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UNIVERSIT DEGLI STUDI DI FIRENZE

FACOLT DI ECONOMIA
CORSO DI LAUREA TRIENNALE IN SVILUPPO ECONOMICO E COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

LA POLITICA ECONOMICA DELLO SVILUPPO


DISPENSE INTRODUTTIVE
PREPARATE DAL

PROF. GIOVANNI ANDREA CORNIA1

VERSIONE ANNO ACCADEMICO 2005-2006

Desidero esprimere la mia riconoscenza a Ilaria Giampaglia ed altri studenti per aver segnalato imprecisioni di vario tipo nelle versioni precedenti di tale dispensa. Intendo poi ringraziare nel modo pi caloroso il Dr. Leonardo Menchini per avermi fornito i suoi appunti di alcune delle lezioni da me tenute e, soprattutto, il Dr. Luca Tiberti per aver curato la stesura della prima versione di tale dispensa, linserimento di vari grafici annessi nella stessa e la formattazione finale del testo. Senza il suo prezioso aiuto, queste dispense sarebbero disponibili in forma assai meno presentabile. Per ultimo, vorrei esprimere la mia sincera gratitudine al Dr. Simone Bertoli per aver redatto una prima versione delle lezioni 22 e 23.

Indice

Indice degli argomenti trattati Introduzione: Approccio alla politica economica nei PVS Parte 1. Modelli, attori ed obiettivi della politica economica nei PVS
Lezioni 1-2-3 Appendice I alle lezioni (1-2-3) Lezione 4 Lezione 5 Appendice II alla lezione 5 Economia politica e politica economica (richiami) Calcolo matriciale e sistemi di equazioni Obiettivi della politica economica nei PS e PVS Attori della politica economica nei PS e nei PVS The International Monetary Fund

Parte 2. Principali strumenti della politica economica nei PVS


2.1 Riforme macroeconomiche Lezioni 6-7-8 Lezione 9 Lezione 10 Appendice III alle Lezioni (6-7-8) e 10 Lezione 11 2.2 Riforme strutturali interne Lezioni 12-13 Appendice IV alle Lezioni (12-13) Lezioni 14-15 Lezioni 16 2.3 Riforme strutturali esterne Lezioni 17 Lezioni 18-19 Appendice V alle Lezioni (18-19) Lezioni 20-21 Lezioni 22-23 Stabilizzazione macroeconomica Politica fiscale, disavanzo e debito Stabilizzazione eterodossa e populismo macroeconomico Posizioni a confronto: Stiglitz vs Dornbush Le politiche dei prezzi Accesso alla terra e riforma agraria Approfondimento sulle modalit di riforma agraria Tassazione, spesa pubblica e ridistribuzione Mercato del lavoro e protezione sociale Il commercio estero Investimenti esteri e trasferimento di tecnologia Intellectual Property Rights and Development Flussi di capitale di portafoglio e loro regolazione Migrazione internazionale e sua regolazione

Parte 3. Regimi di politica economica nel periodo postbellico nei PVS


Lezioni 24-25 Lezione 26 Lezione 27 Lezioni 28-29 Appendice VI alle Lezioni (28-29) Lezione 30 Appendice VII alla Lezione 30 Industrializzazione per sostituzione di importazioni Strategie ridistributive Il miracolo asiatico New Political Economy e Washington Consensus More tools and Broader Instruments: towards a Post Washington Consensus. Verso un Post-Washington Consensus Goodbye Washington Consensus, Hello Washington Confusion

Introduzione

Introduzione: approccio alla politica economica nei PVS


La politica economica studia le misure normative che il policy maker la collettivit, il governo ed altre autorit nazionali come la Banca Centrale o internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) - introducono o consigliano di introdurre per raggiungere obiettivi di politica economica e sociale, dati i comportamenti positivi degli agenti economici nel campo del consumo, investimento, offerta di lavoro e cos via. Studia anche perch, a causa delle diversit strutturali e mutevole composizione e peso dei gruppi di interesse in ogni economia, paesi con un grado di sviluppo simile che fronteggiano problemi analoghi spesso adottano politiche differenti. Queste dispense offrono una panoramica dei principali temi e misure di politica economica. La prima parte fornisce alcuni strumenti metodologici derivati dalla teoria delle scelte collettive. La seconda illustra invece le misure specifiche di politica economica adottate nelle principali aree di interesse. Le misure ivi analizzate sono pi numerose di quelle esaminate nei manuali di politica economica per i paesi sviluppati (PS) ove mercato, stato ed istituzioni sono generalmente ben sviluppati e consolidati, e ove la politica economica si occupa soprattutto della gestione macroeconomica di breve e medio termine e poco di problemi strutturali. A causa della incompletezza o assenza dei mercati, della debolezza dellamministrazione pubblica, della frammentariet della legislazione economica (le cosiddette istituzioni), di una povert diffusa, e di una forte disuguaglianza nella distribuzione di reddito e ricchezza, la politica economica nei paesi in via di sviluppo (PVS) deve occuparsi anche di temi strutturali, istituzionali e microeconomici, come nel caso della riforma agraria e della riforma della tassazione. Inoltre in tali paesi, i flussi internazionali di beni, capitali, tecnologia e persone influenzano landamento economico in modo maggiore che nei PS. Questo richiede una discussione ancor pi dettagliata delle misure relative al settore esterno da introdurre nei PVS stessi o a livello internazionale per raggiungere determinati obiettivi. La terza parte delle dispense analizza invece i principali regimi di politica economica adottati nel secondo dopoguerra nei PVS non socialisti. Dal punto di vista analitico, bisogna subito rilevare che difficile parlare di politiche ottimali in senso assoluto e che gli approcci e le misure ottimali di politica economica possono e devono variare da un PVS ad un altro. Tali paesi sono infatti assai diversi tra loro, non solo in termini di livello di sviluppo (basti pensare ad economie di sussistenza come il Sierra Leone ed il Burkina Faso da un lato e ad economie fortemente industrializzate come Corea del Sud e Taiwan dallaltro), ma anche in termini di dimensione (con giganti economici come Cina ed India che dispongono di un vasto mercato interno da un lato e oltre 40 paesi con meno di un milione dabitanti dallaltro molto che sono necessariamente dipendenti dai mercati mondiali), struttura economica (molto o poco differenziata), sviluppo delle istituzioni economiche (relative a diritto di propriet, applicazione dei contratti, leggi bancaria, creditizia e sulla concorrenza, e capacit amministrativa), completezza dei mercati dei beni e dei fattori di produzione, posizione geografica (lontana o vicina ai mercati internazionali), storia coloniale ed economica, cultura (che influenza per esempio la domanda di equit od il ruolo delle minoranze) e via di seguito. Questa dispensa suggerisce che - pur se fondamentali - le politiche ottimali, o di first best, preconizzate dai modelli teorici che stanno alla base dellapproccio standard (che si basa su ipotesi ben precise e, a volte, restrittive) non sempre ben si adattano alle diversit strutturali ed istituzionali osservate in vari PVS. Questo implica ladozione di politiche economiche di second best adattate a condizioni e istituzioni locali, che potranno discostarsi in parte o in

Introduzione

toto da quelle di first best. La dispensa cercher dunque di stabilire settore per settore se le politiche di first best sono applicabili e, nel caso non lo fossero, qual la politica di first, second best da adottare nel caso specifico, qual cio la migliore politica attuabile date le condizioni effettive di terreno. In pratica, mentre alcuni principi essenziali come la certezza e protezione del diritto di propriet (qualsiasi questo sia), una forte regolazione, il rispetto dei contratti, la concorrenza di mercato, incentivi materiali adeguati per tutti gli agenti, una politica monetaria, fiscale e debitoria sostenibile, una distribuzione del reddito socialmente sostenibile e via di seguito sono universalmente validi, questi non portano automaticamente alladozione di un unico pacchetto di misure di politica economica efficace in ogni circostanza. Questi principi generali devono essere perseguiti in maniera differenziata a seconda delle condizioni istituzionali e strutturali di ogni PVS. Secondo questo approccio, per lo meno in teoria, il policy maker pu contare dunque su di un sostanziale margine di manovra (policy space) nella scelta delle politiche ottimali. Ma le cose non sono cos semplici, ed infatti gran parte del dibattito attuale si focalizza su come preservare questo margine di manovra in un mondo in cui gli accordi economici internazionali e la condizionalit di istituzioni economiche globali come il FMI o lOrganizzazione Mondiale del Commercio (OMC) tendono a stabilire politiche e regole uniformi per tutti i paesi. Dal punto di vista di questa dispensa, i casi di politica economica di successo sono quelli in cui si saputo sfruttare questo policy space. Israele e Turchia ad esempio hanno adottato programmi di stabilizzazione macroeconomica eterodossi negli anni Ottanta e lo stesso ha fatto lUzbekistan in quelli Novanta. Pur se teoricamente inferiori a quelle di first best, queste politiche eterodosse hanno permesso di raggiungere risultati migliori di quelli ottenuti in paesi che hanno adottato politiche ispirate dal modello di stabilizzazione standard. Un altro esempio di successo costituito dalla transizione al mercato seguita dalla Cina, che ha raggiunto obiettivi di politica economica rimarchevoli (come ad esempio una rapida crescita del reddito per capita ed una forte riduzione della povert) pur liberalizzando gradualmente i prezzi, ridistribuendo la terra ai contadini senza per trasferir loro il diritto di alienarla, creando aziende in cui i proprietari non erano imprese private ma i comuni e le province, usando le banche pubbliche per promuovere laccumulazione di capitale, controllando i movimenti di capitali esteri, gestendo il cambio e applicando forti dazi sulle importazioni. Altri esempi di paesi che hanno saputo sviluppare politiche pi o meno diverse dal modello standard ed ispirate alle condizioni locali sono il Cile post-1991, la Malesia, Mauritius, lIndia ed alcuni altri. Lambizione di questa dispensa quindi quella di fornire allo studente strumenti analitici che gli permettano di saper scegliere modelli e soluzioni di politica economica diversi a seconda del caso considerato. Al fine di porre la discussione delle politiche economiche in contesto, prima di passare alla discussione di politica economica vera e propria, i capitoli della seconda parte di questa dispensa discutono brevemente il contesto storico e le grandi tendenze del fenomeno analizzato. Richiamano poi la teoria dominante dei comportamenti positivi degli agenti economici e le teorie alternative che sono state proposte per spiegare tali comportamenti. Solo dopo questi due brevi richiami a concetti sviluppati in dettaglio nei corsi di Istituzioni di Economia e di Economia dello Sviluppo, i capitoli della parte due si concentrano sulle misure stesse di politica economica settore per settore. Per ultimo, lo studio della politica economica nei PVS richiede di affidarsi a modelli (di economia politica) sui comportamenti positivi degli agenti che si avvicinino sufficientemente

Introduzione

alla realt. Questo implica che alcune delle ipotesi che stanno alla base dei modelli neoclassici o keynesiani di comportamento degli agenti dovranno essere modificate od abbandonate. Ad esempio, molti di tali modelli si rifanno al concetto di agente rappresentativo, il cui comportamento rifletterebbe bene quello di un aggregato omogeneo di agenti simili, mentre nei PVS i problemi di eterogeneit degli agenti e dei loro comportamenti ed obiettivi sono pervasisi. In maniera analoga, non si possono assumere mercati unificati, in economie fortemente dualistiche, caratterizzate cio da un settore formale influenzabile dalla politica economica ed uno informale che ne sfugge in gran parte. N si possono assumere informazione perfetta (e cio una conoscenza completa di tutti gli elementi che permettono agli agenti di prendere decisioni di consumo, investimento, produzione, e via di seguito) o massimizzazione intertemporale di profitto, consumo o utilit, visto che le asimmetrie informative sono assai pi marcate che nei PS e che i mercati del credito e dellassicurazione (che permettono agli agenti di massimizzare su di un orizzonte temporale infinito) sono assenti o incompleti. Difficile anche accettare lunicit degli equilibri di ottimo, il fatto cio che per ogni problema esista una sola soluzione ottimale, visto che in molti casi si hanno pi soluzioni (o equilibri multipli) indifferentemente ottimali. Considerazioni analoghe possono essere fatte per quel che riguarda la elasticit della offerta dei beni agricoli, la validit delle aspettative razionali, il concetto di equilibrio economico, e cio ipotesi ed approcci che spesso mal si conciliano con la realt di alcuni PVS. Molte di queste situazioni (eterogeneit, asimmetria informativa, equilibri multipli e via di seguito) sono a volte trattate anche nella letteratura sui PS. Ma queste circostanze sono assai pi frequenti e marcate nei PVS, ed dunque necessario porle al centro dellanalisi arricchendo la modellistica di economia politica e politica economica per tener conto di circostanze che portano spesso a conclusioni assai diverse da quelle a cui si arriva coi modelli standard per i PS. Queste note generali sullapproccio seguito risulteranno pi chiare dopo aver letto lintera dispensa, ed anzi lo studente invitato a rileggere questa introduzione dopo essersi familiarizzato con il contenuto delle trenta lezioni qui di seguito. Buona lettura.

Parte 1 Introduzione: modelli, attori ed obiettivi della politica economica nei PVS

Lezioni 1-2-3

Lezioni 1-2-3 Economia politica e politica economica (richiami generali) 1. Economia politica, politica economica e teoria della politica economica
Il primo passo consiste nel distinguere il campo dindagine della politica economica da quello delleconomia politica e della teoria della politica economica. 1.1. Leconomia politica studia le decisioni e comportamenti positivi (cio ci che avviene, non ci che si desidera o che il governo vuole si realizzi) di agenti economici privati come consumatori, famiglie, imprenditori, lavoratori e contadini, nel campo della produzione, consumo, investimento, offerta di lavoro e via di seguito. Tali comportamenti sono generalmente analizzati sulla base di ipotesi teoriche di vario tipo. Ad esempio, le varie teorie suggeriscono che la famiglia avr un consumo aggregato complessivo che dipende dal reddito disponibile corrente, da quello passato, e dalla sua ricchezza (vedi oltre). A sua volta, la teoria neoclassica suggerisce che limprenditore sceglier di produrre quella quantit di beni che massimizza il suo profitto, il consumatore sceglier di acquistare quel paniere di beni che dati i prezzi ed il suo consumo complessivo - massimizzer la sua utilit, mentre loperaio sceglier di lavorare fino a quando lutilit derivabile dal salario ricevuto superiore alla disutilit del lavoro. Altre teorie offrono interpretazioni diverse dei comportamenti di consumo, investimento, offerta di lavoro, ecc. Quello che va notato comunque che, indipendentemente dalla teoria prescelta, i modelli di comportamento di economia politica descrivono ci che , ci che osservato in natura. Dato dunque un fenomeno economico da studiare, lapproccio epistemologico seguito dal ricercatore comincia con la specificazione di un modello di comportamento teorico descritto da unequazione o un sistema di equazioni. Un esempio di un semplice modello positivo mono-equazionale fornito dalla teoria del consumatore. Se si adotta la teoria keynesiana del reddito disponibile corrente, si descriver il comportamento di consumo privato individuale (e, per aggregazione, collettivo) con la seguente semplice equazione: Ct = a + bYDt a>0, 0< b<1 (1)

dove Ct e YDt sono rispettivamente i consumi privati ed il reddito disponibile (e cio il reddito lordo al netto delle imposte dirette) entrambi al tempo t. Lipotesi di questo modello che il consumo dipenda linearmente dal livello del reddito disponibile e dai parametri a e b. Il parametro a viene interpretato come il consumo minimo corrispondente ad un reddito nullo (consumo che viene reso possibile da prestiti e vendita di attivi), mentre quello b la nota propensione marginale al consumo (la quota che viene consumata al margine su ogni unit aggiuntiva di reddito). In questo caso data la specificazione lineare del modello b costante. A sua volta, Ct/YDt= a/YDt + b rappresenta la propensione media al consumo che, come si pu notare, decresce allaumentare di YDt, suggerendo che a livelli di reddito elevato (e cio con un YDt p alto) si risparmia proporzionalmente pi che a un livello di reddito basso. La stima dei parametri a e b viene effettuata attraverso lanalisi di regressione, utilizzando dati aggregati di contabilit nazionale o regionale su consumo e reddito disponibile per un dato periodo di tempo, ad esempio il periodo 1960-2005 (ed in questo caso avremo stime su serie storiche), oppure i dati sul consumo e reddito disponibile forniti dallinchiesta sui bilanci delle
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Lezioni 1-2-3

famiglie2 per un dato anno, ad esempio il 2005 (stima sezionale), oppure usando ove accessibili i dati su consumo e reddito disponibile delle famiglie forniti da inchieste relative a pi anni, ad esempio le inchieste per il 1996, 1997, 1998, 1999, 2000, 2001, 2002, 2003, 2004 e 2005 (stima panel). Pur se tuttora ampiamente utilizzato, lequazione (1) descrive la realt in modo semplificato e presenta vari problemi (qui ignorati), e pu essere migliorata rifacendosi ad esempio alla teoria del ciclo vitale formulata da Franco Modigliani. Questa teoria sostiene che gli individui pianificano le loro decisioni con lintento di stabilizzare il loro consumo sullintero arco vitale, usando a tal fine non solo il loro reddito corrente da lavoro YDt ma anche una quota della loro ricchezza Wt (wealth): Ct = cYDt + dWt (2)

Va notato che linterpretazione dei parametri della (2) differisce da quella della (1). Ad esempio, nella (2), il parametro c (la propensione marginale al consumo a partire dal reddito YDt) tiene conto anche delle necessit di consumo degli anni che restano da vivere ed dunque generalmente inferiore al parametro b della (1), visto che il consumatore dovr risparmiare un po di reddito per gli anni della vecchiaia in cui potrebbe non avere una pensione. Una terza specificazione del comportamento positivo del consumatore si rif all teoria del reddito disponibile permanente dovuta a Milton Friedman. Tale teoria ipotizza che gli individui adeguino il consumo corrente al reddito permanente3 invece che a quello corrente, con lobiettivo anche in questo caso di stabilizzare i flussi di consumo nel tempo. Dopo adeguate manipolazioni (qui omesse) il modello pu essere scritto come segue: Ct = fYDt + gYDt-1 (3)

da cui appare che il consumo corrente Ct dipende dal reddito disponibile corrente YDt e da quello ritardato YDt-1 che riflette il comportamento di consumo di medio periodo, sottolineando in questo modo linerzialit di molti comportamenti economici. Anche in questa formulazione gli individui preferiscono consumi stabili nel tempo visto che un andamento fortemente ciclico del reddito potrebbe portare a riduzioni drastiche del consumo delle famiglie che rischierebbero di produrre effetti negativi permanenti sul benessere delle

2 Le stime econometriche dei parametri a e b ottenute con i tre diversi metodi illustrati sopra non sono sempre simili. In generale, dato il maggior numero di informazioni derivabili dalle inchieste, le stime sezionali tendono a fornire risultati pi robusti (il valore dei parametri stimati non cambia sensibilmente se si aggiungono od eliminano alcune osservazioni) che nel caso di stime effettuate su serie storiche. Allo stesso tempo, va notato che i parametri stimati con ognuno di questi tre metodi offre informazioni diverse. La stima su serie storiche misura il consumo minimo a ed una propensione marginale al consumo b di lungo periodo, mentre le stime sezionali catturano meglio consumo minimo e propensione marginale al consumo di breve periodo. A loro volta, le stime panel forniscono risultati che combinano questi due approcci, ed hanno dunque un valore pi generale. Unaltra fonte di differenza fra parametri stimati coi tre metodi riguarda la definizione di reddito. Spesso infatti le serie storiche sul reddito disponibile ricavate dalla contabilit nazionale si riferiscono al PIL, che una misura lorda del reddito, visto che comprende anche gli ammortamenti (difficili da stimare, anche se sappiamo che sono molto pi elevati nei PS che nei PVS). Questa definizione meno precisa di quella derivabile dalle inchieste sui bilanci delle famiglie che invece al netto degli ammortamenti.

In tale approccio, il reddito corrente viene scomposto in reddito permanente e reddito transitorio (che pu fluttuare sostanzialmente da un periodo allaltro). 7

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famiglie - come nel caso di una marcata riduzione del consumo alimentare dei bambini in et critica (3-5 anni), del ritiro dei bambini da scuola, e cos via. Altre teorie del consumo potrebbero essere discusse, ma non questo il luogo per approfondire questo dibattito visto che si voluto meramente illustrare alcuni esempi di modelli positivi di economia politica. Vale tuttavia la pena notare che la scelta di un corretto modello positivo ovviamente compito complesso visto che i comportamenti degli agenti privati spesso variano nello spazio e nel tempo e che la scelta di un approccio teorico (classico, neoclassico, strutturalista, monetarista, keynesiano o istituzionalista) piuttosto che di un altro porta alla specificazione di modelli economici assai diversi. 1.2. La politica economica potrebbe essere definita come la teoria delle scelte collettive, che riguardano cio un intero paese. Dati i comportamenti positivi degli agenti privati, la politica economica studia infatti le scelte normative della collettivit, effettuate direttamente dalla collettivit stessa o, pi frequentemente ed indirettamente, attraverso autorit pubbliche delegate, e cio il policy-maker. Queste scelte riguardano: (i) gli obiettivi socialmente desiderabili della politica economica, quello che in altre parole si desidera realizzare in maniera prioritaria. Si studiano in altre parole i meccanismi di formazione e ordinamento (ranking) delle preferenze sociali; (ii) gli strumenti adoperati dal policy-maker per raggiungere gli obiettivi economici e sociali prestabiliti (nel campo della crescita, inflazione, occupazione, povert, salute, sviluppo umano e cos via). Dunque, partendo dai comportamenti positivi degli agenti economici privati (modellizzati dalleconomia politica), la politica economica definisce modelli normativi che legano tra loro strumenti (controllati dal policy-maker) e obiettivi della politica economica (fissati dalla collettivit o interpretati per suo conto dal policy-maker). Un semplice esempio illustra il concetto appena espresso. Riprendendo la funzione Keynesiana di consumo aggregato illustrata sopra, Ct = a + bYt, e data lidentit contabile degli impieghi del reddito nazionale in economia chiusa Yt = Ct + It (dove assumiamo che gli investimenti It siano uno strumento di politica economica pienamente controllato dal policy-maker), sostituendo la prima relazione nella seconda otteniamo il modello normativo: Yt = a/(1-b) + It/(1-b) (4)

Da ci discende che, se il governo desidera raggiungere lobiettivo di un PIL pari a Yt* usando la leva degli investimenti pubblici, dovr realizzare un livello di investimenti pari a It*, livello che si calcola numericamente risolvendo cio la (4) in It, ottenendo cio: It* = Yt*(1-b) a (5)

In estrema sintesi, si pu dire che dati i comportamenti positivi degli agenti privati (espressi qui sopra dalla relazione Ct = a + bYt ) - i modelli normativi di politica economica vengono risolti identificando il valore che un dato strumento (I*) deve prendere affinch si possa raggiungere un determinato obiettivo (Y*). 1.3. Infine, la teoria della politica economica studia i comportamenti degli attori pubblici o policy-makers e cio i governi, presidenti, parlamenti, banche centrali e cos via, nella formulazione degli obiettivi e nella scelta degli strumenti di politica economica. Mira altres a teorizzare le ragioni per le quali vari tipi di policy-makers scelgono dati obiettivi e fanno pi

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frequentemente ricorso a dati strumenti e decisioni di politica economica piuttosto che ad altri. Uno degli sviluppi recenti in questo campo riguarda il cosiddetto ciclo elettorale della spesa pubblica da cui emerge che questultima non influenzata tanto dal ciclo economico (si potrebbe pensare ad esempio ad una politica fiscale anticiclica) bens dal ciclo elettorale. Molti governi infatti espandono la spesa pubblica o riducono le tasse allapprossimarsi delle elezioni, al fine di raccogliere consensi tra gli elettori, incuranti delleffetto che queste misure possono avere sulleconomia. In questo caso, si parla spesso di legge finanziaria elettorale. E questa unimportante area di studio che rivela che la razionalit delle decisioni del policy-maker non sempre immediatamente evidente e che le decisioni collettive sono influenzate da alcune classi sociali in modo sproporzionato. Ad esempio, difficile comprendere per quali ragioni non si effettuano investimenti pubblici che, sulla carta, appaiono come fortemente attraenti sia dal punto di vista economico che sociale. Un economista della Banca Mondiale, George Psacharopoulos, ha mostrato ad esempio che i tassi di ritorno sugli investimenti pubblici in istruzione elementare nei PVS sono molto elevati (attorno al 15-25%), e argomentato che una delle ragioni del successo economico delle cosiddette Tigri Asiatiche sta proprio nei massicci investimenti effettuati dallo stato in tale campo. Per quale motivo, dunque, paesi come Bolivia e India hanno invece investito una quota relativamente molto modesta del loro reddito nazionale nellistruzione elementare? In questo caso la teoria della politica economica cerca una spiegazione di tale contraddizione introducendo una distinzione tra chi sopporta il costo dellintervento pubblico e chi gode dei benefici dello stesso. Una spiegazione della contraddizione di cui sopra potrebbe essere fornita dal fatto che il costo della tassazione necessaria per mandare a scuola i bambini dei poveri deve essere sostenuto dai ricchi (che non traggono benefici da un miglioramento dellistruzione pubblica, visto che i propri figli frequentano scuole private). I ricchi si opporranno dunque alla tassazione esercitando pressioni sul policy-maker. Secondo, la teoria della politica economica studia anche quali tipi di policy-makers (governi centrali o locali, governi rappresentativi o autoritari, sistemi politici presidenziali o parlamentari) sono pi efficaci nel definire e raggiungere certi obiettivi di politica economica. Il professor Amartya Sen, ad esempio, sostiene ad esempio che la democrazia molto pi efficiente nel prevenire le carestie. Terzo, la teoria della politica economica studia anche i tipici gruppi o classi sociali che esercitano uninfluenza sulle scelte di politica economica. Alcuni scienziati politici descrivono ad esempio la democrazia come un sistema di comitati, in cui piccoli gruppi coesi con obiettivi ben chiari riescono ad imporre la propria agenda di politica economica al policy-makers e alla collettivit nel suo complesso. Limportanza delle lobbies nella politica economica di Stati Uniti, Russia, Argentina, Giappone ed altri paesi ben noto e conferma limportanza di tali analisi.

