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INFORMAZIONE SCOZZESE

RICORDARE INNOVARE TRASMETTERE ORGANIZZARE

Editoriale Antenati Luoghi dello spirito Lessico scozzese Per una societ decente Crocevia Biblioteca ideale Archivi
NUMERO 9 SETTEMBRE - DICEMBRE 2013

EDITORIALE

DECOSTRUIRE PER RICOSTRUIRE


del Fr. Giovanni Casa, 33 M.A. Gran Segretario - Gran Cancelliere Aggiunto

Il cielo stellato sopra di noi e la morale nel cuore stesso di ogni uomo. Riassumendo la summa teologica e i sistemi filosofico-sociali, incrociando la Lux religiosa e i Lumi profani, la formula di Kant esemplifica lesigenza di universalit della ragione pratica e rafforza lidea della trascendenza e della verit universale. Cos lonnipotenza del Logos costruisce le istituzioni del sapere e del potere: chiese di pietra, che celebrano lillusione di uno spazio chiuso, intatto e protetto da ogni alterazione. In verit la tradizione, che si eredita, non mai univoca n trasparente e sfida di continuo linterpretazione. Scriveva Derrida che si eredita sempre da un segreto e questo segreto dice: Leggimi, se sarai mai capace. In tal senso, non si d capacit alla massoneria scozzese se non nella ragione critica. In tempi di crisi, quando nel conflitto delle interpretazioni i furbi dominano, occorre decostruire e potare lalbero della conoscenza, possibilmente senza segare il ramo sul quale si seduti. La scelta del sospetto e del confronto, con le credenze stimate indubitabili, non promette il paradiso in terra, ma indica coordinate e nuovi percorsi da intraprendere in un pensiero che sia allaltezza delle esigenze di senso: dei singoli e della societ. Nel timore che il cielo ci piombi sulla testa, alla ricerca di uno spazio vitale, occorre studiare la conoscenza in atto mentre riflette sulla complessit delle vicende umane: sulle frontiere e sulle frammentazioni, sui giovani e sui vecchi, sui libri e sulle biblioteche, su ci che resta del padre e su se stessa. Questo approccio decostruttivo figlio consapevole di una tradizione complessa, che affonda le sue radici nella crisi della razionalit moderna: fine della metafisica, eclissi della ragione, morte dello Stato-Nazione, caduta dei valori, fine del soggetto, individualismo narcisista, declino dellOccidente, disagio della civilt, Ma poich la cultura del sospetto rischia di produrre un atteggiamento impolitico e un semplice ritorno allantico appare insufficiente, per sostenere la ricerca di una verit che vada di l da una dichiarazione poetico-metaforico-estetizzante, la decostruzione non pu adottare una strategia regressiva di ritorno al mito o al moderno. La decostruzione pensa semmai alla capacit del mito e del moderno di dire qualcosa sullumano. Aspirando a una societ adulta, emancipata dalle voraci pulsioni adolescenziali e dai racconti per linfanzia, il gesto decostruttivo recupera un secondo livello di validit dei linguaggi utilizzati: cercando la relazione tra il soggetto e loggetto e dei soggetti tra loro, scopre significati nuovi e offre dei contributi indispensabili alla ragione ricostruttiva.
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Dapprima in filigrana e poi con maggior chiarezza, il problema della ricostruzione riemerge centrale nella nostra riflessione. Questo problema attraversa tutta la storia della filosofia e fonda la tradizione dei Cavalieri Scozzesi. Noi non sottostimiamo le difficolt dellimpresa, ma continuiamo a credere attuale questa ragione dessere. Buona lettura e buon lavoro a tutti.

Gino Severini, 1924

EDITORIALE

ANTENATI

Riabilitare la memoria contro lamnesia e contro ogni tentazione narcisistica di ripensare un passato di cui ci si sente eredi. Rinnovare criticamente.

RIPENSARE LEREDITA DEL PADRE. TELEMACO


del Fr. Roberto Gallassi, 31

In unepoca che, con la sua bulimia commemorativa ludica e superficiale, nasconde

quotidianamente lombra lunga della morte e, di fatto, eclissa il padre cancellando la memoria, che cosa significa essere figli e allievi, eredi di uneredit lasciata dalle generazioni che ci hanno preceduto e che dovremmo trasmettere alle generazioni che verranno? Se necessario costituire un patrimonio per domani, la tradizione qualcosa che si eredita per via genetica o che la memoria trasmette meccanicamente? Oppure leredit non una rendita che si trasmette, ma una riconquista? In ortodossia o in eresia, diventa indispensabile capire il rapporto genitori-figli e conoscere il padre: per accettarlo, amarlo, superarlo o per ucciderlo. Certamente il declino dellautorit sembra lasciare i figli senza orientamento alcuno n limite. Ci chiediamo allora chi sia la guida e cosa renda possibile la trasmissione del desiderio quale slancio vitale per una vita buona con e per gli altri. E possibile che una paternit indebolita, priva di qualsiasi aura teologica, sia comunque vitale, se fondata sul valore etico della testimonianza singolare? Edipo e Narciso, possibili modi di interpretare la figura del figlio, centrali nel mito e nel pensiero freudiano, non ci aiutano a rispondere. Edipo e Narciso non riescono a essere figli. Entrambi non accedono alla dimensione generativa dellerede che lessere figli comporta. Edipo vive la rivalit con il padre in un conflitto involontario e drammatico: sperimenta il padre e la Legge del padre come ostacolo alla pulsione. Narciso, ripiegato solo su se stesso, resta fissato alla sua immagine, con cui confonde il mondo e laffermazione edonista e sterile di s lo conduce verso labisso del suicidio. Per capire meglio e pensare la possibilit dellereditare e del riconoscimento del proprio essere figli, senza di cui alcuna filiazione simbolica possibile, ci aiuta il noto psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati. Recalcati, nei suoi scritti, ha individuato una nuova figura: essere figlio come Telemaco, che attende il ritorno del padre Ulisse, partito per la guerra di Troia. Telemaco guarda il mare e scruta lorizzonte: attende che la nave del padre ritorni per riportare la Legge nella sua isola espropriata e dominata impunemente dai Proci. La sua attesa-ricerca del padre non il rimpianto del mito padre-padrone, ma la speranza che vi sia ancore giustizia per Itaca. Se Edipo trasgredisce la Legge, Telemaco la invoca e testimonia la fede nellavvenire. La domanda di padre non la domanda di un modello ideale di potere e di disciplina, ma la domanda di testimonianza di un padre umanizzato e vulnerabile: Incapace di dire qual il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita pu avere un senso ed essere degna di essere vissuta. Telemaco licona del figlio: il figlio giusto, il giusto erede, prudente e deciso, di un padre che, silenzioso, triste e tenace, si prender cura del proprio figlio. Questa testimonianza trasmette il desiderio della vita da una generazione allaltra e tramite la Legge della parola rende possibile le Istituzioni e il vivere insieme. Telemaco ci indica il modo giusto di ereditare e cos emancipa la vita dalla seduzione fatale di
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una libert avvilita a pura volont di godimento. Scrive Massimo Recalcati: Siamo stati tutti Telemaco. Abbiamo tutti, almeno una volta, guardato il mare, aspettando che qualcosa da l ritornasse E qualcosa torna sempre dal mare.

