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Friuli Venezia Giulia

Percorsi Turistico-Enogastronomici alla come riesce

Una terra civilissima, ponte tra mondi e popoli percorsa un poco e


pian piano con umiltà, ammirazione ed amore per raccontarne
qualche scorcio.

N.B. Alla fine di ciascun articolo, il collegamento per viusualizzare una serie di
immagini e panorami.

Il Re dei sassi
La piana dove sorge Spilimbergo, immediatamente prima delle colline è racchiusa
dagli alvei del fiume Tagliamento e del torrente Meduna. E' la zona dei "magredi"
(prato magro), quella costituita da residui alluvionali derivanti dal trasporto a valle di
conoidi e detriti alluvionali dopo l'ultima glaciazione. La permeabilità del suolo di
risulta fa sì che le acque divengano sotterraneee riemergano nella zona di Pordenone,
formando le cosiddette "risorgive". L'aspetto di questa conformazione si presenta
arido, sassoso con un fascino quasi da "deserto". Ed infatti, nonostante la piovosità
dell'area, la permeabilità del suolo lascia filtrare l'acqua senza riuscire neppure ad
inumidire la superficie.

Così era il panorama di una immensa zona compresa tra Spilimbergo, Sequals din
quasi a Maniago fino al torrente Cellina e così lo rammento quando da ragazzo venivo
fin qui. In particolare una immensa proprietà estesa per chilometri proprio tra
Spilimbergo e Sequals apparteneva non ricordo più a chi, e questi, gran proprietario
ma povero in canna, per dileggio, veniva chiamato "il re dei claps", il re dei sassi.
Acqua neppure a parlarne: sotterranea e difficile da raggiungere, sassi a miliardi,
vegetazione di poche varietà di piante e fiori capaci di sopravvivere in ambienti ostili,
fauna tipica delle zone sassose con abbondanza di "madracs" le comuni bisce,
qualche vipera ed insetti vari. Insomma, impossibile da utilizzare come terreno
agricolo.
Fino al 1960! La famiglia di Lisio Plozner originario della Carnia che acquistò la
proprietà e, con impegno e dedizione pari a fede, passione per innovazione tecnica,
disposizione al rischio e sacrifici economici durissimi, cominciò a trasformare la zona
fino a renderla il paradiso enologico che è oggi. Quei medesimi 9 chilometri da
Spilimbergo a Sequals compiuti in bicicletta o a piedi, percorsi oggi, rigorosamente in
bicicletta, attraversano i viali di un giardino orlati da vigneti rigogliosi, frutteti che ad
ogni stagione presentano un fascino diverso e sempre nuovo. Un aspetto che mi piace
sottolineare è che, a partire dai Plozner, i vignaioli di queste zone privilegiano i vitigni
autoctoni e, modernizzate, le tecniche di vinificazione tradizionale. Come tipico dei
friulani. Non faccio pubblicità esprimo solo ammirazione per la tenacia di Plozner e di
tantissimi altri uomini. E se volete averne motivazione, guardate le foto sopra e
questa che è "dopo la cura":
4 Gennaio 2008

Il Pignarul
E' la festa che si celebra a partire dalla sera del 5 gennaio e continua il 6 Gennaio,
giorno dell'Epifania. E' una antica tradizione,si pensa, celtica, contaminata da riti
cristiani delle origini. Questo rito-festa, presente nelle più antiche tradizioni friulane,
fu oggetto di recupero a Tarcento oltre 70 anni fa e riaccese la memoria storica un pò
in tutto il Friuli, sicchè la festa si celebra in ogni comune ed ogni borgo, assumendo un
nome diverso. Qui nello spilimberghese si chiama la "viva". I "pignarulars" (vivars)
sono gli iuomini addetti alla costituzione di gigantesche cataste di legna di forma
conica, a cui si appicca il fuoco al tramonto del 5 gennaio. A tarcento, stupendo
comune delle prealpi udinesi, la festa è quella emblematica, quella che fa"scuola".
Preparate le cataste di legna, i giovani si recavano alla chiesa dinanzi alla quale
ardeva un braciere dal quale veniva prelevato il fuoco benedetto ed accompagnavano
il più vecchio del borgo ad accendere il falò. dopo di che, tutti, uomini, donne, bambini
intorno al gran fuoco a cantare e libare assai copiosamente.
Oggi, un pò variata, la cerimonia prevede che io giorno 6 venga accolto il "vecchio
venerando" (il più anziano del borgo) designato ad accendere il grandissimo pignarul
al centro del paese. Dopo di che il vecchio diventa narratore e ricorda ai bambini tutti
presenti, la vicenda dell'investitura del nobile Artico di Castel Porpetto a feudatario da
parte del patriarca di Aquileia avvenuta nel 1290. Dopo la narrazione, si forma un
corteo che dal centro di Tarcento si inerpica sino ai ruderi del castello di Frangipane,
dove è stato predisposto un altro ancor più grande pignarul cui viene dato fuoco. Ed
intorno a questo fuoco, il vecchio pronuncia frasi propiziatorie e beneauguranti
festosamente accolte dai presenti che ancora una volta intonano canti favoriti ed
allietati da robuste sorsate di buon vino.
Il rito è stato arricchito da altre manifestazioni anche in costume, ma è orpello rispetto
al pignarul. Più modestamente il rito con funzioni divinatorie e propiziatorie si svolge
ovunque, sicchè, nelle notti non piovose e non nebbiose, si vede la pianura e la cinta
dei monti costellate da fuochi e da ogni parte giungono e si fondono echi lontani di
canti e ballate.
Quest'anno ha piovuto molto, pioviggina e si è alzata una nebbia piuttosto fitta, sicchè
ai pignarulars non rimarrà che cantare e bagnarsi l'ugola ma senza la gioia del
pignarul. Immagino saranno contenti lo stesso.Precisione vorrebbe che elencassi
anche tantissimi altri significati che studi, presunti studi e ricerche serie e meno
hanno inteso attribuire al rito. Me ne astengo perchè in molti casi si tratta di palesi
masturbazioni mentali.

5 Gennaio 2008

Il Monte San Lorenzo di Maniago

A circa17/20 km da Spilimbergo verso Ovest, c'è Maniago altra ridente e graziosa


cittadina friulana di circa 5000 abitanti collocata a ridosso delle prealpi
e,segnatamente alle falde del monte Jouf. E' un centro di origini antiche che era lungo
l'importante strada che dall'Adriatico si snodava, biforcandosi, verso le valli del
Cellina, del Tagliamento, del Piave e si congiungeva con la strada che in direzione
Ovest andava verso le fonti del Livenza. Già in epoca molto, molto antica sono state
dimostrate presenze di attività fabbrile, poi sviluppatasi nela fabbricazione di lame,
coltelli edattrezzi da taglio che ancor oggi continua alternando momenti più favorevoli
a momenti difficili. Maniago è la città dei coltelli. C'è un bellissimo castello eretto
intorno al 1150 sui ruderi di una torre romana e posseduto per secoli dai "signori di
Maniago" ed il castello fu fortezza inespugnabile finchè, nel 1420 fu conquistato dai
veneziani. E questo piccoloma fecondo centro, ha dato i natali ad ingegni interessanti
quale quello di Lorenzo Selva cui si deve la costruzione del primo binocolo ma anche
quello più artistico di Gianantonio Selva, architetto progettista del teatro La Fenice di
Venezia.
Tra Maniago e Frisanco, verso nord-est c'è il Monte San Lorenzo, poco più di una
collina con i suoi 736 m. di altitudine che è però un gioiello per la conformazione
geologica, l'ambiente naturale, alcune vestigia storiche tra le quali una strada romana
in molti tratti incredibilmente in stupende condizioni, una chiesetta intitolata a San
Lorenzo e,soprattutto, a significare il valore storico-tradizionale del comprensorio,
meravigliose leggende tra cui quella delle "anguane" "lis anguanis" in dialetto
friulano.Già,perchè la breve distanza tra Spilmbergo e Maniago è sufficiente a marcare
una certa diversità nel linguaggio. Lis anguanis erano donne con le gambe di capra. Si
trasformavano solo in alcuni giorni. avevano il compito di.....
Sarebbe troppo lungo raccontare tutto e quindi indico i link ai siti che varrà la pena di
visitare per avere idea della bellezza dei luoghi e per avere dettagli sulla leggenda. Mi
sono sentito in dovere di farlo perchè il Monte San>Lorenzo è in gravissimo pericolo: è
sede di una cava dalla quale una cementeria sita in un comune vicino, estrae
materiale in gran quantità ed a gran velocità sì da aver già cambiato il profilo del
monte, con il rischio di deturparlo irrimediabilmente. Conosco benissimo i luoghi,
conosco le leggende, mi sembra molto giusto dare una mano al comitato di cittadini
che si è costituito, allarmato dal rapido deterioramento dei luoghi di cui sono molto
innamorati.
Salviamo il Monte San Lorenzo con stupende foto
La leggenda de "lis anguanis" Trovo delizioso che il testo sia in lingua friulana
e che ci sia la traduzione in italiano. Uno sguardo al testo in dialetto darà la
sensazione di "lingua" più che di dialetto.

