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Immigrazione e conflitti urbani in Europa

di Umberto Melotti
Università di Roma “La Sapienza”

1. Introduzione

Novembre 2005. Parigi brucia per l’“intifada delle banlieues”: un moto, una sommossa, una rivolta,
un’insurrezione o addirittura una nuova “invasione verticale dei barbari”, com’è stata variamente
definita dai mass media. Protagonisti di questa “azione collettiva” – per riprendere la fredda
espressione “tecnica” di certi sociologi d’Oltralpe, che pure nel caso specifico appare decisamente
eufemistica – sono stati, ancora una volta, anche se su scala inusitata, dei giovani immigrati o figli o
nipoti d’immigrati, in gran parte originari delle ex colonie dell’Africa del Nord: i “maghrebini”,
come li definiscono i francesi, con un termine che li depriva a un tempo della loro identità originaria
(algerina, marocchina, tunisina, etc.) e della loro cittadinanza (che per i più è francese, acquisita per
naturalizzazione o per nascita in Francia, in virtù dello jus soli); i beurs, come preferiscono definirsi
essi stessi, con una parola del loro slang (il verlan, la langue à l’envers) che storpia e rovescia il
termine arabe, quasi a simbolo di un’identità dimezzata e distorta. All’azione hanno partecipato
però, in una percentuale tutt’altro che trascurabile, anche molti giovani originari dell’Africa a sud
del Sahara, i blacks, come amano da tempo definirsi col termine inglese diffusosi alla fine degli
anni ’90 (dopo la vittoria al campionato del mondo di calcio di una squadra francese blanc, black et
beur).
La rivolta, durata per quasi un mese, è scoppiata dopo un grave incidente che ha provocato la
reazione dei giovani delle banlieues. Il 27 ottobre 2005 a Clichy-sous-Bois, nel dipartimento Seine -
Saint-Denis, nell’area metropolitana di Parigi, tre giovani di origine immigrata (un tunisino, un
maliano e un turco), credendosi inseguiti dalla polizia, con cui uno di loro aveva già avuto a che
fare qualche mese prima, hanno cercato riparo nella cabina di un trasformatore dell’elettricità, dove
due sono rimasti fulminati e il terzo ha riportato serie ustioni. La notizia, diffusasi immediatamente,
ha innescato scontri di eccezionale entità, che si sono estesi via via in tutto il Paese. I danni sono
stati ingentissimi: più di diecimila auto bruciate o distrutte, incendi, saccheggi e devastazioni,
centinaia di feriti e persino un morto, un pensionato colpito da un giovane restato sconosciuto
mentre faceva la guardia alla sua auto. Più di 3000 sono stati i fermati e più di 500 gli arrestati (di
cui oltre un quinto con precedenti penali) e lunghi e pesanti sono stati gli strascichi, fra cui un
coprifuoco, il primo decretato in Francia dal tempo della guerra di Algeria, restato in vigore sin oltre
la fine dell’anno.
Molte sono state le interpretazioni che ne hanno dato politici e studiosi. Mi limito a ricordarne qui
alcune. Il presidente francese Jacques Chirac l’ha imputata alla “crisi d’identità” dei giovani
immigrati. Il ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy l’ha attribuita all’inciviltà della loro “feccia”
(racaille), come l’ha definita con un termine che ha esacerbato gli animi e suscitato ulteriori
reazioni. Il filosofo Alain Finkielkraut, di origine ebraica e fiero assertore dei princìpi
“repubblicani” (laici e patriottici), sfidando i nuovi dogmi della “correttezza politica” l’ha descritta
come una sommossa etnico-religiosa, causata dalla nefasta predicazione islamista (“Non sono
miserabili, sono musulmani”). Per contro, Tariq Ramadan, il più noto intellettuale islamico
d’Europa, l’ha giudicata un effetto della discriminazione che accomunerebbe tutti i giovani delle
banlieues, al di là delle loro differenze di razza, religione e cultura. Il sociologo Alain Touraine,
riprendendo la diagnosi da lui già formulata in occasione di altri simili eventi, vi ha visto una
conseguenza della mancata integrazione sociale degli immigrati1. L’antropologo Marc Augé, che ha
ridimensionato l’importanza dell’integrazione sociale (espressione a suo dire per lo meno equivoca
1
Cfr. Alain Touraine, interviste a “La Repubblica”, 3 novembre 2005, p. 21, e a “Il Giornale”, 7 novembre 2005, p. 2.
Per le sue precedenti analisi si veda il suo articolo su “Liberation”, 15 ottobre 1990, e, più ampiamente, Touraine, 1991.

1
e ambigua), ha invece attribuito la protesta, da lui ritenuta senza contenuti ideologici e senza alcun
rapporto con l’Islam politico, alla concorrenza fra le bande giovanili dei quartieri periferici per
apparire, grazie a spettacolari atti di violenza, sugli schermi televisivi, nuovo centro virtuale
frammentato, moltiplicato e disperso dei non-luoghi della vita quotidiana. Né sono mancate altre
analisi in termini di “inassimilabilità dei nuovi venuti”, “problema generazionale”, “nuove povertà”,
“questione urbana”, etc. Il sociologo tedesco Ulrich Beck (2006) l’ha poi icasticamente definita
come “la rivoltà dei superflui”, per sottolineare il fatto che i suoi protagonisti non sarebbero stati
solo dei disoccupati o dei sottoccupati, ma degli inoccupabili nella società francese.
A mio giudizio nessuna di queste interpretazioni (già tutte presenti, come vedremo, nel dibattito sui
precedenti conflitti nelle banlieues) risulta pienamente soddisfacente e se ne dovrebbe pertanto
formulare una, più articolata e complessa, che tenga debito conto di tutti i fattori sopra citati e di
molti altri (fra cui quelli portati alla luce dalla successiva mobilitazione degli studenti,
prevalentemente non di origine immigrata né provenienti dalle banlieues, contro il precariato).
In ogni caso negli eventi francesi de te fabula narratur. Anche i politici italiani, che sono
notoriamente più “lenti” che “rock” (per dirla col tormentone di Celentano), sembrano averlo
capito: da Romano Prodi, allora da poco ridesignato leader del centro-sinistra, che ha messo in
guardia contro il rischio di simili esplosioni nelle periferie delle nostre città, all’allora ministro
Roberto Calderoli, della Lega Nord, che non ha perso l’occasione per sparare a zero contro la
“minaccia” dell’“invasione islamica”.
La vicenda, in effetti, non concerne soltanto Parigi, e neanche soltanto la Francia, che pure di simili
eventi aveva già fatto esperienza più volte, benché su scala minore: nel 1979 a Vaulx-en-Velin e nel
1981 a Vénissieux, Villeurbanne e Vaulx-en-Velin, nella banlieue di Lione; nel 1990 ancora a
Vaulx-en-Velin, dove io stesso li ho allora studiati; nel 1991 a Sartrouville, nella banlieue di Parigi,
e a Mantes-la-Jolie, nella sua grande couronne; negli anni seguenti a Strasburgo, a Bordeaux e in
molte altre città grandi e piccole (un segnale d’allarme restato quasi inascoltato).
Nel Regno Unito i riots delle “minoranze etniche” (come là si definiscono gli immigrati di colore e
i loro figli) sono più volte esplosi nei sobborghi di Londra (sin dalla fine degli anni ’50) e, più
ancora, nelle inner cities di Manchester (1981, 1982), Liverpool (1981, 1985, 2001) e Birmingham
(1985, 2005). Ma anche altre città, come Bristol (1980, 1991-92), Brixton (1981, 1985, 1991),
Bradford (1981, 1995, 2001, 2002), Oxford (1991-92), Oldham (2001), Leeds (2001) e Burnley
(2001), hanno conosciuto simili fiammate di violenza (cfr. Body-Gendrot, 1993 e 2001, e Lea,
2003).
Anche in Germania vi sono stati dei conflitti gravissimi fra autoctoni e immigrati, ma per lo più di
natura almeno in parte diversa, perché dovuti più alla xenofobia dei primi che alla rabbia dei
secondi. Soprattutto dopo la riunificazione del Paese (3 ottobre 1990), a partire da Rostock e dalle
altre città dell’ex Repubblica Democratica Tedesca (lucus a non lucendo), gli attacchi agli
immigrati si sono moltiplicati in tutto il Paese, così come gli incendi dolosi ai loro ostelli, con non
poche vittime. Tanta è stata l’angoscia suscitata da questi atroci delitti che nel 1993, dopo il più
grave di quelli avvenuti sino a quel momento, lo stesso presidente della Repubblica Federale
Tedesca Richard von Weizsäcker è intervenuto al funerale delle vittime, nella moschea principale di
Solingen, non solo per esprimere il cordoglio ufficiale del Paese, ma anche per affermare l’esigenza
di un deciso cambiamento di rotta in materia di diritti di cittadinanza.
Ad aggravare la situazione in tutta Europa, si è aggiunta, dopo l’11 settembre 2001, la minaccia del
terrorismo islamista, che ha colpito con devastanti effetti due delle sue più importanti capitali:
Madrid, l’11 marzo 2004, e Londra, il 7 luglio 2005. In precedenza dei gravi attentati della stessa
matrice erano stati compiuti a Parigi, il 27 luglio e il 17 agosto 1995, dagli algerini del Fronte
Islamico di Salvezza, un’organizzazione che aveva già causato molte decine di migliaia di vittime
civili in Algeria.
Roma è una città particolarmente esposta al rischio di attentati, anche in quanto sede principale
della Chiesa cattolica, come hanno confermato le recenti gravissime minacce dopo il discorso di
Ratisbona di papa Benedetto XVI contro la violenza islamica (12 settembre 2006). Dopo eventi