Roberto Giusti, 2013

ANTENATI

I LUOGHI DELLO SPIRITO Luoghi straordinari in terre consacrate dalla storia. Invenzioni miracolose che cercano radici nella presenza del passato e nutrono memorie nellimmagine e in culti millenari. Appare vitale, nellindefinitezza degli spazi fisici, lesistenza di spazi differenti per scoprire laltro che in s.

PER lLA STORIA DI UN MITO. LA BIBLIOTECA UNIVERSALE


del Fr. Stefano Scioli, Maestro del GOI
ATTO I Tutto gi stato detto; ma poich nessuno ascolta bisogna sempre ricominciare. Andr Gide

Roberto

Calasso recentemente (Limpronta delleditore, Milano, Adelphi, 2013) ha ricordato in modo problematico un lungo servizio che Kevin Kelly sul New York Times Magazine dedica al futuro dei libri. Il senior maverick di Wired, approfondendo un argomento da tempo assai dibattuto, si sofferma su quello che ai suoi occhi sembra essere lavvio della realizzazione di un antico sogno: lannuncio di Google di voler scansionare (a partire dal 2004) i libri di cinque importanti biblioteche del globo terraqueo. In questo, dunque, Kelly intravede linizio di un agognato progetto: concentrare la conoscenza umana, vecchia e nuova, in un solo luogo, base concreta finalmente della biblioteca universale, archivio globale (e totale) dove nulla si perde dellumana cultura, del passaggio delluomo sulla terra. E non basta. La vera magia avverr quando grazie ai links e ai tags ogni parola in ogni libri digitalizzato verr sottoposta a connessioni incrociate, aggregata, citata, estratta, indicizzata, analizzata, annotata, rimescolata, riassemblata e intessuta nella cultura. Progetto interessante (nonostante le grandi difficolt operanti nellattuazione), e anche, nella sua componente utopistica, utile pungolo al perseguimento di unidea di contatto transculturale (e multiculturale) e di interconnessione dei saperi tra le diverse comunit del pianeta. Certo, si staglia sullo sfondo un pericolo, messo in luce da Calasso: La digitalizzazione universale dovrebbe alla fine fasciare la terra con una pellicola impenetrabile di segni (parole, immagini, suoni) e questo sarebbe non pi il Liber Mundi della mistica medievale, di Leibniz e di Borges, ma qualcosa di molto pi audace: il Liber Libri, lemanazione onniavvolgente che, a partire da una singola pagina digitalizzata, giunge a rivestire il tutto come libro unico. Il pericolo pu essere, per, anche un altro, a non voler considerare i rischi insiti nel potere di chi gestisce tali archivi, e che pu sottoporre a controllo la navigazione in essi. Se vero come vero che tesaurizzare informazioni su tutti gli argomenti, creando banche dati facilmente accessibili on-line fatto importante di diffusione culturale planetaria, resta valida la necessit di metodo indicata da Umberto Eco: Una cultura lanima, la memoria di una comunit, ci che si fatto, ci che si deve fare. La funzione sia della nostra memoria individuale sia, quindi, della nostra anima, sia di una cultura, non soltanto conservare, anche filtrare. Eco ricorda quindi la bella novella di Borges, Funes, o luomo della memoria: Funes ricordava tutto, ogni parola che aveva udito nella sua vita, ogni stormir di foglia che aveva sentito trentanni prima. Non aveva lasciato cadere niente. Ma Funes era un idiota,
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era incapace di pensare per eccesso di conservazione. La cultura gioca sempre su processi di conservazione intesi come alternanza di registrazione e di eliminazione, nonch di latenza, con la possibilit, alloccasione, di riattivare un sapere conservato.. ATTO II Tolemeo II, re di Alessandria, era un uomo amante del bello e delle lettere. Fond una biblioteca nella citt stessa di Alessandro [...] e la affid a un certo Demetrio Falereo, con lordine di raccogliere i libri che si trovavano in ogni parte del mondo. Con queste parole il vescovo Epifanio (fine IV secolo d.C.) descriveva le origini della mitica Biblioteca eretta nel Museo del palazzo reale di Alessandria. Secondo gli storici moderni, probabilmente la fondazione risaliva gi a Tolemeo I Sotere (322-283) sotto linflusso del peripatetico Demetrio Falereo (era idea accarezzata da Aristotele quella di una biblioteca universale). Ma fu Tolemeo II Filadelfo (283-246) ad ingrandirla sino a renderla la pi grande del mondo. Vennero raccolti manoscritti da tutti i paesi e tradotti in lingua greca. Dello sforzo di raccolta dei volumi da parte dei Tolomei indizio lo ricorda Luciano Canfora che al tema ha dedicato diversi importanti studi lesistenza di un fondo detto delle navi: risalirebbe allo stesso Filadelfo, il quale aveva ordinato che venissero ricopiati tutti i libri che per caso si trovassero nelle navi che facevano scalo ad Alessandria, che gli originali fossero trattenuti e ai possessori venissero restituite le copie. Tale concezione ecumenica aggiunge V. M. Strocka non corrispondeva soltanto al nuovo interesse scientifico universale, ma anche alla pretesa dei Tolemei di ripristinare lidea dellimpero mondiale di Alessandro il Grande. Nel III secolo la Biblioteca possedeva 490.000 rotoli, che dovettero accrescersi fino a 700.000. Con ogni probabilit, fu Tolemeo III Evergete (246-221) a fondare, poi, accanto alla biblioteca di palazzo, accessibile soltanto a una cerchia ristretta di persone, unaltra biblioteca, concepita come pubblica, nel cortile del Tempio di Serapide. Complesso il destino delle due biblioteche (ricostruito da Monica Berti Virgilio Costa, La Biblioteca di Alessandria. Storia di un paradiso perduto, Roma, Edizioni Tored) . Durante il soggiorno di Cesare ad Alessandria (48 a.C.) in un incendio del porto and distrutta una pi o meno cospicua (a seconda delle fonti antiche) quantit di libri: erano tenuti in depositi vicini al mare. Probabilmente la biblioteca venne danneggiata, se non dallincendio cesariano, durante il potere di Ottaviano, il quale nel 28 a.C. istitu una grande biblioteca nelle vicinanze del Tempio di Apollo Palatino in Roma. Ma per una distruzione bisogna aspettare il conflitto tra limperatore Aureliano (270-275 d. C.) e Zenobia di Palmira combattuto per le strade di Alessandria. Invece la biblioteca del Serapeo sembra aver superato la distruzione del Tempio di Serapide da parte dei cristiani, in lotta contro i monumenti dellidolatria (391 d.C. ) in quanto dalla tradizione araba si pu ricavare che sussistette forse fino allVIII sec. Anche la conquista araba di Alessandria (640) conobbe per ragioni di fede unulteriore distruzione dei libri conservati nellantica capitale tolemaica. il tema, purtroppo caro alla storia della civilt, quello della censura, della intolleranza, della violenza che si mostra anche nei roghi che nutrono dei pensieri delluomo trasmessi alluomo in forma di parola scritta. ATTO III (A mo di epilogo) Nella biblioteca di Babele (la Biblioteca che poi la semiotica postuler come Massimale?), Borges ci ricorda la misteriosa analogia tra la Biblioteca e lUniverso: luniverso (che altri chiama la Biblioteca) si compone di un numero indefinito, e forse infinito di gallerie esagonali con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere(lautore argentino confessava il suo debito anche verso il matematico racconto La biblioteca universale di Kurd Lawitz). In questa indeterminabile
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biblioteca-cosmo, dove glimperfetti bibliotecari ricercano invano il catalogo dei cataloghi solo una zona permette di dubitare della sua illimitata dispersione: nel corridoio uno specchio che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la biblioteca non infinita (se realmente fosse tale perch questa duplicazione illusoria?); io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano linfinito. . Eppure chiosa Andrea Tagliapietra (La metafora dello specchio, Milano Feltrinelli, 1991) lo specchio suggerisce alla finzione del racconto il paragone ardito con quel libro che sia la chiave di tutti gli altri: un bibliotecario lha letto, ed simile ad un Dio. Nello specchio sta tutta la biblioteca, e molto pi adeguatamente di un catalogo dei cataloghi o di libro dei libri, perch non una virgola va persa nella perfetta corrispondenza del riflesso: Anche nel pi piccolo frammento di specchio, nella goccia di pioggia che riga quel vetro, il tutto si riflette e si sdoppia nella prospettiva di una simmetria assoluta. Alladeguata duplicazione del mondo bisogner aggiungere la sua funzione primaria, vale a dire quella di includere nel mondo losservatore stesso: colui che guarda pu ora guardarsi. Lo sguardo che rispecchia il mondo prende avvio proprio dal suo originario autorispecchiarsi: uno specchio, il cui compito quello di riflettere altri specchi, che a loro volta ne riflettono altri ancora e cos via, allinfinito. La Bblioteca di Babele, questo interminabile reticolo di corridoi e di pozzi, si specchia in ciascuno dei bibliotecari e, daltra parte, la stessa biblioteca non che il riflesso di uno dei suoi bibliotecari E questo forse , alla radice, il senso di quellantico sogno di una biblioteca universale.
juan Gris, 1913

