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SAGGIO SULLA PERCEZIONE DEL

TEMPO VOL II: IPNOSI, MUSICA E


DIDATTICA
________________________
di
Edoardo Limone
(2009)

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Introduzione
Il presente documento ha l’obiettivo di analizzare la relazione che intercorre tra
l’ipnosi e la musica. È infatti risaputo che l’ipnosi può avvalersi del cambio della
percezione temporale (ad esempio durante la regressione) per scopi
terapeutici. Anche la musica è strettamente legata al fattore tempo e al fattore
percezione.

La seguente analisi avrà anche l’obiettivo di dimostrare come sia possibile


aumentare fenomeni comunemente legati al tempo, tra cui anche
l’apprendimento, attraverso il corretto utilizzo di musica e ipnoterapia.

Ho scritto questo saggio con l’augurio che le terapie interessante (ad esempio
la musicoterapia) possano aprire nuovi fronti di studio, coinvolgendo così anche
altre discipline apparentemente meno interessate all’ambito musicale.

Inoltre questo saggio è stato scritto con la massima attenzione alla chiarezza e,
mi auguro, che questo obiettivo sia stato raggiunto. Troppo spesso ci si trova
davanti a libri o documenti pieni di parole incomprensibili o periodi infiniti. Mi
auguro vivamente che il presente elaborato risulti fluido e gradevole alla
lettura.

Edoardo Limone

2
Capitolo 1 – Fondamenti
Come già accennato nell’introduzione, i punti di studio fondamentali di questo
scritto sono principalmente quattro:

1. Ipnosi.
2. Musica.
3. Percezione del tempo.
4. Didattica

L’ipnosi è definibile come uno stato alterato in cui l’inconscio diviene


maggiormente sensibile e ricettivo agli stimoli esterni. La capacità abbassare le
naturali difese della mente conscia è determinata da diversi fattori. Potrebbe
essere determinata dall’intervento di un ipnoterapeuta ma anche da un evento
del tutto naturale. Normalmente faccio presente un esempio: vi è mai capitato
di fissare il fuoco e sentire una sensazione di torpore e rimanere in uno stato di
fissità? In quel frangente l’inconscio è più ricettivo e la mente conscia un po’
meno vigile. I pensieri vengono elaborati secondo schemi diversi da quelli
“razionalmente quotidiani”. In poche parole si entra in uno stato alterato
rispetto la norma.

La musica è “l'arte del generare, manipolare, combinare suoni che, secondo


determinate leggi fisiche, risposte fisiologiche e convenzioni formali, esprimono
e suscitano uno stimolo fisico ed emotivo attraverso l'apparato uditivo”1.
Probabilmente la Wikipedia potrebbe non essere considerata valida come fonte
di informazioni, tuttavia questa definizione contiene un dato importante:
“suscitano uno stimolo fisico ed emotivo attraverso l’apparato uditivo”.
Pertanto potremmo dire che la musica, attraverso l’apparato uditivo, produce
cambiamenti emotivi e fisici. I due elementi sono tenuti insieme da una
congiunzione perché generalmente sono collegati. Una forte emozione (gioia,
spavento, fierezza, etc…) spesso producono quella che comunemente
chiamiamo “pelle d’oca”.

La percezione del tempo è, invece, la sensazione soggettiva del trascorrere


1
Definizione della Wikipedia.
3
degli eventi in relazione ad un’unità di misura creata dall’uomo e denominata
tempo. La percezione varia a seconda di molteplici fenomeni che non sono
oggetto di questo saggio2. Il fatto stesso che esistano fenomeni in grado di
incidere sulla percezione significa però che anche i due elementi precedenti
potrebbero farne parte. È inoltre opportuno fare subito una considerazione di
base. Benché il tempo è qualcosa di oggettivamente definito, è consigliato non
dimenticare che esso non riguarda direttamente la natura. Gli eventi naturali,
benché definiti “ciclici” non sono soggetti a dinamiche temporali realmente
esistenti. A dimostrazione di questo c’è il fatto che praticamente tutti gli eventi
in natura si ripetono con tempi assai diversi l’uno dall’altro e proprio da questa
irregolarità nasce l’esigenza di misurarli (o ingabbiarli) all’interno di un’asse
temporale definito. Quest’annotazione è fondamentale perché, non essendoci
in natura un tempo così definito come quello creato dall’uomo, è possibile
creare molteplici deformazioni alla percezione di questo senza troppe difficoltà.
In poche parole è più facile cambiare l’opinione di ciò che non si conosce e non
si è mai visto, piuttosto che di una cosa che si conosce bene.

