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GLI SCAVI NEL SITO FORTIFICATO DI PELLIO INTELVI (CO) NOTIZIE PRELIMINARI di ERMANNO A.

ARSLAN, ROBERTO CAIMI, MARINA UBOLDI


1. RISULTATI DELLE CAMPAGNE DI SCAVO Il comune di Pellio si trova in provincia di Como nella Valle dIntelvi, suggestiva vallata prealpina che partendo dal paese rivierasco di Argegno mette in comunicazione il lago di Como con quello di Lugano. Sul versante occidentale lo spartiacque della valle dominato dai terrazzi sui quali si formato labitato di Pellio Superiore ad una quota di poco oltre gli 800 m. La ricerca archeologica a Pellio Superiore prende il via nel 1995 dalla segnalazione, fatta da uno storico della valle, dellesistenza di un piccolo dosso di forma inconsueta poco distante dalla chiesa di San Giorgio (ora santuario dedicato alla Madonna di Caravaggio), a quota 824 m slm. Larea caratterizzata da un terreno pianeggiante dal quale emergono alcuni dossi naturali e si trova immediatamente a monte dellabitato. Si tratta di un esteso altopiano che guarda a Nord-Est verso il lago di Lugano, a Sud verso la valle e precisamente il comune di San Fedele, a Ovest verso il monte Generoso, a Nord verso i monti di Lanzo. Al centro dellaltopiano, su uno di questi affioramenti rocciosi, sorge la chiesa di San Giorgio gi nominata in un testamento del 1186 (BOGNETTI 1938, pp. 24- 27, p. 58, n. 17; LAZZATI 1986, p. 42), un centinaio di metri a Sud-Est di questa si trova unaltra area rilevata che presenta una forma allungata, orientata sullasse E-W, che si sopraeleva dal pianoro circostante per 6 metri circa in modo uniforme. A Sud del rilievo il terreno scende verso labitato, scandito da terrazzamenti. La sommit del dosso piatta. La forma complessivamente ricorda lo scafo di una grande nave. La lunghezza di questo dosso, oggetto delle ricerche, di 43 m, la larghezza di circa 28 m. Larea dellindagine si presentava inizialmente ricoperta da fitta vegetazione spontanea lungo i bordi e, al centro del pianoro sommitale, corrispondente allasse lungo E-W, esisteva un mucchio di pietre, come una sorta di spina dorsale, originato dalla bonifica operata da contadini per rendere il terreno atto alla coltivazione. Lesame di alcuni microrilievi osservabili al di sotto della vegetazione ha permesso di individuare un perimetro di origine artificiale sul quale si sono indirizzati i primi sondaggi di ispezione. In alcuni saggi di scavo sono emerse murature in pietra e malta, strati di crollo e livelli duso. Questi ritrovamenti hanno dato il via ad una serie di campagne di scavo che hanno messo in luce i resti di un grande edificio la cui area occupa in pratica tutto il dosso. Il progetto di ricerca coordinato dal Museo Archeologico di Como su concessione ministeriale, con la direzione scientifica di M. Uboldi e la direzione in cantiere di R. Caimi, e si avvale di una serie di collaborazioni con enti, universit e professionisti. Gli scavi, che vengono effettuati con campagne annuali estive, grazie allopera di studenti e di volontari, non si sono ancora conclusi, il presente contributo pertanto ha un carattere preliminare di presentazione del lavoro svolto, e costituisce una prima riflessione sulla struttura emersa e sulla sua funzione. Ledificio ha una forma grossomodo rettangolare ed una superficie interna complessiva di pi di 500 mq. costituito da un unico corpo di fabbrica con una primaria divisione in corrispondenza dellasse maggiore. Da questa divi-

sione prendono vita due distinti corpi, uno a Nord al momento identificato come cortile ed uno a Sud diviso in almeno 5 ambienti di dimensioni diverse. Dallanalisi delle connessioni delle murature si rileva che stato costruito prima il perimetrale, con i divisori interni in appoggio ad esso. Lo stesso rapporto di posteriorit si evidenziato anche per un largo muro esterno presente nello spigolo NE. Le murature hanno una fondazione poco profonda, non si sono riconosciute trincee pi larghe dei muri stessi, sono tutte molto simili nellaspetto e nella fattura. La messa in opera di tali manufatti ha sicuramente richiesto una manovalanza esperta e conoscitrice del materiale lapideo utilizzato. La materia prima, calcare marnoso, stata prelevata in loco. Laffioramento roccioso sul quale poggia ledifico uno sperone di tale roccia ed quindi plausibile ritenere che la cava fosse proprio lo sperone stesso. Questo stesso tipo di marna viene utilizzato anche per produrre la calce. La perizia degli scalpellini attestabile se osserviamo le murature delledifico, sia quella perimetrale che i divisori. Il perimetrale costruito a sacco. Ha uno spessore costante di 1,40 m. I paramenti sia esterno che interno sono finemente curati con pietre di forma parallelepipeda disposte in corsi regolari e continui. Allinterno dei due filari vi materiale di scarto gettato caoticamente immerso nella malta. I muri divisori sono generalmente costituiti da due filari ed hanno uno spessore di circa 0,50/0,60 m, le pietre sono quasi sempre lavorate sulla faccia a vista e per lo pi anche sugli altri lati, raramente, per colmare interstizi, vengono usati scarti di lavorazione o pietre di diverse origini (erratici). Sono praticamente assenti ciottoli di origine fluviale. Vi sono solo labili tracce di come dovevano essere le coperture. Negli ambienti a Sud si sono recuperate alcune lastre di scisto (piode) che potevano fungere da copertura sorretta da travature lignee. Non si esclude per la presenza di scandole e di materiale stramineo sui tetti. Non si sono recuperati frammenti di tegole di alcun genere. I piani di calpestio sono in semplice terra. Tali strati sono estremamente sottili e mal conservati. Nellarea del cortile addirittura non vi traccia di livelli duso a causa delle coltivazioni che in questo settore del dosso si sono protratte fino ai giorni nostri. Negli ambienti a Sud gli strati duso esistevano, ma la loro consistenza e spessore sono tali da far pensare ad una sporadica frequentazione oppure ad una breve vita del complesso stesso. La vita delledificio caratterizzata da tre fasi principali suddivisibili in costruzione, uso ed abbandono. Non si sono riconosciute fasi insediative di altri periodi (una punta di freccia in selce ed una moneta romana sono state recuperate in fase di scavo ma si tratta di rinvenimenti sporadici) e nellambito della stessa fase di occupazione non si sono osservate stratificazioni complesse. Come detto la vita delledificio non dovrebbe essere stata lunga. Non si sono osservate tracce di incendio o di altri eventi traumatici e labbandono caratterizzato da crolli lenti dovuti in primo luogo alla marcescenza delle travature lignee ed in seguito al degrado dei muri stessi. Probabile se non certo il riutilizzo di materiale lapideo quali gli elementi del tetto e le pietre meglio lavorate (anche per ledificazione dei vari muri di terrazzamento presenti in tutta larea). Labbandono segnato anche dalla sepoltura di alcuni bovini allinterno dei singoli vani. Tali sepolture rispettano chiaramente landamento delle murature e convivono a quanto sembra con i crolli delle stesse. Sono stati scavati fino allo sterile tre vani (C, D, F) ed una porzione del cortile. Il vano C (m 5,806), che costituisce langolo SE delledificio, ad una quota inferiore rispetto ai piani duso di tutti gli altri ambienti, vi erano infatti due scalini per accedervi dal cortile. Presenta unapertura a Nord, ed quello che al momento ha restituito il maggior numero di reperti e nel quale il

