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C.

Marchini Lezioni di Epistemologia e Storia della Matematica I/2

Il problema ontologico della Matematica


Lezioni di Epistemologia e Storia della Matematica I/2 Carlo Marchini

1. Il Principio di ragione sufficiente (prima parte). Il problema ontologico risale ai primordi della speculazione filosofica e scientifica. Il termine per moderno, essendo stato introdotto nel 1729, da C. Wolff (1679 - 1754), col testo Ontologia sive Filosofia prima. Col termine Ontologia si intende indicare la scienza dell'essere in generale; essa, come dice il titolo del testo di Wolff, corrisponde a quella ricerca dell'essere in quanto essere che Aristotele aveva assegnato alla cosiddetta "filosofia prima", che dai seguaci di Aristotele viene indicata col termine Metafisica, ed alla ricerca su Dio. Wolff identificava l'Ontologia con la metafisica generale, preliminare alle tre scienze metafisiche per eccellenza: la psicologia razionale, la cosmologia razionale e la teologia razionale. L'impostazione wolffiana diversa da quella classica in quanto il filosofo tedesco era ispirato nella sua sintesi alle idee di Leibniz per cui il possibile viene prima del reale, sicch col termine ente (participio presente del verbo essere) si indica ci che pu esistere, prescindendo dal fatto che esista o meno. L'esistenza assume il ruolo di complemento della possibilit. Da queste premesse le basi dell'ontologia non sono date dalla concreta esistenza, ma dal Principio di non contraddizione e dal Principio di ragione sufficiente. Leibniz aveva formulato tale principio e ne aveva colto la presenza anticipatrice in vari momenti della storia del pensiero. Ad esempio nell'idea di Archimede che se si posano due pesi eguali, su due piatti di una bilancia a due bracci, non c' ragione che uno si abbassi e l'altro si alzi. Analogamente (e questo ha grande rilievo nel calcolo delle probabilit), se si lancia un dado equilibrato, non c' ragione per cui debba uscire una faccia con maggiore frequenza delle altre. Nella Monadologia, Leibniz afferma che niente pu esistere o accadere, e nessuna proposizione essere vera, senza una ragione sufficiente perch sia cos, anzich altrimenti. Dunque l'esistenza degli enti ricondotta alla applicazione di tale principio: un ente esiste, almeno in senso potenziale, dato che non ci sono ragioni contrarie alla sua esistenza.

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2. Condizione necessaria e sufficiente. L'idea di ragione sufficiente, entrata di peso nella Matematica, invece che come ragione, come condizione. E da questa terminologia filosofica che si traggono le condizioni necessarie e le condizioni sufficienti, distinguendo tra le due. - Sono sufficienti le condizioni che determinano una conseguenza, - sono necessarie quelle che forniscono una spiegazione completa del fatto. Un esempio dato dall'enunciato un teorema di analisi tratto da un testo di Tonelli: Condizione necessaria e sufficiente perch una funzione f: [a,b]
continua in [a,b] e strettamente monotona. abbia funzione inversa continua che f sia

Oggi sui libri pi aggiornati facile incontrare: Data f: [a,b] , la corrispondenza inversa f^ una funzione continua se e solo se f continua in

[a,b] e strettamente monotona. E' poi possibile sostituire la locuzione se e solo se, che potrebbe essere oggetto di un ulteriore approfondimento, sul significato di solo in essa, con la doppia implicazione: Se la corrispondenza inversa f^ una funzione continua, allora f continua in [a,b] e strettamente monotona; se f continua in [a,b] e strettamente monotona, allora la corrispondenza inversa f^ una funzione continua. Scritto l'enunciato del teorema in questo modo pi "asettico", la prima affermazione da provare la cosiddetta condizione necessaria, la seconda quella sufficiente. Solo che ora non chiaro per cosa sia necessario e a cosa sia sufficiente, dato che si tratta di due dimostrazioni distinte. Laffermazione che Condizione necessaria e sufficiente perch una funzione f: [a,b] monotona che la corrispondenza inversa f^ sia una funzione continua. un risultato dimostrabile, date le propriet della doppia implicazione e in questo modo si evidenzia che il ruolo della necessit e della sufficienza non "intrinseca" nel fatto analizzato, ma dipende solo dalla presentazione verbale dello stesso. Meglio ancora trovare condizioni necessarie ma non sufficienti, oppure sufficienti, ma non necessarie. Si ha ad esempio il cosiddetto Teorema di Fermat: Sia f: [a,b] continua e derivabile in ]a,b[ e x0]a,b[; condizione necessaria, ma non sia continua e strettamente

sufficiente, perch x0 sia un punto di massimo o di minimo relativo per f che f(x0) = 0. 2

