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La vera radice dell'imperialismo quella economica J. A.

Hobson
Una spietata accusa all'imperialismo si legge nell'opera Imperialismo. Uno studio, che usc a Londra nel 1902. Ne autore John Atkinson Hobson, economista inglese non marxista, legato al gruppo dei giovani che avevano dato vita in Inghilterra al movimento fabiano. Partendo da posizioni radicali e democratiche egli denunzia lo spirito capitalistico e gli fa carico da un lato di creare continui pericoli di disoccupazione all'interno, dall'altro di promuovere una politica imperialistica. La vera radice dell'imperialismo, a suo dire, quella economica e si risolve nella conquista di sempre nuovi territori e nell'assoggettamento di sempre nuove popolazioni. L'imperialismo americano, egli dice con riferimento agli Stati Uniti il prodotto naturale della pressione economica di un improvviso incremento del capitale, che non pu trovare impiego in patria e ha bisogno di mercati stranieri per i beni e per gli investimenti. Di fatto ogni paese industriale (e in ci hanno ragione i fautori dell'imperialismo) ha davanti a s una strada obbligata. Per quanto costoso, per quanto rischioso questo processo di espansione imperiale possa essere, indispensabile alla continuit dell'esistenza e del progresso del nostro paese [...] Ne consegue, dunque, che l'imperialismo non va visto come una scelta, ma come una necessit. Da ci deriva che la vita di un paese capitalista subordinata in tutti i suoi aspetti alla forza premente del fattore economico, anche se gli inglesi prima, gli americani poi, hanno adottato a giustificazione delle loro conquiste coloniali lo spirito di avventura e la missione di civilt. La cultura stessa si allinea docilmente con le esigenze dell'imperialismo trionfante. Le Universit accettano le donazioni dei magnati disponendosi con ci a conformare il proprio insegnamento agli interessi politici ed economici dei loro benefattori, con grave pregiudizio per la libert intellettuale degli stessi docenti. In questo modo le forze finanziarie e industriali dell'imperialismo [] forgiano e modellano l'opinione pubblica e la politica pubblica, per cui si creano sottili e adeguate teorie a giustificazione dell'assoggettamento dei popoli inferiori. Anche nei confronti della tanto celebrata Pax Britannica non si deve dimenticare che l'epoca dell'imperialismo ricca di guerre: Ciascuna delle fasi dell'espansione in Africa, in Asia, nel Pacifico, sono ancora parole dello Hobson, stata accompagnata da spargimento di sangue. La Pax Britannica diventata un grottesco mostro di ipocrisia; lungo le nostre frontiere indiane, nell'Africa Occidentale, nel Sudan, nell'Uganda, in Rhodesia la lotta stata incessante.

Gli imperialisti hanno tutta la possibilit di portare alla discussione i seguenti argomenti: Noi dobbiamo avere mercati per le nostre manifatture in continuo sviluppo, dobbiamo avere nuovi sbocchi per gli investimenti dei nostri surplus di capitale, e per le energie dei surplus demografici, dotati di spirito di avventura: tale espansione necessaria e rappresenta una necessit vitale per una nazione che possieda una forza di produzione considerevole e in costante aumento come la nostra. Una percentuale sempre pi larga della nostra popolazione si dedica alla produzione di manufatti e al commercio nelle citt, per cui dipende, sia per la propria sussistenza sia per il proprio lavoro, dai rifornimenti alimentari e dalle materie prime di paesi stranieri. Per comprare e pagare tutte queste cose, noi dobbiamo vendere le nostre merci all'estero. Durante i primi tre quarti del secolo siamo stati in condizione di farlo senza difficolt attraverso una naturale espansione commerciale con i paesi del continente e con le nostre colonie, gli uni e le altre di gran lunga indietro rispetto a noi quanto a perizia ed esperienza nella produzione di manufatti e nell'esercizio degli scambi commerciali. Fin tanto che l'Inghilterra mantenne un virtuale monopolio sui mercati mondiali per certe importanti categorie di prodotti manufatti, l'imperialismo non fu necessario. Nel corso degli