I LUOGHI DELLO SPIRITO

LESSICO SCOZZESE: LA SCELTA DELLE PAROLE E LE SUE SFIDE Affinch le nostre parole acquistino un

valore garantito contro linflazione banalizzante, le contraffazioni e le insensatezze del senso comune. Per nominare, nella quotidiana Babele, un presente frantumato, estraneo eppure invadente. Un dizionario, sia pure incompiuto, di libert e mutamento.

LEGGERE LIBRI
del Fr. Giovanni Greco, 18

Un libro un po come una casa: ha corridoi, sottoscala, cantine, abbaini, finestrine,

luoghi che non sempre si vedono con chiarezza, ma sono passaggi e fondamenta e fanno la costruzione. E nel luogo pi acconcio e propizio della sua casa l maneggia il timone, il capitano della nave, il lettore. Certo per far godere il lettore, quanto impegno e quanta passione c dietro, cominciando dagli antichi copisti: Nessuno sa quanta fatica ci voglia. Tre dita scrivono, due occhi scrutano. Una lingua parla, lintero corpo lavora. E naturalmente in prima battuta gli occhi hanno una funzione privilegiata, e considerando che un quarto della popolazione ha bisogno degli occhiali, Cartesio non si esime dallelogio degli occhiali: la prima immagine di una persona che legge raffigurata con gli occhiali risale al 1352, si tratta del cardinal Ugo di Saint-Chez ad opera di Tommaso da Modena. Ma poi la luce degli occhi si pu anche spegnere, come accaduto a numerosi lettori-autori da Omero a Milton, da Thurber a Borges: pi dei malanni della vita, pi della vita stessa, ci che conta la vitalit. Gli occhi, la vista certo, ma poi necessitano anche la lingua, la voce, perch vero che la maggior parte
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della lettura, con fare assorto, si svolge in silenzio, come al tempo degli scriptorium dei monasteri o degli amanuensi irlandesi, ma si legge pure ad alta voce, per se stessi e per gli altri, agli allievi e ai bambini, nelle case o nelle scuole per presentare e commentare poesie e testi classici della tradizione, dalla Bibbia a Rousseau. Fu durante la riforma protestante che si diffuse luso di fogli volanti da leggere in pubblico, nelle piazze, nelle sale delle sedi istituzionali, dai pulpiti delle chiese. Senza dimenticare la lettura sussurrata o appena bisbigliata, come in certi passaggi religiosi. Naturalmente si trattava di norma di uomini perch sappiamo bene che un tempo da queste cose, e da tante altre, le donne erano (e in parte sono ancora) escluse, tant che persino nei casi di una qualche apertura, si ponevano precisi paletti. Teofrasio sosteneva, per esempio, che alle donne bisognava insegnare solo ci che bastava per renderle brave massaie: un eccesso di cultura, a suo dire, trasformava la donna in una litigiosa, indolente e pettegola. Quantacqua sotto i ponti trascorsa da allora, dai tempi del cola et commata, basata sul respiro e sul senso, una sorta di punteggiatura ante litteram, che serviva per far capire al lettore quando doveva alzare o abbassare il tono della voce, che determinava la costruzione architettonica di un testo utilizzando una forma concentrica e i cosiddetti termini-uncino, con la ripetizione coordinata di alcune parole chiave allinizio e alla fine del testo, con la creazione di frasi parallele ad hoc, dalle tirature che nel quattrocento di norma non superavano le 250 copie, sino a quando nel 1848 la ditta Smith & Son inaugur nella stazione londinese di Euston, la prima edicola ferroviaria al mondo. Guardandoci attorno nelle case, nelle librerie, nelle biblioteche, nelle scuole, nelle strade, nei parchi, sui treni, si vedono i gesti e i comportamenti di migliaia di lettori, i loro vezzi, le loro modalit che sono spesso quelle che noi da sempre utilizziamo e che ci son divenute care e familiari. Quanti bambini, giovani, persone hanno idolatrato i libri e quanti sono i lettori a cui piace vederli, annusarli, accarezzarli, aprirli con cura, con discrezione e con devozione, soppesarne laspetto, osservare la grandezza dei caratteri, ammirare il grassetto, lasciarsi ammaliare dalle parole scritte in corsivo, valutare la grammatura della carta e il suo colore, ammirare le figure, interpretare i disegni, i colori e la consistenza della copertina. Quanti sono stati i genitori italiani che hanno donato ai figli i libri su san Domenico Savio, san Giovanni Bosco o sulla madonna di Lourdes, e poi la serie completa di Sandokan e le opere di Salgari, pensando e sperando che la lettura poi sarebbe potuta divenire la grande passione della loro vita, e godendo del fatto che i loro figli si erano assemblati nella tana dei loro libri, coccolati e catalogati ad uno ad uno. Quando negli anni sessanta usc in edicola, a dispense settimanali, di quaranta pagine, il venerd, a quattrocento lire, con la copertina verde, lenciclopedia Rizzoli Larousse, migliaia di persone in Italia la acquistarono, e fra esse tanti ragazzi che leggevano i fascicoli parola per parola, comprendendo solo anni pi avanti, dalla biografia di Di Vittorio, che quello era stato il modo, imparando i vocaboli, il significato delle parole e leggendo le enciclopedie, con cui il grande sindacalista si era conquistato con le unghie e con i denti la sua conoscenza, uscendo dallanalfabetismo. Come tanti leggevo nella mia stanzetta, seduto dietro una grande scrivania, immerso in paesi e mari lontani, ma il godimento pi alto, quasi irraggiungibile, era quando avevo la febbre, oh febbre adorata, ed ero obbligato e legittimato a stare a letto, e cos potevo leggere a sbafo, a pancia in gi, col libro sul cuscino, con le spalle coperte da genitori amorevoli. Che meraviglia leggere a letto, che rifugio fantastico, lunica scocciatura ogni tanto doversi alzare per andare in bagno, ma si sopperiva scegliendo uno dei passaggi meno intriganti del libro. Il letto era tutto, il racconto, lautore, i personaggi, i pensieri, i miei desideri, la pi viva partecipazione,