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La necessit individua in modo completo il verificarsi, cio si ha proprio che f(x0) = 0. La condizione sarebbe sufficiente se ogni volta che la funzione ha la derivata prima nulla in un punto, ivi ha un massimo od un minimo relativo. Ma non si ha la sufficienza della condizione e ci si pu vedere con un solo (contro)esempio, quello della funzione y = x3, che in 0 ha derivata prima nulla, ma non ha un punto di minimo (ha un flesso orizzontale). Se si scrive l'enunciato in forma implicativa, la mancanza della condizione sufficiente semplicemente il fatto che l'implicazione che si ottiene scambiando l'antecedente con il conseguente non dimostrabile (come viene garantito dalla scelta del controesempio). Anche qui possibile scambiare necessit e sufficienza: Sia f: [a,b] continua e derivabile in ]a,b[ e x0]a,b[; condizione sufficiente, ma non

necessaria, perch f(x0) = 0 che x0 sia un punto di minimo o di massimo relativo per f. Come si vede quindi i concetti di necessit e sufficienza, che hanno una origine di carattere filosofico (come attributi di ragione), diventano ambigui, perch il ruolo di causa ed effetto che presente nel linguaggio filosofico, cessa di essere cos pregnante in quello matematico. L'uso poi di necessit e sufficienza, visti come operatori modali porta seri problemi alle propriet dell'eguaglianza, come visto in altre lezioni.

3. Il Principio di ragion sufficiente (seconda parte). Ritorno al principio di ragione sufficiente. Il Principio stesso si applica tanto alle verit di ragione, quelle che vengono viste come logicamente necessarie, quanto alle verit di fatto, che sono solo logicamente contingenti (cio possono realizzarsi). Il ruolo del principio di non contraddizione esaustivo per le verit logiche, dal momento che un'affermazione la cui negazione contraddittoria necessaria. In tal modo si carica per il connettivo di negazione di un connotato modale molto forte. Le verit di fatto sono logicamente possibili, cio non contraddittorie e la loro negazione resta non contraddittoria, dato che possibile che il fatto che contengono non si realizzi. In tal caso ci che determina se qualcosa o non in un certo modo invece di essere o non essere diversamente, non deriva dal principio di non contraddizione, ma dalle caratteristiche dei fatti considerati. Lo stesso Leibniz presenta il principio di ragione sufficiente come il principio che regge le verit di fatto. Per il filosofo, la ragione che determina il reale , da ultimo, la scelta divina del migliore dei mondi possibili quindi questa scelta ha la sua ragione d'essere nella bont divina, per cui Egli si adegua ci che sa esser il meglio per il mondo reale. 3

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Le ipotesi di Leibniz sono riprese, come detto sopra, da Wolff e dopo quest'ultimo si individuano due linee di pensiero: - chi vuole ricondurre il principio di ragione sufficiente a quello di contraddizione, l'unico formulato da Aristotele e - chi sostiene con C. Crusius (1715 - 1775) che si tratti di due principi irriducibili l'uno all'altro, anche perch il principio di contraddizione ha una valenza formale che di fatto esclude ogni contenuto materiale, presente nel principio di ragione sufficiente. Per Kant il principio di ragione sufficiente si identifica con il Principio di causalit, che ritiene irriducibile al principio di contraddizione. Egli della relazione causale fece una categoria trascendentale, una forma a priori dell'intelletto, universalmente valida per la comprensione dell'esperienza. Kant completa Aristotele che aveva distinto tra causa materiale (ci di cui una cosa fatta), causa formale (la forma o l'essenza di una cosa), causa efficiente (l'agente che produce la cosa) e causa finale (il fine per cui la cosa viene prodotta). Il pensiero scientifico adotta la causa efficiente nascosta sotto il nome di legge o relazione causale. In particolare la relazione tra causa ed effetto si traduce spesso con una funzione che permette di ottenere misure degli effetti a partire da misure effettuate sulle cause. E' questo il modello su cui si fonda tutta la Fisica classica, ed la base del meccanicismo. Ed appunto questo che Kant vuole giustificare con la validit universale del principio di causalit. Non sfiora neppure lontanamente il problema che una legge possa essere "vuota" di significato, cio non avere un riferimento di base da cui partire. Gi Sesto Empirico aveva messo in luce che tra causa ed effetto non vi un legame necessario, solo una connessione di fatto e questa tesi verr portata alle estreme conseguenze da Mach e "realizzata" in pratica dalla Fisica dei quanti. Schopenhauer riprende le definizioni aristoteliche organizzandole in questo schema Principio Ragione sufficiente Necessit Necessit causale Necessit logica Necessit matematica Necessit di motivazione scelte Azioni Divenire Conoscere Essere Agire

Come si vede i temi dell'esistenza e della conoscenza non sono sconnessi dalla Matematica. 4