Cividale, Longobardia minore


Giornata bellissima in visita turistica a Cividale del Friuli, anticchissimo
insediamento veneto-celtico che Giulio Cesare, intorno al 50 a.c. occupò
facendone Forum Julii. Divenne capitale del prmo ducato longobardi in Italia
dopo la conquista di re Alboino ed ancora assunse il toponimo di Civitas
Austriae (per la prossimità ai confini) dopo la caduta dei longobardi e la
conquista da parte dei Franchi sotto il regno di Carlo Magno ed ancora cadde
sotto il dominio della Serenissima nel 1420 quando il nome della cittadina era
oramai divenuto Cividale. Ognuno di questi eventi ha lasciato testimonianze
cospicue tanto che il centro storico è una sequenza ininterrotta di palazzi,
stradine, angoli, monumenti, templi, chiese che raccontano dei loto tempi.
L'impronta più evidente e visibile, per me è quella longobarda. E non è un
caso: la mia città d'origine, sede di un grande ducato longobardo, conserva
moltissimo di longobardo compresa una cinta muraria in alcuni punti quasi
intatta. Stmattina a Cividale c'era il mercato come ogni sabato da secoli e
secoli, qualcuno dice sin dai tempi in cui si chiamava Forum Julii. Mi ci sono
sentito come in un luogo familiare: passeggiando per le antiche vie piene di
banchetti di merce, mi venivano ricordi di fanciullezza: la festa di quando,
ragazzino, il mio adorato nonno mi portava con sé al mercato a far la spesa
armato del suo enorme cesto di vimini. La nostra casa era prospiciente le mura
longobarde e, per raggiungere il mercato bisognava entrare in una porta che
era uno degli ingressi alla città longobarda, l'antica Porta Rufina e percorrere
circa 50 metri di strada in lieve salita, strada intatta, lastricata a ciottoli
disposti in cadenze regolari e contornata da alte mura e spalti posti a difesa di
quell'accesso. Terminata la salita, lieve curva verso destra e si accedeva in una
grande piazza, anch'essa lastricata a ciottoli che, credo, fosse anch'essa
intatta dai tempi dei duchi longobardi. Ancor prima di giungere alla curva,
esplodeva il brusio, il vocio, le grida dei venditori che decantavano la loro
merce e poi, l'esplosione di tanta gente, di tanti banchetti variopinti e colorati
stracolmi degli ortaggi e dei frutti raccolti quella stessa mattina e portati al
mercato. Il nonno era molto conosciuto e benvoluto, tanto che nessuno si
adontava se aveva i suoi "ortolani" di fiducia, e, a sua volta, lui conosceva
tutti, e ad ognuno qualche domanda, ma non generica o formale: erano
domande che stavano ad indicare conoscenza della persona e della famiglia,
del contesto. Era interesse per quelle persone. Di fronte al mercato c'erano
altri negozi tra cui la salumeria arcinotain tutta la città perchè il titolare,ometto
piccolno e segaligno soggiornava tra chiacchiere e bevutine davanti al negozio
all'interno del quale lavorava, e come lavorava! sua moglie, un donnone
altissimo, dalle dimensioni enormi e dalle mani grandi come badili.
Mamma mia! Ma non ero a Cividale? Beh sì! Ma sapete, città longobarda sia
l'una che l'altra, alcune similitudini architettoniche, l'atmosfera e
quindi...quindi bisogna che smetta: se solo dovessi fare cenno alla miriade di
personaggi simpatici, strani, originali, particolari o non so cosa, non basterebbe
un blog. E mi fa piacere di ricordare tutto con molta nitidezza.
Di Cividale parlerò un'altra volta perchè è una stupenda cittadina che merita
davvero di essere vista.anzi, per offrire un saggio ecco un link Visita virtuale di
Cividale.
13 Gennaio 2008

Rauscedo: la più piccola delle grandi capitali


economiche
A 20 km circa da Spilimbergo il paesino di Rauscedo, frazione del comune di
San Giorgio della Richinvelda. Ha una collocazione del tutto particolare nella
pianura friulana sita com'è vicinissimo alla confluenza del Torrente Cellina nel
Torrente Meduna ad ovest e non lontano dal corso del Tagliamento ad est. Il
suo territorio è il tipico territorio dei magredi sia pure modificato dall'intervento
umano che, faticosissimo nell'essere realizzato pure è rispettoso dell'ambiente
naturale e del paesaggio. Ed infatti, come per i magredi allo stato naturale,il
paesaggio è conforme, piatto, malinconico ravvivato dal verde dellevicine
colline e dall'azzurrino delle severe montagne che piùlontane si stagliano
all'orizzonte. La piccolissima dimensione non ha impedito a Rauscedo di
divenire una capitale mondiale, centro del mondo per il vino e le coltivazioni
vitivinicole.Rauscedo è la patria delle "barbatelle" che sono piante di vite
derivanti dall'inesto di vite americana con la vite europea. lacosa si rese
necessaria quando, intorno alla metàdel secolo XIX la filossera si diffuse
distruggendo quasi totalmente i vigneti europei. In Friuli, sono andarono
irrimediabilmente persi quasi tutti i vitigni autoctoni e sopravvivono in misura
ridottissima il "bacò" ed il "picolit" solo per l'amore e la passione di alcuni
vitivoltori. Rauscedo è un esempio da manualedi comesi possa ben conciliare
un'attività economica di livello mondiale con la sostenibilità ecologica e con la
tutela ambientale e paesaggistica.
L'avventura, dicono le cronache forse un pò romanzate, cominciano nel1917
ed hanno come protagonista pionieristico Pietro d'Andrea,di professione
ufficiale postale e viticultore per passione. Per inciso i suoi discendenti
gestiscono una meravigliosa osteria,"il favri" come si leggesulla stupenda
insegna a bandiera di ferro battuto. Ottimo cibo ed una selezione di centinaia
di etichettein cantina. Ebbene, Pietro era alle prese con la guerra,il fronte era
vicino, e con la filossera. Subito dopo Caporetto, la ritirata condusse verso il
Piave migliaia di soldati italiani e tra essi,un sergente, un piemontese di cui
non si rammenta il nome, capitò a Rauscedo e conobbe Pietro con il quale si
stabilì una solida amicizia. E per fortuna il giovane sottufficiale conosceva bene
la filossera e la tecnica degli innesti sicchè insegnò a Pietro tutto ciò che
sapeva in argomento. Una curiosità: dopo l'innesto,le barbatelle andavano
conservate al caldo.In assenzadi legna, carbone o altri sistemi,il risultato fu
conseguito depositando le barbatelle nella stalla, sotto una coltre di letame.
Da allora l'attività vivaistica si diffonde, occupa quasi tutti i terreni del
circondario e quasi tutti gli abitanti e si forma una generazioni di tecnici ed
esperti di valore mondiale che, in cospicuo numero si uniscono nella
cooperativa che, a tutt'oggi attiva è leader mondiale del suo settore. Nè
mancano aziende private che, meno grandi, purtuttavia godono di grande
fama di qualità. La dimensione crescente di alcune aziende, non è andata
sprecata ma ha rappresentato l'opportunità di forti investimenti per
implementare la ricerca e l'innovazione in termini di miglioramenti qualitativi e
di tecniche di coltivazione.
Molto di tutto questo si può apprendere andando nelle osterie, ma il "favri" èla
più frequentata, dove moltissimi personaggi alla maniera friulana si incontrano
e, al calore dell'osteria e dinanzi ad un buon calice di rosso, smussano la
naturale riservatezza-rudezza friulana e si rivelano quali sono: affabili e
cordiali. E così si può ascoltare che i vivaisti di Rauscedo parlano con la
naturalezza della confidenza e dell'amicizia dei grandi personaggi del mondo
del vino,coloro il cui nome è noto nel mondo per l'eccezionalità dei loro vini.
Rauscedo infatti è l'incubatore di alcuni tra i più grandi e celebrati vini di tutto
il mondo. Ma questo non impedisce ad imprenditori di caratura mondiale di
indossare abiti da lavoro, di avere le mani dure e nodose,di parlare il dialetto e
di sedersi al tavolo per godere delle conversazioni che l'osteria favorisce anche
tra sconosciuti, dimostrando una volta di più quanto un buon bicchiere e la
semplicità dei friulani siano ingredienti importanti dello star bene insieme in
amicizia.
P.S. Solo per dare un'idea, segnalo il sito della Cooperativa Vivai di Rauscedo.
30 Gennaio 2008

Villa Manin a Passariano


Villa Manin è stato trasformata in Centro d'arte
contemporanea ed ospita dei laboratori di restauro.
D'estate accoglie bellissimi concerti all'aperto.
Sono andato per ammirare la mostra "Hard
RockWalzer" . Il nome inganna: è una mostra di
opere di scultori austriaci contemporanei. Confesso la mia incapacità di capire
opere come qulle inserite nelle slide ma In compenso altre slide mostrano la
villa ed il parco.
La villa è sita a Passariano, frazione della cittadina di Codroipo accanto alla
strada ancor oggi nota come "napoleonica". Fu costruita sul finire del 500 su
progetto, pare, del Manin che fu ultimo doge di Venezia, al tramonto della
potenza marinara della Serenissima che determinò il suo volgersi verso la
terraferma. Palladiani sono molti richiami architettonici che Manin trasse da
Federico Longhena, divulgatore dello stile palladiano e fu poi modificata come
è oggi nel 700 dall'architetto Federico Rossi. La villa nacque come sede di una
fattoria, ma con una struttura centrale di rappresentanza da cui si dipartono, in
perpendicolare, due strutture più basse adibite a tutte le attività di servizio e
supporto alla villa ed alle attività agricole. Separata oggi da una strada, sorge
un'altra struttura a porticato d forma circolare interrotta che ospitava ancora
struture di servizio. La struttura è a tre piani, tutti affrescati ed è dotata di un
salone centrale a tutta altezza con due balaustre simmetriche a collegare i due
lati separati della casa. Nel lato est, a sx guardando la villa di prospetto, la
grande sala che accoglie sul soffitto affreschi di Ludovico Dorigny: nel tondo
centrale il "trionfo della primavera" ed in 4 ovali simmetrici le allagorie
dell'amore, della gloria, della ricchezza e dell'abondanza; alle pareti in
monocromo su sfondo dorato, scene di Apollo, Marte, Venere,il giudizio di
Paride, Siringa e Pan. C'è anche molto altro, ma forse val la pena far parlare le
immagini. Da notare che in una notte dell'agosto del 1797 qui soggiornò
Napoleone che qui concluse il trattato di Campoformido, evento rilevante
anche perchè sancì la fine della sotira secolare della potenza di Venezia.
Su tutto dominano l'atmosfera serena e quasi incontaminata della pianura
friulana, la dolcezza dei suoni, l'ospitalità cortese e premurosa e la cura
certosina con cui anche questa meraviglia umana è tenuta; la sublimazione è il
passeggiare nel superbo parco francese nel quale verrebbe voglia di rimanere
per sempre.
Villa Manin SlideShow

