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Appunti sparsi sulla crisi economica


e finanziaria.
Le responsabilità delle Autorità
politiche e dei Regolatori, Origini,
Conseguenze, Contromisure italiane,
Critiche ed Osservazioni.
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Mutui subprime, perdite occulte ed altro


Prestito monstre della Banca Centrale Europea: 350 miliardi di € a 16 giorni.
Richieste da parte di 390 banche di un importo ancora superiore. E' la prova
provata che perdite e svalutazioni patrimoniali da parte delle banche che
hanno in pancia prodotti strutturati americani, i famigerati subprime, non sono
finite neppure in Europa e soprattutto che l'ammontare della voragine è
ancora sconosciuto. E questo è confermato anche dal fatto che i prestiti
interbancari (fatti da una banca as un'altra) sono molto lenti ed avvengono a
condizioni di tassi crescenti. Le banche in sostanza non si fidano l'una dell'altra.
Si determina in sostanza una situazione paranoica, dove l'ammontare della
liquidità nel sistema europeo varia in misura spropositata, essendo ridondante
in un momento e scarsa in quello successivo. E' una situazione di rischio, con
tutta evidenza, che può squilibrare il sistema economico-finanziario ed in ogni
caso ha determinato l'impennata verso l'alto del sistema dei tassi di interesse e
dall'altra una situazione di profonda incertezza negli operatori e negli
intermediari. Ma anche nei risparmiatori che stanno abbandonando in massa gli
investimenti in Fondi azionari. L'andamento schizofrenico delle quotazioni in
borsa è la cartina di tornasole. E questa massiccia iniezione di liquidità ha
anche lo scopo di tentare di evitare le ripercussioni in borsa di eventuali
vendite di asset azionari da parte di banche che necessitano di liquidità (e
sonotante) o di realizzare plusvalenza per "fare bilancio" (e sono tante lo
stesso).
Un altro scenario da valutare con attenzione, riguarda le immense masse di
valuta (danaro) che i fornitori di petrolio, gas naturale e materie prime oltre che
i paesi esportatori stanno accumulando. Si tratta di cifre dell'ordine delle
migliaia di miliardi di dollari. Questi capitali per la maggior parte in dollari
fanno tremare le vene perchè sono alla ricerca di occasioni di investimento più
remunerative e quindi rischiose. Ma il rischio assume anche un'altra
connotazione. In molti casi queste'istituzione finanziarie appartengono agli stati
con il risultato che uno stato straniero potrebbe acquistare qualunque azienda
in qualunque paese occidentale.Non è detto che la circostanza in sé sia un
danno od un vantaggio, ma di certo è una situazione nuova che va analizzata
ed affrontata opportunamente.
In sostanza ècominciato un periodo di forti turbolenze finanziarie a cui si
accompagnano eventi che rallentano la crescita e nel contempo accendono
l'inflazione, di talchè le stime per il 2008 sono state abbassate per l'Europa
mentre quelle sul tasso di inflazione sono al rialzo.
Che si debba tornare all'utilizzo della banca "materasso"? o all'investimento nel
fondo "sotto il matone"? Ah! Saperlo!
19 Dicembre 2007
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Economia in crisi. L'Italia sempre vaso di coccio tra vasi di


ferro
Una bastonata di dimensioni megagalatiche! Così si può eufemisticamente
definire l'ultimo periodo delle borse in tutto il mondo.
E' tutto sempre più complicato, difficile e veloce. Uno degli aspetti per me
significativi è che si era da molto tempo stabilita la convenzione secondo la
quale si parlava di "recessione" quando per due trimestri consecutivi c'era
crescita negativa del PIL. Oggi, in considerazione di moltissimi fatori e
dell'intreccio delle economie mondiali, il termine temporale per segnalare
l'inizio di una recessione è 1 mese sicchè di recessione si parla per un
andamento negativo del PIL di 2 mesi 2. Le prospettive negli USA sono
negative nonostante gli interventi del governo federale. Il panorama è molto
pesante nel mondo finanziario. Le gigantesche svalutazioni per decine di
miliardi di dollari che alcune banche hanno compiuto, sono il segno della follia
commessa sottoscrivendo prodotti finanziari talmente complessi che molte
banche non sanno quantificare le possibili perdite potenziali oltre quelle già
evidenziate. Il conseguente clima di sfiducia tra le medesime banche penalizza
il costo del danaro e determina tensioni fortissime nei tassi interbancari ma
anche nella determinazione dei tassi retail. In aggiunta,la speranza che la
recessione negli USA poteva essere compensata dalla tenuta delle economie
asiatiche, sembra svanita. In effetti l'esplosione asiatica era sostenuta in gran
parte dall'economia USA mentre in realtà il rischio pesante di caduta dei
consumi in questo paese rischia di estendere la crisi anche alle economie
asiatiche. La globalizzazione fa sì che gli intrecci delle economie, mettano in
moto un effetto domino.
L'Italia, grazie all'euro ha la possibilità di reggere meglio il colpo ma rimane
comunque fortemente fragile, chiusa, poco competitiva, con parametri di
produttività decrescenti e con il macigno di debito pubblico, spesa pubblica
piuttosto improduttiva, sprechi a iosa e via andare. Il paese avrebbe necessità
di una governance decisa, dalle idee chiare, tecnicamente ferrata e
politicamente forte. Avrebbe, dicevo. Abbiamo invece le polemiche su Pecoraro,
le ignobili mastellate, le beghe da lavandaie stupide sulla legge elettorale,
l'informazione che di economia e di borsa non si occupa che male (salvo
lodevoli eccezioni), i risparmiatori considerati parco buoi, una rigidità
strutturale assurda.
Il rapporto EURISPES che ha misurato gli infimi livelli di valutazione in cui
politica e parlamento sono considerati, spiega perchè la nostra situazione sia
davvero prospetticamente dura. L'inadeguatezza etica, mentale, fattuale,
istituzionale e personale di molti degli addetti ai lavori, rischia di essere pagata
a carissimo prezzo dal paese e dai cittadini. Molto più di quanto sia accaduto
finora. E meno male che al ministero dell'economia abbiamo almeno Padoa
Schioppa e non certi sedicenti esperti funamboli bravi a fare i galli che cantano
sull'immondizia e non certo a governare l'economia.
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21 Gennaio 2008

Bear Stearns: liberismo tradito?


L'eclatante episodio di JP Morgan che con i soldi della FED acquista in saldo la
banca d'affari Bear Stearns tiene banco sui media mondiali. Oltre al disastro di
una banca comprata per 300 milioni di dollari contro il valore di 17 miliardi di
dollari di qualche settimana prima, colpisce l'intervento pubblico che nella
patria del liberismo è intervenuto d'urgenza a sostegno del sistema finanziario
statunitense. Come bestemmiare in chiesa! Anzi, molto peggio! La questione
tiene banco anche in Italia dove i temi della globalizzazione, del liberismo sono
stati posti anche dall'On. Tremonti nel suo volume "La speranza e la paura". Il
tema non è nuovissimo: secondo visuali diverse se ne sono occupati molti
economisti ed operatori i quali hanno contestato l'automatismo degli effetti
positivi della globalizzazione e del capitalismo estremo. E' altrettanto evidente
che il tema è divenuto pressante e figlio di interessi economici in seguito
al'acceleraione della globalizzazione che ha generato l'ingresso della Cina nel
WTO (Orgnizzazione del commercio internazionale). Non è questa la sede né
sono in grado di offrire contributi credibili in argomento, sono solo consapevole
e convinto di due aspetti: il primo è che la globalizzazione è un fenomeno che,
interpretato e concettualizzato come da molti ed influenti pensatori si è fatto,
ha causato distorsioni ed infelici orientamenti interni ad ogni paese in materia
di politica economica. Discutibile se non dannoso il voler parlare di
competitività riferendo il concetto alle intere nazioni. Il secondo è che
riportando l'attenzione all'Italia, il liberismo rimane purtuttavia desiderabile
sulla scorta della premessa che il liberismo nella tradizione italiana è molto
diverso da quello praticato nei paesi anglosassoni e segnatamente negli USA.
Irrinunciabili e condivisibili, ad esempio, le tutele sociali che sono un patrimonio
consolidato della tradizione sociale e storico-politica italiana (ed europea). Ed
altrettanto forte è la presenza delle istituzioni statuali nella società e
nel'economia che ha acquisito una connotazione di "normalità".
Detto questo, la situazione italiana è che l'istituzione statuale si è strutturata
verso un interventismo eccessivo, bizantineggiante ed erroneamente orientato
alla tutela di interessi frammentati e particolari che, a loro volta, sono riusciti a
costruire le loro rappresentanze politiche che esercitano poteri di blocco ogni
qualvolta qualcuno di questi interessi venga messo in discussione. Le caste,
per spiegarmi, dipendono da questo. E le caste, sono il contrario del liberismo
ciò che non è tanto una "eresia" concettuale, quanto una premessa perchè
prodotti e servizi offerti nel paese, abbiano costi e quindi prezzi molto più alti
del necessario e del possibile oltre che del desiderabile. Senza sottacere che il
fenomeno riguarda anche la spesa pubblica e l'intera struttura burocratico-
amministrativa pubblica.
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Chiedendo scusa per i salti logici. Cina o meno, pur senza venir meno alla
concezione liberale e liberista italiana, un molto più intenso tasso di liberismo
in Italia consuntiverebbe il duplice risultato di facilitare alle imprese la loro
ricerca di competitività e quello di ottenere un interessante abbassamento
delle struture dei costi e quindi dei prezzi di prodotti e servizi. Se a questo si
aggiungessero politiche tese al forte miglioramento della produttività, i risultati
vedrebbero anche una possibile crescita dei salari reali, il recupero del potere
d'acquisto da cui attendersi sia un rilancio dei consumi interni che una migliore
potenzialità delle imprese verso i mercati internazionali. Ed è qui il
collegamento con la globalizzazione possibile.
18 Marzo 2008

All'origine della crisi finanziaria: la moltiplicazione dei pani


e dei pesci

Una delle curiosità o meglio delle ansiose


domande che la crisi ha suscitato e suscita è il
come mai dai mutui concessi a clientela dal poco
affidabile merito creditizio si sia estesa dalla
banche che hanno finanziato il mutuo
moltiplicando le cifre e travolgndo nella crisi
l'intero sistema bancario americano con
propaggini ancora incerte e misteriose in
Europa. Non c'è mistero alcuno, ma solo un
terribile meccanismo dal nome automobilistico:
A.B.S. acronimo di Asset Backed Securization.
Queste operazioni sono consentite in Italia e sono regolamentate da Borsa
Italiana . Senza traduzione letterale, essendo sufficiente parlare di
cartolarizzazioni, sono titolo di debito emessi e trattati da banche o
finanziarie per conto di società che garantiscono il pagamento, attraverso la
liquidità derivante da crediti commerciali o prestiti di vario genere. La
trasformazione dei crediti in titoli negoziabili è detta " securitization ". E
vediamo come funziona il meccanismo. La banca X eroga mutui ad un elevato
numero di privati che hanno un diverso grado di solvibilità e, per poterlo fare,
chiede dei quattrini in prestito alla banca Y. La restituzione dei quattrini dalla
banca X alla banca Y è garantita dal pagamento delle rate di mutuo eseguite
dai clienti della banca X. Nella realtà accade che la Banca A "cartolarizza" i
mutui e li vende in prima battuta ad una società a lei collegata chiamata SPV
(Special purpose Vehicle) che li compra e trasforma i crediti della banca X
derivanti dai mutui, con danaro liquido. I mutui che non sono "liquidi" vengono
trasformati quindi in liquidità immediata che la banca X userà per svolgere la
sua normale attività di finanziamento. Si noti che dai bilanci della Banca X non
vi saranno più mutui ma liquidità. Siccome i mutui sono operazioni di lunga
durata, occorre che nel sistema vi sia fiducia di tutti gli agenti finanziari e che
il valore degli immobili abbia un andamento prevedibilmente crescente. Ma
l'altro elemento per chiudere il cerchio è la disponibilità di grosse liquidità in
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cerca di occasioni di investimento e di bassi tassi di interesse. Tutti questi


elementi sono stati presenti ed attivi fino a circa 18 mesi fa.
Se tutto funziona, la banca Y che ha finanziato la banca X riscuoterà il suo
debito. In genere però in questo tipo di operazioni interviene un soggetto
Assicurativo il cui vitale ruolo è quello di garantire la solvibilità del
credito "contenuto" nel titolo cartolarizzato per permettere che circoli
nel mercato finanziario.
A rifletterci, questo meccanismo permette una grossa ripartizione del rischio
che ha indotto gli operatori finanziari a spingere sull'acceleratore di queste
operazioni fino ad finanziare soggetti poco affidabili (i cosiddetti sub-prime)
perchè, in linea teorica le prospettive di rischio erano molto frazionate. Si è
creato insomma un effetto moltiplicatore di mutui, ABS che ha spinto
energicamente il mercato immobiliare e per esso il mercato dei mutui e quindi
gli ABS. La soglia di minore affidabilità richiesta ai richiedenti i mutui ha a sua
volta spinto in alto il mercato degli immobili il loro valore. Insomma un vero e
proprio volano autoalimentato. Quialche riga più su ho usato il termine
meccanismo (quello che ho provato a descrivere) ed è un termine che esclude
sia strani maneggi che elementi psicologici ad eccezione della fiducia
nell'andamento crescente dei valori del mercato immobiliare.
Senza troppi particolari, negli USA è accaduto che da un certo momento in poi
il valore degli immobili ha cominciato a fermarsi e poi a decrescere in misura
sensibile con l'aggravante che questa discesa ha interessato tutto intero il
paese e senza eccezioni. Il rischio conseguente non è più diversificabile perchè
riguarda tutti i mutui garantiti da immobili che TUTTI incominciano a perdere
valore, sicchè le banche che avevano nella pancia i titoli ABS vedono le loro
passività crescere vertiginosamente o,ridsursi fortemente il loro attivo di
bilancio che fa lo stesso. Negli States molte banche come la Banca Y di cui
sopra, che hanno prestato soldi ricevendone cartolarizzazioni, hanno
cartolarizzato a loro volta e sono andate quindi in crisi. Si è creata alla fine una
ulteriore strozzatura, la peggiore: le Assicurazioni che i crediti cartolarizzati
avevano garantito, messe al'improvviso o quasi di fronte a richieste di
coperture (pagamenti della garanzia rilasciata) pazzesche ed insostenibili. A
quel periodo, tra l'altro, risale l'aumento dei tassi di interesse deciso dalla FED
che ha quindi reso piuttosto alto il costo del danaro. E con questo, il famoso
volano autoalimentato, si è bloccato all'improvviso determinando le crisi di
liquidità che hanno caratterizzato tutta la vicenda senza che se ne veda ancora
la fine. La fiducia è andata decadendo di conseguenza determinando crisi delle
borse ed affannosa ricerca di liquidità da parte di tutte le banche del pianeta,
terrorizzate dalla temutisima corsa agli sportelli dei risparmiatori. Ma il mostro
della sfiducia ha prodotto ulteriori effetti moltiplicatori e nessuno men che
devastante: siccome il moltiplicarsi degli ABS è stato impressionante, per la
banca che li possiede non è affatto facile capire il contnuto in crediti dei titoli
cartolarizzati e conteggiare il valore dele perdite e proprio per questo i prestiti
del mercato interbancario si sono quasi bloccati. I tassi quindi, sintetizzati
nell'EURIBOR sono saliti complicando ancor più le cose e complicando la vita
anche a chi in europa ed in Italia ha la sfortuna di un mutuo a tasso variabile.
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Questi mutui infatti hanno un costo agganciato all'EURIBOR la cui crescita porta
in alto le rate dei mutui.
In estrema sintesi, questo è il meccanismo che ha originato l'immenso uragano
che stiamo vivendo.
L'andamento della crisi però ha tratto anche influenza da altri fattori esterni al
mercato della finanza, ma di questo si occuperà un prossimo post.
8 Ottobre 2008

Crisi finanziaria: ovvero del derviscio di Voltaire

«Viveva in quei pressi un derviscio famosissimo,


che aveva fama d’essere il maggior filosofo di
Turchia . Andarono a consultarlo. Pangloss prese la
parola, e disse: “Maestro, siam venuti a pregarvi
che ci spieghiate perché sia stato creato un animale
così bizzarro com’è l’uomo.”
Ma di che ti vai a impicciare?” disse il derviscio;
“che te ne importa?”
Ma, padre mio reverendo,” osservò Candido, “v’è
pur nel mondo una quantità spaventosa di mali.”
E che diavolo importano,” rispose il derviscio, “i mali ed i beni? Quando Sua
Altezza spedisce una nave in Egitto, si da ella forse pensiero se i topi che sono
nella stiva stanno comodi o no?”
E allora che dobbiamo fare?” domandò Pangloss.
Tacere”, rispose il derviscio.
Queste poche righe le ha scritte Voltaire ne il Candido o l'ottimismo e le ho
strumentalmente isolate dal contesto perchè mi pare che costituiscano una
felice, sintetica descrizione dei comportamenti razionali che operatori ed
intermediari finanziari hanno tenuto fino a spalancare il vaso di Pandora. (Ma
sono tanto note che si trovano perfino su Wikipedia a proposito di Pangloss)
Quando si trova di fronte alla valutazione di un investimento,di una attività,un
gestore finanziario si trova sempre di fronte ad un finto dilemma: se vinco
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guadagno e guadagnano tutti. Se perdo perdo posto e reputazione. La finzione


del dilemma sta nel valore finito, grave ma limitato del perdere posto e
reputazione in rapporto con l'infinito guadagno del vincere. Il finto dilemma
trae origine anche dal fatto che l'operatore finanziario, il gestore di fondi per
esempio, opera con i soldi dei risparmiatori,soldi di terzi. Accade allora che
l'operatore non ignora i rischi, anzi,li conosce e li cavalca perchè il premio è
tanto più alto quanto più il rischio è alto.
Bisogna però fare sempre i conti con le regole che la legge fissa anche negli
USA che impongono di detenere il capitale necessario a fronteggiare eventuali
rischi.Nella realtà è accaduto che la paurose espansione dei mutui ha coinvolto
una grossa platea di mutuatari assai poco solidi; per diversificare il
rischio,come nel precedente post sottolineavo, le cartolarizzazioni sono
avvenute in categorie di mutui suddivisi tra "buoni, medi e cattivi" (mi scuso
della terminologia ma è per capirci) che sono stati venduti ad altre banche, a
fondi pensione, ad Hedge Fund a seconda della propensione al rischio di questi
soggetti attratti anche dal diverso grado di rendimento offerto dalle categorie:
mutui buoni basso rendimento; cattivi altissimo rendimento. Il meccanismo
della moltiplicazione mutui, domanda di immobili, mutui, cartolarizzazioni ha
comportato il peggioramento della qualità dei mutuatari e delle conseguenti
ipoteche. Il meccanismo stesso della moltiplicazione genera però guadagni,
commissioni,incentivi, interessi ativi per le banche e quindi ulteriore
moltiplicazione avvenuta, ripeto e sottolineo, al prezzo di una drastica ed
amplissima riduzione della qualità e dell'affidabilità dei mutuatari.
C'è quindi una molla psicologica come componente ulteriore di tutto il
fenomeno e sono gli stratosferici profitti che TUTTI, operatori, intermediari
finanziari, investitori, Fondi e risparmiatori hanno realizzato.
C'è però il ma. Ne ho fatto menzione di nuovo nel precedente post: gli MPV
Multipurpose Vehicle o Siv che hanno costituito una via tutto sommato
legittima che ha consentito di esporre nei bilanci delle banche una realtà
virtuale. Le Siv sono veicoli societari che NON appaiono nei bilanci delle
banche e sono state queste societàad indebitarsi a basso tasso di interesse per
cifre astronomiche per comprare titoli cartolarizzati delle loro banche di
riferimento. Queste hanno quindi costituito un veicolo apparentemente esterno
che ha consentito alle banche in apparenza di non investire danaro proprio ma
DI TERZI attraverso le Siv. Non solo, ma hanno potuto abbandonare regole di
prudenza e norme di legge in materia di rapporto tra attività di finanziamento e
riserve: tutto fuori bilancio,quindi in apparenza il bilancio delle banche è
regolare, pulito, ricco e rispettoso delle norme di legge e delle autorità di
controllo. E con questo, hanno ascoltato il suggerimento del "derviscio ed
hanno taciuto a se stessi la prudenza che dovrebbe essere tipica del banchiere
ed a tutto il mondo l'oscurità (anch'essa apparente) dei meccanismo posti in
essere e,per essere generosi, l'equivoco dei Siv fuori bilancio. Sottolineo di
nuovo che in questa sarabanda ci hanno guadagnato tutti cifre iperboliche il
che è un ottimo motivo per allentare la guardia e sopire la coscienza: andare a
turbare la macchina dei soldi? "Quando sua altezza spedisce una nave in Egitto
si da ella forse pensiero se i topi (clienti e risparmiatori) che sono nella stiva
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stanno comodi o no?” dice il derviscio e conclude "Tacere". Ed infatti tutti zitti
autorità di controllo comprese.
L'abbondanza di danaro facile negli USA è stato una spinta immensa al debito
tant'è che i debiti delle famiglie negli USA sono i più elevati del pianeta e la
grande, continua crescita dei consumi ne è stata la conseguenza. E non è
estranea la sellerata politica degli USA che hanno attirato capitali di tutto
ilmondo per finanziare i consumi e perfino le loro stuppide guerre. Ma questo è
ancora un capitolo diverso. Ma anche il credito facile ha avuto la sua parte:
scoperti sulle carte di credito, per prestiti al consumo, acquisto di beni durevoli,
acquisto di case, tutto a credito concesso ed erogato in alegria e senza andar
per niente per il sottile a platee di famiglie sempre meno affidabili o comunque
affidabili in partenza un pò meno dopo soffocate dai debiti. Per gli immobili il
meccanismo ha originato incrementi di valore costanti ed è perfino accaduto
che molte famiglie abbiano richiesto nuovi mutui per importi crescenti sul
valore crescente della casa che si rivalutava. Fino a che....l'ingranaggio
dell'aumento di valore degli imobili si blocca, i valori cominciano a decrescere,
le famiglie non sono in grado di onorare i debiti, la banca fa scattare l'ipoteca e
mette in vendita sempre più case che non vende perchè troppe ce ne sono, i
prezzi si riducono ancora, si materializzano le perdite stavolta nei bilanci, la
banca va in crisi di liquidità, non sa più che rischiosità e che valore hanno i
titoli cartolarizzati che ancora possiede e si avvia di nuovo una sinergia
esattamente contraria a quella che aveva determinato il boom.
Il meccanismo tecnico utilizzato dalle Siv è quello del Leverage che purtroppo
funziona con la stessa diabolica ed efficiente forza anche al contrario e si
chiama deleveraging.
Le conseguenze? Le stiamo vivendo oramai da un anno e più ma non finisce
qui: la crisi finanziaria sta cominciando a mordere di brutto anche l'economia
reale.
11 Ottobre 2008

Crisi finanziaria: come farsi del male da soli

ll titolo avrebbe dovuto essere: borse in fortisssimo calo ovvero


non riflettere ma essere tanto conformisti ed irragionevoli e
garantirsi la certezza assoluta di farsi molto male da soli. Facile
a dirsi, capisco, ma difficile tenere il timone diritto di questi
tempi. Eppure se non ci si riesce il danno rischia di moltiplicarsi
proprio come si son moltiplicati gli effetti dei mutui-monnezza.
Lo spettro che spaventa il mondo è la liquidità delle banche e
delle istituzioni finanziarie e da esso nascono aspettative
negative ed a cascata sfiducia e panico ciò che ha coinvolto anche gli operatori
finanziari spingendo tutti a vendere per realizzare, appunto, liquidità. Le borse
vanno giù esattamente per questo. Ora né io né la maggior parte delle persone
sappiamo se qualche banca è davvero sull’orlo del baratro.Tutti però sappiamo
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che negli USA il piano Paulson ed in Europa tutti gli stati hanno apprestato
misure di tutela di risparmiatori e banche ed in Italia c’è l’impegno espresso
che il Governo ha assunto con il noto Decreto Legge e con la comunicazione
“non permetteremo che nessuna banca fallisca”. Dal punto di vista dei privati
risparmiatori vendere a rotta di collo le proprie azioni od obbligazioni (in linea
di principio)discende solo da motivazioni irrazionali la cui somma rischia di
generare peggiori danni. La sfiducia tra le banche genera conseguenze
durissime e vendita di asset e partecipazioni che non escludono gli
investimenti in azioni anti-cicliche come le ENI, le ENEL o altre presenti nei
listini italiani. Se vendite massicce avvengono per azioni delle società italiane
più internazionalizzate presenti nei portafogli di grandi investitori e grandi
istituzioni finanziarie questo risponde alla medesima spiegazione-motivazione:
sfiducia e panico. A meno che….Ma il “a meno che….” con assoluta certezza
non può riguardare TUTTE le banche o le Istituzioni finanziarie. Neppure in Italia
dove l’attività bancaria, pur imperfetta, risponde comunque a stringenti norme
sottoposta alla attentissima sorveglianza delle Banca d’Italia.
Per dare un senso alla necessità di orientarsi alla raziomalità,vorrei citare due
esempi:
1. ieri, come si può gia leggere da agenzie o news on line, sia pur per
modesta entità l’EURIBOR a 3 mesi si è attestato ad un livelo inferiore
rispetto ad ieri: è diminuito dopo un lungo periodo di lunga crescita;
2. andiamo negli USA e,come racconta il Sole 24 Ore Meredith Whitney
analista della Oppenheimer salita afli onori della cronaca per aver
previsto la tempesta, oggi consiglia agli investitori Jp Morgan, Bank of
America e Wells Fargo .
E’ ovvio che questi due fatti non garantiscono nulla, ma,è opportuno spendere
qualche parola non per tranquillizzare ma per invitare tutti a fermarsi a tirare il
fiato e riflettere. Ed aggiungo un’ultima osservazione: le azioni vendute
attualmente a prezzi sempre più bassi si definiscono vendute perchè c’è
qualcuno che le compra. Cercando di andare oltre l’apparente banalita, ovvietà
o se si vuole stupidità dell’osservazione, questo vuol dire che ci soo
investitori,chiunque essi siano, che ritengono queste quotazioni una grande
opportunità di investimento, avendo maturato delle aspettative positive nel
medio termine. Di nuovo, sarà il tempo a dar ragione ai venditori o ai
compratori ma essenndo consapevoli che l’investimento azionario è
intrinsecamente investimento in capitale di rischio in una logica di medio-lungo
periodo e non avendo alcuna sfera di cristallo, la razionalità è scelta di
autotutela, la scelta più saggia intelligente e sensata che si possa fare.
Nell’interesse proprio ma anche a vantaggio dell’intero paese.
12 Ottobre 2009
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Dopo il diluvio: liberismo o tremontismo?


