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Paolo Vittone La lumaca e il tamburo Favola di un viaggio alla riconquista del tempo Disegni di Elisa Iussig Introduzione di Paolo

Rumiz infinito Edizioni Copyright Infinito edizioni, 2010 Prima edizione: febbraio 2010 Prima ristampa: marzo 2010 Infinito edizioni S.r.l. Castel Gandolfo (Roma) Posta elettronica: info@infinitoedizioni.it Sito Internet: http://www.infinitoedizioni.it ISBN 978-88-89602-94-2 Copertina: Enrico Pugni Illustrazione di copertina: Elisa Iussig Illustrazioni interne: Elisa Iussig Impaginazione e grafica: Infinito edizioni Orienti *** Il viaggio Trieste molo audace. Un incontro l'inizio di un viaggio a piedi di una donna incin ta e di un uomo malato, confini estremi della vita, fino in Bosnia, passando per Slovenia e Croazia, varcando confini ufficiali e non, attraversando terre catto liche, ortodosse e meticce, fino a quelle dell'islam europeo, laico e aperto quanto ignorato. Un viaggio carico di sentimento in luoghi rimasti incolumi e in altri disfatti dalle guerre jugoslave degli Anni `90; posti in parte ricostruiti, altri in bilico tra passato bellico e futuro forse di pace; terre etnicamente purifica te e terre meticce, lungo il crinale che separa la cultura del mare e quella della terra. Paolo Vittone. Giornalista della redazione esteri di Radio Popolare, ha seguito come inviato i conflitti nella ex Jugoslavia, in Iraq e in Nepal. In que st'ultimo Paese, oltre che dalla guerra civile, si occupato di commercio di esseri umani: neonati rapiti alle donne di bassa casta e introdotti nel circuito legal e delle adozioni internazionali, ragazze vendute nei bordelli indiani e thailandesi, lavoratori mandati tramite agenzie internazionali sopratu tto nei paesi arabi, in condizioni di semi-schiavit. Si occupato di sfruttamento dei lavoratori in Pakistan, Senegal, Thailandia, Emirati Arabi ma anche in Italia, nel settore edile. Ha collaborato anche con la Radio svizzer a italiana e suoi pezzi sono stati pubblicati su Avvenimenti, L'Espresso, La Stampa, il Diario della Settimana e altre testate. morto di cancro a 46 anni, il 23 agosto 2009. Elisa Iussig. Architetto, ha insegnato storia dell'Architettura all'Universit di Buenos Aires, progettato e seguito la costruzione di diversi edifici in varie citt argentine per poi dedicarsi al design di interni. Disegnatrice, ha eseguito diversi lavori di illustrazione in Argentina e ha illustrato il reporta ge incluso in questo lavoro, pubblicato in parte dal Piccolo di Trieste. Vive da diversi anni in provincia di Udine. *** Indice

Introduzione di Paolo Rumiz Capitolo primo Trieste molo audace Capitolo secondo Verso Otok Capitolo terzo Babno Polje Capitolo quarto Nel cuore del bosco Capitolo quinto Ogulin Capitolo sesto Terra mista Capitolo settimo Bosnia! Capitolo ottavo Verso il ventre della Bosnia Capitolo nono Le balaustre di Biha Capitolo decimo Ritorno al molo audace Ringraziamenti Pensieri di carta *** A Nina *** Il viaggio Introduzione di Paolo Rumiz Trieste, autunno 2009 Giugno 2008, una sera di pioggia. Qualcuno mi suon al campanello di casa, a Trieste, aprii il portone, e dopo un minuto nella cornice della porta apparve lui. Smagrito, febbricitante, coperto di piaghe, ustionato sul naso e sul collo, lacero e fradicio fino alle ossa, ma totalmente felice. Paolo sembr ava uno di quei cani che scappano nella stagione degli amori, e tornano a casa dopo giorni, magri, affamati e contenti. Le rughe, perfino gli eczemi e la pelle rovinata dalle terapie sembravano disegnati apposta per dare ancora pi luce a uno sguardo infuocato da capitano di ventura. Si accasci su una poltrona, si lev le scarpe, accese una sigaretta e parl dei boschi attraversati, degli sloveni, dei croati e dei bosniaci, poi della compagna di viaggio che gli aveva regalato i disegni del percorso e l'allegria per affrontarlo. Parl della sua andatura da lumaca, lenta ma regolare, e del benessere che gli aveva dato; descrisse quel ritmo che gli aveva invaso l'anima come un tamburo, un metronomo che aveva dischiuso orizzonti, scatenato bisogno di silenzio e riportato a galla pezzi di passato: la Dalmazia, il Nepal, la guerra tra Zagabria e la Drina, il padre perduto troppo presto. Avevamo condiviso il mito della Bosnia, della sua resistenza antinazista, dei suoi boschi, delle sue donne e dei suoi briganti, della leggenda nera che la pervadeva, di un islam capace di coesistere con cattolici, serbo-ortodossi ed ebrei. In Bosnia era stato per lui fatale tornare. Era bastata una mappa 1 a 100.000 del territorio fra Trieste e Biha perch tutto gli apparisse chiaro. Era su quel percorso che doveva partire la sua riconquista del tempo. La volle e la realizz, travolgendo gli ostacoli come sempre. Trov la compagna giusta. Sono pieno di tubi nella pancia le disse per avvertirla della difficolt della sfida. Beh, sei come il Centro Pompidou di Parigi rispose quella senza fare una piega. Dopo il viaggio conquist calma e persuasione di s. Lo sguardo divenne pi profondo, la manualit pi essenziale, la voce pi calda, il gesto pi

rotondo, il periodare pi sapiente. Divenne maestro nelle pause, le tirava allo spasimo per avvincere. Costrinse la malattia a nobilitarlo anzich a piegarlo. Il rapporto con la nera compagna s'invert. La pieg, la prese a cazzotti, per riemergere esausto dai match, ma ogni volta con energia migliore. Anzich lasciarsi usare, la us: per costruire una storia, per essere ricordato. E per unire tra loro quelli che lo conoscevano, in una bella comunit del sentire. Restavo a guardarlo quando cucinava. Sminuzzava, mescolava, spezzettava, sbollentava con economia perfetta di movimenti. Nessun gesto superfluo, come un velista nel mare grosso, come un sommozzatore nel profondo. Una sera mi raccont una storia facendo montare un bianco d'uovo in una scodella e quel ritmo lento della forchetta fece da pentagramma al suo narrare. In un popolo di frenetici mi sembrava tra i pochi normali. Gli amici bevevano avidamente la sua calma, ne avevano disperatamente bisogno. Un rabbino askenazita di Trieste, dopo aver letto alcuni suoi scritti, ne rimase cos affascinato che tir il paradosso al limite e disse: quest'uomo rischia una sola cosa, guarire. Il senso tipicamente ebraico era che proprio la malattia gli aveva regalato un senso vitale sconosciuto ai sani del mondo contemporaneo; gli aveva insegnato il dovere della lietezza e della lentezza, il festina lente, la lode a Dio sotto forma di celebrazione incessante del qui ed ora. Mentre moriva pensai che aveva vissuto quindici anni meno di me, ma gli ultimi due se li era presi tutti: aveva avuto il meglio e non aveva buttato via niente. Anche per questo, diavolo d'un uomo, non lasciava dietro di s n scorie n retrogusti di malinconia. Fuori, sul Carso, soffiava furiosa la bora nella notte, ma dentro in quella stanza tutto era in ordine: Mozart in sottofondo, il taccuino pieno di note, la bottiglia con lo sciroppo di menta, le matite. La temperatura s'abbass e quando uscii, alle quattro del mattino, il pianoterra dell'ospedale di Cattinara s'era riempito di grilli infreddoliti. Cantavano dappertutto. Era arrivato nella mia vita all'improvviso, come una buriana di mare, come un treno che deraglia. Chi era davvero, mi chiesi subito, quel giornalista-sindacalista-viaggiatore-cuo co-affabulatore-chitarrista che esigeva in modo imperativo di riprendere una vecchia frequentazione con me e venire a Trieste? Son passati solo tre anni da quell'irruzione a gamba tesa e, ora che non c' pi, ripenso a come cambiata la nostra vita con la sua presenza. Forse stato un messaggero, uno dei tanti Cristi che attraversano il mondo senza essere riconosciuti. Ci ha spinti a mettere ordine nei nostri armadi e nei nostri zaini, a chiarire il rapporto tra noi, ad affrontare l'esistenza come un'ordala, una chiamata alle armi. Poi, morendo, ci ha obbligato a vivere. Ed ecco che mi scopro a fare inconsapevolmente i suoi gesti, a mettere il suo gilet nero con le tasche a zip, o a usare la sua penna stilografica con inchiostro viola. Paolo c', che diamine. un libro aperto, una tavola imbandita, una panca sul mare, una sigaretta nel tramonto. Misera cosa sarebbe la vita se si limitasse al rapporto con i vivi. Dopo il viaggio in Bosnia crebbe in lui milanese, anzi, lumbard dell'operaia Sesto San Giovanni la voglia di Trieste. Qui si era fatto nuovi amici. Qui cominciava diceva il mondo dove le lingue si mescolano. Qui la gente chiamava i venti col loro nome. Qui le identit basate sulle genealogie non avevano senso, perch tutti venivano da altrove. A Trieste c'era il mare, c'era l'orizzonte. Qui ci si sentiva a casa, a due passi dalla Dalmazia dell'adolescenza. Cos, con infinita pazienza e infinita testardaggine, aprendosi delle pause in una catena infelice di interventi medici e terapie in quel di Milano, aveva meticolosamente costruito il suo secondo viaggio. Traslocare la vita. Trovare un punto d'attracco, un approdo per salpare per chiss dove, qui al

capolinea del Mediterraneo, dove splende l'ultimo faro. La malattia l'aveva costretto ai confini del suo corpo, forse per questo aveva tanta fame di orizzon ti. Li sognava sempre, nel suo letto d'ospedale. Viaggi a piedi, a vela, in treno. Non importa se lontano, ma nuotando a fondo nella vita. Quando tutto fu deciso e la casa affittata, gli scrissi che non doveva sobbarcarsi il peso del trasloco. Rispose in modo indimenticabile. Venire a cose fatte sarebbe come pretendere di fare in portantina un sentiero sognato da sempre. Non ho fretta in nulla, disse, se non per questa scadenza, tanto cruciale, decisiva, sognata da sempre: vivere vicino al mare, guardare il mare la mattina appena alzato. Ma il bello venne nelle righe successive. Parole che considero forse il pi bell'atto d'amore per la mia citt. Sai bene che vengo a Trieste a vivere, ma con ogni probabilit a morire Vengo a Trieste perch al confine delle terre della mia e nostra anima ed essere pi vicino mi fa pensare che torner almeno una volta a sentire la Neretva, ad ascoltare il muezzin dalla moschea del Beg e annusare i cevapi e la pita in Bacarija, che forse vedr persino ancora una volta il vecchio amico Hilmo. Vengo a Trieste perch per le sue strade i vocaboli si mescolano, perch solo a Trieste le scintille si chiamano falische e i gabbiani imperiali coci. Vengo perch la casa l'ho trovata tramite uno straniero fidanzato con un'altra straniera e questo mi d il senso vitale della mescolanza, alla faccia dei fascistelli ottusi e ignoranti come capre. Vengo a Trieste perch s, perch mi va, perch me la sento cos, perch quando creper avr parlato con il mare fino all'ultimo, il Mare Adriatico, dentro al quale ho imparato a nuotare. Vengo a Trieste perch tu e tutti gli altri mi fate sentire al sicuro. Vengo a Trieste perch sono innamorato. Continua la sua ultima lettera: Potrei fare un trasloco tanto importante senza neanche una goccia di sudore o permettendomi il lusso di rinunciare a settimane o un mese di tutto questo? Forse sar una faticaccia, ma due giorni di orizzonte mi ridaranno forze a non finire. E una bottiglia fresca di buon spumante portala, il primo brindisi lo faremo insieme, sabato sera, in terrazza. Il frigo avr tempo di raffreddarsi, non ci stanno molto. Lo vedo nitidamente la sera del trasloco: esausto, seduto sulla panchina che si era portato appositamente da Milano per godersi il mare dalla sua terrazza, farsi un'iniezione di antidolorifico nella pancia, poi riaversi lentamente dalla fatica, distendersi, allungare i piedi sulla ringhiera verso l'orizzonte viola, respirare a fondo, accendersi una sigaretta, infine girarsi verso gli amici come un regista verso i tecnici delle luci, e dire con un sorris o ironico a noi portatori di miserabili cautele: visto quanto stato facile, uomini di poca fede? Fu allora che dall'erta di Gretta sbuc un vecchio amico con un nero cappellaccio a larghe tese. Ci vide, sudati e sfatti dalla fatica, con in mano bottiglie di birra ormai calda (col fischio che il frigorifero s'era messo a funzionare subito come pretendeva il nostro tirannico datore di lavoro), vide gli occhi di Paolo (che non aveva mai conosciuto) e cap al volo la situazione. Allora si fece dare anche lui una bottiglia di birra calda, prese la chitarra del nostro, poi suon per il sole che moriva, ci scav l'anima due, tre canzoni, non ricordo con una voce straziante da rebetiko, il canto greco pi balcanico che ci sia, e Paolo sprofond nel profumo della sua bosanska kafa. Anni prima, il rabbi ci aveva detto: vedete, quando un uomo si siede davanti al mare al tramonto, con una sigaretta e un bicchiere di vino fresco, ebbene quella preghiera, grande e santissima preghiera Il padrone dell'universo felice perch vede i figli suoi godersi ci che ha dato loro, come una mamma che ha preparato una torta e vede i bambini divorarla sporcandosi mani e guance di marmellata. Era proprio cos per Paolo. Pregava senza saperlo. Era innamorato, appunto. Della vita e dei luoghi. E quando si ama un luogo scrive in questo suo libro non si pretende di