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Tav. I Planimetria rielaborata in scala ridotta dal rilievo originale.

livello duso era pi conservato (forse proprio grazie al suo interramento rispetto agli altri vani). La stanza stata costruita livellando la roccia affiorante ed usando gli scarti di lavorazione del livellamento per colmare gli interstizi creatisi dopo questa operazione. Al di sopra della roccia si venuto a formare un livello duso di qualche cm di spessore, livello nel quale si sono recuperati oggetti pertinenti alla vita quotidiana. Non si sono riconosciute attivit particolari e strutture, tuttavia la presenza di resti carboniosi abbondanti, in particolare nella fascia Ovest dello strato, fa pensare alla presenza di focolari temporanei su terra. Un dato significativo anche la presenza di abbondanti resti ossei animali. Dallo strato provengono un frammento ceramico, diversi frammenti di pietra ollare, due fusarole ed altri reperti tra cui abbondanti quelli metallici e di vetro. Di fondamentale importanza il rinvenimento in strato di una moneta in argento forata in antico per essere utilizzata come ornamento: lautorit emittente e la zecca sono incerte, ma la datazione riferibile al X sec. (cfr. infra). Tutti questi reperti indicherebbero una attivit ed un uso domestico dellambiente nonch la presenza femminile. Ben documentato nel vano C anche il crollo. Questo diviso chiaramente in due fasi distinte scandite da un livello sottile di humus tra i due strati di macerie. Tale sequenza indicherebbe una successione lenta degli eventi. Adiacente verso Ovest al vano C, con accesso da questo, vi un ambiente di dimensioni inferiori (5,803 m) (vano F). La stanza stata allestita con la stessa tecnica del vano C, ad una quota di poco superiore Il livello duso ha restituito una percentuale inferiore di materiale ed ha uno spessore minore. Ad Ovest ancora vi il vano D, con superficie maggiore (5,806,80 m). Anchesso stato ricavato modellando la roccia sottostante e utilizzando le scaglie della sbozzatura come massicciata. Laccesso alla stanza a Nord, con una soglia caratterizzata da una buca per palo inserita nella muratura perimetrale N, probabilmente per lo stipite di una porta. Il livello duso era estremamente sottile e povero. Il crollo stato rimaneggiato e lambiente, nellangolo SE, stato riutilizzato in epoca successiva ai crolli stessi per la preparazione di calce, forse nellambito di un recupero parziale dellarea. Non si hanno tuttavia tracce di tale attivit eccezion fatta per la buca della calce.

Proseguendo si sono messi in luce altri due ambienti (G, H) e si individuato il perimetrale Ovest delledificio nel quale si apre lingresso principale della struttura. Questo settore sar scavato nella prossima campagna. Il cortile larea maggiormente interessata da lavori agricoli, pertanto nella porzione di esso che stata scavata, a Est, non si sono individuati livelli duso ed il materiale recuperato pu essere definito sporadico. Tuttavia nella zona ad Ovest, sondaggi eseguiti nella prima campagna di scavo avevano messo in luce una sequenza stratigrafica interessante, ancora da indagare. Allinterno delledificio, sia nel cortile che in alcuni vani sono state rinvenute finora cinque sepolture di bovini. La presenza degli scheletri completi e in connessione anatomica, levidenza del taglio per la deposizione provano che si tratta di sepolture intenzionali. Le fosse rispettano landamento delle murature e sono state fatte probabilmente prima dei crolli definitivi delledificio, ma comunque dopo labbandono di esso. Esternamente, contro lo spigolo NE delledificio, esiste una grande muratura (la larghezza di circa 3 m) che conservata solo per un breve tratto e scende verso una zona attualmente recintata. Linterpretazione data di tale struttura ancora incerta tuttavia potrebbe trattarsi di una grande muraglia di cinta che doveva racchiudere altri edifici al suo interno e comprendere in pratica tutto laltopiano. Ricerche con metodi non intrusivi si stanno apprestando al fine di valutare questa ipotesi.
R.C.

2. I MATERIALI I reperti mobili raccolti nello scavo, non particolarmente abbondanti, sono costituiti soprattutto da frammenti di recipienti in pietra ollare, frammenti di vetro, e oggetti metallici, per lo pi in ferro, talvolta in cattivo stato di conservazione e di difficile identificazione. La quasi totale assenza di ceramica costituisce un dato di particolare importanza, da sottoporre a verifica. Esso pu essere interpretato come la spia dellutilizzo di materiali diversi, quali il legno, per realizzare le stoviglie da mensa e i contenitori nonch di diverse abitudini nella preparazione e consumazione dei cibi (per la presenza e una tipologia di piatti e recipienti in legno da un sito di XI sec., cfr. COLARDELLE-VERDEL 1993, pp. 238 ss.).