La didattica è definibile come l’insieme pratico e teorico delle tecniche


dell’insegnamento. Pertanto la didattica nasce dalla fusione di tecniche
teoriche applicate ad una diversa situazione con lo scopo di massimizzare
l’apprendimento e il miglioramento delle prestazioni dell’allievo.

Capitolo 2 – Legami e interrelazioni


Il tempo è qualcosa che, come abbiamo appena detto, ritroviamo in tutti gli
elementi oggetto di questo saggio. Troviamo il tempo all’interno dell’ipnosi,
come fenomeno attivo della terapia (i conteggi per l’induzione, le regressioni,
etc…).

Troviamo il tempo all’interno della didattica come fenomeno intrinseco


nell’apprendimento; non si può apprendere tutto in breve tempo e ci sono
tematiche che si apprendono solo in determinati periodi temporali. La scuola
stessa è tutta elaborata sulla crescita del discente e quindi sulla disposizione
2
Gli argomenti sono stati affrontanti in un’altra pubblicazione. Si raccomanda
pertanto la lettura di “Saggio sulla Percezione del Tempo” di E. Limone.
4
più efficace delle tematiche all’interno dell’asse temporale della vita.

Infine troviamo il tempo anche nella musica ed è ovvia la relazione principale:


tempo = ritmo. Tuttavia è opportuno precisare che all’interno della musica il
tempo non è solo quello del brano musicale ma è anche quello “suggerito”. È
infatti possibile trovarsi di fronte a musiche che, al loro interno, includono
contemporaneamente ritmi lenti e veloci per due o più strumenti. Non parliamo
direttamente di musica classica ma anche di musica molto recente. Prendiamo
come esempio un brano di musica elettronica, chiamato High Roller dei Crystal
Method. Il brano è composto fondamentalmente da due ritmi, uno più veloce
“in primo piano” e uno più lento “nello sfondo”. Questo apparente contrasto
cosa suggerisce al cervello? In realtà il nostro cervello è perfettamente in grado
di associare immagini più o meno fantasiose ad ogni brano, a seconda delle
emozioni che la musica suggerisce. Certo è che le azioni immaginate
all’interno di questo brano suggeriscono movimenti veloci all’interno di un
contesto più “lineare” o “normale”. Due velocità nella musica, due velocità
nelle immagini mentali. Una semplice relazione, apparentemente banale ma
che spinge il cervello ad adattare le immagini alla musica.

Questo concetto è fondamentale: il cervello adatta le proprie conoscenze alla


musica. La propria fantasia, la propria capacità di creare strutture mentali è
direttamente determinata da ciò che stiamo ascoltando e, nonostante la
percezione musicale sia soggettiva, è possibile indirizzare il soggetto verso
stati emotivi ben precisi. Il requiem di Verdi e di Brahms sono diversi ma
entrambi suggeriscono sentimenti di rabbia. Il primo in modo evidente
attraverso furia, ira, collera. Il secondo con inquietudine, sofferenza, etc. Sono
due “ambientazioni musico – mentali” assolutamente complementari anche se
con sfumature diverse. Entrambi parlano fondamentalmente della medesima
cosa: l’ira del Dio dell’Antico Testamento.

Capitolo 3 – La musica dell’apprendimento


Ciò che mi colpì leggendo svariati libri sull’ipnosi fu la necessità di avere
sempre maggiori informazioni, al punto tale che, insieme ai libri, mi misi a

5
vedere anche alcuni filmati di sedute ipnoterapeutiche. Un giorno, leggendo
delle tecniche di induzione ipnotica, fui colpito perché il terapeuta sosteneva
l’importanza di utilizzare toni di voce assolutamente appropriati al compito da
suggerire. Durante l’induzione l’intensità della voce si abbassava e la velocità
si rallentava e il terapeuta descrisse il processo con così tanta chiarezza che mi
sembrò palese il paragone con la musica. In un brano musicale l’abbassamento
dell’intensità ci prepara ad un successivo climax, l’aumento della forza è
rappresentata dal cambio di strumenti musicali con quelli più “esplosivi”. La
voce umana e la musica quindi sfruttano lo stesso principio per suggerire stati
d’animo e, benché la cosa possa sembrare palese, è fondamentale per
discipline come la programmazione neurolinguistica (PNL) o la stessa ipnosi.
Molti docenti di scuola impiegano tecniche comunicative che ruotano intorno
alla “musicalità della voce”. Le teorie di comunicazione spingono i comunicatori
a fare continua attenzione ad ogni aspetto. I venditori, attraverso proprio la
PNL, sono portati a tarare gesti e voce in relazione con il possibile acquirente
per creare in lui stati d’animo favorevoli al rapporto di vendita. Ci sono precise
prassi da seguire non solo per “adattarsi al cliente” ma successivamente per
spingerlo verso uno stile più aperto e favorevole.