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e oltre il letto il mondo, il mondo degli altri, di quelli che non sanno e che non possono partecipare ed interagire. Come Alberto Manguel, lo straordinario autore di Una storia della lettura, uninfinit di lettori teneva allinizio i libri in ordine alfabetico per autori, ma poi hanno fatto associazioni per temi e problemi, a volte per cariche di angustie e di ripensamenti allorquando la collocazione di un libro era un po a mezzo fra due tematiche. Una volta pensai di risolvere il busillis comprando un altro libro uguale, ma poi compresi quasi subito che si trattava di un peccato grave, sottraendo soldini allacquisto di un altro testo non letto e non posseduto solo per linsipienza di non saper ben scegliere le parole chiave. I libri sono perci la vera casa di tanti, il grande rifugio, sotto una piccola tenda in un balconcino per ripararsi dal sole e dai disturbatori, il luogo di tante battaglie, di tanti proiettili e accoltellamenti, il luogo in cui alcuni si accucciano di giorno e il pensiero con cui si addormentano la notte, il luogo privilegiato dei sogni pi intimi. E una magnifica casa anche quella costituita da libri in cui si registra una garbata mescolanza di lingua e dialetto. Non casualmente, in relazione al dialetto lombardo, Cattaneo sosteneva: attraverso i cui suoni cordiali e schietti, si palesa gran parte della nostra indole, pi sincera che insinuante. E come dimenticare le pagine di Giuseppe in Italia (1949) di Giuseppe Raimondi, venditore di stufette, cos evoca la parola della sua mamma: Da mia madre mi fu trasmesso listinto delle cose, con la bocca di mia madre che ho appreso a parlare ancora oggi una parola non ha senso se non la pronuncio nella lingua di mia madre. Sono ancora le straordinarie parole in bocca a mia madre che danno corpo e immagini alle cose. Daltronde, Aldo Spallicci, Spaldo per gli amici, non aveva fra i tanti, deciso di operare nel suo dialetto-madre perch in esso mi trovo pi vicino allanima delle cose, al cuore delluomo, a Dio? Se vero che la storia della lettura la storia di ciascun lettore, che la storia della lettura una storia soggettiva ed unica, che cosa leggere per gli scozzesi? Leggere significa vivere, leggere per capire, per cominciare a capire, leggere come respirare. Leggere significa anche lavorare sui cadaveri riportandoli in vita, ritornare sui sentieri gi tracciati percorrendo nuovi cammini, consentendo ad ogni lettore di suonare lo strumento che ha imparato meglio ad utilizzare. Ma un libro stesso vivo o un cadavere, perch un libro muore quando non viene pi letto, e rinasce quando viene riletto, ed allora ritorna ad essere, ritorna a vivere, letto, riletto e meditato, torna a nuova vita. Che meraviglia allorquando un libro, nei secoli, ha decine di vite, vivificando una folla di persone ed attraversandone la loro esistenza. La lettura ha quindi una storia, al punto che non facile comprendere poi chi in realt il vero padrone, lautore o il lettore, ma certo che ogni cosa che si legge si fonda inevitabilmente su ci che si letto prima. E forse anche per questo si registra la superiorit del lettore su qualsivoglia lettura, dato il suo potere incontrastato di trasformare, trasfondere e contaminare. Qualche volta si incrociano nella vita dei libri cos carichi di meraviglie e di doni, che la gioia di averli incontrati talmente strabocchevole che si ha persino timore di andare avanti, di scoprire e di svelare, con la necessit di far riposare la mente e di far decantare gli accadimenti, tant che si procede adagio, come un cieco con un bastone, che indugia, che tasta, che compulsa, ma che poi va avanti spedito e sicuro quando ha individuato la via piana e senza insidie. Nel sesto secolo, di questi doni, santIsacco di Siria cos parlava: letture e preghiere mi colmano di delizia. E quando il piacere di comprenderli fa ammutolire la mia lingua, allora, come in un sogno, entro in uno stato in cui sensi e pensieri si concentrano. Allora incessanti onde di gioia mi giungono dai pensieri reconditi, sorgendo inaspettati e improvvisi a deliziarmi il cuore. Un bel libro, un libro del cuore, come un cofanetto talmente
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pieno che non si pu chiudere, con tutte le emozioni che traboccano e, per gli scozzesi, la lettura deve essere una lettura di qualit, che la sola che marca anche la dignit del lettore e dei suoi valori. Il trinomio lettura-qualit-dignit larco che lancia le persone verso il domani e non casualmente pagina dopo pagina che ognuno di noi tesse e disfa la tela della sua persona, senza dimenticare che nessuna lettura definitiva e che forse, perdonatemi, nemmeno la Bibbia una volta e per sempre.