2. Modelli economici: struttura e caratteristiche (richiami)


2.1. I modelli economici. Un modello economico un sistema di equazioni, in cui appaiono variabili obiettivo e variabili strumentali, che descrive in modo stilizzato e semplificato il funzionamento di uneconomia in termini aggregati. I modelli economici possono essere usati a fini previsivi (o simulativi) di economia politica, cercando cio di proiettare nel futuro gli aggregati economici assegnando valori ipotetici alle varabili esogene e risolvendo per le variabili endogene. Possono anche essere usati a fini di politica economica, per misurare cio il

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valore che le variabili strumentali controllate dal policy maker devono prendere per raggiungere obiettivi di crescita, occupazione, inflazione, povert, e via di seguito. Un esempio di modello economico quello a sette equazioni simultanee, tratto da DAntonio, Graziani e Vinci (1979), in cui leconomia viene rappresentata in forma strutturale (nella forma cio in cui una variabile espressa solo in termini delle sue determinanti immediate, senza tener conto delle influenze indirette su di essa causate da mutamenti in altre variabili economiche) nel modo seguente: C = I = Y = Y = Ld = D/P = P = c(Y - T) aY bi + kP C+I+G N l1 Y l2 i Ld W/ (1+ q) 0< c < 1 a , b, k > 0 (1) (2) (3) (4) (5) (6) (7) relazione di comportamento relazione di comportamento relazione definitoria relazione tecnica relazione di comportamento relazione di equilibrio relazione di comportamento

>0
l1 > 0, l2 > 0 q>0

In tale modello, la relazione (1) indica che il consumo privato C, espresso in termini reali, dipende in maniera lineare dal reddito nazionale lordo Y (e cio dal PIL) e dallammontare delle tasse dirette T, anchesse espresse in termini reali. A sua volta la (2) indica che gli investimenti privati dipendono positivamente dalla domanda di mercato complessiva (approssimata da Y), negativamente dal tasso di interesse i, visto che un aumento del tasso di interesse rende pi costoso il denaro preso a prestito dalle imprese, e positivamente dal tasso di inflazione P (entro un suo intorno limitato). La relazione (3) una identit contabile che ci indica che, in economia chiusa, il PIL (Y) viene impiegato in consumi privati, investimenti e spesa pubblica G, tutti espressi in termini reali. La relazione tecnica (4) una funzione di produzione in cui il PIL dipende dal numero degli occupati N moltiplicato per la produttivit del lavoro (), vale a dire la quantit (nota nel breve periodo) di prodotto creata da ogni singolo occupato. La relazione di comportamento (5) suggerisce che la domanda reale totale di moneta (Ld) dipende positivamente dal reddito complessivo approssimato da Y (per la domanda a fini transattivi) e negativamente dal tasso di interesse (per la domanda di moneta a fini speculativi). La relazione (6) la condizione di equilibrio tra offerta reale di moneta (e cio la offerta nominale D, diviso il livello dei prezzi P) e la domanda reale di moneta Ld. Per ultimo, la relazione di comportamento (7) indica che il livello dei prezzi P (e cio linflazione) cost-push aumenta cio al crescere del salario monetario W e diminuisce al crescere della produttivit per addetto . a, b, c, k, l1, l2, q, sono parametri, suscettibili di interpretazione economica. c la propensione al consumo, b rappresenta la reattivit degli investimenti rispetto ai mutamenti nel tasso di interesse, k indica lo stimolo che prezzi in crescita generano sulle prospettive di profitto, misura la produttivit del lavoro, q un termine di inflazione inerziale, l1 e l2 rappresentano la reattivit della domanda di moneta rispetto alle variazioni del reddito nazionale e del tasso dinteresse. Questi parametri sono stati stimati con regressioni effettuate su serie storiche (presumibilmente per il periodo 1950-1976). Le stime dei parametri effettuate su serie storiche, ricordiamolo, indicano i comportamenti positivi medi di lungo periodo. 2.2. Tipi di relazioni. Le relazioni che troviamo nei modelli economici possono essere distinte in: - relazioni di comportamento che descrivono la condotta di un agente economico (nel nostro modello la (1) e (2), (5) e (7));
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- relazioni tecniche che descrivono i legami tecnici tra variabili, ad esempio come la (4) o le funzioni di produzione Y = cKL(1-); - relazioni istituzionali che esprimono legami di natura istituzionale derivanti dalla normativa; come il reserve ratio delle banche H/D < che sono decisi dalla Banca Centrale (dove H e D rappresentano gli impieghi ed i depositi delle banche ed il coefficiente prudenziale massimo consentito; - relazioni definitorie, identit contabili cio che definiscono una variabile come la somma o il prodotto di altre variabili, ad esempio la (3); - relazioni di equilibrio che rappresentano la condizione che stabilisce come si raggiunge lequilibrio nel mercato dei beni, della moneta, dei titoli, del lavoro e cos via. Ad esempio la (6) definisce la condizione di equilibrio sul mercato della moneta. 2.3. Tipi di variabili/parametri, forma strutturale e forma ridotta. Le variabili e i parametri di un modello economico possono essere ulteriormente distinte tra: - variabili endogene, (C, I, Y, Ld, P), i cui valori sono cio determinate dal funzionamento delleconomia (rappresentata dal modello economico). A loro volta, queste variabili si dividono in variabili endogene obiettivo (visto che costituiscono spesso un obiettivo della politica economica, come linflazione P o i consumi privati C) e variabili endogene irrilevanti (nel senso che non vengono trattate come obiettivo di politica economica); - variabili esogene, variabili che sono note, o perch vengono fissate dal policy maker per raggiungere dati obiettivi (variabili strumento) come nel caso di G, T, N, i, W e D, e variabili date (come i prezzi internazionali o altre variabili non generate dalla nostra economia); - parametri, che rappresentano i comportamenti positivi, tecnici o istituzionali delleconomia (a,b,c, k, l1,l2, q, ). Un modello pluri-equazionale, come quello scritto sopra, in cui le singole relazioni che descrivono simultaneamente il funzionamento delleconomia vengono analizzate e stimate una per una, e ove le variabili endogene ed esogene possono apparire sia a destra che a sinistra del segno di uguale, viene detto in forma strutturale. Per arrivare alla forma ridotta del modello, le equazioni strutturali vengono riordinate (attraverso opportune sostituzioni e spostamenti da un lato allaltro delluguale) in modo tale che le variabili endogene y appaiano solo a sinistra, mentre le variabili esogene x appaiono solo a destra delluguale. Tale sistema pu dunque essere scritto come Ay=Bx (8)

dove [y] e [x] rappresentano i vettori delle variabili endogene ed esogene e [A] e [B] le matrici dei coefficienti delle variabili endogene ed esogene. Nel caso del modello delleconomia italiana di cui sopra, la soluzione richiede prima di tutto di ridurre il numero delle equazioni (sette) al numero delle (cinque) variabili endogene (Y,
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C, I, Ld e P). Questo obiettivo raggiunto sostituendo la (4) nella (3) e la (7) nella (6). Questo ci permette di passare da un sistema a sette equazioni ad uno di cinque equazioni, cinque variabili endogene e sei variabili esogene (T, i, G, N, D e W). Assumo poi, per convenienza, che la variabile esogena W sia fissata (non pu essere usata dal policy-maker come strumento), il modello avr cinque variabili esogene e W viene trattato come un parametro. Dopo queste manipolazioni il modello prende la forma seguente: C I = c(Y - T) = aY bi + kP N = C+I+G Ld = l1Y l2 i D[ (1+ q)] /W = Ld (1) (2) (3) (5) (6)

Riordino poi la forma strutturale del modello al fine di arrivare al modello in forma ridotta. A tal fine, sposto a sinistra delluguale tutte le variabili endogene e a destra tutte le endogene ottenendo le due seguenti matrici delle variabili endogene A (a sinistra) ed esogene B (a destra), e scrivendo sopra (invece che a destra delle due matrici) i due vettori [y] e [x] delle variabili per facilitare la comprensione di come si arriva alla forma ridotta: [Y -c -a 0 -l1 0 C 1 0 -1 0 0 I 0 1 -1 0 0 Ld 0 0 0 1 -1 P] 0 -k 0 0 0 = = = = = [T -c 0 0 0 0 i G 0 0 -b 0 0 0 - l2 0 0 0 N 0 0 - 0 0 D] 0 0 (1) (2) (3) (5) (6)

0 [ (1+ q)] /W

Questa la maniera in cui arrivo allespressione generale Ay = Bx per il modello delleconomia italiana presentato nelle pagine precedenti. Se voglio utilizzo il modello per simulare landamento futuro delleconomia, risolvo per il vettore delle variabili endogene [y] moltiplicando entrambi i lati del sistema per la matrice inversa A-1,, ricordando poi che il prodotto di una matrice per la sua inversa uguale alla matrice unit I (vedi Appendice 1). Ottengo in questo modo la matrice C = A-1B del vettore delle variabili esogene giungendo cos alla forma ridotta del modello. In simboli: A y = B x A-1A y = A-1B x y = A-1 Bx y = C x (9)

Le soluzioni a questo sistema di equazioni esistono solo se esiste la matrice A-1 (e per questo necessario che A 0 , cio che il discriminante della matrice A sia non zero, in modo da ottenere che A-1A = I). Inoltre, per poter calcolare la matrice dei coefficienti C, necessario che il numero delle colonne della matrice A-1 sia uguale al numero delle righe della matrice B (la risultante matrice C avr il numero delle righe pari al numero delle righe di A-1 e il numero delle colonne pari al numero delle colonne di B). Nel nostro caso questo non un problema, visto che entrambe le matrici sono 5x5. Per un approfondimento sulle propriet delle matrici vedi lAppendice I alla fine di questo paragrafo. Se scriviamo in forma estesa i coefficienti della matrice C ed i vettori delle variabili endogene [y] ed esogene [x] nel caso del modello di Graziani cui si fatto riferimento sopra si avr:

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Y c11 C c 21 I = c 31 d L c 41 P c 51

c12 c 22 c 32 c 42 c 52

c13 c 23 c 33 c 43 c 53

c14 c 24 c 34 c 44 c 54

c15 T c 25 i c 35 G c 45 N c 55 D

Nella forma ridotta (che tiene conto di tutte le relazioni ed influenze indirette sulle variabili endogene) i parametri che premoltiplicano le variabili esogene assumono valore zero nel caso non vi sia relazione tra la variabile esogena e la variabile endogena in questione, valori positivi (se cii < 1 limpatto positivo meno che proporzionale, se cii > 1 limpatto positivo pi che proporzionale; se cii = 1 limpatto positivo equiproporzionale) nel caso in cui una variazione della variabile esogena generi un aumento di quella endogena, e valori negativi nel caso di relazione inversa tra la variazione delle due variabili. Box (1-2-3).1 Alcune caratteristiche matematiche dei modelli economici Modelli mono-equazionali o multi-equazionali I modelli mono-equazionali descrivono un solo aspetto di un sistema economico (ad esempio la funzione di investimento o di allocazione delle risorse, o della formazione dei prezzi, e via di seguito). Servono dunque per quella che generalmente chiamata analisi di equilibrio parziale in cui una sola parte della economia oggetto di indagine. I modelli multiequazionali rappresentano invece una stilizzazione delleconomia nel suo complesso o di una sua parte e dunque tendono a tener conto degli effetti indiretti sulle variabili dipendenti usate. Modelli lineari e modelli non lineari I sistemi di equazioni lineari (in cui le variabili sono legate tra loro dagli operatori somma o sottrazione) sono rappresentabili tramite lalgebra delle matrici che ne permette la soluzione. Invece, i modelli non lineari (quelli in cui le variabili sono legate tra loro da operatori prodotto, divisione, elevazione a potenza, ecc. non sono immediatamente risolvibili con lalgebra matriciale e comunque mal si prestano come strumento danalisi per la politica economica (discusso nel paragrafo successivo). Ad esempio un modello potrebbe prendere la forma Yt = a + Xtb. Per questo motivo, questi modelli devono essere linearizzati (attorno alla media o altro punto significativo della variabile non lineare) attraverso, ad esempio, lespansione in serie di Taylor. Modelli statici e modelli dinamici Un modello statico (monoequazionale) prende la forma Yt = a + b Xt in cui la variabile endogena corrente dipende solo da una (o pi) variabili esogene correnti. In tale modello, quello che avviene al tempo t dipende solo da fattori correnti (fatto spesso non molto plausibile). Ci significa anche in modo poco plausibile che i risultati economici dipendono esclusivamente dalle decisioni correnti del policy-maker e non da quelle passate. Un modello dinamico invece prende la forma Yt = a + b Yt-1 + c Xt +d Xt-1 dove intervengono sia variabili esogene correnti e ritardate che variabili endogene e/o esogene ritardate. Questultima formulazione pi realistica. Infatti, i fenomeni economici sono spesso fortemente inerziali (basti pensare alle tendenze di prezzi, deficit di bilancio, povert, ecc.) e path-dependent (letteralmente dipendenti dal sentiero di sviluppo, per indicare che il

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cammino passato in passato influenza cio fortemente il presente), anche se decisioni e fattori correnti contribuiscono a modificare gradualmente la direzione del path. Se correttamente specificati, i modelli dinamici meglio si prestano a prevedere o simulare i valori delle variabili endogene nel futuro (un fatto che li rende particolarmente appetibili ai policy-makers che si pongono obiettivi pluriennali). Modelli stabili e modelli esplosivi Per ben prevedere il futuro, i modelli dinamici devono per devono essere stabili. Se, ad esempio, nel semplice modello illustrato sopra b>1, per un n grande, allora Yt+n , generando cos un risultato non credibile. In questo caso il modello viene chiamato esplosivo. La poca verosimiglianza dei risultati di un modello esplosivo possono essere dovuti al fatto che la equazione di cui sopra sta mal specificata (per lomissione, per esempio, di importanti variabili esplicative di Yit), o che il parametro b stato mal stimato perch i dati statistici di cui disponiamo sono soggetti ad un forte errore di misurazione ed approssimano male il fenomeno in questione, o perch le serie storiche di cui disponiamo sono troppo brevi, o perch la tecnica econometria utilizzata per la stima di b non appropriata. In tutti questi casi il parametro b affetto da errore sistematico (biased) e non pu essere legittimamente utilizzato per prevedere il valore di Yt+n.

2.4. Il grado di realismo dei modelli economici da usare per la formulazione della politica economica. Per concludere, bene sottolineare la necessit di elaborare modelli economici che si adattano alla realt dei paesi in via di sviluppo. Il modello positivo deve infatti riflettere il contesto al quale applicato e lo stesso vale per la specificazione degli obiettivi e strumenti di politica economica (che variano assai tra PS e PVS). Nei PVS ad esempio bisogner (i) usare specificazioni causali delle relazioni economiche (consumo, investimento, formazione dei prezzi, riproduzione, ecc.) possibilmente diverse da quelle usate nei PS in modo da tener conto di differenze istituzionali come la segmentazione dei mercati, lesistenza di un forte dualismo economico (che influenza distribuzione del reddito e formazione dei salari), il forte divario tra settore rurale e settore urbano, la rigidit dofferta, ecc. che influenzano i risultati economici di certe azioni e decisioni, (ii) usare (pi raramente) specificazioni di modelli di comportamento degli agenti economici diversi da quelli osservati nei PS (la razionalit degli agenti economici la stessa a tutte le latitudini?), (iii) usare regole di chiusura dei modelli (la determinazione della variabile residua e quindi dipendente a questa piuttosto che a quella variabile) diverse da quelli generalmente adottati nei paesi sviluppati.

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3. Il modello di politica economica


3.1. Componenti di base del modello di politica economica ad obiettivi fissi. Abbiamo detto allinizio (vedi sezione 1.2) che la politica economica serve a determinare - dato un modello (positivo) di comportamento di economia politica di riferimento, e dati gli obiettivi fissi (non modificabili una volta stabiliti) di politica economica fissati dalla collettivit o dal policymaker (di cui si discuter nelle lezioni successive) i valori che gli strumenti di politica economica devono assumere per raggiungere gli obiettivi stabiliti. In forma diagrammata, il problema di politica economica pu essere descritto nella maniera seguente:
Modello economico: Comportamenti positivi degli agenti

Valore degli strumenti di pol ec Obiettivi di politica economica Riepilogando, il modello di politica economica si basa su un modello economico (spesso chiamato modello di riferimento) in cui - le variabili endogene y vengono distinte in variabili obiettivo (per le quali il policy-maker cerca di raggiungere certi valori) e variabili irrilevanti (non in senso assoluto, ma nel senso che non vengono trattate come obiettivo dal policy-maker). Il vettore delle variabili endogene [y] = (y1,y2, yn) in questo caso composto da due sottovettori [yo] e [yi] - le variabili esogene x, a loro volta, vengono distinte in variabili strumento (s), usate dal policy-maker e variabili date (d), come ad esempio i prezzi internazionali. Il vettore [x] = (x1,x2, xm) pu dunque essere suddiviso in due sottovettori [xs = x1,x2, xs] e [xd = xs+1 ,..xm ]; - i parametri: rappresentano i comportamenti positivi, tecnici o istituzionali delleconomia. Il modello economico espresso in termini di algebra lineare si presenta come segue: A y = B xs + Cxd oppure A y B xs - Cxd = 0 y = A-1 Bxs + A-1 Cxd (10)

dove abbiamo un sistema di n equazioni, con n incognite (y1,y2, yn) ed m variabili esplicative (x1,x2, xm). A questo punto il modello di politica economica pu essere risolto allinverso nei valori di xs. A tal fine il policy-maker fissa i livelli delle variabili endogene obiettivo che la collettivit desidera raggiungere (y*) e risolve per i valori degli strumenti. A y* B xs C xd = 0 xs = B-1 A y* - B-1C xd (11)

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Nella realt il policy-maker distingue le variabili endogene obiettivo da quelle irrilevanti (per le quali non vi sono preferenze esplicite) e scompone il vettore [y] = [yo, yi], fissando un obiettivo soltanto per le prime. Il policy-maker manipola il sistema (attraverso una serie di sostituzioni vedi sopra) in modo che le variabili endogene irrilevanti [yi] non compaiano pi come variabili dipendenti a sinistra delluguale, ma appaiano a destra delluguale nelle equazioni che spiegano le yo. Avremo dunque un sistema scritto come segue: Ayo* = B xs + C xd + D yi dove A, B C A, B, C = B-1 A yo* - B-1C xd - B-1D yi0 (12) (13)

xs *

da cui vediamo che nel modello appaiono tutti i tipi di variabili discusse yo, yi, xd , xs Dato che yi non sono note, bisogner assegnare loro valori previsti pari a yi0. 3.2. Condizioni di risolvibilit dei modelli ad obiettivi fissi (cenni). Un ulteriore aspetto del modello di politica economica riguarda le condizioni di risolvibilit e le restrizioni fra le componenti del modello stesso. (i) La principale condizione (teorema di Tinbergen) di soluzione del problema descritto sopra che il numero delle variabili strumentali xs sia almeno uguale al numero delle variabili obiettivo yo. Se il numero di variabili obiettivo minore al numero delle variabili strumentali il sistema sovradeterminato (ammette cio un numero infinito di soluzioni). Un semplice esempio illustra questo concetto generale. Supponiamo, ad esempio di aver un sistema di tre equazioni in forma strutturale del tipo Y = C + IP +IG C = a + bY IP = c d i (14a) (14b) (14c)

dove la prima relazione stabilisce in economia chiusa lequilibrio tra PIL (Y), consumi privati (C), investimenti privati (IP) ed investimenti pubblici (IG); la seconda la funzione di consumo keynesiana e la terza indica che gli investimenti privati dipendono da una costante e negativamente dal tasso di interesse i. Sostituendo la (14b) e la (14c) nella (14a) ottengo la relazione seguente Y=

(a + c ) + IG - di (1 b ) (1 b ) (1 b )

(14)

in cui ho una sola variabile endogena (Y) e due variabili strumentali (IG e i). Supponiamo ora che il policy-maker voglia raggiungere il livello obiettivo di output Y*. Visto che ho un solo obiettivo e due strumenti, il problema pu essere risolto da un numero infinito di coppie di valori di IG* e i*. In questi casi il policy-maker pu scegliere di fissare il valore di uno strumento pi comodo politicamente (ad esempio i) e risolvere per laltro strumento. Se il numero di variabili obiettivo maggiore al numero delle variabili strumento il sistema sottodeterminato e la soluzione del problema richiede che un certo numero di obiettivi sia abbandonato o che il numero degli strumenti venga aumentato caso questo frequente nei PVS dove il numero degli obiettivi , in principio, maggiore che nei PS mentre il numero degli
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strumenti uguale o inferiore che nei PS. In questo caso alcuni obiettivi della politica economica devono essere lasciati cadere. (ii) Le variabili obiettivo devono essere linearmente indipendenti tra loro, altrimenti il modello perde un obiettivo visto che questo risulta essere funzione di un altro, da cui pu essere sostituito. Tale condizione non sempre verificata. (iii) Anche le variabili strumentali devono essere linearmente indipendenti tra loro, se questo non avviene, come nel caso di tasso di interesse e massa monetaria, per raggiungere gli obiettivi necessario aggiungere altri strumenti al modello. 3.3. Struttura parametrica del modello ad obiettivi fissi e analisi dei coefficienti. Nella discussione precedente si visto che non tutte le variabili del sistema, sia quelle endogene che quelle esogene, interagiscono con tutte le altre (vedi la matrice a pagina 14). Nella realt concreta, infatti, molti variabili parte di sotto-modelli (economico, monetario, demografico, sociale) presentano una maggiore integrazione al loro interno che con variabili parte di altri sottomodelli. Da questo punto di vista, i modelli possono essere distinti in interdipendenti, interdipendenti con strumenti dominanti, recursivi o recursivi a blocchi. Per analizzare la struttura dei legami tra variabili riscriviamo il modello base Ay =Bx nella forma Ay Bx = 0 x = B-1A y x = H y (dove H = B-1A C = A-1B) (15)

che nel caso di A = 4x4 e B= 4 x 4, pu essere espressa in forma algebrica nel seguente modo: x1 * x2 * x3 * x4 * = h11 y1* + h12 y2* + h13 y3* + h14 y4* = h21 y1* + h22 y2* + h23 y3* + h24 y4* = h31 y1* + h32 y2* + h33 y3* + h34 y4* = h41 y1* + h42 y2* + h43 y3* + h44 y4* (16)

in cui la variazione in uno degli obiettivi fissati (ad esempio y1*) modifica il valore di tutti gli strumenti visto che tutti i parametri h sono non nulli. Il nostro interesse a questo punto si sposta sui parametri h e sulla loro distribuzione e valori nella matrice C (o di quella H). Va detto innanzitutto che se un coefficiente nullo (assume valore uguale a zero) non vi alcuna relazione tra le variabili che questo lega, ed i due fenomeni sono indipendenti luno dallaltro. La distribuzione dei parametri non nulli, di cui si riportano qui di seguito alcuni casi possibili, ci fornisce informazioni interessanti su quali strumenti sono suscettibili di influenzare gli obiettivi e sulle possibili interazioni tra strumenti e obiettivi.
X1 x2 x3 x4 Eq.1 y1: Eq.2 y2 Eq.3 y3 Eq.4 y4 * * * * * * * * * * * x1 x2 x3 x4 * * * * * x1 x2 x3 x4 * * * * * * recursivo a blocchi * * X1 x2 x3 x4 * * * * recursivo (o indipendente)

fortemente interdipendente

* * interdipendente con strumento dominante

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Nellultimo a destra dei casi sopra riportati abbiamo equazioni totalmente indipendenti tra loro, con x1 che influenza soltanto y1, x2 che influenza soltanto y2 e cos via. In questo caso contano dunque solo gli effetti diretti tra strumento e obiettivo. Quasi lo stesso vale per i modelli recursivi a blocchi (dove ad esempio, le variabili monetarie y1 e y2 dipendono solo da strumenti monetari x1 e x2, e quelle reali da strumenti reali). La presenza di recursivit semplifica il compito della politica economica rispetto al caso di un modello integrato in cui tutto dipende da tutto (il primo caso a sinistra nello schema sopra). Tuttavia linterazione complessa, in cui basta muovere uno strumento qualsiasi (x) perch il valore necessario di ogni obiettivo (y) venga influenzato quella che osservato pi frequentemente nella realt, (anche se linfluenza quantitativa dei singoli strumenti sugli obiettivi - e viceversa - varia generalmente molto, vedi il paragrafo successivo). Questa situazione ovviamente rende pi complessa la politica economica, forzando il policy-maker a cercare di individuare il singolo strumento che influenza maggiormente un dato obiettivo e, nel caso di cui sopra, di quanto bisogna modificare tale strumento per raggiungere lobiettivo dato. Per ultimo abbiamo il secondo caso, in cui appare chiaramente che gli strumenti x2, x3 e x4 influenzano solamente il loro obiettivo specifico, mentre lo strumento x1 influenza tutti gli obiettivi, ed ha quindi carattere dominante. La distribuzione dei coefficienti nella matrice di cui sopra fornisce dunque un primo importante elemento di decisione al policy-maker. Unultima osservazione va fatta sul peso degli strumenti nel raggiungere gli obiettivi prefissati. Il valore dei coefficienti della matrice C = A-1B del modello y = C x (o il valore della matrice H = B-1A del modello x = H y) ci indica lentit dellimpatto dello strumento sulla variabile e una volta tenuto conto dei problemi di scala (di unit di misura cio) di ogni variabile (alcune sono espresse in migliaia, altre in unit) ci consente di confrontare linfluenza dei diversi strumenti sugli obiettivi: Come notato sopra, se limpatto di uno strumento dominante, il policy-maker pu decidere di trascurare gli strumenti con minor impatto. Ma questo richiede conoscere non solo quali sono gli strumenti importanti ma anche di quanto uno strumento influenza un dato obiettivo. Pi precisamente, in un modello con diversi strumenti (x1, x2 x3 e x4) la misura dellimpatto di ogni strumento data dalla derivata parziale di quel determinato strumento sul quel determinato obiettivo. Ad es. y1/x1, y1/x2, y1/x3 e y1/x4 ci dicono di quanto variano lobiettivo y1 in relazione ad una variazione infinitesimale dei vari strumenti. Per confrontare lefficacia dei vari strumenti possiamo utilizzare il concetto di elasticit, che definisce la variazione percentuale della variabile obiettivo a fronte di una variazione pari all1 per cento della variabile strumentale. Lelasticit data dal rapporto fra la derivata parziale e il rapporto fra i livelli delle due variabili, ovvero: 11 =
y1 x1 x1 y1

, dove il primo pedice si riferisce

alla variabile obiettivo e il secondo allo strumento. Il valore pi elevato fra le elasticit, ad es. 13, quello che denota la pi forte associazione fra obiettivo e strumento e quindi si pu assumere che lo strumento x3 ha carattere dominante nel raggiungimento dellobiettivo y1. 3.4. Modelli ad obiettivi flessibili Il problema considerato in precedenza prevedeva che il policy-maker avesse n obiettivi linearmente indipendenti tra di loro che perseguiva attraverso un pari numero di strumenti, anchessi linearmente indipendenti tra loro. Consideriamo ora il caso in cui il policy-maker voglia raggiungere n obiettivi di politica economica, disponendo solo di k strumenti di politica economica (k<n). Consideriamo al riguardo un caso assai semplice in cui il governo cinese dispone solo dello strumento IP* (investimenti pubblici) mentre intende promuovere gli obiettivi di una rapida crescita del prodotto sia nella regione costiera avanzata (Yc - in ordinata) che in quella assai
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arretrata dellinterno (Yi - in ascissa). Distribuendo gli investimenti pubblici totali IP* in diverse proporzioni alternative tra costa ed interno, si ottiene la curva DE (vedi figura (1-2-3).1 che rappresenta linsieme di tutte le combinazioni realizzabili di tassi di crescita della costa e dellinterno). Ogni punto della curva misura in ogni punto il Saggio Marginale di Trasformazione (SMT) tra un obiettivo e laltro (di quanto cio necessario ridurre la crescita dei redditi nellinterno per aumentarla di ununit sulla costa, dati gli investimenti pubblici complessivi IP*). Data la concavit della curva tecnologica DE, il SMT tra Yi e Yc (SMT = Yi /Yc) non costante. E minore di 1 tra i punti D e C, uguale a 1 in C (in cui il un tasso di crescita equivalente per le due regioni), ed maggiore di 1 tra C ed E. Nellarea alla sinistra di C (che comprende lo scenario A) si ha una maggiore crescita nella regione interna rispetto (e a scapito) di quella costiera; esattamente opposto il risultato che si ottiene nellarea alla destra di C. Infine, D e E rappresentano i due punti estremi in cui la crescita avviene solo in una delle due regioni. Grafico (1-2-3).1. Curva tecnologica DE delle combinazioni dei tassi di crescita Yi e Yc ottenibili con IP* e curve di isobenessere HK H Yi Curve di isobenessere D A C B E Yc Quale combinazione di Yi e Yc scegliere per massimizzare il benessere sociale? I possibili approcci praticabili sono i seguenti: (i) Una prima soluzione consiste nel raccogliere le preferenze della collettivit tramite appositi questionari, assai complessi, rivolti ad un campione rappresentativo della popolazione dellintero paese, al fine di costruire una mappa delle preferenze della collettivit costituita da curve di isobenessere (cio curve di indifferenza convesse, in cui tutti i punti riflettono un uguale grado di soddisfazione della collettivit) corrispondenti a diverse combinazioni di soddisfacimento dellobiettivo y1 e y2 (restando, per convenienza espositiva, nel caso di due obiettivi). Quindi data la curva tecnologica DE e le curve di isobenessere collettivo H-H e K-K, la soluzione ottimale data dal punto di tangenza in A tra la curva di isobenessere pi esterna e la curva tecnica DE. Questo ci mostra che la collettivit esprime una maggiore preferenza per una crescita pi rapida nellinterno che sulla costa. In tale punto, che corrisponde al livello massimo di benessere compatibile con le possibilit tecniche di crescita rese possibili dallo strumento IP*, si realizza la nota eguaglianza (gi studiata nel corso di Istituzioni di Economia) tra saggio marginale di trasformazione (STM) e saggio marginale di sostituzione (SMS). Tale metodo non per di facile applicazione ed relativamente costoso. (ii) Una seconda soluzione consiste nel fare adottare alle autorit di governo delle priorit tra gli obiettivi di politica economica (metodo delle priorit), di perseguire cio prioritariamente K K H

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alcuni obiettivi, lasciandone cadere n-k. In questo modo si ricade nel caso degli obiettivi fissi (ma solo per k obiettivi), mentre gli altri obiettivi vengono solo in parte soddisfatti nei limiti in cui ci risulta possibile. Nel caso concreto a due obiettivi qui considerato, ad esempio, il governo cinese potrebbe stabilire che prioritario raggiungere una forte crescita alla zona costiera del paese al fine di mantenere la sua competitivit internazionale. Questo comporta dunque soddisfare pienamente tale obiettivo (spostando gran parte degli investimenti pubblici verso la costa) e perseguire poi lobiettivo della crescita nellinterno nella misura resa possibile dagli investimenti pubblici IP* residui. Graficamente, questo significa fissare un tasso di crescita obiettivo Yc* e determinare poi quale crescita risulta fattibile per linterno, individuando il tasso Yi compatibile con Yc*. Questo metodo di semplice applicazione, ma arbitrario visto che non esplicita una regola complessiva di misurazione del benessere da parte del policy-maker che ignora il contributo di Yi al benessere collettivo. Grafico (1-2-3). 2. Curva tecnologica DE delle combinazioni dei tassi di crescita Yi e Yc ottenibili con IP* e scelta prioritaria del governo Yi D

Yi*
E
* Yc

Yc

(iii) Una terza soluzione che risolve in parte i problemi darbitrariet e non trasparenza della decisone identificato in (ii) - consiste nel far esplicitare formalmente al governo una funzione obiettivo che sintetizza pi obiettivi specifici (crescita, povert o inflazione, aggregabili in qualche modo) a cui egli assegna un determinato peso che riflette la sua preferenza. Ad esempio, nel caso della Cina di cui sopra, tale funzione obiettivo potrebbe essere la funzione somma Z = wi Yi + wc Yc, con argomento il tassi di crescita della costa de dellinterno pesati per wi e wc che esprimono esplicitamente le preferenze sociali del policy-maker. Ad esempio se wi = 1 mentre wc=2 il policy maker indica chiaramente che la crescita costiera doppiamente importante di quella dellinterno e in democrazia, ed in misura minore ma non nulla anche in regimi pi autoritari ci si espone al giudizio degli elettori o dei cittadini per aver espresso tale preferenza. Da notare che i pesi wi e wc spesso rifletteranno non solo giudizi soggettivi ma anche limportanza della relativa popolazione o il peso strategico e potenziale industriale delle due regioni e ove il policy maker privilegia la riduzione della povert lincidenza della stessa nelle due regioni. Ma il punto di fondo che, in questo approccio, le scelte sono esplicite e quindi valutabili politicamente. Dalla funzione Z di cui sopra posso derivare la retta di isovalore Yi = Z/wi - wc/wi Yc che mi mostra che il tasso di crescita di Yi una funzione negativa del tasso di crescita Yc e del coefficiente wc/wi, che altro non che del rapporto tra i pesi. La soluzione del problema di
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politica economica consiste dunque nel costruire un fascio di rette parallele di isovalore Z, Z, Z, Zn che si ottengono attribuendo a Z il valore 1, 2, 3 , n e di trovare poi il punto di tangenza fra una di queste rette con la curva tecnologica DE che, ricordiamolo, esprime la combinazioni dei tassi di crescita fattibili con diverse allocazioni degli investimenti pubblici IP*. Naturalmente se i pesi non sono identici, le rette di isovalore saranno inclinate in modo assai diverso. Ad esempio, se wc/wi = 3 (il che significa che il policy-maker attribuisce un valore tre volte maggiore alla crescita costiera che a quella dellinterno) le rette di isovalore saranno molto ripide e quindi data la DE - il punto di tangenza con la DE verr raggiunta abbastanza a destra ed in basso della DE. Da un punto di vista formale dunque il problema pu essere rappresentato come un problema di massimizzazione, in cui il policy maker cerca la retta di isovalore pi elevata data la curva DE. In simboli: max Z = max (wi Yi + wc Yc)
(data DE)