possederlo ma si chiede solo di appartenergli. Non lo si occupa, ma si fa spazio perch sia lui a prenderti, a riempirti del suo vento. Un giorno l'avevo scoperto tra le Rive e piazza dell'Unit con un registratore in mano e il passo felpato del cacciatore. Gli chiesi cosa stesse facendo. Rispose che stava catturando le voci e i rumori di Trieste. Onde nella notte, canti d'osteria, le babe nei negozi, il fischio delle navi e dei treni in partenza, il miagolo della bora nelle fessure delle finestre, le orchest rine degli zingari per strada, il rumore delle stoviglie dalle finestre aperte. Perfino nel suo ultimo ricovero, a Trieste, mi chiese di portargli il suo recorder, perch in corsia aveva sentito voci di straordinario interesse. Non mollava mai. L'ultima cosa che mi disse fu la ricetta della pasta con le vongole. Insistette che non dovevo sbagliare con i tempi. La cura dei dettagli era la sua forma di resistenza. Paolo Bottaccini, nella pagina di saluti a Paolo allestita on line da Radio Popolare, ricorda di lui cene, vino, pesce, monete irachene, monologhi (suoi), libri, microfoni, musica, donne, Beograd, una finale di Champions League e una bottiglia di Jack Daniel's sulla mensola della sua mansarda a Sesto. Paolo che cucina e scrive, mezzo svestito, in calzini, saltando dai fornelli al tavolo di lavoro. Paolo liceale che sventola la bandiera con su scritto Scuola occupata. Sapeva di avere la Signora alle calcagna e non voleva sfuggirle, ma semplicement e farsi trovare al posto giusto ( Bez hradecki nen lasky ani spas, senza la Signora non c' amore n salvezza, dice un verso ceco). Per questo era riuscito a ipnotizzare il tempo. Te ne sei andato con un finale aperto gli ha scritto post mortem l'amica Elvira Muji sopravvissuta alla strage di S rebrenica come nella migliore tradizione letteraria jugoslava. Sapevo che avresti fatto cos: il finale aperto per coloro che non ci pensano nemm eno a trovarne uno, perch sanno che nulla pu davvero finire. Paolo Rumiz *** Capitolo primo Trieste molo audace Come diavolo successo che alla fine l'abbia fatto davvero e ora mi trovi qui, dava nti a questa prospettiva di alberi, zaino in spalla e scarponcini? Ricordo i libri di nodi e costruzioni di capanne in mezzo ai boschi, quei manuali minuziosi che suggerivano ogni possibile soluzione per un'avventura da vero scout e che da ragazzino consultavo vorace, immaginando avventure inenarrabili. Farsi un amo e una lenza per pescare con quel che si trova; costruire canoe e accampamenti; affrontare tempeste di neve; scendere per delle rapide D'accordo, non sto facendo nulla di tutto questo Il sentiero che apre il tracciato del mio viaggio persino transitabile dalle macchine, ma la prima volta in vita mia che mi metto lo zaino in spalla e, seguendo una mappa, me ne vado a piedi per i boschi. Ho preparato e organizzato viaggi in zona di guerra per lavoro, dall'ex Jugoslavia all'Iraq, fino al Nepal. Ma organizzare questo viaggio mi sembrato fino all'ultimo momento pi un gioco per tirarmi su il morale che non altro. E non per la sua apparente piccolezza, ma per l'esatto contrario. Mi accompagnava un timore reverenziale: era una cosa troppo seria, troppo sognata e troppo difficile nel mio immaginario perch si realizzasse; e poi proprio ora, malato e malmesso come sono! Davanti a questo bosco pacifico, per, sono stupefatto come un bambino, bocca aperta e naso all'aria alla ricerca di chiazze di cielo tra i rami, circondato dal ricamo sonoro di usignoli, cinciallegre, cornacchie, anatre, passeri, pettirossi, germani. Appena oltre la prima fila di alberi, sotto le sembianze di rocce ricoperte

di muschio sembra si siano celati gnomi impellicciati che fanno la guardia al bosco. Sono entrato in un libro di favole, evidente; sono finito in una foresta incantata nella quale non poteva mancare il fiume che, strofinandosi sulla montagna, l'ha ricamata, scavando grotte e gallerie, levigando e lucidando la pietra, stringendosi in canali per lanciarsi quasi in volo tra nuove rocce, fermandosi come a prender fiato in ampie piane. la danza sensuale, a tratti violenta ora invece languida, dell'acqua che segue il suo destino verso il mare. Davvero lo sto facendo? Continuo a chiedermelo a ogni passo Davvero sto camminando, da solo, in un bosco per arrivare da qualche parte e ripartire domani e il giorno dopo ancora, sempre a piedi, consultando mappe? Me lo ripeto, e mi guardo intorno lentamente, che tutto quel che mi circonda non ci sta in uno sguardo solo, e tutti i profumi non stanno in un solo sorso d'aria. Mi fermo, annuso, cerco di capire com' che alla fine questo viaggio sia cominciato, ripasso le chiacchiere con gli amici che mi hanno sostenuto e con quelli pi perplessi, le mappe studiate, le matite colorate, e quadernetti, gomme, persino una specie di stilografica di vetro e relativi inchiostri che mi sono stati regalati come incoraggiamento dal pi dolcemente invasato tifoso di questo mio cammino (non un'impresa, e non voleva esserlo). Ripasso le ore alla ricerca di storie custodite nei diversi luoghi, il giorno che sono andato a comperarmi uno zaino decente e adeguato. E senza scossoni torno morbidamente al presente, dove ogni passo una scoperta: in un bosco piove in modo diverso, inizia e finisce pi tardi, e quando il cielo smette le fronde degli alberi continuano a piovere le gocce raccolte. Tutto iniziato in una tiepida mattina milanese. Uscito dall'ospedale trovo un cartello alla fermata del pullman che porta a casa mia. C' scritto: Fermata soppressa per lavori in corso lungo il tragitto. Comincio a camminare, e mi piace. Strada facendo decido di non cercare alternative: A piedi. Il pensiero mi marcia dentro: A piedi. E le gambe vanno, senza troppi problemi. Ho passato mesi a letto, tra dolori e punti di sutura, con sonde e cateteri in ogni pertugio e non ancora finita. L'unico viaggio che ho fatto stato quello immobile, nei miei pensieri e nella mia carne. Gli amici hanno provato a portarmi in giro con loro, nei loro viaggi, nelle loro avventure, con e-mail, telefonate, sms. Pechino, Casabla nca, Freetown, Istanbul, Armenia, Nigeria, Sri Lanka, Spagna, Francia. Chiudevo gli occhi e cercavo di farmi catturare, tentavo di indovinare i profumi, i suoni, i colori dei mercati e dei cieli, dei luoghi di culto e dei bassifondi. A piedi continua a suonarmi nella testa, a piedi!. Una volta a casa il sogno gi una scelta, di quelle che arrivano in un colpo solo dopo mesi, talvolta anni di intuizioni pi o meno precise, di intenzioni pi o meno concrete. Vendo la macchina, mi rimetto in moto io. Per cominciare a disegnare il viaggio sufficiente una panchina, sedersi e scegliere che arrivato il momento di riprendersi il tempo. La panchina dove inizio a disegnare questo viaggio dopo averlo solo immaginato a Trieste, un a bitta sul molo audace. Mare indolente sotto un cielo opalino, parole in dialetto, vocaboli in sloveno e croato e diversa gente che chiama ancora il vento per nome. Non solo la bora, il vento doc di Trieste, ma anche la tramontana, lo scirocco, il libeccio. In altre zone costiere sono ormai solo i vecchi pescatori a chiamare i venti per nome, il rapporto con il mare e con la terra si sciolto nei bar in ghingheri pi o meno come quelli milanesi, nei cocktail colorati, nell'happy hour, cerimonia esibizionista di mondanit a cui non si pu mancare. A Trieste ce ne sono ancora di gran bei caff, composti da ampi saloni curati di tradizione austro-ungarica; vicino al lungomare sopravvivono senza troppe difficolt trattorie familiari di buon cibo e prezzi contenuti, con i tavoli di formica, le tovaglie a quadretti rossi e bianchi, e la sera c' ancora chi va al bar a cantare, con la chitarra o senza. Trieste viva, ha i suoi vocaboli, la sua ricca poliedricit e la sua vocazi one

a suggerire, quando non a incitare, al viaggio e farsi sapere in attesa del ritorno, ormeggiata al mare, accoccolata sotto il Carso. Annuso l'aria come un animale in caccia di qualcosa e sento il profumo salino del mare, lo osservo ciondolare. Tempo, voglio tempo per guardare l'orizzonte mobile e annusare la brezza salmastra che porta storie dal largo, e riempirmene. da qui che partir, che partiremo. Quando la mattina Elisa arriva allegra, ridacchia del cielo piovigginoso. Gaucho, mi sa che te la fai in macchina con me, `sta strada!. Ad accompagnarmi, almeno nel primo tratto, sar lei, italo-argentina, architetto, disegnatrice, incontrata per caso attraverso le reti di amicizie triestine. Ed incinta: lo ha scoperto pochi giorni fa, appena dopo avermi detto che sarebbe venuta con me. Il malato e la donna gravida a spasso per i Balcani, attraversando frontiere e confini tra mondo cattolico, ortodosso e musulmano, tra Unione europea e resto del mondo, lungo il crinale che separa la cultura della terra da quella del mare. Sembra una miscela invincibile di storie, una solida promessa di intrecci narrativi. Quattro chiacchiere guardando il cielo grigio mentre carico tutto nel bagagliaio della macchina. un buon deposito e mi sono portato ben pi del necessario. Libri, vestiti per ogni clima, medicazioni e sussidi vari, quade rni, penne e matite, che non si sa mai. Trieste scivola via, dall'alto la saluto in silenzio: arrivederci mare quieto e ciondolante. Destinazione Rakov kocjan, Slovenia, da dove saranno gli scarponi a cominciare a segnare il tempo. Si va piano, con calma, al rallentator e; si sguscia dalle curve con una cautela dettata solo dalla mancanza di fretta. Quasi quasi anche la macchina cerca un respiro lento, un ritmo morbido, ed Elisa la guida senza farsi troppi crucci per chi si accoda e aspetta innervosito lo spazio per sorpassarci. Ritmo buono, buona sincronia: gi un buon passo. La prima frontiera quella che non c' pi. I gabbiotti e gli edifici di poliziotti e doganieri del Fernetti sono abbandonati, le sbarre eliminate. La Slovenia a tutti gli effetti Unione europea dalla notte del 20 dicembre 2007. La ricordo nel settembre del '91 Era cavalli di Frisia, carri armati e soldati, l'esordio delle guerre in Jugoslavia, terra della mia infanzia e adoles cenza, luogo dove ho conosciuto il mare e il vento e in cui mi toccato scoprire anche la guerra, guardarla in faccia. Mia seconda terra che pensavo rifugio, riparo sicuro per disertare casomai fosse scoppiato un conflitto qua da noi. Era le gonne di stoffa ruvida delle donne dalmate contro le quale mi schiantavo correndo sulla spiaggia da ragazzino, i fichi e il pane che la Beba portava a me e Ranko, suo nipote e mio compagno di giochi; erano le donne nude che andavamo a spiare dalla barca, con i primi ormoni in movimento, nei campi nudisti sparsi lungo la costa. Ridacchiavamo come per una marachella, era un gioco divertente ma comunque preferivamo ancora il pallone e lanciare i sassi in acqua per farli rimbalzare pi volte possibile. Era i minareti di Sarajevo e Hilmo, l'amico musulmano credente osservante che mandava sempre gli auguri di buon Santo Natale; era le pietre lisce del ponte di Mostar, dove mi mettevo in osservazione aspettando un turista che scivolasse culo a terra. Non bisognava mai attendere molto. Le signore corpulente che finivano gambe all'aria e sederoni a terra erano le pi divertenti. Strozzavano il grido acuto di dolore per una questione di forma; qualcuno cercava di aiutarle a sollevarsi e non di rado finiva anch'egli a terra. Alla fine, rossi per l'imbarazzo e doloranti, si alzavano cercavano di darsi un tono disinvolto, terminando il tragitto con gli occhi puntati a terra e una cautela da esploratore in un campo minato. La Jugoslavia per me era Po?itelj, un piccolo gioiello a pochi chilometri da Mostar, caravanserraglio e moschea, un sentiero di ciottoli che portava poco pi in alto, dove c'erano casette di legno in affitto per i turisti. Dall'alto si vedeva

la magia dei disegni della Neretva. Era un ragazzino con la zazzera scura riccioluta fotografato insieme a me e al mio cane con lo sfondo di un cespuglio. Che fine avr mai fatto? Poi la guerra, tutto in macerie, ogni pensiero, ogni ricordo violentato, e a fuggire in Italia furono alcuni tra i miei amici jugoslavi, ormai croati, bosniaci, serbi Sembra che tutto quanto sia scivolato via, che quelle guerre siano state dimenticate e gli insegnamenti che offrirono sperperati. Stessi strumenti, stesse primitive motivazioni, uguale disinvoltura nel truffare la gente, medesim e forme di rozza propaganda fino ad arrivare alla follia della teoria della guerra delle civilt partorita dai neocon americani. Penso, racconto a Elisa, si scivola via lenti in auto e arriviamo allo svincolo del primo saluto rituale. Lei proceder in macchina. E poi il bosco, dove mi trovo ora a mettere gi qualche appunto, solo la foresta e il risuonare dei passi. Destinazione Otok. Appuntamento alle 15,00. Ma il tempo gi cosa pi fluida. Alle 15,00 allora, ma solo all'incirca. *** Capitolo secondo Verso Otok C' un vecchio monumento partigiano, ben curato, una lapide di pietra, le scritte e la stella ripassate di fresco di vernice rossa. La Slovenia non ha problemi a ricordarsi antifascista, l'ultima guerra balcanica non l'ha costretta a definire confini rigidi con il passato, le bastato separarsi dai Balcani e sentirsi Unione europea. Ora l'imperativo assoluto che tutto sia in ordine, pulito, oggi pi che mai: pi europei di tutti, vestiti sufficientemente curati anche nelle zone di campagna, modernit e tradizione contadina, internet e covoni di fieno tirati s a mano, rispetto per l'ambiente e buon comportamento, sebbene il primo venga affittato per ogni sorta di mattanza e il secondo sia decisamente insapore. Tutta questa formalit sembra celare una cattiva coscienza, dai bordelli raffinati che lavorano tutto l'anno a pieno ritmo alle sale da gioco, che spesso sono poi la stessa cosa. Forse questione generazionale, pi probabilmente pragmatismo finanziario, macina quattrini, ma sia ben chiaro: con rigorosit nella pulizia e nell'ordine, mica roba da bassi fondi, al tempo stesso merce genuina, paesana e tecnologica, avveniristica. Sono probabilmente spietato nei miei pensieri, anche ingiusto. Ma mentre cammino e cerco di liberarmi dal sudiciume della citt e d'immergermi nel bello di boschi e campi, non posso fare a meno di ragionare spinto dalla mia maledetta deformazione giornalistica, che di un Paese mi porta a volere un'immagine complessiva prima di entrare nel dettaglio e comporre il mosaico critico del luogo. Ecco, prima regola d'igiene mentale: liberarsi da questo voler fare la sintesi di un Paese, fottersene del voler capire. Sono qui a camminare, a riprendermi il tempo e lo spazio vitale. Devo imparare a godere di quel che ho in questo presente. Anche la malattia, come il passo, lo insegna. Il presente il tempo essenziale della vita. Sia quel che sia, il paesaggio una celebrazione della natura in una delle migliori versioni. Un maggio inclemente, gonfio di pioggia, si messo di mezzo; di buono c' che tiene lontani i turisti e io ora ho voglia di camminare da solo, di annusare, toccare, guardare, assaporare, ascoltare l'assenza dell'essere umano. In qualche frammento del viaggio magicamente possibile. Panorami senza traccia umana. Nel procedere di questa prima parte del mio cammino incrocio solo un paio di sparute pattuglie di camminatori: una di anziani, deliziosamente lenti e con bastoni di legno da passeggio nodosi dal manico ricurvo, con indosso il vestiario da tutti i giorni, fatto salvo gli scarponcini, e nelle gambe

