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La basilica di San Marco a Venezia la chiesa principale della citt, cattedrale della citt e sede del Patriarca.

. uno dei principali monumenti di piazza San Marco, che da essa prende il nome.

Sino alla caduta della Repubblica Serenissima stata la chiesa palatina dell'attiguo palazzo Ducale, retta a prelatura territoriale sotto la guida di un primicerio nominato direttamente dal doge. Ha assunto il titolo di cattedrale a partire dal 1807, quando fu qui trasferito dall'antica cattedrale di San Pietro di Castello. La storia[modifica sorgente]

La costruzione[modifica sorgente]

La prima Chiesa dedicata a San Marco, voluta da Giustiniano Partecipazio, fu costruita accanto al Palazzo Ducale nell'828 per ospitare le reliquie di San Marco trafugate, secondo la tradizione, ad Alessandria

d'Egitto da due mercanti veneziani: Buono da Malamocco e Rustico da Torcello. Questa chiesa sostitu la precedente cappella palatina dedicata al santo bizantino Teodoro (il cui nome era pronunciato dai veneziani Tdaro), edificata in corrispondenza dell'attuale piazzetta dei Leoncini, a nord della basilica di San Marco. Risale al IX secolo anche il primo Campanile di San Marco. La primitiva chiesa di San Marco venne poco dopo sostituita da una nuova, sita nel luogo attuale e costruita nell'832; questa per and in fiamme durante una rivolta nel 976 e fu quindi nuovamente edificata nel 978 da Pietro Orseolo I. La basilica attuale risale ad un'altra ricostruzione (iniziata dal doge Domenico Contarini nel 1063 e continuata da Domenico Selvo e Vitale Falier) che ricalc abbastanza fedelmente le dimensioni e l'impianto dell'edificio precedente. In particolare la forma architettonica nel suo complesso si avvicina molto a quella dell'antica Basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli (distrutta pochi anni dopo la conquista ottomana), la seconda chiesa pi importante della citt e mausoleo imperiale. La nuova consacrazione avvenne nel 1094; la leggenda colloca nello stesso anno il ritrovamento miracoloso in un pilastro della basilica del corpo di San Marco, che era stato nascosto durante i lavori in un luogo poi dimenticato. Nel 1231 un incendio devasta la basilica di San Marco che viene subito restaurata.

La decorazione[modifica sorgente]

La splendida decorazione a mosaici dorati dell'interno della basilica gi quasi completa alla fine del XII secolo. Entro la prima met del Duecento fu costruito un vestibolo (il nartece, spesso chiamato atrio) che circondava tutto il braccio occidentale, creando le condizioni per la realizzazione di una facciata (prima di allora l'esterno era con mattoni a vista, come nella basilica di Murano).

I secoli successivi hanno visto la basilica arricchirsi continuamente di colonne, fregi, marmi, sculture, ori portati a Venezia sulle navi dei mercanti che arrivavano dall' oriente. Spesso si trattava di materiale di spoglio, ricavato cio da antichi edifici demoliti. In particolare, il bottino del sacco di Costantinopoli nel corso della Quarta Crociata (1204) arricch il tesoro della basilica e forn arredi di grande prestigio.

Gli ultimi interventi[modifica sorgente] Nel Duecento, nell'ambito dei lavori che stavano trasformando l'aspetto della piazza, le cupole furono sopraelevate con tecniche di costruzione bizantine e fatimide: esse sono costruzioni lignee rivestite da lamine di piombo soprastanti le cupole originali pi antiche, sulle quali si sviluppa il rivestimento musivo che si ammira all'interno della chiesa. Solo nel XV secolo, con la decorazione della parte alta delle facciate, si definisce l'attuale aspetto esteriore della basilica; nonostante ci, essa costituisce un insieme unitario e coerente tra le varie esperienze artistiche a cui stata soggetta nel corso dei secoli. Infine furono realizzati il Battistero e la Cappella di Sant'Isidoro di Chio (XIV secolo), la sagrestia (XV) e la Cappella Zen (XVI). Nel 1617, con la sistemazione di due altari all'interno, la basilica pu dirsi compiuta.

Le figure chiave[modifica sorgente] In quanto chiesa di Stato, la basilica era retta dal doge e non dipendeva dal patriarca, che aveva la sua cattedra presso la chiesa di San Pietro. Il doge stesso nominava un clero ducale guidato dal primicerio. Solo dal 1807 San Marco divenne ufficialmente cattedrale.

L'amministrazione della basilica era affidata ad un importante magistratura della Repubblica di Venezia, i Procuratori di San Marco, la cui sede erano le Procuratie. Tutti i lavori di costruzione e di restauro erano diretti dal proto: hanno occupato questa carica grandi architetti come Jacopo Sansovino e Baldassare Longhena. Procuratori di San Marco e proto esistono tuttora e svolgono per il Patriarcato gli stessi compiti di un tempo. La conservazione[modifica sorgente] I lavori di restauro della Basilica avvenuti a fine Ottocento (1865-1875) crearono un vero dibattito culturale sullo stato di conservazione delle opere contenute e sulla perdita di ampie porzioni di mosaico interne alla Cappella Zen e al Battistero[1]. Fu cos che dal 1881 al 1893 Ferdinando Ongania, uno dei pi celebri editori veneziani, si dedic alla realizzazione di un'opera chiamata appunto La Basilica di San Marco in Venezia, che voleva fotografare e conservare la bellezza di tutti gli elementi decorativi che rendono unica la Basilica affinch in futuro ogni intervento di restauro si confrontasse con la situazione documentata nella sua Opera.

Descrizione[modifica sorgente] L'esterno[modifica sorgente]

Dall'esterno, diviso in tre differenti registri piano inferiore, terrazza, cupole prevale la larghezza, poich in una citt come Venezia, che appoggia su un terreno sabbioso, si tendeva a realizzare gli edifici in larghezza, dal peso pi equilibrato.

infatti lunga 76,5 metri e larga 62,60 (al transetto), mentre la cupola centrale alta 43 metri (28,15 all'interno). La facciata presenta due ordini, uno al pian terreno che scandito da cinque grandi portali strombati che conducono all'atrio interno. Quella centrale decorata in senso monumentale. Il secondo ordine forma una terrazza percorribile e presenta quattro arcate cieche pi una centrale in cui si apre una loggia che ospita la quadriga.

La facciata[modifica sorgente] La facciata marmorea risale al XIII secolo. Vi furono inseriti mosaici, bassorilievi ed una grande quantit di materiale di spoglio eterogeneo. Ci diede la caratteristica policromia, che si combina con i complessi effetti di chiaroscuro dovuti alle multiformi aperture ed al gioco dei volumi. Le due porte di ingresso alle estremit vennero realizzate con timpani ad arco inflesso, di chiara ispirazione araba, forse volute anche per ricordare Alessandria d'Egitto, dove era avvenuto il martirio di San Marco.