Durante le lezioni di scuola elementare i maestri impiegano un tono di voce che


potremmo classificare con i seguenti aggettivi:
• Premuroso.
• Confortevole.
• Simpatico.
• Autoritario.
Lo scopo del docente è raggiungere i bambini usando toni di voce multipli,
cercando di ottenere la loro attenzione e il loro rispetto in modo molto più
evidente rispetto un professore di liceo. Questo, ad esempio, userà metodi
completamente diversi di comunicazione perché saprà che lo studente avrà un
ruolo molto più attivo nell’apprendimento. Mi è capitato spesso di osservare le
lezioni del doposcuola. I bambini restano il pomeriggio a studiare, fanno i
compiti e quando tornano a casa possono giocare. Durante il doposcuola i
professori girano tra i banchi e hanno un rapporto molto più stretto con i
bambini. Elaborano con loro i compiti e hanno toni di voce ancora più

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“confortevoli” rispetto la lezione. Quello che cercano evidentemente di
ottenere è la disponibilità allo studio da parte dello studente.

Nella musica e nella voce esistono frequenze e toni maggiormente recepiti dal
cervello. I cambi di tono tengono attiva l’attenzione così come i cambi di ritmo.
Parlare sotto voce è sintomo di “segreto” o comunque di “privato” e di
“importante” e pertanto si tende a stare più attenti. Un abbassamento
dell’intensità della musica incuriosisce, si cerca di capire se ci dovesse essere
un climax o un’improvvisa “esplosione di strumenti”. In ipnosi il tono della voce
diviene flebile ma le parole vengono comunque pronunciate chiaramente
durante gli stati di trance. Quando si induce lo stato il tono rallenta e si
abbassa di intensità per suggerire il sonno.

Sappiamo da infinite teorie psicologiche (e non solo), che l’attenzione varia da


individuo ad individuo. Generalmente non bisognerebbe superare i 60 minuti
ma questo valore, come appena scritto, varia e comunque non si adatta ai
bambini. Mentre l’adulto impiega un certo grado di “volontà” a seguire con
attenzione anche gli argomenti più noiosi, il bambino deve essere giustamente
invogliato. Non vuole in alcun caso violentarsi a seguire qualcosa che non attiri
la sua attenzione e, detto tra noi, fa bene. Per questo motivo i libri sono spesso
pieni di figure e colorati. Eppure i libri e persino la voce, hanno un grosso limite.
Principalmente raggiungono pochi stadi in modo volontario. Tralasciamo le
sedute di ipnosi e le teorie di apprendimento inconscio. La musica è in grado di
arrivare contemporaneamente a più livelli di coscienza e incoscienza. I libri per
i bambini sono divenuti “libri musicali” in cui il bambino viene accompagnato
da semplici ma fondamentali musiche durante la lettura del testo e quella
musica svolge un ruolo assolutamente unico di orientamento positivo verso
l’apprendimento.

È ormai noto che la musica di Mozart abbia grandi capacità di stimolazione


cerebrale anche per i pazienti in coma. La musica classica in particolare ma in
generale tutta la musica, richiede un livello di elaborazione così tanto alto e
profondo che spinge il cervello ad attivare un numero elevatissimo di centri
neuronali. Questo produce secrezioni ormonali, cambi psicofisici e quindi
variazioni di pressione, riflessi e così via. Uno studio di qualche anno fa
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confermava che la musica da discoteca invitava le persone a continuare a
ballare poiché attivava centri neurali che si esprimevano con la necessità di
muoversi. Ma cosa c’è veramente dietro queste reazioni?
Principalmente c’è la reazione del cervello a determinate sollecitazioni
acustiche che vengono elaborate in maniera diversa sia a seconda del tono
della musica (più o meno aggressivo ad esempio), sia a seconda della
frequenza usata. Un certo numero di Hertz all’interno di un brano è più
recepibile rispetto ad altri.

Vorrei quindi proporre al lettore alcune informazioni legate ad uno dei metodi
usati per l’utilizzo della musica a scopo terapeutico e non solo di
apprendimento: il metodo Tomatis.