ultimi trent'anni, tale supremazia nella produzione dei manufatti e nel commercio dei medesimi stata fortemente scossa: altri Stati, in particolare la Germania, gli Stati Uniti e il Belgio, si sono fatti avanti a rapidissimi passi e se non hanno schiacciato e neppure bloccato l'incremento del nostro commercio estero, la loro concorrenza sta rendendo sempre pi arduo disporre con profitto del pieno surplus delle nostre manifatture. Le intrusioni di questi paesi nei nostri vecchi mercati, e persino nei nostri possedimenti, ci impongono con la massima urgenza l'adozione di energiche misure che ci assicurino nuovi mercati. Tali nuovi mercati devono trovarsi in paesi finora arretrati, Soprattutto nei tropici, dove vivono popolazioni numerose con possibilit di aumento e di sviluppo dei bisogni economici, che i nostri mercanti e i nostri manufatturieri sono in grado di soddisfare. I nostri rivali stanno occupando e annettendo territori per scopi analoghi e, una volta che li hanno annessi, li chiudono ai nostri scambi commerciali. necessario usare la diplomazia e le armi della Gran Bretagna allo scopo di costringere coloro che possiedono i nuovi mercati a trattare con noi, e l'esperienza insegna che il mezzo pi sicuro per assicurarsi e per sviluppare tali mercati quello di stabilire protettorati oppure di annettere dei territori. L'attuale valore di questi mercati non deve essere preso come prova conclusiva dell'economia di una politica del genere: il processo con cui si educano bisogni pi alti, che noi siamo in condizione di soddisfare, di necessit un processo graduale e il costo di un imperialismo siffatto deve essere considerato come un'uscita di capitale, i cui frutti saranno raccolti dai nostri posteri. Pu darsi che i nuovi mercati non siano grandi, ma essi costituiscono utili e comodi sbocchi per l'eccesso delle nostre grandi industrie tessili e metallurgiche e, una volta che le grosse comunit asiatiche e africane dell'interno siano raggiunte, ci si pu attendere, come risultato, una rapida espansione degli affari commerciali. Di gran lunga pi grande e pi importante e la pressione del nostro capitale verso settori esterni di investimento. Inoltre mentre i produttori di manufatti e i commercianti sono ben contenti di trattare con stati esteri, per gli investitori si manifesta una tendenza fortissima a lavorare nel senso di una annessione politica di paesi che consentono loro gli investimenti pi speculativi. La pressione del capitale un fatto assolutamente incontrovertibile. Rilevanti risparmi vengono realizzati, che non possono trovare vantaggioso investimento nel nostro paese: essi devono, di conseguenza, trovare impiego altrove ed proprio per il profitto della nazione che dovrebbero essere impiegati nella misura pi ampia possibile in regioni dove possano essere utilizzati nell'aprire nuovi mercati al commercio inglese e nuovo impiego alle forze imprenditoriali inglesi. Per quanto costoso, per quanto rischioso questo processo di espansione imperiale possa essere, indispensabile alla continuit dell'esistenza e del progresso del nostro paese: se noi lo abbandoniamo, dovremo accontentarci di cedere lo sviluppo del mondo ad altre nazioni, le quali interferiranno dovunque con il nostro commercio e giungeranno persino a

infiacchire i mezzi a nostra disposizione, che ci assicurano ora le forniture alimentari e le materie prime necessarie per mantenere la nostra popolazione. Ne consegue, dunque, che l'imperialismo non va visto come una scelta ma come una necessit. La forza pratica di tali argomentazioni economiche sul piano politico illustrata in modo impressionante dalla storia recente degli Stati Uniti. Abbiamo qui un paese che di colpo mette in disparte una politica conservatrice sostenuta energicamente da entrambi i partiti politici, non solo, ma legata all'istinto e alla tradizione popolare e si butta a capofitto in una precipitosa carriera imperiale, per la quale non possiede preparazione n attrezzature sia sul piano morale sia sul piano materiale, mettendo a repentaglio principi e prassi di libert ed eguaglianza ed istituendo un militarismo e assoggettando