2
ormai lontani nel tempo, fra cui la tentata uccisione di papa Giovanni Paolo II in piazza San Pietro
da parte di un killer turco (1981) e l’attacco di un commando palestinese contro la compagnia di
bandiera d’Israele all’aeroporto di Fiumicino (1985), dei gravi attentati sono stati del resto sventati
quasi solo per caso (il che non è certo tranquillizzante), così come è avvenuto anche in altre città
italiane, fra cui Milano, Napoli e Bologna2. Non pochi italiani, d’altra parte, sono stati colpiti
all’estero, nei luoghi del loro lavoro (come i marittimi imbarcati su una nave all’ancora in Algeria, i
giornalisti, le guardie del corpo e i militari impegnati in azioni di peace-keeping in Iraq e in
Afghanistan, i missionari presenti in Sudan, Turchia, Nigeria e Somalia e persino un volontario che
prestava la sua opera a favore dei palestinesi in Israele) o nei luoghi delle loro vacanze (come a
Casablanca il 16 maggio 2003 o a Sharm El-Sheikh il 23 luglio 2005). Altri sono sfuggiti solo per
fortuna a terribili stragi (come quella che a Bali, il 12 ottobre 2002, ha ucciso circa 200 persone, per
lo più stranieri) o sono stati sottratti a stento al linciaggio da parte di folle inferocite, aizzate da
estremisti fanatici (come è avvenuto a Bengasi il 16 febbraio 2006, durante l’assalto al consolato
italiano fermato solo da un intervento armato delle forze dell’ordine libiche che ha causato undici
morti).
Anche altri Paesi europei hanno conosciuto dei gravi fatti di sangue riconducibili più o meno
direttamente all’immigrazione. Mi limito a ricordare i Paesi Bassi, dove il 2 dicembre 2004 il
regista Theo Van Gogh, per aver realizzato un documentario sulla condizione delle donne
musulmane che è risultato assai sgradito ai seguaci di Maometto (anche a quelli presenti in Italia), è
stato accoltellato e poi ucciso a colpi di pistola da un estremista islamico di origine marocchina, non
molto diverso peraltro da tanti frequentatori delle nostre moschee (come potrebbe attestare Magdi
Allam, il sociologo di origine egiziana, ora vicedirettore ad personam del “Corriere della Sera”, che
è da tempo costretto a circolare con la scorta per le minacce ricevute dopo le sue denunce delle
complicità e delle connivenze col terrorismo di molte organizzazioni islamiche sparse per l’Italia,
fra cui il sin troppo noto Centro islamico di Milano, che le autorità locali e nazionali si sono a lungo
ostinate a blandire nell’illusione di disinnescarne l’eversivo radicalismo).
Nel nostro Paese, peraltro, non abbiamo dovuto sperimentare sinora vicende tanto drammatiche
come quelle sopra richiamate. Non si può però dimenticare il consistente incremento negli ultimi
anni dei delitti comuni compiuti da immigrati: dagli omicidi volontari agli stupri, dai sequestri a
scopo di estorsione alle lesioni personali, dallo sfruttamento violento della prostituzione alle rapine
in negozi e in ville isolate, con esiti a volte mortali3. Ho da poco concluso una ricerca sui problemi
2
Degli attentati sventati a Roma e a Milano ha più volte parlato, quando era presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi
(cfr., da ultimo, “Libero”, 28 dicembre 2005). Dell’attentato progettato a Napoli (dove, secondo il disegno degli
attentatori, sarebbe dovuta “saltare per aria una nave grande come il Titanic, con almeno diecimila morti”) ha parlato
l’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu (“Repubblica”, 18 novembre 2005, p. 11); questi ha poi anche
diffusamente trattato dell’attentato che avrebbe dovuto colpire a Bologna il santuario di San Petronio, per l’affresco che
vi rappresenta Maometto che sta precipitando all’inferno (cfr. “Corriere della Sera”, 4 aprile 2006). Successivamente
(20 giugno 2006) a questi pericolosi progetti ha fatto riferimento anche il ministro dell’Interno del nuovo governo di
centro-sinistra Giuliano Amato, che ha poi segnalato un altro attentato sventato a Vicenza (cfr. “Corriere della Sera”, 22
luglio 2006).
3
Questo incremento, che per alcuni è “politicamente scorretto” anche solo ricordare, è confermato da tutti i dati
disponibili. Negli ultimi tempi, in realtà, la criminalità degli immigrati è diventata una parte sempre più rilevante di
quella complessiva, che è anch’essa aumentata proprio per il loro apporto. In effetti, mentre il tasso di criminalità degli
italiani è diminuito, quello degli stranieri è molto cresciuto e in dieci anni, dal 1993 al 2002, si è addirittura raddoppiato
(cfr. Di Nicola, 2005, pp. 199-201). L’indicatore più corretto sarebbe il numero delle condanne definitive, che però,
anche per la ben nota lentezza della giustizia italiana, non fotografa i reati commessi nell’anno della sentenza. È pertanto
necessario utilizzare anche altri indicatori, come le denunce e le detenzioni carcerarie. Orbene, fra i denunciati gli
stranieri risultano sempre più presenti, con una crescita dal 5,7% del 1993 al 19% del 2002. Gli stranieri denunciati sono
stati 89.390 su 513.736, pari al 17,4%, nel 2001; 102.675 su 541.507, pari al 19%, nel 2002; 116.392 su 536.237, pari al
21,7%, nel 2003; 217.283 su 611.000, pari al 28,1%, nel 2004. A ciò si aggiunga che assai più alto del numero delle
persone denunciate è quello dei reati denunciati (che nel 2004 è arrivato a 2.415.000), perché i tre quarti delle denunce
sono state contro ignoti (e, come tali, non sono ripartibili fra italiani e stranieri). Ai reati denunciati vanno inoltre
aggiunti quelli non denunciati, il cui “numero oscuro”, certamente non piccolo, incrementa in misura notevole la
criminalità degli uni e degli altri. Per quanto concerne i reati ascritti agli stranieri, poco meno della metà delle denunce
concerne tre fattispecie: il furto (18,3%), la produzione e lo spaccio degli stupefacenti (13,0%) e il falso in atti o persone

3
della sicurezza a Roma, con particolare riferimento alla crescente presenza dei cinesi (una comunità
considerata di solito fra le più tranquille), e posso assicurare di aver effettuato scoperte inquietanti
(cfr. Melotti, 2007).
D’altra parte, per quanto concerne l’Italia, non si possono neanche dimenticare le reiterate tragedie
di cui sono vittime tante persone che cercano di arrivarvi con ogni mezzo, fra cui i nuovi boat-
people, che stanno trasformando il bellissimo mare che la circonda in uno sterminato cimitero (cfr.
Delle Donne, 2004).