“Il metodo Tomatis è una terapia ideata da un medico otorinolaringoiatra


francese, Alfred Tomatis, che mise in evidenza le relazioni esistenti fra
l'orecchio e varie funzioni dell'organismo, come ad esempio il linguaggio. Il
metodo audiopsicofonologico ideato dal dott. Tomatis stabilisce che quando
l'orecchio non ascolta in modo ottimale si hanno ripercussioni su tutto
l'organismo. Attraverso questa metodologia terapeutica, utilizzando una
macchina nota come "orecchio elettronico", che filtra la musica di Mozart, si
apportano all'orecchio le frequenze acute che vanno a "ricaricare" la corteccia
cerebrale. L'orecchio, infatti, ha il compito di portare energia al nostro cervello,
come una dinamo che ricarica la batteria di un'auto. Tale apporto energetico è
determinato quasi esclusivamente dalle frequenze acute; tali frequenze si
trasformano in stimoli nervosi, a livello delle cellule ciliate della coclea (cellule
del Corti), e provocano una dinamizzazione dell'attività corticale, che si
tramuta in coscienza, concentrazione, memoria e volontà; dopo la terapia
avviene un risveglio della coscienza e della vitalità. Inoltre la parte
dell'orecchio interno detta "organo di equilibrio" tiene sotto controllo tutti i
muscoli del corpo; ecco perché una sana "energizzazione" agisce sulla tensione
corporale, su eventuali contrazioni o rilassamenti del tono muscolare e quindi
sulla postura. Osservando il sistema nervoso parasimpatico, possiamo anche
comprendere il motivo per cui le frequenze acute agiscono positivamente in
varie malattie psicosomatiche. Il nervo vago (sistema parasimpatico), tramite il
nervo auricolare si inserisce sul timpano; il vago, anche detto "nervo
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dell'angoscia", risente di ogni situazione di stress o conflitti e reagisce
determinando disturbi specifici a carico degli apparati o organi innervati
(digerente, respiratorio, circolatorio, etc.). Le frequenze acute determinano una
tensione del timpano prodotta dalla regolazione dei muscoli del martello e
della staffa (muscoli della cassa del timpano). Il timpano teso al massimo,
assicura un buon equilibrio neurovegetativo. Grazie al vago tutto si può
organizzare armoniosamente o squilibrarsi: in quest'ultimo caso appaiono
somatizzazioni varie: paura, ansia, angoscia. Un orecchio chiuso allenta la
muscolatura del martello che non sollecita più la muscolatura della staffa; così
la membrana del timpano allentata in un movimento ampio eccita il ramo
auricolare del vago, con reazioni nella sfera vegetativa. La microginnastica
dell'orecchio permette al soggetto di stendere il suo timpano: così l'eccitazione
del vago cessa e si verifica un rilassamento globale”3.

E l’apprendimento? Come è possibile legare l’apprendimento alla “ginnastica”


che l’orecchio compie e alle reazioni emotive suggerite? L’apprendimento è un
processo che può avvenire solo a determinate condizioni molto specifiche. Un
buon apprendimento si ottiene a mente riposata, questo è quello che ci dicono
da sempre i nostri genitori e che viene tramandato di generazione in
generazione. Sappiamo che alcune persone studiano di notte e ne trovano
beneficio. L’apprendimento allora a cosa è legato? Principalmente
l’apprendimento è legato ad uno stato emotivo. L’individuo che ha bisogno di
calma e quiete riuscirà a studiare meglio la notte perché avrà meno distrazioni.
L’individuo che ha bisogno della luce del giorno, apprenderà meglio in una
stanza ben illuminata, ordinata e confortevole. Persino gli stati di profonda
paura, tensione o terrore spingono le persone ad apprendere ma in quel caso i
compiti che si apprendono sono più brevi anche se non necessariamente
semplici. La paura mantiene vigili ma non è il clima migliore per studiare. La
musica è spesso accompagnata allo studio da parte dei ragazzi. Benché molti
la considerino una “distrazione”, essa spinge il cervello ad essere impegnato
anche se su più fronti. È noto che la stanchezza del cervello non sia una
stanchezza “intera” ma solo “parziale”. Il cervello si stanca di svolgere per un
3
“Con il metodo Tomatis si possono risolvere ansia, depressione, balbuzie,
dislessia, paura, insonnia ed altri disturbi” di Enzo Califano.
http://www.marcostefanelli.com/subliminale/parsifal.htm
9
lungo periodo la stessa mansione. Studiare una materia letteraria per lungo
tempo è poco utile. È piuttosto preferibile alternare a questa una materia
scientifica in modo da lasciar riposare una parte del cervello e sfruttare un’altra
meno impiegata fino a quel momento e poi, in caso, tornare nuovamente su
quella letteraria. Esiste tuttavia la variabile “emotiva”.

