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LA SOLITUDINE DELLANIMA di Eugenio Borgna (Feltrinelli, pagg.

198, euro 15), il tema dell'isolamento in un mondo sempre connesso LA SOLITUDINE COME RIFUGIO AI TEMPI DEL SOCIAL NETWORK Eugenio Borgna riscatta la qualit della solitudine in un mondo ammaliato dal digitale, eccitato e oppresso dal perenne collegamento con tutto e con tutti. Non ha per un taglio sociologico, il suo nuovo libro, e tanto meno un odore nostalgico: piuttosto radicalmente controcorrente. un elogio della scelta libera di stare soli, senza la presenza costante degli altri, un'apologia di quella esperienza umana e psicologica che precondizione diogni pennsiero critico e di ogni attivit creativa. Il titolo La solitudine dell'anima, l'autore uno psichiatra che ricorre alla letteratura e alla filosofia non per una sua improbabile civetteria, ma per restituire l'infinita complessit del nostro mondo interno ("la psichiatriaha bisogno della poesia", scrive lui con audacia). Cos' per lei la solitudine e perch si differenzia dallo stato d'isolamento? Solitudine e isolamento sono due modi radicalmente diversi di vivere, anche se spesso vengono identificati. Essere soli non vuoI dire sentirsi soli, ma separarsi temporaneamente dal mondo delle persone e delle cose, dalle quotidiane occupazioni, per rientrare nella propria interiorit e nella propria immaginazione - senza perdere il desiderio e la nostalgia della relazione con gli altri: con le persone amate, e con i compiti che la vita ci ha affidato. Siamo isolati invece quando ci chiudiarno in noi stessi, perch gli altri ci rifiutano o pi spesso sulla scia della nostra stessa indifferenza, di un egoismo tetro che l'effetto di un cuore arido o inaridito. Perch la solitudine si nutre di silenzio e l'isolamento impastato di mutismo? Perch nella solitudine, cos ricca di vita interiore, il silenzio ha un suo eros e un suo proprio linguaggio: dice le nostre malinconie, le angosce, le speranze inespresse, i timori, le attese. Dice i nostri desideri pi autentici. Il silenzio ha mille modi di manifestare qualcosa e di nasconderla, di indicare e di alludere, di avvicinarsi e di allontanarsi, di affascinare e di intimorire. Quando invece si isolati, distaccati dal mondo, monadi dalle porte e dalle finestre chiuse, non si hanno pensieri ed emozioni da trasmettere agli altri. Senza pi parole, si sprofonda in un mutismo che ha un'unica dimensione: quella dell'insignificanza. Ma noi siamo immersi nell'era dell'incantamento per il digitale, dove l'intimit viene esteriorizzata atttraverso i social network, probabilmente in fuga dal senso di vuoto che deriva dall'assenza di legami reali, certamente in grado di comunicare rapidamente con chiunque. Sar ancora possibile recuperare il senso pi prezioso della solitudine? Lei tocca un aspetto emblematico della condizione umana di oggi, e di quella giovanile in particolare: la tendenza ai contatti de-emozionalizzati che rispondono ai bisogni del momento e s'inceneriscono senza lasciare tracce nel cuore e nella memoria. Non c' dubbbio che oggi la solitudine sempre pi difficile da salvare, e da vivere, perch siamo trascinati in un vortice di sensazioni esteriori che non ci danno pi nemmeno il tempo per pensare a noi stessi, per confrontarci coni nostri segreti, con il manzoniano guazzabuglio delle emozioni che sono in noi, con le cose che non vorremmo ricordare e tornano alla memoria, con l'autenticit o l'inautenticit delle relazioni che abbiamo con gli alltri: in fondo, con il mistero del vivere e del morire .. La solitudine - come lei l'intende - non allora destinata ad essere la prerogativa di una minoranza di anime belle?

No, perch la solitudine, come io l'intendo, non solo un' esperienza interiore di pochi eletti, ma al contrario una matrice ideale di cambiamento relazionale e culturale, politico e sociale, e in ultima istanza ragione di vita storicamente significativa. indispensaabile ritrovare i valori inalienabili della riflessione critiica e della solidariet, dell'impegno etico nella politica, del rispetto radicale delle persone, e delle loro differenze - trasferendo la coscienza di questi valori in quella che l'azione quotidiana, la testimonianza personale di ciascuno di noi. Alcune pagine iniziali del suo libro rievocano un film di Bergman del '71: "Sussurri e grida". Perch le ha scritte? Perch quelle quattro donne vestite di bianco declinano i diversi linguaggi paradigmatici della solitudine. C' Agnese, ormai divorata dalla malattia, che anche nelle ultime ore non perde nulla della sua sensibilit, mai chiusa in se stessa, ma aperta a un dialogo con la memoria e con I'attesa misteriosa della morte. Accanto a lei c' Anna, una giovane donna-capace di condividere quel destino come fosse il suo. Poi ci sono le due sorelle di Agnese - Karin e Maria - imprigionate invece in una solitudine che rappresenta l'isolamento pi egocentrico, il deserto delle emozioni, l'indifferenza ghiacciata all'amore e alla solidariet, in un'insana idolatria dell'io, del corpo, della bellezza. "Tutta l'infelicit dell'uomo deriva dalla sua incapacit di starsene nella sua stanza da solo": la solitudine dell' anima non si potrebbe riassumere in queest' aforisma di Pascal? Leggo Blaise Pascal dai tempi del liceo, eppure questa volta la folgorante incisivit del suo pensiero non si levata in volo dai quartieri della mia memoria. S, nell'aforisma pascaliano - che coglie la radicale dimensione esistenziale della solitudine: della fatica, e anzi dell'incapacit, di viverla - non si potrebbe riassumere meglio il senso trainante del mio libro. Mi spiace anche non aver citato una bella riflessione leopardiana, e lo faccio qui sintetizzando al massimo: la solitudine "ci ringiovanisce". (Luciana Sica, La Repubblica 18 gennaio 2011)