(17)

Grafico (1-2-3). 3. Curva tecnologica DE delle combinazioni dei tassi di crescita Yi e Yc ottenibili con IP* e soluzione con il metodo dellisovalore Yi D

Yi*

E
* Yc

Yc

(iv) Una quarta soluzione, abbastanza simile alla precedente, consiste nel costruire una unica funzione obiettivo di benessere sociale in cui si sintetizzano tutti gli obiettivi da minimizzare o massimizzare. In questo approccio, si costruisce una funzione di perdita L (da loss in inglese) che misura di quanto gli obiettivi realizzati (yi) si discostano da quelli considerato ottimale (yi*) visto che con un numero limitato di strumenti a disposizione (ad esempio gli investimenti pubblici o la spesa pubblica) il policy maker non riesce a raggiungere tutti gli obiettivi. Gli scostamenti tra il valore ottimale desiderato e quello realizazato riflettono una sorta di perdita di utilit per ogni obiettivo e vengono calcolati in forma quadratica, per evitare che che gli scostamenti positivi di una variabile vengano esattamente compensati dagli scostamenti per difetto di unaltra variabile. Tali scostamenti possono essere pesati con dei pesi (wi) che indicano limportanza relativa che il policy maker attribuisce a ciascun scostamento dallobiettivo ottimo. Tale funzione di perdita prende dunque la forma L = w1(y1 y1*)2 + w2(y2 y2*)2 + .. + wi(yi yi*)2.. + wn(yn yn*)2 = i wi(yi yi*)2 Data tale funzione di perdita L, e date le relazioni che legano le variabili obiettivo yi tra loro e che sono rappresentate dalle relazioni y = Cx (vedi la (9)), il compito del policy-maker quello
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di minimizzare tale funzione dati i vincoli esistenti (e cio la disponibilit di solo k<n strumenti x). In simboli,
(dati x1. x2,..xk)

min L = i wi(yi yi*)2

che ci dice qual il valore ottimale (tra tutte quelle possibili) degli strumenti x1, x2, xk per minimizzare la scostamento degli obiettivi realizzabili da quelli ottimali. Un semplice esempio concreto aiuter a capire la discussione generale di cui sopra. Supponiamo che il governo voglia simultaneamente ridurre il tasso di povert rurale al livello desiderato PHRr* (poverty headcount ratio) del 10%, e che allo stesso tempo voglia evitare che linflazione (P) ecceda il livello desiderato P* pari al 5%. Supponiamo poi non possa effettuare una riforma agraria per ridurre la povert rurale e che lunico modo di raggiungere tale obiettivo di dare ai poveri sussidi finanziati con la spesa pubblica SP (espressa in percentuale del GDP) e che la relazione tra povert e spesa pubblica sia, per semplicit, PHR = 20 0.5 SP. Supponiamo poi che linflazione dipenda dalla spesa pubblica SP, e che la relazione tra queste due variabili possa essere scritta come P = 2 + 0.25 SP che ci indica che un aumento di quattro punti della spesa pubblica per sussidi SP provoca un aumento di un punto dellinflazione P. Calcoliamo ora il valore della la spesa pubblica SP necessaria a raggiungere lobiettivo PHRr* = 10%. Data la relazione di cui sopra risulta che tale valore pari a 20. Ma data la relazione appena illustrata - una SP pari a 10 genera un tasso di inflazione del 7%, pi alto cio dellobiettivo fissato del 5%. Lo stesso vale, se calcolo il valore di SP (= 12) che mi permette di soddisfare lobiettivo di una inflazione P* =5% ma che implicherebbe un PHR pari al 14%, pi alto cio di quello prestabilito. Per risolvere il valore ottimale dlla spesa pubblica SP che minimizzare la funzione di perdita L nellipotesi che entrambi gli obiettivi (inflazione e povert) siano egualmente importanti (il che implica che w1= w2 =1) specifico prima la funzione L in questo caso specifico che prender la forma: L = (20 0.5SP 10)2 + (2 + 0.25 SP 5)2 = (10 - 0.5 SP)2 + (-3 + 0.25 SP)2 Il minimo di tale funzione lo si ottiene ponendo pari a 0 la sua derivata prima, e verificando poi che in tale punto la derivata seconda positiva, vale a dire:
L SP
2 2 = [100 + 0.25 SP - 10 SP + 9 + 0.0625 SP - 1.5 SP] SP = 0

0.5 SP 10 + 0.125 SP 1.5 = 0 0.625 SP = 11.5 SP = 18.4 e cio un valore intermedio tra lottimo per PHR (SP=20) e quello ottimo per P (SP=14). Con tale valore lobiettivo (flessibile) raggiunto per la povert sar PHR = 20 0.5 (18.4) = 10.8 > 10 e quello per P sar P = 2 + 0.25 (18.4) = 6.6 > 5. Entrambi obiettivi non sono cio raggiunti pienamente. Supponiamo ora invece che il policy-maker attribuisca pi peso alla riduzione della povert (w1 = 2) che allinflazione (w2=1). In questo caso, la funzione di perdita da minimizzare sar pari a
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Lezioni 1-2-3

L = 2 (20 0.5SP 10)2 + (2 + 0.25 SP 5)2 = (20 - SP)2 + (-3 + 0.25 SP)2 ove derivando e ponendo pari a zero si ottiene
L
[400 + SP 2 - 40 SP + 9 + 0.0625 SP 2 - 1.5 SP] = =0 SP SP 2SP - 40 + 0.125 SP -1.5 = 0 2.125 SP = 41.5 19.5

e cio un valore che si avvicina di pi alla soluzione di quella del caso precedente alla soluzione ottimale (SP = 20) che permetterebbe di raggiungere lobiettivo di ridurre la povert al 10%. Con tale valore, lobiettivo (flessibile) raggiunto per PHR sar PHR = 20 0.5 (19.5) = 10.25 > 10 e quello per P sar P = 2 + 0.25 (19.5)=6.875 >5. Insomma, limposizione di pesi pi favorevoli alla povert, mi permette di avvicinarmi allobiettivo desiderato per la povert ma meno mi allontana da quella dellinflazione. Supponendo invece che il policy-maker attribuisca meno peso alla riduzione della povert (w1 = 1) che allinflazione (w2=2), usando la stessa procedura si trover che SP = 17.3 il che implica un tasso di povert PHR di 11.35 ed un tasso di inflazione del 6.325. I pesi attribuiti dal policy-maker spostano dunque il valore dello strumento e degli obiettivi. La tabella qui di seguito sintetizza i valori realizzati degli obiettivi a secondo dei pesi attribuiti a PHR e P. Tabella (1-2-3).1. Valori dello strumento SP e obiettivi realizzati a seconda dei differenti pesi assegnati ai pesi w1 e w2 relativi agli obiettivi povert e inflazione pesi assegnati dal Valore Obiettivo Obiettivo Obiettivo Obiettivo SP realizzato desiderato realizzato desiderato policy-maker Per PHR per PHR per P per P 20.0 10.0 10.0 7.0 5.0 w1 = 1, w2 = 0 w1 = 2, w2 = 1 19.5 10.25 10.0 6.875 5.0 w1 = w2 = 1 18.4 10.8 10.0 6.6 5.0 17.3 11.35 10.0 6.325 5.0 w1 = 1, w2 = 2 w1 = 0, w2 = 1 14.0 12.0 10.0 5.0 5.0

4. Approcci alla scelta degli obiettivi della politica economica


Approfondiamo ora gli approcci discussi finora per la formulazione e fissazione degli obiettivi di politica economica, i metodi per la valutazione ed aggregazione di tali obiettivi e la scelta dei relativi strumenti di politica economica da usare per raggiungerli, e per lordinamento in termini di benessere sociale di situazioni alternative (spesso indicate come stati del mondo) nel campo della distribuzione del reddito, della spesa pubblica, degli investimenti pubblici e via discorrendo. Per tale approfondimento, possiamo individuare quattro approcci che dominano la letteratura in questo campo: il metodo della consultazione diretta e la relativa teoria delle votazioni; lapproccio della vecchia politica economica (o economia del benessere, welfare economics, in inglese) nata verso il 1920; lapproccio della nuova teoria del benessere nata nel periodo post-bellico; e lapproccio delle public choices che respinge lipotesi di un policy-maker disinteressato e benigno e che sostiene invece che costui solo interessato a perseguire i propri interessi propri e non quelli della comunit.

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Lezioni 1-2-3

4.1 Consultazione diretta e teoria delle votazioni. In un contesto politico democratico una prima soluzione al problema della scelta degli obiettivi e strumenti della politica economica consiste nel ricorso a consultazioni dirette dei cittadini che vengono chiamati ad esprimere le loro preferenze tramite elezioni, referendums, inchieste varie ed altri tipi di meccanismi di raccolta delle opinioni dei singoli. Leconomista norvegese Ragnar Frish, in particolare, dedic molto del suo tempo allo studio dei meccanismi di consultazione diretta nella formulazione degli obiettivi di politica economica. Questo approccio abbastanza seguito in realt omogenee, egalitarie e coese come quelle di alcuni paesi scandinavi dove la percezione dellinteresse collettivo molto pronunciata e dove le valutazioni circa la natura degli interventi da effettuare sono abbastanza convergenti. In Svizzera ad esempio i cittadini sono chiamati a pronunciarsi molto spesso per referendums su temi di interesse collettivo (anche se la percentuale di chi vota spesso molto bassa e tale strumento spesso percepito come farraginoso). Un caso ancor pi spinto di questo approccio rappresentato dallapproccio del bilancio partecipativo nello stato del Rio Grande do Sul in Brasile ed in alcune altre localit, secondo cui le priorit della spesa pubblica locale vengono identificate dai cittadini che ne sono i beneficiari diretti. Specie in questultimo caso, la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte collettive impedisce che gruppi sociali influenti riescano a distorcere le scelte collettive a loro favore con campagne di lobbying, disinformazione, corruzione e via di seguito. Condizione del successo di questo approccio, che pu generare un forte supporto allazione collettiva, la semplicit e maneggevolezza del meccanismo consultativo che, in ogni caso, incontra difficolt crescenti al crescere numerico della collettivit di riferimento, della sua dispersione geografica e della sua segmentazione socio-economica ed etno-linguistica. Una seconda condizione che i quesiti relativi alle scelte sociali vengano poste con chiarezza al fine di catturare chiaramente le preferenze della collettivit, fatto questo che richiede il ricorso a domande di controllo (tipiche dei questionari complessi) necessarie per assicurarsi che le persone diano risposte coerenti tra loro. Una terza condizione riguarda il costo e fattibilit tecnica della consultazione. I recenti rapidi sviluppi delle tecnologie informatiche e della comunicazione hanno abbattuto i costi informativi in modo notevole e facilitato il ricorso a tale metodo. Si persino pensato (specie nei paesi industrializzati) a forme continue di consultazione diretta con i cittadini che, dalla propria abitazione, potrebbero essere chiamati ad esprimere per telefono, sms, e-mail, ecc., le proprie preferenze e quindi concorrere direttamente alla determinazione degli obiettivi sociali. Luso frequente di sondaggi di opinione nella politica odierna rappresenta una forma larvata di tale approccio. Quarto, come suggerisce la teoria dellazione collettiva (vedi i lavori di Mancur Olson) questo approccio ha maggiori possibilit di riuscita in societ omogenee, con persone che vivono in circostanze abbastanza simili e quindi desiderose di miglioramenti simili, una distribuzione di reddito, ricchezza ed influenza politica tendenzialmente egalitaria e, quindi, preferenze individuali non troppo diverse. Questo permette di scegliere tra uno spettro relativamente limitato di opzioni e favorisce quindi la convergenza verso un insieme ridotto di preferenze comuni. Questo approccio assai difficile da applicare in societ altamente stratificate da un punto di vista economico, razziale, religioso ed etnolinguistico, come osservato in gran parte dellAmerica Latina, Africa ed Asia del Sud.

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Lezioni 1-2-3

Quinto, lambito territoriale (locale, regionale, statale, globale) entro il quale vengono effettuate queste consultazioni ne condiziona lefficacia. Il livello territoriale ottimale dipende ovviamente dal tipo di decisione che deve essere presa, ma chiaro che tanto pi grande la distanza tra il luogo in cui la decisone viene presa e il luogo in cui il programma approvato viene applicata, tanto maggiore la perdita informativa (circa le preferenze effettive dei cittadini locali) e la perdita di controllo sulle decisioni del policy-maker e tanto minori saranno gli incentivi a identificare gli interventi ottimali con solerzia e ad applicarli efficacemente. In generale, il principio guida che il livello ottimale al quale prendere decisioni (tramite consultazioni ma anche indirettamente) quello in cui gli interventi collettivi vengono effettuati. Lambito comunale, ad esempio, ottimale per le decisioni circa ad esempio - relative al trasporto urbano, le scuole, e la localizzazione dei pozzi dacqua. Lambito nazionale invece quello pi adatto per decisioni relative al tasso di interesse e di cambio. Un dibattito relativo alle consultazioni dirette riguarda il ruolo che il mercato potrebbe giocare nellidentificazione delle preferenze collettive e, pi in generale, come meccanismo di consultazione. Molti argomentano, infatti, che il mercato e soprattutto - il sistema dei prezzi forniscono indicazioni sintetiche molto importanti sulle preferenze dei consumatori e degli imprenditori, e che un meccanismo cos chiaro, oggettivo e trasparente potrebbe servire ad indirizzare non solo le scelte di consumo e produzione dei singoli, ma anche le scelte collettive di politica economica che dovrebbe, ad esempio, facilitare con un aumento della spesa pubblica in infrastruttura lo sviluppo dei settori a maggior domanda e con prezzi in crescita. Non vi dubbio che il sistema dei prezzi possa fornire informazioni utili. Ma, anche a prima vista, si intuisce come specie in societ fortemente disuguali - il ricorso puro e semplice al mercato per determinare le preferenze sociali darebbe spazio, ancora pi di quanto avviene tramite altri meccanismi, alle preferenze di coloro che detengono pi reddito e ricchezza a scapito di quelle dei pi poveri che magari hanno preferenze diverse ma che non riescono ad esprimerle sul mercato per mancanza di potere dacquisto. Secondo, bisogna sottolineare che questo approccio ipotizza che i segnali prezzi e quantit siano indicatori non distorti delle preferenze dei consumatori ed imprenditori e delle scarsit relative dei beni. Molto spesso e soprattutto nei PVS prezzi elevati riflettono posizioni di monopolio o di rendita e quindi il loro significato informativo limitato. Inoltre il mercato un meccanismo che opera in un ambito importante ma limitato in quanto dice assai poco sulle preferenze collettive nel campo dei beni pubblici intesi in senso lato, quei beni cio che sono in gran parte forniti dallo stato e per i quali quindi non esiste un prezzo di mercato. Per ultimo necessario fare un breve cenno alla teoria delle votazioni. Se supponiamo che la scelta collettiva si basi sui risultati di una consultazione nella quale ciascun cittadino esprime la sua preferenza (ad esempio, se si vuole adottare lobiettivo A o meno, o se A preferibile a B), dobbiamo allora stabilire i criteri per tali scelte. Una prima regola quella della unanimit che prevede che una scelta sar attuata solo se tutti sono daccordo su di essa. Tale regola evidentemente protegge la libert di ogni singolo cittadino, visto che anche un solo cittadino in grado di bloccare una scelta. Se la societ si trova gi in una situazione allocativa Pareto-efficiente (in cui nessun scambio possibile senza una perdita di benessere per almeno una persona) allora nessuna nuova politica sar accettata perch affinch qualcuno migliori il suo benessere, qualcun altro deve veder peggiorare il proprio, e quindi bloccher la politica. Questo implica una condanna alla immobilit. Nel caso in cui non siamo in una situazione Pareto-efficiente, un qualche miglioramento possibile. Supponiamo che questo miglioramento richieda ladozione di due politiche economiche diverse la A e la B, ciascuna delle quali migliora il benessere complessivo ma con una sua distribuzione dei benefici diversa

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Lezioni 1-2-3

tra i cittadini. Se introduciamo prima la misura A (che beneficia in particolare alcune persone), non detto che la B venga poi adottata perch questo potrebbe comportare un peggioramento per coloro che hanno beneficiato della misura A, che quindi si opporranno alla B. Quindi il risultato finale cui si giunge (in termini di distribuzione dei benefici) dipende dallordine in cui le politiche vengono votate e cio dal loro sequencing, fatto che tender a scatenare manipolazioni per alterarne lordine di votazione. Una seconda regola per aggregare le decisioni dei singoli quella della maggioranza. Questa regola condanna meno allimmobilismo ma meno rispettosa delle opinioni della minoranza. Questa regola richiede che si stabilisca il quorum (che non pu essere inferiore al 50% dei voti espressi, altrimenti teoricamente votare simultaneamente una politica ed il suo opposto. Tale quorum pu essere semplice (ad esempio 51%) o qualificato (ad esempio 66%) per decisioni di maggior rilevanza. Si pu dimostrare che tale regola gode di un notevole numero di propriet che la rendono particolarmente attraente. 4.2. Vecchia economia del benessere Funzioni di Benessere Sociale4 e la critica di Sen. Come abbiamo visto sopra, molto spesso la formazione degli obiettivi sociali delegata al policy-maker. Questo dovr effettuare delle scelte che riflettano in modo pi o meno accurato le preferenze della societ che, in democrazia, lo premier o punir rinnovandogli il mandato attraverso libere elezioni. In contesti non democratici, i canali di consultazione, contrattazione e manifestazione e raccolta del consenso politico sono meno manifesti, ma esistono lo stesso. Oltre che ai metodi descritti sopra il policy-maker (esecutivo, legislativo, Banca Centrale) pu ispirarsi ad alcuni principi generali elaborati dalla vecchia economia del benessere che trova le sue origini nei lavori del filosofo ed economista Jeremy Bentham e delleconomista Pigou che nel suo libro Welfare Economics del 1920 offr una prima trattazione complessiva di tale teoria. I principi del welfare economics orientano in modo astratto ma importante le scelte sociali del policy-maker e la scelta degli obiettivi della politica economica. Tali scelte vengono generalmente effettuate facendo ricorso a principi, teoremi e funzioni di benessere collettivo che permettono di comparare differenti ordinamenti sociali (o stati del mondo) come, ad esempio, allocazioni alternative del reddito nazionale tra gli individui che derivano da interventi alternativi del governo. In tale approccio il benessere collettivo una funzione di sintesi che combina (tramite un operatore somma, somma ponderata, prodotto, prodotto ponderato, iperbole, ecc.) in un tuttuno il benessere di tutti i membri della collettivit. Ad esempio, date le funzioni di utilit individuale Ui = U(yi) (i = 1, n) che sono una funzione positiva del reddito individuale yi, la FBS prende la forma FBS = W [U1(y1), U2(y2), .., Un(yn)] (18)

Tali funzioni di utilit possono godere (a seconda delle ipotesi normative fatte dal policy maker) delle seguenti importanti propriet: - cardinalit; questa una propriet che permette di misurare precisa lutilit di y1 e y2 a partire da una origine 0 (ad esempio 5,7 e 6,.9), mentre lordinalit mi permette solo di stabilire se unutilit maggiore o minore di unaltra (in questo caso y1<y2). La cardinalit permette di aggregare le utilit dei diversi cittadini in una utilit collettiva mentre lordinalit mi permette soltanto di ordinarle (stabilire cio una graduatoria y1<y4<y2) ma non di aggregarle;
4

Esiste anche una nuova teoria del benessere, che prende le mosse dal Teorema dellImpossibilit formulato da Kenneth Arrow nel 1951, la cui trattazione per al di fuori dellobiettivo di queste dispense. 26

Lezioni 1-2-3

- aggregabilit (o nel caso assai frequente della somma, additivit), che permette di aggregare le utilit di varie persone secondo un qualche tipo di operatore (somma, moltiplicazione, elevazione a potenza, ecc.). Alcuni sostengono per che le utilit di ogni individuo sono soggettive (riflettendo gusti, preferenze e percezioni personali), che non sono comparabili con quelle di altri individui, e che non possono dunque essere aggregate tra loro, come non si possono aggregare pere e mele; - similarit (o simmetria); questa propriet indica che tutti cittadini hanno funzioni di utilit simili, sottintendendo in questa maniera che essi traggono lo stesso grado di soddisfazione da diversi livelli di reddito. Questo significa che le funzioni di utilit sono identiche; - concavit (o linearit, o convessit). Nel primo caso, lutilit delle persone cresce meno che proporzionalmente al crescere del reddito, mentre nel secondo cresce proporzionalmente, e nel terzo pi che proporzionalmente. Lipotesi pi verosimile la prima, e cio che lutilit o piacere che deriviamo dal consumare dosi successive di reddito, siano decrescenti. Ma non possiamo neppure escludere (nel caso di un gaudente o di un edonista) che le utilit siano crescenti al crescere del reddito. Se le utilit sono concave, lutilit complessiva sar maggiore in caso di una distribuzione del reddito pi egalitaria, che il policy-maker cercher di raggiungere con la tassazione ed i sussidi. Nel caso di funzioni di utilit convesse, la pi elevata utilit sociale si ottiene concentrando tutto il reddito nelle mani di un cittadino A seconda delle ipotesi fatte circa il numero di queste propriet di cui godono le funzioni di utilit personali, della loro forma funzionale, e del tipo di operatore di aggregazione possiamo distinguere alcune funzioni di benessere sociale tipiche: - La funzione di utilit (o benessere sociale) Benthamiana. Tale funzione di benessere sociale (FBS) prende la forma generale seguente (da cui evidente che le condizioni di cardinalit e addivit sono valide): FBS = U1 (y1) + U2 (y2) + ..... + Un (yn) =

U (y )
i i i =1

(19)

Se assumiamo poi che tale funzione goda anche delle propriet di simmetria e concavit, le conclusioni che se ne possono trarre sono importanti, visto che tra i vari stati del mondo (le diverse distribuzioni del reddito) quello che massimizza la FBS quella egalitaria. Va notato, tuttavia, che se sostituiamo lipotesi di concavit di U(yi) con quello di convessit delle funzioni di utilit individuali, lo stato del mondo che massimizza il benessere sociale consiste nellassegnare tutto il reddito alla persona pi ricca. Nel caso di linearit delle U(yi) non si ha nessuna indicazione per redistribuire a favore dei poveri o dei ricchi. Tuttavia, questi risultati non valgono se il policy-maker considera che non tutti cittadini sono egualmente importanti e che quindi le loro utilit devono essere ponderate con pesi wi che tengano conto della loro importanza (o della loro privazione) relativa. Se il policy maker introduce dei pesi normativi wi, la FBS prender dunque la forma FBS = U(yi) wi = U1 (y1) w1 + U2 (y2) w2 + ... + Un (yn) wn (19)

Lo stato del mondo che massimizza la FBS dipender dunque dalla struttura dei pesi.

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- La funzione di utilit di Atkinson. In tale funzione, le U(yi) sono concave (e cio il reddito ha una utilit marginale decrescente) e lutilit di ogni unit addizionale di reddito decresce ad un tasso () uguale per tutti gli individui che viene chiamato avversione alla disuguaglianza [vedi grafico (1-2-3).4], perch tanto pi elevato tale parametro, tanto pi concava la FBS: FBS =

i =1

U (y i ) =

i =1

(yi )1
1-

(20)

Grafico (1-2-3).4. FBS con avversione alla disuguaglianza di Atkinson Utilit totale (sinistra) ed utilit marginale (destra), con diversa avversione alla disuguaglianza
16 1.2

14 1 12 0.8

10

=0 = 0.5

0.6

= 0.875

6 0.4 4

=0 = 0.5 = 0.875
0.2

0 1 6 11 16 21 26

0 1 6 11 16 21 26

Lutilit dunque cresce meno che proporzionalmente rispetto al reddito, e tale fenomeno tanto pi marcato quanto pi elevata lavversione alla disuguaglianza () come mostrato nella tabella qui sotto che fornisce i valori della funzione per 4 valori di :5 Valore di 0 0.5 2 0.75 0.875

i =1

U (y i )

(y i )
i =1

i =1

(y i ) 4

i =1

(y i ) 8

i =1

(y i )

Va notato che i vantaggi sociali della redistribuzione misurati da questa FBS crescono allaumento della disuguaglianza, e che in questa formulazione (in cui, ripetiamolo, si assumono cardinalit, simmetria, additivit, e concavit delle Ui) il massimo della FBS ottenuto quando tutti gli individui hanno un reddito yi uguale al reddito medio y*.
5

Va notato che per ogni valore di la funzione di utilit di Atkinson diverge allinfinito. Inoltre, per ogni y 11 y1 2 possibile coppia 1 e 2, con 1 < 2, esiste sempre un y finito tale per cui = (vedi figura); con 1 1 1 2 1 2 semplici passaggi algebrici, si osserva che y = (1 2 ) . Per valori di reddito inferiori ad y, la funzione di 1 1

utilit caratterizzata da una maggiore avversione alla disuguaglianza segnala un livello di utilit maggiore, mentre avviene lopposto per valori superiori. Questo implica che, per valori di reddito tendenti allinfinito, lutilit maggiore segnalata dalla funzione che presenta =0, ovvero nessuna avversione verso la disuguaglianza.