Jonathan Wolstenholme, 2004

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LESSICO SCOZZESE

PER UNA SOCIET DECENTE Il problema non di realizzare la societ giusta, ma piuttosto la societ decente. Decente la societ le cui istituzioni non umiliano le persone. (A. Margalit)

GIOVANI E VECCHI: RIDEFINIRE LE ETA DELLA VITA


del Fr. Giovanni Casa, 33 M.A., Gran Segretario Gran Cancelliere Aggiunto

A ben vedere, la giovinezza non let in cui bello vivere, ma let che si sogna

quando si perde la memoria. Perch quando il presente, immediato e ipertrofico, ecclissando il futuro diventa purgatorio, non vi altro paradiso che quello perduto. Come sovente accade agli ultrasessantenni, amnesici e nostalgici, sfogliamo in solitudine lalbum dei ritratti di famiglia, ove sono tutti il figlio e il vecchio di qualcuno. E scopriamo, con malinconia, che il moto del tempo non disincarnato ma incarnato nella condizione umana, per et e per generazioni. Scopriamo che nellarco della vita si passa continuamente da unet allaltra tra rivolta e rassegnazione, ma si fa parte della stessa generazione. Le generazioni, come unimpronta del tempo, sono la memoria di un evento storico maggiore, di fatti sociali, di un paradigma culturale e di fluttuazioni economiche che, a ogni generazione, offrono ineguali occasioni di riuscita. E, come le generazioni, anche le et della vita sono una variabile. In societ ed epoche diverse, come allinterno di una stessa societ, i confini delle classi det sono variabili tracciate dalle trasformazioni demografiche, economiche e culturali: natalit, mortalit, differenze di genere, attivit produttive, diffusione della scolarit di massa. Dalla prima infanzia alla decrepitas, lultima et delluomo che coincide con la venuta del Signore, un fortunato schema agostiniano distinse sette cicli, come estensione dei giorni della creazione. Dal medioevo al novecento questo schema si articol in vari modi. Poich i tempi storici e i tempi biologici non sono quasi mai sincronizzati, si fu adolescenti a quindici e a trentanni, vecchi a quaranta e a novantanni. In base allet si decise chi deve studiare, guidare, votare, armarsi, sposarsi; chi deve lavorare, chi deve smettere di lavorare. In tal modo let divenne un criterio di giudizio primario che categorizza le persone, segna le relazioni e pervade ogni aspetto della vita sociale. Tuttavia datare le
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et delluomo, tanto difficile quanto il tentativo di datare le et del mondo. Anche lorologio atomico e lorologio gravitazionale non sembrano sincronizzati: la terra dei geologi e dei paleontologi sembra pi vecchia di quella dei cosmologi. Nellattesa che lipotesi dellesistenza di pi tempi, suggerita da alcune teorie cosmologiche, trovi conferma, tre sembrano i modi del tempo in cui vive e agisce luomo: presente, passato e futuro. Le tre dimensioni del tempo, in cui si svolge la vicenda umana e a cui nulla sfugge, definiscono un insieme incerto: un presente reso precario dai bisogni immediati, condizionato da istinti innati, alimentato dai fantasmi di esperienze passate e dalle speranze di costruire lavvenire. Grazie alla capacit di acquisire conoscenze e di trasformare il mondo con la tecnica, lessere umano diventa competente e artefice del proprio sviluppo storico; crea un mondo, quello della cultura, che leducazione sincarica di trasmettere: istituzioni, arti, scienze, tecniche. Ogni sistema di conoscenze, capace di elaborare nuovi significati e nuovi testi, struttura tratti di appartenenza identitari: capaci di unificare popoli e gruppi in culture e sottoculture di massa. Nel terzo millennio, di fronte alla diversit delle culture umane, lidea di multiculturalismo, che aspira a risolvere i problemi adattativi e considera la variet un bene prezioso da proteggere, spesso fonte di malintesi. Si ricerca il difficile equilibrio tra mondializzazione e balcanizzazione, tra laspirazione universalista e il rischio della deriva autoreferenziale, tra il diritto naturale e il diritto canonico. Un espediente cognitivo, atto a ridurre controversie e confusione, consiste nel cercare invarianti culturali o, per meglio dire, leggi semplici di organizzazione dello spirito umano che rendano uguali e diversi. Ma per eccesso di generalizzazione e di semplificazione si generano spesso stereotipi, pregiudizi, discriminazioni. Dalla testimonianza di Abramo al racconto di Freud, tra il sacrificio della vita ai mostri paterni e lassassinio del padre, tra rassegnazione e rivolta, lio si dissocia pi volte. Il fatto che, a unanalisi pi attenta, let appare un dato biologico socialmente manipolato e manipolabile, con differenti stadi di sviluppo affettivo, cognitivo, sociale. Nelle societ tradizionali le classi di et sono codificate in statuti particolari, di obblighi e di privilegi, e sono divise con rigore da riti di passaggio, religiosi e profani. Nelle societ liquide post-moderne, al contrario, le classi di et tendono a confondersi. In particolare, il prolungarsi degli studi incentrati sulla preparazione a un lavoro incerto, il ritardato inizio dellattivit lavorativa e della vita di coppia, rende la vita adulta immatura e senza modello, pi sfumato e lungo il tempo della giovinezza. Quando lesistenza adulta appare mediocre, senza rilievo n privilegi particolari, restare giovane, senza farsi carico del mondo, diventa lideale dellesistenza umana. In tal modo, se nelle societ tradizionali un adolescente in rivolta si trasformava in un adulto precoce, nella societ liquida una giovent senza rivolta porta a un mondo senza adulti. E di una nuova giovinezza cominciano a sognare i pensionati stessi: quelli benestanti in isole felici. Ma nulla ricomincia come prima. Il rischio che il domani non sia un altro giorno; ma lo stesso di oggi, in peggio. Laccesso ai consumi e il ricorso allesperienza non bastano, quando linvecchiamento allunga il tempo di reazione, riduce la capacit dattenzione e la memoria a breve termine. Se vero che il declino dellintelligenza imputabile alla mancanza desercizio, la capacit di risolvere i problemi richiederebbe un cambiamento delle strategie cognitive. E questo cambiamento reso difficile dalle tecnologie sempre pi nuove. Le competenze acquisite sembrano ostacolare quelle da acquisire. Un bambino sembra meglio attrezzato di un adulto. Lavvento delle nuove tecnologie - Internet e telefonia mobile mette in crisi le vecchie appartenenze e ne inventa delle nuove: nel tempo di una connessione permanente senza limiti, lattivit degli internauti modella il quotidiano e, come in un caleido14 PER UNA SOCIET DECENTE

scopio in rotazione, il disordine attualizzato in permanenza. Si crea un mondo nuovo senza spazio; una nuova condivisione della conoscenza; un nuovo rapporto col sapere e con lautorit; nuovi legami a bassa intensit, sociali e solitari insieme. Per questo lesperienza digitale non virtuale ma reale: perch trasforma tutto, anche lidea che ci facciamo della vita. Tuttavia se la memoria diagonale, potenziata dagli algoritmi prodotti dai sistemi, consente di risolvere problemi che altrimenti non avremmo mai risolto e colma la frattura operata dallinvenzione della scrittura cinquemila anni prima di Cristo, lombra digitale lasciata dal passaggio nella rete non sfugge a calcoli che ci rendono visibili e vulnerabili. Cos, dopo la decostruzione salvifica di ci che opprime la libert individuale, di nuovo si allontana il tempo della ricostruzione di nuovi collettivi. Connesso e bionico, lessere umano continua a essere solo e nessun avanzamento tecnico o scientifico, nessuna ideologia giovanilistica o gerontocratica sembra venire a capo di questa solitudine. La sfida vivere insieme e, in questa nuova forma della condizione umana, per una societ decente, occorrerebbe inventare una nuova gestione delle diversit di et. Sarebbero le qualit, le competenze, le energie e non let, a definire il ruolo di ciascuno? Studiare la conoscenza in atto mentre riflette su se stessa: diventa questo limpegno ineludibile del massone.