Le porte bronzee risalgono a epoche diverse: a sud la Porta di San Clemente bizantina e risale all'XI secolo; quella centrale, di produzione incerta, del XII secolo; le porte secondarie sono pi tarde e sono decorate secondo un gusto antichizzante. Nella facciata laterale rivolta a sud anticamente si apriva la Porta da Mar, l'ingresso posto vicino al Palazzo Ducale e al molo, dal quale si entrava a Venezia.

Tra i mosaici della facciata, l'unico rimasto degli originali duecenteschi quello sopra il primo portale a sinistra, il portale di Sant'Alipio, che rappresenta l'ingresso del corpo di San Marco nella basilica com'era allora. Gli altri, danneggiati, furono rifatti tra il XVII e il XIX secolo mantenendo i soggetti originali, che fatta eccezione per il mosaico sopra portale centrale, hanno tutti come soggetto principale il corpo del santo, dal suo ritrovamento presso Alessandria d'Egitto ad opera di due mercanti veneziani avvenuta nel 829 all'arrivo delle sacre spoglie in citt e alla successiva deposizione.

La lunetta del portale centrale decorata secondo l'usanza tipicamente occidentale in epoca romanica, con un Giudizio universale, incorniciato da tre archi scolpiti di diverse dimensioni, che riportano una serie di Profeti, di Virt sacre e civili, di Allegorie dei mesi, dei Mestieri e di altre scene simboliche con animali e putti (1215-1245 circa). Questi rilievi mescolano suggestioni orientali e del romanico lombardo (quali le opere di Wiligelmo), ma vennero realizzati da maestranze locali.

Dagli archi inflessi dell'ordine superiore, decorati in stile gotico fiorito, le statue delle Virt cardinali e teologali, quattro santi guerrieri e San Marco vegliano sulla citt. Nell'arco del finestrone centrale, sotto San Marco, il Leone alato mostra il libro con le parole "Pax tibi Marce Evangelista meus".

La quadriga[modifica sorgente] Tra le opere d'arte provenienti da Costantinopoli, la pi celebre rappresentata dai famosi cavalli di bronzo dorato e argentato, di incerta origine,[2] che furono razziati dai Veneziani, durante la IV crociata dall'Ippodromo di Costantinopoli, la capitale dell'Impero romano d'Oriente e posti sopra il portale centrale della basilica. Delle molte quadrighe che ornavano gli archi trionfali dell'antichit, questa l'unico esemplare al mondo rimasto[senza fonte]. Dopo il lungo restauro iniziato nel 1977, i cavalli di San Marco sono oggi conservati nel Museo di San Marco all'interno della basilica, sostituiti sulla balconata da copie.

I pilastri acritani[modifica sorgente] Giunti a Venezia anch'essi durante l'epoca delle crociate, posti di fronte al fianco sinistro della basilica proprio innanzi alla Porta della Carta, antico accesso degli archivi di stato della Serenissima, si trovano due pilastri provenienti dalla basilica di San Polieucto, trafugati per nave da San Giovanni d'Acri, da cui deriva il nome. La loro dislocazione nel panorama della Piazzetta, che a ben notare priva di senso, deriva dall'effettiva sovrabbondanza di manufatti di pregio accumulati dai veneziani durante le crociate, che riconoscendone il valore ma non avendo pi spazi vuoti all'interno o sulla facciata della basilica decisero di piantarli li dove oggi si possono ammirare. Finemente lavorati, essi presentano motivi sasanidi come palmette alate, pavoni, uva, eseguiti con chiarezza distributiva e precisione magistrale; rappresentano una delle prime evidenze dell'introduzione di decorazioni orientaleggianti nel panorama artistico occidentale.

Presso l'angolo verso la piazza la pietra del bando, tronco di colonna in porfido proveniente dalla Siria, da cui il commandador della Repubblica leggeva le leggi e i bandi alla cittadinanza. La pietra fu spezzata dalle macerie del campanile nel 1902.[3]

I tetrarchi[modifica sorgente] Opera databile verso la fine del III secolo, trasferita a Venezia dopo il saccheggio di Costantinopoli del 1204. Raffigura, in un blocco di porfido rosso dell'altezza di circa 130 cm, le figure dei "tetrarchi", ovvero i due cesari e i due augusti (un cesare ed un augusto per ognuna delle parti in cui l'impero romano venne suddiviso dall'imperatore Diocleziano con la sua riforma). Tra gli storici dell'arte ancora in corso il dibattito in merito a quale delle due tetrarchie si riferisca la scultura.

Una leggenda popolare vuole invece che questa scultura sia quella di quattro ladroni sorpresi dal Santo della basilica intenti a rubare il suo tesoro custodito all'interno e che furono da esso pietrificati e successivamente murati di fianco alla Porta della Carta dai veneziani, proprio all'angolo del Tesoro.

Il nartece[modifica sorgente] Il nartece con la sua luce smorzata prepara il visitatore all'atmosfera soffusa dell'interno dorato, come l'Antico Testamento rappresentato dai mosaici delle cupole che preparano al Vangelo raffigurato in basilica. I soggetti principali sono la Genesi ed episodi delle vite di No, Abramo, Giuseppe, Mos. Attualmente l'atrio si compone di due ambienti, in quanto Battistero e Cappella Zen furono ottenuti chiudendone il lato sud. I mosaici dell'atrio comprendono tra l'altro sei cupolini: Genesi, Abramo, tre cupolini di Giuseppe e cupolino di Mos. I mosaici dei cupolini "segnano" il tempo dell'attesa della venuta di Ges, seguendo il filo che individua le fasi della storia della salvezza, dopo le cadute degli uomini, prima del suo compimento in Cristo, la cui vita e i cui misteri sono celebrati nei mosaici interni della basilica.[4] Nel cupolino di Abramo il protagonista raffigurato quattro volte a colloquio con Dio, rappresentato da una mano che esce da uno spicchio di cielo. Nel cupolino di Mos egli, salvato dal Nilo, diventa salvatore del suo popolo lungo il deserto e attraverso il mar Rosso verso la terra promessa.

Nella cupola della Genesi o Creazione stanno ventisei scene che iniziano con la creazione del cielo e della terra. Non comune la scena della benedizione del settimo giorno con Dio in trono circondato dai sei angeli dei primi sei giorni. Seguono la creazione di Eva dalla costola di Adamo, la tentazione del serpente, la cacciata dal Paradiso Terrestre, e gli altri episodi caratteristici del Libro. I mosaici delle prime tre cappelle furono realizzati tra il 1220 e il 1240. Dopo una lunga interruzione di lavori, dovuta all'impiego delle squadre di mosaicisti veneziani nella chiesa di San Salvador, il cantiere fu riaperto con la decorazione delle ultime cupole intorno al 1260-1270.