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In tale contesto, il grado di uguaglianza di una societ pu essere misurato con lindice normalizzato di Dalton [D = Uyi)/n U(y*)] che divide lutilit totale derivata dalla distribuzione del reddito realmente osservata (e quindi caratterizzata da un certo grado di disuguaglianza) con lutilit massima ottenibile verificata nel caso in cui tutti cittadini hanno un reddito y*. - Funzione di utilit di Bernuolli-Nash. Unaltra FBS, che arriva alla conclusione che una distribuzione pi egalitaria fa aumentare il benessere della societ, quella di Bernoulli Nash. Tale FBS prende la forma: FBS = U(yi)ai (21) dove gli ai sono pesi scelti dal policy maker. Va notato che in questo caso le utilit dei singoli cittadinini U(yi) vengono aggregate tramite loperatore prodotto. Questa caratteristica fa s che i confronti circa i possibili stati del mondo tendano a suggerire nel caso di pesi tutti pari a 1 che il miglior stato del mondo quello perfettamente egalitario, e questo vale anche nel caso di funzioni di utilit lineari (mentre per la funzione Benthamiana questo valeva solo nellipotesi di concavit delle funzioni di utilit). Consideriamo, ad esempio, un caso dove abbiamo tre individui A, B, C con un reddito complessivo pari a 9. Assumiamo poi che la funzione di utilit sia lineare e che ogni dose di reddito abbia una utilit pari al doppio del reddito stesso. Consideriamo poi due distribuzioni del reddito. Nella prima A ha un reddito di 4, B di 3 e C di 2. Nella seconda tutti e tre hanno un reddito pari a 3. La tabella mostra che il benessere collettivo misurato dalla FBS Nash-Bernoulli maggiore nel caso della distribuzione pi egalitaria. Distribuzioni A=4, B=3, C=2 A=3, B=3, C=3 Utilit dei singoli A=8, B=6, C=4 A=6, B=6, C=6 Benessere collettivo 8x6x4 = 192 6x6x6 = 216

Quindi tale FBS accentua il carattere egalitario della distribuzione del reddito che massimizza il benessere sociale. - Funzione di utilit di Rawls. Secondo la teoria della giustizia elaborata da John Rawls il benessere della collettivit coincide con quello dellindividuo con il reddito pi basso (spesso identificato con il 20 percento pi povero). In simboli: FBS = min U(yi) (22)

da cui deriva che se il benessere della collettivit aumenta soltanto se aumenta il reddito del cittadino pi povero (o del 20% pi povero), mentre rimane invariato se aumenta quello di tutti gli altri individui salvo quello del pi povero. Questa una logica radicalmente opposta al criterio di Pigou (secondo cui il benessere collettivo cresce se aumenta quello di un qualsiasi membro della collettivit) e al principio di ottimalit paretiana. Pur se apprezzabile eticamente, tale specificazione soffre di eventi problemi di politica economica, visto che molte classi sociali (i ricchi, ma anche la classe media) si opporranno ad interventi che beneficiano solo i poveri. Alcuni autori hanno argomentato che le funzioni di utilit non sono simili, ma sono diverse (pur restando aggregabili). Ad esempio se lutilit marginale rispetto al reddito della persona A
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declina pi lentamente rispetto a quella della persona B (il che significa che la sua curva di utilit meno concava), allora il criterio di scelta secondo cui bisogna livellare le utilit marginali implica che bisogner assegnare quantit diverse di reddito a persone diverse [vedi grafico (1-2-3).5]. Questo massimizza il benessere totale ma rischia anche di aumentare la disuguaglianza e le tensioni sociali. Unaltro argomento che stato spesso sostenuto quello che la distribuzione egalitaria mina gli incentivi degli agenti economici, in modo tale che coloro che sono dotati di maggior talento non ricevono i giusti stimoli dal sistema per metterlo a frutto. Grafico (1-2-3).5. Caso di funzioni di utilit individuali diverse Ui UB UA

yi Ci sono poi gli autori che sostengono che le utilit individuali non sono aggregabili e che quindi impossibile misurare il benessere collettivo sommando il benessere dei singoli individui. Va notato, infine, che gli stati del mondo che il policy-maker deve comparare non sono sempre facilmente valutabili e aggregabili, perch sono espressi in metriche diverse (come il redito per capita e la mortalit infantile)6. Mentre le variabili monetarie da cui deriva utilit sono misurabili e quindi aggregabili, quelle intangibili, quali la tutela del paesaggio o la difesa del territorio, che possono costituire anchesse un obiettivo di politica economica ed una fonte di utilit non lo sono. Inoltre vari obiettivi economici di breve periodo (inflazione, disoccupazione ecc.) hanno effetti economici non facilmente misurabili, pesabili e aggregabili con la metrica dellutilit monetaria individuale, ed probabile che il policy-maker riesca a valutarli complessivamente meglio del mercato, in quanto il raggiungimento di tali obiettivi genera anche benefici indivisibili come la stabilit sociale, un clima salubre, credibilit internazionale, ecc. Per concludere questa sezione bisogna ricordare la critica rivolta da Amartya Sen, (premio Nobel per leconomia nel 1998) a questo tipo di impostazione. Sen sostiene che gli approcci basati sulla disponibilit di reddito e beni materiali, o sullutilit che deriva dal loro impiego, offrono unidea inadeguata del benessere di una persona e della collettivit. Il reddito infatti non correla in modo preciso con indicatori di benessere come nutrizione, alfabetizzazione o speranza di vita (confronta ad esempio la speranza di vita, specie quella femminile, della ricca Arabia Saudita con quella del Kerala, uno stato indiano con un reddito per capita molto pi
Esistono esempi di aggregazioni fra indicatori con metriche distinte che hanno un qualche senso, come nel caso dell indice di miseria sociale di Okun che pari alla somma dei tassi di inflazione e disoccupazione. Questo indice di miseria sociale pu funzionare nelle economie occidentali, ma certamente affetto da severi problemi metodologici visto che il tasso di disoccupazione ha un campo di variazione prestabilito (0,100) mentre quello di inflazione non ha un limite superiore (in Bolivia, nel 1985, linflazione raggiunse il 27.000% e tale valore fu superato e di molto durante liperinflazione tedesca del periodo successivo alla prima guerra mondiale. 30
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basso ma una elevata speranza di vita). Questo dipende dal fatto che altre risorse (listruzione dei genitori, e della madre in particolare, la disponibilit di tempo, le caratteristiche, pratiche e conoscenze sanitarie dei membri della famiglia, ecc.) generano benessere; che lefficienza di conversione del reddito in benessere varia a seconda di caratteristiche individuali non osservabili (come antropometria, talento e sforzo) o di caratteristiche osservabili ma spesso ignorate come la dimensione, struttura e stabilit della famiglia; che il reddito medio familiare medio (generalmente usato per misurare il benessere su base individuale) ignora il problema della distribuzione intra-famigliare delle risorse; che il benessere influenzato anche dallaccesso a `beni pubblici' come servizi sanitari, educativi, dattenzione allinfanzia e a risorse comunitarie (attivi collettivi e capitale sociale); e che fattori esterni come clima, insicurezza collettiva o contaminazione ambientale influenzano in modo rilevante il benessere. Per tutti questi motivi le variabili yi e quindi anche la U(yi) sono un indicatore di benessere poco preciso. Inoltre il concetto di utilit secondo Sen ambiguo e troppo dipendente dalla psicologia dellindividuo. Ad esempio, come valutano il proprio stato di benessere coloro che hanno un basso reddito o soffrono di insufficienza ponderale? Queste persone si sentono deprivate? Mentre un aumento dellutilit pu fornire per loro evidenza della percezione del raggiungimento di un risultato, questo non pu essere equiparato al benessere di una persona. Ad esempio, una persona severamente deprivata che non intravede alcuna uscita dal suo stato di avversit potrebbe, come strategia di vita, accettare serenamente questa sua condizione e gioire dei piccoli fatti positivi della vita. In questo caso, difficile dire che la persona non povera o deprivata anche se questa persona sente diversamente. Ad esempio, la malnutrizione di cui molti soffrono (specie nel caso della bassa altezza per et) raramente percepita come unassenza di benessere. Come seguito della sua critica, Amartya Sen ha proposto una teoria della giustizia non-welferista (che non fa ricorso cio al concetto di utilit, che rappresenta invece il cardine della welfare economics). La teoria delle capabilities di Sen parte dal presupposto che certi beni e circostanze (vedi due paragrafi sopra) permettono il raggiungimento (in modo diverso da persona a persona) di un certo numero di functionings fondamentali (essere vivi, ben nutriti, avere una buona salute, potersi muovere, essere adeguatamente istruiti, aver rispetto per se stessi ed essere rispettati socialmente, essere in grado di partecipare attivamente alla vita della propria comunit e via di seguito) che permettono lesercizio di una libert positiva, o quanto meno le capabilities di godere pienamente di questi functionings anche quando questi non vengono immediatamente esercitati, come ad esempio nel caso della capability di movimento. In breve, Sen si concentra sullo stato di salute, nutrizione, sanit, ecc delle persone e quindi sui fini dellagire individuale e collettivo, e non su reddito, i servizi sociali, conoscenza e via di seguito che sono mezzi per raggiungere tali fini. Il benessere va dunque valutato sui risultati finali e da qui laccento posto su indicatori sintetici come lIndice di Sviluppo Umano o indice di Povert Umana (vedi oltre nel testo) che su tali variabili si basano. Va detto chiaramente che sia nei PS che nei PVS - tale approccio alla politica economica, che si concentra su obiettivi come una minore mortalit ed una migliore nutrizione ed istruzione, molto pi rilevante ed operativo di quello basato sul concetto di utilit, anche se le FBS descritte sopra possono ispirare positivamente lapproccio complessivo della politica economica, ad esempio in termini di una maggiore equit nella distribuzione del reddito e della ricchezza tra le classi sociali. 4.3. La new political economy

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Lezioni 1-2-3

La teoria prevalente considera il policy-maker come un soggetto razionale e benigno che persegue con zelo linteresse collettivo, interpretando ed aggregando in modo fedele e trasparente le preferenze individuali, o facendo ricorso ai principi delleconomia del benessere o a quelli derivabili dalla teoria delle capabilities di Sen per formulare principi allocativi o distributivi generali ma molto importanti. Gi alla fine degli anni Cinquanta, questa impostazione stata messa in discussione dalla scuola delle public choices (o delle scelte pubbliche), il cui principale esponente James Buchanan, che vede il policy-maker come lespressione di gruppi di interesse che influenzano le sue decisioni non solo lecitamente attraverso libere elezioni, ma anche attraverso campagne di pressione, ricatti o corruzione. Secondo tale scuola che ha portato allo sviluppo della New Political Economy (NPE) la comprensione dei legami tra gruppi di pressione ed il policy-maker essenziale per analizzare la dinamica della scelte collettive e della politica economica. In virt di tutto questo, la teoria della politica economica deve dunque studiare il comportamento dei gruppi di pressione e dei governi piuttosto che concentrarsi sui metodi di formulazione delle scelte collettive e sulla relazione obiettivi-strumenti, come fatto finora in questa dispensa. In tale modello interpretativo, ed in maniera non troppo distinta dallanalisi di classe marxiana, il policy-maker non razionale e benigno ma persegue nellespletamento dei suoi compiti istituzionali il proprio interesse personale o quello dei gruppi che rappresenta. Da questo ne deriva che lungi dal risolvere le inefficienze, privazioni e problemi della societ, lintervento dello stato nelleconomia tender ad acuirle, visto che le risorse collettive verranno in gran parte convogliate verso usi impropri. Da questo, la forte enfasi posta da tale teoria sul fallimento dello stato7 e molto di meno sul fallimento del mercato (vedi oltre). Questo approccio vuole dunque limitare al massimo lambito delle scelte collettive che verrebbero dominate da interessi di parte ed assume dunque una posizione non interventista. La NPE analizza dunque linterazione tra gli individui che costituiscono la collettivit, il policy-maker (ed i comitati di interesse che lo esprimono) e la burocrazia pubblica, cui spetta il compito di applicare in maniera concreta le misure di politica economica stabilite dal policymaker. Nel mondo reale, accanto a quello istituzionale, ciascuno di questi tre soggetti persegue obiettivi propri e diversi. Ad esempio il policy-maker persegue un interesse specifico suo (ad esempio quello di essere rieletto) ed eventualmente gli interessi del gruppo che rappresenta. Questa funzione obiettivo non dichiarata e non facilmente osservabile da parte della collettivit che gli da un mandato. A sua volta, la burocrazia - il cui compito sarebbe quello di implementare fedelmente le politiche identificate dal policy-maker - ha spesso una sua funzione obiettivo non osservata da parte del policy-maker consistente nellampliare il pi possibile il suo spazio discrezionale al fine da trarre una rendita dalla posizione che occupa. Ci troviamo dunque di fronte ad un doppio problema principale-agente, il primo tra elettori e policy-maker, il secondo tra policy-maker e burocrazia, complicato da notevoli asimmetrie informative e da una interazione strategica tra tali attori. Le decisioni di politica economica si formano dunque attraverso linterazione strategica di questi tre gruppi, che ben si presta ad essere studiata con la teoria dei giochi. Per ognuno di questi tre gruppi infatti, il comportamento ottimale dipende da quanto essi si attendono facciano gli altri due. Di certo, secondo questo modello, il perseguimento dellottimo (non dichiarato) da parte di ognuno dei tre gruppi non porta a scelte collettive efficienti, e pu provocare notevoli problemi di moral hazard e comportamenti opportunistici che peggiorano le inefficienze allocative e/o distributive gi causate dal mercato.
Lenfasi potrebbe essere posta invece sulla riforma dello stato e cio sullo sviluppo di regole che limitano il potere discrezionale del policy-maker e della burocrazia ed aumentano il potere di controllo dei cittadini. 32
7

Lezioni 1-2-3

5. La filosofia politica del modello di politica economica


Dalla parte 4 appena conclusa emerge che la formulazione delle scelte collettive (gli obiettivi di politica economica) fortemente influenzata dalla filosofia politica, dalle teorie della societ e dalle teorie della giustizia che sottostanno alle varie FBS ed approcci di politica economica analizzati. 5.1. Giustificazione per lintervento dello stato nelleconomia. In modo molto schematico e sintetico possiamo individuare tre filoni di pensiero prevalenti che hanno ispirato ed influenzato gran parte degli approcci di politica economica. Queste scuole di pensiero assegnano ruoli molto diversi allintervento dello stato nelleconomia. Possiamo distinguere tra le posizioni libertarie (libertarians in inglese), le posizioni liberali (liberals) e le posizioni collettivistiche: - le posizioni libertarie fanno riferimento ai lavori di Nozick, Von Hayek e Milton Friedman, e sostengono che il compito dello stato quello di garantire la libert degli individui e che il miglior modo di raggiungere questo obiettivo quello di lasciare operare liberamente il mercato. Questi autori sostengono che allo stato vanno assegnate funzioni minime e nessuna funzione redistributiva. La teoria della giustizia cui si ispirano questi autori sostanzialmente stabilisce che lequit consiste nel garantire pari opportunit a tutti, e non nellegalizzare i redditi, utilit o capabilities di tutti i cittadini. Secondo questo punto di vista, la ricerca della cosiddetta giustizia sociale tramite la tassazione e la redistribuzione non solo inutile (perch date condizioni iniziali di partenza uguali per tutti i risultati finali divergeranno in base allo sforzo, merito e talento di ogni individuo) ma anche dannosa perch tender a distruggere il mercato. Questultimo secondo Von Hayek come le forze della natura e cio una forza impersonale anche quando crea danni; - le posizioni liberali, che fanno riferimento ai lavori di Rawls, Miller o degli utilitaristi, attribuiscono allo stato un ruolo molto maggiore dal momento che mettono in questione lefficienza del mercato nel generare lottimo paretiano. Appoggiandosi a teorie della giustizia che enfatizzano limportanza del benessere dei poveri, lapproccio liberale conclude che lo stato deve redistribuire le risorse facendo ricorso a tassazioni a somma fissa, al fine di massimizzare lutilit sociale. Rawls, in particolare, ha sviluppato un criterio di scelta sociale (il principio maximin) secondo cui una politica economica efficiente e giusta solo se massimizza i redditi dei cittadini pi poveri (vedi sopra); - le posizioni collettiviste, come quelle dei socialisti fabiani, dei marxisti o della socialdemocrazia, enfatizzano invece i molti fallimenti del mercato, ma non sono daccordo tra loro sullentit dellintervento pubblico necessario per correggere tali fallimenti. I socialisti fabiani pensano che interventi correttivi strutturali sono sufficienti ad imbrigliare il mercato a fini sociali. I marxisti invece pensano che gli interventi correttivi non siano sufficienti e che riforme pi radicali siano necessarie in modo da affidare le scelte allocative non al mercato ma al pianificatore. Tra le misure che questo prender per massimizzare il benessere sociale, rivestono particolare importanza listituzione della propriet collettiva dei mezzi di produzione, la fissazione dei prezzi e il coordinamento delle scelte economiche da parte del piano.

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Lezioni 1-2-3

6. La politica economica tradizionale e moderna : differenze di obiettivi


6.1. La politica economica tradizionale (obiettivi limitati). Il primo teorema delleconomia del benessere (Smith, Pareto) ci dice che leconomia raggiunge spontaneamente un suo equilibrio ottimale ma che in molti casi intralciata da attriti che ne limitano il funzionamento e che richiedono interventi correttivi. Da questo deriva che lintervento dello stato in economia giustificato da motivi di efficienza. Il modello standard di libero mercato funziona solo se certe condizioni (molto restrittive) sono verificate e cio se si opera in regime di concorrenza perfetta in tutti i mercati, se non vi sono fallimenti del mercato e se siamo in presenza di informazione perfetta. Lintervento dello stato dunque giustificato quando alcune di queste condizioni non sono verificate. Tra le pi importanti fonti di inefficienza annoveriamo: - assenza di concorrenza perfetta: la concorrenza perfetta in tutti i mercati implica che tutti gli agenti siano price-takers e abbiano pari potere. Questa condizione non si verifica in caso di monopolio, oligopolio, monopsonio ecc. Gli interventi di tipo regolatorio, quali la legislazione anti-trust, il controllo amministrativo dei prezzi, la gestione diretta dei monopoli naturali ecc., sono una possibile risposta da parte del policy-maker al venir meno della condizione di concorrenza perfetta; - fallimento del mercato (vedi oltre): questo avviene nel caso di (i) beni pubblici (che hanno le caratteristiche di non essere escludibili e rivali nel consumo) (ii) presenza di esternalit, (ad es. le vaccinazioni o i cosiddetti beni di merito ecc.), (iii) rendimenti di scala crescenti, e (iv) linstabilit della crescita. In tutti questi casi il mercato tende ad essere inefficiente e interventi correttivi (tasse/sussidi, produzione pubblica, regolazione) si rendono necessari; - informazione imperfetta: le imprese e i consumatori sono spesso poco informati sulla natura dei prodotti e dei loro prezzi, causa la loro difficile o imperfetta osservabilit, e circa il futuro. Lesistenza di asimmetria informativa crea il problema della selezione avversa. In tali situazioni o il mercato crea autonomamente istituzioni che forniscono informazione (valutatori ecc.) oppure lo stato interviene attraverso la regolazione o, nei casi pi gravi, attraverso la produzione pubblica. - incompletezza o assenza di alcuni mercati, presenti e futuri: anche nel caso in cui questi siano assnti o non funzionino adeguatamente, si rende necessario lintervento pubblico. Un esempio tipico in questo campo riguarda lintervento pubblico nel mercato delle assicurazioni. I mercati privati in questo campo sono fortemente incompleti o assenti (anche nei PVS) e quindi lo stato interviene con la creazione di assicurazioni pubbliche (ad esempio contro il rischio di vecchiaia, disoccupazione, infortunio e via di seguito). Lintervento dello stato pu essere giustificato anche a fini di giustizia sociale, quando cio la distribuzione del reddito e degli attivi generata dal mercato percepita come socialmente inaccettabile. 6.2. La politica economica moderna: obiettivi pi ampi (correttivi e strutturali). Un limite dellapproccio minimalista alla politica economica risiede nella sua poca rispondenza ai problemi reali dei paesi e nel fatto che ignora il ruolo delle istituzioni nel processo economico. Gli interventi correttivi minimi illustrati sopra sono dunque spesso insufficienti a rimuovere le distorsioni esistenti e a risolvere i vari tipi di problemi di cui
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Lezioni 1-2-3

soffrono gran parte dei paesi. Per questo motivo, sia nei PS che a maggior ragione nei PVS, necessario ampliare la gamma degli interventi pubblici che devono mirare non solo a correggere il fallimento del mercato e liniquit distributiva ma anche a raggiungere obiettivi pi vasti come lo sviluppo tecnologico, la crescita, gli investimenti pubblici, lo stimolo degli investimenti privati, la riduzione della povert, la stabilit macroeconomica, ecc. e cio obiettivi che non sarebbero perseguibili solo sulla base delle due categorie esaminate sopra. Tra questi interventi di politica economica a pi ampio respiro includiamo: - interventi di regolazione delleconomia di breve periodo (a stock di risorse produttive costante) con lobiettivo di raggiungere specifici obiettivi di politica macroeconomica relativi a: - domanda aggregata e livello di occupazione della forza lavoro; - livello dellinflazione - gli interessi dei vari gruppi sociali - il tasso di cambio e lequilibrio della bilancia dei pagamenti - lequilibrio di bilancio ed il rapporto debito/PIL. - interventi di lungo periodo miranti a sostenere la crescita del reddito, dei consumi privati, delle capabilities, e via di seguito. LAssemblea delle Nazioni Unite del 2001 ha fissato al riguardo molti Obiettivi del Millennio (specie in campo sociale) che devono essere raggiunti entro lanno 2015. - interventi redistributivi che mirano cio a cambiare la ripartizione interpersonale delle risorse e dei redditi nel breve periodo attraverso la tassazione ed i trasferimenti. Linterrogativo pi forte al riguardo di questo obiettivo se esiste un trade-off tra redistribuzione e crescita.

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Appendice alle Lezioni 1-2-3

Appendice I alle Lezioni (1-2-3)


(tratto da M. DAntonio, A. Graziani e S. Vinci: Problemi e metodi di politica economica Volume primo, Collana Teorie Economiche 9*, Liguori Editore, 1979, pp. 297-321)

Calcolo matriciale e sistemi di equazioni


1. Vettori e matrici Qualsiasi numero reale compreso tra meno infinito e pi infinito si chiama scalare. Esempi di scalare sono -1, 500, 25, 5/20 ecc. Una matrice formata da tanti scalari e pi precisamente: Si definisce matrice un insieme di numeri disposti per righe e per colonne. Essa scritta nel seguente modo: a11 a12 a 21 a 22 ... ... am1 am 2 ... a1n ... a 2 n ... ... ... amn

La matrice scritta sopra contiene m righe e n colonne e si dice di tipo (m X n). I singoli numeri contenuti nella matrice si chiamano elementi di matrice. Bisogna fare attenzione a non confondere una matrice con un numero in quanto una matrice un modo conveniente di rappresentare un certa lista (o tabella) di numeri e quindi essa non ha alcun valore numerico. Gli elementi della matrice sopra scritta (e questo vale per qualsiasi matrice) sono contrassegnati da una lettera a accompagnata da due indici di cui il primo si riferisce alla riga ed il secondo alla colonna di appartenenza dellelemento. Ad esempio il termine a13 indica lelemento della matrice della prima riga e della terza colonna. Non esiste alcuna relazione tra numero delle righe e numero delle colonne nel senso che una matrice pu contenere qualsiasi numero di righe e di colonne. Se il numero delle righe coincide con il numero delle colonne allora la matrice si dice quadrata. Una matrice di n righe e n colonne una matrice quadrata; pi spesso la si definisce matrice di ordine n. Se la matrice composta di una sola riga, essa si chiama vettore riga, mentre se composta di una sola colonna si chiama vettore colonna. Alcuni esempi aiutano a capire le definizioni sopra riportate. 1 6 2 7 0 4 1 0 4 5 8 5

Questa una matrice rettangolare, mentre una matrice quadrata la seguente 1 0 0 1 Infine esempi di vettori riga e vettori colonna sono

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Appendice alle Lezioni 1-2-3

[1

6 8]

5 e 4 9

Usualmente le matrici vengono indicate con la lettera maiuscola, gli elementi con la lettera minuscola accompagnata dagli indici. Ad esempio una matrice (m X n) pu essere scritta: a11 a12 a 21 a 22 A= ... ... am1 am 2 ... a1n ... a 2 n ... ... ... amn

evidente che quando la matrice viene indicata con la sola lettera bisogna riportare accanto il numero delle righe e delle colonne. 2. Operazioni sulle matrici Due matrici A e B sono eguali (cio A = B) se esse sono identiche e cio se ciascun elemento di A uguale al corrispondente (cio di eguale posto) elemento di B. Ad esempio le seguenti due matrici 1 0 A= 0 1 1 0 B= 0 1

sono eguali, mentre sono diverse (cio A B) le matrici 1 0 A= 0 1 0 1 B= 1 0

Data una matrice A ed uno scalare , il prodotto di per A scritto A definito a11 a12 a 21 a 22 A = ... ... am1 am 2 ... a1n ... a 2 n ... ... ... amn

In altri termini A una matrice i cui elementi sono ottenuti moltiplicando ciascun elemento di A per . La matrice A avr quindi lo stesso numero di righe e di colonne di A. Date due matrici A e B aventi lo stesso numero di righe e di colonne si definisce somma di A e B, (A + B), una matrice C avente lo stesso numero di righe e di colonne di A e B i cui elementi si ottengono cos cij = aij + bij Ad esempio, se 2 3 A= 4 8 e 6 5 B= 3 2
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Appendice alle Lezioni 1-2-3

La matrice somma C sar 2 + 6 3 + 5 8 8 C=A+B= = 4 + 3 8 + 2 7 10 Da notare quindi che per fare la somma di due matrici necessario che esse abbiano lo stesso numero di righe e di colonne. Per quanto riguarda la differenza tra due matrici si procede come per la somma tranne che gli elementi si ottengono della matrice differenza si ottengono facendo la differenza dei corrispondenti elementi di A e B. Ad esempio 2 6 3 5 4 2 D=AB= = 6 4 3 8 2 1 Occorre infine aggiungere che per la somma valgono le propriet associativa e commutativa e cio A+B=B+A A + (B + C) = (A + B) + C = A + B + C Nelle operazioni finora descritte non ci sono grandi differenze rispetto ad analoghe operazioni eseguite con gli scalari. Nel caso della moltiplicazione tra matrici le cose differiscono notevolmente. Se noi vogliamo effettuare il prodotto tra due matrici A e B non bisogna moltiplicare i corrispondenti elementi di A e B, ma occorre eseguire delle differenti operazioni che qui descriveremo brevemente. La moltiplicazione tra due matrici pu essere definita nel seguente modo. Sono date due matrici A di tipo (m X n) e B di tipo (n X r), tali cio che il numero delle colonne della prima sia uguale al numero delle righe della seconda, in modo che il numero degli elementi di una riga della prima sia uguale al numero degli elementi di una colonna della seconda. Si chiama prodotto della matrice A per la matrice B, e si indica AB, la matrice di tipo (m X r) in cui lelemento di posto ij sia la somma dei prodotti degli elementi di ugual posto della riga i.ma di A per colonna j.ma di B. In formula se C = AB Si ha per definizione cij = ai1 b1j + ai2 b2j + .. + ain bnj cio
c ij =
n

a
K =1

ik

b kj

Se abbiamo le seguenti matrici A e B


a11 a12 a13 A= a 21 a 22 a 23 a 31 a 32 a 33 b11 b 21 B= b 21 b 22 b31 b32

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Appendice alle Lezioni 1-2-3

e vogliamo fare il prodotto AB dobbiamo cos procedere. Innanzitutto A una matrice (3 X 3) e B una matrice (3 X 2) per cui il prodotto sar una matrice (3 X 2) e cio una matrice del tipo
c11 c 21 AB = C = c 21 c 22 c 31 c 32

I singoli elementi saranno ottenuti con la seguente regola:


c11 = a11b11 + a12b 21 + a13b31 = a1kbk1
3

c12 = a11b12 + a12b 22 + a13b32 = a1kbk 2 c 21 = a 21b11 + a 22b 21 + a 23b31 = a 2 kbk1 c 22 = a 21b12 + a 22b 22 + a 23b32 = a 2 kbk 2 c 31 = a 31b11 + a 32b 21 + a 33b31 = a 3kbk1 c 32 = a 31b12 + a 32b 22 + a 33b32 = a 3kbk 2
K =1 K =1 3 K =1 3 K =1 3 K =1 3

K =1 3

Se al posto dei simboli a, b e c sostituiamo i valori numerici delle seguenti matrici


1 4 3 A= 2 3 1 1 1 2 3 0 B= 1 1 5 2

il prodotto tra A e B sar la matrice C di (3 X 2) qui appresso riportata C=


22 10 14 5 14 5

Come facile notare dai calcoli e dalle formule sopra riportate, il prodotto tra due matrici possibile soltanto quando il numero delle colonne della matrice che premoltiplica (che viene indicata come prima nelloperazione di moltiplicazione) uguale al numero delle righe della seconda matrice. Inoltre la matrice che si ottiene dal prodotto una matrice che ha lo stesso numero di righe della prima e lo stesso numero di colonne della seconda matrice. Entrambi questi risultati possono essere verificati nel nostro esempio; infatti A ha un numero di colonne (3) pari al numero delle righe di B, e la matrice prodotto ha lo stesso numero di righe di A (3) e lo stesso numero di colonne di B (2). Da quanto detto prima, si deve trarre che nel caso di prodotto tra matrici molto importante lordine di moltiplicazione. Cio mentre quando noi eseguiamo il prodotto tra due scalari e indifferente lordine di moltiplicazione in quanto =

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Appendice alle Lezioni 1-2-3

nel caso di matrici invece se possibile eseguire il prodotto A X B, non detto che possa eseguirsi il prodotto B X A (questo per la regola sul numero di righe e colonne); comunque anche nellipotesi che sia possibile il prodotto B X A in genere AB BA Infatti se supponiamo di avere le seguenti due matrici 1 3 A= e B= 2 4 3. Matrici particolari Gi si detto in precedenza di un tipo di matrici particolari che abbiamo chiamato matrici quadrate (numero delle righe = numero delle colonne). Tra le matrici quadrate ne esiste una tutta particolare che viene chiamata matrice unitaria. La matrice unitaria (o matrice identit) una matrice quadrata che ha pari a 1 tutti gli elementi della diagonale principale e pari a zero tutti gli altri elementi. Essa viene indicata con la lettera I accompagnata da un indice che si riferisce al numero di righe (o colonne). Ad esempio la matrice unitaria di ordine 3 indicata I3 sar
1 0 0 I3 = 0 1 0 0 0 1

2 1 3 5 allora AB =

11 16 16 22 BA =

4 10 13 29

Una matrice i cui elementi siano tutti pari a zero si chiama matrice nulla ed indicata con 0. Le due matrici I e 0 hanno un ruolo simile a 1 e zero per gli scalari; infatti il prodotto tra una qualsiasi matrice A e una matrice unitaria (sempre che loperazione possa essere fatta) d il seguente risultato: AI = A mentre per la matrice 0 si avr: A0 = 0 A+0=A AA=0 In pi possibile (cosa che non lo per gli scalari) che il prodotto tra due matrici A e B sia una matrice nulla anche se A e B sono diverse da matrici nulle. Ad esempio 1 4 4 0 0 0 * 0 0 1 0 = 0 0 Se in una matrice si scambiano le righe con le colonne si ottiene una nuova matrice detta la trasposta della prima e la si indica con la stessa lettera con laggiunta del segno .