A Cormons
Ieri gita in bicicletta a Cormons , provincia di Gorizia. La distanza, tanto per far capire lo stato delle
mie gambe,è di km 58 più 58 km per il ritorno. Percorso movimentato solo da falsopiani, per
fortuna, che attraversa il Friuli da ovest verso est fin quasi al confine con la Slovenia che poco dista
da Cormons. L'antichità della cittadina è testimoniata dall'origine del none che era di persona o
popolo, i Galli Carmones o Carmonenses ma anche dalle tracce e dai ruderi che raccontano di una
storia travagliata dall'essere stata confine per l'impero romano, da continue invasioni successive
alla caduta dell'impero, alle lotte tra gli austriaci ed i patriarchi di Aquileia, tra i veneziani e gli
austriaci fino al passaggio all'Italia alla fine della Grande Guerra. Il territorio di Cormons
comprende i ghiaioni dei 4 fiumi, Isonzo, Torre, Judrio, e Natisone e le alture del Collio in un
contesto il cui microclima, associato alla qualità dei terreni, ne fanno un luogo ideale per la
viticoltura ed una terra vocata ai grandi vini. Numerose sono le vestigia, le chiese arricchite da
affreschi, altari e dipinti di preziosa fattura cosa che è comune a molte cittadine italiane. E di
friulanissimo, c'è l'atmosfera rilassata, la cortesia, un ordine apprezzabile ma non ottusamente
teutonico. Ho inserito una serie di foto per dare un'idea. Quello che mi piace raccontare riguarda "il
vino della pace" prodotto dalla Cantina Produttori di Cormons. Qualcuno, nel 1983, appassionato di
vino e convinto dell'affratellamento che la degustazione del vino genera, ebbe l'idea di "costruite"
un vino con vitigni provenienti da tutto il mondo. L'opera è qualitativamente compiuta da tempo
sicchè oggi, intorno alla sede dalla Cantina, si estende un immenso vigneto dove sono stati messi a
dimora 450 vitigni diversi. Il vino che ne deriva, Il Vino della Pace, è un bianco del colore del
girasole, speziato, dal sapore fruttato lievemente aromatico dal sentore asciutto e piuttosto
strutturato. E'conosciuto nel mondo questo vino che nel tempo ha costituito occasione per creare
eventi. Tanto per citarne uno, ogni anno l'etichetta viene creata da un artista diverso e hanno offerto
il loro impegno tanti artisti da Manzù a Yoko Ono, da Sassu a Vedova, da Rotella a Rauschenberg e
in ogni etichetta sono iscritti brevissimi appropriati versi i cui autori sono nomi notissimi quale
Biagi, Alda Merini, Sanguineti, Mario Rigoni Stern. E non bastando,la Cantina ha creato il premio
Acino d'oro attribuito a chi meglio ha operato per la diffusione del made in Italy. Nel corso della
medesima manifestazione, viene presentato il vino di quell'annata e, a sancire lo spirito di
fratellanza, alla manifestazione prendono parte i ragazzi del Collegio del Mondo Unito di Duino
vestiti di abiti tradizionali provenienti da circa 50 paesi del mondo. E in ultimo, lungo la via
intitolata al vino della Pace è stato stabilito il primato da Guinness del brindisi alla pace più
numeroso del mondo: 3492 persone.
Cormons SlideShow
9 Marzo 2008

Da Silimbergo alle sorgenti del Livenza ed a Caneva


Con un gruppo di amici, sabato, è stato piacevole andare in bici fino alle sorgenti del
Livenza nel territorio di Polcenigo ma anche a Caneva per una passeggiata lungo l'erta
che posta ale rovine del Castello di Caneva. In baso una piccola selezione di foto che
renderanno l'idea dell'incanto dei luoghi meglio di qualunque descrizione. Una nota
per l'atmosfera che il panorama delle sorgenti e delle risorgive del fiume Livenza
offre, di magico incanto, di felice sospensione del tempo, di placidità serena favorito
dalla presenza di reperti palafitticoli sparsi nella zona. Diversa ma ugualmente bella
l'aria del castello cui si accede percorrendo un ripido sentiero che s'inerpica, ripido,
nella macchia e nel bosco. Il colle del castello sorge ai contraforti del Cansiglio a
dominare la vasta piana che si stende alla vista illuminata dal brillare delle acque
lucenti del fiume Livenza. E' il castello a dominare la strada "del Patriarca" (di
Aquileia) ma detta anche "del vescovo" (di Belluno) utilizzata per evitare la strada di
Alemagna. Le rogini del castello si fanno risalire al 1034 all'incoronazione di Corrado II,
il "salico" infeudato al Patriarca di Aquileia Popone che ordinò all'imperator di costruire
il castello a tutela di quella terra dalle scorrerie degli Ungari. Fu un'opera immensa:
due cinte murarie, una per le case signorili e l'altra per il borgo e le attività agricole e
mercantili. Che il castello fosse sito in un luogo strategico è testimoniato dalle lotte
che nel tempo coinvolsero Trevigiani, Padovani, i bellunesi del vescovo lotteculinate
regolarmente con saccheggi orribili ripetutisi negli anni 1177, 1220, 1335. Quando nel
'400 lazona ed il Patriarcato passarono sotto il dominio di Venezia le dispute cessarono
ma non venne meno l'importanza del castello che subì un violento assalto dai Turchi
nel 1499, culmne della loro penetrazione in Italia che però fu respinto. Dopo il secolo
XVII il luogo perse d'importanza, fu abbandonato e il tempo lo ha ridotto come oggi si
presenta.
La sfacchinata è stata compensata: a casa, cena montematica ma non a broccoli per
mancanza di materie prime adeguate. Ho rimediato con melanzane servite con pasta,
non è mancata la parmigiana alla Mamy, il funghetto, né le melanzane ripiene al
forno. Un'insalata di arance per concludere. Un merlot delle "grave", un ottimo pinot
grigio delle zone del Lison ed un sorso finale di Picolit della Rocca Bernarda.
Ne è assolutamente valsa la pena.
Fiume Livenza SlideShow
27 Aprile 2008

I Castellieri
Molto vivo è il Friuli, non smetto di fare "scoperte" o che a me paiono tali. Mi riferisco
al fiorire di studi archeologici che, a cura dell'ateneo di Udine, ha rinfocolato le attività
di studio a seguiro di ritrovamento di reperti umani nell'area del Castelliere di
Sedegliano. Intanto, Castelliere è una sorta di borgo fortificato, generalmente sito su
alture, quindi in posizione strategica. La peculiarità dei cacellieri sta nel fatto che sono
risalenti all'età del bronzo ed all'età del ferro e furono introdotti in Italia dall'Europa
Centrale, ipotesi suffragata dalla techiche di costruzione adottate lì ma anche in Italia.
Castellieri sono stati rivenuti in varie zone d'Italia ma in numero consistente in Friuli
con l'aggiunta che nelle zone dell'Istria e del Carso, i castellieri erano di forma
circolare per meglio adattarsi al territorio impervio. In difformità dal criterio, i
castellieri costellano anche le pianure della regione caratterizzati da forma
quadrangolare con ingressi aperti ai vertici e coincidenti con i punti cardinali. Non è
certo a quale popolazione attribuire i castellieri:terra di confine il Friuli vide l'ingresso
di Histri, Veneti, Carsi ed altre popolazioni che, chiunque fossero, divenute stanziali
eressero questiborghi fortificati. Ce ne sono parecchi, alcunidivenuti invisibili
perl'opera del tempo e documentati solo da reperimenti archeologici. Il Castelliere di
Sedegliano ha dato nuovo impulso perchè i ritrovamenti umani, datati al 1700 avanti
Cristo, vanno a modificare pesantemente la storia degli
insediamenti umani della regione cosa che ha provocato grande
fermento nell'ambiente accademico e non solo. Ed innovativo
appare,per l'epoca di costruzione, che i castellieri di pianura fossero
difesi da "aggeri" (rialzi) di terreno rinforzati da legno anzi, in alcuni
casi, è stato documentato l'utilizzo di immense casseforme di legno
riempite di terra e sassi. Notevoli e molto grandi i Castellieri di
Muggia (Trieste), e di Prosecco (nome beneaugurante e gustoso) nei pressi di
Monfalcone, importantissimo quello di Sedegliano che con quelli di Bonzicco,
Savalons, Galeriano, Codroipo (Castelliere di Rividischia e Castelliere di Gradiscje sul
torrenteCorno) nella piana udinese e di Palse di Porcia nei pressi di Pordenone,
formano un itinerario interessante e documentato nella protostoria. E, come
tipicamente friulano, notevole è lo sforzo di valorizzare questa risorsa archeologica
come sta facendo il Museo archeologico del Friuli Occidentale avviando la
ricostruzione del castelliere di Palse di Porcia. Ed il C.A.I.di Spilimbergo, ha organizzato
una bella gita ai castellieri (che purtroppo mi son perso). Comunque alcune foto e
disegni, mi auguro abbiano aiutato ad aver contezza.
30 Aprile 2008