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4. Il tema ontologico in Berkeley. Quasi contemporaneamente a Wolff e di Leibniz, il problema ontologico si pone con grande evidenza, in connessione anche a quello gnoseologico, nella filosofia inglese. G. Berkeley (1685 - 1753), parte da un empirismo radicale ed approda ad una sorta di idealismo platonico. La sua influenza nel panorama filosofico pi relativa alla prima fase e si trova nel Trattato sui principi della conoscenza del 1710 e, per la Matematica, ne L'Analista: discorso a un matematico infedele del 1734. La critica di Berkeley si accentra sulle idee astratte. Secondo Locke esse sarebbero prerogative dell'uomo, mentre per Berkeley tutti i nostri errori avrebbero origine nella presunzione di formare e possedere idee astratte. La sua analisi volta a provare che le cosiddette idee astratte non sono tali, ma sono sempre rappresentazioni particolari (Antistene). L'idea astratta generale non tale per il suo contenuto conoscitivo, risultato di un processo di astrazione che partendo da contenuti determinati raggiunga un contenuto indeterminato (e l'esempio quello di triangolo che non pu essere generale, perch non pu prescindere dall'essere scaleno o isoscele); l'idea potrebbe essere generale in rapporto ai contenuti che effettivamente rappresenta. Quindi l'unica conclusione che un'idea e il nome che ad essa legato, ha solo ruolo sostitutivo, sta per, vale a dire sostituibile con idee e percezioni particolari. In questo modo non si ha un'idea generale se non con funzioni di rappresentanza per una classe di idee particolari. La critica alle idee astratte usata da Berkeley per poter affermare esse est percipi, quindi l'esistenza riconoscibile solo mediante l'esperienza immediata; all'uomo per le sue costruzioni di carattere teorico e per muoversi nella realt non restano che le percezioni, interne ed esterne. Le idee nascono dalle combinazioni di tali percezioni. Di conseguenza oggetti concreti o astratti non esistono, o meglio non sono mai conoscibili nella loro natura vera, ma solo nelle percezioni che noi abbiamo. La credenza universale che in un mondo esterno che ci verrebbe dato dall'esperienza assurda e contraddittoria: le percezioni sono nel soggetto percepente, non fuori di lui. Argomentare l'esistenza di un mondo esterno che non possa neppure essere percepito, caratteristica spesso condivisa da "oggetti" matematici, equivale a formulare un'idea astratta, priva di qualsiasi contenuto di verit. Ma le idee hanno una natura "passiva", non possono essere prodotte da sole, ma da un qualche principio attivo. Per contro le percezioni si impongono come qualcosa di indipendente dal soggetto e talvolta con caratteri di ripetibilit e coerenza. Di qui possibile prevederne la successione. La

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soluzione di Berkeley a questo problema che sia idee che percezioni provengano o siano ordinate finalisticamente da Dio, come unico principio agente e come unica realt. La dissoluzione della realt esperienziale proposta da Berkeley ha come conseguenza il suo tentativo di infirmare le principali idee della scienza e quelle astratte della Matematica. Cade l'idea di causa necessaria (queste posizioni verranno riprese dall'Empiriocriticismo) ed anche le idee astratte della Matematica con la sua presunzione conoscitiva di una realt esterna.

5. Ontologia moderna. Nell'impostazione wollfiana, l'ente, la cui esistenza possibile, ma non necessaria, trova i sui "modi" ovvero i suoi attribuito essenziali solo nelle sue determinazioni interne. Questa proposta, che trova pi tardi in Hilbert il maggiore sostenitore, si discosta molto da quella classica di Aristotele, per cui l'esistenza era termine di riferimento dato anche dall'esperienza. L'ontologia nella versione moderna, studia una serie di coppie concettuali, ad esempio quantit e qualit, necessit e contingenza, mutabilit ed immutabilit, singolarit ed universalit, tutto e parte, sostanza e accidente, semplicit e composizione, finitezza e infinitezza, identit e diversit, causa ed effetto,

ecc. Si quindi in presenza di tavole assai simili a quelle usate, partendo dai pitagorici, per determinare per mezzo di contrapposizioni, le categorie. Questo tipo di impostazione diede molto fastidio a Kant che nella Critica della ragione pura propone quella che chiama col nome di analitica trascendentale, come sostituto dell'impianto ontologico che si delineato sopra. Hegel poi identificava la sua Logica con l'Ontologia. L'irruzione delle problematiche scientifiche a portato nuovo impulso agli studi sull'ontologia. Ad esempio Husserl parla di Ontologie regionali, come di scienze ideali che trattano generi di enti che sono oggetto di pi scienze, ad esempio l'ontologia regionale della natura fisica.

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Lo stesso Husserl, dopo la recensione di Frege ai suoi Principi dell'Aritmetica, abbandona le primitive posizioni filosofiche legate allo psicologismo e dedica il suo studio, in particolare le Ricerche Logiche, prendendo spunto dalla determinazione del tipo di esistenza degli enti matematici quali i numeri naturali. Nell'attuale pensiero anglosassone si parla di ontologia con riferimento specifico alle questioni di esistenza come dipendenti dagli assiomi del linguaggio che si scelgono.

