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LA CO S T RU Z I O N E D I UN M ITO.

A RCH I T E T T URE ALBE RT IAN E NEL CI CLO D E I M E S I D I S C HIFAN OIA Lo r eda na O livato

l 9 aprile 1438 si apriva ufficialmente a Ferrara, a seguito di lunghe ed estenuanti trattative diplomatiche, la nuova sessione di quel Concilio ecumenico che, apertosi anni prima a Basilea, si trascinava da tempo senza pervenire a decisioni di qualche rilievo per il mondo cristiano.1 Lavvenimento che gi nelle premesse era tuttavia destinato a concludersi a breve termine segn, agli occhi del mondo civile di quel tempo, la definitiva affermazione della casata estense il cui governo, efficace, attivo, garante di una sicura gestione della cosa pubblica, veniva consacrato fra quelli che, sullo scacchiere italiano, miravano ad insidiare un primato fino a quel momento riconosciuto solo al capoluogo toscano o a potenze da lungo affermate anche sul piano militare. Durante i mesi ricchi di accadimenti politici, di incontri fra gli ospiti illustri, di dibattiti dottrinali come anche di scontri diplomatici, di minuziose discettazioni sulletichetta, di fastose cerimonie in cui levento si dipan, la citt dovette risultare, agli occhi degli stranieri, come anche e soprattutto a quelli degli attoniti sudditi, trasformata in un fiabesco centro cosmopolita, frequentato non solo dai grandi della terra (il papa e gli imperatori in primis), ma, in particolare, dalla pi consistente e percepibile folla degli armigeri, degli uomini di corte e di scienza, degli innumerevoli preti e serventi, ciascuno abbigliato nei costumi e nelle fogge proprie delle nazioni magari remotissime cui appartenevano e comunicanti fra loro in lingue spesso oscure e mai prima dai ferraresi ascoltate. Ferrara come una vera e propria capitale, dunque, quale mai in precedenza si era manifestata; che lastuto Nicol III, coadiuvato dallerede designato, Leonello, a prezzo tuttavia di spese ingentissime sue proprie e della comunit a lui soggetta aveva voluto qualificare come tale. Certamente ed quello che in questo momento ci preme sottolineare il segno che la vicenda conciliare lasci e nella citt e nella pi ampia societ del tempo fu significativo e non

1 Per ulteriori notizie sul Concilio ferrarese basti rimandare agli Atti del Convegno, curati da Patrizia Castelli, Ferrara e il concilio 1438-1439, Ferrara, Universit degli Studi, 1992. Al momento successivo, quello fiorentino, del Concilio sono dedicate le pagine del catalogo della mostra Luomo del Rinascimento. Leon Battista Alberti e le arti a Firenze tra ragione e bellezza (Firenze, palazzo Strozzi, 11 marzo - 23 luglio 2006), a cura di Cristina Luchinat, Gabriele Morolli, Firenze, MandragoraMaschietto, 2006; si veda quanto si ragiona nel catalogo alle pp. 97-117. Teniamo a precisare che, in ordine alla recente critica albertiana, in questi ultimi anni molto affollata, oltre a quello appena citato, sono imprescindibili i contributi apparsi nelle mostre e convegni cui faremo dora in avanti riferimento anche per ogni referenza bibliografica precedente: a cominciare dalla fondamentale mostra Leon Battista Alberti (Mantova, palazzo Te, 10 settembre - 11 dicembre 1994), a cura di Joseph Rykwert, Anne Engel, Milano, Electa, 1994; dagli atti dei convegni Leon Battista Alberti (Paris, Sorbonne, Institut de France, Institut culturel italien, Collge de France, 10-15 avril 1995), a cura di Francesco Furlan, Paris-Torino, J. VrinAragno, 2000; Leon Battista Alberti e il Quattrocento. Studi in onore di Cecil Grayson e Ernst Gombrich (Mantova, Centro Studi Leon Battista Alberti, 29-31 ottobre 1998), a cura di Luca Chiavoni, Gianfranco Ferlisi, Maria Vittoria Grassi, Firenze, Olschki, 2001; Il principe architetto (Centro Studi Leon Battista Alberti, Mantova, 21-23 ottobre 1999), a cura di Arturo Calzona, Francesco Paolo Fiore, Alberto Tenenti, Cesare Vasoli, Firenze, Olschki, 2002; Leon Battista Alberti umanista e scrittore. Filologia, esegesi, tradizione (Arezzo, 24-26 giugno 2004), a cura di Roberto Cardini, Mariangela Regoliosi, Firenze, Polistampa, 2007; Leon Battista Alberti: architetture e committenti (Firenze-Rimini-Mantova, 13-16 ottobre 2004), a cura di Arturo Calzona, Joseph Connors, Francesco Paolo Fiore, Firenze, Olschki, 2009; dalle mostre La Roma di Leon Battista Alberti: umanisti, architetti e artisti alla scoperta dellantico nella citt del Quattrocento (Roma, Musei Capitolini, 24 giugno - 16 ottobre 2005), a cura di Francesco Paolo Fiore, con la collaborazione di Arnold Nesselrath, Milano, Skira, 2005; Leon Battista Alberti. La biblioteca di un umanista (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, 8 ottobre 2005 - 7 gennaio 2006), a cura di Roberto Cardini, Firenze, Mandragora, 2005.