I claps

Sassi. I "claps" sono sassi e designano una "civiltà" antica, la "civiltà dai claps" che si
è sviluppata in circa 4000 anni nella pianura friulana tra il Tagliamento ed il torrente
Corno. E' l'area che si stende dalle vicinanze ad ovest di Udine verso nord-ovest in
direzione di Spilimbergo e comprende diversi piccoli centri quali Sedegliano, appunto,
Mereto, Flaibano, Dignano, Turrida e Coderno. Paesi nei quali, in apparenza non c'era
nulla come nulla c'era nelle aree intermedie se non immensi campi di mais la cui
monotonia la si può interrompere solo volgendo lo sguardo verso est o nord dove si
ergono le le colline, prealpi e le vette delle Alpi Carniche e delle Alpi Giulie. Ricerche,
talora casuali e studi hanno contribuito ad identificare forti comunanze territoriali al di
là della morfologia del suolo, costituite appunto dai sassi, materia prima base per le
costruzioni, i Castellieri, i "valli" di pianura e le tantissime chiesette ed i mausolei
funebri, le "tumbare". Terra di passaggio di tutte le invasioni barbariche provenienti da
Nord e da Est, aveva maturato nei friulani la necessità di opere di difesa sia pure
rudimentali ma aveva anche suscitato l'esigenza di difesa spirituale. Da questo punto
di vista questa è la terra che ha dato i natali a Padre Turoldo, alla Beata Concetta
Bertoli al poeta Cescutti, soprannominato Argeo ed elevato a dignità artistica da
Pasolini. Ma tante sono le chiesette e le edicole sparse tra i campi e tra le acque di
fiumi e canali. Ed è l'acqua, origine anche dei "claps" la madre del territorio. Antichi
mulini, antiche fabbriche, un'antichissima fornace romana a Turrida (non ancora del
tutto studiata). Ma oltre al lavoro, alla spiritualità la prosaica necessità di difesa delle
popolazioni, oltre ai Castellieri originò i "Valli"terrapieni artificiali alti fin oltre 4 metri
circondato da fossati concentrici. Sono scoperte recenti che, come altrove cennavo,
stanno mettendo in discussione ipotesi oramai acquisite circa la geografia umana del
nord Italia.
La brevità incombe. Di fatto partendo da Spilimbergo è un percorso ciclabile ameno,
di pianure e di lievi saliscendi in prossimità dei fiumi, dei torrenti e dei canali che
disegnano una fitta ragnatela che racchiude terre verdissime, campi in fiore e vigneti
che paiono giardini ed intorno colline e monti verdeggianti anch'essi a disegnare una
cortina di fascino infinito. Sono bellissimi i monti e le valli di questa terra.
Il percorso nel verde e nella storia è di circa 29 km modificabile ad libitum per
riservarsi il piacere di visitare insediamenti, antiche case, borghi antichi e minuscole
pievi disseminate in abbondanza nel territorio. Molta gente in bicicletta. Siamo in
Friuli, quindi non mi ha tanto meravigliato incrociare un tandem di due distinti signori
che trainavano un carrellino sul quale era stivata una mastodontica cesta da pic-nic
ed una damigiana da 25 litri di vino: merlot, ma di quello buono! mi hanno specificato.
Per evitare eccessivi ondeggiamenti sulla bici ho fatto a meno di assaggi fidandomi,
un pò a malincuore, della loro parola. Non intendendo soffrire troppo, affamatissimo
dai circa 65 kmm percorsi, avendo resistito coraggiosamente al richiamo di osterie e
frasche dalle invitanti insegne, mi son concesso una serata friulan-principesca con
regolamentari imperiali brindisi presso il ristorante dell'Hotel Belvedere nei pressi di
Spilimbergo. Non lo si immaginerebbe: oltre ad un ambiente stupendo con fogolar
centrale annesso, il bravissimo cuoco è una miniera di invenzioni che hanno per base
reinterpretazioni della cucina del territorio realizzata esclusivamente con prodotti del
territorio. Da solo varrebbe un viaggio Volendo Hotel Belvedere )

Volendo approfondire la civiltà dei "claps", Alla Scoperta della civiltà dei Claps

Civiltà dei Claps Slide Show


15 Giugno 2008

La valle del Cellina


Il Cellina sarebbe un torrente friulano. Dico sarebbe perchè il suo percorso è assai
breve e per di più, dopo circa 30 km di percorso, all'incontro con una altro quasi
torrente, il Meduna, le acque di entrrambi scompaiono tra le ghiaie e scorrono
sotterranee e poi, ricompaiono come acque del Meduna 30 km circa verso sud-ovest a
Cordenons (vicino a Pordenone) per poi sfociare nel fiume Livenza. U'altra
caratteristica che accomuna i due torrenti è che le acque di entrambi sono state
imbrigliate da dighe, a Tramonti per il Meduna ed a Barcis per il Cellina. Entrambi i
laghi sono collocati in zona montana, in un panorama mozzafiato. Oggi è la volta della
ValCellina e del lago Aprilis, detto lago di Barcis dove, oggi sono andato in bicicletta
partendo ad ora antelucana.La meta in realtà è stata Claut-Cimolais piccolissimi
comuni montani nel cui territorio il Cellina ha le sorgenti. Ma andiamo con ordine.
Intanto ecco una vista di Barcis e del lago da virtual earth

Il percorso è agevole fino all'imbocco della ValCellina nei pressi di Maniago, poi la
strada prende a salire con apparente levità ma in maniera decisa e tale che le gambe
non troppo allenate risentono dello sforzo. La strada è stata rifatta rispetto al tracciato
originario, gallerie comprese per sostituire la strettissima via scavata nella roccia che
correva lungo il lato est della valle, un orrido strettissimo sormontato da pareti
rocciose assai alte. La strada era chiamata di Sant'Antonio ed era in realtà un
sentiero, sostituito da una strada carrabile solo negli anni 30 quando fu costruita la
diga. Nella slide alcune foto recuperate della vecchia strada. E' un canyon, profondo e
dalle pareti calcaree perfettamente verticali che l'acqua ha scavato nei millenni
rendendolo una meraviglia della natura e tutelato, essendo questa zona Riserva
naturale gestita dal Parco Dolomiti Friulane. Il percorso si snoda molto accanto al
torrente le cui acque sono incredibilmente cristalline e gelide come si può avvertire
accedendo ad una delle tante spiaggette ghiaiose che lo costeggiano. E' un corso
d'acqua le cui rive tanti usano come spiaggia ed in alcune pozze si può fare il bagno:
se si sopravvive alla temperatura gelida dell'acqua, se ne esce davvero ristorati. Il
panorama è chiuso dalle pareti rocciose della forra, ma proseguendo verso Barcis,
l'orizzonte comincia ad aprirsi regalando alla vista alti monti e boschi e prati
incontaminati dai colori stupendi. E mi son venute in mente alcune parole di Mauro
Corona (non so chi lo conosca ma ne racconterò): "in primavera siamo nuovi, siamo
deboli. Giova allora sedersi in una radura, luogo magico delle selve, dove il tempo si
ferma sospeso: sedersi ed aspettare". Non vedevo l'ora di realizzare il pensiero di
Mauro Corona ed ho proseguito percorrendo i 4 km di galleria alla fine della quale si
apre la Valle di Barcis ed il lago sulla cui riva est sorge il paese di Barcis. Superato
l'abitato in località Arcola ho imboccato una stradina laterale verso ovest ed ho
raggiunto l'accesso alla Foresta del Prescudin dove sorge il Palazzo Prescudin, vecchia
e meravigliosa villa friuilana in un contesto fiabesco. Nel bosco si va solo a piedi. Ho
lasciato la bici e mi sono addentrato nel bosco, tra larici, abeti, lecci e faggi con un
sottobosco verdissimo costellato da fiori, da cespugli di mirtilli e more selvatiche in
fioritura e perfino fragoline. Ho trovato una radura, mi sono disteso sull'erba soffice
e....ho aspettato. Deliziosa attesa di distensione nel silenzio interrotto solo dai rumori
silenziosi della natura. Il tempo incerto mi ha indotto a proseguire e quindi, rinfrancato
nello spirito ho di nuovo inforcato la bici e pian piano, in salita, sono arrivato a Claut,
minuscolo borgo montano. E qui, poco prima dell'abitato, il praticello lungo le rive del
torrente Settimana dove da ragazzino con genitori e parenti venivamo per degli
indimenticabili pic-nic. Poi però invece che a Claut sono andato a Cimolais, poco
distante, dove inizia la Valle del torrente Cimolais e la zona alpina seria. Nella valle si
snodano tra l'altro bellissimi sentieri di ogni tipo, dalla passeggiata, alle vie attrezzate
alle palestre di arrampicata piuttosto difficili.
Insomma tanto ci sarebbe da descrivere e raccontare. Mi limiterò a sottolineare solo la
diversità degli abitanti di queste zone rispetto a chi abiita la pianura: non solo
caratteri fisici diversi, dialetto piuttosto diverso, più stretto che faccio fatica a capire e
poi anche quella ruvidezza fin spigolosa tipica dei friulani di montagna che mai però
dimentica cortesia ed ospitalità.
Il ritorno è stato agrevolato da 24 km di discesa con sollievo delle gambe reduci da
altrettanti km di fatica e poi pianura fino a casa.
PS Ho inserito due foto di una stupenda torre di roccia, Il campanile di Val Montanaia a
nord-nord-est di Cimolais per dare un'idea dell'ambiente alpino delle Dolomiti friulane.
Sono arrivato diverse volte alla base, ma arrampicarmi! non sono capace.

Valle del Cellina SlideShow

20 Luglio 2008

Friuli globalizzato
San Daniele del Friuli, a 15 km a nors-est di Spilimbergo, è una
cittadina deliziosa patria del celeberrimo, squisito prosciutto. Il centro storico
sorge su una colle ma l'area urbanizzata si è estesa. Della cittadina dirò
un'altra volta, ma voglio raccontare di questa vicenda che ha un contenuto
gastronomico.
Ebbene sono uscito con una amica molto simpatica con la quale mi trovo molto
bene. E' ben più giovane di me. E' una persona viva, acuta con delle
connotazioni di originalità; è rigorsamente vegetariana, ed è appassionata di
culture orientali. Ha e pratica una sua filosofia di vita che la rende una persona
trasparente e serena. Insomma, date le sue inclinazioni dietetiche, mi pare
ovvio che sia lei a decidere la meta delle nostre spedizioni e stasera ha deciso
per San Daniele dove, mi diceva,c'è una pizzeria poco discosta dal centro
gestita da una famiglia libanese bravissimi piaazioli. Arrivati, il proprietario,
Karim, ha salutato la mia amica calorosamente, mi ha presentato a questo
giovane ristoratore simpatico, sorridente e dallo sguardo molto attento ed
intelligente. Seduti, Karim ci ha detto che aveva qualche pietanza di cucina
libanese, ma guardava me con aria dubbiosa. Figurarsi! Sono un curioso ed
assaggio di tutto e quindi gli ho detto il fatidico "faccia lei come viole". E' stato
contentissmo, la mia amica pure ed abbiamo aspettato
chiacchierando.Insomma, mi sono scritto i nomi delle pietanze tutte squisite,
leggere, fresche. Ed ecco il menù:
• fatayer bi sabanek una sorta di involtini a triangolo fatti con il pane
libanese ripieno di spinaci, cipolle a julienne, noci, semmeh (che mi son
dimenticato di chiedere cosa sia e non sono riuscito ad individuare cosa
fosse dal sapore), limone e pepe:
• tabuli una freschissima insalata fatta di pomodori, prezzemolo, cipolla,
grano, cipolla tutto tagliato a pezzi molto piccoli, condita con olio e
limone;
• kebbi polpettine di manzo con l'impasto arricchito di grano, pinoli,
cipolla, e diversi tipi di pepe; le polpettine erano guarnite con crema di
melanzane;
• falafel deliziose polpettine fatte con un trito di ceci, fave, prezzemolo,
cipolla e spezie varie. Ad accompagnare la tarator una salsina di sesamo,
limone, aglio e sale;
• a concludere dei dolcetti di mandorle, noci e fichi e qualche biscotto di
sesamo.
Alcune pietanze le conoscevo ed altre no. Di certo ho trovato divertente ed
riginale andare in una Pizzeria nella patria del prosciutto, in una zona che più
tradizionale non si può e degustare un menù libanese.
Spiegava Karim (ma le ricette rifiuta di raccontarle) che ogni tanto prepara cibi
della sua terra d'origine che però non riscuotono grande successo. E così
abbiamo preso il telefono della Pizzeria per ritornarci. Se tanto mi dà tanto, la
sua pizza deve essere all'altezza. Una bellissima passeggiata nel centro, in una
serata gradevolmente fresca ha concluso una piacevole, tranquilla serata.
27 Luglio 2008

