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L. Lorenzetti, I pi antichi testi del latino (corso magistrale di Glottologia, a.a.

2008-09)

La Fibula Praenestina (CIL I2 2, 3) Fibula doro di provenienza incerta, ma che si disse essere stata ritrovata in una tomba di Praeneste (lodierna Palestrina, circa 30 km a SE di Roma). Il testo iscritto sulla fibula stato considerato per molti anni il pi antico testo in latino di cui si avesse notizia. Loggetto risale infatti alla seconda met del VII sec. a.C. ( 670). Si cominci per molto presto a dubitare della sua autenticit. Gi a cavallo tra Ottocento e Novecento alcuni archeologi ed epigrafisti (Lignana, Pinza) espressero alcuni sospetti in merito, seguiti poi anche da glottologi di grande valore (Pisani). Le argomentazioni pro e contro furono riesaminate pi tardi in una rassegna critica da H. Gordon (The inscribed fibula praenestina. Problems of authenticity, University of California Press, 1975). Le obiezioni pi articolate, che hanno riaperto il dossier con eccezionale vigore e risonanza anche tra i non specialisti, sono state quelle di unillustre antichista ed epigrafista, Margherita Guarducci, in due memorie presentate allAccademia dei Lincei nella prima met degli anni Ottanta. La disputa sullautenticit del testo (che cosa diversa dallautenticit delloggetto su cui il testo graffito) si cos riaccesa ed arrivata a occupare pagine e pagine a cura dei migliori epigrafisti, archeologi e glottologi italiani e stranieri. In estrema sintesi: la Guarducci, riprendendo e sostanziando i dubbi gi espressi da altri in precedenza, afferma che liscrizione sarebbe un falso, operato alla fine dellOttocento dal famoso antiquario tedesco Helbig o da personaggi della sua cerchia. Il falsario (o i falsari) si sarebbe basato su altre iscrizioni gi note allepoca, servendosi della consulenza di alcuni esperti epigrafisti e latinisti, per costruire un falso archeologicamente, epigraficamente e linguisticamente credibile. Coloro che sostengono lautenticit delliscrizione, da parte loro, osservano che nulla dal punto di vista linguistico pu far ritenere con certezza che il testo sia un falso. vero che questo non un argomento dirimente, rimanendo comunque possibile produrre un testo perfettamente falsificato; ed significativo, al proposito, il fatto che lopportunit di sospendere o quanto meno di moderare il giudizio sullautenticit linguistica del testo sia riconosciuta anche dai pi oculati tra i sostenitori della falsit: Lattenzione della Guarducci rivolta, pi che alliscrizione, al manufatto e allambiente: giustamente, perch lesame della lingua non avrebbe potuto fornire prove altrettanto decisive della falsificazione (Lazzeroni). Ma anche vero, daltra parte, che ci si potrebbe dire in linea di massima di ogni testo, compresi quelli su cui non pesa alcun sospetto fondato. I dubbi sulla sua autenticit rendono se possibile ancora pi interessante questo testo. Qui lo commenteremo in prima battuta come se fosse senzaltro autentico; in seguito esporremo alcuni degli argomenti a favore e contro lautenticit.

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TESTO MANIOS : MED : FHE : FHAKED : NUMASIOI


