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Considerazioni sulla diversit Dario REI, Facolt di Scienze Politiche dell Universit di Torino Intervento al Convegno Welcomebank,Biella 15 ottobre

2004)

Jonathan Sacks ha scritto un libro intitolato La dignit della differenza. Ma differenza e diversit non sono termini coincidenti n sovrapponibili: la diversit include sia le differenze, che i divari.Le differenze hanno a che fare con stili di vita, culture, codici di condotta; i divari hanno a che fare con disparit di capacit e di risorse. Le differenze sono dis-formit, variet di forme di vita; i divari riguardano le chances di vita(Weber) . Piu differenza vuol dire pi variet, piu divari segnalano pi disparit. Lesistenza dei divari evidente ed osservabile ad ogni scala. A scala globale la povert assoluta: 1,3 miliardi di persone al mondo (22%) vivono sotto la soglia della povert assoluta; 800 milioni sono malnutrite, 1300 non hanno acqua potabile,2600 non hanno servizi igienici;113 milioni di bambini non hanno scuola,150 sono malnutriti in 35 paesi il tasso di mortalit infantile superiore al 100 per mille ; le disparit di reddito a livello globale : nel 2000 il quintile piu ricco dellumanit disponeva dell 86% del Pil globale, il quintile pi povero dell 1% ;i beni dei tre uomini pi ricchi del mondo superano la somma dei beni di 600 milioni di abitanti in paesi poveri; le disparit interne ai paesi prosperi: negli ultimi ventanni il 97% del Pil aggiuntivo negli Stati Uniti andato al 20% delle famiglie piu ricche , il 5% piu povero ha perso il 44% del reddito; laumento delle disparit segnala un po ovunque lestendersi dei fenomeni di lavoro piu precario, una protezione della disoccupazione minore, una solidariet sociale calante, un welfare pubblico piu scarso. Non voglio cimentarmi a discutere se la globalizzazione abbia a che fare con lincremento o con il restringimento dei divari globali e /o interni. Mi limito ad osservare, riprendendo una autorit assoluta in materia di distribuzione del reddito, Anthony Atkinson, che leffetto di diseguaglianza sociale portato dalla globalizzazione in realt lesito combinato della diseguaglianza di mercato e del livello di correzione e tutela della povert portato dalle politiche sociali. In altri termini i tassi di povert in termini di reddito di mercato sono elevati in Germania e nei Paesi Bassi quanto negli Stati Uniti, ma se lindice di Gini, che misura le diseguaglianze in USA del 37%, in Italia del 33% ,in Germania del 25, vuol dire che diverso luso della politica sociale e che i

governi nazionali mantengono al riguardo una certa libert di azione; pertanto non sempre vero che alta crescita e alta eguaglianza redistributiva siano incompatibili, ossia che crescita economica e spesa di welfare siano contrapposte in un gioco a somma zero. Il richiamo ai divari serve a sottolineare che non possiamo considerare e trattare i divari come se fossero delle differenze (difformit), perch finiremmo per trovare nelle difformit stesse le ragioni che giustificano i divari. E del resto il problema storico del perch certe aree del mondo hanno conosciuto, ed altre no, la scienza, la democrazia, lindustria,il progresso. Trasposto ad oggi, il problema storico induce taluni a pensare che vi sia una sola via- occidentale- allo sviluppo e che il problema politico sia semplicemente quello di espanderla. Mentre se , come invita a fare Amartya Sen, adottiamo un punto di vista multilineare ai problemi dello sviluppo, dobbiamo chiederci se anche la difformit delle forme di vita e di cultura abbia un qualche ruolo da svolgere per il mutamento e il progresso economico. Il luogo migliore di osservazione al riguardo sono le citt. Secondo il Rapporto Un-Habitat (The state of the World's Cities Report 2004/5), le attivit economiche urbane contribuiscono ad oltre il 90% del Pil in Europa e America latina, ed al 50% in tutto il mondo; nel 2030 il 60% della popolazione mondiale sar concentrata nelle citt. Le citt sono la calamita dell' immigrazione e l immigrazione pi recente che colpisce le citt mostra la prevalenza di effetti negativi, quali il crescere dei divari economici, lespandersi di slums e quartieri ghetto, la formazione di sottoclassi marginali . E questo vero anche sul medio periodo? Uno studio sul valore economico della diversit culturale ( Gianmarco Ottaviano Giovanni Peri The economic value of cultural diversity.Evidence from Us Cities CEPR Discussione paper n.4322 feb 2004 http://www.econ.ucdavis.edu/faculty/gperi/Papers/perott_JEG_august04.pdf) ha classificato le citt USA in base ad un indice di diversit : tanto piu' alto quanto maggiori di numero e distanti fra loro sono le etnie residenti, vale ad esempio 0,5 per Los Angeles e New York, 0,05(dieci volte meno) per Cincinnati e Pittsburgh. Lo studio scopre che quanto piu' l'indice alto, tanto piu si tratta di citt produttiva e capace di crescita economica. Il commento degli degli autori: "La diversit di cultura fra soggetti che cooperano porta a guardare le cose in modi inusuali e consente di giungere a soluzioni innovative. L'omogeneit standardizza e rende statici, la diversit dinamizza ed , offre pi variet nell'offerta di prodotti, nella domanda dei consumatori e nella complessiva vitalit economica.