il passo di chi assapora quel che sta facendo; la seconda pattuglia ben altra cosa: gente di mezza et attrezzata di tutto punto con capi firmati e accessori di ogni genere, racchette da passeggio telescopiche comprese, manco dovessero attaccare una parete dell'Annapurna, passo deciso e ritmato. Il fiume Rak canticchia sotto la pioggia sottile, si inabissa e riemerge dalle grotte che si scavato; alcune possono essere attraversate a piedi costeggi ando la riva del suo corso. La strada sterrata battuta dalle macchine si rivela pericolosissima per gli animali, una vera e propria frontiera ad alto rischio, roba da cortina di ferro, muro di Berlino, campi minati e Vopos. E loro, lumache, ricci, rane, dei clandestini fuggitivi trasformati in impronte di se stessi dai battistrada. Un signore con il bastone si muove sotto la mia posizione, lungo il margine del fiume, da solo, zainetto di stoffa e spallacci di cuoio, roba d'altri tempi; guada il fiume in una zona calma, dopo aver tolto scarpe e calze e tirato su i pantaloni. Lo guardo dall'alto: mi piace come si muove, sento che ha da insegnarmi un modo di procedere. Chiss a cosa pensa mentre compie i suoi gesti, che chiss quante volte ha compiuto, come si recita una preghiera imparata a memoria da bambino. Sale verso il sentiero, ci incrociamo, ci indoviniamo negli sguardi in qualche modo vicini; nessun saluto, solo un sorriso rispettoso e uno sguardo gentile ad accarezzarci gli occhi. Lo osservo allontanarsi, nel suo passo esatto e accorto: un buon incontro silenzioso e sono sempre pi convinto sia persona dalla quale di cose da imparare ce ne devono essere molte. La pattuglia di felpati ultimo grido e borracce tecniche rapidamente scomparsa, quella di anziani procede serena lungo un altro sentiero, tra chiacchiere quasi a bassa voce e lunghe pause. Riprendo il mio cammino, cerco di sentire il mio passo, di ascoltarlo fin quando, a Zelce, si apre una prima piana. Chiesetta in alto sulla collina e sotto quattro case, sempre ben ordinate, con le cataste di legna ad asciugare. Superano il volume delle abitazioni e ricordano il fuoco che scalda in inverno, mi fa notare Elisa mentre ceniamo. Lei vede le cose nel suo modo particolare, di architetto e di artista, sezione aurea e simmetrie, attraverso la lente di una sua sensibilit che non mi appartiene. Poco pi avanti, dopo un altro tratto di bosco, si apre la piana di Cerknica, palude lucida di pioggia, anatre e germani a rincorrersi sulla superficie dell'acqua. Il cielo si aggrotta, si fa pi scuro, sbraita e abbaia, sembra pronto a scatenarsi ma si rimangia le minacce e continua con la stessa pioggerella leggera che mi accompagna dall'inizio, disegnando cerchi sullo specchio d'acqua. I pochi esseri umani che incontro a Dolenja Vas e poi a Dolenje Jezero mi guardano circospetti. Non una parola, non un saluto. Per buon educazione, se proprio li incrocio ci si scambia un Buongiorno, come ci si fosse incontrati in ascensore. Chi sar mai questo strano personaggio con lo zaino che cammina con lo sguardo stupefatto? Cosa ci sar mai da stupirsi? Sembrano chiedersi. Paesi che, a va sans dire, sono ordinati, curati e lindi. Comincio quasi a temere che se, per caso, dovesse cadermi un pezzo di carta potrebbe saltare fuori qualcuno che, sventolando il santino di Mastro Lindo, comincerebbe a lanciare anatemi. E in posti cos piccoli la notizia passerebbe in un battibaleno di villaggio in villaggio, dove sarei atteso da severi sguardi di disapprovazione. Le gambe vanno e i pensieri marciano insieme. Il corpo funziona ancora e regge, nonostante la malattia. magnifico accorgersene, stupendo vincere i timori e godermi questo procedere e guardarmi intorno, fermarmi e osservare un taglio di luce, un angolo di bosco ricamato di cespugli in fiore, rocce e felci verde acceso. I pensieri mi seguono: sono semplicemente pi lenti e meno detestabili, pi disponibili e accoglienti, almeno per ora. Ma non durer molto, perch senza accorgermene sto scavandomi fino in fondo all'anima. un luogo comune che camminare sia un modo per distrarsi. Nulla di pi falso. A

ogni passo che faccio i pensieri si fanno pi profondi, quel che mi sta dentro s'impone in modo tirannico, senza opportunit di fuga, senza alcuna distrazione possibile. Non c' modo di sfuggire al proprio sentire, quando si cammina: ci si tuffa dentro fino in fondo, fino a piangere, se capita. La distrazione piuttosto la quotidianit ossessiva, il ritmo esasperato degli impegni, il fare invece che l'ascoltare e il capire come priorit. Lungo il tratto che mi porta verso Otok la pioggia si fa pi insistente. Calzo la mantella nera e mi trasformo in una grossa cornacchia a passeggio. Otok, isola. Un piccolo territorio circondato dalla palude. Ci arrivo stanco e felice. Con Elisa, che mi ha atteso consumando una siesta nell'auto parcheggiata davanti a una prato rigoglioso, andiamo alla caccia di un posto per dormire. Nonostante sia maggio inoltrato, la zona discretamente turistica ed tutt'altro che scontato trovare un letto. Alla fine scopriamo una pensione graziosa, cavalli al galoppo nel campo di fronte e tutt'intorno boschi e prati. Un ragazzo rotondo, guance rosse e faccia allegra, ci accoglie bonariamente. Buonasera, dice in un italiano impeccabile. Una stanza? Certo e, stringendomi l'occhio, aggiunge: Preferisce che sia vuota o gliela faccio trovare con compagnia?. Elisa compare alle mie spalle e il giovanotto, con disinvoltura professionale e nessun'ombra d'imbarazzo, cambia discorso: Qui vengono molti italiani, diversi avvocati di Milano Prendono in affitto appezzamenti di bosco per cacciare. Orsi, cervi, cinghiali. certamente bravo a svolgere il suo compito, diligente e professionale, ma assolutamente incapace di capire chi sia il cliente che ha di fronte. Deve essere la forza dell'abitudine, la convinzione maturata, e con ripetuti riscontri, che se arrivano degli italiani per questioni di caccia. Nel bosco o in un letto, poco importa. Trovo cos sconfortante la sua leggerezza nel presentare questo massacro da Luna Park. La Slovenia non butta via il suo territorio, lo cura e lo tutela, ma offre per sport la sua fauna ai macellai. Lindo, pulito, tutto in regola. Ricevute comprese. Ma ho l'impressione di non essere in un'osteria dove la gente s'incontra, piuttosto in un supermercato specializzato in carne, carne d'ogni genere. Basta pagare. *** Capitolo terzo Babno Polje Profuma di buono, sapone di Marsiglia e terra, l'anziana contadina che mi indica il sentiero attraverso il bosco; s'impegna per spiegarsi al meglio, con una cortese disponibilit e senza un filo di fretta. Poco fa era chinata sulla terra. Sistemava verdure e fiori, gli uni accanto agli altri, in un orto decorato di primule e viole del pensiero. Mi venuta incontro con calma e allegria, sorridente, pulendosi le mani nel grembiule, serena come una bella giornata. Questa madama dei boschi mi riappacifica con gli Sloveni, una spremuta di cortesia e anima. Spiega con calma la differenza tra i due percorsi per raggiungere Babno Polje da Babno Polica, dove lei vive. Potrebbe anche avercela con gli italiani: da queste parti i fascisti fucilarono in un giorno solo una quarantina di civili, accusati di essere partigiani. Non era cos, ma si ammazzava troppo poco, come aveva detto il comandante italiano delle operazioni nella zona, e cos presero i primi che capitarono: processo sommario e fucilazione. Babno Polica un microscopico paese di campagna con tanto di chiesa in scala e su ogni finestra l'immagine di un animale da allevamento: un maiale, un cavallo, una gallina, un asino, una mucca. La signora contadina parla lentamente, indica le strade puntando il dito, controllando con un'occhiata gentile che abbia ben capito. Da una parte c' la strada asfaltata, dall'altra un sentiero attraverso il bosco. Vado dritto al sentiero seguito dal suo sguardo sorridente; la persona pi vicina a una fata dei boschi che abbia mai incontrato. Una fata esperta, avanti con l'et, che non vola pi ma cammina con tale leggerezza da sembrare sollevata da terra di qualche

millimetro, soffice come una ballerina come se non ci fossero fango e sassi a ostacolare i suoi passi. L'anticamera dei campi coltivati introduce al mondo degli alberi e, poco prima di inoltrarmi, mi volto come per salutare e ringraziare. Lei tornata ai suoi fiori e alle verdure; quando mi fermo a salutarla con lo sguardo alza un istante il capo, sorride, e mentre io riprendo il cammino lei torna a dedicar si al suo orto bello e prolifico. La giornata iniziata bene: sole e nuvole di zucchero filato a passeggio per il cielo, covoni di fieno fatti a mano, che ricordano forconi, e uomini e donne al lavoro nei campi, il dorso della mano che asciuga la fronte, una tettoia all'ombra davanti a casa dove sedersi a riposare dopo il lavoro, mangiare un boccone, bersi un bicchiere di vino rosso. Ci siamo salutati davanti a una chiesetta e dati appuntamento per il pomeriggio oltre frontiera, in Croazia, a Prezid, dove spero di incontrare segni mediterranei sopravvissuti al tempo. Ci sono orsi da queste parti e un cartello avvisa che uno passato per il paese il giorno prima. Cammino sereno, nonostante la curiosa sensazione di essere spiato attraverso le piante, ma non ho alcun timore e ne ignoro la ragione. Che il cittadino si sia tanto rapidamente ritirato dopo solo un giorno di camminata? Che la razionalit insegnandoci essere gli orsi animali pacifici, sempre non gli si rompa le scatole basti a tranquillizzarmi? Gli uccelli cantano incessantemente, un venticello fa fremere i rami. Impossibile avere la sensazione di essere da soli, spesso invece evocata da chi si fatto una passeggiata nel bosco. Ma quale solitudine? Quella prodotta dall'assenza di simili, di umani, la trovo semplicemente deliziosa. Mi accorgo che la presenza assoluta a se stessi che mette a disagio quando si persa l'abitudine di frequentarsi. La malattia ha anche i suoi lati positivi: ti rimette per esempio davanti allo specchio senza domande stupide su chi sei, su quanto sei bravo e capace, bello e curato, su come farai questo o quello e ti obbliga semplicemente a guardarti in faccia, a cercare di riconoscerti. sufficiente una manciata di chilometri e il bosco si spalanca su una piana, un lago d'erba ondeggiante sotto una brezza sottile, colmato da due fiumi di erba verde smeraldo che scendono impetuosi, separati sulla cima del colle da un isolotto di alberi e si fermano sul bagnasciuga del sentiero. Quando mi diagnosticarono il tumore, a sera, a casa, mentre cercavo di rimettere ordine nella tempesta di pensieri ed emozioni, venni improvvisamente assalito da un sentimento di nostalgia e la sensazione del bruciore alle gambe che provavo da ragazzino dopo una corsa in mezzo ai campi con i pantaloncini corti s'impose, languida e crudele. Allora versai le prime lacrime. Guardo le nuvole, mi sdraio nel prato. Era da anni che non lo facevo, da anni che non pensavo neppure di potermi abbandonare a indovinare, come fa un bambino, forme di animali, volti, luoghi, nel candido e pannoso vapore bianco che galleggia in cielo, a godermi lo spettacolo del sole che gioca a nascondino con le nuvole. Che prigione dell'anima la metropoli senza orizzonti. Ma non mi sono messo a correre nel campo, tirando su i pantaloni. In fondo anche adesso mi sento in un giardino cittadino. Da un momento all'altro potrebbe sbucare il guardiano a redarguirmi perch sto calpestando l'erba. I divieti lasciano il segno, la quotidianit metropolitana taglia le ali, ottenendo in cambio un senso di semplice ribellione. Quando ero bambino, con i compagni di gioco, sfidare il divieto di giocare sull'erba a calcio era diventato lo strumento per richiamare l'attenzione del guardiano e alla fine raggiungere l'obiettivo, il passatempo preferito: farsi inseguire da lui, aspettarlo e lasciarlo avvicinare, e poi via di nuovo, a rotta di collo. Per godersi l'erba era necessario andare nei grandi parchi, fare la fila con l'auto per entrarci, cercare il parcheggio nella zona a pagamento, e finalmente raggiungere un prato affollato di gente. La domenica mattina

presto per era diverso. C'erano poche persone, mio padre mi portava in un prato, due calci al pallone e poi libero (meglio togliere libero, d l'idea che i due calci al pallone fossero un imposizione e non lo erano) a correre, a rotolarmi nell'erba. Riprendo il cammino con allegria, dondolando lungo il sentiero. Babno Polje l in fondo, dove finisce l'erba e iniziano i campi coltivati. Dober dan, buongiorno, dice con cortesia e buon'educazione il bambino che incrocio su un ponticello. Dober dan rispondo altrettanto formalmente. Dovessero mai prendermi per uno che rovina anni di educazione mitteleuropea con un gesto eccessivo, tipo un sorriso aperto e un poco aggraziato: Ohil ragazzino!. Il cartello indica che mancano 500 metri alla frontiera con la Croazia. Seduto su una panca riposo e osservo. Una signora apre il suo bar, prende la scopa e spazza l'asfalto intorno al gazebo davanti al locale. Cattura nella grande paletta una cicca di sigaretta e due sassolini. Soddisfatta della caccia, sistema i tavoli. Io invece riprendo il cammino. La frontiera la vedi tutta in poche decine di metri. Il passaggio quasi traumatico. Due case tra le sbarre delle dogane slovena e croata bastano per raccontarla tutta. Quella sul versante sloveno con fiorellini curati in giardino e fontanella precisa e ordinata. L'altra, sul versante croato, a tre metri di distanza, ha una siepe malconcia, intonaci crepati, qualche fiore sistemato a casaccio. La strada asfaltata verso Prezid, primo paese croato, piena di buchi, senza marciapiede, con case che replicano per aspetto la guardiola del casello doganale. Persino la chiesa sembra lasciata a se stessa. E dire che qui dovrebbe essere un simbolo cruciale, uno stemma di croaticit. Ma in fin dei conti la guerra da queste parti non arrivata. Prezid, terra un tempo limes tra impero romano e Liburni, ai margini pi ancora che alla periferia della Croazia. Gli stemmi nazionali non si affollano per strada, il monumento ai partigiani ancora ben tenuto. Il sogno di tracce di Mediterraneo sopravvissute ai secoli si sfalda. Niente, nulla, nelle case, negli sguardi della gente, nel loro incedere, nel modo di stare al bar e discutere, evoca anche solo una goccia di Adriatico. C' solo uno sparuto gruppo di archeologi che lavorano alle antiche mura del limes tra impero romani e Liburni, uno dei tanti popoli che si sono mescolati in queste terre. Arrivarono da Oriente, grandi marinai, insegnarono ai romani le raffinatezze del navigare e la costruzione di barche agili e veloci. Si chiamava Liburnia la nave da guerra pi veloce della marineria dell'impero. Colonizzarono parte della Dalmazia, spingendosi nell'entroterra fin qui. Fagocitati dall'impero romano, mescolandosi ad altri gruppi etnici scomparirono lentamente. Della loro avventura l'unica traccia rimasta sembra essere il nome di un bar, Limes. Le autorit locali stanno tentando di esaltare questo limes per richiamare turisti, ma per ora l'operazione sta riuscendo decisamente male. Elisa mi aspetta nella piazza principale, davanti alla chiesa. Allora gaucho? Todo bien? mi chiede allegra e sorridente. Due luminosi sorrisi femminili, l'anziana fata dei boschi e quello di Elisa, e una magnifica camminata nel ventre del bosco, sono un bottino davvero speciale in un giorno solo. Trovare da dormire non facile, l'unica pensione chiusa. Un ragazzo conosciuto al bar ci offre un miniappartamento: 40 euro sono per nulla poco, ma non c' molto da scegliere. in una vecchia casa contadina in ristrutturazione: temo le vogliano dare un atteggiamento da baita, considerando la nuova balconata di legno di pino con parapetto decorato. Il bagno non pulito, in cucina ci sono bicchieri nel lavabo e una bottiglia di grappa fetida lasciata aperta. Ci rifugiamo nella stanza da letto, che non poi rasserenante, affollata di oggetti kitch di gusto balcanico all'ennesima potenza. Ci sono un computer con megaschermo coperto da un panno, undici posti per sedersi contando poltroncine, sgabelli, sedie e persino una mezza fila di seggioline da cinema di legno. Stampe sbiadite