MANIOS MED
FHE FHAKED

NUMASIOI

latino classico Mani-us me analisi Manio-NOM me.ACC

fec-it fare.PF-3SG

Numasi-o Numasio-DATIVO

Manio mi ha fatto [ovvero mi ha fatto fare] per Numasio Si tratta di una cosiddetta iscrizione parlante: loggetto anche il soggetto parlante (non il soggetto grammaticale) del testo. Il contesto del suo ritrovamento non noto con certezza, anche se fu dichiarata la sua provenienza dalla tomba Bernardini, un importante sarcofago nobiliare prenestino. ANNOTAZIONI EPIGRAFICHE Esamineremo ora liscrizione in base ad alcuni criteri generali, che valgono per lanalisi di qualsiasi documento epigrafico arcaico e segnatamente di quelli dellItalia antica, rispetto ai quali va tenuto conto della notevole souplesse delle norme grafiche e linguistiche anteriori al 500: come ha osservato Giovanni Colonna, [f]ino alla met del VI secolo pu dirsi che le iscrizioni etrusco-meridionali, falische e latine costituiscano nellItalia centrale, al di l di alcune peculiarit locali, un comune dominio epigrafico. Uniscrizione come quella di Duenos potrebbe in teoria essere stata tracciata da un etrusco, cos come lorcio di Barbarano potrebbe essere stato iscritto da un falisco o da un latino. I criteri sono i seguenti: a) alfabeto: forma e valore delle lettere; 2

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b) continuit o discontinuit della stringa grafica, legata alleventuale presenza e alla forma dei segni dinterpunzione; c) direzione della scrittura. Come vedremo, questi criteri non hanno lo stesso valore indiziario dal punto di vista storico e sociolinguistico. Non tutti, infatti, potevano essere adottati da parte degli scriventi con la stessa facilit per assegnare determinate connotazioni al proprio testo. A questo proposito si pu applicare un metro di valutazione generale: fatto salvo ovviamente lobbligo di controllare le singole situazioni specifiche, quanto pi facilmente mutuabile un tratto, tanto meno valore quel tratto avr come indizio di contatti linguistici e culturali. a) Alfabeto: forma e valore di alcune lettere Lalfabeto usato di chiara impronta greca. La forma di alcune lettere si ritrova in altre epigrafi arcaiche: cos ad esempio <E> peduncolata e con i tratti paralleli obliqui verso il basso o <S> a tre tratti (vd. qui sotto esempi di queste lettere nelliscrizione sul vaso di Duenos, del VI sec.).
vaso di Duenos

Va detto comunque che la variazione nella forma delle lettere era piuttosto pronunciata in epoca arcaica, per la quale la relativa novit della diffusione della scrittura rende impossibile parlare di norma grafica e ortografica. Ad esempio, <S> a tre tratti non lunico modello presente nelle iscrizioni latine dei primi secoli, alternando invece con il tipo a quattro <s> e addirittura a cinque tratti <3>. Anche la forma di <A> non uno dei migliori elementi diagnostici per lepoca: documenti antichissimi, ad es. il cippo del Foro (VI sec.), presentano <A> con la traversa diritta, come le tre occorrenze presenti nella Fibula, accanto al 3