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Tav. II 1. Muratura perimetrale Sud delledificio; 2. Veduta parziale del vano D con una sepoltura di bovino; 3. Il crollo nellarea del vano G; 4. Vano G, livelli duso apparsi dopo lasportazione del crollo. (Foto R. Caimi). 2001 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 3

La tipologia degli oggetti e il recupero di numerosi resti ossei animali, residui di pasto, attestano la funzione abitativa della struttura e riportano ad ambito domestico. Alcuni oggetti di uso femminile e ornamentali, quali due fusarole, una grossa perla in vetro e forse un vago in ceramica invetriata confermano la funzione abitativa delledificio. Il recupero, avvenuto in momenti e punti diversi dello scavo, di 7 denari in argento coniati nella seconda met del X sec. e recanti il nome dellimperatore Ottone, fornisce il primo e pi certo elemento di datazione relativo alla frequentazione del sito, confermato da una datazione radiocarbonica effettuata su resti di carboni provenienti dal livello duso US 151, individuato nel vano C (let radiocarbonica, GX-25594, risultata 103065 BP e la calibrazione secondo STUIVER et al. 1998 fornisce come intervallo cronologico pi probabile quello compreso tra il 950 e il 1050 d.C.). 2.1 Ceramica grezza Si possiedono finora solo i frammenti di due recipienti in ceramica grezza pertinenti alla vita delledificio, uno raccolto in uno stato di pessima conservazione nel livello duso US 151 del vano C (Tav. III, 8), laltro rappresentato solo da frammenti di parete raccolti nel vano F. Il primo reperto consiste in un orlo di olla, che si prelevato con difficolt a causa della consistenza estremamente fragile dellimpasto, tendente a sgretolarsi per lumidit del terreno. Limpasto ceramico grossolano, di colore marrone in frattura con minutissimi inclusi bianchi e pi scuro in superficie. La forma caratterizzata da un orlo verticale ingrossato e arrotondato sul lato interno, esternamente una leggera solcatura sottolinea il passaggio alla spalla sfuggente verso il basso (solo indicativamente si cfr. alcune forme da Pisa, appartenenti a contesti di X sec.: BRUNI 1993, p. 433, n. 17). I frammenti del secondo vaso (di impasto fine, con minuti inclusi bianchi e micacei, colore nocciola, pi scuro allinterno) sono caratterizzati dalla fitta rigatura delle pareti sia allesterno che allinterno. Lo spessore della parete di ca. 0,5 cm, ad eccezione che in un frammento, pi spesso e meno rifinito allinterno, probabilmente da posizionarsi in prossimit del fondo. Linclinazione dei frammenti e il diametro ipotizzabile fanno pensare a una forma aperta o comunque abbastanza ampia. 2.2 Recipienti in pietra ollare Il quantitativo maggiore dei reperti finora raccolti costituito da frammenti di recipienti in pietra ollare, caratterizzati da pareti di medio spessore lavorate sul lato esterno con scanalature regolari, piuttosto sottili e frutto di una certa ricerca estetica. I frammenti di fondo, anchessi parzialmente torniti, attestano che la produzione dei recipienti avveniva in batteria, secondo il sistema a cipolla. Altri oggetti, di dimensioni inferiori, piccole pentole o bicchieri, presentano invece la lisciatura delle pareti esterne. Questi tipi di lavorazione, i trattamenti delle superfici e la frequente traccia di cerchiature metalliche, corrispondono a tecniche diffuse nellaltomedioevo avanzato, e ben potrebbero adattarsi a materiali in uso attorno al 1000. Dal punto di vista petrografico, pur non essendo ancora stata effettuata alcuna analisi identificativa dei litotipi e della loro area di provenienza, sembrano esclusivamente presenti talcoscisti, di colore grigio per lo pi a grana fine, o segnata da venature brunastre, tipici dellarea alpina centrale. Sono rappresentate in particolare le seguenti tipologie di oggetti: A) Grandi pentole cilindriche, del diametro di 30/38 cm, con fondo leggermente convesso e pareti verticali, dotate talvolta di un listello rilevato poco sotto lorlo. Il trattamento delle superficie caratterizzato da fitte solcature allinterno e da scanalature regolari alte attorno a 0,5 cm allesterno, che si interrompono un paio di cm prima dellor-