di Madonne, Ges Cristi e cavalli al galoppo riempiono le pareti. Le tende alle finestre sono di plastica, con finzioni di ricami ricavati con fori e fiori stampati alla come viene. Doveva essere una bella casa grezza di campagna, un tempo c' ancora la stufa di ceramica. In quella confusione la foto in bianco e nero di due vecchietti che sorridono in mezzo a un campo tenendosi per mano salvifica. Angeli custodi per il sonno. *** Capitolo quarto Nel cuore del bosco Pioggia a rovesci fin dalla mattina a Prezid, cielo asfaltato di nuvole grigie e compatte, pioggia fitta, incessante, pozzanghere e fanghiglia. Tutto fa tristezza. Di camminare non se ne parla, dovrei sperimentare il passo a dorso o a stile libero. L'unica alternativa salire in auto con Elisa e perlustrare insieme le tappe successive verso Delnice e Skrad. Ci si muove sotto l'acquazzone, con il cielo sempre compatto e senza alcun segnale della minima tregua. Un imponente monumento del 1975 ricorda la lotta partigiana ma la stella rossa non c'. Viene il dubbio, quasi una certezza, che le targhe e le iscrizioni siano state cambiate, ripulite dalla memoria jugoslava. Comincia a essere chiaro che siamo in Croazia, dove ricordare la resistenza partigiana non cos semplice. Via dalla Jugoslavia, via dalle memorie titoiste. Il presidente croato Franjo Tudjman, che guid il Paese all'indipendenza, insegn la strada. Quando era un alto ufficiale partigiano, nell'immediato dopoguerra sostenne che la sua famiglia era stata massacrata dagli ustascia fascisti; convertito al nazionalismo, cambi versione: erano stati uccisi dai comunisti. Ma stando a diversi documenti e testimonianze si tratt invece di una tragedia familiare, omicidio-suicidio. Quando si riesce a manipolare con tanta disinvoltura la memoria della propria famiglia, immaginarsi quella di un Paese. La strada una statale che la mappa garantisce essere panoramica. Ma chi sa dirlo? Foschia compatta e il panorama fatto solo di appendici d'alberi e di qualche rara casa che emergono dalla gelatina biancastra appoggiata nella vallata. Ci saranno strade da fare a piedi, villaggi che non sono su questa statale asfaltata e collegati tra loro da sentieri o stradine? Vallo a capire. Di certo agli uffici turistici non sanno dirti come si fa ad andare da un posto all'altro senza seguire una strada per automezzi. Solo percorsi da escursionisti e stradine sterrate per mountain bikes, giri in tondo per bei posticini. Viaggiare a piedi considerato insensato, quindi niente sentieri con destinazioni. Ci saranno di certo, ma le mappe non lo dicono. La direzione del viaggiare sembra ormai prerogativa dei motorizzati, solo la moda del trekking sta rendendo di nuovo possibile qualche percorso, comunque monco, e in ogni caso una moda che qui non ha preso ancora piede. Raggiungiamo Delnice. Pausa. Piove con meno intensit, ma non c' da farsi illusioni; la temperatura scesa a 10 gradi; mi infilo le mani in tasca, cominciano a pizzicare forte e a contrarsi: colpa delle terapie e del freddo che ne esaspera le conseguenze. Per strada c' il mercato dei fiori e gente alle bancarelle per fare rifornimento per il giardino di casa o per i vasi sui balconi. Molte pi insegne e bandiere croate rispetto a Prezid; la chiesa linda. Ci avviciniamo alle zone contese con i serbi durante la guerra, il nazionalismo inizia a voler mostrare i suoi stemmi. Sar la pioggia, sar il freddo, ma c' poca disponibilit all'incontro. Il bar Che, che non vuole evocare Guevara ma solo il nomignolo con il quale si richiama l'attenzione di chicchessia in Argentina, qualcosa come tipo o tipa, semivuoto. Il proprietario, un ex emigrato nel Paese sudamericano, non c'. L'atmosfera fredda, la gente per strada scambia poche parole sotto ombrelli e impermeabili, impossibile fare due chiacchiere al bar o per strada. Riprendiamo il viaggio in auto sotto un cielo di nuvole immobili che hanno ripreso a mandar gi acqua fitta. Seguiamo la strada fin quando la

fame non ci consiglia la ricerca di una trattoria e magari anche di una pensione dove dormire. Tra l'altro, di posti aperti non ne abbiamo visti tanti. Sembra una giornata sprecata. Nessuna informazione utile, nessun incontro; solo l'evidenza che ci inoltriamo in Croazia avvicinandoci alle zone dove si combattuto, che pullulano di stemmi, bandiere e monumenti dedicati all'ormai defunto presidente Tudjman. Vicino a Skrad ci appare un cartello promettente, indica Zeleni Vir, Gorgo Verde, con tanto di forchetta e letto nell'insegna. Ma appena prendiamo la deviazione cominciano i dubbi. Stretta, in discesa, la strada si inoltra in un bosco sempre pi fitto. Non ci facciamo tante illusioni, anzi, siamo quasi certi di dover fare marcia indietro. Che infedeli con il destino! Perch chi se lo aspetta che in fondo alla strada nel bosco, sempre pi stretta e tutta curve a gomito, tra muraglie di abeti e arbusti, ci sia davvero, e sia persino aperta tanto da sembrare sia stata messa l solo ad aspettarci? Non te lo aspetti dopo il deserto di locande, osterie, alberghi, camere in affitto attraversato, di trovare questa pensione che sembra quasi un giocattolo, pietra e legno, quadrata, tetto rosso, porticine e finestre regolari da illustrazione delle favole per bambini, con la sua microscopica centrale idroelettrica accanto e il fiume che rotola gi grugnendo, tra le spalle del canale, per riappacificarsi appena oltre distendendosi nel suo letto naturale in un sospiro di sollievo. Atmosfera calda nella casetta, una squadra di operai di qualche azienda finisce il pasto, suoni ovattati da inverno, non certo da primavera inoltrata. Ordiniamo e mangiamo con calma; la cameriera mi consegna le chiavi della stanza, l'unica affittata per quella notte, e mi dice qualcosa ma sono stordito dall'indolenza della giornata e non faccio caso alle sue parole. Verso le cinque del pomeriggio rumori in cucina, un po' di trambusto, passi decisi, auto che partono, quindi totale silenzio. Scendo in perlustrazione . Cucina vuota e chiusa a chiave, luci spente. Idem la sala da pranzo. Nella casa giocattolo non c' traccia di anima viva, escludendo noi. E a quel punto realizzo le parole della cameriera. Torneranno solo domattina alle 9,00. Per la cena, arrangiarsi. Guardo le chiavi che mi hanno consegnato, ce ne sono due: una quella della stanza, ma l'altra? quella della porticina posteriore della casetta. Salgo in camera e con uno sguardo a met tra la sorpresa e le scuse informo la mia compagna di viaggio. Decidiamo di cenare a biscotti e scatolette, ridacchiando della circostanza. Siamo praticamente soli nel cuore del bosco. La pioggia si fatta pi leggera e rada, il torrente sembra canticchiare ininterrottamente favole di gnomi e fate portate dal venticello che passeggia tra gli alberi. Scrivo, mi segno alcuni dettagli. Tra le cose che ho appuntato ci sono delle battute di Elisa: Con la prossima chemio digli di farti anche il paraflu per il freddo. Sono contento sappia vivere la mia malattia con sana ironia. Non ho parlato praticamente con nessuno in questa giornata di viaggio e mi chiedo se in fondo non sia meglio cos, se per fare e raccontare un viaggio di questo genere una chiave non sia proprio quella di non comunicare e permettere alla vista, all'olfatto, all'udito di collezionare gli appunti necessari. Quanto ti portano su una strada affannosa di ragionamenti e contraddittori le parole scambiate? Ogni volta che sono arrivato in un luogo per i miei reportage, dopo una doccia corroborante, scendevo per strada a cercare un caff, una birreria, un bar che dessero su un taglio di strada o di piazza frequentato e me ne stavo li, a osservare, leggere i movimenti della gente, i manifesti, i vestiti, gli atteggiamenti, il passo, i movimenti. Spesso ho capito l'identit di un luogo molto di pi in quel paio d'ore passate a osservare in silenzio, che in decine di interviste. Quel che cambiava che alla fine, quando prima di ripartire mi rimettevo seduto nello stesso punto, a rivedere lo stesso taglio di strada, di piazza, potevo dare un nome pi comunemente riconoscibile a quel che avevo gi capito. Esistono poi rituali veri e propri in ogni luogo che ti permettono di capire come stiano andando le cose, in cui le parole sono un accento. A

Belgrado, a ridosso delle elezioni che portarono al crollo del regime di Sloboda n Miloevi, due poliziotti attesero che scendessi nella hall a bere un caff e solo allora chiesero alla reception, e ad alta voce, i miei documenti. Era chiaro: volevano farmi capire che mi controllavano. Io li guardai mentre sfogliavano il mio passaporto e prendevano appunti; videro che mi ero accorto di loro e, finito di scrivere e scambiare qualche considerazione, questa volta a bassa voce come fossero segreti, soddisfatti uscirono. Gli stessi poliziotti all'apparenza severi e impeccabili la sera che vennero diffusi i risultati elettorali, sera decisiva per il futuro del regime, erano s davanti all'albergo, ma chiacchieravano con le ragazze dei chioschi di bibite e panini e persino con graziose figliole dell'opposizione che stavano festeggiando la vittoria, credendo ai dati diffusi dalle loro fonti invece che da quelle uffi ciali, a dimostrazione che lo Stato aveva perso totalmente credibilit. I dati ufficiali dicevano che Kostunica, l'antagonista di Miloevi, era in testa ma non aveva raggiunto il 50% dei voti pi uno necessari per vincere al primo turno ed era quindi necessario passare al secondo turno. Quelli dell'opposizione consegnavano a Kostunica la vittoria al primo turno. Quei poliziotti, il loro modo di fare mutato d'improvviso, un specie di cenno di saluto che mi rivolsero quando uscii dall'albergo, dicevano senza dubbio che non ci sarebbe stato un secondo turno. L'apparato di potere, a cominciare dalla polizia, non intendeva andare pi allo scontro. E secondo turno non ci fu. Miloevi venne detronizzato. Non avevo parlato con nessuno. Mi ero limitato a guardare, osservare la semplice evidenza di quanto accadeva. Quei due poliziotti mi avevano rivelato senza una parola che l'era di Miloevi era terminata. Motivo in pi per pensare che un semplice viaggio possa essere narrato senza interviste o lunghe chiacchiere. Mi ricordo che Elisa incinta. Prima di partire le stato detto che l'esserino che porta in ventre grande come un fagiolo. In questi giorni sar cresciuto, come star? Si accorger della magia di questo luogo? Spengo la lampada da comodino. Nella stanza la luce indiretta dei lampioni distanti entra dalla finestra, tagliando la notte con una sottile linea luminosa che disegna il profilo di ogni oggetto. incredibile, ogni cosa orlata d'argento in questa camera buia. E il bosco misterioso nel quale siamo affondati non fa paura. *** Capitolo quinto Ogulin Preko sumi?. S, preko sumi, attraverso il bosco. Il ragazzotto di Vrbosko che fa il meccanico d'auto, schizzato d'olio davanti al garage dove sta trafficando su un motore, perplesso. Gli faccio vedere la cartina e non capisce. A piedi attraverso il bosco?.... S, ribadisco. Controlla la mappa, cerca di intuire dove inizi la strada che gli ho indicato. Poi taglia corto: Di l, sempre dritto e attraversi il bosco. Non il sentiero, ma la strada normale, asfaltata. Il giovane meccanico non capisce come cavolo uno possa decidere di raggiungere Ogulin a piedi e oltretutto lungo un sentiero. Sembra quasi che gli risulti difficile da capire il termine stesso: sentiero. uomo di ingranaggi e lubrificanti, di motori a scoppio e non di scarponi. l'ultimo tratto di viaggio con Elisa. La gravidanza consiglia meno attivit fisica. Il malato pu concedere qualcosa alla fatica, pu fargli anche bene e non ha nulla da perdere; una vita che inizia richiede pi accortezza, pi calma. passato qualche giorno dall'ultima tappa, nel mezzo la pausa coercitiva delle terapie a Milano, gli aghi e le flebo, le corsie di ospedale con il loro suono inquietante e gli odori di disinfettanti.