2. Immigrazione e conflitti urbani: alcuni casi esemplari

Avvisaglie importanti della nuova conflittualità urbana collegata alle migrazioni internazionali
erano già emerse sin dagli anni ’80 nei tradizionali Paesi d’immigrazione al di là e al di qua
dell’Atlantico.
Il caso più eclatante è stato quello di Los Angeles, la più grande metropoli americana sul Pacifico,
meta di una crescente immigrazione di asiatici e di ispanici, aggiuntisi via via alla componente
autoctona afro-americana, in gran parte tuttora in situazione di più o meno grave esclusione sociale.
Nel maggio del 1992 a Los Angeles, nell’area South Central - Watts, che si estende per trenta
chilometri quadrati, si sono avuti dei terribili scontri di strada che hanno causato, in pochi giorni, 58
morti, 2300 feriti, 650 incendi, nonché saccheggi e devastazioni per oltre un miliardo di dollari.
Anche questi scontri distruttivi, come tanti altri dello stesso tipo, sono stati scatenati da un evento di
limitato rilievo, anche se criticabile (l’assoluzione di alcuni poliziotti che avevano pestato a sangue
un giovane di colore con qualche precedente penale che non si era fermato al loro alt). Ma la loro
eccezionale gravità ha fatto di questa metropoli il simbolo di quella nuova conflittualità urbana che
evoca scenari da Blade Runner (per citare l’avveniristico cult movie ambientato proprio a Los
Angeles, in un ormai prossimo futuro solo in parte fantascientifico): una babelica metropoli
multirazziale, multietnica e multilinguistica, anomica e alienata, in cui gruppi separati e in aspro
conflitto vivono stranieri agli altri e a sé stessi, segregati in parti diverse del suo territorio, in
situazioni di emarginazione e di degrado urbano e sociale. Ma casi non meno significativi, per
restare negli Stati Uniti, si erano già avuti in altre città: Miami (1980, 1982, 1984, 1989), New York
(ad Harlem nel 1990 e a Brooklin nel 1991), Washington D.C. (a Mount Pleasant nel 1991). Qui
multiformi esplosioni di violenza si erano susseguite negli iperghetti che esasperano la sensazione
di deprivazione e di cattività nei territori assegnati ai singoli dall’azione combinata della povertà (un
quarto dei loro abitanti risultava ufficialmente povero agli inizi degli anni ’90) e dell’appartenenza
etnica (conseguenza per molti di un’immigrazione più o meno recente): gli stessi fattori che
avevano ostacolato l’integrazione delle precedenti generazioni, favorendo il proliferare di gangs
giovanili dedite a continue contese cruente (cfr. Body-Gendrot, 1993, pp. 36-40).
Una conferma di tale situazione è stata data recentemente (nel 2005, tra la fine di agosto e l’inizio di
settembre) dalle allucinanti vicende di New Orleans, devastata dall’uragano Katrina e dalla
conseguente inondazione che ha causato migliaia di morti. In questa città di mezzo milione di
abitanti, per circa il 70% non “bianchi” (secondo i dati del censimento, il 67% erano neri, tra nativi
e immigrati, il 2% asiatici e il 3% ispanici e latini di tutte le razze), i saccheggi dei negozi e dei
(10,0%). Non mancano però la violenza e la resistenza a pubblico ufficiale (4,4%), le lesioni volontarie (3,9%), le rapine
(3,7%), le violenze sessuali (0,8%), le estorsioni (0,8%), gli omicidi volontari (0,8%), lo sfruttamento della prostituzione
(0,5%) e l’associazione a delinquere (0,5%) (dati Istat per il 2003). Anche il numero delle detenzioni conferma
l’aumento della criminalità degli immigrati. Dal 1990 al 1995 il numero dei detenuti stranieri è più che raddoppiato,
passando da 4.017 su 26.150 (pari al 15,4%) a 8.628 su 47.344 (pari al 18,2%), con un aumento di 3 punti percentuali;
nel quinquennio successivo si è quasi raddoppiato, arrivando nel 2000 a 15.582 su 54.039 (pari al 28,8%), con un
incremento di oltre 10 punti percentuali; e negli ultimi cinque anni è ancora aumentato, arrivando nel 2006 a 20.088 su
60.719 (pari al 33,1%), con un incremento di altri 4,3 punti percentuali (dati del Ministero della Giustizia, 2006). In altre
parole, se quindici anni fa era straniero un detenuto su sei, ora lo è un detenuto su tre (cfr. Concato, 2005, p. 216; in
argomento si vedano anche Barbagli, 1998, e Solivetti, 2004). La situazione, in termini percentuali, non è cambiata dopo
l’indulto del 2006.

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supermercati e gli scontri fra le bande e l’esercito e fra le bande dei diversi sobborghi (Parish, La
Place, etc.) hanno portato alla luce una realtà preesistente alla catastrofe: la diffusa povertà urbana
(che interessava anche là almeno un quarto della popolazione), l’esclusione razziale e la
segmentazione etnica, aggravate da una scarsissima solidarietà sociale e dai perversi effetti di un
modello di vita individualistico, alimentato dal sistema sociale esistente, dalla sua ideologia e dalla
conseguente carente politica sociale (negli Stati Uniti solo l’11% del prodotto interno lordo è
destinato alla spesa sociale, contro il 26% della media europea, pur in decremento). Il disastro,
come ha scritto Franco Ferrarotti (2005) commentando a caldo la situazione, ha così fatto
nuovamente toccare con mano che i poveri pagano sempre due volte: la prima perché spesso già
arrancano sulla soglia di una difficile sopravvivenza, la seconda perché sono esposti in prima linea
agli effetti delle calamità. Ma nel caso specifico parlare genericamente di “poveri” sarebbe
fuorviante. Già alla prima ricognizione balzava infatti agli occhi che le vittime della catastrofe
erano per lo più neri, creoli, caffelatte, meticci: “È impressionante dover rilevare, anche solo
guardando la televisione, che quasi non si scorgono facce bianche. Come mai? Dicono i giornali che
l’ordine di evacuazione è giunto troppo tardi. Ma per gran parte dei neri e di tutta quella parte della
popolazione che l’eufemistico linguaggio dell’ufficialità un poco ipocritamente chiama
sottoprivilegiati (underprivileged) l’ordine non sarebbe mai arrivato in tempo per il semplice
motivo che non disponeva di mezzi di trasporto personali” per mettersi in salvo. D’altra parte “i
poveri di New Orleans non costituiscono una classe sociale nel senso europeo. Sono piuttosto un
vasto e variegato sottoproletariato, un coacervo di persone costrette da tempo immemorabile a
scegliere l’espediente come mezzo di sussistenza. Da questo punto di vista si può comprendere,
anche se non giustificare, ovviamente, la tendenza al saccheggio: un fenomeno tutt’altro che nuovo,
che abbiamo visto ripetersi in tutte le occasioni di riots o sommosse, soprattutto nei ghetti delle
grandi metropoli americane, da New York a Chicago e a Los Angeles […]. I giornali e gli
inconsapevoli parlano dell’anarchia che regnerebbe a New Orleans. Preferisco pensare che sia la
grottesca, dissacrante festa dei poveri, degli emarginati, degli esclusi dal sogno americano”.
Pochi giorni dopo i riots di Los Angeles uno dei più importanti quotidiani francesi, “Le Monde” (16
maggio 1992), in un articolo a firma di Michel Noir, il sindaco di Lione (una città che, come
abbiamo visto, aveva esperimentato a più riprese eventi per alcuni aspetti simili), dopo aver
ricordato, con quelli della città americana, gli scontri avvenuti in Francia nelle banlieues di Parigi e
di Lione, in Inghilterra a Birmingham e in altre città e in Sud Africa a Soweto, si domandava quale
cecità impedisse di cogliere il senso di questa crisi urbana globale, destinata a diventare “la più
importante questione politica” in tante parti del mondo.
Il più prestigioso giornale inglese, il “Times” di Londra, non aveva aspettato la sommossa di Los
Angeles per lanciare il suo allarme. Già molto tempo prima, il 27 luglio 1967, operando un
confronto fra i riots degli Stati Uniti e quelli che avevano cominciato a scuotere le città britanniche,
aveva scritto: “Birmingham non è Detroit, ma vi sono segni di tempesta. Dopo i moti razziali
dell’America del Nord, nei quartieri ad alta presenza d’immigrati ci si domanda se quanto è
accaduto là non possa ripetersi qui. Tutti coloro che sanno qualcosa di relazioni razziali ritengono
che la risposta non possa essere che positiva”. Al di là della discutibile lettura di quei moti in
riduttivi termini razziali (secondo la tendenza tuttora diffusa nei Paesi anglosassoni, ove del resto
col termine “razza” si indica spesso ciò che altrove sarebbe più appropriatamente definito “etnia”),
è difficile non riconoscere il buon fondamento di tale prognosi.
In realtà scontri urbani non così diversi da quelli degli Stati Uniti sono già avvenuti in Francia,
Regno Unito e Germania, i tre principali Paesi europei d’immigrazione, anche se in ciascuno di essi
hanno assunto caratteristiche in parte specifiche per effetto di realtà sociali per effetto di realtà
sociali, culture politiche e processi migratori almeno in origine assai differenti (cfr. Melotti, 1992a,
2004). Ma tale diversità si sta ormai riducendo. Ciò si deve sia all’omologazione indotta dal
processo di globalizzazione in atto, che ha interessato anche la natura dei processi immigratori, sia,
in minor misura, alla pur parziale e contraddittoria “europeizzazione” delle politiche di tali Paesi,
avviata dai trattati di Maastricht (1992) e di Amsterdam (1997).

5
In ogni caso è opportuno delineare i conflitti interetnici di questi Paesi, anche per trarne qualche
lezione per quanto concerne le politiche sociali.

