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IMPARARE AD APPRENDERE.

STRATEGIE DI PIANIFICAZIONE NELL’EPOCA DELLA COMPLESSITÀ.

Alessia Cerqua*
*Architetto, Dottore di Ricerca in Progetto Urbano Sostenibile, Università degli Studi Roma Tre, dipartimento di Studi Urbani

Abstract
Il concetto di “territorio” ha subito negli ultimi decenni, una trasformazione radicale: da risorsa
materiale suscettibile di sfruttamento, spazio controllabile ove le diversità sono viste come
resistenze alla trasformazione, si è giunti ad una interpretazione in cui è riconosciuto il carattere
relazionale e incerto proprio di un sistema complesso. Di conseguenza, la pianificazione esige
nuovi approcci: la sfida della complessità, come ricorda Morin, può essere affrontata con
successo tramite una maggiore complessità, ovvero una maggiore ideazione di risposte multiple
ed intelligibili. Si vuole quindi proporre una riflessione sulle possibili evoluzioni della
pianificazione, intesa sia come strumento di apprendimento delle dinamiche evolutive dei sistemi
territoriali - capace di focalizzarsi sulle interazioni tra/nelle componenti (ecologiche, economiche,
sociali,..) piuttosto che su classificazioni gerarchiche - sia come percorso ad alta valenza sociale e
politica, in grado di individuare azioni volte a concordare soluzioni tra i soggetti che
interagiscono nel processo di piano.

Introduzione: Pianificare in condizioni di complessità ed incertezza


Il pensiero della complessità, a differenza del paradigma riduzionista (fondato sulla scomposizione
del mondo in unità elementari, il cui comportamento, sottoposto all’osservazione scientifica,
rappresenta regole estendibili a leggi universali) interpreta la realtà come molteplicità irriducibile di
sistemi interagenti, un universo di relazioni che si manifestano a differenti scale spaziali e temporali
e che sono attivate dalle differenze implicite in ogni sistema. Con l’introduzione dei concetti di
indeterminatezza, incertezza, imprevedibilità quali parametri costanti e intrinseci della realtà, sono
compromesse le basi della scienza classica, secondo cui una volta conosciute le condizioni iniziali
di un sistema, se ne possono prevedere con esattezza ed oggettività i comportamenti futuri. Ciò
porta al completo spiazzamento delle abituali modalità di osservazione: «…si ha la sensazione che
vengano giocati molti giochi contemporaneamente, e che durante il gioco cambino le regole di
ciascuno» (Baumann 2002).
Un analogo spiazzamento si è avuto nel campo della pianificazione urbana e territoriale: il
concetto di territorio ha subito una trasformazione radicale, si passa da una sua interpretazione
quale risorsa materiale suscettibile di sfruttamento, spazio controllabile ove le diversità sono viste
come resistenze alla trasformazione, ad una interpretazione in cui è riconosciuto il carattere
relazionale e incerto proprio di un sistema complesso. Le differenti interpretazioni del territorio,
nonostante la varietà dei punti di vista, concordano nel ritenerlo un sistema complesso,
caratterizzato da una pluralità di relazioni fisiche, ecologiche, economiche e sociali, e da
molteplici proprietà, quali, ad esempio, la dipendenza sensibile alle condizioni iniziali e la non
linearità delle relazioni tra interventi progettati ed evoluzione spontanea. Di conseguenza, appare
non più applicabile l’approccio razionalista alla sua pianificazione, approccio che si rivela ancora
meno adeguato se riletto alla luce delle sempre più pressanti richieste di compatibilità ecologico-
ambientale, ed ingestibile se rapportato alla dialettica globale/locale.
Con tali presupposti, il territorio come sistema complesso si dimostra esplorabile non secondo
logiche razionali e deduttive, piuttosto tramite nuovi processi di conoscenza: il pensiero della
complessità ci ha reso consapevoli della infondatezza di un unico punto di osservazione capace di
omogeneizzare le differenze ed eliminare le contrapposizioni tra i differenti punti di vista,
ciascuno frutto di una conoscenza specifica.