Mentre i ceci sono in cottura

Già, ceci in cottura e non solo ceci perchè con stasera riprendo le
cene con gli amici. Il lungo tempo di cottura, mi lascia il tempo per raccontare
una piacevole mattinata trascorsa a Pinzano al Tagliamento , piccolo comune
lungo il corso del fiume Tagliamento. Sono andato regolarmente in bicicletta. E'
un comune carino, con qualche spunto interessante, ma il motivo è stato il
visitare la mostra intitolata: (in piedi a dx nella foto) Enrico Peressutti: l'uomo,
l'architetto, l'artista nel centenario della nascita".
Enrico Peressutti? Chi? Beh! la risposta è semplice: uno dei padri nobili del
design e dell'architettura italiana. Da Pinzano, paese di poco più di un miglioio
di anime. Per chiarire meglio cito l'acronimo BBPR di Milano che sta per
GianLuigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiosioso, ENRICO PERESSUTTI e
Ernesto Nathan Rogers. Era lo studio di Architettura che questi 4 amici
fondarono nel 1932. Tanto per dare il segno della loro levatura, sono stati i
progettisti della celeberrima Torre Velasca un gingillo da 106 metri di altezza
costruita a Milano tra il 1956 ed il 1958 (due anni 2!!!!!!!!!!).
Peressutti nasce dunque a Pinzano dove volle ritornare per il riposo eterno che
iniziò poche ore prima del terribile terremoto del 6 Maggio 1976. La sua vita
pare essersi svolta in maniera predestinata: questa terra, il Friuli è terra vocata
per i costruttori e per le maestranze di eccelso livello che in tutta Europa
hanno lasciato il loro segno. Già nel secolo XIX operava l'impresa, grandissima
per quei tempi, del Conte Giacomo Ceconi di Montececon; ma anche il padre di
Enrico, Giovanni Battista, era un costruttore che operava a Craiova, in Romania
come Console italiano ma imprenditore edile di mestiere. Costruì il Municipio,
la sede della Prefettura ed alcuni edifici dell'università. Enrico vive a Craiova
dove frequente il liceo ma torna in Italia, a Milano per seguire il corso di laurea
in Architettura titolo che consegue nel 1932. Ed ' durante gli studi che conosce
quelli che saranno amici e colleghi della sua intera vita, una fortunata
combinazione di talenti umani e professionali. Lavorare insieme a Banfi,
Belgioioso e Rogers (triestino) fu comune, immediata scelta che partorì lo
Studio BBPR. Peressutti era, nel gruppo, quello più vocato al disegno ed alla
fotografia, nonchè uomo in cui la pratica architettonica si combinava
all'interese culturale ed intellettuale per l'archtettura che originò studi e scritti
sul razionalismo italiano ed analisi dell'opera di Le Corbusier con cui
intrattenne una cordiale amicizia, ma anche l'entusiasmo per il tedesco
Gropius. E' diffusa opinione nella stoair dell'architettura italiana che BBPR e
Peressutti furono il primo caso italiano di capacità di vedere ed interpretare
l'architettura con respiro europeo. La sua attività culturale è contenuta anche
negli scritti sulle prestigiose riviste Domus e Quadrante senza dimenticare
numerosi allestimenti della Triennale di Milano. Di questo periodo sono i
progetti edilizi di Palazzo Feltrinelli a Milano, della Colonia elioterapica di
Legnaco, della villa Morpurgo di Opicina, ma di grande rilievo innovativo è il
piano regolatore di Aosta. E modernissimo ancor oggi è il progetto di "casa
ideale" che Peressutti presentò alla VI edizione della Triennale di Milano .
La guerra e la dittatura fanno il loro ingresso nella vita di Peressutti e dei suoi
amici: Rogers, ebreo, ripara in Svizzera, Banfi e Belgioioso sono arrestati e
deportati e Peressutti finisce in Russia dove manifesta il suo interesse artistico
per l'umanità attraverso le sue bellissime fotografie, racconto esplicito di
sofferenze, ma di gioie, vita, modi e luoghi del vivere. Le foto sono esposte
nella Sala SOMSI del Comue di Pinzano. Meriterebbero una visita.
Rientrato in Italia, Peressutti a Milano viene chiamato nel C.L.N. (Comitato di
Liberazione Nazionale) . Finisce la guerra, Banfi è morto assassinato nel lager
di Mauthausen e Peressutti, Belgioioso e Rogers si ritrovano ma non muta il
nome del loro Studio in memoria e ad onore dell'amico assassinato ed anzi a
lui dedicano il piano regolatore di Milano a cui partecipano. L'attività è intensa,
ad immaginare il decentramento delle industrie, la costruzione di nuovi
quartieri e centri direzionali senza che si interrompesse l'attività culturale ed
artistica di Peressutti che si concretizzò nela creazione di un monumento per
gli italiani assassinati nei lager nazisti, gli indimenticabili allestimenti alla
Triennale tra cui quella del 1951 "La forma dell'utile"
primo esempio di mostra sull'industrial design". E'
anche il periodo d'oro del Peressutti intellettuale,
chiamato quale docente dal MIT di Boston, dalla
Princeton University ma anche dalla Yale University
ma è anche il periodo nel quale Peressutti si dedica
molto al design prestando la sua opera per la SOLARI
, prestigiosa azienda friulana ma anche per la
celeberrima ARTEMIDE . L'esperienza della guerra e
l'amico perduto sono però nel suo cuore e nella sua
memoria e per questo realizza il Mauthausen
Memorial ed il monumento al deportato al Castello
del Pio a Carpi .
Dovrò tornare per poter comprare il catalogo, ma è un peccato che immagini
delle opere di Peressutti e del BBPR si trovino solo su testi specialistici ma non
su internet. Ma questo nulla toglie al valore di Peressutti, il friulano Peressutti,
conosciuto solo tra gli storici dell'architettura e dagli addetti ai lavori, ma
arcinoto nelle terre dove è nato a dimostrare che tra gli altri, questa terra è
quella che ama, ricorda ed onora anche i suoi figli, profeti in Patria.
24 Agosto 2008