Indurre uno stato di benessere e rilassamento è auspicabile. La persona si può


orientare verso tali stadi usando musiche appropriate come per l’appunto la
musica classica che, rispetto a quella elettronica, stanca di meno il cervello e lo
tiene più attivo ed in modo più omogeneo. Inoltre, inducendo uno stato di
rilassamento, prolunga l’attenzione dell’individuo posticipando la stanchezza.
Ricordo che, durante alcuni studi di ipnoterapia, studiai un metodo per indurre
la trance ipnotica partendo da un suono di un oggetto piuttosto che dalla voce.
Affrontando alcuni studi arrivai ad un software4 sviluppato da un medico che
accelerava alcuni stati mentali inducendo, tramite delle normali cuffie, alcuni
suoni. Questi suoni, appositamente tarati a determinate frequenze, avevano lo
scopo di rilassare la mente, tenerla vigile, indurre una trance più o meno
profonda, etc. Questo software si basa su un principio apparentemente banale.
Le onde cerebrali sono suddivise in cinque categorie, ognuna delle quali
rappresenta uno stato principale:
• alfa (8-12Hz) - svegli e rilassati totalmente;
• beta (12-40 Hz) - svegli e attivi;
• delta (0,1-3 Hz) - sonno profondo;
• theta (5-8Hz) - prima di addormentarsi e prima di svegliarsi;
• gamma (26 Hz o più) - forte impegno del cervello in attività mentali.

Le onde beta sono quindi quelle che utilizziamo di più durante il giorno ed
esistono stati ben precisi racchiusi all’interno delle frequenze che vanno dalla
12 alla 40 e catalogate con il nome di beta basse, medie o alte.
• beta basse (12-15 Hz) - stato di attenzione rilassata
• beta medie (15-18 Hz) - stato di attenzione
• beta alte (18-40 Hz) - stato di stress

4
Il software è recuperabile a questo indirizzo: http://www.bwgen.com/index.htm
10
Per suggerire al cervello un determinato stato d’animo è sufficiente riprodurre
in cuffia una frequenza specifica. Bisogna tener presente che, per indurre il
sonno ad esempio, un effetto migliore lo si ha partendo da uno stato di
attenzione, passando per uno stato di rilassamento, per poi arrivare ad un
sonno profondo.

Ma come è possibile trovare musica che produca determinati effetti all’interno


dell’individuo? Ho scritto di come la musica di Mozart aiuti il corpo e la mente a
rigenerarsi ma è difficile analizzare ogni brano musicale per capire la sua
principale funzione. Tuttavia è anche vero che non tutto ciò che viene ascoltato
è realmente “sentito” dal cervello. I suoni spesso entrano nell’orecchio e sono
analizzati inconsciamente dal cervello. Essi producono fenomeni di cui non ci
rendiamo conto in modo consapevole. Una sorta di “messaggio subliminale”.
Per questo motivo, alcuni studiosi, inseriscono frequenze all’interno di musiche
in modo che esse vengano maggiormente recepite. Ci deve essere comunque
una certa “compatibilità” tra la musica ospite e il “rumore di frequenza” ma il
cervello è sufficientemente potente da campionare i rumori e produrre le
reazioni appropriate. Coscientemente l’individuo non è in grado di riconoscere il
rumore di frequenza.

Infine è opportuno precisare che non tutti gli apprendimenti avvengono in stati
di veglia. Studiare le lingue straniere può essere facilitato usando una banda di
frequenza inclusa tra i 7 e i 9 Hertz che, come dallo schema sopra, è uno stato
di semi incoscienza o di trance leggera in cui l’apprendimento avviene più
facilmente perché ci sono meno “resistenze” di tipo cosciente. Così come 15
minuti passati tra gli 8 e i 10 Hertz, aiutano a “rinfrescare” il cervello durante le
lunghe sessioni di lavoro.

Capitolo 4 – Ogni cosa a suo tempo


Quante volte abbiamo ascoltato questa frase: “ogni cosa a suo tempo !”.
Probabilmente non esiste un detto più vero. Esso si basa sul principio che le
esperienze fatte dall’uomo, assumo valori a seconda del periodo temporale in

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cui vengono vissute. L’esperienza stessa si costruisce nel tempo ed i valori che
la compongono sono mutevoli con la crescita della persona. Le ideologie, i
valori, le credenze, i riti, sono strutture che richiedono anni di consolidamento e
spesso, il loro cambiamento, è un processo ancora più lungo. L’apprendimento
di una semplice nozione richiede del tempo che può variare a seconda della
complessità delle informazioni da imparare. Pertanto si potrebbe affermare che
più un compito è semplice e minore è il tempo impiegato per impararlo. La
lunghezza necessaria ad imparare determinati concetti o compiti è
fondamentale perché direttamente collegata all’attenzione. Precedentemente
abbiamo analizzato questo fenomeno. Tuttavia è giusto sottolineare come si
possa intervenire sulla percezione del tempo per ridurre la complessità del
lavoro svolto.

