17); ma il repertorio del ciclo mosaico
molto ricco e comprende anche scene rare come
quelle del cubicolo C nella Catacomba di Via La-
tina, in cui il profeta, alla guida del popolo, si reca
a prendere i resti del patriarca Giuseppe, che aveva
chiesto esplicitamente di essere condotto fuori dal-
lEgitto insieme ad Israele quando avesse lasciato
il paese (Es 13, 19), mentre sullo sfondo a destra si
erge la colonna di fuoco e, in secondo piano, si di-
stingue la scena del monte Sinai, realizzata con ra-
pide, impressionistiche pennellate
13
.
Tra i riferimenti veterotestamentari, il Libro
dei Numeri, in particolare, distingue Mos da tutti
gli altri profeti per il suo ruolo di interlocutore di
Dio, con cui entra in dialogo (Nm 12, 6-8) e di cui
si fa portavoce, diventando un potente operatore di
miracoli. Nel Nuovo Testamento i riferimenti a
Mos sono numerosi, in merito al confronto con
Ges, che per gli superiore come legislatore (Mt
5-7), profeta (At 3,17-26), salvatore del suo popolo
(Gv 1,17; 2 Cor 3; Eb 3, 1-5).
Linterpretazione tipologica dei Padri una-
nime, anche in considerazione delleccezionalit
della figura mosaica: ha ricevuto una chiamata di-
vina e una divina rivelazione, ha lo spirito di Dio e
proferisce la Parola di Dio.
Un soggetto che riveste grande interesse, seb-
bene la sua presenza nelle arti figurative sia pidiscreta
di quella dei grandi patriarchi e profeti, Giobbe: sim-
bolo dei pi elevati valori morali, si presenta come il
prototipo del giusto sofferente, del martire senza colpa,
delluomo di fede incrollabile nella prova.
Rappresentato prevalentemente in ambito ca-
tacombale, Giobbe viene raffigurato per lo pi me-
ditabondo sullo sterquilinio o accompagnato dalla
moglie e dagli amici che sono andati a trovarlo
14
.
Il Libro di Giobbe, tra i pi enigmatici del-
lAntico Testamento, incentrato sulle prove a cui
Giobbe sottoposto e sulle reazioni che il protago-
nista ha rispetto alla sofferenza e alle accuse dei
12 J. Danielou, Les figures du Christ dans lAncien Testament, Paris
1950, passim; M. Dulaey, Virga virtutis tuae, virga oris tuae. Le
bton du Christ dans le christianisme ancien, in Quaeritur in-
ventus colitur. Miscellanea in onore di P. U.M. Fasola, Citt del
Vaticano 1989, pp. 235-245; s.v Mos, in Le immagini bibliche,
pp. 909-910; F. Bisconti, Le pitture delle catacombe romane. Re-
stauri e interpretazioni, Todi 2011, pp. 237-247.
13 A. Baruffa, Le Catacombe di S. Callisto, pp. 81-82; A. Ferrua,
Catacombe sconosciute, pp. 66-70; U. Utro, Mos, in Temi di Ico-
nografia Paleocristiana, pp. 223-225.
14 M. Perraymond, Giobbe, in Temi di Iconografia Paleocristiana,
pp. 190-191; Ead., La figura di Giobbe nella cultura paleocri-
stiana tra esegesi patristica e manifestazioni iconografiche, Citt
del Vaticano 2002.
34
Mos che batte la rupe. Volta di cubicolo (part.). Catacombe di Callisto,
sec. III d. C. (da J. Wilpert, Die rmischen Mosaiken und Malereien)
suoi stessi familiari ed amici. La ri-
sposta di Dio e le consolatorie con-
clusioni non sembrano compensare,
in realt, il grande male che attraversa
il testo, n fornire una spiegazione de-
finitiva e convincente al mistero del
dolore.
Tuttavia, a ben guardare,
Giobbe ottiene un risultato fonda-
mentale: gli concesso il grande privi-
legio di diventare interlocutore di Dio.