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senza conseguenze. Consideriamo anzitutto (e per limitarci soltanto al campo speculativo e culturale) che in quelloccasione il centro estense era divenuto crogiuolo fecondissimo, popolato dai talenti pi qualificati di quegli anni. Vi sappiamo partecipare, ad esempio, Leon Battista Alberti, a seguito della corte papale col trasferitasi; ma con lui vi erano giunti anche il segretario pontificio Flavio Biondo, il generale dei Camaldolesi Ambrogio Traversari, illustri studiosi greci, come il cardinal Bessarione o Teodoro di Gaza, uno dei massimi eruditi dellepoca, il filosofo Giorgio Gemisto Pletone;1 Angelo Decembrio; financo il pittore forse pi rinomato del tempo, Pisanello, venuto con ogni probabilit a ritrarre limperatore dOriente.2 Si tratta di personaggi che, senza dubbio, ebbero reciproci, fecondi e pi duraturi contatti. Che marcarono profondamente anche il contesto ferrarese. Credo si possa affermare che labilit degli Estensi fu non solo quella di qualificare la citt come capitale a livello politico, ma anche e soprattutto come centro culturale in grande espansione. Non quindi irragionevole pensare che proprio durante i lavori dellassise ecclesiastica si rinsaldasse quellintenso legame, fatto di interessi comuni, come anche di reciproca stima e ammirazione, che un negli anni alcuni dei protagonisti di quei giorni: Leon Battista Alberti, Leonello e Meliaduse dEste. Al primo lAlberti aveva gi in precedenza dedicato la Philodoxeos fabula, commedia pseudoantica che egli aveva redatto, quasi per burla, studente a Bologna, nel 1424, e che aveva fatto passare in un primo tempo per la trascrizione di un antichissimo codice, dello scrittore satirico Lepido.3 Nel 1441, poi, gli indirizzer il trattatello morale Theogenius (per consolarlo della morte del padre Nicol), mentre sempre agli anni del soggiorno ferrarese deve essere ascritta la prima definizione di quel curioso De equo animante, composto in seguito alla sua partecipazione come giudice al concorso per la statua equestre di Nicol III; monumento di cui forse egli lasci unidea progettuale per limpostazione della base.4 Ma soprattutto la pi importante fatica dellAlberti a nascere come vien affermato dalle fonti per precisa sollecitazione di Leonello, palesemente interessato a quel tipo di problematica. Mi riferisco al De re aedificatoria, scritto a partire dal 1447. Anzi, sembra che la richiesta specifica del principe fosse stata quella di un commento al trattato vitruviano, testo che godeva di una notevole attenzione da parte dei circoli dotti, almeno sin dalla met del secolo precedente, ma che per la sua oscurit e difficolt di interpretazione era oggetto di vivaci quanto approssimativi dibattiti. E il fatto che lEstense dimostrasse un cos peculiare interesse nei confronti del testo, allora ritenuto la chiave per comprendere la tradizione dellantichit classica, dimostra che simile intento doveva essere funzionale a una propria strategia di riqualificazione urbana.5 E che un testo manoscritto del trattato albertiano sia poi arrivato a Ferrara dato concordemente ripetuto dagli osservatori dellepoca. Tant vero che Federico di Montefeltro, nel dicembre del 1480, scriveva allallora duca Ercole con lintenzione di inviare presso quella corte un suo miniatore di fiducia, il famoso Guglielmo Giraldi, per far ricopiare lesemplare chegli