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Appendice alle Lezioni 1-2-3

a11 a12 a13 A= a 21 a 22 a 23 e A = a 31 a 32 a 33

a11 a 21 a 31 a12 a 22 a 32 a 13 a 23 a 33

4. Determinanti e propriet dei determinanti Il determinante un numero associato ad una matrice quadrata. Esso viene indicato nel seguente modo: A , oppure pi estesamente
a11 a12 a13

A = a 21 a 22 a 23 a 31 a 32 a 33

Il determinante di una matrice A di ordine n indicato A il numero che si ottiene dalla seguente somma che coinvolge tutti gli elementi di A:
A = ( )a1i a2j .....anr

con la somma riguardante tutte le possibili permutazioni del secondo indice. Ciascun termine della sommatoria viene preso con il segno positivo se la permutazione pari e con il segno negativo se la permutazione dispari. Per comprendere questa definizione necessario innanzi tutto chiarire cosa si intende per permutazione. Se abbiamo un insieme di 4 numeri, ad esempio linsieme dei primi quattro numeri interi (1, 2, 3, 4), noi diciamo che linsieme disposto nellordine naturale se essi appaiano nellordine gi scritto. Se modifichiamo lordine naturale allora si avr che qualche numero maggiore preceder un numero minore, ad esempio (1, 2 , 4, 3). Ogni variazione dellordine naturale dei numeri costituisce una permutazione. Il numero di inversioni in una permutazione il numero di coppie di numeri in cui il maggiore precede il minore. Si possono avere pi permutazioni, ad esempio (2, 1, 4, 3): una permutazione si dice pari se il numero delle inversioni pari, mentre si dice dispari se il numero delle inversioni dispari. Se noi ora ritorniamo alle matrici e supponiamo di avere una matrice quadrata di ordine n a11 a12 a 21 a 22 A= ... ... an1 an 2 ... a1n ... a 2 n ... ... ... ann

Possiamo scegliere un elemento da ciascuna riga e da ciascuna colonna e formare il prodotto dei vari elementi scelti ottenendo lespressione a1i a2j a3k ..... anr dove gli indici i, j, k, r indicano una permutazione dellinsieme di numeri (1, 2, 3, ., n). Se noi formiamo tutte le possibili espressioni del tipo sopra scritto effettuando tutte le permutazioni possibili dellinsieme (1, 2, ., n) e infine le sommiamo algebricamente, otterremo il determinante.
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Appendice alle Lezioni 1-2-3

A titolo desempio prendiamo una matrice del terzo ordine e calcoliamo il determinante. Data la matrice
a11 a12 a13 A= a 21 a 22 a 23 a 31 a 32 a 33

per calcolarne il determinante A procediamo nel seguente modo. Scriviamo una prima espressione contenente un elemento di ciascuna riga senza specificare per il momento la colonna e cio a1. a2. a3. al posto dei punti occorre poi inserire uno qualsiasi dei numeri (1, 2, 3) riferentesi alle colonne. Per calcolare il determinante basta fare tante espressioni scrivendo tutte le possibili permutazioni dei numeri 1, 2, 3. Queste sono le seguenti (1, 2, 3), (1, 3, 2), (2, 1, 3), (2, 3, 1), (3, 1, 2), (3, 2, 1) sostituendo questi numeri al posto del punto otterremo le seguenti sei espressioni 1) 2) 3) 4) 5) 6) a11 a11 a12 a12 a13 a13 a22 a23 a21 a23 a21 a22 a33 a32 a33 a31 a32 a31

Per calcolare il determinante baster fare la somma algebrica delle sei espressioni sopra riportate e cio sommare i vari termini assegnando il segno positivo allespressione se la permutazione dei secondi indici pari ed il segno negativo se la permutazione dispari. Nel nostro caso i segni delle sei espressioni saranno rispettivamente (+, -, -, +, +, -). Per esempio se la matrice A la seguente
1 1 0 A= 1 3 2 1 2 2

le sei espressioni saranno: -6; 4; -2; 2; 0; 0; allora il determinante sar


A = + (-6) (-4) (-2) + (2) = -10

Nel caso che la matrice sia di ordine n il determinante risulta composto da una sommatoria di n! (n fattoriale) termini e precisamente n! = n(n-1)(n-2)(n-3)1 Il determinante di una matrice pu essere pure espresso in una forma diversa, forma che da una parte semplifica le operazioni e dallaltra ha una rilevante importanza dal punto di vista teorico. A tale proposito dobbiamo definire un nuovo termine e cio il complemento algebrico di un elemento
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Appendice alle Lezioni 1-2-3

di una certa matrice. Data una matrice A di ordine n si definisce complemento algebrico (o cofattore) dellelemento aij il determinante della matrice che si ottiene cancellando dalla A li.ma riga e la j.ma colonna moltiplicato per il termine (-1)i+j Se ad esempio abbiamo la matrice del terzo ordine
a11 a12 a13 A= a 21 a 22 a 23 a 31 a 32 a 33

il complemento algebrico di a11 indicato A11 sar A11 = (1)1+1 a 22 a 23 a 22 a 23 a 22 a 23 = (1) 2 = a 32 a 33 a 32 a 33 a 32 a 33

Si pu notare che A11 il determinante della matrice ottenuta dalla A cancellando la prima riga e la prima colonna e poi moltiplicato per il termine (-1)1+1 in quanto nel caso specifico i due indici sono i = 1 e j = 1. Definito il complemento algebrico, il determinante della matrice pu essere scritto
A = aijAij
j =1 n

i = 1, 2, 3, .., n

e cio il determinante di una matrice scaturisce dalla somma dei prodotti tra gli elementi di una riga qualsiasi (o di una colonna) e i propri complementi algebrici. Concludiamo infine questo paragrafo sul determinante riportando alcune tra le pi importanti propriet di esso: a) il determinante di una matrice avente una riga (colonna) composta da tutti zero nullo; b) moltiplicando per tutti gli elementi di una riga (o colonna) della matrice il determinante resta pure esso moltiplicato per ; c) se si cambiano due righe (colonne) di una matrice il determinante cambia di segno; d) se una matrice ha due righe (colonne) uguali il determinante zero; e) il determinante di A uguale a quello della sua trasposta, cio A=A; f) la somma dei prodotti fra gli elementi di una riga (colonna) e i complementi algebrici di unaltra riga (colonna) zero; 5. Matrice inversa Data una matrice quadrata A di ordine n si dice matrice inversa di A, e si scrive A-1 , la matrice che soddisfa la seguente relazione A-1A = A A-1 = In Dobbiamo ora vedere come si verifica se la matrice inversa esiste e come si fa a calcolarla. Per fare questo, ritorniamo un momento alla matrice unitaria di ordine n e calcoliamo il determinante di questa matrice. Esso 1 perch in tutte le espressioni per il calcolo del determinante compaiono degli zeri tranne quella formata dal prodotto dei termini della diagonale principale che sono tutti uno. Possiamo allora scrivere

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Appendice alle Lezioni 1-2-3

1 0 0 .... 0 0 1 0 .... 0 . . . .... . In = =1 . . . .... . . . . .... . 0 0 0 .... 1 Oltre al determinate della matrice unitaria dobbiamo fare riferimento alla cosiddetta matrice aggiunta di A. Questa la si ottiene nel seguente modo: 1) si parte da A e si forma la sua trasposta A (si scambiano cio le righe e le colonne di A); 2) si calcolano i complementi algebrici di A e si forma una matrice con tutti questi termini. Questa ultima matrice la matrice aggiunta di A. Essa sar la seguente A11 A12 A' = . A1n A21 A22 . A2 n ... A31 ... An 2 ... . ... Ann

Come si ricorder noi abbiamo gi detto che


A = aijAij
j =1 n

e per la propriet f del determinante che

a A
kj j =1

ij

=0

ki

Questa ultima espressione infatti non altro che la somma dei prodotti tra gli elementi della riga k.ma e i complementi algebrici della riga i.ma. Tenendo conto di queste due formule formiamo il prodotto AA oppure AA ed otterremo il seguente risultato

A 0 AA' = A' A = 0 . 0

0 A 0 . 0

... ... A ... ...

0 1 0 ... 0 0 1 ... 0 0 0 = A . . ... . = A In . . . ... . A 0 0 ... 1

Lultima formulazione stata ottenuta mettendo in evidenza A. Ora ritornando allinversione di A noi abbiamo detto che deve soddisfare la relazione A-1A = A A-1 = In Noi sappiamo che
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Appendice alle Lezioni 1-2-3

AA = AA = A-1A = A In per cui in questa ultima equazione dividendo i vari membri per A otteniamo
A' A' A = A = In A A

Confrontando questa ultima formula con linversa possiamo concludere


A1 = A' A

Linversa di una matrice si ottiene, quindi, dividendo ciascun termine della matrice per il determinante della matrice. Il procedimento di calcolo dellinversa ha messo in luce la circostanza che affinch una matrice abbia linversa necessario che il suo determinante sia diverso da zero. Infatti qualora il determinante si annullasse non avrebbe senso dividere i vari elementi della matrice aggiunta per zero. Questa ultima determinazione ci facilita la definizione di matrice singolare. Una matrice quadrata con determinante nullo si dice singolare, mentre una matrice con determinante diverso da zero non singolare. Per concludere sulla matrice inversa elenchiamo senza dimostrazione alcune sue propriet: a) (AB)-1 = B-1 A-1 b) (A-1)-1= A c) (A)-1= (A-1) La (a) ci dice che linversa di un prodotto uguale al prodotto in ordine cambiato delle inverse; la (b) che linversa dellinversa la matrice originaria e la (c) infine che linversa della trasposta uguale alla trasposta dellinversa.
6. Sistemi di equazioni

In economia accade frequentemente di incontrare dei modelli costituiti da un insieme di equazioni lineari per cui importante conoscere in quali casi il sistema ammette soluzioni e in quali casi no. Qui di seguito esporremo, sia pure brevemente, i criteri per determinare le condizioni per lesistenza o meno di soluzioni dei sistemi di equazioni e a tale proposito faremo ampiamente riferimento alle matrici e alle propriet di cui si detto in precedenza con laggiunta di alcuni altri fondamentali concetti. Supponiamo di avere un sistema lineare di n equazioni in n incognite x1, x2, .., xn del tipo a11x1 + a12x2 + a13x3 + + a1nxn = b1 a21x1 + a22x2 + a23x3 + + a2nxn = b2 . an1x1 + an2x2 + an3x3 + + annxn = bn con aij = coefficienti delle incognite i, j = 1, 2, ., n bi = termini noti i = 1, 2, ., n
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Appendice alle Lezioni 1-2-3

Questo sistema pu essere riscritto nel modo seguente Ax=b con a11 a 21 A = .... .... an1 a12 a13 a 22 a 23 .... .... .... .... an 2 an 3 .... .... .... .... .... a1n a 2n .... .... ann x1 x 2 x = x3 ... xn b1 b 2 b = b 3 ... bn

Risolvere il sistema Ax=b significa individuare una n.pla di valori x1, x2, x3, ., xn che soddisfi le n equazioni del sistema (e da menzionare sin dora che tale n.pla pu non esistere). Se la matrice inversa di A (la A-1) esiste allora la soluzione facile da individuare; infatti basta moltiplicare primo e secondo membro del sistema per A-1 e si ottiene x = A-1b Per ottenere quindi la soluzione del sistema di equazioni Ax = b basta trovare la matrice A-1 e moltiplicare tale matrice per il vettore b. Dalla relazione ora indicata risulta evidente che, affinch esista la soluzione del sistema di equazioni, necessario che sia possibile calcolare A-1. nel paragrafo precedente abbiamo visto che lesistenza della matrice A-1 richiede la non singolarit di A e cio che A 0. Riprendiamo la soluzione x = A-1 b, e riscriviamola in una forma che ci consentir alcune interessanti considerazioni. Come si ricorder dal paragrafo precedente, A-1 = (1/A)A per cui la soluzione sar del tipo x1 A11 x2 A12 . 1 ... = . A ... . ... xn A1n A21 A22 ... ... ... A2 n ... An1 ... An 2 ... ... ... ... ... ... ... Ann b1 b2 ... ... ... bn

ed effettuando la moltiplicazione di cui sopra si otterr x1 = x2 = 1 1 ( A11b1 + A21b 2 + .... + An1bn) = A A

A b
j =1

j1 j

1 1 n ( A12b1 + A22b 2 + .... + An 2bn) = Aj 2b j A A j =1 ed in generale 1 1 n xi = ( A1ib1 + A2ib 2 + .... + Anibn) = Ajib j A A j =1

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Appendice alle Lezioni 1-2-3

Osservando le varie espressioni, si nota che il termine

A b
j =1

ji j

non altro che il determinante

della matrice A che, al posto della i.ma colonna, ha il vettore di b. Si ottiene cos la regola di Cramer che dice: Ciascuna delle incognite xi data da una frazione che ha per denominatore il determinante della matrice dei coefficienti A e per numeratore il determinante della matrice che si ottiene sostituendo nella matrice A ai coefficienti dellincognita che si sta calcolando i termini noti. Il metodo ora esposto per risolvere un sistema avente tante incognite quante sono le equazioni, se interessante dal punto di vista teorico, scarsamente efficiente ai fini del calcolo della soluzione soprattutto nel caso di n molto elevato. Ai fini del calcolo si rivela pi efficiente il metodo di soluzione Gauss-Jordan che consiste nelloperare nel sistema di equazioni originario una serie di operazioni aventi come obiettivo la successiva eliminazione di variabili al fine di poterne determinare facilmente per qualcuna il valore, per poi procedere attraverso sostituzioni alla determinazione delle altre. Questo metodo pu essere facilmente illustrato con un esempio. Supponiamo di avere il seguente sistema:
x1 2 x 2 + 3 x 3 = 6 x1 x 2 x 3 = 4 2 x1 + 3 x 2 + 5 x 3 = 23

la cui soluzione : x1 = 1; x2 = 2; x3 = 3 Finora abbiamo assunto che la matrice A-1 esista, ma ci non si verifica sempre. Esamineremo ora questipotesi inquadrandola per nel problema pi generale di un sistema di equazioni in cui numero delle equazioni e numero delle incognite non coincidono. Prima di passare alla discussione dei sistemi di equazioni pi generali (equazioni in numero diverso dalle incognite) necessario aggiungere qualche nozione complementare sulle matrici. Data una matrice A, si definisce sottomatrice di A ogni matrice che si ottenga prendendo gli elementi di A comuni a un certo numero di righe e ad un certo numero di colonne di A. Si chiamano minori di ordine l della matrice A i determinanti delle sottomatrici dordine l di A. Ci posto, si chiama rango della matrice A di tipo (m X n) con m n il numero intero p che ha le seguenti propriet: 1) tra i minori di ordine p della matrice A ve n almeno uno che sia diverso da zero; 2) tutti i minori dordine p+1 (ove esistano) sono nulli. Dalla propriet 2) segue che anche i minori di ordine p+2, p+3, , ove esistano, sono nulli. Infatti sviluppando un minore dordine p+2 della matrice A secondo gli elementi di una riga (o colonna) si ottiene una combinazione lineare di minori dordine p+1, che sono tutti uguali a zero; sviluppando poi un minore dordine p+3 secondo gli elementi di una riga (o colonna) si ottiene una combinazione lineare di minori dordine p+2, che sono tutti nulli, ecc. Si pu definire il rango di una matrice anche come lordine dei minori dordine massimo della matrice A, che siano diversi da zero. chiaro che se A del tipo (m X n), il rango non pu superare il pi piccolo dei numeri m ed n, da cui appunto la relazione r (A) (minore tra m ed n).
7. Sistemi normali

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Appendice alle Lezioni 1-2-3

Si dice normale un sistema lineare in cui il numero n delle incognite sia non inferiore al numero delle equazioni m e tale che il rango della matrice dei coefficienti delle incognite sia uguale al numero delle equazioni. Supponiamo allora di avere il seguente sistema a11x1 + a12x2 + + a1nxn = b1 a21x1 + a22x2 + + a2nxn = b2 am1x1 + am2x2 + + amnxn = bm o in maniera pi concisa Ax=b con A matrice del tipo (m X n) x vettore di tipo (n X 1) b vettore di tipo (m X 1) r (A) = m mn

Il sistema sopra indicato un sistema normale e se m = n ci troviamo nel caso discusso in precedenza e la soluzione del sistema pu essere ottenuta applicando il teorema di Cramer. Ipotizziamo allora n > m. Poich r (A) = m esiste un minore dordine m della matrice A che diverso da zero, e per semplicit assumiamo che sia quello costituito dai coefficienti delle prime m incognite x1, x2, x3, ., xm. Portando le incognite xm+1, , xn al secondo membro il sistema pu essere riscritto a11x1 + a12x2 + + a1mxm = b1 - a1m+1xm+1 + . - a1nxn a21x1 + a22x2 + + a2mxm = b2 a2m+1xm+1 + . a2nxn .. am1x1 + am2x2 + + ammxm = bm amm+1xm+1 + . amnxn Assegnando valori arbitrari alle incognite xm+1, , xn ci ritroviamo con un sistema di m equazioni in m incognite per il quale applicabile la regola di Cramer, dal momento che il determinante dei coefficienti delle m incognite x1, , xm diverso da zero. Il sistema ha infinite soluzioni. Infatti a seconda del valore assegnato alle incognite xm+1, , xn si determina il valore delle prime m incognite e poich infiniti sono i valori che possiamo assegnare a xm+1, , xn , infinite sono le soluzioni del sistema. Il fatto che per determinare una soluzione del sistema occorre fissare (n m) valori arbitrariamente (i valori delle incognite xm+1, , xn) si esprime dicendo che le soluzioni del sistema sono ()n-m.
8. Teorema di Rouch-Capelli

Finora sono stati presi in considerazione sistemi particolari; con il teorema di Rouch-Capelli, di cui si tralascia la dimostrazione, individueremo una condizione necessaria e sufficiente per
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Appendice alle Lezioni 1-2-3

lesistenza di soluzioni di un sistema lineare di qualunque tipo. Il teorema ci indicher anche un procedimento per il calcolo della soluzione. La parte del teorema che riguarda lesistenza di soluzioni dice: Dato un sistema lineare di m equazioni in n incognite del tipo a11x1 + a12x2 + + a1nxn = b1 a21x1 + a22x2 + + a2nxn = b2 am1x1 + am2x2 + + amnxn = bm oppure A x = b condizione necessaria e sufficiente per lesistenza di soluzioni del sistema che la matrice dei coefficienti (A) e la matrice formata dai coefficienti delle incognite e dei termini noti abbiano lo stesso rango. Formalmente r (A) = r (Ab) dove a11 a12 a 21 a 22 ( Ab) = ... ... ... ... am1 am 2 ... a1n b1 ... a 2 n b 2 ... ... ... ... ... ... ... amn bm con m n

Per individuare la soluzione una volta accertatene lesistenza, si procede nel seguente modo. Supposto che r (A) = r (Ab) = p (con p minore o uguale al pi piccolo tra i numeri m e n) si prendono p righe e p colonne della matrice A che formano una sottomatrice di A di ordine p il cui determinante diverso da zero. Queste p righe non sono altro che i coefficienti di p equazioni, e le rimanenti m-p vengono scartate (se p=m nessuna equazione viene scartata). Le incognite i cui coefficienti non sono compresi nella sottomatrice di ordine p passano tra i termini noti (se p=n<m allora questo passaggio non c). A questo punto ci troviamo con un sistema normale di cui abbiamo mostrato nel paragrafo precedente come si fa a calcolare la soluzione. Per chiarire il metodo di calcolo supponiamo di avere il seguente sistema lineare di equazioni a11x1 + a12x2 + a13x3 + a14x4 + a15x5 = b1 a21x1 + a22x2 + a23x3 + a24x4 + a25x5 = b2 a31x1 + a32x2 + a33x3 + a34x4 + a35x5 = b3 a41x1 + a42x2 + a43x3 + a44x4 + a45x5 = b4 con r (A) = r (Ab) = 3 e in particolare

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Appendice alle Lezioni 1-2-3

a11 a12

a13

a 21 a 22 a 23 0 a 31 a 32 a 33

Per quanto detto in precedenza il sistema ammette soluzioni, ed una soluzione pu essere ottenuta in questo modo. Si scarta lultima equazione e si portano tra i termini noti le incognite x4 e x5 i cui coefficienti non sono inclusi nel determinante del terzo ordine. Il sistema risulter ora a11x1 + a12x2 + a13x3 = b1 - a14x4 - a15x5 a21x1 + a22x2 + a23x3 = b2 - a24x4 - a25x5 a31x1 + a32x2 + a33x3 = b3 - a34x4 - a35x5 Assegnando valori arbitrari a x4 e x5, troveremo una soluzione di questo sistema e questa soluzione (anche se qui non dimostrato) soddisfer anche la quarta equazione. Un esempio numerico chiarir ulteriormente. Supponiamo di avere il seguente sistema di equazioni: 2x1 + 7x3 = 4 3x1 + 3x2 + 6x3 = 3 2x1 + 3x2 + 4x3 = 2 Le matrici A e (Ab) di questo sistema sono
2 0 7 A= 3 3 6 2 2 4 2 0 7 4 ( Ab) = 3 3 6 3 2 2 4 2

Attraverso il calcolo dei determinanti arriviamo a stabilire r (A) = r (Ab) = 2 Abbiamo allora il caso r (A) = r (Ab) = 2 < 3 (numero delle equazioni)

per cui occorre eliminare unequazione. Eliminiamo la terza e poich rimaniamo con un sistema di due equazioni in 3 incognite stabiliamo di assegnare valori arbitrari alla terza incognita. Il sistema apparir ora cos 2x1 = 4 7x3 3x1 + 3x2 = 3 6x3 Assegnando a x3 un valore qualsiasi (ad esempio 2) avremo 2x1 = -10 3x1 + 3x2 = -9 e in termini matriciali

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Appendice alle Lezioni 1-2-3

2 0 x1 10 3 3 x 2 = 9 e risolvendo con la regola di Cramer (o per sostituzione) avremo x1=5; x2=2. Una soluzione del sistema sar x1=-5; x2=2; x3=2 Altre soluzioni si possono ottenere assegnando altri valori a x3. Osserviamo infine che leliminazione della terza equazione, non ha modificato niente. Infatti la soluzione sopra indicata soddisfa anche la terza equazione perch sostituendo si ottiene 2(-5) + 2(2) + 4(2) = 2 Osservando la forma originaria del sistema, daltra parte si nota subito che la terza equazione uguale alla seconda moltiplicata per 2/3, per cui le soluzioni delluna sono le soluzioni dellaltra, e non si modifica niente eliminando una di queste due equazioni.
9. Sistemi lineari omogenei

Un sistema lineare si dice omogeneo se tutti i termini noti sono nulli. In simboli a11x1 + a12x2 + + a1nxn = 0 a21x1 + a22x2 + + a2nxn = 0 am1x1 + am2x2 + + amnxn = 0 oppure Ax = 0 Un sistema di questo tipo ammette la soluzione nulla x1 = x2 = ..= xn = 0, per quando si parla di soluzione ci si riferisce a soluzioni diverse da quella nulla. Per queste ultime vale il seguente teorema: Condizione necessaria e sufficiente perch un sistema lineare omogeneo ammetta soluzioni non nulle che il rango di A sia minore del numero delle incognite. Cio r(A)<n. Questo teorema direttamente conseguenza del teorema di Rouch-Capelli. Infatti vero che il rango delle due matrici a11 a12 ... ... ... ... am1 am 2 ... a1n ... ... ... ... ... amn a11 a12 ... ... ... ... am1 am 2 ... a1n 0 ... ... ... ... ... ... ... amn 0

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Appendice alle Lezioni 1-2-3

uguale. Se r(A) = p allora si sceglie una sottomatrice di A di ordine p con determinante diverso da zero e si forma con i coefficienti di questa sottomatrice un sistema di p equazioni tralasciando (m-p) equazioni. A questo punto si possono avere due casi: a) p=n; b) p<n. Se p=n il sistema ammette una sola soluzione, per il teorema di Cramer, e questa proprio la soluzione nulla. Se p<n allora ci troviamo di fronte ad un sistema normale che ammette infinite soluzioni potendo assegnare valori arbitrari, e quindi diversi da zero, a n-p incognite per individuare poi il valore delle rimanenti p incognite.

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Lezione 4

Lezione 4 Obiettivi della politica economica nei PS e PVS 1. Obiettivi di politica economica nei PS
Come notato nelle lezioni precedenti la politica economica nei PS pu ispirarsi ad un
1.1. Approccio minimalista. Si incentra su interventi correttivi limitati giustificati da motivi di:

- efficienza: tali interventi servono a correggere le distorsioni derivanti dallassenza di concorrenza perfetta; dal fallimento del mercato (nel caso di beni pubblici, esternalit, rendimenti di scala crescenti, ecc.); di informazione imperfetta; o dallinstabilit ciclica della crescita (vedi il punto 2.1.). Gli strumenti a disposizione del policy-maker per raggiungere questi obiettivi sono (i) le tasse ed i sussidi, (ii) la produzione pubblica diretta e (iii) la regolazione delle attivit dei privati; - giustizia sociale: in questo caso lintervento giustificato dal tentativo di correggere una distribuzione del reddito giudicata socialmente inaccettabile. Questultimo un concetto relativo e la tollerabilit sociale della disuguaglianza varia molto da paese a paese, a causa di fattori storico-antropologici; ad esempio pi elevata in societ multirazziali e storicamente segmentate come gli Usa ed il Brasile che in societ fortemente omogenee e tradizionalmente egalitarie come Finlandia o Costarica. Tale obiettivo viene raggiunto tramite interventi di redistribuzione del reddito e degli attivi che possono avere carattere coercitivo oppure consensuale.
1.2. Approccio interventista. Considera che gli interventi correttivi (vedi sopra) non siano sufficienti e che interventi strutturali si rendano necessari per raggiungere gli obiettivi desiderati. In questo modo, lopera del policy-maker si concentra sia su obiettivi economici di breve periodo, che sulla crescita ed il cambiamento strutturale e tecnologico di medio e lungo periodo. In questultimo caso, il policy-maker interviene perch si riconosce che il mercato non in grado di risolvere i problemi strutturali a causa delle indivisibilit degli investimenti, delle asimmetrie informative, dei problemi di coordinamento fra agenti economici, e via di seguito. Questo approccio raccomanda dunque:

a) interventi di breve periodo (a stock di risorse produttive e distribuzione del reddito costanti) miranti alla regolazione delleconomia nel breve periodo ed in particolare: - alla gestione della domanda aggregata e del livello di occupazione della forza lavoro - al controllo dellinflazione - all equilibrio della bilancia dei pagamenti - allequilibrio di bilancio e al contenimento del rapporto debito pubblico/PIL b) interventi di lungo periodo (che mirano ad espandere lo stock di risorse produttive, migliorare le condizioni di vita e, a volte, la distribuzione del reddito) e che si concentrano su obiettivi come: - un rapido sviluppo tecnologico, ecc. - una rapida accumulazione di capitale fisico e umano e altre risorse produttive - una crescita adeguata del PIL/C o dei consumi/C - maggior equilibrio regionale - il miglioramento delle capabilities, e dello sviluppo umano (come per gli MDGs) Nel perseguimento degli obiettivi di breve termine politica economica generalmente si concentra su: - una politica fiscale mirante a sostenere nel rispetto dellequilibrio macroeconomico - il tasso di crescita del PIL e della occupazione tramite aumenti della domanda aggregata nei periodi di ciclo
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Lezione 4

debole e una sua riduzione in quelli di surriscaldamento delleconomia. Questi obiettivi vengono generalmente raggiunti aumentando (o riducendo) gli investimenti pubblici e la spesa pubblica corrente grazie ad aumenti (o riduzioni) di salari e sussidi, o tramite una riduzione (o aumento) delle tasse, tutte misure cio che portano ad un aumento (riduzione) del deficit pubblico. Il semplice modello di politica economica discusso nelle lezioni 1-3 illustra formalmente il problema, calcolando ad esempio linvestimento I* necessario a raggiungere il livello di reddito nazionale desiderato Y* attraverso la relazione I* = Y*(1-b) a. Come notato, la maggiore spesa per investimenti o consumi pubblici o la detassazione delle famiglie comportano, per definizione, un aumento ex-ante del deficit pubblico che verr finanziato con una emissione di carta moneta (signoraggio) o di titoli pubblici o facendo ricorso a prestiti internazionali. Ex-post, tuttavia, il livello del deficit in relazione al PIL sar generalmente inferiore visto che laumento della domanda aggregata genera un aumento di produzione e di gettito tributario. - la politica monetaria. Negli anni recenti, lefficacia della politica fiscale nella regolazione del ciclo economico stato messo in dubbio da un numero crescente di economisti. Unespansione fiscale, infatti, tenderebbe a causare un aumento nellemissione di titoli di stato il cui piazzamento sul mercato aperto richiederebbe un aumento dei tassi di interesse che ridurrebbe a sua volta sia gli investimenti che i consumi privati, specialmente in paesi con un elevato rapporto debito pubblico/PIL come Italia, Belgio, Grecia, Germania, Giappone, Brasile, Turchia, Filippine e via di seguito. Una politica fiscale espansiva provocherebbe dunque lo spiazzamento degli interessi privati da parte di quelli pubblici, con un effetto negativo sulla crescita economica che compenserebbe leffetto positivo di stimolo generato dallaumento della spesa per investimenti pubblici. Inoltre, nei paesi ad alto Debito/PIL, un aumento del tasso di interesse causa un aumento della spesa per interessi sul debito pubblico (che vengono spesso incassati da una ristretta classe di redditieri) e quindi una riduzione della spesa primaria (e cio la spesa pubblica al netto degli interessi) che generalmente beneficia una fascia pi ampia della popolazione.