Ma ora sono tornato al concerto del bosco e ai suoi aromi; mi lavo orecchie e naso e torno al mondo fatato degli alberi e della terra. Nei due giorni di avvicinamento alla nuova tappa a piedi abbiamo ripassato il percorso gi fatto insieme, goduto della visione della strada panoramica, bella ma senza clamore, ritrovato la magia di Zeleni Vir, dove per stavolta ci siamo imbattuti in due famiglie croate con una mandria di bambini scorrazzanti e incontrollabili al seguito. La sottile luce fatata d'argento si mostrata ancora a disegnare il profilo degli oggetti. Aria di saluti in macchina, si mima attenzione alle segnalazioni stradali, silenzio o poche battute, un certo che di malinconia. Dividere due compagni di viaggio non indolore, soprattutto se il viaggio per uno continua. Ha la consistenza di un tradimento involontario, con tutti e due si un po' traditi e un po' traditori. Resteremo in contatto, certo, ma non potremo raccontarci l'un l'altro le suggestioni, i colori, la gente. Nel frattempo i fiori sono cambiati. Ce ne sono di nuovi, esplosi in sottili fili brillanti che ricordano le fontane dorate dei fuochi artificiali; altri hanno cambiato colore. Di quelli viola alcuni sono ora slavati, quasi celeste spento, altri si sono caricati di un blu brillante. Friggo in un senso di avventura e di timori. Stavolta sar proprio da solo, senza alcun appoggio. Il lusso delle riserve nel portabagagli da dimentica re, zaino ai minimi termini e la sera saranno bettole e pensioni da annusare e scoprire, luoghi di incontri preziosi, palcoscenici che mostrano la vita di tutti i giorni e se resti appartato in sala da pranzo a spiare puoi indovinare i diversi personaggi, il loro posto nella gerarchia del gruppo, gli sguardi che si incrociano. Penso e intanto la macchina procede, ma ora basta, scendo qui, senn finisce che arrivo a Ogulin su quattro ruote invece che su due scarponi e oggi c' un sole robusto ma sotto l'ombra del bosco si sta freschi al punto giusto per camminare come si deve. I fanalini di coda della macchina vanno da una parte, io e il mio zaino dall'altra. Maledetta strada asfaltata, dura agli scarponi. Seguo l'esempio dei muli che sotto la naja mi camminavano davanti al naso durante le marce. Appena possibile zoccoli sulla terra, fosse anche uno stretto lembo, un nastro da regalo, un filo di lana, ma terra fertile, non roba piatta, rigida e compatta che con il caldo si liquef e diventa anche appiccicosa. Poco traffico lungo la prospettiva della strada. In due ore di cammino incrocio un paio di camion di sabbia, una betoniera, un camion per il trasporto di mezzi pesanti scarico, due o tre auto a violare i suoni del mondo degli alberi, quattro silenziosi ciclisti francesi in perfetta tenuta attillata che sibilano via con le loro attrezzature da Tour. Non viaggiano, si allenano. Le mie gambe vanno, sono ancora in forma, reggono senza particolare fatica. Qualche spiazzo sul lato della strada, tronchi tagliati, alberi amputati , ad aspettare che un camion se li porti via, ma chiss quando. Danno l'idea di essere l da diversi giorni, i trucioli prodotti dai tagli sono diventati scuri, il loro profumo di legno vivo si mescolato a quello della terra. La mia meta a una ventina di chilometri, al confine dei territori di scambio di terre e abitanti, di case bruciate e fattorie saccheggiate. necessario avere le idee ben chiare per capire in quali territori sto per entrare, o sarebbe incomprensibile la trasformazione dell'ambiente, dei luoghi, dei ritmi vitali e persino della gente, quel che rappresentano, da quali vicende sono stati masticati. Ogulin era l'ultima citt sotto controllo croato tra il 1991 e il `95; appena oltre, a Plaski, iniziava una fascia di territorio alla frontiera con la Bosnia controllata dai serbi, che vivevano l da circa mezzo millennio. Erano stati chiamati da Vienna a fare da cuscinetto tra due imperi, quello austroungarico e quello ottomano. Fu la prima zona di scontri e incidenti,

l'esordio delle guerre jugolave. In Crozia nel 1990 vinsero le prime elezioni multipartitiche i nazionalisti dell'Hdz, l'unione croata democratica, che al primissimo punto del loro programma avevano l'indipendenza da Belgrado. I gruppi pi radicali scrivevano sui muri srbe na vrbe, i serbi sui salici, ricordando gli alberi ai quali durante la seconda guerra mondiale i fascisti ustascia, croati, impiccavano i fedeli ortodossi, serbi. L'indipendenza arriv nell'estate del `91. I serbi della zona risposero dichiarandosi a loro volta indipendenti da Zagabria. Avevano i loro legittimi timori, ma ci non toglie che Belgrado gioc tutte le carte possibili per esasperarli e creare una frattura insanabile fatta di fantasmi del passato e orgoglio nazionalista. I servizi segreti di Belgrado portarono armi, trasformarono le paure in minacce reali e immediate. Racconti truculenti di violenze degli ustascia croati circolavano nei bar. Erano solo racconti, poi divennero storie vere, gli incubi si trasformarono in realt, l'immaginario giustific la ferocia. Era stato sufficiente evocare l'orrore per dargli vita. And a finire che, in un'ondata di violenza preventiva, vennero cacciati i croati che vivevano nella zona. Nel `95 fu la volta dell'offensiva croata. Zagabria si riprese i territori amministr ativamente suoi fin dai tempi della Jugoslavia e questa volta furono le carovane di serbi in fuga ad affollare le strade, puntando verso Belgrado. Ora qualche famiglia serba tornata. Il bosco scivola via sereno. Lascio che lo sguardo se ne vada in giro. Il viaggio a piedi, il viaggio lento, copre molto pi spazio e poco conta quanta sia la distanza percorsa perch possiedi in quegli istanti tutto quel che ti sta intorno. I panorami, le prospettive, le ombre e le luci, i suoni, gli odori, ogni cosa viene collezionata istintivamente. Sgusciare dal bosco traumatico, mi investe un sole cocente; la strada costeggia un cantiere ferrovia rio. Sono tornato nell'ecosistema umano, niente pi alberi protettivi, nessun filo d'ombra o di frescura. Aria immobile, sogno un bar e un birra fresca, non vedo l'ora di arrivare e trovare una pensione dove stravaccarmi e riprendere fiato. Il primo miraggio si realizza: un bar! Mi fermo, esausto di caldo pi ancora che di stanchezza. Tavolino all'aperto con ombrellone, mi serve una donna, con calma balcanica, sigaretta tra le labbra e sorriso molle. Dove posso trovare da dormire?. La signora di mezza et affabile e inizia a spiegarmi. C' l'hotel in centro, ma costoso. Aspetta mi dice sento un amico. Rapido scambio di telefonate, il proprietario della pensione vuole sapere se sono una persona a posto, la signora mi lancia un'occhiata e rassicura: Ma s, uno a posto. Appuntamento in centro davanti al caff cittadino, un quarto d'ora o poco pi, garantisce Ivan, il proprietario della pensione. Si presenta dopo tre quarti d'ora abbondanti. un Obelix balcanico, faccia tonda e pancia rigogliosa. Mi carica in auto e come se ci conoscessimo da anni, senza dirmi nulla, mi porta con s per uffici: posta e banca. Ha alcune faccende da sbrigare. Comunichiamo nel mio serbo-croato claudicante per una ventina di minuti, quando lui d'improvviso inizia a parlare in italiano. Diavolo di un Ivan, ha vissuto per pi di dieci anni in Italia e pure nel milanese. Di dove sei mi chiede Sei un terrone?. Un croato leghista padano. Pazzesco. A Ogulin ci sono le insegne dei veterani croati della guerra patriottica, bandiere nazionali un po' ovunque, la piazza principale con la chiesa d'ordinanza in perfetto stato. La fortezza Frankopan ripulita non manca delle due o tre bandiere nazionali. I Frankopan, potente famiglia croata, principi dell'isola di Krk, si erano impegnati nella guerra contro gli ottomani, costruendo tra l'altro fortezze in diverse zone dell'interno croato. Un ghiotto richiamo per i nazionalisti. Come non presentarla ben sistemata e bardata? La croaticit qui stato un bisogno pi urgente, nulla a che fare con Prezid, il paesino di frontiera con l'Unione europea. A un tiro di fucile c'erano i serbi e non si poteva permettere nessuna vocazione al meticciato, dovesse venir fuori che esiste possibilit di dialogo e di mediazione!

La pensione di Ivan, fuori citt, graziosa nel suo stile balcanico-croato, met bettola con tavoli e sedie di fattura industriale, in legno, con reminescenze austro-tirolesi, e met ristorante con qualche pretesa che vedi nei tovaglioli piegati come origami e nei calici per vino e acqua. L'esperienza italiana del nostro Obelix ha portato un men ricco di piatti di pasta, abbondanti , abbondantissimi e conditi fino ad affogare nel sugo. Nel salone centrale c' una promozione in corso. Materassi e lenzuola. Mentre mastico i miei spaghetti alla carbonara sento l'oratore dal tono pacato seguito con attenzione dai convenuti che riempiono il salone. Persino queste promozioni devono essere un avvenimento pubblico in paese. Tra esaltazione dei tessuti e bont dei materiali, mi rendo conto che continua a citare la guerra e l'ex presidente Tudjman. Anche nella vendita di lenzuola il marchio croato nazionalista ha ancora il suo bell'effetto, mi limito a constatare. Dalla finestra si vede il laghetto, delle chiuse artificiali per conservarlo pieno, qualche barchetta piatta piatta. La montagna di Klek a far da sfondo con le sue storie di fate e orchi, di convegni di streghe e giganti che tempesta no la montagna quando battono duro i temporali. L'hanno voluta i politici, la guerra, non la gente normale, sentenzia la moglie di Ivan, che ha perso un fratello nel conflitto. Verit indiscutibile, ma raggiunta 13 anni dopo la fine di sparatorie e bombardamenti. Ha il sapore pi di una giustificazione, di un'autoassoluzione, che di un giudizio politico. Noi povera gente non c'entriamo, sembra dire la donna, non siamo stati noi ma loro, quelli in alto. E loro, Ivan e famiglia, almeno non erano neppure qua, erano migrati in Italia invece di restare e combattere. Ivan comunque ascoltava Radio Maria, perch mandava in onda anche preghiere in croato e lo facevano sentire pi vicino a casa. terra di confine, frontiera senza dogana e sbarre, ma lo senti che qui vicino inizia un altro luogo e ti trovi all'ultima posta della diligenza. Confine tra zone miste, meticcie, ormai una bestemmia, e nel mezzo la linea del fronte; ci sono ancora i campi minati a ricordarlo. Niente sentieri, ha detto la moglie di Ivan, mi raccomando: pericoloso. Mio fratello saltato su una mina che gli ha portato via le gambe e un pezzo di pancia. Niente da fare. Kaput, morto. Il tragitto verso le terre impure sar ancora dannato asfalto. *** Capitolo sesto Terra mista Li trovi sul ciglio della strada, ormai semicoperti dalle erbacce e dai cespugli , i cartelli con il teschio e la scritta mine. Forse gli ordigni malefici studiati da invasati dediti alla coltivazione delle mutilazioni e della morte non ci sono manco pi o non ci sono mai stati, ma non intendo azzardarmi a verificare. Non escluso che qualche autorit competente e perversa abbia comunque deciso di lasciare l i cartelli per segnare l'inizio della terra inquietante, dove qualche serbo, qualche nemico, gi tornato e altri stanno tornando. Sembra una promessa da mantenere: solo una volta che saranno mondate dai serbi potranno essere ripulite dalle mine e tornare a vivere, a essere terre normali. Strada asfaltata e senza particolari attrattive. Non bosco, segue pi o meno la linea ferroviaria, qualche tratto con pi alberi, altri pi sparuti. Ivan stamane prima di portarmi sulla strada per Plaki ha voluto farmi fare un giro per alcuni luoghi di richiamo della zona: i resti di una fortezza medioevale, il monte Klek, poi mi ha lasciato a un incrocio. Ha voluto sapere come mai questo viaggio a piedi, se era un pellegrinaggio o una cosa simile. Non proprio: ho cercato di spiegargli come sono andate le cose. A dicembre dell'anno scorso i chirurghi mi avevano detto che ero praticamente guarito, dopo due grosse operazioni all'intestino e al fegato, pi

di cinque mesi praticamente a letto, con ogni genere di dolore. Due mesi dopo, per, esattamente il 14 febbraio 2008, nuove metastasi si sono presentate al fegato. Uno choc, rischiavo di crollare. In qualche modo dovevo reagire e cos sono partito a piedi e ho deciso di riprendermi tutto il tempo. Cazzo! ha considerato Ivan con un sottile giro di parole. Ci siamo salutati. Plaki da quella parte, buona fortuna per tutto. Che merda la vita. No Ivan, sbagli: la guerra una merda, la malattia una merda, la vita fantastica. E la sua grossa jeep scura ripartita verso casa. Lungo la strada ci sono ancora i segni delle granate scavati nell'asfalto, rose di schegge, case sgranocchiate dalle bombe e dalle raffiche di mitra. Il presagio che sto arrivando in un luogo abitato sono i latrati dei cani e il canto dei galli, gli uni e gli altri animali da guardia. Quando abbandono il luogo abitato smettono. come se in questo lembo di terra, in questo nastro di frontiera, siano tutti, animali compresi, particolarmente guardinghi. La stazione ferroviaria di Vojonovac ancora distrutta, non c' neppure segno che sar rimessa in piedi in un prossimo futuro. Ogni testimonianza sembra dire: Questa terra non deve vivere. Un treno arriva, rallenta. La gente viene scaricata a un centinaio di metri dalla stazione. Per raggiungere la strada attraversano un sentierino tra i cespugli e le erbacce. Questa terra non deve vivere. Le case cominciano a essere pi frequenti; davanti ad alcune, sul tetto o in giardino, la bandiera croata a chiarire chi abita l. Non devo essere lontano dalla mia meta di stasera. Plaki, la prima citt ex serba dove alcuni dei profughi ortodossi sono rientrati, terra mista, terra sporca. Ho appuntament o con Maria, presidente di un'associazione serba della citt. Mi ha garantito che avrebbe organizzato lei ogni cosa, dalla camera al cibo, che non dovevo preoccuparmi. Sento la stanchezza, sono sudato, di imbattermi in un bar non se ne parla. Ma nel piccolo giardino davanti a un'abitazione c' un tavolo con ombrellone e un cartello: sir, formaggio. Mi fermo, chiedo una forma di quello affumicato e un po' d'acqua fresca. Il figlio della proprietaria arriva incuriosito. Poi un signore di mezza et, quindi due anziani. Chiacchierano tra loro, mi chiedono solo qualche informazione su dove vado e perch. Il discorso cade subito nel silenzio. Solo il bambino mi guarda incuriosito e sua madre, vedendomi chiaramente stanco e sudato mi offre, senza che lo abbia chiesto, un'altra bottiglia di acqua fresca, stavolta da portare con me. Le donne e i bambini sono la parte sensibile del mondo, curiosa e accudente. Saramago scrisse che le chiacchiere delle donne in cucina tengono il mondo nella sua orbita. Riprendo la strada. Le mie impressioni erano giuste, pochi chilometri e sono a Plaki. Il paese martellato dal sole inquietante. Tutto fermo, immobile, come sospeso. Gente ai tavolini dei bar che poco prima parlava ad alta voce fa silenzio o abbassa il volume e ti tiene di mira con gli occhi, una o due macchine scivolano via tossicchiando, quasi di soppiatto. Un trattorino passa lento sferragliando. Dopo le favole dei boschi sono finito in un western di Sergio Leone. Ci manca solo il suono di un'armonica. un paese di ritornati ed ex profughi. Prima sono fuggiti i croati, nel `91, poi con l'offensiva di Zagabria nel `95 stata la volta dei serbi. Questa comunanza di esperienza non affatto un minimo comun denominatore. Nella piazza principale la chiesa ortodossa. Vista da fuori malmessa. Pareti scrostate, ciuffi d'erba tra le pietre del campanile, alcune finestre rotte. Il cancello aperto su un prato curato. Con Elisa eravamo gi passati di qua, rientrando verso Trieste, naturalmente sotto la pioggia. C'eravamo fermati a dare un'occhiata. Lei aveva tentato in tutti i modi di entrare nella chiesa ortodossa, ma le massicce porte di legno erano chiuse a doppia mandata. Poi si era messa a guardare dal buco della serratura. L'interno era completamente in ordine, luminoso;