Accanto al portale che immette alla chiesa si aprono alcune nicchie nelle quali sono accolti mosaici che rappresentano la Theotokos, gli Apostoli e, nel registro inferiore, gli Evangelisti. Questi mosaici fanno parte della prima campagna decorativa della chiesa, quella che include anche il mosaico con i quattro protettori della citt nell'abside (San Pietro, San Nicola, San Marco e Sant'Ermagora) e i lacerti di Deposizione ritrovati sul tetrapilo di sud-est del presbiterio, tutti risalenti all'ultimo quarto dell'XI secolo, cio al periodo del doge Domenico Selvo. Le figure della Theotokos e degli Apostoli sembrano appartenere a un atelier bizantino, mentre quelle degli Evangelisti (forse di poco successive) presentano caratteri che li avvicinano allo stile di maestranze venete. Il linguaggio assimilabile a quello bizantino di provincia, che ha il suo esito pi alto nei mosaici della chiesa della Ne Mon di Chio.

Interno[modifica sorgente] La pianta della basilica a croce greca con cinque cupole distribuite al centro e lungo gli assi della croce e raccordate da arconi (come nella chiesa dei Santi Apostoli dell'epoca di Giustiniano, modello evidente per la basilica veneziana). Le navate, tre per braccio, sono divise da colonnati che confluiscono verso i massicci pilastri che sostengono le cupole; non sono realizzati come blocco unico di muratura ma articolati a loro

volta come il modulo principale: quattro supporti ai vertici di un quadrato, settori di raccordo voltati e parte centrale con cupoletta.

Le pareti esterne e interne sono invece sottili, per alleggerire il peso dell'edificio sul delicato suolo veneziano, e sembrano quasi diaframmi tesi tra pilastro e pilastro, a reggere la balaustra dei matronei; non hanno una funzione di sostegno, solo di tamponamento. Pareti e pilastri sono completamente rivestiti, nel registro inferiore, con lastre di marmi policromi. Il pavimento ha un rivestimento marmoreo disegnato con moduli geometrici e figure di animali mediante le tecniche dell'opus sectile e dell'opus tessellatum; sebbene continuamente restaurato, conserva alcune parti originali del XII secolo.

Presbiterio[modifica sorgente]

Elementi di origine occidentale sono la cripta, che interrompe la ripetitivit di una delle cinque unit spaziali, e la collocazione dell'altare, non al centro della struttura (come nei martyrion bizantini), ma nel presbiterio. Per questo i bracci non sono identici, ma sull'asse est-ovest hanno la navata centrale pi ampia, creando cos un asse longitudinale principale che convoglia lo sguardo verso l'altare maggiore, che custodisce le spoglie di San Marco. Dietro l'altare maggiore, rivolta verso l'abside, esposta la Pala d'oro, che fa parte del Tesoro di San Marco.

Il gruppo di colonne istoriate che reggono il ciborio sopra l'altare maggiore, riproducono modelli paleocristiani, con citazioni anche ricalcate, sebbene magari ricontestualizzate o anche fraintese. Questo revival appositamente ricreato da inquadrare nel desiderio di Venezia di riallacciarsi con l'epoca di Costantino assumendosi l'eredit dell'Imperii christiani dopo aver conquistato Costantinopoli. Il presbiterio

separato dal resto della basilica da un'iconostasi, ispirata alle chiese bizantine[senza fonte]. formata da otto colonne in marmo rosso broccatello e coronata da un alto Crocifisso e da statue di Pier Paolo e Jacobello dalle Masegne, capolavoro della scultura gotica (fine XIV secolo). Dal presbiterio si accede alla sagrestia e ad una chiesetta del XV secolo dedicata a San Teodoro, realizzata da Giorgio Spavento, che ospita una Adorazione del Bambino di Giambattista Tiepolo. Degni di nota anche i pilastri a ridosso del portale, sui quali Sebastiano da Milano scolp motivi vegetali.

Transetto destro[modifica sorgente]

All'inizio del transetto destro, collegato al Palazzo Ducale, si trova l'ambone delle reliquie, da dove il neo eletto doge si mostrava ai veneziani. Nella navata sinistra si trovano la cappella di San Clemente e l'altare del Sacramento. Qui il pilastro in cui fu ritrovato nel 1094 il corpo di San Marco, come raccontato negli interessanti mosaici della navata destra (da dove si entra negli ambienti del Tesoro di San Marco).

Transetto sinistro[modifica sorgente]

All'inizio del transetto sinistro c' invece l'ambone doppio per la lettura delle Scritture; seguono, nella navata destra, la cappella di San Pietro e la cappella della Madonna Nicopeia, un'icona bizantina giunta a Venezia dopo la Quarta Crociata ed oggetto di devozione. Sul lato nord ci sono gli ingressi alla cappella di Sant'Isidoro di Chio ed alla cappella Mascoli.

I mosaici[modifica sorgente]

La decorazione musiva della basilica copre un arco di tempo molto ampio ed probabilmente dettata da un programma iconografico coerentemente unitario.

I mosaici pi antichi sono quelli dell'abside (Cristo pantocratore, rifatto per nel XVI secolo, e figure di santi e apostoli) e dell'ingresso (Apostoli ed Evangelisti, di cui si detto sopra), realizzati alla fine dell'XI secolo da artisti greci e veneziani, e che mostrano affinit ai mosaici, per esempio, della Cattedrale Ursiana di Ravenna (1112) o a quelli degli Apostoli nell'abside della Cattedrale di San Giusto a Trieste.

Gli Apostoli con la Theotokos e gli Evangelisti probabilmente decoravano l'ingresso centrale alla basilica ancora prima della costruzione del nartece. I restanti mosaici dell'edificio vennero aggiunti nella seconda grande campagna decorativa a partire dalla seconda met del XII secolo, da artisti bizantini e veneziani.

L'atrio presenta Storie dell'Antico testamento, le tre cupole sull'asse longitudinale apoteosi divine e cristologiche, gli arconi relativi presentano episodi dei Vangeli, le cupole laterali storie di santi.

La Cupola della Pentecoste (la prima a ovest) venne realizzata entro la fine del XII secolo, forse riproducendo le miniature bizantine di un manoscritto della corte bizantina. La cupola centrale detta dell'Ascensione, mentre quella sopra l'altare maggiore dell'Emanuele, e furono decorate dopo quella della Pentecoste.

Successivamente ci si dedic all'istoriazione della Cupoletta della Genesi dell'atrio (1220-1240 circa), seguendo fedelmente le illustrazioni della Bibbia Cotton (un altro revival paleocristiano).[5] Sulle volte e i cupolini successivi si sviluppano le storie degli antichi patriarchi: No, Abramo, Giuseppe, Mos.

Il transetto nord, realizzato in seguito, ha la cupola dedicata a San Giovanni Evangelista e Storie della Vergine negli arconi. Quello sud presenta la cupola di San Leonardo (con altri santi) e, sopra la navata destra, Fatti della vita di San Marco. In queste opere e in quelle coeve della tribuna gli artisti veneziani introdussero sempre maggiori elementi occidentali, derivati dall'arte romanica e gotica.