lo che assottigliato e arrotondato. I fondi sono lavorati sul lato esterno a bande e scanalature di misure irregolari con ampia zona centrale scalpellata, allinterno lattacco tra la parete e il fondo presenta serie di solchi ravvicinati, seguiti da una solcatura piuttosto ampia e profonda che segna il margine esterno del fondo, verso il centro i cerchi sul fondo si fanno invece meno evidenti. Lo spessore delle pareti compreso tra 0,6 e 1 cm, nei fondi di circa 1 cm. Il frammento di parete pi ampio (Tav. III, 1) sotto al listello conserva limpronta chiara lasciata da una cerchiatura metallica. B) Vasi di medie dimensioni, con diametri attorno a 18/20 cm, a forma cilindrica o leggermente troncoconica, pareti dello spessore di 0,6/0,7 cm fittamente scanalate allinterno e con solcature regolari alte 0,3/0,4 cm allesterno, talvolta separate da apici netti (Tav. III, 3-5). Un fondo di queste dimensioni (Tav. III, 6) si presenta con leggere e irregolari torniture gradiformi allesterno, che delimitano unarea centrale scalpellata irregolarmente. Allinterno una serie di solchi ravvicinati segnano la giunzione obliqua tra parete e fondo, mentre questultimo presenta ampie scanalature dai margini poco netti. Lesterno completamente annerito. I frammenti di orlo recano spesso tracce di cerchiature. Gli orli hanno sezione arrotondata che si assottiglia superiormente, sono per lo pi privi listello, ad eccezione di un recipiente di forma maggiormente troncoconica. Queste forme si possono riferire ad una tipologia diffusa (LUSUARDI SIENA-SANNAZARO 1994, tav. 9, 1-2 e tav. 11,1) che trova numerosi confronti ad esempio a Milano e Brescia, S. Giulia (BOLLA 1991, tipo 8, tav. CLVIII, 42 e tipo 10, tav. CLIX, 50 per gli esemplari di diametro pi ampio; tipo 9, tav. CLVIII, 43-45 per i recipienti di misura intermedia; ALBERTI 1999, tavv. CXII, 10; CXIII, 3-4; CXIV, 1 e 3; e per i recipienti di dimensioni inferiori tav. CXI, 2.). C) Recipienti di dimensioni medio/piccole caratterizzati dalle pareti esterne lisce. Hanno diametro tra 10 e 13/14 cm al fondo e andamento troncoconico delle pareti, generalmente piuttosto sottili (0,5/0,6 cm). Linterno presenta fitte scanalature pi o meno evidenti, mentre lesterno liscio lascia talvolta intravedere la traccia di scalpellature ad andamento verticale. Presentano abbondanti tracce di fuoco con impronte chiare in corrispondenza della cerchiatura. La parete forata di uno di questi frammenti (Tav. III, 7) attesta un intervento di riparazione con filo metallico. Anche in questo caso si tratta di una tipologia di recipienti da fuoco diffusa in et altomedievale e persistente fino al bassomedioevo come attestano i ritrovamenti milanesi e bresciani (BOLLA 1987, tavv. IX, 43-45 e XV, 93; BOLLA 1991, tipo 11, pp. 33-34, tav. CLXII, 57 e 59; ALBERTI 1999, tavv. CXII, 9). D) Un solo esemplare si riferisce ad un coperchietto. Il esterno incompleto ma di almeno 9 cm, quello del dente dappoggio sul recipiente che doveva coprire di 7,8 cm. Entrambe le superfici sono scanalate, anche se quella esterna molto pi nettamente e regolarmente; lo spessore si ingrossa verso il centro, in corrispondenza della presa ora mancante. 2.3 Vetri I frammenti di vetro raccolti nello scavo, numerosi ma di dimensioni molto ridotte, suscitano particolare interesse ed offrono un quadro di forme e decorazioni quasi prive di confronti e difficilmente ricostruibili. I frammenti sono omogeneamente caratterizzati da vetro verde chiaro, soffiato in pareti molto sottili, di consistenza pura e trasparente anche se con molte piccole bolle interne. Tra le forme finora assente il tipico bicchiere a calice altomedievale, di cui non si sono rinvenuti i caratteristici piedi, mentre nu-

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Tav. III 1-7. Pietra ollare (scala 1:4); 8. Ceramica. 9-11. Fusarole. 12. Peso in piombo. 13. Perla in vetro: 14-22. Vetri (scala 1:2). (Disegni di M. Scapucci e A. Cesana). 2001 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 5

merosi sono gli orlini ingrossati presumibilmente pertinenti a bicchieri, in alcuni casi con un filamento azzurro applicato. Solo un fondo apodo attesta con sicurezza la presenza di una bottiglia (Tav. III, 18). Potrebbero invece essere riferibili a lampade pensili alcune ansette verticali di forma sottile e allungata (Tav. III, 14), purtroppo anchesse molto frammentarie, e due fondi conici con grossolano segno del puntello. Difficili da classificare risultano diverse pareti con ondulazioni e rigonfiamenti, che probabilmente formavano motivi ottenuti per soffiatura entro stampo, e alcuni frammenti relativi alla parte di giunzione tra coppa e piede di bicchieri che possiamo definire a doppio tronco di cono. Di questi pezzi, due sono massicci, con laspetto di un dischetto del diametro di 2,5 cm ca., con forte segno del puntello nella parte inferiore, la coppa di uno sembra avere pareti sfaccettate o ondulate, di un tipo forse da mettere in relazione con i frammenti di pareti a stampo (Tav. III, 19-20) altri sono pi sottili, con il fondo interno leggermente bombato e il piede molto conico, pi simile a quello dei bicchieri con piede a rialzo (Tav. III, 21-22). La tecnica di lavorazione non perfettamente riconoscibile tuttavia sembra quasi certamente prevedere lapplicazione di due elementi separati, costituenti la coppa e il piede. Questa considerazione, cos come laspetto della materia vitrea, porta ad escludere il confronto con gli esemplari prodotti nella Francia meridionale alla fine dell'XII e nel XIII sec., i pi antichi oggetti noti in letteratura con una forma simile (FOY 1975, p. 105, fig. 1, 4-6; DEMIANS DARCHIMBAUD 1980, pp. 1295-1296). In et altomedievale qualche raro calice con coppa campaniforme su piede conico e strozzatura alla giunzione segnalato a Roma, Tempio della Magna Mater (STERNINI 1995, 248, fig. 9, 97), a Sardi (VON SALDERN 1980, 61-62, tav. 24, 384, 386, 389) e a Gerasa (MEYER 1987, 202, fig. 9, M, p. 202). Per il pezzo alla tav. III, 19 sembra tuttavia pi vicino come confronto un frammento da Genova, S. Silvestro, anchesso in vetro verde, rinvenuto nella fase datata tra 1070 e 1170 (ANDREWS 1977, tav. XXXIV, 80). A Poggibonsi tipi anomali di calici soffiati in due tempi su alto stelo e coppe emisferiche con piede conico, attestati gi nei livelli altomedievali, hanno anchessi il punto di giunzione caratterizzato da un diametro consistente, fino a 3,2/3,4 cm (MENDERA 1996, tavv. XL, 1-4, 11). Segnaliamo infine la presenza di alcuni frammenti, forse pertinenti tutti allo stesso esemplare, costituiti da pareti decorate con filamenti applicati che si incrociano e formano un complesso motivo ondulato, il vetro di base verde chiaro, che assume una tonalit leggermente pi intensa nei filamenti. La presenza di tre piccole bugnette a chiocciolina, in vetro verde chiaro, probabilmente frammenti di prunted beakers, non ostacola unattribuzione cronologica piuttosto alta, poich la presenza di bicchieri con questo tipo di decorazione plastica, che sar comune nei sec. XIVXV, gi segnalata in siti italiani nel X-XI sec. (cfr. MENDERA 1996, pp. 295-298, che pubblica diversi frammenti provenienti da Poggibonsi, addirittura nel contesto di capanne altomedievali; STIAFFINI 1999, p. 107). 2.4 Strumenti e armi in metallo Gli oggetti in metallo costituiscono un nucleo consistente tra i reperti, si tratta per soprattutto di chiodi in ferro e elementi di carpenteria, quali piccole grappe e ganci; tra gli strumenti predominano coltellini, lame e qualche punta. Due chiavi provenienti dai livelli duso di ambienti diversi e una piccola cerniera con placca ogivale e terminazione sagomata di cassa o mobile, necessitano un intervento di restauro per potere essere sottoposte a una corretta lettura tipologica. Alcuni anelli di dimensioni diverse possono aver fatto parte dellabbigliamento o dellequipaggiamento personale; in questo ambito di oggetti si colloca anche una semplice fibbia in ferro di forma circolare.