Di fatto la difficoltà di un compito da svolgere è dato da due fattori: la difficoltà


oggettiva del compito e la difficoltà di svolgimento all’interno di un arco di
tempo determinato come “accettabile”. Tutti gli studenti sanno che avranno
bisogno di alcune ore per svolgere i compiti a casa ma tutti sanno che vorranno
impiegare il pomeriggio per uscire e divertirsi e quindi il loro problema diviene
anche finire i compiti entro un orario sufficientemente accettabile. Questo
ragionamento, che risponde ad una necessità di divertimento evidentemente
più allettante, è da considerarsi come un ostacolo all’apprendimento. È
l’equivalente del rumore in psicologia, ossia un fenomeno di disturbo.

Per questo motivo spesso i docenti e i genitori insistono sul metodo di studio. Il
corretto metodo non è solo quello che chiarisce i concetti proponendoli in un
ordine più chiaro ma è anche quello che ottimizza il tempo e riduce gli sprechi
di energia. Nonostante il metodo di studio sia un concetto fondamentale,
spesso non ne viene “curata la forma”. I benefici ottenuti non sono
sufficientemente percepiti come validi. L’utilizzo di un metodo di studio viene
percepito dallo studente come un “percorso a tappe fisse” che lo “costringe” a
marciare piuttosto che a camminare prima, correre poi e camminare
nuovamente dopo. Quindi, se da una parte ci si trova di fronte ad un sistema
razionale di ottimizzazione delle energie e ad una massimizzazione dei risultati,
dall’altra ci si trova di fronte alla percezione di una marcia obbligata dalla quale
non si può scappare. Il tempo impiegato a svolgere il compito, seppur ridotto,
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viene percepito come intriso di obblighi: obbligo di tenere la concentrazione
sempre al massimo, obbligo di seguire determinate prassi nello studio (leggere,
sottolineare, rileggere, ripetere ad alta voce, etc…).

Non si può certo avere la botte piena e la moglie ubriaca ma è anche vero che,
davanti ad un oggettivo miglioramento dei risultati con l’utilizzo di un metodo
di studio, gli aspetti negativi non sono oggettivi ma percepiti. In quanto tali
possono essere ammortizzati modificando la percezione. Prima di procedere
nell’illustrazione di un possibile metodo di studio che tenga conto anche degli
aspetti di percezione, vorrei aprire e chiudere una breve parentesi di esempio.
La musica dodecafonica nacque nel tentativo di conciliare le regole che fino a
quel momento avevano regolamentato la musica strumentale classica, con le
nuove esperienze musicali. Parliamo di una musica futurista che,
apparentemente, risulta non avere ritmo ed essere una serie di suoni in una
sequenza casuale e spesso non armonica. La musica dodecafonica però era
anche un modo nuovo e libero di scrivere musica. Essa quindi, esattamente
come per lo studio, rappresentava un nuovo approccio alla musica che portò
un’indiscutibile ventata di freschezza nell’ambito musicale.

Proporre un metodo di studio in grado di ottimizzare il tempo, i risultati e che


sia anche in grado di incontrare il benestare dello studente è l’impresa che ogni
docente e genitore sogna di raggiungere ma, come già detto, spesso si
trascura quello che lo studente percepisce nell’utilizzo di un metodo. Studiare
non piace spesso perché il metodo viene percepito come una gabbia. Oggi,
rispetto al passato è possibile attutire questo impatto. In ipnosi spesso il
paziente ha “l’illusione” di scegliere su quale sedia sedere prima dell’inizio
della terapia. Si tratta di un’illusione perché qualsiasi scelta faccia, il risultato è
comunque lo stesso: il paziente si siederà. Perché allora farlo scegliere? La
possibilità di scelta fa in modo che il paziente non si senta “sotto controllo” ma
senta di avere un ruolo attivo nella gestione della terapia.