Regno Unito

Nel Regno Unito sin dal 1980 i conflitti interetnici non sono stati solo degli eventi occasionali
limitati a pochi quartieri o a poche città, ma hanno costituito un’espressione importante della realtà
sociale del Paese, come dimostrano i numerosi scontri che hanno reiteratamente sconvolto quasi
tutti i suoi principali centri urbani. Fra questi, le grandi città affette dalla profonda e protratta crisi
della disindustrializzazione (Liverpool, Manchester, Birmingham, Sheffield, Nottingham, Slough,
Leeds, Bradford, Leicester, Derby, High Wycombe, Cirencester e Newcastle) e alcuni sobborghi
della stessa Londra (fra cui Brixton e Tottenham). Particolarmente gravi sono stati i riots di
Birmingham dell’autunno 1985, che hanno causato 2 morti e 122 feriti. Anche in questo caso è
bastato un evento di limitata importanza (la multa elevata a un automobilista di colore) a scatenare
la reazione, che ha portato a molti incendi e saccheggi. Simili, per la sproporzione fra il precipitante
e le conseguenze, sono stati anche i moti di Brixton (1981 e 1985), Tottenham (1981 e 1985) e
Toxteth, un distretto di Liverpool (1981 e 1985).
A Brixton, secondo il rapporto del presidente della commissione che ha indagato i disordini del
1981, “i peggiori dell’ultimo secolo nel Regno Unito”, la rivolta sarebbe scoppiata per una reazione
spontanea della folla a un’intervento della polizia, percepito come un atto di racial harassment. Ma
il fattore di fondo sarebbe stato l’oggettivo “svantaggio razziale”: una “realtà della vita sociale
britannica” che occorreva affrontare al più presto perché non divenisse un male endemico in grado
di scardinare l’organizzazione sociale del Paese (Scarman, 1981).
Questo giudizio è stato poi sostanzialmente riproposto nelle analisi dei successivi scontri urbani,
nonostante che nel frattempo nel Paese fossero state assunte delle significative misure intese proprio
a contrastare il razzismo e la discriminazione (cfr. Melotti, 1992a). Mi limito a citare quanto ebbe a
scrivere agli inizi degli anni ’90 un attento osservatore della realtà britannica: benché fosse lecito
sperare che il Paese potesse divenire in tempi non lunghissimi una buona società multirazziale e
multietnica, non si poteva affatto escluderne l’evoluzione in senso del tutto opposto, con devastanti
conseguenze non solo per la condizione degli immigrati, ma per la stessa convivenza civile (cfr.
O’Donnell, 1991, p. 37).
Da allora non tutti i dubbi sono stati fugati, né sono mancati altri gravi conflitti, come quelli del
2001 a Manchester, Burnley, Oldham, Leeds e soprattutto Bradford, una città con una popolazione
asiatica di circa 100.000 persone, ove si sono avuti scontri di estrema violenza (120 poliziotti feriti e
36 dimostranti arrestati). Tuttavia oggi si potrebbe guardare al futuro con più ottimismo, dati anche i
significativi cambiamenti intercorsi nella cultura politica del Paese (cfr. Melotti, 2004, 2006), se
non fosse per la comparsa di un nuovo grave problema, il terrorismo di matrice islamista.
Questo terrorismo ha duramente colpito la capitale britannica (7 luglio 2005) con attentati suicidi
compiuti da giovani nati in Inghilterra da immigrati asiatici e ha ritentato di farlo, pochi giorni dopo
(21 luglio 2005), sempre a opera di giovani nati nel Paese da immigrati. È pertanto ben poco
rassicurante il fatto che, all’indomani degli attentati del 7 luglio, in un sondaggio l’88% dei
musulmani residenti in Gran Bretagna, compresi quelli nati nel Paese, abbiano affermato, sia pure
con sfumature diverse, di non sentirsi realmente britannici (cfr. Allam, 2005, p. 34).
Poco più di un anno dopo (10 agosto 2006) 24 giovani di cittadinanza britannica, ma originari del
Pachistan e di religione musulmana, sono stati arrestati per il tentativo, sventato all’ultimo
momento, di distruggere con altri attentati suicidi degli aerei in volo dalla Gran Bretagna agli Stati
Uniti. Ciò ha aggravato i dubbi sul modello pluriculturale britannico, accusato da molti di favorire
la formazione di veri e propri “Londonistan” in un Paese dove sono presenti 1.800.000 musulmani e
1.400 moschee. Qui, in ogni caso, sono cresciuti quei “robot della morte” che aspirano a sacrificarsi
come dei “martiri” pur di colpire con atti di distruttivo terrorismo l’odiato Occidente (cfr. Allam,
2006, p. 1).

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Francia

Anche la Francia ha conosciuto numerosi conflitti interetnici sin dall’inizio degli anni ’80, con
scontri che hanno ripetutamente interessato tutte le sue principali città.
I primi gravi conflitti di questo tipo risalgono all’“estate calda” del 1981. In quell’anno esplosero
infatti gli scontri a Vénissieux, Villeurbanne e Vaulx-en-Velin, tre comuni che costituivano parte
integrante dell’area urbana di Lione, comprendente allora circa 1.200.000 abitanti. Si trattava di
comuni caratterizzati da alte percentuali di popolazioni marginali, in gran parte di origine straniera,
in condizione di forte deprivazione sociale: bassa scolarizzazione, disoccupazione o
sottoccupazione, situazioni abitative inadeguate, ridotte relazioni sociali (cfr. Baptiste, 1994). Gli
scontri cominciarono quando alle Minguettes, un quartiere di Vénissieux diventato poi assai noto
proprio per quei fatti, la polizia è intervenuta contro un gruppo di giovani (per lo più immigrati o
figli d’immigrati) che si abbandonava a grandi rodei (come vengono chiamati in Francia i “giochi”
con auto rubate, lanciate a folle velocità per le vie dell’abitato e poi mandate a schiantarsi contro i
muri o contro altre auto o date alle fiamme). Sono stati proprio questi scontri, che hanno avuto
un’ampia copertura mediatica, a far scoprire ai francesi il problema delle banlieues, i “quartieri
d’esilio” o di “segregazione”, come sono stati poi definiti da alcuni studiosi (cfr. Delarue, 1991,
Dubet, 1992, Gallissot, Moulin, 1995, Donzelot, 2006), abitati da altissime percentuali di giovani
senza arte né parte, spesso dediti all’alcol e alle droghe, cui vengono attribuiti, in parte
fondatamente e in parte per pregiudizio, spaccio, furti, scippi, stupri, atti vandalici e numerose altre
violazioni del codice penale e delle norme non scritte della convivenza civile.
Proprio per questo motivo, questi giovani, e più in particolare quelli di origine araba, sono oggetto
di una speciale attenzione da parte della polizia, che, quando gliene viene data l’occasione, non esita
a intervenire con mano pesante, suscitando la reazione dei loro elementi più politicizzati, che, in
buona o in cattiva fede, gridano alla “repressione razzista”. Anche dopo i fatti del 1981 non sono
mancate simili proteste, moltiplicatesi poi via via sino alla famosa “marcia per l’uguaglianza” del
1983, che, partita dalle Minguettes con poche centinaia di partecipanti, ha portato a Parigi 100.000
persone, aggregatesi lungo il percorso. Dopo tale marcia, nel 1984, si sono costituite anche le due
più note associazioni “antirazziste” francesi, Sos-Racisme e France-Plus, che, pur diverse per
composizione sociale e orientamento politico, si sono entrambe notevolmente impegnate per la
promozione delle condizioni di vita degli immigrati e il miglioramento dei loro quartieri, ottenendo
un certo ascolto dalle autorità centrali e locali, che, del resto, nell’intento di prevenire altri scontri,
avevano già avviato dei significativi interventi di rinnovamento urbano e di ricupero sociale.
Nondimeno agli inizi del decennio seguente si è aperta un’altra fase di scontri etnici e sociali.
Disordini su vasta scala sono avvenuti nel 1990 al quartiere Mas du Taureu di Vaulx-en-Velin e nel
1991 alla Cité des Indes di Sartrouville, nella banlieue di Parigi, e a Mantes-la-Jolie, una piccola
città (42.000 abitanti) a una sessantina di chilometri dalla capitale. Qualche anno più tardi scontri di
minor portata sono proliferati in tutto l’esagono, sino ad arrivare, dopo un periodo di apparente
tranquillità, che ricopriva peraltro una preoccupante deriva malavitosa, alla grande esplosione del
novembre 2005.
Ho avuto occasione di studiare personalmente gli scontri di Vaulx-en-Velin del 1990, scoppiati
mentre mi trovavo in Francia per una ricerca sull’immigrazione straniera in Europa (cfr. Melotti,
1992a). A Vaulx-en-Velin sono poi ritornato in occasione di una successiva ricerca comparata
sull’immigrazione a Milano e a Lione, che mi ha permesso di approfondire la dinamica di quegli
eventi e la situazione in cui s’inserivano (cfr. Melotti, 1992b).
Gli scontri sono scoppiati il 6 ottobre 1990, di sabato, dopo che un ragazzo, figlio d’immigrati
spagnoli, era morto in seguito a un incidente stradale dalla dinamica assai controversa (secondo i
giovani scesi in piazza a protestare, l’incidente sarebbe stato provocato da un intervento
ingiustificato della polizia; secondo quest’ultima, sarebbe stato invece causato dal comportamento