Non si rinvenuto purtroppo nessun ornamento n elemento decorato utile a fornire pi precise indicazioni cronologiche. Due soli sono gli elementi in ferro riferibili ad armi, entrambi tuttavia provenienti dagli interventi di pulizia superficiale: una punta di freccia foliata con breve codolo a sezione circolare e un verrettone da balestra, a testa piramidale con sezione triangolare, probabilmente di datazione posteriore alledificio in quanto forma tipica di contesti bassomedievali (cfr. GELICHI 1991, tav. XLII, 1; SOGLIANI 1995, p. 48, p. 107, nn. 183-187). Ad un pi approfondito esame andranno sottoposti anche alcuni piccoli oggetti in bronzo, per lo pi placchette e fascette da rivestimento di strumenti, per il momento non identificabili. Probabilmente sono da interpretare come pesi due oggetti forati, uno troncoconico (Tav. III, 12), laltro cilindrico, prodotti in piombo. Altri frammenti di piombo, informi e contorti, attestano luso di questo materiale come legante. 2.5 Miscellanea Gli elementi pi significativi sono alcune fusarole, una in ceramica fine e depurata priva di rivestimento, di forma troncoconica e diametro di 3,3 cm, ed una in pietra ollare del diametro di cm 2,9, decorata con solcature al tornio (Tav. III, 9-10). incerta invece linterpretazione come fusarola o come vago di collana di un terzo elemento, pi piccolo ( 2,2 cm), in ceramica completamente ricoperta da una buona invetriatura giallo/bruna (Tav. III, 11). Un oggetto eccezionale costituito da un grosso vago vitreo ( massimo cm 2,7), di forma biconica, in vetro verde chiaro molto simile a quello dei recipienti, decorato con una rete di filamenti bianchi appiattiti sulla superficie (Tav. III, 13); il motivo decorativo con intreccio di linee parallele e linee a zig zag sovrapposte ad esse richiama schemi ricorrenti sulle perle di et altomedievale, tuttavia rende particolare questo oggetto il vetro traslucido e la tecnica produttiva per soffiatura, per la quale non mi sono noti confronti. 2.6 Resti ossei animali In collaborazione con la cattedra di Zoologia della Facolt di Scienze Naturali dellUniversit degli Studi di Milano si avviato un programma di analisi dei resti ossei animali rinvenuti nello scavo. Ad oggi lo studio di una prima campionatura costituita da 1051 frammenti ossei provenienti da unit stratigrafiche comprendenti sia livelli duso che livelli di crollo ha evidenziato fondamentalmente la presenza di suini, ovicaprini e bovini, in diversa percentuale, utilizzati a scopo alimentare. Lidentificazione dellet di morte permette di stabilire linee di tendenza nellabbattimento, in funzione del diverso utilizzo delle specie. Il progetto di lavoro verr portato avanti nel corso dei prossimi anni accademici e comprender anche lanalisi degli scheletri dei bovini sepolti. 3. CONCLUSIONI La struttura messa in luce, che sulla base degli elementi fin qui citati possiamo con buona approssimazione datare al X-XI sec., non trova riscontri tipologici. La posizione dominante, con un buon controllo visivo sui percorsi stradali adiacenti al sito, le caratteristiche costruttive e dimensionali, che denotano limpiego di notevoli risorse umane e tecnologiche, e non ultimo la presenza in ambito locale del toponimo Cailt, inducono a considerare ledificio di Pellio come facente parte di una fortificazione, forse dalla struttura articolata che si estendeva a cingere unarea pi ampia, funzionante come ricetto per la popolazione circostante. Delledificio indagato risaltano limponenza, che do-