6. Esistenza e verit. Negli Elementi presente il problema dell'esistenza spesso identificata come costruibilit. Esiste quindi ci che si pu effettivamente costruire, e per di pi, in ambito geometrico, con gli strumenti "teorici": riga e compasso, non quelli materiali. Questa interpretazione seguita anche nei libri aritmetici. Ad esempio il famoso teorema (Prop. IX.20) che garantisce che vi siano infiniti numeri primi in pratica un algoritmo che dati alcuni numeri primi (Euclide lo mostra con tre, p, q e r) permette di determinarne uno non considerato con un numero finito di passi (per di pi dipendente in modo polinomiale dai dati). Un altro caso in cui Euclide sembra utilizzare l'esistenza senza costruzione il cosiddetto metodo di esaustione (Libro XII), in cui si assume che esistano figure con certe propriet. Ma si tratta di una dimostrazione in cui l'esistenza di tali figure porta ad un assurdo, pertanto non c' necessit epistemologica di provare in maniera effettiva l'esistenza. Tuttavia la formulazione del postulato delle parallele stabilisce l'esistenza di un punto, ma non specifica come trovarlo ( infatti impossibile chiederlo). Ed appunto la mancanza della possibilit di un'effettiva costruzione uno dei motivi per cui tale postulato ha dato spazio ad ampie critiche, anzi ha portato ad una profonda revisione dell'oggetto della Geometria. Il sistema ipotetico-deduttivo che costruisce l'ossatura della presentazione del testo euclideo sorto probabilmente con intenti didattici (si veda l'Elenco dei Geometri di Proclo). Nell'antichit stato sicuramente uno dei capisaldi della cultura, al punto che anche un trattato sull'armonia di Aristosseno si conforma a questo stile di presentazione. Il ruolo della presentazione articolata su termini primitivi, assiomi ("logici") e postulati (specifici della Geometria) e da questi punti di partenza poi ci che si ottiene con definizioni e teoremi non ha il compito di delimitare un nuovo campo di conoscenza, "creandolo", ma solo quello di descrivere una "realt" esperienziale condivisa.

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L'opera di Euclide pi quella di chi scegliendo tra le varie propriet gi note della Geometria, ha organizzato una sistemazione privilegiando alcune propriet, forse quelle pi connesse al contesto extra-logico ed extra-geometrico dell'esperienza quotidiana. Non c' assolutamente il dubbio che possano non esistere punti o rette, solo c'era la necessit di "razionalizzare" quanto trovato (da altri studiosi in parte precedenti). La situazione oggi ampiamente mutata. Sotto la spinta dell'esigenza di generalizzare possibile definire struttura astratte, la cui "creazione" avviene nell'atto definitorio, sulle quali poi approfondire e studiare propriet. La storia della matematica recente conta alcuni casi di teorie sviluppate senza che vi fossero modelli. Questo cambiamento ha un'origine. L'opera di D. Hilbert, I fondamenti della Geometria, del 1899, stato un primo passo per ribaltare completamente la situazione. Alla luce delle Geometrie non euclidee e della loro coerenza relativa con la Geometria euclidea, i pensatori si sono chiesti su quale base intuitiva possa fondarsi la Geometria, anzi quale sia la natura della stessa disciplina. A questa seconda domanda stata data una risposta inattesa da Klein, ponendo in primo piano le trasformazioni e i loro invarianti. La "dissoluzione" di un contenuto unico e "categorico" relativo all'esperienza spaziale, ha spostato la domanda sulla natura degli assiomi e dei postulati. La risposte di Pieri che il ruolo dei postulati sia quello di definizione implicita degli enti direttamente coinvolti nei postulati stessi. Cos facendo per viene a cadere il riferimento all'esperienza. In questo modo per si crea un ulteriore problema, che sicuramente non era presente a Euclide: in che rapporto sono assiomi e verit? Consideriamo i due enunciati: (*) (**) Quattro un numero primo. Comunque assegnati in un piano una retta ed un punto non appartenente ad essa, esiste una

ed una sola retta parallela alla retta data passante per il punto assegnato. Di fronte (*) credo non ci sia alcun dubbio: un enunciato falso: quattro si pu scrivere come il prodotto di due per due. Ci si pu chiedere se (**) sia vero. Le risposte sono influenzate da prese di posizione ben diverse.