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irresponsabile di due giovani in moto, fuggiti per sottrarsi a un controllo di routine). Le proteste
sono ben presto degenerate, tanto che per definire la situazione si è parlato di guerriglia urbana,
rivolta, moto, insurrezione. Certamente in quell’occasione è esplosa la rabbia da tempo accumulata
di molte centinaia di giovani di origine straniera, insediati in quella periferia metropolitana: un’area
certo non molto accogliente, anche se migliore di molte altre, per effetto di alcuni recenti interventi
di rinnovamento urbano.
Vaulx-en-Velin, quarto comune del dipartimento di Lione e decimo comune della regione Rodano-
Alpi, contava allora 45.000 abitanti, dopo il raddoppio della sua popolazione dovuto alle ingenti
immigrazioni dei precedenti decenni. Era abitato da una popolazione in prevalenza assai giovane
(circa il 50% dei residenti aveva meno di trent’anni), costituita in gran parte d’immigrati o figli
d’immigrati, per lo più maghrebini, concentrati per il 75% nel quartiere al centro degli eventi. Nel
territorio del comune c’erano oltre mille imprese, con un totale di 13.000 dipendenti, e ventidue
scuole di vario livello, ma nessuna di queste era un liceo (lycée), la scuola media superiore di
miglior qualità e maggior prestigio. Alla crescita economica non aveva infatti corrisposto un pari
sviluppo delle infrastrutture e dei servizi. Per contro, assai diffusa era la disoccupazione, anche per
la disindustrializzazione da tempo in atto nella regione, e i giovani erano giustamente preoccupati di
non trovare un lavoro al termine dei loro studi. L’amministrazione era di sinistra (con una larga
maggioranza di comunisti e di socialisti e il Fronte Nazionale relegato all’opposizione), ma ben
scarsa era la soddisfazione per il suo operato. Fra i precedenti specifici, che possono spiegare
l’esacerbazione dei giovani, vanno ricordati parecchi altri discussi incidenti con la polizia, con
undici vittime, di cui dieci dal cognome straniero.
La vicenda di Vaulx-en-Velin è per molti aspetti esemplare. Anche per questo vale la pena di
ricordare le analisi che ne sono state effettuate in Francia, ove era ancora assai vivo il ricordo delle
“estati calde” degli anni ’80 nelle banlieues di Lione e di altre città.
Richiamo innanzi tutto i fatti nell’efficace sintesi pubblicata in quei giorni da uno dei più prestigiosi
quotidiani francesi (“Le Monde”, 9 ottobre 1990): “Vaulx-en-Velin, vicino a Lione, città dormitorio
di circa 50.000 abitanti, per il 20% disoccupati, con una numerosa popolazione d’immigrati, ha
conosciuto, sabato 6 e domenica 7 ottobre, un week-end d’incendi, rapine e scontri con le forze
dell’ordine, in seguito alla morte controversa, avvenuta sabato, di un giovane motociclista, Thomas
Claudio, ventunenne poliomielitico, minorato alle gambe, appartenente a una famiglia di origine
italiana [rectius: spagnola]. Thomas aveva preso posto sul sellino posteriore della Honda 1000 di un
amico, Laurent Assebille, ventenne, che era alla guida del veicolo. Sbalzato a terra, Thomas restava
mortalmente ferito, mentre la moto, slittando, andava a sfiorare la vettura della polizia; l’altro
giovane, ferito meno gravemente, veniva arrestato. Diversa è la versione dei giovani: la vettura
della polizia ha tagliato deliberatamente la strada alla moto, che non ha potuto evitarla, e anche il
suo pilota sarebbe morto se non avesse indossato il casco. Nelle ore successive si sono moltiplicati
gli incidenti violenti. Dopo l’incendio di tre automobili nella notte fra sabato e domenica, le
violenze sono riprese ancora più vivacemente nel pomeriggio della domenica e sono durate sino
all’1.30 del mattino. Circa 500 manifestanti hanno saccheggiato un centro commerciale e hanno
dato alle fiamme la maggior parte dei suoi negozi e parecchi veicoli. I poliziotti, che in un primo
momento erano stati sopraffatti per il loro numero esiguo, hanno ripreso il controllo della situazione
nella notte fra domenica e lunedì”.
A questo “week-end di paura” la stampa di tutto il Paese ha dedicato ampio spazio, inizialmente
enfatizzando la vicenda con titoli cubitali in prima pagina e articoli più o meno drammatici
sull’“inferno delle banlieues” e sulla “mina vagante” costituita dagli immigrati (cfr. Adri, 1990), poi
anche ospitando commenti più meditati di sociologi e altri studiosi.
L’interpretazione prevalente è stata in termini di “reazione inconsulta di comunità svantaggiate”: la
stessa già proposta a suo tempo per i conflitti del precedente decennio. Non sono mancate però delle
letture più complesse, anche se non sempre convincenti.
Alcuni, richiamando l’importanza che l’assimilazione culturale rivestiva nel modello d’integrazione
francese, il cosiddetto “modello repubblicano” in senso forte (cfr. Haut Conseil à l’intégration,

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1991), hanno attribuito la situazione all’asserita “inassimilabilità” della nuova immigrazione,
costituita per lo più di maghrebini e altri africani. Ha scritto, ad esempio, Max Clos (“Le Figaro”,
17 ottobre 1990): “Il problema chiave è costituito dalla presenza sul nostro territorio di comunità
non assimilabili. La violenza nelle banlieues non è opera di extraterrestri. I responsabili sono ben
noti sia alle loro vittime, sia alla polizia. Si tratta in effetti, secondo le aree geografiche, di neri o di
maghrebini, come dimostrano le immagini diffuse da tutte le televisioni. Taluni si sforzano di
convincerci che si tratta della rivolta (legittima?) di popolazioni svantaggiate. Ma questa
spiegazione non basta. In Francia ci sono altre comunità immigrate (quelle portoghesi e quelle
asiatiche, ad esempio) che, pur incontrando le medesime difficoltà, non rappresentano un problema
né in termini di sicurezza, né nei rapporti quotidiani con gli altri cittadini. Perché questa differenza?
Queste comunità desiderano l’integrazione e compiono ogni sforzo per raggiungerla. I maghrebini,
invece, pur vivendo nella società francese, non ne riconoscono i valori e ne rifiutano le regole”.
Questa interpretazione, non solo inquietante, ma “politicamente scorretta”, è stata rigettata da molti.
Due noti specialisti di problemi migratori, Antonio Perotti e France Thépaut (1990), dopo averla
criticata, gliene hanno contrapposta un’altra, in termini di “questione urbana”. Secondo le loro
conclusioni, che si ricollegavano a un importante rapporto ufficiale sulla vita nelle banlieues (cfr.
Piron 1990), i conflitti che emergono in queste aree largamente abitate da immigrati non
dipenderebbero dall’asserita inassimilabilità culturale di questi ultimi, ma dalla loro mancata
integrazione sociale, dovuta anche al fatto che, quale che ne sia la cultura, i quartieri-ghetto
ostacolano il loro inserimento e alimentano le tensioni. Per favorire l’integrazione degli immigrati, a
loro avviso, sarebbe stato dunque necessario smantellare tali quartieri o per lo meno contrastarne la
monofunzionalità riduttiva, inserendovi delle attività produttive e dei centri di vita sociale, per
renderli dei “quartieri come gli altri”.
Anche questa spiegazione è peraltro insoddisfacente o per lo meno insufficiente. Proprio Vaux-en-
Velin costituiva infatti un buon esempio di riabilitazione urbana, grazie ai cospicui interventi che vi
erano stati effettuati nel quadro delle ambiziose politiche sociali promosse dai governi e dalle
autorità locali sin dagli anni ’80 (si può leggere in proposito il contributo del sindaco di Vaux-en-
Velin, Maurice Charrier, 1992, in un numero speciale di “Les Temps Modernes” dedicato ai
problemi delle banlieues).
Proprio per questo Adil Jazouli, il direttore di “Banlieuescopie”, un osservatorio sulla vita sociale
delle banlieues, ha avanzato una spiegazione in parte diversa. Questo studioso di origine
marocchina, già noto per una precedente ricerca sulle bande dei giovani immigrati di colore
(maghrebini, sudsahariani, antillani) apparse in Francia nel corso degli anni ’80 (cfr. Jazouli, 1986),
ha infatti proposto un’analisi in termini di “questione giovanile” (“Le Monde”, 16 ottobre 1990). A
suo avviso la prima causa di quegli scontri, così come di molti altri più o meno simili, sarebbe stata
la condizione di sofferenza del nuovo proletariato giovanile multirazziale, carente di diritti di
cittadinanza e di rapporti sociali, che si era andato formando nelle città francesi per effetto
dell’immigrazione. Vi sarebbero stati errori e insufficienze nella politica per l’integrazione degli
immigrati e delle loro famiglie, che pure in Francia era stata perseguita con un certo impegno a
partire almeno dalla metà degli anni ’80. Gli interventi si sarebbero infatti limitati a promuovere
l’integrazione delle piccole élites che avevano dato vita ai movimenti di quegli anni (ormai
diventate la nuova beurgeoisie, cioè la “borghesia” dei beurs), senza migliorare in alcun modo la
situazione degli immigrati più giovani, che continuavano a vivere in condizioni di estremo disagio.
Sarebbero stati proprio alcuni loro gruppi ad abbandonarsi ad azioni da apaches per richiamare
l’attenzione di un pubblico altrimenti privo di ogni interesse per i loro problemi (cfr. anche Jazouli,
1992).
Anche questa lettura è però riduttiva. Non si può infatti prescindere dalla dimensione più
propriamente politica del problema. Per questo va meditato l’intervento di Jean-Paul Dolle
(“Liberation”, 15 ottobre 1990). Questo filosofo si è meravigliato che simili eventi potessero ancora
sorprendere: “Chiunque abbia mai messo piede in una cité della Francia, pur non potendo sapere
quando, dovrebbe saper bene dove e come tali esplosioni siano destinate ad avvenire”.