Uno degli effetti della crisi finanziaria è stato quello di far aprire le cataratte
agli specialisti della scienza del poi, ai teorici della predestinazione
catastrofista del capitalismo e del liberismo ed ai fautori della chiusura o della
cautela con nostalgie per l'autarchia. Non si è cioè aperto un dibattito culturale
sereno e costruttivo ma chiacchiericcio da bar soprattutto nel nostro sfortunato
paese, quello a più basso tasso di liberismo e patria del capitalismo alla CAI.
Deve essere chiaro che quello che è successo è stata una aberrazione, una
serie di comportamenti irrazionali, tremendamente arrischiati, da irresponsabili
che da un certo momento in poi gli autori ed i compartecipi non sono più stati
in grado di controllare. L'intricata serie di relazioni economiche e finanziarie tra
enti, istituzioni, banche, paesi ha coinvolto tutta la finanza mondiale. Affermare
che quanto è accaduto è ascrivibile ad un difetto del capitalismo e/o del
liberismo è concettuamente fuorviante e strumentale. Sarebbe autoingannarsi
ed ingannare immaginare che esistano delle regole perfette, sarebbe
pericoloso pensare di accrescere lo statalismo: controllare rigidamente e
severamente è sensato. Ingabbiare è inaccettabile e riduttivo degli spazi di
libertà. Né il piano Paulson negli stati Uniti cambia le cose né gli interventi
statali che sono prefigurabili in Europa che rispondono a logiche di emergenza
adottate con il pragmatismo del caso.
L'aspetto che mi pare più debba preoccupare è la connotazione politica che lo
scagliarsi contro il liberismo presenta o le aspettative di chissà quali
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cambiamenti invocati. Se per mera comodità di discorso prendiamo la


definizione che Wikipedia fornisce di Sistema economico esso si configura
come "insieme di persone , organizzazioni e istituzioni che interagiscono tra
loro al fine di soddisfare bisogni individuali e collettivi mediante l'utilizzo delle
risorse disponibili" . Questa definizione appena accettabile in prima
approssimazione pure riesce a mettere in evidenza la libertà di cui le persone,
le organizzazioni e le istituzioni godono ma anche la libertà di individuare e
soddisfare dei bisogni con le risorse disponibili. Non a caso il liberismo, chiedo
scusa per la rozzezza, è la realizzazione economica del pensiero liberale. In
questa definizione non compare una gerarchia tra i protagonisti del sistema ma
è del tutto ovvio che sono le Istituzioni politiche ad avere la primazia ad esse
spetta il potere politico che in capo ad esse viene costituito e legittimato
attraverso il voto dei cittadini.
Per inciso, personalmente distinguo tra liberismo e capitalismo: il capitalismo,
come opportunamente rilevato da più commentatori, può aver patria anche in
paesi privi di democrazia come la Cina. Il liberismo no. E la differenza, non di
poco rilievo, è la valenza della libertà di comportamento e di scelta degli attori
che nelle democrazie è piena così come, anche se forse non in misura
sufficiente, è o dovrebbe essere piena la responsabilità degli attori stessi.
Ma ciò detto, se solo si volesse dare uno sguardo retrospettivo si scoprirebbe
che l'esplosione economica fino alla I Guerra mondiale fu determinata
esattamente dal lberismo e dalla globalizzazione; le devastazioni successive
alla guerra in Europa furono sanate con l'aiuto determinante degli USA e con gli
strumenti che all'epoca offriva la finanza.Scrive il Prof. Giorgio Ruffolo (a pag.
127 e segg) de Il capitalismo ha i secoli contati :".....basti dire che i debiti
di tutti i belligeranti (esclusa la Russia rivoluzionaria che disse subito che non li
avrebbe pagati) raggiusero la cifra di 225 miliardi di dollari di fronte ai 25 di
prima della guerra. So9lo 45 miliardi furono finanziati con aumento delle
imposte. Per gli altri 180 si ricorse a prestiti sopratutto da parte di Francia,
Inghilterra e Germania. Principale creditore gli Stati Uniti." Osservo a margine
che il capitalismo di allora era ben più duro e men regolato che oggi. Il
dopoguerra fu ancora un periodo di ripresa e di "globalizzazione" come
l'anteguerra e fino alla crisi del '29 alla quale, ad opinione generale, l'Autorità
politica rispose in modo del tutto inappropriato con le conseguenze che
sappiamo. La violenta crisi economica, certo insieme ad altre componenti,
estese le sue propaggini nella politica: in Germania il nazismo. Ma è tipico che
la crisi economica porta con sé il rischio dell'autoritarismo e del protezionismo.
Ma di nuovo, il secondo dopoguerra segnò l'inizio di una rinascita ancora una
volta ad opera degli USA con il Piano Marshall, utilizzo di strumenti finanziari ed
approccio liberista. Senza voler ripercorrere la storia economica o addentrarsi
in analisi impossibili in un post, l'oggi della globalizzazione che molti
demonizzano, è il mezzo attraverso il quale centinaia di milioni di uomini si
sono emancipati dalla fame o dalla povertà più estrema.
E' superfluo osservare che la globalizzazione alla pari di qualunque fenomeno
umano non è la manna del cielo; è legittimo ritenere che si possa.-debba
correggere gli aspetti negativi che essa abbia manifestato ma è doveroso oltre
che molto saggio trarre un bilancio di lungo termine della fenomeno e mettere
~ 13 ~

sui piatti della bilancia costi e benefici senza pregiudizi ideologici o pseudo
culturali e senza interessi politici obliqui. E peggio che peggio è deleterio
additare la globalizzazione come il male all'unico disastroso scopo di
proteggere sistemi economici immobili, arretrati, protetti e costosissimi per i
cittadini di quel paese. Mi riferisco alla tutela del proprio elettorato realizzata a
spese del paese, arte nella quale in questo paese ci sono stati e ci sono maestri
ineguagliabili.
Diverso è avviare nell'arena internazionale un paese in via di sviluppo per il
quale è dimostrato che la pretesa di immediata e globale apertura, secondo i
canoni del Washington Consensus diverso è avviare alla competizione paesi
come l'Italia. L'economia Italia si regge molto sulle esportazioni, sulla capacità
della parte migliore del sistema imprese che si è ristrutturato, si è riconvertito,
si è rinnovato, si è reso flessibile e tremendamente competitivo ed aggressivo
tanto da crescere perfino con livelli stratosferici del cambio euro-dollaro. Se si
leggessero le analisi disponibili sull'export, si scoprirebbe quanto la
globalizzazione ha consentito alle imprese italiane che la globalizzazione hanno
saputo vedere come un'opportunità. Logica vorrebbe che si cercasse di
allineare il paese a livello delle sue migliori e più efficienti imprese senza scuse
ed infingimenti né ipocrisie. Non si comprende perchè nel presentare progetti
di riforma della scuola piuttosto che della pubblica amministrazione ci si
riempia la bocca di "meritocrazia" e incentivazione a favore dei migliori e non si
debba valere il medesimo criterio per le imprese. Alla luce di questa ovvia
osservazione, bisognerebbe finalmente ammettere che il Italia il tasso di
liberismo, l'entità della concorrenza sono estremamente modesti e questo ha
una enorme e negativa influenza nel determinare un livello di prezzi di prodotti
e servizi ben più alto di quanto sarebbe possibile e desiderabile.
Agire in direzione della concorrenza e del mercato, vuol, dire smontare
radicalmente la montagna immensa delle rendite di posizione delle caste, degli
ordini professionali, dei semi-monopoli, degli oligopoli, dei cartelli di imprese,
incidere sul mercato delle aziende municipalizzate, sul mercato delle utilities,
sui meccanismi che consentono alla bancassicurazione di avere i prezzi iù alti
d'Europa senza che questo corrisponda a miglior servizio né a maggior
trasparenza. Ed in tempi di inflazione, in tempi che si prospettano duri, in un
contesto nel quale il reddito fisso soffre, ottenere per questa via riduzioni nel
sistema dei prezzi, come è ampiamente possibile, sarebbe grasso che cola.
Eppure neppure tanto sotterranee si alzano voci che chiedono protezione,
riparo dalla competizione, fenomeno che la crisi tende ad accentuare e
purtroppo queste voci giungono ad orecchie ben attente e liete ad accogliere
quelle richieste che se fanno del bene a chi la voce alza, fanno male al paese.
E' un passaggio culturale, un sacrificio da chiedere anche ai propri elettori
nell'interesse del paese. E questo compito sarebbe facilitato da un governo che
dispone di ampia maggioranza. Se però analizziamo lo stato di fatto, le cose si
complicano per le posizioni della lega che coincidono con quelle del ministro
dell'economia artefice di una finanziaria che molti hanno pesantissimamente
criticato in quanto del tutto priva di necessari, immediati e robusti
provvedimenti anticongiunturali.
~ 14 ~

E' certo che la crisi determierà dei cambiamenti che non so prevedere e credo
che nessun altro ne sia capace; temo moltissimo che gli aspetti psicologici e
culturali di questa tempesta tendano ad avere un percorso che se correrà lungo
le strade del protezionismo, della chiusura, presentano rischi di riduzione degli
spazi di democrazia cosa che non serve se non a pochi eletti ed in Italia men
che meno.
Per quel che vale, la politica economica di questo governo non riesco a
comprenderla nelle sue finalità: ad una finanziaria che non mi piace per mille
motivi, si è affiancato ad esempio un decreto per fronteggiare la crisi che
presenta importanti aspetti secondo me positivi che sono del tipo che ho prima
auspicato. Chiarire cosa intenda il governo, il ministro parlando di Economia
sociale di mercato, sarebbe interessante e consentirebbe di sapere in che
direzione stiamo andando da un punto di vista economico. E troppi aspetti
rimangono incerti: uno per tutti il mezzogiorno del paese.
Da un punto di vista politico invece la comprensione è palese e completa e
prefigura una direzione che non potrò mai né apprezzare né tanto meno
condividere.
13 Ottobre 2008

Crisi finanziaria ed economia reale: una possibile logica di


intervento
~ 15 ~

Mario Draghi oltre che (per nostra fortuna) Governatore della Banca d'Italia e
Presidente del Financial Stability Forum (FSF) che si occupa, come evidente di
stabilità finanziaria del sistema economico. Come Governatore ha espresso
preoccupazione per le prospettive di crescita zero o sotto-zero e per i
conseguenti rischi per le pubbliche finanze. Né sembra bastare un
miglioramento del gettito fiscale dovuto a ragioni tecniche e comunque di tipo
straordinario. Come Presidente di FSF ha ammonito che le azioni intraprese dai
paesi europei per atabilizzare il sistema e ristabilire la fiducia, possono non
nessere sufficienti e, soprattutto, non hanno conseguito lo scopo di far
scendere l'EURIBOR . E' questo segno inequivocabile di sfiducia reciproca che
ancora aleggia potente nel mondo delle istituzioi finanziarie.
Il tema dei provvedimenti anticongiunturali che sarebbe opportuno assumere
dunque assume rilevanza almeno vitale. Come cennato in un prcedente post,
potenzialità di intervento sono possibili ed analisi di economisti ne danno la
misura ed il senso. Ma in dettaglio, alcuni esempi concreti di cosa fare sono
ben immaginabili. Occorre però prima una premessa.
Quando si tende a demonizzare il liberismo si commette un errore (a mia
opinione strumentale) molto grave e già verificatosi in anni bui per il paese e
per l'Europa. La libertà di iniziativa, il commercio internazionale, la concorrenza
sono gli strumenti che hanno consentito per decenni a masse cresenti di esseri
umani l'accesso a beni e servizi a costi decrescenti e con contenuti e qualità
più elevate. Esempio classico è l'informatica, il computer: la crescita
esponenziale di qualità, potenza e prestazioni si è accompagnata a livelli
crescenti di miniaturizzazione e a riduzioni drammatiche nel livello dei prezzi.
Qualunque sia il tipo di misurazione che si decide di adottare, il risultato è il
medesimo. Non è il solo esempio. E' però utile per comprendere che, neppure
l'assenza di una significativa industria italiana, è riuscita a privare l'Italia dei
vantaggi di un'informatica a bassissimo costo proveniente dai mercati di tutto il
globo.
~ 16 ~

Ma in Italia abbiamo l'esempio dei costi per le telecomunicazioni cellulari e non,


falcidiati dalla concorrenza (pur del tutto insufficiente) degli operatori presenti
sul mercato. E si pensi ai costi per la tenuta di conti correnti bancari e costi dei
servizi drasticamente calati eppure ai livelli più alti in Europa.
Una uteriore notazione assai significativa è che nel caso dei PC è stata la
concorrenza internazionale a farci godere dei vantaggi dei prezzi decrescenti.
Nel caso delle telecomunicazione e delle banche, molto si deve a legislazione
di regolamentazione posta in essere nel tempo e soprattutto al sistema della
Authority che pur sovente sole, sottofinanziate ed inascoltate, pure hanno
ottenuto interessanti ed apprezzabili risultati. Questa osservazione vorrebbe
far rilevare che il sistema delle autorithy è di origine statale ed è stato creato
per tutelare alcuni interessi generali di cittadini e consumatori ritenuti
meritevoli di tutela giuridica. E' lo Stato quindi che è intervenuto nei mercati
per creare cornici (frames) di regole. Lo stato ha assunto un ruolo attivo il che
dimostra che chi si lagna di capitalismo selvaggio mente volontariamente. A
margine faccio notare che sono i monopoli ad aver bisogno della protezione
dello stato ed in Italia ne abbiamo fin troppi espliciti o sommersi a partire dal
monopolio in capo al presidente del consiglio.
Se assumiamo questa ottica, appare evidente che sono possibili modalità di
intervento statale del tutto desiderabili (e soprattutto dai liberisti convinti) con
la logica delle Autorithy il che vuol dire provare ad ottenere risultati positivi per
i cittadini, migliorare l'efficienza degli operatori di quel mercato , accrescere i
volumi di attività il tutto a costi ridottissimi se non nulli per lo stato.
Il campo delle possibili applicazioni è sterminato:
• il prezzo delle derrate agricole ove la (inutile e inutilmente costosa)
lunghezza della filiera dal campo al banco del supermercato moltiplica
passaggi e prezzi;
• il costo dei servizi appesantito dall'inefficienza di imprese troppo piccole
e frammentate;
• il costo dei servizi professionali gravato da ordini professionali ma di fatto
caste chiusissime che presidiano gli accessi alle professioni mortificando
la mobilità sociale ed imponendo anacronistici "tariffari" stabiliti per
legge che sono la rendita di posizione che paga il paese. Sottolineo che
gli ordini non garantiscono un bel niente neppure in termini di qualità né
di deontologia professionale dei professionisti;
• le tutele a pioggia all'artigianato ed alle partite IVA anch'esse chiuse a
riccio a difendere la fortezza;
• i costi dei combustibili ed i prezzi dei carburanti manovrati dalle aziende
petrolifere oggetto di "moral suasion" invece che di necessari interventi
regolatori. Si pensi solo ai prezzi dei distributori senza marchio.
• assicurazioni e costi di prodotti finanziari e bancari scandalosamente alti
pur se meno che in passato e di nuovo senza che ad un prezzo elevato
corrispondamo mediamente servizi di miglior qualità. D'altronde la
finanza in senso ampio è di supporto al potere, alla politica che a sua
~ 17 ~

volta protegge e tutela la finanza. Esempi significativi tipo Mediobanca


negli ultimi mesi sono chiarissimi.
Un post non consente più che accenni fermo restando che proposte dettagliate
per ciascuno dei settori segnalati sono possibili. Mi interessava, appunto,
segnalare un possibile criterio. Un'ultima notazione è però secondo me
indispensabile: il mezzogiorno d'Italia. Chiunque può ben immaginare che
l'arretratezza di quelle terre, il basso livello di reddito, il basso livello di
consumi rendono economicamente promettente il Sud. La necessità di
interrompere la tragedia truffaldina delle agevolazioni a pioggia ed a fondo
perduto è di tutta evidenza. Ancora una volta quindi, chiunque, compresi i
liberisti convinti, richiedono intervento statale massiccio per ripristinare
condizioni di accettabile legalità, risanamento di una classe politica che
eticamente infima è ancora peggio operativamente, creare contesti nei quali le
energie intellettuali ed imprenditoriali che oggi sono mortificate ed annichilite
possano venir fuori accompagnando tutto questo a regole ferree e trasparenti
per l'accesso a fondi comunitari che siano finanziamenti e mai fondo perduto
con aconci meccanismi di tutela pubblica e penalizzazione.
Allora, ben venga l'intervento dello Stato senza che questo debba essere
ritenuta una novità o un'eccezione da parte di chi è liberista, il che contrasta
con l'opinione legittima ma apodittica di chi sostiene "mercato quando è
possibile, Stato quando è necessario". Questo ha già prodotto la mostruosità di
Alitalia e non poco altro che è l'esatto contrario di ciò che sarebbe davvero utile
al paese.
19 Ottobre 2009
~ 18 ~

Dopo la crisi: lungo termine ed economia della conoscenza


La crisi finanziaria al di là di utilizzi strumentali che da essa si possano trarre,
avrà conseguenze per molti versi imprevedibili. Una di queste è la
statalizzazione della finanza che rappresenta una assoluta novità
pragmaticamente abbracciata negli USA ed una "novità-non novità" nei paesi
europei e meno che meno in Italia. Ed interventi statali sono alle porte per le
imprese con modalità e destinazioni allo studio e la cosa non so quanto possa
essere auspicabile o utile. Quello che comunque, credo, non subirà che
conseguenze non di lunga durata sarà il commercio internazionale in virtù
dell'integrazione assai marcata di molte economie: sarebbe una conseguenza
tremenda per decine e decine di migliaia di imprese.e per milioni di persone.
Comunque vadano le cose la tendenza di fondo, il trend del'economia si
orienterà in maniera accentuata verso uno sviluppo che per essere più attento
alla sostenibilità economica ed ambientale oltre alle ricadute di carattere
sociale necessiterà di specifiche conoscenza e specifiche specializzazioni
culturali e professionali. E' l'economia della conoscenza che già oggi predomina
e che nel medio termine subirà una ulteriore accelerazione. L'attualità degli
eventi in sede europea riguarda il clima e gli accordi per la riduzione delle
emissioni che riguarderanno le imprese europee lo dimostra. Al di là delle
contingenti posizioni del governo italiano nell'ambito delle trattative europee
sul clima, la tendenza sarà inarrestabile e divenirà una strada obbligata con il
peggiorare della situazione ambientale e climatica. Ciascuno può comprendere
che il futuro di ogni paese, dell'intera umanità è legato alla ricerca ed
all'innovazione in ogni campo ma con la predominanza e l'urgenza della
salvaguardia ambiientale.
Ma c'è dell'altro: la rapidità del cambiamento e la complessità dei fenomeni
richiederanno un sapere ed un approccio multidisciplinare sia nella ricerca che
nella gestione di organismi complessi, siano entità statuali o aziende. Occorre
quindi orientare i percorsi formativi in questa direzione, affinchè il percorso
dell'istuzione dalla scuola primaria alla laurea ed ai master sia strutturato in
maniera consona. La capacità di un sistema di istruzione di attrezzare i suoi
utenti con strumentazione logico-culturale idonea alla gestione del
cambiamento e della complessità sarà ciò che fa la differenza. Non questa è la
sede per polemizzare con la riforma gelmini che né con il ritorno al maestro
unici alle primarie né con gli altri interventi che prevede pare tener conto di
necessità sì prospettiche, ma di un futuro che è già oggi.
Questo ha anche profonda relazione con l'intero paese e con la sua società. Al
riguardo il Rapporto Censis del 2007 è chiaro e l'articolo Un paese che cresce
senza sviluppo pubblicato da Corsera qualche mese fa, sunteggia
efficacemente il senso di ciò che intendo. Ed ancor più chiaro è il concetto di
"società mucillagine" usato dal Prof De Rita nelle pagine delle Considerazioni
Generali del Rapporto (Pag. 5).
~ 19 ~

La necessità di guardare costruttivamnte al futuro senza ritrarsi da iniziative


e/o rischi non può essere limitata a nicchie o gruppi di giovani o nuovi
imprenditori o nuovi professionisti: lo sforzo ha da essere generale.
A questo riguardo occorre qui accennare al fattore umano. E tanto per chiarire
ho la motivata convinzione che "il capitale umano è il vero capitale economico
dell'azienda " e di ogni organizzazione di qualunque natura aggiungo. E' uno
slogan, certo, ma ha profonde connotazioni di fondatezza e di veridicità. E
nonostante questo, anche qui si marca la lontananza da un accettabile
contesto. Da un mercato del lavoro (non saprei come diversamente chiamarlo)
si è passati ad una situazione mista dove una parte del mercato è rimasta
ingessata ed una parte crescente che riguarda soprattutto le giovani
generazioni è precaria con la precarietà che tende a divenire permanente. E'
vero che la flessibilità serve, anzi è indispensabile, ma il cambiamento culturale
rappresentato dal passaggio dal posto fisso al contratto atipico avrebbe dovuto
essere accompagnato dal riconoscimento di diritti, tutele ed ammortizzatori
capaci di restituire accettabilità e sia pur relativa sicurezza a chi si trova privo
del posto fisso. Chiunque si occupi del mondo delle imprese e se ne strasbatta
del politicamente corretto e delle ipocrisie, sa che non di rado il mercato del
lavoro precario è una rincorsa al ribasso a prescindere dalle qualifiche e dai
ruoli richesti ai candidati. Con tanti saluti alla meritocrazia.
Il motivo per cui in Danimarca e altrove c'è il massimo di flessibilità non
dipende dal loro essere marziani, ma dall'aver messo a punto un sistema di
tutele e sostegno rapido ed efficace che il lavoratore in qualunque ruolo sa
essere efficace, rapido ed efficiente assicurandogli comunque un reddito e la
prospettiva di rapida ricollocazione al lavoro.
Ma a cascata una delle ragioni di questo grave squilibrio è la struttura del
sistema imprese caratterizzato da una davvero eccessiva preponderanza di
imprese piccole e piccolissime che è causa ed effetto di una insufficiente
cultura imprenditoriale, di carenza nel campo delle migliori pratiche
manageriali, una troppo bassa capacità-propensione alla delega, alla resistenza
ad investimenti significativi ed una insufficiente dimensione in senso globale.
Capita perfino che una impresa cui pur sarebbe possibile rifiuta di crescere per
non superare il limite dei 15 dipendenti, limite oltre il quale scattano le norme
dello Statuto dei lavoratori (altro reperto archeologico da riformare). Quanto
questo pesi si conferma anche per altra via. In materia di accordi europei per il
clima credo sia vero che i costi per l'Italia sarebbero più elevati proprio per la
dimensione media delle imprese italiane.
Ulteriore conferma e motivo di riflessione si trae anche da un'altra
considerazione: altri paesi come la Germania dove gli standard ambientali sono
i più severi d'Europa sono i capofila europei e non solo in molti settori
tecnologici legati alla salvaguardia dell'ambiente. Certo! Hanno sopportato dei
costi che sono stati costi per INVESTIMENTO che hanno fruttato oltre 250.000
posti di lavoro nuovi, competenze e conoscenza e leadership industriale e
commerciale. La Germania ha mostrato una via per considerare il limite della
tutela del clima e dell'ambiente come un'opportunità della quale
avvantaggiarsi. E torniamo per questa via al valore di una classe dirigente, alla
~ 20 ~

qualità-dimensione delle imprese, ad una società viva con un buon sistema di


istruzione.
Se qualcuno avesse dei dubbi, osservi che l'Italia nella vicenda clima non è sola
ma condivide una posizione sostenuta dai paesi europei meno sviluppati.
Questo può non togliere fondatezza alle posizioni del governo, ma di certo per
come questa posizione viene sostenuta dall'esecutivo ed avallata da
Confindustria, non mi pare dimostri un atteggiamento costruttivo né aperto alla
necessaria ottica di lungo termine. E questa è una costante della politica
italiana da troppi lustri.
19 Ottobre 2009