Pi tardi sono i mosaici delle cupolette di Giuseppe e di Mos, nel lato nord dell'atrio, probabilmente della seconda met del XIII secolo, dove si cercano effetti grandiosi con una riduzione delle scenografie architettoniche in funzione della narrazione. Altri notevoli mosaici decorano il Battistero, la Cappella Mascoli e la Cappella di Sant'Isidoro.

Le ultime decorazioni musive sono quelle della Cappella Zen (angolo sud dell'atrio), dove avrebbe operato di nuovo un maestro greco di notevole perizia.

Molti mosaici deteriorati furono in seguito rifatti mantenendo i soggetti originali. Alcuni dei cartoni furono realizzati da Michele Giambono, Paolo Uccello, Andrea del Castagno, Paolo Veronese, da Jacopo Tintoretto e dal figlio Domenico. Tiziano e il Padovanino prepararono invece i cartoni per i mosaici della sagrestia.

I mosaici del XII secolo sono di matrice greca e sono opera di artisti che, per comodit di riferimento, possono essere chiamati maestro dell'Emanuele, maestro dell'Ascensione, maestro della Pentecoste, affiancati da molti aiuti. Al primo si attribuiscono la cupola dell'Emanuele, l'emiciclo absidale, le cappelle laterali con le storie marciane, petriane e clementine e nei transetti i miracoli di Cristo. Al secondo le storie della Passione e l'Ascensione, le cupole laterali ed il martirio degli Apostoli sulla volta e sul lunettone meridionali del piedicroce della basilica, al terzo infine la cupola della Pentecoste e probabilmente le due volte occidentali, ridecorate nel Rinascimento con l'Apocalisse ed il Paradiso. Dopo il Duecento avviene una traduzione del linguaggio artistico musivo, passando "dal greco al latino", ad opera di artisti come Paolo Veneziano. Tale traduzione si approfondisce nel ciclo della cappella di S. Isidoro e trova compimento sia per opera di Paolo Uccello, sia nella cappella dei Mascoli, verso la met del Quattrocento, ove si registra la presenza di Andrea del Castagno.[6]

I mosaici dell'interno, per lo pi del XII secolo, si ispirano ai princpi dell'arte bizantina. Il nucleo centrale, narrante la storia della salvezza cristiana, spazia dalle profezie messianiche alla seconda venuta (parusia) di Cristo giudice alla fine del mondo ed ha i suoi punti focali nelle tre grandi cupole della navata principale: cupola del Presbiterio, dell'Ascensione e della Pentecoste. La sua lettura va fatta dal Presbiterio verso la facciata, da est a ovest, seguendo il corso del sole, al quale simbolicamente associato Cristo che il sole perpetuo per gli uomini.

Nella cupola del Presbiterio troviamo i profeti che, attorno a Maria annunciano i testi delle loro profezie. Vicino a Maria, in atteggiamento orante e in posizione centrale, Isaia, indicando il giovane imberbe al centro della cupola, pronuncia le parole: "Ecco, la Vergine concepir e partorir un figlio che sar chaimato Emanuele, Dio con noi" (7,14); e Davide, capostipite della discendenza regale di Israele, indossante le sontuose vesti dell'imperatore di Bisanzio, proclama la regalit del bambino che da lei nascer "Il frutto delle tue viscere porr sul mio trono" (salmo 132, 11). Lo stesso tema iconografico ritorna sulle pareti della navata centrale: dieci quadri in mosaico, magnifiche opere del XIII secolo (i pinakes), presentano, sulla parete destra, la Vergine, su quella sinistra, il Cristo Emanuele, circondati rispettivamente da quattro profeti. Il compimento delle profezie ha inizio nelle scene raffiguranti l' annuncio dell'angelo a Maria e segue con l'adorazione dei Magi, la presentazione al tempio, il battesimo di Ges nel fiume Giordano sulla volta sopra l'iconostasi (mosaici rifatti su cartoni di Jacopo Tintoretto).[7]

Nei due transetti, sulle pareti e le volte, sono tradotti in numerose immagini gli atti di Ges a conforto dei malati, dei sofferenti, dei peccatori.

Sulle volte sud e ovest sotto la cupola centrale sono riuniti i fatti conclusivi della vita di Ges: l'entrata in Gerusalemme, l'Ultima Cena, la lavanda dei piedi, il bacio di Giuda e la condanna di Pilato.

Il grande pannello dell'Orazione nell'orto del XIII secolo. Al centro della basilica stanno le scene della Crocifissione e della Discesa agli inferi (anstasis, in greco) con la grande immagine di Cristo vittorioso sulla

morte, nonch la raffigurazione della Resurrezione. Nella cupola dell'Ascensione nel cerchio stellato al centro c' Cristo, seduto su un arcobaleno, portato verso l'alto da quattro angeli in volo. Al di sotto, fra splendidi alberi rappresentanti il mondo terreno, stanno i dodici Apostoli con la Vergine e due angeli. Tra le finestrelle, sedici figure femminili, danzanti, sono la personificazione di virt e beatitudini: fra le tante presenti, si ricordano la fede, la giustizia, la pazienza, la misericordia e la carit incoronata in vesti regali con l'iscrizione in latino madre di tutte le virt.

La terza cupola quella della Pentecoste dove lo Spirito Santo, al centro, nel simbolo della colomba, scende sotto forma di lingue di fuoco sugli apostoli. Alla base, tra le finestrelle, sono rappresentati gruppi di popoli che ascoltarono, ciascuno nella propria lingua, il messaggio cristiano. Sulla controfacciata interna presente il motivo iconografico bizantino della Deesis (Intercessione) nel quale San Marco sostituisce il tradizionale san Giovanni Battista.[8] Nella navata destra del presbiterio un mosaico bizantineggiante del XII secolo rappresenta il trafugamento del corpo di San Marco da Alessandria d'Egitto a Venezia.

Sono rappresentati i veneziani Tribuno e Rustico, assistiti dai loro complici alessandrini, che pongono il corpo del santo in una cassa; il trasporto di questa al grido kanzir ("carne porcina in arabo); il ribrezzo dei doganieri musulmani per la merce immonda, il naviglio che lascia Alessandria; la burrasca in mare presso l'estuario; l'accoglienza festosa a Venezia.[9] Il Cristo Pantocratore nel presbiterio sta al centro di un trono gemmato, con la mano destra alzata in segno di benedizione e la sinistra che tiene il Libro aperto, ornato di pietre preziose che simboleggiano lo straordinario valore spirituale ed escatologico del suo annuncio. Attorno quattro evangelisti scrivono l'inizio del proprio Vangelo. Al di sotto si trova la Vergine Maria, orante, e ai suoi lati due donatori: il doge Ordelaffo Falier e l'imperatrice bizantina Irene.

Tutte le scene musive, immerse nell'oro che, secondo la tradizione orientale simbolo della luce divina, sono completate da iscrizioni in lingua latina: brani biblici, puntualmente trascritti o ripresi in forma riassuntiva dalla Vulgata di san Girolamo, oppure bellissime preghiere ed invocazioni in forma poetica medievale. Le varie scene musive hanno esplicazioni in versi leonini.[10] Tali iscrizioni sono presenti anche nell' atrio.