La stessa cosa è possibile farla con gli studenti e, oggi più di ieri, sempre più
con facilità. Assegnare un compito è l’equivalente che segnare un obiettivo da
raggiungere. Benché sia importante nel metodo segnalare anche “come
raggiungere” quell’obiettivo, è possibile creare un’illusione di scelta all’interno
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dello studente che lo porti ad acquisire un metodo in modo più leggero.
Vediamone un esempio. Per molti ragazzi scrivere un tema è un compito
difficile: un po’ per disinformazione, un po’ per pigrizia e per altri motivi. Alle
elementari si studia che per scrivere qualcosa è necessario “avere qualcosa da
scrivere”. Tutto ruota intorno ad un tema centrale. Inizialmente lo studente
proverà una certa difficoltà nell’ordinare le idee e dar vita ad un discorso
ordinato e preciso. Affronterà il tema cercando di dire il più possibile. Per
questo i professori spiegano l’importanza della “brutta copia” nella quale “il
flusso di pensiero viene gettato sulla carta”, per poi essere riordinato nella
“bella copia”. Lo studente spesso però si sente ingabbiato ad usare questo
sistema perché ha la percezione di scrivere il tema due volte perdendo tempo e
fatica.

Alcuni docenti sono quindi soliti raccomandare di usare la “brutta copia” in un


altro modo. Viene chiesto scegliere quali sono i punti salienti attraverso cui
trattare il tema principale. Se il tema fosse “le vacanze estive”, i temi
potrebbero essere: informazioni come mai ho scelto quella meta, dove sono
stato, informazioni sul luogo, informazioni sulla cittadinanza, opinioni personali,
etc… Poi il docente spiega allo studente che la scelta degli argomenti da
trattare, seppur a discrezione dello studente, dovranno avere una sequenza
logica. L’arrivo nella meta turistica non potrà venir dopo la conclusione
ovviamente! Però è possibile anteporre o posporre l’argomento rispetto alle
motivazioni che hanno portato a scegliere quella meta.

In questo modo lo studente inizierà a scrivere “a pezzi” il tema, cercando di


rispettare l’ordine più logico possibile. Le differenze tra i vari metodi si
noteranno leggendo il tema ma l’utilizzo di questo sistema, ed il suo
affinamento nel percorso formativo dello studente, permetteranno a lui di
sentirsi libero nella modalità di esecuzione del compito e lascerà al docente la
strategia di insegnamento.

Percepire il tempo come qualcosa di esistente ma dal quale non si dipende,


spesso è un male, ma in altri casi è un bene. Sentire di poter svolgere un
compito per il piacere di farlo prima che per l’obbligo di mantenere degli
“standard” temporali è possibile solo lasciando la libertà a chi opera sul
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compito stesso. Non a caso quando svolgiamo qualcosa di piacevole il tempo
passa a grande velocità rispetto a quando facciamo qualcosa di noioso. Non è
solo la parte “attiva” al progetto a far passare il tempo più veloce ma è anche
la passione e la libertà che abbiamo di eseguire il compito.

Capitolo 5 – Un mondo di apparenze


Trattando fenomeni come l’apprendimento, la memorizzazione, il rapporto con
la musica, con ottiche simili a quelle sopra descritte, sorge spontaneo
domandarsi quanto conti la percezione all’interno dell’individuo. La percezione
è fondamentale, essa garantisce una prima esperienza genuina con il mondo.
Prima ancora di sapere cosa spinge una persona ad avere un determinato
atteggiamento, un individuo è in grado di percepirne un’idea. Non importa che
essa sia giusta o sbagliata. La formazione di quell’idea rappresenta
concretamente la prima esperienza con una persona e per tanta gente la
percezione è quel fattore chiave che, se vissuto in modo negativo, penalizza
definitivamente un rapporto.

Capita infatti di sentir dire “se una persona non mi piace alla prima impressione
è difficile che mi possa piacere dopo”. Quello che comunemente chiamiamo
“sesto senso” altro non è che la capacità del cervello di radiografare persone e
situazioni, mettendole in relazioni con contesti e conoscenze di nostra
conoscenza. Per questo motivo si può affermare senza dubbio che la
percezione è fondamentale. L’esperienza che un individuo fa nella vita,
difficilmente è assoluta. Le sensazioni la rendono soggettivamente descrivibile
ma sempre differente rispetto il resto dell’umanità. La percezione diviene
quindi una prima chiave attraverso la quale riuscire ad aprire una determinata
porta: non è semplicemente una copertura di poco conto. Essa gioca un fattore
rilevante in tutta una serie di elementi: nell’approccio con il compito da
svolgere, nel tempo da impiegare, nelle risorse da utilizzare, etc…

In sociologia della comunicazione, ed in altre materie collegate, è rinomata la


bullet theory secondo la quale un soggetto posto davanti al televisore sarebbe
permeato costantemente da tutti i messaggi pubblicitari e non emessi da una