Nella logica della complessità convivono innumerevoli punto di vista che sovrapponendosi,
consentono l’apprendimento ad apprendere. Tale percorso conoscitivo si riflette nella conoscenza
ecologica, ovvero quella modalità di rapportarsi alla realtà che consente (Manghi, 2004) :
- il tracciare le mappe dei contesti in cui viviamo;
- il comporre immagini di noi stessi, degli altri, e delle nostre interazioni;
- il procurarci narrazioni ordinate di quel “disordine quotidiano chiamato esperienza”.
Una prima conclusione che si trae da queste sintetiche premesse è che non è possibile fare
affidamento sui tradizionali modelli di analisi e valutazione, pur riconoscendone la indiscussa
correttezza scientifica. Piuttosto, come ci ricorda Morin, è necessario individuare non tanto una
metodologia (che porterebbe, per assurdo, ad un nuovo riduzionismo), piuttosto un anti-metodo
(Morin 1977), ove l’incertezza e la confusione diventano virtù. Nel pensiero complesso viene,
infatti, messa in discussione la possibilità di una conoscenza descrittiva, e viene riconosciuto il
ruolo dell’osservatore nel processo conoscitivo, tramite parametri percettivi e codici interpretativi
che ha a disposizione. Si afferma così una visione progettuale della conoscenza, dove coabitano
molteplici punti di vista e metodologie: l’osservatore fa parte della complessità apportando la sua
visione del mondo.
La rilettura del territorio in termini di interazioni consente di riflettere sulle sue modalità di
funzionamento e di evoluzione attraverso un approccio particolarmente attento alle relazioni
esistenti tra le parti ed il tutto. Inoltre, il riconoscimento della valenza sociale e politica della
attività di pianificazione conduce a ripensare la stessa come attività volta a definire soluzioni
concordate tra i differenti soggetti che interagiscono nel processo di piano. Ciò porta ad
immaginare una struttura progettuale aperta, flessibile, lontana da schematismi e da rigidità
funzionali, non deterministica ma caotica, una metodologia progettuale capace di gestire le
incertezze e la complessità, individuando non una soluzione, ma una serie di possibili strategie. In
altri termini, un processo di pianificazione basato su una visione dinamica del contesto, attraverso
la formulazione di una serie di ipotesi, configurando non tanto un sistema gerarchico in cui le
differenti forme di azione sono connesse secondo un percorso lineare analisi-piano-progetti,
quanto piuttosto attraverso un percorso che sia ciclico ed interattivo.
Secondo Edgar Morin, una delle vie possibili per la conoscenza nell’ambito della complessità e
dell’incertezza è da rintracciarsi nella strategia, intesa non tanto come formulazione di programmi,
ma come arte di utilizzare le informazioni che “si producono con l’azione, di integrarle, di
formulare determinati schemi di azione e di porsi in grado di raccoglierne il massimo di certezza
per affrontare ciò che è incerto” (Morin 1997). Riletta in chiave urbanistica, la strategia di
conoscenza – e quindi di pianificazione - del territorio, dovrebbe configurarsi come:
- Processo di sperimentazione di alternative di sviluppo, ovvero continua riflessione sul
cambiamento e sulle trasformazioni desiderabili, sulla moltiplicazione degli orizzonti possibili
e/o probabili.
- Strumento per riorientare pratiche e politiche, che sia in grado di individuare ed interpretare le
nuove dinamiche di trasformazione dei sistemi territoriali in relazione alle trasformazioni della
domanda sociale.
- Strumento di identificazione di scenari di trasformazione desiderabili, basati su obiettivi
condivisi ed attuati in maniera sperimentale attraverso progetti pilota.