c'erano persino dei fiori e qualche candela accesa. Icone ortodosse coprivano quel poco che si vedeva delle pareti, un lampadario dorato pendeva dal soffitto diffondendo e riflettendo la sua stessa luce. Era sorprendente quella luminosit custodita all'interno, quando fuori quasi tutto parlava di abbandono. Anche oggi cos. Porte sigillate, niente da fare, il pope passa di qua solo qualche volta, bisognerebbe essere fortunati e capitare proprio quando c' lui. Sono disfatto. Mi siedo al bar davanti alla chiesa per chiamare Maria al telefono e dirle dove sono. Un ubriaco mi rivolge la parola. Il capo del locale lo redarguisce: Non dare fastidio alla gente. Quando arriva Maria, serba, scatta un cenno degli occhi tra la gente, e l'ubriaco sorride con ironia: Ahhh, ecco. Come dire: Ho capito da che parte stai. Questa volta il proprietario non dice nulla, ringrazia quasi ruvidamente con un cenno del capo per il pagamento della birra e fila via. Non sto da nessuna parte. Voglio solo capire. Ma ho l'impressione che qui la voglia di capire non sia contemplata. Maria mi accompagna a casa della sua famiglia, marito e due figlie. Hanno un piccolo appartamento libero che mi viene offerto. Il bagno c', l'acqua che manca, ma si trova sempre il modo di arrangiarsi. Hanno un bar, leggermente fuori dal centro del villaggio, ragazzi e anziani, tutti insieme. Ogni tanto si ferma qualche poliziotto a bere birra analcolica, e il marito attacca subito bottone per tenere buoni i rapporti diplomatici con le autorit. un uomo secco, d l'idea di avere poca poesia ma molta concretezza. L'impressione netta che in ogni caso la vera anima della famiglia sia Maria. lei che cerca di farmi un quadro della situazione. Pochi i serbi tornati, loro sono tra i pochissimi di mezz'et, la maggior parte sono anziani. Tra gli impiegati pubblici i pi arrivano da Ogulin e sono tutti croati, tra i pochi di Plaki solo un paio sono serbi. Lavoro non ce n', solo bar, qualche campo coltivato, piccolo commercio e produzione alimentare familiare, auto-consumo, se va bene si vende qualcosa. La figlia Marjana parla in inglese e mi aiuta a capire le parole, rapide e fitte di Maria, una donna decisa e al tempo stesso disponibile e dolce. Non fa tanti giri di parole, mi illustra dei dati, mi racconta dell'assenza di sostegno da parte delle istituzioni per rilanciare un minimo l'economia locale. Nel cervello rimbalza la frase questa terra non deve vivere. Ma nonostante tutto c' chi ostinatamente e lentamente cerca di ridare vita al paese. Milovan un anziano mastro falegname che sta ricostruendosi la casa pezzo a pezzo. Era una bella abitazione, con un grande laboratorio. stata saccheggiata, i suoi attrezzi e il trattorino che usava per quel poco di campo coltivato che ha, sono adesso nelle mani di un croato che abita di fronte. Ha fatto causa ma per ora non riuscito a ottenere niente. Ogni mattina vede il suo trattorino appena oltre la strada, senza poter fare o dire nulla. Su una parete resiste una minaccia dei nazionalisti croati: opet cemo, lo faremo ancora. Questa terra non deve vivere. Di tutta la grande casa Milovan ha per ora sistemato come si deve una stanza, anche se non ha vetri alle finestre, chiuse con assi inchiodate. Un letto di metallo, materasso e lenzuola pulite e in ordine. Sul tavolo qualche documento meticolosamente impilato, un fornelletto con il quale si prepara il cibo. Ha l'ordine e la pazienza del vecchio mastro Milovan, che rimette insieme casa sua giorno per giorno, lento, metodico, chiodo per chiodo, frammento per frammento. Deve essere un fantastico camminatore. Iljana, 19 anni, figlia di Maria, incinta. Nonostante sia all'ottavo mese trotta per Plaki con disinvoltura. Oggi mi ha portato a vedere delle case popolari, di propriet dello Stato. Sono in pessime condizioni, alcune senza infissi, sostituiti dai teli di plastica dell'Onu, eredit della guerra. Grondaie e pluviali rotti, tombini divelti, scale alle quali mancano persino dei gradini. Ma questo pomeriggio tardi venuta a trovarla una sua vecchia amica che ora vive in Italia. Passeggiano insieme, chiacchierano, una delle due si fa sfuggire un piccolo grido dal sapore di sorpresa e complicit. Presenze vitali e allegre, si muovono tra le macerie, nei posti dove un tempo, da bambine, giocavano.

*** Capitolo settimo Bosnia! Plaki si sveglia presto. Alle sei, sei e mezza del mattino senti gente per strada: qualcuno va al lavoro, la maggior parte lo mima, altri sono indaffarati a risistemarsi la casa, la principale attivit della gente del posto. Seghe, martelli, trapani, strisciare di badili, cazzuole, fratassi. Sono passati otto anni dalla fine della guerra, ma gran parte delle case ancora solo semi-sistemata o semi-distrutta, come preferite. In ogni via i rumori escono da almeno due o tre edifici. Alle 9,30 di mattina il sole gi rovente e muoversi, anche alla velocit di un treno italiano per pendolari, significa sudare. Stare fermi un po' meno. Al bar di Maria e suo marito ci sono gi delle birre aperte ai tavolini, ragazzi che si sono presi una pausa tra una fatica e l'altra. Ne approfitto per fare un giro, sperando che il sole non mi sciolga. Lo spettacolo lo stesso di ieri, con la differenza che ora la gente sa chi sono e da dove vengo; la diffidenza meno marcata, in cambio sono stato inserito nella categoria dei filo-serbi. Per alcuni un quasi nemico da tollerare. sempre stato difficile, qui ma anche in Italia, non essere catalogati severamente in una casella di parte. Qui poteva avere un senso, in Italia era solo il devastante risultato del non voler mai affrontare le cose comprendendole. Prima decidere sommariamente da che parte stai, poi ragionarci sopra con il solo obiettivo di trovare conferme alle proprie idee, alla propria posizione; e per molti stato cos durante le guerre jugoslave. Filo-serbi, filo-croati, filo-albanesi, filo-musulmani e chi stava fuori dagli schemi ce lo si infilava di forza. Non siamo insomma affatto esenti dalla malattia idiota dell'appartenenza a un gruppo rassicurante, accusa mossa proprio agli slavi per semplificarci la vita. Durante la guerra in Kosovo, per i servizi che avevo mandato in onda da inviato mi sono sentito bollare nel giro di un paio di giorni prima come filo-albanese, quindi come filo-serbo. Lo stesso accaduto durante le guerre in Bosnia e Croazia. Scusate, pardon, mi tiro indietro, a questo gioco idiota non ci sto, vado per la mia strada, mi ostino a tentare di capire. Oggi dovrei raggiungere Li?ko Petrovo Selo, un altro villaggio ex serbo, nel cuore della Kraina. Il pope ha garantito che si far vedere e che c' un motel appena alla periferia del paese dove posso sistemarmi. Avevo preso contatto con i religiosi ortodossi prima di partire, mi era stato garantito che avrei trovato sostegno e appoggio. Ma non mi fido molto; ne ignoro la ragione esatta, solo istinto, un alito di diffidenza razionalmente ingiustificabile. Manca poco alle 10,00; Maria e suo marito stanno aspettando che portino loro un'auto in prestito per accompagnarmi. La temperatura lo impone. Camminare con questo caldo, senza ombra e nelle mie condizioni equivarrebbe a tentare di auto-abbattermi. Arriverei stanco sfatto e rischierei di non trovare un letto per dormire. Sarebbe davvero un bel casino. Infine anche qui dovrei seguire strade asfaltate, per la solita ragione: mine. La macchina dovrebbe arrivare tra un'oretta, garantisce Maria. Tempi balcanici, e all'alba di mezzogiorno sono ancora li, inchiodato al bar. Suo marito andato al fiume a pescare trote. Lo fa ogni giorno e ogni giorno riempie la tavola. Pesce appena pescato, fritto in padella, a pranzo e cena. C' stato un piccolo incidente, per cos dire, motivo per cui bisogna recuperare un'altra macchina. Aveva lasciato l'auto a duecento metri dal torrente dove pesca, qualcuno passato, e ha infilato dal finestrino leggermente aperto una sigaretta accesa. Tra il caldo e il materiale sintetico dei sedili, gli interni della macchina hanno preso fuoco. Arriver la polizia tra breve a prendere la denuncia e controllare lo stato dell'auto. Nonostante tutto n lui n la moglie sembrano particolarmente irritati. Sminuiscono, non vogliono pensare a qualcosa di mirato a loro perch serbi, preferiscono dire, almeno a me, che probabilmente stato solo qualche idiota.

Al bar si macinano chiacchiere. Come al solito, ragazzi, uomini di mezza et e anziani siedono allo stesso tavolo. Discutono di ogni cosa, dalla politica internazionale alle condizioni meteorologiche, dalle piccole beghe di paese ai massimi sistemi. Anche ieri sera, fino a tardi, dalla stanza dove ho dormito li ho sentiti arrovellarsi in discussioni di ogni genere. Sono agilissimi nel riuscire a passare da un discorso sulle condizioni economiche del loro piccolo paese e la necessit di sostegno da parte delle autorit ai mondiali di calcio, per poi slittare su temi di politica internazionale e quindi sulla maturazione del grano e, con un gioco di sponda da veri campioni, arrivare ai nuovi modelli di auto. Il tempo lungo in un paese in sospeso tra il passato di guerra e il presente di una fragile pace, un paese che non sa dove stia andando. E bisogna pur esercitarsi in qualcosa. Comincia a esserci pi gente, al bar. Arrivano i soliti due poliziotti che ordinano la solita birra analcolica e, come al solito, il marito di Maria si siede a chiacchierare al loro tavolo. Oggi hanno anche dovuto vedere la sua auto, prendere i dati, raccogliere la denuncia. La birra offerta. Una volta si parlava dello scemo del villaggio. In tutta la ex Jugoslavia e anche qui ora ci sono soprattutto persone impazzite, assolutamente innocue, mandate fuori di senno dai bombardamenti, dalle violenze a cui hanno assistito se non subto, dalla morte di amici, moglie o marito, figli. In alcuni casi, non rari, sono stati abbandonati dalla famiglia o dal consorte. Dragan un signore dagli occhi cerulei, alto, dal volto rugoso e come consumato. Potrebbe avere 35 come 60 anni, dargli un'et impossibile. Girovaga per le vie, cerca un contatto con la gente, si fa offrire sigarette, qualcuna la fuma, qualcuna la tiene da parte per quando sar solo. Le stringe nella mano. Maria lo conosce, incrocia i suoi occhi; lui arriva dritto al nostro tavolino con un sorriso spalancato e siede con noi, non prima di aver stretto la mano sia a me che a Maria. Sguardo malinconico, braccia conserte, sorriso immobile. Nonostante faccia un caldo cane veste un maglione e i pantaloni felpati di una tuta. Beve un succo di frutta offerto, recupera qualche sigaretta, vorrebbe restare in mezzo alla gente, ma non sa come fare, continua ad alzarsi, stringe la mano a tutti, a Maria in particolar modo, si risiede, ricomincia a chiedere sigarette, sorride, resta fermo un po', poi si alza ancora, stringe di nuovo la mano alla gente, un movimento ininterrotto. Ora vai a casa gli dice Maria. Lui si alza un po' imbronciato, le braccia sempre incrociate sul petto, il volto basso, e fa per andare, ma rimbalza avanti e indietro come avesse perso la strada. Su, ti ho detto di andare insiste lei, che questa volta lo prende sotto braccio e lo accompagna. Spesso Dragan perde l'orientamento, non sa esattamente da che parte andare. Prima, mi dice Maria, era un uomo molto serio e affidabile, attento, ben educato. Poi la guerra e la follia. Sua moglie andata all'estero, con lui rimasta una figlia. Quando ormai l'una suonata arriva la macchina. Ma ora di pranzo: mica si pu partire a stomaco vuoto e a tavola chiaramente ci sono trote appena pescate nel ruscello dal vivandiere di casa. Si parte solo alle due passa te. Maria e suo marito continuano a parlarmi, cercano di spiegarmi, ma tra il frastuono della vecchia Audi, il sibilo dell'aria dai finestrini spalancati e la rapidit con cui sciorinano i vocaboli capisco ben poco. Mi vogliono spiegare soprattutto la situazione economica della zona e l'abbandono in cui le autorit, volutamente, la lasciano; vogliono raccontarmi delle forme di discriminazione poco evidenti ma efficaci nei confronti dei serbi. Arrivati a Licko Petrovo Selo scopro che il motel a 10 chilometri dal paese, alla faccia della periferia. Mi innervosisco; il pope avrebbe anche dovuto farsi vedere, ma di lui non c' traccia. Questo paesino conciato decisamente peggio di Plaki. Probabilmente sono rientrati solo dei serbi. Le case sono ancora sbrecciate dai bombardamenti, qualcuna in rovina; un minuscolo bar in fondo a una via, nei pressi