1 A tale personaggio dedicato, negli atti citati qui sopra, il bel saggio di Marco Bertozzi, Il Convito di Ferrara. Giorgio Gemisto Pletone e il mito del paganesimo antico ai tempi del Concilio, in Ferrara e il concilio, cit., pp. 133-141. 2 In proposito mi permetto di rimandare al mio contributo nella raccolta citata alla nota 1: La Principessa di Trebisonda. Per un ritratto di Pisanello, in Ferrara e il concilio, cit., pp. 193-211. 3 In realt i problemi sulla datazione precisa dellopera sono molteplici: che risalga al 1424, stando alla cosiddetta Autobiografia, appare accertato. Il problema cronologico coinvolge tuttavia le diverse versioni manoscritte (ben 19) oltre quella a stampa (situabile al 1434). In proposito si veda lancora validissimo saggio di Eugenio Garin, Il pensiero di L. B. Alberti nella cultura del Rinascimento, in Convegno Internazionale indetto nel v Centenario della morte di Leon Battista Alberti (RomaMantova-Firenze, 25-29 aprile 1972), Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1974, in part. pp. 29 sgg. 4 Sul trattatello cfr. lacuto saggio di Franco Borsi, Leon Battista Alberti: i ludi ferraresi, in Ferrara e il concilio, cit., pp. 181-192. 5 Sui rapporti fra gli Estensi e Leon Battista si vedano gli specifici contributi di Gabriele Morolli, Ferrara e larchitettura. Lo Studio e gli studi nel Quattrocento, in La rinascita del sapere. Libri e maestri dello Studio ferrarese, a cura di Patrizia Castelli, Venezia, Marsilio, 1991, pp. 63-78 e di Joseph Rykwert, Leon Battista Alberti a Ferrara, in Leon Battista Alberti, cit. (catalogo della mostra di Mantova, 1994), pp. 158-161.