Crisi finanziaria: derivati e prodotti strutturati

Facendo ricorso all'ausilio di Wikipedia, possiamo avere una definizione di


prodotti finanziari derivati . Leggeremo che uno strumento derivato è
considerato ogni titolo il cui valore è basato sul valore di mercato di altri beni
materiali ed immateriali. In sostanza, il termine "derivato" viene usato perchè il
valore del derivato, "deriva" dall'andamento di altre grandezze sottostanti a cui
è legato. Nel prosieguo l'utlissima Wikipedia si profonde in siegazioni,
elencazione di tipi di derivati, nell'indicazione degli scopi ed in molto altro. Ma
in realtà se non ci si trova di fronte ad un caso concreto, diventa difficile capire
quanto sia non difficile ma improbo capire un derivato qualsiasi con pochissime
eccezioni.
Tanto per dare un'idea, prendiamo un derivato dall'esotico, rassicurante nome
di "Hedge Warrant" che associa, tradotti, i nomi di hedge, barriera e warrant,
garanzia. Capperi! Roba sicura e facile.
Ed allora esaminiamo questo derivato utilizzando uno schema elaborato per un
corso di specializzazione in finanza derivata. Eccolo nella figura che segue

Per chi volesse vedere la figura in dimensione normale, cliccare qui


~ 21 ~

Dunque, questo grazioso giochino prevede che l'investimento abbia ad oggetto


una sorta di "scommessa" sull'andamento di due titoli messi in rapporto tra di
loro proiettati nel tempo e a seconda del rapporto tra l'uno e l'altro titolo,
l'investitore, dopo aver pagato le commissioni all'istituzione finanziaria,
guadagnerà o perderà secondo regole prefissate e desumibili dallo schema qui
sopra. Beninteso i titoli possono essere azioni, obbligazioni o quasi qualunque
altra cosa.
In realtà, se volessimo capire un tantinello meglio la trasparente e semplice
chiarezza dell'Hedge Warrant dovremmo ad esempio dare un'occhiata al
documento finanza-derivata-hedge-warrant1 elaborato da una società di
consulenza sulla configurazione dell'Hedge Warrant costruito da una specifica
banca. Ecco! Capiremmo al volo che prima di comprendere quella esauriente
analisi, sarebbe meglio frequentare un corso triennale di finanza derivata e di
matematica finanziaria con specializzazione in statistica e calcolo
probabilistico. Ammesso che basti. Ma per chi non fosse convinto della
tremenda complicazione e della cervellotica strutturazione della finanza
derivata, può averne una idea esaminando altre slide del corso-di-
specializzazione-di-finanza-derivata .
Detto che per fortuna la Consob e la finanza qui in Italia non sono proprio come
negli States, per coloro che avessero avuto la voglia di assumere qualche
informazione di carattere generale, proprio la Consob sul suo sito pubblica un
documento consob-finanza-derivata-e-prodott i nel quale fornisce alcune
informazioni anche sui vari tipi di derivati facendo precedere il tutto da un
ammonimento che si tratta di prodotti adatti ad una utenza di consolidata
specializzazione e con un elevato profilo di propensione al rischio.
Il fatto di essere in Italia quindi potrebbe lasciar pensare che prodotti tanto
complessi, aleatori e rischiosi non abbiano avuto fortuna per la grandissima
massa di prudenti risparmiatori italiani. Ed invece....... Ricordiamoci di Banca
Italease andata "sotto" di oltre 700 milioni e sommersa da cause di clienti
incazzati come bisce, Ma sono a centinaia gli enti pubblici, perfino Comuni di
qualche migliaio di anime che si sono divertiti con questi giochetti pur avendo
la stessa competenza finanziaria di un analfabeta. E le scoperte si allargano
con privati, industrialotti e imprudenti a cui banche varie hanno affibbiato
prodotti complicatissimo lucrando commissioni mostruosamente alte, Ma
ribadisco! L'Italia nonstante tutto è più regolamentata e controllata degli USA.
Negli USA è accaduto di tutto e di più. Prodotti di una complicazione
incomprensibile, strutturati in maniera labirintica che avevano dentro di tutto
sicchè è accaduto che perfino un solo mutuo è stato frazionato e suddiviso,
incorporato tra prodotti derivati diversi, tanto che se il mutuatario volesse
rinegoziare il mutuo, non sarebbe possibile perchè la sua banca lo ha
cartolizzato in mille titoli diversi. E questo lo rilevava il Prof. Luigi Zingales
ipotizzando una possibile soluzione alla tragedia dei mutuatari insolventi che
evitasse un tanto massiccio intervento pubblico.
Oggi le voci di chi è esperto della scienza del poi si alzano a pontificare, ma
l'unica cosa vera è che hanno mancato al loro doveroso ruolo gli organi di
controllo ma hanno fallito miseramente i money-manager ed i risk-manager
~ 22 ~

con tutti i sofisticatissimi e comlessi strumenti informatici disponibili degli


istituti che hanno costruito questi prodotti e delle banche che li hanno
comprati, tutti incapaci di valutare correttamente i rischi contenuti in prodotti
che è ben possibile essi stessi non abbiano compreso fino in fondo. Credo che
anche empiricamente si possa ritenere possibile tale eventualità guardando le
pagine del file prima linkato del Corso di specializzazione in Finanza Derivata.
Purtroppo la frittata, per così dire, è fatta e tanta gente ci rimetterà le penne.
Dobbiamo però avere l'intelligenza di evitare demonizzazioni indiscriminate che
possiamo evitare facendo, tra l'altro un favore a noi stessi: alfabetizziamoci
nella finanza visto che la finanza, quella sana, serve e visto che servono anche
le banche, Capire, imparare, essere attenti, prudenti e diligenti anche per la
banale apertura di un conto corrente. Sembra un richiamo stravagante? Se
oltre all'accaduto fosse noto metà di quello che per ragioni professionali è noto
ad un signor nessuno come io sono, l'invito, l'appello che mi son permesso di
proporre, ognuno lo farebbe proprio.
24 Ottobre 2009

Leveraging & Deleveraging

La crisi finanziaria mi dà l'occasione di riesaminare argomenti che mi


appassionano ed ancor oggi sono un riferimento necessario alla mia attività
professionale. Senza arroganza, voglio sottolineare che il motivo per parlare di
leveraging e deleveraging nasce anche dall'aver constatato come sia,
legittimamente, poco conosciuto il mondo della finanza, della gestione
aziendale. Credo che la diffidenza verso banche ed istituzioni finanziarie possa
essere legittima ma diventa irragionevole quando affrontiamo argomenti ad
esse connessi rinunciando ad assumere le conoscenza di base che
aiuterebbero ciascuno di noi nelle infinite occasioni nelle quali incontriamo
banca e finanza.
Ebbene, LEVA è quella cui si riferiva Archimede nei suoi studi sulla Meccanica
che gli avrebbe consentito di sollevare il mondo. Cone una leva funzioni
ognuno lo ha sperimentato mille volte nei gesti quotidiani. Il medesimo
principio funziona, detto in soldoni, in finanza e nella gestione operativa di
un'azienda. Come ulteriore premessa, teniamo conto che pur essendo aziende
assai particolari, anzi speciali, le banche sono comunque aziende e,
ovviamente, come aziende vengono gestite.
Dunque un'azienda (o una banca) nasce con il suo capitale versato dagli
azionisti, acquista o costruisce i suoi prodotti e li rivende. Se questo ciclo di
operazioni avvenisse solo con movimentazione di danaro contanti sarebbe
tutto semplice e facile. Parliamo qui solo di aziende. Se un'azienda si trova di
fronte a clienti che pagano ad esempio a 6 mesi, l'azienda si trova ad aver
anticipato i soldini per nascere, esistere, funzionare e costruito i prodotti che il
cliente paga a 6 mesi. In questi 6 mesi l'azienda per continuare ad esistere
~ 23 ~

avrà necessità di soldini liquidi. Il Capitale dell'azienda è una entità NON


infinita. Ed allora l'azienda può fare 2 cose: chiede ai suoi fornitori di pagarli a 6
mesi e, se questo non basta, ricorre ad un affidamento bancario, facendosi
anticipare i quattrini che occorrono per funzionare per i 6 mesi necessari a che i
clienti paghino i beni che hanno acquistato.
La banca che affida l'azienda svolge una indagine sull'azienda stessa, cercando
di valutarne il "patrimonio" , ma anche la gestione cioè come viene condotta
l'azienda, perchè oltre che dal patrimonio, la capacità dell'azienda di ripagare il
suo debito dipende dalla buona gestione, dalla capacità di produrre reddito,
guadagnare ma anche QUANTO alto il suo guadagno possa essere. Si ricorre ad
indicazioni percentuali per indicare queste grandezze. Ad esempio dall'analisi
che la banca compie si verifica che l'azienda ai suoi totali costi di produzione
aggiunge un margine per fissare il prezzo di vendita dei suoi prodotti ed alla
fine emerge che la percentuale di guadagno netto dell'azienda è del 10
%.Chiedo scusa per la rozzezza delle semplificazioni. A questo punto entra in
gioco il costo del danaro, il tasso di interessa famoso. Se il mio guadagno è del
10% ed il costo del danaro è il 2 % la banca sarà facilitata a finanziarmi ed io
avrò voglia di indebitarmi perchè più mi indebito più guadagno senza perdere
la mia capacità di restituire il debito. Per di più se la Banca analizza il mio
patrimonio, vedrà sì che sono cresciuti i debiti ma vedrà anche che sono
cresciuti i crediti, le merci in magazzino per tutta la maggiore attività posta in
essere con i soldi presi a prestito e quindi la differenza tra attivo e passivo è
sempre positiva e magari crescente. La mia azienda, il suo capitale, la capacità
di gestione, la credibilità, il contesto del mercato, sono la leva per ampliare a
dismisura l'attività del'azienda stessa.
Già in altro post ho rinviato alla voce di Wikipedia Leva Finanziaria anche
Leverage (o Leveraging) ma in sostanza il meccanismo è quello qui
esemplificato, che ricorda un pò il concetto di "sinergia" cioè mettere insieme
più elementi ed ottenere un risultato superiore alla mera somma degli
elementi: come sw 2+2 facesse 5. Il meccanismo ha consentito progressi
incredibili al sistema economico e non solo, ma già il nome "meccanismo"
dovrebbe esaustivamente chiarire che si tratta di uno strumento eticamente
neutro che non è né utile né corretto demonizzare. E' il suo uso a fare la
differenza.
E' del tutto evidente che il leveraging è un moltiplicatore né infallibile, né
illimitato, né tantomeno eterno: va applicato con prudente ponderazione e,
soprattutto, ha bisogno di alcune condizioi di scenario. Occorrono SEMPRE
bassi tassi di interesse; occorrono però anche altri elementi come ad esempio
un mercato in crescita, o, che sò, un'idea geniale che consenta ad un'azienda
di conquitare un mercato e guadagnare moltissimo e comunque in percentuali
ben superiori all'ammontare del tasso di interesse.
Mi auguro che emerga da queste righe anche la possibile grande velocità degli
effetti del leveraging oltre che i suoi enormi effetti moltiplicatori per il semplice
motivo che è ancor più veloce e dirompente l'effetto contrario, il deleveraging
argomento in merito al quale è illuminante l'articolo pubblicato il 25 Settembre
~ 24 ~

scorso dall'Economist dal titolo Una sorte peggiore del debito (A fate
worste than debt) .
Quanto fin qui, vale anche per le banche che, come prima detto, sono aziende
come le altre salvo quanto appresso. Ciò che differenzia le banche da aziende
"normali" è il loro ruolo universalmente connotato come "sociale" per il
"semplice" motivo che ricevono i quattrini di risparmiatori e depositanti e sono
un pilastro dell'economia di un intero paese. E' per questo che ogni paese ha
istituito un sostema di controlli e di Authority. Oltrte al controllo, sono state
determinate severe misure finalizzate ad obbligare le banche a costtuire dei
"fondi" tesi a garantire che, anche nel caso i prestiti che la banca ha concesso
ai suoi clienti andassero male in una certa misura, i depositanti non ne
ricevano danni se vogliono ritirare i loro risparmi. Negli USA le banche di
investimento cosiddette, tipo Lehmann erano e sono fuori dal sistema di
controlli istituzionali e quindi sono andate a ruota libera ad indebitarsi per cifre
astronomiche e comprare e poi rivendere prodotti strutturati tipo i sub-prime
cartolarizzati forti di bassissmi tassi di interesse, altissimi rendimenti di questi
prodotti e delle immense masse di danaro in cerca di investimenti redditizi. Il
tutto fondato sull'aspettativa di eterni bassi tassi ed infinita crescita del valore
degli immobili. L'analisi delle cifre relative alle banche d'affari denota crescita
vertiginosa dei loro volumi di attività e dei loro profitti. Il periodo di boom e di
enorme espansione dell'utilizzo del leveraging è durato quasi un decennio ma è
bastato un anno per arrivare ad oggi come effetto dello spaventoso effetto del
"deleveraging" imposto dal mercato.
Sono evidenti la schematicità di questo post, le semplificazioni tentate a copo
di comprensione e l'approssimazione tecnica, fermo restando che l'argomento,
complesso di per sé si applica alla realtà che non solo è incredibilmente
complessa ma ancor più incredibilmente dinamica e mutevole. Mi interessava
solo offrire qualche modesto spunto informativo a chi leggesse, ancora una
volta con l'auspicio di dimostrare che la conoscenza e la comprensione anche
di fenomeni complessi non solo è possibile ma è un atto di intelligente
autotutela. Per la finanza ma in ogni contingenza della vita.
26 Ottobre 2009
Affrontare la crisi dell'economia reale

La borsa è e rimane la spia dell’andamento dell’economia reale ed il


susseguirsi di giornate di flessione delle quotazioni st ad indicare che gli
operatori hanno forti aspettative di estensione della crisi finanziaria
sull’economia reale delle fabbriche e dei consumatori. Molti ipotizzano
restrizioni del credito ad imprese e privati da parte delle banche i cui bilanci, si
dubita, non sono ancora sgombri di titoli tossici con conseguenti rischi di crisi
di liquidità Ed è anche per questo che nonostante il taglio dei tassi deciso due
settimane fa in Europa e nel mondo non è bastato per ripristinare il mercato
interbancario e per ridurre i tassi di interesse di questo mercato. Si può infatti
osservare, ed è positivo, che l’EURIBOR scende ma con grande circospezione e
prudenza.
~ 25 ~

Che sarà recessione è comunque un dato acclarato e lo conferma anche il


pessimo dato del PIL inglese,diminuito dello 0,5% segnalato anche da Corsera .
Non era accaduto da circa 20 anni.
Se anche in Italia il Governo ha apprestato buone misure a fronte di eventuali
crisi finanziarie italiane, rimane tutto da scoprire cosa deciderà per
fronteggiare la recessione. Fino ad oggi, si sente solo parlare di sostegno alle
imprese e questo appare troppo generico per fare ipotesi. Non si può far altro
che attendere per conoscere ciò che in sede di governo è in gestazione.
Qualche auspicio però è possibile farlo. Circa il cosa fare esistono diverse
scuole di pensiero ciascuna delle quali però non può e non deve ignorare la
situazione di fatto rappresentata dalla stagnazione di salari e stipendi e dalla
riduzione del potere d’acquisto che, in corso da tempo, hanno trovato e
trovano espressione crescente nella flessione dei consumi. Le notizie al
riguardo sono ampie e particolareggiate. Ma in argomento uno studio della
OECD (OCSEnella dizione italiana) che analizza anche la distribuzione della
ricchezza in vari paesi, Italia compresa, è un ulteriore elemento. Il rapporto
OECD si intitola INCOME DISTRIBUTION AND POVERTY IN 13 OECD COUNTRIES
ed un dettaglio della situazione italiana è estrapolato e leggibile qui .
Qualunque ne sia stata la ratio la finanziaria 2009 al riguardo non interviene
che marginalmente ma appare evidente che c’è una relazione assai forte,
determinante tra propensione alla spesa e potere d’acquisto ed andamento del
sistema imprese. E’ utile insomma operare sia sul versante psicologico della
fiducia per ricreare aspettative le migliori possibili, sia sul versante della
concretezza dei quattrini. Se è vero come è vero che un sostegno alle imprese
ha senso in quanto le imprese trovino compratori dei loro prodotti, forse la
miglior prospettiva di intervento è quella di operare su salari e stipendi
attraverso la leva fiscale e contributiva sì da migliorare il potere d’acquisto per
le famiglie in crisi e ridurre il costo del lavoro per le imprese. Sono interventi, si
suol dire, dal lato della domanda.
Dal punto di vista della finanza pubblica è chiaro che la riduzione dei consumi e
dell’attività economica causerebbe riduzioni di gettito fiscale corpose e
pericolose. Provare a stimolare consumi ed attività economica, potrebbe ridurre
o eliminare il rischio.
Ma ci sono anche altre angolazioni dalle quali osservare e sulle quali ragionare.
Per esperienza empirica è noto che un terreno “vergine” è più produttivo di un
terreno sfruttato. Mi riferisco al Sud Italia ed alle Isole. Queste terre rispetto alla
BUONA politica, alla BUONA amministrazione, a SANI investimenti sono una
terra vergine. Chiunque conosca quelle terre sa che in esse vi sono delle
potenti energie, delle potenzialità sociali, culturali ed imprenditoriali che
potrebbero essere attivate. E lo stato di fatto di quelle terre, lo rende
suscettibile di sviluppo, di essere sede di investimenti proficui che
migliorerebbero lo stato dell’intero paese. Niente regali, fondi perduti o
assistenza. Sforzo politico ed etico a tappe forzate, recupero di efficienza dei
pubblici apparati, trasparenza, burocrazia ripulita dalla feccia, EFFICACE ed
ONESTO utilizzo dei fondi europei e selettivi investimenti infrastrutturali
evitando monumenti e piramidi tanto costose quanto inutili.
~ 26 ~

La creatività, la fantasia e la pressione dello stress da situazione sono le armi


che sono state utili al paese in altri momenti difficili. Che vengano usate
buttando alle ortiche pregiudizi essendo piuttosto flessibili, anticonvenzionali e
decisi anche a costo di danneggiare grandi elettori, galoppini e/o la propria
base elettorale in nome del futuro e delle speranze dell’intero paese.
Se sostegno ulteriore alle imprese si voglia dare, credo che dovrebbe essere
selettivo ed indirizzato verso chi esporta e soprattutto verso alcuni paesi ad
esempio del medio-oriente, “afflitti” dalle montagne di petrodollari affluiti nelle
loro casse ma anche verso la Cina. Non da oggi l’attenzione di quel governo si
sta orientando e guarda al’ interno per migliorare la condizione sociale ed
economica delle CENTINAIA DI MILIONI di cinesi finora non coinvolti nel
gigantesco boom economico.
Un’osservazione per chiudere. La crisi è partita dagli USA. Si faccia caso a due
elementi:
1. La borsa americana ha sofferto e soffre molto meno di tutte le altre;
2. Incredibile ma vero, ad onta di uno scenario durissimo, il dollaro si sta
rafforzando rispetto ad Euro, Sterlina e Yen.
Operatori ed investitori, DI FATTO, ripongono fiducia nell’aspettativa di più
rapido recupero dell’economia USA rispetto a quelle europea, vuoi per il grande
pragmatismo di quel popolo, vuoi per la grande elasticità e flessibilità che
rende l’economia USA estremamente reattiva rispetto ad interventi di politica
economica. Non so, ovviamente cosa succederà né in Europa né negli USA.
Certamente quel paese, nonostante tutto, presenta alcune peculiarità che non
sarebbe affatto male, anzi, mutuare.
28 Ottobre 2008