di un incrocio. Nessuna traccia di una pensione, di una trattoria. tutto deserto. Basta, non ha senso restare qui. Mi portereste alla frontiera con la Bosnia? chiedo Da l proseguir a piedi. Nema problema, risponde disinvolto il marito di Maria, scusandosi di non avere con s i documenti, altrimenti avrebbe potuto accompagnarmi direttamente fino a Biha. Grazie comunque. Dovrebbe essere un viaggio a piedi e di chilometri in macchina ne ho gi macinati fin troppi. Ci salutiamo nello spiazzo di cemento della frontiera, neanche un filo d'ombra. Maria chiede che le mandi una cartolina: Restiamo in contatto, si raccomanda. Sbarre del confine. Il poliziotto bosniaco, fronte sudata e un po' stravolto, mi guarda esterrefatto: Ma viaggi a piedi?. Non me lo chiede per indagare. Fa troppo caldo. solo curioso e non si spiega da quale genere di follia sia posseduto per aver deciso di camminare, con uno zaino, sotto questo caldo implacabile. Poche decine di metri e comincio a chiedermelo anche io Izacic, il primo centro abitato appena oltre frontiera, paesello a meno di un chilometro dalle sbarre e dai gabbiotti di dogana e polizia. Appena entro in paese come se respirassi un'aria differente. Qui, in Bosnia, dove la guerra ha mostrato il peggio di s, ha segmentato terre e popolazioni, stuprato in massa, assassinato metodicamente i civili, dove si consumata la vergogna di Srebrenica, dove croati e serbi hanno cercato di eliminare un'etnia o quanto meno ridurla ai minimi termini, dove la diplomazia internazional e ha mostrato tutta la sua ignoranza e impotenza, dove le citt sono state devastate da anni di bombardamenti e ferocia metodica, proprio qui per quanto paradossale possa apparire mi sento pi al sicuro, come a casa. Tre bambini che siedono davanti a una bancarella improvvisata carica di oggetti tradizionali in vendita chiedono da dove arrivi e dove stia andando. Uno dei tre, tredici anni e zazzera splendidamente disordinata, attacca bottone in inglese; un giovane saluta, un vecchio anche. Uno dei bambini mi rincorre, mi si mette accanto e chiacchiera, racconta di s e chiede di me. Ho finito il mio viaggio dice dopo dieci minuti di passeggiata insieme devo prendere il pane e poi tornare a casa. Ciao. In duecento metri di Bosnia ho conosciuto pi persone che in tutto il viaggio attraverso Slovenia e Croazia. Bosnia! Bosnia! Bosnia! Terra vitale, capace di rigenerarsi, gente curiosa, bambini per strada, ogni pretesto buono per attaccare bottone e scoprire qualcosa, qualcuno. Terra mista di propria natura, stracciata dai grandi condottieri e dai nazionalisti ottusi, ricucita dalla gente con amore. Al fondo della strada c' un manichino, sar a duecento metri. appoggiato con il mento a un bastone, probabilmente gli hanno calzato abiti tradizionali in vendita. Ma quando mi avvicino scopro che un uomo in carne e ossa. Anche lui come Dragan evidentemente fuori di senno. Hanno lo stesso sguardo, acquoso e malinconico. Mi sistemo all'ombra, devo aspettare che la temperatura si faccia meno fastidiosa, pi tollerabile. Il manich ino prende vita. Anche lui curioso di sapere da dove arrivo. Italia? Ma sei tanto lontano da casa, mi dice preoccupato. S, ma poi ci torno tento di rincuorarlo. Gli chiedo: E casa tua dov'? Qui a Izacic?. Lo sguardo si perde, gli occhi acquosi come il pazzo di Plaki se ne vanno a cercare qualcosa in cielo. Resta in silenzio, poi a voce bassa mi dice: Non lo so. Incerto e con tristezza aggiunge: Ma molto lontana. La guerra ha portato via sia a lui sia a Dragan la strada di casa. *** Capitolo ottavo Verso il ventre della Bosnia Bismillah H'Rahmani Rahim, nel nome di Dio il compassionevole e misericordioso, come si dice in apertura di ogni preghiera, di ogni versetto

del Corano. Mi esce d'impulso appena vedo i primi minareti a Izacic. Lo pronuncio pensando alle persone che mi sono care. Siamo alle porte dell'islam d'Europa, un islam tollerante e aperto, laico. Quell'islam europeo che durante la guerra stato abbandonato a s dall'Europa e dall'Occidente, lasciato sotto gli assedi, per poi scandalizzarsi perch arrivavano i guerriglieri arabi e afgani a dar man forte ai musulmani di Bosnia. Le ombre si sono allungate, il sole non martella pi. Ho ripreso il mio cammino. Mi lascio alle spalle il pazzo bosniaco che non conosce la strada di casa Chiss se sar tornato a fare il manichino, mi chiedo e il bambino che ha passeggiato con me per andare a prendere il pane, trasformando una tediosa commissione in una piccola avventura, nella conoscenza di qualcuno di tanto diverso. Incontrollabile e fantastica curiosit infantile. Alle mie spalle restano il ragazzo e il vecchio che mi hanno salutato, l'inizio della marcia in Bosnia e l'impatto con questo Paese incredibile. Ora entro, cammino verso il suo ventre. Camion, auto, carretto, un altro camion. Non certo una delle strade pi consigliate da farsi a piedi, ma non ci sono alternative. Dodici chilometri da Izacic a Biha, dice la mappa. Percorso breve, lo regger. Prevedendo una strada asfaltata non ho neanche messo gli scarponi: meglio un paio di leggere scarpe da passeggio. Strade di collina che dondolano su e gi, poca gente in giro. Superato qualche villaggio, con la gente per strada che guarda incuriosita, sorride e talvolta saluta, ci sono solo case isolate. Ogni tanto si vedono ancora i segni di granate sulle abitazioni. Alcune sono distrutte e quasi sempre invase dalla vegetazione. Strano: sembra di avvertire ancora la puzza di bruciato. Bismillah H'Rahmani Rahim. Me lo aveva insegnato Hilmo, tanti anni fa, quando ero ancora un ragazzino. E il cammino si fa memoria, i passi suonano come un tamburo magico che evoca il passato. Quel che ho provato durante la prima tappa sta tornando ad accadermi ora che mi accingo a raggiungere l'ultima. Hilmo, sempre lui ad apparire per primo nelle mie memorie, l'amico musulmano credente e osservante, unico essere umano al mondo ad avermi sempre inviato fin da quando avevo 10 anni la cartolina di Buon Santo Natale. Ha un sorriso docile, gesti misurati e attenti, ama raccontare e ascoltare. Amico di mio padre, Hilmo vive a Sarajevo, parla diverse lingue, non so neppure quante, e tra quelle l'italiano. Di recente stato colpito da due ictus: il primo lo ha limitato nei movimenti, il secondo lo ha colpito pi a fondo, minandone la memoria. Nonostante tutto, quando l'ho incontrato per l'ultima volta, nel 2005, mi ha salutato felice: Temevo di non vederti pi prima di morire, mi disse. Gli raccontai dei miei viaggi e soprattutto dell'Iraq, di quanto le parole che mi aveva insegnato mi avessero permesso di essere benvisto soprattutto tra i religiosi, sorpresi dal fatto che fossi l'uni co occidentale che conoscesse frasi considerate da loro nobili, non parolacce e basta. Lui rimase fermo un attimo, cerc di rimettere in ordine le idee e mi disse: L'ultima cosa che posso insegnarti in arabo non lo ricordo pi, comunque dice: da Dio arrivi a Dio tornerai. Hilmo, mentre scrivo, ancora vivo. Non sa nulla del mio tumore. Forse ci vedremo ancora. Cammino e i ricordi si ammassano, disordinatamente. Mostar, 1994: l'assedio croato contro la citt vecchia stato interrotto. In una piazzetta mi aspettano dei giovani. Dario, croato, stato cacciato dalla polizia della sua etnia nella parte assediata della citt, quella musulmana, dopo aver scritto sulla dichiarazione di nazionalit: bosniaco cattolico. Inammissibile! Un cattolico pu essere solo croato, un bosniaco unicamente un musulmano. Non si faccia confusione, che il lavoro di devastazione delle comunit in pieno corso. Esplode di gioia quando gli do l'ultimo nastro di Anna Oxa, la sua cantante preferita. Le ragazze a cui consegno delle riviste di moda sono altrettanto felici. Entusiaste, si mettono a sfogliarle sul cofano di un'automobile crivellata di colpi, arrugginita. Appoggiato a un

moncone di balaustra con davanti la citt sminuzzata, un signore fuma una sigaretta e accende lo stereo nella stanza. In mezzo a quel disastro la voce di Amstrong graffia ma garantisce: What a wonderfoul world. Il giorno della cerimonia per l'inaugurazione di Ponte Vecchio ricostruito, c'ero. Le pietre erano nuove, ruvide, non luccicavano al sole. Dovranno consumarle i passi dei mostarini ci dicevamo con Predrag Matvejevic, intellettuale di Mostar cacciato dai nazionalisti croati prima che Ponte Vecchio torni ad avere vita. Tre ragazzi, un serbo, un croato, un musulmano, tutti ex combattenti che avevano difeso la parte assediata della citt, mi avevano portato a casa loro. Non chiederci di che etnia siamo, siamo mostarini!. Indietro con la mente, mentre i passi mi portano avanti. La madre di Hilmo, seduta sul tappeto, che taglia un modello in carta della gonna pantalone tradizionale turca per darlo a mia madre. Un altro salto nel tempo, vertiginoso. Fine Anni `60, primi `70, Umago. Edi il mio amico, figlio dei padroni dell'appartamento dove passeremo le vacanze per alcuni anni. Ci sono scogli bianchi, lisci, belli, fatti apposta per giocare. Vicino al molo il gelataio fa l'equilibrista con le palline, lanciandole in aria e riprendendole al volo con il cono. C' una secca un po' al largo, acqua pulitissima: con mio padre andiamo a prendere le cozze direttamente in mare, attaccate agli scogli. C' una giornata precisa che ricordo: mare blu cobalto e vento sferzante, terriccio rosso e gocce d'acqua che volano fin sulla strada a irritare gli occhi. Io, quel giorno, ho scoperto il vento. Restav o fermo, nel mezzo della stradina, occhi chiusi, abbandonato alle sferzate d'aria e ai profumi che portavano. Quel giorno ho scoperto il vento. La memoria torna a Mostar. Zelja Grubisc, croata, sindacalista e antinazionalist a. Ha cercato di organizzare fin dalla fine del conflitto iniziative con l'altra parte della citt, coinvolgendo i vecchi colleghi di una volta. Vacanze di bambini di ambedue le parti insieme, finanziate dai sindacati europei; rilancio di alcune aziende, soprattutto quelle che sono state divise dal fronte; aiuti in attrezzature di sicurezza ai lavoratori edili della zona Ci ha messo l'anima e ha rischiato del suo. Sua figlia, che portava il suo stesso nome, era diventata mia amica. Laureata in giurisprudenza, era riuscita a trovare lavoro a Sarajevo. Un giorno svenuta mentre stava salendo Verso il ventre della Bosnia in macchina. Si pensava a un colpo di caldo. Era un tumore fulminante al cervello. Un paio di mesi e mor. L'ho saputo per caso, un giorno che ero passato per Mostar. Corsi a trovare Zelja. Era distrutta, la casa buia e stracolma dei ritratti della figlia, lei in nero. Pianse a dirotto mentre ci abbracciavamo. Una delle cose pi terribili che mi disse fu che il vecchio collega musulmano, con il quale avevamo lavorato bene, Murat Coric, non le aveva neanche telefonato, non era mai passato neppure per farle le condoglian ze. Oramai era preso dalla sua carriera politica, si era messo nelle fila del partito pi forte, l'Sda, che via via si era fatto sempre pi affarista. Alzo gli occhi, come per cancellare l'immagine di Murat, schifato dalla sensazione che provo. Ho davanti il cartello che indica Biha. L'ingresso della nuova Bosnia mi scivolato sotto i piedi su un tappeto di ricordi, ma intorno vedevo i boschi venire gi a cascata dalle montagne, le colline inerpicarsi e iniziare a farsi montagne, il cielo da calor bianco far si celeste alla sera. Alla faccia di camion e auto il passo, il cammino, mi ha isolato in uno stato di trance che mi ha concesso tutto questo. Appena supero il cartello un piccolo stormo di rondini si alza in volo, come per darmi il benvenuto. *** Capitolo nono Le balaustre di Biha

Biha la fiera delle balaustre pi assortite del mondo, i balconi un'esibizione di var iet architettoniche infinita. Da repliche di colonnati classici a parapetti bombati. La ricostruzione proceduta come capita, senza regole precise, con il risultato di questo assortimento multiforme. In centro citt le cose sono solo leggermente diverse, il paradosso gioca su un altro piano. La zona pedonale perfettamente sistemata con negozi nuovi e scintillanti dalle fattezze moderne, pavimentazione raffinata e costosa e avveniristici lampioni con i led, mentre edifici, anche pubblici, hanno ancora gli intonaci segnati dai proiettili e dalle schegge di granata. Biha la pazza, unica citt bosniaca il cui leader, Fikret Abdi, firm un patto con i serbi e i croati all'inizio del conflitto: ex gran capo della mega azienda Jugoslava Agrokomerc dedito agli affari come al valore essenziale dell'esistenza, aveva cercato di contendere la presidenza a Izetbegovic e, vistosi male in arnese, si affrett a curare i propri interessi separandosi dal resto della Bosnia, arrivando a perseg uitare i musulmani filo governativi in tanto di campi di concentramento. Biha la pazza che si presenta nella sua strana confusione, dove i giardini nei pressi del fiume Una, gran magnificenza della zona, la sera sono affollati di ragazzi e ragazze, dove la principale moschea, la Fetijha, ha il rosone gotico sul portale d'ingresso, trattandosi di un'antica chiesa per cos dire convertita all'Islam nel 1600. Biha citt antica di cui le guerre hanno risparmiato poco tra il passaggio di un'armata e l'altra. Biha dove sono tornati i musulmani filo-governativi, dove i croati sono quasi tutti rimasti o tornati, mentre la stessa strada stata percorsa solo da pochi serbi, che altri ancora oggi girano per cercare di vendere le loro propriet, dove agli edifici distrutti se ne affiancano di incompiuti, come una chiesa ortodossa rimasta alla fase della struttura in cemento armato. Biha, sia come sia, Bosnia, e come ogni citt bosniaca lo nel suo modo particolare. La sera in un ristorantino sul fiume mi concedo una cena. La Una, ampia, g orgoglia scendendo tra massi e piccole rapide, tra alberi cresciuti con i piedi in acqua e altri aggrappati nel bel mezzo del fiume a qualche brandello ti terra e roccia che emerge. Il viaggio finito, domani star qui a guardarmi questo primo lembo di terra, questo primo islam storico europeo, a poco pi di 150 chilometri in linea d'aria dall'Italia. Raketa protov americanzi ha detto ironico indicando i minareti il signore che mi accompagnava alla pensione gi fissata, razzi contro gli americani, un signore oltretutto di origine croata. Facce cotte dal sole e intagliate in un legno morbido, uno in canottiera l'altro a torso nudo. I due anziani stanno risistemando le loro case a Lahovo, poco fuori citt. Case di campagna, aggrappate sul pendio del bosco, vicine all'entusiasmo vitale del fiume Una. Sorridenti, sguardi sereni, corpi in piena forma, altro che i palestrati o gli anzianotti preoccupati di restare giovani a tutti i costi in divise sportive, che fanno jogging e si abbronzano sotto le lampade dei centri di bellezza. Corpi di persone anziane in forma, ben tenuti dalla semplice piacevole fatica quotidiana di sistemare alberi da frutta e casa, tagliar legna e coltivare orti e a volte qualche campicello, tene re in ordine il giardino, farsi o sistemare un attrezzo. Branko, croato, tira subito fuori la grappa; Elmir, musulmano, va di succo di frutta. Quando sono arrivato con Veljko, che mi ospita nella sua pensioncina e dove ho consumato un piacevolissimo sonno salutato dagli ultimi canti dei muezzin e dalle campane, Branko stava sistemando delle panche di legno, Elmir lavorava agli alberi da frutta. Con calma hanno posato gli attrezzi e si sono seduti a tavola, aspettandoci con un sorriso di benvenuto che non aveva bisogno di parole. Proprio qui sembra di essere su una riva del Mediterraneo, nel luogo pi distante dalla costa che ho incrociato lungo il mio tragitto, nell'ultima