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determinata emittente. La comunicazione sarebbe quindi come un proiettile
che andrebbe a bucare il cranio dell’individuo infilandosi nella sua mente e
condizionandolo. Ovviamente, e per fortuna, non è così. L’uomo opera delle
selezioni. Ci si potrebbe dilungare analizzando ad esempio i filtri mentali di Ann
Treisman ma diciamo essenzialmente che le selezioni automatiche che l’uomo
opera davanti ad un messaggio (ad esempio pubblicitario) sono determinati da
tanti fattori che si potrebbero racchiudere in tre elementi:
• elementi inconsci (ad es.: credenze, riti e comportamenti ereditati)
• elementi consci (ad es.: interesse personale verso un prodotto)
• persuasione
Benché per i primi due sia semplice fare un’analisi, il terzo elemento è un po’
“anomalo”. Esso si basa sul fatto che l’attenzione possa essere anche ottenuta.
Nei primi due casi, in modo più o meno conscio, è l’individuo che si orienta
verso una comunicazione. Essa potrebbe esser stata ben costruita o, per una
serie di fattori, potrebbe andare a toccare elementi personali inconsci
dell’individuo. Tuttavia il terzo elemento prevede che sia la comunicazione ad
orientarsi verso l’individuo. Questa differenza spesso viene criticata. Si ritiene
che nella comunicazione pubblicitaria sia sempre la comunicazione ad
orientarsi verso il destinatario ma a parer di chi scrive non è così.

Posso vendere un trapano a chi ne ha bisogno per lavoro o per affetto verso un
genitore falegname e ritiene che sia uno strumento essenziale da avere a casa.
Tuttavia è possibile fare in modo di creare la necessità in una persona a sentire
la necessità di acquistare un trapano. Nel primo caso la necessità esiste già per
motivi più o meno inconsci. Nel secondo caso no. Come la si crea? Generando
la reazione finale e non sempre questo è un percorso esattamente etico.

Immaginiamo di dover vendere un servizio di antifurti. È possibile creare due


tipi di pubblicità: la prima mostra tutte le caratteristiche tecnologiche di ogni
singolo componente. Il mio cliente potenziale sarà quindi una persona che ha
deciso di acquistare un sistema di sicurezza ma sta decidendo quale. In tal
caso metterà in azione dinamiche coscienti ed incoscienti. Potrebbe scegliere il
prodotto in base alla relazione qualità/prezzo ma essere anche orientato ad un
sistema più tradizionale da sempre elogiato da un caro parente che ha instillato

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in lui la fiducia.

Esiste poi un secondo tipo di pubblicità. In questo tipo di pubblicità non si fa


vedere il prodotto ma il risultato ottenuto quando il prodotto non viene
comperato: nel nostro caso una casa devastata da ladri o vandali. Tutti noi
abbiamo più o meno il terrore che qualcuno entri dentro la nostra casa, frughi
nei nostri cassetti, invada la nostra privacy e ci possa fare del male, magari
mentre dormiamo e non ce ne rendiamo conto. Questa paura viene
“risvegliata” facendo si che scatti il meccanismo di volontà d’acquisto. Benché
più raro come risultato e difficile come applicazione, questo è il mezzo più
efficace per le vendite. Di recente alcune compagnie assicurative, vendevano i
loro servizi non elencandoli ma facendo vedere situazioni di vita quotidiana in
cui l’assicurazione diveniva un salvagente per l’individuo. Incidenti, furti,
problemi di salute, sono tutti elementi che suscitano nella persona
ragionamenti “chiave” che poi esplodono in azioni piuttosto semplici (ad
esempio stipulare una polizza).

Tutto questo ragionamento per attestare l’importanza strategica della


comunicazione e la musica è una forma di comunicazione. L’apprendimento è
determinato dalla comunicazione. Esso pertanto potrà essere prodotto più o
meno direttamente. L’apprendimento può essere provocato o ottenuto
spontaneamente. La differenza è così sottile che se ci si soffermasse a riflettere
su questa si finirebbe per non vederla più. L’apprendimento può essere
provocato attraverso l’utilizzo di un metodo che la persona deve seguire.
L’apprendimento può essere ottenuto spingendo una persona a sviluppare un
proprio metodo basato sul medesimo ordine del caso precedente. La dinamica
però è diversa: partirebbe non più dal docente. Apparentemente partirebbe dal
discente.

Anche se più difficile, questo secondo metodo è naturalmente presente


nell’individuo. Nelle scienze si chiama “induzione”: la capacità di portare al
proprio interno casi particolari da cui estrarre una regola universale. Nel nostro
caso, la capacità di analizzare come realizzare un tema per generare un
metodo universale invece che prendere un metodo “preconfezionato” dal
docente. Sarà poi la naturale evoluzione della vita a portare l’individuo a
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modificare quel metodo ritenuto universalmente funzionante.

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