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- Platone direbbe probabilmente che si tratta di una descrizione di una propriet di punti e rette in s, perfetti esistenti nell'iperuranio. - Aristotele garantirebbe della verit dato che si tratta di un fatto che inerente agli universali di punto e retta, universali esistenti direttamente nel mondo dell'esperienza mediante punti materiali e rette materiali. Anzi esplicitamente Aristotele afferma che un enunciato equivalente a (**), cio che in ogni triangolo la somma degli angoli interni pari ad un angolo piatto, strettamente connesso agli universali di angolo e triangolo. - S. Tommaso vedrebbe che (**) un'affermazione che mette d'accordo le cose di per se esistenti, create da Dio, e l'intelligenza. - Cartesio probabilmente asserirebbe che la verit di questo enunciato deriva dal fatto che di esso abbiamo idee chiare e distinte, in quanto esse sono oggetto della nostra speculazione. - Gli empiristi direbbero che in effetti ci non si pu constatare direttamente, date le approssimazioni, ma che si tratta sicuramente di un'immagine che viene creata dall'esperienza generata da disegni, meglio se fatti bene. - Kant garantirebbe che la verit dell'enunciato si fonda sulla base del giudizio sintetico a priori dello spazio. Con l'irruzione della geometria non euclidea, le risposte cambiano. La verit dell'affermazione sarebbe forse accettabile, ma distinguendola dalla validit, che invece tutto sommato era prima identificata con la verit: esisteva infatti un solo modello, anzi difficilmente si poteva pensare al piano della scrivania come ad un modello e non alla realt. Quindi l'affermazione non sarebbe valida, ma vera nei modelli euclidei (il che pu essere banale). Sempre con riferimento allo stesso enunciato, - Poincar affermerebbe che si tratterebbe non della verit, ma di una convenzione, scelta in base alla comodit. - Per Hilbert il problema si porrebbe in modo diverso: parlare di verit ha un riferimento di tipo semantico. L'enunciato ha invece una natura sintattica. Quindi si tratta di due piani concettuali diversi e la domanda perde di senso. La verit richiede l'esistenza di enti in cui interpretare gli oggetti primitivi e le relazioni. Ma un costrutto teorico di tipo sintattico non pu costringere il mondo a manifestarsi in modo cos "benigno" da verificare il costrutto stesso. Se ci avviene, ottima cosa, ma non questo lo scopo della teoria.

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Se l'approccio strettamente sintattico (nella tradizione euclidea) invece di interrogarsi sulla verit o meglio ancora sulla validit, bisogna porre attenzione ad un altro connotato metateorico: la coerenza, cio l'impossibilit di dimostrare un enunciato e la sua negazione. La domanda diviene ora: assumere (**) da solo o in aggiunta ad altri enunciati fornisce una teoria coerente oppure no ?

7. Esistenza di

e la disputa tra Peano e Hilbert.

Torniamo alla (*). L'accordo generale a ritenerla falsa, se ben si guarda, ancora pi "sospetto". La giustificazione adottata di tipo sintattico, quindi alla domanda se (*) sia vera si risposto che non dimostrabile, cortocircuitando il rapporto tra verit e dimostrabilit. Nella risposta data a (*) si sottintende forse un risultato di Logica matematica (ricompreso nel Teorema di completezza). Esso afferma che ogni teorema dedotto da postulati risulta vero in ogni interpretazione che sia modello dei postulati assunti. Per questo basta provare che (*) non dimostrabile per concludere che non vero in un modello dei postulati. Probabilmente chi risponde immediatamente che (*) falsa non si pone il problema dei rapporti tra semantica e sintassi, ma ritiene che i "veri" numeri due e quattro siano tra loro connessi dalla propriet indicata, dando cos implicitamente una risposta ben pi profonda ed impegnativa sulla esistenza dei numeri. Si noti come nella (*) e qui non si sono scritti i numeri mediante cifre o altre notazioni, per non confondere l'oggetto con la sua scrittura. In un colloquio con un giovane studente di prima liceo scientifico, il fatto che un numero si possa rappresentare con varie scritture (osservazione scaturita dall'esperienza col calcolo multibase), spinto lo studente a riflettere sul fatto che deve esistere un "qualcosa" che, viene "rivestito" con un abito differente, secondo la scelta della base. La domanda successiva era dove si poteva trovare questo "qualcosa", domanda ingenua per porsi il profondo problema dell'esistenza e della natura del numero, slegato da connotati di attributo o di rapporto. Infatti mentre punti e rette ed altri enti geometrici hanno un riferimento ad una realt di cui si pu fare esperienza mediante i sensi, i numeri sfuggono a tale tipo di esperienza, restando comunque entit astratte. Affermare che i numeri esistano pone il problema di decidere "dove". A questo problema sono state date risposte varie. - Per Kant lAritmetica si basa sul giudizio sintetico a priori del tempo, che una forma universale della conoscenza. Quindi i numeri si "trovano" nel soggetto conoscente, ma con connotati oggettivi. 10