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dava per scontato abbellire la biblioteca del signore; esemplare tuttavia sventuratamente perduto e che gli Estensi si affanneranno a recuperare, chiedendolo, ed ottenendolo, in prestito da Lorenzo il Magnifico.1 Del resto, negli anni attorno allavvenimento conciliare, gli Estensi si erano prodigati per arricchire la citt e il contado di nuovi esempi architettonici che valessero allarredo urbano il conseguimento di uno standard di aggiornata qualificazione.2 Gi dal 1435 il marchese Nicol aveva pianificato la costruzione di un palazzo di delizie, la celeberrima Belriguardo; e un anno dopo decideva di ampliare ed arricchire il palazzo extraurbano di Consandolo, situato sulla riva del Po a 18 miglia dalla capitale, che Flavio Biondo descriveva come magnifici operis aedibus ornatissima, degna di ospitare nelle sue stanze, nel 1468, limperatore Federico III. Ed interessante notare come i signori ferraresi, non appena consolidato il loro dominio, ancora nel xiv secolo, avessero dimostrato di essere particolarmente sensibili alle tecniche pi allavanguardia nellambito architettonico, tanto da non lesinare prebende e onori pur di richiamare allinterno dello Stato operatori che si fossero qualificati per eccellenza e risonanza dimprese in tutto il territorio italiano. stato notato al riguardo che il famoso Bartolino da Novara, architetto rincorso e richiesto da buona parte delle corti padane, venga insediato a Ferrara nel 1377 per la costruzione del Castelvecchio, allettandolo con il miraggio di sbalorditivi compensi. E sappiamo ancora che, sempre Nicol III, si affanner ad invitare un personaggio del calibro di Filippo Brunelleschi, facendo istanza alla Repubblica fiorentina perch gli venisse concesso di prestar consulenza in territorio ferrarese. Ed il Campori a ricordarci come Leonello, fra 1442 e 1446, avesse proposto condizioni di assoluto favore per lassunzione del maestro Antonio Marini, che veniva richiamato nientemeno che dalla Francia, per lavorare forse in opere idrauliche e ingegneristiche al servizio della citt. Referente necessario della nuova idea di citt lesperienza diretta dellantico, il cui linguaggio andr studiato e analizzato per ricavarne quelle regole universali del perfetto costruire che possono consentire di far rivivere la grande lezione della civilt classica. E che Leon Battista fosse un efferato cultore della lezione romana lo dimostrano i suoi studi sulla topografia dellUrbe raccolti nella breve ma intensissima Descriptio dei primi anni 40 , sulle rovine monumentali di questa (di cui sono infiniti accenni nei libri del De re aedificatoria), sullepigrafia classica, come evidente notare dagli scrupoli calligrafici dispiegati nel monumento funebre per Giovanni Rucellai; ma ancora, nelle opere letterarie, nei costanti richiami alla lettura attenta degli antichi scrittori, a cominciare dallesordio di uno dei suoi primissimi saggi (1428-1429), il De commodis literarum atque incommodis:
Non mi sovvenne mai nella mente [] cosa alcuna che da quegli scrittori antichi non fussi stata garbatamente preoccupata. In maniera che non rimase cosa alcuna a qualsivoglia dottissimo homo della et nostra, che essi non la havessino trattata meglio []. Talmente abbracciarono essi antichi tutte le cose gravi, & tutte le dilettevoli, lasciando solamente a noi la facult & la necessit di leggere & di meravigliarci degli scritti loro3

E, per tornare ancora una volta a questo 1438, cos denso di significati, mi viene da osservare come le latinae litterae che ornano la medaglia che Pisanello dedic allimperatore Giovanni VIII Paleologo (Fig. 1) la prima opera che attesta il virage dellartista, da pittore ancora legato
1 In proposito si veda quanto puntualmente ragiona Giovanni Orlandi, Le prime fasi della diffusione del Trattato architettonico albertiano, in Leon Battista Alberti, cit. (catalogo della mostra di Mantova, 1994), pp. 96-105. 2 Sulla politica estense di rinnovo urbano cfr. Marco Folin, Rinascimento estense. Politica, cultura, istituzioni di un antico stato italiano, Bari-Roma, Laterza, 2004, in particolare il cap. La magnificenza urbana, pp. 244 sgg. 3 Se ne veda ledizione a cura di Laura Goggi Carotti, Firenze, Olschki, 1976. Sul culto del gusto antiquario cfr. Silvia Danesi Squarzina, Eclisse del gusto cortese e nascita della cultura antiquaria: Ciriaco, Feliciano, Marcanova, Alberti, in Da Pisanello alla nascita dei Musei Capitolini. LAntico a Roma alla vigilia del Rinascimento, catalogo della mostra (Roma, Musei Capitolini, 24 maggio - 19 luglio 1988), a cura di Anna Cavallaro, Enrico Parlato, Milano-Roma, Arnoldo Mondadori-De Luca, 1988, pp. 27-37.

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Fig. 1. Pisanello, Medaglia dellimperatore Giovanni VIII Paleologo, Firenze, Museo Nazionale del Bargello.