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In questi quartieri ad alto rischio, a suo avviso, la soglia della rassegnazione era stata superata da un
pezzo e i giovani vivevano ormai in una situazione di potenziale rivolta. Le disuguaglianze
continuavano ad aggravarsi senza che nessuno le affrontasse. Il sistema politico diventava così
sempre più simile a quello delle antiche città greche, che riservavano la democrazia ai cittadini e la
tolleranza ai meteci, cioè gli stranieri benestanti, mentre trattavano con durezza i barbari, cioè gli
stranieri poveri. Per di più c’era stato anche un ritorno di fatto al voto per censo, perché gli
immigrati poveri, anche quando teoricamente godevano del diritto di voto in virtù della cittadinanza
francese, tendevano a non esercitarlo. Ne derivava una sovrapposizione esplosiva di strati sociali
privi di effettivi diritti e di zone urbane in via di ghettizzazione. Gli scontri di Vaulx-en-Velin e gli
altri simili eventi rappresentavano quindi una sorta di “intifada delle banlieues” (un’espressione
probabilmente introdotta proprio da lui).
Più complessa è stata l’interpretazione di Alain Touraine, un sociologo ben noto per i suoi studi sui
movimenti sociali (“Liberation”, 15 ottobre 1990). Per Touraine i fatti di Vaulx-en-Velin
obbligavano a interrogarsi sulla crisi irreversibile del modello “repubblicano” d’integrazione.
L’etnicità, non prevista da quel modello, aveva ormai fatto irruzione sulla scena francese, ma non
aveva trovato altra risposta che l’esclusione sociale. Il moto di Vaulx-en-Velin, che almeno
direttamente non era stato prodotto dalla miseria o dall’isolamento, ma da un incidente fra
immigrati e polizia, aveva per Touraine un evidente carattere etnico. Del resto l’etnicità era per lui
uno dei pochissimi fattori ancora in grado di produrre dei movimenti collettivi di qualche rilievo in
un’epoca che aveva visto il tracollo della capacità di mobilitazione di partiti e sindacati.
Peraltro, per Touraine, la situazione era ben diversa da quella degli scontri etnici del passato (per
esempio, i massacri dei lavoratori italiani nel sud della Francia alla fine dell’Ottocento o i progrom
antiebraici prima e dopo la grande guerra). I nuovi conflitti dipendevano infatti non soltanto dal
fallimento dell’integrazione delle minoranze, ma dal mutamento intervenuto nella stessa struttura
sociale. Da una società molto stratificata per classi si era passati a una società in cui prevaleva
nettamente la classe media, ma era anche molto cresciuto il numero degli esclusi. Nella società
francese integrazione ed esclusione erano infatti aumentate di pari passo.
Touraine sottolineava anche il cambiamento che aveva interessato l’identità degli attori sociali.
“Avevamo imparato a definire gli esseri umani per ciò che fanno e non per ciò che sono”, scriveva.
“Oggi emergono invece degli attori che si definiscono proprio per ciò che sono: donne, giovani,
regioni, nazioni, gruppi etnici ridenominati comunità. Il campo sociale e politico si decompone e
restano di fronte l’economia globalizzata e le comunità definite dai loro particolarismi: le proprie
tradizioni e l’accettazione o il rifiuto di cui sono oggetto”.
Per Touraine non si poteva dare una risposta ai nuovi problemi solo cercando di accelerare o di
rallentare il processo in atto. Comportarsi come se il vecchio modello di società non fosse già
venuto meno sarebbe stato tanto inutile quanto accettare lo sviluppo delle comunità nel vuoto
sociale. L’unico sbocco sarebbe stata la guerra di ciascuno contro tutti. Per contro, si dovevano
privilegiare due obiettivi strettamente interdipendenti: il riconoscimento delle diversità culturali e la
lotta contro l’esclusione sociale. Per questo criticava aspramente quelle politiche che a suo avviso
portavano solo a un rafforzamento della classe media. In particolare, nell’istruzione, a suo giudizio,
si doveva abbandonare l’obiettivo dell’“80% di diplomati” e dare invece priorità agli interventi per
quel 20% che rischiava di essere emarginato. Sarebbe stato quindi necessario, fra l’altro, realizzare
un grande progetto di formazione professionale orientato all’inserimento nelle attività produttive dei
giovani, e più in particolare degli immigrati e dei figli degli immigrati, il 50% dei quali era senza
lavoro. Altrimenti le città francesi avrebbero fatto la stessa fine di quelle americane, sommerse dal
proliferare dei ghetti. Questa sua indicazione non conformista di politica educativa (basti qui
ricordare le reazioni suscitate in Italia dalla riforma scolastica della ministra Moratti, che, sia pur
con misure discutibili, affrontava quel problema) ha ricevuto il sostegno pochi giorni dopo di un
altro grande studioso francese, Edgar Morin (1990).
In un successivo intervento Touraine (1991) ha approfondito quella sua analisi. La vecchia Francia
liberale, ha scritto, conosceva l’ineguaglianza e il conflitto, ma non l’esclusione urbana:

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discriminava, ma non ghettizzava. Ora, invece, sviluppandosi secondo il modello americano, anche
la Francia, così come altri Paesi europei, stava diventando una società segregatrice. Per di più,
questo cambiamento avveniva nelle condizioni peggiori, data la forte centralizzazione del Paese: “Il
nostro centro”, scriveva, “crea delle barriere, come quella che separa Parigi da ciò che si chiama la
periferia: una barriera simbolica quasi senza equivalenti nel mondo”.
Questo elemento costituisce certo un’aggravante specifica della situazione francese, così come la
contraddizione fra la carenza d’integrazione sociale e la politica di assimilazione culturale ivi
tradizionalmente perseguita. Ciò è stato confermato dalla nuova ondata di conflitti del novembre
2005, che ha ulteriormente messo in luce l’inadeguatezza di un modello d’integrazione che
persegue la formazione di una “comunità di cittadini” formalmente uguali senza affrontare le reali
ineguaglianze implicite nella segregazione urbana e nella discriminazione etnica e sociale (cfr.
Lagrange, Oberti, 2006, p. 31), che nel frattempo, secondo alcuni, sarebbero anzi addirittura
peggiorate (cfr. Donzelot, 2006).
La crescente capacità di esclusione è però una caratteristica generale della nuova società
globalizzata, che concorre a esacerbare i conflitti quasi dappertutto: nelle grandi città del centro del
sistema mondiale interessato dalle nuove immigrazioni, dove emergono frontiere non più solo
territoriali, ma anche identitarie, così come in quelle della sua periferia, dove si esasperano le
fratture sociali (penso, ad esempio, fra quelle che conosco meglio, a Rio de Janeiro, Buenos Aires e
soprattutto San Paolo, la più grande città del Sud America, che è stata recentemente sconvolta per
parecchie settimane dalla proterva azione delle sue grandi bande malavitose, impudentemente
coordinate dal Primeiro Comando da Capital).

Germania

Particolare è la situazione della Germania, che, con quasi 8 milioni d’immigrati, è il più importante
Paese europeo d’immigrazione. Eppure, com’è ben noto, per oltre un quarantennio la Repubblica
Federale Tedesca non ha voluto riconoscersi come un Paese d’immigrazione all’insegna di un detto,
icasticamente reiterato dai suoi governanti, che negava l’evidenza: Deutschland ist kein
Einwanderungsland (la Germania non è un Paese d’immigrazione). Per gestire la presenza degli
stranieri, la Germania ha così adottato per molti anni la cosiddetta politica dei Gastarbeiter, che li
configurava come dei “lavoratori ospiti”, la cui presenza sul suolo tedesco doveva essere solo
temporanea e giustificata da motivi di lavoro. La situazione resse, bene o male, sin verso la metà
degli anni ’70, quando la crisi strutturale innescata dall’aumento del costo del petrolio indusse a
bloccare il loro reclutamento. Ciò non fermò peraltro i flussi, che vennero sempre più motivati
almeno ufficialmente dalla ricerca di asilo, mentre i lavoratori stranieri già presenti, nel timore di
non poter far più ritorno in Germania una volta che ne fossero usciti, vi si stabilirono in via
definitiva, richiamando le loro famiglie. Più tardi la crisi dei Paesi dell’Est rovesciò sulla
Repubblica Federale Tedesca delle ondate di profughi senza precedenti in periodi di pace: oltre 1,5
milioni di persone, con un saldo netto di circa un milione, fra il 1989 e il 1990, tra Übersiedler e
Aussiedler. Dopo la riunificazione l’afflusso di questi ultimi continuò a un ritmo assai elevato e il
numero dei richiedenti asilo di altra origine aumentò ancora, mentre il quadro in presenza si
complicò ulteriormente per le migrazioni di tedeschi e di stranieri dai nuovi ai vecchi Länder e per
gli altri cambiamenti dovuti alla nuova situazione.
Mi limito a ricordare il caso di Berlino, che ho avuto occasione di studiare io stesso in quegli anni,
nel corso della già citata ricerca comparata sull’immigrazione in Europa. A Berlino Ovest, prima
della riunificazione, vivevano circa 220.000 immigrati turchi, che ne facevano la più grande città
turca in Europa dopo Istanbul. La maggior parte di loro viveva nel quartiere di Kreuzberg, adiacente
al muro di Berlino e quindi allora alla periferia della città. Questo quartiere, pur tutt’altro che
sgradevole, aveva sviluppato i caratteri di un vero e proprio insediamento etnico: aveva le sue
moschee, i suoi negozi con generi alimentari e altri prodotti importati dalla Turchia, i suoi locali in