- Modalità di interazione sociale, capace di fare emergere e saper gestire le contraddizioni
necessarie per attivare processi comunicativi, valorizzare le differenze, attivare processi di
responsabilizzazione ed apprendimento sociale.
- Percorso verso la sostenibilità che confluisca nella costruzione e nello sviluppo di relazioni
coevolutive tra dimensione antropica e cicli evolutivi dell’ambiente naturale.
Tale concettualizzazione rappresenta un importante contribuito per il superamento della visione
deterministica e statica del territorio: si ha a che fare con una concezione sistemica della realtà, i
cui limiti, senza dubbio, sono rintracciabili nell’aumento delle variabili da considerare; si ricorda,
tuttavia, che la sfida della complessità – citando ancora Morin - può essere affrontata con successo
solo attraverso il ricorso ad una maggiore complessità, ovvero ad una maggiore progettazione
creativa di risposte multiple ed intelligibili. Ciò presuppone il passaggio da forme di conoscenza e
di azione di tipo analitico, tecnico e gerarchico a percorsi e metodi basati sull’ascolto delle
differenze e delle specificità del territorio, introducendo modalità di intervento di tipo interattivo,
relazionale, imparando ad apprendere da più prospettive, spesso in conflitto tra loro.
Strategie di pianificazione nell’epoca della complessità.
1
Nell’ambito delle ricerche effettuate dalla scrivente presso il dipartimento di Studi Urbani, Università degli
Studi di Roma Tre, si è approfondito un approccio innovativo alla conoscenza e pianificazione del
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territorio, (Strategic Choice) , il cui carattere processuale, interattivo e flessibile permette di superare
alcuni limiti derivanti dalla visione gerarchica e lineare del processo progettuale, limiti connessi
principalmente alle differenti scale spazio-temporali delle decisioni (gerarchia spaziale: dall’area
vasta al progetto particolareggiato; gerarchia temporale: dagli obiettivi di lungo periodo alle scelte
operabili immediatamente). In tale approccio l’attenzione viene focalizzata non tanto sul rapporto
gerarchico che si instaura tra le scelte, ma sulle loro interconnessioni.
Alla base di tale impostazione vi sono alcuni assunti di base, quali ad esempio (Friend J., Hickling
A. 1987):
- L’assunzione sia di una visione olistica, che del contemporaneo carattere di specificità di
interventi focalizzati su problematiche particolari, secondo un approccio trans-scalare ed inter-
temporale, capace di cogliere le relazioni di processo e le dinamiche di interazione spaziale;
- La necessità di operare in un contesto di incertezza a fronte di processi caratterizzati da alta
complessità, considerando la natura relazionale delle differenti decisioni e delle opzioni
progettuali ad esse relative;
- L’impossibilità di separare, all’interno dei processi decisionali, gli aspetti tecnici da quelli
politici;
- La necessità di superare i conflitti di interesse tra i differenti attori coinvolti nel processo
decisionale, adottando quindi una procedura interattiva di costruzione del processo di piano,
che permetta di confrontare, valutare e scegliere tra opzioni progettuali divergenti ed
incompatibili;
- L’adozione di un processo incrementale ed esplorativo alla costruzione delle scelte strategiche,
che si evolve trasformandosi nel tempo verso sempre una maggiore articolazione, definizione e
contestualizzazione delle scelte.
Tramite questa procedura non si perviene alla redazione di un piano, inteso come rigido sistema di
prescrizioni, sono piuttosto identificati i passi incrementali da attuare in un processo continuo di

1
Ci si riferisce in particolare alle ricerche svolte nel corso del dottorato di ricerca in Progetto Urbano Sostenibile, XVII Ciclo,
Università degli Studi di Roma Tre, svolte sotto la guida del Prof. Alessandro Giangrande.