Rembrandt, 1628 - 1640 - 1658 - 1669

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CROCEVIA Arte, religione e politica. Scienza e tecnica. La storia

dei rapporti tra gli uomini incrocia la storia dei rapporti tra gli uomini e le cose. E in questo crocevia sinfrange ogni concezione rettilinea del pensiero umano.

FRONTIERE: IL GIGANTE E LOMBRA


del Fr. Edoardo Ripari, Maestro del GOI

In principio era la pelle. Gli animali non sufficientemente cheratinizzati (la corazza

naturale prerogativa di pochi!) hanno necessit di difendere il proprio territorio tracciando nicchie ecologiche: gli uccelli, ad esempio, utilizzano segnali sonori o visuali; il mammifero, invece, ricorso allolfatto: scie di urina o feci marcano unappartenenza, minacciano un non plus ultra e nello stesso tempo lasciano il ricordo di un recente transito, sfruttato dal predatore nella caccia. Il mammifero uomo, pi complesso, si spinto oltre: privilegiando le diversit pi disparate (dalle alimentari al vestiario allarchitettura; e la religione ha scavato un solco pi profondo per accentuare questi segni di limitazione), si costruito corazze artificiali, ha tracciato frontiere, ha innalzato muri. una costante antropologica: Il cyberspazio e le prodezze dellintelligenza collettiva non nocciono allistinto di demarcazione, osserva Debray nellilluminante Dio, un itinerario. Linea di confine di uno Stato; di distinzione, di separazione. Varco. Limite estremo, punto di massimo sviluppo. Coniato nel XIII secolo, il termine frontiera (dal francese frontire, derivato da front: il fronte stabilito da un esercito) ci ricorda le sue origini militari anche dopo aver mutato campo semantico: dal bellico al politico. Ci ricorda,soprattutto, che la guerra comunque continuazione della politica, con altri mezzi. Anche nella sua accezione di territorio scarsamente e recentemente colonizzato (il lontano West) ci rivela la sua sostanziale ambiguit. La stessa che il cinema statunitense, nella sua drammatica evoluzione, ha rappresentato: da Anthony Mann a John Ford in cui la frontiera limite e ideale, confine che difende dalla barbarie e preserva il giardino, con il suo ethos e il suo nomos, e insieme nasconde o giustifica il genocidio necessario allecosistema dellhortus conclusus al mucchio selvaggio di Sam Peckinpah scomparsa la frontiera, non resta che il massacro allinterno dellhortus; o la noia mortale della pornografia: i Lonesome cowboys di Andy Warhol chiudono la rassegna. Nellera della globalizzazione essere di frontiera si identifica con lessere senza frontiere. In tanti hanno cantato vittoria; a mullah antioccidentalisti e anticapitalisti di turno avrebbe gi risposto Daniel Cohen con La mondialisation et ses ennemis. Eppure le divisioni fisiche, culturali, simboliche continuano a frammentare le umane societ. Con limplosione dellUnione Sovietica, anzi, si sono aggiunti altri ventisettemila chilometri di frontiera ai duecentoventimila gi esistenti nel mondo. N si smesso di innalzare muri: la stessa Europa territorio santuarizzato nelle parole di Alain Morice e Claire Rodier ha abbattuto il muro di Berlino solo per rialzarlo, col cemento armato del trattato politico, lungo la frontiera di Schengen; e cos la lotta contro lemigrazione illegale diventata lotta contro lemigrazione tout court: il mare nostrum diventato mare mortuorum (la stima al ribasso di questa ecatombe ignorata parla di sedicimila migranti sommersi dallacqua simbolo delle origini e della vita! mentre cercavano di raggiungere dallAfrica il Vecchio Continente). La frontiera ritorna
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al centro dellattenzione. Soprattutto quando assume il freddo aspetto del muro. Il 10 luglio 2013 Kai Wiedenhfer, fotografo quarantasettenne tedesco che ha passato gli ultimi sette anni a fotografare i muri del mondo, ha inaugurato la sua ultima mostra fotografica (nuovo successo del crowdfunding contro le barriere della burocrazia): Wall on wall. 36 foto di sei metri per nove, affisse sulla East Side Galley (il lato del muro di Berlino che affaccia sulla Sprea), ci parlano di religione e nazionalismo, di oppressione e desiderio di libert. Possiamo osservare in gigantografia le peace-lines di Belfast, grazie alle quali lesercito britannico ha controllato i movimenti di protesta nordirlandesi; le barriere di Baghdad, simbolo di guerra, invasione, laceranti divisioni tra la popolazione irakena; il confine tracciato fra le due Coree: spaccato della pi assurda metafrontiera, per dirlo con Michel Foucher, complesso sistema di linee di difesa, di luoghi turistici e simbolici, spazio frastagliato (frontiera metamorfica) e ipermilitarizzato dove innumerevoli pannelli invitano alla pace e alla riconciliazione dietro locchio vigile e minaccioso di soldati armati. Ai loro lati: negozi di souvenir e merchandising. Disneylandizzazione della frontiera. N pu mancare Israele e il suo muro: paradosso di un popolo fedele alle sue origini di marciatori del deserto che non riconoscono alcuna frontiera come definitiva ( assente per laltro muro: quello di Gerusalemme, quello del pianto, altrettanto paradossale rappresentazione dellIllimitato. Il pastore del deserto ha osservato Debray non ha risolto il suo dramma conclusivo: scomparire o arrendersi, vale a dire affrontare la frontiera). La crisi economica mondiale iniziata nel 2008, col suo portato di insicurezze, angosce, paure e teorie della cospirazione, ha mutato anche il nostro rapporto con certe terminologie diventate desuete. I campi semantici spostano di continuo i loro confini. Mentre economisti e dirigenti politici non esitano pi a pronunciare la parola demondializzazione (Qui a peur de la dmondialisation?, si chiesto Frdric Lordon in un articolo apparso su Le Monde diplomatique), resa tab da anni di esasperato liberoscambismo, e mentre il vecchio fantasma della dogana viene evocato come barriera protettiva contro la delocalizzazione, anche la frontiera torna a offrirci tutta la sua ambivalenza. La stessa cui accennava Aim Csaire in una lettera a Maurice Thorez del lontano 1956, ricordando il nostro rischio di perderci per segregazione, dietro il muro del particolare, o per diluzione nelluniversale, e altres la possibilit di ritrovarci grazie alla pienezza di unidentit disposta ad accogliere in s laltro da s. Cos Edouard Glissant ha focalizzato il problema rivendicando il diritto dei popoli a difendere le loro differenze e parimenti a esercitare la libert di oltrepassare ogni frontiera: non c frontiera che non si oltrepassi. la tesi abbracciata da Jean-Pierre Vernant in un pi recente libro (Senza frontiere. Memorie, mito, politica) che offre al lettore un suggestivo parallelo fra lepopea omerica e lazione nella Resistenza militare francese: in questo elogio della vita breve, dellideale eroico e della bella morte, in un continuo scambio tra passato e presente, tra mithos e logos, arcadia e lotta politica, la tesi conclusiva rimarca la necessit di varcare ogni volta la frontiera; non per cancellarla, ma per evidenziare le caratteristiche di ci che essa separa. Accanto ai Titani, ai Golia, o ai malvagi Nephilim-Anunnaki, tornati di moda nel cospirazionismo apocalittico, esistono una mitologia e un folklore popolare in cui domina il ricordo del gigante buono (anche il superbo Anteo del resto, lievemente, aiuta il pellegrino Dante a raggiungere il fondo che divora / Lucifero con Giuda): grazie alla sua statura, infatti, il gigante vede i due lati della linea di separazione, le due realt che i muri dividono, e per questo riesce a comprenderle e a guardarle con superiore tolleranza, auspicando magari un loro incontro di l dal muro per un confronto e un arricchimento reciproco che non ne snaturi i tratti peculiari. Chi ha oltrepassato la so17 CROCEVIA