Sopra la figura dell'etimasia, la preparazione del trono per il Giudizio Universale, tra due cherubini e due arcangeli. Ai lati della composizione centrale stanno, in successione gerarchica dal basso verso l'alto, dodici profeti, dodici apostoli, dodici arcangeli. Al di sopra, tra diaconi che spargono incenso, sono raffigurate le feste della chiesa bizantina.[11] Sul pavimento della basilica sono raffigurati a mosaico vari animali, tratti dai bestiari medievali, tra cui il pavone simbolo cristiano di immortalit.

I meravigliosi mosaici policromi del XII secolo che ricoprono il pavimento della Basilica presentano due tecniche diverse: l'opus tessellatum, che utilizza tessere di dimensioni diverse ma tagliate con regolarit, e l'opus sectile, assemblaggio di minuscoli frammenti irregolari di pietre differenti, utilizzati soprattutto per i motivi geometrici e a carattere zoomorfo.[12]

Interessanti anche i mosaici dell'antibattistero e del battistero, eseguiti nel XIV secolo.[13]

La basilica di San Zeno a Verona considerata uno dei capolavori del romanico in Italia. Si sviluppa su tre livelli e l'attuale struttura fu impostata nel X-XI secolo. Il nome del santo viene talvolta riportato in altri due modi, e cos viene talvolta nominata la basilica di Verona: San Zeno Maggiore o San Zenone. Tra le numerose opere d'arte, ospita un capolavoro di Andrea Mantegna, la pala di San Zeno. Storia[modifica | modifica sorgente]

San Zeno mor nel 380. Nella cronologia della chiesa veronese fu l'ottavo vescovo. Lungo la via Gallica, nella zona dell'attuale chiesa, vi era il cimitero dove il santo fu sepolto. Sulla tomba fu edificata una piccola chiesetta da Teodorico il Grande, re ariano. La leggenda vuole che dopo la devastante piena dell'Adige del 589 l'inondazione si blocc sulla soglia della chiesa, risparmiando i fedeli. Paolo Diacono riporta l'episodio nella sua Historia Langobardorum, specificando che avvenne al tempo del re Autari. La prima chiesa fu distrutta nel IX secolo. Venne subito ricostruita per volere del vescovo Rotaldo e di re Pipino d'Italia su progetto dell'arcidiacono Pacifico. Questa nuova chiesa fu distrutta dagli Ungari all'inizio del X secolo. Dopo una breve traslazione nella cattedrale di Santa Maria Matricolare, il 21 maggio 921 il corpo di san Zeno fu riportato nella cripta che oggi il livello pi basso della basilica. La cerimonia fu molto importante, si decise che il trasporto della salma fosse affidato ai santi eremiti Benigno e Caro, considerati a quel tempo i soli degni di toccare il corpo del santo. Alla cerimonia erano presenti il re, il vescovo locale, e quelli di Cremona e di Salisburgo. San Zeno uno dei santi a cui stato cambiato pi volte il giorno della commemorazione, dal 2004 la diocesi ed il comune di Verona hanno deciso di celebrarlo nella data della traslazione del suo corpo nell'attuale sede, al fine di non sovrapporlo alle feste pasquali e di poter dedicare un periodo pi lungo ai festeggiamenti. La chiesa prende l'attuale forma e struttura, rispettando i canoni dello stile romanico veronese, sotto il vescovo Raterio, che ottenne i fondi per la costruzione dall'imperatore tedesco

Ottone I nel 967. La chiesa fu danneggiata dal terremoto del 3 gennaio 1117 che colp e danneggi gravemente molte citt del nord Italia, e nel 1138 venne e ingrandita. La sistemazione che arrivata ai giorni nostri fu finita nel 1398 a cura degli architetti Giovanni e Nicol da Ferrara con rifacimenti del soffitto e dell'abside in stile gotico. descritta come semplice e possente: sembra un ossimoro. il modello a cui si ispirano tutti gli interventi del Romanico veronese. La facciata della chiesa caratterizzata da elementi che si possono considerare come parte d'un insieme. Il rosone circolare detto anche Ruota della fortuna[modifica | modifica sorgente] Il rosone, che fu opera di Brioloto, decorato da sei statue che raffigurano le alterne vicende umane: La prima figura rappresenta l'uomo saldamente sul trono, poi precipita, continuamente schiacciato dalla sventura e poi in ripresa e risalita creando la ruota della fortuna. Fu una delle prime finestre romaniche, caratteristica che pass al gotico. Dall'esterno la ruota si chiude in quattro cerchi in marmi bianchi azzurri e tufo, le statue in altorilievo sono sul secondo cerchio esterno. All'interno una ruota con un mozzo a dodici lobi e un centro diviso a sua volta in dodici settori divisi da raggi costituiti da coppie di colonne che uniscono il mozzo ai quattro cerchi. Nel mozzo del rosone sono scolpiti due distici in latino: (LA) En ego fortuna moderor mortalibus una, Elevo, depono, bona cunctis vel mala dono Induo nudatos, denudo veste paratos. In me confidit si quis, derisus abibit. (IT) Ecco, solo io Fortuna, governo i mortali; elevo, depongo, dono a tutti i beni ed i mali; vesto chi nudo, spoglio chi vestito. Se qualcuno confida in me, se ne andr deriso La Fortuna, cos concepita e cos rappresentata, pone in risalto la precariet dei beni terreni, per i quali ci insegna a non nutrire un eccessivo attaccamento, in quanto ne possiamo essere privati in ogni momento. Solo lo stolto confida unicamente nella fortuna, ma il suo destino quello di essere deriso, come insegna il quarto verso della ruota del Brioloto. [1] Il protiro[modifica | modifica sorgente]