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tipo con la traversa che cala verso il secondo tratto <a> <b>, come quella che appare in altri documenti coevi di VI sec. (vd. ancora liscrizione di Duenos). Da questultima si svilupper in seguito la lettera <A> di tipo corsivo, con il tratto obliquo e staccato dalla linea ascendente, che sar tipica delle iscrizioni del IV secolo, sia romane sia laziali e in particolare prenestine. Peraltro, i diversi tipi coesistono addirittura allinterno della medesima iscrizione, come accade sia nel cippo del foro sia nelliscrizione da Ardea <eqo kanaios>, del VI secolo. La maggiore fonte di discussioni sullalfabeto del testo il nesso < FH> (digamma + heta), e in particolare il valore foneti co che a questo digrafo (= nesso di due lettere) si debba assegnare.
In greco antico il digamma <F> aveva il valore di /w/, cio del suono iniziale di it. uomo, del secondo suono di it. nuovo etc. Poich in alcuni dialetti greci questo fonema si era perduto prima dellintroduzione della scrittura, il segno corrispondente non compare in tutti gli alfabeti greci, e in particolare non compare nellalfabeto che si stabilizzato poi quello del greco classico. Il segno <F> era per presente negli alfabeti greci occidentali usati nelle colonie della Magna Graecia, dai quali derivarono tutte le scritture dellItalia antica. Quando nel Latium e a Roma si inizi a scrivere, lo si fece attingendo al modello greco, sia direttamente sia pi spesso, indirettamente, attraverso gli alfabeti etruschi meridionali. Il digamma <F> venne pertanto adoperato, sebbene raramente, anche per /w/ iniziale di parola o intervocalica, come nelluso etrusco. Ma per scrivere /w/ lalfabeto greco metteva a disposizione un altro segno, la ypsilon <Y>, che modificata nella forma doveva diventare V ed essere usata tanto per /w/, prima di vocale, quanto per /u/: VVLNERA /wulnera/. Solo pi tardi, durante lImpero, <v> pass a indicare /v/. Nella fonologia del latino, del falisco e delle altre lingue dellItalia antica esisteva per il fonema /f/, che era assente invece da tutti i dialetti greci e che quindi non aveva una lettera corrispondente in nessun alfabeto greco. Tutte le scritture dellItalia antica, di conseguenza, dovettero trovare un modo per rendere questo fonema. Le soluzioni principali trovate dalle culture dellItalia centrale furono di due tipi. Il primo tipo consisteva nelladoperare un digrafo, nel quale un segno indicava approssimativamente il tipo e il luogo di articolazione e un altro segno indicava, come una specie di diacritico, il coefficiente di sonorit. Appartengono a questo tipo i nessi come, appunto, quello <FH>, dove <F> indica la fricativit e la labialit e <H> indica lassordimento del suono indicato dalla lettera precedente, se usata in autonomia. Il nesso <FH> o <HF> fu usato per /f/ anche nella fase pi antica delletrusco, fino a circa la met del VI sec. a.C. (cf. ad es. il gentilizio <S . ev l UH V >, cio fulves < lat. fulvus, di una dedica ritrovata a Mazzano Romano, quindi proprio nellager faliscus) e, di conseguenza, in venetico. Al medesimo tipo appartengono i nessi <HF> e con minore evidenza <HV>, usati sporadicamente in altre iscrizioni latine non romane. Il secondo tipo consisteva nelladoperare un segno unico: appunto una specie di otto < f > nelletrusco dal V sec. in poi (donde in umbro e in osco), una specie di freccia <!> in falisco, e <F> nella scrittura latina. La possibilit di usare <F> per /f/ deriv da pi fattori convergenti: luso nellItalia centrale (e non solo) di nessi come <FH >, <HF> e <HV> per segnare /f/ lestensione di <V> al posto di <F> per segnare /w/ la conseguente semplificazione dei nessi suddetti, e in special modo del nesso <HF>: poich, in conseguenza dellestensione appena ricordata, <F> era usato solo allinterno dei digrammi con <H>, mentre aveva perduto il proprio valore univoco, esso pot essere impiegato anche in isolamento per segnare /f/. (Letr. <S . e v l UH V > appena ricordato, con la coesistenza nella stessa parola di <H V > per /f/ e <V > per /w/, indice della differenza di elaborazione grafica tra latino ed etrusco rispetto a questo nesso). Questo passaggio va collocato comunque in una fase piuttosto antica, visto che nella serie alfabetica latina la F si trova comunque allo stesso posto che aveva <W> nellalfabeto greco modello.