2
Strategic Choice è un approccio alla pianificazione che costituisce l’esito di ricerche ed esperienze sul campo attivata a
partire dagli anni ’60 nell’ambito della scuola di ricerca operativa di Londra (IOR).
pianificazione. L’efficacia del processo è valutata non dal grado di conformità tra prescrizioni ed
attuazione, ma dalla capacità di agevolare le scelte, di adattarsi alle trasformazioni e di gestire le
incertezze intrinseche nei processi decisionali (Giangrande 1999). La pianificazione quindi è intesa
come un processo di scelta strategica, dove ogni decisione è presa in condizioni di incertezza ed in
situazioni spesso caratterizzate da carenza di risorse e conflitti di interesse. In tale concezione, il
conflitto diventa risorsa, capace di fare emergere punti di vista differenti: rappresenta quindi uno
strumento per costruire nuove relazioni e identità, per implementare pratiche e possibilità, per
aiutare le persone a diventare “attivi co-costruttori delle proprie realtà” (Maciocco 2005)
L’incertezza assume un ruolo fondamentale nella strutturazione del processo di scelta strategica:
sono individuati tre tipi di incertezza che, per la loro natura e per le loro interrelazioni, delineano il
carattere di complessità irriducibile delle scelte medesime: incertezze relative alla conoscenza del
contesto fisico ed ambientale (UE, Uncertainties about the working Environment); incertezze
relative alle relazioni tra i differenti campi di scelta ed i diversi processi di decisione (UR:
Uncertainties about Related decisions); incertezze relative alle politiche, ai sistemi di valore in base
ai quali valutare le scelte (UV: Uncertainties about guiding Values).
Una delle principali caratteristiche di Strategic Choice riguarda il carattere incrementale e continuo
della pianificazione, intesa come procedura in cui le differenti fasi di costruzione delle decisioni e
delle opzioni progettuali interagiscono tra di loro in un processo non lineare.
I quattro cicli operativi di Strategic Choice - articolati nelle modalità strutturare, progettare,
confrontare e scegliere - non sono ordinati in rigide sequenze temporali, permettono piuttosto di
costruire un processo di pianificazione aperto e flessibile, che prevede la possibilità di riformulare
i problemi e tornare su scelte già individuate, di confrontare e scegliere anche retroattivamente le
opzioni progettuali, modificandole secondo gli elementi di complessità e novità che emergono nel
corso del processo decisionale. Tali modalità non corrispondono a step procedurali da percorrere
in rigida sequenza: piuttosto, il passaggio da una modalità operativa a un'altra deriva dall'esigenza
di acquisire le informazioni ritenute più rilevanti nelle differenti fasi del processo.
Nella modalità strutturare, viene articolato il complesso delle problematiche (aree di decisione) ed
identificate le loro interrelazioni: ogni area di decisione rappresenta uno specifico problema da
risolvere, e si configura non come esito di un processo decisionale, ma come ambito nel quale
inquadrare le differenti possibilità di progetto. Le aree di decisione possono riguardare diverse
tipologie di problemi (dai generali a quelli più specifici), che si presentano alle differenti scale,
legate a tempi di progettazione differenti e che coinvolgono differenti attori; la lista delle aree,
inoltre, è aperta e può essere aggiornata durante il processo di approfondimento delle conoscenze.
Le interrelazioni tra le aree di decisione, (legami di decisione), formano il grafo di decisione,
ovvero l’identificazione delle connessioni tra i differenti elementi che compongono un problema
complesso. La definizione dei fuochi del problema - ovvero gruppi di aree di decisione fortemente
interrelati che è possibile analizzare provvisoriamente come sottoproblemi separati per una
conoscenza maggiormente approfondita – rappresenta il passaggio dalla modalità strutturare a
quella progettare.
Nella modalità progettare sono individuate alcune soluzioni alternative (opzioni) per ogni area di
decisione ed identificati i legami di incompatibilità tra di esse, dalla cui analisi è possibile
individuare i possibili insiemi di soluzioni mutuamente compatibili.