Il protiro firmato dal maestro Niccol ed del XII secolo. I leoni alla base rappresentano i guardiani della chiesa, coloro che impediscono l'entrata delle anime immeritevoli (non a caso trattengono sotto le loro zampe due intrusi). La copertura del protiro poggia su due telamoni rannicchiati, sui quali, in ideale prolungamento delle stesse colonne, sono scolpiti i bassorilievi di san Giovanni Battista e san Giovanni Evangelista. Sull'arco risaltano l'Agnello e la mano di Dio benedicente con una scritta latina che tradotta recita: La destra di Dio benedica le genti che entrano per chiedere cose sante. All'interno, nella lunetta alcune scene dedicate alla storia cittadina di quei tempi. Vi la consacrazione del comune veronese libero finalmente dalle servit feudali verso l'impero tedesco. Al centro della lunetta si trova un san Zeno benedicente mentre calpesta il demonio che simboleggia il paganesimo sconfitto simbolo anche del coevo potere imperiale identificato come il male. Ai lati di San Zeno sulla destra i rappresentanti della nobilt veronese e delle famiglie dei mercanti a cavallo (gli equites) e a sinistra i rappresentanti del popolo, dei fanti armati (i pedites). San Zeno, nella scena, consegna una bandiera ai veronesi, una sorta di investitura di derivazione sacra, l'affresco accompagnato da una scritta in latino: Il Vescovo d al popolo la bandiera degna di essere difesa / San Zeno d il vessillo con cuore sereno. Niccol sotto la lunetta ha scolpito bassorilievi che rappresentano i miracoli compiuti da san Zeno: l'esorcismo sulla figlia di Gallieno preda del demonio; un uomo salvato mentre precipitava nell'Adige su un carro; e i pesci che san Zeno pescatore donava. Sulle mensole interne ed esterne del protiro sono rappresentati i dodici mesi dell'anno con i lavori tipici relativi ai mesi, questo calendario inizia da marzo. Nel protiro vi sono mescolati tre tipi di rappresentazioni, quelle sacre relative alla vita del santo, quelle politiche relative alla nascita del comune e quelle profane rappresentate dai mesi e dai mestieri collegati. Dodici mesi che riprendono i dodici settori della ruota della fortuna e riprendono anche la rotazione e la ripetizione di un ciclo, i mesi e le stagioni che indefinitamente si susseguono. la parte didattica rivolta al popolo che non sa leggere, ripetuta pi volte nella architettura della basilica.

Gli altorilievi ai lati del protiro[modifica | modifica sorgente]

Ai lati del protiro e del portale ci sono 18 altorilievi risalenti al XII secolo. A sinistra quelli del maestro Guglielmo e a destra quelli del maestro Nicol. Sono soggetti sacri tratti dal Nuovo e Antico Testamento e profani con al centro Teodorico il Grande in uno il duello fra Teodorico ed Odoacre e in un altro Teodorico all'inseguimento del cervo, che rappresenta il demonio della Leggenda di Teodorico. Le storie vanno lette dal basso in alto. Guglielmo a sinistra cur temi esclusivamente religiosi. Dall'alto, a coppie si ha: la mano di Dio e l'agnello, poi, il tradimento di Giuda e la crocifissione, indi, la fuga in Egitto e il battesimo di Ges, ed infine, i Magi, la presentazione al tempio, l'avviso a Giuseppe, il presepio, la visitazione e l'annunciazione. Niccol, in basso mette re Teodorico a cavallo e il cervo che lo guida all'inferno, forse da questi altorilievi il Carducci trov l'ispirazione. Sopra si torna all'Antico Testamento ed in particolare alla Genesi: Dio crea gli animali, Adamo, Eva; il peccato originale, la cacciata dal paradiso terrestre e la condanna al lavoro. Sopra fra le cariatidi, un leone e un ariete, un centauro e un cane musicisti che suonano.

Il portale con 24 formelle bronzee[modifica | modifica sorgente] Il portale della chiesa, oramai chiuso per motivi di sicurezza, decorato con 24 formelle quadrate bronzee per ogni anta della porta. Le formelle sono legate fra di loro da cornici di bronzo. Oltre alle formelle regolari, ve ne sono di minori su entrambe le parti della porta. A destra ve ne sono sette rettangolari che rappresentano probabilmente santi e figure storiche, l'attribuzione non certa per tutti: san Pietro, san Paolo, san Zeno, sant'Elena, Matilde di Canossa, il suo sposo Goffredo e, lo scultore.

Matilde ed il marito sono rappresentati per le donazioni all'abbazia, ed curiosa la presenza di un autoritratto di chi le fece. A sinistra le formelle minori sono pi eterogenee: tre vengono chiamate gli Imperatori e tre rappresentano le tre virt teologali. Sulla base otto piccole formelle riprendono un tema caro a chi ha eretto la basilica: la musica. Questa volta sono dei re suonatori con degli strumenti in mano. Le formelle non sono coeve. Le prime sono di origine tedesca, probabilmente fuse in Sassonia. Hanno un forte collegamento con le analoghe del duomo tedesco dell'XI secolo di Hildesheim. I monaci benedettini dell'abbazia erano in quel momento tedeschi. Altre appartengono alla scuola veronese ed opera di almeno due scultori: i miracoli di San Zeno e l'Antico Testamento. Lo stile li avvicina alla scuola veronese e vengono citati come esempi Antelami, Nicol e Guglielmo; gli ultimi due autori del protiro. Nel momento dell'allargamento della facciata le formelle furono rimontate in forma casuale, perdendo il filo logico che le univa. Da parte di molti studiosi viene data una patente di unicit alla struttura del portale, una complessit ripetuta poche volte in altri luoghi di culto. Ancora al centro di discussione l'epoca a cui far risalire il portale in formelle bronzee della chiesa romanica di San Zeno Maggiore (o fuori le mura) di Verona. Ritenute da alcuni risalenti all'XI secolo, prevale oggi l'ipotesi sostenuta da W. Neumann che vadano datate verso il 1118 e comunque in epoca tardo-wiligelmica delle cui precedenti opere conservano qualcosa dello spirito e dello stile, come il gruppo della verit e della frode nel duomo di Modena. Comunque il termine temporale finale per la loro esecuzione deve essere necessariamente anteriore al 1150, in considerazione del fatto che in quella data nei cantieri di Magdeburgo in Sassonia, vengono fuse le porte di bronzo di Novgorod, chiaramente derivate da quelle veronesi, e che Nicholaus concep il portale maggiore di San Zeno adattandosi sin dal principio alle preziose porte di bronzo che con le loro misure determinarono quelle del timpano e del protiro. Attualmente il portale misura m.4,80 x 3,60 ed il probabile adattamento del precedente portale, pi ridotto, dell'anteriore prospetto romanico. Si pensa che quello presentasse minori elementi ornamentali: quattro file verticali di sette formelle ciascuna che furono utilizzate nel contesto del nuovo battente (vedi quanto relativo alla formella del miracolo del carrettiere) anche se ci ha portato ad un evidente disordine sia dal punto di vista iconologico che dal puro e semplice accostamento estetico dei vari pezzi. Le due ante del portone ligneo, di abete rosso, restaurate nel corso degli anni'80, sono rivestite con 48 formelle quadrangolari. 24 sono chiodate sull'anta sinistra, a cui si aggiungono 17 altre formelline quadrangolari di circa cm 16 x 16 raffiguranti re incoronati, di cui due, trafugate nel 1909, furono conservate per molti anni al Kaiser Friedrich Museum di Berlino ma poi andate distrutte durante un bombardamento aereo. Di esse ci restano le riproduzioni, raffiguranti due re. 24 formelle maggiori sono chiodate nell'anta destra, a cui si aggiungono altre 7 formelle rettangolari. In origine probabilmente queste ultime erano di pi. Le formelle di dimensione maggiore sono perimetrate da un fregio di listelli a traforo che negli incroci "legato" da una ventina di mascherine raffiguranti volti umani od animali ed otto figure di re ed incompleto in alcuni punti. Seguendo all'incirca il ritmo della trilogia, le formelle maggiori narrano storie dell'Antico (20 pezzi) e Nuovo Testamento (20 formelle) e quattro storie di San Zeno, cui vanno aggiunti un San Michele e due protome leonine che reggevano anticamente il battente; le minori, rettangolari, raffigurano santi tra cui San Zeno stesso ed un lapicida o scultore. Le opere, la cui autografia da lungo tempo dibattuta dagli studiosi e che il