Si potrebbe dire che la disparit la molla della competizione, che innova, la differenza d forza all invenzione che cambia e innova in un modo pi profondo.Del resto anche nel caso italiano, abbiamo visto che i distretti industriali hanno successo non perch sono aree monotone e omogenee, ma contesti plurali, dove le diversit si complementano e si integrano, d i diversi attori sanno competere e cooperare, si riesce a mettere in relazione tecnologia e qualit dell ambiente, produttivit economica e qualit sociale, prosperit di area e benessere individuale. In economia, dunque conviene essere, oltre che meteci, anche meticci. Dobbiamo con questo accettare, come stato detto in passato, che il mercato sia lunico dio al quale tutti- credenti e atei, credenti di ogni confessione religiosa- rendono omaggio ? O un unico Cesare che, come nell impero romano, attende il tributo dai cultori di molti dei locali?Questa fiducia non manca di esibire un tratto di superficialit . La disparit economica si puo attenuare e perfino superare, ma la maggiore e desiderabile parit non cancella o abolisce la difformit culturale. Anzi nelle citt la multiculturalit, al di l dei benefici economici che apporta, pu introdurre tensioni per la cittadinanza e la convivenza, ossia difficolt di integrazione. Esse sembrano in aumento aumentano da quando le modalit che avevano corso nell ambito degli stati nazionali - la pluralit etnica che si fonde nell'unica e superiore identit nazionale(la teoria del crogiolo) ; la coesistenza delle culture nell insalatiera (o per dirla con cucina europea, nell insalata russa o nella macedonia), si sono indebolite. Il Rapporto UNDP(15.o della serie) Libert culturelle dans un monde diversifi per la prima volta presenta la libert culturale , come una necessit per lo sviluppo, al pari della libert economica e della libert politica. Libert culturale significa anche diritto di produrre, fruire, fare circolare beni che esprimono la propria cultura ; non pi un problema esclusivamente economico ma sollecita la corrispondenza fra valori dell economia e forme della cultura, la molteplicit delle vie di sviluppo, la pluralit dei percorsi alla modernit. Questo abbozzo di ragionamento sui rapporti fra economia societ e cultura richiama una questione che, nell ultimo mezzo secolo, stata sovente definita come la domanda di un nuovo umanesimo. Il grande antropologo Claude Levi Strauss nel saggio Les trois humanismes(1956) (ora in Anthropologie structurale Deux,1973) ravvisava tre forme di Umanesimo emergenti in sequenza nell Occidente europeo:la

scoperta dell l'antichit greco-romana(il primo Umanesimo ), la scoperta delle grandi civilt orientali (l orientalismo), la scoperta delle culture primitive(l etnologismo): l'uomo occidentale ha cominciato a rendersi conto che non avrebbe mai capito se stesso finch sulla faccia della terra una sola razza o un solo popolo fosse stato da lui trattato come oggetto(S.Settis ,Futuro del classico Torino 2004,pag.107). Oggi venuto il momento di un nuovo umanesimo, che ambisca a passare dalla constatazione della pluralit oggettiva, che esiste di fatto, al riconoscimento riflessivo di un pluralismo che diventa cultura interiorizzata.Le sue ragioni consistono nello sforzo di abbracciare con uno stesso sguardo la molteplicit, senza cercare di sottometterla ad un principio unico di giudizio, che promana dalla pretesa di superiorit della cultura che lo formula. Un pluralismo da cogliere riflessivamente nella variet delle forme di vita(la biodiversit), delle culture ( non i 200 stati ma i 5000 gruppi etnici presenti al mondo ), perfino nella variet delle intelligenze , delle logiche , del pensiero (la noodiversit). Il nuovo umanismo rimette in causa il vecchio problema dell universalismo e del relativismo ;e tende a darne una risposta che non principalmente teoretica, ma pratica , muovendo dalla convinzione che la differenza storica il terreno di una pluralit di percorsi, che si dividono e si intrecciano, ma non hanno un termine definitivo e compiuto. Un atteggiamento che richiede coraggio( il coraggio di un nuovo umanesimo il tema della conferenza tenuta dalla Comunit di SantEgidio a Milano il 5-7 settembre del 2004) e sollecita una scelta etica, in cui ne va dellidentit di cui gli individui sono portatori e responsabili. Riprendendo una nota distinzione di Paul Ricoeur(Se stesso come un altro, tr.it.1993), lidemtitas il segno di ci che condividiamo con altri che avvertiamo eguali a noi, parte della nostra comunit storica e culturale.Idem lelemento comune, che ci rende non distinguibili. L ipse-itas indica il singolo nella sua singolarit e unicit, in ci che essenzialmente suo, e non viene condiviso con nessun altro. La tensione fra questi due aspetti rende significative ed umane le relazioni Io-Altro, quando lalterit (di noi nei confronti di altri, di altri nei confronti di noi) si pone nella sua giusta prospettiva: non la pretesa presuntuosa di essere il centro esclusivo dellumano, ma lammissione modesta che nulla di umano ci sia alieno e dunque definitivamente estraneo. Il che non equivale, sia chiaro, ad assumere una indifferenza rassegnata o un accoglienza acritica di ogni aspetto e tratto dellumano. Richiede un sovrappiu

di discernimento del bene e del male, che entro ogni cultura, come entro ogni persona.

sono intrecciati e compresenti