Lesegesi patristica conferisce a
questo personaggio dignit di profeta e
ruolo di prefigurazione cristologica, per
il fatto che per primo ebbe la percezione
dellavvento del Signore (Hypp., Ref. Omn. Haer. 8;
10, 1) e per la sua fede nella resurrezione (Clem. Rom.,
Epist. Cor., 26,3).
La vittoria di Cristo sulla morte prefigurata dai
Padri ancheattraversolepisodiodei trefanciulli di Ba-
bilonia Anania, Azaria e Misaele
15
, di cui si narra nel
Libro di Daniele (cfr. Ioh. Chry., Hom. in I Cor., 18) .
Questultimo libro biblico uno dei pi affa-
scinanti e ricchi di riferimenti simbolici e anago-
gici
16
, a cui il patrimonio artistico dei primi secoli
attinge a piene mani, raccontando nel linguaggio
sintetico che gli peculiare gli episodi che riguar-
dano i fanciulli, ma anche le vicende di Daniele,
profeta e testimone della fede alla corte di re Na-
bucodonosor.
I tre fanciulli ebrei sono ritratti con grande
frequenza soprattutto in due sequenze figurative
17
:
il rifiuto di adorare un idolo, che spesso ha le sem-
bianze dello stesso re, e la conseguente punizione
del vivicomburium, il supplizio del fuoco. Il primo
tema fa riferimento ad uno dei motivi portanti del-
lintero libro, ossia il controllo di Dio su qualun-
que potere umano, di cui dispone in modo
definitivo; tuttavia, in iconografia, il soggetto del
rifiuto delladorazione dellimmagine del re com-
pare in un periodo successivo a quello dei fanciulli
nella fornace, presentandosi con maggior frequenza
nei sarcofagi di IV secolo. Probabilmente, da ri-
conoscere in questa scena anche un riferimento in-
diretto alle persecuzioni sofferte dai Cristiani che
si rifiutavano di adorare limmagine imperiale.
Limmagine pi antica, invece, sceglie di ri-
proporre i fanciulli oranti nella fornace (Dn 3, 8-
90) nel consueto gesto expansis manibus, talvolta
accompagnati da un quarto personaggio, in cui da
riconoscere langelo del Signore, oppure da una co-
lomba, segno di predilezione divina e preannunzio
di salvezza, come gi nella vicenda noetica. Il tema
ben si presta al contesto funerario per lorienta-
mento escatologico; nella disposizione degli spazi
decorativi, esso viene spesso accostato a Daniele
tra i leoni e a Giona, a cui lo apparenta frequente-
mente anche lesegesi antica. La salvezza dei tre
preannunzia la Risurrezione e ne testimonianza
(Tert., De Resurr., 58; Aug., Ep., 205, 1,4).
Ma il grande protagonista del Libro certa-
mente colui da cui esso prende il nome, quel Da-
niele che nelliconografia dei primi secoli viene
presentato orante tra due leoni
18
, spesso in nudit
eroica come un novello Ercole, in consapevole con-
fronto con il consueto schema figurativo del cam-
pione del mondo pagano.
15 La Bibbia commentata dai Padri, Ezechiele Daniele, a cura di K. Stevenson-M. Glerup, vol. 12, Roma 2010, pp. 246-278.
16 Antico Testamento. Daniele, a cura di N.W. Porteous, Brescia 1999.
17 C. Carletti, I tre giovani ebrei di Babilonia nellarte cristiana antica (Quaderni di Vetera Christianorum, 9), Brescia 1975; Id., Origine, com-
mittenza e fruizione delle scene bibliche nella produzione figurativa romana del III secolo, in Vetera Chistianorum 26, 1989, pp. 207-219;
B. Mazzei, Fanciulli Ebrei, in Temi di Iconografia Paleocristiana, pp. 177-178.
18 G. Wacker, Die Ikonographie des Daniel in der Lwengrube, Marburg 1954; P. Prigent, Larte dei primi cristiani, pp. 193-198; M. Minasi,
Daniele, in Temi di Iconografia Paleocristiana, pp. 162-164.