Economia reale e finanza; due facce della stessa medaglia


A prescindere da presuntuose elucubrazioni sul tema, la crisi finanziaria ha
avuto l'effetto di far balzare la finanza in primo piano e non certo in una veste
lusinghiera, anzi nella veste di distruggi-economia. Le banche d'affari e di
investimento sono state additate come gli untori della orrenda crisi che si è
innescata.
Forse è ancora troppo recente la serie di avvenimenti che hanno sconcertato
l'opinione pubblica mondiale per provare a capire meglio ma proprio la crisi è il
motivo che impone di comprendere. Fatto sta che l'economia in tutte le sue
sfaccettature necessita di un elemento immateriale epperò dalla valenza
~ 27 ~

profondamente concreta: la fiducia . La fiducia da parte di tutti: cittadini,


imprenditori, operatori finanziari, risparmiatori.
Questo è un momento di scarsa fiducia ma da un atteggiamento siffatto si
determinano effetti che a cascata riguardano tutti. Le banche italiane sono in
situazione decisamente migliore di altre eppure nel gestire la loro liquidità non
si prestano reciprocamente danaro come normale ma preferiscono forme di
investimento, sia pure a brevissimo termine, che non presentino rischi anche a
costo rendimenti assai bassi. Quindi titoli di stato fino a depositare le
disponibilità overnight presso la Banca Centrale Europea invece che farne
oggetto di prestiti ad altre banche. Il motivo? La sensazione della sfiducia dei
risparmiatori ed i timori che essi vogliano ritirare i loro risparmi. Quindi
preferiscono tenere elevato il livello di disponibilità liquide. Una scelta siffatta
va ad influire sugli impieghi, sui prestiti che le banche concedono ad imprese
ed a privati. Si innesca insomma un circolo che è molto meno lineare di come
l'ho descritto ma il meccanismo è quello. E questo esempio sintetico, serva
anche a far capire che se la banca smette di operare normalmente
intermediando danaro verso investimenti, le conseguenze sarebbero devastanti
Il Presidente del Consiglio nel suo sforzo di indurre all'ottimismo, intende anche
la fiducia e quindi ha ragione. In questa sede e per gli scopi di queste righe mi
limito a dire che la fiducia nasce non su chiacchiere bensì sulla scorta di fatti,
notizie, provvedimenti legislativi tali da stimolare la ripresa della fiducia. Sarà
quindi fondamentale che il piano del governo sia considerato positivo da tutti i
soggetti economici o dalla maggior parte perchè questo innescherebbe proprio
la fiducia. Se questo accade, chi può riprende a spendere, le imprese
ricominciano ad investire ovvero non riducono il personale, le banche
riprendono ad operare come di consueto, le quotazioni in borsa cessano la
nevrastenica volatilità che le connota oramai da settimane. Ci vorrà tempo e
fatica, ma se c'è la fiducia concretamente indotta, questo è quanto pian piano
accadrà.
In un tale contesto sarebbe opportuno comprendere che la distinzione tra
finanza ed economia reale è un pò speciosa. Lasciamo da parte i casi estremi o
criminosi che si verificano anche nell'economia reale ed occupiamoci della
normale vita economica. Chi ha la mia età, o legge di storia economica o studia
le crisi economiche che si sono succedute nel tempo, rammenta la pesante
crisi degli anni 70 una indotta dalle imprese che, mediamente poco
capitalizzate, andarono in numero spaventoso in insolvenza mettendo in grave
difficoltà le banche a cui non erano in grado di restituire i quattrini. Quella fu
una crisi del'economia reale che si estese alla finanza. Il contrario di quanto
accaduto oggi.
Ma pensiamo anche che un'impresa non ha e non può avere mezzi illimitati ma
può ben avere buone idee e voglia di crescere. In questo caso si rivolge ad una
banca ed individuerà lo strumento finanziario più adatto alla sua struttura ed
alle sue esigenze ovvero potrà combinare tra di loro più strmenti finanziari. E'
quello che fa anche un privato in definitiva. Ed è l'utilizzo di strumenti finanziari
che ha consentito crescita buona, solida e robusta a tante imprese, anzi sono le
~ 28 ~

imprese migliori meglio gestite quelle che più e meglio si servono della
finanza. Finanza ed imprese sono dunque facce della stessa medaglia.
La crescita dei mercati oramai divenuti globali, la corsa all'innovazione hanno
riguardato tutto il mondo economico e non solo, di certo non esclusa la finanza.
I derivati oggi tanto temuti, sono una di queste innovazioni. Molte grandi
aziende hanno utilizzato strumenti derivati e lo hanno fatto per coprirsi da
alcuni rischi. Ad esempio, il Prof. Renè M. Stulz docente di finanza a Columbus,
alla Ohio State University , nel sostenere che sarebbe un errore abbandonare i
derivati perfino dopo questa crisi, racconta dei derivati che hanno usato le
compagnie aeree per garantirsi dal rischio della variabilità dei prezzi del
petrolio e quindi dei carburanti. E l'esempio è pertinente: prezzi dei biglietti
difficili da modificare contro prezzi dei carburanti ballerini e suscettibili
comunque di variazioni assai elevate ed ineliminabili dal che enormi rischi di
perdere tantissimi quattrini. Rischio evitato e compensato esattamente
utilizzando appropriati strumenti derivati. Rimane evidente che si tratta di
strumenti che richiedono grande competenza e prudenza per essere
maneggiati e ben adoperati.
Se dunque la finanza e strumenti derivati hanno indotto e veicolato la crisi è
ben vero che tutto questo è stato frutto di inadeguatezza di regole, cattiva
politica monetarie e sfruttamento ben oltre il limite delle smagliature delle
regole e certo anche da troppa avidità ed errori e perfino da comprtamenti
criminosi. Se pensiamo che in Italia si contano a centinaia di migliaia le
vertenze legali causate da errori medici o presunti tali, tuttavia abbiamo
l'intelligenza di andare comunque dal medico o in ospedale se, purtroppo, è
neccessario. Con lo stesso spirito di saggezza dunque, auguriamoci che il piano
italiano nei limiti che avrà sia un buon piano e meriti la nostra fiducia e sia il
punto dal quale riprendere il cammino verso un futuro che sia capace di far
tesoro degli errori commessi.
27 Novembre 2008

prospettive. La consapevolezza (1)


~ 29 ~

Penso che le situazioni difficili per essere avviate a soluzione richiedano radicali
cambiamenti ma un compito preliminare molto difficile: saper riconoscere
errori, posizioni ed idee sbagliate.
La possibilità di affrontare la crisi con interventi di grande entità ha risentito e
risente di una relazione diretta con le condizioni della finanza pubblica. Al di là
del merito delle misure adottate in Italia, debito pubblico e deficit statale sono
quelli che sono. Non c’è dubbio che la crisi abbia messo a nudo quanto sia
limitante lo stato della finanza pubblica e quanto sia necessario intervenire
incisivamente. Ed ognuno sa, d’accordo o meno che sia con i tagli, quanta
resistenza vi sia ogni volta che si pronuncia solo il termine “taglio” riferito al
bilancio statale.
Prendiamo ad esempio, per ragionare, i tagli a scuola ed università che tanto
clamore e resistenze hanno suscitato. Di nuovo sottolineo che la mia
contrarietà è dovuta alla linearità dei tagli ed alla totale inesistenza di un
riferimento pedagogico-didattico. In molti casi, la contrarietà è stata di
principio ed hanno giocato le resistenze di chi nella scuola opera ma anche da
chi a quel mondo è estraneo perché colpito dai tagli che avrebbero
danneggiato la scuola pubblica. Insomma la resistenza al cambiamento che
segna profondamente la società italiana ha fatto premio. Ma altrettanto si può
dire per la riforma delle pensioni dove l’abbattimento dello scalone famoso ad
opera del precedente governo, (gravissimo errore) fu spiegato con una
questione di diritti ed uguaglianza. Sarà anche vero ma soldi non ce ne sono e
la demografia è quel che è.
I due casi, tutela della scuola pubblica e tutela di diritti ed uguaglianza, e
soprattutto la resistenza al cambiamento che entrambi gli esempi marcano,
rappresentano il fardello che ci appesantisce al punto da farci dimenticare
come stanno davvero le cose. Molto semplicemente: la scuola non funziona e
l’università neppure. Le pensioni tra quelle fasulle e quelle vere denotano
situazioni di iniquità ed ingiustizia oltre il limite del pazzesco. Ed in entrambi i
casi sono penalizzati i giovani a cui nel primo caso non si conferisce una
preparazione adeguata e nel secondo caso li si deruba del futuro e di certo
anche di un dignitoso futuro pensionistico.
Voglio anche essere provocatorio, ma convinto di quello che dico, affermando
che il metodo sinora usato per (fingere di)cambiare è semplicemente folle: se
ad esempio per la questione pensioni interviene il sindacato, intanto è un
controllore che si controlla ed in secondo luogo il sindacato oggi ha la tutela di
chi è già tutelato, di chi è già pensionato, di chi è anagraficamente non
giovane. Ed i giovani rimangono di nuovo fuori e senza tutele né diritti. E si
vede. E’ la concertazione un metodo da ridiscutere. Se occorre fare un
profondo cambiamento e lo devo condizionare all’opinione di chi dovrebbe
subirne le conseguenze, come potrò cambiare per davvero? Ci si ricordi della
vicenda dei taxi. Città bloccate. Tariffe da allora ad oggi regolarmente
aumentate da quasi tutti i comuni. Cambamenti? Nisba!
Nello scenario ha parte preponderante la politica che per rappresentare la
società così come è, non solo ne rappresenta pregi (pochi) e difetti (una
~ 30 ~

miriade) ma tende a farsi strumento dei concetti di pubblico, di uguaglianza, di


diritti a meri scopi elettorali e clientelari.
Storicamente dalla fine degli anni 60 in poi, la crescita dello stato sociale prima
è stata sovvenzionata con l’inflazione e poi con il debito pubblico e la spesa
pubblica ma ad oggi, il risultato è che non ci sono risorse per combattere la
crisi, lo stato sociale è un simulacro vuoto di contenuti ed esso stesso fonte di
disuguaglianza e diritti negati. Ma tutto questo ha creato anche una
conseguenza di gran lunga peggiore: ha generato nei cittadini l’aspettativa che
di fronte a qualunque difficoltà debba intervenire lo stato. Il che, tradotto, vuol
dire inerzia ed inazione, non darsi da fare ma aspettare qualche caritatevole
politicante. E tutto nel nome di principi quali uguaglianza ed equità,
apprezzabili in sé, ma diventati un alibi per non fare nulla.
Non so se ho saputo spiegare il senso di ciò che intendo, ma quel che è certo è
che siamo arrivati al capolinea. Non ci credo affatto,ma mi auguro di cuore che
ciò che è stato messo in campo e come, sia sufficiente almeno a lenire la crisi
che ci attende nel 2009 ma proprio questo dovrebbe farci essere per una volta
tutti d’accordo che così non possiamo andare avanti.
Non ho esemplificato in materia di sanità. Ve ne faccio grazia, ma la sanità, la
previdenza, la scuola sono le macro-aree della spesa pubblica dove è
necessario intervenire pesantemente per il semplice motivo che il loro totale
consuntiva la parte maggioritaria della spesa pubblica. La necessità di
interventi pesanti la si deve anche ai meccanismi che presiedono alla spesa,
essi stessi, sovente generatori di inefficienza ed iniquità. Si pensi alle
normative che regolamentano l’apertura di un negozio di alimentari o di una
pizzeria da asporto: pazzesco numero di uffici da visitare, pazzesche norme,
pazzesche ispezioni ex ante, pazzeschi tempi, folli spese e controlli successivi
0. Né scherzano i meccanismi di pensione: infatti si fa redistribuzione della
ricchezza con la normativa pensionistica.
La stessa logica di costruzione e di formulazione delle norme è folle e foriera di
confusione, interpretazione, chiarimenti, circolari, riferimenti. Porto la
testimonianza di una vicenda da me vissuta relativa ad un contenzioso in
materia di IVA, dove l’amministrazione interpretando in senso a me
sfavorevole, ebbe ad eccepire come cogente il contenuto degli atti
parlamentari che il provvedimento impugnato avevano accompagnato. Gli atti
parlamentari? E la legge a che serve allora! Ma non finisce qui: se ad esempio
si esamina il DL 185 Piano anticrisi, si potrà vedere che in ogni articolo vi sono
richiami e riferimenti a normative precedenti e diverse sicchè per capire cosa la
norma prescriva, bisogna fare ricerche come un topo di biblioteca specializzato
in materie giuridiche. E così deve essere considerato il linguaggio che viene
abitualmente usato: vecchio, involuto, fumoso, sovente vago ed impreciso,
complicato, sintatticamente opinabile.
Tanto per averne un’idea (troverò e citerò la fonte) per investimenti in opere
pubbliche superiori ad una certa soglia in Italia occorrono oltre 10 anni di cui 4
o poco più servono solo alla progettazione. In Cina il ponte di Donghai (nei
pressi di Shangai) lungo più di 32 km è stato realizzato in 3 anni e 9 mesi. Ed è
~ 31 ~

per questo che le grandi opere difficilmente in Italia possono avere una efficace
funzione anti-recessiva.
Occorre dunque rimboccarsi le maniche e rendersi conto che le petizioni di
principio fine a se stesse portano a situazioni come quella italiana: insostenibili.
11 Dicembre 2008

Crisi e prospettive. La consapevolezza (2)


E’inevitabile che coloro a cui incombe l’onere di governare mettano immediata
mano a progetti di riduzione selettiva di spesa basati su precisi dati e funzionali
a precisi progetti di razionalizzazione di per se stessi forieri di immense
riduzioni di spesa ma senza che questo esima dal fissare delle entità obiettivo
da destinare a quel comparto di spesa pubblica. Ed altrettanto valga per le
amministrazioni locali per le quali il discorso non cambia di una virgola.
Questo lavoro andrebbe iniziato subito, anzi ieri, perché fa a pieno titolo parte
di ciò che serve contro la crisi.
Il tema però non riguarda solo i principi, lo stato sociale o lo stato in genere ma
le singole persone e le aggregazioni sociali. Accennavo più sopra alle resistenze
al cambiamento. Ed è opportuno qui allargare un attimo la visuale. La struttura
sociale del paese è,ovviamente, figlia della sua storia che racconta del
progressivo aggrupparsi degli individui in classi sociali in un sistema piuttosto
rigido e caratterizzato dall’estrema difficoltà alla mobilità tra l’una e l’altra
classe. Questo è uno dei meccanismi e dei fondamenti del marxismo del quale
piaccia o meno è ancora intrisa la società italiana e di certo di molti non
marxisti. Marxisti o anti, il paese è affollato da troppi statalisti. E’ da esso che
traggono origine determinate istanza che,volendole considerare positive in un
certo momento storico, si sono poi trasformate in immobilismo politico-
ideologico lontano dall’evoluzione delle società. Ma una parte di eredità resta e
restano anche le classi, non più però proletariato e capitalisti, ma classi di
soggetti accomunati da interessi: gli avvocati, i medici, i politici, gli artigiani, gli
imprenditori, gli impiegati. Ciascuna di queste classi ha operato nel tempo
anche attraverso le sue lobbies e la sua rappresentanza politica a determinare
la legislazione, che abbiamo sotto gli occhi, la quale ha sedimentato quelle che
oggi più puntualmente chiamiamo caste. Esse, quand’anche costituite da
appartenenti acculturati e moderni, esercitano funzione di blocco di
cambiamenti a salvaguardia di posizioni di rendita e di vantaggio per la casta,
indipendentemente dall’interesse generale. Quando ad esempio i notai
sostengono la loro vitale funzione per la vita sociale ed economica, parliamo di
circa 5.000 persone, fanno comprensibilmente una difesa d’ufficio fermo
restando che entrare in questa corporazione è al limite dell’impossibile. Ma non
si capisce perché, anche per i notai, debbano esservi delle tariffe prefissate a
discapito della concorrenza e quindi delle tasche dei consumatori.
~ 32 ~

Purtroppo se non sarà esercitata pressione energica ed insistente dai cittadini,


l’argomento, anche questo resterà immutato ed immutabile: molte delle regole
che garantiscono rendite e prebende, hanno forza di legge e quindi solo con
atti di pari natura e forma possono essere smontate.
Incredibilmente l’indifferente, ignava inerzia degli italiani, si manifesta anche
per un tema siffatto, sicchè l’avocato è difficile che NON lo si paghi, e si brucia
invece il debito contratto per acquistare la TV. E sono gli stessi italiani che
quando vengono poco poco direttamente toccati insorgono salvo sbraitare
quando a protestare sono altri.
A livello di singolo cittadino e globale però occorre anche capire che la
globalizzazione, fenomeno oramai irreversibile, esige cambiamenti anche per il
lavoro: lavorare di più, più a lungo e con un livello di produttività ben più
elevato da quello attuale. E non è solo questione di globalizzazione, ma di
demografia. La vita che si allunga, le condizioni di salute che per fortuna
declinano tardi, la scarsa natalità, l’ingresso tardivo (circa 27 anni) nel mondo
del lavoro sono fattori che spingono in questa direzione generando costi
sanitari e previdenziali crescenti in maniera esponenziale e non più sostenibili
in una prospettiva neppure di tanto lungo periodo. Ignorarlo come finora è
stato fatto,in nome di equità e diritti, è stato foriero e sarà foriero di negazione
di diritti e di iniquità. L’attuale età pensionabile è semplicemente insostenibile;
l’invecchiamento della popolazione determinerà problemi e costi talmente
elevati da costringerci a scegliere cosa vogliamo che rimanga sostenuto dallo
stato. Tutto sarà impossibile. Puramente e semplicemente.
Ciò che dovremmo di certo desiderare è un radicale cambio di mentalità, ad
esempio, per la gestione delle crisi aziendali. I disperati tentativi di salvare
un’azienda decotta dal fallimento per salvare i posti di lavoro,ha una storia di
sprechi da far rizzare i capelli ed Alitalia ne è solo l’ultimo esempio. Un’azienda
DEVE fallire se non è in grado di tenere il mercato. Chi va salvato è il lavoratore
per il quale bisogna pretendere adeguati ammortizzatori sociali e meccanismi
efficienti di reinserimento al lavoro. Troppe risorse sono state
improduttivamente bruciate per salvare aziende statali o statalizzate apposta,
cifre immense sono state dilapidate per pre-pensionamenti e sussidi che
all’arbitrio nella gestione assommavano l’inutilità della spesa. Ammortizzatori
sociali soggetti a regole automatiche, servizi efficienti di reinserimento al
lavoro anche per le donne e gli over 45. Questo è quel che serve, non
pensionati a 45 anni che affollano l’Italia. E per cosa? Per non far funzionare il
mercato in questo paese, dove il fallimento pare la fine del mondo senza
esserlo. Ed è il paese dove tanta gente si arroga il titolo di liberale quando nei
fatti è sovietica.
Non vorrei che questi aggiustamenti ognuno invece che sceglierli dovesse
subirli per la forza di ciò che ci aspetta. Sarebbe molto peggio.
Sono convinto che l’indispensabilità di quanto fin qui sia la precondizione per
affrontare il futuro qualunque sia. Da troppi anni queste zavorre le abbiamo sul
groppone ed impediscono al paese di crescere e di aver fiducia nel futuro e
soprattutto renderebbe feticci vuoti le aspettative di stato sociale che ciascuno
~ 33 ~

di noi ha e vorrebbe a meno di prelievi fiscali ben più elevati di quelli folli che
subiamo. Evasori a parte.
Ci incombe la ragionevole necessità del buon senso e dell’onestà intellettuale
di affrontare pragmaticamente questi argomenti sicchè invece che ribellarci di
fronte a tagli di spesa, dovremo invece pretendere di vedere chi, come, dove,
perché ed a quale fine. E dimenticarci che siamo parte di una casta. Oltretutto
quest’ultima connotazione sarebbe utile per dar finalmente vita ad un valore
ulteriore: quello della mobilità sociale, quel meccanismo che non crea ostacoli
a chi, volendo darsi da fare, intende migliorare la sua condizione di muratore
per divenire ingegnere. E’ anche questo che si chiama meritocrazia. E' anche
questo ciò che aiuta a creare una società più giusta e prospera.
Lo diceva perfino Totò con uno dei suoi motti ilari ma saggi: chi si ferma è
perduto.
13 Dicembre 2008

delirium tremons

Mi approprio del titolo di un articolo scritto dal Prof. Tito


Boeri e pubblicato il 3 Agosto 2008 e che ha per
argomento la legge finanziaria ed il DPEF e reca come
titolo proprio "delirium tremons"
Di nuovo il ministro Tremonti, per motivi che non indico
stavolta, attacca il governatore Draghi; di nuovo
sostiene di non voler ascoltare chi non ha previsto la
crisi, non ha capito e via blablando. Da ottima parvenù
ha anche irriso lo stesso Draghi che presiede il
Financial Stability Forum senza che Draghi, da persona
civile qual è replicasse una sola parola ad insolenze da
ciandella o servetta che dir si voglia.
Se si seguisse il medesimo stupido metro, si potrebbe
serenamente obiettare che anche se eletta, la classe politica di questo paese
non merita fiducia per lo stato di dissesto della finanza pubblica causato da
politicanti incapaci tremonti compreso. Ma l'inopportunità e l'ipocrisia delle
parole e dei comportamenti di questo arrogante ed immotivatamente
presuntuoso ottimo tributarista appare avvilente quando si riempie la bocca di
etica dopo aver avallato, tra l'altro, la depenalizzazione del falso in bilancio o le
decine di condoni o l'abolizione di decine di norme introdotte con successo dal
precedente governo per contrastare l'evasione fiscale. Non dimentichiamo
l'ulteriore rinvio dell'entrata in vigore della class action.
~ 34 ~

Il segno dell'inadeguatezza delle politiche di costui, lo si è visto anche oggi,


quando il sottosegretario alla Protezione Civile Bertolaso ha tranquillamente
minacciato le dimissioni per i tagli di fondi alla struttura che nel 2011 avrebbe
raggiunto il 64%. E la conferma dell'improvvisazione l'ha data il capo del
governo mettendo subito la pezza "troveremo i fondi".
Neppure il più sprovveduto degli aspiranti economisti avrebbe dato corso a
tagli di spesa indiscriminati e lineari che lasciano del tutto intatti i meccanismi
perversi dello sperpero e della pessima qualità della spesa. Nessuno, neppur il
peggior economista avrebbe fatto un DPEF pluriennale nel quale non si
formulano obiettivi di riduzioni di carico fiscale sul lavoro. Servirebbero, tra
l'altro, ad indirizzare le aspettative degli operatori economici. Neppure il più
inadeguato economista avrebbe scritto un DPEF così passivo e vuoto di
iniziative e privo di speranze e prospettive.
Eppure il paese è nelle mani di costui che imperversa senza che la situazione
delle finanze migliori di una sola virgola e per giunta come dimostrano anche le
parole del Generale d'Arrigo Comandante generale della Guardia di Finanza si
sta verificando il crescere dell'evasione fiscale come confermano anche le
statistiche sull'andamento del gettito dell'IVA che peggiora ben oltre la
flessione dei consumi.
Prospetticamente appaiono inoltre poco credibili le rassicurazioni circa la legge
finanziaria: i saldi che essa ancora presenta e che sono stati blindati, è da
dimostrare che siano sostenibili atteso che dal momento della sua nscita ad
oggi è cambiato ed in peggio il quadro economico mondiale e stanno
peggiorando le condizioni dell'economia italiana il cui andamento è essenziale
per la tenuta dei conti dello stato.
Quello che si può ragionevolmente attendersi è che quando comincerano a
concretizzarsi le difficoltà i cui robustissimi segnali si realizzano di giorno in
giorno nella discesa della produzione industriale, nel calo degli ordinativi alle
industrie, nelle difficoltà tendenziali che già evidenziano i dati sull'occupazione,
nei riflessi inevitabili su consumi ed investimenti, occorreranno delle pezze da
appiccicare con il consueto superficiale, dilettantesco affanno. Sono curioso già
adesso di sapere a chi costui e soci daranno la colpa, essendo sicuro come la
morte che la responsabilità di aver sbagliato non avranno la decenza di
assumersela.
Il peccato è che pagherà il paese.
19 Dicembre 2008
~ 35 ~

Tremonti contro il governatore Draghi

Ieri c'è stato l'ennesimo round dello scontro che il ministro


tremonti ha ingaggiato contro il Governatore di BankItalia Mario Draghi.
Mario Draghi, come più volte segnalato anche qui è Presidente del Financial
Stability forum organismo tecnico planetario la cui missione è intuibile dal
nome dell'istituzione. Draghi è governatore internazionale ed è un tecnico di
riconosciuta competenza che gode di considerazione ed apprezzamento in tutti
gli organismi internazionali. E' stato chiamato a Bankitalia proprio da tremonti
nella prima esperienza di governo.
Ebbene, da diverso tempo ed in ripetute circostanza è accaduto, come irei, che
il ministro tremonti si esprimesse in termini sprezzanti e negativi nei confronti
del Governatore Draghi e verso le sue posizioni come Governatore di BankItalia
e Presidente del FSF.
«È demenziale - ha poi aggiunto Tremonti - stare ad ascoltare e prendere
lezioni da chi non ha capito nulla, o ha capito molto, e ha sbagliato tutto».
Ecco una delle stupide frasi che tremonti laspocchia ha pronunciato in sede di
EcoFin il 18 Dicembre 2008. Preciso che l'EcoFin è l'organismo che rappresenta
l'insieme di tutti i ministri dell'economia europei, quindi un'occasione ufficiale e
mediaticamente vistosissima per dare un ulteriore colpo alla credibilità del
paese mostrando un ministro tirar inutili calci non solo al Governatore della
Banca Centrale del suo paese ma anche a quelli degli altri membri del FSF.
~ 36 ~

Di ieri invece la pubblicazione del Bollettino di BankItalia con la previsione di


una caduta del PIL del 2% e di ieri la reazione di tremonti che, raccontata da La
Stampa (ma anche da altri organi di stampa) racconta
Tremonti: "Queste stime sono solo congetture"
nel 2009 il pil scenderà del 2%, come sostiene bankitalia? «Meno 2%? E allora?
Vuol dire che si ritorna al 2005-2006, che non mi sembra sia il medioevo». E
ancora: «Sono dati realistici» ma anche «congetture» perchè «tutto è dominato
da incertezza». Fare previsioni oggi è «mestiere da astrologi. stiamo
attraversando una terra ignota». Così il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti,
ha risposto ai giornalisti che chiedevano un commento sulle ultime stime
dell’istituto di via nazionale pubblicate nel bollettino.
Ci sono stati altri episodi, ma questo è tanto sfaccettato da consentirci di
approfondire il tema. Perchè deve essere chiaro che non si tratta di fare il tifo in
uno scontro che è di tremonti contro e Draghi che rimane sereno al suo posto,
bensì di posizioni che si riferiscono all'interesse ed al benessere del paese.
Le posizioni di tremonti conseguono da sue opinioni di cui non sto a fare la
storia che concludono con attacchi agli economisti che "non hanno capito nulla
o hanno capito molto ed hanno sbagliato tutto" ma concludono anche che il
capitalismo-liberista ha fallito ed ancora che gli strumenti di previsione e le
previsioni sono arte da astrologi.
Sul piano logico si potrebbe affermare che si tratta di una posizione manichea e
parecchio sciocca. Non si evita l'ospedale se dopo una accurata visita medica il
paziente si becca un infarto. Comunque, non è interessante la discussione su
chi avrebbe dovuto prevedere la crisi o se sarebbe stato possibile prevederla
atteso che, nella migliore delle ipotesi nessuno è innocente, men che meno la
politica ed i suoi organi che avrebbero dovuto controllare.
Vediamo piuttosto nella pratica che cosa accade e come ha operato il ministro
e per fare cosa. E non è peregrino cominciare dalla presente legislatura
berlusconi con tremonti ministro, poi licenziato brutalmente con pesanti accuse
mosse da AN e poi riassunto.
Tra il 2001 ed il 2006 il governo ha fatto politica economica utilizzando gli
strunebti demagogici e criminogeni dei condoni fiscali per fare "bilancio"
evitando ogni seria iniziativa di lotta alla inutile spesa pubblica ed ogni
iniziativa contro l'evasione fiscale. Non so se ricordate che, gridava un
presidente del consiglio che al contrario del vino peggiora con il tempo, gridava
di "diritto naturale" a pagare non più del 30% di tasse. Ed.infiorato con la
riduzione del falso in bilancio a "reato bagatellare" tanto per fare un regalino a
qualcuno. Questo scenario era arricchito da quotidiane grida contro i vincoli del
Trattato di Maastricht, contro i ragionieri di Bruxelles e contro la Banca Centrale
Europea che teneva i tassi di interesse alti mentre negli USA........ Sì!!!!! Si
invocavano i bassi tassi di interesse USA, quelli contro i quali ogni stupido
professionista della scienza del poi grida. E forse non è il caso di dimenticare
che quegli furono anche gli anni di Cirio e Parmalat tanto per gradire, scandali
non certo addebitabili a nessun governo ma che avrebbero almeno dovuto
insegnare che la sorveglianza andava rafforzata e l'etica avrebbe dovuto
~ 37 ~

suggerire a banche e società di revisione e rating a comportarsi diversamente.