2. Il contesto della politica economica nei PVS: strutture ed istituzioni incomplete o distorte
A questo punto necessario chiedersi se ed in che misura il contesto della politica economica nei PVS differisca da quello dei PS, e se la modellistica elaborata per il mondo sviluppato possa essere applicata anche ai PVS. Gli economisti di scuola liberista anglosassone ritengono che il paradigma economico di riferimento neoclassico sia unico e che non esiste una disciplina economica ad hoc per i paesi in via di sviluppo distinta da quella per i paesi sviluppati. In caso si ammettano invece differenze, cosa distinguerebbe leconomia tout-court dalleconomia dello sviluppo? Una prima differenza potrebbe riguardare il tipo di agenti economici che operano nelleconomia (le famiglie, gli imprenditori, considerati individualmente o in gruppi). Una seconda potrebbe riguardare i loro comportamenti (nel campo del consumo, investimento, massimizzazione dellutilit, ecc.). Una terza differenza riguarda le norme sociali ed istituzioni di mercato che condizionano il comportamento degli agenti economici e che possono portare a risultati diversi che nei PS. Si consideri ad esempio che in certe societ africane, il diritto proprietario di tipo collettivistico, e che esiste lobbligo di ridistribuire reddito a parenti fino al 7-8 grado di parentela, meccanismo efficace contro i rischi idiosincratici, ma dalle conseguenze incerte dal punto di vista degli incentivi economici. In India, invece, non esistono mercati (una istituzione per eccellenza) del credito e dellassicurazione o quando questi esistono, le transazioni che vi si compiono sono interrelate tra loro (anzich indipendenti, come previsto dal modello neoclassico).
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Lezione 4

Mentre assai difficile riscontrare differenze marcate tra PS e PVS (e quindi economia neoclassica ed economia dello sviluppo) per quello che riguarda il tipo di agenti economici ed i loro comportamenti e razionalit, notevoli differenze emergono invece tra PS e PVS per quello che riguarda la situazione strutturale ed istituzionale (vedi il raffronto qui di seguito nella Box 4.1). Differenze in questa area fanno si che le ipotesi alla base del funzionamento del modello positivo neoclassico siano lontane dalla realt, e che non sempre possano servire al policy-maker per individuare gli obiettivi pi urgenti, comprendere i comportamenti razionali degli agenti e identificare adeguati strumenti di politica economica. Pur se assai diverse, le realt economiche dei PVS sono comunque abbastanza simili tra loro per essere trattate in un limitato numero di paradigmi con caratteristiche comuni. In questi paesi, i principali obiettivi sono quelli dello sviluppo istituzionale e strutturale e del miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni, obiettivi che devono essere perseguiti in maniera non conflittuale con gli interventi correttivi e macroeconomici discussi sopra per i PS. Le principali caratteristiche strutturali dei PVS che le differenziano da quelle dei PS sono: (i) incompletezza dei mercati (dei beni, fattori di produzione, credito e assicurazione, presenti e futuri). I mercati dei beni finali sono spesso 'thin'. Si pensi ad esempio a gran parte dellagricoltura africana occidentale, con tanti piccoli contadini privi o quasi di fonti di reddito alternative. In questo caso, gran parte della produzione agricola viene autoconsumata dai produttori e solo una percentuale molto ridotta viene commercializzata. Nel caso di una riduzione anche piccola della produzione totale, la quantit venduta sul mercato si riduce in misura molto pi marcata. Questo provoca fluttuazioni molto forti nellofferta di mercato e nei prezzi dei prodotti agricoli, con possibili effetti di disincentivo sulla produzione negli anni di raccolti abbondanti. Gran parte dei mercati si caratterizzano quindi per un numero limitato di transazioni, per linstabilit dei prezzi, e per incentivi produttivi mutevoli. A loro volta, i mercati dei fattori di produzione o del credito sono 'mancanti' (non si pu ad esempio ottenere credito causa lassenza di un settore bancario rurale); 'non competitivi' (e cio 'interlocking'/interdipendenti, oligopolistici, monopolistici, monopsonistici); senza prezzi di equilibrio (lequilibrio viene raggiunto tramite razionamento e code); caratterizzati dallassenza di beni incentivo e cio di beni di consumo cui allocare un aumento del proprio reddito monetario.

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Lezione 4

Box 4.1. Confronto tra condizioni nei PVS e ipotesi/conclusioni della teoria neoclassica
TEORIA NEOCLASSICA SITUAZIONE NEI PVS

(i) Ipotesi sulla struttura delleconomia e sul comportamento degli agenti economici

- la distribuzione degli attivi data e generalmente ha carattere egalitario, e comunque premia il merito

- esiste una forte concentrazione degli attivi (in Asia e in A. Latina, ma non in Africa occidentale) dovuta a fattori storici e norme sociali - le istituzioni economiche sono in continua evoluzione. Si riscontrano frequenti discriminazioni che tendono ad aver carattere sistematico nei confronti dellagricoltura, delle donne, delle minoranze religiose, etniche, delle caste ecc. - istituzioni che influenzano allocazione delle risorse e crescita le istituzioni economiche sono date, stabili e non soft state e mercati (gap istituzionale) discriminatorie famiglia estesa (ha funzioni assicurative di fronte al rischio idiosincratico, ma cosa possiamo dire a proposito di incentivi?) borghesia compradora (avversa al rischio) valori religiosi, come per lHindu rate of growth propriet collettiva - molti mercati sono thin, incompleti, mancanti, non competitivi, interlocking e mono/oligopolistici/monopsonistici, esistono tutti i mercati presenti e futuri (per i beni, fattori - equilibrio domanda e offerta raggiunto anche attraverso il produttivi, credito, assicurazioni, servizi) e tali mercati razionamento e le code (indice di disequilibrio). sono competitivi - mercati mancanti: credito, assicurazione, futures - forte autoconsumo (produzione non scambiata sul mercato) - carenza infrastrutturale e disarticolazione delleconomia le imprese massimizzano i profitti ed impiegano i lavoratori fino a quando la loro produttivit marginale - spesso si osserva invece che < w () uguaglia il tasso di salario (w) - il soggetto massimizzante (quello che prende le decisioni gli individui massimizzano la loro utilit personale allocative) spesso la famiglia estesa o il gruppo esiste una gamma infinita di tecnologie (combinazioni - gli isoquanti sono discontinui produttive) - esiste un forte dualismo tecnologico - esistono importanti esternalit (positive e negative) nella non esistono esternalit produzione e nel consumo - esistono molti esempi di rendimenti di scala crescenti e i rendimenti di scala sono costanti decrescenti
(ii) Risultati attesi

- esiste un insieme di prezzi di equilibrio per tutti i beni e fattori che equilibra tutti i mercati e impiega tutti i fattori produttivi - i prezzi di equilibrio sono efficienti perch riflettono le scarsit relative e riflettono lottimo paretiano - poich i prezzi di equilibrio conducono allottimo paretiano, ogni intervento statale distorcente

- linsieme dei prezzi di equilibrio non esiste: lavoro, terra e capitale industriale sono sottoutilizzati - i prezzi di mercato sono spesso distorti in quanto frutto di varie rigidit o di istituzioni di mercato incomplete. Lofferta inelastica rispetto al prezzo, la domanda debole e differenziata - lintervento pubblico necessario per egalizzare le opportunit, creare i mercati mancanti e correggere i fallimenti del mercato - i prezzi dei fattori dipendono anche dalle distorsioni dei mercati e norme sociali

- prezzi dei fattori sono uguali alla loro produttivit marginale - senza intervento pubblico i prezzi dei fattori (e la - la distribuzione interpersonale non riflette solo ed distribuzione degli attivi) determinano la distribuzione esclusivamente il merito, ma opportunit e norme sociali interpersonale - i paesi si specializzano nel commercio di beni per i quali - storia e geografia determinano una specializzazione godono di un vantaggio comparato internazionale di tipo coloniale con esportazioni a bassa elasticit della domanda rispetto ai redditi e importazioni con alta elasticit della domanda rispetto ai redditi e bassa elasticit rispetto ai prezzi. - le ragioni di scambio sono fluttuanti e in declino - i prezzi relativi tra settori determinano lottimo mix - Loutput-mix riflette gli squilibri tra prezzi e path settoriale. Le politiche industriali sono distorsive. dependence. Le politiche industriali possono correggere tale situazione.

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Lezione 4

Il mercato del lavoro, ad esempio, caratterizzato da un eccesso cronico di offerta del lavoro (prodotta dalle dinamiche demografiche del passato). Il mercato dei capitali ridotto, il sistema creditizio poco sviluppato ed dualistico e quanto maggiori sono le segmentazioni, minori sono le possibilit di ottimizzazione globale. Il settore bancario presente solo nelle aree urbane ed spesso soggetto a repressione finanziaria. Il settore creditizio formale incontra difficolt ad aumentare la raccolta di capitali ed soggetto al problema della selezione avversa, presta denaro cio ad agenti che accettano di pagare tassi di interesse pi alti, anche se i loro progetti sono pi rischiosi (caratteristica questa non nota alla banca). Per proteggersi contro questa asimmetria informativa, le banche richiedono allora beni in garanzia, fatto questo che esclude dal prestito bancario i poveri che non hanno attivi (immobili, terre, titoli) o fideiussioni da offrire in garanzia. Il settore informale (money lenders) si caratterizza per minori asimmetrie informative (opera a livello locale, conosce da tempo i prestatari e pu valutare pi agevolmente delle banche la loro solvibilit), bassi costi di transazione, la breve durata dei crediti che concede e gli alti tassi di interesse che pratica. Infine, il microcredito offre denaro in maniera informale ma a tassi meno alti del settore informale grazie a vari tipi di innovazione finanziaria (come i prestiti di gruppo, o le storie creditizie) che permettono alle banche di prestare anche in assenza di garanzie reali. Un programma di microcredito di successo che viene spesso citato quello della Grameen Bank del Bangladesh8. Gran parte dei mercati non sono competitivi. I meccanismi di formazione dei prezzi sono spesso condizionati da condizionamenti incrociati. Nei paesi socialisti lequilibrio tra domanda e offerta nei vari mercati, ad esempio, non avvenivano attraverso laggiustamento dei prezzi ma attraverso razionamenti dei beni e le code per poter accedere ad una offerta limitata. Un altro caso deviante di formazione dei prezzi quello in cui mancano i cosiddetti beni incentivo. In Tanzania ad esempio il governo applicava prezzi di supporto molto bassi per i prodotti agricoli. A causa dei bassi prezzi pagati dal governo, i contadini reagivano producendo poco e generando quindi un eccedente alimentare modesto per rifornire i mercati urbani. Per ovviare a tale problema, il governo tanzaniano ha aumentato i prezzi di raccolta dei prodotti agricoli, ma allo stesso tempo non ha aumentato lofferta dei beni incentivo (beni di consumo manifatturati come biciclette, candele, radio, vasellame, ecc.) nelle campagne. In una situazione di questo tipo, un aumento del prezzo di raccolta dei prodotti agricoli fa s che la stessa quantit di beni incentivo possa essere comprata con la vendita di una minore quantit di prodotti agricoli. I contadini quindi hanno reagito razionalmente producendo di meno e riposandosi di pi, aumentando in questo modo il proprio benessere - che dipende sia dalla quantit di beni incentivo consumati che dal tempo di riposo. I risultati sono stati quindi opposti a quelli attesi dal governo tanzaniano. (ii) unofferta inadeguata di beni pubblici, compresi i beni ad utilizzo collettivo. Tra i beni pubblici pi carenti si ha linfrastruttura pubblica (strade, porti, sistemi di comunicazione, mercati, ecc.) la cui distribuzione rispecchia spesso le passate esigenze coloniali (collegamenti dalle piantagioni o dalle miniere verso i porti). I collegamenti interni sono spesso praticamente inesistenti. Una infrastruttura inadeguata frena la crescita perch innalza i costi di trasporto e i contatti tra le imprese e riduce la mobilit del lavoro. Un miglioramento dellefficienza del settore privato dipende dunque da un aumento degli investimenti pubblici o dallazione di governo mirante a far s che tale infrastruttura venga creata.
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Nella Banca Rurale (Grameen Bank) del Bangladesh, fondata dalleconomista M. Yunus, i contadini poveri (prevalentemente donne) di migliaia di villaggi sono organizzati in gruppi che si riuniscono periodicamente alla presenza degli agenti della banca, versano somme di denaro al fondo del gruppo, dal quale possono prendere a prestito risorse soltanto dopo che hanno effettuato un certo numero di depositi. I prestiti sono rimborsabili in piccole rate, mentre i tassi di interesse sono relativamente bassi. 57

Lezione 4

(iii) una forte concentrazione del reddito e degli attivi (terra). Questo un fenomeno marcato in Asia del Sud (dove troviamo gli zamindari), America Latina (dove troviamo il latifondo) e Africa Orientale (dove, in paesi come il Kenya, vi sono ancora numerosi white settlers che gestiscono piantagioni) ma non molto in Africa Occidentale (dove prevale la piccola propriet contadina). Una forte concentrazione della terra e degli altri attivi deriva quasi sempre da fattori storici o da norme sociali ed quasi sempre, specie nelle economie con eccesso di offerta di lavoro, un freno alla crescita economica e al miglioramento delle condizioni sociali. Una forte concentrazione della terra si accompagna ad una sua limitata utilizzazione e a tassi di crescita, risparmio e accumulazione insoddisfacenti, (iv) istituzioni incomplete ed in evoluzione continua. Con il termine istituzioni si pu far riferimento a tre cose: 1) i sistemi legali o, pi in generale, gli insiemi di norme formali (tratte da leggi nazionali, regolamenti o giurisprudenza) che regolano la vita economica. Tra queste, le pi importanti sono quelle che regolano il diritto di propriet, i contratti di compravendita, affitto, la bancarotta, il sistema bancario, la borsa, ecc. 2) le organizzazioni, ad esempio lamministrazione pubblica che deve far applicare le norme di cui sopra. Unamministrazione statale efficiente, semplice, non corrotta e motivata (come quella dispirazione Confuciana della Corea del Sud o di Taiwan) che applica con tempestivit e rigore la legislazione economica e daltro tipo rappresenta un forte vantaggio per i PVS. Questo non per sempre il caso e spesso nei PVS ci si trova di fronte uno 'soft state'. Il policy-maker deve dunque mirare a rafforzare tale organizzazioni al fine di migliorare, ancora una volta, efficienza privata e benessere collettivo. 3) lapplicazione della normativa legale da parte delle organizzazioni viene per influenzata dalle norme informali e cio il sistema di valori che prevale in un paese ad un certo momento e che pu essere in contraddizione con le norme formali. In vari PVS (e PS!) le norme informali spesso discriminano, di fatto, contro le donne, i bambini, certi gruppi etnici o religiosi anche se, di diritto, tali comportamenti sono illegali. La tolleranza per la corruzione e differenze nello spirito di servizio da parte dei funzionari pubblici variano anchessi in modo marcato. Di fatto norme sociali ispirate alla non discriminazione e cooperazione e buona amministrazione riducono il costo di transazione che le imprese sostengono per far applicare i contratti. (v) una forte crescita della popolazione e una sua bassa qualit dovuta a malattia diffusa, malnutrizione cronica, analfabetismo, formazione tecnica insufficiente. Nel breve periodo, una forte crescita della popolazione quasi sempre accompagnata anche da alti tassi di fecondit e mortalit (specie tra i bambini) anche se, nel lungo periodo, la mortalit infantile tende generalmente a decrescere anche in PVS ad alta crescita demografica. Nel 1798 appare il famoso saggio in cui labate Malthus sostiene che la dinamica della popolazione (che cresce in progressione geometrica) e quella delleconomia (che cresce in progressione aritmetica) diventano presto incompatibili e che dunque lequilibrio tra risorse naturali e popolazione viene ristabilito attraverso mutamenti negativi (carestie, guerre, ecc.) o virtuosi (es. ritardo del matrimonio e di conseguenza una riduzione della natalit, o un aumento della produttivit dei suoli). Il modello esplicativo malthusiano, che di fatto cessa di essere valido proprio nel periodo storico in cui viene enunciato, non riesce per a spiegare la storia demografica ed economica degli ultimi due secoli, che ha visto realizzarsi una crescita impressionante della popolazione e allo stesso tempo un
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declino della mortalit. Nella seconda parte del XX secolo alcuni elementi della sua spiegazione sono stati ripresi da alcuni autori (i cosiddetti neo-malthusiani) che si sono preoccupati delle conseguenze ambientali della crescita della popolazione e dei consumi di risorse non rinnovabili (vedi ad esempio i modelli elaborati dal Club di Roma o dal WorldWatch Institute di Lester Brown). Come nel caso Malthusiano, questi modelli non includono nella loro struttura i prezzi dei beni le cui scarsit aumenta (e che danno luogo a mutamenti tecnologici e ricerca di nuove fonti energetiche ed altri materiali) e le loro previsioni, in ogni caso, sono state quasi sempre disattese dalla realt. Tutto ci non vuol dire che una forte crescita della popolazione non comporti problemi ed infatti una sua forte crescita tende ad accompagnarsi ad una sua minore qualit e da un possibile peggioramento dellambiente. I paesi africani si trovano ancora in una fase espansiva della loro demografia, con tassi di crescita compresi tra il 2 e il 3% annuo. La demografia (salvo alcune eccezioni) si muove molto lentamente per via di una certa inerzia presente nelle strutture della popolazione. Il tasso di natalit dipende infatti sia dal tasso di fecondit (il numero medio di figli per donna), sia dal numero di donne in et feconda, per cui anche se diminuisce il numero dei figli messi al mondo da ogni donna, se vi sono ancora molte donne in et feconda, il numero dei nuovi nati continuer ad essere elevato. In questi ed altri paesi dunque una forte crescita demografica comporta: una forte pressione sui servizi collettivi, ed in particolare un forte aumento della domanda di servizi di base rivolti a bambini e giovani (fatto questo che crea problemi di finanziamento o che riduce la qualit dei servizi). forte inurbamento e di conseguenza congestione urbana (come mostrato dal caso delle megacities in sviluppo dei PVS), inquinamento, aumento dei costi di trasporto, problemi dapprovvigionamento dellacqua, ecc. una depressione del salario reale di medio termine, quando cio dopo 15 anni dalla nascita i nuovi nati entrano nel mercato del lavoro degli operai non qualificati (che come abbiamo visto si caratterizza per un eccesso di offerta). Questo modifica la distribuzione del reddito a sfavore delle classi meno abbienti, fatto che si acuisce se il mercato del lavoro segmentato. peggioramento dellambiente (erosione dei suoli e delle falde acquifere, laterizzazione dei suoli, ed inquinamento dellaria).

Il policy-maker deve dunque cercare da un lato di moderare la crescita della popolazione e dallaltro di migliorarne la qualit. (vi) scarsa capacit di risparmio e accumulazione di capitale, fatto questo che influisce sulla stabilit di tali sistemi economici e sulla formazione di trappole di povert ad un basso livello di equilibrio', dato che la crescita dello stock di capitale minore della crescita della forza lavoro e questo riduce il capitale per addetto e il PIL/C.

3. Obiettivi di politica economica nei PVS


Dalla sezione appena conclusa emerge chiaramente che la politica economica di un PVS deve mirare a raggiungere un numero maggiore di obiettivi che nei PS. Il policy-maker avr lobbligo di intervenire per rispondere alle inefficienze standard previste dal modello teorico tradizionale, ma anche affrontare i problemi non rilevati dal modello teorico standard e che invece caratterizzano la realt dei PVS. Le distorsioni strutturali, e risultati di mercato sub-ottimali discusse in precedenza inficiano infatti le conclusioni del primo teorema fondamentale delleconomia del benessere, e cio che il libero mercato porta automaticamente ad un equilibrio complessivo che un ottimo paretiano. Il policy-maker deve dunque adottare una maggiore gamma di obiettivi. Pu soddisfarli tutti simultaneamente? e, in caso negativo, quali perseguire per primi?
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3.1. obiettivi di breve periodo: (non troppo diversi da quelli di un PS) e cio interventi correttivi e di stabilit macroeconomia

- equilibrio esterno - mantenere il livello di inflazione ad un livello accettabile (vista la storia del paese) - mantenere livelli di utilizzo degli impianti e crescita socialmente accettabili (specie nelle regioni e nei settori dominati dalla sua base politica)
3.2. obiettivi di lungo periodo: obiettivi tipici del policy-maker (identificati da Taylor sulla base di 18 studi di caso nazionali nei PVS):

- innalzamento sostenuto del PIL/C o consumo/c medio (allocazione intertemporale del consumo?), in alcuni casi da livelli medi inferiori al livello di sussistenza, - alterare la distribuzione del reddito data la propria ideologia e i vincoli politici, - sviluppo strutturale e crescita economica, - ottemperare alla carenza di beni pubblici e di beni infrastrutturali tramite la costruzione dello stato e dellinfrastruttura collettiva, - stimolare lo sviluppo istituzionale (regole del gioco e mercato efficiente) - obiettivi sociali ora dominanti (approvati in conferenze internazionali dell'ONU) - riduzione della met dell'incidenza della povert (fra 1990 e 2015), - migliorare la qualit della popolazione e lo sviluppo sociale (gli MDGs e le 7 promesse) e cio obiettivi sociali che la comunit internazionale ha fatto propri in seguito a varie conferenze internazionali delle Nazioni Unite: 1) 2) 3) 4) 5) istruzione elementare universale (entro l'anno 2015), eguaglianza di genere nelle scuole elementari/secondarie(entro 2005) IMR-U5MR-MMR ridotti di 2/3 e (fra 1990 e 2015) accesso universale ai servizi sanitari (entro il 2015), sviluppo di strategie nazionali per l'ambiente (entro il 2005) per fermare la perdita di risorse ambientali entro il 2015

- un altro obiettivo del policy-maker difficilmente inquadrabile nel modello di base quello della costruzione o rafforzamento dello stato (obiettivo questo tipico della fase susseguente la decolonizzazione ma tuttora non raggiunto in molti PVS ) Quando la gamma degli obiettivi si allunga in maniera cos vistosa si pone il problema della coerenza tra obiettivi di breve periodo e di lungo periodo e gruppi di obiettivi di breve e di lungo periodo. Spesso infatti esistono trade-offs tra obiettivi. Ad esempio, il raggiungimento di un livello di inflazione molto basso spesso comporta politiche fiscali assai restrittive che impediscono quindi il raggiungimento di obiettivi sociali (vedi lesempio fornito nelle lezioni 1-3).
3.3. Obiettivi economici e sociali. Da un punto di vista formale, lintroduzione di obiettivi strutturali, istituzionali o sociali richiede la specificazione di un modello economico positivo in cui anche queste variabili vengano specificate come dipendenti (anche) da fenomeni economici e strumenti di politica economica

Per esempio, lUnicef e la Banca Mondiale hanno condotto un lavoro notevole nella stima di modelli monoequazionali sulle determinanti del tasso di mortalit infantile, TMI, (variabile obiettivo) cercando di introdurre in tale equazione variabili economiche (RF = reddito famiglie), demografiche (TF = tasso fertilit) e sociali (TAF = tasso alfabetizzazione femminile), interventi
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Lezione 4

sanitari (TV = tasso di vaccinazione, SRO = sali di ri-idratazione orale) sia endogene che ambientali (CA = contaminazioni ambientali). TMI t = a - b TAF t-1 - cRF t - d TV - e SRO + f TF + h CA Ad esempio, Cornia e Zagonari (2002) hanno costruito e stimato un modello monoequazionale del tasso di mortalit dei bambini di meno di cinque anni (U5MR) in paesi con una forte incidenza dellAIDS. Tale modello comprende the le variabili esplicative (i) la prevalenza del virus HIV-AIDS tra gli adulti (HIV), il tipo di virus, se HIV1 o il pi letale HIV2 (DUMMY HIV2); (ii) PIL/c, alfabetizzazione femminile (FL), accesso allacqua (WS), (iii) accesso a programmi sanitari per i bambini come parto ospedaliero (DC), vaccinazione (IMM), reidratazione orale (ORT) e allattamento al seno (BF), (iv) limpatto di conflitti e disastri (CONF); (v) la carenza di inchieste recenti sulla mortalit (NOSURVEY), che porta a sottostimare U5MR. Il modello prende questa forma (i segni delle derivate parziali sono indicate sopra ogni variabile): + + - - - + +
U5MR = f {(HIV, DUMMY HIV2), (PIL/c, FL, WS), (DC, IMM, ORT, BF), (CONF), (NOSURVEY)}

in cui appaiono sei variabili strumentali. Lanalisi di regressione, eseguita su un panel of 200 osservazioni riguardanti 40 paesi con prevalenza dellHIV maggiore dell 1 percento per gli anni 1980, 85, 90, 95 e 2000, conferma limpatto su U5MR di alfabetizzazione femminile, accesso ad acqua potabile, programmi sanitari, PIL/c e disastri. Mostra anche il forte impatto di un alta prevalenza del virus HIV tra gli adulti. I risultati di tale analisi di regressione mostrano (vedi tabella) che un aumento del 10% nellincidenza del virus HIV tra gli adulti annulla quasi completamente leffetto di un miglioramento del 10% nelle variabili (alcune controllate dal policymaker) che riducono la mortalit infantile. Come si pu vedere la somma dei parametri della colonna di destra supera di poco il coefficiente di HIV, 19.29. Impatto su U5MR di una variazione del 10% nelle variabili seguenti
Impatto su U5MR di un aumento del 10% nella prevalenza dell HIV tra gli adulti , o della presenza di conflitti o del virus HIV2 HIVrate 19.29 CONF 15.50 HIV2 13.11* FIL Impatto su U5MR di un aumento del 10% nelle variabili seguenti - 0.09 - 11.00 -5.76 -2.64 -5.44 -0,22 * -2.63

GDP/C FEM. ILL. DPT WATER -9,9453 DC ORT BF 0-3

Fonte: Cornia e Zagonari (2002). In questa stima, la variabile NOSURVEY stata ignorata. Esempi di modelli multiequazionali di questo tipo sono i Basic Needs Models sviluppati negli anni Settanta e Ottanta dall Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO) per paesi come Filippine, Kenya, Brasile, Ecuador, Colombia, ecc. Questi modelli di medio termine si articolano in 3-4 sottomodelli molto integrati al loro interno e invece legati tra loro da un numero limitato di relazioni (vedi caso del modello Bachue Filippine dellILO presentato in forma di diagrammi di flusso qui di seguito). Modelli come BACHUE-Filippine (vedi grafico 4.1) comprendono dunque: - un sotto-modello economico multisettoriale in cui si specificano equazioni di offerta (funzioni di produzione), domanda (consumo privato, importazioni, esportazioni, investimenti, spesa pubblica), e le solite identit contabili;
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Lezione 4

- un sottomodello mercato del lavoro e distribuzione del reddito in cui si specificano funzioni di offerta di lavoro (che dipende da tasso di salario, popolazione in et lavorativa , facilit daccesso al lavoro, tipi di occupazioni disponibili, costo di opportunit del tempo), domanda di lavoro dualistica (nel settore formale il livello del salario importante mentre in quello informale la domanda di lavoro determinata dallofferta nei PVS la disoccupazione volontaria non esiste), e distribuzione del reddito delle famiglie (che dipende dal settore di occupazione dei lavoratori, e dal numero di persone che lavorano in ogni famiglia); - un sottomodello demografico e di sviluppo sociale che tratta la popolazione in maniera disaggregata (per genere, et, localit) che include funzioni di istruzione (tasso di scolarizzazione primaria, TSP, e secondaria che dipendono dai livelli precedenti di scolarizzazione, TSP t-1), dalla spesa pubblica corrente in tale campo (SPI), redditi delle famiglie e loro distribuzione (RF e DS), e user fees(UFE); fecondit (TF) che dipende dal tasso di alfabetizzazione femminile (TAF), dalla partecipazione delle donne fertili nella forza lavoro (TPFLF), occupazione femminile in agricoltura (TOFA)) e dalla spesa pubblica in population planning (PPN); mortalit (infantile, TMI, o complessiva) che funzione del livello di istruzione delle donne (TAF), redditi delle famiglie (RF), spesa sanitaria pubblica (SPS) e user fees (USF) nel settore sanitario. In maniera molto schematica, questo sotto-modello potrebbe essere scritto in forma strutturale come segue: TSP t = a + b TSP t-1 + c SPI t d UFE t + e RF t f DS t TF t = g - h TAF t-1 - i TPFLF t + l TOFA t - m PPN t TMI t = n - o TAF t-1 - p RF t q DS t - r SPS t - s UFS t + t TF t dove in neretto abbiamo indicato le variabili strumentali, in corsivo le variabili economiche endogene al sistema. Il resto composto da variabili date (DS, TAF), endogene (le tre variabili a sinistra) o endogene ritardate (TSP t-1)
Grafico 4.1. Principali relazioni del modello BACHUE-Philippines1

Nascite

Istruzione

Popolazione Domanda finale Produzione pianificata/ restrizione investimenti

Offerta di lavoro

Matrice /

Capitale Valore aggiunto

Domanda di lavoro

Migrazione

Occupazione

Salario e altre forme di reddito

Mortalit

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1 Lintervento del governo non mostrata in questo diagramma perch appare quasi ovunque e avrebbe reso il grafico sovraffollata. Altre interazioni dettagliate sono state tralasciate perch distanti dallobiettivo del diagramma, cos come il tempo non viene esplicitamente mostrato. Fonte: G. Hopkins, Wery, R: Bachue Philippines. Population, Employment and Inequality. Farnborough, 1978

- Una volta costruito il modello e analizzate le interazioni tra variabili, il policy-maker deve individuare le variabili strumentali. Le variabili demografiche, ma anche i redditi, che abbiamo presentato nella nostra bozza di modello non sono controllabili, mentre leducazione femminile (in buona parte) e la copertura dei servizi sanitari sono sotto il controllo del policy-maker. Lefficacia dei due strumenti assai diversa. Bench sia accertato che listruzione della madre (listruzione femminile) sia il fattore di gran lunga pi importante che spiega la riduzione della mortalit infantile, questa (una variabile stock) si sposta con maggiore lentezza rispetto alla copertura dei servizi sanitari, per cui i risultati degli investimenti in istruzione richiedono molto pi tempo a manifestarsi. - la soluzione di un modello di politica economica di questo tipo pu essere molto complessa a meno che la matrice che mette in relazione gli obiettivi (economici, del mercato del lavoro, sociali) sia, grosso modo, ricursiva a blocchi (vedi lezione 1-2-3) della forma cio: y1 y2 equazione 1 equazione 2 equazione 3 equazione 4 equazione 5 equazione 6 (valore strumento economico) (valore strumento economico) (valore strumento del lavoro) (valore strumento del lavoro) (valore strumento sociale) (valore strumento sociale) x1 = x2 = x3 = x4 = x5 = x6 = * * * * * * * * * * * * * * y3 y4 y5 y6 *

- la soluzione di questo problema di politica economica richiede dunque che: - esista un modello economico-demografico-sociale che descriva realisticamente le relazioni fra questi gruppi di variabili (questi modelli integrati sono caduti un po in disuso necessario riabilitarli vista la nuova enfasi su obiettivi sociali) - tale modello specifichi in maniera chiara linfluenza del maggior numero di vincoli istituzionali e sociali che operano nei PVS (vedi lezione 3) - la matrice dei parametri in forma ridotta che lega strumenti e obiettivi sia - grosso modo della forma descritta sopra - agli strumenti dintervento che mirano soprattutto a targets economici si accompagnino anche strumenti di politica economica che mirino in particolare al raggiungimento di targets sociali (se questi sono abbastanza indipendenti da quelli economici) - qualora non esistesse indipendenza fra obiettivi economici e sociali, agli obiettivi economici e sociali vengano attribuiti pesi trasparenti e tali da riflettere in maniera adeguata le nuove preferenze collettive. In molti casi si hanno infatti trade-offs tra obiettivi sociali (riduzione della mortalit infantile) ed economici (mantenere il deficit di bilancio al di sotto di un tetto accettabile).