forzatamente altri popoli, che non possono senza pericolo essere ammessi alla condizione di cittadini americani. Si tratta qui, forse, di un violento capriccio di un nazionalismo sfrenato (spread-eaglism), di uno scoppio incontrollato di ambizione politica da parte di una nazione che giunge a una improvvisa realizzazione del proprio destino? Affatto. Lo spirito di avventura, la missione di civilt americana sono in tutto sottomessi alla forza premente del fattore economico [...] L'imperialismo americano il prodotto naturale della pressione economica di un improvviso incremento del capitale, che non pu trovare impiego in patria e ha bisogno di mercati stranieri per i beni e per gli investimenti. Le medesime necessit sussistono nei paesi europei e spingono, come viene ammesso, i vari governi sulla medesima strada. La sovrapproduzione nel senso di un eccessivo impianto della produzione di manufatti e d'altra parte il surplus di capitali che non riescono a trovare solidi e convenienti investimenti all'interno del paese, costringono la Gran Bretagna, la Germania, l'Olanda e la Francia, a piazzare parti sempre pi imponenti delle proprie risorse economiche al di fuori dell'area della loro attuale sovranit politica; il che stimola, in seguito, una politica di espansione nel senso di annessioni delle nuove aree. Le origini economiche di questo movimento vengono riportate alla luce da periodiche depressioni degli scambi commerciali dovute a una incapacit da parte dei produttori di trovare mercati adeguati e vantaggiosi per ci che essi sono in grado di produrre [...] La Germania, al momento attuale, sta soffrendo gravi disagi in conseguenza di ci che viene chiamato un Glut, un grosso ingorgo di capitale e di capacit produttiva nel settore dei manufatti: le occorrono quindi nuovi mercati; i suoi consoli stanno agitandosi nel mondo intero in favore degli scambi commerciali; con le buone e con le cattive si arriva alla imposizione di rappresentanze commerciali in Asia Minore, mentre nell'Africa Orientale e Occidentale, in Cina e altrove l'impero tedesco spinto verso una politica i colonizzazione e di protettorati, in funzione di sbocchi per l'energia commerciale tedesca. Qualsiasi miglioramento nei sistemi di produzione, qualsiasi concentrazione di propriet e di controllo sembra contribuire ad accentuare questa tendenza. Dal momento che le nazioni entrano una dopo l'altra nell'economia delle macchine e tutte adottano sistemi industriali avanzati, diventa sempre pi difficile per i produttori, per gli operatori commerciali, per i finanzieri disporre con profitto delle proprie risorse economiche, sicch essi sono sempre pi fortemente tentati di usare i rispettivi governi al fine di assicurarsi per loro uso privato qualche remoto e arretrato paese mediante annessione o protettorato. Il processo, ci si dir, inevitabile e tale in realt appare a un esame superficiale. Dappertutto ci si presentano forze di produzione in eccesso, dappertutto un eccesso di capitale in cerca di investimento. Non c' uomo d'affari che non ammetta che l'aumento del potere di produzione nel suo paese eccede la corrispondente crescita dei consumi, che possono essere prodotte quantit di beni maggiori di quelle che possano essere esitate con profitto e che esiste un capitale in eccesso rispetto alle possibilit di trovare investimenti remunerativi. appunto questa situazione economica che costituisce la prima ed essenziale radice dell'imperialismo. Se nel nostro paese i consumatori elevassero il proprio livello di consumi cos da tenere il passo con tutti gli aumenti del potere di produzione, non potrebbe esserci nessun eccesso di beni o di capitale talmente clamoroso da dover ricorrere all'imperialismo per trovare mercati: esisterebbe, ben inteso, il commercio estero, ma non si presenterebbe nessuna difficolt nel collocamento di modesti surplus dei nostri produttori di manufatti contro i generi alimentari e le materie prime che assorbiamo annualmente, e tutti i risparmi che realizziamo potrebbero trovare redditizio impiego, se lo volessimo, nelle nostre industrie nazionali. [...] Se l'analisi