35
I tre fanciulli di Babilonia. Volta di cubicolo (part.). Catacombe di Callisto,
sec. III d.C. (da R. Garrucci, Storia dellArte Cristiana)
Daniele larchetipo del martire cristiano
(Cypr., Ep., 57,8), la personificazione del giusto
perseguitato e della salvezza accordata da Dio in
risposta alla preghiera nel momento della prova
(Clem. Rom., Ad Cor., 45, 6-8); i leoni sempre raf-
figurati accanto a Daniele sono forse un ricordo
degli stessi leoni della damnatio ad bestias delle
persecuzioni, ancora cronologicamente vicine e
ben presenti alla memoria delle comunit.
Il potere della preghiera connotato essen-
ziale dellesegesi patristica sul profeta (Cypr., De
Dom. orat., 27; Hypp., Comm. in Dan. 2, 29; 38),
insieme allinserimento nella tipologia dei salvati
della Bibbia - risparmiato come Daniele, dice lo
Pseudo-Ignazio di Antiochia (Lettera ai Tarsi, 1)
19
.
Se vero che la fossa dei leoni metafora,
neppure troppo nascosta, della fossa della morte,
Daniele simbolo della speranza nella resurrezione
ed il superamento della prova prefigurazione
della vittoria di Cristo sulle forze del male (Or.,
Contra Celsum, 7, 57).
Le numerose raffigurazioni e le sedi privile-
giate in cui i primi cristiani inserivano le storie di
Daniele trovano la loro profonda ragione in un ul-
teriore elemento decisivo: una delle visioni di Da-
niele rivela che il reggitore del Regno di Dio sar
simile a un Figlio dUomo [] Il suo potere un
potere eterno e il suo regno non sar mai di-
strutto. (Dn 7, 13-14), pericope che appare una
esplicita profezia di Cristo.
In ordine proprio a questo significato, uno dei
libri biblici pi amati nellet paleocristiana sen-
zaltro quello di Giona: al centro di molte rifles-
sioni nelle opere dei Padri, protagonista di un
vero e proprio ciclo figurativo che si dispiega sulle
pareti e sulle volte delle catacombe o nei moltis-
simi rilievi che gi in et precoce ospitano il tema
iconografico
20
.
La narrazione della storia di Giona stata ar-
ticolata dagli esegeti in quattro segmenti: fuga, sal-
vataggio, predicazione, controversia. In
immagine, corrisponde a quattro scene che riman-
dano ad altrettanti momenti significativi della sua
avventura: il profeta scagliato in mare dai marinai
ed inghiottito dal mostro marino (balena o pistrice);
36
19 La Bibbia commentata dai Padri, Ezechiele Daniele, pp. 278-285.
20 A. Ferrua, Paralipomeni di Giona, in Rivista di Archeologia Cristiana, 38, 1962, pp. 7-69; P. Prigent, Larte dei primi cristiani, pp. 159-
182; D. Mazzoleni, Giona, in Temi di Iconografia Paleocristiana, pp. 191-193; La Bibbia commentata dai Padri, I Dodici Profeti, a cura
di A. Ferreiro, vol. 13, Roma 2005, pp. 160-182; s.v. Giona, in Le immagini bibliche, pp. 640-642; Limbourgh J., I dodici profeti I. Giona,
Torino 2005, pp. 191-217; D. Scaiola, I Dodici Profeti. Perch minori? Esegesi e teologia, Bologna 2011, pp. 89-110.
Scene dal Ciclo di Giona, Catacombe di Callisto (da R. Gar-
rucci, Storia dellArte Cristiana nei primi otto secoli della Chiesa,
Prato 1880).
Daniele tra i leoni, arcosolio. Catacombe di Callisto, sec. III d.C. (da R.
Garrucci, Storia dellArte Cristiana)
rigettato sulla spiaggia; in riposo sotto la pergola
verde, o talvolta sotto la pergola secca.
Uninteressante notazione ha riconosciuto in
Giona a riposo sotto la pergola, o rigettato sulla
spiaggia, lo schema iconografico della raffigura-
zione di un altro dormiente, il giovane Endimione,
protagonista di un mito della classicit pagana
21
.