glia del tempio, chi ha osservato la volta stellata che fa da tegumento alle sue mura non finite, deve adottare la prospettiva del gigante. E, consapevole della necessit e dellambivalenza della frontiera, la paragona altres allombra. Il sapiente Salomone ha immaginato la Sulamita seduta allombra di colui che aveva desiderato e Giordano Bruno ha scorto in questa immagine unallusione alla perfezione delluomo e alla conquista del miglior stato che pu avere in questo mondo. Sedere nellombra, in effetti, non significa essere nella tenebra, ma nello spazio intermedio di chi, nella tenebra, aspira alla luce, partecipando delluna e dellaltra. Luomo si trova ad essere sotto due specie di ombra: lombra cio della tenebra e come dicono della morte, che si d [] quando lanimo si racchiude nei limiti della vita corporea e del senso, di tutto ci che sottoposto a mutazione e falsificazione; e lombra della luce, che si d quando le potenze inferiori si fanno dominare dalle superiori, che aspirano ad oggetti eterni e pi alti, come accade a chi sinnalza al cielo []. In un caso lombra che si pone nelle tenebre, nellaltro lombra che si pone nella luce. Liniziato allora, che lotta per scavare profonde e oscure prigioni al vizio, deve sedere nellombra che conduce alla luce e che, per quanto non sia verit, discende tuttavia dalla verit e si protende verso la verit. Questombra infatti, che prepara locchio alla luce, non racchiude lerrore, ma il celarsi del vero. Proprio come la buona ombra, la frontiera buona, quella riconosciuta, davvero il miglior vaccino possibile contro lepidemia dei muri.
Vermeer, 1668

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LA BIBLIOTECA IDEALE Per far vivere libri senza i quali difficile pensare il mondo. Rigorosa e ludica. Definitivamente provvisoria o provvisoriamente definitiva.

UN MANTELLO VARIOPINTO
del Fr. Marco Veglia, 30

Secondo unantica leggenda, il cavaliere Martino, temerario uomo di frontiera nato in