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Passando dalle singole lettere alle loro regole di impiego, osserviamo che contrario alla norma ortografica del modello etrusco arcaico luso di K davanti a E per segnare lOCCLUSIVA VELARE SORDA [k] (eventualmente in latino anche la SONORA [g]). La norma pi seguita, che appare ad es. nella stele del Foro e nellolla falisca di Cerere, osservava infatti la variazione <CE CI> ~ <KA> ~ <QU> (in latino e falisco anche QO), cio: <C> davanti a VOCALE ANTERIORE, <K> davanti ad <A>, <Q> davanti a VOCALE POSTERIORE. vero peraltro che questa norma risulta piuttosto lasca in molte iscrizioni latine arcaiche. b) Continuit o discontinuit della stringa grafica, presenza e forma dei segni dinterpunzione Non comune, anche se non neppure eccezionale, la separazione degli elementi tramite i punti verticali (due o tre), poich la maggior parte delle iscrizioni arcaiche, soprattutto nel caso di iscrizioni vascolari o comunque su oggetti duso comune, realizzata senza intervalli tra una parola e laltra. (Esistono per eccezioni illustri, come la lex regia iscritta sul cippo del Foro romano). Si noti che la divisione tra parole data dai due punti, mentre i tre punti indicano una divisione tra MORFI, separando la RADICE del verbo fare (fac-) dal RADDOPPIAMENTO (fe-) presente in alcuni perfetti latini, ma non nel perfetto del verbo facere (il perfetto, grosso modo, un tempo equivalente al passato prossimo o remoto italiano; sulle modalit del raddoppiamento ie. e sullanomalia di un perfetto raddoppiato per facere vd. infra). Si tratta di una particolarit grafica che alcuni studiosi fanno risalire a modelli greci, mentre secondo altri da ritenersi autonoma. Corrispondenze alla puntuazione triplice tra raddoppiamento e radice si trovano in falisco, nelliscrizione di Cerere ( pe:parai ho partorito): ma il confronto improprio, perch tutte le divisioni segnate in quelliscrizione sono indicate dai tre punti. c) Direzione della scrittura. Sia liscrizione sia le lettere sono sinistrorse, cio sono state scritte e si leggono da destra verso sinistra. La direzione della scrittura, non infrequente nelle iscrizioni latine arcaiche, dipenderebbe dal modello delletrusco. Verso la fine del VI secolo la scrittura latina, che fino ad allora era stata perlopi sinistrorsa sebbene con varie eccezioni, cambia direzione e si rivolge verso destra, cos come accade nello stesso periodo nel mondo greco. Contemporaneamente letrusco consolida la norma sinistrorsa, che anche per la scrittura di quella lingua aveva avuto nei secoli precedenti varie eccezioni. Si delineano cos due Italie grafiche (G. Colonna): una etrusca (e delle culture grafiche dipendenti dalletrusco, come i Falisci, gli Umbri e i Sanniti), che scrive da destra a sinistra, laltra greca, che scrive da sinistra a destra (comprendente i Latini e altri popoli dellItalia meridionale). interessante notare come la direzione della scrittura possa essere messa in relazione con ipotesi sulla lealt linguistica delle comunit. Prendiamo ad esempio Falerii, citt politicamente e culturalmente (ma non linguisticamente!) etrusca, in secolare lotta con Roma: labbracciare e soprattutto il mantenere una moda grafica etrusca si pu vedere qui come una sorta di reazione antiromana, il che spiegherebbe anche il progressivo consolidarsi di questa moda col crescere parallelo dellinfluenza romana su Falerii. 5