che siamo venuti facendo nei precedenti capitoli esatta, l'imperialismo si erge come prima e principale difesa di questi interessi: per le categorie della finanza e della speculazione significa l'organizzazione imprenditoriale dei loro affari privati a spese dello Stato; per i produttori-esportatori e per gli operatori commerciali significa un allargamento efficace dei mercati esteri e una congiunta politica di protezione; per le classi dei funzionari e dei professionisti significa una grande apertura nel senso di impieghi che offrono decoro e lucro; per la Chiesa rappresenta la possibilit di esercitare l'autorit e insieme un controllo spirituale su grandi moltitudini di gente modesta; per l'oligarchia politica, infine, significa l'unica diversione efficace e producente dal pericolo delle forze democratiche e l'apertura di grosse carriere pubbliche nella brillante attivit della costruzione dell'impero. Stando cos le cose, inevitabile che l'imperialismo vada a cercarsi un sostegno intellettuale anche nelle nostre sedi del sapere e che usi a tale scopo le forze dell'istruzione. Il milionario che fa una donazione a Oxford non compra sfacciatamente i docenti di quella Universit, non ha neppure bisogno di contrattare ci che dovr esservi insegnato. Ma all'atto pratico, la pressione dell'imperialismo tale, che quando si verifichi la possibilit di essere chiamati a una cattedra

di storia, diventa sempre pi difficile per uno studioso della statura intellettuale di un John Morley, di un Frederick Harrison o di un Goldwin Smith di assicurarsi l'elezione, oppure per un economista politico con opinioni ben precise a proposito della necessit di un controllo del capitale, di essere chiamato a una cattedra di economia. Non saranno necessarie prove formali: l'istinto di autoconservazione finanziaria baster da solo. Il prezzo che le Universit pagano per la preferenza che danno al denaro e alla posizione sociale, rinunciando alla distinzione intellettuale nella scelta dei loro Chancellors (consiglieri legali), e per il loro agitarsi e trafficare tra i milionari per via dell'attrezzatura di nuove scuole a indirizzo scientifico, appunto questa ossequienza, questo asservimento agli interessi politici ed economici dei loro patroni: la filosofia, la storia, l'economia e persino la biologia che insegneranno, dovranno riflettere, nella dottrina e nel metodo, la considerazione dovuta all'alto patronato e il fatto che tale deferenza sia inconsapevole, non fa che aggravare il danno arrecato alla causa della libert intellettuale. In questo modo le forze finanziarie e industriali dell'imperialismo, operando attraverso il partito, la stampa, la chiesa, la scuola, forgiano e modellano l'opinione pubblica e la politica pubblica con la falsa idealizzazione di quei primordiali istinti di lotta, di dominio, di possesso, che sono sopravvissuti lungo le ere di pacifico ordine industriale e il cui stimolo si rende nuovamente necessario per l'opera di aggressione e di espansione imperialistica e per il violento sfruttamento delle razze inferiori. Per tale impresa i politici, i biologi e i sociologi intessono sottili e adeguate teorie di una lotta razziale per l'assoggettamento dei popoli inferiori, affinch noi, Anglo-Sassoni, possiamo impadronirci delle loro terre e vivere sulle loro fatiche, mentre le dottrine economiche sostengono con ardore questa causa, presentando l'opera nostra, nella conquista e nel governo di quelle popolazioni, come la nostra parte nella divisione del lavoro tra le nazioni; mentre la storia va alla ricerca di buone ragioni in virt delle quali la lezione dell'impero passato non si applica pi ai nostri tempi; mentre, infine, l'etica sociale dipinge i motivi e i moventi dell'imperialismo come il desiderio di portare il fardello della educazione e della elevazione di razze bambine. Le classi colte o semicolte vengono cosi addottrinate nella grandeur morale e intellettuale dell'imperialismo.
(J. A. Hobson, Imperialism. A Study, George Allend & Unwin Ltd., London, 1902, sta in A. Desideri, Storia e storiografia, vol. 2, ed. D'Anna, Messina-Firenze 1990, pp. 1043-1046).