Fig. 2. Leon Battista Alberti, Placchetta con autoritratto, Washington, National Gallery of Art.

a tematiche e moduli espressivi tardo-gotici, a deciso interprete dei nuovi fermenti umanistici possano essere state, nella loro grafica definizione, ispirate proprio dallAlberti.1 E del resto si di recente supposto che la placchetta della National Gallery di Washington con lautoritratto di Battista sia stata concretamente realizzata proprio in questo volgere di mesi, e forse a contatto con lartista veronese (Fig. 2).2 Si deve a unintuizione brillante di Ludovico Zorzi3 laver messo in relazione la citt che si dipana sulle pareti di Schifanoia con le meditazioni urbane di Alberti, mediate dallinterpretazione di Pellegrino Prisciani. Si sarebbe trattato anzi della trasposizione bidimensionale delle scenografie che corredavano le rappresentazioni teatrali cos frequenti e rinomate presso la corte. Non solo: egli per primo presuppone una relazione fra lideatore iconografico del ciclo di Schifanoia e quello che diverr, di l a circa un ventennio, il pi straordinario episodio di ripianificazione urbana del Rinascimento: laddizione voluta da Ercole, a riprova della fertilit di idee che il dibattito sul modello ideale di citt aveva prodotto. E spingeva oltre le proprie conclusioni adombrando la possibilit che accanto alloperosit geniale e dimessa dellesecutore materiale [delladdizione stessa] la presenza di un ispiratore ideologico-iconologico il quale deve ricercarsi nellambito degli intellettuali iper-eruditi che gravitavano tra lo studio e la corte. E se era stato Pellegrino Prisciani il dotto elaboratore della complessa simbologia che sta alla base della visione cosmogonica impalcata dalla rappresentazione pittorica del Salone dei Mesi, questo stesso forse, non solo ammiratore accanito dellopera albertiana ma addirittura inter1 In realt il problema molto complesso in quanto coinvolge anche la scritta in greco sul diritto della medaglia. In proposito, sono intervenuta (cfr. La principessa Trebisonda, cit., pp. 206-207) per rivendicare allo stesso imperatore Paleologo la committenza dellopera, nellordine di un ritratto che lo avrebbe visto apparire alla pari, di fronte ai grandi del mondo civile, con limperatore dOccidente, Sigismondo. In questordine, tuttavia, non escludevo una supervisione del cardinale Bessarione (greco e coltissimo: in grado quindi di trasferire i caratteri bizantini, normalizzandoli, secondo luso delle latinae litterae: ma magari affiancato in ci da altro membro a lui speculare e trovato nel campo dei referenti legati alla curia romana, e dunque Leon Battista). 2 Cfr. Luke Syson, Alberti e la ritrattistica, in Leon Battista Alberti, cit. (catalogo della mostra di Mantova, 1994), pp. 46-53. 3 Cfr. Ludovico Zorzi, Il teatro e la citt. Saggi sulla scena italiana, Torino, Einaudi, 1977.

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Fig. 3. Salone dei Mesi, Mese di Aprile, particolare della Corsa del Palio con elementi albertiani.

prete e (nelle sue intenzioni) emendatore critico della stessa, avrebbe potuto trasmettere a Biagio Rossetti quellalbertismo immanente che, per Zorzi, circola come linfa e aspirazione sottintesa e strisciante1 nelle invenzioni che sottolineano i percorsi delladdizione. E passava quindi ad individuare nel testo dei Mesi concreti elementi albertiani, quali un progetto per S. Sebastiano in parte occultato da una quinta arieggiante il modello di palazzo Rucellai (Fig. 3),2 un campanile-minareto dispirazione filaretiana (Fig. 4), ma soprattutto arriva a ipotizzare un corpus di disegni progettuali albertiani rimasti a Ferrara in occasione del Concilio, o comunque arrivati a corte, dopo quellepisodio, ovvero di un corredo illustrativo che accompagnasse il testo manoscritto del De re aedificatoria, trasmessi dal Prisciani allquipe dei pittori impegnati in Schifanoia per inventare le architetture della citt rappresentata sulle pareti della delizia. Ora, al di l di alcuni dubbi peculiari sui dettagli, la proposta di Zorzi risulta per molti versi ancor oggi, un trentennio circa dopo la sua elaborazione, molto suggestiva. Alcuni dubbi, dicevo. Soffermiamoci su questi. Tenendo conto che gli studi pi recenti hanno arricchito consistentemente i dati in possesso degli specialisti.3 Sappiamo, ad esempio, che quando, nel 1438, Leon Battista approd a Ferrara egli era gi noto e stimato da Leonello e dal circolo di dotti che affiancava il futuro signore della citt (in primis il fratello Meliaduse) ma certo non come architetto n come teorico di tale materia bens come letterato squisito, pensatore insigne, ovvero come trattatista di pittura. N a quel momento egli aveva avuto modo di esercitarsi in quel campo che diverr di sua stretta pertinenza ben pi avanti nel tempo (il trattato sar compiuto solo nel 1452 e la sua prima opera progettuale risale alla fine degli anni quaranta).
1 Ivi, p. 7. 2 Ivi, p. 14. 3 Si vedano soprattutto i testi di riferimento citati alla nota 1 a p. 13.