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Lingua. MANIOS: il passaggio lat. ad us della DESINENZA os del NOMINATIVO masc. singolare da collocarsi intorno al II secolo a. C. Qui si ha ancora la desinenza ereditata dallindoeuropeo, cf. le corrispondenze gr. lkos : lat. lupus, gr. rktos : lat. ursus etc. Lidentificazione attraverso il nome unico (Manios, Numasioi) non dipende da necessit di brevit epigrafica, ma una caratteristica della latinit arcaica. Si pensi ai personaggi della fondazione mitica di Roma: Romolo, Remo, Amulio, Numitore, tutti indicati appunto con il nomen unicum. Il tipo onomastico classico, fatto di praenomen, nomen, cognomen (Gaius Iulius Caesar, Marcus Tullius Cicero), entr in uso solo pi tardi, e solo per i maschi, sotto linflusso etrusco. MED: lACCUSATIVO del pron. pers. di I persona ego era m! in lat. classico. Le corrispondenze gr. me e scr. m" fanno ricostruire una base *me. La d finale si ritrova anche in altre iscrizioni arcaiche e in Plauto, e anche per le altre persone grammaticali: med e ted sono abbastanza certi nelliscrizione di Duenos. Questa desinenza pu essere spiegata in vari modi: potrebbe essere legata a un influsso dellABLATIVO, che nello stesso periodo conosceva lalternanza med : m!, ted : t! (Pisani); oppure potrebbe risalire al raddoppiamento del pron. di 2 persona singolare * t!-te > * t!t > t!d " m!d, s!d (Vineis), sebbene siano di regola le desinenze secondarie a subire sonorizzazione. FHE-FHAKED: il RADDOPPIAMENTO per indicare il perfetto un procedimento noto a diversi sottogruppi indoeuropei oltre che al latino: in estrema sintesi, si tratta di un ampliamento del tema del verbo mediante un PREFISSO variabile, costituito dalla prima consonante del tema seguita da una vocale <*/e/. Cf. o. deded dedit (*do-), gr. lluka sciolsi (l# io sciolgo), scr. cak"ra [t$akara] fece, got. (af)skaiskaid tagli via (skaidan [sk!dan] dividere, tagliare). La d finale si spiega per lalternanza tra desinenze primarie (-ti) e secondarie (-t): solo le secondarie subiscono SONORIZZAZIONE in antico e fino al II secolo. Qui per il raddoppiamento problematico perch non altrimenti attestato nel verbo facere, che ha pf. f!ci. Alcuni suppongono che proprio perci possa trattarsi di un falso, v. infra. NUMASIOI: per molto tempo si creduto che corrispondesse a un Numeri#, dativo singolare del nome Numerius. In questo caso avrebbe testimoniato la forma anteriore al ROTACISMO di s- (honos : honoris) e allindebolimento di a- interno atono (cf. lat. machina < gr. dorico makhan, lat. facio vs. cnficio etc.), costituendo quindi un terminus ante quem per questi due fenomeni. Pi di recente lo si ricondotto da parte di alcuni studiosi a un Numasios. Il dativo in oi attestato altrove nel lat. arcaico, ancora nel vaso di Duenos (duenoi) e in Mario Vittorino (populoi romanoi): si tratta della desinenza che troviamo anche altrove, cf. gr. lk#i al lupo. Vero o falso? La presenza del nesso <FH> stata un argomento importante a favore dellautenticit del testo. Infatti, la sequenza <FH> era nota da tempo in testi etruschi e venetici, ma fu interpretata nel suo valore di /f/ solo nel 1888, cio lanno seguente alla

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pubblicazione della Fibula. Come avrebbe fatto il falsario a immaginare un elemento cos specifico e circoscritto? Guarducci immagina che il falsario si sia basato sulle notizie di due tardi grammatici latini, Anneo Cornuto e Prisciano (sec. V-VI d.C), sulluso di <F> per <v> presso gli antichi latini, elaborando questuso con laggiunta dello spirito aspro, in analogia col greco. Ma in greco non esisteva, propriamente parlando, un nesso <FH>, n si usava mai posporre il segno di ASPIRAZIONE a una CONSONANTE SONORA per indicare la sorda corrispondente. Pi ragionevole sembra invece la supposizione di Pisani, che cio le ipotesi sul valore fonetico di <FH> potessero circolare gi prima della pubblicazione della scoperta, come normale che succeda nella comunit scientifica, e che su di esse si sia basato il falsario, magari proprio con lo scopo di fornire loro un sostegno. Anche la divisione delle parole tramite i punti stata un argomento molto usato nella discussione sullautenticit delliscrizione. Secondo alcuni dei sostenitori della falsit, il modello per FHEFHAKED sarebbe stato fornito al falsario da uniscrizione falisca scoperta qualche anno prima, nella quale si legge PE:PARA[I] ho partorito. A parte lobiezione che tutte le divisioni, non solo quelle allinterno di parola, sono segnate in quelliscrizione coi tre punti, stato anche osservato che lolla falisca che porta liscrizione stata ritrovata, vero, prima della fibula, ma rimasta in frammenti a lungo, ed stata ricomposta e restaurata solo molto tempo dopo il ritrovamento della fibula, diventando leggibile (e dunque utilizzabile come modello per un falso) non prima del 1908. A parte la divisione grafica, la possibilit stessa di un perfetto raddoppiato da lat. facere stata una fonte di dubbio per i sostenitori della falsit. Tra gli studiosi che pi di recente si sono concentrati su questa caratteristica ricordiamo Marco Mancini, che ha osservato come la forma di perfetto per il lat. facere sia costantemente senza raddoppiamento, fin dalle prime attestazioni arcaiche.