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Lezione 5

Lezione 5 Attori della politica economica nei PS e PVS


5.1 Gli attori della politica economica e la critica di Lucas Nelle lezioni precedenti, si presentato un approccio alla politica economica in cui un policy maker nazionale tenta di raggiungere dati obiettivi (fissati da lui stesso o dalla collettivit) attraverso la manipolazione di alcuni strumenti di politica economica. In tale approccio, gli agenti economici (come consumatori, investitori e imprenditori) sono solo ricettori di tali politiche, nel senso che non modificano i loro comportamenti di fronte al nuovo quadro economico che queste creano. Tale approccio stato fortemente criticato da Robert Lucas in suo famoso articolo del 1976.

Secondo tale autore, fondatore della scuola delle aspettative razionali, gli individui utilizzano tutte le informazioni a loro disposizione e le elaborano in modo ottimale, senza commettere errori sistematici, al fine di decidere quale comportamento intraprendere. Questo vale anche nel caso di situazioni in cui il policy-maker introduce nuove misure di politica economica che stima produrranno certi risultati, dati i comportamenti di consumo, investimento, ecc. degli agenti osservati in passato. Tuttavia, di fronte allintroduzione delle nuove misure tali agenti potrebbero, ove lo reputino conveniente, modificare i loro comportamenti, neutralizzando cos in toto o in parte leffetto della politica economica. In questo modello, i destinatari della politica economica possono dunque neutralizzare quelle misure di politica economica che ritengono contrarie al loro interesse. Questo implica che le politiche economiche non possono fondare la loro efficacia sulla sistematica incomprensione dei loro effetti da parte degli agenti, e che meglio presumere che questi si rendono conto assai rapidamente del modo in cui opera una determinata politica.. Un esempio recente di tale situazione dato dal fallimento della politica economica espansiva seguita in Giappone negli anni 90. Allinizio di tale periodo le banche avevano prestato ingenti quantit di denaro ad imprese che speculavano nel settore immobiliare. Quando la bolla speculativa immobiliare scoppi, le banche si ritrovarono con portafogli pieni di crediti in sofferenza, spesso inesigibili, mentre leconomia era entrata in recessione. Di fronte al perdurare della recessione, il governo giapponese tent di aumentare il reddito nazionale Y innalzando la spesa pubblica di G. Dato il modello (qui semplificato) di formazione del reddito Y = 200 + 3 G, in cui il livello di reddito nazionale dipende dalla spesa pubblica G e dal famoso moltiplicatore keynesiano c/(1-c), e dato che la propensione marginale al consumo di c in quegli anni era pari a 0.75, ne segue che c/(1c)=3. Se i consumatori avessero mantenuto i loro comportamenti passati (se cio c = 0.75 fosse rimasto costante), tale manovra avrebbe provocato un aumento di reddito Y pari a 3G. Ma, timorosi di un crack bancario che li avrebbe impoveriti in un futuro vicino, i consumatori giapponesi ridussero la loro propensione al consumo c da 0.75 a 0.66, aumentando i loro risparmi precauzionali, provocando in questo modo una caduta di c/(1-c) da 3 a 2. Questo mutamento di comportamento di fatto compens leffetto dellaumento di G, lasciando dunque pi o meno inalterato il reddito nazionale Y, frustrando la politica economica del governo, ma aumentando il risparmio finanziario delle famiglie (obiettivo di queste ultime ma non del governo). Per vari anni, il tentativo di far salire il reddito nazionale con politiche di stimolo alla spesa pubblica non port dunque nessun risultato. Una conclusione importante dellapproccio di Lucas che la politica economica influisce s sulle variabili obiettivo, ma in un modo che non pu essere previsto sulla base dei comportamenti passati degli agenti riflessi nei modelli econometrici. In casi estremi, come nel caso della politica monetaria, Lucas predice che le reazioni strategiche degli agenti rendono completamente inefficaci variazioni attese nella qualit di moneta. Solo variazioni inattese della sua quantit influenzano il livello di produzione.
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Lezione 5

Bisogna dunque tener conto dellinterazione strategica tra le decisioni del policy-maker e le reazioni degli agenti economici. Ignorarla non permetterebbe sempre di raggiungere gli obiettivi di politica economica che il policy-maker si preposto. Le conclusioni di Lucas vanno per oltre quello che sembra ragionevole. Secondo tale autore, vista limpossibilit di prevedere esattamente i risultati della politica economica, meglio che il policy-maker si astenga dallintervenire nelleconomia. Le previsioni di Lucas sono state testate empiricamente ed i risultati dimostrano che sia le variazioni sia attese che inattese della quantit di moneta influenzano il livello delloutput, negando quindi la tesi dellinefficacia della politica monetaria, o economica in senso lato. Una conclusione pi utile che tiene conto della possibile interazione strategica tra comportamenti degli agenti e del policy-maker che questultimo deve tener conto nella sua azione di politica economica dei possibili mutamenti di comportamento degli agenti in un quadro economico modificato dalle misure di politica economica introdotte.
5.2 Attori pubblici della politica economica nei paesi sviluppati Una volta analizzata lapproccio alla politica economica che tiene conto dellinterazione strategica fra policy-makers ed agenti, esaminiamo gli attori tradizionali della politica economica nei paesi sviluppati. Questi sono:

- Lo stato (governo, parlamento e Banca Centrale) - Gli enti locali (regione, provincia, ecc.) - Le imprese pubbliche - Le istituzioni sovra-nazionali (Banca Centrale Europea) Il policy-maker per eccellenza il governo e lo strumento principe della sua azione la legge di bilancio, che viene elaborata dallesecutivo e approvata dal parlamento, con il contributo e, a volte, laccordo implicito della Banca Centrale (BC), altro grande attore della politica economica il cui principale strumento la politica monetaria. Le relazioni tra Banca Centrale e Governo possono essere le pi diverse: ad esempio, la Bundesbank e, in buona misura, la Banca dItalia hanno personificato il modello di una BC completamente indipendente dal Governo, mentre la Banca dInghilterra lo era molto meno. La tendenza dominante al momento quella verso BC completamente indipendenti dal potere politico (vedi BCE). Il ruolo degli enti locali nella politica economica varia molto da paese a paese. Di solito, la divisione delle competenze fra centro e periferia non mai netta. Nella suddivisione delle competenze, si incontra il problema della molteplicit degli obiettivi (che a volte possono non essere convergenti) e degli strumenti usati dai vari livelli di policy makers. Come distinguere gli attori privati da quelli pubblici (policy-makers)? Si pu far affidamento su tre criteri, che devono a volte essere utilizzati in maniera congiunta, e cio: - la propriet mezzi di produzione. Ma cosa possiamo dire delle imprese parastatali, o di quelle in cui lo stato detiene la golden share, o delle grandi imprese private che ricevono forti sussidi pubblici (come nel caso dello stabilimento FIAT a Melfi)? - controllo giuridico cui sono sottoposti tali agenti economici, - origine dei mezzi a disposizione,

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5.3 Gerarchia, sussidiariet e conflitti fra obiettivi di livelli diversi di governo La scala ottimale di fornitura di un servizio o di realizzazione di un intervento pubblico varia a seconda dal servizio e del tipo di intervento. In generale, si pu sostenere che lambito territoriale al cui livello prendere decisioni di politica economica e fornire servizi deve coincidere con quello che ottimizza lefficienza dellintervento. Questo significa che un certo numero di decisioni (quelle che producono effetti solo a livello locale) devono essere prese a livello locale, dati i vincoli posti dalla autorit centrale.

Gli obiettivi della politica economica devono dunque essere formulati a livelli territoriali differenti. I beni pubblici locali (trasporto urbano o provinciale) devono essere prodotti a livello locale, mentre quelli nazionali a livello nazionale (sicurezza nazionale, stabilit monetaria), e quelli globali (un ambiente non inquinato) a livello globale. Laccettazione di questo principio porta dunque al decentramento delle decisioni (o devolution) relative alla fornitura dei beni pubblici locali dallo stato centrale agli enti locali. Tale decentramento riguarda non solo il potere decisionale ma anche le relative risorse (spesa pubblica, potere di regolazione) ed, in misura minore, del potere di tassazione. Non vi dubbio che almeno dal punto di vista teorico la decentralizzazione degli interventi auspicabile a causa dei vantaggi informativi di cui dispone il policy-maker locale, che maggiormente in contatto con i destinatari dei servizi pubblici; dei maggiori incentivi che lo spingono a ben operare vista la maggiore monitorabilit e osservabilit dei suoi interventi locali rispetto a quelli del policy-maker centrale e visto nelle democrazie il desiderio di farsi rieleggere del policy-maker (questo vale meno per il policy-maker nazionale che viene spesso rieletto sulla base di argomenti pi ideologici; della possibilit di aggregare le comunit alla formulazione degli obiettivi e alla esecuzione dei progetti; e della possibilit di ottenere in questo caso contributi dai cittadini per la realizzazione dei progetti. Tale devolution pu portare per ad una certa divergenza tra regioni povere e ricche e deve essere accompagnata dunque da trasferimenti compensativi dalle regioni ricche a quelle povere Tale soluzione razionale viene per spesso complicata da fattori politici. Spesso infatti gli obiettivi dei policy-makers del centro e della periferia non coincidono, o perch le loro FBS riflettono differenze nelle ideologie politiche di riferimento (ad esempio, socialdemocratica verso liberista) o perch, anche quando le ideologie economiche e politiche sono analoghe, le percezioni sulle priorit di spesa e di regolazione sono assai diverse9. Da questo, il rischio di possibili discordanze e conflitto fra gli obiettivi del centro e quelli degli enti locali, con tutti gli attriti, ritardi e inefficienze che ci comporta. Dal punto di vista teorico, la formulazione della politica economica in un contesto caratterizzato dal una divisione del lavoro fra vari livelli di governo si avvale dei meccanismi e delle tecniche del multi-level planning (m-l-p) che aiutano a trovare una soluzione coerente a tale problema di politica economica. Tuttavia, come notato, nella realt ogni livello di governo (centrale, regionale e locale) ha i propri obiettivi e deve fare i conti con un suo sistema di incentivi politici (lobbies diverse da soddisfare), che non sono necessariamente coerenti con quelli degli altri livelli di governo, per cui si pone il problema della coerenza della politica economica complessiva. Due possibili soluzioni razionali del m-l-p sono immaginabili: - soluzione gerarchica in cui i risultati del modello nazionale vengono poi introdotti come dati (inputs) nel modello regionale o provinciale. Questo ultimo tipo di modellizzazione presuppone un contesto in cui il livello superiore di governo influenza il livello inferiore, ma non viceversa (assume cio una struttura dei coefficienti della matrice C o H di tipo gerarchico). Dato un modello di economia politica nazionale, lo si risolve negli strumenti nazionali dati gli obiettivi di politica
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In Italia, ad esempio, un sintomo di tale divergenza di obiettivi rappresentato dalla tensione esistente fra governo centrale e presidenti regionali, indipendentemente dalla loro colorazione politica. 66

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economica nazionale prestabiliti. I risultati di strumenti, obiettivi e altre variabili nazionali vengono inseriti come dati nel modello di economia politica usato per risolvere i problemi locali. Questo per mi pu portare a situazioni di incompatibilit fra gli obiettivi centrali e quelli locali, con quelli centrali che tendono a predominare. Questo approccio poi possibile solo quando il livello locale 'piccolo' in relazione a quello nazionale. Le cose cambiano quando il livello 'locale' ha dimensioni e/o peso politico rilevanti (si pensi ad esempio agli stati brasiliani o citt come Milano e Barcellona) ed influenza in modo non indifferente il risultato nazionale. - in questi ultimi casi si passa ad una soluzione integrata o simultanea, in cui gli obiettivi e strumenti locali di politica economica influenzano anche la soluzione del modello di politica economica a livello nazionale. In questo caso la soluzione del modello simultanea, poich anche quello cha avviene a livello locale influenza leconomia del centro (caso di Brasile, India, Federazione Russa). In caso di conflitti fra obiettivi di politica economica centrali e locali, pi probabile che si proceder ad unarmonizzazione negoziata degli obiettivi. Alcuni temi ricorrenti nel dibattito sul decentramento riguardano: - la riluttanza del potere centrale a cedere potere di tassazione (fonte di potere ed influenza politica) o indebitamento ai livelli inferiori di governo. Il problema si pone anche (pur se in maniera minore) nel caso dei trasferimenti dal centro alla periferia (regione, comune). E importante notare che decisioni circa la decentralizzazione del potere impositivo o la proporzionalit dei trasferimenti rispetto alle tasse raccolte a livello locale influenzano: a) la convergenza della crescita regionale (con le regioni pi arretrate che crescono pi lentamente di quelle avanzate) b) distribuzione del reddito per capita tra le regioni e allinterno delle regioni stesse c) la propensione ad emigrare dalle zone pi arretrate a quelle pi avanzate (decisione questa che comporta notevoli costi pubblici) d) in casi estremi, la stabilit politica. - le asimmetrie di incentivi fra stato centrale ed enti locali per quanto riguarda il livello della spesa pubblica locale, quando la tassazione centralizzata e le risorse del governo locale sono costituite principalmente da trasferimenti del governo centrale. In tale situazione (in cui il governo centrale sopporta il costo politico della tassazione e quello locale gode dei benefici politici di alti livelli di spesa pubblica), il governo locale avr forti incentivi ad aumentare il volume della spesa, minori incentivi ad allocarla in maniera ottimale e nessun incentivo a raccogliere tasse o contributi a carico dei consumatori. Tali asimmetrie possono essere risolte con il ricorso al cost-sharing (partecipazione per quota fissa alle spese da parte del governo locale), la partecipazione degli utenti al finanziamento dei servizi pubblici o con un maggior controllo da parte del centro sul livello/tipo di spesa da parte degli enti locali.
5.4 Vincoli (interni ed esterni) alla politica economica Anche nei PS, la formulazione della politica economica soggetta ad un certo numero di vincoli, tra cui menzioniamo:

- i controlli imposti dal sistema democratico tramite elezioni, referendum, manifestazioni ed altre forme di pressione politica, tutti meccanismi che riflettono gli interessi e linfluenza dei diversi gruppi sociali. Alcuni di tali gruppi sono numericamente esigui (la lobby degli agricoltori) ma sono in grado di esercitare una fortissima influenza sulla politica economica (come nel caso della CAP). - gli accordi internazionali a contenuto economico e/o giuridico
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- i controlli effettuati dal mercato sulla credibilit delle politiche e la loro reversibilit. Le percezioni e le valutazioni dei mercati sulla credibilit di un'economia si formano e si manifestano attraverso: a) b) c) le agenzie di credit rating (Standards and Poor, Moody, Stitch) le borse titoli (dove si scambiano anche i titoli pubblici) il mercato dei cambi (anchesso valuta la politica economica innalzando o deprimendo il tasso di cambio)

Le principali cause di una perdita di autonomia della politica economica a livello nazionale nei paesi sviluppati possono essere ricondotte a: a) ladozione di una politica economica (di tipo liberista) in cui il valore di alcuni strumenti di politica economica viene lasciata al mercato, come ad esempio quando si decide di far fluttuare liberamente il tasso di cambio o di liberalizzare i flussi di capitale in entrata e uscita b) lo sviluppo dei mercati finanziari e delle agenzie di valutazione finanziaria (vedi sopra) c) lerosione del ruolo dello stato centrale e lo sviluppo delle autonomie locali. Questa tendenza si sta manifestando un po ovunque, anche se con notevoli differenze tra stato e stato, nota ad esempio, le differenze tra il modello francese (fortemente centralizzato e con poche concessioni alle autonomie locali) e quello svizzero (fortemente decentralizzato), c) lemergere delle autorit sovra-nazionali: Banca Centrale Europea, Commissione Europea, OMC, BRI (Banca Regolamenti Internazionali), FMI, ONU e le sue agenzie, ecc.
5.5 Gli attori della politica economica nei PVS Alcuni sono analoghi a quelli che troviamo nei PS, altri sono assai diversi. Il quadro generalmente pi complesso e, in media, il policy-maker deve sottostare a un numero maggiore di vincoli, specie esterni, e dispone quindi di minore autonomia. Inoltre, la struttura di classe di molti PVS caratterizzata da una debole classe media (considerata da molti una forza stabilizzatrice della politica economica) e dallesistenza di vocal minorites (le classi urbane a medio reddito che riescono spesso a dirottare la FBS e la politica economica a loro favore) e silent majorities che generalmente hanno un ruolo passivo nella formulazione della politica economica.

5.5.1. Questo detto, i principali attori nazionali pubblici della politica economica nei PVS possono essere distinti come segue: - Lo stato (lesecutivo, soprattutto i ministeri forti, come quello delle finanze, e la Banca Centrale ed i ministeri deboli come quello della sanit, istruzione e benessere sociale) - Le imprese pubbliche (spesso pi numerose di quelle private e che nei PS) - Gli organismi parastatali di commercializzazione dei prodotti agricoli (es.in Africa sub-sahariana). - Gli enti locali (vedi il dibattito sui PS e la Box 5.1 qui di seguito sul ruolo della politica fiscale nella crisi argentina del dicembre 2001).

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Box 5.1. La politica economica della spesa pubblica e la crisi argentina del dicembre 2001
La crisi argentina del dicembre 2001 stata in buona parte dovuta alleccessivo protrarsi nel tempo di un regime di cambio (il currency board basato sul dollaro e la ley de convertibilidad) che ha portato ad un declino delle esportazioni, un aumento delle importazioni e disavanzi cronici nella bilancia delle partite correnti che, oltre un certo punto, non si potuto coprire coi proventi delle privatizzazioni e lafflusso di capitali esteri. Tali problemi sono stati amplificati da una politica fiscale debole e contraddittoria che ben illustra i problemi di politica economica incontrati in tale campo da molti PVS. Infatti, dal 1993, il deficit consolidato (un concetto pi ampio di quello riportato nella tabella qui di seguito) ha oscillato in maniera stabile, invece che ciclica, attorno al 3% del PIL per arrivare al 6% nel 2001. Il perdurare nel tempo di questo deficit ha portato ad una rapida accumulazione del debito pubblico e del rapporto Debito/PIL ed un graduale innalzamento dei tassi di interesse pagati. In soli 4 anni, ad esempio, il D/PIL cresce dal 35 al 55 %. Cosa spiega tali disavanzi fiscali? Da un lato, fattori strutturali come il basso livello della pressione tributaria che notevolmente pi bassa della norma internazionale (lArgentina, ad esempio, raccoglie in tasse il 18-20% del PIL contro il 30% del Brasile). Questa situazione dovuta alla forte concentrazione del potere economico nelle mani di un ristretto numero di grandi gruppi che sono in grado di resistere alla tassazione che vari governi hanno timidamente tentano di imporre loro. I fattori ciclici hanno inoltre fatto la loro parte. Ad esempio, la lenta crescita della produzione manifatturiera (pi facilmente tassabile del settore agricolo) dovuta allapprezzamento del cambio reale ha contribuito a ridurre il gettito tributario in molti degli anni Novanta. Dal lato della spesa (fortemente tagliata negli anni iniziali dellesperienza neo-peronista) notiamo come il ciclo elettorale per la rielezione per un terzo mandato di Menem ha causato un innalzamento della spesa pubblica a met anni Novanta. Pressioni per un aumento della spesa totale sono venuti anche dallaumento del costo del servizio del debito e dal rallentamento della crescita a fine anni Novanta che ha comportato un aumento dei sussidi e della spesa per lavori pubblici. Per ultimo, la riforma alla cilena del sistema pensionistico ha comportato un costo transitorio pari al 3% PIL a carico dellerario. Unulteriore fonte del disavanzo spiegata dallincapacit del governo centrale di controllare la spesa delle province (che finanziata dai trasferimenti del governo centrale ma anche con indebitamento diretto allestero). Laumento dei disavanzi provinciali (vedi tabella seguente) ha contribuito in maniera chiara allaumento del disavanzo complessivo e allindebitamento totale del paese. Le decisioni di spesa da parte delle province argentine riflettono bene le asimmetrie di incentivi/obiettivi tra i governi locali (2/3 dei quali erano controllati dai peronisti i quali miravano alla loro rielezione, non ultimo attraverso un' espansione della spesa) e quelli del governo centrale (controllato dal partito Frepaso) che appariva cos incapace di raggiungere gli obiettivi di bilancio complessivi fissati spesso in cooperazione con il FMI e le banche estere.
Disavanzo Disavanzo Disavanzo Governo senza amm. Spese Centrale privatizzazioni provinciali 20,29 1,15 0,93 0,6 19,95 -0,11 -0,40 -1,1 20,02 -0,53 -0,99 -1,2 19,45 -1,93 -2,16 -0,4 20,37 -1,46 -1,56 -0,6 20,34 -1,36 -1,39 -1,3 22,30 -1,68 -2,59 -1,4 22,29 -2,39 -2,44 -1,1 21,89 -2,99 -3,01 -2,1 Nota: i dati sono espressi in percentuale del PIL Disavanzo totale 0,55 1,21 1,73 2,33 2,06 2,66 3,00 3,49 5,09

1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001

Entrate 21,45 19,84 19,49 17,52 18,91 18,98 20,62 19,90 18,91

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5.5.2. Gli attori nazionali privati nei PVS riflettono generalmente una matrice sociale pi gerarchizzata, con comportamenti pi complessi e le caratteristiche descritte qui di seguito: - un certo numero di PVS non ha ancora adottato la democrazia come forma di organizzazione politica e dunque il policy-maker meno soggetto al controllo elettorale dei cittadini anche se, come notato in precedenza, vari gruppi sociali dispongono di altri meccanismi per promuovere (anche se in maniera imperfetta) i propri interessi. - una forte concentrazione del potere economico e politico generalmente maggiore che nei PS (cfr. ad esempio gli indici di Gini per i PS ed i PVS) che influenza la formulazione delle politiche economiche. Da questo segue che, anche quando si opera in regime democratico, alcuni attori privati, invece dessere i destinatari delle politiche, ne diventano indirettamente gli autori (who owns the state?), - anche dove esistono libere elezioni, linterazione fra una politica economica di parte ed premi/sanzioni elettorali resta debole a causa della disorganizzazione e frantumazione politica della societ e dei suoi gruppi pi poveri in particolare. In principio democrazia e libera stampa favoriscono sviluppo, benessere, efficienza, equit sociale e buon governo. Ma la frantumazione di cui sopra porta allelezione di governanti che mantengono stretti legami con gruppi di interesse violando cos il principio della ricerca da parte del policy-maker di obiettivi di razionalit collettiva10, - di fatto, difficile stabilire cosa sia la democrazia effettiva ed dunque necessario distinguere PVS con tipi diversi di organizzazione politico-sociale: - Democrazie forti, caratterizzate da partecipazione politica ed economica diffusa ed istituzioni pubbliche solide (come ad esempio in Centro Europa, Sud Corea 1980-2000) - Democrazie deboli: controllate da oligarchie (Russia), con partiti su base etnica (RwandaBurundi), democrazia politica ma non economica (le lites ostacolano lo sviluppo di un mercato equo, parte America Latina) - Paesi autoritari-paternalistici ma partecipativi con democrazia economica e istituzioni forti (Singapore, Malesia e, in qualche misura, la Cina) ma limitata libert politica - Paesi autoritari con violazione di diritti politici ed economici essenziali, e senza alcuna (o quasi) partecipazione della societ e degli intermediari sociali alla formulazione degli obiettivi della politica economica ed alla scelta dei relativi strumenti - uno degli aspetti chiave della democrazia reale e quindi della politica economica dei PVS (e PS) una libera stampa. Amartya Sen sostiene ad esempio che una libera stampa e liberi mezzi di informazione, non assoggettati al potere politico, sono uno dei pi potenti strumenti di benessere sociale, utili soprattutto per evitare carestie. Cita a riprova della sua tesi il famoso confronto tra Cina (1958-63 periodo della terribile carestia del d-yao-in) e India (post 1943).

Richiamiamo qui brevemente il dibattito fra democrazia formale da un lato ed equit sociale e performance economica dallaltro. La Banca Mondiale sostiene (WDR 2000/1 e 1997) che la democrazia fonte di equit e crescita rapida. Mentre ci condivisibile in termini teorici, i dati empirici al riguardo sono ambigui (vedi caso della Cina) non ultimo perch il concetto di democrazia assai vago. 70

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- la politica economica e sociale influenzata anche dalla segmentazione culturale della societ ove norme sociali riducono limpatto delle norme legali e delle politiche del governo. Ad esempio, in India, la costituzione del 1947 abol le caste, ma queste continuano ad esistere e a contribuire a una forte segmentazione della societ e dei mercati del lavoro, fondiario, ecc. Un altro caso tipico riguarda la discriminazione di genere che influenza la posizione delle donne nella distribuzione del reddito ed in campo produttivo e sociale in maniera marcata. Le implicazioni di tale discriminazione sociale per la politica economica sono molto forti. Infatti, una politica gender neutral, caste neutral o race neutral non permette al policy-maker di raggiungere gli obiettivi prestabiliti e richiede dunque ladozione di politiche di affirmative action (ad esempio attraverso lintroduzione di quote di posti di lavoro riservate alle persone di bassa casta), obiettivi specifici per i f/m ratios (ad es. nelle iscrizioni scolastiche) - molte delle caratteristiche della societ cui si fatto allusione or ora tendono a ridurre le possibilit di intraprendere unazione collettiva per raggiungere determinati obiettivi sociali. Infatti, la teoria dellazione collettiva (vedi ad esempio Mancur Olson) indica che questa pi probabile: - quanto pi piccolo il collettivo, - quanto pi simili sono le sue origini antropologiche, linguistiche e religiose, - quanto maggiore la vicinanza fisica dei suoi membri, - quanto minore la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, attivi e opportunit - quanto pi complementari sono i loro obiettivi e - quanto maggiore la percezione del costo dellinazione. 5.5.3. Gli attori internazionali pubblici nei PVS:. Il ruolo di tali attori molto pi marcato nei PVS che nei PS. Nel caso dei PVS dunque necessario analizzare in maniera pi sistematica l'ideologia economica (spesso ispirata a modelli astratti o presi a prestito dai paesi industrializzati), il modo di operare di questi attori internazionali, la coerenza o meno dei loro obiettivi con quelli della politica economica nazionale ed i loro meccanismi decisionali (la governance). Questi attori internazionali possono essere classificati a seconda delle modalit con cui forniscono risorse finanziarie ai PVS. I flussi netti di capitali ai PVS (a titolo di doni, prestiti o quantaltro) sono sintetizzati nella tabella 5.1 qui di seguito:
Tabella 5.1. Finanziamenti allo sviluppo dei PVS e ET (in miliardi di dollari USA correnti)
1990 Totale Finanz Sviluppo Crediti allesportazione Flussi privati 130.0 9.0 43.0 27.0 6.0 1.0 5.0 5.0 89.0 25.8 37.2 13.0 13.2 0.8 0.4 2.8 4.4 1.4 0.7 0.2 1.0 0.5 1.2 3.3 3.0 5.8 1.4 1.0 0.3 1.5 1.2 29.4 40.6 19.0 10.3 1.1 1.2 3.1 4.9 .. .. .. .. .. 263.0 6.0 168.0 52.0 77.0 30.0 3.0 6.0 77.0 27.7 32.3 17.0 1995 325.0 -4.0 252.0 108.0 20.0 91.0 28.0 5.0 1997

IDE Prestiti bancari Prestiti obbligazionari Altri (equities) Doni delle ONG Flussi pubblici 76.0 Prestiti ODA bilaterale ODA multilaterale ONU totale 8.4 secretariato ONU Peacekeeping Agenzie specializzate Fondi sviluppo ONU Undp Unicef Unfpa Wfp Unhcr

Fonte: compilazione dellautore su dati DAC (Development Assistance Committee) dellOCSE, Parigi. 71

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- Attori che forniscono doni ad alta condizionalit: - il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale (BM) e le Banche Regionali di Sviluppo, che condizionano i loro interventi al rispetto di "condizionalit" macroeconomiche, settoriali e di governance (tra queste ultime, la creazione di istituzioni legislative e di governo per aumentare la trasparenza, la riforma della amministrazione pubblica e la partecipazione alla politica economica). Tali istituzioni sono molto importanti perch, di fatto, sono fonte di finanziamenti (a volte ingenti) e, ancor pi, condizionano laccesso ai mercati finanziari mondiali. Il mandato, distribuzione del potere e azionariato dominante, ideologia economica e modo di operare (vedi Annesso 1 sul FMI) di questi policy-makers internazionali possono contrastare con gli obiettivi di politica economica nazionali. Ma va notato come in tempi recenti anche queste istituzioni (BM in primis) stiano modificando gli obiettivi e (in misura minore) gli strumenti della loro politica economica che tende a incentrarsi molto pi di prima sulla lotta alla povert. - i prestatori bilaterali ufficiali e cio i governi dei PS (raggruppati nel Club di Parigi). Questi sono i governi che intervengono nel momento in cui il FMI ha affisso il suo marchio di garanzia sulla politica economica dei PVS assistiti. Tali donatori bilaterali generalmente offrono un aiuto di un 25-30 miliardi di dollari lanno (vedi la riga prestiti nella Tabella 5.1). - Attori che forniscono doni a bassa condizionalit o senza condizioni: - le agenzie del sistema delle Nazioni Unite che forniscono fondi (UNDP, UNICEF, WFP, UNFPA, UNHCR, IFAD) con policy dialogueesoft or no conditionality. Le risorse messe a disposizione sono inferiori (vedi riga ONU totale e i valori corrispondenti a ciascuna delle principali agenzie nella Tabella 5.1) a quelle fornite bilateralmente dai PS precedenti, ma queste sono in tutti i casi donate e sono praticamente esenti da contropartite politiche. A queste vanno aggiunte le agenzie che forniscono assistenza tecnica (ILO, WHO, UNESCO,FAO) accompagnata da qualche modesta risorsa finanziaria. Quello che va notato che il mandato, la distribuzione dei diritti di voto, una ideologia economica meno marcata ed un diverso modo di operare caratterizzano l'azione delle agenzie dellONU che spesso giocano un ruolo alternativo o complementare a quello di BM e FMI. - le agenzie bilaterali di aiuto ed il Development Assistance Committee (DAC) dell OECD (OCSE). Questo aiuto per spesso legato (tied aid), condizionato ad esempio allacquisto di determinati beni prodotti dal paese donatore, (cosa che normalmente avviene a prezzi (molto) maggiori di quelli osservabili sul mercato mondiale) o a concessioni di tipo politico. 5.5.4. Gli attori internazionali privati e loro istituzioni collettive giocano un ruolo fondamentale nella politica economica dei PVS, particolarmente di quelli di piccola dimensione e a basso reddito. Tali attori includono: - le banche creditrici ed il Club di Londra in cui queste si raggruppano. Il Club di Londra coordina lazione delle banche in casi di ripudiazione del debito ed altri casi in cui unazione congiunta da parte dei creditori si rende necessaria,
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- i fondi di investimento ed i fondi pensione, che spostano ingenti risorse dentro e fuori alcuni PVS (i cosiddetti mercati emergenti) e che quindi influenzano in maniera netta le decisioni di tali paesi in campo macroeoconomico. - le multinazionali (TNC), in campo primario ed in quello manifatturiero - lo Organizzazioni Non Governative internazionali (Oxfam, Save the Children, Amnesty International, Medici senza Fontiere ecc.) - i media internazionali (CNN, BBC) che con la loro copertura (veritiera o distorta) influenzano la percezione della stabilit, credibilit e attrattivit di vari PVS
5.6. Vincoli interni ed esterni alla politica economica dei PVS Questi paesi devono fare i conti generalmente con un numero maggiore di vincoli che i PS. A tal proposito ricordiamo che:

a) i controlli interni (checks and balances) sono pi deboli. - I controlli democratici sono pi deboli che nei PS causa il persistere di societ autocratiche e di democrazie formali dove il potere economico rimane fortemente concentrato -una burocrazia debole e a volte corrotta rallenta/ostacola lapplicazione delle politiche economiche b) i controlli esterni sono pi stringenti e influenzano in modo maggiore che nei PS lo spettro delle politiche possibili o la loro credibilit. Tra questi quelli emananti da: - le agenzie di credit rating (Standards and Poor, Moody) - le borse titoli (nei PVS non ce ne sono molte, ma il loro numero in espansione nei paesi emergenti, ma in ASS, ad es. ve ne sono solo in 5-6 paesi) - il mercato dei cambi (ufficiale e parallelo) - gli standards internazionali (come quelli fissati dallILO nel campo del lavoro). Molte delle convenzioni che introducono questo tipo di standards non sono obbligatorie per gli stati fino a quando questi non li introducono nella legislazione nazionale. Sono anche di difficile monitoraggio, ma comunque impongono un vincolo (generalmente positivo) alla formulazione della politica economica dei PVS. - accordi economici internazionali (OMC ed i suoi accordi specifici futuri come il TRIPS, GATS, e quelli futuri (MAI). A tal fine va rilevata lincoerenza tra accordi internazionali firmati dagli stessi governi (tramite ministeri differenti). Lesempio tipico riguarda lincoerenza tra gli accordi firmati in sede OMC circa la libert di commercio e la protezione della propriet intellettuale (accordo OMC-TRIPS) e le convenzioni dellOMS che mirano a garantire laccesso universale alle medicine ed il rispetto di standards sociali minimi. In questi ed altri casi si pone dunque il problema della policy consistency. - accordi economici subregionali (NAFTA, CARICOM, ASEAN, MERCOSUR, PA, ecc.)