Ma il silenzio su questi temi è stato assordante e totale.
Oggi. Il ninistro ha fatto una legge finanziaria di respiro triennale. E' stata di
certo un'ottima idea. Vorrei solo capire quali strumenti ha usato, perchè la
legge finanziaria si riferisce al futuro, ha a riferimento grandezze come il PIL la
cui entità va ipotizzata per determinare di conseguenza altre grandezze, il
gettito, la dinamica delle spese e via di seguito. Perchè se ha usato la
previsione, il ministro ha fatto l'astrologo. Ma neppure come un economista non
essendolo. Ma ci sono alcune ulteriori novità:
• il ministro ed il capo si nascondono dietro i vincoli di Maastricht divenuti
"sacri"
• i saldi di finanza pubblica sono stati blindati prima dell'estate, cioè un
momento dal quale, ad oggi, è radicalmente cambiato tutto nel contesto
e nel prevedibile futuro,
• il presunto provvedimento anticrisi è ad impatto positivo per la finanza
pubblica cioè invece di dare, prende sicchè, all'opposto di quello che sta
accadendo dappertutto, aumenta la pressione fiscale nel 2009. Già a
Giugno 2008 si intravedeva questa tendenza rafforzata con il decreto
anti-crisi;
• c'è una sottovalutazione della crisi palese ed imprudente che oltre che
dalle parole scaturisce da fatti e comportamenti. «Meno 2%? E allora?
Vuol dire che si ritorna al 2005-2006, che non mi sembra sia il
medioevo». Non so se si possa parlare di insensibilità irresponsabilità,
scempiaggine o cosa perchè, ad esempio, questo "e allora?" passa
attraverso migliaia di persone che perdono lavoro e reddito oltre al resto;
• è stato tirato fuori che oltre al debito pubblico nei sistemi economici c'è
anche il debito delle famiglie che, per fortuna in Italia è a buoni livelli. Se
questo è un dato positivo, nella dinamica dei sitemi economici questo
rientra nel contesto di altre grandezze. Ma in ogni caso, questo se indica
una miglior capacità di resistenza delle famiglie alla crisi, sarebbe strano
fosse pretesa che i risparmi debbano essere intaccati e mangiati da
incapacità di un govenro a fronteggiare la crisi. Sarebbero comunque una
perdita di ricchezza e quindi diminuzione del risparmio;
• di indispensabili riforme strutturali, non c'è traccia. Anche queste sono
consigliate anche da economisti e quindi sono fuffa. Ben fatte invece le
privatizzazioni tipo Alitalia, vero simbolo qualificante di questo governo.
Non solo BankItalia, ma l'OCSE l'ISTAT,Centri Sudi di
ConfCommercio,Confindustria e molti altri organismi internazionali prevedono
un 2009 buio per il paese. Fanno gli astrologi? No! Ovviamente. Utilizzano gli
strumenti a disposizione, non essendocene altri a meno che li abbia creati la
fervida immaginazione di tremonti nei suoi sogni e nei nostri incubi, per
ipotizzare un andamento dell'economia in tempi che anche ad occhio nudo non
lasciano presagire nulla di buono. Quanto meno, sono un monito a tentare di
parare il colpo. Ma non è un caso che ogni paese si sia affidato a chi di dovere
~ 38 ~

per individuare i provvedimenti economici da santificare poi con l'avallo della


decisione politica. No! Qui si pretende che la politica si debba sostituire anche
tecnicamente all'economia ed alla finanza. Eppure, la pessima gestione della
finanza pubblica con il peggioramento della spesa e del debito non è fatto che
si possa assolvere solo con l'elettività di chi la finanza pubblica gestisce. Troppo
comodo! Eletto o meno, chi gestisce male, gestisce male e punto.
In attesa di leggere il provvedimento anticrisi come ratificato da un Parlamento
ridotto a timbrificio di decisioni prese altrove, vorrei sottolineare ancora un
forte punto di debolezza della sterile azione del governo.
Utile lo strumento del decreto legge. Ma al di là dei mesi persi tra voci,
annunci, chiacchiere in libertà, al di là di interventi decisi a rate, sarebbe stato
utile chiamare l'opposizione a concorrere alle decisioni. I tempi lo richiedono, le
circostanze lo richiedono. Né è da governo serio fare un decreto e poi frignare
che l'opposizione non vuole mangiare la minestra già pronta a cui non ha
fornito neppure il prezzemolo. Ma questo, insieme alla guerra che da solo
tremonti ha dichiarato a Draghi fa parte del galateo istituzionale che non è
mero e vano orpello formale ma sostanziale strumento di coesione delle forze
del paese tesa a rafforzarne anche la credibilità internazionale. Ed a sua volta
la credibilità internazionale ha a che fare con la creazione di aspettative
internazionali, quelle che determinano il comportamento di chi dovrà decidere
se comprare o meno titoli pubblici italiani.
La guerra privata del ministro contro economisti e tecnici non è svolta sul piano
intelluttuale dell'accademia perchè il ministro è un ministro. Non è una
posizione intellettuale che deve prevalere ma provvedimenti credibili ed
efficaci. Dire questo è ciò che era possibile è una solenne sciocchezza. Dire che
gli oppositori della social card sono "snob" è dire una stronzata in perfetta
malafede. Se un provvedimento deve essere anticrisi il suo scopo DEVE essere
la sua capacità quanto meno di attenuare i prevedibili effetti sistemici della
crisi. O lo è o NON lo è.Il resto sono chiacchiere da bar.
Purtroppo il ruolo di tremonti è pregnante e vincente anche perchè il primo
ministro e gli altri ministri hanno altri interessi ed altre priorità oltre ad essere
meno, diciamo così, ferrati in argomento. Occorrre finalmente fottere
definitivamente i giudici, fare il presidenzialismo, figurarsi se si può perdere
tempo ad occupasi di crisi.
In questo contesto e con queste premesse, l'unica cosa è rammentarsi che al
peggio non c'è mai fine. E spero di essere smentito dai fatti.
16 Gennaio 2009
~ 39 ~

Crisi finanziaria e proverbi borbonici


La crisi che pesantemente sta estendendo i suoi nefasti effetti è una
bruttissima bestia e lo è ancor di più per le nostre difficoltà di finanza pubblica.
E' evidente che rispetto a cil che andrebbe fatto ognuno può avere la sua
opinione ma, piaccia o non piaccia è al governo in carica che pertiene ideare e
realizzare i provvedimenti che ritiene idonei. E' legittimo avere posizioni
critiche ed auspicare soluzione diverse. D'altronde se ci fosse qualcuno che
avesse LE soluzioni definitive, non staremmo neppure a discutere.
In questa dialettica o polemica ci sono molte correnti di pensiero che ritengono
che il governo possa e debba fare di più in considerazione della durezza con cui
la crisi impatterà la nostra economia. E questa tesi è supportata da statistiche,
studi, analisi e previsioni.
Quello che non riesco assolutamente a digerire è da un canto l'atteggiamento
di chi, come sciaboletta scajola taccia di "corvo" la Marcegaglia che,
preoccupatissima chiede al governo più di quanfo già fatto e dall'altro il
presidente del consiglio che ora accusa la stampa di pessimismo come se la
crisi la determinassero i giornali, ora parla di paese meglio messo rispetto ad
altri.
Purtroppo la saggezza popolare ha sintetizzato un bellissimo proverbo di
origine borbonica periodo storico che non è fuor di luogo richiamare. Esso
recita: "chiacchiere e tabacchere 'e legno, u Banco 'e Napoli nun 'e vò in
pegno". Tradotto "Chiacchiere e tabacchiere di legno il Banco di Napoli non le
accetta in pegno". Perchè il Banco di Napoli, tanti anni fa, faceva anche prestiti
su pegno.
Se con questi sistemi si ritiene di sostenere l'indispensabile elemento fiducia di
operatori, istituzioni e privati, si sbaglia di grosso. In queste circostanze ritengo
ottimale dire la verità e indurre tutti ad aver fiducia con i fatti. E che i fatti il
mercato e gli operatori li ritengano tali da indurre o meno la fiducia, è
comprovato, ad esempio, dalle reazioni negative che negli USA ha suscitato il
piano Obama. Ma c'è di più. Quando si afferma che il paese è messo meglio
~ 40 ~

sarebbe grazioso sapere ciò di cui si parla altrimenti per i pochi che ne hanno
voglia è fin troppo facile trovare documentazioni e dati ufficiali calcolati da
soggetti internazionali che dimostrano ampiamente che non è così. Basta
scorrere il Rapporto della Direzione generali affari economici e finanziari della
Commissione Europea per rendersene conto. Di Italia si parla a Pag. 29 del
documento. Ma traendo dati analoghi ai paesi europei, viene fuori che non
siamo affatto ben messi, anzi per quanto riguarda vari parametri:
~ 41 ~

siamo messi molto peggio. Mi limito a questo ma c'è il resto. Allora la questione
non sta nel fare o non fare i menagramo ma, con serietà e, si spera,
competenza, prendere atto delle fondatissime prospettive su cui c'è
amplissimo consenso internazionale per definire la grandezza e la profondità
degli effetti della crisi che dovranno essere combattuti. Senza dimenticare che
abbiamo una struttura economica ingessata, fragile, debole, frammentata,
rigida e poco reattiva.
D'altra parte, il Sole 24 ore riporta un dato secco e drammatico: il PIL pro-
capite ritorna ai livelli del 1999 fe3rmi restando gli effetti a macchia di leopardo
della crisi con meno del 40% dei lavoratori ad avere una qualche tutela.
Che la si smetta dunque con le stronzate ed ottimismo sciocco. Sarebbe il caso
di fare le persone serie e raccontare le cose come stanno.
24 Febbraio 2009
~ 42 ~

Banche, sempre banche, fortissimamente banche


Non c'è dubbio che l'evolversi degli avvenimenti dimostra e conferma che
l'epicentro della crisi sono le banche sulle quali si riversa la sfiducia degli
operatori e dei mercati. D'altronde i nuovi interventi americani per CitiGroup o
quelli per AIG sono lì a dimostrarlo come quello che aleggia per Bank of
America.
Un aspetto che fa pensare e che va segnalato e che le quotazioni borsistiche
delle banche in tutto il mondo è dominato dai cali e della sfiducia e non è
esente l'Italia le cu banche sono rimaste a margne dell'allegra finanza. Eppure
anche gli attivi patrimoniali delle banche italiane sono soggette ad aspettative
negative, un pò per il peso della presenza di alcune nell'est Europa, un pò per
altri motivi, un pò molto perchè si ritiene che il valore di mercato degli attivi
delle banche non sia in grado di reggere il peso che le attese e prevedibili
insolvenze di aziende avranno sul patrimonio delle banche italiane.
Il fulcro della questione, sia qui che in tutto il mondo è che non si sa più quale
valore attribuire agli attivi patrimoniali. Ed a sua volta l'incertezza è motivata
dalla sfiducia.
In realtà è vero che in generale molti attivi bancari rappresentati da titoli tossici
valgono zero ma non è detto che zero o quasi valgano altri attivi patrimoniali.
Eppure un avvio di soluzione utile anche ad avviare ad un mutamento della
fiducia degli operatori passa proprio per la strettoia del valore da attribuire ai
titoli tossici ed ai valori patrimoniali delle banche in genere. E' un passaggio
vitale indispensabile anche a quantificare l'entità di un qualuque intervento di
risanamento. E quanto questo sia necessario lo si è constatato anche
dall'inutilità di aver immesso nel sistema e nel capitale delle banche montagne
di liquidità.
Se pensiamo che la consistenza patrimoniale della banche è la precondizione
perchè esse possano continuare ad operare ed a fare il loro mestiere di
finanziare imprese e famiglie, ecco che anche per questa via possiamo
realizzare che IL primo passaggio risolutivo è esattamente questo.
Il nodo è politico e tecnico insieme ma prima di tutto politico perchè è di tutta
evidenza che qualnque sia il meccanismo tecnico adottato, saranno gli stati a
doversi fare carico di titoli tossici ed altri attivi di dubbio valore. Servirà a
stabilire degli indispensabili punti fermi.
Dei tanti passaggi necessari, uno relativo al problema dei mutui in sofferenza
potrebbe essere ad esempio quello suggerito dal Prof. Zingales nell'articolo de
La Voce dal titolo Un piano B per gli Stati Uniti ed interessante l'articolo Yes we
can Mr. Geithner. Pregevoli e sensati contributi sono venuti da altri autorevoli
~ 43 ~

studiosi ed economisti tra i quali mi piace segnalare quello di


Nouriel Roubini, notissimo per aver previsto la crisi di
sistema. Questi sul Washington Post del 15 Febbraio ha
scritto l'articolo Nationalize the Banks! We're all Swedes Now
(Nazionalizziamo le banche. Adesso siamo tutti svedesi) per
invitare l'amministrazione USA a fare come la Svezia nei
primi anni 90. In quella crisi le banche furono nazionalizzate,
risanate e poi rivendute ottenendo alla fine costo zero per le
casse dello Stato svedese.
Al di là di possibili e credibili soluzioni, rimane il fatto che da
un canto occorre creatività e pragmatismo ma dall'altro occorre agire con
grande velocità. La via maestra per uscire dalla crisi passa attraverso le
banche.
4 Marzo 2009

Crisi finanziaria e pensioni: un altro perchè


~ 44 ~

I tanti e lunghi anni di crescita del PIL negli USA e nel mondo, l'esplosione delle
economie di paesi emergenti, della globalizzazione, dell'abbattimento dei
vincoli alla libera circolazione dei capitali hanno prodotto una moltiplicazione
delle attività finanziarie. Nel 2007 il rapporto tra attività e passività finanziarie
sull'estero ed il PIL è stato del 300% . Era del 150% nel 1995. Senza entrare qui
nel merito di questo specifico aspetto, basti qui segnalare che di fatto è stato
immensamente esteso l'impatto della finanza rispetto al PIL misura classica di
riferimento dell'economa cosiddetta reale.
La cronaca dal 2007 ad oggi ha raccontato di quali e quanti errori ed abusi sia
stata colmata la finanza. Il polverone del crollo si sta lentamente diradando
consentendo di avere una veduta più chiara e quindi scorgere più nitidamente
gli elementi che combinati tra di loro hanno generato tutto questo. Travolgendo
anche molto del positivo che comunque alla finanza appartiene.
Uno di questi elementi e di peso non secondario è la "demografia" alla quale si
lega il problema delle pensioni che qui in Italia viene vissuto in maniera
annosa, stupida, cieca, ideologicamente folle ed utopistico. E la mia
considerazione non va solo alla politica ma anche gli italiani singolarmente che
si mostrano ciechi e tetragoni ad ogni sia pur dura evidenza.
La demografia dunque ci racconta alcune cose: in molte aree del pianeta la
natalità si riduce e cresce di conseguenza la platea di over 65 in valore
assoluto ed in termini relativi. Ma non solo! Cresce, per fortuna, la durata della
vita media oltre che l’aspettativa di vita. Chi volesse può attingere informazioni
e dati forniti dall’ISTAT . Volendo visualizzare una semplice sintesi demografica
ed una semplice visualizzazione del rapporto contributi-pensioni, può andare
qui
Questi macro-fenomeni generano conseguenze gigantesche sul piano
economico, sociale e sull’andamento della spesa pubblica. Qualche esempio
forse aiuta: al numero crescente di anziani si associa il crescere delle spese per
l’assistenza sanitaria associata ai progressi della medicina. La durata crescente
della vita implica gli enti previdenziali a pagare pensioni per periodi di tempo
fortemente crescenti. Se ad esempio si va in pensione a 58 anni e l’aspettativa
di vita è 85 anni, la pensione sarà percepita per 27 anni 27. Moltiplichiamo per
li milioni di pensionati ed avremo una vaga idea delle cifre di cui si parla.
Non esiste paese che possa permettersi di sostenere il peso del
pagamento delle pensioni con il solo sistema pubblico.
Questa constatazione ha indotto anche i paesi dell’Europa continentale e l’Italia
ad affiancare ai sistemi pubblici delle ulteriori opzioni ai cittadini per
accantonare risparmio per finanziare la propria pensione che in prospettiva
dovrebbe essere costituita da una parte “pubblica” di entità decrescente ed
una parte “privata” devoluta a fondi pensioni che hanno il ruolo di raccogliere
versamenti volontari ed investirli per consuntivare risorse e con esse pagare
la parte privata delle pensioni. Ci avviciniamo dunque di necessità al sistema
anglo-sassone. Ed è da questo che nasce una importantissima attività in campo
finanziario nei fondi pensione. Azioni, immobili, prodotti finanziari, obbligazioni
sono il patrimonio dei fondi che consente di pagare le pensioni.
~ 45 ~

La situazione italiana è particolarmente pesante. La denatalità è solo


compensata dall’afflusso di immigrati; l’ammontare dei contributi pensionistici
è sostenuto e rimpinguato dalle somme rivenienti dai salari pagati agli
immigrati; la popolazione in pensione è immensa e crescente il numero degli
over 65 anni e crescente l’aspettativa di vita. Per fortuna. Ma in Italia grava
anche il peso crescente delle pensioni sulla spesa pubblica e sul PIL. Oggi la
spesa previdenziale è del 15% sul PIL. La sostenibilità della spesa
prevedibilmente crescente è quindi legata all’andamento del PIL ed altrettanto
prevedibilmente è messa in dubbio dalla misera crescita del PIL italiano oramai
da molti anni. Se pensiamo che le stime per il 2009 ed il 2010 sono di caduta
sensibile del PIL, ne viene in automatico capire che il peso delle pensioni
crescerà pesantemente. La differenza tra l’ammontare delle pensioni da pagare
ed i contributi incassati dovrà essere pagata con la fiscalità generale con
risorse che saranno sottratte ad altre pure importanti destinazioni.
Il clima italiano in argomento è sempre stato manicheo, imprevidente e folle
visto com’è stato e com’è con le lenti della stupida e pazzesca ideologia.
Nessuno è innocente rispetto a questo. Neppure gli italiani. L’ultima follia è
stata commessa sotto il governo Prodi con l’abolizione dello scalone di
famigerata memoria. Il panorama italiano comunque, al di là di demagogie e
speranze artificiali lascia vedere che è stata scavata una voragine colossale a
danno del futuro dei giovani che non lascia indenne né oggi né in futuro le
pubbliche finanze.
In conclusione di queste considerazioni fatte nel modo possibile in un post,
alcuni punti fermi.
1. è oramai evidente che il sistema pensionistico pubblico, nessun sistema
pensionistico pubblico potrà sostenere il peso delle pensioni. Ad esso si
affiancherà con sempre maggior rilevanza un sistema complementare che è
quello dei FONDI, istituzioni che NON POTRANNO NON INVESTIRE NELLA
FINANZA SANA che c’è sempre stata e continuerà ad esserci;
2. la valutazione del fenomeno immigrazione, se viene fatta con criteri obiettivi
va valutata anche nell’ottica della sostenibilità del sistema economico e del
sistema pensionistico;
3. la crisi ed il contesto italiano impongono interventi strutturali. Da un canto
vanno riordinate le norme che sono una selva inestricabile di iniquità e follie,
dall’altro sono folli per l’età pensionabile sia di uomini che donne e per ulteriori
aspetti.
Il tema ovviamente è ben più complesso ma, a mia opinione, dimostra anche
per questa via la mancanza di strategie, prospettive e speranza che affliggono
il paese. Il piccolo cabotaggio che da decenni affligge la politica italiana, la
mancanza di spinta e stimoli che connota un’opinione pubblica inerte ed
atrofizzata rappresenta la misura di quanto sarà difficile uscire dalla situazione
di pesante crisi nella quale ci troviamo.
5 Marzo 2009
~ 46 ~

Crisi finanziaria in Italia: gli implacabili

Gli implacabili è il titolo di un famoso film ma applicabile a chi da mesi


sottovaluta, nega, glissa e sorvola sulla dura crisi dell’economia. La memoria
breve che connota questo paese va rinfrescata. Mesi di dichiarazioni
incredibilmente fasulle, negazioniste e colpevoli di un irresponsabile
incautamente catapultato alla presidenza del consiglio tese a minimizzare una
dura crisi, ad accusare l’informazione di diffondere pessimismo, sono state
riportate alla loro dimensione di infime chiacchiere da bar dalle dichiarazioni di
ieri del ministro dell’economia. La prima parola di verità pronunciata da un
componente del governo da Settembre ad oggi non hanno fatto dimenticare al
ministro tremonti di essere, appunto, tremonti. Ha parlato di 2009 che non sarà
come il 2008, ha parlato di gruzzolo da aggiungere ai fantomatici 8 miliardi a
disposizione degli ammortizzatori sociali rassicurando poi, in riferimento al
gruzzolo, ce ne saranno degli altri. Gaudio! E’arrivata la befana!!!!! ed ha
portato un salvadanaio pieno di miliardi di €uro? O si tratta di modi e linguaggi
indegni da pronunciare da parte di chi fa il ministro dell’economia? Stile di
direzione da mercato ortofrutticolo.
Ma subito tremonti, essendo tremonti ha pontificato “non facciamo previsioni,
siamo in terra incognita…blablavbla” Se “non facciamo previsioni” c’è da
chiedersi come abbia fatto una finanziaria triennale. Oppure come abbia fatto a
presentare dati sui conti pubblici italiani a Bruxelles che non riguardano certo il
passato ma il futuro.
Ma noialtri siamo, oramai, di bocca buonissima e l’apriamo volentieri per
ingurgitare ogni imbecillità ci venga propinata per quanto maleolente e
disgustosa.
Ieri è stata una giornata tremenda. Bankitalia aveva appena diffuso previsioni
di caduta del PIL 2009 dal 2% al 2,6% ed in ogni caso tale entità è confermata
da ISAE e Confindustria. La BCE ha ridotto i tassi dello 0,50 % eppure questo
non ha impedito alla borsa di Milano di perdere il 5,80% circa. Un’enormità!!!!!
Ma soprattutto il segno che gli operatori non hanno fiducia e temono anche per
~ 47 ~

la tenuta delle banche e/o per la loro capacità di sostenere il credito ad imprese
e famiglie.ì E questo timore coinvolge le società quotate e non.
Se ci fosse qualcuno in grado di essere responsabile, si chiederebbe quanto
questa sfiducia sia stata influenzata ed alimentata da Settembre ad oggi, mesi
interi persi tra idiozie mistificatorie e miserrime del presidente del consiglio e
provvedimenti acqua fresca dispersi tra mille demagogici ed inutili rivoli, tra
eliminazione di norme antievasione e caduta del gettito IVA, tra chiacchiere e
mancanza di una direzione neppure assunta sulla scorta delle stelle come
facevano i naviganti delle galere prima di Flavio Gioia. E l’opposizione, per il
nulla che conta, non se la cava a migliori condizioni. Salvo qualche personaggio
singolo, il resto è da cestinare senza alcun rimpianto.
Se si rifiutano o non si tengono in conto i dati previsionali elaborati dai centri
studi ed oramai parte accertata del forecast consensus vale a dire
universalmente condivisi ed asseverati da tutti gli organismi internazionali
come sarà mai possibile quantificare misure utili e proporzionate alle
necessità? Lo capirebbe chiunque ad eccezione del ministro che per arrogante,
ottusa protervia continua a parlare di congetture. E ci pone di fronte ad
un’alternativa: le misure adottate o che adotterà sono state, saranno ad
capocchiam o saranno commisurate a………????? I risultati confermano finora
la prima ipotesi.
L’allarme che viene lanciato circa il debito pubblico e la differenza di tasso che
a nostro danno grava sui titolo di stato italiani rispetto a quelli tedeschi, è da
questo che viene influenzata, dall’incertezza, dall’indecisione, dallo sbando
molto più che dall’entità del debito pubblico. Se il ministro è in grado quindi,
prenda la barra e mostri di saper almeno provare a tenere la rotta che porterà
il nostro paese insieme agli altri fuori dalla crisi. Se non è di troppo disturbo
interrompere la sua attività di lettura della Bibbia.
6 Marzo 2009
~ 48 ~