Il Friuli che non ti aspetti: mitteleuropeo e


mediterraneo

Le gite enogastronomiche in Friuli sono sempre come esplorare territori nuovi


sicuri di scoprire nuovi scorci di natura ed incontrare uomini e donne che è un
piacere conoscere e sono quelli che con la loro opera fanno sì che la natura e
l'ambiente rimangano il più possibile incontaminati.Ed il Friuli rimanga Friuli.
Ebbene ricerca di olio perchè nella Venezia Giulia sulle colline che circondano
Trieste a ridosso del mare, ci sono dei bellissimi oliveti dove prosperano le olive
di cultivar Tergeste . E' un fatto noto. Meno noto e per me una scoperta che
anche in altre zone della regione anche quelle dove uno riterrebbe impensabile
l'ulivicultura almeno a queste latitudini. Ed infatti ho beccato per caso l'azienda
agricola San Rocco collocata sui Colli Orientali del Friuli, patria di grandi vini a
ridosso delle Alpi Giulie. Dalla mappa di virtual earth si vede il comprensorio
nel quale l'Azienda San Rocco è situata, bellissimo e verdissimo. Intorno i
graziosissimi centri di Attimis sede di un bellissimo Museo , Faedis le frazioni di
Campeglio , Raschiacco costellati di castelli (vedi anche qui ) restaurati o
ancora diroccati. Questa zona era lungo la strad di collegamento che da
Aquileia e passando per la vicina Cividale si dirigeva verso il Norico e quindi, a
cavallo del millennio i Patriarchi di Aquileia concessero a varie famiglie nobili il
diritto ad edificare opere a difesa contro le invasioni berbare. Questo lembo di
Friuli, vicinissimo al confine sloveno ed al confine austriaco ha oggi acquisito
sicurezza, certo, ma ha conservato molte delle connotazioni di tranquillità ed
amenità che lo rendono meraviglioso. Meraviglioso per i panorami, la natura, i
friulani, i vini e per alcuni agricoltori che hanno ripreso l'ulivicultura che qui
fioriva e prosperava anche sotto l'impero asburgico. E molti sono i lasciti
culturali e comportamentali che qui sono rimasti.
Questa è anche la terra dove forte è la memoria storica: Porzus, località in un
bosco poco sopra Attimis fu il teatro dell'infame strage perpetrata da assassini
appartenenti ai partigiani comunisti della Garibaldi che qui operavano sotto il
comando dei titini jugoslavi contro i Partigiani della Divisione Osoppo. Una
delle pagine di infamia che hanno macchiato la Resistenza. Qualcuno usa
termini diversi da assassinio ma l'eccidio di Porzus so di poter affermare che fu
un vigliacco schifoso assassinio degno dei più turpi ed infami sgherri e dei
sicari sadici e vili nazi-comunisti.
L'azienda San Rocco è di proprietà di una nota famiglia udinese, una famiglia
di antica origine e di solida tradizione di cultura, buon gusto e buon vivere:
possiedono da oltre 150 anni il ristorante "alla vedova" delizioso rifugio per
buogustai dove sono stato mille volte ignorando che il Sig. Gianni fosse anche
un viticultore. La Struttura dell'azienda che si raggiunge per una stradina
interpoderale tenuta come un'autobahn tedesca e circondata da vegetazione è
bellissima, situata su uno spazio alla sommità del colle e si stende con un'ala
su di una vicinissima struttura rocciosa diventando un "ponte" sotto il quale
passa la via d'accesso alla casa. Il panorama è bellissimo, ameno, verdissimo,
disegnato da migliaia di alberi di olivo e da una grande estensione di fiorenti
vigneti nei quali ci si appresta alla vendemmia. E' il microclima, spiegava il Sig.
Gianni che rende quella zona ideale agli ulivi ed ha sperimentato che il cultivar
che meglio si adatta alla zona è la bianchera con la tergeste e la Casaliva.
L'olio è lavorato in purezza a freddo e NON filtrato, ha un colore limone giallo-
verde, lievemente fruttato, a bassissima acidità e sapore nitido, appena
piccante e deciso ma non troppo "oleoso". Il guaio è che accanto al frantoio il
Sig. Gianni ha la cantina e le botti. Ne aveva di Tocai, di Cabernet, di Merlot,
ma anche di Pinot Nero e, sentite-sentite, di Gamay Noir à Jus Blanc. Tanto per
spiegarmi è il vitigno dal quale nasce il Beaujolais Nouveau. Insomma, non
essendo a lui possibile ha delegato u suo amico a tirar fuori i bicchieri e botte
per botte abbiamo assaggiato letteralmente di tutto con entusiasmo, grande
scrupolo e senza omettere assolutamente nulla. E, più bello di tutto,
quest'uomo mi raccontava della sua vita tra Italia ed Africa ma mi parlava
anche delle sue passioni e dei suoi mille interessi, dalla cucina al ristorante; dal
vino ai safari i cui trofei (ahimè) sono alle pareti della casa; dalle auto d'epoca
di cui ha una pregevole collezione, all'olio. E tutto senza supponenza alcuna,
con la semplicità, la spontaneità ospitale tipicamente friulana. A comprovarlo,
un bellissimo pergolato sotto il qualre troneggiavano due grossi tavoli di solido
legno con regolamentari lunghe panche tanto grandi da farmi chiedere se
facessero agriturismo. "No, no, mi diceva il Sig. Gianni, è per gli amici. Sa il
sabato veniamo qui..." Su uno dei terrazzi della casa erano collocate una serie
di sculture lignee davvero belle e delle sedie di cui pubblico una foto. Di nuovo,
come un babbeo non ho portato dietro la macchina fotografica. E' un bon
vivant questo Signore e, come in genere accade, anche il suo amico è dello
stesso tipo, simpatico, vivo, pieno di iniziativa e vitale.
Mi sono riempito la macchina spendendo un bel pò di soldini, ma la mattinata
l'avrei spesa comunque volentieri a chiacchierare con persone così. Perfino
senza olio né vino. Comunque, se devo confessare tutto, prima di rimettermi in
macchina mi son fatto più di un'ora di passeggiata per smaltire. Se non lo
avessi fatto, in caso di controllo con l'etilometro, mi avrebbero portato
direttamente in gattabuia senza neppure farmi scendere dall'auto.
Attimis e Faedis SldeShow
13 Settembre 2008

In bici a Palmanova del Friuli

Le pianure friulane appartenevano alla Serenissima Repubblica di Venezia dagli


anni 20 del 1400, anni nei quali si serano svolti eventi importanti nei balcani in
seguito alle conquiste turche. Ed i turchi per ben 7 volte avevano compiuto
profonde incursioni proprio nelle pianure friulane difese in maniera
insufficiente dai presidi veneziani di Osoppo, Chiusaforte, Cividale, Gradisca,
Marano lagunare alcuni obsoleti, altri inadeguati a sostenere l'urto delle nuove
armi da fuoco. Udine era il solo grande centro fortificato in grado di accogliere
popolazioni che qui potessero rifugiarsi con i loro averi ed il cibo necessario a
sopravvivere.
Nell'anno 1500 i veneziani chiamarono Leonardo da Vinci perchè potesse
studiare un piano di fortificazioni nella zona di Gradisca d'Isonzo, ma laver
appreso il Senato Veneziano di impoinentoi piani di conquista turchi, indusse la
Repubblica alla costruzione di una immensa città fortificata in grado di
resistere e di essere rifugio sicuro per le popolazioni ed i loro averi. Furono
convocati, dopo Leonardo, esperti architetti e militari tra i quali spiccava Giulio
Savorgnan soprintendente generale ed attivo anche nella difesa dell'isola di
Candia. Da qui l'idea e la realizzazione: nel 1593 ecco la fortezza di Palmanova,
concepita come una città da guerra, un'arma potente contro i turchi, una
fortezza con la forma di una stella a 9 punte. Al centro delle fortificazioni, la
Piazza Grande a struttura perfettamente esagonale.
La città era ed è suddivisa in "borghi" e consente ancora oggi l'accesso ad essa
attaverso 3 porte chiamate Aquikeia, Udine ed Aquileia in virtù delle loro
direzione. tutte e tre le porte, per via indiretta sono attribuite all'opera
dell'architetto vicentino Vincenzo Scamozzi . E' interessante notare che, alla
fine del '600 furono realizzate delle controporte per motivi funzionali e di
miglioramento della difesa attraverso laedificazione di rivellini .
Non mi era noto, ma Palmanova è l'antesignana delle città "stellate" che, ad
imitazione furono costruite in Giappone come Hakodate o Usuda, Halifax in
Canada, Hellevoetsluis nei Paesi Bassi o perfino Hue in Vietnam. Ma ce ne sono
altre.
Vestigia e antichi palazzi amministrativi e militari sono sparsi funzionalmente
nei vari borghi. Così ad esempio installazioni militari sono verso Borgo Aquileia
o Borgo Marittimo come il Deposito delle monizioni, il Corpo di Guardia con la
Polveriere e la Loggia; il Palazzo del Ragionato sede del Tesoriere a Borgo
Udine piuttosto che le fortificazioni, i quartieri seicenteschi lungo la Strada
delle Milizie ed il Museo storico militare in Borgo Cividale.
Vale la pena ammirare la Piazza Grande di forma esagonale, centro allora
militare ed oggi economico e sociale. Qui sorgono il Palazzo dei Provveditori, il
Duomo ma notevole è osservare che da qui si dipartono 11 strade ciascuna
delle quali è segnalata da una statua che raffigura un Provveditore Generale
della Fortezza.
Curioso che uno dei Tesorieri di Palmanova fu Giovan Francesco Sagredo
scienziato dilettante amico fraterno di Galileo con cui studiò a Padova e che
Galileo inserì come protagonista nel trattato Dialogo sopra i due massimi
sistemi del mondo.
E' un tuffo nel passato, in un contesto nel quale si gode la serenità di
un'atmosfera accogliente arricchita dal silenzio mosso solo dal mormorio delle
voci, come se si fosse in altri tempi. E fortissima sarebbe la sensazione se non
ci fosse la presenza delle auto parcheggiate. Ma la visita al Museo Militare che
si snoda in varie sedi e comprende alcune fortificazioni estese in zone senza
auto, il viaggio nel tempo diventa davvero realistico. E, credo che accentui
questa sensazione la Rievocazione Storica del Vessilo, im memoria della
fondazione della fortezza del 1593, realizzata la seconda domenica di Luglio
con sfilate e manifestazioni in costume di cui ho pescato qualche foto. Un
aspetto notevole è che Palmanova da città militare si è trasformata prima in
centro commerciale ed oggi in centro prevalentemente turistico, riuscendo
però a non perdere le sue connotazioni architettoniche ed urbanistiche cosa
che va di certo a merito ed onore degli abitanti e degli amministratori.
Una bellissima gita in bicicletta fatta nella bella e verde pianura friulana ma
sempre con la cornice delle Alpi imbiancate ben evidente. Il percorso si snoda,
a partire da Codroipo lungo la cosiddetta Napoleonica .
Volendo ci si può allungare fino alla vicina Aquileia, ma Palmanova una
giornata abbondante la merita tutta cosa che, tra l'altro, sarebbe allietata
dall'ottima enogastronomia semplice, ma gustosa e di qualità di cui si può
godere. Ad esempio la bellissima trattoria Le Campane d'Oro in Borgo Udine.
Non ha un sito ma è deliziosa tanto nell'aspetto quanto nella sostanza dei cibi
e delle bevande. Il comprensorio è agricolo e vitivinicolo, il che assicura
prelibatezza e genuinità. Ne abbiamo goduto, ma quanto al bere, con assoluta,
prudente moderazione per quanto spiacevole. E già! La Napoleonica è una
strada stretta e non è consigliabile che la bicicletta ondeggi di qua e di là
perchè il ciclista ha un pò ecceduto con l'ottimo Tocai della zona di Aquileia.
Insomma, un centinaio di chilometri tra andata e ritorno, ma pianeggianti e
facili, per me faticosi ma assolutamente giustificati dalla piacevolezza della
gita e della compagnia.
Palmanova Slide Show
26 Gennaio 2009