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- Analoga, ma con un'impronta pi psicologica la proposta del primo Husserl. Ogni proposta di tipo soggettivo e mentalistico, deve superare il banco di prova della conoscenza "oggettiva" che sembra comunemente attribuita all'aritmetica. La proposta di Kant non aveva convinto i matematici del XIX secolo. - In particolare Cantor ed ancora pi Frege proponevano che i numeri avessero origine come cardinali o ordinali di insiemi finiti (approccio ancora presente nella scuola italiana). - Frege poi trovava nella Logica l'origine degli insiemi e quindi dei numeri. In questo quadro si inserisce anche Dedekind. La comparsa dei paradossi mettendo in discussione l'approccio insiemistico, fa riprendere vigore alla critica di queste posizioni. Intanto affermare che i numeri naturali sono legati agli insiemi sposta solo il problema ontologico, che ora si pone per gli insiemi. - L'approccio soggettivo riprende vigore con l'intuizionismo, il cui principale esponente, Brouwer individua nella discriminazione il motore che mediante la duit ci permette di distinguere il volgere del tempo e stabilire relazioni tra sensazioni. In questa impostazione la Matematica viene identificata con l'Aritmetica. Cauchy e poi Weierstrass, Cantor e Dedekind, hanno mostrato come definire o costruire i numeri reali a partire dai numeri razionali, i quali a loro volta dipendono grazie ad alcune costruzioni matematiche, dai numeri naturali (Aritmetizzazione dellAnalisi). In conclusione sembrava che la "giustificazione" dell'Aritmetica potesse avere "a cascata" effetti positivi su tutta l'Analisi (identificata al tempo con la Matematica, visto che Hilbert aveva provato, la coerenza relativa della Geometria all'Analisi mediante il modello cartesiano). Lo stesso Hilbert pone il problema metateorico della coerenza dell'Aritmetica (in realt quello dell'Analisi, ma per il momento ci si pu soffermare su quello pi ristretto, relativo all'Aritmetica). Peano e la sua scuola ritiene che non si tratti di un problema, dato che esiste un unico modello dell'Aritmetica, quello identificato in modo unico, a meno di isomorfismi, dai Postulati di Peano. I numeri naturali sono, sempre a meno di isomorfismi, gli elementi di tale modello. Sullo sfondo della polemica ci sono motivi filosofici. Per Peano un sistema assiomatico aveva il compito di identificare tra le propriet aritmetiche per lui valide, quelle che potevano essere assunte (con attenzione anche a sceglierle in "minor" numero) per riottenere tutte le altre. Si palesano cos in filigrana i postulati aristotelici relativi alla Scienza deduttiva: 11

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quello di realt, cio i numeri naturali esistono e i postulati della teoria si riferiscono ad essi; quello di verit, dato che i postulati sono scelti tra le propriet vere nei numeri naturali; quello di deduttivit, in quanto la possibilit di riottenere dai postulati tutte le altre affermazioni relative ai numeri naturali garantito indirettamente dal fatto che i postulati identificano unicamente il modello. La preoccupazione metateorica dell'economia nell'assumere i termini primitivi e postulati si giustifica con i due postulati di evidenza. Spesso il problema sopra delineato non viene compreso da matematici del giorno d'oggi. Nella polemica entrano due diverse interpretazioni del termine coerenza, quella sintattica e quella semantica. Si pu dire che una teoria T semanticamente coerente se ha modello, T sintatticamente coerente se in essa non dimostrabile un enunciato e la sua negazione, oppure, in modo equivalente, se esiste un enunciato che non dimostrabile. La coerenza semantica implica la coerenza sintattica, dato che nel modello (la realt) non possibile che sia vero un enunciato e la sua negazione (principio di contraddizione di Aristotele). Ma in questa affermazione si d per scontato che se un enunciato dimostrabile in T, tale enunciato sia vero nel modello, come si visto anche a proposito di (*). A prima vista non si vede come passare dalla coerenza sintattica a quella semantica. Hilbert proponeva di provare con mezzi puramente sintattici (e quindi finitistici) la coerenza sintattica dell'Aritmetica, senza fare uso di strumenti semantici (e quindi infinitistici). La sua richiesta era basata su un progetto che si pu dire contemporaneamente pi ambizioso e pi modesto di quello dellAritmetizzazione dell'Analisi. Pi ambizioso perch avrebbe forse dato il colpo di grazia all'intera Matematica, in quanto si avrebbe avuto uno strumento finitario per decidere sulla dimostrabilit delle propriet matematiche. Pi limitato dato che richiedere la coerenza sintattica (o sembrava) assai meno che richiedere quella semantica dato che le pretese ontologiche della semantica introducono l'infinito in atto e, ammesso che la cosa abbia senso, un infinito "grande". Un esempio per chiarire: provare che in tutti i gruppi vale il seguente enunciato: x,y,z,t ((xy)-1(zt) = y-1((x-1z)t)) Questo pu essere provato invocando i postulati definitori dei gruppi, quindi con una (semplice) dimostrazione puramente sintattica, oppure facendo ricorso alla semantica e provando cos che in ogni gruppo vero l'enunciato. Ci significa che, comunque presi quattro elementi (non necessariamente distinti tra loro, altrimenti non si potrebbe verificare l'enunciato in 12
2,+