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cui si mangiava, si beveva e si fumava alla turca. Con l’abbattimento del muro, quel quartiere si è
ritrovato di colpo nel centro storico della nuova capitale tedesca, a due passi dal suo viale più
famoso, Ünter den Linden, e dagli edifici di rappresentanza del governo e del Parlamento, dai
grandi musei, dai teatri, dall’Università Humboldt, col conseguente incremento del valore dell’area.
Per di più, una gran parte dei tedeschi dell’ex Berlino Est vivevano (e in parte vivono ancora) in
condizioni economico-sociali assai peggiori di quelle dei turchi immigrati da molti anni in
Germania… Ce ne sarebbe stato abbastanza per alimentare tensioni e conflitti in un popolo di santi;
figuriamoci in un Paese con la cultura politica della Germania, caratterizzata da un’idea etnico-
culturale della nazione e, per quanto concerne l’immigrazione, da una persistente politica di non
inclusione: una situazione aggravata dai problemi causati dalla lunga divisione e dalla recente
riunificazione e, all’Est, dalle frustrazioni lasciate dal crollo di un sistema che si era a lungo
mistificatoriamente presentato come il più avanzato tentativo di coniugare progresso economico e
giustizia sociale (frustrazioni che hanno poi portato una parte della popolazione a una certa
irrazionale Ostalgie, la nostalgia della Germania dell’Est, di cui ha beneficiato elettoralmente il
locale partito post-comunista).
Si aggiunga che, se nel 1991 gli arrivi degli Aussiedler si erano quasi dimezzati (scendendo a
222.000), quelli dei richiedenti asilo provenienti da altri Paesi erano ancora aumentati (256.000
contro i 193.000 dell’anno precedente), tanto da sollecitare una revisione in senso restrittivo della
specifica normativa (1993).
In questo contesto non possono stupire le pur gravissime esplosioni di razzismo e di xenofobia
moltiplicatesi all’indomani della riunificazione. I conflitti, iniziati nelle città dell’ex Repubblica
Democratica Tedesca, in grave crisi economica (il primo caso significativo è stato quello di
Rostock, il principale porto marittimo della Germania orientale), si sono rapidamente estesi anche
alle città dell’ex Germania occidentale. Il vecchio modello dell’estraneazione degli immigrati, nato
in un’altra epoca storica, con altre funzioni, sembrava del resto fatto apposta per coltivare
pregiudizi, divisioni, odi e rancori.
Successivamente vi sono stati dei segni di resipiscenza per quanto concerne quella politica, anche se
le stesse più autorevoli dichiarazioni in favore dell’integrazione degli stranieri residenti da molti
anni nel Paese rivelavano una concezione in genere piuttosto riduttiva della convivenza interetnica.
L’integrazione era vista infatti non come la conseguenza spontanea dello sviluppo di normali
relazioni sociali fra persone di origine diversa, ma come il risultato di un processo guidato dall’alto,
nell’interesse innanzi tutto della componente tedesca, che avrebbe dovuto continuare a trarre dalla
situazione un particolare vantaggio: assicurarsi l’apporto dei lavoratori stranieri senza dover
riconoscere loro pieni diritti di cittadinanza (con tutti i costi e i rischi relativi). Non sorprende
pertanto, in tale contesto, che in quegli anni vi sia stato anche un ritorno alla politica dei
Gastarbeiter, specialmente per i lavoratori provenienti dalla Polonia e dagli altri Paesi dell’Europa
orientale (cfr. Rudolph, 1996).
Vanno però richiamate, come un segnale importante del pur lento mutamento di clima sollecitato
proprio dai conflitti sopra ricordati, le parole pronunciate dall’ex presidente della Repubblica
Federale Tedesca Richard von Weizsäcker (1993) davanti alle bare di cinque immigrati turchi uccisi
a Solingen, in uno dei più efferati crimini razzisti della recente storia tedesca: “Gli estremisti che
sfilano per le strade gridando ‘La Germania ai Tedeschi’ (Deutschland den Deutschen) vogliono
forse cambiare la Costituzione? Perché il suo articolo 1 dichiara inviolabile non già la dignità dei
tedeschi, ma la dignità degli uomini, e un’affermazione diversa metterebbe in discussione proprio la
dignità dei tedeschi. Quanto ai turchi [che vivono in Germania], non sarebbe più giusto e più umano
cominciare a chiamarli cittadini tedeschi di origine turca?”.
Un rilevante passo in questa direzione è stato poi compiuto con la riforma della legge sulla
cittadinanza, varata il 23 maggio 1999 dalla nuova maggioranza rosso-verde, non senza laceranti
contrasti nel Parlamento e nel Paese. Questa legge, entrata in vigore il 1° gennaio 2000, ha operato
una prudente, ma significativa rottura con la consolidata tradizione dello jus sanguinis, radicata
nella locale cultura politica (cfr. Melotti, 2000a, 2006). È stato infatti riconosciuto per la prima volta

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ai giovani nati in Germania da genitori stranieri il diritto di acquisire, a determinate condizioni, la
cittadinanza tedesca, senza dover passare per le forche caudine di una difficile “naturalizzazione”.
Più recentemente (22 marzo 2002) la stessa maggioranza ha votato una legge sull’immigrazione
parimenti contestata dall’opposizione, impegnatasi ad abrogarla o a emendarla in senso fortemente
restrittivo nel caso di una sua vittoria alle elezioni politiche dell’autunno seguente (vittoria allora
data quasi per certa, ma poi mancata sia pur di un soffio, per gli eventi intercorsi nel frattempo:
l’annunciato attacco americano all’Iraq, che ha premiato i partiti di orientamento più pacifista, e le
distruttive alluvioni dell’estate, che hanno fatto guadagnare consensi alla componente ecologista
della coalizione al governo). Questa legge, che ha avuto il merito di riconoscere ufficialmente il
carattere immigratorio della Germania, non è però mai entrata in vigore. Una sentenza della Corte
Costituzionale l’ha infatti annullata per un’indebita forzatura nel computo dei voti con cui era stata
approvata al Bundesrat ed è poi stata sostituita da una legge molto meno ambiziosa, concordata con
l’opposizione (14 luglio 2004), che teneva soprattutto conto delle nuove esigenze di sicurezza
emerse dopo gli attentati terroristici che avevano colpito alcune grandi città dell’Occidente: New
York e Washington D.C. (11 settembre 2001) e Madrid (11 marzo 2004).
In molte città tedesche, peraltro, sono da tempo operanti delle significative politiche sociali per gli
immigrati. Ricordo in particolare il caso di Francoforte, una delle città europee con la più alta
percentuale d’immigrati (26%), ove Daniel Cohn-Bendit, che ne fu a lungo assessore per gli affari
multiculturali, istituì, fra l’altro, un pionieristico centro municipale per la mediazione interculturale,
nell’intento di evitare o di attenuare i conflitti fra gli autoctoni e gli immigrati stranieri e fra i diversi
gruppi di questi ultimi (conflitti che giustamente lo preoccupavano: si veda Cohn-Bendit, Schmidt,
1992).
Queste politiche sociali si sono poi sviluppate anche a livello federale, favorite dal mutamento della
cultura politica attualmente in corso e dall’influenza esercitata dalle istituzioni dell’Unione
Europea, apertamente pronunciatasi nel 2000 per un’“integrazione sociale degli immigrati nel
rispetto della diversità culturale” (Commissione Europea, 2000; si veda anche il Trattato
Costituzionale firmato da tutti gli Stati membri il 29 ottobre 2004, ma poi non entrato in vigore per
la mancata ratifica da parte di alcuni di essi).
Tuttavia gli atti di xenofobia nei confronti degli immigrati non sono completamente cessati e in
alcune località sono anzi addirittura aumentati, anche se la stampa tedesca preferisce tende a non
parlarne più. Si capisce pertanto perché Uwe-Karlsten Heye, già portavoce dell’ex cancelliere
Gerhard Schröder, abbia recentemente sentito la necessità di lanciare un allarme solo in apparenza
eccessivo: “Ci sono dei centri piccoli e medi nel Brandeburgo e in altre regioni tedesche dove
chiunque abbia un diverso colore della pelle farebbe bene a non avventurarsi, perché potrebbe
anche non uscirne vivo” (cfr. Valentino, 2006, p. 20).