Evidentemente le stesse botteghe artigiane
producevano manufatti per le diverse committenze,
e disponevano di modelli e schemi da utilizzare in-
distintamente; il contesto ed i dettagli, poi, face-
vano la differenza, dimostrando ancora una volta
la duttilit dellartigianato e la trasformazione di
una cultura artistica/artigiana pronta a piegare un
linguaggio antico e noto ad esigenze e contenuti
nuovi e rivoluzionari, selezionando i soggetti pi
adatti.
Sebbene si tratti di uno dei libri biblici pi
brevi, il Libro di Giona di estrema densit e com-
plessit interpretativa. Secondo lesegesi biblica, il
testo si articola per contrapposizioni: Giona na-
zionalista, Dio internazionalista; allostinazione
del profeta si contrappone la disponibilit dei citta-
dini alla penitenza, e cos via. Inoltre, il protagoni-
sta, profeta suo malgrado, inviato controvoglia agli
odiati niniviti, descritto come un soggetto scon-
troso e poco disposto ad affidarsi alla parola divina.
La sua indole e caparbiet lo conducono allerrore,
e tutte le sue caratteristiche rendono questa figura
tanto anomala da aver fatto considerare questo testo
un libro umoristico.
In realt, in Giona si mostrano tutte le con-
traddizioni dellanimo umano, nel suo irrazionale e
spesso drammatico porsi di fronte a Dio e di fronte
ai propri simili.
Il Libro , dunque, attraversato dai grandi
temi della inadeguatezza delluomo alla compren-
sione dei progetti di Dio, ma anche della profonda
misericordia divina, destinata a tutti i popoli, in
virt della universalit del progetto di salvezza.
Altro leitmotiv del breve racconto, la magni-
tudo declinata in tutte le sue espressioni: la gran-
diosit della natura, degli elementi, della insolita
missione, della conversione di un intera citt, della
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21 E. Kitzinger, Larte bizantina. Correnti stilistiche nellarte mediterranea dal III al VII secolo, pp. 27-28.
Giona gettato in mare. Catacombe di Priscilla, fine sec. III d.C. (da J. Wilpert, Die rmischen Mosaiken und Malereien)
misericordia divina. Dio ad avere lultima parola,
nello svelamento finale della pericope di chiusura.
La straordinaria fortuna di questo tema ico-
nografico legata ad una serie di citazioni spe-
ciali: innanzitutto, lo stesso Ges che paragona la
propria discesa nel sepolcro ai tre giorni nel ventre
del pesce (Mt 12, 39-41; 16, 4; Lc 11, 29-32). Per
esplicito riferimento del Messia, vi corrispon-
denza tra il segno di Giona e la propria Resurre-
zione. Lo stesso Ges assegna al popolo di Ninive,
pagano ma protagonista di spontanea e massiccia
conversione dopo lannunzio del profeta, una po-
sizione di rilievo nel giorno del Giudizio finale (Lc
11, 32). Per i Padri, Giona prefigura Cristo, in re-
lazione alla resurrezione ma anche alla predica-
zione (cfr. Tert., De Pud., 10; Cyr. Hierosol., Cat.,
14, 17 - che fa un confronto tra Giona e Cristo per
antitesi e analogie).
Nelle abbreviate raffigurazioni paleocri-
stiane, Giona anima la volta di cubicoli, arcosoli e
lunette, ma anche fronti di sarcofago, ben inseren-
dosi nel contesto funerario insieme ad una serie di
altri episodi e personaggi legati al comune tema
escatologico: No, Abramo, Daniele, i fanciulli di
Babilonia, Susanna.
In conclusione, le ragioni profonde della pre-
ferenza cos spesso accordata ai temi veterotesta-
mentari da ricercare in una serie di motivazioni:
innanzitutto, la considerazione che si tratta di per-
sonaggi ed episodi gi ben noti alle prime comu-
nit giudeo-cristiane, in cui vivo leco della
tradizione ebraica; questo poteva creare una forma
di continuit, se non proprio iconografica, almeno
culturale.