Una tavolozza di…..formaggi

Colli verdeggianti e boscosi, prati in quota, pascoli ricchi, alpeggi sempreverdi


sono gli ambienti dove le mucche e gli ovini crescono sani e beati per produrre
quel latte che, declinato in mille modi diversi fa del Friuli una formaggeria. Un
arabesco di sapori, stagionature, consistenze, colori, lavorazioni; ogni valle ed
ogni malga, ogni casera con la sua tradizione casearia e la sua peculiarità, il
suo segreto. Ma sempre le mani esperte di cura e tradizione.
La zona della Carnia ad esempio, produce formaggi con due terzi di latte
scremato con affioratura naturale della panna ed un terzo di latte intero, ma si
fa anche il Sot la Trape che è formaggio tipo latteria posto in vasche e
ricoperto di mosti non fermentati di uve locali. Squisito, di colore vinaccia, a
pasta compatta e di sapore lievemente piccante.
Ma scendendo verso le zone della Val Tramontina c'è il Formai del Cit frutto
della macinatura e della lavorazione di formaggio di Latteria o Montasio. E' un
formaggio da mangiare fresco. Ma nel novero non può mancare il formadi
Frant che nasce con lo scopo di utilizzare i formaggi non idonei alla
stagionatura. E questi residui, vengono sminuzzati, impastati, amalgamati con
latte o panna e conditi con sale e pepe. Ha un intrigante sapore dolce-salato
assaggiato dopo 40/50 giorni di maturazione.
Ma quello più "curioso" è il formaggio Asìno. Gli asini ed il latte d'asina non
c'entrano. Il nome deriva dal comune di Vito d'Asio in Val d'Arzino ma la zona
tipica di produzione oltre a Vito d'Asio comprende anche Clauzetto e,
nonostante sia in pianura, Spilimbergo. Non vi tedio con il procedimento di
produzione, dico solo che ad un certo punto della lavorazione questo
formaggio viene posto in grandi tini che contengono le salmueries, una sorta di
salamoia, una antica miscela di latte, panna d'affioramento e sale il tutto
dosato secondo metodi che oramai pochi conoscono. Si ritiene che fosse un
antico metodo di conservazione il bagno in questa salamoia. La peculiarità di
questa salamoia è che non va mai rifatta perchè si rigenera accogliendo le
successive lavorazioni. Un caseificio di Spilimbergo, Tosoni, che tra l'altro
annesso al caseificio ha un negozio semplicemente delizioso, sostiene che le
sue salmueries hanno più di 200 anni. Non ho motivo di dubitarne, ma poco
conta perchè il suo formaggio Asìno insieme agli altri e semplicemente
superbo, sia nella versione classica che a pasta morbida.
Siccome in Friuli, giustamente hanno amore e rispetto per le loro tradizioni e la
cultura, hanno fatto ricerche trovando citazioni del formaggio Asino ad
esempio in una pagina dell'opera Rerum Foroiuliensium nel 1659 delo storico
Palladio ove si legge: “qui Asinum vocant ab Aso pago …” (che chiamavano
Asìno dal paese Asio). dello storico Palladio . Del 1749 invece è il documento
nel quale il vescovo di Concordia si preoccupava di assicurarsi una cospicua
scorta di As'no, a dimostrare le buone abitudini curiali; e successive più
frequenti citazioni sui prezzi in un documento del 1775 e d altre notizie in
documenti dei primi anni del secolo XIX.
Per la verità l'argomento richiederebbe molto più spazio e tempo per dare un
panorama meno frammentario, ma sul tema ci tornerò, man mano che i miei
assaggi proseguono per tipologia e zone di produzione che richiedono
rigorosamente pernottamento in loco. E già! perchè con il formaggio va il vino
per comandamento divino e magari anche un pò di salame con l'aglio e con la
faccenda dell'etilometro non vorrei essere beccato e sbattuto direttamente in
gattabuia.
Di seguito, le immagini del carinissimo calendario 2006 del caseificio Tosoni,
che ha come tema "le vacche ad Udine (da Gennaio a Giugno)e Spilimbergo
(da Luglio a Dicembre)". A seguire alcune vedute di Monti, boschi, prati e paesi
da formaggio.
Friuli formaggiero SlideShow
31 Gennaio 2009

Profeta in Patria

Non è la prima volta che sostengo che il Friuli Venezia Giulia è una regione che
cerca di valorizzare i suoi figli meritevoli ed altrettanto aviene nelle città come
nei paesini. A maggior ragione questo accade se il valore ed i meriti di un
uomo sono unanimemente riconosciuti non solo dal Friuli Venezia Giulia ma
dalle regioni limitrove di Carinzia e di Slovenia come nel caso di Julius Kugy.
Carneade? Beh! fuori dal Friuli forse, ma se chiedete ad un appassionato di
montagna e di scalate, vi racconterà parecchio di quest'uomo noto anche
come il poeta delle Giulie intendendosi le Alpi Giulie.
Ma cominciamo dall'inizio. Julius Kugy nasce a Gorizia nel 1858 dall'austrico di
lingua slovena Pavel e da madre goriziana. Dopo una parentesi in Carinzia, la
famiglia si trasferisce a Trieste dove Julius rimarrà fino alla morte nel 1944. La
famiglia Kugy è agiata, Il padre di Julius gestiva una prospera attività di
importazioni-esportazioni ciò che consentì a Julius un percorso di studi fino alla
laurea, ma di più gli consentì di vivere dando pieno sfogo alle sue tantissime
passioni. Ed erano tante, a sottolineare che, almeno nelle classi abbienti, il
cosmopolitismo, l'intellettualità, la cultura erano tutti valori consolidati e
praticati. Julius Kugy già dai soggiorni in Carinzia aveva maturato una sfrenata
passione per la natura e per la montagna sicchè, oltre che alla musica si
dedicava alla botanica ed all'escursionismo alpinistico specie nelle Alpi Giulie,
sue spose per tutta la vita.
Era un uomo perseverante Kugy. Non mollava mai. A dimostrarlo, la storia
della scabiosa trenta, mitico fiore che gli fu disegnato dall'insegnante di
botanica e che lui cercò per decenni nelle sue peregrinazioni fino a doversi
convincere che non esisteva. Oppure la venticinquennale vicenda delo studio
della via diretta per scalare il Montasio dalla parete Nord culminata il 23
Agosto del 1902 dopo una rischiosissima e sfibrante ascesa con il suo grande
amico Oitzinger, una guida alpina di Camporosso.
Kugy era un fulgido esempio di mitteleuropeismo cosmopolita fatto di
sensibilità e cultura, innovazione e curiosità intellettuale, modernità e valori. E
mitteleuropeo suddito dell'impero asburgico Kugy lo era pienamente, tanto che
a 57 anni, allo scoppio della I Guerra Mondiale si arruolò nell'esercito dove
rese preziosi servigi con la sua meticolosa conoscenza delle zone di guerra
montane. Si dice che Kugy fosse un uomo dal difficile carattere, forse persino
un pò presuntuoso ma soprattutto un comsopolita trilingue ma innamorato
dell'impero asburgico e convinto dei suoi doveri verso di esso, come tipico
della cultura germanica. Quando si arruolò volontario, affidò la sua ditta ad un
collaboratore e andò in guerra. Scrisse “che si sappia che, senza esitare, ho
messo al servizio della patria morente il sangue e gli averi, la salute e la vita;
che tenni duro, forte e fedele, finché crollò moribonda, come i leoni di bronzo
feriti a morte, sul Predil e a Malborghetto. E si sappia che non fui mai nei
comandi di tappa, bensì al fronte per tre anni interi senza la minima
interruzione”. Ma l'asperità del carattere non gli impediva di amare la natura e
gli animali, aveva una marmotta in giardino quasi addomesticata ed un cane,
dottor Toni, che incontrò per caso nei pressi di un caffè. I suoi amici erano
musicisti, sclatori, naturalisti, botanici e soci delle Società Alpinistiche
dell'impero e delle alpi Giulie.
Ma questa conoscenza Kugy ce l'ha trasmessa nei suoi tanti libri: Dalla vita di
un alpinista, Tricorno. Cinquecento anni di storia, La mia vita nel lavoro, per la
musica, sui monti, Le Alpi Giulie attraverso le immagini e l'ultimo del 1943 Dal
tempo passato.
A lui dobbbiamo anche la descrizione dei viaggi in treno compiuti tra Trieste e
Travisio. La ferrovia data 1842 ed era un'opera di stupefacente ingegneria per
aver superato immense difficoltà di percorso tra gallerie, ponti e arditi viadotti.
Ma è un esempio da manuale di ambientalismo sia pure involontario: ogni
manufatto era quasi invisibile ovvero ben inserito nei superbi panorami per
esser fatto di legno e pietre trovati sul posto. Ma il treno era anche
un'occasione di incontro ed un luogo ideale ove esercitare l'arte della
conversazione nei lussuosi scompartimenti ammirando nel contempo i
meravigliosi panorami sempre mutevoli e sempre da incanto. Su alcuni
percorsi ferroviari si eseguiva musica. Perfino il prolifico Strauss scrisse
Vernunggugs Zug, una polka per pianoforte apposta per l'esecuzione durante i
viaggi in treno.
Molte sono le via montane e le ferrate aperte da Kugy e molto della natura e
dei paesaggi delle Alèpi Giulie è stato reso noto e divulgato da questo strano
personaggio che non rinnegò mai la sua matrice germanica, a costo di un pò di
ostracismo che, con l'evoluzione della guerra determinò profonda avversione al
nazismo ed a tutto ciò che era "germanico" seppur mai nazista. E Kugy
germanico era e si sentiva. Per fortuna accade anche che si recuperi la
dirittura morale di un uomo, ed i suoi meriti al di là della sua cultura. E questo
per Kugy è avvenuto ed è avvenuto ad opera del Friuli Venezia Giulia, della
Carinzia e della Slovenia che gli ha dedicato un francobollo. E nelle zone delle
alpi Giulie, da Tarvisio a Malborghetto-Valbruna, a Caporosso oltre alla vie
Kugy, la memoria di Kugy è ben viva. Ed è viva la sua memoria in ogni vero
appassionato della montagna.
Ecco come mai, per una volta si è smentito il detto "nemo propheta in patria".
Julius Kugy SlideShow
1 Febbraio 2009