Maffei defin "fantocci strani di maniera affatto barbara" ed il Venturi "il regno delle scimmie", sono per alcuni di quattro diverse mani, "maestri" o "lavoranti" che definirli si voglia. Per quelle relative alla vita del santo si avanzato il nome di Brioloto, ma pi genericamente si parla di un anonimo "terzo maestro" Certo son proprio queste le pi "moderne" in senso gotico e quelle che in qualche spunto hanno maggior efficacia icastica; per altri appartengono genericamente ad una "prima officina" affine ai modi dei primi del XII secolo e ad una "seconda officina" della fine del XII, inizi XIII secolo. Secondo il Puppi, le quattro storie di san Zeno rivelano una particolare fisionomia stilistica "attribuibile ad una distinta personalit rispetto agli autori delle altre formelle, riferibili ad un divulgatore dei modi di Benedetto Antelami attivo al battistero di Parma" . Seguendo l'agiografia di Coronato, i riquadri rappresentano: il miracolo del carrettiere salvato dalle acque, San Zeno che pesca e accoglie i messi del re, San Zeno che libera l'ossessa dal demonio, Gallieno che offre al Santo la sua corona. La storia del carrettiere, mancante di una grossa porzione sul lato destro, ha fatto avanzare al Mellini l'ipotesi di una doppia trilogia delle storie, di cui in origine questa sarebbe stata parte. Probabilmente la sezione mancante doveva raffigurare il demonio. Per una forma di "esorcismo", all'epoca non infrequente, la formella fu subito vandalizzata e la figura malefica eliminata. Non essendo praticabile la mera sostituzione di essa in quanto anche la nuova formella probabilmente avrebbe subito la medesima sorte, quella fu accantonata e sostituita con una con nuovo soggetto. Si sarebbero avute cos nel tempo due serie di tre elementi ciascuna: una prima, comprendente San Zeno pescatore, il miracolo del carrettiere e dell'ossessa; una seconda in cui il miracolo del carrettiere sostituito dalla formella con Gallieno che offre la corona al santo. Comunque attualmente quell'"avanzo" collocato al centro del secondo trittico partendo dal basso sul battente di destra, contestualmente alle altre tre storie. Esso rappresenta il carrettiere che cerca di trattenere i buoi, gi entrati in acqua, aggrappandosi alla coda di quello alla sua destra, urlante ed agitante un lungo bastone mentre il carro gi ha perso due ruote. Di qualche interesse il fatto che l'episodio di Nabuccodonosor che condanna i fanciulli alla fornace, opera di un anonimo "primo maestro"; riportato proprio nella formella a fianco di quella del carrettiere e quindi naturale "pendant" delle storie del santo se si ricorda che tale episodio usato quale premessa al miracolo della chiesa risparmiata dalla piena narrato da Gregorio Magno. Sullo stesso registro, a destra di quest'opera, la formella cronologicamente conclusiva del ciclo, rappresentante il dono della corona. Gallieno, con gesto reverente, offre la sua corona al vescovo mitrato che con la destra regge il bastone pastorale e con la sinistra accenna ad un gesto di meraviglia, di ricusazione o di benedizione. In essa visibile la traccia di un "pentimento": il re offre la corona con la mano destra, che ha per la morfologia della sinistra, forse frutto di un successivo "girarsi" del personaggio rispetto alla scena di prima ideazione. Immediatamente sopra, la formella rappresentante l'episodio dell'esorcismo della figlia dell'imperatore. La scena si svolge sotto un arco sostenuto da due colonne ed in essa ricorrono tutti i motivi iconografici fin qui pi volte visti circa l'ossessione e l'esorcismo: la donna, il cui corpo traspare dalle pieghe delle vesti, torce ad arco verso il santo l'addome, la testa volta all'indietro, mentre un diavoletto antropomorfizzato, con lunga barba terminante in tre punte, con corna e lunga coda che gli si attorciglia tre volte intorno alla gamba destra che termina con uno zoccolo, le esce dalla bocca e sembra fuggire verso l'alto. Un personaggio tonsurato in tonaca e sotto-veste, probabilmente un religioso, trattiene con la destra il moto ossessivo e con la sinistra regge la testa rivolta all'indietro dell'indemoniata. Anche il santo la trattiene, spingendo verso il basso il suo braccio che pare irrigidito mentre con la destra la benedice con indice e

medio congiunti. La decorazione del manto del santo data da un motivo che sembra voler essere fatto a stelle. I pi recenti restauri, dopo la pulitura hanno evidenziato coloriture celesti nel fondale. La presenza di tracce di colore in altre formelle, testimonia che in origine le formelle bronzee erano colorate, per cui l'aspetto originario del portale non quello che appare oggi. Immediatamente a sinistra di questa scena la formella col santo intento a pescare in riva all'Adige. San Zeno indossa una semplice tonaca, ampiamente descritta nel drappeggio della parte inferiore, seduto su una sorta di scanno semicircolare. L'autore dell'opera cerca anche di dare l'illusionismo dei pesci rifratti nell'acqua. Schiacciati sullo sfondo, quasi a voler dare la sensazione di un'altra riva, due personaggi, uno visto di fronte, l'altro a tre quarti, osservano il santo con le mani conserte. Un calderone pieno di pesci pende, al centro della formella, da un ipotetico ramo. La terza delle formelle rettangolari partendo dall'alto, sotto quella raffigurante San Paolo, sulla porta di destra, raffigura, sotto un arco colonnato, San Zeno barbuto, in abito vescovile che con la destra benedice stendendo le prime tre dita e con la sinistra regge il bastone pastorale. Il frontone[modifica | modifica sorgente] Il frontone segna esternamente alla chiesa la sommit della navata centrale. Il frontone triangolare di marmo bianco. Questo marmo crea un contrasto con il resto della facciata della chiesa fatta in tufo, pietra e percorso centralmente da sette lesene in marmo rosa. Max Ongaro nel 1905 scopr graffiti sul timpano relativi ad un grande Giudizio Universale. Lo riprodusse in calco e lo illustr sul "Bollettino d'arte del Ministero della Pubblica Istruzione". L'opera del Brioloto e di Adamino da San Giorgio una delle pi importanti ed antiche rappresentazioni veronesi del Giudizio Universale. L'opera aveva al centro il Cristo in trono con a fianco due angeli, da Maria e da san Giovanni evangelista. Al di sotto gli Apostoli e ai lati gli eletti ed i reprobi. Dalla parte degli eletti Abramo li tiene in grembo, degli angeli portano in cielo un re, un vescovo e due santi e i morti si alzano dalle tombe al suono delle trombe angeliche. Dalla parte dei dannati gli angeli li cacciano con la spada e suonano trombe di giustizia. Fra i dannati un vescovo, un re e una donna. Cinque donne li seguono ed una di esse tira la barba al diavolo. Sullo sfondo le fiamme ardono i dannati e un diavolo li punisce. L'interno[modifica | modifica sorgente] L'interno della chiesa su tre livelli, dal basso: la Cripta, la parte centrale, detta anche chiesa plebana e il Presbiterio. La chiesa ha pianta basilicale a tre navate.