Nella modalità confrontare sono definiti i criteri di valutazione delle opzioni, e quindi identificata
una prima gerarchia di preferenze: attraverso i criteri scelti si procede al confronto tra azioni
alternative, secondo parametri di valutazione di tipo qualitativo e quantitativo, considerando
inoltre non solo gli effetti diretti, ma anche le conseguenze indirette, spesso difficilmente
quantificabili, dei differenti corsi di azione. Sono così evidenziati i vantaggi e gli svantaggi delle
differenti ipotesi progettuali. La metodologia di valutazione adottata si basa su indicatori in grado
di interpretare l’identità complessa del territorio, attraverso la comprensione delle relazioni tra
struttura ambientale e organizzazione socio economica, delle interconnessioni esistenti tra
l’ambiente costruito, il paesaggio e il sistema di valori delle comunità, delle relazioni interne e
degli scambi con l’esterno. In tale ottica, la valutazione non si configura come tecnica per scegliere
la soluzione migliore tra le possibili alternative, piuttosto rappresenta uno strumento di
conoscenza, progetto, e riflessione critica riguardo le possibili trasformazioni.
L’ultima fase, (scegliere) riguarda l’esplicitazione dei dubbi e delle problematiche emerse durante
il processo progettuale. Si costruiscono quindi gli schemi di azione, selezionando gli schemi di
decisione relativi alle aree di decisione ritenute prioritarie per importanza ed urgenza.
Il prodotto principale del processo progettuale è il pacchetto di prescrizioni (o progress), che
sintetizza i risultati visibili del processo: le azioni da attuare subito, le azioni da intraprendere per
ridurre le incertezze, le decisioni da differire nel tempo, le azioni da attuare in sostituzione di
quelle stabilite nel caso di difficoltà non previste. Tuttavia assumono particolare rilevanza anche i
risultati invisibili come il miglioramento dei processi di comunicazione tra gli attori che può
derivare da una maggiore comprensione dei sistemi di valori, delle modalità di lavoro, delle
pressioni e dei vincoli ai quali anche gli altri attori del processo sono soggetti.
I processi di negoziazione, dialogo ed interazione attiva tra i differenti soggetti, insiti nella
procedura proposta, assumono fondamentale importanza: rappresentano infatti non semplicemente
una possibile risposta alla necessità di superare i limiti della razionalità urbanistica tradizionale,
ma pongono le basi per una profonda trasformazione epistemologica della pianificazione stessa.
L’interazione tra i differenti attori, il coinvolgimento nelle pratiche di pianificazione, può ottenersi
solamente se le occasioni di confronto e integrazione tra sapere tecnico e pratiche comuni, non
sono saltuarie, ma diventino elemento costitutivo delle pratiche di pianificazione: in tale contesto,
l’impegno del planner, nel confrontarsi con forme di razionalità, conoscenze e sistemi di valore
differenti, è orientato verso l’esplorazione delle condizioni che favoriscono la cooperazione tra i
differenti soggetti: la progettazione in tal modo è intesa non solo come pratica che dà forma al
contesto territoriale, ma anche come pratica di costruzione di senso.
Nell’ambito delle ricerche svolte sotto la guida del Prof. Giangrande, nel corso di Dottorato in
Progetto Urbano Sostenibile, (Università degli Studi di Roma Tre), si è sperimentato il metodo
Strategic Choice al fine di individuare i possibili scenari di trasformazione del territorio della
laguna di Venezia.
Il sistema territoriale veneziano è stato scelto in quanto emblematico della realtà attuale: la
compresenza di terra ed acqua e di funzioni potenzialmente in conflitto connesse al loro utilizzo,
rende improbabile ogni approccio riduzionista e costringe a considerare la complessità del contesto,
delle azioni da svolgere e delle decisioni da prendere.