La giornata FAI in Friuli ed i Longobardi

Da tempo alcuni lasciti monumentali dei Longobardi sparsi in Italia, sono stati
candidati presso l'UNESCO per divenire 'patrimonio dell'umanità'. I siti che
accolgono i monumenti candidati, sono 6 ed uno di essi è il Tempietto
Longobardo di Cividale del Friuli (N.B. Il sito consente una deliziosa visita
virtuale. Quando in alto nella finestra ci compare l'avviso che il sito
sta scaricando un componente Active X, cliccate SI'. IL SITO E'
SICURO).
E ieri Cividale è stata la mia meta. Avevo già raccontato di Cividale ma vale la
pena riparlarne per esprimere apprezzamento al FAI che oggi ha voluto
includere le meraviglie di questa cittadina nella sua giornata, ma ancor più
esprimere gratitudine a coloro che stanno impegnando il loro tempo ed il loro
ingegno per ottenere che sei perle della civiltà dei Longobardi in Italia vengano
dichiarate patrimonio dell'umanità. La novità è che è una candidatura in rete
nel senso che geograficamente questi monumenti sono sparsi in Italia ma
accomunati dala comune matrice Longobarda. Oltre a diversi Enti ed
Istituzioni, si stanno spendendo molte donne, tutte facenti parte dell'Inner
Wheele tra le quali (ebbene sì! sono in conflitto di interssi) la mia cara
sorellina. Ma mi piace lo spirito che le anima. I dettagli del progetto, sono
visibili sul sito Italia Langobardarum Leggete cosa c'è scritto nel documento di
presentazione di questa iniziativa che hanno voluto chiamare Sulle orme dei
Longobardi Candidatura WHL UNESCO
Proposta di Dichiarazione di Eccezionale Valore Universale
I “barbari” Longobardi, dopo il loro arrivo in Italia, svolsero un ruolo
fondamentale nell’età di transizione tra il mondo antico e quello medievale,
periodo cruciale per la storia europea nel quale hanno avuto inizio la gran
parte delle attuali nazioni.
Nello scontro - incontro tra culture che si attuò sul territorio italiano dopo il
loro nsediamento, i Longobardi, acquisirono e codificarono gli aspetti
fondamentali della cultura tardo-antica, assicurandone la continuità e la
trasmissione alla successiva età carolingia, che li rielaborò gettando le basi
della cultura occidentale.
Lo straordinario processo di integrazione culturale, derivante da esperienze
locali e da apporti di aree mediterranee ed orientali, si può cogliere in maniera
straordinaria nelle espressioni artistiche della tarda età longobarda e trova la
sua massima espressione, in termini di unicità e di eccezionalità, nei
monumenti di Cividale, Brescia, Castelseprio, Spoleto e Campello, Benevento.
Il portato culturale longobardo si manifesta inoltre nella dimensione europea
assunta dal culto micaelico a Monte Sant’Angelo nel Gargano - che influenzò la
caratterizzazione e la diffusione della devozione per il santo in Occidente e
definì un modello tipologico degli insediamenti santuariali per tutto il Medioevo
– e nell’importante opera di trasmissione dei testi antichi, che si attuò nei
monasteri fondati o rilanciati dai Longobardi.' .
Non mi rimane che proporvi le slide dei sei monumenti
Langobardorum SlideShow
29 Marzo 2009

Friaulisch Kosakenland

Fu solo nel secolo XVII che i Cosacchi, popolazione delle zone


intorno al fiume Don furono sottomessi dallo Zar di tutte le
Russie. E fu questi che concesse loro le vaste regioni dove già
abitavano consentendo loro di autogovernarsi, entro certi
limiti. Il tutto in cambio di prestazioni militari. Si calcola che oltre
300.000 cosacchi sui 4.500.000 stimati all’inizio dell’1900
erano in armi. Allo scoppio della rivoluzione bolscevica, non
come popolazione ma come individui a migliaia si arruolarono
nelle truppe controrivoluzionarie e dopo la vittoria comunista,
pagarono duramente con la negazione di ogni autonomia e
l’assimilazione forzata.
Credo che furono i soli nell’Europa precipitata in guerra a
scegliere in gran numero di affiancarsi all’esercito nazista nelle
cui file si batterono tanto decisamente che ricevettero la
promessa di vedersi restituire
la patria dai nazisti. Accadde nel 1943 ad opera di
Alfred Rosenberg ministro nazista dei territori
occupati e del Feldmaresciallo Keitel al vertice
dell’esercito nazista e impegnava i nazisti a lasciar
tornare i cosacchi nella loro terra o, se questo fosse
stato impossibile, li impegnava ad assegnar loro un
territorio dove potessero insediarsi come fosse loro.
Dopo la terribile sconfitta di Stalingrado, le armate
naziste cominciarono a ritirarsi verso occidente e con
loro gli alleati. I cosacchi famiglie, armi e bagagli al seguito in massa si misero in
viaggio verso Occidente. E ai cosacchi in ritirata, durante il percorso si aggregarono
civili in fuga e profughi decisi a scampare al ritorno dei Russi. Tutta questa varia
umanità peregrinò a lungo in vari paesi dell’Europa orientale.
Qui comincia il percorso che ci interessa. In Friuli, occupato dai nazisti ed inglobato nel
Gau Alto Adriatico essendo stato acquisito nel Reich, era viva e forte la Resistenza
dove su diversi fronti politici ma tutti contro i nazisti, italiani e jugoslavi si battevano. Il
Friuli era una regione strategica per i tedeschi: dopo il Brennero la seconda porta
d’accesso al Reich vitale per i rifornimenti. Ma anche porta verso i balcani. Ed accanita
fu la lotta di nazisti e repubblichini contro i partigiani che però alla fine del Luglio del
1944 avevano liberato un’area di circa 2.500 kmq costituita in "Zona libera della
Repubblica della Carnia e Prealpi", Stato con sede ad Ampezzo . Fu il primo episodio
di zona libera, prima e più a lungo della Repubblica di
Ossola .
I nazisti in difficoltà di mezzi ed uomini non potevano
comunque accettare la situazione per ragioni politiche
e soprattutto militari s trovarono la soluzione
utilizzando i Cosacchi. Se ne sbarazzarono onorando la
loro promessa ‘regalando’ loro il Friuli come patria
sapendo che avrebbero contribuito a lottare contro i
partigiani tenendo libera la linea di comunicazione
verso il Reich. Era quello che i nazisti chiamarono Nord
Italien Kosakenland.
Verso la fine di Agosto del 1944 decine di convogli ferroviari scaricarono in Carnia
decine di migliaia di Cosacchi con famiglie e masserizie. Ai primi 20.000 ne seguirono
man mano altri sicchè nella primavera del 1945 erano oltre 40.000 con 6000 cavalli e
perfino 50 cammelli oltre a famiglie, suppellettili ed armi. Gli abitanti italiani di quelle
terre erano 60.000. Si può quindi immaginare il peso materiale e morale che i
carnicidovettero subire di fronte ad un’ondata tanto massiccia di nuovi padroni I
militari cosacchi erano inquadrati in due divisioni: una di cosacchi del Don e l’altra
caucasica. Già dall’Ottobre 1944 insieme a nazisti e repubblichini presero parte alla
riconquista della zona libera ed alla repressione. Era l’operazione Waldläufer che
culminò con la fine della zona libera, la morte di
centinaia di partigiani e violenze ed efferatezza
contro la popolazione civile. Ma cominciò anche la
‘cosacchizzazione’ della Carnia. Di religione cristiano
ortodossa l cosacchi del don e musulmani i
caucasici, organizzarono la zona e la vita di tutti
secondo le loro leggi, i loro usi ed i loro costumi. I
cosacchi si installarono nelle case dei friulani della
Carnia dando inizio ad una convivenza ravvicinata e
forzata che in alcuni casi, come nel piccolo comune
di Verzegnis ad esempio fu meno difficile che
altrove. Qui infatti c’erano moltissimi dei civili che si erano aggregati ai cosacchi in
ritirata. Ma non mancarono episodi di violenza, sopraffazione, ruberie e razzie.
Soprattutto divenne difficile vivere per l’organizzazione che i Cosacchi posero in
essere con documenti scritti in caratteri cirillici, posti di blocco, coprifuoco . Ed
imposizione del loro modo di vita. Piccola notazione a margine. Nella casa paterna di
Cip e Ciop erano alloggiati due Cosacchi del don che, raccontano, si comportarono
correttamente.
In Friuli comunque la Resistenza non cessò mentre gli eserciti alleati risalivano l’Italia
ed i nazisti si ritiravano e nella tarda primavera del 1945 i Cosacchi cominciarono di
nuovo a ritirarsi attraverso il Passo di Monte Croce Carnico giungendo al fiume Drava
dove si accamparono con l’intenzione di consegnarsi agli inglesi. Il loro comandante,
Generale Krasnov fidava negli inglesi che avevano appoggiato all’epoca i russi bianchi
contro i bolscevichi. Ma Krasnov ignorava gli accordi di Yalta. Era stato infatti stabilito
che i prigionieri fi ogni nazionalità sarebbero stati restituiti al paese di appartenenza.
E nel caso dei cosacchi questo, nel migliore dei casi significava gulag o le inumane
famigerate miniere di piombo lungo il fiume Kolyma. Gli inglesi, di fatto convocarono a
Spittal in Austria gli ufficiali Cosacchi e li arrestarono e poi le riconsegnarono ai russi.
Ed i russi a loro volta riconsegnarono i prigionieri alleati che i nazisti avevano
deportato nell’Est Europa. Stessa sorte subirono soldati e civili polacchi che furono
internati nei gulag ad eccezione di alcuni che tentarono di fuggire venendo uccisi nelle
acque della Drava.
Circa 10.00 tra cosacchi e russi, per la maggior parte
civili ed ucraini di nazionalità polacca rimase
inizialmente in Friuli, furono raccolti prima ad Udine
e poi in un campo a Roma dal quale molti partirono
per paesi esteri.
Nel 1947 il generale Krasnov, nemico dei bolscevichi
e filo zarista fuggito in Germania sin dal 1920 fu
giustiziato dai russi. La lunga mano e la lunga
memoria del dittatore Stalin avevano vinto.
La storia è molto più complessa, come è evidente.
Ho voluto darne cenno per il ricordo che
casualmente Cip e Ciop ne hanno fatto. Mi piace
ricordare che nel solco della grande e terribile storia
accadono avvenimenti piccoli, talora poco noti o
dimenticati che oggi solo i vecchi ricordano. Per fortuna di questa
terra non è così. Qui, senza tante storie, tengono al loro passato,
hanno cura ed amore delle loro tradizioni e non poche persone
raccontano o scrivono anche delle piccole ma umanissime vicende
di cui sono stati o sono protagonisti o testimoni o anche ‘solo’
studiosi Nel caso della piccola grande Storia della Carnia e del
Friaulisch Kosakenland prezioso è il libro Stanitsa Tèrskaja
l’illusione cosacca di una terra Gaspari Editore scritto con
passione da Patrizia Deotto docente presso il dipartimento di
slavistica dell’Università di Trieste.
Mi piace citare anche il bellissimo ‘pezzo’ scritto da Claudio Magris
‘La maledizione dei cosaccji scritto oramai 15 anni fa sul Generale
Krasnov e che vale la pena di leggere.

8 Agosto 2009