Inoltre, in un periodo di persecuzioni, proba-
bilmente era possibile attraverso queste raffigura-
zioni creare un codice criptocristiano, una
sequenza simbolica distinguibile e decodificabile
solo allocchio esperto di altri cristiani.
Un elemento di grande interesse, poi, stato
identificato nel collegamento tra immagine e litur-
gia, in particolare con la liturgia funebre
22
, con
lOrdo commendationis animae e altre preghiere
del tipo Libera. Nelle invocazioni, si chiede che
la propria preghiera venga esaudita come quella di
altri personaggi dellAntico Testamento minacciati
da gravi pericoli: gli esempi ricordati sono proprio
quello di Giona, dei fanciulli di Babilonia, di Su-
sanna.
LOrdo commendationis animae risale, nella
sua formulazione compiuta, allVIII secolo, ma il
suo nucleo sembra risalire al III secolo, riflettendo
una tradizione orante molto antica.
Atal proposito, una importante testimonianza
iconografica costituita dalla coppa di Podgo-
22 M. Cagiano De Azevedo, Il patrimonio figurativo della Bibbia allinizio dellAltomedioevo, Spoleto 1963, p. 357; A. Quacquarelli, La
societ cristologica prima di Costantino ed i riflessi nelle arti figurative, Bari 1978, p. 41; F. Bisconti, Letteratura patristica ed icono-
grafia paleocristiana, in Complementi interdisciplinari di patrologia, a cura di A. Quacquarelli, Roma 1989, pp. 380-383; P. Prigent, Larte
dei primi cristiani, pp. 222-236.
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Giona sotto la pergola. Volta di cubicolo (part.). Catacombe di Calli-
sto, sec. III d.C. (da J. Wilpert, Die rmischen Mosaiken und Malereien)
Giona rivomitato sulla spiaggia e sotto la pergola. Catacombe di Priscilla,
fine sec. III d.C. (da J. Wilpert, Die rmischen Mosaiken und Malereien)
ritza (Albania), datata al IV secolo
23
e decorata
con le note figure dellAntico Testamento accom-
pagnate da didascalie che ricordano da vicino il for-
mulario dellOrdo, assumendo dunque ancora una
volta questi personaggi come esemplari paradigmi
di salvezza.
Tuttavia, tutte le componenti rilevate appa-
iono potenziate da un fondamentale rimando sim-
bolico che le attraversa e le accomuna: il
riferimento cristologico.
Fin dalle origini listanza artistica nasce
come mediazione della Parola, come preghiera fi-
gurata, attestazione di fede, mezzo di trasmissione
degli eventi della Storia della Salvezza, tramite di
evangelizzazione e di un messaggio diretto allin-
tera comunit dei credenti; i numerosi protagonisti
che popolano il mondo figurativo paleocristiano,
per, sembrano tanto pi diffusi, amati e docu-
mentati quanto pi incarnano il typos del Cristo,
Messia e profeta, giusto perseguitato, innocente vit-
tima che per supera il potere della morte e lo vince.
Per i Padri, lAntico Testamento vela, alle-
gorizza, mostra per segni, ci che nel Nuovo si ma-
nifesta pienamente, secondo lantica antitesi del
latet / patet; e il punto focale la nuova e perpetua
alleanza, il volto risorto del Redentore.
Villabate, 30 marzo 2011
23 G.B. De Rossi, Linsigne piatto vitreo di Podgoritza oggi nel Museo Basilewski in Parigi, in Bullettino di Archeologia Cristiana II, 3,
1871, pp. 150-153.
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1.Buon Pastore al centro, ai lati figura orante e scene dal ciclo di Adamo ed Eva,
Mos, Giona. Volta di cubicolo delle Catacombe di Callisto, sec. III d. C. (da J.
Wilpert, Die rmischen Mosaiken und Malereien der kirchlichen Bauten vom IV
bis XIII Jahrhundert, Freiburg im Breisgau 1917)
Abramo e Isacco come oranti. Cubicolo A3, Area I delle Catacombe di Callisto,
prima met sec. III d.C. (da J. Wilpert, Die rmischen Mosaiken und Malereien)
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San Luca Evangelista