e in

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3,+

) di un gruppo, e quindi fissata un'interpretazione per il simbolo di legge di composizione

interna e per l'operazione di passaggio all'inverso, vale la propriet. E' chiaro che si tratta di una verifica infinita, sia perch si possono considerare gruppi infiniti, ad esempio -{0}, , sia perch preso arbitrariamente un insieme si pu considerare su di esso almeno una struttura di gruppo. Quindi di gruppi ve ne sono almeno quanti sono gli insiemi e la totalit dei gruppi si avvicina (se non addirittura "supera") la totalit degli insiemi. Si noti che si parlato di totalit, per rimanere sul vago. In certe teorie assiomatiche (ad esempio NBG o MKM) si pu parlare pi correttamente di classe. In altre (NF) di insieme di tutti gli insiemi. Si tratta comunque di una totalit "ingombrante" e "grande". Per contro la dimostrazione sintattica sta in poche righe ed esaustiva. E' questo un caso in cui il finito serve a padroneggiare l'infinito. Al tempo della polemica tra Hilbert e Peano, alcuni aspetti chiariti dall'indagine logica successiva non erano disponibili e questo pu giustificare le incomprensioni di due personaggi per altro di grande spicco sulla scena mondiale e daltra parte proprio grazie anche a questa disputa i concetti di fondo sono stati chiariti dalla ricerca successiva. Era disponibile, grazie a Frege, un linguaggio formale, purtroppo presentato con un simbolismo scostante e complesso. Mancava del tutto concetti chiari di interpretazione, soddisfazione, verit, validit e modello, presentati da Tarski in polacco nel 1933 e in tedesco nel 1935. Non era neppure chiara la distinzione tra primo e secondo ordine, precisatasi solo in seguito. Era anche presente una commistione tra Logica matematica e Teoria degli insiemi, data la presenza di una corrente logicista (ispirata da Frege e poi sostenuta da Russell) che vedeva gli insiemi come estensione di propriet. Cos il postulato di Peano che sancisce il Principio di induzione, nella presentazione originale viene formulato facendo uso di una formulazione non al primo ordine e di qui (come da un analogo alla richiesta della ricursione dovuta a Dedekind) la categoricit della teoria, cio l'esistenza di un unico modello, a meno di isomorfismi.

8. Esistenza nel linguaggio. La garanzia che la coerenza sintattica implichi la coerenza semantica (e quindi l'equivalenza tra i due tipi di coerenze) pare affermare che metodi infinitistici possano essere sostituiti da metodi finitistici equivalenti. Inoltre la sintassi si estrinseca in un linguaggio formale, creazione artificiale, e la coerenza sintattica sembra esclusiva propriet di tale linguaggio. La coerenza semantica richiede l'esistenza di un ambito esterno al linguaggio. L'equivalenza tra coerenza sintattica e semantica parrebbe affermare che il linguaggio talmente potente ed adeguato al 13

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"mondo" da garantire, ed in ultima analisi, da descrivere perfettamente ci che accade nel "mondo", in un qualche modo imponendo l'esistenza di enti descritti mediante una teoria sintatticamente coerente. Una ricerca su questi aspetti presente nel primo Wittgenstein; nel Tractatus logicophilosophicus, apparso nel 1921 - 1922, la sua tesi di fondo la determinazione delle condizioni di sensatezza del linguaggio in generale e sia dei linguaggi particolari. L'autore intende mostrare come deve essere il "mondo" per garantire sensatezza al linguaggio. Ma le condizioni a priori della determinazione del senso delle proposizioni assunta come un fatto; di conseguenza il mondo che deve adattarsi al linguaggio e non viceversa. Il secondo Wittgenstein ripudier in parte queste tesi. Quanto precede dovrebbe servire ad apprezzare la portata del Teorema di completezza di Gdel. La sua pubblicazione nel 1930 (Gdel aveva 24 anni) suscit una vasta eco. E' stato forse il maggiore supporto al programma di Hilbert. E' da notare che la semantica cui Gdel fa riferimento nel suo lavoro non formalizzata. La dimostrazione per non costruttiva, non viene cio descritto esplicitamente un modello. Il Teorema di completezza viene generalizzato da A. Malcev (1909 - 1967) nel 1941 ed oggi su molti testi di Logica matematica viene presentato seguendo la dimostrazione di L. Henkin del 1949. L'aspetto importante di quest'ultima dimostrazione che il problema della determinazione del modello per una teoria sintatticamente coerente viene risolto in modo apparentemente costruttivo (apparentemente perch viene spostata l'applicazione di principi non costruttivi). L'idea di fondo, non la dimostrazione che interessante, ma non rientra negli scopi di questi appunti, quella che considerato il linguaggio formale in cui viene presentata la teoria, si individua un insieme di enunciati che iniziano con un quantificatore esistenziale con opportune propriet, si amplia poi il linguaggio con l'aggiunta di nuove costanti in corrispondenza con le formule considerate e si individuano opportuni termini costruiti nel nuovo linguaggio. Su di essi (o meglio sulle classi di equivalenza di essi rispetto ad un'opportuna relazione di equivalenza definita sintatticamente) si costruisce il modello cercato. Viene cos soddisfatto il postulato di realt, solo che la realt puramente linguistica. Il rapporto tra linguaggio e ontologia, studiato gi all'inizio del XX secolo, ha avuto importanti sviluppi. I linguaggi sono divenuti oggetto di ricerca e di costruzione, come strumento per la comunicazione con i computer, e su di essi si sviluppata molta ricerca. Negli ultimi anni, soprattutto in rapporto alle problematiche dell'Intelligenza Artificiale, "rispuntato" il problema ontologico. Al tema sono stati dedicati convegni ed stato fatto uno sforzo per definire cosa si 14