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Fig. 5. Leon Battista Alberti, Lettera a Matteo de Pasti, Roma 18 novembre 1474, dettaglio con la doppia voluta.

Ancora: ci sembra molto difficile pensare allAlberti come a un disinvolto seminatore di schizzi e di appunti grafici. A tuttoggi non esiste alcun disegno darchitettura che sia attribuibile alla mano di Leon Battista. Al punto tale che, nellultima mostra a questi dedicata, uno dei documenti del genere pi discussi era la piccola doppia voluta, appuntata a puro titolo esemplificativo e contenuta nella celebre lettera a Matteo de Pasti del 18 novembre 1454 (Fig. 5). Ora, sembra improbabile che un personaggio cos avaro nelloffrire saggi della propria capacit manuale nel campo della progettazione avesse lasciato o addirittura inviato a Ferrara un campionario di modelli cui il Cossa (o chi per lui) potesse essersi ispirato. Dobbiamo infatti considerare che Alberti fu sostanzialmente, ed orgogliosamente, prima di tutto, da un punto di vista professionale, funzionario (anziano) del collegio degli abbreviatori apostolici, ma che tuttavia risultava disponibile a prestare la propria opera di consulenza ad un ristretto e qualificato novero di interlocutori in ordine a precisi programmi edilizi; ma non ebbe mai, volutamente, pratica di cantiere, rimandando tale compito a maestranze specializzate e comunque subordinate ai suoi indirizzi. E ci costituir per noi il problema tanto a lungo dibattuto soprattutto di fronte ad opere rimaste incompiute, come il Tempio Malatestiano di Rimini o le chiese mantovane delloriginario progetto albertiano in relazione agli interventi o agli stravolgimenti della successiva e di norma complessa vicenda edilizia. Ci non toglie e qui torna illuminante lintuizione di Zorzi che la rappresentazione architettonica in Schifanoia risulti concretamente debitrice ai canoni albertiani. Tant vero che, quasi a rivendicare la propria dominante partecipazione, lAlberti in carne ed ossa (metaforici) figura fra i protagonisti della corte di Borso, a siglare in prima persona una presenza non solo virtuale (Figg. 6-7).1 E ci chiediamo se non sia il caso il proporre sia pure in termini di ipotesi di lavoro, che andr in seguito messa a fuoco pi puntualmente di leggere la citt effigiata in Schifanoia come il primo (e forse il pi intrigante) programma di riforma del tessuto urbano ferrarese. Che avr, un ventennio pi oltre, e in un contesto profondamente mutato, un esito concreto che, pur avendo ormai di necessit superato lambito di teorica definizione della citt ideale, in quanto nuove contingenze e pi pericolose congiunture si andavano profilando, ci
1 Vedi Ranieri Varese, Un altro ritratto di Leon Battista Alberti, Mitteilungen des Kunsthistorischen Institut in Florenz, 29, 1985, pp. 183-189.

Fig. 4. Salone dei Mesi, Mese di Marzo, fascia superiore con il Trionfo di Minerva, dettaglio con un campanile-minareto dispirazione filaretiana.

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Fig. 6. Salone dei Mesi, Mese di Marzo, fascia superiore con il Trionfo di Minerva, dettaglio della Corte di Borso dEste.