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- la globalizzazione delleconomia (con capitale mobile e lavoro non mobile) genera forte competizione fra PVS e, secondo alcuni, la perdita di una politica economica autonoma in molti campi.(the race to the bottom)
5.6 Alcuni problemi istituzionali tipici della politica economica nei PVS Esempi :

- mismatch (non corrispondenza) tra capacit dazione e bisogni. Si ha una forte concentrazione del potere e della governance delle istituzioni internazionali nelle mani dei PS, e una forte concentrazione dei bisogni nei PVS. Questo fonte di: 1) informazione asimmetrica e/o incompleta: un problema (ad es. la forte povert di alcuni PVS) viene percepito in maniera diversa a seconda che sia osservato direttamente o meglio ancora vissuto (Paulo Freire) oppure solo concettualizzato. 2) Con la globalizzazione (ad es.lo sviluppo del turismo e della migrazione) e lo sviluppo dei media internazionali (che ci portano in salotto le guerre e le carestie in tempo reale) questo gap informativo viene in parte colmato (la parte relativa alla osservabilit del problema), ma non quello relativo al suo vissuto, da parte dei PS. Due osservazioni sono necessarie al riguardo: - dunque assai importante il ruolo delle televisioni/media. Famosa , al riguardo, la decisione della BBC di proiettare il filmato della carestia del 1984 in Etiopia, decisione che port a Band Aid e un massicico aumento degli aiuti umanitari - altrettanto importante capire qual il rapporto fra opinione pubblica e governi dei PS circa i tempi e modi di intervento nei PVS. Per definizione, i governi (che sono generalmente a-morali) non hanno tra gli argomenti della loro FBS il benessere dei cittadini del Bangladesh perch unallocazione di spesa pubblica a tale fine non porta benefici politici o voti mentre se ne riceverebbero se la stessa spesa pubblica fosse utilizzata per soddisfare le richieste di alcune delle lobbies locali influenti. E pi probabile invece che i cittadini dei PS includano nella loro FBS il miglioramento delle condizioni di vita nei PVS. Ma in che misura questa preferenza viene poi correttamente convogliata al policy-maker? Tramite i partiti o le associazioni? - per questo motivo i governi dei PS hanno scarsi incentivi ad intervenire per risolvere problemi di altri (le classi povere nei PVS) i cui problemi sono percepiti come estranei, perlomeno fino a quando non si svilupper una morale globale. Per di pi programmi addizionali daiuto o concessioni commerciali comportano maggiore tassazione o una perdita di mercato e quindi un costo politico 3) il rapporto principaleagente fra IFI e paesi debitori. In alcuni casi si ha coincidenza di obiettivi, in altri casi divergenza. Nel primo caso, la condizionalit facilita lapplicazione di misure impopolari, nel secondo confonde gli obiettivi e richiede sanzioni in caso di non applicazione di accordi PVS-FMI. In ogni caso, la condizionalit implica un trasferimento di sovranit che ha poca credibilit, e comporta limposizione di sanzioni carenti di legittimit, eccessive in relazione alla violazione commessa.

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4) il rapporto asimmetrico fra banche internazionali, paesi debitori e le IFI. Il problema si posto ad esempio nel caso della crisi del debito in America Latina negli anni 80. Quale ruolo (equidistante?) hanno giocate le IFI?
Box 5.2 Il Fondo Monetario Internazionale

- Nascita e compiti istituzionali. Creato assieme BM e OMC alla conferenza di Bretton Woods (1944) gestisce il sistema monetario e finanziario mondiale come una quasi banca centrale mondiale attraverso: * la fornitura diretta ed indiretta di liquidit alleconomia mondiale (per sostenere il sistema dei pagamenti internazionali e quindi i flussi di commercio) tramite consorzi di donatori di cui il FMI il capofila e listituzione che deve fornire il sigillo di garanzia. Forte potere di condizionare flussi di crediti ben pi ampli di quelli concessi direttamente, * la sorveglianza delle economie per fornire informazioni per decisioni di pol-economica * i consigli di politica economica in campo macroeconomico e finanziario Ogni membro FMI dispone di una quota nazionale (delle risorse del FMI) calcolata sulla base di riserve ufficiali, PIL e importazioni /esportazioni. Le quote (riviste 11 volte dal 1944 - vedi sotto) determinano diritti di voto, accesso ai fondi FMI e distribuzione del potere al suo interno. Una parte della quota nazionale pu essere presa a prestito senza condizioni mentre prestiti ulteriori comportano condizionalit FMI(nel 1962 il General Arrangements to Borrow cre una linea di credito fra FMI e 11 paesi industrializzati per aumentare il volume del finanziamento FMI).
Bretton Woods (1944) 4a revisione (1965) 7a revisione (1978) 9a revisione (1990) 11a revisione (1998) Quota PS n. PS 75.5 . 72.1 22 63.4 22 63.6 22 61.6 24 Quota PVS n. PVS 24.5 . 27.9 80 36.6 113 36.4 130 38.4 159

I PVS sostengono che il calcolo delle quote non ha base razionale ed poco trasparente, e che la distribuzione attuale delle quote non riflette i profondi cambiamenti avvenuti negli ultimi 20 anni (forte crescita economica dei PVS, loro maggiore partecipazione ai processi decisionali, rapida crescita flussi di capitale verso i mercati emergenti). - Cambiamenti successivi. Dallinizio degli anni 1950s il FMI contribu a stabilizzare varie monete europee. In questo periodo svilupp strumenti operativi come gli Stand-by Arrangements che forniscono crediti annuali a paesi che adottano la conditionalit monetaria e fiscale ispirata dalla dottrina del financial programming. Questo metodo si basa su alcune identit, un piccolo numero di relazioni di comportamento e la proiezione di alcune variabili chiave [Mussa and Savastano, 1999] che, secondo il FMI, permettono di raggiungere lequilibrio della bilancia dei pagamenti e bassa inflazione. Lapproccio recessivo alla stabilizzazione fu inaugurata durante questo periodo. La carenza di liquidit internazionale dovuta allindebolimento del dollaro portarono alla creazione nel 1969 dei diritti speciali di prelievo (SDR - moneta di conto usata per pagamenti fra istituzioni) come nuova fonte di liquidit e potenziale moneta di riserva. Gli SDRs furono assegnati a tutti i paesi membri in relazione alla propria quota ma oggi rappresentano solo il 2% delle riserve non aurifere. Nuove assegnazioni di SDR a PVS incontrano lopposizione dei paesi la cui moneta e moneta di riserva.

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Il collasso del sistema di Bretton Woods (1970 e 1973), labbandono della parit dollaro-oro e la nascita di un sistema di cambi variabili crearono instabilit finanziaria ed una rapida crescita dei prestiti internazionali che aumentarono il ruolo di sorveglianza e supporto alla bilancia dei pagamenti del FMI che cre: * nel 1963 e 1974, la Compensatory Financing Facility e la Oil Facility per far fronte a nuovi shocks e compensare improvvise cadute nelle esportazioni. * nel 1975 il FMI var la Extended Fund Facility (fino a 11 anni) per lesecuzione di riforme strutturali. Il dibattito sul ruolo del FMI raggiunge il suo apice negli 1980s, con lintroduzione dei programmi di aggiustamento strutturale. Il debito accumulato negli anni 1970s divenne insostenibile per molti PVS colpiti dalla caduta dei prezzi delle materie prime e da un forte aumento nei tassi di interesse nei paesi industriali. La possibilit della ripudiazione del debito da parte di PVS minacci la stabilit del sistema finanziario internazionale. In questa situazione il FMI divenne il coordinatore dello scaglionamento del debito pubblico e privato, e fonte di informazioni, fondi e consigli di politica economica. Lapproccio alla stabilizzazione e alla bilancia dei pagamenti si incentr spesso sui soliti strumenti di breve periodo (svalutazione del cambio e tagli fiscali e monetari) combinati con politiche di mercato, apertura al commercio estero, deregulation e privatizzazione. Nel 1986, il FMI crea la Structural Adjustment Facility (SAF) e nel 1987 la Enhanced Structural Adjustment Facility (ESAF) per appoggiare programmi di riforma di medio-lungo periodo e come risposta alle critiche che lapproccio del FMI non riusciva a raggiungere i suoi obiettivi economici e generava costi sociali inaccettabili [un esempio tagliente di tale critica fornita da Cornia, Jolly e Stewart (1987)]. Col crollo del socialismo nel 1989 il FMI ha dovuto fornire fondi (tramite la Systemic Transformation Facility) e consigli di politica economica di nuovo tipo a nuovi stati ma stato criticato per aver seguito una politica di stabilizzazione e riforma (tagli fiscali e contrazione monetaria) non appropriate a paesi in transizione che necessitavano di riforme microeconomiche, nuovi sistemi tributari e istituzioni, e per le drammatiche conseguenze distributive e sociali attribuite dai critici allapproccio del FMI. - Sviluppi recenti. Negli anni 1990s, le critiche al FMI si accentuano causa i modesti risultati ottenuti nei paesi in transizione, la continua controversia sui programmi di aggiustamento nei PVS e HIPC, la nuova controversia sulle riforme di governance e la percezione che il FMI dispone di pochi strumenti per fronteggiare cause e conseguenze di un numero crescente di crisi finanziarie globali. Durante le recenti crisi finanziarie Asiatica e Latino Americana del 1997-8, il FMI stato accusato di applicare la tradizionale cura contrattiva in una circostanza in cui una ristrutturazione del settore finanziario e politiche macro alternative (come controlli a breve termine sui movimenti di capitale) sarebbero state pi efficaci per fronteggiare flussi guidati da self-fulfilling expectations e attacchi speculativi e non dai fondamentali economici, e ridotto la capacit degli attori ufficiali di influenzare il comportamento dei mercati. Per ultimo, il FMI accusato di causare azzardo morale fornendo fondi che indirettamente beneficiano banche private che hanno valutato inadeguatamente i rischi connessi ai prestiti da loro concessi. Questioni ancor pi di fondo riguardano la possibilit che il FMI abbia esaurito il suo ruolo, promuova ad un alto costo economico e sociale un paradigma inflessibile e datato, e non si concentri invece sulla creazione ed applicazione di norme standard che governino i contatti tra economie nazionali.

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Appendice II alla Lezione 5 THE INTERNATIONAL MONETARY FUND


OVERVIEW: The International Monetary Fund (IMF), created at the Bretton Woods Conference in 1944, is a foremost international organization which has been intended to serve key functions related to the monitoring and management of the world monetary and financial system. These functions have evolved substantially over time but have included the provision of liquidity to the world economy so as to permit the smooth and uninterrupted maintenance and growth of world trade and payments, surveillance of national and world economies so as to provide timely information for use in policy decisions, and the provision of expert policy advice on macroeconomic and financial management so as to further national and international economic goals.

Originally conceived as the central institution supporting the maintenance of the fixed exchange rate system designed at Bretton Woods, the IMF came successively to be viewed as a potential world central bank, and as an agency with the dual tasks of supporting the management of shortterm economic crises in countries and of longer term structural reform aiding their integration in the world economy. Along with the World Bank and the World Trade Organisation (WTO), the IMF has become a pillar of the system of global governance supporting the process of economic and financial globalization. This enlarged role has occasioned substantial debate.
ORIGINS AND ORIGINAL CONCEPTION:

The IMF was born against the backdrop of war and the memory of a turbulent inter-war world trading and monetary system. The leading countries of the United Nations (the wartime alliance against the axis countries), and in particular the United States and the United Kingdom, sought to create a durable framework within which the inter-war problems of currency instability and competitive devaluation, defaults on international credit obligations, and the development of regional trading blocks tied to currency systems could be avoided, while furthering their own national interests. The solution to this problem, under the dominant intellectual influence of John Maynard Keynes of the United Kingdom and Harry Dexter White of the United States was the gold exchange standard or Bretton Woods system, in which countries other than the United States pegged their currencies at fixed exchange rates (or par values) to the United States Dollar and the United States maintained a fixed rate of exchange between the US Dollar and gold. Through this solution it was sought to establish a regime of substantial currency stability. However, countries with relatively low official reserves, net debtor positions and current account deficits (such as the United Kingdom) still risked the possibility of inability to maintain their declared par values. The primary goal of the IMF was to address this difficulty and thereby ensure the stability and durability of the Bretton Woods system. The eventual shape of the IMF merged aspects of Keynes plan for an international clearing union (from which loans of a new international currency (the bancor) were to be made available up to a fixed quota to debtor countries, and to which creditor countries would be required to lend surpluses beyond a fixed level) with aspects of the White Plan in which a Stabilization Fund of national currencies available to be purchased by members would be created, and in which changes in exchange rates would be accepted only in the event of a fundamental disequilibrium. In its final shape was embodied acceptance of the demand of the debtor countries (especially the UK) that surplus countries should bear some of the burden of adjustment and the demand of the surplus
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countries that debtor countries take appropriate responsibility for the maintenance of par values. The international currency envisioned by Keynes was not initially created. Specifically, the Articles of Agreement of the IMF negotiated at Bretton Woods established a system of national quotas based on negotiations and the assessment of a set of fundamental economic variables (such as the size of official reserves, national income, and the level of imports and exports). These quotas, although first established at Bretton Woods, have been repeatedly revised. A countrys quota determines the amount of the subscription it must pay in to the fund, in the form of external reserve assets and its own currency. It also determines its voting strength (proportional to its quota beyond a common base level) and its access to IMF resources. In particular a portion of a countrys quota (the gold tranche, later renamed the reserve tranche) could be drawn on with few (and later no) conditions. Borrowing from the Fund (essentially drawing on the resources provided to the IMF by other countries subscriptions) beyond this amount would normally require the imposition of IMF conditionalities (i.e. specific policy and performance requirements). The Funds resources were to be extended to prevent countries having to depart from par values other than in conditions of fundamental disequilibrium, and to be withheld in such a circumstance. Where it was deemed necessary by a country to depart widely from its par value, the IMF was authorized to judge whether a fundamental disequilibrium existed. The Articles of Agreement also required member countries to avoid imposing restrictions on the making of payments and transfers for current international transactions, other than for a transitional period, and to engage in periodic consultations with the Fund if they continued to do so. In this way the IMFs articles encapsulated its founders vision of a conventionally liberal as well as stable world economic order. In accordance with its Articles of Agreement, the IMF headquarters was established in the territory of the member country with the largest quota, the United States.
CHANGING ROLE AND STRUCTURE:

In its first two decades, the IMFs role was largely within the framework of its original conception, although this conception was tested by and adapted to changing circumstances. In its very early years, the IMFs role was limited and overshadowed by bilateral agreements (such as the Marshall Plan) and other multilateral institutions (in particular the short-lived European Payments Union). However, by the early 1950s it had come into its own, playing a key role in maintaining the stability of a number of European currencies. In this period it developed a number of its critical operational doctrines and instruments. However, while the IMFs success in fostering exchange rate stability was high, its success in its second goal of fostering a regime of unrestricted current account convertibility was very limited. Among the instruments first developed in this period was that of the Stand-by Arrangement which subsequently became a standard aspect of IMF operational procedure. The first Stand-by Arrangement was negotiated with Belgium in 1952. In effect, stand-by arrangements provide for a line of credit to be made available to a member country for a specified period and up to a specified value in return for its accepting specific economic conditionalities relating to monetary and fiscal conduct. The widening role of the Fund and its capacity to impose conditionalities in return for its assistance also required it to develop specific doctrines regarding the approach to economic management best suited to the achievement of stability. Accordingly, in this period the Fund substantially strengthened its research capacity and developed a variety of specific operational methodologies. Foremost among these was the flow of funds methodology known as financial programming associated with Jacques Polak of the Fund, which continues to be its central tool for policy analysis. The financial programming approach involves a recognition of basic accounting identities supplemented with a small number of behavioural relationships and forecasts of key economic variables [Mussa and Savastano. 1999], which permit determination of the requirements
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for attaining balance of payments equilibrium and low inflation. The specific content of favoured IMF conditionalities (and in particular the often contractionary approach to the restoration of external and internal balance, through restrictive monetary and fiscal policy) was also developed in this period. As the IMFs role increased toward the late 1950s it became apparent that its subscriptions by member countries might not be enough for it to deal with all possible contingencies. Accordingly, in 1962 the General Arrangements to Borrow were created through which the Fund arranged for a line of credit with which to borrow specified amounts from 11 industrial countries. The GAB has been activated periodically to help finance particularly large drawings from the Fund [in 1997 this was supplemented by the New Arrangements to Borrow, which provide for an additional line of credit from 25 countries and institutions]. In its first two decades, although the IMF became an increasingly important institution, its success was overshadowed by the fraying of the Bretton Woods system caused by the weakening position of the US dollar associated with the shift of the United States balance of payments from a surplus to a deficit position and with the so-called Triffin dilemma. The latter related to the tension (deriving from the pivotal role of the US dollar in the Bretton Woods system) between the need for an enlarged supply of dollars to provide liquidity for a growing global economy and the inability of the United States to provide this without the supply of dollars exceeding the quantity of US reserve assets to a degree which would jeopardize the convertibility of the dollar in to gold, and thereby in turn undermine the value of the dollar as a source of liquidity (and therefore the basis of the system as a whole). An early response to this unease, and indeed a growing sense of crisis, was the special drawing right or SDR, which was born through the first amendment to the Articles of Agreement in 1969. The SDR was envisioned as becoming a new source of liquidity and potential reserve asset which would be free from the structural weakness of the dollar. It was also in effect a new international currency in embryonic form, partially realizing Keynes vision of the bancor. The SDRs are accounting units (defined currently as a composite of national currencies), which do not have any actual reserve backing. They may be used for payments between official institutions, but generally not for private transactions. SDRs may be exchanged between holders in return for an ordinary reserve currency or other asset, and bear interest at market rates while maintained with the Fund. A fixed quantity of SDRs was initially (and in subsequent rounds) allocated to all member countries in proportion to their quota. The SDR was not able to play the role envisioned for it (in which the IMF would have become akin to a world central bank with the SDR its currency) effectively however. Even today, total allocations of SDRs compose less than two percent of non-gold official reserves. This small quantity of SDRs combined with their restricted role outside of official transactions has undermined its ability to become a new reserve asset. New allocations of SDRs, of special interest to debtor and less developed countries, have often been resisted by reserve currency countries on the ground that there is no requirement for increased global liquidity (and attendant danger that new allocations will undermine the value of existing reserves and generate inflationary pressures). Repeated negotiation on the development of a substitution account, through which existing reserves (particularly the US dollar) would be exchanged for new SDRs, has also been unsuccessful due to inability to agree on the sharing of the burden of the decreasing value of non-SDR official reserves which such a procedure would entail. The collapse of the Bretton Woods system between 1970 and 1973, due to the abandonment of the parity of the US dollar with gold, and the subsequent emergence of a flexible exchange rate system (or non-system), created significant challenges for the IMF. The abandonment of fixed parities required the Fund to reform its role in fundamental ways. In particular a rising role for non-gold
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(i.e. currency) reserves, increased monetary instability, and a sharp rise in private international banking activity (related to heightened speculation, hedging, and real investment) increased the demand for the IMFs surveillance and balance of payments support activities. In the 1970s the IMF began to refine the economic doctrines which it would apply in a more comprehensive form in the subsequent decade. In particular, in 1975 it initiated the Extended Fund Facility (EFF) in order to enable the implementation of longer term conditionalities and programmes than feasible under stand-by arrangements. Under the EFF a repayment horizon of up to eleven years was envisioned during which fundamental reforms of trade and fiscal policy could be pursued. This innovation was born in part of a recognition that the IMFs concerns for currency stability required attention to underlying structural conditions, and in part of a renewed focus on the still unrealized Bretton Woods vision of the development of a conventionally conceived liberal international order. By the late 1970s, the role of the IMF in relation to developing and middle income countries had taken on a heightened significance, as its role in relation to high income countries waned, due to the long-term improvement in the structural positions of many of them. Indeed, the Fund introduced specific facilities with which to address risks faced especially by developing countries (the Compensatory Financing Facility, introduced in 1963 to enable developing countries especially producers of primary commodities to cope with precipitate declines in export receipts, and the Oil Facility, established in 1974 to enable countries to manage sharp increases in oil prices). In the 1970s, calls from developing countries for a New International Economic Order gave an added dimension to the ongoing debate over the international monetary system. In particular demands were made (all unrealized) for stabilization and support funds for raw materials prices to be created and financed by the IMF, and for the voting structure of the Fund to be reformed along more democratic lines. The debate over the role of the IMF in the developing countries came to a head in the 1980s, with the onset of the debt crisis and the era of structural adjustment. High levels of debt accumulated in the 1970s proved unsustainable for a large number of developing countries in the context of falling primary commodities prices and high world interest rates driven by industrial country conditions. The possibility of default on debt, especially by major borrowers such as Brazil, Mexico and Poland, threatened in turn the interests of creditors and the stability of the financial system in the industrial countries. This situation led to a heightened role for the IMF as a source of information, as a coordinator of public and private debt rescheduling efforts, and as a source of supplementary capital and policy advice. The IMF approach to stabilization and to the achievement of longer term viability of the balance of payments focussed on its accustomed short term instruments devaluation and monetary and fiscal contraction combined with longer term market oriented reforms increased openness to trade and, increasingly, internal deregulation and privatization. In this respect, IMF policy was increasingly influenced by the prevailing currents in the industrial world. In 1986, the IMF created the Structural Adjustment Facility (SAF) followed in 1987 by the Enhanced Structural Adjustment Facility (ESAF). These new facilities marked the IMFs new focus on supporting medium and long-term market oriented policy reorientation. Sustained balance of payments crises in a variety of developing countries led to substantial reliance on these facilities and mounting criticism that the Funds approach was both unsuccessful at attaining its economic goals and generated social costs of an unacceptable order [a trenchant example of such criticism is Cornia, Jolly and Stewart (1987)]. The rejection of the centrally planned economic model which commenced in 1989 added another important dimension to the Funds activities. The Fund was called upon to provide financial and policy support of a new kind, in many cases to new members. A new Systemic Transformation
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Facility allowing large drawings from quotas was created to sustain the efforts of a number of these countries. Over the course of the 1990s the Fund has however been extensively criticised for pursuing a policy approach and priorities argued to be inappropriate to the requirements of the transition countries, and in particular for favouring fiscal retrenchment and a contractionary monetary approach to stabilization in a context in which fundamental microeconomic reorganization and the establishment of robust fiscal and political institutions required due consideration, as did the unusually dramatic distributional and social consequences linked by critics to the Fund approach.
RECENT DEVELOPMENTS AND CURRENT DEBATES:

In the 1990s, debate over the IMFs current and future role has become more acute than ever. The immediate sources of this debate lie in the mixed record of the Fund in fostering prosperity and stability in the transition countries, the continued controversial record of structural adjustment programmes in developing countries (and in particular the ongoing economic and social crisis in the highly indebted poor countries), and the perception that the Fund has limited and possibly inappropriate tools at its disposal to address the causes and consequences of recent high levels of instability in international financial markets. A growing popular awareness of the lack of direct democratic oversight over international markets and economic institutions has also influenced perceptions of the IMF. As the IMFs approach to structural adjustment and reform has proved to be insufficiently effective, it has unprecedentedly and increasingly turned to conditionalities linked to institutional reform and governance. These have been controversial as they have been perceived by some as an arbitrary challenge to national sovereignty (jealously guarded under the original interpretation of the Articles of Agreement). The Fund has also been accused of husbanding its resources excessively, especially in relation to debt relief in highly indebted poor countries (for which debt to the IMF itself has become an increasing burden) and the requirements of a successful transition from central planning. Finally it has been accused of promoting, at considerable economic and social cost, a lagging and inflexible paradigm. In the context of countries in structural adjustment programmes, the focus of critics has been on their limited and slow success in fostering sustained and high growth and in safeguarding social achievements (as against the traditional Fund objectives of current account balance and low inflation). In the context of recent financial crises (especially those of East Asian and Latin American countries in 1997-98) the Fund has been accused of applying its traditional contractionary medicine in a circumstance in which more focused microeconomic tools (such as financial sector restructuring) and alternative macroeconomic policies (such as short-term capital controls) may have been more effective. These criticisms have gained force in a global environment in which the sharply increased scale of private flows of funds has arguably both increased the likelihood of financial crises linked to self-fulfilling expectations, and speculative attacks otherwise unlinked to fundamental economic variables, and reduced the ability of official actors (including the IMF) to influence market behavior. The ability of the IMF to significantly influence the level of global liquidity, or even to act as an effective lender of last resort has accordingly come in to question. New issues regarding the appropriate role of the IMF have also arisen. In particular, whether the Fund generates moral hazard (i.e. increased risk-taking behaviour) by providing finance which indirectly benefits private interests in the event of crisis, has been hotly discussed. As with other points of contention, some have called on the Fund accordingly to limit its role further (or indeed to be abolished) while others have called for it to be less restrictive. Fundamental questions of whether the IMF has just past the mark of half a century - outlived its usefulness, at least in its
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current form, and whether its primary purpose has been, or ought to be, to enforce conformity in the rules and institutions which govern and link national economies, continue to give rise to vigorous debate.
Further readings

Cornia, G., R. Jolly and F. Stewart (1987) Adjustment with a Human Face. Oxford: Oxford University Press. James, H. (1996) International Monetary Cooperation Since Bretton Woods. New York: Oxford University Press. Humphreys, N. (1999) Historical Dictionary of the International Monetary Fund. London: The Scarecrow Press. Mussa, M. and M. Savestano (1999) The IMF Approach to Economic Stabilization, in NBER Macroeconomics Annual 1999. Cambridge, MA, USA: National Bureau of Economic Research. Solomon, R. (1982) The International Monetary System, 1945-1981. New York: Harper and Row.

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