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veva essere accresciuta dalla struttura compatta, a pianta rettangolare senza elementi di discontinuit, e la posizione di visibilit dalle strade che conducevano da una parte verso Laino e di qui a Osteno sullestrema propaggine orientale del Ceresio, dallaltra verso Campione, attraverso i monti di Lanzo dIntelvi (sulle vie di accesso e i percorsi medievali che attraversavano la Valle Intelvi, LAZZATI 1997). Di particolare interesse risulta la tecnica costruttiva utilizzata nelledificio di Pellio, frutto di maestranze specializzate e della disponibilit di materiale lapideo adatto ad un certo tipo di lavorazione (GALETTI 1994, pp. 471-472, p. 475; sulla disponibilit del materiale che condiziona le tecniche costruttive, cfr. PARENTI 1994, p. 490). Pu non essere estraneo a questo risultato il fatto di trovarci proprio nella regione che diverr famosa come terra di origine di costruttori e lapicidi, quei magistri Antelami, noti nei secoli successivi in tutta Europa (sulla presenza di murature di X-XI sec. realizzate con una tecnologia raffinata anche in altre regioni italiane, cfr. FRANCOVICH-CECCARELLI LEMUT-PARENTI 1984, pp. 183-184). Le ricerche finora effettuate sulledificio permettono infine di evidenziarne la non lunga vita, attestata dalla scarsa stratigrafia, dallassenza di evidenti fasi ristrutturative e comunque dalla mancanza di reperti databili al bassomedioevo (i reperti di datazione tarda, peraltro in numero molto limitato, costituiti da ceramiche graffite e invetriate e da metalli, provengono dagli strati superficiali e testimoniano una frequentazione sporadica dellarea nei secoli XIV-XV e successivi). Il territorio della Valle Intelvi ricordato in alcuni tra i pi antichi documenti privati noti in Lombardia: la conservazione di atti risalenti allVIII, IX e X sec. trae origine infatti dalla presenza a Campione dItalia di una ricca famiglia mercantile longobarda con possedimenti e interessi in varie zone attorno al Lago di Lugano e nel Milanese, e dalla donazione testamentaria da parte di Totone, che nel 777 leg questi suoi possessi alla Basilica milanese di S. Ambrogio, nei cui archivi si conservarono anche le carte relative ad essi. In questi documenti oltre allindicazione dellappartenenza dei territori in questione alla iudicaria del Seprio, estesa in questa zona fino al lago di Lugano e al Monte Ceneri (lindicazione ricorre in documenti del 721, 777 e 804, BELLONI ZECCHINELLI 1963, p. 98, regesto nn. 1, 10, 15; C.D.S.A. nn. 1, 15, 28; C.D.L. nn. 3, 56, 78), compare la prima menzione della valle con il nome di Antellaco (atto di vendita del 799, C.D.S.A., n. 24; C.D.L., n.70), che diviene Antelamo nel diploma di re Ugo del 929 che conferma al Monastero di S. Pietro in Ciel dOro di Pavia la concessione liutprandea relativa alluso dei carpentieri provenienti dalla Valle (BOGNETTI 1938, p. 36), e Antelavo o Intelavo successivamente. Molto ricca e oggetto di numerosi studi la documentazione relativa ai magistri Antelami, che assumono caratteri di corporazione nella Genova del XII e XIII sec. (BOGNETTI 1948). Proprio in uno degli atti privati stilati a Genova da un personaggio di questa cerchia, il chierico Giovanni, forse anchesso magister, abbiamo, come gi accennato, la pi antica menzione della chiesa di S. Giorgio di Pellio Superiore, beneficiaria insieme a S. Michele di Pellio Inferiore e ad altre chiese dislocate una ristretta area della Valle di un lascito in denaro. Il nome di Pellio compare in seguito in un atto di vendita relativo a beni siti a Scaria dIntelvi del 1038 (de loco Pele Superiore) e in un elenco di affitti sempre dellXI sec. (a Pele) (MANARESI-SANTORO 1960, vol. II, p. 253, n. 264 e vol. IV, p. 645, n. 903). Per quanto riguarda la presenza di fortificazioni nellarea, a prescindere dalle attestazioni, epigrafiche e archeologiche, del castrum di Laino, riferibile al VI-VII sec. e la cui edificazione si inserisce nelle vicende della guerra greco-gotica (BROGIOLO-GELICHI 1996, p. 20), le testimonianze sono rare e talvolta oscure. Lesistenza di un castello nel paese di Castiglione Intelvi,

oltre ad essere adombrata dalla toponomastica, attestata in un documento del 987 (permuta di beni situati in castro Castillioni tra il Monastero di S. Ambrogio e un Vuido abitator roco Castillione sito (C.D.L., n. 834), mentre ancora di ignota identificazione il castro Axongia o Axungia (documenti dell804 e dell807, C.D.S.A. n. 28; C.D.L. nn. 78 e 83). Il territorio di Como e del Lario si inserisce come un nodo di particolare importanza nelle vicende storiche dello scorcio del X sec.: infatti oltre ad essere collocato lungo la via che dai passi alpini e da Chiavenna conduceva verso la pianura Padana, ebbero luogo proprio in questa zona alcuni episodi delle lotte tra Berengario II e Ottone di Sassonia. In particolare il villaggio e le fortificazioni dellIsola Comacina, posta a poca distanza dallo sbocco della Valle Intelvi sul Lario, diedero rifugio ai figli di Berengario II, difesi da Nantelmo, conte del Seprio, tra il 961 e il 964 fino alla sconfitta da parte del vescovo di Como (per le vicende storiche e archeologiche dellIsola Comacina, cfr. MONNERET DE VILLARD 1914; CAPORUSSO 1998a). In queste vicende storiche, che videro come protagonista ancora per due secoli lIsola Comacina, si dovranno probabilmente cercare anche le motivazioni degli insediamenti antichi sorti nelle vallate alle spalle del Lago.
M.U.

IL RIPOSTIGLIO DI PELLIO SEGNALAZIONE Nel sito di Pellio (Valle dIntelvi, Como), dal 1996 al 1999, sono state recuperate, sia nel corso delle pulizie che in scavo, finora otto monete, in seconda giacitura e non associazione tra di loro. Una moneta, in oricalco, molto incrostata, un Dupondio, probabilmente di MarcAurelio. Potrebbe essere documento di un fase imperiale romana di occupazione del sito; o indiziare un insediamento romano molto vicino. Le altre sette monete rappresentano invece un nucleo omogeneo. Cinque sono Denari in argento di Ottone I Imperatore e Ottone II Re dItalia (962-967), della zecca di Pavia; uno un Denaro in argento di Ottone I Imperatore e Ottone II Re dItalia (967-973), della zecca di Milano. MARCVS AVRELIVS (161-180); Zecca di Roma; AE Dp D/ [] Testa di Marco Aurelio a d., radiata. R/ [] Vittoria a s. con ghirl. nella d. e palma nella s. I gr. 8,13; mm. 25; 7; Pellio 1997; humus, settore A; M.999. 1.5; molto incrostata. Riconoscimento incerto dellImperatore. Ottone I Imperatore e Ottone II Re dItalia (962-967); zecca di Pavia; AR Denaro D/ +impertor intorno a otto intorno a R/ +ottopivsre intorno a p/pi Bibl.gen.: CNI IV, p. 478, n.1 ss. II gr. 1,27; mm.18; 5; Pellio 1996, Pulizia S1, Sporadico (pulizia sup.presso muro 100); M.996.2.1. Ottone I Imperatore e Ottone II Re dItalia (962-967); zecca di Pavia; AR Denaro D/ +impertor intorno a o/t.t/o R/ +ottopivii intorno a p/pi in caratteri degenerati. Bibl.gen.: CNI IV, p. 480, nn. 13-15. III gr. 1,30; mm. 18;Pellio 1996, Pulizia S1, Sporadico (pulizia sup.presso muro 100); M.996.2.2 IV gr. 1,29; mm. 18,5; 11; Pellio 1997, u.s. 119; M.999.1.2. R/ +ottopivsre Emissione regolare. V gr. 1,18; mm. 17; 1/2; Pellio 1999, u.s.. D/ o/tt/o R/ +ottopivsrex VI gr. 0,93; mm. 18; 4; Pellio 1997, humus, vano A; M.999.1.3. R/ +ottopivsre Ottone I Imperatore e Ottone II Re dItalia (967-973); zecca di Milano; AR Denaro D/ +impertori intorno a o/t.t/o R/ +ottopivsre intorno a mi/