Fig. 7. Salone dei Mesi, Mese di Marzo, fascia superiore con il Trionfo di Minerva, dettaglio della Corte di Borso dEste, particolare con il ritratto di Leon Battista Alberti.

nondimeno conserva una traccia non trascurabile di quel sogno di riforma, di rinnovamento integrale, chera stato impostato da Prisciani nellera di Borso. E ritengo non sia improbabile il rimarcare una sorta di idem sentire tra il programma iconologico di Prisciani e laddizione di Borso, naturalmente nel senso di un ripensamento figurativo (e forsanche di una pi magniloquente trasfigurazione) che celebra e sigilla lespansione che Borso aveva stabilito sin dallinizio del suo dominio; mentre sar necessario tener conto del lungo e stratificato intervallo che separa entrambi dalla nuova, prima di tutto politica, decisione di Ercole. Insomma: laddizione di Borso avvia un lungo ma anche diversificato processo di ripensamento sulla complessiva immagine della citt e di conseguente riconfigurazione del suo concreto tessuto; processo che sar per lappunto esaltato sulle pareti di Schifanoia, anche al di l di un effettivo rispecchiamento di esiti; in questo modo si imposta, su una tradizione daltro canto consolidata, una riflessione, aggiornata quanto al lessico architettonico e a certi snodi urbanistici, che ancora propone come centrale il mito della radicale rinascita di una citt; questa componente tra fabula e utopia a risultare quasi completamente destrutturata nella successiva addizione di Ercole e Biagio Rossetti. Ma passiamo ora ad esaminare gli affreschi nel concreto. La fascia inferiore del mese di Marzo riporta, sul margine destro, un loggiato dintonazione rinascimentale; lorizzonte occupato da una volta rovinosa, al di l della quale si inerpica arditamente la collina, sulla cui sommit trova posto la facciata di unantica chiesa (Fig. 8). Lanaloga partitura sulla parete est, raffigurante il mese di Aprile (Fig. 9), presenta per molti versi un impatto simile al precedente: anche in questo caso ledificio pi rimarchevole sta sulla destra e determina limpostazione spaziale del resto della scena. Si tratta, ancora una volta, di un loggiato aperto, molto elaborato nei nessi costruttivi (il soffitto a cassettoni, le due ornatissime cornici, le specchiature molto decorate della fascia di trabeazione), su cui si imposta un incompiuto frammento architettonico (parasta con candelabra e porzione darco), che lascia intravvedere, alle spalle, unabitatissima citt rinascimentale, nel momento pi emozionante di un palio. Citt che assembla, una volta di pi, edifici medievali con invenzioni proprie di un nuovo e pi aggiornato linguaggio.

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Fig. 8. Salone dei Mesi, Mese di Marzo, fascia inferiore: Borso dEste riceve i derelitti (a destra) e Borso dEste a caccia (a sinistra).

Fig. 9. Salone dei Mesi, Mese di Aprile, fascia inferiore: Borso dEste ricompensa il buffone Scoccola (a destra) e Borso dEste a caccia (a sinistra).

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Fig. 10. Salone dei Mesi, Mese di Giugno, fascia inferiore: Borso dEste accoglie una supplica (a sinistra) e Borso dEste a caccia con il suo seguito (a destra).