Crisi finanziaria. Quale ruolo per gli immigrati

La crisi economica per molt versi si differenzia dalle precedenti per molti
aspetti uno dei quali è quello dell'innigrazione. Non quella clandestina che è
argomento diverso, ma quello degli immigrari regolari che vivono e lavorano in
Italia, qui pagano le tasse i contributi proprio come un qualnque altro cittadino.
La cittadinanza la gran massa non ce l'ha. E' un tema del quale non so perchè,
ma di certo c'entra l'ipocrisia, non si parla quanto sarebbe necessario.
L'argomnento presenta molt sfaccettature nessuna delle quali men che
importante. Facciamo qualche esempio.
• PER LA VIGENTE NORMATIVA, QUANDO UN IMMIGRATO REGOLARE
DOVESSE PERDERE IL LAVORO, A CERTE CONDIZIONI, NON POTREBBE
VEDER RINNOVATO IL PERMESSO DI SOGGIORNO E DIVENTEREBBE PER
CIO' STESSO UN CLANDESTINO. NON IMPORTA SE HA COMPRATO CASA
ED HA UN MUTUO, SE HA PAGATO LE TASSE, SE E' ISCRITTO NEI REGISTRI
ANAGRAFICI DEI COMUNI NE' SE RISPETTA OGNI LEGGE DEL PAESE.
Ho ascoltato oggi, se non vado errato l'on. bossi il quale affermava in merito al
piano casa: precedenza agli italiani per la casa. Ed ho sentito parlare di
"rischio" in riferimento alla possibilità che una casa popolare potesse essere
assegnata ad uno immigrato.
La questione evidenzia un problema irrisolto grande quanto la Muraglia Cinese.
Il ruolo che gli immigrati regolari ricoprono ed i diritti che a loro vanno
riconosciuti in quanto cittadini che pur senza cittadinanza pagano le tasse, i
contributi ed apportano, ciascuno nel suo piccolo, un mattoncino al PIL di
questo paese. I precedenti da questo punto di vista non sono incoraggianti. Le
normative emesse ad esempio in materia di cosiddetta sicurezza hanno palesi
e maleolenti effluvi di intolleranza e discriminazione. Ma comunque sia, il tema
deve una volta per tutte essere affrontato e risolto.
Oltre alle sue implicazioni sul piano dei diritti, l'argomento ha forti implicazioni
di tipo strategico sul futuro del paese. Se il futuro del paese lo si vuole
disegnare, indirizzare in una direzione o nell'altra, quella che il governo in
carica riterrà, il ruolo degli immigrati dovrà essere definito. Possibilmente non
con pregiudiziali degne di un qualunque borghezio dei miei stivali, ma con
consapevole visione della modernità e del futuro.
La mia opinione è che chi sia regolarmente in Italia, lavori, paghi le tasse, i
contributi, le utenze, le rate del mutuo o quant'altro, non possa e non debba
essere buttato via come uno straccio. Ai tempi dell'emigrazione italiana nei
paesi europei, nel dopoguerra, un uomo politico svizzero del quale non ricordo
il nome ebbe a dire: ci servivano braccia. Abbiamo importato uomini." Non è
quindi una mera questione di buonismo né di astratti principi ma di diritto
positivo e, certamente, di interesse del paese. Immigrato o meno, la nascita è
folle che costituisca un discrimine per il godimento di diritti.
11 Marzo 2009
~ 49 ~

Non avrei diffuso dati sulla crisi

Mi pare degno di attenzione il merito ed il tono dell'intervento che a Palermo


ha tenuto Emma Marcegaglia, Presidentessa di Confindustria. Non è certo per
la vana sddisfazione di veder contrastato il governo che faccio questa
osservazione, ma perchè Confindustria che deve essere istituzionalmente
vicina al govedrno pro-tempore in carica, denuncia una situazione definita di
"emergenza", sostiene che la crisi non è una "boutade mediatica" e che
servono "soldi veri". Insomma un richiamo ed un rilievo al realismo ed a
pronunciare "parole di verità". Questo l'invito che la stessa Marcegaglia ha
rivolto al governo. Né di minor momento è la tesi della responsabilità della crisi
da essa attribuita a politici e regole più che eccesso di mercato. E questo fa il
paio con le parole "non vogliamo vedere conflitti istituzionali tra BankItalia,
Tesoro e........".
Insomma, un condensato di quanto da mesi molti vanno ripetendo a segnalare
la sottovalutazione con cui il governo si sta (poco e male) occupando della crisi.
Ed una bella zampata alle teorie care al ministro tremonti. Nell'intervento della
Marcegaglia non mancan allarmi contro un nuovo statalismo interventista e
contro il protezionismo. Ed è su questi due temi che intendo focalizzare
l'attenzione. Perchè i segnali in tal senso sono molti, convergenti e fastidiosi.
Essi, tutti, sono figli di un disordinato mix di concezioni vecchie e
discriminatorie, di idee tremontiane e di velleità autoritaristiche. Ed è da
questo cocktail che scaturisce ad esempio l'osservazione folle ed irresponsabile
del presidente del consiglio Non avrei diffuso dati sulla crisi a conferma della
predilezione di costui a voler diffondere non la verità ma ciò che a sua opinione
va diffuso dai suoi media. Popolo bue insomma.
Nel solco della medesima impostazione, sia pure in altro campo, l'invito-obbligo
alla delazione da parte dei medici di pronto soccorso a danno di immigrati. Ma
non sono da escludere le idee di tremonti che con l'invenzione di "mercatismo"
termine usato in paese accezione negativa, ha dato fiato agli statalisti dirigisti
di casa nostra che, guarda caso, stanno tutti nel PdL e si fanno buona
compagnia con i resti di Rifondazione Comunista che professano le medesime
sballate idee. E nel caso di Tremonti, non va sottaciuta l'umoralità caratteriale
che lo rende vendicativo come accaduto nei confronti del Governatore Draghi e
~ 50 ~

con la bislacca invenzione di affidare il monitoraggio del credito ai prefetti,


longa manus dello stato sul territorio. E questo è solo l'ultimo grano di un
rosario di scorrettezze istituzionali e personali che sono la cifra del ministro.
Tecnicamente risibile, l'attività dei prefetti viene enfatizzata con l'invito a
cittadini ed imprenditori a denunciare ai prefetti casi di riduzione o rifiuto al
credito opposto dalle banche. Al di là di osservazioni più tecnicamente
pertinenti, ancora una volta un invito a ciò che chiunque chiamerebbe con
lappropriato nome di delazione.
Ma la prova principe è data dall'approccio ai fantomatici altri 8 miliardi per gli
ammortizzatori sociali frutto, pensate un pò la terminologia, di un gruzzoletto
scovato non si sa né come né dove, senza che il ministro abbia finora sentito il
dovere istituzionale di darne piena informazione. Ebbene, per chi non lo
sapesse, amortizzatori istituzionali automatici, come civiltà giuridica, sociale ed
economica impone, coprono una modesta minoranza di lavoratori. Poi vi sono
gli interventi in deroga che vengono decisi di volta in volta dai padroni del
vapore dei sindacati e dei ministeri. Se non si cambia radicalmente questo
approccio, il poter di sostenere i questi o quei lavoratori, continuerà ad essere
afflitto dalla inaccettabile discrezionalità attualmente vigente. Sarebbe quindi
doveroso, vista anche l'entità dell'importo a questo scopo destinato (per ora
virtualmente con l'annuncio del, figutrarsi, gruzzolo) riformare l'istituto e
renderlo universale ed automatico nella sua applicazione. Il che, con questi, è
impossibile. Perderebbero potere di mettere becco anche in economia.
E nel frattempo, il ministro sacconi, noto per essere una prefica del compianto
craxi in una intervista parla di un "G8 fatto per le persone e non per le banche"
sostenendo una bubbola grossa quanto un dirigibile zeppelin. Anche uno
sciocco vede infatti che in Italia come nel resto del mondo il punto cruciale
della crisi è focalizzato sulle banche, si loro asset e sulla sfiducia che il mercato
nutre per esse. Ed uno sciocco capirebbe che l'economia si avvierà ad una
ripresa a certe condizioni tra cui, preminente, la normalizzazione delle attività
bancarie verso imprese e privati. Che senso ha, quindi, fare affermazioni che
emettono flatulenze di demagogia e/o inconsapevolezza!!!???
La Presidentessa Marcegaglia si incontrerà martedì con il capo del governo per
"una verifica". Mi permetterei suggerire che non di verifica si dovrebbe trattare,
ma di invito da rivolgere al governo a smetterla di perdere tempo ed
identificare, dopo mesi e mesi buttati via, una strategia da supportare con
interventi finalmente seri e centrati.
15 Marzo 2009
~ 51 ~

Le origini della crisi finanziaria: una nuova, diversa visuale

A me appare un tema interessante quello di capire le origini della


crisi. E' il tempo che allontanandoci dagli eventi consente di allargare la visione
aiutando a capire. La crisi finanziaria comunemente viene attribuita ad un
eccesso di finanza e di cattiva finanza, spinto soprattutto dall'avidità e
dall'immediatezza degli astronomici profitti. Derivati e prodotti strutturati i
veicoli del contagio. La generalizzata cultura della finanza non è però nata dalla
testa di Giove e proprio il tempo consente di diradare le nebbie ed individuare
macro-eventi economici che direttamente o indirettamente hanno man mano
costruito una certa cultura dalla cui generalizzata applicazione sono scaturiti gli
eventi che ci hanno portato fin qui.
Le tesi sulle quali qui mi intrattengo, sono state elaborate dal Prof. Franco
Rebuffo, di mestiere epistemologo e, quale presidente di Aletheia , grande
ricercatore, studioso delle scienze aziendali ed altrettanto prestigioso
consulente del mondo delle grandi aziende. Nonostante la non immediatezza
delle tesi ed i miei limiti espositivi, tento di darne conto.
In sostanza, gli anni 90 hanno generato profonde trasformazioni nel modo di
fare impresa, nate sulla scia dei radicali mutamenti imposti dalla
globalizzazione. Agli albori del fenomeno le aziende si trovarono di fronte ad
una crisi dei profitti indotta dall'eccesso di diversificazione dei prodotti. Vuol
dire che un'azienda, produceva troppe cose e diverse. La conseguenza era una
crescita immensa degli apparati produttivi, delle strutture industriali,
commerciali e manageriali necessarie a gestire questa sorta di elefantiasi
(tanto per capirci). La crisi dei profitti conseguente mostrò la necessità di rapidi
cambiamenti nei modelli di business, nel modo di produrre, nell'organizzazione
e nell'approccio stesso alla strategia. A quel periodo risalgono o si diffondono in
modo generalizzato concetti ed organizzazioni quali quello di core business, di
lean production (produzione snella), focalizzazione sulle economie di scala, il
reengineering di processo (reingegnerizzazione) ed altro ancora. Tutto questo
fermento strategico, organizzativo e concettuale determinò conseguenze assai
rilevanti per conseguire enormi progressi in termini di efficienza e di radicale
riduzione dei costi con ricadute positive sui prezzi ed ancor di più in termini di
remunerazione a breve termine del capitale investito.
Da un approccio siffatto però si generarono anche conseguenze meno positive:
aziende focalizzate su pochi prodotti, altamente specializzate sono aziende
~ 52 ~

strutturalmente poco flessibili e poco diversificate. Poco flessibile vuol dire che
l'impresa ha scarsa capacità di adattarsi a situazioni del mercato molto diverse
da quella ottimale. Poco diversificata significa che l'azienda è centrata sulla
produzione di pochissimi prodotti con poche varianti. Il combinato disposto di
scarsa flessibilità e poca diversificazione, rende la posizione dell'azienda nel
mercato più rischiosa. Se l'azienda, in caso di crisi è poco pronta a cambiare la
sua struttura o la sua produzione, se non è in grado di seguire il mercato e
produrre ciò che il mercato richiede, è del tutto evidente che è soggetta al
rischio di andamenti negativi.
Le aziende erano ben consapevoli di tutto questo ed hanno tentato di tutelarsi
dalla maggior rischiosità non attraverso il classico metodo della diversificazione
dei prodotti, ma attraverso una diversificazione del portafoglio cioè attraverso
una diversificazione nell'allocazione delle loro risorse. Ha acquisito centralità
non più e/o non tanto l'attività di produzione ma il capitale investito e quindi la
figura dell'investitore. Ma questo ha anche spostato l'orizzonte temporale
dell'azienda. Infatti, la strategia pura dell'azienda è istituzionalmente
focalizzata sul lungo termine, quella dell'investitore è viceversa focalizzata sul
breve termine. Ora! Un anno è breve termine per l'azienda e medio per la
finanza. ensiamo a csa accade quando per le esigenz del mercato borsistico le
aziende presentano le trimestrali! Risultati e conseguenze sulle quotazioni ogni
tre mesi!!!!! La centralità attribuita al capitale investito, agli investitori e quindi
alla finanza, pressando l'azienda sul breve termine dei risultati attesi ha
indebolito l'azienda nella sua prospettiva strategica istituzionale del lungo
termine; ha generato poilitiche di remunerazione del capitale che ne hanno
mortificato le capacità di innovazione e di adattamento. In sintesi questo
processo ha generato la preminenza del capitale finanziario su quello
idustriale.
Non si può negare che l'approccio che ho provato a delineare presenti numerosi
aspetti di corrispondenza alla realtà quale si è manifestata nel tempo e fino ad
oggi. Nè si può non riconoscere la sua convincente suggestività nel motivare la
nascita della cultura della finanza prevalente sull'industria dalla quale è
scaturito il successivo esplodere della troppa cattiva finanza.
16 Marzo 2009
~ 53 ~

Crisi finanziaria e banche: prognosi e prospettive


La centraltà delle banche nell’attuale scenario di crisi è del tutto evidente. E le
banche sono la componente cruciale per la ripresa dell’economia a livello
globale. E’ quindi del tutto normale che studiosi, ricercatori tengano sotto
costante osservazione le banche per capire bene lo stato del sistema nel suo
complesso e nelle sue componenti. Recentemente, la Società di rating Fitch ha
presentato un suo rapporto a livello europeo ad un incontro presso il Centro
Paolo Baffi della Bocconi. L’analisi ha mostrato come le banche abbiano
abbandonato il loro mestiere a favore di attività finanziarie diverse che hanno
generato voragini nei loro conti e deterioramenti nei loro asset patrimoniali con
ciò compromettendo la loro piena capacità di svolgere la normale attività di
finanziamento a famiglie ed imprese. Le banche italiane sono rimaste più di
altre focalizzate sul mestiere di banca e di conseguenza sono certamente
meglio messe. Ma tutte e senza eccezioni sono colpite da alcuni elementi
pesantemente negativi: la sfiducia e la recessione economica.
La sfiducia ed il crollo delle attività finanziaria hanno causato gravi perdite di
liquidità tra investitori e risparmiatori resi prudenti forse anche oltre il
ragionevole, con la conseguenza di rendere difficile alle banche l’accesso a
fonti di finanziamento di cui anch’esse necessitano.
L’altro corno del problema è la recessione. Man mano che essa coinvolge
imprese e settori industriali, i crediti concessi dalle banche peggiorano
qualitativamente e/o sono a rischio. Per norme di oculata gestione e per effetto
di apposite norme, al peggiorare del rischio di credito, le banche sono tenute
ad accrescere le loro riserve destinate alla “copertura” del rischio, riserve a cui
devono essere destinate risorse che le banche non possono più destinare alla
normale attività di concessione di credito.
In termini diversi la medesima situazione vale per l’Italia, dove da Settembre
2008 in poi, l’andamento della raccolta da parte delle banche ha risentito del
clima di sfiducia. Non si tratta affatto di allarme, ma di semplice monitoraggio
di quanto è avvenuto che non è privo di conseguenze. Faccio un esempio
riferito alla svizzera UBS che nei mesi finali 2008 per motivi di varia natura ha
visto il ritiro di depositi ed attività per oltre 80 miliardi di dollari. Siccome per
ogni dollaro, €uro,Sterlina, Yen, Renmimi depositato, per l’effetto leva , genera
prestiti ed attività pari a 10-12 volte secondo sani ed accettati criteri, si
capisce bene che nel caso UBS la cifra 84 miliardi di risorse in meno, genera a
valle effetti quantificabili dalla moltiplicazione per 10-12. E’ un esempio posto
in maniera rozza ed incompleta, ma mi auguro possa rendere l’idea.
L’immediato futuro quindi non si presenta facile per le banche, comprese le
banche italiane per effetto della recessione che renderà difficile sia accrescere i
propri ricavi che contenere le conseguenze del peggiorare dei crediti e delle
~ 54 ~

crescenti difficoltà di molte aziende impossibilitate ad onorare i loro debiti. A


questo non sono estranee le banche italiane a carico delle quali pesa la loro
esposizione nell’Est-Europeo che, per quanto minoritaria sul totale delle
attività, pur tuttavia hanno la loro rilevanza. Ma di nuovo è opportuno ribadire
che non si tratta di allarmismo.
Occorrerà tempo per normalizzare la situazione, tempo durante il quale il ruolo
degli Stati nel sostegno alle banche sarà determinante e comunque giustifica
perfino le temporanee nazionalizzazioni di fatto avvenute perfino nei templi del
liberismo più spinto. Non a caso è di queste ore il piano salva banche in
preparazione negli USA.
Parlando di Italia più nel dettaglio, il sistema bancario è leggermente meno
teso come prima sostenevo, ma non può di certo dormire sugli allori. La
situazione del mercato creditizio è comunque difficile come le cronache
giornalistiche raccontano insieme alle analisi di BankItalia e di ISAE (di
prossima pubblicazione) che sollevano dubbi sulle cifre fornite dall’ABI che, pur
potendo essere esatte, non possono raccontare tutto soprattutto in tema di
costi del credito pesantemente crescenti e di ancor più dure condizioni di
accesso al credito. Gli strumenti che l’autorità ha predisposto sono i Tremonti
Bonds a sostenere il patrimonio delle banche italiane e quindi la loro capacità
di concessione di credito. Si è aggiunto negli scorsi giorni un Fondo di garanzia
statale per le piccole e medie imprese da rifinanziare con “soldi freschi” pari ad
1,3 miliardi. Ritornerò su entrambi i temi. Qui mi interessa far rilevare che la
Presidentessa Marcegaglia ha affermato che le risorse del fondo potranno
generare 60-70 miliardi di nuovi prestiti bancari a favore delle imprese in virtù
dell’effetto leva. Se si tiene presente che un effetto leva sano e corretto, come
prima detto sarebbe 10-12, appare evidente che l’ipotesi di Marcegaglia appare
nella migliore delle ipotesi ottimistica e probabilmente neppure auspicabile.
Non mi pare proprio il caso di dimenticare che gli hedge fund a torto o a
ragione demonizzati avevano un effetto leva all’incirca di 40.
Quello che nel momento attuale si può prevedere come futuro scenario, sarà
un mondo nel quale il credito bancario non sarà assolutamente facile e poco
costoso come è stato in questi anni. Le analisi di merito creditizio saranno
sempre più puntuali e stringenti; avranno rilevanza assai marcata le
connotazioni peculiari del settore nel quale l’azienda opera con la conseguenza
che saranno privilegiati quei settori più innovativi e prospetticamente
promettenti. Ma dal punto di vista dell’impresa, oltre ad una maggiore
robustezza del capitale proprio e del patrimonio di ogni impresa indispensabile
a ridurre la dipendenza dal sistema bancario, sarà indispensabile aggiornare i
modelli di business, adottare evolute pratiche manageriali e prima di ogni altra
cosa, strutturare l’impresa in modo da renderla elastica, orientata
all’innovazione ed al dinamismo. Perché anche questi elementi diverranno,
molto più di oggi elementi discriminanti da parte del sistema bancario che
valuta l’opportunità o meno di una concessione di credito.
Queste conclusioni, che sono nell’ordine delle cose, indurrebbero alla
prosecuzione dell’argomento in altre direzioni.
21 Marzo 2009
~ 55 ~