4. Il caso italiano

In Italia, per il momento, non vi sono stati dei conflitti urbani in rapporto con l’immigrazione di
gravità paragonabile a quelli degli Stati Uniti e dei Paesi europei sopra citati. Ma non sono mancati
dei conflitti anche aspri chiaramente dovuti all’impatto migratorio, in contrasto con lo strano
negazionismo di alcuni esponenti della classe politica. Cito per tutti l’attuale presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano, che, quand’era ministro dell’Interno (1996), giunse ad asserire
testualmente, con eccessivo e fuorviante “buonismo” (probabilmente anche inteso ad accattivarsi il
pubblico ideologicamente orientato cui si rivolgeva), che “non avrebbe mai concesso un dito alle
tesi secondo cui, se vi sono tensioni in certe aree urbane, queste sono dovute all’immigrazione”
(mentre, ovviamente, avrebbe dovuto limitarsi a criticare quelle che le avessero attribuite solo o
principalmente all’immigrazione). Successivamente, però, il riconoscimento che in Italia potrebbero
ripetersi vicende simili a quelle di Parigi è stata effettuato, come abbiamo ricordato all’inizio, dallo
stesso presidente del Consiglio attualmente in carica Romano Prodi (2005), mentre il ministro

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dell’Interno Giuliano Amato (2006) ha addirittura individuato in alcune situazioni già oggi esistenti
“un embrione di banlieue”.
La minore conflittualità sinora registrata in Italia si deve a diverse ragioni: 1) il tardivo inizio del
processo migratorio; 2) la minor percentuale d’immigrati sulla popolazione totale; 3) l’alta
percentuale di donne fra gli immigrati sin dalle prime fasi del processo migratorio (circa il 50%,
anche se molto inegualmente distribuita fra i vari gruppi etnici); 4) l’alta percentuale d’immigrati
per motivi di asilo politico, benché solo in piccola parte riconoscibili come rifugiati ai sensi della
Convenzione di Ginevra; 5) la maggior dispersione nel contesto del Paese e nell’ambito stesso del
territorio delle varie città; 6) una cultura politica meno portata all’emarginazione e all’esclusione
sociale, in parte per motivi storici, in parte per il buon lavoro svolto da molte organizzazioni
religiose, sindacali e politiche.
Fra i fattori che, per contro, hanno favorito l’emergere della conflittualità, si possono ricordare: 1)
l’inizio del processo migratorio in una fase di grave crisi economica; 2) un tipo d’immigrazione
dovuto assai più ai fattori di espulsione nei Paesi di esodo che ai fattori di attrazione nel Paese di
approdo; 3) la larga componente (in alcune fasi addirittura maggioritaria) dell’immigrazione
irregolare e clandestina; 4) la straordinaria rapidità del processo migratorio; 5) lo scarso controllo
del territorio da parte delle forze dell’ordine; 6) una diffusa pratica dell’illegalità, lavoro nero
compreso, con una tolleranza di fatto per la presenza di piccole e grandi organizzazioni criminali,
che ormai da molto tempo agiscono indisturbate, o quasi, anche al di là delle regioni di loro
tradizionale insediamento.
In ogni caso in Italia si sono già avuti numerosi conflitti urbani più o meno direttamente connessi
con l’immigrazione. A grandi linee, se ne possono distinguere diversi tipi. Senza alcuna pretesa di
esaustività si possono elencare:
1) le reazioni dei cittadini al degrado sociale e ambientale e all’insicurezza causati dalla presenza
degli immigrati o ad essa attribuiti. Soprattutto in certi quartieri centrali e semi-centrali delle grandi
città si sono addirittura costituiti dei “comitati” ad hoc di cittadini che hanno preparato e
organizzato le mobilitazioni. Ciò è avvenuto a Milano, specialmente nell’area che comprende il
quartiere di Porta Venezia, corso Buenos Aires, la zona attorno alla Stazione Centrale, viale Abruzzi
e piazzale Aspromonte, centri ben noti della microcriminalità, dello spaccio e della prostituzione
extracomunitaria (cfr. Melotti, 1993), e più recentemente nell’area del vecchio “quartiere cinese” di
via Canonica e via Sarpi (dove i pochi negozianti italiani ancora presenti hanno dovuto subire anche
degli attentati) e nel nuovo “quartiere multietnico” di via Padova; a Torino, a Porta Palazzo e a San
Salvario; a Genova, nella zona di via Prè e in altre vie del vecchio centro vicine all’area del porto; a
Roma, all’Esquilino, nell’area di piazza Vittorio, caratterizzata da una crescente presenza di cinesi,
dediti ad attività anche illecite, in gran parte controllate dalla cosiddetta “mafia gialla”. Vanno però
segnalate anche alcune mobilitazioni, per così dire, alla rovescia, come quella dei commercianti
cinesi del quartiere Forcella di Napoli, che, forse spalleggiati dalle loro organizzazioni malavitose,
si sono ribellati al tentativo della Camorra d’imporre anche a loro il pagamento del “pizzo” (cfr.
Melotti, 2007);
2) le reazioni, molto numerose, dei cittadini agli insediamenti abusivi degli immigrati (campi
nomadi, baraccopoli, ghetti etnici di vario tipo). Particolarmente rilevanti quelle che si sono avute a
Milano e nel vicino comune di Opera nel 2006;
3) le reazioni, a volte anche molto violente, degli immigrati allo sgombero di certe aree o di certi
stabili da loro illegalmente occupati. Dei casi tipici si sono avuti a Roma (agli inizi degli anni ’90
alla Pantanella, un ex pastificio sulla via Casilina Vecchia occupato da 2.500 immigrati di varie
etnie), a Milano (alla Cascina Rosa, in via Trentacoste, tra Lambrate e l’Ortica, e più tardi in via
Adda, vicino alla Stazione Centrale, e in via Lecco, a Porta Venezia). Reazioni di questo tipo si
sono avute anche in occasione dello sgombero, o del tentato sgombero, di alcuni campi nomadi
abusivi, a Roma, Milano, Bologna e in diverse altre città;
4) gli scontri etnici fra diversi gruppi d’immigrati. Conflitti di questo tipo sono avvenuti a Roma
(all’interno della Pantanella occupata) e, recentemente, a Padova (nel quartiere di via Anelli, dove

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vivono in situazioni di grave illegalità molti immigrati di varia provenienza). Qui, dopo alcuni
scontri particolarmente cruenti fra marocchini e nigeriani dediti allo spaccio e ad altre attività
illegali (24 luglio 2006), il sindaco diessino (che, nel gioco delle parti, è stato per questo
paradossalmente criticato più dal centro-destra che dal centro-sinistra) ha fatto erigere una barriera
di acciaio di 4 mm, lunga 84 metri e alta 3, per isolare dal resto della città l’area più problematica.
Questa iniziativa ha ricevuto il sostegno inaspettato anche del ministro della Solidarietà sociale
Paolo Ferrero, di Rifondazione comunista, che ha sottolineato la necessità di affrontare il problema
costituito dall’esistenza di simili ghetti anche in altre città grandi, medie e piccole. fra cui ha
ricordato espressamente, sulla base delle sue conoscenze dirette, Roma, Brescia (per l’adiacente
comune di Bovezzo), Modena (con la vicina Sassuolo) e Viareggio;
5) gli scontri tra le bande giovanili d’immigrati o figli d’immigrati. I primi casi significativi si sono
avuti a Genova e a Milano (2005, 2006), fra giovani ecuadoriani e peruviani, che hanno aggredito
anche dei giovani italiani, ma il problema si è già esteso a numerose altre città, fra cui Roma e
Napoli;
6) i conflitti “culturali” contro l’insediamento di luoghi di culto per gli immigrati islamici e di
istituti di istruzione confessionalmente connotati per i loro figli. Di particolare rilievo, nel 2006,
sono state le reazioni alla costruzione di una grande moschea a Genova e di un’altra a Colle Val
d’Elsa, nella provincia di Siena, e di una scuola islamica a Milano, in via Ventura, su cui si sono
aspramente divise anche le forze politiche locali.
La situazione è dunque in piena evoluzione, con una marcata tendenza all’aumento dell’incidenza di
alcuni tipi di conflitto, che stanno diventando più frequenti, più gravi e più diffusi. È pertanto
necessario seguirne con grande attenzione i possibili sviluppi, specialmente dopo le recenti vicende
di Parigi. La campana della basilica di Saint-Denis è infatti suonata anche per noi.

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