Quello del loggiato aperto sembra essere il leit-motiv dellassetto degli affreschi: esso compare anche nel mese di Giugno (Fig. 10), sebbene con un lessico espressivo del tutto difforme dai precedenti (ma non entriamo nel merito delle diverse autografie del salone); mentre la citt che compare sullo sfondo, affacciata ad un fiume che quasi porto dedito al traffico e al commercio, stata interpretata come la porzione di Ferrara detta borgo della Pioppa. E perch non pensare ad una allusione precisa alla addizione di Borso (1451-1454) che coinvolge proprio il tratto di tessuto urbano compreso fra il Castelnuovo e la porta di San Pietro seguendo landamento del Po? Sulla parete nord, nella fascia inferiore riferita al mese di Luglio il loggiato questa volta in posizione centrale, ma vieppi articolato con trionfi di putti alle estremit laterali e al centro, e lesene connotate dal motivo della candelabra. Sulla destra, al di sopra dei resti di unarcata antica, scorgiamo la facciata di un tempio dove forse possibile rammentare suggestioni e assonanze derivate dallimmagine del Tempio Malatestiano, cos come essa ci vien suggerita dalla celebre medaglia di Matteo de Pasti, datata 1450. E che Zorzi interpretava come la citt reale, la Ferrara di Borso e della sua corte (Figg. 11-12). Molto pi elaborato appare il loggiato allestremit destra del mese di Agosto (sempre nella fascia inferiore), articolato in un curioso avancorpo anticipato da una stupefacente edicola, di marmi policromi, sul retro della quale si intravedono alcuni edifici, questa volta s pi dichiaratamente riferibili ai modelli ferraresi, come ad esempio il Castello che si staglia sul limite chiaro dellorizzonte. Vieppi appesantita appare la loggia sul margine sinistro del mese di Settembre, dove ricchissime decorazioni plastiche ornano le facciate dei pilastri, gli archi ribassati, i pennacchi e i fregi delle trabeazioni. Come si vede quanto rimane della decorazione parietale e non entriamo nel merito del raccordo fra rappresentazioni figurative e contemporanee tendenze scenografiche ci offre una sequenza di dettagli architettonici abbastanza uniformi. Che se genericamente richiamano, almeno a un primo approccio, il lessico albertiano (e il bel saggio di Hannemarie Ragn Jensen ci

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Fig. 11. Salone dei Mesi, Mese di Luglio, fascia inferiore: Borso dEste d udienza (al centro) e Borso dEste a caccia con la corte (ai lati).

Fig. 12. Salone dei Mesi, Mese di Luglio, fascia inferiore, dettaglio di Ferrara.

fornisce tutta una serie di puntuali riscontri)1 in realt da questultimo si differenziano nettamente soprattutto nella concezione prospettica e spaziale della raffigurazione. Che risulta paratatticamente allineata senza mai trasmetterci lillusione della profondit: manca, in sostanza, una unitariet focale che riunisca e coordini i diversi lacerti della scena, informandoli in un disegno generale. Che resta quello dellesaltazione di un mito urbano, che non aveva bisogno di un integrale suo dispiegarsi sul precedente e concretissimo tessuto stratificatosi nei secoli ma che viceversa poteva appuntarsi su alcuni nuclei significativi e privilegiati che andavano poi ri1 Cfr. Hannemarie Ragn Jensen, Lallegoria della cultura di corte nel Salone dei Mesi, in Atlante di Schifanoia, a cura di Ranieri Varese, Modena, Panini, 1989, pp. 97-109.

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tessuti o nella rappresentazione pittorica o nella celebrazione letteraria. Tant vero che pi che alla reale architettura albertiana i pittori di Schifanoia ci sembrano maggiormente interessati alla coeva produzione mantegnesca, ovvero a quei tentativi di una grafica restituzione dellantico che punteggiano i codici ciriacheschi che in Padania diffonde soprattutto loperosa bottega veronese di Felice Feliciano. Ma teniamo presente che lo stesso Ciriaco de Pizzicolli, grande e riconosciuto cultore di antiquaria, fu a Ferrara ospite di Leonello nel 1449. Ma se queste referenze informano, a mio avviso pi precisamente delle indicazioni del trattato albertiano sullarchitettura ovvero di improbabili sue traduzioni grafiche, gli affreschi del Salone dei Mesi, il punto cui volevo pervenire precisamente quello che ho or ora indicato: nelledificazione di un generale mito urbano, nella mise en scne di una complessiva aspirazione di renovatio, limportante rivolgersi a codici linguistici e a tendenze espressive che sappiano coniugare al contempo il recupero dellantico (che diviene anche il modo per rivendicare un glorioso passato, spendibile pure in termini politici e di prestigio di una stirpe) e laffacciarsi di una nuova maniera, studiata nellimpostazione spaziale e ricca di convenienti decori. A questo debbono essersi rivolti, con esiti qualitativi in realt diversi e internamente discordanti, gli sguardi dei pittori dellOfficina: ed quanto ancora oggi noi possiamo riconoscere.