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debba intendere per ontologia (anzi si parla al plurale di ontologie) all'interno di un linguaggio puramente artificiale, quale un linguaggio di programmazione. N. Guarino propone un'affascinante proposta. A suo parere, dato un linguaggio logico formale ed una teoria T in esso, la descrizione completa della teoria viene data dalla totalit dei suoi modelli (Teorema di completezza). Ma l'individuazione di un linguaggio e di una teoria in essa non un atto casuale. Nella storia della Matematica, la necessit di "teorizzazione" sorta su alcune parti rilevanti della Matematica stessa. Dunque la teorizzazione avviene su un contenuto, su esempi ben specifici, cio su quelli che, a posteriori, saranno alcuni modelli della teoria che si sta costruendo. Questa classe di modelli (che potrebbe avere un solo elemento, come avviene per alcune importanti enti matematici), viene identificata con la concettualizzazione della teoria T. La concettualizzazione una sorta di raccolta di modelli "intesi" della teoria, cio quelli che vengono tenuti ben presenti nella individuazione del linguaggio che deve essere adeguato a descrivere tale concettualizzazione e degli assiomi che costituiscono la teoria T. L'ontologia viene allora vista come una assiomatizzazione, necessariamente incompleta, nel linguaggio logico, dei modelli intesi. Per comprendere il perch di questa incompletezza, si pensi ai numeri naturali ed alla loro struttura. Il modello inteso ben chiaro a tutti, ma una volta scelto un linguaggio formalizzato del primo ordine ed una teoria che pu dirsi la versione del primo ordine degli assiomi di Peano (quella in cui si limita il principio di induzione ad uno schema applicabile a formule ben formate e si aggiungono assiomi ricorsivi per le operazioni di addizione, moltiplicazione ed elevamento a potenza) l'insieme delle formule vere nel modello inteso non esprimibile nel linguaggio stesso (Tarski). Si potrebbe tentare di migliorare la situazione prendendo un linguaggio formalizzato di ordine superiore, basta il secondo ordine, in cui si riescono ad esprimere gli assiomi di Peano, compresa l'induzione applicata a "propriet", vale a dire predicati del secondo ordine, mediante un unico enunciato e non c' bisogno di definire le operazioni perch sono definibili a partire dall'induzione. Purtroppo in base al Teorema di incompletezza di Gdel, tale teoria incompleta, quindi ci saranno propriet esprimibili che pur essendo vere nel modello inteso non sono dimostrabili. Quindi in qualunque modo si proceda una assiomatizzazione completa del modello inteso non si riesce a trovare. Quindi l'ontologia un ente di natura linguistica che pu coincidere o includere la concettualizzazione. 15

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In questo senso le ontologie vengono viste come costruzioni (artefatti) che hanno un ruolo significativo nella rappresentazione della conoscenza e nel ragionamento. Le ontologie sono considerate come lo strumento che individua le definizioni usate nel vocabolario per rappresentare la conoscenza. In questo senso si differenziano dall'interpretazione strettamente logica delle definizioni come strumenti sostitutivi. Nelle definizioni i simboli che intervengono devono essere "eliminabili" a favore dei simboli primitivi, che solitamente non vengono definiti, se non implicitamente dagli assiomi. Ma ai simboli primitivi viene assegnato significato richiedendo che si possano rappresentare, nella concettualizzazione, in ogni interpretazione dei simboli soddisfacente un dato insieme di enunciati, gli assiomi. Anche gli assiomi quindi devono esser inclusi nell'ontologia, cos interpretata. Ne segue che il vocabolario usato per rappresentare la conoscenza direttamente influenzato dalla ontologia.

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