Pannonia, ai confini dellImpero Romano, e col grado di circitor addetto alle ronde notturne, tagli con la spada il suo mantello per condividerlo con un diseredato. Per chi, come lui, le radici le aveva scelte - prima milite cresciuto alla scuola paterna del culto della cavalleria, poi monaco e infine vescovo di Tours - , la patria si scorgeva attraverso la criniera del destriero: ovunque il dovere lo chiamasse. Il dovere, come il cavallo, era mobile e progressivo: si muoveva di soglia in soglia. Il mantello che copriva e che insieme distingueva Martino poteva anche coprire un indigente sconosciuto: la stoffa era bastevole per entrambi. Fino al libro di Michel Serres (Il mantello di Arlecchino) non abbiamo mai saputo di quale colore ideale fosse la cappa di Martino. Di certo, il Cavaliere sembrava consapevole, allora come oggi, di vivere nel cuore di una collettivit composta da svariate religioni, lingue, provenienze e consuetudini, che stanno una accanto allaltra, incarnate negli uomini che le professano, magari nascosti a una svolta del sentiero o, anche, fuori dalla porta di casa. Del resto, luniversale, secondo Serres, nidifica nel particolare. Leterno nel contingente. LIdeale, o lInfinito, nel dettaglio, nellorticello variopinto che lambisce il giardino, policromo e babelico come lumanit e il globo che la ospita. Senza il pungolo della siepe, che cosa mai avrebbe pensato e scritto Giacomo Leopardi? Senza un acuminato e spirituale senso del limite, quale libert? Nel volume che ne resta il capolavoro (Il mantello di Arlecchino. Il terzo istruito: leducazione dellet futura, trad. it., Venezia, Marsilio, 1992), Michel Serres ha cercato di superare il radicalismo agonistico delle posizioni contrapposte (tertium non datur), con la coscienza prensile di una terza via, sorprendente, spiazzante, diagonale. Se, in effetti, nel mondo globale, come pure nello sguardo cosmopolitico che ne decostruisce i percorsi e i linguaggi, non esistono pi polarit irriducibili, tutto , nei termini profetici del libro di Serres, terziet, dove la griglia ortogonale dellesprit de gometrie cede ai percorsi arabescati dellesprit de finesse: una visione universale, mobile, duttile, cerca sempre un punto mediano, che tenga unite le diverse entit in gioco, fuori dai confini nazionali o dalle anguste appartenenze. Quando un uomo passa a nuoto un fiume largo o un braccio di mare, come un autore o un lettore leggendo o scrivendo attraversa un libro e lo termina, arriva un momento in cui oltrepassa un asse, un mezzo, distante in ugual misura dalle due rive. Una volta adottato il criterio della terziet consapevole, tutto cambia: dopo quel mezzo, a ben vedere, v da interrogarsi: continuare diritto o ritornare indietro sono forse la stessa cosa? Prima di quel punto, al di qua di quellistante, il campione non ha ancora lasciato il suo paese dorigine, mentre al di l di esso, lesilio al quale si destina gi lo sommerge. Filo commovente, sottile ed esile come un crinale, questa soglia decide del viaggio e di ogni apprendimento, di cui questo luogo raro si nota appena, cos astratto da apparire inesistente, eppure cos pregnante e concreto da estendere la sua natura e quasi il
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suo colore alla totalit del tragitto che sta tutto nel superamento di quella soglia. Eppure, un tale milieu non affatto vuoto: esso semplicemente la realt, terza rispetto al dialogo, allincontro o allo scontro fra due identit (la Verit, nel Secretum di Petrarca, vigile e silenziosa nellassistere al dialogo fra Agostino e Francesco, si coglieva appunto nella sua terziet). Di l o di qua, in altre parole, dalla diffrazione interpretativa cui pu fatalmente condurre, essa, la Realt, oggettivamente esiste perch, nella certezza empirica dei nostri processi comunicativi, esiste una terza via: nella fattispecie, la terza persona singolare (egli , esso , ella ), la quale, appunto, rispecchia lesistente, certifica lIdeale, abbraccia lo spazio e la corrente, accoglie lAltro, oltrepassa la dialettica della prima e della seconda persona singolare (mentre, al tempo stesso, concretizzando lastratto e sublimando il concreto, ci consente di riconoscere non solo il singolo Altro, ma laltrui coralit: essi, esse, loro). Non pare poco: lUomo e lUmanit sono terzi, rispetto alle prime e seconde persone, singolari e plurali. Inscritta nel nostro linguaggio insomma la certezza radicale, rigorosamente terza, che impedisce a un tempo la superbia delle identit in competizione e la sterilit del relativismo. Se Dio stesso, per esprimere la propria intima vita di relazione, ha avuto bisogno della Trinit, di un terzo elemento che lo Spirito di Verit, come il Terzo Stato Altro dallaristocrazia e dal clero perch vive della relazione fra i due, non meno del Terzo Mondo che lAltro bilicato fra Occidente e Oriente, allora tutto ci che solidamente vive terzo, non io n tu, il punto nel quale si transita fra vertici contrapposti. La nostra identit, che si definisce in questo processo di continua triangolazione, corrisponde perci a quella di un corpo mischiato: costellato, macchiettato, zebrato, tigrato, ocellato, come il mantello di Arlecchino: il meticciato la condizione di vita della realt della quale siamo parte. E le terze persone, strutturate nella nostra capacit linguistica, ci assicurano della presenza oggettiva della realt. Non finta, non immaginaria, non indifferente. Tra ragione scientifica e ragione analogica, tra scienza e umanesimo, esiste e simpone una terza istruzione, che prenda atto di quellibridismo e lo sollevi dal piano contingente a quello ontologico. La Massoneria di Rito Scozzese, scandita nei suoi multipli di tre, ciascuno dei quali essenziale senza essere definitivo, pare esserne oggi una delle migliori e pi compiute espressioni. La moltiplicazione della perfezione moltiplicazione della terziet. Se le scienze umane si spengono, se esse non formano pi, da sole, gli uomini del Terzo Millennio, ci accade perch non pu esservi ormai una compiuta formazione senza la scienza, senza la storia della scienza e senza la tecnologia, che a loro volta richiedono poi, per essere degne delluomo, le culture, i miti, le arti, le religioni, i racconti, la filosofia: il tutto, con la ragione desta, con gli occhi vigili, ma con lanima fervida di utopie. Cristo non teorizzava, raccontava storie, concepiva racconti, si dilettava in parabole. E il mondo cambi. Noi, scrive Serres, pensiamo e sappiamo. Ebbene? La scienza stessa incontra la cultura quando si incarna, quando incontra il male e la povert, quando si cimenta con lirrazionalit dellingiustizia e la sorpresa del bene e della gioia. Come, di nuovo, accadde a Martino, quando divise col povero il suo ibrido mantello e si ritrov, e fu, cresciuto in perfezione. Il Cavaliere autentico, non meno della autentica ragione che lo regge e governa, pensa la scienza e scruta nei miti, nei racconti, nellarte, costruisce ponti, traccia linee trasversali, non si appaga del proprio codice deontologico ma si tiene al passo (trotto, galoppo o corsa che sia) con la realt: fa della cultura, che abbraccia scienza e religione, non un ornamento ma una condizione del proprio percorso: senza dilettantismi, ma con lo sforzo gioioso di acquisire quella terza istruzione che consente di declinare il linguaggio premoderno dei propri rituali
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nelledificazione progressiva di una civilt futura. Ma, questa, con quale mente pensarla? Esiste solo una ragione autentica, scrive in proposito Michel Serres. Essa rischiara e mobilita secondo due forme: senza la prima, chiara, la seconda sarebbe irrazionale; ma senza la seconda, calda, la prima sarebbe irragionevole. A pari distanza dalle due, il terzo-istruito generato dalla scienza e dalla piet: seguace e testimone di una conoscenza pacificata, di una vera saggezza. Nei propri rituali, come in tutto ci che conosce, egli cerca e ama un racconto, un percorso, un passaggio, non uno specchio. Leggendo, interpretando, chiosando, ascoltando i rituali con la matita in mano (pronto a farli dialogare fra loro, a smontarne il lessico, ad auscultarne linvarianza nella mutevolezza dei percorsi), il Cavaliere ragiona sulle parole proprie ed altrui: Votati alla ricerca della verit, aggiunge ancora Michel Serres, non vi perveniamo sempre, se e quando ci arriviamo, con analisi o equazioni, esperienze o evidenze formali, ma con la prova, talvolta, e, quando la prova non ci pu giungere, che ci vada il racconto, se pu. Come la religione, cos il Rito, nato dalla cultura scientifica e dalla sete di rispondere alle ragioni del cuore umano e alla sua ansia di giustizia, testimonia la terziet inclusiva e diagonale dei miti, delle favole, degli apologhi istruttivi, considera le verit multiple come tanti racconti da godere e da interpretare nel vario, multicolore campo della realt, indugia sulla scienza e sul mito, interessato pi al problema del significato che a quello, sfuggente, della verit. Si potrebbe mai, detto in altro modo, essere perfetti Cavalieri Scozzesi, oggi, senza seguire la via mediana e terza, ovvero senza il cavallo, delleducazione? Tertium datur. La strada per il futuro passa anche attraverso un mantello e unoccasione imperiosa di conversione, come insegna la favola antica di Martino. Un mantello variopinto.
Picasso, 1901

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INFORMAZIONE SCOZZESE una pubblicazione periodica a cura del Supremo

Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato. La rivista prende forma in Internet e pu essere consultata sul web, stampata integralmente o per singole pagine, scaricata e salvata in formato pdf. Tutte le pubblicazioni, quadrimestrali, saranno sempre disponibili nel tempo sia per la consultazione a video sia per la stampa. Le lettere alla rivista e i manoscritti degli Autori dovranno essere inviati online tramite il caporedattore (giovanni.casa@ritoscozzese.it).

Contributi di:
Fr. Giovanni Casa, 33 M.A., Gran Segretario Gran Cancelliere Aggiunto Fr. Roberto Gallassi, 31 Fr. Giovanni Greco, 18 Fr. Edoardo Ripari, Maestro del GOI Fr. Stefano Scioli, Maestro del GOI Fr. Marco Veglia,30

Direttore Responsabile Fr. Fernando Solazzo, 33 M. del Ruolo dOnore Caporedattore Fr. Giovanni Casa, 33 M.A., Gran Segretario Gran Cancelliere Aggiunto Progetto Grafico Fr. Roberto Giusti, 18 23