L'origine della crisi: un passo per capire, un contributo per


uscirne
Il trascorrere del tempo, l'evoluzione degli eventi, lo studio costante di
accademici ed esperti recano contributi sempre più approfonditi alla
comprensione delle origini remote della crisi economica in corso. Nel mio
tentativo di comprensione, mi piace dar conto di de interessanti contributi che,
oltre al rigore logico portano il marchio di credibilità dell'autorevolezza degli
autori. Mi riferisco al Prof. Marcello de Cecco e, di nuovo, al Prof. Franco
Rebuffo. Il motivo è che, sia pure da versanti diversi, sono abbastanza
convergenti circa le origini di fondo remote della crisi individuate non solo dalla
finanza (che ha funzionato da detonatore) ma in elementi di natura politico-
legislativa compiute inizialmente negli USA ed in Inghilterra e. come
prevedibile conseguenza, nel modello di business che le imprese da un certo
momento in poi hanno troppo largamente privilegiato.
Volendo seguire il filo del ragionamento, mi permetto segnalare il post iniziale
di questo approccio: Le origini della crisi finanziaria: una nuova, diversa visuale.
Il post dava conto del cambiamento strutturale avvenuto nel modo di fare
impresa che si era squilibrato a favore della finanza enfatizzata a scapito
dell'industria e dell'innovazione. Questa osservazione puntuale, fotografa
efficacemente il fenomeno che ha a sua volta una origine individuata in alcune
scelte politiche ad opera dei governi di USA e Gran Bretagna per primi. E'
quanto sostiene il Prof. Marcello de Cecco intervenuto il 19 Marzo al Festival
Manifutura (il video, seppur di bassa qualità li si trova su NENS ). In quegli
anni, si parla degli anni 70/80, accaddero una serie di eventi che mutarono
radicalmente lo scenario di riferimento. Parliamo degli anni di Nixon, Reagan,
Margaret Thatcher in Inghilterra e della rottura degli accordi di Bretton Woods
con l’inizio di un sistema di cambi flessibili; della prima crisi del petrolio e del
lungo periodo di inflazione a due cifre che imperversava. Ma sono anche gli
anni nei quali incomincia il fenomeno Giappone, dirompente quanto la Cina dei
nostri giorni e sono gli anni della tumultuosa crescita dei paesi europei che
contribuiscono a generare pressione concorrenziale crescente nei confronti
delle imprese americane ed inglesi.
Storicamente la vicenda sarebbe molto più complessa e richiederebbe di
parlare di conflitti e svalutazioni della sterlina e di altri eventi. Ma gli elementi
esplicitati, disegnano uno scenario che incomincia a determinare un
~ 56 ~

rivolgimento nei fattori dell’impresa americana messa in difficoltà. In quegli


stessi anni, a capo della FED c’era Paul Volcker impegnato in una lotta titanica
contro l’inflazione che culminò con successo quando nel 1983 essa si ridusse al
3,2%. La rivalutazione del dollaro dovuta anche all’assunzione di questa valuta
come riserva’ fu l’origine dell’egemonia’ e della politica degli USA. La forza del
dollaro fu anche l’evento che accelerò l’entrata in difficoltà di interi settori della
manifattura americana soffocata da importazioni di merci a prezzi per loro
irraggiungibili, fenomeno che generò accelerazione nelle trasformazioni
strutturali del modello di impresa supportata da una produzione legislativa che,
nel corso degli anni, fu coerente ed univoca nel suo effetto voluto o meno, di
dare di fatto privilegio e spinta alla finanza. Come fattore concomitante, va
citata la politica monetaria di Alan Greenspan designato da Reagan a
Presidente della FED e rimasto in carica fino al 2005. 18 lunghi anni di danaro a
basso costo, di convenienza al debito, di normative alla finanza favorevoli,
imprese finanziarie che si moltiplicano e prosperano e manifattura che non solo
si ridimensiona, ma tende anch’essa a privilegiare elementi di gestione
strategica che a lungo termine si sono rivelati letali (rinvio al post sopra
linkato).
Mi spiace per l'approsimazione ma la vastità e la complessità degli
avvenimenti, rendono impossibile la pur dovuta precisione analitica, ma
sarebbe utile ed istruttivo ripercorrere gli ultimi 30 anni di storia economica in
parallelo con la produzione legislativa. Non pochi ritornerebbero a riflettere sul
ruolo della politica ritenuta innocente ed ‘espropriata’ dalla finanza..
Il ciclo si chiude nel senso che il modello di business troppo sbilanciato verso la
finanza è il punto di debolezza argutamente individudato dal Prof. Rebuffo, lo
rammento, Presidente di Aletheia . Allo stato attuale, salvi timidi segnali di
ripresa, la crisi continua e continua ad avere come epicentro le banche e
l'attività creditizia. Dopo la crisi finanziaria che ha impattato le banche e poi
l'economia reale, è come se il pendolo, secondo l'efficace metafora che il Prof.
Rebuffo ha coniato, stesse compiendo il movimento di ritorno. La crisi
dell'economia reale e delle imprese sta scaricando i suoi effetti sulle banche. Le
imprese in difficoltà non riescono a rientrare del credito loro concesso dalle
banche. Si crea una spirale: le banche soffrono per la tensione dei loro debitori,
sono assai caute nel concedere credito per timori di insolvenze, ma se sono
'troppo' caute rischiano di aggravare le difficoltà dell'economia reale.
Un'immagine metaforica che forse rende l'idea è quella del cane che si morde
la coda.
Uno dei nodi da dipanare per venir fuori sta qui. E non è affatto azzardato, anzi,
introdurre elementi di cultura d'impresa e di quella che il prof. Rebuffo chiama
nuova cultura dell'intermediazione. Il sistema creditizio dovrebbe riscoprire ed
enfatizzare conoscenza e rapporti con le imprese privilegiando quelle che
perseguono l'innovazione e la creazione di valore inteso come originato dalla
sinergia di ricerca, produzione, engineering. Ed altrettanto innovativo ha da
essere l'approccio imprenditoriale che sovente ha omesso di applicare alle sue
produzioni innovazioni pur 'inventate.' Efficienza quindi, ma soprattutto qualità
ed innovazione ed innovazione nei mercati ma anche spinta all’utilizzo di
strumenti quali distretti, o reti o forme associative quale succedaneo ad una
~ 57 ~

eventuale limitazione dimensionale o finanziaria che renderebbe sostenibili,


suddividendoli, gli investimenti necessari nella ricerca.
Un'ultima notazione è necessaria. Oggi la finanza gode di una pessima fama
dopo decenni di onori e risultati qualche volta perfino positivi. La reazione
rischia di spingere troppo l'acceleratore sulla retorica della manifattura. Intanto
ad una azienda sana, moderna, innovativa una buona finanza comunque è
necessaria ed utile. Ma bisogna intendersi sulla manifattura. Lo sottolineo
perchè nel nostro paese e con l'aria che tira, si tende a privilegiare in maniera
sconsiderata la manifattura marginale che, purtroppo, abbonda e non ha futuro
e non potrà mai creare valore ma rigidezza, bassa qualità e costi
inaccettabilmente alti. Le vie di un futuro possibile sono infinite. Una, di certo,
è quella che il 20-20-20 europeo contro il cambiamento climatico ha disegnato
con i dubbi italiani che mi limito, generosamente, a definire miope.
Ambientalismo ed ecologia, manutenzione del territorio, spero divengano
centrali dopo le devastazioni dell'Aquila. Ma in senso strategico, se non ci si
muove per realizzare le riforme di liberalizzazione, e tutte le altre piccole e
grandi che generino un contesto favorevole allo sviluppo dell'intraprendere e
magari attiri anche investimenti stranieri, la ripresa quando verrà, continuerà a
vederci stentare e dibattere nel viluppo della bassa crescita insufficiente a
risanare il paese e nei medesimi squallidi problemi che da 20 anni paiono
irresolubili. Ma solo perché nessuna classe politica e dirigente ha voglia di
risolverli. E forse neppure capacità.
11 Aprile 2009

Saremo capaci di uscire dalla crisi?


Soffocato da importanti argomenti quali la disputa su Santoro, il mancato
accorpamento tra referendum ed elezioni europee tanto per bruciare qualche
centinaio di milioni che soverchiano nelle casse dello Stato, il tema crisi è
passato quasi nel dimenticatoio televisivo ed anche in un limbo di scarsa
attenzione da parte della stampa. Eppure, l’entità della crisi, la sua dimensione
globale, la profondità suscettibile di cambiare radicalmente modelli di sviluppo
economico e stili di vita, è talmente legata al futuro di ciascuno, che il silenzio
appare ancora più incomprensibile. Questi sarebbero i momenti del dibattito,
dell’approfondimento, dello sguardo proiettato in avanti perché è oggi che si
deciderà come uscire dalla crisi; è oggi che si costruiscono le fondamenta del
futuro. L’esempio FIAT mi pare emblematico. I più prestigiosi giornali americani
e canadesi, dove la Chrysler possiede stabilimenti, seguono passo passo la
trattativa di Marchionne. La Chrysler è americana, è vero, ma questa
opportunità è una pietra fondante del futuro della FIAT azienda che
direttamente ed indirettamente pesa considerevolmente sul PIL e quindi su
ciascuno di noi. E non se ne coglie neppure l’aspetto strategico, quello di
provare costruirsi un futuro di azienda indipendente e protagonista del suo
futuro e del nostro futuro. Oltre a FIAT, orientate nella medesima direzione ci
sono delle altre imprese la cui minor dimensione nulla toglie alla valenza delle
scelte positive per l’intero paese. E’ quello che potrebbe definire approccio
~ 58 ~

culturale alla vicenda economica ed imprenditoriale che non può lasciare


nessuno inerte né a livello individuale né a livello istituzionale.
Stanno emergendo sempre più preoccupanti segnali di chiusura, isolamento,
rifiuto ad aperture e necessarie contaminazioni con l’esterno ed il diverso che
rappresentano le sbarre di una prigione che ha come unico sbocco il declino e
l’autolesionismo economico e sociale. E non aiuta la discutibile scelta del
governo e del suo capo ad accreditarsi come taumaturgo risolutore per la
ragione che al di là dell'ingannevolezza, induce alla de-responsabilizzazione ed
all’attendismo di miracolosi interventi terzi del tutto inadeguati succedanei ad
insostituibili scelte individuali ed imprenditoriali. Non sopravviveremo da soli né
tantomeno chiudendoci. Ed una conferma ne è la prossima tornata di elezioni
europee vissuta come prova di forza a fini di politica interna e non come
opportunità di selezionare e candidare i migliori con la fondamentale missione
di tutelare i nostri interessi e di costruire una dimensione politica continentale
senza la quale l’Europa rischia di essere schiacciata dal riesplodere delle
economie degli USA, della Cina, dell’India, la Russia, del Sud-Est Asiatico e dei
paesi mediterranei. Negli ultimi anni, tanto per esemplificare, i paesi arabi del
Mediterraneo ad onta di guerre, terrorismo, attentati, sono cresciuti del 4-5%
all’anno arrivando ad attrarre investimenti stranieri per 60 miliardi di dollari
contro 70 in Cina!!!!!!!!. E questi paesi sono nostri vicini e confinanti come la
Francia piuttosto che con la Slovenia.
Impostazioni di questa fatta pertengono alla politica. La quale mai come in
questi anni ha mostrato per intero la sua inadeguatezza a governare il paese
verso un buon futuro.
Quando si demonizza la finanza, non nego che vi siano dei motivi, ma
affermare semplicemente che è meglio la manifattura è fuorviante. Se non si
specifica quale manifattura è sostenibile in Italia si fa un’affermazione
insensata, generica ed inutile. E mi spiego. La Germania è il primo esportatore
al mondo di macchinari industriali, prima di USA e Cina. Ha un costo del lavoro
più elevato del nostro eppure ha conquistato i mercati con innovazione,
qualità, affidabilità e servizio. E si è largamente de-localizzata senza
che la delocalizzazione producesse effetti se non positivi sulle sedi interne
dell’azienda. Ebbene, l’incipiente carenza di tecnici laureati ha spinto le
associazioni imprenditoriali e singole aziende a sguinzagliare dei formatori
nelle scuole anche inferiori allo scopo di sollecitare e/o scoprire ed incentivare
interesse tecnico scientifico negli scolari. Può non essere risolutivo, ma di certo
è un indicatore di atteggiamento e d spirito di iniziativa che, per come può, non
aspetta nessun ministro.
Tutto questo ha profondamente a che fare con lo sfacelo che il terremoto in
Abruzzo ha ancora una volta sbattuto in prima pagina oltre ad originare una
strage. E ne fa parte anche l’illegalità diffusa, l’irresponsabilità, la durata dei
processi oltre che la corruzione, l’inefficienza e lo spreco infinito ed
inarrestabile di danaro pubblico insieme all’elevatezza del prelievo fiscale ed
all’evasione. Illudersi che una classe dirigente possa essere fantastica quando
la media dei cittadini non lo è rappresenta un’utopia impossibile. Pensare che
una classe dirigente possa essere lungimirante senza che ciascuno lo sia
almeno accettabilmente, è una follia. Lamentarsi del prelievo fiscale e
~ 59 ~

considerare un evasore fiscale un ‘drittone’ e non un delinquente è una causa


rilevante dell’esosità del fisco. Non occuparsi di crisi, vale a dire di futuro,
equivale a nascondere la testa sotto la sabbia. Ascoltare sconsiderati
suggerimenti di ottimismo è de-responsabilizzarsi nell’illusione che un governo
possa cavare le nostre castagne dal fuoco. Non riconoscere il valore
dell’informazione vuol dire rinunciare all’esercizio del controllo ed
all’apprendimento di notizie e dati necessari alla nostra vita.
Questo è purtroppo uno stato di fatto ed uscirne è urgente. Mentre il tempo
passa veloce e ce ne rimane sempre meno, qui ci pasciamo nell’ignavia di una
falsa e precaria inerzia, altrove ferve l’attività che renderà il nostro futuro
sempre più scuro.
16 Aprile 2009

La crisi e l’economia secondo silvio detto ‘votantonio’


Ancora una volta il presidente del consiglio ha fatto professione di ottimismo
durante la conferenza stampa in occasione della visita di Hu Jintao il premier
cinese. Ancora una volta ha sostenuto che a sua opinione il peggio è passato
ed ha continuato a lagnarsi che il disfattismo deprime i consumi. Nonostante il
calo drastico della domanda globale penalizzi le imprese italiane esportatrici,
quelle più efficienti, competitive e strutturate; nonostante gli ammonimenti del
Presidente della BCE Trichet che sostiene che le banche vadano ancor più
ricapitalizzate e nonostante una serie di indicatori che testimoniano all’interno
del sistema economico il deteriorarsi della situazione.
L’evolversi di studi ed analisi ha insegnato molto sulla crisi e sulle sua origini
ed un approccio interessante, pur se finalizzato a mio parere a scopi politici-
accademici più che economico scientifici, lo ha proposto Marco Fortis docente
di economia industriale alla Cattolica di Milano dalle colonne del Sole 24 Ore .
Fortis propone come metodo di analisi quello del ‘debito aggregato’
intendendosi la sommatoria di debito pubblico misurato con i criteri di
~ 60 ~

Maastricht con il totale dei prestiti erogati a favore di privati, Enti non profit ed
imprese oltre ai titoli non azionari come ad esempio le obbligazioni. I motivi e
le conclusioni del docente vanno in altra direzione. A me servono per il motivo
che appresso sostengo. Eseguendo questi calcoli ed analizzando il debito
aggregato di molti paesi si può vedere che la situazione italiana è meno
peggiore di quella di tanti altri paesi che Fortis, con una efficace metafora
chiama paesi ‘cicale’ contrapponendoli ai paesi ‘formica’ come Germania, Italia
e Francia. La situazione che Fortis presenta, parametrata secondo certi crteri
che l’articolo riporta,indicherebbe la situazione seguente:

Per molti altri paesi la situazione è di questi ordini di grandezza. Ad opinione


del Prof. Fortis, ciò che ha indotto la crescita accelerata del PIL in alcuni paesi
come quelli anglosassoni, è stato il crescere esponenziale del debito privato.
Chiedo scusa per la rozzezza della semplificazione ma intendevo riportare
questi dati per presentare una riflessione. E’ chiaro e vero che il debito privato
ha accelerato i consumi con evidenti effetti sul sistema economico. E’
altrettanto vero che il riequilibrio economico e finanziario, lo si comprende
proprio da questi dati, richiederà tempo ed implicherà un riassorbimento sia del
debito privato che del debito pubblico. Tradotto, il concetto sta ad indicare una
ripresa dei consumi su basi verosimilmente assai diverse che nel passato ed in
termini quantitativi certamente ben più contenuti che nel passato. Almeno nel
medio periodo. E nel medio periodo, le imprese italiane, quelle migliori e
competitive, rimarranno con capacità produttive inespresse.Va anche
sottolineato che le economie dei paesi menzionati, sono tutte estremamente
più reattive e dinamiche del dinosauro italiano il che conta molto almeno ai fini
del riassorbimento del debito pubblico. Ma giocano anche ulteriori motivi che
non favoriscono il paese. Ecco allora che anche per questa via gli auspici del
presidente del consiglio suonano come pia speranza dalle inesistenti
fondamenta. Chiacchiere insomma!
Rimane il fatto che il paese ha delle potenzialità inespresse ed in ogni caso si
trascina avanti delle apparentemente ineliminabili zavorre intorno alle quali
nessuno pare intenzionato a lavorare e neppure a parlare. Un sistema
economico è efficiente e competitivo se è tale in tutte le sue componenti e se
efficiente è una parte del sistema imprese, bestialmente inefficiente è molto
del resto. Margini di crescita cospicui esistono nel mezzogiorno, nella pubblica
amministrazione, nelle norme che regolano i mercati che rimangono opachi,
oligopolistici e troppo scarsamente concorrenziali. Ed immaginare che tutto
~ 61 ~

questo non abbia un peso rilevante sul sistema imprese e sulle sue
potenzialità, non intervenire massicciamente, è semplicemente da
irresponsabili. Né questo si può sostituire con mance o provvedimenti civetta
che oltre al contenuto di demagogia, al breve respiro ed all’inconsistenza
sostanziale, risentono della mancanza assoluta di idee, iniziative, visione e
strategia che fino ad oggi connota l’attività di questo governo e del suo capo.
8 Luglio 2009

Italiano Liberismo sovietico


Il titolo designa il clima attuale e le prospettive che si profilano al paese avviato
a perpetuare quello che oggi viene chiamato con terminologia orribile ‘anti-
mercatismo’. La tipologia sovietico-dirigistica dell’economia italiana infatti,
spregiata da molti e bramata da tutti è viva, vegeta e pulsante. L’esplodere
della crisi che stiamo attraversando è stato subito preso quale abietto alibi per
accentuare l’impronta anti-liberista in un paese che liberista lo è assai poco.
Sono i fatti che lo confermano. Dal sotterraneo ma implacabile lavorio per
azzerare le piccole liberalizzazioni delle ‘lenzuolate’ Bersani ad arrivare ad
alcuni ‘rumor’ che in questi giorni circolano su provvedimenti per sostenere le
imprese nelle loro relazioni con le banche; il tutto passando anche per due
eventi di cui, oltre al ‘rumor’ di cui sopra, voglio parlare.
1. il rumor. Si parla in vari ambienti dell’intenzione da parte dell’esecutivo di
ridurre l’imposizione fiscale alle banche che ‘soffrono’ in quanto i prestiti
alle imprese risentono dello stato di salute cagionevole e/o cattivo delle
imprese prenditrici. Le banche già godono di un rapporto privilegiato
quanto ad imposizione fiscale e più favorevole rispetto alle imprese.
~ 62 ~

Pretendere di ‘aiutare’ le imprese debitrici in difficoltà aiutando le banche


prestatrici, mi pare un’idea un tantino ‘ originale’ che, ovviamente, nelle
procedure realizzative ipotizzate presenta enormi margini di
discrezionalità e/o di arbitrio. (Un approfondimento in un pregevole breve
articolo di Oscar Giannino). Faccio rilevare che al di là del dirigismo,
anciora una volta il ministro ‘grida’ contro le banche di giorno e di
notte…..Tra l’altro si legga l’intervento del Governatore Draghi tenuto
all’Assemblea dell’ABI
2. Il Governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo sarebbe interessato
all’acquisizione di Tirrenia. La Tirrenia è la famosa società di navigazione
di proprietà pubblica che si occupa tra l’altro dei collegamenti tra
continente e Sardegna, Sicilia e da questa con il sistema delle isole
minori. Famoso è anche il presidente Pecorini, inossidabile ed eterno
capo della società da decenni riconfermato da governi di tutti i colori
indifferenti ad una gestione che ha affossato la società sotto una
montagna di perdite miliardarie. Il Governo ha finalmente deciso di
‘privatizzare’ la Tirrenia. E chi ti spunta? La Regione Sicilia preoccupata di
‘dare certezza ai collegamenti con le isole minori’ . Non voglio rimarcare
che privatizzare la Tirrenia cedendola alla Regione Sicilia sarebbe una
manicomiale boutade; voglio sorvolare sul fatto che i bilanci degli Enti
pubblici siciliani e la loro gestione da decenni sono un preclaro esempio
di inefficienza, perdite, sprechi e molto altro sancito e censurato da lustri
dalla Corte dei Conti. Trovo abnorme che, se è davvero intenzionato a
privatizzare il Governo non mandi la Regione Sicilia a quel paese. Come
mai faranno gli inglesi a collegare la loro isola con le Isole Ebridi? Come
faranno a Seattle a collegare la città con le miriade di isole davanti alla
loro costa? Come mai faranno in Indonesia che è tutta isole ed
arcipelaghi? E in Giappone? Siccome per loro fortuna non hanno né
pecorini né lombardo e non viaggiano neppure a nuoto nell’oceano,
avranno individuato altre soluzioni. Private. Neppure provarci? O forse il
metodo Alitalia-CAI lo applicheremo anche a questo caso sia pure
declinato in termini diversi? In ogni caso, se per privatizzare si passa
Tirrenia dallo stato alla regione, c’è da farsi il segno della croce con i
piedi. E per motivi di buon senso non per manicheismo liberista.
3. Le normative europee ed italiane prescrivono che alcuni accadimenti
relativi a società quotate, debbano essere resi pubblici e noti ad operatori
e mercati. Il mezzo usato è stato fino ad oggi la stampa e segnatamente
quella economica. Dicasi Il Sle 24 Ore, il Gruppo Class e altri. Valore del
business circa 50 milioni. Di recente, mutata la normativa europea, la
CONSOB ha emesso una direttiva che implica l’utilizzo di Internet quale
strumento da utilizzare per la comunicazione finanziaria obbligatoria al
pubblico. Il motivo, credo piuttosto fondato, è che il web è un mezzo che
consente accessibilità, ampiezza di diffusione, immediatezza
dell’informazione e completezza. E, non si butta via niente, l’utilizzo del
web significherebbe anche risparmio di costi per le imprese. Intanto si è
aperto un contrasto tra il Presidente di CONSOB Cardia contrario alla
decisione e gli altri membri del board viceversa favorevoli. Cardia si
~ 63 ~

dimette ma lee dimissioni sono state respinte dal Governo. Sulla vicenda
che non pare irrilevante delle dimissioni del Presidente CONSOB, silenzio
dell’informazione. Complimenti! I gruppi editoriali interessati, hanno
impugnato la delibera della CONSOB davanti al TAR che, di recente non
ha sospeso la delibera ed ha rinviato a dopo l’estate la discussione di
merito. Intanto, il governo sta approntando un Decreto Legislativo in
argomento che “stabilisce il nuovo principio della “necessità di
pubblicazione tramite mezzi di informazione su giornali quotidiani
nazionali” dell’ “informazione regolamentata” (da La Voce articolo Cardia
contro Cardia di Roberto Ceredi). Confindustria tace, la stampa
economica le cui pagine risuonano di frequenti, accorati aneliti alla
concorrenza ed alla libertà d’impresa hanno fatto ricorso ed incassano
senza neppure arrossire il regalino prossimo del governo, lo stesso che di
continuo blatera ai giornali compresi quelli economici di tapparsi le
bocche sulla crisi. Tutti insieme danno una fiera botta alla concorrenza e,
per non farci manca niente, danno prova di quale sia la loro
considerazione del web. Non il presente ed il futuro, ma una rottura di
balle. Quanto a conflitti di interesse non c’è male. Del decoro e della
decenza è inutile anche solo far menzione.
Lo so, lo so. Mi sono dilungato. Ma vedete, quando si parla di privatizzazioni, di
modernizzare il paese, di riforme di cui la stampa economica lamenta a gran
voce la mancanza e poi accadono cose come questa, che non sono certo le
uniche (e del mazzo fa parte la sanatoria su colf e badanti), scende il latte nelle
ginocchia. Anzi fin giù nei calcagni. Certo che tutti i protagonisti di queste
vicende non sono certo stupidi o ignoranti anche se talora sarebbe motivato il
pensarlo.Anzi! Ma questo cosa significa? Beh! Sarà che non hanno alba alcuna
di liberismo, concorrenza o libero mercato e neppure di efficienza ed efficacia.
O sono in malafede per motivi di potere miopi, obsoleti e prospetticamente
castranti. Fate voi. Certo è che la classe dirigente, non solo politica, ne esce
una volta di più dipinta come del tutto inadeguata a guidare il paese.
13 Luglio 2009

