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Interfacce

Vito Francesco De Giuseppe

Collegare due sistemi tra loro, caratterizzati dalla


reciproca incomunicabilità causata dalla diversità dei
linguaggi utilizzati, dalla modalità utilizzata per
comunicare, da qualunque altro intoppo prevedibile e
non, costituisce la summa delle difficoltà che
un’interfaccia deve riuscire a risolvere nel suo
utilizzo.
Gli umani stabiliscono relazioni comunicando tra loro
e per far questo usano un linguaggio. Un cinese che
cerca, di parlare con un americano non è solo un
personaggio da barzelletta, ma nel Palazzo di Vetro
dell’ONU a New York, si chiama ambasciatore e con
indosso auricolari elettronici sofisticati (per materiali
usati e specifiche audio) si trova di fronte al problema
di dover essere compreso, così come lo stesso
ambasciatore americano si trova a fronteggiare
l’analoga difficoltà. Ecco quindi che spunta, negli
auricolari del delegato USA all’ONU, come per
incanto, una voce che traduce in tempo reale, real time
per gli anglofoni, l’antico idioma della terra del drago
in un perfetto inglese in cui a fatica si riconosce la
dolce inflessione dell’inglese parlato in Louisiana.
Il traduttore, persona in carne ed ossa, è una signorina
il cui cognome tradisce le chiare origini cinesi, ma che
ha vissuto gran parte della sua vita, compresi gli studi
universitari, nel sud degli Stati Uniti. La signorina
diventa così l’interfaccia tra il delegato cinese e quello
statunitense. Egli ascolta le parole dette dal cinese,
nella cuffia che indossa; il suo orecchio percepisce la

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struttura sonora e ne discrimina le frequenze; queste
diventano impulsi elettrochimici che sono trasferiti in
alcune aree del cervello che elaborano lo stimolo. In
questa sede, il cervello cioè, è svolta l’operazione di
traduzione dal cinese all’inglese, con tanto
d’inflessione particolare, quindi altri impulsi
elettrochimici sono inviati dal cervello a varie aree del
corpo umano che svolgono diverse funzioni e tra
queste, quella di produrre linguaggio.
Il linguaggio prodotto dalla traduttrice passa da un
microfono, diventando impulso elettrico che giunge
agli auricolari del delegato statunitense e da qui inizia
il percorso inverso.
Una domanda sorge spontanea: in tutto questo
bailamme d’impulsi elettrici o simil tali, di
motoneuroni che sono attivati, di laringi che vibrano,
di stapedii che si contraggono parossisticamente,
l’interfaccia qual è?
Semplice: il cervello della signorina che traduce e che
è in grado di svolgere in parallelo attività tra loro
diverse, ma topologicamente collegate.
Accorciare la distanza tra l’uomo e la macchina
sembra essere l’aspetto fondamentale dell’attuale
definizione d’interfaccia. Anzi tale distanza si
accorcia al punto da non esistere, da far coincidere la
macchina con l’uomo stesso e viceversa.
Interfacciarsi: entrare in relazione con, relazionarsi tra,
questo processo consente agli esseri viventi di
evolversi e di raggiungere nuove mete di sviluppo.