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ic (?) in caratteri degenerati. Bibl. gen.: CNI V, p. 43, n. 9 (?). VII gr. 1,28; mm. 21; 5; Pellio 1997, humus, vano A; M.999.1.3. Autorit emittente incerta (area francese feudale?) (X sec.); zecca incerta; AR Denaro D/ +[] intorno a Croce greca semplice. R/ +[] intorno a monogramma complesso. VIII gr. 0,89; mm. 21,5 max; ?; Pellio 1997, u.s. 151; M.999.1.1. Moneta molto sottile, con affioramento del R/ sul D/. Con foro antico, rotta in due frammenti pi un frammento minore. Non si affronta in questa sede la problematica relativa allanalisi tipologica di questi tipi, alla loro datazione, alla distinzione tra emissioni ufficiali ed emissioni irregolari; si riconosce invece nel nucleo un complesso associato disperso ab antiquo, sicuramente incompleto, che forse gli scavi in futuro potranno arricchire di altri esemplari. Nulla possiamo dire sulle modalit di formazione del complesso, se occultato intenzionalmente o smarrito casualmente o perduto nel corso di unazione militare che abbia coinvolto il recinto fortificato tra le cui rovine le monete erano disperse. Lo spezzone di ripostiglio rappresenta in ogni caso un documento molto raro, con termini cronologici, proposti dalle monete, molto ben delimitati tra 962 e 973. Per let ottoniana non mancano in Italia notizie di ritrovamenti, sia di complessi associati che di esemplari isolati, ma laffidabilit delle segnalazioni per frequentemente molto scarsa. Ben raramente la lettura delle monete appare corretta: spesso si limita allindicazione monete degli Ottoni, senza specificare se ci si riferisce al Primo, al Secondo, o al Terzo. Ben raramente le monete appaiono in bibliografia classificate in base a testi validi di riferimento. Spesso per i complessi associati non viene dato il numero degli esemplari. Raramente viene indicata la zecca. Cos per il problematico ripostiglio di Travalle (FI), Loc. Castellaccio (TONDO 1978, pp. 526-528), si conoscono solo quattro monete: un Denaro di Ugo e Lotario per Pavia (931947), uno di un Ottone di X sec., un Follis di Leone VI, un Follis di Costantino VII e un Denaro di un Ottone di X secolo. Di grande interesse comunque appare lassociazione di moneta italiana e bizantina. A Feltre (PERINI 1902) un ripostiglio recuperato nel 1869 aveva oltre 100 Denari veronesi di Ottone I (962-973). Il complesso indica la copertura del mercato locale con la moneta appunto veronese. Le monete dei primi due Ottoni appaiono poi frequentemente in alcuni complessi sigillati in et pi tarda. Ricordo, in Italia centro-settentrionale, il ripostiglio di Ariccia (Roma) 1885 (FIORELLI 1886), con 213 Denari di Pavia e di Milano, quasi tutti degli Ottoni, ma due di Arduino (1002-1015), uno di Aethelred, uno di Limoges. Il ripostiglio di Grottaferrata (Roma) 1951 (TRAVAINI 1980), aveva 40 Denari pavesi, di Ottone I (8), Ottone I e II (2), Ottone III (12), ma anche di Enrico II (16) ed Enrico III (2), quindi tra 962 e 1106. Il ripostiglio di Roma, San Paolo fuori le Mura, 1843 (S. QUINTINO 1849), aveva centinaia di Denari degli Ottoni di Pavia e di Lucca, ma anche di Ottone III e Corrado per Milano, Venezia e Verona. In quello di Torre delle Milizie 1932, con moltissimi provisini e altre monete erano 14 Denari pavesi di Ottone (DUPR THESEIDER 1933). Il ripostiglio di Cermignano 1920 (TE) (TRAVAINI 1987), con monete tra 983 e 1414, aveva anche un Denaro di Ottone III, di Pavia e documentava cos la lunghissima resistenza in circolazione di tali monete. Si tratta comunque di complessi che ben rappresentano la diffusione in Italia Centrale della moneta ottoniana di X secolo, soprattutto delle zecche di Pavia e di Lucca.