Italiettistan: le banche

Qualche volta funzionano anche i ragionamenti a ritroso per tentare di dare


chiarezza al contesto economico. Sto parlando dell’asta, pronti contro termine
che la BCE ha lanciato nel mese di giugno. La cifra? Quisquiglie e
~ 64 ~

pinzillacchere: solo 442 miliardi. di €uro, mica di lirette! Il tasso è stato dell1%.
Le banche italiane hanno partecipato assicurandosi ben il 3% del totale
dell’importo all’asta. Ohibò!!!!! Ma non è forte il lamento di tutti circa il fatto
che le banche italiane stanno stringendo i cordoni della borsa alle imprese? E
come mai le banche italiane non hanno fatto manbassa in un’operazione tanto
conveniente se non fin troppo generosa? Di oggi è l’allarme lanciato dall’iper-
prudente diciamo così, dott. Lamberto Cardia presidente della CONSOB il quale
ha preso il coraggio forse a venti mani per parlare di ‘rischio asfissia per le
Piccole e Medie imprese’ (PMI).
Ma continuiamo a procedere a ritroso. Il Governatore di Bankitalia, Mario
Draghi, intervenendo alla recente assemblea ABI , ha svolto un intervento
pesantissimo nel quale non ha esitato a rampognare pesantemente le banche
dando conferma e sostanza quantitativa alla restrizione del credito alle
imprese. E non ha esitato neppure un secondo a bastonarle per la faccenduola
della ‘commissione di massimo scoperto’ tassa opaca e costruita in modo
incomprensibile per un comune mortale, invitando le banche a sostituire
questo balzello con commissioni trasparenti, comprensibili e meno oppressive.
Nella stessa occasione, il Governatore ha detto altre due cose che rilevano ai
fini del nostro discorso. La prima è che le banche italiane sono sufficientemente
liquide e patrimonializzate, ma hanno dovuto accrescere gli accantonamenti
per rischi di sofferenza per il peggioramento della qualità del credito. Un
credito, tanto per capirci si qualifica come ‘in sofferenza’ quando il debitore
rende dubbia la sua capacità di restituire il prestito bancario ricevuto e la
banca, nel dubbio circa il buon esito dell’operazione, accantona riserve. La
conseguenza è che i maggiori accantonamenti vanno ad incidere sul conto
economico delle banche, ma non pregiudicano la liquidità. E la liquidità è quel
parametro (insieme ad altri) la cui consistenza conta per concedere nuovi
finanziamenti. Il grido di dolore delle imprese, di Cardia, di Confindustria ha
quindi trovato l’autorevole ed incontrovertibile avallo del Governatore il quale
dispone di tutte le informazioni ed i dati del caso. Il Governatore ha poi parlato
di crisi ammonendo a non tirare i remi in barca perchè ci siamo ancora in
mezzo. Alla faccia dell’ottimismo bue.
Aggiungiamo a questi fatti, tutti italiani, qualche elemento di scenario
internazionale. E serve per davvero perchè pensare in chiave solo nazionale
per uscire dalla crisi, lo potrebbe fare solo uno stolto. Beh! Qualche nome ce
l’avrei dimostratamente capace di questo ed anche di altro. Ma non faccio nomi
non tanto per delicatezza quanto per carità di patria. In Germania, ad esempio.
stanno discutendo di bad bank e non certo a caso. Il consensus internazionale,
quelli che qualche esperto, nostrano come la polenta taragna, chiama
astrologi, è anche molto orientato nell’opinione che la crisi è ancora pericolosa
e che pericolo si nasconda proprio nelle banche oltre a colpire le imprese. Ci si
può sollazzare leggendo la relazione della BRI (Banca dei Regolamenti
Internazionali) . Ma la _BRI non è la sola pur se il prestigio dell’istituzione dice
parecchio.
Il combinato disposto di tutti questi elementi, potrebbe ragionevolmente
significare che le banche italiane, pur ben patrimonializzate, pur beneficiando
~ 65 ~

di parametri tali che consentirebbero di allargare il credito, timorose delle


crescenti sofferenze ed ancor più timorose in prospettiva, ritengono che la crisi
sia ancora nel suo pieno e che non sarà tanto breve. Sicchè preferiscono tenere
il fieno in cascina gestendo con estrema prudenza e circospezione la
concessione o l’allargamento dei prestiti alle imprese. Manca loro la fiducia in
una prossima ripresa. Ed aspettano intanto fiduciose i regalini del governo che
comunque arrivano (leggi qui.al punto 1).
Attenzione! Non sto sostenendo che sia giusto. Sto solo provando a capire cosa
succede e perchè. E siccome non sono propriamente un estimatore delle
banche italiane, non mi astengo dall’osservare che nelle Filiali e nelle agenzie,
si è troppo radicato l’asettico, impersonale, anonimo, irresponsabile e poco
utile metodo del ‘Credit Scoring’ che prescinde da elementi oggettivamente
importanti nella valutazione del rischio di prestito quali la conoscenza
dell’impresa e delle persone. in un sistema come quello italiano, dove tra l’altro
l’evasione fiscale impera, l’elemento personale gioca un ruolo fondamentale. Al
di là dei bilanci e dei documenti ‘ufficiali’.
Mi auguro che il Governo spacci ottimismo a piene mani e rigorosamente a
vanvera solo per facciata e perchè l’ha detto LUI’ ma che valuti questi elementi
per stabilire cosa e come fare. E la prima cosa da fare, sarebbe ‘pensare’ anche
se talora il termine appare improprio ed esageratamente ottimistico. In ogni
caso, in senso generale, avremmo un valore strategicamente rilevante: le
regole che su impulso italiano dovranno regolamentare su base etica le attività
finanziarie ed economiche. Ma ci vorrà, purtroppo, non poco tempo. Che
comunque non deve essere sprecato come sta puntualmente accadendo in
Italiettistan.
Mi rimane da aggiungere un modesto auspicio vale a dire la speranza che
enfatizzando opportunamente l’aspetto etico, il ministro tremonti non
pensasse ad un arnese da far valere SOLO per soggetti ed istituzioni NON
italiane.
14 Luglio 2009

se le banche facessero il loro mestiere


~ 66 ~

In attesa di raccontare della mia lettura, o meglio studio del volumetto


‘L’eredità del Rinascimento’ scritto dal Prof. Franco Rebuffo, mi è ritornato alla
mente un suo editoriale di qualche tempo fa e pubblicato sul sito della Società
che presiede, la Alétheia dall’attualissimo titolo ‘Mercati finanziari: perchè
occorre innovare il retail’ .
Detto che banca retail è, per così dire, la banca tradizionale, il collegamento
con lo scritto del Prof. Rebuffo è venuto immediato leggendo di fatti, vicende,
provvedimenti che riguardano le banche. La necessità anche per le banche di
rivedere il proprio modello di business ha trovato una forte accelerazione nella
crisi senza che le analisi interne al sistema, almeno per ora, abbiano
adeguatamente riguardato l’attività retail, quella della raccolta e del
finanziamento a privati ed imprese. E’ un tema che compete alle banche ma
riguarda, con tutta evidenza i privati, le imprese le istituzioni ed i regolatori del
mercato. Ed è questa angolazione cui voglio riferirmi.
La storia recente della banca italiana, racconta di grandi aggregazioni
societarie non so quanto convenienti per il mercato (ma questo è un ben
diverso tema) strategicamente orientate verso obiettivi tra cui quelli interni,
pur legittimi, hanno prevalso sull’elemento centrale di ogni impresa banca
compresa: il cliente. E, aggiungo, il ruolo sociale che ordinamento e norme
assegnano proprio alle banche. La storia recente, racconta della
finanziarizzazione dell’economia, del crescere vertiginoso di tutte le attività
bancarie diverse dal retail in un gigantesco processo che non ha certo escluso
le imprese in un processo globale che quanto meno della crisi attuale è stata
una concausa di non poco rilievo.
Nel contempo le autorità monetarie e di regolazione, conducevano un’attività
che, dopo tempi biblici e contrasti cavillosi al modo dei più rinomati ed accaniti
legulei, ha trovato la sua (temporanea) conclusione nell’accordo noto come
Basilea 2 (l’insufficiente voce da Wikipedia solo per avere un’idea
dell’argomento). L’accordo entrato in vigore in Italia nel 2007, sinteticamente,
prevede che le banche ad ogni impresa che sia affidata o un affidamento
richieda, assegnino un rating una valutazione di rischio misurata secondo certi
criteri, (ogni banca il suo) ed i funzione del quale accantonare riserve da
utilizzare per il caso di insolvenza di quell’impresa affidata. Vado a spanne
perchè quel che mi interessa rilevare è che è entrato in funzione con ruolo
predominante, il meccanismo del credit scoring del tutto asettico ed
automatico. Invito a tenere ben presenti le connotazioni di automaticità e di
asetticità che serviranno di qui a poco.
Un riferimento va fatto alle imprese, partner essenziale dell’intero processo. Mi
riferisco all’Italia che meglio conosco. Le imprese italiane, hanno alcune
peculiarità: sono sotto-capitalizzate non possiedono, mediamente, sufficiente
capitale per svolgere al meglio la propria attività né sufficiente patrimonio;
hanno il poco imprenditoriale vezzo di considerare il bilancio come servisse
solo da metro per pagare le tasse e non uno strumento vitale della gestione;
sono propense ad indebitarsi anche con modalità poco confacenti alle loro reali
esigenze (ed in questo le banche hanno pesanti concorrenti responsabilità);
talora, diciamo così, non sono esattamente fedeli nei bilanci; nelle loro relazioni
~ 67 ~

con le banche non sono esattamente propensi a ‘confessarsi’ come sarebbe


invece necessario. L’ultimo elemento è la tendenza delle imprese a frazionare
tra troppe banche i loro finanziamenti, pratica che in tempo di crisi ha mostrato
molti dei suoi limiti. (ma anche questo è diverso tema)
Non sono politicamente corretto e mi assumo la responsabilità di ciò che
affermo naturato per conoscenza diretta di un vasto e variegato campione.
D’altronde. credo nessuno possa tirarsi fuori rispetto alle responsabilità assunte
negli avvenimenti.
Ma torniamo alle banche. La finanziarizzazione galoppante è stata una manna
per i profitti bancari, ben più generosi che nella ‘povera’ attività di retail, Basta
scorrere i bilanci per rendersene conto. Una delle conseguenze è stata una
sorta di progressiva perdita di interesse per l’attività retail e l’orientamento del
capitale umano delle banche in direzione delle più remunerative attività
diverse dal retail. Aggiungendo a queste notazioni la normativa Basilea 2 con
gli automatismi e l’asetticità prima sottolineate, il risultato è stato una perdita
di competenze specifiche nella valutazione reale ed effettiva delle richieste di
finanziamento sostituita con grave nocumento dal credit scoring. Direzioni di
filiali ed agenzie trasformati in strumenti di vendita di finanza strutturata e
meri messaggeri di esiti di richieste di fido. Aggiungendo a questo bouquet
l’opacità non rara delle imprese anche rispetto alle loro banche di riferimento, il
risultato è che la banca non conosce i suoi clienti, non conosce le aziende, non
considera l’elemento personale ed umano che viceversa dell’impresa e del suo
futuro e della sua credibilità è fondamento per la semplice ragione che sono gli
uomini ad avere le idee ed i progetti che renderanno una impresa buona e
solida. E le buone idee degli imprenditori, sono esattamente ciò che le banche
dovrebbero conoscere e finanziare. E se invece che solo automatismi o
garanzia da mattone o ‘depositi a ‘cavallo’ immensamente superiori
all’affidamento le banche recuperassero la capacità di svolgere un’attività
istruttoria professionale ed accurata focalizzata sull’imprenditorialità, sulle
idee, sulle imprese che innovano, otterrebbero un duplice risultato: ridurre
sofferenza ed incagli da un lato e dall’altro essere il filtro per un’impresa
migliore. Ed è esattamente quanto si può desumere sia pure non direttamente
dal pregevole editoriale del Prof. Rebuffo.
Tutto questo vale tanto più in tempi di crisi. Il Governatore Draghi intervenendo
all’assemblea dell’ABI ha osservato che la stretta creditizia è più intensa
pratica, guarda caso, da parte delle banche di maggiori dimensioni, quelle
interessate a processi di grande concentrazione. Si metta rapidamente mano al
recupero ed alla valorizzazione delle competenze di chi, nei front office e nei
back office ha il dovere di offrire un servizio qualificato, efficiente e rapido alla
clientela retail. Le banche tornino a fare il loro mestiere.
Di certo le banche essendo comunque imprese, man mano si adegueranno al
nuovo contesto disegnato dalla crisi. E speriamo non soltanto loro. Ci vorrà
tempo.Se poi ci fosse qualcuno che una buona volta si rendesse conto di
quanto sia indispensabile, urgente ed utile introdurre una cornice di poche,
chiare regole finalizzate a realizzare un mercato libero e concorrenziale anche
per banca e assicurazione, potremmo con minor trepidazione guardare al
futuro.
~ 68 ~

27 Luglio 2009

Epistemologica Impresa e Rinascimentale

Quello dell’impresa è un mestiere la cui incredibile


difficoltà/complessità è via via crescente nel tempo vuoi
per la crescente complessità che connota la società vuoi
per il progresso tecnologico e scientifico. Tutti elementi che
si interconnettono, si intersecano, si influenzano l’un l’altro
a generare quella che viene definita ‘complessità’ nella
quale l’impresa deve operare e con la quale la scienza del
management deve cimentarsi. Ed aumentano gli attori con
cui le imprese devono misurarsi. Si pensi ad di esempio
all’impresa che operi nel campo delle energie. E’ evidente
che oltre a dover affrontare le problematiche gestionali e
tecniche connesse alla sua intrinseca attività, dovrà tener
conto (ad esempio) degli ‘Stakeholders’ intendendosi tutti
coloro che in qualche modo sono portatori di interessi nei
confronti dell’impresa e delle conseguenze dirette ed indirette, esplicite ed
implicite di ciò che l’impresa fa. E’ il ruolo del management che deve
individuare metodologie di azione confacenti alla gestione della complessità
capaci di assicurare armoniosa sopravvivenza e successo all’impresa.
Il processo evolutivo sempre più veloce e NON lineare, ha mostrato alcuni limiti
a cui l’impresa ed il management si sono mostrati esposti uno dei quali è quello
cruciale dell’innovazione. Non è tanto l’ideazione ad essere carente quanto il
‘transfer’ il difficilissimo passaggio dell’innovazione
dai centri di ricerca ai processi ed ai prodotti
dell’impresa non solo come occasionale evento ma
come processo strategico-organizzativo istituzionale
capace di generare continuamente innovazione. Si
può concretamente meglio comprendere visitando il
sito Leonardo . Tantissimi manufatti e modelli.
E’ uno dei temi cari al prof. Franco Rebuffo, presidente di ‘Alétheia’ società che
si occupa ad altissimo livello di consulenza strategica con occhio attento ed
appassionato proprio all’innovazione. Ed è tema al quale il Prof. Rebuffo ha
dedicato l’ultima sua fatica, un breve libro (poco più di 90 pagine) dal titolo
‘L’eredità del Rinascimento’. Come osservazione preliminare vorrei rilevare
che emerge immediato l’approccio multidisiplinare, dell’autore assai utile a
dare spessore di analisi ed ampiezza di ottica alk libro fuori da convenzionalità
e con illimitato senso di prospettiva. Anche se il Prof. Rebuffo non necessita di
certo di miei apprezzamenti.
~ 69 ~

Nella fabbrica rinascimentale avviene una sorta di rivoluzione che ribalta il


concetto di ‘esperienza’ come fino ad allora inteso. Non più mera
‘osservazione’ ma ‘un’attività generativa (un lavoro o un’arte) in
grado di produrre una realtà inedita e generare nuove forze naturali
(il macchinismo)’. (Pag 24 del libro). Da un passaggio di tal fatta culturale ma
soprattutto operativo, consegue che esperienza vuol dire “artefatti o modelli”;
“la fabbrica diviene luogo di “integrazione tra le differenti arti” ma ancor più
l’integrazione non consiste nel collegare per quel che serve l’una disciplina con
l’altra ma per ricombinarle ottenendo qualcosa di diverso. Si pensi alla
‘meccatronica’ . Essa non è la semplice somma di meccanica ed elettronica ma
il frutto di quello che si definisce ‘crossing over’ una ricombinazione profonda e
sinergica di elementi diversi a costruire nuovi ambiti di studio ed esperienza.
Come ad esempio l’astronomia, generata dalla necessità/esigenza di
navigare/viaggiare. ( A titolo esplicativo, segnalo che questa modalità è nota
nota oggi come ‘costruttivisnmo generativo’. Ma mi astengo dall’addentrarmi
su terreni tanto complessi e dei quali non ho la necessaria conoscenza).
“la fabbrica….favorendo lo sviluppo di competenze nell’impiego delle
risorse, nella scienza, nelle transazioni, nell’arte della minimizzazione
del rischio, favorisce lo sviluppo di modelli di economia politica, di
etica (……..).”
Questo è il meccanismo che realizza il ‘transfer’
che dà sostanza e concretezza all’innovazione,
questa à l’eredità preziosa cui l’autore si
riferisce, il segreto di cui il management deve
riappropriarsi. Né la realtà immensamente più
variegata e complessa di quella rinascimentale
toglie validità ed efficacia all’approccio. E’ una
prospettiva di tipo ‘olistico’ : non ha importanza
né va ‘gestito’ solo chi e cosa è all’interno
dell’azienda in termini di uomini, persone,
processi, procedure, ruoli e funzioni ma tutta intera la filiera produttiva non
escludendo anche l’ambito sociale nel quale l’impresa opera. Le strategie da
elaborare di questo devono tener conto e soprattutto del crossing over che dal
mix di tutti gli elementi si genera. E’ ‘il ‘come si fa’ a favorire la
generazione di innovazione e renderla pervasiva nell’intera
organizzazione d’impresa’.
In un precedente post sottolineavo la qualità di ‘epistemologo’ del Prof.
Rebuffo dalla quale, credo derivi la capacità di esame a tutto tondo
dell’argomento. Lo dimostrano le ultime pagine del volumetto nel quale si
occupa del problema di come relazionare l’approccio ‘rinascimentale’ a quello
tradizionale e delle problematiche che ne discendono. Questioni di immenso
spessore rispetto alle quali, in chiusura, Il prof. Rebuffo esprime un auspicio
che sottoscrivo come fosse un ‘manifesto’ che voglio fedelmente riportare:
“ …Dire che' oggi stanno diventando necessarie abilità manageriali in
grado dr ingaggiare, animare', catalizzare significa riconoscere la
rilevanza di un management per scenari in grado di creare
~ 70 ~

compatibilità e convergenze di interessi in quelle situazioni in cui un


management tradizionale, basato sui sistemi, si arenerebbe nelle
incompatibilità e nelle divergenze. Significa anche saper individuare
strutture organizzative finalizzate alla patrimonializzazione delle
potenzialità comportamentali ed esperienziali dell'intera
organizzazione, da affiancare alle tradizionali strutture funzionali,
orientate alle economie di scala e di scopo. È una tendenza, favorita
dagli attuali orientamenti dei mercati, ma, in una certa misura non
codificata dalla tradizione culturale delle attuali scienze del
management. In questo senso, il recupero della cultura della
Rinascenza può rappresentare, come abbiamo già detto, un buon
viatico. e questo, tra l'altro, consentirebbe il recupero, anche
nelI'ambito delle scienze del management, di una cultura che, oggi,
sta incontrando una vera e propria ri-attualizzazione nell'ambito di
altre discipline. Ci riferiamo, come abbiamo già detto, soprattutto al
cognitivismo e ai terreni evolutivi della complessità. Oltretutto
consentirebbe di recuperare e ri-attualizzare, nelI'ambito della
tradizione del management, quella che storicamente è stata una
specificità italiana”.
Non so quanto il tema possa essere di interesse ma sono convinto che
dovrebbe esserlo. Non so dire quanto accurata sia la mia comprensione, ma
scrivere aiuta. Ho ben capito invece quanto le considerazioni e le
argomentazioni siano intimamente connesse con un generale approccio
culturale orientato all’innovazione, al di là dei confini di imprese e
management.
28 Luglio 2009
~ 71 ~

Ripresa? Andiamoci piano


In molto blog specializzati, nei siti di istituzioi insomma nei luoghi virtuali dove
vado per tentare di capire quale è la tedsi predominante, più accreditata
sull’andamento della crisi. nella migliore delle ipotesi si coglie l’invito alla
prudenza. Rallentamento della crisi, un mese che denota l’arresto de
peggioramento degli indicatori economici non fanno la ripresa E non sono
neppure un motivo di festeggiare come accade né tantomeno base per
giustificare l’euforia delle borse. A questo proposito, si osserva che pur essendo
di norma sostenibile che l’andamento della borsa anticipa l’andamento
dell’economia reale, l’attuale periodo borsistico positivo pare essere una
eccezione rispetto alla regola. I livelli di attività dell’economia reale non sono
tali infatti da giustificare attese positive per le aziende quotate. Piuttosto
sarebbe il caso di verificare se le immense liquidità ompate nel sistema non
abbiano trovato destinazione proprio nelle borse o nella speculazione. Uno
degli esempi a dimostrare l’asserto è Goldman Sachs i cui ottimi risultati del II
trimestre 2009 sono figli del trading proprietario, vale a dire quelle operazioni
finanziarie condotte dalla banca in proprio, quell’attività tipica dei periodi di
mercati assai liquidi e di bassissimi tassi di interesse. Insomma quella dei lustri
precedenti la crisi. E la questione non appare secondaria. Ad onta degli incontri
dei grandi, dal G1 al G20, ad onta di intenzioni e comunicati, il panorama è
rimasto pressochè identico a quello ante-crisi.
L’altro tema nell’arena è quello della sincronia dei cicli economici e del
‘decoupling ’ Vuol dire che le economie del pianeta, tutte, sono vittima della
crisi contemporaneamente. In concreto cosa la crisi economica degli anni 90
nel Sud-Est asiatico è stata quasi ininfluente per le economie dei paesi europei.
C’era un decoupling. (L’esempio non è del tutto preciso, ma credo renda
l’idea). E’ un elemento di rigidità e persistenza che complica la vita e la ripresa
e continuerà a pesare a lungo anche dopo la fine della crisi. Soprattutto gli
USA saranno l’economia dove oltre ad essere caduti i consumi per la necessità
di rientrare dei debiti privati e per i cambiamenti sociali e culturali indotti dalla
crisi sta tornando la propensione al risparmio. E’ un fenomeno che avrà
ripercussioni in tutte le economie esportatrici come quella cinese o quella
tedesca ed italiana.
Per l’economia italiana, manifatturiera ed esportatrice è un macigno entro il
quale occorre scavare almeno una galleria. Ma pare che non potendo usare gli
‘attrezzi’ dei fondi pubblici, data la difficile situazione della finanza pubblica, il
governo ed il ministero dell’economia hanno messo una pietra tombale sul
resto della strumentazione che sarebbe tremendamente efficace quanto
sconvolgente per gli equilibri di potere e le consorterie che infestano il paese.
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Liberalizzare i servizi pubblici locali, liberalizzare le professioni, implementare


massicciamente la concorrenza, rendere il paese normale ricordandosi che
esiste l’istituto del fallimento per le imprese inefficienti. Obbligare il sistema
banche ed assicurazioni alla trasparenza ed al grado di concorrenzialità
necessaria ben al di là dei passi avanti comunque compiuti. Battersi contro gli
oligopoli, le rendite di posizione, i conflitti di interesse che taglieggiano il paese
da Bressanone a Pantelleria. Ecco, credo bastino questi semplici esempi per
dare l’idea quali dirompenti conseguenze culturali e politiche, di cattiva
politica, susciterebbero iniziative siffatte. La scelta compiuta, al grido di ‘non è
adesso in periodo di crisi il momento per le riforme’ sono state di segno
opposto. Basti pensare alla lotta violenta e, temo, vittoriosa contro la modesta
liberalizzazione dei farmaci. Basti pensare alla riforma delle pensioni delle
donne della pubblica amministrazione che fino a dopo la fine della legislatura
non produrrà che briciole e per adesso chiacchiere. E francamente fa una
pessima impressione aver letto che il ministro tremonti abbia dichiarato in
sede di DPEF «Ci è stato detto che l’Italia è in declino, che non cresce» e altri
paesi vanno meglio. «Ma la crisi ha evidenziato che quella crescita non era il
prodotto strutturale, sostanziale, non era l’effetto delle riforme, ma quella
crescita era prodotta dal debito. Dall’Islanda alla Spagna dal Baltico ai Balcani
l’area della crisi si manifesta con intensità superiore a quella che si manifesta
in Italia. Ci sono grandi paesi con una caduta del Pil maggiore e altri un pò
diversa, ma la grandezza di riferimento indica la tenuta del nostro sistema»
Offende la sua e l’altrui intelligenza il ministro ma soprattutto mortifica la
speranza del paese e ne tarpa le potenzialità che in un contesto come quello
attuale sono del tutto mortificate. E mi chiedo come sarà possibile una volta
finita la crisi riprendere il necessario cammino di crescita finora in gran parte
sostenuto dalle pubbliche finanze. Quando si osserva che il debito privato è
relativamente basso in raffronto a molti paesi esteri o la ricchezza privata è
elevata, si indica un fatto vero. Ma, fatto è che ‘il convento è povero ed i frati
sono ricchi’ come qualcuno disse anni fa ad altro proposito. E se le famiglie o la
tradizione italiana per fortuna funzionano da ammortizzatori privati è pur vero
che si consumano risorse non certamente infinite. Cosa che non rimarrà, non
potrà rimanere priva di conseguenze.
La stentata faticosa crescita del PIL ante crisi è stata una delle cause della
crescente incidenza del prelievo fiscale e della difficoltà a tagliare il debito
pubblico. Credo ci sia un consenso assai ampio intorno alle cause della bassa
crescita. Non realizzarle né rimanere inerti aiuterà il paese neppure a tenere
sotto controllo la finanza pubblica. E magari corriamo il rischio che un qualche
novello Amato si troverà a dover somministrare la orrende medicina di una
gigantesca stangata come puntualmente accaduto nel 1992.
16 Agosto 2009
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