La Cripta[modifica | modifica sorgente] La cripta del X secolo, dal 921 il corpo del santo custodito in un sarcofago a vista con il volto coperto da una maschera d'argento. una chiesa completa all'interno della Basilica. Ha una struttura particolare, suddivisa in nove navate con gli archi sostenuti da ben 49 colonne, che hanno la particolarit di avere tutti capitelli differenti. Qui, secondo la tradizione, si sposarono Romeo e Giulietta, nella celebre opera di Shackespeare. Adamino da San Giorgio, scultore locale, nel 1225 scolp sugli archi di accesso decorazioni basate su soggetti non religiosi: animali fantastici e mostruosi. La cripta fu ristrutturata nel XIII secolo e XVI secolo. Parte centrale[modifica | modifica sorgente] La parte centrale detta anche "chiesa plebana" a tre navate, longitudinale. Le navate sono delimitate da possenti pilastri con sezione a forma di croce in alternanza a colonne sormontate da capitelli con motivo zoomorfo e capitelli corinzi spesso recuperati da edifici romani preesistenti. Il soffitto ligneo e carenato ed datato XIV secolo. Fra la parte centrale e il presbiterio vi sono numerose opere d'arte pittoriche, dal XIII al XVI secolo e sculture dal XII al XIV secolo. Fra le altre una croce stazionale di Lorenzo Veneziano, la coppa di porfido che faceva parte di una terme romana della citt a cui legata una leggenda, il battistero di marmo ottagonale del XIII secolo, di Francesco Torbido la Pala della Madonna e Santi, l'affresco del XIII secolo di San Cristoforo. Presbiterio[modifica | modifica sorgente]

San Zeno - affresco trecentesco posto nell'abside dietro la grande pala del Mantegna e proprio per questo di norma invisibile al pubblico - si noti la strana carnagione chiara (San Zeno noto come il Vescovo Moro della Mauritania), la presenza della barba e l'assenza del pesciolino pendente dal pastorale Sull'altare maggiore vi il sarcofago di San Lupicino, San Lucillo e San Crescenziano tutti e tre vescovi veronesi. A sinistra dell'abside sopra l'entrata della sagrestia troviamo un dipinto della scuola di Altichiero [2], la Crocifissione, e nella piccola abside di sinistra la statua in marmo rosso e colorato che ritrae il patrono detta il "San Zen che ride", eseguita da un anonimo del XII secolo, che rappresenta probabilmente l'icona pi importante dei veronesi. Alla destra della porta della sacrestia vi un pannello votivo raffigurante San Zeno che presenta gli offerenti alla Madre di Dio, del XIV secolo. L'opera pi importante del Presbiterio la pala di Andrea Mantegna, considerato un capolavoro della pittura del Rinascimento italiano. Il soggetto del polittico nel trittico superiore la Madonna con Bambino e santi e nella predella scene della vita di Ges. Il polittico fu portato via dai francesi di Napoleone nel 1797. Fu recuperata la parte superiore dopo anni, mentre la predella rimase in Francia ed oggi quella che si vede in loco una copia, opera di Paolino Caliari, discendente di Paolo Veronese. Altri interni[modifica | modifica sorgente] Le altre parti interne facevano parte dell'Abbazia in parte distrutta. Si ricorda il chiostro, che al suo interno contiene una edicola e il Sacello di San Benedetto.

La parte esterna, il campanile e San Procolo[modifica | modifica sorgente] Il campanile[modifica | modifica sorgente] Il campanile staccato dalla chiesa. La torre campanaria alta 62 metri. I lavori di costruzione e restauri iniziarono nel 1045 con l'abate Alberico e finirono nel 1173 con il "maestro Martino" anche se certo che vi fosse una torre campanaria precedente, edificata nei secoli VIII-IX. Un lungo lavoro interrotto dal terremoto del 1117 con il restauro seguente del 1120. Il campanile riprende lo stile della chiesa, sopra la zoccolatura alterna fasce di tufo e cotto che ne dona la sua bicromia. Vista l'altezza, diviso in 5 piani da cornici ad archetti di tufo ed ha un doppio ordine di trifore. La cuspide svetta sulla cima del campanile ed ha quattro pinnacoli angolari. decorato all'esterno da sculture romane. Gi nel 1498 ospitava 6 campane (per approfondire si veda Campane alla Veronese). La pi grande, fusa nel 1423, sfiora la tonnellata di peso ed emette la nota Sol bemolle. La pi antica ottagonale e, nel 2005, stata datata da un gruppo di esperti austriaci, tedeschi ed italiani, risalente ai secoli VIII-X: ci ne farebbe una fra le pi antiche campane esistenti. Aveva una funzione particolare: veniva suonata in occasione dei temporali. La chiesa di San Procolo[modifica | modifica sorgente]

Chiesa di San Procolo San Procolo fu il quarto vescovo di Verona. La chiesa a lui dedicata ne conserva le sue spoglie. La prima erezione fu del periodo paleocristiano V o VI secolo all'interno della necropoli pagano-cristiana lungo la via Gallica. Le prime tracce scritte furono nel 846 per l'elogio funebre dell'arcidiacono Pacifico in un elenco di opere da lui costruite o restaurate.

Dopo il terremoto del 1117 fu completamente rifatta. Fino al 1500 fu arricchita di affreschi ed opere d'arte. All'interno si trovano opere di Antonio Badile e Giambettino Cignaroli (Sant'Elena che adora la croce del 1741), Del 1764 vi L'ultima Cena e San Biagio che guarisce gli infermi di Giorgio Anselmi. L'altare maggiore fatto con una lastra di verde antico. La chiesa a una sola navata. Anche la chiesa di San Procolo ha una cripta con resti preterremoto. La cripta a tre navate con 6 colonne e 12 lesene ha al suo interno resti della chiesa paleocristiana e della necropoli. Nel 1492 furono scoperte reliquie di santi e vescovi del passato: i resti dei santi Procolo e Agapito, e reliquie di Sant'Euprepio e Cricino. Nel restauro di pochi anni fa (1984-1988) a cura dell'architetto Libero Cecchini ha portato alla luce affreschi dal 1100 al 1400. Nel 1806 decadde da parrocchia del rione in seguito all'abolizione dell'abbazia, fu adibita spesso ad usi profani ed inizi la sua decadenza. La facciata del XII secolo con un piccolo protiro e due bifore.

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