Indicazioni forse pi complete ci vengono dalle citazioni in bibliografia e dalle segnalazioni in scavi recenti di Denari degli Ottoni. Ma si deve ricordare come non sempre venga indicata la distinzione tra Ottone II e III. Lorizzonte cronologico coperto quindi dal 962 al 1002, ben oltre la chiusura del complesso di Pellio. Se ne propone un primo elenco, certamente incompleto. Ad Aosta, accanto a materiali pi antichi di grandissimo interesse, precisa testimonianza del passaggio nella Valle di uno dei principali assi di comunicazione europei, si ha notizia di quattro Denari degli Ottoni, genericamente dalla citt (ORLANDONI 1988, p. 439: gli stessi citati sotto?), di un Denaro di Ottone I o II, dal Teatro (ORLANDONI 1983), di un Denaro di Ottone III, da via Festaz (ORLANDONI 1983). Sono tutti di Pavia. In Piemonte, a Pecetto (TO), Bric San Vito, in scavi del 1994 (PANT 1995) si ha notizia di tre Denari di Ottone I o II (962-973). Non viene specificata la zecca. Per la Lombardia, nella completa sequenza di monete dal IX secolo di Lomello si ha anche un Denaro di Ottone I-II (962-967), di Pavia (schedario Arslan). Un altro Denaro di un Ottone, senza che venga indicata la zecca, si ha alla Torre Civica di Pavia (BOGGERI s.d.). A Borgarello (PV) si ha un Denaro di Ottone III, di Pavia (FAGNANI 1999). Non nota invece la zecca del Denaro di un Ottone recuperato in tomba al Torrazzo di Cremona (PONTIROLI 1993, p. 39). Pavesi sono i Denari di Pellio, tranne uno di Milano ed uno incerto. Di Milano invece il Denaro di Ottone II o III recuperato in tomba a S. Zenone di Campione dItalia (CO) (CAPORUSSO 1998; Archivio Arslan). A Serravalle (SO) era un Denaro di Ottone III, del quale non nota la zecca (GELICHI-NEPOTI 1985, p. 565). A Brescia due Denari di Ottone I o II e II o III vengono da Casa Pallaveri (area Capitolium) (ARSLAN 1996, nn. 123-124), uno da Palazzo Martinengo Cesareo (area Foro) (ARSLAN 1996, n. 125). Sono sempre di zecca milanese. A Milano due Denari, della zecca di Milano, erano in Piazza Duomo (ARSLAN 1991, nn. 162-163); un altro, di Ottone II o III, era nella necropoli dellUniversit Cattolica (comunicazione di C. Perassi). A Pellio milanese un solo Denaro e gli altri sono pavesi. A Siebeneich (BZ) si avevano un Denaro (o due?) di Ottone III, di Pavia (SACCOCCI 1991, p. 657). Un Denaro milanese di Ottone II o III era a Trento (SACCOCCI 1991, p. 657), mentre a Oderzo era un Denaro di un Ottone, di Venezia (CALLEGHER 1994, p. 303). Di Venezia erano anche i quattro Denari di Ottone II o III segnalati a Villa Clelia di Imola (CURINA 1990). Il ripostiglio di Feltre sembra proponesse solo monete veronesi. In Toscana il Denaro di Ottone II di Scarlino (GR) di Lucca (967-983) (ROVELLI 1996, p. 238). A Monte Libero (MS) era un Denaro di Ottone III, del quale non conosco la zecca (RICCI 1993, p. 115). A Roma gli Ottoni sono molto ben rappresentati alla Confessione di S. Pietro in Vaticano (TRAVAINI 1992, pp. 164-168): due Denari sarebbero di Ottone I, di Milano, due di Ottone II-III, sempre di Milano, sette di Ottone I-II, di Pavia, dieci di Ottone III, di Pavia, tre di Ottone II di Lucca. Alla Crypta Balbi un Denaro di Ottone I di Pavia, cos come altri quattro di Ottone III (TRAVAINI 1992, pp. 165170). A Santa Cornelia era un Denaro di Ottone I-II di Pavia (TRAVAINI 1992, p. 166). A Monte S. Angelo (FG) un Denaro di un Ottone era di Pavia (TRAVAINI 1995, p. 383, S 52). Pure di Pavia sono due Denari di Ottone I o II ed uno di Ottone III di Stalett, Santa Maria del Mare (CZ) (Archivio Arslan), ed il Denaro segnalato a Scribla (CS), di un Ottone non meglio specificato (FINETTI 1981). A Santa Severina (KR) era un Denaro di Ottone III, di Pavia (Archivio Arslan). Dalla sequenza obiettivamente ancora molto ridotta di segnalazioni si ricava una copertura soprattutto locale delle emissioni di Venezia e Verona, che non sembrano uscire dal Veneto (Oderzo, Feltre) e dalla costa adriatica (Imola), dove per sembrano dominare.

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Le emissioni milanesi appaiono coprire il mercato della citt emittente e dominare unampia area, dalle prealpi lombarde (Campione), a Brescia e, pi ad occidente, a Trento. A distanza raggiungono Roma (confessione di San Pietro) e Lazio (Ariccia), sia pure con percentuali inferiori a quelle della moneta pavese, e sono presenti nel ripostiglio di Ariccia. Laltra zecca imperiale, Pavia, copre egemonicamente il proprio territorio (Lomello, Pavia) e sembra dominare a distanza e lungo le principali direttrici stradali: pavesi sono i materiali di Aosta, la maggioranza di quelli di Roma (Confessione di San Pietro, Crypta Balbi, Santa Cornelia), di Monte S. Angelo, di Stalett, di Santa Severina. Di Pavia e Lucca sono i Denari dei ripostigli di Grottaferrata, di San Paolo fuori le Mura, di Torre delle Milizie; di Pavia e Milano quelli del ripostiglio di Ariccia. In massima parte pavesi sono i Denari di Pellio. La capacit di penetrazione della moneta pavese rivelata anche dai ritrovamenti a lunghissima distanza, come quelli della Russia. A Vaskovo si ha un Denaro di Ottone I o II, di Pavia, a Blahoviechtchensko quattro monete di Ottone I, di Pavia, a Ludvichtch sei monete di Ottone I, Ottone III, Enrico II, di Pavia (POTINE 1965). Se si ampliasse lesame ai ritrovamenti isolati precedenti (prima met del X secolo) si constaterebbe una presenza molto importante della moneta milanese; ampliandola alla fase successiva, da Ottone III ad Enrico I, si constaterebbe una sempre pi chiara egemonia della moneta pavese, accanto alla moneta lucchese, a danno soprattutto delle emissioni milanesi. Le emissioni pavesi dimostrano quindi in questa fase (dal 962) una crescente vitalit, anche se non riescono a penetrare nei mercati protetti delle zecche concorrenti, quindi nel Veneto, nel Milanese, nella Toscana, dove lisolata segnalazione di Scarlino ci indica la presenza esclusiva delle emissioni di Lucca. Il ritrovamento di Pellio si colloca in una fase di veloce monetarizzazione della societ italiana, con crescenti volumi di emissione, in zecche riorganizzate (Milano e Pavia da Ottone II), accompagnati da una costante caduta dei pesi e dallo svilimento del titolo, verso la definizione di strumenti monetari di sempre maggiore duttilit, adatti ad un mondo economico in forte sviluppo. Il mercato italiano, con leccezione delle aree interessate da traffici internazionali (Valle dAosta, Roma), pensiamo soprattutto pellegrinaggi, sembra impermeabile alla moneta allogena, assente nei nostri scavi urbani. Ancora maggior interesse assume quindi il Denaro forse transalpino di Pellio, che appare isolato, forse indicatore di contatti di questarea, quasi di confine, con realt esterne.
E.A.A.

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