I numerosi fattori di incertezza, relativi, ad esempio, all’assetto naturalistico (si pensi ai numerosi
dibattiti in atto relativi alla questione della subsidenza e delle maree anomale, alla identificazione
della Laguna come singolo ecosistema o sistema complesso di ecosistemi tra loro interagenti), alle
questioni gestionali (quali la molteplicità di attori coinvolti nel coordinamento della pianificazione
locale), a fattori socio – economici (il destino del petrolchimico in una ipotesi di società futura no-
oil, la monocultura turistica, eccetera), rendono necessario l’utilizzo di una metodologia progettuale
che metabolizzi da subito le incertezze intrinseche della realtà in cui si va ad agire.
Le analisi condotte sulle specificità del sistema territoriale, il riconoscimento dei punti di forza e
debolezza, l’osservazione di alcuni fenomeni relativi all’andamento economico ed alla
organizzazione sociale, hanno portato alla identificazione delle principali problematiche, (aree di
decisione) caratterizzate da particolare urgenza ed importanza, per le quali sono state individuate
differenti opzioni di scelta.
L’articolazione in fuochi, (sotto insiemi di aree di decisione tra loro interrelati) ha permesso
l’analisi delle strategie relative a differenti ambiti tematici, al fine di individuare un modello di
sviluppo che favorisca l’attuazione di scenari evolutivi dinamici. I principali fuochi individuati
sono:
1) La salvaguardia ecologico ambientale dell’ecosistema lagunare, che aggrega aree riguardanti le
problematiche della salvaguardia ambientale e della manutenzione dell’ecosistema lagunare.
2) Lo sviluppo socio economico delle aree di gronda, relativo alla attuazione di provvedimenti
diretti a rivitalizzare le aree di gronda sotto il profilo sociale ed economico e a regolarne lo
sviluppo.
3) Lo sviluppo urbano di Marghera, relativo alla riqualificazione della Municipalità di Marghera,
con particolare attenzione alle modalità di collegamento con Venezia e Mestre
4) Porto Marghera ed il petrolchimico, relativo al possibile assetto dell’area industriale, analizzata
nelle sue connessioni sia con la città storica e con il nucleo urbano adiacente della città giardino.
5) La città storica, relativo ai provvedimenti diretti a rivitalizzare la città storica sotto il profilo
sociale ed economico, al suo ridisegno funzionale, al miglioramento del sistema dei collegamenti e
dell’accessibilità, alle decisioni da prendere per compensare le conseguenze negative del turismo.

Al fine di individuare uno scenario di trasformazione orientato verso la sostenibilità del territorio,
sono stati utilizzati criteri di valutazione di carattere multidimensionale, relativi alle varie
declinazioni della sostenibilità: socio-economica, (intesa come possibilità di attuare strategie di
intervento riferite all’uso appropriato delle risorse locali, alla capacità di superamento della crisi
economica ed occupazionale), territoriale, (intesa secondo la definizione di Magnaghi, quale
capacità di un modello insediativo e delle sue regole di produzione di promuovere processi di
riterritorializzazione), ed ecologico-ambientale, (quale capacità delle scelte progettuali di consentire
la valorizzazione e la salvaguardia degli ecosistemi naturali e delle risorse primarie presenti).

In conclusione, la metodologia proposta si configura “atipica”, in quanto considera


contemporaneamente problematiche di scala differente, aggirando le normali prassi di
pianificazione basate su logiche lineari di gerarchia spaziale (dalla scala vasta al progetto di
dettaglio) e temporale (prima le linee di indirizzo progettuale a scala vasta, poi la specifica dei
progetti in ambito più dettagliato); tale approccio è basato su un processo incrementale, ove la
dimensione strategica delle scelte non è connessa a questioni di scala, piuttosto di scelte (Strategic
Choice).

Bibliografia principale:
Cerqua A. (2008) Complessità ed incertezza nella pianificazione: un approccio interdisciplinare per la
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Cerqua A., (2007) Imparare ad apprendere. Strategie di pianificazione nell’epoca della complessità,
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