tappa, come se per magia si ricollegasse tutto, si chiudesse il cerchio. Questi due bei signori sorridenti ricordano i pescatori dalmati di quando ero bambino, nei primi Anni `70. Offrono da bere, raccontano e ascoltano con la stessa generosit, con l'identica disponibilit, gesticolano per farsi capire meglio. Mi viene da credere che la magia del movimento dell'acqua abbia a che fare con questa somiglianza mediterranea. Avessero un lago al posto di un fiume vivace non sarebbero gli stessi. Niente ricordi malsani, niente guerra, solo chiacchiere e piacere di scoprire l'altro, di incontrarlo, solo un presente sconfinato nel quale nuotare, al quale abbeverarsi. Le case sono ancora in parte senza finestre e i teli di plastica inchiodati agli infissi sono ancora quelli distribuiti dall'Onu durante e appena finita la gu erra. Sono l a far da vetri, a proteggere alla meno peggio dall'aria. Una volta tornati alla pensione, Draghiza, moglie di Veljko, mi prende sotto braccio, non c'eravamo ancora incontrati. Come stai Paolo? mi chiede come fossimo vecchi amici Hai dormito bene?. Sediamo a un tavolone sotto la tettoia. Sono bosniaca. Di origini croate, s, ma bosniaca. Ci tiene a precisarlo, per lei ragione d'orgoglio. Veljko, il marito, invece un croato verace, di Zagabria, convertito alla Bosnia dalla moglie, dal Paese e dal fiume di Biha. Chiacchieriamo con davanti un caff turco. Anche lei con indulgenza e gesti cerca di sopperire al mio precario ex jugoslavo per capirci al meglio. gente che ha voglia e ama incontrare gli altri, scoprire altri mondi e altri aromi nei racconti di chi conosce. Che poi richieda pi tempo non certo un problema; il bello sta nel comunicare, non nel farlo rapidamente e con efficacia immediata. Il bello sta nel generare una lingua particolare, nuova e gioiosamente bastarda, tutta nostra. una donna dolce come la mamma buona e sorridente dei libri, si occupa di bambini rom, che qui vivono stanziali da tempo ma continuano a essere discriminati. Ha organizzato in casa sua una micro scuola dove ne ospita alcuni durante l'anno per farli studiare, ma anche giocare insieme ad altri ragazzini. Mi avventuro in solitudine per la citt, annusando come un cane l'aria per indovinare la direzione. Viale pedonale, mercatino dei libri. C' di tutto, dalla cucina orientale a Proust e ce n' di gente a razzolare tra i libri, per il semplice gusto di farlo o alla ricerca di qualcosa di particolare che magari cerca da anni, forse qualcuno nel tentativo di trovare un regalo, altri di certo solo per distrarsi andando in giro per il mondo con i titoli e le copertine dei libri sul Nepal o sull'India, sul Brasile o sul Portogallo e l'immancabile Venezia, Piazza San Marco e gondola d'ordinanza. In fondo al viale la moschea Fetijha ed Venerd di preghiera collettiva. Il muezzin chiama, la gente arriva. Nel passeggio e ai bar molti altri cincischi ano, ingannando il tempo. Senta mi dice una cameriera indicandomi una sedia. Senta, in triestino. La sensazione di essere in prossimit di una riva marina si fa pi netta. Da queste parti ne passata di gente: Deuri, Kolapijani, Lapodi, Maezei, popoli ignoti, dai nomi misteriosi e affascinanti. La mescolanza d'obbligo, tutto sia meticcio, e chi non ci sta si arrangi. Lo scopri nel piccolo museo della citt, vicino a una torre, forse un antico campanile, una delle pochissime strutture di una certa et ancora in piedi. Popoli primitivi, passaggio di nomadi, nuovi arrivati e altri nuovi arrivi, una stratificazione umana in fondo non tanto diversa da quella che nelle rocce ne rivela la storia geologica. Nonostante le guerre scatenate nei secoli, nessuno riuscito a vincere la vocazione all'incontro, la curiosit vitale per l'altro; la paura e la diffidenza non hanno vinto sulla generosit e sul coraggio di vivere. Nonostante tutto. Una famiglia di francesi dalla generosa prole, cinque figli, sosta nel giardino di Veljko e Draghiza. Domani faranno rafting sulla Una, lungo un tratto particolarmente suggestivo e dove si incontrano diverse rapide. Non sanno nulla della Bosnia, n della storia antica n della guerra recente, se si escludono dati che pi generici non si pu. C' stata la guerra, stata brutta,

in Bosnia in modo particolare, tanti morti, cecchini, bombe. Tutto qui. Sono arrivati da queste parti perch un amico che ci era passato gli aveva raccontato di una magnifica esperienza sul fiume, dei costi molto contenuti e dell'ospitalit. Non riesco ad accettare che si venga da queste parti senza essersi almeno un minimo documentati su quanto ha subto solo poco tempo fa questa gente che oggi ci sorride come niente fosse. Forse da quei sorrisi e della loro vitalit potremmo imparare qualcosa di pi vero e meno pittoresco di quanto poi non racconteremo al termine della vacanza. Ma in fondo, mi dico, va bene anche cos. Che la Bosnia torni alla normalit, torni a essere soprattutto terra conosciuta per la sua ospitalit e la sua generos it, per la sua incredibile bellezza, per la sua cultura multiforme e, tanto che ci siamo, anche per la fiera delle balaustre di Biha. Inizio a misurare il tempo. Il viaggio quasi finito. Ho solo ancora stasera, domani sar gi ritorno. Guardo il cielo, un tramonto morbido, il sole scivola dietro la montagna. Ultimo tramonto balcanico. Mi chiedo se avr mai pi la possibilit di sfidare ancora il mio corpo, di farla in barba alla malattia. Draghiza mi offre una horahovica, nocino fatto in casa. Poche parole e ancora meno gesti stasera, stiamo dicendoci ciao a voce bassa. Guardo il cielo ed gi notte. Domani si torna, viaggio finito, ma non ho le forze e la voglia di iniziare a fare un bilancio. Malinconia spessa. Lontano il suono di campane. Poco dopo il muezzin chiama per ricordare che ora dell'ultima preghiera. Mi prenda il dolce sonno in terra di Bosnia. *** Capitolo decimo Ritorno al molo audace La mattina Paola, triestina migrata a Biha?, dove sta costruendo una rete di turismo equo e solidale, viene a prendermi con ritardo rituale. In macchina ci sono anche due dei tre figli, uno particolarmente vivace. Il terzo lo recupereremo alla frontiera con la Croazia. Io e i due figli gi a bordo ci fermiamo in un autogrill, Paola parte verso la dogana. La ragazza, pi grande dei tre, sveglia e curiosa, il ragazzino una furia scatenata che per fortuna non si d a fughe o camminate sul ciglio dell'autostrada. Ma s, tolti i dispetti continui che infligge alla sorella, in fondo non crea problemi. Per ora. La faccenda si fa pi difficile quando risaliamo in macchina con il terzo della prole, et di mezzo tra i due gi a bordo. Comincia un'inarrestabile lotta tra i fratelli, con tanto di sbraiti a volumi incalcolabili. Il rientro si preannuncia infernale. Come se non bastasse, tutto scivola via troppo in fretta, non ci sono pi abituato. Montagne, tratti di fiume, moschee, chiese, monumenti, paesi, persone sono un lampo negli occhi e via. L'autostrada scorre rapida, le grida dei bimbi, nonostante il continuo richiamo all'ordine della madre, invadono l'auto; io sono gi stordito dalla stanchezza e cerco rifugio in un dormiveglia violato in continuazione dall'esuberanza dei ragazzini. Poi un po' di salutare silenzio scende nell'abitacolo dell'auto. Ripasso a occhi chiusi e a caso il viaggio. I profumi del bosco, le risate con Elisa, la cortesi a di Maria a Plaki, la figlia Iljana incinta all'ottavo mese che trotta allegra per il paese, il pazzo dagli occhi acquosi, quello di Izacic che si perde con lo sguardo in cielo, il bambino bosniaco che ha camminato con me per dieci minuti. La pioggia battente dei primi giorni, Ivan l'Obelix balcanico di Ogulin, Veljko e Draghiza a Biha?, dolci e accoglienti. La chiesa ortodossa di Plaki chiusa e la luminosit del suo interno spiato dal buco della serratura, il canticchiare dei torrenti, la luce magica che taglia il buio della stanza di Zeleni Vir dove il fiume recitava favole di elfi e fate. L'elenco interminabile, ci sono anche il canto degli uccelli, il crescere dei simboli nazionali e nazionalisti croati man mano che dalla periferia del paese penetri nell'interno e ti avvicini alle terre meticcie. Ci sono i fiori, ce

ne sono di presuntuosi e di umili mi aveva detto un giorno Elisa. I volti degli anziani, la calda cortesia della contadina slovena di Babno Polica, la stanza kitch affollata di oggetti a Prezid e la foto in bianco e nero di due anziani sorridenti che si tengono per mano, sembrava volessero proteggere il sonno. La fiera delle balaustre di Biha?, i due anziani che sistemano casa e alberi e sembrano marinai scesi dalle barche lungo il fiume Una e ormeggiati alla terra ferma. C' la scommessa vinta con me stesso di non cercare record o prestazioni fisiche ma di viaggiare, camminare e riprendermi il tempo presente, e per quel che posso il mio corpo. Fisicamente ho retto bene; nonostante tutto, ho costretto la malattia, forse al ritmo dei passi, a ritirarsi tanto che le metastasi al fegato si sono ridotte. E intanto abbiamo divorato la Croazia e siamo gi in Slovenia, un lampo, un'incisione rapida e insensibile. Non ho negli occhi che profili di auto e di reti per impedire agli animali di raggiunge re la strada, se si esclude qualche panorama fuggitivo. Rimbalzo avanti e indietro lungo il percorso fatto, mentre l'auto divora la strada, mi trascina via. I ragazzini ricominciano a sbraitare, ma ormai siamo gi quasi arrivati a Trieste. E l sotto, la vedo, sfavillante di sole. Elisa mi aspetta, solo quando ci saremo salutati il nostro viaggio sar davvero finito. In qualche misura, tenendoci in contatto con gli sms, abbiamo continuato a viaggiare insieme. Il luogo dell'appuntamento non pu che essere quello dal quale siamo partiti: il molo audace. Ma oggi non ci sono nuvole, nessuna minaccia di pioggia, sole sfavillante e caldo. Lei non dir hey Gaucho, mi sa che te la fai in macchina con me, `sta strada. Passeggiando sul molo, le racconto della mia Bosnia, lei della bambina che cresce nel suo ventre; sicura che sar una bambina e per una misteriosa ragione ne sono convinto anch'io. Se cos sar la chiamer Nina. Ninami piace, le rispondo. Ha segnato alcuni dettagli del mio percorso, lo rifar nei prossimi giorni in macchina per vedere e disegnare i luoghi, per capirli e sentirli con i suoi occhi. Tiro fuori il libretto degli appunti rivestito di cuoio, le leggo alcune parti dei miei appunti. Scrivi tu fine, le propongo. L'idea non le piace ma accetta e in caratteri microscopici, in un angolo dell'ultima pagina di lettere segnate su carta a matita scrive fine, ma in piccolo, davvero in piccolo. Ci salutiamo davanti al mare con un sorriso, restiamo a guardarci a qualche metro di distanza per diversi secondi, come se ci fosse qualcosa da dirci. come se ci fosse un gesto nell'aria che ci riguarda , ma non sappiamo come catturarlo. Poi sale in auto a capo chino e parte verso le valli del Natisone, dove l'aspetta il marito, dove c' casa sua. Io resto fermo, seduto su una bitta. Il mare ancheggia, qualche vela spiegata all'orizzonte, due navi cargo alla fonda. Trieste ormeggiata al mare e accoccolata sotto il Carso, che quando viene vento forte sembra essere lei stessa a voler partire. In via Cavana un mendicante suona la fisarmonica, mi fermo ad ascoltarlo. Non voglio ancora salire a casa, voglio tenermi allacciato il pi a lungo possibile a questo ultimo brandello di viaggio, a questo zaino che mi ha raschiato la schiena, a questi vestiti che sanno ancora di Bosnia e di cammino. Domani torner a Milano, alle terapie, alle flebo, agli aghi, alle garze. E ho bisogno di prendermi tutto quel che posso e portarlo con me, tenermelo stretto. Anche gli occhi azzurri di questo mendicante suonatore, le sue note. La mappa lacera, porta i segni della pioggia e del grasso dei tavolini, degli spiegazzamenti, del sudore. una collezionista magnifica, una testimone invincibile. Torno davanti al mare, a godermi a grandi sorsi il suo profumo. Le terre che ho attraversato le ricordo quando erano scannate dalla guerra, quando tutti ne reclamavano il possesso, cercando deliranti giustificazioni storiche, usando la lingua pura come una clava, evocando fantasmi e orchi, streghe e stregoni. Vukovar, Sarajevo, Mostar, Biha?, Tuzla,

Knin. In molti hanno voluto possederle, purificarle, disegnarne l'identit, vietargli sogni e desideri. Ascolto intorno a me le parole in dialetto triestino, in sloveno, in croato. Sono ancora dentro il senso profondo della mescolanza. Resto impigliato con lo sguardo nel magnetismo del filo dell'orizzonte marino. E mi accorgo di aver capito fino in fondo che quando si ama un luogo, cos come quando si ama una persona, non ci si chiede come possederlo, come controllarlo, ma piuttosto come appartenergli. *** Ringraziamenti Ci sono diverse persone che dobbiamo ringraziare, a cominciare da chi ha sostenuto l'idea di questo viaggio pi di ogni altro, ha offerto suggestioni e mappe, ci ha fatti incontrare: Paolo Rumiz. Altri triestini ci hanno aiutati e in particolare si sono resi disponibili per ogni necessit: Monica Bulaj, Virgilio Zecchini pronto e disponibile a venire in soccorso in qualsiasi momento e dovunque, Giovanna La Porta, Rossella Molino, Fulvio Stacul e altri ancora. Anche a Milano abbiamo avuto chi ha sostenuto l'idea del viaggio insistendo al tempo stesso su prudenze e attenzioni, anche eccessive: Mila Bertinetti e Franco Montevecchi, Marco di Puma, Raffaele Masto, Marcello Lorrai, Michele Migone e Carla Vittone. Ci sono poi le persone incrociate o conosciute, che in gran parte il lettore incontrer nel racconto. Ci sono persone che non potranno essere ringraziate, perch nel frattempo sono scomparse: la madre di Paolo. Altre che da molto lontano sono state partecipi e felici di questo viaggio, i genitori di Elisa, Sara e Bruno Iussig che vivono a Buenos Aires. Infine c' una persona particolare, alla quale dedicato questo libro, che ha partecipato in modo per cos dire discreto, e che dobbiamo ringraziare per la sua silenziosissima capacit di influire sul nostro viaggiare, sul modo di guardare e pensare quanto incontravamo: Nina, la figlia di Elisa, nata il 19 dicembre del 2008. *** mawazo yakaratasi pensieri di carta papierone mysli penses du papier misljgnjec papira volantibus meditari in chartis papirne misli pensamientos de papel *** FINE DELLOPERA revisione e correzione a cura di Pier Luigi Giacomoni pierluigi.giacomoni@fastwebnet.it bologna - 21 luglio 2013