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Remember, remember the 16th of November Andrea Salvo Rossi, Mezzocannone Occupato Il 16 novembre succedono molte cose.

Succede che a Susa ci si rimetter ancora una volta in cammino contro lo scempio della Tav. Ancora una volta dopo il grande corteo nazionale del 19 ottobre, che ha avuto il senso che ha avuto anche e soprattutto perch i movimenti territoriali di lotta hanno scelto di condividere una giornata complessiva, da Niscemi alla valle, di opposizione alle grandi opere inutili imposte su tutto il territorio nazionale. Succede che a Pisa un corteo cittadino prover ad opporsi allo sgombero vergognoso dell'Ex-Colorificio, una delle esperienze di autorecupero ed autogestione pi interessanti che si sono prodotte in seno a quel movimento che dura ormai da due anni e che abbiamo definito ciclo delle "nuove occupazioni": nuove occupazioni che si inseriscono nella storia quarantennale dei centri sociali italiani, ma che declinano - nella crisi - un modo nuovo di concepire la pratica dell'occupazione. Occupazioni nelle quali centrale il tema dell'autoproduzione, in cui centrale il tema dell'incontro (cio dell'entrare in relazione con esperienze, linguaggi, saperi, pratiche che non erano previste dalla propria identit di partenza). Occupazioni che abbiamo detto - abbattono muri fisici e simbolici per ricreare spazi di socialit, di lavoro non sfruttato (tutto il tema del coworking e dell'autoreddito), sperimentazione artistica e culturale. Occupazioni in cui la gestione degli spazi liberati conflittuale in s, e non solo in quanto diventa serbatoio di militanti complessivi. In cui il mutualismo diventa la capacit di sottrarre i soggetti dalla temporalit accelerata, competitiva, paranoica e precaria imposta dalla crisi alle nostre vite. In cui ricostruire una dimensione collettiva che problematizzi le condizioni materiali d'esistenza dei singoli: perch da soli la povert, l'assenza di prospettive, la solitudine sembrano condizioni normali, sembrano l'unico orizzonte possibile in cui immergersi, mentre invece la capacit di una comunit resistente sempre quella di immaginare mondi altri, altre forme di vita, disautomatizzando l'idea che la vita misera che viviamo sia l'unica che pu toccarci in sorte, disautomatizzando ogni fatalismo che ci impone di pensare che non esistono alternative. Succede che a Napoli la miriade di comitati che lottano contro la devastazione ambientale tra Napoli e Caserta si danno appuntamento per provare a connettere le proprie esperienze, i propri percorsi di mobilitazione in un percorso complessivo contro il biocidio, cio contro il fatto che i veleni, gli sversamenti, i roghi, gli inceneritori,le discariche abusive e quelle legali, gli scarichi industriali hanno trasformato la regione Campania in quello che stato definito il pi grande laboratorio di cancerogenesi a cielo aperto: un luogo, cio, in cui nascono malattie nuove e diffondendosi ad una velocit doppia o tripla rispeto a quella nazionale. Si danno appuntamento dopo due mesi di mobilitazioni diffuse sui territori, due mesi di cortei, di occupazioni, di iniziative, di dibattiti, di interventi nelle scuole, nelle universit per riprendersi le strade, invadere una piazza e magari tenersela, per provare a dire che non c' pi niente da aspettare. Che non ci sono da aspettare leggi speciali, militarizzazioni, magari il commissariamento e la protezione civile, ma che invece va pensato DA SUBITO un piano di bonifiche e di gestione dei rifiuti che dia garanzie a chi fin'ora ha pagato e che non diventi l'ennesimo business per le solite lobby criminali che da anni si arricchiscono, prima con l'affare discariche, poi con l'incenerimento e che ora gi annusano i milioni che arriveranno per le bonifiche.

Ad oggi questa convergenza tra tre date cos diverse e cos importanti resta un caso molto suggestivo. Ma, da bravi lettori di Machiavelli, sappiamo che il caso proprio quel luogo che la virt deve aggredire per trasformarlo in occasione: occasione di trasformazione, di irruzione del nuovo e dell'imprevisto nella storia, in una parola, di tumulto.

Ebbene, che occasione abbiamo qui? Quale il filo conduttore di esperienze cos diverse, divese per storia, per radicamento, per relazioni, per le pratiche messe in campo?Il tema che tiene insieme Pisa, la Campania, Susa, quello del diritto alla decisione: quello che in gioco il diritto che le comunit hanno di determinare il tessuto relazionale, produttivo, naturale, sociale, politico dei propri territori. Comunit contro propriet privata, comunit contro Stato. Complessivamente, comunit contro l'espropriazione. Da un lato il diritto delle istituzioni di recintare, dismettere o vendere a privati i propri beni, e il diritto di questi privati di sfruttarli per ottenere profitto.Dall'altro il diritto dei soggetti che animano quei territori di rendere alcune risorse, alcuni beni, alcuni pezzi di mondo inalienabili, indisponibili all'accumulazione e di ripensarne quindi - nella sperimentazione e non con una ricetta, magari giuridica, che risolva ogni caso una volta per tutte - l'accesso, la fruizione, la tutela, lo sviluppo, la destinazione d'uso in maniera comune. Un saggio una volta disse: tra due diritti uguali decide la forza. La partita tutta l: essere in grado di mettere in campo una forza (una forza fisica, comunicativa, affettiva, di programmazione, di tenuta oltre l'evento, di organizzazione) in grado di affermare il diritto alla decisione delle comunit ribelli contro il diritto alla privatizzazione. Rispetto a questa sfida il 19 ottobre stato probabilmente un modello interessante.Il 19 ottobre ha mostrato - nella pratica, non sui libri - la capacit che hanno i soggetti reali che pagano la crisi di dotarsi di meccanismi di autorganizzazione che, con la sola legittimazione che viene dalla partecipazione e la condivisione delle pratiche di piazza, impongono temi e tempi all'agenda politica, costringendo la controparte - se non altro - all'interlocuzione. Questo, senza la mediazione delle grosse strutture di rappresentanza politica o sindacale. Al di l dei singoli percorsi, tratteniamo di quella giornata questo modello di pratica e di obiettivo: la capacit di imporre una temporalit alla politica che non quella della governance, dell'austerity e dei diktat che si succedono freneticamente nello spazio europeo e la capacit - rispetto a questa governance di proporsi come nuove istituzioni di democrazia reale, dal basso che invochino non partecipazione, non consultazioni, non testimonianze popolari, ma diritto alla decisione contro la sovranit del pubblicostatuale, diritto di determinare direttamente la vita della propria comunit, dei propri territori. Diritto di decidere come avverr, in quelli, la produzione, l'accesso alle risorse, la pianificazione dello sviluppo, tutto. Che questo riguardi una valle, una fabbrica o un'area metropolitana potrebbe persino diventare secondario, se si mette a fuoco questo modello di autogoverno del comune di cui speriamo sapranno parlarci Napoli, Pisa, di cui da vent'anni ci parlano i no-tav. Un modello di autogoverno che non pu essere pescato forzosamente nel codice civile o magari stressando l'esegesi costituzionale, ma che ha senso e forza solo in un processo che ci immaginiamo come costituente, e come tale legittimato solo ex post dalla capacit di mettere in campo condivisione di saperi, radicalit

delle opzioni e condivisione delle pratiche, e come tale meticcio, capace di incontrare molti senza perderne in chiarezza d'analisi e di proposta, e come tale solo ed eventualmente dopo interessato ai processi di stabilizzazione e normazione, ma intanto bello perch (e solo se) eccedente e moltitudinario.